Voci dal Serraglio: Gaetano Russo Rubrica a cura di Olga Chieffi

Gaetano Russo: coraggio di scegliere la Scuola di Musica

Ospitiamo oggi il racconto di uno dei maggiori clarinettisti italiani, venuto fuori dalla prestigiosa scuola dell’Orfanotrofio Umberto I. Una storia di “fame”, talento e studio che lo ha portato “Per aspera ad astra”

Di Gaetano Russo

Fui io nel 1962 a chiedere a mio padre di farmi andare in collegio.  Avevo poco più di nove anni ed era uno dei momenti difficili per la mia famiglia (di contadini, numerosa – io decimo figlio- e dove si lavorava tutti a partire da 5/6 anni). Volevo studiare, conoscere e vivere una vita diversa; mi era tutto chiaro ed ero pronto a qualsiasi sacrificio.  Arrivai all’Orfanotrofio Umberto I nella metà di novembre 1962 (per uscirne ad agosto 1972). V elementare, V camerata con circa 80 ragazzi, prima fila, terzo a sinistra. Sveglia alle 6,30, subito in piedi, lavarsi,  sistemare il letto e alle 7  rigorosamente in riga divisi per squadre.  Colazione e inizio giornata. I migliori momenti, da allora e  per 10 anni, quelli della ricreazione nella “nostra” villetta.  Nessun problema per la rigidità, all’inizio. Colazione,  pranzo e cena con primo, secondo e frutta era certamente una novità sebbene provenissi da una famiglia non povera per il mangiare (per il quale i contadini che lavorano non sono mai poveri). Ci davano anche la tanto desiderata mozzarella che mamma mi aveva promesso di procurarsi per farmela almeno assaggiare, senza riuscirci, prima che partissi per il collegio. Non era la stessa cosa per il vestiario; spesso usavo anche a casa scarpe e vestiti del collegio.                                                                           Ricordi tristi dei primi tempi? Dopo alcuni mesi cominciarono a mancarmi i miei, piangevo spesso di notte e lo facevo solo sotto il cuscino: nessuno doveva vedere e sapere, me lo impediva l’orgoglio, avevo chiesto io di andare in collegio. Giornata triste la domenica, sempre in adunata quelli che come me non avevano parlatorio.  I miei non venivano mai perché non potevano,  e dovetti abituarmici da subito. Spesso soffrivo per le punizioni inflitte per cose futili dai caporali,….inginocchiati con le pietre sotto le ginocchia, in piedi e due dita lungamente appoggiate al muro per reggere il  corpo, le “flocche” (talvolta anche divertenti), le dolorose “carocchie” da parte di alcuni: e soprattutto le spalmate….una volta, e mai l’ho dimenticato, nel vedere soffrire tanto il ragazzo davanti a me alla quinta delle 10 spalmate inflitte chiesi di continuare con me, e lui, il caporale, (penso di aver dimenticato il suo nome) lo fece  e con rabbia inaudita. Le uniche che ho ricevuto nella mia vita.                                                                                                                                                                                                                       Papà e la mia famiglia non preferivano come mia scelta la musica dopo la quinta elementare, ma il meccanico (che poi in collegio era fare il fabbro). Per tre mesi non diedi loro nessuna notizia (attraverso le solite cartoline postali prepagate), a dicembre (1963), prima di andare a casa per il Natale comunicai che avevo scelto Musica e che suonavo già. Anni straordinari, in tutti i sensi, nel bene e nel male. Cominciano le amicizie strette e vere  (lo sono ancora oggi, tra le tante quelle di Lauro,  Apadula,  Sica, Carleo, quelle dei poco più grandi,  Pastore, Fusco, poco più piccoli, Procida, Giordano, il caro e compianto Prinzo (nostro apprezzatissimo primo attore del film (‘63) che parlava di noi del collegio con scene girate di notte al lungomare), e gli esempi dei maestrini come Moscariello, Lamberti, Mandiello, Cavaliere, Parisi Romano; solo per citare i clarinettisti. Poi la Banda, il M° Amaturo, il prof Guadagno (un vero padre). Nella propria aula –di clarinetto- studiavamo in 10 o più, spesso organizzati – dai maestrini- in turni. Per studiare di più si accaparrava il bagno (più precisamente cesso) chi arrivava prima. Eravamo in tanti, io cercavo di andarci sempre alle 8’15 (che con l’aggiunta del mio turno in aula mi permetteva di studiare fino all’una, la mattina).                                                         I bei ricordi sono (per tutti) legati soprattutto alla “villetta”:  luogo di mercato di caramelle e sigarette,  le partite di pallone cumulative (anche più di 5 in contemporanea) durante la ricreazione per tutti,  con la grave difficoltà di riconoscere il proprio pallone. Ma anche per le lunghe “vasche”, per parlare molto/sempre del nostro futuro, ed anche per stare per ore piacevolmente affacciati, guardare il panorama, pur conoscendolo tutto,  e seguire, come i carcerati, ciò che avveniva in strada. ….come in attesa, ricordo per un lungo periodo, della così chiamata “freccia delle 14,05”:  tutti, proprio tutti affacciati  al passaggio di una macchina con dentro una bellissima ragazza con super minigonna. Per una somma incalcolabile di tempo, nei tanti anni, ho osservato il bellissimo panorama, sempre sognando, fino al punto di sognarlo di notte e rivederlo da sopra, come oggi un drone, volando fino al porto e ritorno. Mi succede ancora, ma soprattutto ancora tanti miei sogni, oggi, sono ambientati lì, nel più caro luogo della mia infanzia, e forse della mia vita. Per tornare a ciò che avveniva preciso da subito che pur non avendo mai giustificato i tanti comportamenti non proprio socialmente accettabili di alcuni istitutori e soprattutto di alcuni docenti, tutto quello che in 10 anni  ho visto fare ai ragazzi dai compagni più grandi, anche in veste di caporale, caposcelto, ecc. l’ho considerato un effetto dovuto alla vita che si svolgeva lì, molto dura in tanti momenti e in particolare per alcuni.; anche quando (il più genuino degli esempi)  si rubava la “zozza” (pacchi di roba da mangiare che tanti ricevevano la domenica in occasione delle visite dei familiari e che per alcuni erano sistematici e corposi). Per capirci: un ragazzo di quelli più poveri fu più volte sorpreso ad odorare dall’esterno il buon salame sistemato in un armadietto non suo, mentre mangiava il panino vuoto portato dalla mensa. Anch’io ho avuto una carta di cioccolata infilata nello Stark (metodo di studio) per lungo tempo da odorare (ancora ce l’ho ma non odora più, serve a ricordare). Avevo poco meno di vent’anni, ero un capo scelto, avevo un po’ di potere nei riguardi dei superiori e lo sfruttavo anche per non tagliare i capelli in modo sistematico come d’obbligo; tutti cominciarono a seguirmi e rifiutare il taglio fino a quando fui trascinato dal barbiere Michele; su precisi ordini  taglio quasi a zero, grande umiliazione, ma fuori  imperversava il ’68. Per quelli della mia  età,  gli istitutori e i docenti, cominciavano ad assumere un ruolo importante, in assenza dei genitori, visto il confronto con l’uomo. Scattava automaticamente nei loro confronti una considerazione come esempi di vita. Tra gli istitutori ho tanto apprezzato alcuni di loro, sia durante che dopo il collegio, come il nostro caro Gregorio, Maiorano (o “nonno” che in mia età giovanile  tra i 18 e 20 anni, dispiaciuto del fatto che non potevo godere della libera uscita di sabato e domenica mi metteva talvolta a disposizione una stanza della sua casa), poi Di Somma e altri ancora, ma non tutti.  Per quel che riguarda i docenti, considerando che la mia vita mi ha portato successivamente ad  avere a che fare con molti di loro non posso non riportare alcune di queste esperienze, che a mio parere restano anche storie legate al nostro amatissimo collegio di cui io continuo orgogliosamente a far parte.                                                                                                                                                                                                                                                                                                Ho avuto la grande fortuna di iniziare lo studio del Clarinetto con il M° Sisillo e il solfeggio con il M° Savo, che con la loro grande e riconosciuta professionalità mi hanno assicurato le basi dell’intera mia vita professionale (e morale, assieme ai miei genitori). Dal V anno con il M° Incenzo, pessimo uomo e pessimo insegnante; veniva poco e molte volte di sera tardi, ripartendo la mattina presto (al Serraglio se lo poteva permettere); chiesi  il cambio di insegnante comunicandogli le ragioni, non me lo permise e in due anni ho avuto solo due lezioni decenti. Successivamente ho avuto modo di dirgli che ciò che sapevo fare era merito mio, per quello che non ero in grado di fare era colpa sua. Dal 1980  per diversi anni siamo stati colleghi al Conservatorio S. Cecilia di Roma. Ho sempre continuato a confermare  il parere precedentemente espresso.  Per quattro anni il M° Di Lorenzo, Musica d’insieme, è stato quasi sempre presente dalle 8’30 alle 10,30, dopo aver letto il Mattino. E’ stato il mio capostruttura alla RAI: buon rapporto. Il nostro raffinato, gentile e caro M° Ronga, per l’Armonia,  in due anni ci fece mezz’ora di lezione all’inizio e l’esame alla fine. Dopo una forte contrarietà durata molti anni per il mio primo Maestro, per non avermi mostrato nessuna attenzione dopo il suo trasferimento alla fine del mio 4 anno e considerando le difficoltà in cui mi venni a trovare, ho ripreso a frequentare il M° Sisillo dopo aver vinto il (Suo) posto di 1 clarinetto alla RAI (provenivo dal S. Carlo, anche lì vincitore di concorso). Riscoprii allora il Maestro e l’uomo (studiavo allora anche con il M° Paone a Roma) e dopo aver conosciuto la figlia in occasione di concerti ne seguì un rapporto nuovo e straordinario: il mio primo grande Maestro del collegio è (seppure non più vivente) il più caro dei nonni dei miei figli. Degli altri insegnanti, pur indirettamente, apprezzavo i Maestri Faliero (che ritrovai a S.Cecilia), Florio,   Lisa,  Benedettelli,  e altri;  disprezzavo fermamente  il M° Caramia, pessimo esempio di vita con quella strana presenza: in dieci anni mai visto un diplomato e molto raramente far lezione a rari allievi. Dal 1980 alla sua morte (alcuni anni fa) ho avuto con lui  molti contatti e frequentazioni, sia in orchestra (Scarlatti) che per altro; nulla mi ha mai permesso di  cambiare parere. Se tutti avessero fatto  semplicemente ciò per cui erano pagati, certamente nel mondo ci sarebbero stati ancora più elementi a rappresentarci visto il grandissimo potenziale del nostro Serraglio e di tutti quelli che ne hanno fatto parte. E poi il nostro caro Presidente Alfonso Menna (ho scoperto tanti anni dopo che per poter entrare in collegio dovetti essere tolto dallo stato di famiglia di mio padre per passare, e per tutti e dieci anni,  in quello del Presidente Menna, e non ero il solo). Abbiamo già detto tanto del Presidente. Stiamo capendo sempre di più la Sua grandezza, e non solo rispetto a noi.  Il mio ultimo toccante ricordo: ero alla RAI e contemporaneamente docente al Conservatorio di Roma, il Presidente aveva quasi cento anni, mi telefonò (due volte, non si può immaginare la mia emozione) per complimentarsi per i miei ruoli ed anche per una raccomandazione, a condizione (sue parole) che io verificassi  che la persona indicata potesse essere meritevole dell’attenzione, cosa che lui non era in grado di accertare. Alla Sua ritelefonata dopo la mia verifica, e dopo avergli spiegato che non c’erano le condizioni, mi trattenne a lungo per chiedermi della mia famiglia e per dirmi che era orgoglioso di me. Ancora mi tornano le lacrime nel ricordarlo e riportarlo. 

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