La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dopo il primo piano di aiuti, il gruppo di Saggi di Berlino lavora alla ripresa. L'ipotesi più ottimistica prevede un calo del Pil del 2,8% nel 2020 seguito da +3,7% nel 2021. Il peggiore, un andamento a U con un -4,5% quest'anno e uno scarso +1,1% il prossimo. Tutto però dipenderà dalla durata dell'emergenza sanitaria.

Coronexit. Cioè, come se ne esce? Nonostante debba ancora affrontare il picco dei contagi da coronavirus e con esso la vera emergenza sanitaria, la Germania pensa già a come avviare la ripresa.

Per ora niente di concreto, visto che in ogni caso le prossime settimane saranno decisive per capire quale sarà davvero la tempistica, ma nel frattempo bisogna immaginare i diversi scenari.

Il punto di partenza è la situazione economica attuale e il piano provvisorio per affrontarla che per ragioni di cose è comunque flessibile. Berlino ha già pianificato oltre 150 miliardi di euro di deficit (circa 4,5% del Pil, per un totale di 400 miliardi) per quest’anno, abbandonando il dogma del pareggio di bilancio.

LEGGI ANCHE: Diario dell’emergenza coronavirus dalla Germania

Mercoledì primo aprile il governo di Angela Merkel ha deciso di prolungare le misure di social distancing almeno fino alla settimana dopo Pasqua. In teoria il 20 aprile dovrebbero riaprire asili e scuole e potrebbero essere allentate anche le misure restrittive per le attività commerciali. Il 14 aprile ci sarà in ogni caso un altro aggiornamento sull’efficacia dei provvedimenti attuati e saranno prese le decisioni opportune.

INEVITABILE LA RECESSIONE NEL PRIMO SEMESTRE 2020

Qualche giorno fa il Consiglio di esperti che supporta il governo per le questioni economiche ha rilasciato un rapporto che fotografa la situazione e fissa alcuni criteri per immaginare il domani. La diffusione del virus ha fermato l’inizio della ripresa economica e l’economia tedesca si ridurrà significativamente nel 2020. Quanto dipende molto dalla durata del lockdown e dalle risposte della politica. Il presidente dei Saggi (sono chiamati così) Lars Feld ha affermato testualmente che «l’incertezza sugli sviluppi futuri è enorme a causa della situazione insolita». Nel rapporto vengono descritti tre scenari per il 2020/21 che si differenziano appunto in base alla durata delle misure restrittive e all’emergenza sanitaria e a quanto velocemente ci sarà la ripresa in seguito. Comunque sia la recessione almeno nel primo semestre di quest’anno è inevitabile.

LE IPOTESI CON UN ANDAMENTO A “V”

Nello scenario più ottimistico il Consiglio di esperti prevede una caduta del Prodotto interno lordo del 2,8% nel 2020, mentre il prossimo anno il Pil potrebbe aumentare del 3,7%. In base alle informazioni attuali appare lo scenario più probabile, con la situazione economica che si normalizza nuovamente durante l’estate. Non a caso, gli interventi del governo Merkel adottati fino a oggi sono basati su questa previsione. A Berlino però hanno ben presente anche gli altri modelli. Se l’economia seguisse un andamento a V, cioè con una caduta più evidente per un periodo relativamente breve – ed è il secondo scenario – i rischi sarebbero maggiori. In questo caso, infatti, con arresti della produzione su larga scala o misure di politica sanitaria prolungate, si assisterebbe a un calo del Pil del 5,4% nel 2020 e già nel 2021 si potrebbe recuperare con una crescita del 4,9%.

IL WORST CASE SCENARIO A “U”

Lo scenario più problematico, rappresentato da una U, vale a dire con un periodo lungo tra caduta e ripresa, e potrebbe verificarsi secondo il rapporto dei Saggi se le misure restrittive dovessero proseguire oltre l’estate e la ripresa economica non avesse inizio fino al prossimo anno. Viste con gli occhi di adesso quindi le misure politiche adottate dal governo Merkel potrebbero non essere sufficienti. È il worst case scenario che tutti temono, con un netto peggioramento delle condizioni finanziarie che insieme con l’incertezza consolidata potrebbe frenare investimenti e consumi. Un disastro con un calo del Pil del 4,5% quest’anno e una risalita minima dell’1% in quello successivo.

LA PRIORITÀ RESTA LA TUTELA DELLA SALUTE

Quindi, come se ne esce? I Saggi tedeschi, come tutti quelli che si rispettano, non danno risposte definitive e si limitano a sottolineare come la priorità sia la tutela della salute: fornire ai malati assistenza e limitare efficacemente la diffusione del virus. Per questo va finanziato il sistema sanitario. «Il prerequisito per un ritorno alla crescita è il contenimento delle infezioni del coronavirus in modo che la vita sociale ed economica si normalizzi», ha detto ancora Feld, aggiungendo che una strategia di normalizzazione comunicata in maniera chiara può stabilizzare sia le aspettative dei mercati finanziari sia quelle di aziende e famiglie.

LEGGI ANCHE: La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

In questo contesto il ruolo della politica e del governo Merkel sarà quello di sostenere la ripresa dopo la crisi economica in tre modi: preservando la capacità imprenditoriale, garantendo incentivi a settori come le costruzioni e potenziando la digitalizzazione di aziende e pubblica amministrazione. Questa almeno è la teoria, ribadita anche da un altro dei Saggi, Volker Wieland, che ha ripetuto come sia importante pianificare una strategia di uscita anche consultando epidemiologi e virologi: «L’economia e la vita dei cittadini non possono essere bloccate indefinitamente. Bisogna trovare il modo di riportare le persone al lavoro, anche se con restrizioni».

GLI SCONTRI NELLA COALIZIONE CONGELATI, MA NEL 2022 SI VOTA

Come si comporterà davvero il governo di Angela Merkel, la cancelliera che in questa settimane di crisi è ritornata a guadagnare enorme popolarità, è ancora tutto da vedere. Vale sempre il discorso di come si svilupperà l’epidemia e di come riusciranno in Germania a contenere l’emergenza. Per ora la comunicazione è stata in larga parte efficace e chiara, il peggio però deve ancora arrivare. Senza dimenticare che il governo è di coalizione e anche se le divergenze politiche soprattutto in tempi di coronavirus tra i conservatori di Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd sono state momentaneamente accantonate, il 2022 è anche l’anno delle elezioni e dell’addio annunciato di Frau Merkel. Forse.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Piccoli imprenditori, donne, famiglie: come si articola il piano tedesco anti Covid-19

Sostegni alle Pmi e agli autonomi, comprese le prostitute. Aiuti economici ai nuclei con figli, potenziamento della rete per tutelare chi è vittima di violenza. Si tratta solo di un primo pacchetto. Ora Berlino studia come affrontare il post emergenza.

La scorsa settimana il il governo federale tedesco, il Bundestag e il Bundesrat, hanno approvato a tempo di record un pacchetto di aiuti di 750 miliardi (che comprendono un deficit da 156 miliardi per il 2020) per affrontare la crisi e la parola d’ordine è che nessuno deve essere tralasciato.

Al di là della complessità dei provvedimenti che interessano tutti i settori dell’economia, a partire dalla grande industria e che vedranno la Germania rompere, almeno temporaneamente, il tabù del pareggio di bilancio, la cancelliera Angela Merkel ha ringraziato dalla quarantena ogni cittadino che è impegnato nel suo piccolo nella lotta in senso lato al coronavirus.

E Hubertus Heil, il socialdemocratico ministro del Lavoro, ha affermato che il governo e la democrazia tedesca faranno di tutto «per garantire la sicurezza sociale in questo Paese». In sostanza, il pacchetto si basa su punti che coinvolgono anche le categorie più deboli, come lavoratori autonomi, famiglie e donne.

GLI AIUTI AI PICCOLI IMPRENDITORI E AGLI AUTONOMI

Soprattutto i piccoli imprenditori e i cosiddetti lavoratori autonomi, dall’idraulico all’artista di strada, potranno accedere agli aiuti senza troppe complicazioni burocratiche, con una procedura veloce e semplificata. Per le aziende con un massimo di cinque dipendenti il governo tedesco ha previsto una sovvenzione una tantum fino a 9.000 euro per tre mesi, che può essere estesa per altri due. Per quelle con un massimo fino a 10 dipendenti la somma sale fino a 15 mila euro. Per le piccole aziende colpite dalla crisi vengono inoltre concessi sgravi fiscali e adottati altri provvedimenti anti-insolvenza, insieme a incentivi per accedere a nuova liquidità. Nel caso di fallimento anche dei singoli di lavoratori autonomi verrà tenuta in considerazione la cornice critica per attenuarne gli effetti negativi.

LEGGI ANCHE: La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

Un aiuto fondamentale, soprattutto per quelle piccole imprese che operano per esempio nel settore della gastronomia e sono con un piede già nella fossa, è quello del divieto da parte di chi affitta i locali di interrompere il contratto per i debiti di locazione derivati dall’obbligo di chiusura o comunque dalle limitazioni imposte. Al momento il provvedimento vale fino alla fine di giugno poi si vedrà. In generale il pacchetto governativo dà dei limiti temporali che dovranno essere rinnovati.

germania-coronavirus-merkel-quarantena-berlino
La cancelliera tedesca Angela Merkel si è messa in quarantena per essere entrata in contatto con un medico positivo al coronavirus. (Ansa)

IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE E PER LA CURA DEI FIGLI

Il coronavirus ha mandato all’aria anche il ritmo delle famiglie, con asili e scuole chiusi, bambini e ragazzi a casa, e genitori costretti o al lavoro oppure tra le quattro mura casalinghe, con effetti preoccupanti su molti fronti. Come ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, la perdita dei guadagno è attualmente una preoccupazione esistenziale per molte famiglie e il governo federale ha adottato anche in questo caso misure per mitigare le perdite. Coloro che devono prendersi cura dei propri figli a causa della chiusura della scuola o dell’asilo e non sono in grado di andare al lavoro saranno quindi risarciti con un compenso del 67% del loro stipendio netto mensile (fino a un massimo di 2.016 euro), per un massimo di sei settimane.

LEGGI ANCHE: L’incubo italiano cala su Bonn, diario dell’emergenza coronavirus dalla Germania

Le famiglie a basso reddito possono ricevere invece un supplemento mensile per figlio fino a 185 euro. Se e in quale importo viene attribuito l’aiuto dipende da diversi fattori: dal reddito, dalle spese di alloggio, dalle dimensioni della famiglia e dall’età dei bambini. Per esempio una famiglia con due figli che paga un affitto di 1.000 euro può ricevere il contributo se il reddito lordo è compreso tra 1.600 e 3.300 euro. Chiunque riceva questo tipo di aiuto per bambini è inoltre esente da tasse per il nido e può richiedere ulteriori benefici per l’istruzione e la partecipazione. In realtà, e questo vale indipendentemente dal reddito, in tutti i Länder gli asili sono ancora in funzione per i figli di genitori che lavorano in settori considerati rilevanti per il sistema, dai medici ai poliziotti, dai camionisti ai giornalisti, dalle cassiere ai farmacisti.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

DONNE VITTIME DI VIOLENZA TUTELATE

Crisi, social distancing e altre restrizioni alla vita sociale hanno aumentato anche in Germania il rischio di violenza domestica. Le donne sono le più colpite e le varie organizzazioni pubbliche e private stanno già segnalando maggiori richieste di aiuto rispetto al periodo antecedente il lockdown.

LEGGI ANCHE: Come si può uscire dalla violenza domestica in quarantena

Berlino e i governi regionali hanno annunciato che forniranno maggiore sostegno ai centri di accoglienza e ai centri di consulenza. Una sorta di “schermo di protezione sociale” sarà potenziato in breve tempo attraverso, per esempio, l’affitto di camere d’albergo o appartamenti vacanti. Per la ministra Giffay «è importante che le donne ricevano protezione e consulenza rapidamente e in modo non burocratico e adesso è il momento di soluzioni pragmatiche e non convenzionali». In pratica viene mantenuta la rete di appoggio, che va dai numeri telefonici di assistenza alle strutture già esistenti, associata alla già avviata strategia di espansione delle Frauenhäuser (le case-rifugio), a appunto alle misure di emergenza che prevedono la possibilità di affittare a breve termine alberghi e appartamenti con soluzioni adottate in autonomia dalle autorità regionali e locali.

PIANO DI AIUTI VALIDO ANCHE PER LE PROSTITUTE

Il ministero della Famiglia (il cui nome completo è ministero per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani) ha messo anche in evidenza le difficoltà delle donne che lavorano nel settore della prostituzione, legalizzata in Germania, che a causa della crisi è crollato, con i sigilli ai bordelli.

LEGGI ANCHE: Come cambia il sesso a pagamento con l’emergenza coronavirus

Anche in questo caso valgono comunque gli aiuti di cui sopra per le piccole imprese e i lavoratori autonomi. Difficile dire in ogni caso se il pacchetto complessivo del governo sarà sufficiente a salvare tutti o a contenere comunque le perdite, per aziende e singoli. Altro ancora è poi il discorso sulla tenuta sociale nell’intero Paese con le sue differenze regionali. Molto dipenderà da quanto durerà il lockdown e dalla velocità di reazione della ripresa. Fondamentali in questo senso sono già le discussioni politiche ed economiche, già avviate, su come preparare il futuro immediato una volta esaurita l’emergenza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché Merkel è pronta a scaricare l’Italia e l’Ue sui coronabond

La cancelliera ritiene la Germania immune dal collasso: i tedeschi sono primi della classe anche nella sanità. Agli altri gli aiuti del Mes. Meglio l'Europa a due velocità che gli eurobond.

Fino al vergognoso summit sull’emergenza sanitaria del 26 marzo 2020, era difficile immaginare una prova peggiore dell’Unione europea (Ue) della notte del waterboarding (la metafora più efficace delle cronache) all’allora premier greco Alexis Tsipras del 2015. I maggiori leader europei lo ridussero in ginocchio, costretto a svendere parte del suo Paese in una delle fasi più drammatiche della crisi del debito di Atene. Sul piano contro il Covid 19 è andata molto peggio, e chi ha dettato la linea con crudezza è stata ancora una volta la cancelliera tedesca Angela Merkel. Più sola, rispetto a qualche anno fa: la Francia, in particolare, ha un sistema sanitario vicino al collasso di fronte al dilagare dei contagi, e anche il presidente Emmanuel Macron è alla ricerca di solidarietà. Ma sempre circondata da un decisivo cordone sanitario di rigoristi, che va dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz alla nuova Lega anseatica dei Paesi nordici (Olanda in testa), ai quali, si vede dalle cronache, non sembra importare ancora poi molto dei morti e del blocco dell’economia nel Sud Europa. L’importante è che non si fermi la loro.

BOND UE FANTASCIENZA PER MERKEL

In Germania c’è stato un braccio di ferro tra governatori dei Land e tra Merkel e governatori, e il risultato è che la cancelliera ha chiuso locali e negozi ma non ha ancora fermato le imprese raccomandando caldamente – a livello nazionale – ai tedeschi di stare a un metro e mezzo di distanza tra loro e di restare il più possibile a casa. Un compromesso tra salute ed economia, chiesto ai conservatori dalla finanza e dalla grande industria. Fantascienza aprire ai coronabond europei. Al vertice in videoconferenza che ha segnato la sconfitta dell’Ue, Merkel è apparsa agli altri 26 leader europei solo in audio dalla quarantena per i contatti avuti con uno dei suoi medici, risultato positivo al virus. Sorrisi e ammiccamenti, anche da remoto, a Giuseppe Conte e al premier spagnolo Pedro Sanchez stavolta sarebbero stati fuori luogo. Meglio una foto per scandire il gelido «siamo contrari a obbligazioni europee comuni», anche di fronte allo tsunami del coronavirus. C’è chi giura che finché resterà cancelliera di Germania, nell’Ue non ci saranno eurobond, neanche in forma straordinaria e temporanei: Merkel è sempre stata irremovibile.

Covid Merkel Germania Olanda coronavirus Rutte
Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus.

IRREMOVIBILE CONTRO RISPOSTE COMUNI

Il secco no della cancelliera stride con la posizione molto combattuta dei socialdemocratici (Spd), indispensabili per l’esecutivo di Grande coalizione. Con il dolore per gli italiani del presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico. Stride con la solidarietà arrivata dai governatori, anche del partito di Merkel (Cdu-Csu), di alcuni Land tedeschi che inviano medici in Italia e accolgono pazienti italiani di Covid 19 nei loro ospedali. E con l’appello dei Verdi, sempre più graditi alle urne dalla popolazione ma all’apposizione, a un impegno europeista comune, anche economico, per l’emergenza. La stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tedesca ed ex ministro di Merkel, in quota Cdu, ha esortato tutti gli Stati ad affrontare questa prova «insieme, con un unico cuore». Ma poi la cancelliera ha snobbato anche la chiamata alle armi dell’ex governatore della Bce Mario Draghi, in un’intervista bazooka al Financial Times alla vigilia del vertice europeo. Agire presto e subito a livello europeo massicciamente per scongiurare una letale depressione economica, sottinteso con degli eurobond, per Berlino è un eccesso.

Per Merkel il numero delle nuove infezioni rallenta e in Germania si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni

LA GERMANIA IMMUNE AL COVID 19?

Soprattutto Angela Merkel sembra ritenere la Germania immune dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, della Spagna, ormai anche della Francia costretta a trasferire con i treni veloci i malati più gravi di Covid 19 da una provincia alle altre. La cancelliera resta contraria alle restrizioni sulle libertà personali e ai lockdown, al punto da far irritare anche il suo ministro della Salute Jens Spahn, anche lui della Cdu, che questa settimana ha avvertito nel Paese si trova in una fase di «calma prima della tempesta». Giorni di crescite esponenziali dei positivi al Covid 19, considerate le quali il prestigioso Robert Koch Institut (RKI), lo Spallanzani tedesco, ha dichiarato «l’epidemia al decollo». Per Merkel invece il numero delle nuove infezioni rallenta, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni e in prospettiva «ogni 10», e dunque si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni alle attività. Una posizione in linea a quella svedese. Scuole chiuse, come le università, solo dai 16 anni in su e divieti di assembramenti oltre le 500 persone, per il resto uffici e mezzi pubblici ancora pieni, tutto ancora si muove.

Covid Merkel Germania coronavirus Europa
La sedia vuota nell’esecutivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, in quarantena durante l’emergenza del coronavirus. GETTY.

L’OLANDA DEI RIGORISTI IN AFFANNO

A Stoccolma non fanno ancora male i quasi 100 morti, a un ritmo ancora di una decina al giorno, come in Danimarca. Il Covid 19 è percepito come una malattia nuova, che può essere pericolosa per la vita come altre, ma gestibile, «non devono essere distrutti i rapporti sociali». E commerciali, nel caso anche dell’Olanda, piccolo e ricco Paese che sconta già quasi 9 mila contagi e più di 100 morti al giorno, ma che con la Germania è capofila dei rigoristi. La posizione dell’Aja potrebbe presto cambiare: il governo della destra liberista capofila dei rigoristi anseatici si era schierato per l’immunità di gregge, come il Regno Unito, determinato a non fermare le attività per non sacrificare l’import-export, motore economico dei Paesi bassi. Ma gli ospedali in forte sofferenza al punto che il ministero della Salute è costretto a chiedere posti letto al Belgio, a sua volta schiacciato dal peso dei malati da Covid 19 in terapia intensiva. Intravedendo la catastrofe sanitaria, anche la Banca centrale olandese, spinge per i coronabond osteggiati con durezza al vertice europeo, fino al giorno prima, dal premier Mar Rutte.

LA MINESTRA RISCALDATA DEL MES

Forte dei 25 mila posti – raddoppiabili – in terapia intensiva, la Germania non è nella posizione di cedere. Da prima della classe, può anche accogliere nei suoi reparti centinaia di pazienti gravi dalla Francia e dall’Italia, come fa in questi giorni. La proposta di Merkel e Rutte, cassata da Conte e da Sanchez, è la solita minestra riscaldata del Mes: non servono gli «strumenti finanziari innovativi» chiesti dall’Italia perché la Germania può rispondere anche senza «alla sfida più grande dal Secondo dopoguerra»: con un sistema sanitario nazionale che regge e, grazie al grande disavanzo pubblico accumulato, attraverso grossi aiuti di Stato. Chi non ce la fa può – limitatamente e con i dovuti interessi – accedere al fondo Ue salva-Stati del Mes, «strumento nato per affrontare le crisi». Se è vero, come crede il premier italiano, che per il Covid 19 non c’è da condividere debiti pubblici ma da fronteggiare insieme una guerra, evidentemente nella visione calvinista della cancelliera ciascuno risponde anche della propria sanità pubblica – in Italia rovinata dai tagli per l’austerity imposti dalla Germania. Con il coronavirus l’Ue non esiste, esiste un’Europa a due velocità.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il Bundestag ha approvato il piano del governo tedesco contro il coronavirus

Il pacchetto prevede un deficit di 156 miliardi di euro sul bilancio del 2020. Ora la palla passa al Bundesrat.

Il Bundestag ha approvato il finanziamento del pacchetto di aiuti per l’emergenza coronavirus varato dal governo federale tedesco. Il piano comprende 156 miliardi di nuovo deficit sul bilancio del 2020. Venerdì la manovra passerà al Bundesrat, l’assemblea delle Regioni, per l’ok definitivo. La manovra, considerando anche gli effetti leva previsti, vale circa 1.100 miliardi di euro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

Il super piano annunciato dalla Germania per arginare l'emergenza coronavirus vale oltre 350 miliardi. Con un massiccio ricorso al deficit. Una pietra tombale sulle velleità di chi, Italia in testa, sperava negli eurobond.

L’umanità sta affrontando una pandemia, non è la prima volta. Servirà tempo, ma metteremo anche questa pagina alle nostre spalle.

Siamo ancora nella fase iniziale, quella in cui i singoli Paesi si rassegnano all’idea di avere una emergenza da gestire. Di recente anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno dovuto abbandonare il negazionismo e smettere di sminuire il problema Covid-19.

Peraltro, storicamente, nei Paesi in cui i contratti di lavoro offrono meno tutele (non garantendo lo stipendio a chi è a casa in malattia) la diffusione delle epidemie è più veloce, perché chi non sta bene è indotto a recarsi comunque al lavoro. Anche così si spiega il recente cambio di rotta di Uk e Usa.

LE ARMI SPUNTATE DELLE BANCHE CENTRALI

L’andamento dei mercati è uno dei tanti aspetti della crisi, le principali Banche centrali si sono tutte mosse lanciando piani di acquisto di titoli e allentando, dove possibile, le condizioni in termini di tassi. Non è servito a molto, finora, ed è naturale che sia così: il costo del denaro e la disponibilità di liquidità sono molto importanti davanti a una crisi finanziaria, in questo caso però la preoccupazione non è il fallimento delle banche, ma quello dell’economia reale. Se stare a casa è l’unica forma di difesa dal virus, dobbiamo difenderci dai danni provocati dallo stare a casa: il fatturato zero.

LEGGI ANCHE: Europa, consumi, debito: che mondo troveremo dopo il Covid-19

Troppe aziende non sarebbero in grado di sopravvivere, troppe persone perderebbero il lavoro, servirebbe poi un’enorme quantità di tempo per ricostruire un sistema economico che rischia di collassare se lasciato preda del solo “restiamo a casa”.

L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI UE

Ecco perché il prossimo passo sarà salvare l’economia. Come? Con provvedimenti simili a quello italiano (nella direzione, non certo nell’entità): coperture per i lavoratori, dilazioni fiscali, dispositivi di protezione dai licenziamenti, tutele per le imprese. Come si realizza? Gli Stati raccoglieranno le risorse emettendo quintali di nuovi titoli. Non a caso la Commissione Ue ha aperto alla sospensione del patto di Stabilità e ai suoi vincoli sull’indebitamento. Ecco che allora la disponibilità delle banche centrali a fare ingenti acquisti si rivelano importanti, almeno come prerequisiti per poter lanciare questa rete di salvataggio all’economia. E l’annuncio di oggi della Fed di essere pronta ad «acquisti illimitati» racconta molto, in proposito. In Italia (e non solo, vedi lettera di appello) molti si chiedono se queste risorse non potrebbero essere reperite su base europea, emettendo degli eurobond o dei coronavirus-bond. La situazione potrebbe essere un ottimo pretesto per fare un salto in avanti su questo fronte, ma è molto complesso: gli strumenti di tutela dell’economia sono prevalentemente di carattere fiscale, e la fiscalità è separata, ogni Paese ha la propria.

IL PIANO RECORD DELLA GERMANIA

Ecco allora che a sparigliare, rompendo gli indugi, è la Germania. Il Paese storicamente più avverso a fare debito, lancia un mega piano di sostegno all’economia. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato molto chiaro: il governo si aspetta 35 miliardi di euro in meno di entrate fiscali, ma la necessità di potenziare la Sanità richiede risorse che non possono essere rimandate: gli ospedali devono essere in condizione di aumentare le capacità lavorative, e gli attuali 28 mila posti di terapia intensiva (con oltre 29 letti ogni 100 mila abitanti, più del doppio dell’Italia e della media, la Germania è oggi di gran lunga il Paese con la maggior accoglienza ospedaliera intensiva d’Europa) verranno raddoppiati per far fronte alla pandemia. Vengono stanziati aiuti per tutti quelli che perdono il lavoro: dipendenti, ma anche gli autonomi e piccole aziende. Cinquanta miliardi di euro vengono messi a disposizione per salvaguardare la liquidità delle piccole imprese, altri 100 miliardi di euro come garanzia per crediti, perché le aziende possano ricevere aiuti.

LEGGI ANCHE: Dai coronavirus bond al Qe, il duro scontro dentro la Bce

Il senso di tutto questo si riassume bene in poche righe: «Faremo tutto il necessario per salvaguardare posti di lavoro, le aziende e la salute dei cittadini. E possiamo permetterci di farlo, con decisione e senza esitazioni, perché negli ultimi 50 anni abbiamo rispettato i parametri e questo ora ci dà facoltà di agire». Il piano, nel suo complesso, vale oltre 350 miliardi di euro. Uno sforzo notevole anche per un Paese come la Germania, e probabilmente la pietra tombale sulle velleità di chi, consapevole che proteggere l’economia comporterà un’ulteriore espansione del debito pubblico, sperava negli eurobond.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il piano della Germania per difendere l’economia dal coronavirus

Il governo Merkel opta per un ricorso massiccio al deficit: 156 miliardi di nuovo indebitamento sul bilancio del 2020.

Il governo tedesco presieduto da Angela Merkel ha varato un pacchetto di misure senza precedenti nella storia della Repubblica federale per difendere l’economia della Germania dall’impatto del coronavirus.

Il pacchetto comprende, tra le altre cose, 156 miliardi di nuovo deficit sul bilancio del 2020. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha illustrato i dettagli del piano nel corso di una conferenza stampa a Berlino.

Lo scopo dichiarato è proteggere i cittadini e le imprese dalla crisi economica innescata dalla pandemia, i cui effetti saranno misurabili nei prossimi mesi.

Nasce un Fondo di stabilizzazione economica (Wsf), che avrà una dotazione di 600 miliardi e che potrà erogare garanzie pubbliche sui prestiti per 400 miliardi, in modo che le imprese possano avere un accesso agevolato al credito. Il governo federale potrà erogare altri 100 miliardi direttamente alle aziende, se necessario.

Le piccole imprese e i lavoratori autonomi potranno contare su sovvenzioni dirette fino a 15 mila euro in tre mesi. A tale scopo è previsto un ulteriore pacchetto di aiuti fino a 50 miliardi di euro.

I cittadini colpiti dalla crisi potranno infine beneficiare di ulteriori misure di sostegno. I proprietari di casa non potranno dare l’avviso di sfratto agli inquilini che non possono pagare l’affitto. Inoltre, le famiglie che subiranno un calo delle loro entrate reddituali riceveranno più facilmente l’assegno per i figli.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Merkel in quarantena mentre Berlino fa ancora finta di niente

La cancelliera si è messa in isolamento dopo essere entrata in contatto con un medico positivo. Ma la capitale tedesca prova comunque a mantenere una parvenza di normalità. La strana situazione in Germania, dove i casi di coronavirus aumentano.

Qualche bandiera italiana per le strade di Berlino. Neanche troppe. Spesso timide, come gli applausi alle 7 di sera per il personale medico. Niente di eccezionale. Mai sentito una canzone cantata a squarciagola. Quello che sembra invece fuori dal comune nei giorni dell’emergenza coronavirus è la quantità di oggetti di seconda mano ammassati per le strade dei quartieri centrali, una tradizione che va avanti da decenni soprattutto dopo la riunificazione della Germania.

Si capisce facilmente perché succede più del solito. Se da una parte le famiglie hanno sicuramente più tempo per riorganizzare casa e buttare cianfrusaglia di vecchia data, è ugualmente vero che i residenti sono, in questi giorni, più restii a prendere oggetti dalla strada.

Un esempio di questo lieve cambiamento. Tre mazzi di fiore sono stati lasciati per l’intera giornata di venerdì nel quartiere di Prenzlauer Berg su un tavolo di un ristorante asiatico chiuso. «Secondo me non è pericoloso prenderli», si sussurrano un ragazzo e una ragazza bavaresi, raccogliendo dopo qualche esitazione gli ultimi crisantemi a inizio serata. Sorridono timidi e continuano la passeggiata romantica, lavandosi le mani con una salvietta igienizzante.

A parte una crescente diffidenza e qualche accortezza in più, sembrano emergere due reazioni contrastanti, a seconda anche dei quartieri. A Prenzlauer Berg e Mitte, zone centrali della città, le persone si stanno lentamente rintanando nelle loro abitazioni come successo in Italia. A Neukölln, quartiere dove storicamente risiede la comunità turca sempre più gettonato tra i giovani internazionali, la vita sembra proseguire come al solito. Persone camminano per le strade come se poco fosse cambiato.

Il motivo di questa Berlino eterogenea è semplice. La strategia tedesca per appiattire la curva è stata, fino a ieri, sostanzialmente diversa da quella italiana. Si è fondata sul senso di responsabilità personale. Sul concetto di civiltà.

La quarantena pseudo-volontaria annunciata il 18 marzo non è stata facile da rispettare. La capitale tedesca ha fatto vedere i suoi fiori e i suoi germogli. Il sole si è fatto sentire, ancora timido, nel cielo più blu del solito. Nonostante il freddo, molti parchi del centro di Berlino sono stati frequentati come sempre o quasi nel fine settimana. La gente si evitava, ma neanche troppo. Stessa storia nei bar venerdì pomeriggio. Erano mezzi vuoti, ma non deserti.

Anche le app di dating online hanno continuato a esercitare la loro funzione sociale nel corso degli ultimi giorni. Un po’ per tutti. Un po’ per tutti i gusti. Diversi i casi di orge o sesso di gruppo a Berlino. Di fatto queste attività non erano proibite. Sembrano non più possibili ora. Sembrano. Ancora una volta, quasi normale.

Le nuove misure annunciate domenica 22 ed entrate in vigore il 23 marzo obbligano però i bar a rimanere chiusi, permettendo solo i servizi di take away. Le nuove misure vietano anche raggruppamenti/assembramenti (in pubblico), fatta eccezione per famiglie e coinquilini. In pubblico bisognerà tenersi a una distanza minima di 1 metro e mezzo. I contatti dovranno essere ridotti al minimo. In privato possibili incontri fino a 10 persone «per ragioni impellenti». Tutte le persone devono però registrarsi.

Da capire, ora, se i libertini berlinesi accetteranno le nuove limitazioni. È vero che la media della popolazione berlinese sembra più reattiva e consapevole di quella italiana in Italia. La tragica esperienza in Lombardia ha portato qualche bandiera italiana e un pizzico di consapevolezza in più per le strade Berlino. È però anche vero che alcuni giovani berlinesi non hanno proprio brillato per senso civico, in primis non facendosi problemi a bere in gruppo o a continuare le loro pratiche sessuali preferite.

La situazione sanitaria non è comunque una passeggiata. I casi in Germania stanno aumentando. A Berlino 1.071 i positivi, per ora solo un morto. Fonti ospedaliere aggiungono che la situazione è più grave di quello che viene comunicato ai media. «Diciamo che va male e che va peggio di giorno in giorno», racconta un infermiere in condizione di anonimato. «Ci hanno chiesto di non parlare dei casi che vediamo. È per evitare il panico».

Il governo tedesco sembra avere una strategia semplice e lineare: evitare psicosi e assicurarsi che nessun sistema collassi, introducendo misure graduali e rassicurando la popolazione. Questo anche perché il sistema ospedaliero tedesco è, almeno in teoria, piuttosto solido. La Germania infatti è il primo Paese per posti in terapia intensiva (6 per 1.000 persone, contro i 2,6/1.000 in Italia secondo dati Ocse). Logico pensare anche che la tempistica degli interventi governativi dipenderà dalla capacità del sistema sanitario di gestire quella che di fatto è un’emergenza.

Ora Berlino è, appunto, in un momento di cambiamento costellato di punti di domanda. Secondo le nuove misure introdotte il 22 marzo, i cittadini devono in linea di principio stare a casa. Sono concesse comunque uscite per ragioni professionali, per volontariato, per visite mediche, per visite a persone malate, ma anche sport all’aria aperta, attività di giardinaggio e preghiera (silenziosa). Quindi nessun coprifuoco a livello federale. Solo due Länder hanno imposto misure restrittive paragonabili a quelle italiane (da sabato 21 marzo).

Anche domenica 22 l’ennesimo momento di pseudo-normalità berlinese. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato le misure, la cancelliera Angela Merkel ha fatto appello al senso di responsabilità personale. «Capisco che questo richieda un sacrificio», ha detto, chiarendo però che ora tutti devono adeguarsi. «Sono regole, non consigli… le forze dell’ordine faranno sì che le regole vengano rispettate, sanzionando le violazioni», ha detto Merkel prima di mettersi in quarantena. Sì. Si è messa in quarantena. Dopo la conferenza stampa.

Un comunicato diffuso subito dopo ha chiarito che Merkel è entrata in contatto con un medico poi risultato positivo al coronavirus. Insomma. In una Berlino stranamente romantica, ma sempre pazzerella, il tentativo di mantenere una parvenza di normalità continua. Lasciare una sorta di sostenibile morigeratezza, quando è però chiaro che la situazione non è poi una normale passeggiata: sulle prime pagine di alcuni giornali la storia principale è che Merkel è in quarantena, non quali siano le misure introdotte. Nessuna menzione dell’obbligo di portare sempre con sé un documento d’identificazione. Approccio romantico ed emotivo se si vuole, ma per una volta non troppo chiaro. È insomma emergenza per tutti. Indipendentemente dalla bandiera.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’incubo italiano cala su Bonn: diario dell’emergenza coronavirus dalla Germania

I locali chiudono, si esce poco. Si moltiplicano gli inviti a stare in casa mentre i coronaparty impazzano a Berlino: il Paese pare schizofrenico. Le immagini e le notizie dalla Lombardia e da Bergamo sono un pugno nello stomaco. E anche se si confida nella tenuta del sistema sanitario, ci si prepara al peggio. Il racconto.

da Bonn

Passano i giorni, e la situazione si fa sempre più preoccupante. Alla mezzanotte del 20 marzo in Germania i casi di coronavirus erano 13.957, 2958 in più rispetto al giorno precedente. Lo ha reso noto l’Istituto Koch, aggiungendo che le morti accertate sono 31.

Intanto la Baviera, il più grande Land, ha imposto per prima il lock down all’italiana. Ecco il diario della seconda settimana di crisi da Bonn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia.

LEGGI ANCHE: Il diario della prima settimana

LUNEDÌ: SOLIDARIETÀ E PREOCCUPAZIONE: CI SI PREPARA AL PEGGIO

Qualcosa, dalla scorsa settimana, è cambiato. Non si tratta di divieti o ristoranti chiusi, qui non ci siamo ancora arrivati, anche se è una questione di giorni. Me ne accorgo quando alla mattina leggo le mail e mi trovo sommerso da offerte di aiuto per fare la spesa, andare in farmacia, accompagnarmi in ospedale. È la community del vicinato che si sta mobilitando. Non sono dirette intenzionalmente a me, è la gente del quartiere che si prepara al peggio, pensando agli altri. Per fortuna non rientro ancora nella categoria dei vecchietti non autosufficienti, ma mi fa piacere che ci siano vicini solidali. A Bonn, 300 mila abitanti in una regione di 18 milioni, i posti letto in terapia intensiva sono 6 mila (28 mila in tutta la Germania, dove si pensa a un raddoppio per l’emergenza). Per ora si sono registrati una trentina di casi di coronavirus in città, contro gli oltre 300 di semplice influenza. Nessun morto.

LEGGI ANCHE: Dai coronavirus bond al Qe, il duro scontro dentro la Bce

Tutto sommato la situazione è tranquilla, caffè e ristoranti aperti, ovviamente come i supermercati. Solo università, scuole e asili sono chiusi da oggi. Anche mia figlia di quattro anni è a casa, le ho spiegato la storia del virus, ha fatto un bel disegno colorato, ma non sono sicuro che l’abbia capita. Il sindaco di Bonn Ashok Sridharan, figlio di un immigrato indiano, è della Cdu, il partito di Angela Merkel, e per ora non ha usato il pugno di ferro. I parchi giochi sono ancora accessibili, anche se preferisco passare il pomeriggio a casa. Alla sera arriva la notizia del giro di vite annunciata a livello regionale: da domani gastronomia a regime ridotto e altri negozi chiusi da metà settimana.

Supermercati svuotati in Germania (Getty Images).

MARTEDÌ: TRA ANSIA E CORONAPARTY, GERMANIA SCHIZOFRENICA

Faccio un giro in centro, dove il mercato è ancora aperto. Il mio fruttivendolo scuote la testa quando gli chiedo fino a quando lavorerà. Tira un’aria bruttissima, nonostante i quasi 20 gradi e il sole splendente. Anche altri negozi e i grandi magazzini sono ancora aperti, per l’ultimo giorno, ma sono vuoti, nel senso che non ci sono clienti. Gli spiazzi per i bambini sono vietati, il consiglio è quello di evitare assembramenti. Bonn sta per addormentarsi, mentre vedendo le immagini di una Berlino ancora effervescente e sentendo le notizie dei coronaparty si ha l’impressione di una Germania schizofrenica.

LEGGI ANCHE: Per la prima volta in 14 anni, Merkel ha fatto un discorso tv alla Germania

Mentre la mia piccola si fa il sonnellino pomeridiano mi passa sott’occhio un articolo di un quotidiano italiano dove si racconta che i test nella regione di Colonia, la stessa di Bonn, sarebbero inaffidabili e solo un contagiato su tre viene riconosciuto. Viene citata la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano di Francoforte che di solito non scrive fesserie. Controllo e in effetti nell’intervista originale a un virologo dell’università di Bonn si dice solo che nei test veloci comparati in laboratorio con quelli standard la sensività è appunto di un terzo. Non c’è però alcun riferimento ai test condotti qui che sono appunto quelli standard. Fake news, il solito pezzo antitedesco a priori, trash journalism all’amatriciana. Il problema è che i tedeschi si possono e si devono anche criticare, per carità, ma bisogna farlo a ragion veduta, non inventandosi le notizie. Per esempio scrivendo che molti stanno sottovalutando il problema e prendendo sottogamba le indicazioni delle autorità di starsene tranquilli a casa. La conferma mi arriva nel pomeriggio quando vedo il lungofiume affollato come in piena estate.

I parchi giochi di Berlino sono chiusi (Getty Images).

MERCOLEDÌ: L’ECO DELLA TRAGEDIA ITALIANA

Ernst, il mio vicino, è preoccupato, già dorme poco, poi ha letto sul giornale che i casi sono quadruplicati nel giro di un paio di giorni e anche se a Bonn tutto è sotto controllo (una settantina di e 500 di influenza) le immagini dall’Italia che anche la tivù tedesca sta mandando in onda in questi giorni non lo lasciano tranquillo. E ha ragione. Il Bonner General Anzeiger, che Ernst mi passa ogni giorno per colazione dopo averlo letto lui all’alba, stamattina apre con la frase del governatore regionale Armin Laschet, candidato alla successione di Angela Merkel, che sobriamente ha annunciato: «Ora è questione di vita o di morte». Buona giornata, mi augura l’ironico dirimpettaio, 67 anni, categoria a rischio e l’intenzione assoluta di passare i prossimi giorni barricato in casa. Der Spiegel pubblica oggi un’intervista a Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. Il messaggio dall’Italia per i tedeschi è chiaro: «Sfruttate il tempo che avete ancora».

LEGGI ANCHE: I problemi delle Poste col Covid-19 tra obblighi e rischi per la salute

In effetti la Germania pare avere ancora un paio di settimane di vantaggio rispetto al Belpaese, i casi di contagi aumentano ancora in modo esponenziale, ma il numero contenuto di morti (per ora solo una trentina) e soprattutto la solidità del sistema sanitario, fanno sperare che la tragedia italiana possa essere scampata. A scanso di equivoci Angela Merkel in serata lancia un appello alla nazione a reti e social unificati. I tedeschi vanno a letto con le parole della cancelliera che li ha invitati a rimanere a casa per rallentare il contagio, che rischia di colpire 10 milioni di tedeschi nei prossimi due mesi, come ha detto il presidente del Robert Koch Institut Wieler. Good night and good luck.

In Germania i contagi sono arrivati quasi a 14 mila (Getty Images).

GIOVEDÌ: NESSUN NUOVO CASO E UN PENSIERO A CASA

Buone notizie dall’ex capitale. I primi due pazienti qui son già guariti. Di morti non ce ne sono e stamattina il centro era semideserto. Un paio di mamme in giro coi passeggini e, incredibilmente, un sacco di spavaldi vecchietti, singoli o a coppie. Seduti fuori dal gelataio che però è chiuso. Penso ai miei che sono in quarantena in Valtellina e son scappati già un paio di volte dalla badante per andare a farsi una coppetta. Con l’alzheimer non c’è niente da fare. Qui comunque non c’è ancora l’obbligo di stare a casa, ma Frau Merkel ieri sera è stata chiara. Se continua così, però, ci saranno presto misure restrittive. Difficile immaginarsi la Bundswehr a controllare le strade, probabilmente basteranno solo le minacce e un’informazione più intimidatoria. Strane notizie invece da casa mia: ho un po’ di febbre. Mah. Comunque decido di chiamare il numero nazionale per le emergenze sanitarie, visto che il mio dottore oggi pomeriggio è chiuso. Ovviamente non prendo la linea, anche riprovando un paio di volte. La hotline di Bonn è attiva e mi risponde subito una gentile dottoressa che mi dice che se ho solo un po’ di febbre e altri sintomi non ce ne sono, anche se sono tornato dalla Lombardia all’inizio di febbraio, è improbabile che sia coronavirus. Lo sapevo, ma fa bene sentirselo dire. Anche se comunque potrei comunque essere stato contagiato qui. Alla sera in ogni caso sto meglio. In televisione c’è Drosten, il virologo di riferimento per il governo, che conferma come rispetto all’Italia ci siano fino a due settimane di vantaggio, a seconda dei casi. Ma servirà probabilmente un’altra stretta.

merkel coronavirus discorso tv germania
Angela Merkel nel suo discorso alla nazione.

VENERDÌ: SI ATTENDONO PRESTO MISURE NAZIONALI

Febbre non ce n’è. Non vado dal mio dottore, primo perché non ce n’è bisogno, secondo perché c’è gente che sicuramente ha urgenze maggiori. Prendo la bici e vado in ricognizione. Su Der Spiegel ho letto che la bicicletta è il metodo migliore per spostarsi, si prende aria fresca e si rispettano le distanze. Alla fine della settimana i tedeschi sembrano aver compreso: Bonn vuota come non si era mai visto, nemmeno la mattina di Natale. Qualche locale ha ancora aperto, possono fare solo take away. Passo dalla mia pizzeria napoletana preferita e trovo Valerio un po’ sconfortato. Ha inaugurato il nuovo locale la settimana scorsa e adesso è già tempo di chiudere. «Sarebbe meglio fare tutta zona rossa», mi dice, «giù le serrande e basta, così almeno si blocca tutto e invece di andare in perdita riusciamo a salvarci, anche con gli aiuti del governo». Berlino ha già stanziato un piano di emergenza di centinaia di miliardi di euro, ce ne sarà per tutti, grandi e piccoli, si spera. La locomotiva d’Europa non può schiantarsi. Arrivano le prime notizie di città tedesche che decretano il coprifuoco, domani pare che arriveranno misure a livello nazionale. Torno a casa per pranzo, è il mio compleanno e trovo il nuovo disegno di mia figlia sul coronavirus, mutato rispetto a quello di lunedì. Auguri papà. A tutti, direi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per la prima volta in 14 anni, Merkel ha fatto un discorso tv alla Germania

Esclusi gli auguri di capodanno, la Cancelliera non aveva mai fatto un appello sulla televisione pubblica prima del coronavirus: «È la sfida più grande dalla seconda guerra mondiale».

Si è spinta a rievocare la Seconda guerra mondiale Angela Merkel per far capire quanto sia grave l’emergenza coronavirus in Germania: è la sfida più grande da allora quella attuale, per i tedeschi. Si giustificano così mezzi e misure del tutto inediti nella Repubblica federale, che si tiene stretto il suo regionalismo, proprio per tutelare la democrazia da ogni possibile abuso. E del resto anche un discorso alla nazione, rivolto ai concittadini attraverso i canali della tv pubblica, la cancelliera non lo aveva ancora mai fatto in 14 anni di governo e di crisi gestite sempre con sobrietà di toni e passo cauto. Eccezion fatta per gli auguri di capodanno. “Lasciatevi dire questo: è una cosa seria. Prendetela anche voi seriamente – ha scandito stasera -. Dalla Seconda guerra mondiale non c’è stata più nessuna sfida che richiedesse al nostro Paese un agire comune e solidale di questa portata”. Combattere il coronavirus “è un compito storico e si può affrontare soltanto insieme. La situazione è seria e fluida, il che vuol dire che non dipende soltanto ma anche da quanto ciascuno seguirà con disciplina le regole”. In una Germania ancora libera di muoversi, dove per ora la vita pubblica è stata blindata ma non vige ancora un lockdown, la Bundeskanzlerin ha definito le limitazioni finora imposte comunque “drammatiche” e tuttavia “necessarie a salvare vite”. È la Ddr il parametro di riferimento esplicito in questo caso, e Merkel sottolinea di non prendere alcuna decisione alla leggera. “Il governo verifica costantemente se si debba correggere qualcosa, ma anche se manchi qualcosa di ancora necessario”, è il passaggio con cui la cancelliera ha lasciato aperta la strada alla decisione di imporre ai tedeschi di restare a casa. I numeri d’altronde iniziano a fare davvero paura: i casi di contagio registrati dai Laender sono almeno 11mila. “La crescita è esponenziale – ha affermato il presidente del Robert Koch Institut, Lothar Wieler – siamo una, due settimana indietro rispetto allo scenario italiano”. “E voglio dirlo chiaro – ha avvertito – se il piano non funzionerà, nel giro di due o tre mesi in Germania avremo 10 milioni di contagi”. Il discorso della Merkel, a lungo criticata per aver lasciato la gestione dell’emergenza al suo ministro della Sanità Jens Spahn si inquadra in questo contesto. La Bundeskanzlerin ha preso la parola, sottolineando di farlo per canali atipici, per chiedere ai tedeschi disciplina e ragionevolezza. “La Germania ha un sistema sanitario eccellente. Forse uno dei migliori al mondo. Ma anche i nostri ospedali potrebbero essere completamente sopraffatti se troppi pazienti con un decorso grave dell’infezione arrivassero in poco tempo nei nosocomi”. I posti di terapia intensiva sono 28 mila. L’80% è occupato, ha segnalato qualche giorno fa l’ormai famoso virologo dello Charitè, Christian Droste. E il piano pandemia del governo prevede di raddoppiare questa capacità: costruendo nuovi presidi sanitari, anche negli hotel e nelle grandi sale delle fiere, come quella di Berlino, che ospiterà un ospedale nuovo da 1000 posti letto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La moda dei Coronaparty che indigna la Germania

Discoteche e locali chiusi per fermare il contagio? Orde di giovanissimi si ritrovano in strada o nei parchi per fare festa. Nonostante gli interventi della polizia e la condanna della politica, il fenomeno resiste. Soprattutto a Berlino e in Baviera.

Li chiamano Coronaparty e sono l’ultima moda in Germania, fra i giovanissimi. In un Paese in cui il virus ormai dilaga – i casi ufficiali sono oltre 8.200 e il sistema sanitario tocca i propri limiti – c’è chi non ha ancora capito. Un po’ come in Italia, prima dei decreti che hanno costretto la gente a restare in casa. Scuole chiuse? Tutti nei parchi, a festeggiare. Discoteche, locali notturni blindati? Si ripiega nelle abitazioni private o anche in piena notte all’aria aperta, fra litri di birra e musica. Un fenomeno diffuso, che riguarda Berlino come le città nel Sud, della Baviera.

I RAGAZZI: «NON SIAMO A RISCHIO, E POI ABBIAMO IL DISINFETTANTE…»

Intervistati su questa condotta, i ragazzi dimostrano di non aver compreso la gravità della situazione: «Non siamo nella fascia a rischio e abbiamo sempre con noi il disinfettante», risponde una di loro in un video postato su Twitter. E poi, dice, non «coccolerò» nessuno a fine serata. Insomma, un esercito d’inconsapevoli. Per fermare i Coronaparty, a tutela di tutti, arriva spesso la polizia, che fino a inizio settimana ha sciolto diversi assembramenti «con le buone», invitando tutti ad andare a casa.

LA DENUNCIA BIPARTISAN DELLA POLITICA

«Comportamenti del tutto irresponsabili», è la denuncia bipartisan di molti politici. L’indignazione è esplosa sul web. La Germania che richiama i medici dalle pensioni e costruisce ospedali negli hotel per raddoppiare i posti letto di terapia intensiva mal sopporta l’incoscienza dei giovanissimi. «Gli farei pagare fino a 5 mila euro di multa», commenta qualcuno su Twitter. «Per ogni Coronaparty andrebbero fatte scorrere le immagini che arrivano dall’Italia. Grazie a voi, presto così anche da noi».

Non ha senso chiudere le discoteche se poi si fanno le feste a casa

Lars Schaade, Robert Koch Institut

Lars Schaade, del Robert Koch Institut, in conferenza stampa a Berlino ha commentato: «Non ha senso chiudere le discoteche se poi si fanno le feste a casa. Lo dico perché adesso si organizzano i cosiddetti Coronaparty. Per favore non fatelo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Diario dell’emergenza coronavirus da Bonn

Da subito, in Germania, le autorità hanno invitato alla calma. Piano piano però la vita sociale è stata ridotta al minimo. Niente calcetto. Mascherine, disinfettanti, carta igienica e sapone sono sempre più difficili da trovare. Mentre sul Reno i turisti sono quasi scomparsi. Il racconto.

La pandemia da coronavirus si allarga a macchia d’olio. Dopo L’Italia anche la Germania si trova a fare fronte alla diffusione del Covid-19. Diario della prima settimana di emergenza da Bonn.

LUNEDÌ: UN MIGLIAIO DI CASI, NESSUN ALLARMISMO

Stamattina vado dal dottore. Un appuntamento già preso da tempo per un controllo. Mi aspetto la solita calca da inizio settimana, aggravata dall’effetto coronavirus. Zero: le segretarie tranquille al desk, mascherina e guanti, in sala d’aspetto un pugno di persone. Si sono organizzati: chi si presenta senza annunciarsi viene messo in lista (brevissima) d’attesa o rimandato a due ore più tardi, sino a esaurimento posti. E tempo. I casi sospetti devono telefonare prima, se arrivano vengono visitati e eventualmente si fa il tampone, secondo le linee del ministero della Sanità. Non basta avere tosse e un po’ di febbre, ci deve essere un qualche sospetto maggiore, come il contatto diretto con una persona infetta o la provenienza da zone a rischio.

LEGGI ANCHE: Basta con le congetture sul Covid-19 che aizzano gli italiani contro la Germania

Qui in Nordreno Vestafalia c’è solo quella di Heinsberg, a un centinaio di km da Bonn, dove c’è anche stato il primo morto, oggi. Il mio medico (l’Hausartz, quello della mutua insomma) è anche un bravo manager e il suo ambulatorio è ora un modello. Se sarà così nelle prossime settimane è tutto da vedere, ma per ora sembra che i pazienti abbiano capito in fretta come ci si deve comportare e non vengono in massa per un colpo di tosse. Dal telefonino, intanto che aspetto, seguo la conferenza stampa del ministro della Sanità Jens Spahn, accompagnato come al solito in queste settimane dal direttore del Robert Koch Institut, l’autorità massima in campo sanitario, e dal virologo Christian Drosten della Charitè di Berlino, un giovane luminare che dai tempi della Sars si occupa di epidemie. Il loro messaggio è che siamo solo all’inizio. La Germania deve ancora affrontare la vera epidemia. Per ora ci sono circa un migliaio di casi. L’Italia da questo punto di vista è ancora lontana. Dopo il medico faccio un salto al supermercato: a parte i disinfettanti che sono esauriti da 10 giorni, c’è tutto, carta igienica compresa. Torno a casa tutto sommato sicuro che se ci sarà un’emergenza i tedeschi sapranno come controllarla.

Persone in fila per il triage in una clinica a Berlino (Getty Images).

MARTEDÌ: RIDURRE AL MASSIMO LA VITA SOCIALE

Il caffè alla mattina è pieno come al solito. Espresso, si dice così in Germania, al tavolo e latte macchiato to go, le abitudini dei soliti frequentatori non cambiano. Niente distanze di sicurezza, nessuno dentro o fuori con la mascherina. Perché poi? Qui non c’è ancora allarme. «Non siamo mica in Italia», mi prende in giro il barista, peruviano, uno con cui gioco ogni tanto a calcetto. E mi chiede anche come è andata la partita di domenica. Rimandata, gli dico, a causa del virus: a un paio di noi è stato consigliato di starsene a casa tranquilli ed evitare contatti perché i loro figli vanno in una scuola dove la settimana scorsa è stato registrato un caso e anche se non è una quarantena vera e propria gli ordini sono quelli di ridurre al massimo la vita sociale. Calcetto compreso.

LEGGI ANCHE: Le strategie opposte di Austria e Svizzera nei confronti dell’Italia

In realtà in tutta la Germania sono già centinaia le scuole e gli asili chiusi. C’è anche un paese di 3000 abitanti di fatto in quarantena, Neustad Dosse, in Brandenburgo. Ogni Land decide per sé, alla luce delle direttive di Berlino. La Sanità in Germania, come l’Istruzione, è materia dei Länder. Non è ancora chiaro se questo sia un vantaggio o uno svantaggio nel gestire l’epidemia, ma per ora la parola d’ordine è quella di stare calmi, seguire le indicazioni delle istituzioni locali, regionali e nazionali, che vengono comunque coordinate. Nel pomeriggio ripasso al super e visto che gli scaffali sono ancora pieni decido di soprassedere, urgenze non ce ne sono, e vado subito a prendere mia figlia all’asilo. Qui sono tutti tranquilli, hanno ricevuto già da qualche giorno le circolari di rito sulle questioni di igiene e basta. La direttrice mi racconta che nessuno si spaventa se un bambino ha un colpo di tosse, però mi chiede quando sono stato l’ultima volta in Italia. Un mese fa e sono sano come un pesce, assicuro, citando però un’altra volta la storia del calcetto.

Angela Merkel, cancelliera tedesca
Angela Merkel.

MERCOLEDÌ: LE PAROLE DI MERKEL SCATENANO IL PANICO

Passo al mercato. Meno gente del solito, un po’ per il tempo piovigginoso, un po’ perché è così da una decina di giorni. La mia panettiera di fiducia dice che è colpa del virus, la gente sta più in casa, anche se non è proprio obbligata, ma è una sorta di senso civico, alla luce di quanto ogni giorno i media raccontano, senza troppo allarmare, ma è chiaro che la situazione sta cambiando. Lei non ha paura, pensa di essere informata a sufficienza per affrontare il periodo peggiore. In televisione Spahn, Drosten e Angela Merkel, che oggi si è fatta sentire per la prima volta dopo giorni di silenzio, spiegano e contestualizzano. Alla cancelliera sono arrivate critiche per essere stata a lungo dietro le quinte, ora però il caso coronavirus diventa una questione seria. Ha scatenato il panico in Germania e non solo la sua previsione sul 60-70% dei tedeschi che verranno contagiati: niente di nuovo, sono cifre che danno gli esperti che collaborano con il governo, sottolineando però che sarà sul lungo periodo, mesi e anni. Particolare non da poco, il panico si scatena con le frasi lasciate a metà.

LEGGI ANCHE: L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

La parola d’ordine ora è rallentare il virus, per non appesantire il sistema sanitario. Alla sera, mentre il premier italiano Giuseppe Conte annuncia il lockdown pressoché totale si gioca la prima partita a porte chiuse nella storia della Bundesliga. C’è anche la notizia del terzo morto tedesco. A me i numeri interessano poco, anche perché bisogna saperli leggere, tutti, e come dice il professor Drosten ci sono cose più importanti da spiegare e far capire alla gente. Secondo lui lo sviluppo dell’epidemia in Germania ha un ritardo rispetto all’Italia di 4-6 settimane. Per l’Oms è pandemia, ufficiale. Vedremo.

Passeggeri all’aeroporto di Francoforte (Getty Images).

GIOVEDÌ: FINISCONO SAPONE E CARTA IGIENICA

Al super il sapone e la carta igienica sono finiti. Un’addetta mi assicura che in giornata gli scaffali saranno di nuovo pieni. Se ho urgenza devo andare dalla concorrenza dietro l’angolo, a loro dovrebbero aver già consegnato. Grazie, chiedevo solo per un amico. Le autorità locali hanno deciso di vietare in città le manifestazioni con più di mille persone, università, scuole e asili rimangono aperti. In centro si nota l’assenza di turisti: a Bonn si festeggia quest’anno il 250esimo della nascita di Ludwig van Beethoven. L’anno è iniziato malissimo, asiatici spariti, pochissimi gli altri, tedeschi compresi. All’ufficio turistico di fronte alla casa natale del suddetto consigliano di prendere le guide audio solo se si hanno le cuffie personali. Difficile quantificare ora i danni al settore, qui come in tutta la Germania. Saranno pesanti i cocci da raccogliere.

LEGGI ANCHE: Così decenni di tagli hanno azzoppato la Sanità pubblica italiana

Il governo ha già annunciato di essere pronto, tra aiuti alle imprese e ai privati, a far fronte al crash in arrivo. La Borsa di Francoforte è costantemente a picco e i pochi rimbalzi sono lievi. Nella farmacia all’angolo dall’inizio di febbraio il cartello annuncia che le mascherine sono esaurite. «Per quel che servono», mi dice la titolare. Il problema è che la gente ha paura, soprattutto gli anziani e i genitori con i bambini piccoli. E se la prende pure con i media che informano male. «Il peggio deve ancora venire», dice. Concordo.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

VENERDÌ: PREOCCUPANO I VIROLOGI DELLA DOMENICA

Decido per la botta di vita. Pranzo all’Ocean Paradise. È un ristorante su una barca a due piani ancorata sulla sponda destra del Reno. Sta lì da quasi 30 anni, da quando un imprenditore cinese l’ha fatta costruire ad Amsterdam e trasportare fin qui. Un paio di centinaia di posti. Una decina i clienti a mezzogiorno, distribuiti ai tavoli vista fiume, la distanza di sicurezza rispettata, anche se qui non è ancora prescritta. A Bonn si soffre un po’ il momento critico della gastronomia, con il deficit del turismo, gruppi in primis. La stagione delle crociere fluviali è bloccata ancor prima di partire. Al cinese comunque hanno superato la mucca pazza, la Sars e supereranno anche il coronavirus.

LEGGI ANCHE: Chi sono i prepper, catastrofisti anche prima del coronavirus

Dopo il biscottino della fortuna che mi invita a farmi consigliare da mia moglie in ogni decisione importante devo fare gli aggiornamenti giornalieri: le fonti sono essenziali. Io mi fido di pochi: oltre a Drosten via etere e radio, il punto di riferimento è mio cugino. Che non è uno qualunque, ma Director Health&Care alla Croce rossa internazionale di Ginevra. Avercene di parenti così. Da settimane cerca di spiegare al mondo cos’è il coronavirus e come affrontarlo. Vorrei che lo ascoltassero e lo avessero ascoltato soprattutto gli epidemiologi della domenica che non hanno perso occasione ovunque, soprattutto sui social, di dire la loro. A vanvera. Anche sui forum degli italiani in Germania, dove delirio e complottismo si confondono in miscele allucinanti. Ma non si può avere tutto. La carta igienica e il sapone sono comunque davvero tornati, il weekend può arrivare in serenità. Il calcetto domenicale però salta un’altra volta e lunedì si ricomincia un’altra settimana di passione tedesca. In attesa dell’ignoto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus, Merkel: «Non si può dire all’Italia di non investire nella sanità»

Da Berlino, la cancelliera tedesca ha ribadito che «la situazione è straordinaria» e che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». Sulla chiusura delle frontiere dell'Austria, attacca: «Non è il modo adeguato di reagire. L'Europa non si deve isolare».

«Non si può dire all’Italia in questa situazione che non debba investire nel suo sistema sanitario». A dirlo è Angela Merkel durante la conferenza stampa a Berlino sull’emergenza coronavirus. La cancelliera tedesca ha anche sottolineato come sia «chiaro che le spese su questo debbano avere una precedenza». «La situazione è straordinaria», ha aggiunto Merkel, spiegando che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». La cancelliera, poi, ha «voluto inviare un messaggio agli amici italiani: le notizie sull’emergenza in Italia ci angustiano».

LEGGI ANCHE: Le strategie opposte di Austria e Svizzera nei confronti dell’Italia

MERKEL: «CHIUDERE LE FRONTIERE NON È IL MODO ADEGUATO DI REAGIRE»

In riposta alla chiusura della “zona protetta“, in Italia, per contenere l’epidemia di coronavirus, l’Austria e la Slovenia hanno chiuso le frontiere con il nostro Paese. Provvedimenti bocciati da Merkel: «La Germania non ritiene che chiudere le frontiere sia il modo adeguato di reagire. L’Europa non si deve isolare ma deve coordinarsi. Nessun sistema sanitario dovrà vivere una situazione di emergenza».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Sui migranti sono i Verdi a raccogliere l’eredità di Merkel

La leader dei Grünen Baerbock chiede al governo di accogliere 5 mila persone dalle isole greche. Mentre il candidato alla leadership della Cdu Merz va in direzione esattamente contraria a quella che fu della cancelliera. E si avvicina all'estrema destra dell'AfD.

Se c’è un Paese a cui guardare mentre il confine greco ribolle sotto la nuova pressione migratoria e le minacce di Recep Tayyp Erdogan, è la Germania.

A cinque anni dal «possiamo farcela» con cui Angela Merkel aprì le frontiere a 1 milione di profughi siriani – integrazione riuscita, dicono tutte le ricerche fatte finora – il processo alla sua linea politica sul fronte migratorio continua a essere considerato dagli esponenti della Cdu, sospesa tra la competizione e all’appeasement con l’estrema destra di Afd (Alternative für Deutschland), uno dei discrimini fondamentali nella corsa alla nuova leadership.

E il paradosso è che l’eredità di Merkel sui migranti, uno dei pochi atti di coraggio per cui la cancelliera si è distinta nei suoi anni alla guida riluttante dell’Europa, è stata raccolta non dal suo partito, ma da quello che, stando ai sondaggi che lo danno costantemente in ascesa, rischia di togliere alla Cdu il timone del Paese: i Verdi.

MERZ (CDU) IN DIREZIONE CONTRARIA: «NON VI POSSIAMO ACCOGLIERE»

È stata infatti la co-leader del partito dei verdi Annalena Baerbock a chiedere al governo tedesco di accogliere 5.000 persone vulnerabili provenienti dai campi di accoglienza delle isole greche. I verdi, ha fatto sapere Baerbock, hanno già depositato una richiesta al Bundestag che potrebbe essere accolta velocemente. Opposta è stata invece la reazione di Friederich Merz, candidato alla presidenza della Cdu, cioè dei popolari della cancelliera Merkel. Merz ha messo in guardia dal pericolo del ripetersi di una nuova ondata migratoria come accadde nel 2015, imboccando esplicitamente la strada opposta rispetto alla donna che ha guidato il partito e il Paese per un ventennio. Bisognerebbe dire ai migranti «che non ha alcun senso venire in Germania», perché «non vi possiamo accogliere», ha sottolineato il candidato della corrente conservatrice del partito all’emittente Mdr. E in questo Merz sembra più allineato proprio con l’estrema destra: l’ex leader di Afd Alexander Gauland ha bollato la richiesta di Annalena Baerbock come «irresponsabile». Chissà, tra le posizioni del suo partito e quelle dei Verdi, cosa sceglierebbe la cancelliera.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La corsa a quattro per il post Merkel fra Laschet, Merz, Spahn e Röttgen

Dopo l'addio annunciato dalla delfina Akk, il futuro dell'Unione cristiano-democratica di Germania è affare loro. Un moderato centrista nel segno della continuità, un rigido "padrone" più a destra per recuperare i voti finiti ad Afd, il 40enne outsider gay simbolo del cambio generazionale e l'ex ministro ostile ad Angela. Guida alla successione della cancelliera.

Una poltrona per quattro. O forse per cinque, anche se l’ultimo della fila – il governatore della Baviera Markus Söder – sembra aver già inserito la retromarcia per lasciar strada al quartetto targato Nordreno Westfalia (Nrw). E pare che in ogni caso, vista la crisi incalzante dei conservatori, la soluzione del rebus dovrà essere trovata non certo sotto Natale, ma già in estate, ben prima di quanto avesse prospettato Annegret Karr Karrenbauer (Akk), l’ancora leader della Cdu, l’Unione cristiano-democratica di Germania, destinata a lasciare presto quindi il posto a uno dei quattro contendenti in lizza, tutti originari della più popolosa regione tedesca: Armin Laschet, Friedrich Merz, Jens Spahn e Norbert Röttgen.

LA CDU NON È PIÙ UN PARTITO DI MASSA CHE VALE IL 40%

Almeno questo è il quadro, ancora nel pieno inverno e in un momento in cui i cristiano democratici della cancelliera Angela Merkel stanno attraversando la peggiore fase da qualche anno a questa parte. Non solo questioni di numeri: la Cdu non è più il partito di massa che veleggiava oltre il 40% ed è abbondantemente sotto il 30, ma anche e soprattutto di uomini (e donne) e di contenuti. Il disastro in Turingia che ha condotto all’annuncio di Akk di voler lasciare la testa del partito e non partecipare alla corsa al Kanzleramt è solo il sintomo di una malattia che ha portato in depressione la formazione e che Frau Merkel non ha saputo curare.

L’ORIZZONTE: LE ELEZIONI FEDERALI DEL 2021

Anzi, secondo alcuni sarebbe proprio lei il virus, colpevole di essersi appiattita verso il centro e di aver fatto male i conti per la successione, scegliendo proprio la ex governatrice della Saarland, rivelatasi alla prova dei fatti un disastro. Comunque sia, la Cdu deve ripartire ora da zero e l’orizzonte è quello delle elezioni federali del 2021, su cui pende però la possibilità di un anticipo, qualora la cancelliera faccia un passo indietro.

germania merkel successione cdu Akk
Annegret Kramp-Karrenbauer, detta Akk. (Getty)

INTANTO LA SPD È ORMAI OMBRA DI SE STESSA

Il nodo è quello ormai noto del nome del prossimo capo del partito che sarà anche candidato cancelliere: i conservatori hanno annunciato di voler tentare la quadratura del cerchio, affermando di voler risolvere le questioni personali interne e garantire il termine naturale della legislatura, obbiettivo difficile da raggiungere e che adesso è affidato alla grazia dei quattro moschettieri che dovranno trovare un compromesso condiviso per evitare di trascinare ancora più basso la Cdu e seguire il destino tragico dell’altro ex partito tradizionale di massa, la Spd – il Partito Socialdemocratico di Germania – ormai ridotta a un ombra di se stessa.

DUBBI SULLE REGOLE DELLA SUCCESSIONE: LA BASE VOTERÀ?

Teoricamente è ancora Akk a gestire il processo di successione, ma la segretaria ufficiale ha perso ormai ogni autorità, senza il supporto della cancelliera che ormai può giocare solo a fare il tifo, senza spostare pedine fondamentali. La partita se la giocano dunque in quattro, fermo restando che è ancora da vedere quale sarà il metodo decisionale interno, se cioè i conti verranno fatti alla fine solo ai piani alti oppure se sarà permesso alla base di esprimere un parere.

ARMIN LASCHET: IL MODERATO CENTRISTA DELLA CONTINUITÀ

L’attuale governatore del Nordreno Westfalia Armin Laschet rappresenterebbe un po’ la continuazione della linea Merkel. Ha ottimi rapporti con la cancelliera, anche se ultimamente non le ha risparmiato qualche critica. Non ha neanche 60 anni, da cinque è uno dei vice capi del partito e da due è ministro-presidente in Nrw, dove governa a braccetto con i liberali della Fdp. Dalla sua ha l’esperienza di governo e l’immagine vincente di uno che in un Land rosso è stato capace di far diventare la Cdu il primo partito, al netto dei demeriti della Spd.

germania merkel successione cdu Laschet
Armin Laschet. (Getty)

È considerato un moderato centrista, uno capace di conciliare le diverse anime del variegato spettro cristianodemocratico, anche se resta da vedere se la strategia “alla Merkel” sarà quella capace di salvare il partito. Per ora è quello che del quartetto si è tenuto più coperto, sia per ordini di corrente, sia perché rispetto agli altri due contendenti è quello che ha più da perdere. Un passaggio da Düsseldorf a Berlino, non concertato sino in fondo, potrebbe rivelarsi una catastrofe proprio come capitato ad Akk, arrivata dalla Saarland nella capitale con il sostegno solo della cancelliera e poi finita stritolata dei tentacoli della piovra conservatrice.

FRIEDRICH MERZ: UN NOME PER LA SVOLTA A DESTRA

La Cdu in mano a Friedrich Merz, 64enne ex chariman di Blackrock in Germania, sarebbe sicuramente un altro partito rispetto a quello di Angela Merkel. Sterzerebbe più a destra, con decisione, riportando le competenze economiche in primo piano, a discapito di quelle sociali. Niente più “Mutti”, la mammina della nazione, ma un rigido “Vater”, forse più padrone che padre. Merz si era allontanato dal partito nel 2009, dopo dissidi interni e una carriera che sembrava finita proprio a causa dei bastioni messi tra le sue ruote da Frau Merkel. Poi il tuffo nel privato, tra consulenze, lobbismo e incarichi vari, per arrivare al ritorno nel 2018, fiutando il declino della cancelliera, e al fallito tentativo di accaparrarsi la leadership del partito, sconfitto al congresso del 2018 da Akk.

germania merkel successione cdu merz
Friedrich Merz. (Getty)

Ha già promesso di voler recuperare i voti persi della Cdu e andati ai nazionalpopulisti di AfD (Alternative für Deutschland). Difficile dire se ci riuscirà, la questione della destra sovranista molto forte nelle regioni della ex Ddr (guidata per altro in larga parte da personaggi originari della vecchia Germania Ovest, ma questa è un’altra storia), è un po’ più complicata, ma è certo che Merz darebbe al partito un’impronta molto più conservatrice, in tutti i sensi.

JENS SPAHN: L’IMPROBABILE CAMBIO GENERAZIONALE

Jens Spahn è il più giovane del gruppo: 40 anni a maggio 2020, è quello che rappresenterebbe davvero il cambio generazionale in un partito invecchiato e stanco. È il candidato che ha meno chance, anche se nel suo ruolo di ministro della Sanità ha rafforzato la sua immagine. È gay dichiarato, il che comunque non gli ha ostacolato la carriera in una formazione cattolica.

Jens Spahn. (Getty)

Non è nemmeno il primo ministro omosessuale in un governo conservatore, preceduto da Guido Westerwelle, agli Esteri nel recente passato sempre sotto Merkel. In competizione per la guida del partito ha davvero poche chance, ma con l’era di Frau Angela al tramonto è l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà il proprio ruolo.

NORBERT RÖTTGEN: LO SPARIGLIA CARTE NEL MIRINO DI ANGELA

Norbert Röttgen in realtà è l’unico che ha ufficialmente già proposto la candidatura, entrando quasi a gamba tesa nei piani del terzetto che già all’ultimo congresso era in odore di successione. È quello che ha meno possibilità di farcela, anche perché la cancelliera, che l’aveva già silurato quando era ministro azzoppandogli la carriera, si adopererà con tutti i mezzi per sbarrargli la strada.

germania-merkel-successione-cdu-Röttgen
Norbert Röttgen. (Getty)

Classe 1965, è molto popolare per essere a capo della Commissione esteri al Bundestag e nel partito può ancora godere di forti appoggi. La sua candidatura è arrivata a sorpresa e per ora ha sparigliato solo le carte. Poi si vedrà. Quello che è certo é che l’era di Frau Angela al tramonto e l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà probabilmente il suo ruolo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Hanau e la storia del terrorismo di estrema destra in Germania

La violenza xenofoba e neonazista, nelle sue varie ramificazioni, è un fenomeno carsico nel Paese. E pronto a esplodere come accaduto nella città dell'Assia. Eppure per troppo tempo il governo ha sottovalutato questa minaccia, liquidando gli attentati come casi isolati. L'analisi.

Odio razzista, xenofobo e antisemita: nella storia della Germania riunificata, negli ultimi 30 anni, la violenza targata estrema destra, nelle sue varie ramificazioni, ha lasciato una lunga scia di sangue.

Non semplice da seguire, anche per il fatto che le cifre del governo e delle varie istituzioni si discostano da quelle raccolte dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili.

Basti solo pensare che se per Berlino il numero ufficiale delle vittime dal 1990 è fissato in 94, la fondazione Antonio Amadeo Stiftung ne ha contate 198, più una dozzina di casi opachi ed escluse ancora quelle di Hanau (9 le vittime più il killer e la madre, i cui corpi sono stati ritrovati in un appartamento). Più del doppio, insomma. Per fare un paragone, più o meno calzante, ma comunque indicativo, le persone uccise dalla Rote Armee Fraktion tra il 1971 e il 1998, anno della scioglimento ufficiale dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra, furono 33.

IL TERRORE NERO PRIMA DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA

La Fondazione Amadeu prende il nome dalla prima vittima di odio razziale in Germania dopo la riunificazione, immigrato angolano arrivato nella Ddr prima che cadesse il Muro di Berlino e massacrato da un gruppo di neonazisti a Eberswalde il 24 novembre 1990. Il terrore nero si era già fatto sentire prima, sia nella Germania Ovest che in quella dell’Est, teatri di omicidi e attentati negli Anni 70 e 80. Così se nel 1979 vicino ad Halle (Ddr) furono ammazzati due immigrati cubani, nel 1980 ad Amburgo fu data alle fiamme una residenza per immigrati vietnamiti, con due morti e la responsabilità attribuita all’organizzazione neonazista Deutsche Aktionsgruppen. Poi la bomba all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980, 13 morti), seguita dall’assassinio del rabbino di Erlangen Shlomo Lewin e della sua compagna da un membro della Wehrsportgruppe Hoffmann, altra organizzazione neonazista poi sciolta.

Uno dei bar colpiti dal killer di Hanau (Ansa).

NON SOLO CASI ISOLATI, MA FENOMENO CARSICO E COSTANTE

Da 40 anni a questa parte in realtà poco è cambiato, nel senso che sia da una parte che dall’altra della ex cortina di ferro, con un’accelerazione dopo la riunificazione, si è assistito a episodi di violenza più o meno gravi, compiuti da singoli e organizzazioni, che in ogni caso non possono essere rappresentati come eccezioni, ma definiscono anzi la regola: nonostante la narrazione, governativa e mediatica, abbia spesso e volentieri liquidato la questione del terrorismo e della violenza di estrema destra come casi isolati, è evidente che si tratta di un fenomeno costante, con esplosioni a ripetizione. Certamente non si possono mettere sullo stesso piano episodi slegati tra di loro come quelli di Mölln (1992, tre morti), Solingen (1993, 5 morti), Lubecca (1996,10 morti), attentati incendiari di matrice neonazista, e la strategia di attentati della Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund, clandestinità nazionalsocialista, Nsu) che in oltre 10 anni, tra il 1997 e il 2011 ha rivendicato una decina di omicidi a sfondo razziale, ma il contesto tedesco ha sempre offerto negli ultimi decenni scenari di questo genere.

LE ACCUSE DOPO IL MASSACRO DI HANAU

In definiva, lupi solitari che fanno branco, accanto a vere proprie strutture terroristiche capaci di crescere e proliferare sul territorio, a Est come a Ovest, anche con la complicità di chi ha sempre sottovalutato o voluto sottovalutare la complessità e gli elementi del fenomeno della destra radicale neonazista. Suonano in questo senso come un monito le parole del presidente della comunità ebraica Josef Schuster dopo la strage di Hanau: «Per troppo tempo il pericolo dell’estremismo di destra sempre crescente è stato poco o per nulla considerato». Schuster ha poi aggiunto che «polizia e giustizia hanno sempre il problema di essere deboli di vista dall’occhio destro». Un atto di accusa nei confronti di un sistema e di un governo che hanno trascurato l’escalation.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

LA CRESCITA DI AFD NELL’EST DEL PAESE

La cancelliera Angela Merkel ha detto che «il razzismo e l’odio sono un veleno che esiste nella nostra società» e messo in relazione i fatti di Hanau con i recenti attacchi e minacce alle sinagoghe tedesche e all’omicidio del politico Walter Lübke. Ma nei 15 anni del suo governo gli scandali riguardanti le indagini sulla Nsu e le polemiche cicliche sui rapporti spesso opachi tra il Verfassungsschutz, il servizio di sicurezza interna, e l’area dell’estrema destra gettano un’ombra su quanto il governo tedesco abbia voluto davvero andare a fondo nel contrastare il problema del terrorismo e della violenza neonazista, xenofoba e antisemita. Anche in un contesto, quello dell’ultimo quinquennio, in cui è sorta e si è sviluppata, soprattutto nelle regioni della ex Ddr, guidata da personaggi provenienti dalla Germania Ovest, la Alternative für Deutschland, formazione nazionalista di destra che all’Est raccoglie circa un quarto dei consensi dell’elettorato. Dopo Hanau, la Spd, il partito socialdemocratico che governa a braccetto con i conservatori della Cdu di Merkel, ha definito la AfD «il braccio armato del terrorismo di destra». Parole pesanti, non senza qualche fondamento, che contribuiranno ad alzare i toni del dibattito politico nella Grande coalizione e all’interno della stessa Cdu, impegnata a trovare una nuova identità e una nuova strategia di alleanze nellera post Merkel ormai alle porte.  

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La strage dell’odio

Ad Hanau, nell'Assia, un uomo apre il fuoco contro alcuni locali frequentati dalla comunità turca. Undici le vittime, compreso il killer. Tobias R. in uno scritto aveva evocato l'annientamento di alcuni popoli. L'estrema destra colpisce ancora, dopo l'attacco alla sinagoga di Halle e l'omicidio di del politico della Cdu Walter Lübcke.

Sarebbe ancora una volta l’odio razziale il movente del massacro di Hanau, città a una ventina di km da Francoforte. Undici le vittime, compreso il killer, quattro i feriti definiti gravissimi.

Tobias R., tedesco, ha aperto il fuoco mercoledì notte contro alcuni shisha bar, locali dove si fumano i narghilè amati dalla comunità turca. Tra le vittime ci sarebbero alcuni cittadini curdi. L’uomo è poi tornato a casa dove si sarebbe tolto la vita. Nell’appartamento è stato trovato anche il cadavere della madre.

Gli inquirenti nell’abitazione dell’uomo, vicino agli ambienti di estrema destra, hanno trovato, riferisce la Bild, uno scritto e un video testamento. «Alcuni popoli, che non si possono più espellere dalla Germania, devono essere annientati», sosteneva il killer.

I primi colpi sono stati esplosi in un locale del centro storico della città, il Midnight a Heumarkt. Qui un testimone ha detto di aver sentito fra gli otto e i nove colpi da arma da fuoco. Subito dopo, è stato preso di mira un secondo locale di narghilè nel quartiere di Kesselstadt, l’Arena bar & Cafè, nella Karlsbader Strasse: il killer avrebbe bussato alla porta, per poi aprire il fuoco attorno a sé nell’area fumatori.

Il terrorismo di destra dunque sembra aver colpito ancora una volta la Germania. Solo pochi giorni fa un megablitz della polizia aveva portato all’arresto di 12 persone con l’accusa di voler commettere attentati contro profughi e musulmani per scatenare una guerra civile in Germania e sovvertire l’ordine costituito.

Ci sono poi i precedenti Il 9 ottobre scorso era stata presa di mira la sinagoga di Halle dove Stephan Balliet, che aveva con sé quattro kg di esplosivo, era intenzionato a compiere un massacro. Le vittime furono due. Il 27enne, legato ai neonazisti, durante i video dell’assalto aveva accusato gli ebrei di essere «la radice di tutti i problemi», sostenendo che il femminismo era la causa del calo dei tassi di nascita in Occidente che ha aperto le porte all’immigrazione di massa.

Qualche mese prima, in giugno, era stato ucciso il politico della Cdu Walter Lübcke, presidente del distretto governativo di Kassel, nell’Assia. Il principale accusato dell’omicidio è il neonazista Stephan Ernst, sostenitore della AfD. Anche se il partito di estrema destra aveva negato ogni vicinanza con Ernst, la Bild a settembre aveva rivelato l’impegno dell’uomo nelle attività di propaganda elettorale nel Land nel corso del 2018. Ernst aveva anche partecipato a una manifestazione a Chemnitz.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il sedativo Merkel è agli sgoccioli. E non è un buon segno

La Germania ereditata e governata dalla Cancelliera è sul viale del tramonto. La crisi della Cdu e della Spd da un lato, la minaccia della AfD dall'altro lo confermano. Senza contare la debolezza politico-strategica dell'Ue che pesa soprattutto su Berlino.

A complicare la scena a Berlino non c’è soltanto la sfida dei nazionalisti della super-destra di Alternative für Deutschland ai democristiani tedeschi, Cdu e Csu, insidiati nel loro elettorato più conservatore. 

Non c’è soltanto la crisi profonda dei socialdemocratici della Spd, con il peso elettorale passato dal 43% del 1980 al 20% delle ultime Politiche del 2017. E non c’è soltanto uno scenario politico completamente diverso da quello super-stabile dell’epoca, mezzo secolo fa, in cui democristiani e socialisti avevano insieme il 90% dei suffragi elettorali, qualcosa andava ai liberali e il resto erano peanut, se c’era qualcosa. Oggi, presi insieme, democristiani e socialdemocratici raccolgono meno del 50% delle preferenze. 

Ma insieme alla diversa aritmetica parlamentare, già un rompicapo, vi è un quarto elemento: non c’è più, o sta rapidamente svanendo, il mondo di sicurezze multilaterali che hanno assicurato alla Germania il suo miracolo e del quale restano ormai una Nato malconcia e un’Unione europea che la Germania deve o rafforzare, assumendo (con altri, ma come perno del tutto) la leadership del suo rinnovamento, o lasciare languire. Come in sostanza sta facendo da anni. 

IL RAPPORTO DELLA GERMANIA CON L’UE È DESTINATO A CAMBIARE

Sta per forza cambiando anche l’idea stessa di Germania, così come forgiata negli anni (felici) della Pax americana e della Guerra Fredda; e parallelamente dovrà cambiare il rapporto tedesco con l’Unione europea, che così utile è stata per reinserire la Germania – opera compiuta con gli Anni 60 ma mai in realtà conclusa – nel circuito delle nazioni democratiche e civili. Oggi siamo a un bivio: per difendere gli interessi tedeschi occorre davvero “più Europa” o basta parlarne a mo’ di giaculatoria e poi fare il meno possibile? Alla maggioranza dei tedeschi piacciono cose difficilmente conciliabili: in sintesi, avere i vantaggi di una grande e ricca nazione, comandare rispetto, ma senza noblesse oblige, continuando a farsi schermo di un’Europa ormai matrimonio di convenienza e sulla quale, parlando di amore, si sorride.  

AKK, VITTIMA ILLUSTRE DELL’INSTABILITÀ PARLAMENTARE

A fare clamore sono state nei giorni scorsi le dimissioni da leader della Cdu e da candidata cancelliera di Annegret Kramp-Karrenbauer, da sei mesi ministra della Difesa, in precedenza premier della Saarland, e soprattutto erede designata da Angela Merkel per la cancelleria al voto politico del 2021. È stata vittima autorevole dell’instabilità parlamentare citata. Causa immediata delle dimissioni, come noto, è il pasticcio in Turingia, dove AfD è diventata al voto regionale di fine ottobre 2019 il secondo partito dopo la sinistra della Linke che in Turingia con il 31% dei voti è ai vertici nazionali, irripetibili per ora negli agli altri 15 Länder.  L’ultra-destra ha come l’ultra-sinistra di die Linke la sua roccaforte nei Länder ex Ddr, all’Est, ma a differenza della sinistra ha rotto gli argini anche in Länder importanti dell’Ovest.

AfD replica il “sovranismo” e i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare

In Turingia AfD ha raddoppiato a fine ottobre i seggi, da 11 a 22, mentre la Cdu ne ha persi 13 ed è stato un chiaro travaso di voti. Dopo oltre tre mesi di trattative si è arrivati a un governo locale guidato dai piccoli liberali e sostenuto da Cdu ed AfD. Il leader AfD locale, Björn Höcke, è però particolarmente controverso, un tribunale ha sentenziato l’anno scorso che può essere legalmente definito fascista, e addirittura alcuni leader AfD ne hanno chiesto l’espulsione per troppo…nazismo. Più di così, difficile dire. AfD replica il “sovranismo” e, fra l’altro, i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare. Subito dopo il caso Turingia Kramp-Karrenbauer ha dovuto lasciare. 

SI APRE LA BATTAGLIA PER SUCCEDERE A MERKEL

Personaggi Cdu di rango come il giovane ministro della Sanità Jens Spahn e l’ex deputato Friedrich Merz, un pezzo da 90 nel partito e da sempre avversario di Merkel, da tempo osteggiavano Kramp-Karrenbauer, ritenendola poco adatta alla difficile situazione e poco attenta ai rischi della destra, che va secondo loro svuotata recuperando l’elettorato transfuga, cioè spostando Cdu e Csu a destra. «Merkel ha sempre dato il meglio di sé nella gestione delle crisi», sostiene Andreas Rödder, storico di fama, professore a Magonza e uno dei pensatori della Cdu. Solo che questa ultima crisi arriva alla fine della sua parabola politica, all’inizio del 15esimo anno di governo. Sta già manovrando per far emergere un nuovo delfino, Armin Laschet  premier del potente Land del Nordreno-Westfalia, un moderato rispetto a Merz e Spahn, ma non sarà un’operazione facile. Markus Söder, premier bavarese e presidente Csu, la Dc bavarese partito gemello della Cdu, potrebbe essere il kingmaker, o addirittura il candidato finale. Söder è anti-immigrazione, non noto per particolare simpatia europeista, e certamente non sarebbe un erede dell’attuale cancelliera. Intanto tutta l’impostazione politica di Frau Merkel va rivisitata. Il mondo non è più quello di ieri.

LA DIPLOMAZIA ECONOMICA DELLA GERMANIA

La Germania federale nasceva insieme alla Nato, nel 1949, all’inizio della Guerra Fredda. Grazie alla Nato sul piano strategico e poco dopo alla Ceca e al Mec sul piano economico riprendeva il suo posto nel consesso delle nazioni, con un asse preferenziale con Parigi, archiviando una inimicizia storica più che tragica. Da allora Berlino ha giocato le sue carte economiche a tutto tondo, partendo dall’Europa ovviamente, seguendo una diplomazia globale ma strettamente economica, quasi da Grande Svizzera, saldamente però all’interno di un sistema collegiale, Nato e Cee e poi Ue e infine l’euro, che come ogni moneta di rango è all’incrocio fra economia e strategia. Merkel ha ereditato la riunificazione tedesca di Helmut Kohl e le riforme economiche di Gerhard Schröder e le ha governate. Ma senza grandi strategie per un dopo che inevitabilmente è arrivato, come lei stessa da ultimo ha riconosciuto.  

IL MULTILATERALISMO È SOTTO ATTACCO

Il pilastro strettamente strategico, militare, cioè la Nato, oggi più che mai vacilla. Donald Trump, il neonazionalista presidente americano, insofferente dei legami multilaterali che limitano nella sua mentalità la forza americana, l’ha definita «obsoleta». E in parte lo è, dopo la fine dell’Urss. Ma anche senza l’Urss la Russia potenza militare resta un problema, soprattutto per un Paese come la Germania per metà nelle grandi pianure del Centro Europa. Un Trump rieletto il 3 novembre del 2020 e deciso a disegnare la “sua” America, che farà della Nato? Ma non c’è solo questo grosso interrogativo.

La maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, una domanda di fondo: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica?

«L’Ue come entità sovranazionale di 27 Paesi», ha scritto recentemente l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer descrivendo i rischi dell’Unione, «è il modello di ordine multilaterale attualmente sotto attacco e in declino». La Germania di oggi ha prosperato in questo modello, come altri Paesi ma, data la sua storia e altre realtà, con vantaggi ancora maggiori. Negli anni Merkel il modello è stato, come dire, narcotizzato, con il concetto di “più Europa” proiettato nel lontano futuro. Un po’ perché, come successo altrove, si è capito che i sogni federalisti andavano meglio collegati con la realtà degli Stati-nazione. Un po’ perché la netta maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, la domanda di fondo della Germania contemporanea: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica? Intanto le difficoltà a Berlino rischiano di ritardare quanto già concordato a Bruxelles, a partire da banche, immigrazione e bilancio Ue. Il primo luglio la presidenza di turno sarà tedesca, ma non c’è da aspettarsi una grande leadership .

BERLINO È LA PRIMA A RISENTIRE DELLA DEBOLEZZA DELL’UE

Tuttavia vari episodi recenti dimostrano che il mondo non è più molto  amico dell’Unione, che non si può restare a guardare e soprattutto non può farlo Berlino, che ha come gli altri e più degli altri nella Ue la sua migliore difesa. Si tratta delle pressioni di Trump sulle sanzioni all’Iran, della minaccia di Trump di sanzioni alla Turchia di Erdogan dopo le sue mosse in Siria, dell’autorizzazione data dalla Casa Bianca al Tesoro americano per sanzionare anche le imprese europee che non si fossero adeguate a queste sanzioni, finora sospese, delle pressioni cinesi per ottenere spazio alla sua alta tecnologia nel disegno delle nuove infrastrutture 5G in Europa. La debolezza politico-strategica dell’Ue spinge Washington e Pechino a fare la voce grossa con gli europei. La Russia intanto è lì con le sue forze armate, forte strategicamente e debole economicamente, l’esatto contrario dell’Unione. Il primo Paese a subire i contraccolpi di questa debolezza politico/strategica è la Germania. Ma non è chiaro chi possa, a Berlino, trarne le conclusioni, mentre la stagione del «grande sedativo» Angela Merkel, come l’ha definita Der Spiegel, sta finendo, e non bene.    

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa si cela dietro le dimissioni di Karrenbauer

La rinuncia alla leadership della Cdu e quindi l'addio alla cancelleria stravolgono i piani di Angela Merkel. Che ora teme che la crisi dei conservatori favorisca la crescita della destra radicale e dei Grunen.

La vera tempesta non è stata quella di Sabine, l’uragano che ha paralizzato per due giorni l’intera Germania, ma quella che ha spazzato Annegrete Kramp Karrenbauer, fino alla mattina del 10 febbraio leader della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, designata alla successione e parcheggiata nel frattempo al ministero della Difesa.

Akk ha gettato la spugna in seguito allo scandalo in Turingia, dove è stato eletto governatore il liberale Thomas Kemmerich con i voti decisivi dei conservatori e soprattutto della destra radicale della Afd (Alternative fü Deutschland).

A Erfurt è stato rotto un tabù – anche solo per un giorno visto che Kemmerich è stato costretto alle dimissioni dai vertici del suo partito, esattamente come il responsabile locale della Cdu Mike Mohring – che ha condotto a sua volta all’abbandono di Akk e al colpo di scena che trascina la formazione di Merkel nel tunnel in un momento in cui la grande coalizione di governo con i socialdemocratici della Spd non se la passa troppo bene e i sondaggi da tempo negativi continuano a preoccupare i due grandi, ormai ex, partiti di massa.

KARRENBAUER HA DIMOSTRATO DI ESSERE UNA LEADER DEBOLE

Annegrete Kramp Karrenbauer, arrivata al vertice della Cdu nel dicembre 2018 con la benedizione di Frau Angela e il compito di raccoglierne l’eredità alle elezioni federali in calendario il prossimo anno, non è stata mai salda in sella al partito, inanellando nel corso degli ultimi mesi una serie di passi falsi che ne hanno indebolito la posizione. Indecisioni, confusione, mancanza di autorità. Il caos in Turingia, a prima vista improvviso, ma che si era annunciato negli ultimi giorni in vista del voto per la guida del parlamento regionale con i proclamati doppi e tripli giochi della Afd, è stato in sostanza solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Annegret Kramp-Karrenbauer durante il congresso della Cdu.

Arrivata al vertice del partito grazie all’immagine di donna e politica vincete nella sua Saarland, il più piccolo Land tedesco al confine con la Francia, supportata da un buon network nelle altre regioni e capace di far fronte al trio di uomini (Fredrich Merz, Jens Spahn e Armin Lschet) che le volevano contendere la direzione del partito, Akk ha mostrato in meno di un anno e mezzo al comando tutte le sue debolezze sia come leader della formazione di maggioranze relativa al Bundestag sia come ministro della Difesa, veste che continuerà a ricoprire con l’appoggio di Merkel.

IL SUO ADDIO È UNA SCONFITTA DELLA MERKEL

Le sue dimissioni sono anche una sconfitta per la cancelliera, che pare proprio aver sbagliato cavallo su cui puntare. O, quantomeno, lo abbia gestito nel peggiore dei modi. L’abbandono di Kram Karrenbauer azzera tutti i piani che la leader storica della Cdu aveva fatto per la successione e fa ripartire il gioco per la candidatura, alla segreteria e alla cancelleria.

Saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere

E proprio qui sta ora la questione più interessante che si porrà per i conservatori nei prossimi mesi: secondo quanto comunicato da Akk, che ha rinunciato prima alla candidatura alla cancelleria e come conseguenza alla leadership del partito, saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere, che assumerà anche le redini dei cristiano-democratici.

SI POSSONO RAFFORZARE SIA I GRUNEN SIA GLI ESTREMISTI DI DESTRA

Il processo dovrebbe essere coordinato da Merkel e Akk e accompagnato naturalmente dalla disciplina di partito. Visto l’episodio in Turingia e il citato trio, che inizierà ben presto a scalpitare, le prossime settimane si presentano però turbolente. Non solo: le difficoltà della Cdu avranno ripercussioni sul governo, dove la Spd, già in crisi profonda, non appare certo l’alleato forte e affidabile che servirebbe in questi momenti. In teoria si riapre anche quindi l’ipotesi di elezioni anticipate, che sarebbero comunque la condanna di conservatori e socialdemocratici, che perderebbero terreno ulteriore sia nei confronti dei Verdi e anche della Afd.

Da sinistra, Annegret Kramp-Karrenbauer e Angela Merkel.

Dalla spirale negativa che ha investito i partiti tradizionali tedeschi, anche i liberali e la stessa Linke, la sinistra relativamente forte nell’Est che non si è liberata ancora del tutto dei fantasmi del passato della Ddr, approfittano così i Grünen, diventati ormai una formazione di centro alternativo, e gli estremisti di destra, che rappresentano ormai una forza stabile nelle regioni orientali. È questa una faccia dell’eredità di Angela Merkel, alla guida della Germania negli ultimi 15 anni, cui i critici addossano parte della colpa per l’ascesa dei nazionalpopulisti. Non è un caso che il bubbone sia scoppiato in Turingia a causa della Afd e ora qualcuno abbia già chiesto alla cancelliera di fare un passo indietro. Anche se ormai è troppo tardi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’estrema destra al potere per un giorno in un Land della Germania

In Turingia il candidato dei liberali è stato eletto governatore grazie ai voti dell'Afd, che per la prima volta è entrato in una maggioranza. Dopo 24 ore costretto alle dimissioni per il terremoto politico.

In Turingia il candidato dei liberali Thomas Kemmerich è stato eletto governatore il 5 febbraio a sorpresa grazie ai voti dell’Afd, il partito di estrema destra tedesco, che per la prima volta è entrato in una maggioranza. Dopo 24 ore è stato costretto alle dimissioni per il terremoto politico che ha scosso tutta la Germania.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

In Germania lo stop al carbone inizia già nel 2020

Il piano di Berlino per decarbonificazione il Paese dovrebbe partire fin da subito con la chiusura delle centrali più vecchie. Pronti indennizzi miliardari. Ma resta il nodo delle miniere.

Prenderà il via subito il piano di decarbonificazione della Germania, approvato da Bund e Lander. Un primo blocco di centrali energetiche a carbone – le più vecchie – sarà chiuso già a partire dal 2020, secondo quanto annunciato dalla ministra dell’Ambiente Svenja Schulze. Il ministro delle finanze, Olaf Scholz, ha annunciato inoltre un piano miliardario di risarcimento per i gestori colpiti: per quelli dell’ovest sono previsti 2,6 miliardi di euro, per quelli delle centrali dell’est, 1,7 miliardi.

COSA PREVEDE L’ACCORDO TRA BERLINO E GLI STATI FEDERALI

L’ultimo capitolo burocratico si era chiuso il 15 gennaio con l’accordo trovato tra governo, le imprese del carbone e i principali Lander coinvolti nell’attività mineraria. Entro il 2038 in Germania dovranno essere chiuse tutte le centrali che producono energia elettrica dal carbone, secondo un piano stabilito circa un anno fa per proteggere l’ambiente. I Lander interessati dal provesso sono: Nord Reno-Westfalia, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo e Sassonia. Si tratta di uno stanziamento totale da 40 miliardi, per la riconversione economica e il sostegno per la perdita dei posti di lavoro.

RESTA IL NODO DELLE MINIERE

Per le centrali elettriche a carbone, le gare d’appalto saranno inizialmente indette in modo che gli operatori possano chiedere la chiusura in cambio di una compensazione. Per le miniere di lignite la situazione è più complicata, soprattutto dove è coinvolta l’estrazione mineraria a cielo aperto. Sono in corso da mesi le trattative tra il governo federale e le aziende e si parla di indennizzi miliardari. Un portavoce del ministro dell’Economia, Peter Altmaier oggi ha detto che le posizioni si sono «avvicinate».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Germania registra una brusca fermata del Pil

Il 2019 ha decretato una crescita dello 0,6%. Mai così male come da sei anni a questa parte.

L’economia tedesca frena bruscamente nel 2019 e non sembra avere grandi margini di miglioramento per il 2020. Tanto che nell’anno appena concluso il Prodotto interno lordo della Germania è cresciuto soltanto dello 0,6%. Decisamente un dato molto al di sotto di quanto fatto registrare nel 2018 e ancora prima nel 2017. In quegli anni Berlino aveva registrato una crescita del Pil rispettivamente dell’1,5% e del 2,5%. Un dato che comunque aveva fatto presagire come l’economia tedesca stesse avendo una flessione verso il basso. A riportarlo è stato il Destatis, istituto di statistica federale. Per la Germania è la crescita più bassa registrata negli ultimi sei anni. Peggio aveva fatto solo il 2013 con l’acutizzarsi della crisi economica mondiale.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Germania, la nuova Spd contro l’establishment di Merkel

L’ala giovanile Jusos dietro i nuovi leader dei socialdemocratici Esken e Walter-Borjan. Via austerity e pareggio di bilancio, bene comune e lavoro i cardini. Ma serve un compromesso per governare con la cancelliera fino al 2021.

Vorwärts, avanti. La marcia della Spd targata Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken è a «sinistra, come si deve». Verso il futuro, perché l’appoggio decisivo ai due nuovi leader del partito arriva dagli Jusos, l’ala giovanile dei socialdemocratici tedeschi che nel 2017,  sotto elezioni, organizzò un rumoroso tour contro una nuova grande coalizione con Angela Merkel. La ragion di stato, e dell’establishment della Spd, prevalse. Ma da allora il cuore della socialdemocrazia europea ha continuato a perdere colpi per il compromesso, precipitando sotto il 15% dei consensi. Fino al prevalere delle retrovie di sinistra, alla fine di un lungo percorso delle primarie tra gli iscritti che ha investito di oneri e onori il duo  Esken e Walter-Borjans. Un capolavoro politico, per molti in Germania, del leader degli Jusos Kevin Kühnert, volto fresco e carismatico e politico incisivo. Il vero nuovo della Spd, l’uomo che ha in mano le chiavi del partito.

Germania Spd nuovi leader sinistra
Il leader dell’ala giovanile dei socialdemocratici (Jusos) Kevin Kuehnert, sponsor e architetto della nuova leadership. ANSA.

STOP A NEOLIBERISMO E AUSTERITY

In questi mesi il 30enne berlinese ha disseminato interviste e apparizioni in tivù. Incontri, dibattiti, strette di mano e rassicurazioni. La base ha votato poi la sua linea, incarnata come per magia dagli esponenti della Spd da sempre meno in vista e più a sinistra. Come lo era una volta l’ex presidente, prima leader donna dei socialdemocratici, Andrea Nahles, dimissionaria a giugno dopo le brucianti sconfitte alle Regionali. Al contrario di Nahles, Walter-Borjans ed Esken hanno sempre rigettato le politiche annacquate dell’Agenda 2010, fuori da ogni incarico di governo. Fedeli alla linea anti-neoliberista, abbracciata dalla sezione giovanile e dalla maggioranza degli elettori Spd. Walter-Borjans, 67 anni, economista ed ex ministro delle Finanze del Nord Reno-Westfalia, il fortino rosso dove è cresciuto da figlio di un carpentiere, al Congresso ha attaccato senza peli sulla lingua l’austerity di Wolfgang Schäuble, a lungo numero due (per qualcuno numero uno) dei governi Merkel.

Standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco: salario minimo a 12 euro l’ora

Saskia Esken (Spd)

VIA IL PAREGGIO DI BILANCIO

La Spd ne è stata complice nella penultima grande coalizione del 2013. Ancora con il socialdemocratico Olaf Scholz alle Finanze, al posto di Schäuble, le cose non vanno. «Serve un’offensiva sociale per l’Europa e i conservatori non la vogliono», ha scandito il Robin Hood dei contribuenti, hanno ribattezzato Walter-Borjans in Germania, «pareggio di bilancio e stop a debito pubblico devono saltare se vanno contro al futuro dei nostri figli». Esken gli ha fatto eco, rilanciando il salario minimo a 12 euro all’ora, «standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco». Lontani ancora soprattutto nell’Est (capitale inclusa), dove il divario salariale e dei contratti di lavoro con la vecchia Germania Ovest resta considerevole. Ma anche tra i giovani tedeschi pesano le tutele ridotte rispetto alla generazione dei genitori. A maggior ragione con i tagli in vista di migliaia di posti di lavoro per la frenata dell’economia e per l’informatizzazione, «è tempo di cambiare politiche del lavoro».  

Germania Spd nuovi leader sinistra
Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, nuovi leader dei socialdemocratici tedeschi. ANSA.

BENE COMUNE CARDINE DELLA SPD

Esken, 58 annui, rossa deputata di un Land da sempre conservatore come Merkel, resta «scettica sul futuro della Grande coalizione». Con il braccio destro Walter-Borjans non è perentoria: «Compromessi sono possibili» anzi «realistici», a patto di «non cambiare opinioni per disciplina verso la Grande coalizione». È quanto, messo alle strette, predica anche il giovane Kühnert, «la testa dietro il successo elettorale di Esken e Walter-Borjans» commenta anche der Spiegel: «Critico della grande coalizione, ma per restare nell’esecutivo». Più facile a dire che a farsi influenzare, da minoranza decisiva nel governo, la maggioranza di Merkel. Nessuno ce l’ha ancora fatta. Nonostante la consunzione della Cdu-Csu, la Spd si è imposta come sinistra di opposizione e di governo. La precondizione degli Jusos per non rompere le larghe intese è che il «bene comune» torni cardine della Spd: «Via la logica di Scholz, più Mitgefühl». Solidarietà, empatia per i bisogni sociali.

La nuova Spd conta di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà

DUE ANNI PER RICOSTRUIRSI

Così deve parlare un partito di massa di sinistra, anche per riconquistare elettori. Spira un vento nuovo, dalla platea del Congresso è un’ovazione per i favoriti di Kühnert. Esken è passata con il 76%, Walter-Borjans con l’89%, più del 66% di Nahles nel 2018. Mentre Kühnert è il lizza per la vicepresidenza della Spd. L’entusiasmo è segnale positivo, ma anche Martin Schulz fu eletto a maggioranza bulgara nel 2017: il 100% e poi fuori un anno dopo. Come Nahles, uno stillicidio. Non è però un’allegria di naufragi: la nuova leadership conta, probabilmente, di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà. L’orizzonte temporale non è dilatato, può permettere di evitare il voto nazionale anticipato senza sconfessarsi. In due anni la Spd può riprendere fiato e ricostruirsi un po’, passate le burrasche del 2019 delle Regionali e delle Europee. Sempre che il cambiamento non sia, come spesso ultimamente, più rapido di ogni previsione.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La visita di Merkel ad Auschwitz e la Germania preda dell’anti-semitismo

La cancelliera per la prima volta nel campo di concentramento nazista emblema della Shoah. Lì dove solo due suoi predecessori su otto si erano presentati. Cosa c'è dietro la scelta simbolica di Angela, preoccupata da estremismo di destra, odio e revisionismo.

Nella Germania sferzata dal vento dell’anti-semitismo, tutti gli occhi erano puntati sulla sua figura impassibile. Tutte le orecchie tese ad ascoltare le sue parole. Tutte le testate attente a registrarne ogni movimento. Il 6 dicembre la cancelliera Angela Merkel ha visitato il campo di concentramento di Auschwitz per la prima volta dal novembre del 2005 in cui prese le redini del Paese.

PRIMA DI LEI SOLO SCHMIDT E KOHL

Se quel non essersi mai presentata in veste ufficiale al luogo simbolo dell’Olocausto può sembrare un fatto inusuale per un leader tedesco del Dopoguerra, è vero tuttavia che degli otto cancellieri della Germania federale che hanno preceduto Merkel soltanto due hanno fatto visita ad Auschwitz: Helmut Schmidt fu il primo, nel 1977, oltre 30 anni dopo la liberazione del lager, seguito da Helmut Kohl, nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, e poi ancora nel 1995.

Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda


Angela Merkel ad Auschwitz

La cancelliera, vestita di nero, è stata ricevuta nel primo pomeriggio dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e dal direttore della fondazione Auschwitz-Birkenau, Piotr Cywinski. Assieme alla delegazione polacca, Merkel ha attraversato lentamente l’ingresso del campo di concentramento nazista, varcando il cancello con la scritta Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi”. Un momento definito «storico» da una serie di giornali, come l’autorevole Der Spiegel, che hanno seguito la cancelliera passo dopo passo, in diretta. “Merkel attraversa la porta della morte”, ha titolato il tabloid Bild. Le prime parole della cancelliera sono state queste: «Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda».

IL DILEMMA: FARE UN DISCORSO O TACERE?

Merkel ha osservato un minuto di silenzio nel campo di Auschwitz e depositato una corona di fiori in quello di Birkenau, prima di tenere un discorso durante la cerimonia commemorativa alla presenza del primo ministro polacco. Un dettaglio, quest’ultimo, che in passato ha diviso l’opinione pubblica e gli stessi cancellieri. Schmidt nel 1977 disse: «Questo posto richiederebbe silenzio, ma io sono sicuro che in un luogo simile un cancelliere tedesco non possa tacere». Al contrario, la visita di Kohl, 12 anni dopo, fu dominata dal silenzio. Alcuni giorni dopo, confidandosi con i suoi collaboratori, Kohl parlò di «un luogo dove non si può tenere un discorso», aggiungendo che «quello che era stato scritto ad Auschwitz e a Birkenau» era «il più buio e il più orrendo capitolo della storia tedesca».

merkel Auschwitz-Birkenau
Merkel durante il suo intervento. (Ansa)

L’UNICA CANCELLIERA AD ANDARE A DACHAU (IN CAMPAGNA ELETTORALE)

Prima di Auschwitz-Birkenau, Merkel aveva visitato altri memoriali della Shoah: il Yad Vashem World Holocaust Remembrance Center, a Gerusalemme, il campo di sterminio di Buchenwald, nel 2009 con l’allora presidente statunitense Barack Obama, e – prima tra i cancellieri tedeschi a farlo – quello di Dachau, nel 2013, in piena campagna elettorale, sollevando per questo un polverone e venendo accusata dai Verdi di voler trarre da quella visita «capitale politico». La scelta di presentarsi ad Auschwitz-Birkenau, tuttavia, arriva oggi in un momento storico diverso. Per Merkel, al suo ultimo mandato da cancelliera, e per la Germania nel suo complesso.

ODIO E INTOLLERANZA: IL PROBLEMA DELLA GERMANIA

Il Paese è attraversato da una crescente ondata di odio e intolleranza. Secondo uno studio del World Jewish Congress pubblicato nell’ottobre del 2019 dalla Süddeutsche Zeitung, un tedesco su quattro ha pensieri anti-semiti e il 41% sostiene che «gli ebrei parlano troppo dell’Olocausto». La stessa percentuale ritiene che gli ebrei siano «più fedeli a Israele che alla Germania». Secondo un altro studio, condotto dalla European Fundamental Rights Agency, l’89% degli ebrei intervistati in Germania crede che l’anti-semitismo stia crescendo.

ATTI DI VIOLENZA A SFONDO POLITICO

Una percezione che va di pari passo con l’aumento, registrato negli ultimi mesi, delle violenze riconducibili a movimenti eversivi di estrema destra. Il caso più preoccupante, da tempo attenzionato dall’intelligence interna tedesca (Bfv), è quello dei Cittadini del Reich, frangia armata neonazista che attualmente conta 19 mila militanti, 2.500 in più del 2018, anno in cui si è resa protagonista di 157 atti di violenza a sfondo politico (nel 2017 erano stati 115). In cima alla lista dei nemici dei Cittadini del Reich ci sono profughi ed ebrei. Tra il 2017 e il 2018 sono aumentate anche le violenze anti-semite (da 37 a 67), concentrate nell’Est, roccaforte dell’estrema destra.

merkel-Auschwitz
La cancelliera Angela Merkel e il primo ministro polacco Matuesz Morawiecki mentre accendono una candela davanti al monumento delle vittime di Auschwitz-Birkenau. (Ansa)

CONTINUA L’AVANZATA DELL’ESTREMA DESTRA

Nei lander orientali l’ultradestra di Alternative für Deutschland (Afd) continua a guadagnare voti. L’ultimo riscontro in questo senso sono le elezioni regionali di fine ottobre in Turingia, dove AfD ha più che raddoppiato i consensi, passando dal 10,6% del 2014 al 23,4%. Un mese e mezzo prima, AfD aveva superato il 20% sia in Sassonia sia in Brandeburgo, che al pari della Turingia erano parte della Repubblica democratica tedesca (Ddr). Era dal 1945 che un partito di estrema destra non oltrepassava questa soglia. Risultati che «fanno paura», fu il commento di Charlotte Knobloch, presidente della comunità israelitica di Monaco. «È scioccante che un partito come Afd, apertamente di destra radicale, anti-democratica e molto spesso anti-semita, abbia consensi del genere».

ANGELA NON PUÒ LASCIARE IL PAESE IN QUESTE CONDIZIONI

L’anti-semitismo in Germania ha assunto i contorni dell’emergenza. E Merkel non ne fa mistero. «Stiamo assistendo a un attacco contro i nostri valori fondamentali», ha detto la cancelliera da Auschwitz. Parlando senza mezzi termini di «minacce alla comunità ebraica in Germania, in Europa, e oltre» e mettendo in guardia dai «pericoli» del «revisionismo storico». Di cui l’ultradestra di AfD è ambasciatore sempre più temuto. Specie da una cancelliera a fine corsa, che tutto vuole fuorché lasciare la Germania in balìa degli estremisti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La riforma del Mes e l’unione bancaria viste da Berlino

Scholz, vice di Merkel, ha un piano soft per assicurare i risparmi nell’Ue. Anche attraverso il fondo Salva-Stati. Ma restano le resistenze della Bundesbank. E, sullo sfondo, aleggia la crisi della Grande Coalizione. L'analisi.

L’Italia è il secondo Paese con il debito pubblico più alto dell‘Eurozona dopo la Grecia. Ma è anche la terza potenza dell’area dopo la Germania e la Francia.

Su questa contrapposizione si basa la dialettica tra il ministro delle Finanze italiano Roberto Gualtieri e l’omologo tedesco Olaf Scholz. Appendice della battaglia che sta portando avanti il nostro Paese per strappare più concessioni possibili sul Fondo salva-Stati Ue (il Meccanismo europeo di stabilità, Mes), come parte della riforma complessiva dell’Unione economica e monetaria per un’unione bancaria tra i gli Stati membri.

Il premier Giuseppe Conte c’è, la cancelliera Angela Merkel all’apparenza molto meno. Preferisce stare dietro le quinte, disposta molto più di anni fa a sostanziali compromessi. Ma solo se costretta e soprattutto senza darlo a vedere, per non scatenare un vespaio.

IL SILENZIO DI MERKEL

In un mese Merkel non si è espressa sulla proposta di unione bancaria del suo ministro e vice socialdemocratico Scholz, che in Italia ha fatto sollevare i vertici di Bankitalia e di Palazzo Chigi. Ma che in Germania non è mai diventata oggetto di dibattito tra i conservatori (Cdu-Csu) e i socialdemocratici (Spd) della Grande coalizione. Si attendeva, e non a torto, l’esito della consultazione tra gli iscritti del partito socialdemocratico per la nuova leadership. Al primo turno era prevalso proprio il vice-cancelliere che, anche per accendere i riflettori su di sé, con un editoriale sul Financial Times aveva presentato la proposta di unione bancaria come un modo «per sbloccare lo stallo che si ripercuote sul mercato interno e sulla fiducia dei cittadini europei». Scholz, ex ministro del Lavoro del Merkel II e sindaco di Amburgo fino alla seconda chiamata a Berlino nel 2018, tra i più borghesi e competenti della Spd, sperava di dare così prova di leadership. Aumentando sia il suo consenso interno e sia la visibilità nell’Ue.

Germania Scholz unione bancaria Mes
Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Getty).

GLI IMPRONUNCIABILI EUROBOND

Il ricambio all’Europarlamento e a Bruxelles – determinato dal sì di Merkel al presidente francese Emmanuel Macron – permetteva a Scholz di distanziarsi dalla rigida austerity del predecessore Wolfgang Schäuble. Nell’Ue c’erano, e ci sono, i margini per compiere dei progressi. La Francia e la Commissione Ue guardano con favore all’iniziativa del ministro tedesco, sebbene il vice di Merkel non possa permettersi (né probabilmente neanche la vorrebbe) la parola eurobond – da sempre amata dall’Italia – per lo stesso motivo per il quale la cancelliera resta così cauta. Il silenzio della Germania è dovuto però a ragioni opposte rispetto a quelle che hanno scatenato il frastuono dell’Italia su Mes e unione bancaria all’Eurogruppo del 4 dicembre a cui seguirà il Consiglio europeo del 12. Il cuore finanziario protezionista della Bundesbank rema contro, come i Paesi nordici e il blocco sovranista dell’Est, anche alla proposta ponderata di Scholz, ben accolta invece a sorpresa da parte delle banche tedesche.

UN’ASSICURAZIONE DELL’UE CONTRO L’INSOLVENZA

La cancelliera deve fronteggiare il dissenso dei bavaresi (Csu) e di frange più a destra della Cdu. Ma a maggior ragione in queste settimane l’Italia può spingere l’acceleratore sulle sue pretese, di fronte a una Germania indebolita dalla frenata economica e da una Grande coalizione tornata molto fragile. La linea moderata di Scholz è sconfessata dalla maggioranza degli iscritti ai socialdemocratici, che gli ha preferito Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, il duo dell’ala più solidale e comunarda, probabilmente anche più favorevole agli eurobond per spalmare i debiti dell’Ue. Il vice-cancelliere, visibilmente deluso, partecipa all’Eurogruppo fresco di sconfitta mentre il quarto governo Merkel traballa: il progetto di rilancio della Spd a sua immagine è fallito. Ma se non altro l’intenzione di «riattivare un dibattito morto» nell’Ue ha avuto successo: la sua proposta di creare un sistema comunitario di assicurazione sui depositi, anche attraverso il paracadute del fondo Salva-Stati europeo, per integrare il settore finanziario dell’Eurozona a tutela dei risparmiatori degli istituti insolventi, ha un senso per tutti i 19 Stati nell’euro.

Germania Scholz unione bancaria Mes Conte
Il premier italiano Giuseppe Conte con il ministro delle Finanze Roberto Gualtieri (Getty).

UN’UNIONE A IMMAGINE DELLA GERMANIA?

Ma è da evitare che con l’unione bancaria si ripetano i soliti squilibri dell’euro a vantaggio della Germania, per i rapporti di forza che hanno prodotto anche i vincoli del Mes attuale, in vigore dal 2012 e figlio dell’austerity di Schäuble. Scholz non è così fiscale, vuole mitigare: «Accettare un meccanismo comune di assicurazione dei depositi non è un piccolo passo per un ministro delle Finanze tedesco», ha scritto pensando a un sistema di riassicurazione che aiuterebbe i fondi nazionali a coprire i risparmi bancari fino a 100 mila euro. Il contraltare dell’unione bancaria sarebbe valutare i titoli di Stato in base al loro fattore di rischio, impiccando l’Italia (con un debito pubblico pari al 138% del Pil) e gli altri Stati dell’Eurozona esposti sui Btp come la Spagna. Allora sì, costretti a interventi di salvataggio del Mes. Comprensibile che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e Gualtieri siano inorriditi di fronte alla prospettiva di un possibile scaricabarile a Bruxelles sui bond statali, dati in pasto allo spread assieme alle banche italiane che ne sono piene. 

IL NODO DEUTSCHE BANK

Va poi capito quanto bisogno abbia ora anche la Germania di un’unione bancaria. Prima della crisi di Deutsche Bank e del calo interno di produzione a causa dei dazi degli Usa all’Ue e alla Cina, i fortini finanziari di Francoforte dietro i governi di Berlino respingevano piani europei che esponessero i contribuenti tedeschi ad alleggerire i crac in altri Paesi. Abbattere le barriere nazionali – con particolari garanzie – faciliterebbe però di questi tempi la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank, fallita per il rischio che il secondo gigante tedesco affondasse sotto il peso del primo. Tra le precondizioni per l’unione bancaria, nella proposta di Scholz non si accenna alle masse di derivati presenti in gruppi come Deutsche Bank. Mentre si chiede per esempio di ridurre sotto il 5% dei crediti totali i crediti inesigibili che affliggono gli istituti italiani in sofferenza. Non c’è da stupirsi se le reazioni della finanza su Scholz riflettono gli interessi in gioco: per Deutsche Bank «carte molto benvenute», per Commerzbank un’unione che «rafforzerebbe l’Europa». Gruppi tedeschi più sani sono molto più prudenti.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Germania espelle due diplomatici russi per l’omicidio di un ribelle ceceno

La procura federale di Berlino ha prove sufficienti per affermare che è stato ucciso «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», Il Cremlino lo consdera «un atto ostile».

La Germania ha annunciato l’espulsione di due diplomatici russi dopo che i pubblici ministeri che si occupano dell’inchiesta hanno dichiarato che dietro l’uccisione di un ex comandante ribelle ceceno in un parco di Berlino potrebbe esserci il governo di Mosca. Zelimkhan Khangoshvili era stato stato ucciso il 23 agosto scorso, presumibilmente da un russo, arrestato poco dopo. Il ministero degli Esteri di Berlino ha reso noto che i due diplomatici sono stati dichiarati «persone indesiderate con effetto immediato».

«UN ATTO OSTILE»

Dura la risposta del ministero degli Esteri russo, In una nota ripresa dalla Tas la diplomazia guidata da Sergej Lavrov sostiene: «Mosca considera le dichiarazioni della Germania e l’espulsione dei diplomatici russi come infondate e un atto ostile» e «risponderà in modo simmetrico».

«PROVE SUFFICIENTI: UCCISO PER CONTO DI RUSSIA O CECENIA»

Secondo la ricostruzione di Der Spiegel la decisione del ministero degli Esteri di espellere due funzionari russi dei servizi segreti è stata presa in seguito alle informazioni assunte dalla procura federale di Karlsruhe, e pubblicate sul suo sito internet. Questa mattina è stato convocato l’ambasciatore russo a Berlino Sergej J. Netschajew a cui è stata comunicata verbalmente la richiesta di espulsione. La ragione sarebbe la mancata collaborazione della Federazione russa nell’indagine sull’omicidio del cittadino georgiano, ex militare in Cecenia, a Berlino in pieno giorno il 23 agosto scorso. La procura federale ha confermato di avere prove sufficienti per ritenere che l’uccisione sia stata compiuta «o per conto delle autorità statali russe o per conto della Repubblica cecena autonoma, parte della Federazione russa», è scritto nel comunicato ufficiale della procura federale, che si occupa di sicurezza interna e internazionale.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Germania, assedio alla Grande coalizione di Merkel

I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.

Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.

Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.

Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.

I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI

«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.

L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE

Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.

VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?

Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.

L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO

Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.

IL MAQUILLAGE DI AFD

All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.

IL PRECIPIZIO DELLA SPD

Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Germania, la crisi dell’acciaio che ferma anche l’Italia

Al siderurgico legata anche la crisi dell’auto. Per i dazi di Trump, la concorrenza dalla Cina e la conversione green dell’Ue. Il cuore della Ruhr è malato: migliaia di cassintegrati agli altiforni.

Anche i grandi soffrono. La crisi dell’acciaio mette a rischio migliaia di posti di lavoro, anche in Germania, soprattutto nei bacini siderurgici della Saarland e della Ruhr contesi nella Prima guerra mondiale per le risorse minerarie e per le industrie pesanti. Ma il cuore europeo delle acciaierie soffre di una «pressione immensa» allertano i vertici dei metalmeccanici (Ig Metall) del Nord Reno-Vestfalia. Le condizioni di mercato, per diversi fattori concomitanti, sono reputate «molto difficili» anche dai vertici del gruppo Nirosta che entro la fine del 2021 programma di abbattere 373 posti di lavoro, in primo luogo negli stabilimenti della Saarland. Nel 2012 Thyssenkrupp cedette il ramo Nirosta ai finlandesi di Outokumpu, che evidentemente non ritengono più redditizio produrre in Germania. Ma non è una questione di stranieri: anche Dillinger e il gruppo Saarstahl, aziende con secoli di storia nel Land, hanno annunciato 1500 esuberi in tre anni.

MENO 4% DI PRODUZIONE DI ACCIAIO

Monta aria di smantellamento tra gli altiforni tedeschi: un comparto di 80 mila addetti siderurgici, 22 mila dei quali nella Saarland, 45 mila in Nord Reno-Vestfalia, diverse altre migliaia in Land come l’Assia. Le acciaierie più grandi reggeranno, ma cambiando radicalmente impianti e lavorazioni. Al costo di miliardi di euro di riconversione e di migliaia di posti di lavoro persi. Nel 2019 in Germania si è prodotto il 4% dell’acciaio in meno dello stesso del 2018. E da settembre parte dei lavoratori della Saarstahl sono in cassa integrazione, come da marzo in Assia alla Buderus Edelstahl che ha cancellato 150 posti di lavoro. Il comparto non migliorerà nel 2020: per l’anno fiscale da settembre 2019 a settembre 2020, l’ammiraglia Thyssenkrupp ha preannunciato una perdita netta «significativamente più elevata», considerato che il bilancio di quest’anno si è chiuso con 304 milioni di euro di perdita netta, rispetto ai 62 milioni del 2018.

Germania crisi acciaio auto Italia
Il monumento alle miniere della Saarland. GETTY.

DALLA SIDERURGIA IL 6% DI EMISSIONI CO2

Così per il 3 dicembre è annunciata in Nord Reno-Westfalia una mobilitazione dei lavoratori di Thyssenkrupp. Contro il «circolo vizioso», dicono, che si trascina dietro anche la grave crisi dell’auto. La tagliola dei dazi di Donald Trump sull’acciaio dall’Ue (con la minaccia di dazi ancora più pesanti sulle auto, e ogni auto ha circa un quintale di acciaio) ha aggravato la contrazione. Già in atto a causa dell’import di acciaio a basso costo – soprattutto dalla Cina -, e del processo di automazione anche nell’industria pesante. Non ultimo, grava l’adeguamento agli obiettivi dell’Ue di emissioni zero e di decarbonizzazione entro il 2050 dell’Ue: alla lunga, l’onere più grande per la siderurgia che da sola in Germania causa il 6% delle emissioni Co2 (il 2,5% gli altiforni di Duisburg, nella Ruhr). Angela Merkel ci punta molto: ha appena approvato un piano per il clima di 100 miliardi entro il 2030, che se da un lato dà incentivi anche alle acciaierie per pulirsi, dall’altro ne uccide il comparto e gli indotti.

Per diventare a emissioni zero Thyssenkrupp stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca

PRODURRE ACCIAIO GREEN COSTA MOLTO

Thyssenkrupp è il primo della branca a cavalcare la rivoluzione green lanciata dall’ultimo governo della cancelliera: entro il 2050 il gruppo intende dichiararsi clima neutrale. Ma per ridurre a zero l’impatto delle emissioni nocive per l’ambiente, nel siderurgico bisogna sostituire tutti gli altiforni a carbone con altiforni a idrogeno, facendoli lavorare con fonti di energia rinnovabili. Il colosso di Essen stima una spesa di 10 miliardi di euro, anche nella ricerca, per la trasformazione: senza aiuti statali impossibile anche per multinazionali del suo calibro. Tanto più che per Paesi come la Germania attingere dal solare per smantellare le centrali a carbone è più difficile e costoso. Produrre acciaio internamente resterà poi sempre oneroso anche per il costo del lavoro, più alto che negli stabilimenti in Cina sempre più grandi e numerosi. E come se non bastasse nel 2019 si è arrivati a un surplus di acciaio nel mondo, anche per il calo di produzione delle auto a causa delle minori richieste.

Germania crisi acciaio auto Italia
Le scorie durante la produzione dell’acciaio Thyssen negli altiforni di Duisburg. GETTY.

ANCHE LE TUTE BLU DELL’AUTO IN SCIOPERO

La Saarland è pronta a diventare una «regione modello per la produzione di acciaio a emissioni zero». Ma il governo locale guidato dalla Cdu di Merkel chiede che una «protezione del settore a livello nazionale», anche attraverso un pressing nell’Ue per una riesame delle clausole di salvaguardia a freno delle importazioni di acciaio a basso costo. L’agitazione cresce anche nel settore dell’auto: a novembre a Stoccarda, nella capitale tedesca dell’auto, hanno dimostrato in 15 mila dai colossi Daimler, Audi, Bosch e dagli altri gruppi dell’indotto. Ig Metall stima piani di ristrutturazione per 160 aziende del ramo, solo nel Baden-Württemberg: il governo (Verdi e Cdu) del Land – ricco ma legato all’export di auto – ha convocato a settembre i rappresentanti di categoria e il governo. Anche per ridiscutere i parametri della cassa integrazione e per chiedere aiuto al ministero del Lavoro. E se si ferma l’indotto tedesco dell’auto e dell’acciaio, si blocca anche l’indotto italiano.

PIÙ TASSE  E MENO AUTO E ACCIAIO. ANCHE IN ITALIA

Tutte le case automobilistiche investono massicciamente in auto elettriche e a guida autonoma. Il contraltare, come nel siderurgico, è tagliare il costo del lavoro in stabilimenti dove gli operai sono sostituiti da robot. D’altronde i 100 miliardi della Grande coalizione vanno in premi all’acquisto di veicoli elettrici, in riduzioni nei biglietti dei mezzi pubblici meno inquinanti come i treni, e in investimenti per spingere l’energia da fonti rinnovabili, che in Germania sono soprattutto parchi eolici. Tutte spese finanziate dai rincari alle tariffe per le emissioni Co2 nei trasporti e nell’edilizia (per i quali saranno introdotte certificazioni) e dagli aumenti sul consumo di benzina e diesel. Mentre ai costruttori si impongono quote obbligatorie di auto elettriche e sul territorio si piantano stazioni di ricarica. Tempi più verdi, ma molto più grigi per l’industria pesante tedesca che produrrà magari dell’acciaio più pulito. Ma che di sicuro produrrà meno acciaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’ultimo sfregio ai tesori di Dresda, la “Firenze sull’Elba”

La rapina alla Camera del Tesoro del palazzo reale è un attacco al patrimonio culturale della città tedesca. Già ampiamente distrutto e trafugato nella Seconda guerra mondiale. Le opere e la storia.

Non sarà il «furto spettacolare di un miliardo di euro» sparato dai tabloid tedeschi, ma è un altro saccheggio per Dresda, un nuovo furto del secolo. «Una perdita di valore inestimabile, storico e artistico. Per gioielli del genere non esiste un valore finanziario», raccontano dal museo dei Tesori del Castello che fu la residenza dei principi e dei re di Sassonia. Le sue sale dalle Volte verdi (Grünes Gewölbe) dal 2006 sono tornate lo scrigno della maggiore collezione di gioielli in Europa: la volle nel 1723 Augusto II il Forte, il principe (poi re di Polonia) che rese la città “la Firenze sull’Elba“. Da una vetrina spaccata nella notte tra il 24 e il 25 novembre sono sparite proprio tre parure di diamanti e brillanti, in tutto un centinaio di pezzi, del tesoro del principe del rinascimento della Sassonia. Tra i gioielli più pregiati si è salvato il grande diamante verde da 41 carati, al Metropolitan di New York dal 18 novembre.

NELLE VOLTE VERDI 3 MILA GIOIELLI

I tesori del palazzo reale di Dresda contano più di 4 mila gioielli, circa 3 mila dei quali (non tutti esposti) nelle sale della Grünes Gewölbe, con altre opere in oro, argento e preziosi. Per la Germania, e più che mai per la città, la rapina nel museo è uno choc dopo lo choc: Dresda fu rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale, anche parte rilevante del castello andò distrutta e i tesori furono portati a Mosca dall’Armata rossa. Solo anni dopo i gioielli furono restituiti alla Ddr, e le sale interamente ricostruite all’inizio del 2000. Per il museo della Grünes Gewölbe sono stati spesi 45 milioni di euro: con la Pinacoteca dello Zwinger è diventata la maggiore attrazione dei visitatori di Dresda, ma la storia tormentata dei suoi tesori non ha avuto fine. Per i cristiano-democratici che governano il Land la rapina è «un attentato all’identità culturale di tutta la Sassonia».

Dresda furto gioielli arte
Il furto dei Tesori al palazzo reale di Dresda. GETTY.

I PRECEDENTI DEI MUNCH E DEI VAN GOGH RECUPERATI 

L’allarme del furto è partito all’alba, attorno alle 5. La Bild ha riportato l’indiscrezione (non confermata) di una centralina elettrica collegata al complesso sabotata nella notte. I ladri – «un gruppo di diversi sconosciuti», ha comunicato il governo del Land – sarebbero poi entrati da una finestra nel museo. Anche per la polizia criminale il caso è «grosso». Ma non è il furto più eclatante di opere d’arte, neanche negli ultimi decenni: fece scalpore, nel 2004, l’assalto al Museo Munch di Stoccolma, da parte di due uomini armati, sotto gli occhi dei visitatori. L’Urlo fu recuperato, ma i danni alla tela si sono rivelati irreparabili. Un altro furto spettacolare fu messo a segno nel 1991 al Van Gogh Museum di Amsterdam, dove un rapinatore chiuso in bagno riuscì a trafugare 20 dipinti del genio olandese, con l’aiuto di un basista. Quadri ritrovati poche ore dopo in un’auto.

La Monna Lisa di Leonardo da Vinci fu portata via dal Louvre nel 1911 dal decoratore italiano Vincenzo Peruggia

LA GIOCONDA RUBATA E RITROVATA

Altri capolavori rubati da gallerie o musei sono riemersi tempo dopo, su segnalazioni o alle aste. Accadde così anche per il furto d’arte di tutti i secoli: la Monna Lisa di Leonardo da Vinci portata via dal Louvre nel 1911. Il decoratore italiano Vincenzo Peruggia si infilò in uno sgabuzzino del museo, dopo la chiusura sfilò la Gioconda dalla cornice e se la infilò sotto il camice, scappando da una porta sul retro. Un atto di «patriottismo», dichiarò un paio di anni dopo, intercettato mentre tentava di rivenderla agli Uffizi. Un altro da Vinci, valutato 70 milioni di euro, sparì da un castello scozzese nel 2003 e fu rinvenuto in una perquisizione a Glasgow nel 2007. Altre opere non sono invece mai tornate a casa, come il Manet e il Vermeer trafugati nel 1990 al Gardner Museum di Boston. O come, a proposito di Germania, la moneta d’oro da 100 chili sparita nel 2017 dal Bode Museum di Berlino.

Dresda furto gioielli arte
Le sale delle Volte verdi, nel Castello di Dresda, contengono più di 3 mila preziosi. (Getty)

IL RINASCIMENTO SULL’ELBA

O almeno non sono ancora tornati, ma gli inquirenti dubitano di ritrovare Big Maple Leaf. I quattro autori sono stati arrestati in un mega blitz, ma è probabile che il quintale d’oro da un milione di euro sia stato fuso appena dopo il furto. Anche in questo caso, i ladri sarebbero entrati di notte da una finestra, beffando in un modo o nell’altro il sistema d’allarme: si parlò del «colpo alla moneta più grande del mondo». Quanto al palazzo reale di Dresda, ospita una collezione di gioielli meno nota, per esempio, della Camera del tesoro imperiale di Vienna. Ma come quella dell’Hofburg tra le più antiche e belle d’Europa. Lo splendore neoclassico e barocco, anche degli edifici della città, voluto da Augusto II il Forte ha molto dell’Italia: sotto il suo assolutismo la città sull’Elba visse un rinascimento. Il principe commissionò i lavori ad architetti che avevano studiato il barocco a Firenze, da Michelangelo e dal Bernini.

La Sempergalerie della pinacoteca Zwinger fu progettata ricalcando gli Uffizi, per ospitare centinaia di opere d’arte del 1400, 1550 e 1600

I PALAZZI IN STILE FIORENTINO

Per la cattedrale cattolica, che nella cripta ospita Augusto II il forte e altri membri della casata, fu incaricato l’architetto Gaetano Chiaveri che per il cantiere trasferì a Dresda tutte le maestranze. Diverse ville e palazzi della nobiltà, bombardati nei raid del 1945, furono costruiti sul modello dei palazzi fiorentini. La Sempergalerie della pinacoteca Zwinger fu progettata ricalcando gli Uffizi, per ospitare centinaia di opere d’arte del 1400, 1550 e 1600, diverse anche del Rinascimento italiano. Della collezione inestimabile di Dresda fanno parte capolavori di Tiziano, Raffaello, del Correggio e del Mantegna: opere accumulate nei palazzi, come i gioielli della Camera del tesoro, per la sete estetica anche del figlio e successore di Augusto II il forte, Augusto III. La rapina al palazzo reale è una nuova ferita per Dresda, per la Germania il «furto peggiore dalla Seconda guerra mondiale».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nel castello di Dresda il furto d’arte più grosso del Dopoguerra

Rubati gioielli antichi per il valore di un miliardo dalla celebre sala delle volte verdi, Gruene Gewoelbe, del castello di Dresda.

La Bild, il più diffuso quotidiano di Germania e d’Europa, lo ha definito il furto d’arte più clamoroso della storia del Dopoguerra. Il 25 novembre gioielli antichi dal valore di circa 1 miliardo di euro: è il bottino di un furto clamoroso, avvenuto nella sala delle famosissime Gruene Gewoelbe (volte verdi) nel castello di Dresda. La polizia ha confermato il fatto e i ladri si sono dati alla fuga, secondo quanto riporta la Bild.

Un’immagine della sala delle volte verdi, gruene gewoelbe, così come appare sul sito del Castello di Dresda.

Le nove sale del Castello di Dresda contengono la collezione di gioielli più grande d’Europa, che dalla metà del 700 ha raccolto il tesoro degli elettori di Sassonia e delle corone che da loro dipendevano, in primis quella di Polonia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Al congresso Cdu rivince Akk con la linea di centro (per ora)

L'erede di Merkel confermata alla presidenza del primo partito di Germania. L'avversario interno Merz in ritirata in attesa della corsa per la cancelleria.

L’erede di Angela Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha riconquistato la sua Cdu. A Lipsia, in Sassonia la leader dei cristiano-democratici si è spinta a mettere in discussione il mandato, chiedendo una posizione chiara al congresso.

MERZ IN RITIRATA IN ATTESA DELLE POLITICHE

«Vi ho illustrato la strada che propongo», ha detto dopo un’ora e 20 di intervento – se ritenete che questa, che vorrei percorrere con voi, non sia quella giusta, allora parliamone oggi. E chiudiamola qui, adesso». Altrimenti «rimbocchiamoci le maniche». Il risultato è stato un’ovazione di sette minuti. Angela Merkel le ha lasciato tutto lo spazio. E l’avversario, Friedrich Merz, vistosamente è arretrato: nella replica che tutti attendevano, molti in apnea, si è limitato a chiarire che la decisione sulla candidatura a cancelliere andrà presa fra un anno, assicurando “lealtà” alla presidente del partito, che lo ha battuto un anno fa ad Amburgo.

«Sono state fatte cose buone in questi 14 anni, di cui possiamo andare fieri», secondo Akk. Ovviamente sono stati commessi anche degli errori, ma demolire tutto ciò che è stato realizzato «non è una buona strategia elettorale». Poi un lungo elenco sulle incognite future: potrebbe accadere che la Germania non avrà più il ruolo di oggi, che dipenderà da altri, che i giovani lasceranno il paese, «se non faremo le scelte giuste», ha detto. Ma non è questo il Paese sognato da Akk, che coniuga il verbo del comando, passando dal «vorrei» al «voglio»”.

Nel discorso ci sono le «biografie spezzate» della Ddr, che spiegano le difficoltà di capire i Laender dell’Est di oggi, dove Afd spopola, come accade nella Sassonia scelta per questo incontro. Parla a lungo dei bambini, che hanno diritto al tempo dei loro genitori: più home-office per tutti, l’infanzia è più serena se i genitori lo sono. Cita gli anziani da assistere, in una vita il più dignitosa possibile. Dà una stoccata ai verdi: «all’industria serve l’energia e questa deve essere pagabile». Ma la sostenibilità, rivendica, è profondamente ancorata in quella ‘C’ che gli attivisti di Greenpeace hanno rubato ieri dal logo della sede del partito. «Non è un’invenzione degli ambientalisti», insomma. C’è un ritorno sulla proposta sulla Siria, che l’ha messa fuori gioco qualche settimana fa: «Non basta dire che sia tutto terribile» e poi non si fa nulla. La Germania deve essere solidale e fare la sua parte. Nettissima è stata infine la distanza da chi, nel partito, vorrebbe allearsi con l’ultradestra: «Con chi dice che il nazionalsocialismo sia stato una cacca di uccello non abbiamo nulla a che fare», dice ripetendo la trovata del leader di Afd, Alexander Gauland. E alla Werteunion, corrente di destra che suggerisce un’alleanza con loro, ribatte: «L’Unione è una sola, con i nostri valori di centro». Il messaggio funziona. «Rivolta disdetta», scrive la Faz. Uno a zero, ha vinto AKK, per la Bild on line. E dunque resta al comando, almeno per ora.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it