Figli d’arte: Francesco Ivan Ciampa

                                                                           Francesco Ivan Ciampa: una bacchetta per due

E’ il figlio d’arte di papà Claudio, direttore d’orchestra e direttore emerito del Conservatorio Statale di Musica “Nicola Sala”. “Da bambino giocavo con le sue “miniature scores”, pensando fossero per me perchè piccole, lui suonava e io fingevo di dirigere nascosto sotto al pianoforte” 

Di Olga Chieffi & Francesco Ivan Ciampa

Potremmo scambiarlo per il torero Escamillo, grazie al suo codino, se non fosse sul podio a dirigere o pronto per incrociare lo sguardo e il passo di una donna in un passionale tango, ma l’ evocare e creare immagini, con fervido umore e sentimento, di una toponomastica dal magistero italiano che abbraccia musica, tradizione, sogni e nostalgie, proviene per intero dalla sua bacchetta, un mestiere di famiglia, quello della musica, della composizione e della direzione la scelta di Francesco Ivan Ciampa, figlio di Claudio direttore d’orchestra e già guida del Conservatorio Statale di Musica “Nicola Sala” di Benevento, compositore, musicista dalla vasta esperienza, importante punto di riferimento per la formazione dei giovani.Francesco ha preso il volo proprio dal nostro massimo, sicuramente uno dei più bei “lanci”, nel gotha della lirica internazionale, insieme a Maria Agresta, grazie al fiuto di Daniel Oren. Avremmo dovuto incontrarci tra fruste, “mollette”, bicchieri scintillanti e vino spumeggiante, muli e anelli, poichè Francesco avrebbe diretto Cavalleria Rusticana e Gianni Schicchi nella serata inaugurale della stagione lirica 2020, questa volta, gli cediamo la penna, per svolgere un compito affatto semplice, un “piacere misto”, lo definirebbe Aristotele, “pathico” , il compianto Aldo Masullo: scrivere del rapporto con suo padre, il suo primo Maestro.“Claudio Ciampa, mio padre – scrive Francesco – è la persona speciale della mia vita, colui che mi ha portato per mano, fin da piccolo nel mondo della Musica. Da bambino giocavo con le sue “miniature scores”, pensando fossero per me solo perchè piccole, lui suonava e io fingevo di dirigere nascosto sotto al pianoforte!  Da sempre, e ancora oggi, è per me l’uomo del confronto, dello stimolo intellettivo e della riflessione. Anche in quarantena, a distanza, ci siamo confrontati e abbiamo argomentato sull’intero Ring wagneriano.Ricordo con estremo affetto e gioia un viaggio meraviglioso in auto. Papà era stato chiamato per dirigere le tre serenate per archi (Elgar, Dvorak, Tchaikovsky) sul lago di Como. All’epoca ero diciassettenne e in auto ascoltammo tre sinfonie di Mahler, ad alto volume: fu un viaggio dell’anima, dell’interiorità, attraverso quelle armonie che risultavano magiche alle mie orecchie. Lui mi guidava all’ascolto, mi faceva assaporare l’impasto sonoro e i mille colori dell’orchestra. Esperienza che mi ha segnato profondamente. Al ritorno da Como, mi fece uno dei regali più belli mai ricevuti. Un concerto al San Carlo con i Berliner Philharmoniker diretti da Claudio Abbado: la VI sinfonia  in La minore di Gustaav Mahler, poli dialettici intensità ed estensione, ritmo stringente e dilatazione, archi e sonorità anomale, che fanno di questo contrasto una pittura monumentale, all’interno della quale si spalancano luoghi di sofferta malinconia, di attesa celestiale. Teatro stracolmo, quando addirittura c’era la possibilità di assistere ai concerti in piedi in platea. Capii che tutto quel viaggio, tutta quella musica ascoltata in auto aveva un significato propedeutico per l’ascolto dal vivo. In quella occasione ho compreso per la prima volta l’importanza totale di assistere, vivere, respirare il teatro. Il suo significato profondo di purificazione dell’anima, l’importanza sociale, il momento di riflessione e di crescita dello spirito che solo un teatro può donare. E da allora che è diventato la mia casa, grazie a mio papà che mi ha trasmesso questi valori. Mai come in questo momento si sente ancora di più la necessità di riaprire i teatri e fare Musica. Posso asserire con assoluta sicurezza che alla riapertura tutti noi ci faremo accarezzare dall’arte in maniera differente. Cercheremo di assaporare la vita con più calma, con più consapevolezza. La privazione ha una forza incredibile in sé, ha la potenza della sete e della fame: quando manca realmente qualcosa, se ne percepisce l’importanza. Ma forse, la cosa più grande che mi ha insegnato mio padre, è la dignità. La vita non è stata facile per la mia famiglia, abbiamo vissuto momenti davvero molto, molto difficili, e purtroppo, continuiamo a viverli, ma la forza, l’energia e l’amore che quest’uomo ha messo in primo piano il suo silenzio di fronte al dolore, la dignità nell’affrontarlo, è veramente il testamento più straordinario che potessi ricevere. Ed è per questo che per me non è solo il papà, ma è diventato il mio mito, il mio supereroe”.

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