L’open banking presto trasformerà le banche tradizionali in fossili

Da settembre 2019 è diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento. Avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi. Mentre i vecchi istituti di credito rischiano di essere spazzati via.

Da qualche mese è in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del banking e pochi ne parlano. Un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di intendere e “vivere” la banca.

Dal 14 settembre 2019 è, infatti, diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento, anche detta Psd2 (Payment Services Directive 2) con cui si concretizza il concetto di open banking che avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi.

Un passaggio fondamentale per creare condizioni di parità e un ambiente bancario più democratico, per aumentare la concorrenza e l’innovazione nel mercato tra gli Stati membri, per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare la sicurezza dei pagamenti su internet e l’accesso al conto. E non è solo teoria.

CON L’OPEN BANKING AUMENTA LA SICUREZZA

Cercherò di spiegarlo con parole semplici e per tale motivo ne ho parlato con Marie Johansson, country manager Italia di Tink, la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro Paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali in tutta Italia. Praticamente i dati finanziari di metà della popolazione tricolore sono ora gestiti da Tink. L’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, naturalmente autorizzata dai clienti. Per esempio, oggi se hai due conti in due banche diverse devi esaminarli e gestirli separatamente perché i due sistemi sono incompatibili. Non si leggono.

Come cliente si potrà avere una idea esatta della propria economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate ai call center

Grazie all’open banking un operatore come Tink sarà in grado di aggregare e gestire i dati (ad esempio le carte di credito) su un’unica dashboard. Non solo, ma vengono anche messi a disposizione strumenti che analizzano il comportamento di spesa, trovano offerte competitive per i servizi e permettono di spostare denaro da un conto all’altro con un clic. Come cliente si potrà avere una idea esatta della propria economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate con snervanti operatori di call center. Pensiamo per un attimo all’odissea che vive un cittadino che vuole richiedere un finanziamento: documenti, attestati, dichiarazioni, quintali di carte per dimostrare la sua affidabilità.

L’open banking permette di superare tutto ciò perché consente di fornire queste informazioni in maniera digitale offrendo, per esempio, ai finanziatori un accesso una tantum a 12 mesi di movimentazioni bancarie. Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera. Per gli operatori finanziari invece il vantaggio sta nel fatto che possono finalmente avere un’idea chiara di ciò che serve al proprio cliente e quindi produrre offerte mirate o comunque più vantaggiose. La direttiva, in sintesi, porta trasparenza nel campo della concorrenza.

UNA NORMATIVA CHE APRE A NUOVI PLAYER DIGITALI

Ma chi ne approfitta? Chi coglie il vantaggio competitivo derivante dalla nuova normativa? Perché la vera essenza del cambiamento non sta nelle piattaforme di open banking, nello strumento, quanto piuttosto negli attori che governeranno questi processi. Perché oltre agli attori classici, le banche tradizionali per intenderci, la direttiva europea ha stabilito che queste informazioni complete possono essere trasmesse anche a soggetti terzi (fin-tech, operatori e-commerce e start up) che possono così entrare nel mercato finanziario superando le “pesantezze” della burocrazia e dell’infrastruttura tipica delle banche tradizionali, e creare nuovi prodotti e servizi moderni orientati alle esigenze dei clienti.

I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito

E, udite udite, i nuovi player (Google, Yahoo, Amazon, ecc…) non hanno bisogno delle autorizzazioni delle banche tradizionali per accedere ai loro dati. Per ottenere questo accesso è necessario essere un soggetto accreditato e ottenere solo l’ok del singolo consumatore-cliente per interrogare i suoi dati. I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito. Sono obbligati a fornire dati “puliti” che, attraverso poi l’intelligenza artificiale e il machine learning, possono offrire ulteriori spunti di analisi ed essere restituiti al consumatore finale sotto forma di informazioni semplificate.

TUTTO TRA UN PO’ SARÀ IN MANO AI CONSUMATORI

Secondo quanto riferitomi da Marie Johansson, in Italia le banche vedono in generale l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che quattro banche su cinque ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking. Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi, lo abbiamo visto, è molto più smart nelle decisioni e vince.

Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore. Prima si entrava in una banca ed eri obbligato ad acquistare in quel santuario ogni servizio, ma oggi la situazione è differente perché attraverso soluzioni innovative volte a una customer experience vera è possibile paragonare i servizi offerti da tutti gli attori in campo e confrontare soprattutto le diverse offerte. Come diceva Bill Gates nel 1990: «Il banking è necessario, le banche no». Trenta anni fa sembrava una follia, oggi è realtà.

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Anche la finanza può venire travolta dal climate change

Uno studio dimostra che il climate change influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie, a partire dalle banche. Che spesso non calcolano correttamente i rischi correlati agli investimenti che fanno.

Avete mai chiesto, e ne avreste diritto, alla vostra banca: «Ma a chi presti i miei risparmi? Dove vanno a finire i soldi che io deposito presso di te?».

Provate a farla perché se il vostro istituto di credito finanzia aziende che svolgono attività inquinanti potrebbero essere a rischio i vostri risparmi.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa.

L’ALLARME DI NATURE CLIMATE CHANGE

Secondo uno studio pubblicato su Nature climate change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), l’Rff-Cmcc european institute on economics, la Scuola superiore sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

I danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari? Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere. Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

TRA LE BANCHE ITALIANE QUASI NESSUNO VALUTA IL RISCHIO AMBIENTALE

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro Paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre l’esposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? Nulla o quasi. In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro Paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca popolare etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata.

Le visioni strategiche delle banche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’”

In questa banca, per esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da «valutatori sociali», che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonché il rischio collegato all’erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani. Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’” .

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante? Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale di chi richiede un finanziamento? Forse solo perché, in tal modo, la loro fine sarebbe solo anticipata.

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