Francesca Pantano: quando tutto finirà balleremo tanto intensamente da emanare luce

La testimonianza di una studentessa di Sapri dove la sorveglianza contro il corona virus è strettissima

Di Francesca Pantano

Scrivo questa pagina, traendola da un quaderno che avrei usato da settimane per prendere appunti all’Università. Vi chiederete: ‘Perché il condizionale? ’Perché le Università, le scuole, i parchi, i bar, le gelaterie, i negozi e tanto altro sono chiusi per decreto nazionale. Il 21 febbraio, proprio poche ore prima del mio compleanno, un ragazzo di 38 anni si è sentito male, a Codogno –paese che molti prima non conoscevano- ed è stata riscontrata la positività al COVID-2019. Immaginando di scrivere per voi –i miei posteri-, vi chiederete cosa sia questa strana sigla. Ebbene, nello specifico non lo sappiamo neppure noi. Sembra che sia una nuova malattia respiratoria, a tratti grave, soprattutto per gli anziani. In Italia oggi i contagiati sfiora la cifra di 27.000 i guariti e i morti si rincorrono, toccando quota 2500. I Paesi di tutto il mondo sono colpiti, nessuno escluso, a tal punto che l’Oms ha dichiarato la Pandemia. Il virus è partito dalla Cina, sembra che sia arrivato all’uomo dai pipistrelli o dai serpenti, non si è capito bene.  Mi auguro che voi a queste parole riderete e direte: ‘Ah sì, ora ricordo questa sigla strana! Ma esiste un vaccino da molti anni! Se potrete dirlo, sarà la nostra più grande vittoria, perché, vi assicuro, qui stiamo combattendo davvero tutti. Ci è fatto divieto di uscire, se non per motivi strettamente necessari, e dunque si verificano fenomeni fino a qualche settimana fa impensabili: ci sono famiglie separate da barriere prima inesistenti, fidanzati che non possono vedersi pur abitando nello stesso paese, proprio come me e Alfredo. Ogni giorno passa un’auto con un altoparlante; sentendolo da lontano, mi illudo per qualche secondo che sia il solito disturbatore del tipo ‘è arrivato l’arrotino! Vendiamo pezzi di ricambio per le cucine a gas’, e invece, aprendo il balcone, si può udire una voce severa, priva di entusiasmo, che, con perentoria autorità, annuncia: ‘Attenzione! Il sindaco comunica ai cittadini il divieto di uscire, pena una quarantena domiciliare di 14 giorni e chi non la rispetta verrà punito con il carcere fino a tre mesi e con un’ammenda di 206 euro’. Capita così che, seduta alla mia scrivania con l’intenzione di studiare per esami che chissà come e quando potrò sostenere, sento il bisogno di descrivere la situazione irreale che tutti stiamo vivendo. Chi esce per la spesa –motivo tra i pochi riconosciuti dal Governo- indossa una mascherina e un paio di guanti, soffrendo dinanzi alla vista, da lontano, del lungomare, bene incommensurabile per noi sapresi, a cui è vietato l’accesso. Infatti il virus si diffonde con le goccioline che tutti noi emettiamo respirando, per cui occorre mantenere una distanza di almeno un metro, evitare strette di mano, non scambiarsi abbracci. Al telegiornale, che ormai è un appuntamento atteso quotidianamente con speranza e timore, è stata trasmessa un’intervista a un gruppo di giapponesi, i quali hanno paragonato gli alberi in fiore, la cui visione è loro impedita, all’abbraccio per gli italiani: un gesto ancestrale, nazionale, colorato di tricolore, che profuma di casa e di amore. Mi direte: ‘Ma non esistevano già i telefoni, i social network?’ Certo, esistono da tempo, ma non possono essere che supplenti provvisori, il cui assiduo utilizzo non fa che insegnarci quanto sia eterno l’attimo di uno sguardo e di un sorriso dal vivo. Avevamo tutti dimenticato, dandola per scontata, la fortuna di abitare sul mare; ce ne accorgiamo solo adesso, quando il vederlo lontano, indifferente, calmo o agitato, ci fa soffrire ancora di più, facendo sì che lo percepiamo come una meta irraggiungibile, simbolo di una libertà che chissà quando riacquisteremo. Ci siamo affacciati al balcone e, uniti, abbiamo fatto un applauso per i medici e gli infermieri che stanno combattendo per noi. Non mi crederete, ma il viso dei fruttivendoli sotto casa non era mai stato così bello, forse perché non lo avevamo mai guardato. Alle 18.00 tutta Italia sui balconi e alle finestre intona l’inno, sentendosi guerriera, fiera e convinta che sarà il calore dell’estate e della gente a vincere la prima battaglia, quella contro la paura, prima ancora che contro il virus. Un calore connaturato all’essere italiani, un calore trasversale, in grado di oltrepassare i muri delle case, di cantare sotto le mascherine. E’ tempo di scoprire, o meglio, di ritrovare modi dimenticati di stare insieme, come raccontare la propria giornata e i propri pensieri alla signora che abita di fronte, aiutare mamma a fare il sugo, scherzare con mio fratello, guardare la televisione con papà. Quando ci ricapiterà di essere legittimati legalmente a fermarci, ad ascoltare e non solo a sentire, a riflettere e non solo a pensare? Non nego di provare angoscia e malinconia, pensando alla spensieratezza del caffè a Viale Ippocrate con gli amici, ai selfie sul lungomare con Alfredo, quando ancora ci si poteva stringere senza contare i centimetri. A 23 anni si dovrebbe vivere fuori, viaggiare con un panino in mano, senza paura di offrire un morso al compagno di avventure. Sono convinta che quando tutto questo finirà, tutti avremo una voglia di ballare così intensa da emanare luce, come accadde dopo la guerra, secondo le parole di Guccini. Tutti allora festeggeremo in spiaggia, ringraziando il mare per averci aspettato.

 

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