Panebianco, un politologo verso la Fondazione Carisbo

Il professore è tra i papabili nove che entreranno nell'assemblea dell'ente bolognese. Con lui in lizza anche l'ex ministra Federica Guidi.

A Bologna sono chiamati i “100 che contano”. Sono i componenti dell’assemblea della Fondazione Carisbo, nata quasi 200 anni fa per sostenere la Cassa di Risparmio di Bologna.

Ora ne mancano nove, e per questi posti sono scesi in campo nomi blasonati dell’inner circle felsineo. A cominciare dal politologo e storico editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco, in questo caso come docente dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Con lui Stefano Golinelli, figlio del fondatore del gruppo farmaceutico Alfa Wassermann, Marino, celebre come filantropo e come uomo dall’abbigliamento eccentrico (più di lui la moglie, che porta capelli punk vistosamente colorati). Stefano Golinelli oggi guida Alfasigma, società nata dalla fusione della società del padre con Sigma Tau.

TRA I PAPABILI ANCHE FEDERICA GUIDI

Ma tra i papabili c’è anche Federica Guidi, l’ex ministra del governo Renzi dimessasi dopo l’accusa, poi archiviata dai giudici romani, di aver favorito gli affari del suo compagno di allora Gianluca Gemelli. Altro imprenditore in lizza è Michelangelo Poletti, fondatore della Polfil e proprietario di un famoso castello in quel di Minerbio. Non mancano i manager: Renzo Servadei, ad di Autopromotec (la fiera della componentistica auto) e Rosanna Masi Poggipolini, Cfo dell’omonima azienda attiva nella meccanica di precisione. Quindi la direttrice della scuola di Radiologia dell’Università felsinea, Rita Golfieri, e Giovanni Manaresi, ingegnere.

I COMPITI DEL “PARLAMENTONE”

Questo parlamentone – presieduto da Daniele Furlanetto e di cui ritroviamo altri bolognesi noti, da Pier Ferdinando Casini al presidente del cda della Fondazione Carisbo, Carlo Monti, da Fabio Roversi Monaco a Gianguido Sacchi Morsiani, da Filippo Sassoli de Bianchi a Isabella Seragnoli – ha il compito di «vigilare sull’osservanza dei valori e dei principi ispiratori della Fondazione», di nominare i nuovi soci elettivi e designare la metà dei componenti del Collegio di Indirizzo.

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Fondazioni e Think Tank, perché i controlli non funzionano

Aver equiparato associazioni e partiti e istituto una Commissione ad hoc non ha risolto i problemi. I cinque magistrati designati dovrebbero monitorare 6 mila organizzazioni e 56 mila persone. Ma mancano risorse e personale. Il report di OpenPolis.

Fatta la legge per i controlli sulle fondazioni, trovata la mancanza. Di risorse e personale. Con la conseguenza di vanificare gran parte delle intenzioni della riforma.

La norma, che equipara le fondazioni ai partiti, è entrata in vigore con il decreto Spazzacorrotti ed è stata ritoccata dal decreto Crescita e impone alle associazioni di pubblicare gli organi direttivi, il bilancio, lo Statuto e le donazioni. Ma presenta comunque un grande bug: non ci sono adeguate dotazioni di personale per verificare chi opera nelle fondazioni, tornate al centro della cronaca per le indagini su Open, la cosiddetta cassaforte renziana.

Su questo caso sarà l’inchiesta a chiarire le cose, ma un fatto è già assodato: la riforma voluta dal governo gialloverde non cambia le cose, almeno se si parla di controllo. Anzi fa perdere i magistrati, responsabili delle verifiche, in un mare magnum di nomi e informazioni. Smarriti in una platea sterminata da monitorare. 

LA COMMISSIONE DI GARANZIA È COMPOSTA SOLO DA 5 MAGISTRATI

La Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, chiamata a monitorare su questi enti, è formata infatti da cinque magistrati, esattamente come quando è stata istituita. Alla nascita aveva però solo il compito di controllare i partiti e i movimenti politici, che – per quanto numerosi – sono comunque inferiori alla fioritura di fondazioni. Uno studio OpenPolis, pubblicato qualche giorno fa, fornisce numeri impressionanti: dovrebbero essere sottoposti a verifiche quasi 54 mila persone, per un totale di oltre 6 mila organizzazioni.

IL MARE MAGNUM DELLE ORGANIZZAZIONI

«Per la legge rientrano nel novero delle organizzazioni da monitorare tutte quelle strutture i cui organi direttivi sono composti per un terzo da persone che hanno avuto incarichi politici negli ultimi sei anni nel parlamento europeo e nazionale, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15 mila abitanti», spiega nel dettaglio il dossier. «Stiamo parlando di 53.904 persone, un numero talmente elevato che rende la fattibilità stessa dell’operazione un’illusione. Di fronte a questi numeri gli allarmi lanciati dalla commissione di garanzia sul non avere i mezzi per svolgere il proprio mandato sembrano legittimi». Il giudizio è quindi tranchant: «La normativa per com’è ora serve infatti solo ad anestetizzare il problema: una legge scritta male e un organo di controllo che non ha i mezzi per vigilare».

SEIMILA ASSOCIAZIONI DA MONITORARE

Una relazione della stessa Commissione, risalente allo scorso maggio, ha evidenziato la questione dell’immane lavoro da svolgere a fronte di risorse limitate: «Nell’ampliamento della nozione di partito e di movimento politico segue il notevole incremento dei compiti di controllo e sanzionatori della Commissione, a cui si aggiunge un’intensa attività istruttoria per l’identificazione delle diverse realtà associative destinatarie della nuova normativa, che si possono ipotizzare in circa 6 mila unità», si legge nel documento consegnato alla Camera. Nel passaggio successivo c’è la denuncia della situazione: «Funzioni da espletare con risorse umane e organizzative invariate e in assenza di ogni supporto economico dei compiti di istituto». Insomma, una precisa richiesta di potenziamento dell’organico, uno degli ultimi atti dell’ex presidente, Luciano Calamaro, che ha rassegnato le dimissioni a giugno. Al suo posto è stato nominato Amedeo Federici, affiancato dagli altri quattro componenti dell’organismo, Fabrizio Di Marzio, Salvatore Cacace, Laura Cafasso e Luisa De Petris. Peraltro, ai componenti della Commissione «non è corrisposto alcun compenso o indennità per l’attività prestata», come recita la legge istitutiva.

NEL MIRINO SOPRATTUTTO CONSIGLIERI, ASSESSORI E SINDACI

OpenPolis ha messo insieme un po’ di numeri, utili a capire le dimensioni del fenomeno. La fetta maggiore delle persone da monitorare riguarda chi ha occupato ruoli nei comuni con più di 15 mila abitanti: si parla di 48.955 tra consiglieri, assessori e sindaci. Il 90% del totale. Mentre sono 4.949 i politici in ambito nazionale ed europeo, così suddivisi: 208 nel parlamento europeo, 245 nel governo, 663 nel Senato, 1.303 nella Camera, 2.530 nelle Regioni. Una cifra impegnativa, ma che renderebbe possibile uno screening. «È ingenuo mettere sullo stesso piano organizzazioni strutturate come Italianieuropei o Aspen, con realtà associative locali coinvolte dalla normativa solamente perché un terzo degli organi apicali è composto da politici con incarichi comunali», chiosa OpenPolis.

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Cdp, nella corsa alla presidenza c’erano anche Bassanini e De Vincenti

Il primo, privo di sponde nei Palazzi, era sponsorizzato dall'ad Palermo. Il secondo dal Pd. Ma Profumo e Guzzetti, che non avevano intenzione di farsi imporre un candidato dalla politica, avevano già scelto Gorno Tempini. E così è stato.

Non è stato tutto in discesa il percorso che ha (ri)portato Giovanni Gorno Tempini in Cassa Depositi e Prestiti. Non perché qualcuno potesse dire qualcosa sul suo nome e sul suo curriculum, ma perché ci sono stati almeno un paio di tentativi – poi abortiti – di opporgli dei concorrenti. Del primo s’è reso protagonista lo stesso amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo, che ha cercato di favorire la candidatura di un altro ex della Cassa, Franco Bassanini, già presidente proprio quando Gorno Tempini era ad. Privo di sponde politiche e senza alcuna disponibilità delle Fondazioni – cui spetta per statuto il diritto di indicare il presidente di Cdp – a recepire il suggerimento, il tentativo, consumatosi nella notte di lunedì 21 ottobre, si è subito rivelato vano e già martedì 22 è andato spegnendosi.

L’ENDORSEMENT PD PER CLAUDIO DE VINCENTI

Più tosto il secondo tentativo, nato in seno al Pd e portato avanti dal viceministro dell’Economia e delle Finanze del governo Conte bis, Antonio Misiani. L’idea era quella di nominare presidente della Cassa Claudio De Vincenti, economista e professore universitario oltre che già ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno del governo Gentiloni, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Renzi e in precedenza sottosegretario e viceministro al Mise. Un nome su cui, contrariamente a quello di Bassanini, c’era un forte endorsement del Pd. Peccato, però, che tanto il presidente dell’Acri Francesco Profumo quanto soprattutto l’ex Giuseppe Guzzetti non avevano nessuna voglia di farsi imporre un candidato, quale che fosse, dalla politica. Tanto più che Guzzetti ancora rimpiange di aver piegato la testa di fronte all’imposizione che Renzi gli fece per mandare via in anticipo rispetto alla scadenza del mandato proprio Bassanini (insieme a Gorno Tempini) e di averci messo Claudio Costamagna (con Fabio Gallia ad). Inoltre tutte le maggiori fondazioni bancarie avevano già scelto Gorno Tempini. E Gorno è stato.

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