Perché in Germania l’emergenza Covid sembra un ricordo

Riaprono negozi e parrucchieri. Alcuni studenti possono tornare a scuola ma in sicurezza. A giugno si potrà persino fare un tuffo in piscina. Ottimismo, realismo o incoscienza? Diario di un italiano a Bonn.

da Bonn

All’8 maggio la Germania registra un totale di 167.300 casi e 7.266 morti. La letalità del Covid-19 si aggira intorno al 4,3% mentre l’indice di contagio, l’R0, è dello 0,71.  Già dal 20 aprile certe restrizioni sono state allentate. Alcuni studenti sono potuti rientrare a scuola e dal 4 maggio negozi e parrucchieri sono aperti. Per i grandi eventi bisognerà aspettare il 31 agosto. Ecco come si vive l’allentamento parziale del lockdown a Bonn.

LUNEDÌ: APRONO I PARRUCCHIERI E SI POSSONO CELEBRARE LE MESSE

La settimana si apre all’insegna delle novità e delle nuove misure di allentamento del Riaprono negozi e parrucchieri. Alcuni studenti possono tornare a scuola ma in sicurezza. A giugno si potrà persino fare un tuffo in piscina. Ottimismo, realismo o incoscienza? Diario di un italiano a Bonn. , casualmente in contemporanea con l’inizio della fase 2 in Italia. Subito nota a margine: in Germania nessuno parla di fase 1,2,3 e via dicendo. Non so se è una strategia precisa, ma è un fatto che la numerazione crea ansia e aspettative. Annunciando semplicemente un ammorbidimento graduale (per forza di cose nello Stato federale tedesco non omogeneo in tutte le Rregioni) la gente qui mi pare che sia meno stressata. In ogni caso: dopo la caduta delle prime misure restrittive la scorsa settimana da oggi riaprono i parrucchieri e le chiese (cioè si dice messa con pubblico); entrambe le cose non mi toccano, ma è dovere di cronaca.

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Riaprono negozi e parrucchieri. Alcuni studenti possono tornare a scuola ma in sicurezza. A giugno si potrà persino fare un tuffo in piscina. Ottimismo, realismo o incoscienza? Diario di un italiano a Bonn. Già più interessante dal punto di vista personale la riapertura dei musei e degli zoo, se si ha ovviamente prole che aspetta solo di vedere i nuovi cuccioli nati, è il caso di scriverlo, in quarantena. Ma anche per questo mia figlia dovrà aspettare. Per ora seguiamo in famiglia la linea della prudenza e cerchiamo di evitare tutto quello che non è strettamente necessario.

MARTEDÌ: SI SPERA ALMENO IN UN’ESTATE IN PISCINA

Voci di corridoio dicono che a Bonn riapriranno presto anche le piscine all’aperto. In previsione di un’estate bloccati in Germania non è una notizia da poco. Saranno in ogni caso le autorità locali a decidere sulla questione, visto che le Regioni potranno decidere in maniera autonoma la scaletta del lockdown per i vari settori. Considerando in ogni caso le vacanze quest’anno saranno comunque condizionate su ogni fronte, si spera che queste anticipazioni verranno confermate. Resta da vedere quali saranno le regole, dato che il virus è sempre in circolazione e lo sarà anche nei prossimi mesi. Si parla di entrante contingentate, prenotazioni online, aree riservate e altre cose del genere, con domande irrisolte sull’uso dei servizi e degli spogliatoi, ma sarà la proverbiale organizzazione tedesca a trovare le soluzioni. Altrimenti faremo a meno del surrogato della spiaggia e del mare vero, in attesa di ritornare sulle rive del Mediterraneo.

MERCOLEDÌ: NUMERI RASSICURANTI

Oggi è il giorno tanto atteso, quello in cui Angela Merkel e i governatori regionali annunceranno i nuovi passi verso la normalizzazione. Parola grossa, ma bisogna essere ottimisti. A trepidare di più è chi lavora nella gastronomia e nel turismo, i settori, non solo a Bonn, più in crisi. E poi ovviamente i genitori che hanno figli in età da scuola e soprattutto da asilo. La cancelliera non può accontentare tutti e la parola d’ordine è sempre, come a casa nostra, prudenza. «Stiamo percorrendo una strada coraggiosa, basta che poi la cosa non ci sfugga di mano», ha detto Merkel in conferenza stampa quando ha annunciato le aperture progressive che le sono state un po’ imposte dai ministri-presidenti. Il rischio paventato dagli esperti di una seconda ondata è coperto dal tetto di 50 nuovi contagi ogni 100 mila abitanti superato il quale si tornerà al lockdown. A Bonn, 330 mila abitanti, significa a spanne che se ci saranno oltre 150 nuovi contagi in una settimana si farà marcia indietro. A oggi, dall’inizio della pandemia, i casi in città sono stati quasi 700, 7 i morti. Negli ultimi sette giorni i nuovi contagi sono stati 30Riaprono negozi e parrucchieri. Alcuni studenti possono tornare a scuola ma in sicurezza. A giugno si potrà persino fare un tuffo in piscina. Ottimismo, realismo o incoscienza? Diario di un italiano a Bonn. . C’è motivo per sperare che tutto vada liscio

GIOVEDÌ: RIAPRONO I PARCHI GIOCHI, MA LE MAMME RESTANO INCATTIVITE

A Bonn hanno riaperto anche i parchi giochi, mentre da lunedì prossimo gli asili riprenderanno sempre in regime di emergenza, ma aumentando le categorie dei genitori con diritto all’assistenza. In quello di mia figlia saranno presenti una decina di bambini su 60. Più le solite quattro maestre e la direttrice. Quasi lezioni private, insomma. Al parco sul Reno trovo comunque un pugno di mamme incattivite che ce l’hanno un po’ con il mondo intero, Frau Merkel e l’infettivologo Christina Drosten in primis. Hai voglia a spiegare che se si riapre in massa tutto, asili e scuole comprese, ci ritroviamo tutti come a metà marzo. Ma ormai sembra che il lockdown di qualche settimana fa sia solo un ricordo e sia stato quasi un’inutile precauzione visto che qui di emergenze non se ne sono viste. In realtà proprio perché preparati per tempo e il giro di vite sul quotidiano ha funzionato. Comunque sia: le regole della soziale Distanzierung, il distanziamento sociale alla tedesca che forse non era il caso nemmeno di tradurre, varranno sino ai primi di giugno e insieme con l’Riaprono negozi e parrucchieri. Alcuni studenti possono tornare a scuola ma in sicurezza. A giugno si potrà persino fare un tuffo in piscina. Ottimismo, realismo o incoscienza? Diario di un italiano a Bonn. mascherina sono l’asse portante verso un minimo di normalità.

VENERDÌ: UNA RICADUTA SEMBRA IMPOSSIBILE. INCOSCIENZA?

Il senso del ritorno alla situazione pre-Covid me lo fornisce sempre mia figlia, che con i suoi quattro anni e mezzo non ha capito molto di virus e pandemia e comunque ha avuto la fortuna di poter andare quasi sempre all’asilo e mantenere un ritmo di vita conosciuto. Oggi riapre addirittura la scuola russa, chiusa da marzo, dove andava una volta alla settimana a imparare qualche filastrocca e giocherellare con altri coetanei nella lingua di Dostoievski. Adesso le classi sono ridotte, quattro bambini anziché otto, e la lezione dura 45 minuti invece di un’ora e mezza. Il mantenimento delle distanze vige anche tra i genitori in attesa, che hanno si lamentano un po’ tutti: e qui mi sembra che russi e tedeschi abbiano un’inclinazione maggiore a lagnarsi più degli italiani. Sarà che io ho bene in mente come stanno andando le cose dai miei in Lombardia. Nessuno sembra prendere in considerazione a Bonn una ricaduta nelle prossime settimane: ottimisti, realisti o incoscienti?

PS. La notizia della riapertura delle piscine da giugno è stata confermata.

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E Karlsruhe si fece autogol

La sentenza della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza. Ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, non solo in Germania. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, i giudici minano un'altra sacralità: quella della Bundesbank e oggi della Bce.

Non c’è pace per Karlsruhe. I giudici costituzionali tedeschi hanno deciso che i colleghi della suprema magistratura Ue del Lussemburgo sono andati ultra vires, hanno travalicato cioè i limiti del loro potere, quando a fine 2018 sentenziavano che il Quantitative easing (Qe) della Bce e l’intera politica del whatever it takes di Mario Draghi rilanciata da Christine Lagarde era in linea con i Trattati.

Non fino in fondo, dicono ora da Karlsruhe, e il Qe va giustificato meglio. Ma così facendo anche gli alti magistrati tedeschi sono finiti ultra vires, nel complicato tentativo di giustificare questa richiesta, adottando un complicato ragionamento legale che la Gcc (acronimo dell’inglese German Constitutional Court) persegue con tenacia soprattutto da Maastricht in poi (1992), e che la porta a rifiutare la subalternità rispetto alla suprema magistratura Ue (Ecj, European Court of Justice).

I nostri sovranisti che subito si sono rallegrati martedì scorso per un possente siluro alla Bce e per una probabile crisi dell’euro, invitando gli italiani «a ripensare al diritto di emettere moneta» (Matteo Salvini), farebbero bene a prendere fiato e a cercare di capire meglio.

IL TENTATIVO DI DICHIARARE IL QE FUORI LEGGE

Alcuni anni fa quattro diversi gruppi, anche con personaggi di rango, uno guidato da Bernd Lucke, professore ad Amburgo e cofondatore del partito sovranista Alternative für Deutschland, chiedevano alla Gcc di dichiarare il Qe fuori legge. La Gcc girava il quesito alla Ecj. E ora, pur ugualmente rigettando il ricorso di Lucke e altri, dice che la Ecj è andata ultra vires, non poteva cioè assolvere così facilmente la Bce, e che per giustificarsi la Bce deve spiegarsi meglio, entro tre mesi; questo consente giustamente ai ricorrenti di cantare vittoria. Lo fa però con un ragionamento complicatissimo, non nuovo, ma sempre terreno minato.

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UNA QUESTIONE COSTITUZIONALE

Al centro c’è il concetto di democrazia che solo il vecchio Stato-Nazione dice da tempo Karlsruhe, costruito attorno al concetto di “popolo uniforme”, può esprimere. È una tesi, non una verità rivelata. La scienza politica degli ultimi 100 anni avrebbe da obiettare, e il caso svizzero, canadese e belga pure. Dal “popolo uniforme” discende la sacralità della Costituzione del 1949, che in Germania per un complesso di complicazioni di quegli anni si chiama sempre e solo Grundgesetz, legge fondamentale, e mai Verfassung (Costituzione), e soprattutto dei suoi articoli 1-19 sui diritti fondamentali e della “clausola di eredità” dell’articolo 79 comma 3, dove si dice che quei diritti sono non emendabili, il testo cioè non può essere cambiato. Era ed è una garanzia anti-totalitaria. Tra questi ci sono i diritti economici, che il Qe potrebbe ora avere infranto. Sostanzialmente, i diritti dei risparmiatori danneggiati dai bassi tassi Bce di cui il Qe è stato una delle cause. E quindi Francoforte si deve spiegare meglio. Per sua comodità la Gcc ignora il concetto di “unità europea” iscritto nel preambolo di una Grundgesetz che fu scritta anche, di fatto, dagli americani, impegnati allora nel Piano Marshall, uno dei padri nobili di Ceca e Mec e dell’Europa comunitaria.

LA SENTENZA DEL 5 APRILE IGNORA L’EUROPARLAMENTO

L’Unione sarebbe quindi alla fine un sistema democratico senza vera legittimità propria, ma solo derivata dalla vera legittimità degli Stati-Nazione. Per sostenere questa tesi occorre ignorare però il ruolo del parlamento europeo, che dopo Lisbona soprattutto (2007) ha una chiara identità democratica. E di fronte al quale più volte l’anno il presidente della Bce deve spiegare le politiche monetarie, facendo ciò che adesso la Gcc chiede di ripetere per spiegare la proporzionalità. E difatti la sentenza del 5 aprile ignora del tutto il parlamento, citato 13 volte ma solo come riferimento bibliografico nelle 110 pagine dell’originale tedesco e 94 della traduzione inglese. Il parlamento è per i giudici fuori quadro, non c’è. E difatti se ci fosse direbbe che un po’ di democrazia propria l’Unione ce l’ha.

SI MINA L’INDIPENDENZA DELLA BUNDESBANK

Quella della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza, ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, in Germania e non solo. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, in Germania per vari motivi più radicata ancora che in Italia nella cultura nazionale (è il documento che avvia la riabilitazione dall’onta nazista), i giudici sono andati a toccare un’altra sacralità, quella della Banca centrale indipendente, prima Bundesbank e oggi la Bce sulla Bundesbank modellata, il simbolo economico della democrazia tedesca e prototipo mondiale dal 1957 del libero istituto di emissione. Impartiscono ordini non solo alla Bce ma anche direttamente alla Bundesbank. Dal 5 aprile, è chiaro, l’indipendenza Bundesbank non è più quella che è stata.

I VANTAGGI HANNO COMPENSATO GLI EVENTUALI SVANTAGGI

La richiesta di ulteriori giustificazioni dovrebbe servire a dimostrare tra l’altro che gli svantaggi inflitti ai risparmiatori – (remunerazione nulla dei risparmi) questo il nocciolo del ricorso di Lucke e altri – sono stati debitamente compensati da altri vantaggi, e che il tutto non ha indebitamente privilegiato nessuno. Nel mirino qui c’è prima di tutto l’Italia. Ma sono necessarie altre spiegazioni o è tutta scena? In una completa esposizione fatta proprio al Juristische Studiengesellschaft di Karlsruhe l’11 febbraio scorso, il membro tedesco del Consiglio esecutivo Bce, Isabel Schnabel, aveva preventivamente smontato il ragionamento Gcc, già facilmente prevedibile, deprecato i livelli di scorrettezza e banalità ai quali era giunto il dibattito sulla Bce in alcuni settori della società tedesca, e fornito con cifre, infografiche e tutto il bagaglio possibile spiegazioni su come, se c’era stato un prezzo imposto ai risparmiatori, c’erano stati vantaggi per lavoratori e imprese, anche in Germania, e non c’erano stati i danni su cui ora la Gcc chiede giustificazione. È una lettura consigliabile, reperibile sul sito Bce.

«LA CORTE SENZA LIMITI»

Ma non è servito a nulla. Se l’europarlamento è ignorato, se l’intera Ue vive di luce democratica riflessa, che dire della tecnocratica Bce, anche a costo di colpire il dogma dell’indipendenza Bundesbank? Una robusta scuola giuridica tedesca attacca da anni quelli che definisce gli eccessi della Gcc, «la corte senza limiti», Karlsruhe locuta causa finita, dopo le parole di Karlsruhe non c’è più nulla da dire, Quod non est in constitutione non est in mundo, ciò che non è nella costituzione non esiste al mondo. Parlavano già nel 2011 (Daniel Halberstam e Christoph Möllers) del «profondo fallimento dell’idea riflessa di sovranità nazionale che la Corte persegue», mentre un altro giurista del gruppo, Christoph Schönberger – sono tutti costituzionalisti, docenti di diritto pubblico e di filosofia del diritto nelle migliori università tedesche – definiva già alcuni anni fa la tesi che fa lo Stato-Nazione l’unico vero depositario della democrazia «una arrogazione di poteri senza precedenti». In fondo, è lo stesso principio che ha ispirato i più ardenti brexiteer britannici e che alcuni di loro hanno in modo identico espresso.

PER SCHAEUBLE LA SENTENZA È UNA MINACCIA PER L’EURO

Le reazioni sono state nette anche in Germania, con solo i due giornali decisamente conservatori, la Bild e Die Welt, che hanno salutato il verdetto con pieno favore. L’ex presidente Bundesbank Ernst Welteke osserva che la sentenza indica chi è stato danneggiato dal Qe ma non chi è stato favorito in Germania, ricorda che i Trattati proibiscono a Bce e qualsiasi banca centrale dell’Eurosistema «di ricevere istruzioni da istituzioni comunitarie, da governi dei Paesi membri o da altre entità». E qui, si può aggiungere, si tratta di ben altro che di istruzioni, si tratta di un secondo mandato, la salvaguardia dei risparmiatori, da aggiungere a quello prioritario e unico della salvaguardia del valore della moneta. «A mio giudizio», dice Welteke, «il governo tedesco dovrebbe rifiutare la richiesta della corte di sovraintendere a un processo (le ulteriori spiegazioni richieste, ndr) che probabilmente danneggia quella Bce che lo stesso governo tedesco ha contribuito a creare 22 anni fa». La sentenza è una minaccia per l’euro, dice Wolfgang Schaeuble, storico ex ministro Cdu delle Finanze e presidente del Bundestag. Se da un lato la Bce deve attenersi al suo mandato, dall’altro la Gcc, sostiene, non può facilmente sottrarsi alla supremazia della Ecj.

LA GCC È SCIVOLATA SU POSIZIONI NAZIONALISTE

La linea seguita dagli 8 (o meglio 7, uno ha votato contro) magistrati di Karlsruhe viene da lontano. E per capirla potrebbe essere utile un chiaro articolo di una docente italiana, Francesca Astengo, oggi all’università di Nizza, comprensibile anche a profani di diritto, intitolato Karlsruhe-Luxembourg: A New Distance after the 2009 Lisbon Treaty Rule, pubblicato nel 2012 dalla Revue Québecoise de Droit International. È una analisi di come la linea della Gcc si è progressivamente irrigidita su posizioni nazionaliste e di come la corte, è possibile aggiungere, si è sempre più spinta di fatto ultra vires, al di là delle proprie competenze. Questo giudizio va letto in parallelo, e in contrasto, con la soddisfazione con cui i ricorrenti hanno commentato il verdetto dei giorni scorsi, che respinge la loro tesi, ma più formalmente che in realtà. Uno di loro, Markus C. Kerber, avvocato e docente al Politecnico di Berlino, non si aspetta nulla di immediato ma saluta «la storica sentenza del 5 aprile che apre un nuovo capitolo. E questo potrebbe essere un processo con un risultato dirompente». Resta da vedere se dirompente per l’Unione o dirompente per la Gcc, e questo dovranno deciderlo soprattutto i tedeschi, ma non solo. Astengo ricordava già 8 anni fa come sia «piuttosto ironico che la stessa istituzione che ha dedicato così tanti argomenti per sostenere il carattere ‘non democratico’ dell’Unione sia intenta a creare per se stessa il ruolo di ultimo arbitro del cammino europeo, ponendo così il destino di un progetto che determina il cammino di 500 milioni di europei nelle mani di pochi – anche se illuminati – giudici di Karlsruhe».

DA CHE PARTE STANNO I SOVRANISTI NOSTRANI?

Postscriptum per i nostri sovranisti. Poiché la sentenza del 5 aprile ha ricordato anche ai distratti che sotto accusa in definitiva c’è Mario Draghi e ci sono gli aiuti, sproporzionati secondo i magistrati tedeschi, concessi all’Italia con il Qe, da che parte stanno i nostri Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Claudio Borghi e molti altri? Con i giudici di Karlsruhe o con il sostegno ai Btp italiani?

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L’esempio tedesco per non finire nel panico da fase 2

Quando i dati sul contagio sono risaliti di qualche decimale, la Germania non ha gettato via il suo piano di riapertura: poi la curva è scesa di nuovo. Niente complottismi anti-Cina né ansia da vacanze che salteranno. Ci vuole pazienza. Diario di un italiano a Bonn.

Mentre l’Italia inizia la sua fase 2, dalla Germania ci arriva un esempio di come non farsi prendere dal panico nel caso in cui i contagi dovessero risalire, anche se di poco e per poco. Diario tedesco dell’ultima settimana di aprile.

LUNEDÌ: ARRIVANO 10 MILIONI DI MASCHERINE CINESI

Primo giorno con le mascherine obbligatorie. Ma solo sui mezzi pubblici e nei negozi. Visto che giro sempre in bicicletta e in tram non mi muovo, la cosa mi tocca solo quando vado al super. In 10 minuti mi sbrigo con i basics, latte e parmigiano, e sono fuori. Al mercato invece l’obbligo è solo per i venditori, che però non sembrano molto ligi. Nessuno controlla, almeno per ora. Nei bar, per il coffee to go, la protezione (valgono fazzoletti, bandana et similia) devono averla tutti. Vado in centro in mattinata, dal tedesco che ha l’espresso migliore: tre clienti al massimo contemporaneamente, sono il secondo e uno è senza mascherina. Mi sa che anche qui vi state italianizzando, dico. Un sorriso come risposta, il cliché del tedesco che rispetta sempre le regole è una balla, e questa non è nemmeno una novità. Alla sera in tivù scorrono le immagini della ministra della Difesa Annegret Kramp Karrenbauer che all’aeroporto di Lipsia ha accolto un cargo con oltre 10 milioni di mascherine cinesi. Akk è la leader della Cdu, il partito conservatore della cancelliera Angela Merkel, ed è atlantista fino al midollo. Nessun imbecille si è sognato di parlare di propaganda di Pechino. Piuttosto qualcuno si è lamentato della ressa sulla pista di atterraggio e delle distanze non rispettate. Tedeschi.

MARTEDÌ: IL CONTAGIO RISALE E POI SCENDE, MA NIENTE PANICO

Panico mattutino, si fa per dire, quando alla conferenza stampa che seguo via internet del Robert Koch Insitut viene comunicato che il tasso di contagio da coronavirus è risalito di un paio di decimali. Ora si è di nuovo a 1, cioè una persona ne contagia un’altra. La settimana scorsa era sceso fino a 0,7. Colpa delle aperture dei negozi e delle scuole? E chi lo sa. Dal Rki segnalano che si tratta sempre di un valore tra i tanti da tenere d’occhio e che comunque rappresenta la media in Germania, cioè in alcune regioni è maggiore, in altre inferiore. Ho accompagnato poi mia figlia all’asilo, da questa settimana i bambini sono aumentati, visto che sono cambiate in parte le regole per l’accesso ai servizi: le categorie dei genitori che sono considerati rilevanti per il sistema, cioè dovendo lavorare non possono prendersi cura dei figli a casa, sono di più. Ci vorrà comunque tempo prima che si riprenda a tempo pieno per tutti, cosa che avverrà probabilmente a partire dopo la pausa estiva, che qui termina l’11 agosto. Mi dice almeno la direttrice. Le vacanze estive cominciano l’ultima settimana di luglio (tre settimane, anziché tre mesi come in italia) e fino ad allora il regime sarà quello di emergenza, con la maggior parte dei bambini a casa. Nel frattempo arrivano i nuovi dati del Rki, il tasso dei contagi è ridisceso, appunto, niente panico. Anche se vedo sui media italiani e soprattutto sui social è ripreso il complottismo.

MERCOLEDÌ: SI PROGRAMMA IL TURISMO INTERNO

Quest’anno niente vacanze estive, o perlomeno all’estero. E già qui si cominciano a complicare le cose per un italiano che risiede sì in Germania, ma ha un po’ di famiglia in Italia e un po’ in Russia. Il problema non sarà trovare una giustificazione per spostarsi verso la Valtellina o verso Mosca (detto in soldoni, andare a trovare i parenti sarà permesso), sarà invece trovare gli aerei. E i confini aperti. Oggi il ministero degli Esteri tedesco ha avvertito che fino comunque fino a metà giugno è più che sconsigliato andare in vacanza, indipendentemente dal Paese. Poi si vedrà la situazione in Europa e altrove. In ogni caso il turismo all’estero sarà questione complicata, appunto perché condizionato dalla possibilità di spostarsi anche e soprattutto in aereo. Vacanze tedesche quindi, e visto che da queste parti pensano già alla ripresa, anche nella regione di Bonn (Nordreno Vestfalia) si sta già approntando un piano che preveda entro fine maggio la riapertura di alberghi e case vacanze senza limitazioni. Se tutto andrà liscio potrebbe anche funzionare e insieme alla ripartenza della gastronomia verso metà mese, il recupero potrebbe essere relativamente veloce. Il condizionale è d’obbligo.

GIOVEDÌ: DISTANZIAMENTO ALMENO FINO AL 10 MAGGIO

La notizia del giorno era attesa. Le regole del social distancing saranno prolungate almeno fino al 10 maggio. La cancelliera Merkel e i governatori regionali decideranno poi le altre date per la ripresa sociale ed economica il 6 maggio, come già programmato, quando ci saranno dati più concreti e stabili sull’andamento dei contagi da quando si è allentato il lockdown. La ripartenza scaglionata, tra asili, scuole e attività economiche è sempre in relazione all’espansione della pandemia e al suo contenimento. Nonostante le critiche che arrivano da diverse parti al Bund e alle regioni (non è infatti che qui sia andato tutto liscio come l’olio e la fase 2 di recovery sembra essere più complicata da gestire rispetto alla prima di chiusura) è chiaro che la Germania ha affrontato bene l’emergenza e se non ci saranno improvvisi disastri ne uscirà meno acciaccata di altri. È quello che cerco di spiegare sempre al mio vicino Ernst, il pensionato del pianerottolo di fronte, uno che pur di non indossare la mascherina ha deciso di rimanere sempre a casa, visto che comunque la sua Stammkneipe (il bar di fiducia) è ancora chiusa: quando mi chiede come stanno i miei in Lombardia gli racconto che sono ancora vivi ed è stata una fortuna non averli in una Rsa, ma a casa con una fantastica badante moldava. Che Giuseppe Conte non sia come Merkel è un altro aspetto, ma su questi dettagli sorvoliamo sempre.

VENERDÌ: UN PAIO DI SCUOLE CHIUSE PER INFEZIONE

Da una settimana hanno ripreso anche le scuole, le classi con i maturandi almeno, ma nel frattempo un paio qui nei dintorni hanno già dovuto richiudere perché alcuni ragazzi avevano avuto contatti con persone infette. Difficile trovare insomma l’equilibrio tra le nuove regole che allentano il lockdown e la responsabilità individuale: da un lato c’è la necessità ripartire, dall’altra quello di evitare ricadute, ma se qualcuno è costretto a mandare i figli in classe per poter andare a lavorare oppure non si preoccupa del fatto che la quarantena deve essere in ogni caso rispettata non se ne esce più. Nel mio piccolo ho la fortuna di poter portare i figli all’asilo e noi in famiglia ci atteniamo alle nuove regole del social distancing, tra lavoro e vita quotidiana. Tutto sommato siamo dei privilegiati e proviamo a fare il nostro dovere per evitare di dover fare tra un paio di settimane qualche passo indietro. Buone notizie arrivano dai numeri di Bonn, dove la pandemia è rimasta sotto controllo: più o meno 330 mila abitanti, tanti quanti Bergamo e Brescia messe insieme, ha registrato sinora circa 700 casi positivi e 6 morti. I posti in terapia intensiva sono liberi quasi tutti e il fatto di aver svuotato gli ospedali e rimandato operazioni per far posto a eventuali malati di coronavirus non è servito. Meglio così.

WEEKEEND: ECCO LE PREVISIONI SUL PIL A -6%

Il sabato è giorno di mercato nel mio rione. Piccolino, sulla piazza del municipio. Oggi pare una giornata di quelle ante Covid-19, lunghe file per la frutta e i pollo arrosto sotto il sole spendente. Qua però è caro, i prezzi migliori sono quelli in centro e mi porto via un chilo di asparagi a 3 euro e due cestini di fragole, mezzo chilo, a 2,50. Le cose in generale non è però che vadano bene: il governo ha fornito le previsioni economiche per il 2020 che vedono un tonfo del Pil di oltre il 6%, mentre l’anno prossimo dovrebbe rimbalzare di 5 punti: tempi duri per tutti, con il settore dell’auto in prima fila, che sta andando a singhiozzo e ha già fatto precipitare le vendite. Per la raccolta degli asparagi e delle fragole sono arrivati gli stagionali dall’Est Europa, se non fosse stato per loro i prezzi sarebbero schizzati alle stelle. Domenica mattina ci sono cinque gradi, più tempo da polenta che non da risottino, ma la spesa ormai è fatta. Con mia moglie discutiamo della settimana che si apre e dei possibili cambiamenti: mercoledì Frau Merkel comunicherà se il lockdown verrà ammorbidito o se rimarremo ancora nel limbo. Ci vuole pazienza.

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La Germania allenta il lockdown e il tasso contagio risale a 1

Nel Paese guidato da Angela Merkel, gli occhi sono attualmente puntati al prossimo incontro fra governo e Laender, fissato per giovedì 30 aprile: l'esecutivo ha chiarito il 27 aprile di non voler procedere a una accelerazione dell'allegerimento delle misure restrittive.

È salito di nuovo il tasso di contagio da coronavirus in Germania: da marzo, per la prima volta, una persona ne contagia un’altra. Lo ha reso noto il Robert Koch Institut. Stando all’Istituto in Germania sono registrati 156.337 casi di contagio e 5.913 vittime. Nel Paese guidato da Angela Merkel, gli occhi sono attualmente puntati al prossimo incontro fra governo e Laender, fissato per giovedì 30 aprile: l’esecutivo ha chiarito il 27 aprile di non voler procedere a una accelerazione dell‘allentamento delle misure restrittive, ma la pressione politica ed economica a riguardo sale e il dibattito è acceso. Dalla settimana scorsa in Germania sono stati riaperti i negozi, ma vige tuttora il divieto di contatto e da dal 27 aprile è obbligatorio indossare le mascherine nei negozi e sui mezzi di trasporto pubblico.

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Coronavirus, diario della settima settimana di lockdown dalla Germania

Comincia l’allentamento delle misure di contenimento. Primi bar aperti, parziale riapertura delle scuole, la gente torna a riempire le strade. Ma Merkel è cauta e ripete che col virus si dovrà convivere a lungo.

da Bonn

È trascorsa la settima settimana di lockdown in Germania. Il Paese comincia ad allentare le misure di contenimento e comincia a prevalere l’ottimismo tra i cittadini

LUNEDÌ, IL LOCKDOWN SI ATTENUA

Che sia cominciato l’allentamento del lockdown lo vedo appena uscito di casa, o quasi. Due passi verso la via principale, l’arteria che attraverso il ponte sul Reno collega i due quartieri della ex capitale tedesca, e si nota subito il traffico. Anomalo. Oggi a Bonn riaprono i negozi, almeno quelli fino a 800 mq. Dalle librerie alle officine meccaniche si può ripartire, la gastronomia rimane invece ancora ferma. La cancelliera Angela Merkel si riunirà con i governatori regionali il 30 aprile per vedere come sarà andato l’inizio di questa prima fase e poi decidere. Il modello può essere quello austriaco con il via verso metà maggio. Asili e scuole sono sempre chiusi, esattamente come i parrucchieri, ma questo è un problema che non tocca la mia crapa pelata. La Baviera, primo Land a farlo, ha già introdotto l’uso obbligatorio di mascherine sui mezzi pubblici e nei negozi. Mi sa che presto si accoderanno tutti gli altri. In giro si vede sempre più gente a volto coperto, soprattutto anziani. A rischio, ma i più incapaci di stare a casa. Scopro poi anche con piacere che il bar di fiducia ha riaperto almeno per il to go; fino alla settimana scorsa, con quattro gatti in giro non conveniva. Segnali di normalità. Durerà?

MARTEDÌ, LUTTO REGIONALE IN BAVIERA: NIENTE OKTOBERFEST

Frau Merkel è sempre prudente, come i virologi, visto che se fosse stato per loro avrebbero tirato giù le saracinesche per due mesi, almeno. Ma la Germania non può stare ferma e la via di mezzo pare vada bene a tutti. Anche se si tratta di evitare pericolosi passi indietro. La notizia del giorno, che indica come la normalizzazione sarà una questione di mesi, è che l’Oktoberfest quest’anno non ci sarà. Una specie di lutto regionale e nazionale, questione di spirito e di danaro. Il tema della sopravvivenza finanziaria per i lavoratori autonomi e le piccole e medie imprese è sempre all’ordine del giorno. Il governo federale sta mettendo a punto un ulteriore pacchetto di aiuti, tra liquidità e sgravi fiscali, per tutte le categorie. I numeri della pandemia rimangono contenuti (circa 140 mila casi e 4500 morti) e gli esperti del Robert Koch Institut non dimenticano mai di ricordare che siamo solo nella fase iniziale. Andando al mercato non si direbbe, la piazza principale di Bonn è piena, complice il sole splendente e la temperatura oltre i venti gradi. Le uniche serrande chiuse sono quelle dell’outlet dell’abbigliamento su tre piani che deve appunto restare ancora chiuso. No problem, la scorta di magliette è notevole e posso sopravvivere tutta la stagione.

MERCOLEDÌ, IL NORDRENO VESTFALIA RENDE OBBLIGATORIE LE MASCHERINE

Quasi dimenticavo, visto che da Mosca e dalla Valtellina ci sono buone notizie. La cugina di mia moglie è ancora in ospedale sotto osservazione per questioni respiratorie, ma pare essere corona free. Anche mia mamma sta meglio, tanto che appena la badante è uscita a far la spesa ha chiamato subito i carabinieri e i vigili del fuoco lamentandosi di essere segregata in casa. Declino cognitivo, si chiama, è però un’altra storia. Facendo jogging sulle sponde del Reno penso sempre ai miei compari che su quelle dell’Adda non possono nemmeno andare a pescare, figuriamoci a correre: la fortuna di stare in questo momento in un Paese come la Germania è immensa. Solo fra qualche mese o un annetto si potrà quantificare il disastro che sta attraversando ancora la mia Lombardia. Oggi è il primo giorno che a Sondrio non ci sono stati né contagi, né decessi. Sperem. E come volevasi dimostrare: anche il Nordreno Vestfalia rende obbligatorio l’uso delle mascherine, da lunedì (mezzi pubblici e negozi). Qualcuna, ffp 2 ce l’ho, mia moglie ne ha comprate alcune di stoffa, belle colorate, così nostra figlia non si lamenterà.

GIOVEDÌ, A BONN RIAPRONO LE SCUOLE

Oggi riprendo a Bonn le scuole, non tutte. Poche a dire, il vero, solo le classi che devono sostenere gli esami, a partire dalla seconda metà di maggio. Tram e bus relativamente vuoti, quasi tutti preferiscono andare a piedi o in bicicletta, o naturalmente farsi accompagnare dai genitori. Quelli che hanno bambini in età d’asilo sono in rivolta perché all’orizzonte non si vede ancora la riapertura dei nidi. Nemmeno dei parchi giochi. Complicato per le famiglie gestire l’emergenza sul lungo periodo, nonostante le facilitazioni economiche offerte da città, regione e stato. A proposito di Bund, questa mattina al Bundestag e in diretta televisiva e social la cancelliera Angela Merkel, mai così popolare e amata in Germania negli ultimi cinque anni, ha chiuso un’altra volta la porta ai coronabond tanto agognati in Italia dicendo che non c’è tempo, visto che ogni Paese dovrebbe ottenere l’approvazione del parlamento e questo sarebbe un processo difficile e che richiederebbe tempo e non aiuterebbe in maniera diretta nella situazione attuale: ora si tratta di aiutare velocemente e servirsi di strumenti rapidi per alleviare le ricadute della crisi. Insomma, la solita storia.

VENERDÌ

Ieri la cancelliera ha avvertito anche che con questo benedetto virus bisognerà convivere a lungo. Ha ripetuto il verbo del Robert Koch Institut, siamo all’inizio, e criticato anche le Regioni per un ammorbidimento troppo veloce delle regole di contenimento. C’è nell’aria un po’ di nervosismo, perché nessuno sa veramente quale sarà la situazione fra tre o quattro settimane. È ancora troppo presto per capire se in Austria, dove il lockdown è stato allentato da oltre 10 giorni, tutto sta andando stabilmente per il meglio. A inizio maggio si capirà meglio. Il fine settimana qui comunque si annuncia spettacolare, almeno dal punto di vista metereologico. Sole e 25 gradi, peccato che le gita fuori porta siano sconsigliate, il regime è ancora quello del social distancing e degli spostamenti solo se necessari. Si sta a casa. Domenica è il compleanno di mia moglie, di solito facevamo un we lungo last minute, con un po’ di mare. Stavolta prenderemo la bottiglia con le bollicine dal frigo, passeremo alla Spaccanapoli per la margherita di rito e andremo a sederci sulla Riva del Reno, cercando di dimenticare questo secondo compleanno in famiglia nel segno del coronavirus. Il mio è stato a marzo. Nostra figlia l’ha in agosto. Chissà… Intanto non si può non essere ottimisti, almeno moderatamente.

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Merkel al Bundestag: «Dovremo dare contributi più alti per il Bilancio europeo»

La cancelliera, parlando della sfida posta dal coronavirus, ha tenuto un discorso al parlamento tedesco in vista del consiglio europeo: «Riusciremo a superare questa prova gigantesca come società e come Europa». E sugli eurobond: servono risposte veloci e la mutualizzazione del debito richiede tempi lunghi.

«Viviamo tempi straordinari», siamo di fronte alla «più grande prova» dalla seconda guerra mondiale e «in gioco c’è la tenuta dell’Europa». È un appello accorato quello che ha tenuto Angela Merkel al Bundestag in vista del Consiglio europeo del 23 aprile. «Una cosa è chiara», ha sottolineato, «dovremo essere pronti a dare contributi chiaramente più alti per il Bilancio europeo». Nell’Europa colpita dalla pandemia bisogna «agire in modo veloce», per la mutualizzazione del debito (gli Eurobond, ndr) si dovrebbero «modificare i trattati», e questo richiede tempo e il coinvolgimento dei parlamenti. Ma la cancelliera è ottimista: «Riusciremo a superare questa prova gigantesca come società e come Europa».

Merkel ha poi parlato di come la Germania ha reagito al coronavirus: «Oggi possiamo constatare che il sistema sanitario regge la prova del coronavirus”. La cancelliera ha sottolineato che «siamo ancora solo all’inizio della pandemia», e che «grazie alla disciplina e il rigore delle settimane scorse abbiamo limitato il contagio» e «guadagnato tempo». «Per il governo tedesco l’Oms è un partner irrinunciabile e noi lo sosteniamo», ha poi aggiunto Merkel, affermando che la la collaborazione internazionale è «straordinariamente importante», per Berlino, in Europa e su scala globale. «La collaborazione con gli Stati africani è sempre importante e nel coronavirus va rafforzata». Proprio nel continente africano l’Oms gioca un ruolo fondamentale.

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Coronavirus, diario della sesta settimana di lockdown dalla Germania

Merkel annuncia il piano per le riaperture e si parte con le scuole. Chiusi gastronomia e hotel. E per i concerti e eventi si attende agosto. Tra differenze regionali e la paura di un ritorno del contagio.

da Bonn

È trascorsa la sesta settimana di lockdown in Germania. Il Paese ha dichiarato che l’epidemia è sotto controllo e, forte di un tasso d’infezione sceso allo 0,7 per cento, si prepara alla ripartenza economica.

MARTEDÌ

Settimana corta, dopo le vacanze pasquali. Che anche qui a Bonn sono state limitate, anche se rispetto alla mia famiglia in Italia, ho potuto godere di un’enorme libertà: giro in bicicletta, jogging sul lungo Reno, immancabile pizza take away alla Spaccanapoli, purtroppo senza pastiera. È mancata la colomba, che mio fratello in Valmalenco ha ricevuto a casa in regalo insieme a una mascherina chirurgica fornita dalla gentile amministrazione comunale, ma tutto sommato è andata meglio a me. Oggi in tutta la Germania il nome sulla bocca di tutti è Leopoldina, così si chiama l’accademia delle scienze tedesche che ha steso un rapporto sui criteri per la ripartenza e la fine del lockdown in terra tedesca. Già la settimana scorsa la cancelliera Angela Merkel aveva annunciato di tenere in considerazione i consigli degli accademici nelle decisioni che saranno prese mercoledì insieme con tutti i governatori regionali. In sostanza: la ripresa graduale è possibile già dalle prossime settimane, scaglionata magari a seconda dei Länder, dato che in quelli più colpiti come Baviera o Baden Württenberg le esigenze sono diverse da quelli più tranquilli come il Mecklenburg. Persino le scuole probabilmente verranno riaperte, quelle elementari almeno, a seconda delle classi, mentre università e asili nido ancora chiusi. Ma anche qui la discrezione sarà riservata alla regioni. Senza contare che la Leopoldina non è il Vangelo e sul programma sono già piovute critiche da più parti. Correzioni quindi possibili e probabilmente doverose. È comunque un quadro tutto sommato che offre una certa tranquillità e una certa speranza, in attesa di quello che comunicherà domani la cancelliera.

MERCOLEDÌ

A casa seguo la conferenza stampa di Frau Merkel in diretta tv. Al suo fianco il governatore della Baviera Markus Söder, uno che a Monaco sta facendo il duro, anche per il fatto che la sua regione è una delle più colpite, e che potrebbe rientrare nel gioco della successione alla cancelleria nella lotta interna ai conservatori in vista delle elezioni del prossimo anno. Ma questa è un’altra storia. In soldoni: il lockdown verrà ammorbidito, si ripartirà con l’apertura scaglionata delle scuole dal 4 maggio, gli asili rimarranno chiusi, esattamente come la gastronomia e gli hotel. Differenze regionali incluse. Forte invito, anche se non obbligo, di mascherine sui mezzi pubblici e nelle attività commerciali che apriranno, quelle fino a 800 metri quadri la prossima settimana. “Social distancing” prolungato fino al 3 maggio. Grandi concerti ed eventi bloccati almeno fino ad agosto. Per me cambia poco, nel senso che Robbie Williams a Bonn non lo sarei andato a vedere lo stesso e la Bundesliga non l’ho mai seguita davvero da tifoso. Insomma, passi in avanti senza esagerare, con la curva dei contagi sempre sott’occhio, che si sta abbassando. Una via cauta, suggerita dal Robert Koch Institut, che ha sempre sostenuto la strategia della prudenza. Prima di andare a dormire mia moglie riceve un messaggio da sua cugina, trovata positiva al coronavirus e appena ricoverata in un ospedale a Mosca. Niente di grave, pare, ma sono cose che ci si può risparmiare.

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GIOVEDÌ

Quando le cose iniziano ad andare storte: in Italia, Lombardia, mia mamma, che già un paio di volte era scappata alla badante, è a letto con tosse e 39 di febbre. Il dottore le ha detto di aspettare per vedere come va, stessa cosa ripetuta dalla guardia medica. Mah. Categoria a rischio, chissà come finirà. Qui splende il sole, mia moglie è in home office e mia figlia a casa. Se non fosse per il contorno inquietante, sarebbe anche una bella giornata di primavera. La lettura dei giornali dà, almeno a noi in terra tedesca, qualche speranza. Tutti a grandi linee sono d’accordo che la linea adottata ieri è quella giusta, quella di mezzo, che vede di accontentare un po’ tutti, tenendo un d’occhio la salute e l’economia. Visto dal punto di vista epidemiologico ogni allentamento del lockdown è un errore, come ha detto in televisione uno dei professori che affiancano il governo nelle decisioni relative alla pandemia, ma è ovvio che ci sono altri fattori che devono essere tenuti in considerazione. La frase più citata è quella della cancelliera con riferimento al «fragile successo temporaneo» conseguito fino ad oggi: la paura e il pericolo di una ricaduta sono grandi. La Bild Zeitung, il quotidiano popolare più letto e venduto, rilancia anche il sospetto che il coronavirus possa essere “scappato” da un laboratorio di Wuhan, citando le fonti americane riprese ieri dal Washington Post. L’intelligence, si scrive. Certo, la stessa che ha mandato Colin Powell alle Nazioni Unite con le ampolle d’antrace. La Bild, e lo stesso Post, non sono Lancet o Nature, lì è spiegato bene perché il cv non può essere stato originato in laboratorio. Il resto appartiene alla infowar.

VENERDÌ

Visto quello che ha deciso la Germania vale la pena di guardare quello che ha fatto la vicina Austria. A Vienna hanno iniziato già all’inizio della settimana l’allentamento del lockdown, con non solo piccoli negozi aperti, ma anche centri commerciali più ampi, mentre rimangono chiuse scuole e università. Sui mezzi pubblici, come già nei supermercati, vige l’obbligo della mascherina. È un po’ quello che succederà presto anche qui, per cui si guarda come sta andando nella piccola repubblica alpina con grande attenzione. Naturalmente è presto per dare un giudizio, ma i miei amici a Vienna si dicono ottimisti. Un po’ lo sono sempre stati, visto che l’Austria, paese con poco più di otto milioni di abitanti e facile da gestire, si è dimostrato fin dall’inizio della pandemia molto efficiente. A parte ovviamente il disastro di Iscghl. Il cancelliere Kurz si è dimostrato in tempo di crisi un ottimo manager e la ripresa austriaca in tempi record è un buon segnale, per tutti. Resta da vedere se le prossime settimane confermeranno la forte decrescita dei casi e permetteranno un’ulteriore rilassamento delle maglie. Tra Mosca e la Valtellina invece niente di nuovo, speriamo in un recupero nel fine settimana.

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Quello che la narrazione tedesca sul Covid-19 non dice. E perché

Il dramma c'è, ma in Italia e Spagna. I numeri ufficiali di contagi e decessi sono comunicati con ritardo. E si dedicano pochi approfondimenti alle falle della sanità. Così la narrazione fatta dai media tedeschi minimizza l'emergenza domestica. Creando ulteriori spaccature in Europa.

L’emergenza Covid-19 è un problema comune, ma per gli italiani (e poi per gli spagnoli) pare essere più grave che in altri Paesi. Tutta l’area Ue potrebbe saltare, ma senza la locomotiva del Nord Europa, il Sud arrancherebbe. Convinzioni comuni che portano a una conclusione: per gli Stati più in difficoltà basta un prestito del Mes. Insomma, le economie più forti giocano sempre la loro partita e vogliono ancora condurre il gioco.

Nonostante l’esortazione – formale – della Commissione Ue all’Eurogruppo di risolvere «insieme un problema comune», va in scena il solito braccio di ferro. In un’Europa unita non dai valori fondanti ma dai rapporti di forza. Affinché questo ricatto si perpetui, è fondamentale anche la narrazione sul coronavirus di Paesi come la Germania. Narrazione che sa un po’ di rimozione su quanto accade in casa. Ma non su quanto accade altrove.

CATASTROFE SÌ, MA ALTROVE

Ridimensionare l’allarme interno sembra la priorità di testate tedesche anche di prim’ordine, spesso di orientamento conservatore ma non necessariamente. Parecchia enfasi viene data alla «catastrofe» italiana e spagnola: un’etichetta da maglia nera che potrebbe presto essere estesa anche al Regno Unito e agli Usa, considerata la gravità di quanto succede nei due Paesi. Il riflettore è meno luminoso sui quasi 11 mila morti in Francia, negli ospedali allo stremo e negli ospizi. Detto questo, è assodato, come correttamente riportato, che in Germania non ci sia alcuna ecatombe sanitaria, né che probabilmente mai ci sarà. Ma sarebbe bene non presentare questa disparità tra gli Stati colpiti dal Covid come il solo frutto di una buona o cattiva gestione della pandemia. Alla quale come si afferma in Germania in alcuni commenti “buonisti”, bisognerebbe rispondere con degli aiuti «solidali»: non prestiti ma neanche bond. Beneficenza dall’alto insomma.

Avvisi sul “distanziamento sociale” in Germania (Gett Images).

È NORMALE AVERE I SOLDATI NEGLI OSPIZI IN BAVIERA?

Contro questi pregiudizi occorrerebbe soprattutto spiegare che anche in Germania non tutto fila liscio. Per esempio nelle case di riposo: la ministra della Difesa tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer (Akk) ha spedito un battaglione della Bundeswehr, addestrato per l’emergenza Covid-19, nelle case di cura e negli ospizi del distretto bavarese di Bamberg, per «ragioni organizzative», si afferma, e per «assistere» anziani e disabili. Alla luce delle centinaia di morti al giorno anche nelle Rsa francesi e belghe, ci si chiede quale sia la situazione negli ospizi del Land più sotto pressione per l’epidemia: Akk ammette il rinforzo, a uso civile, dell’esercito per quelle «strutture che per lo stress non riescono più a portare a termine le mansioni». Ma i media nazionali non se lo chiedono: il provvedimento estremo è citato solo nei lanci di agenzia degli aggiornamenti sul Covid-19 o riportato da testate locali. Evidentemente mandare militari nelle Rsa in Germania deve essere la normalità.

NUMERI DEI BOLLETTINI DATI AL RALLENTATORE

Un’altra informazione fuorviante dalla Germania è quella sui numeri dei contagi e dei morti interni per Covid-19. Testate come la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) si attengono ai dati assemblati e validati dal Robert Koch Institut (Rki) la massima autorità nazionale sulle malattie infettive. Numeri che però divergono da quelli, più alti e realmente aggiornati alle ultime 24 ore, delle autorità sanitarie dei singoli Land: in buona sostanza i dati del Rki sono indietro di almeno un giorno e quindi più bassi, perché i Land comunicano i bollettini all’organo centrale in formato elettronico più o meno tempestivamente, e per tirare le somme passano ore e a volte giorni. Il risultato è che sul trend nazionale c’è una gran confusione, a seconda della fonte scelta e ripresa di volta in volta dai diversi media stranieri. La Faz la mattina del 9 aprile titolava sui contagiati e sui morti confermati del Rki: 108.202 e 2.107. Die Zeit, che ha scelto di attingere ai dati dei Land, riportava invece già 113.236 contagi e 2.303 vittime.

LA PRIVACY PREVALE SULLE STORIE

Tutte le testate sono autorevoli, e la differenza nei numeri è molto ampia. A chi credere? Di per sé, il fatto che da settimane diversi media tendano a diffondere il bollettino con i dati dei giorni precedenti – senza precisare la dinamica dello screening – attenua la percezione dell’avanzamento del virus nel Paese, riducendo il panico. Anche per questa procedura, in Germania non ha avuto eco la soglia superata dei 2 mila morti. A esclusione dei tabloid popolari come die Bild, è difficile trovare anche su giornali come la Frankfurter Allgemeine Zeitung o die Welt, le storie delle famiglie colpite dal virus, dei deceduti più giovani, degli infermieri o dei medici contagiati negli ospedali tedeschi (il Rki ne ha contati circa 2.300): ce ne sono come dappertutto, ma in Germania non fanno notizia. Evidentemente prevalgono le tutele sulla privacy: giustamente, verrebbe da dire. Peccato però che non si risparmino toni drammatici per «l’apocalisse in Ecuador». Come già per l’Iran, per l’Italia a Bergamo, per Madrid.

Il comune di Gangelt, uno dei più colpiti dall’epidemia (Getty Images).

I TAGLI CI SONO ANCHE ALLA SANITÀ TEDESCA

Per fortuna ci sono eccezioni. Va reso atto al settimanale die Zeit di un’informazione molto più obiettiva. Per esempio con l’articolo di denuncia sui tagli nella sanità tedesca, anche in tempi di pandemia. Se in Italia si richiamano medici in pensione, a marzo più di 50 tra dottori e infermieri del Land della Sassonia-Anhalt hanno perso il posto, prepensionati o in cassa integrazione a causa della riorganizzazione degli ospedali. Lo stesso accade ad Amburgo e in altre città, dove talvolta le cliniche arrivano all’insolvenza. A essere smantellati sono soprattutto i piccoli ospedali e il personale ritenuto obsoleto per la cosiddetta modernizzazione. Ma così si perdono quei presidi territoriali pubblici preziosi per ridurre il disastro sanitario di questi mesi. Risparmiando sulla forza lavoro, in Germania rischia di mancare in queste settimane la copertura per i posti di terapia intensiva, aumentati da 28 mila a 40 mila. Il punto debole della sanità tedesca sta nel personale, non nelle attrezzature e nelle strutture, anche se pochi lo ricordano.

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Alla locomotiva tedesca manca il motore lombardo

I distretti produttivi dei due Paesi coincidono con le regioni più colpite dal Covid-19. L'emergenza ha stravolto un interscambio da 128 miliardi. . Le previsioni della Camera di commercio italo-germanica.

Fino all primavera l’interscambio tra Italia e Germania aveva tenuto, poi no.

L’indotto delle tre regioni del Nord più colpite dal Covid 19 (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) ha bloccato le forniture soprattutto verso i tre Land tedeschi industriali (Baviera, Baden Württemberg e Nord Reno-Vesfalia) a loro volta i più colpiti in Germania, sebbene su scala minore della Lombardia, dalla pandemia.

La propagazione del coronavirus in queste sei grandi e ricche aree europee si sovrappone, come un calco, all’intenso interscambio commerciale che, fino al marzo scorso, ferveva tra le rispettive aziende. Il risultato è la paralisi della produzione industriale europea: un «tunnel» dal quale la Camera di commercio italo-germanica (Ahk Italien) spera di uscire «presto», «insieme e in sicurezza» con l’Italia. Una ripartenza necessaria per evitare il peggio, anche se, secondo le previsioni per il 2020, per tornare alla normalità occorreranno almeno 6 mesi.

COMPARTO AUTO BLOCCATO

Rimettersi lentamente in moto servirà a resistere. Il presidente di Ahk Italien Gerhard Dambach stima che un «paio di settimane di lockdown non cambieranno a questo punto la situazione». A patto che le aziende abbiano subito dagli Stati la liquidità indispensabile per pagare fornitori e lavoratori, «in modo da non essere costrette a chiudere». Un blocco più lungo non è invece sostenibile, anche per l’industria tedesca.

LEGGI ANCHE: La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dambach è anche amministratore delegato di Bosch Italia, il ramo del colosso di Stoccarda che nel frattempo ha sviluppato un test rapido per il coronavirus e chiede di poter ripartire; lo stesso Bmw che, come le altre case dell’auto, dal quartier generale di Monaco ha fermato per un mese tutta la produzione, in seguito alle restrizioni ma anche per il crollo della domanda. I marchi tedeschi dell’automotive sono in pressing anche sul governo Merkel per un piano comune Ue che ridia fiato. Senza la componentistica dal Nord Italia il comparto non può lavorare. «È talmente specializzata che è insostituibile con altri fornitori», precisa Dambach.

«SUBITO LIQUIDITÀ COL MES»

Nonostante questa dipendenza, per i vertici di Ahk Italien i bond europei «non sarebbero una soluzione immediata». Ci sono invece già a disposizione centinaia di miliardi «dal Mes per Paesi che hanno più bisogno come l’Italia, un modo semplice per dare ora liquidità alle aziende. Non tra settimane, quando ormai sarebbe tardi». Le previsioni sono nere per la gran parte della business community italo-tedesca di aziende sondata da Ahk Italien in due indagini a inizio marzo e poi a inizio aprile, sulle post emergenza Covid: oltre la metà delle imprese interpellate teme perdite tra il 10% e il 50% sul fatturato 2020. A causa soprattutto – per il 75% di loro – del calo degli ordini di prodotti e servizi. E se, all’inizio della pandemia, solo il 26% segnalava un impatto negativo sull’azienda, un mese dopo, arrivati al picco ben il 73% lamenta ripercussioni pesanti sui business: il 64% delle imprese contattate ha sospeso almeno in parte le attività in seguito alle misure di contenimento.

Medici alle prese con il Coronavirus in Lombardia

PER L’83% OUTLOOK 2020 NEGATIVO

Quanto all’outlook semestrale del 2020, l’83% delle imprese prospetta uno sviluppo negativo a medio termine in Italia. Ma lo stesso 83% esclude licenziamenti a causa delle chiusure in corso: per avviare la ripresa – puntando sull’online e lo smart working – sarà subito necessaria la forza lavoro, e i tagli degli ultimi anni non permettono altre riduzioni di organico. L’automotive, conferma Dambach, si trova nella situazione «più complessa» da risolvere per «più fattori» di crisi, anche precedenti alla pandemia in Europa: da gennaio la frenata economica della Cina a causa del Covid-19 rende difficili la produzione e l’export delle grandi case automobilistiche tedesche. Già in sofferenza a causa dei dazi americani alla Cina e, in parte minore, all’Ue. E alle prese con la riconversione alla mobilità elettrica anche per la stretta alle emissioni CO2 dopo gli scandali del Dieselgate. Si spera che la Cina riattivi pian piano il ciclo, ma non si escludono altre «sorprese dal virus». Mentre la paralisi del Nord Italia è un grosso problema.

NORD ITALIA CUORE DELL’INTERSCAMBIO

Per la Germania la partnership commerciale con la Lombardia (un import-export pari nel 2019 a oltre 43 miliardi di euro) pesa più dell’interscambio con la Corea del Sud (quasi 30 miliardi). Il Veneto (poco meno di 21 miliardi) vale più del Canada (16 miliardi). L’Emilia-Romagna (oltre 14 miliardi) dove l’indotto dell’auto è molto forte, più dell’Australia (12 miliardi). Nonostante i sentori di recessione, nel 2019 il circuito industriale italiano-tedesco aveva sostanzialmente tenuto, consolidandosi: l’import-export era rimasto stabile a circa 128 miliardi di euro rispetto al 2018 (-0,5%), la Germania è d’altronde il nostro primo partner commerciale. Verso Baviera, Baden-Württemberg e Nord Reno-Vesfalia l’anno passato l’Italia ha concentrato un interscambio di quasi 70 miliardi di euro: coproduzioni nel comparto dell’automotive, dei macchinari, chimico-farmaceutico ed elettrotecnico che garantivano milioni di posti di lavoro. Stravolte in un mese dall’emergenza sanitaria del coronavirus.

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Heinsberg, la città-laboratorio da cui dipende la ripartenza tedesca

Il centro nel Nordreno Vestfalia sta alla Germania come Codogno all'Italia. Ora è al centro degli studi dei virologi sul Covid-19. Anche dai risultati che otterranno, Berlino deciderà come e quando ripartire. Forse, contagi permettendo, già all'inizio di maggio.

da Bonn

Heinsberg, in Nordreno Vestfalia, sta alla Germania più o meno come Codogno, in Lombardia, sta all’Italia. È qui che vi è stato il primo vero focolaio tedesco di Covid-19.

In questo paese di 40 mila abitanti distante un centinaio di km da Colonia, alla fine di febbraio si è propagato per la prima volta in maniera virulenta il coronavirus che ha fatto registrare i primi casi ufficiali e i primi morti all’inizio di marzo.

Già alla fine di gennaio però in Baviera erano spuntati un paio di casi, subito isolati, legati a un’azienda con contatti in Cina. Un mese dopo i numeri dicono in ogni caso che a Heinsberg i contagiati sono stati circa 1.500, i morti 46 e le persone guarite quasi 900.

LA GERMANIA SI PREPARA ALLA FASE CRITICA

In tutta la Germania (dati 8 aprile) i casi hanno sfondato quota 100 mila e i morti sono quasi 2.000. Numeri circoscritti, rispetto a quelli dei grandi Paesi europei e dell’Italia soprattutto. In Nordreno Vestfalia, il Land più popoloso con i suoi 18 milioni di abitanti, i casi sono oltre 20 mila e i morti circa 350. I virologi del Robert Koch Institut (Rki) non smettono di ripetere che la pandemia deve ancora raggiungere in Germania la sua fase più critica e non è il caso certo di abbassare la guardia.

LEGGI ANCHE: I punti deboli degli altri Paesi Ue nell’emergenza coronavirus

Heinsberg è stato solo uno dei focolai dell’epidemia in Germania – visto che in contemporanea il virus si è allargato in altre regioni, non in maniera uniforme, importato da vari canali, da quelli italiani a quelli austriaci – ed è diventato oggi una specie di laboratorio a cielo aperto, dove gli specialisti stanno indagando sulle origini e sulla diffusione del Covid-19 ma soprattutto cercano un modo per combatterlo efficacemente su tutto il territorio nazionale.

Il distretto di Heinsberg può essere considerato la Codogno tedesca (Getty Images).

L’INDIVIDUAZIONE DEL PAZIENTE 0

Heinsberg è dal 28 febbraio in sostanziale lockdown, asili e scuole sono stati subito chiusi, negozi e ristoranti altrettanto, esattamente come gli uffici pubblici e le 400 persone che avevano preso parte a una festa di carnevale e che erano entrate in contatto con un uomo di 47 anni considerato il paziente 0 erano state subito messe in quarantena con le loro famiglie. La cittadina è stata praticamente isolata, anche se non tutto è filato liscio, se è vero che a causa della penuria di materiale sanitario è dovuta intervenire anche la Bundeswehr. Non solo: un assessore comunale il 23 marzo ha scritto una lettera aperta alla Cina per chiedere rifornimenti di mascherine che sono comunque arrivati il 3 aprile attraverso la protezione civile tedesca.

LO STUDIO A TAPPETO SULLA POPOLAZIONE

In questi giorni tutta la Germania guarda a Heinsberg perché è qui che uno dei virologi più illustri della Repubblica federale, Henrick Streek, ha iniziato uno studio i cui risultati potrebbero essere decisivi anche per la gestione della strategia della Coronexit, pianificata – non ancora ufficialmente – in maniera guaduale già dall’inizio di maggio. Professore all’università di Bonn, 42 anni, Streek è con Christian Drosten e Lothar Wieler, che per il Rki affiancano il governo di Angela Merkel nell’emergenza pandemia, un luminare e dalla scorsa settimana ha praticamente trasferito il suo ufficio nella cittadina dove coordina il progetto avviato dalla clinica unversitaria di Bonn.

Il comune di Gangelt, uno dei più colpiti dall’epidemia (Getty Images).

Fino a dopo Pasqua, quando dovrebbero essere resi noti i primi risultati, Streek e il suo team di 60 persone sono al lavoro per raccogliere dati da un campione rappresentativo di 1000 persone del comune di Gangelt (12 mila persone, adiacente alla cittadina di Heinsberg: tamponi, esami del sangue, informazioni su stato di salute e malattie pregresse, alimentazione, spostamenti e ogni dettaglio che possa essere utile a identificare il vero paziente 0 e ricostruire la catena del contagio, passata per la famosa festa di carnevale il 15 febbraio avvenuta proprio in un locale di Gangelt.

BERLINO IPOTIZZA UNA RIPARTENZA PER I PRIMI DI MAGGIO

Fra una settimana, passate le festività con le misure restrittive ancora in vigore, non si avranno solo i primi risultati dello studio di Streek e le possibili proiezioni per la Germania, ma ci sarà soprattutto un nuovo incontro fra Merkel e i governatori regionali per fare il punto della situazione e riflettere sulle modalità di ripresa. Per ora nessuno gioca alla scoperto e le voci più ascoltate dalla politica sono ancora quelle dei virologi che suggeriscono di non abbassare assolutamente la guardia.

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D’altra parte l’economia scalpita e se i numeri lo consentiranno, se cioè le prossime due-tre settimane non vedranno un aumento esponenziale dei contagiati e delle vittime e non ci sarà l’emergenza sanitaria tanto temuta con gli ospedali vicino al collasso (al momento una situazione lontana dalla realtà), è possibile che per i primi di maggio qualcosa possa ripartire. Chi e come è ancora tutto da definire, ma il governo e i ministri-presidenti delle regioni stanno approntando la scaletta per la ripartenza. L’esempio è quello dell’Austria, dove il cancelliere Sebastian Kurz ha già annunciato un allentamento delle maglie e abbozzato il calendario per la lenta normalizzazione.

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La Germania si prepara al peggio, tra polemiche e caccia alla mascherina

Il ministro della Salute Spahn lo ha detto chiaramente: «È la quiete prima della tempesta». La priorità è rallentare i contagi per dare respiro al sistema sanitario. Ma senza panico. Mentre dall'Italia si rumoreggia per la prima pagina della Bild che dichiara l'amore per lo Stivale. Almeno finché non sarà da difendere il risparmiatore tedesco. Il diario del coronavirus da Bonn.

da Bonn

È trascorsa la quarta settimana di lockdown in Germania. Al 3 aprile i contagi totali nel Paese sono 89,451, 1,208 i decessi, mentre Berlino dopo il primo piano di aiuti coronavirus da 450 miliardi di euro, comincia a pensare alla fase 2: il ritorno a una parziale normalità, facendo i conti con un calo del Pil che nella peggiore delle ipotesi sarà nel 2020 intorno al 5%.

LUNEDÌ: ARRIVANO NUOVI PAZIENTI DALL’ITALIA

Altra settimana, la terza dopo l’inizio del lockdown. Ieri è atterrato all’aeroporto di Colonia/Bonn un aereo con una decina di pazienti italiani, due sono finiti all’Uniklinik. Due signore sulla settantina in arrivo da Bergamo con la necessità di terapia intensiva. Qui gli ospedali sono ancora semivuoti e va bene così. Ma l’onda è in arrivo. In un’intervista alla Welt am Sonntag il direttore del Robert Koch Institut Lothar Wieler ha detto che anche in Germania si potranno verificare scenari italiani e bisogna prepararsi. Se lo dice lui c’è da credergli. Ed è meglio prepararsi. A Bonn lo stanno facendo e per adesso non c’è panico. Anzi. Siamo però ancora nella fase che il ministro della Salute Jehns Spahn ha definito «la quiete prima della tempesta». La città è semivuota, le file ordinate ci sono solo davanti ai supermercati, quando porto e riprendo mia figlia all’asilo non vedo un’anima. Anche il sindaco di Bonn si è espresso positivamente sulla diligenza dei cittadini. Speriamo che serva.

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MARTEDÌ: TANTA GENTE IN GIRO, RESTA SOLO L’OBBLIGO DEL DISTANZIAMENTO SOCIALE

Come c’era da aspettarsi le misure restrittive, il cosiddetto social distancig e la serrata dei negozi e delle scuole, sarà prolungata fino alla settimana dopo Pasqua. La cosa non mi stupisce, visto che i numeri sono quelli che sono e in giro, in alcuni momenti, verso sera soprattutto, c’è ancora troppa gente. Non tanto in centro città, quanto lungo la passeggiata sul Reno, dove tra jogger, ciclisti, famiglie a passeggio sembra in alcuni punti di essere in piena stagione estiva. I gelatai sono aperti (solo take away) e un cono non se lo leva nessuno, anche se le temperature sono ancora invernali e la notte va sottozero. I tedeschi però son fatti così, appena vedono il sole, che qui da novembre a marzo si affaccia in media un giorno alla settimana, si mettono in maglietta e corrono fuori. In tempi di coronavirus le abitudini non sono cambiate, visto che al momento l’obbligo è quello di non essere in più di due e mantenere le distanze dagli altri.

MERCOLEDÌ: C’È CHI SI LAMENTA PER GLI AIUTI DI STATO

Anche le mia abitudini non cambiano, una margherita a Spaccanapoli riesco a prenderla almeno uno volta alla settimana.

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Sento Gabriele che si lamenta un po’ perché non ha diritto a ricevere gli aiuti di Stato (fino a 9.000 euro per tre mesi per le piccole imprese con al massimo cinque dipendenti) perché ha aperto il nuovo locale solo da un paio di settimane. Il meccanico delle biciclette si lamenta lo stesso perché li prende e gli vengono comunque tassati (7.200 euro). Meglio in ogni caso dei 600 euro in Italia. Quando passo al super per comprare due cose, la fila davanti a me è composta da cinque persone, a parte una ragazzina, gli altri sono over 65. Mi viene in mente la notizia di ieri, con 17 morti a Wolsburg in una residenza per anziani. Anche in Germania succedono queste cose, nonostante siano attese. Non è certo un Paese perfetto, e non solo per questo.

La prima pagina della Bild dedicata all’Italia.

GIOVEDÌ: LA PRIMA PAGINA DELLA BILD E LE POLEMICHE

Stamattina penso alle due signore di Bergamo ricoverate alla clinica universitaria di Bonn. Chissà cosa staranno pensando: ieri è stata scoperta una bomba della Seconda guerra mondiale poco distante dall’ospedale. Grande evacuazione verso mezzogiorno, per pazienti e gli abitanti dei dintorni. Ci mancava solo questa. Comunque è andato tutto liscio. L’Italia è anche protagonista sui media, dopo che la Bild Zeitung, quotidiano popolare che vende un paio di milioni di copie e viene letto dal triplo, ha pubblicato un articolo, tradotto anche in italiano, in cui dichiara la propria solidarietà con il Belpaese, colpito gravemente dalla crisi. Belle parole mischiate a luoghi comuni, adatte al lettore medio della Bild, appunto, un gesto che comunque arriva con almeno un mese di ritardo e dopo che negli ultimi giorni i rapporti italo-tedeschi erano stati sollecitati a livello mediatico tra l’apparizione del premier Giuseppe Conte alla tivù tedesca e la lettera di alcuni politici e amministratori italiani sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. La Bild, foglio trash di cui si salva la pagina dello sport se si è appassionati di Bundesliga, dichiara oggi l’amore per l’Italia, per poi scaricarla fra un po’, quando ci sarà da difendere il risparmiatore tedesco. Già visto tutto negli anni passati, stavolta non sarà diverso.

VENERDÌ: IL GIORNO DELLE MASCHERINE

È il giorno delle mascherine. Non solo perché in Austria da un paio di giorni è scattato l’obbligo di portarle al supermercato e da Berlino si guarda con attenzione a Vienna per imitare i comportamenti più virtuosi nel contenimento dell’epidemia. Pare che qualche centinaio di migliaia di mascherine provenienti da Pechino e diretta in Germania sono state requisite durante il tragitto dagli Stati Uniti (stessa denuncia venuta dalla Francia nei giorni scorsi). Nessuno ora ne vuole fare e meno dopo che per settimane si è discettato sulla loro reale utilità. Wieler, nella consueta conferenza stampa di fine settimana, ne ha spiegato il valore, fondamentale soprattutto per chi ne ha bisogno assolutamente, cioè per il personale degli ospedali, ambulatori, case di riposo e via dicendo. Al super non è proprio una questione di vita e di morte. Il capo del Robert Koch Insitut ha ribadito che la Germania si trova ancora nella fase iniziale dell’epidemia e che il numero dei morti salirà. La strategia rimane sempre quella iniziale, e cioè di rallentare la diffusione del virus per non appesantire il sistema sanitario. Per ora sta funzionando.

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Francia e Germania avrebbero trovato un accordo sul Mes

La strategia per rispondere all'emergenza coronavirus si fonderebbe su tre pilastri: il credito erogato dal fondo salva-Stati (con condizioni leggere), quello della Bei per le imprese e le risorse del fondo Sure per sostenere i lavoratori con gli ammortizzatori sociali. Niente Coronabond.

Secondo l’agenzia di stampa tedesca Dpa, Francia e Germania avrebbero trovato un accordo sulla strategia europea per rispondere alla crisi finanziaria generata dall’emergenza coronavirus, in vista dell’Eurogruppo in programma il 7 aprile a Bruxelles.

UNA BOZZA COMUNE IN VISTA DELL’EUROGRUPPO

Una bozza comune che la Dpa ha potuto consultare delinea una strategia fondata su tre pilastri: il credito erogato dal Mes per gli Stati in difficoltà, quello proveniente dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) per le imprese e le risorse del fondo Sure, creato dalla Commissione europea, per sostenere i lavoratori con gli ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda in particolare il ricorso al Mes, questo potrebbe avvenire con condizionalità leggere a carico dei Paesi richiedenti.

E I CORONA BOND?

Insomma, niente corona bond. Chiesti invece a gran voce dall’Italia e dalla Spagna, che fino a ieri sembravano essere appoggiate proprio dalla Francia contro i “rigoristi” del Nord, ovvero Germania e Olanda. Le istituzioni europee, da parte loro, per “sminare” il dibattito dai corona bond invitano a parlare delle altre opzioni disponibili. «Ce ne sono molte in preparazione», ha detto per esempio il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, provando ad attirare l’attenzione sugli strumenti operativi che l’Ue ha già messo in campo, come gli aiuti di Stato estesi fino alla fine del 2020. Tutte operazioni, però, di breve periodo. Per rilanciare le economie europee nel medio-lungo termine i Paesi membri hanno idee differenti. E sono divisi tra quanti puntano sul Mes e quanti invece tengono duro sui titoli di debito comuni, Italia e Spagna in testa.

LE ALTRE ARMI NELL’ARSENALE EUROPEO

L’Eurogruppo del 7 aprile avrà un’agenda molto ricca. L’Europa aggiunge munizioni al proprio arsenale economico con cadenza quasi quotidiana, per rendere la risposta il più potente possibile. E anche per dare l’immagine di un’Unione d’accordo quasi su tutto. La Bei, come detto, porterà al tavolo la creazione di un fondo di garanzia per offrire alle imprese europee liquidità per investimenti fino a 200 miliardi. C’è poi il fondo Sure, lo schema da 100 miliardi che la Commissione europea ha istituito per “rimpolpare” gli ammortizzatori sociali, e anche la riprogrammazione dei fondi strutturali europei. Ma dalla crisi tutti i Paesei membri usciranno con debiti pubblici e deficit maggiori, e chi già oggi ne ha di particolarmente elevati corre più rischi degli altri.

DALLA GERMANIA VIA LIBERA A CONDIZIONALITÀ LEGGERE

Il Mes è l’unico strumento ufficialmente sul tavolo dell’Eurogruppo fin dal primo momento, se non altro perché esiste già. Vista l’esperienza della Grecia e degli altri salvataggi, tuttavia, in queste settimane di negoziati e contatti tutti sembrano essere d’accordo almeno sulla necessità di alleggerire le condizioni per ottenere gli aiuti. «Non ci devono essere assurde condizionalità e non ci sarà nessuna troika», ha assicurato in proposito il ministro dell’economia tedesco, Olaf Scholz. L’idea è di avere un solo tipo di condizionalità uguale per tutti, che leghi l’utilizzo degli aiuti all’emergenza. La Francia sul punto si sarebbe ormai allineata alla Germania, pur senza rinunciare al ruolo di mediatrice tra il Nord e il Sud dell’Europa.

IL RUOLO CHIAVE DELLA BCE

Anche perché secondo il direttore generale del Mes, Klaus Regling, creare un veicolo gestito dalla Commissione europea e in grado di emettere bond sul mercato con garanzie comuni richiederebbe dai sette mesi a un anno di tempo. Ma l’economia, soprattutto quella dei Paesi più colpiti dal virus, non può aspettare così tanto. Chi è contrario al Mes, d’altro canto, lo è anche perché non lo ritiene sufficiente: un prestito pari al 2% del Pil del proprio Paese non basta a rilanciare l’economia. Ma per tutto il resto ci sarebbe la Bce. L’attivazione del Mes, infatti, sarebbe il prerequisito per consentire all’Eurotower di acquistare titoli di Stato di un determinato Paese in quantità illimitata, di fatto azzerando il rischio sul debito.

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La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dopo il primo piano di aiuti, il gruppo di Saggi di Berlino lavora alla ripresa. L'ipotesi più ottimistica prevede un calo del Pil del 2,8% nel 2020 seguito da +3,7% nel 2021. Il peggiore, un andamento a U con un -4,5% quest'anno e uno scarso +1,1% il prossimo. Tutto però dipenderà dalla durata dell'emergenza sanitaria.

Coronexit. Cioè, come se ne esce? Nonostante debba ancora affrontare il picco dei contagi da coronavirus e con esso la vera emergenza sanitaria, la Germania pensa già a come avviare la ripresa.

Per ora niente di concreto, visto che in ogni caso le prossime settimane saranno decisive per capire quale sarà davvero la tempistica, ma nel frattempo bisogna immaginare i diversi scenari.

Il punto di partenza è la situazione economica attuale e il piano provvisorio per affrontarla che per ragioni di cose è comunque flessibile. Berlino ha già pianificato oltre 150 miliardi di euro di deficit (circa 4,5% del Pil, per un totale di 400 miliardi) per quest’anno, abbandonando il dogma del pareggio di bilancio.

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Mercoledì primo aprile il governo di Angela Merkel ha deciso di prolungare le misure di social distancing almeno fino alla settimana dopo Pasqua. In teoria il 20 aprile dovrebbero riaprire asili e scuole e potrebbero essere allentate anche le misure restrittive per le attività commerciali. Il 14 aprile ci sarà in ogni caso un altro aggiornamento sull’efficacia dei provvedimenti attuati e saranno prese le decisioni opportune.

INEVITABILE LA RECESSIONE NEL PRIMO SEMESTRE 2020

Qualche giorno fa il Consiglio di esperti che supporta il governo per le questioni economiche ha rilasciato un rapporto che fotografa la situazione e fissa alcuni criteri per immaginare il domani. La diffusione del virus ha fermato l’inizio della ripresa economica e l’economia tedesca si ridurrà significativamente nel 2020. Quanto dipende molto dalla durata del lockdown e dalle risposte della politica. Il presidente dei Saggi (sono chiamati così) Lars Feld ha affermato testualmente che «l’incertezza sugli sviluppi futuri è enorme a causa della situazione insolita». Nel rapporto vengono descritti tre scenari per il 2020/21 che si differenziano appunto in base alla durata delle misure restrittive e all’emergenza sanitaria e a quanto velocemente ci sarà la ripresa in seguito. Comunque sia la recessione almeno nel primo semestre di quest’anno è inevitabile.

LE IPOTESI CON UN ANDAMENTO A “V”

Nello scenario più ottimistico il Consiglio di esperti prevede una caduta del Prodotto interno lordo del 2,8% nel 2020, mentre il prossimo anno il Pil potrebbe aumentare del 3,7%. In base alle informazioni attuali appare lo scenario più probabile, con la situazione economica che si normalizza nuovamente durante l’estate. Non a caso, gli interventi del governo Merkel adottati fino a oggi sono basati su questa previsione. A Berlino però hanno ben presente anche gli altri modelli. Se l’economia seguisse un andamento a V, cioè con una caduta più evidente per un periodo relativamente breve – ed è il secondo scenario – i rischi sarebbero maggiori. In questo caso, infatti, con arresti della produzione su larga scala o misure di politica sanitaria prolungate, si assisterebbe a un calo del Pil del 5,4% nel 2020 e già nel 2021 si potrebbe recuperare con una crescita del 4,9%.

IL WORST CASE SCENARIO A “U”

Lo scenario più problematico, rappresentato da una U, vale a dire con un periodo lungo tra caduta e ripresa, e potrebbe verificarsi secondo il rapporto dei Saggi se le misure restrittive dovessero proseguire oltre l’estate e la ripresa economica non avesse inizio fino al prossimo anno. Viste con gli occhi di adesso quindi le misure politiche adottate dal governo Merkel potrebbero non essere sufficienti. È il worst case scenario che tutti temono, con un netto peggioramento delle condizioni finanziarie che insieme con l’incertezza consolidata potrebbe frenare investimenti e consumi. Un disastro con un calo del Pil del 4,5% quest’anno e una risalita minima dell’1% in quello successivo.

LA PRIORITÀ RESTA LA TUTELA DELLA SALUTE

Quindi, come se ne esce? I Saggi tedeschi, come tutti quelli che si rispettano, non danno risposte definitive e si limitano a sottolineare come la priorità sia la tutela della salute: fornire ai malati assistenza e limitare efficacemente la diffusione del virus. Per questo va finanziato il sistema sanitario. «Il prerequisito per un ritorno alla crescita è il contenimento delle infezioni del coronavirus in modo che la vita sociale ed economica si normalizzi», ha detto ancora Feld, aggiungendo che una strategia di normalizzazione comunicata in maniera chiara può stabilizzare sia le aspettative dei mercati finanziari sia quelle di aziende e famiglie.

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In questo contesto il ruolo della politica e del governo Merkel sarà quello di sostenere la ripresa dopo la crisi economica in tre modi: preservando la capacità imprenditoriale, garantendo incentivi a settori come le costruzioni e potenziando la digitalizzazione di aziende e pubblica amministrazione. Questa almeno è la teoria, ribadita anche da un altro dei Saggi, Volker Wieland, che ha ripetuto come sia importante pianificare una strategia di uscita anche consultando epidemiologi e virologi: «L’economia e la vita dei cittadini non possono essere bloccate indefinitamente. Bisogna trovare il modo di riportare le persone al lavoro, anche se con restrizioni».

GLI SCONTRI NELLA COALIZIONE CONGELATI, MA NEL 2022 SI VOTA

Come si comporterà davvero il governo di Angela Merkel, la cancelliera che in questa settimane di crisi è ritornata a guadagnare enorme popolarità, è ancora tutto da vedere. Vale sempre il discorso di come si svilupperà l’epidemia e di come riusciranno in Germania a contenere l’emergenza. Per ora la comunicazione è stata in larga parte efficace e chiara, il peggio però deve ancora arrivare. Senza dimenticare che il governo è di coalizione e anche se le divergenze politiche soprattutto in tempi di coronavirus tra i conservatori di Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd sono state momentaneamente accantonate, il 2022 è anche l’anno delle elezioni e dell’addio annunciato di Frau Merkel. Forse.

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Piccoli imprenditori, donne, famiglie: come si articola il piano tedesco anti Covid-19

Sostegni alle Pmi e agli autonomi, comprese le prostitute. Aiuti economici ai nuclei con figli, potenziamento della rete per tutelare chi è vittima di violenza. Si tratta solo di un primo pacchetto. Ora Berlino studia come affrontare il post emergenza.

La scorsa settimana il il governo federale tedesco, il Bundestag e il Bundesrat, hanno approvato a tempo di record un pacchetto di aiuti di 750 miliardi (che comprendono un deficit da 156 miliardi per il 2020) per affrontare la crisi e la parola d’ordine è che nessuno deve essere tralasciato.

Al di là della complessità dei provvedimenti che interessano tutti i settori dell’economia, a partire dalla grande industria e che vedranno la Germania rompere, almeno temporaneamente, il tabù del pareggio di bilancio, la cancelliera Angela Merkel ha ringraziato dalla quarantena ogni cittadino che è impegnato nel suo piccolo nella lotta in senso lato al coronavirus.

E Hubertus Heil, il socialdemocratico ministro del Lavoro, ha affermato che il governo e la democrazia tedesca faranno di tutto «per garantire la sicurezza sociale in questo Paese». In sostanza, il pacchetto si basa su punti che coinvolgono anche le categorie più deboli, come lavoratori autonomi, famiglie e donne.

GLI AIUTI AI PICCOLI IMPRENDITORI E AGLI AUTONOMI

Soprattutto i piccoli imprenditori e i cosiddetti lavoratori autonomi, dall’idraulico all’artista di strada, potranno accedere agli aiuti senza troppe complicazioni burocratiche, con una procedura veloce e semplificata. Per le aziende con un massimo di cinque dipendenti il governo tedesco ha previsto una sovvenzione una tantum fino a 9.000 euro per tre mesi, che può essere estesa per altri due. Per quelle con un massimo fino a 10 dipendenti la somma sale fino a 15 mila euro. Per le piccole aziende colpite dalla crisi vengono inoltre concessi sgravi fiscali e adottati altri provvedimenti anti-insolvenza, insieme a incentivi per accedere a nuova liquidità. Nel caso di fallimento anche dei singoli di lavoratori autonomi verrà tenuta in considerazione la cornice critica per attenuarne gli effetti negativi.

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Un aiuto fondamentale, soprattutto per quelle piccole imprese che operano per esempio nel settore della gastronomia e sono con un piede già nella fossa, è quello del divieto da parte di chi affitta i locali di interrompere il contratto per i debiti di locazione derivati dall’obbligo di chiusura o comunque dalle limitazioni imposte. Al momento il provvedimento vale fino alla fine di giugno poi si vedrà. In generale il pacchetto governativo dà dei limiti temporali che dovranno essere rinnovati.

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La cancelliera tedesca Angela Merkel si è messa in quarantena per essere entrata in contatto con un medico positivo al coronavirus. (Ansa)

IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE E PER LA CURA DEI FIGLI

Il coronavirus ha mandato all’aria anche il ritmo delle famiglie, con asili e scuole chiusi, bambini e ragazzi a casa, e genitori costretti o al lavoro oppure tra le quattro mura casalinghe, con effetti preoccupanti su molti fronti. Come ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, la perdita dei guadagno è attualmente una preoccupazione esistenziale per molte famiglie e il governo federale ha adottato anche in questo caso misure per mitigare le perdite. Coloro che devono prendersi cura dei propri figli a causa della chiusura della scuola o dell’asilo e non sono in grado di andare al lavoro saranno quindi risarciti con un compenso del 67% del loro stipendio netto mensile (fino a un massimo di 2.016 euro), per un massimo di sei settimane.

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Le famiglie a basso reddito possono ricevere invece un supplemento mensile per figlio fino a 185 euro. Se e in quale importo viene attribuito l’aiuto dipende da diversi fattori: dal reddito, dalle spese di alloggio, dalle dimensioni della famiglia e dall’età dei bambini. Per esempio una famiglia con due figli che paga un affitto di 1.000 euro può ricevere il contributo se il reddito lordo è compreso tra 1.600 e 3.300 euro. Chiunque riceva questo tipo di aiuto per bambini è inoltre esente da tasse per il nido e può richiedere ulteriori benefici per l’istruzione e la partecipazione. In realtà, e questo vale indipendentemente dal reddito, in tutti i Länder gli asili sono ancora in funzione per i figli di genitori che lavorano in settori considerati rilevanti per il sistema, dai medici ai poliziotti, dai camionisti ai giornalisti, dalle cassiere ai farmacisti.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

DONNE VITTIME DI VIOLENZA TUTELATE

Crisi, social distancing e altre restrizioni alla vita sociale hanno aumentato anche in Germania il rischio di violenza domestica. Le donne sono le più colpite e le varie organizzazioni pubbliche e private stanno già segnalando maggiori richieste di aiuto rispetto al periodo antecedente il lockdown.

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Berlino e i governi regionali hanno annunciato che forniranno maggiore sostegno ai centri di accoglienza e ai centri di consulenza. Una sorta di “schermo di protezione sociale” sarà potenziato in breve tempo attraverso, per esempio, l’affitto di camere d’albergo o appartamenti vacanti. Per la ministra Giffay «è importante che le donne ricevano protezione e consulenza rapidamente e in modo non burocratico e adesso è il momento di soluzioni pragmatiche e non convenzionali». In pratica viene mantenuta la rete di appoggio, che va dai numeri telefonici di assistenza alle strutture già esistenti, associata alla già avviata strategia di espansione delle Frauenhäuser (le case-rifugio), a appunto alle misure di emergenza che prevedono la possibilità di affittare a breve termine alberghi e appartamenti con soluzioni adottate in autonomia dalle autorità regionali e locali.

PIANO DI AIUTI VALIDO ANCHE PER LE PROSTITUTE

Il ministero della Famiglia (il cui nome completo è ministero per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani) ha messo anche in evidenza le difficoltà delle donne che lavorano nel settore della prostituzione, legalizzata in Germania, che a causa della crisi è crollato, con i sigilli ai bordelli.

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Anche in questo caso valgono comunque gli aiuti di cui sopra per le piccole imprese e i lavoratori autonomi. Difficile dire in ogni caso se il pacchetto complessivo del governo sarà sufficiente a salvare tutti o a contenere comunque le perdite, per aziende e singoli. Altro ancora è poi il discorso sulla tenuta sociale nell’intero Paese con le sue differenze regionali. Molto dipenderà da quanto durerà il lockdown e dalla velocità di reazione della ripresa. Fondamentali in questo senso sono già le discussioni politiche ed economiche, già avviate, su come preparare il futuro immediato una volta esaurita l’emergenza.

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Perché Merkel è pronta a scaricare l’Italia e l’Ue sui coronabond

La cancelliera ritiene la Germania immune dal collasso: i tedeschi sono primi della classe anche nella sanità. Agli altri gli aiuti del Mes. Meglio l'Europa a due velocità che gli eurobond.

Fino al vergognoso summit sull’emergenza sanitaria del 26 marzo 2020, era difficile immaginare una prova peggiore dell’Unione europea (Ue) della notte del waterboarding (la metafora più efficace delle cronache) all’allora premier greco Alexis Tsipras del 2015. I maggiori leader europei lo ridussero in ginocchio, costretto a svendere parte del suo Paese in una delle fasi più drammatiche della crisi del debito di Atene. Sul piano contro il Covid 19 è andata molto peggio, e chi ha dettato la linea con crudezza è stata ancora una volta la cancelliera tedesca Angela Merkel. Più sola, rispetto a qualche anno fa: la Francia, in particolare, ha un sistema sanitario vicino al collasso di fronte al dilagare dei contagi, e anche il presidente Emmanuel Macron è alla ricerca di solidarietà. Ma sempre circondata da un decisivo cordone sanitario di rigoristi, che va dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz alla nuova Lega anseatica dei Paesi nordici (Olanda in testa), ai quali, si vede dalle cronache, non sembra importare ancora poi molto dei morti e del blocco dell’economia nel Sud Europa. L’importante è che non si fermi la loro.

BOND UE FANTASCIENZA PER MERKEL

In Germania c’è stato un braccio di ferro tra governatori dei Land e tra Merkel e governatori, e il risultato è che la cancelliera ha chiuso locali e negozi ma non ha ancora fermato le imprese raccomandando caldamente – a livello nazionale – ai tedeschi di stare a un metro e mezzo di distanza tra loro e di restare il più possibile a casa. Un compromesso tra salute ed economia, chiesto ai conservatori dalla finanza e dalla grande industria. Fantascienza aprire ai coronabond europei. Al vertice in videoconferenza che ha segnato la sconfitta dell’Ue, Merkel è apparsa agli altri 26 leader europei solo in audio dalla quarantena per i contatti avuti con uno dei suoi medici, risultato positivo al virus. Sorrisi e ammiccamenti, anche da remoto, a Giuseppe Conte e al premier spagnolo Pedro Sanchez stavolta sarebbero stati fuori luogo. Meglio una foto per scandire il gelido «siamo contrari a obbligazioni europee comuni», anche di fronte allo tsunami del coronavirus. C’è chi giura che finché resterà cancelliera di Germania, nell’Ue non ci saranno eurobond, neanche in forma straordinaria e temporanei: Merkel è sempre stata irremovibile.

Covid Merkel Germania Olanda coronavirus Rutte
Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus.

IRREMOVIBILE CONTRO RISPOSTE COMUNI

Il secco no della cancelliera stride con la posizione molto combattuta dei socialdemocratici (Spd), indispensabili per l’esecutivo di Grande coalizione. Con il dolore per gli italiani del presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico. Stride con la solidarietà arrivata dai governatori, anche del partito di Merkel (Cdu-Csu), di alcuni Land tedeschi che inviano medici in Italia e accolgono pazienti italiani di Covid 19 nei loro ospedali. E con l’appello dei Verdi, sempre più graditi alle urne dalla popolazione ma all’apposizione, a un impegno europeista comune, anche economico, per l’emergenza. La stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tedesca ed ex ministro di Merkel, in quota Cdu, ha esortato tutti gli Stati ad affrontare questa prova «insieme, con un unico cuore». Ma poi la cancelliera ha snobbato anche la chiamata alle armi dell’ex governatore della Bce Mario Draghi, in un’intervista bazooka al Financial Times alla vigilia del vertice europeo. Agire presto e subito a livello europeo massicciamente per scongiurare una letale depressione economica, sottinteso con degli eurobond, per Berlino è un eccesso.

Per Merkel il numero delle nuove infezioni rallenta e in Germania si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni

LA GERMANIA IMMUNE AL COVID 19?

Soprattutto Angela Merkel sembra ritenere la Germania immune dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, della Spagna, ormai anche della Francia costretta a trasferire con i treni veloci i malati più gravi di Covid 19 da una provincia alle altre. La cancelliera resta contraria alle restrizioni sulle libertà personali e ai lockdown, al punto da far irritare anche il suo ministro della Salute Jens Spahn, anche lui della Cdu, che questa settimana ha avvertito nel Paese si trova in una fase di «calma prima della tempesta». Giorni di crescite esponenziali dei positivi al Covid 19, considerate le quali il prestigioso Robert Koch Institut (RKI), lo Spallanzani tedesco, ha dichiarato «l’epidemia al decollo». Per Merkel invece il numero delle nuove infezioni rallenta, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni e in prospettiva «ogni 10», e dunque si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni alle attività. Una posizione in linea a quella svedese. Scuole chiuse, come le università, solo dai 16 anni in su e divieti di assembramenti oltre le 500 persone, per il resto uffici e mezzi pubblici ancora pieni, tutto ancora si muove.

Covid Merkel Germania coronavirus Europa
La sedia vuota nell’esecutivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, in quarantena durante l’emergenza del coronavirus. GETTY.

L’OLANDA DEI RIGORISTI IN AFFANNO

A Stoccolma non fanno ancora male i quasi 100 morti, a un ritmo ancora di una decina al giorno, come in Danimarca. Il Covid 19 è percepito come una malattia nuova, che può essere pericolosa per la vita come altre, ma gestibile, «non devono essere distrutti i rapporti sociali». E commerciali, nel caso anche dell’Olanda, piccolo e ricco Paese che sconta già quasi 9 mila contagi e più di 100 morti al giorno, ma che con la Germania è capofila dei rigoristi. La posizione dell’Aja potrebbe presto cambiare: il governo della destra liberista capofila dei rigoristi anseatici si era schierato per l’immunità di gregge, come il Regno Unito, determinato a non fermare le attività per non sacrificare l’import-export, motore economico dei Paesi bassi. Ma gli ospedali in forte sofferenza al punto che il ministero della Salute è costretto a chiedere posti letto al Belgio, a sua volta schiacciato dal peso dei malati da Covid 19 in terapia intensiva. Intravedendo la catastrofe sanitaria, anche la Banca centrale olandese, spinge per i coronabond osteggiati con durezza al vertice europeo, fino al giorno prima, dal premier Mar Rutte.

LA MINESTRA RISCALDATA DEL MES

Forte dei 25 mila posti – raddoppiabili – in terapia intensiva, la Germania non è nella posizione di cedere. Da prima della classe, può anche accogliere nei suoi reparti centinaia di pazienti gravi dalla Francia e dall’Italia, come fa in questi giorni. La proposta di Merkel e Rutte, cassata da Conte e da Sanchez, è la solita minestra riscaldata del Mes: non servono gli «strumenti finanziari innovativi» chiesti dall’Italia perché la Germania può rispondere anche senza «alla sfida più grande dal Secondo dopoguerra»: con un sistema sanitario nazionale che regge e, grazie al grande disavanzo pubblico accumulato, attraverso grossi aiuti di Stato. Chi non ce la fa può – limitatamente e con i dovuti interessi – accedere al fondo Ue salva-Stati del Mes, «strumento nato per affrontare le crisi». Se è vero, come crede il premier italiano, che per il Covid 19 non c’è da condividere debiti pubblici ma da fronteggiare insieme una guerra, evidentemente nella visione calvinista della cancelliera ciascuno risponde anche della propria sanità pubblica – in Italia rovinata dai tagli per l’austerity imposti dalla Germania. Con il coronavirus l’Ue non esiste, esiste un’Europa a due velocità.

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Il Bundestag ha approvato il piano del governo tedesco contro il coronavirus

Il pacchetto prevede un deficit di 156 miliardi di euro sul bilancio del 2020. Ora la palla passa al Bundesrat.

Il Bundestag ha approvato il finanziamento del pacchetto di aiuti per l’emergenza coronavirus varato dal governo federale tedesco. Il piano comprende 156 miliardi di nuovo deficit sul bilancio del 2020. Venerdì la manovra passerà al Bundesrat, l’assemblea delle Regioni, per l’ok definitivo. La manovra, considerando anche gli effetti leva previsti, vale circa 1.100 miliardi di euro.

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Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

Il super piano annunciato dalla Germania per arginare l'emergenza coronavirus vale oltre 350 miliardi. Con un massiccio ricorso al deficit. Una pietra tombale sulle velleità di chi, Italia in testa, sperava negli eurobond.

L’umanità sta affrontando una pandemia, non è la prima volta. Servirà tempo, ma metteremo anche questa pagina alle nostre spalle.

Siamo ancora nella fase iniziale, quella in cui i singoli Paesi si rassegnano all’idea di avere una emergenza da gestire. Di recente anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno dovuto abbandonare il negazionismo e smettere di sminuire il problema Covid-19.

Peraltro, storicamente, nei Paesi in cui i contratti di lavoro offrono meno tutele (non garantendo lo stipendio a chi è a casa in malattia) la diffusione delle epidemie è più veloce, perché chi non sta bene è indotto a recarsi comunque al lavoro. Anche così si spiega il recente cambio di rotta di Uk e Usa.

LE ARMI SPUNTATE DELLE BANCHE CENTRALI

L’andamento dei mercati è uno dei tanti aspetti della crisi, le principali Banche centrali si sono tutte mosse lanciando piani di acquisto di titoli e allentando, dove possibile, le condizioni in termini di tassi. Non è servito a molto, finora, ed è naturale che sia così: il costo del denaro e la disponibilità di liquidità sono molto importanti davanti a una crisi finanziaria, in questo caso però la preoccupazione non è il fallimento delle banche, ma quello dell’economia reale. Se stare a casa è l’unica forma di difesa dal virus, dobbiamo difenderci dai danni provocati dallo stare a casa: il fatturato zero.

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Troppe aziende non sarebbero in grado di sopravvivere, troppe persone perderebbero il lavoro, servirebbe poi un’enorme quantità di tempo per ricostruire un sistema economico che rischia di collassare se lasciato preda del solo “restiamo a casa”.

L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI UE

Ecco perché il prossimo passo sarà salvare l’economia. Come? Con provvedimenti simili a quello italiano (nella direzione, non certo nell’entità): coperture per i lavoratori, dilazioni fiscali, dispositivi di protezione dai licenziamenti, tutele per le imprese. Come si realizza? Gli Stati raccoglieranno le risorse emettendo quintali di nuovi titoli. Non a caso la Commissione Ue ha aperto alla sospensione del patto di Stabilità e ai suoi vincoli sull’indebitamento. Ecco che allora la disponibilità delle banche centrali a fare ingenti acquisti si rivelano importanti, almeno come prerequisiti per poter lanciare questa rete di salvataggio all’economia. E l’annuncio di oggi della Fed di essere pronta ad «acquisti illimitati» racconta molto, in proposito. In Italia (e non solo, vedi lettera di appello) molti si chiedono se queste risorse non potrebbero essere reperite su base europea, emettendo degli eurobond o dei coronavirus-bond. La situazione potrebbe essere un ottimo pretesto per fare un salto in avanti su questo fronte, ma è molto complesso: gli strumenti di tutela dell’economia sono prevalentemente di carattere fiscale, e la fiscalità è separata, ogni Paese ha la propria.

IL PIANO RECORD DELLA GERMANIA

Ecco allora che a sparigliare, rompendo gli indugi, è la Germania. Il Paese storicamente più avverso a fare debito, lancia un mega piano di sostegno all’economia. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato molto chiaro: il governo si aspetta 35 miliardi di euro in meno di entrate fiscali, ma la necessità di potenziare la Sanità richiede risorse che non possono essere rimandate: gli ospedali devono essere in condizione di aumentare le capacità lavorative, e gli attuali 28 mila posti di terapia intensiva (con oltre 29 letti ogni 100 mila abitanti, più del doppio dell’Italia e della media, la Germania è oggi di gran lunga il Paese con la maggior accoglienza ospedaliera intensiva d’Europa) verranno raddoppiati per far fronte alla pandemia. Vengono stanziati aiuti per tutti quelli che perdono il lavoro: dipendenti, ma anche gli autonomi e piccole aziende. Cinquanta miliardi di euro vengono messi a disposizione per salvaguardare la liquidità delle piccole imprese, altri 100 miliardi di euro come garanzia per crediti, perché le aziende possano ricevere aiuti.

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Il senso di tutto questo si riassume bene in poche righe: «Faremo tutto il necessario per salvaguardare posti di lavoro, le aziende e la salute dei cittadini. E possiamo permetterci di farlo, con decisione e senza esitazioni, perché negli ultimi 50 anni abbiamo rispettato i parametri e questo ora ci dà facoltà di agire». Il piano, nel suo complesso, vale oltre 350 miliardi di euro. Uno sforzo notevole anche per un Paese come la Germania, e probabilmente la pietra tombale sulle velleità di chi, consapevole che proteggere l’economia comporterà un’ulteriore espansione del debito pubblico, sperava negli eurobond.

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Il piano della Germania per difendere l’economia dal coronavirus

Il governo Merkel opta per un ricorso massiccio al deficit: 156 miliardi di nuovo indebitamento sul bilancio del 2020.

Il governo tedesco presieduto da Angela Merkel ha varato un pacchetto di misure senza precedenti nella storia della Repubblica federale per difendere l’economia della Germania dall’impatto del coronavirus.

Il pacchetto comprende, tra le altre cose, 156 miliardi di nuovo deficit sul bilancio del 2020. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha illustrato i dettagli del piano nel corso di una conferenza stampa a Berlino.

Lo scopo dichiarato è proteggere i cittadini e le imprese dalla crisi economica innescata dalla pandemia, i cui effetti saranno misurabili nei prossimi mesi.

Nasce un Fondo di stabilizzazione economica (Wsf), che avrà una dotazione di 600 miliardi e che potrà erogare garanzie pubbliche sui prestiti per 400 miliardi, in modo che le imprese possano avere un accesso agevolato al credito. Il governo federale potrà erogare altri 100 miliardi direttamente alle aziende, se necessario.

Le piccole imprese e i lavoratori autonomi potranno contare su sovvenzioni dirette fino a 15 mila euro in tre mesi. A tale scopo è previsto un ulteriore pacchetto di aiuti fino a 50 miliardi di euro.

I cittadini colpiti dalla crisi potranno infine beneficiare di ulteriori misure di sostegno. I proprietari di casa non potranno dare l’avviso di sfratto agli inquilini che non possono pagare l’affitto. Inoltre, le famiglie che subiranno un calo delle loro entrate reddituali riceveranno più facilmente l’assegno per i figli.

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Merkel in quarantena mentre Berlino fa ancora finta di niente

La cancelliera si è messa in isolamento dopo essere entrata in contatto con un medico positivo. Ma la capitale tedesca prova comunque a mantenere una parvenza di normalità. La strana situazione in Germania, dove i casi di coronavirus aumentano.

Qualche bandiera italiana per le strade di Berlino. Neanche troppe. Spesso timide, come gli applausi alle 7 di sera per il personale medico. Niente di eccezionale. Mai sentito una canzone cantata a squarciagola. Quello che sembra invece fuori dal comune nei giorni dell’emergenza coronavirus è la quantità di oggetti di seconda mano ammassati per le strade dei quartieri centrali, una tradizione che va avanti da decenni soprattutto dopo la riunificazione della Germania.

Si capisce facilmente perché succede più del solito. Se da una parte le famiglie hanno sicuramente più tempo per riorganizzare casa e buttare cianfrusaglia di vecchia data, è ugualmente vero che i residenti sono, in questi giorni, più restii a prendere oggetti dalla strada.

Un esempio di questo lieve cambiamento. Tre mazzi di fiore sono stati lasciati per l’intera giornata di venerdì nel quartiere di Prenzlauer Berg su un tavolo di un ristorante asiatico chiuso. «Secondo me non è pericoloso prenderli», si sussurrano un ragazzo e una ragazza bavaresi, raccogliendo dopo qualche esitazione gli ultimi crisantemi a inizio serata. Sorridono timidi e continuano la passeggiata romantica, lavandosi le mani con una salvietta igienizzante.

A parte una crescente diffidenza e qualche accortezza in più, sembrano emergere due reazioni contrastanti, a seconda anche dei quartieri. A Prenzlauer Berg e Mitte, zone centrali della città, le persone si stanno lentamente rintanando nelle loro abitazioni come successo in Italia. A Neukölln, quartiere dove storicamente risiede la comunità turca sempre più gettonato tra i giovani internazionali, la vita sembra proseguire come al solito. Persone camminano per le strade come se poco fosse cambiato.

Il motivo di questa Berlino eterogenea è semplice. La strategia tedesca per appiattire la curva è stata, fino a ieri, sostanzialmente diversa da quella italiana. Si è fondata sul senso di responsabilità personale. Sul concetto di civiltà.

La quarantena pseudo-volontaria annunciata il 18 marzo non è stata facile da rispettare. La capitale tedesca ha fatto vedere i suoi fiori e i suoi germogli. Il sole si è fatto sentire, ancora timido, nel cielo più blu del solito. Nonostante il freddo, molti parchi del centro di Berlino sono stati frequentati come sempre o quasi nel fine settimana. La gente si evitava, ma neanche troppo. Stessa storia nei bar venerdì pomeriggio. Erano mezzi vuoti, ma non deserti.

Anche le app di dating online hanno continuato a esercitare la loro funzione sociale nel corso degli ultimi giorni. Un po’ per tutti. Un po’ per tutti i gusti. Diversi i casi di orge o sesso di gruppo a Berlino. Di fatto queste attività non erano proibite. Sembrano non più possibili ora. Sembrano. Ancora una volta, quasi normale.

Le nuove misure annunciate domenica 22 ed entrate in vigore il 23 marzo obbligano però i bar a rimanere chiusi, permettendo solo i servizi di take away. Le nuove misure vietano anche raggruppamenti/assembramenti (in pubblico), fatta eccezione per famiglie e coinquilini. In pubblico bisognerà tenersi a una distanza minima di 1 metro e mezzo. I contatti dovranno essere ridotti al minimo. In privato possibili incontri fino a 10 persone «per ragioni impellenti». Tutte le persone devono però registrarsi.

Da capire, ora, se i libertini berlinesi accetteranno le nuove limitazioni. È vero che la media della popolazione berlinese sembra più reattiva e consapevole di quella italiana in Italia. La tragica esperienza in Lombardia ha portato qualche bandiera italiana e un pizzico di consapevolezza in più per le strade Berlino. È però anche vero che alcuni giovani berlinesi non hanno proprio brillato per senso civico, in primis non facendosi problemi a bere in gruppo o a continuare le loro pratiche sessuali preferite.

La situazione sanitaria non è comunque una passeggiata. I casi in Germania stanno aumentando. A Berlino 1.071 i positivi, per ora solo un morto. Fonti ospedaliere aggiungono che la situazione è più grave di quello che viene comunicato ai media. «Diciamo che va male e che va peggio di giorno in giorno», racconta un infermiere in condizione di anonimato. «Ci hanno chiesto di non parlare dei casi che vediamo. È per evitare il panico».

Il governo tedesco sembra avere una strategia semplice e lineare: evitare psicosi e assicurarsi che nessun sistema collassi, introducendo misure graduali e rassicurando la popolazione. Questo anche perché il sistema ospedaliero tedesco è, almeno in teoria, piuttosto solido. La Germania infatti è il primo Paese per posti in terapia intensiva (6 per 1.000 persone, contro i 2,6/1.000 in Italia secondo dati Ocse). Logico pensare anche che la tempistica degli interventi governativi dipenderà dalla capacità del sistema sanitario di gestire quella che di fatto è un’emergenza.

Ora Berlino è, appunto, in un momento di cambiamento costellato di punti di domanda. Secondo le nuove misure introdotte il 22 marzo, i cittadini devono in linea di principio stare a casa. Sono concesse comunque uscite per ragioni professionali, per volontariato, per visite mediche, per visite a persone malate, ma anche sport all’aria aperta, attività di giardinaggio e preghiera (silenziosa). Quindi nessun coprifuoco a livello federale. Solo due Länder hanno imposto misure restrittive paragonabili a quelle italiane (da sabato 21 marzo).

Anche domenica 22 l’ennesimo momento di pseudo-normalità berlinese. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato le misure, la cancelliera Angela Merkel ha fatto appello al senso di responsabilità personale. «Capisco che questo richieda un sacrificio», ha detto, chiarendo però che ora tutti devono adeguarsi. «Sono regole, non consigli… le forze dell’ordine faranno sì che le regole vengano rispettate, sanzionando le violazioni», ha detto Merkel prima di mettersi in quarantena. Sì. Si è messa in quarantena. Dopo la conferenza stampa.

Un comunicato diffuso subito dopo ha chiarito che Merkel è entrata in contatto con un medico poi risultato positivo al coronavirus. Insomma. In una Berlino stranamente romantica, ma sempre pazzerella, il tentativo di mantenere una parvenza di normalità continua. Lasciare una sorta di sostenibile morigeratezza, quando è però chiaro che la situazione non è poi una normale passeggiata: sulle prime pagine di alcuni giornali la storia principale è che Merkel è in quarantena, non quali siano le misure introdotte. Nessuna menzione dell’obbligo di portare sempre con sé un documento d’identificazione. Approccio romantico ed emotivo se si vuole, ma per una volta non troppo chiaro. È insomma emergenza per tutti. Indipendentemente dalla bandiera.

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L’incubo italiano cala su Bonn: diario dell’emergenza coronavirus dalla Germania

I locali chiudono, si esce poco. Si moltiplicano gli inviti a stare in casa mentre i coronaparty impazzano a Berlino: il Paese pare schizofrenico. Le immagini e le notizie dalla Lombardia e da Bergamo sono un pugno nello stomaco. E anche se si confida nella tenuta del sistema sanitario, ci si prepara al peggio. Il racconto.

da Bonn

Passano i giorni, e la situazione si fa sempre più preoccupante. Alla mezzanotte del 20 marzo in Germania i casi di coronavirus erano 13.957, 2958 in più rispetto al giorno precedente. Lo ha reso noto l’Istituto Koch, aggiungendo che le morti accertate sono 31.

Intanto la Baviera, il più grande Land, ha imposto per prima il lock down all’italiana. Ecco il diario della seconda settimana di crisi da Bonn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia.

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LUNEDÌ: SOLIDARIETÀ E PREOCCUPAZIONE: CI SI PREPARA AL PEGGIO

Qualcosa, dalla scorsa settimana, è cambiato. Non si tratta di divieti o ristoranti chiusi, qui non ci siamo ancora arrivati, anche se è una questione di giorni. Me ne accorgo quando alla mattina leggo le mail e mi trovo sommerso da offerte di aiuto per fare la spesa, andare in farmacia, accompagnarmi in ospedale. È la community del vicinato che si sta mobilitando. Non sono dirette intenzionalmente a me, è la gente del quartiere che si prepara al peggio, pensando agli altri. Per fortuna non rientro ancora nella categoria dei vecchietti non autosufficienti, ma mi fa piacere che ci siano vicini solidali. A Bonn, 300 mila abitanti in una regione di 18 milioni, i posti letto in terapia intensiva sono 6 mila (28 mila in tutta la Germania, dove si pensa a un raddoppio per l’emergenza). Per ora si sono registrati una trentina di casi di coronavirus in città, contro gli oltre 300 di semplice influenza. Nessun morto.

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Tutto sommato la situazione è tranquilla, caffè e ristoranti aperti, ovviamente come i supermercati. Solo università, scuole e asili sono chiusi da oggi. Anche mia figlia di quattro anni è a casa, le ho spiegato la storia del virus, ha fatto un bel disegno colorato, ma non sono sicuro che l’abbia capita. Il sindaco di Bonn Ashok Sridharan, figlio di un immigrato indiano, è della Cdu, il partito di Angela Merkel, e per ora non ha usato il pugno di ferro. I parchi giochi sono ancora accessibili, anche se preferisco passare il pomeriggio a casa. Alla sera arriva la notizia del giro di vite annunciata a livello regionale: da domani gastronomia a regime ridotto e altri negozi chiusi da metà settimana.

Supermercati svuotati in Germania (Getty Images).

MARTEDÌ: TRA ANSIA E CORONAPARTY, GERMANIA SCHIZOFRENICA

Faccio un giro in centro, dove il mercato è ancora aperto. Il mio fruttivendolo scuote la testa quando gli chiedo fino a quando lavorerà. Tira un’aria bruttissima, nonostante i quasi 20 gradi e il sole splendente. Anche altri negozi e i grandi magazzini sono ancora aperti, per l’ultimo giorno, ma sono vuoti, nel senso che non ci sono clienti. Gli spiazzi per i bambini sono vietati, il consiglio è quello di evitare assembramenti. Bonn sta per addormentarsi, mentre vedendo le immagini di una Berlino ancora effervescente e sentendo le notizie dei coronaparty si ha l’impressione di una Germania schizofrenica.

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Mentre la mia piccola si fa il sonnellino pomeridiano mi passa sott’occhio un articolo di un quotidiano italiano dove si racconta che i test nella regione di Colonia, la stessa di Bonn, sarebbero inaffidabili e solo un contagiato su tre viene riconosciuto. Viene citata la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quotidiano di Francoforte che di solito non scrive fesserie. Controllo e in effetti nell’intervista originale a un virologo dell’università di Bonn si dice solo che nei test veloci comparati in laboratorio con quelli standard la sensività è appunto di un terzo. Non c’è però alcun riferimento ai test condotti qui che sono appunto quelli standard. Fake news, il solito pezzo antitedesco a priori, trash journalism all’amatriciana. Il problema è che i tedeschi si possono e si devono anche criticare, per carità, ma bisogna farlo a ragion veduta, non inventandosi le notizie. Per esempio scrivendo che molti stanno sottovalutando il problema e prendendo sottogamba le indicazioni delle autorità di starsene tranquilli a casa. La conferma mi arriva nel pomeriggio quando vedo il lungofiume affollato come in piena estate.

I parchi giochi di Berlino sono chiusi (Getty Images).

MERCOLEDÌ: L’ECO DELLA TRAGEDIA ITALIANA

Ernst, il mio vicino, è preoccupato, già dorme poco, poi ha letto sul giornale che i casi sono quadruplicati nel giro di un paio di giorni e anche se a Bonn tutto è sotto controllo (una settantina di e 500 di influenza) le immagini dall’Italia che anche la tivù tedesca sta mandando in onda in questi giorni non lo lasciano tranquillo. E ha ragione. Il Bonner General Anzeiger, che Ernst mi passa ogni giorno per colazione dopo averlo letto lui all’alba, stamattina apre con la frase del governatore regionale Armin Laschet, candidato alla successione di Angela Merkel, che sobriamente ha annunciato: «Ora è questione di vita o di morte». Buona giornata, mi augura l’ironico dirimpettaio, 67 anni, categoria a rischio e l’intenzione assoluta di passare i prossimi giorni barricato in casa. Der Spiegel pubblica oggi un’intervista a Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. Il messaggio dall’Italia per i tedeschi è chiaro: «Sfruttate il tempo che avete ancora».

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In effetti la Germania pare avere ancora un paio di settimane di vantaggio rispetto al Belpaese, i casi di contagi aumentano ancora in modo esponenziale, ma il numero contenuto di morti (per ora solo una trentina) e soprattutto la solidità del sistema sanitario, fanno sperare che la tragedia italiana possa essere scampata. A scanso di equivoci Angela Merkel in serata lancia un appello alla nazione a reti e social unificati. I tedeschi vanno a letto con le parole della cancelliera che li ha invitati a rimanere a casa per rallentare il contagio, che rischia di colpire 10 milioni di tedeschi nei prossimi due mesi, come ha detto il presidente del Robert Koch Institut Wieler. Good night and good luck.

In Germania i contagi sono arrivati quasi a 14 mila (Getty Images).

GIOVEDÌ: NESSUN NUOVO CASO E UN PENSIERO A CASA

Buone notizie dall’ex capitale. I primi due pazienti qui son già guariti. Di morti non ce ne sono e stamattina il centro era semideserto. Un paio di mamme in giro coi passeggini e, incredibilmente, un sacco di spavaldi vecchietti, singoli o a coppie. Seduti fuori dal gelataio che però è chiuso. Penso ai miei che sono in quarantena in Valtellina e son scappati già un paio di volte dalla badante per andare a farsi una coppetta. Con l’alzheimer non c’è niente da fare. Qui comunque non c’è ancora l’obbligo di stare a casa, ma Frau Merkel ieri sera è stata chiara. Se continua così, però, ci saranno presto misure restrittive. Difficile immaginarsi la Bundswehr a controllare le strade, probabilmente basteranno solo le minacce e un’informazione più intimidatoria. Strane notizie invece da casa mia: ho un po’ di febbre. Mah. Comunque decido di chiamare il numero nazionale per le emergenze sanitarie, visto che il mio dottore oggi pomeriggio è chiuso. Ovviamente non prendo la linea, anche riprovando un paio di volte. La hotline di Bonn è attiva e mi risponde subito una gentile dottoressa che mi dice che se ho solo un po’ di febbre e altri sintomi non ce ne sono, anche se sono tornato dalla Lombardia all’inizio di febbraio, è improbabile che sia coronavirus. Lo sapevo, ma fa bene sentirselo dire. Anche se comunque potrei comunque essere stato contagiato qui. Alla sera in ogni caso sto meglio. In televisione c’è Drosten, il virologo di riferimento per il governo, che conferma come rispetto all’Italia ci siano fino a due settimane di vantaggio, a seconda dei casi. Ma servirà probabilmente un’altra stretta.

merkel coronavirus discorso tv germania
Angela Merkel nel suo discorso alla nazione.

VENERDÌ: SI ATTENDONO PRESTO MISURE NAZIONALI

Febbre non ce n’è. Non vado dal mio dottore, primo perché non ce n’è bisogno, secondo perché c’è gente che sicuramente ha urgenze maggiori. Prendo la bici e vado in ricognizione. Su Der Spiegel ho letto che la bicicletta è il metodo migliore per spostarsi, si prende aria fresca e si rispettano le distanze. Alla fine della settimana i tedeschi sembrano aver compreso: Bonn vuota come non si era mai visto, nemmeno la mattina di Natale. Qualche locale ha ancora aperto, possono fare solo take away. Passo dalla mia pizzeria napoletana preferita e trovo Valerio un po’ sconfortato. Ha inaugurato il nuovo locale la settimana scorsa e adesso è già tempo di chiudere. «Sarebbe meglio fare tutta zona rossa», mi dice, «giù le serrande e basta, così almeno si blocca tutto e invece di andare in perdita riusciamo a salvarci, anche con gli aiuti del governo». Berlino ha già stanziato un piano di emergenza di centinaia di miliardi di euro, ce ne sarà per tutti, grandi e piccoli, si spera. La locomotiva d’Europa non può schiantarsi. Arrivano le prime notizie di città tedesche che decretano il coprifuoco, domani pare che arriveranno misure a livello nazionale. Torno a casa per pranzo, è il mio compleanno e trovo il nuovo disegno di mia figlia sul coronavirus, mutato rispetto a quello di lunedì. Auguri papà. A tutti, direi.

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Per la prima volta in 14 anni, Merkel ha fatto un discorso tv alla Germania

Esclusi gli auguri di capodanno, la Cancelliera non aveva mai fatto un appello sulla televisione pubblica prima del coronavirus: «È la sfida più grande dalla seconda guerra mondiale».

Si è spinta a rievocare la Seconda guerra mondiale Angela Merkel per far capire quanto sia grave l’emergenza coronavirus in Germania: è la sfida più grande da allora quella attuale, per i tedeschi. Si giustificano così mezzi e misure del tutto inediti nella Repubblica federale, che si tiene stretto il suo regionalismo, proprio per tutelare la democrazia da ogni possibile abuso. E del resto anche un discorso alla nazione, rivolto ai concittadini attraverso i canali della tv pubblica, la cancelliera non lo aveva ancora mai fatto in 14 anni di governo e di crisi gestite sempre con sobrietà di toni e passo cauto. Eccezion fatta per gli auguri di capodanno. “Lasciatevi dire questo: è una cosa seria. Prendetela anche voi seriamente – ha scandito stasera -. Dalla Seconda guerra mondiale non c’è stata più nessuna sfida che richiedesse al nostro Paese un agire comune e solidale di questa portata”. Combattere il coronavirus “è un compito storico e si può affrontare soltanto insieme. La situazione è seria e fluida, il che vuol dire che non dipende soltanto ma anche da quanto ciascuno seguirà con disciplina le regole”. In una Germania ancora libera di muoversi, dove per ora la vita pubblica è stata blindata ma non vige ancora un lockdown, la Bundeskanzlerin ha definito le limitazioni finora imposte comunque “drammatiche” e tuttavia “necessarie a salvare vite”. È la Ddr il parametro di riferimento esplicito in questo caso, e Merkel sottolinea di non prendere alcuna decisione alla leggera. “Il governo verifica costantemente se si debba correggere qualcosa, ma anche se manchi qualcosa di ancora necessario”, è il passaggio con cui la cancelliera ha lasciato aperta la strada alla decisione di imporre ai tedeschi di restare a casa. I numeri d’altronde iniziano a fare davvero paura: i casi di contagio registrati dai Laender sono almeno 11mila. “La crescita è esponenziale – ha affermato il presidente del Robert Koch Institut, Lothar Wieler – siamo una, due settimana indietro rispetto allo scenario italiano”. “E voglio dirlo chiaro – ha avvertito – se il piano non funzionerà, nel giro di due o tre mesi in Germania avremo 10 milioni di contagi”. Il discorso della Merkel, a lungo criticata per aver lasciato la gestione dell’emergenza al suo ministro della Sanità Jens Spahn si inquadra in questo contesto. La Bundeskanzlerin ha preso la parola, sottolineando di farlo per canali atipici, per chiedere ai tedeschi disciplina e ragionevolezza. “La Germania ha un sistema sanitario eccellente. Forse uno dei migliori al mondo. Ma anche i nostri ospedali potrebbero essere completamente sopraffatti se troppi pazienti con un decorso grave dell’infezione arrivassero in poco tempo nei nosocomi”. I posti di terapia intensiva sono 28 mila. L’80% è occupato, ha segnalato qualche giorno fa l’ormai famoso virologo dello Charitè, Christian Droste. E il piano pandemia del governo prevede di raddoppiare questa capacità: costruendo nuovi presidi sanitari, anche negli hotel e nelle grandi sale delle fiere, come quella di Berlino, che ospiterà un ospedale nuovo da 1000 posti letto.

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La moda dei Coronaparty che indigna la Germania

Discoteche e locali chiusi per fermare il contagio? Orde di giovanissimi si ritrovano in strada o nei parchi per fare festa. Nonostante gli interventi della polizia e la condanna della politica, il fenomeno resiste. Soprattutto a Berlino e in Baviera.

Li chiamano Coronaparty e sono l’ultima moda in Germania, fra i giovanissimi. In un Paese in cui il virus ormai dilaga – i casi ufficiali sono oltre 8.200 e il sistema sanitario tocca i propri limiti – c’è chi non ha ancora capito. Un po’ come in Italia, prima dei decreti che hanno costretto la gente a restare in casa. Scuole chiuse? Tutti nei parchi, a festeggiare. Discoteche, locali notturni blindati? Si ripiega nelle abitazioni private o anche in piena notte all’aria aperta, fra litri di birra e musica. Un fenomeno diffuso, che riguarda Berlino come le città nel Sud, della Baviera.

I RAGAZZI: «NON SIAMO A RISCHIO, E POI ABBIAMO IL DISINFETTANTE…»

Intervistati su questa condotta, i ragazzi dimostrano di non aver compreso la gravità della situazione: «Non siamo nella fascia a rischio e abbiamo sempre con noi il disinfettante», risponde una di loro in un video postato su Twitter. E poi, dice, non «coccolerò» nessuno a fine serata. Insomma, un esercito d’inconsapevoli. Per fermare i Coronaparty, a tutela di tutti, arriva spesso la polizia, che fino a inizio settimana ha sciolto diversi assembramenti «con le buone», invitando tutti ad andare a casa.

LA DENUNCIA BIPARTISAN DELLA POLITICA

«Comportamenti del tutto irresponsabili», è la denuncia bipartisan di molti politici. L’indignazione è esplosa sul web. La Germania che richiama i medici dalle pensioni e costruisce ospedali negli hotel per raddoppiare i posti letto di terapia intensiva mal sopporta l’incoscienza dei giovanissimi. «Gli farei pagare fino a 5 mila euro di multa», commenta qualcuno su Twitter. «Per ogni Coronaparty andrebbero fatte scorrere le immagini che arrivano dall’Italia. Grazie a voi, presto così anche da noi».

Non ha senso chiudere le discoteche se poi si fanno le feste a casa

Lars Schaade, Robert Koch Institut

Lars Schaade, del Robert Koch Institut, in conferenza stampa a Berlino ha commentato: «Non ha senso chiudere le discoteche se poi si fanno le feste a casa. Lo dico perché adesso si organizzano i cosiddetti Coronaparty. Per favore non fatelo».

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Diario dell’emergenza coronavirus da Bonn

Da subito, in Germania, le autorità hanno invitato alla calma. Piano piano però la vita sociale è stata ridotta al minimo. Niente calcetto. Mascherine, disinfettanti, carta igienica e sapone sono sempre più difficili da trovare. Mentre sul Reno i turisti sono quasi scomparsi. Il racconto.

La pandemia da coronavirus si allarga a macchia d’olio. Dopo L’Italia anche la Germania si trova a fare fronte alla diffusione del Covid-19. Diario della prima settimana di emergenza da Bonn.

LUNEDÌ: UN MIGLIAIO DI CASI, NESSUN ALLARMISMO

Stamattina vado dal dottore. Un appuntamento già preso da tempo per un controllo. Mi aspetto la solita calca da inizio settimana, aggravata dall’effetto coronavirus. Zero: le segretarie tranquille al desk, mascherina e guanti, in sala d’aspetto un pugno di persone. Si sono organizzati: chi si presenta senza annunciarsi viene messo in lista (brevissima) d’attesa o rimandato a due ore più tardi, sino a esaurimento posti. E tempo. I casi sospetti devono telefonare prima, se arrivano vengono visitati e eventualmente si fa il tampone, secondo le linee del ministero della Sanità. Non basta avere tosse e un po’ di febbre, ci deve essere un qualche sospetto maggiore, come il contatto diretto con una persona infetta o la provenienza da zone a rischio.

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Qui in Nordreno Vestafalia c’è solo quella di Heinsberg, a un centinaio di km da Bonn, dove c’è anche stato il primo morto, oggi. Il mio medico (l’Hausartz, quello della mutua insomma) è anche un bravo manager e il suo ambulatorio è ora un modello. Se sarà così nelle prossime settimane è tutto da vedere, ma per ora sembra che i pazienti abbiano capito in fretta come ci si deve comportare e non vengono in massa per un colpo di tosse. Dal telefonino, intanto che aspetto, seguo la conferenza stampa del ministro della Sanità Jens Spahn, accompagnato come al solito in queste settimane dal direttore del Robert Koch Institut, l’autorità massima in campo sanitario, e dal virologo Christian Drosten della Charitè di Berlino, un giovane luminare che dai tempi della Sars si occupa di epidemie. Il loro messaggio è che siamo solo all’inizio. La Germania deve ancora affrontare la vera epidemia. Per ora ci sono circa un migliaio di casi. L’Italia da questo punto di vista è ancora lontana. Dopo il medico faccio un salto al supermercato: a parte i disinfettanti che sono esauriti da 10 giorni, c’è tutto, carta igienica compresa. Torno a casa tutto sommato sicuro che se ci sarà un’emergenza i tedeschi sapranno come controllarla.

Persone in fila per il triage in una clinica a Berlino (Getty Images).

MARTEDÌ: RIDURRE AL MASSIMO LA VITA SOCIALE

Il caffè alla mattina è pieno come al solito. Espresso, si dice così in Germania, al tavolo e latte macchiato to go, le abitudini dei soliti frequentatori non cambiano. Niente distanze di sicurezza, nessuno dentro o fuori con la mascherina. Perché poi? Qui non c’è ancora allarme. «Non siamo mica in Italia», mi prende in giro il barista, peruviano, uno con cui gioco ogni tanto a calcetto. E mi chiede anche come è andata la partita di domenica. Rimandata, gli dico, a causa del virus: a un paio di noi è stato consigliato di starsene a casa tranquilli ed evitare contatti perché i loro figli vanno in una scuola dove la settimana scorsa è stato registrato un caso e anche se non è una quarantena vera e propria gli ordini sono quelli di ridurre al massimo la vita sociale. Calcetto compreso.

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In realtà in tutta la Germania sono già centinaia le scuole e gli asili chiusi. C’è anche un paese di 3000 abitanti di fatto in quarantena, Neustad Dosse, in Brandenburgo. Ogni Land decide per sé, alla luce delle direttive di Berlino. La Sanità in Germania, come l’Istruzione, è materia dei Länder. Non è ancora chiaro se questo sia un vantaggio o uno svantaggio nel gestire l’epidemia, ma per ora la parola d’ordine è quella di stare calmi, seguire le indicazioni delle istituzioni locali, regionali e nazionali, che vengono comunque coordinate. Nel pomeriggio ripasso al super e visto che gli scaffali sono ancora pieni decido di soprassedere, urgenze non ce ne sono, e vado subito a prendere mia figlia all’asilo. Qui sono tutti tranquilli, hanno ricevuto già da qualche giorno le circolari di rito sulle questioni di igiene e basta. La direttrice mi racconta che nessuno si spaventa se un bambino ha un colpo di tosse, però mi chiede quando sono stato l’ultima volta in Italia. Un mese fa e sono sano come un pesce, assicuro, citando però un’altra volta la storia del calcetto.

Angela Merkel, cancelliera tedesca
Angela Merkel.

MERCOLEDÌ: LE PAROLE DI MERKEL SCATENANO IL PANICO

Passo al mercato. Meno gente del solito, un po’ per il tempo piovigginoso, un po’ perché è così da una decina di giorni. La mia panettiera di fiducia dice che è colpa del virus, la gente sta più in casa, anche se non è proprio obbligata, ma è una sorta di senso civico, alla luce di quanto ogni giorno i media raccontano, senza troppo allarmare, ma è chiaro che la situazione sta cambiando. Lei non ha paura, pensa di essere informata a sufficienza per affrontare il periodo peggiore. In televisione Spahn, Drosten e Angela Merkel, che oggi si è fatta sentire per la prima volta dopo giorni di silenzio, spiegano e contestualizzano. Alla cancelliera sono arrivate critiche per essere stata a lungo dietro le quinte, ora però il caso coronavirus diventa una questione seria. Ha scatenato il panico in Germania e non solo la sua previsione sul 60-70% dei tedeschi che verranno contagiati: niente di nuovo, sono cifre che danno gli esperti che collaborano con il governo, sottolineando però che sarà sul lungo periodo, mesi e anni. Particolare non da poco, il panico si scatena con le frasi lasciate a metà.

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La parola d’ordine ora è rallentare il virus, per non appesantire il sistema sanitario. Alla sera, mentre il premier italiano Giuseppe Conte annuncia il lockdown pressoché totale si gioca la prima partita a porte chiuse nella storia della Bundesliga. C’è anche la notizia del terzo morto tedesco. A me i numeri interessano poco, anche perché bisogna saperli leggere, tutti, e come dice il professor Drosten ci sono cose più importanti da spiegare e far capire alla gente. Secondo lui lo sviluppo dell’epidemia in Germania ha un ritardo rispetto all’Italia di 4-6 settimane. Per l’Oms è pandemia, ufficiale. Vedremo.

Passeggeri all’aeroporto di Francoforte (Getty Images).

GIOVEDÌ: FINISCONO SAPONE E CARTA IGIENICA

Al super il sapone e la carta igienica sono finiti. Un’addetta mi assicura che in giornata gli scaffali saranno di nuovo pieni. Se ho urgenza devo andare dalla concorrenza dietro l’angolo, a loro dovrebbero aver già consegnato. Grazie, chiedevo solo per un amico. Le autorità locali hanno deciso di vietare in città le manifestazioni con più di mille persone, università, scuole e asili rimangono aperti. In centro si nota l’assenza di turisti: a Bonn si festeggia quest’anno il 250esimo della nascita di Ludwig van Beethoven. L’anno è iniziato malissimo, asiatici spariti, pochissimi gli altri, tedeschi compresi. All’ufficio turistico di fronte alla casa natale del suddetto consigliano di prendere le guide audio solo se si hanno le cuffie personali. Difficile quantificare ora i danni al settore, qui come in tutta la Germania. Saranno pesanti i cocci da raccogliere.

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Il governo ha già annunciato di essere pronto, tra aiuti alle imprese e ai privati, a far fronte al crash in arrivo. La Borsa di Francoforte è costantemente a picco e i pochi rimbalzi sono lievi. Nella farmacia all’angolo dall’inizio di febbraio il cartello annuncia che le mascherine sono esaurite. «Per quel che servono», mi dice la titolare. Il problema è che la gente ha paura, soprattutto gli anziani e i genitori con i bambini piccoli. E se la prende pure con i media che informano male. «Il peggio deve ancora venire», dice. Concordo.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

VENERDÌ: PREOCCUPANO I VIROLOGI DELLA DOMENICA

Decido per la botta di vita. Pranzo all’Ocean Paradise. È un ristorante su una barca a due piani ancorata sulla sponda destra del Reno. Sta lì da quasi 30 anni, da quando un imprenditore cinese l’ha fatta costruire ad Amsterdam e trasportare fin qui. Un paio di centinaia di posti. Una decina i clienti a mezzogiorno, distribuiti ai tavoli vista fiume, la distanza di sicurezza rispettata, anche se qui non è ancora prescritta. A Bonn si soffre un po’ il momento critico della gastronomia, con il deficit del turismo, gruppi in primis. La stagione delle crociere fluviali è bloccata ancor prima di partire. Al cinese comunque hanno superato la mucca pazza, la Sars e supereranno anche il coronavirus.

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Dopo il biscottino della fortuna che mi invita a farmi consigliare da mia moglie in ogni decisione importante devo fare gli aggiornamenti giornalieri: le fonti sono essenziali. Io mi fido di pochi: oltre a Drosten via etere e radio, il punto di riferimento è mio cugino. Che non è uno qualunque, ma Director Health&Care alla Croce rossa internazionale di Ginevra. Avercene di parenti così. Da settimane cerca di spiegare al mondo cos’è il coronavirus e come affrontarlo. Vorrei che lo ascoltassero e lo avessero ascoltato soprattutto gli epidemiologi della domenica che non hanno perso occasione ovunque, soprattutto sui social, di dire la loro. A vanvera. Anche sui forum degli italiani in Germania, dove delirio e complottismo si confondono in miscele allucinanti. Ma non si può avere tutto. La carta igienica e il sapone sono comunque davvero tornati, il weekend può arrivare in serenità. Il calcetto domenicale però salta un’altra volta e lunedì si ricomincia un’altra settimana di passione tedesca. In attesa dell’ignoto.

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Coronavirus, Merkel: «Non si può dire all’Italia di non investire nella sanità»

Da Berlino, la cancelliera tedesca ha ribadito che «la situazione è straordinaria» e che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». Sulla chiusura delle frontiere dell'Austria, attacca: «Non è il modo adeguato di reagire. L'Europa non si deve isolare».

«Non si può dire all’Italia in questa situazione che non debba investire nel suo sistema sanitario». A dirlo è Angela Merkel durante la conferenza stampa a Berlino sull’emergenza coronavirus. La cancelliera tedesca ha anche sottolineato come sia «chiaro che le spese su questo debbano avere una precedenza». «La situazione è straordinaria», ha aggiunto Merkel, spiegando che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». La cancelliera, poi, ha «voluto inviare un messaggio agli amici italiani: le notizie sull’emergenza in Italia ci angustiano».

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MERKEL: «CHIUDERE LE FRONTIERE NON È IL MODO ADEGUATO DI REAGIRE»

In riposta alla chiusura della “zona protetta“, in Italia, per contenere l’epidemia di coronavirus, l’Austria e la Slovenia hanno chiuso le frontiere con il nostro Paese. Provvedimenti bocciati da Merkel: «La Germania non ritiene che chiudere le frontiere sia il modo adeguato di reagire. L’Europa non si deve isolare ma deve coordinarsi. Nessun sistema sanitario dovrà vivere una situazione di emergenza».

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Sui migranti sono i Verdi a raccogliere l’eredità di Merkel

La leader dei Grünen Baerbock chiede al governo di accogliere 5 mila persone dalle isole greche. Mentre il candidato alla leadership della Cdu Merz va in direzione esattamente contraria a quella che fu della cancelliera. E si avvicina all'estrema destra dell'AfD.

Se c’è un Paese a cui guardare mentre il confine greco ribolle sotto la nuova pressione migratoria e le minacce di Recep Tayyp Erdogan, è la Germania.

A cinque anni dal «possiamo farcela» con cui Angela Merkel aprì le frontiere a 1 milione di profughi siriani – integrazione riuscita, dicono tutte le ricerche fatte finora – il processo alla sua linea politica sul fronte migratorio continua a essere considerato dagli esponenti della Cdu, sospesa tra la competizione e all’appeasement con l’estrema destra di Afd (Alternative für Deutschland), uno dei discrimini fondamentali nella corsa alla nuova leadership.

E il paradosso è che l’eredità di Merkel sui migranti, uno dei pochi atti di coraggio per cui la cancelliera si è distinta nei suoi anni alla guida riluttante dell’Europa, è stata raccolta non dal suo partito, ma da quello che, stando ai sondaggi che lo danno costantemente in ascesa, rischia di togliere alla Cdu il timone del Paese: i Verdi.

MERZ (CDU) IN DIREZIONE CONTRARIA: «NON VI POSSIAMO ACCOGLIERE»

È stata infatti la co-leader del partito dei verdi Annalena Baerbock a chiedere al governo tedesco di accogliere 5.000 persone vulnerabili provenienti dai campi di accoglienza delle isole greche. I verdi, ha fatto sapere Baerbock, hanno già depositato una richiesta al Bundestag che potrebbe essere accolta velocemente. Opposta è stata invece la reazione di Friederich Merz, candidato alla presidenza della Cdu, cioè dei popolari della cancelliera Merkel. Merz ha messo in guardia dal pericolo del ripetersi di una nuova ondata migratoria come accadde nel 2015, imboccando esplicitamente la strada opposta rispetto alla donna che ha guidato il partito e il Paese per un ventennio. Bisognerebbe dire ai migranti «che non ha alcun senso venire in Germania», perché «non vi possiamo accogliere», ha sottolineato il candidato della corrente conservatrice del partito all’emittente Mdr. E in questo Merz sembra più allineato proprio con l’estrema destra: l’ex leader di Afd Alexander Gauland ha bollato la richiesta di Annalena Baerbock come «irresponsabile». Chissà, tra le posizioni del suo partito e quelle dei Verdi, cosa sceglierebbe la cancelliera.

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La corsa a quattro per il post Merkel fra Laschet, Merz, Spahn e Röttgen

Dopo l'addio annunciato dalla delfina Akk, il futuro dell'Unione cristiano-democratica di Germania è affare loro. Un moderato centrista nel segno della continuità, un rigido "padrone" più a destra per recuperare i voti finiti ad Afd, il 40enne outsider gay simbolo del cambio generazionale e l'ex ministro ostile ad Angela. Guida alla successione della cancelliera.

Una poltrona per quattro. O forse per cinque, anche se l’ultimo della fila – il governatore della Baviera Markus Söder – sembra aver già inserito la retromarcia per lasciar strada al quartetto targato Nordreno Westfalia (Nrw). E pare che in ogni caso, vista la crisi incalzante dei conservatori, la soluzione del rebus dovrà essere trovata non certo sotto Natale, ma già in estate, ben prima di quanto avesse prospettato Annegret Karr Karrenbauer (Akk), l’ancora leader della Cdu, l’Unione cristiano-democratica di Germania, destinata a lasciare presto quindi il posto a uno dei quattro contendenti in lizza, tutti originari della più popolosa regione tedesca: Armin Laschet, Friedrich Merz, Jens Spahn e Norbert Röttgen.

LA CDU NON È PIÙ UN PARTITO DI MASSA CHE VALE IL 40%

Almeno questo è il quadro, ancora nel pieno inverno e in un momento in cui i cristiano democratici della cancelliera Angela Merkel stanno attraversando la peggiore fase da qualche anno a questa parte. Non solo questioni di numeri: la Cdu non è più il partito di massa che veleggiava oltre il 40% ed è abbondantemente sotto il 30, ma anche e soprattutto di uomini (e donne) e di contenuti. Il disastro in Turingia che ha condotto all’annuncio di Akk di voler lasciare la testa del partito e non partecipare alla corsa al Kanzleramt è solo il sintomo di una malattia che ha portato in depressione la formazione e che Frau Merkel non ha saputo curare.

L’ORIZZONTE: LE ELEZIONI FEDERALI DEL 2021

Anzi, secondo alcuni sarebbe proprio lei il virus, colpevole di essersi appiattita verso il centro e di aver fatto male i conti per la successione, scegliendo proprio la ex governatrice della Saarland, rivelatasi alla prova dei fatti un disastro. Comunque sia, la Cdu deve ripartire ora da zero e l’orizzonte è quello delle elezioni federali del 2021, su cui pende però la possibilità di un anticipo, qualora la cancelliera faccia un passo indietro.

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Annegret Kramp-Karrenbauer, detta Akk. (Getty)

INTANTO LA SPD È ORMAI OMBRA DI SE STESSA

Il nodo è quello ormai noto del nome del prossimo capo del partito che sarà anche candidato cancelliere: i conservatori hanno annunciato di voler tentare la quadratura del cerchio, affermando di voler risolvere le questioni personali interne e garantire il termine naturale della legislatura, obbiettivo difficile da raggiungere e che adesso è affidato alla grazia dei quattro moschettieri che dovranno trovare un compromesso condiviso per evitare di trascinare ancora più basso la Cdu e seguire il destino tragico dell’altro ex partito tradizionale di massa, la Spd – il Partito Socialdemocratico di Germania – ormai ridotta a un ombra di se stessa.

DUBBI SULLE REGOLE DELLA SUCCESSIONE: LA BASE VOTERÀ?

Teoricamente è ancora Akk a gestire il processo di successione, ma la segretaria ufficiale ha perso ormai ogni autorità, senza il supporto della cancelliera che ormai può giocare solo a fare il tifo, senza spostare pedine fondamentali. La partita se la giocano dunque in quattro, fermo restando che è ancora da vedere quale sarà il metodo decisionale interno, se cioè i conti verranno fatti alla fine solo ai piani alti oppure se sarà permesso alla base di esprimere un parere.

ARMIN LASCHET: IL MODERATO CENTRISTA DELLA CONTINUITÀ

L’attuale governatore del Nordreno Westfalia Armin Laschet rappresenterebbe un po’ la continuazione della linea Merkel. Ha ottimi rapporti con la cancelliera, anche se ultimamente non le ha risparmiato qualche critica. Non ha neanche 60 anni, da cinque è uno dei vice capi del partito e da due è ministro-presidente in Nrw, dove governa a braccetto con i liberali della Fdp. Dalla sua ha l’esperienza di governo e l’immagine vincente di uno che in un Land rosso è stato capace di far diventare la Cdu il primo partito, al netto dei demeriti della Spd.

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Armin Laschet. (Getty)

È considerato un moderato centrista, uno capace di conciliare le diverse anime del variegato spettro cristianodemocratico, anche se resta da vedere se la strategia “alla Merkel” sarà quella capace di salvare il partito. Per ora è quello che del quartetto si è tenuto più coperto, sia per ordini di corrente, sia perché rispetto agli altri due contendenti è quello che ha più da perdere. Un passaggio da Düsseldorf a Berlino, non concertato sino in fondo, potrebbe rivelarsi una catastrofe proprio come capitato ad Akk, arrivata dalla Saarland nella capitale con il sostegno solo della cancelliera e poi finita stritolata dei tentacoli della piovra conservatrice.

FRIEDRICH MERZ: UN NOME PER LA SVOLTA A DESTRA

La Cdu in mano a Friedrich Merz, 64enne ex chariman di Blackrock in Germania, sarebbe sicuramente un altro partito rispetto a quello di Angela Merkel. Sterzerebbe più a destra, con decisione, riportando le competenze economiche in primo piano, a discapito di quelle sociali. Niente più “Mutti”, la mammina della nazione, ma un rigido “Vater”, forse più padrone che padre. Merz si era allontanato dal partito nel 2009, dopo dissidi interni e una carriera che sembrava finita proprio a causa dei bastioni messi tra le sue ruote da Frau Merkel. Poi il tuffo nel privato, tra consulenze, lobbismo e incarichi vari, per arrivare al ritorno nel 2018, fiutando il declino della cancelliera, e al fallito tentativo di accaparrarsi la leadership del partito, sconfitto al congresso del 2018 da Akk.

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Friedrich Merz. (Getty)

Ha già promesso di voler recuperare i voti persi della Cdu e andati ai nazionalpopulisti di AfD (Alternative für Deutschland). Difficile dire se ci riuscirà, la questione della destra sovranista molto forte nelle regioni della ex Ddr (guidata per altro in larga parte da personaggi originari della vecchia Germania Ovest, ma questa è un’altra storia), è un po’ più complicata, ma è certo che Merz darebbe al partito un’impronta molto più conservatrice, in tutti i sensi.

JENS SPAHN: L’IMPROBABILE CAMBIO GENERAZIONALE

Jens Spahn è il più giovane del gruppo: 40 anni a maggio 2020, è quello che rappresenterebbe davvero il cambio generazionale in un partito invecchiato e stanco. È il candidato che ha meno chance, anche se nel suo ruolo di ministro della Sanità ha rafforzato la sua immagine. È gay dichiarato, il che comunque non gli ha ostacolato la carriera in una formazione cattolica.

Jens Spahn. (Getty)

Non è nemmeno il primo ministro omosessuale in un governo conservatore, preceduto da Guido Westerwelle, agli Esteri nel recente passato sempre sotto Merkel. In competizione per la guida del partito ha davvero poche chance, ma con l’era di Frau Angela al tramonto è l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà il proprio ruolo.

NORBERT RÖTTGEN: LO SPARIGLIA CARTE NEL MIRINO DI ANGELA

Norbert Röttgen in realtà è l’unico che ha ufficialmente già proposto la candidatura, entrando quasi a gamba tesa nei piani del terzetto che già all’ultimo congresso era in odore di successione. È quello che ha meno possibilità di farcela, anche perché la cancelliera, che l’aveva già silurato quando era ministro azzoppandogli la carriera, si adopererà con tutti i mezzi per sbarrargli la strada.

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Norbert Röttgen. (Getty)

Classe 1965, è molto popolare per essere a capo della Commissione esteri al Bundestag e nel partito può ancora godere di forti appoggi. La sua candidatura è arrivata a sorpresa e per ora ha sparigliato solo le carte. Poi si vedrà. Quello che è certo é che l’era di Frau Angela al tramonto e l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà probabilmente il suo ruolo.

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Hanau e la storia del terrorismo di estrema destra in Germania

La violenza xenofoba e neonazista, nelle sue varie ramificazioni, è un fenomeno carsico nel Paese. E pronto a esplodere come accaduto nella città dell'Assia. Eppure per troppo tempo il governo ha sottovalutato questa minaccia, liquidando gli attentati come casi isolati. L'analisi.

Odio razzista, xenofobo e antisemita: nella storia della Germania riunificata, negli ultimi 30 anni, la violenza targata estrema destra, nelle sue varie ramificazioni, ha lasciato una lunga scia di sangue.

Non semplice da seguire, anche per il fatto che le cifre del governo e delle varie istituzioni si discostano da quelle raccolte dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili.

Basti solo pensare che se per Berlino il numero ufficiale delle vittime dal 1990 è fissato in 94, la fondazione Antonio Amadeo Stiftung ne ha contate 198, più una dozzina di casi opachi ed escluse ancora quelle di Hanau (9 le vittime più il killer e la madre, i cui corpi sono stati ritrovati in un appartamento). Più del doppio, insomma. Per fare un paragone, più o meno calzante, ma comunque indicativo, le persone uccise dalla Rote Armee Fraktion tra il 1971 e il 1998, anno della scioglimento ufficiale dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra, furono 33.

IL TERRORE NERO PRIMA DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA

La Fondazione Amadeu prende il nome dalla prima vittima di odio razziale in Germania dopo la riunificazione, immigrato angolano arrivato nella Ddr prima che cadesse il Muro di Berlino e massacrato da un gruppo di neonazisti a Eberswalde il 24 novembre 1990. Il terrore nero si era già fatto sentire prima, sia nella Germania Ovest che in quella dell’Est, teatri di omicidi e attentati negli Anni 70 e 80. Così se nel 1979 vicino ad Halle (Ddr) furono ammazzati due immigrati cubani, nel 1980 ad Amburgo fu data alle fiamme una residenza per immigrati vietnamiti, con due morti e la responsabilità attribuita all’organizzazione neonazista Deutsche Aktionsgruppen. Poi la bomba all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980, 13 morti), seguita dall’assassinio del rabbino di Erlangen Shlomo Lewin e della sua compagna da un membro della Wehrsportgruppe Hoffmann, altra organizzazione neonazista poi sciolta.

Uno dei bar colpiti dal killer di Hanau (Ansa).

NON SOLO CASI ISOLATI, MA FENOMENO CARSICO E COSTANTE

Da 40 anni a questa parte in realtà poco è cambiato, nel senso che sia da una parte che dall’altra della ex cortina di ferro, con un’accelerazione dopo la riunificazione, si è assistito a episodi di violenza più o meno gravi, compiuti da singoli e organizzazioni, che in ogni caso non possono essere rappresentati come eccezioni, ma definiscono anzi la regola: nonostante la narrazione, governativa e mediatica, abbia spesso e volentieri liquidato la questione del terrorismo e della violenza di estrema destra come casi isolati, è evidente che si tratta di un fenomeno costante, con esplosioni a ripetizione. Certamente non si possono mettere sullo stesso piano episodi slegati tra di loro come quelli di Mölln (1992, tre morti), Solingen (1993, 5 morti), Lubecca (1996,10 morti), attentati incendiari di matrice neonazista, e la strategia di attentati della Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund, clandestinità nazionalsocialista, Nsu) che in oltre 10 anni, tra il 1997 e il 2011 ha rivendicato una decina di omicidi a sfondo razziale, ma il contesto tedesco ha sempre offerto negli ultimi decenni scenari di questo genere.

LE ACCUSE DOPO IL MASSACRO DI HANAU

In definiva, lupi solitari che fanno branco, accanto a vere proprie strutture terroristiche capaci di crescere e proliferare sul territorio, a Est come a Ovest, anche con la complicità di chi ha sempre sottovalutato o voluto sottovalutare la complessità e gli elementi del fenomeno della destra radicale neonazista. Suonano in questo senso come un monito le parole del presidente della comunità ebraica Josef Schuster dopo la strage di Hanau: «Per troppo tempo il pericolo dell’estremismo di destra sempre crescente è stato poco o per nulla considerato». Schuster ha poi aggiunto che «polizia e giustizia hanno sempre il problema di essere deboli di vista dall’occhio destro». Un atto di accusa nei confronti di un sistema e di un governo che hanno trascurato l’escalation.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

LA CRESCITA DI AFD NELL’EST DEL PAESE

La cancelliera Angela Merkel ha detto che «il razzismo e l’odio sono un veleno che esiste nella nostra società» e messo in relazione i fatti di Hanau con i recenti attacchi e minacce alle sinagoghe tedesche e all’omicidio del politico Walter Lübke. Ma nei 15 anni del suo governo gli scandali riguardanti le indagini sulla Nsu e le polemiche cicliche sui rapporti spesso opachi tra il Verfassungsschutz, il servizio di sicurezza interna, e l’area dell’estrema destra gettano un’ombra su quanto il governo tedesco abbia voluto davvero andare a fondo nel contrastare il problema del terrorismo e della violenza neonazista, xenofoba e antisemita. Anche in un contesto, quello dell’ultimo quinquennio, in cui è sorta e si è sviluppata, soprattutto nelle regioni della ex Ddr, guidata da personaggi provenienti dalla Germania Ovest, la Alternative für Deutschland, formazione nazionalista di destra che all’Est raccoglie circa un quarto dei consensi dell’elettorato. Dopo Hanau, la Spd, il partito socialdemocratico che governa a braccetto con i conservatori della Cdu di Merkel, ha definito la AfD «il braccio armato del terrorismo di destra». Parole pesanti, non senza qualche fondamento, che contribuiranno ad alzare i toni del dibattito politico nella Grande coalizione e all’interno della stessa Cdu, impegnata a trovare una nuova identità e una nuova strategia di alleanze nellera post Merkel ormai alle porte.  

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La strage dell’odio

Ad Hanau, nell'Assia, un uomo apre il fuoco contro alcuni locali frequentati dalla comunità turca. Undici le vittime, compreso il killer. Tobias R. in uno scritto aveva evocato l'annientamento di alcuni popoli. L'estrema destra colpisce ancora, dopo l'attacco alla sinagoga di Halle e l'omicidio di del politico della Cdu Walter Lübcke.

Sarebbe ancora una volta l’odio razziale il movente del massacro di Hanau, città a una ventina di km da Francoforte. Undici le vittime, compreso il killer, quattro i feriti definiti gravissimi.

Tobias R., tedesco, ha aperto il fuoco mercoledì notte contro alcuni shisha bar, locali dove si fumano i narghilè amati dalla comunità turca. Tra le vittime ci sarebbero alcuni cittadini curdi. L’uomo è poi tornato a casa dove si sarebbe tolto la vita. Nell’appartamento è stato trovato anche il cadavere della madre.

Gli inquirenti nell’abitazione dell’uomo, vicino agli ambienti di estrema destra, hanno trovato, riferisce la Bild, uno scritto e un video testamento. «Alcuni popoli, che non si possono più espellere dalla Germania, devono essere annientati», sosteneva il killer.

I primi colpi sono stati esplosi in un locale del centro storico della città, il Midnight a Heumarkt. Qui un testimone ha detto di aver sentito fra gli otto e i nove colpi da arma da fuoco. Subito dopo, è stato preso di mira un secondo locale di narghilè nel quartiere di Kesselstadt, l’Arena bar & Cafè, nella Karlsbader Strasse: il killer avrebbe bussato alla porta, per poi aprire il fuoco attorno a sé nell’area fumatori.

Il terrorismo di destra dunque sembra aver colpito ancora una volta la Germania. Solo pochi giorni fa un megablitz della polizia aveva portato all’arresto di 12 persone con l’accusa di voler commettere attentati contro profughi e musulmani per scatenare una guerra civile in Germania e sovvertire l’ordine costituito.

Ci sono poi i precedenti Il 9 ottobre scorso era stata presa di mira la sinagoga di Halle dove Stephan Balliet, che aveva con sé quattro kg di esplosivo, era intenzionato a compiere un massacro. Le vittime furono due. Il 27enne, legato ai neonazisti, durante i video dell’assalto aveva accusato gli ebrei di essere «la radice di tutti i problemi», sostenendo che il femminismo era la causa del calo dei tassi di nascita in Occidente che ha aperto le porte all’immigrazione di massa.

Qualche mese prima, in giugno, era stato ucciso il politico della Cdu Walter Lübcke, presidente del distretto governativo di Kassel, nell’Assia. Il principale accusato dell’omicidio è il neonazista Stephan Ernst, sostenitore della AfD. Anche se il partito di estrema destra aveva negato ogni vicinanza con Ernst, la Bild a settembre aveva rivelato l’impegno dell’uomo nelle attività di propaganda elettorale nel Land nel corso del 2018. Ernst aveva anche partecipato a una manifestazione a Chemnitz.

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Il sedativo Merkel è agli sgoccioli. E non è un buon segno

La Germania ereditata e governata dalla Cancelliera è sul viale del tramonto. La crisi della Cdu e della Spd da un lato, la minaccia della AfD dall'altro lo confermano. Senza contare la debolezza politico-strategica dell'Ue che pesa soprattutto su Berlino.

A complicare la scena a Berlino non c’è soltanto la sfida dei nazionalisti della super-destra di Alternative für Deutschland ai democristiani tedeschi, Cdu e Csu, insidiati nel loro elettorato più conservatore. 

Non c’è soltanto la crisi profonda dei socialdemocratici della Spd, con il peso elettorale passato dal 43% del 1980 al 20% delle ultime Politiche del 2017. E non c’è soltanto uno scenario politico completamente diverso da quello super-stabile dell’epoca, mezzo secolo fa, in cui democristiani e socialisti avevano insieme il 90% dei suffragi elettorali, qualcosa andava ai liberali e il resto erano peanut, se c’era qualcosa. Oggi, presi insieme, democristiani e socialdemocratici raccolgono meno del 50% delle preferenze. 

Ma insieme alla diversa aritmetica parlamentare, già un rompicapo, vi è un quarto elemento: non c’è più, o sta rapidamente svanendo, il mondo di sicurezze multilaterali che hanno assicurato alla Germania il suo miracolo e del quale restano ormai una Nato malconcia e un’Unione europea che la Germania deve o rafforzare, assumendo (con altri, ma come perno del tutto) la leadership del suo rinnovamento, o lasciare languire. Come in sostanza sta facendo da anni. 

IL RAPPORTO DELLA GERMANIA CON L’UE È DESTINATO A CAMBIARE

Sta per forza cambiando anche l’idea stessa di Germania, così come forgiata negli anni (felici) della Pax americana e della Guerra Fredda; e parallelamente dovrà cambiare il rapporto tedesco con l’Unione europea, che così utile è stata per reinserire la Germania – opera compiuta con gli Anni 60 ma mai in realtà conclusa – nel circuito delle nazioni democratiche e civili. Oggi siamo a un bivio: per difendere gli interessi tedeschi occorre davvero “più Europa” o basta parlarne a mo’ di giaculatoria e poi fare il meno possibile? Alla maggioranza dei tedeschi piacciono cose difficilmente conciliabili: in sintesi, avere i vantaggi di una grande e ricca nazione, comandare rispetto, ma senza noblesse oblige, continuando a farsi schermo di un’Europa ormai matrimonio di convenienza e sulla quale, parlando di amore, si sorride.  

AKK, VITTIMA ILLUSTRE DELL’INSTABILITÀ PARLAMENTARE

A fare clamore sono state nei giorni scorsi le dimissioni da leader della Cdu e da candidata cancelliera di Annegret Kramp-Karrenbauer, da sei mesi ministra della Difesa, in precedenza premier della Saarland, e soprattutto erede designata da Angela Merkel per la cancelleria al voto politico del 2021. È stata vittima autorevole dell’instabilità parlamentare citata. Causa immediata delle dimissioni, come noto, è il pasticcio in Turingia, dove AfD è diventata al voto regionale di fine ottobre 2019 il secondo partito dopo la sinistra della Linke che in Turingia con il 31% dei voti è ai vertici nazionali, irripetibili per ora negli agli altri 15 Länder.  L’ultra-destra ha come l’ultra-sinistra di die Linke la sua roccaforte nei Länder ex Ddr, all’Est, ma a differenza della sinistra ha rotto gli argini anche in Länder importanti dell’Ovest.

AfD replica il “sovranismo” e i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare

In Turingia AfD ha raddoppiato a fine ottobre i seggi, da 11 a 22, mentre la Cdu ne ha persi 13 ed è stato un chiaro travaso di voti. Dopo oltre tre mesi di trattative si è arrivati a un governo locale guidato dai piccoli liberali e sostenuto da Cdu ed AfD. Il leader AfD locale, Björn Höcke, è però particolarmente controverso, un tribunale ha sentenziato l’anno scorso che può essere legalmente definito fascista, e addirittura alcuni leader AfD ne hanno chiesto l’espulsione per troppo…nazismo. Più di così, difficile dire. AfD replica il “sovranismo” e, fra l’altro, i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare. Subito dopo il caso Turingia Kramp-Karrenbauer ha dovuto lasciare. 

SI APRE LA BATTAGLIA PER SUCCEDERE A MERKEL

Personaggi Cdu di rango come il giovane ministro della Sanità Jens Spahn e l’ex deputato Friedrich Merz, un pezzo da 90 nel partito e da sempre avversario di Merkel, da tempo osteggiavano Kramp-Karrenbauer, ritenendola poco adatta alla difficile situazione e poco attenta ai rischi della destra, che va secondo loro svuotata recuperando l’elettorato transfuga, cioè spostando Cdu e Csu a destra. «Merkel ha sempre dato il meglio di sé nella gestione delle crisi», sostiene Andreas Rödder, storico di fama, professore a Magonza e uno dei pensatori della Cdu. Solo che questa ultima crisi arriva alla fine della sua parabola politica, all’inizio del 15esimo anno di governo. Sta già manovrando per far emergere un nuovo delfino, Armin Laschet  premier del potente Land del Nordreno-Westfalia, un moderato rispetto a Merz e Spahn, ma non sarà un’operazione facile. Markus Söder, premier bavarese e presidente Csu, la Dc bavarese partito gemello della Cdu, potrebbe essere il kingmaker, o addirittura il candidato finale. Söder è anti-immigrazione, non noto per particolare simpatia europeista, e certamente non sarebbe un erede dell’attuale cancelliera. Intanto tutta l’impostazione politica di Frau Merkel va rivisitata. Il mondo non è più quello di ieri.

LA DIPLOMAZIA ECONOMICA DELLA GERMANIA

La Germania federale nasceva insieme alla Nato, nel 1949, all’inizio della Guerra Fredda. Grazie alla Nato sul piano strategico e poco dopo alla Ceca e al Mec sul piano economico riprendeva il suo posto nel consesso delle nazioni, con un asse preferenziale con Parigi, archiviando una inimicizia storica più che tragica. Da allora Berlino ha giocato le sue carte economiche a tutto tondo, partendo dall’Europa ovviamente, seguendo una diplomazia globale ma strettamente economica, quasi da Grande Svizzera, saldamente però all’interno di un sistema collegiale, Nato e Cee e poi Ue e infine l’euro, che come ogni moneta di rango è all’incrocio fra economia e strategia. Merkel ha ereditato la riunificazione tedesca di Helmut Kohl e le riforme economiche di Gerhard Schröder e le ha governate. Ma senza grandi strategie per un dopo che inevitabilmente è arrivato, come lei stessa da ultimo ha riconosciuto.  

IL MULTILATERALISMO È SOTTO ATTACCO

Il pilastro strettamente strategico, militare, cioè la Nato, oggi più che mai vacilla. Donald Trump, il neonazionalista presidente americano, insofferente dei legami multilaterali che limitano nella sua mentalità la forza americana, l’ha definita «obsoleta». E in parte lo è, dopo la fine dell’Urss. Ma anche senza l’Urss la Russia potenza militare resta un problema, soprattutto per un Paese come la Germania per metà nelle grandi pianure del Centro Europa. Un Trump rieletto il 3 novembre del 2020 e deciso a disegnare la “sua” America, che farà della Nato? Ma non c’è solo questo grosso interrogativo.

La maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, una domanda di fondo: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica?

«L’Ue come entità sovranazionale di 27 Paesi», ha scritto recentemente l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer descrivendo i rischi dell’Unione, «è il modello di ordine multilaterale attualmente sotto attacco e in declino». La Germania di oggi ha prosperato in questo modello, come altri Paesi ma, data la sua storia e altre realtà, con vantaggi ancora maggiori. Negli anni Merkel il modello è stato, come dire, narcotizzato, con il concetto di “più Europa” proiettato nel lontano futuro. Un po’ perché, come successo altrove, si è capito che i sogni federalisti andavano meglio collegati con la realtà degli Stati-nazione. Un po’ perché la netta maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, la domanda di fondo della Germania contemporanea: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica? Intanto le difficoltà a Berlino rischiano di ritardare quanto già concordato a Bruxelles, a partire da banche, immigrazione e bilancio Ue. Il primo luglio la presidenza di turno sarà tedesca, ma non c’è da aspettarsi una grande leadership .

BERLINO È LA PRIMA A RISENTIRE DELLA DEBOLEZZA DELL’UE

Tuttavia vari episodi recenti dimostrano che il mondo non è più molto  amico dell’Unione, che non si può restare a guardare e soprattutto non può farlo Berlino, che ha come gli altri e più degli altri nella Ue la sua migliore difesa. Si tratta delle pressioni di Trump sulle sanzioni all’Iran, della minaccia di Trump di sanzioni alla Turchia di Erdogan dopo le sue mosse in Siria, dell’autorizzazione data dalla Casa Bianca al Tesoro americano per sanzionare anche le imprese europee che non si fossero adeguate a queste sanzioni, finora sospese, delle pressioni cinesi per ottenere spazio alla sua alta tecnologia nel disegno delle nuove infrastrutture 5G in Europa. La debolezza politico-strategica dell’Ue spinge Washington e Pechino a fare la voce grossa con gli europei. La Russia intanto è lì con le sue forze armate, forte strategicamente e debole economicamente, l’esatto contrario dell’Unione. Il primo Paese a subire i contraccolpi di questa debolezza politico/strategica è la Germania. Ma non è chiaro chi possa, a Berlino, trarne le conclusioni, mentre la stagione del «grande sedativo» Angela Merkel, come l’ha definita Der Spiegel, sta finendo, e non bene.    

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Cosa si cela dietro le dimissioni di Karrenbauer

La rinuncia alla leadership della Cdu e quindi l'addio alla cancelleria stravolgono i piani di Angela Merkel. Che ora teme che la crisi dei conservatori favorisca la crescita della destra radicale e dei Grunen.

La vera tempesta non è stata quella di Sabine, l’uragano che ha paralizzato per due giorni l’intera Germania, ma quella che ha spazzato Annegrete Kramp Karrenbauer, fino alla mattina del 10 febbraio leader della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, designata alla successione e parcheggiata nel frattempo al ministero della Difesa.

Akk ha gettato la spugna in seguito allo scandalo in Turingia, dove è stato eletto governatore il liberale Thomas Kemmerich con i voti decisivi dei conservatori e soprattutto della destra radicale della Afd (Alternative fü Deutschland).

A Erfurt è stato rotto un tabù – anche solo per un giorno visto che Kemmerich è stato costretto alle dimissioni dai vertici del suo partito, esattamente come il responsabile locale della Cdu Mike Mohring – che ha condotto a sua volta all’abbandono di Akk e al colpo di scena che trascina la formazione di Merkel nel tunnel in un momento in cui la grande coalizione di governo con i socialdemocratici della Spd non se la passa troppo bene e i sondaggi da tempo negativi continuano a preoccupare i due grandi, ormai ex, partiti di massa.

KARRENBAUER HA DIMOSTRATO DI ESSERE UNA LEADER DEBOLE

Annegrete Kramp Karrenbauer, arrivata al vertice della Cdu nel dicembre 2018 con la benedizione di Frau Angela e il compito di raccoglierne l’eredità alle elezioni federali in calendario il prossimo anno, non è stata mai salda in sella al partito, inanellando nel corso degli ultimi mesi una serie di passi falsi che ne hanno indebolito la posizione. Indecisioni, confusione, mancanza di autorità. Il caos in Turingia, a prima vista improvviso, ma che si era annunciato negli ultimi giorni in vista del voto per la guida del parlamento regionale con i proclamati doppi e tripli giochi della Afd, è stato in sostanza solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Annegret Kramp-Karrenbauer durante il congresso della Cdu.

Arrivata al vertice del partito grazie all’immagine di donna e politica vincete nella sua Saarland, il più piccolo Land tedesco al confine con la Francia, supportata da un buon network nelle altre regioni e capace di far fronte al trio di uomini (Fredrich Merz, Jens Spahn e Armin Lschet) che le volevano contendere la direzione del partito, Akk ha mostrato in meno di un anno e mezzo al comando tutte le sue debolezze sia come leader della formazione di maggioranze relativa al Bundestag sia come ministro della Difesa, veste che continuerà a ricoprire con l’appoggio di Merkel.

IL SUO ADDIO È UNA SCONFITTA DELLA MERKEL

Le sue dimissioni sono anche una sconfitta per la cancelliera, che pare proprio aver sbagliato cavallo su cui puntare. O, quantomeno, lo abbia gestito nel peggiore dei modi. L’abbandono di Kram Karrenbauer azzera tutti i piani che la leader storica della Cdu aveva fatto per la successione e fa ripartire il gioco per la candidatura, alla segreteria e alla cancelleria.

Saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere

E proprio qui sta ora la questione più interessante che si porrà per i conservatori nei prossimi mesi: secondo quanto comunicato da Akk, che ha rinunciato prima alla candidatura alla cancelleria e come conseguenza alla leadership del partito, saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere, che assumerà anche le redini dei cristiano-democratici.

SI POSSONO RAFFORZARE SIA I GRUNEN SIA GLI ESTREMISTI DI DESTRA

Il processo dovrebbe essere coordinato da Merkel e Akk e accompagnato naturalmente dalla disciplina di partito. Visto l’episodio in Turingia e il citato trio, che inizierà ben presto a scalpitare, le prossime settimane si presentano però turbolente. Non solo: le difficoltà della Cdu avranno ripercussioni sul governo, dove la Spd, già in crisi profonda, non appare certo l’alleato forte e affidabile che servirebbe in questi momenti. In teoria si riapre anche quindi l’ipotesi di elezioni anticipate, che sarebbero comunque la condanna di conservatori e socialdemocratici, che perderebbero terreno ulteriore sia nei confronti dei Verdi e anche della Afd.

Da sinistra, Annegret Kramp-Karrenbauer e Angela Merkel.

Dalla spirale negativa che ha investito i partiti tradizionali tedeschi, anche i liberali e la stessa Linke, la sinistra relativamente forte nell’Est che non si è liberata ancora del tutto dei fantasmi del passato della Ddr, approfittano così i Grünen, diventati ormai una formazione di centro alternativo, e gli estremisti di destra, che rappresentano ormai una forza stabile nelle regioni orientali. È questa una faccia dell’eredità di Angela Merkel, alla guida della Germania negli ultimi 15 anni, cui i critici addossano parte della colpa per l’ascesa dei nazionalpopulisti. Non è un caso che il bubbone sia scoppiato in Turingia a causa della Afd e ora qualcuno abbia già chiesto alla cancelliera di fare un passo indietro. Anche se ormai è troppo tardi.

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