Come la finanza alternativa può salvare le imprese

Il sistema bancario continua a ridurre i prestiti alle aziende. Così le piattaforme fintech stanno prendendo piede. Ma la sfida dei rendimenti e della sostenibilità è solo all'inizio.

L’economia italiana stenta a crescere e deve ripartire senza il supporto del credito bancario. È possibile? Vi sono alternative disponibili? Le imprevedibili giravolte estive della politica oscurano al momento importanti quesiti economici e finanziari della macchina Italia. Il dato è di un sistema bancario che continua a contrarre i prestiti alle imprese: altri 45 miliardi in meno negli ultimi 12 mesi, 84 miliardi in meno da gennaio 2018, una riduzione complessiva del 26% dal 2011. È vero che sui 45 miliardi evaporati poco più della metà erano prestiti in sofferenza ceduti e cancellati formalmente dai bilanci delle banche, ma concretamente il credito buono non ha rimpiazzato quello cattivo. E così sembra debba continuare per i prossimi anni.

ANCHE IN ITALIA NON SI TRATTA PIÙ DI UN OGGETTO MISTERIOSO

Se le banche mostrano sempre minore interesse verso la concessione di credito, la finanza alternativa, affacciatasi in Italia da qualche anno, può sostituirsi alle banche e accollarsi il peso di sostenere finanziariamente le imprese? La domanda è attuale per due motivi. Nel Regno Unito, dove sono decollate anni prima, le piattaforme fintech (che forniscono cioè servizi e prodotti finanziari tramite le tecnologie dell’informazione) riforniscono circa un quarto del fabbisogno delle piccole e medie imprese locali e hanno campo libero perché le principali banche non fanno grande resistenza. Anzi in alcuni casi (BarclaysMarketInvoice) si sono arrese a indirizzare una parte dei clienti verso il fintech e l’84% delle banche in Uk si sono dichiarate pronte a partnership. Il secondo motivo è che la finanza alternativa e il fintech italiano non sono più un oggetto misterioso, hanno acquisito reputazione, spazio sui media e qualche anno di sperimentazione.

Nel giro di 3-4 anni i “nuovi player” possono coprire almeno il 10%-15% del credito che le banche non rimetteranno più in gioco

Se nel 2018 le varie forme di finanza alternativa (fondi per minibond, P2P lending, invoice-trading) hanno fornito alle Pmi italiane poco più di un miliardo (ma con tassi di crescita vicini al 100%) si può ipotizzare che nel giro di 3-4 anni i “nuovi player” possano coprire almeno il 10%-15% del credito che le banche non rimetteranno più in gioco, a causa della pressione normativa e della scarsa redditività dei prestiti. Una percentuale decisamente più elevata ricadrebbe sul segmento delle piccole imprese che ha subito più di altri la ritirata dei bancari e su cui il fintech opera con grande efficacia. Sarebbe una prospettiva interessante, ma le previsioni non possono essere scontate. La staffetta tra banche tradizionali e nuova finanza dipende da alcuni fattori tra cui la capacità di consolidamento del “nuovo che avanza” e di rapido cambiamento del “vecchio che arranca”.

LIQUIDITÀ ATTRATTA DA RENDIMENTI INTERESSANTI

Prima di tutto uno dei due propulsori della finanza alternativa, la liquidità di investitori istituzionali, deve rimanere stabile e crescente. Ipotesi probabile se i rendimenti degli asset tradizionali resteranno negativi o vicini allo zero e la politica monetaria della Banca centrale europea (Bce) accomodante. Fondi pensione e altri asset-manager internazionali hanno promesso rendimenti che oggi arrivano solo in presenza di maggiore rischio oppure di strumenti non completamente liquidi e poco testati. La finanza alternativa offre rendimenti interessanti pertanto attira una fetta sempre maggiore di liquidità.

MA BISOGNA ANCHE PREOCCUPARSI DELLA SOSTENIBILITÀ

Tuttavia la condizione per la stabilità del funding su volumi crescenti è funzione della performance che la finanza alternativa deve dimostrare su orizzonti statistici significativi. Questa è la sfida di tutti coloro che hanno avviato mercati nuovi e piattaforme di lending con il supporto di venture capital e altri investitori in equity. Parallelamente i “nuovi” devono cominciare a preoccuparsi della sostenibilità dei loro conti perché produrre perdite e rifinanziarsi sul mercato italiano non è mai garantito in eterno. I fondi di venture capital entrano, ma vogliono anche uscire dopo qualche anno, possibilmente con profitti.

Il sistema bancario tradizionale non ha il coraggio di disfarsi di infrastrutture informatiche talmente rigide da rallentare l’introduzione dei progetti di digitalizzazione

Il secondo propulsore, la tecnologia, resterà un fattore di vantaggio per il fintech verso il sistema bancario tradizionale che non ha il coraggio (o la possibilità) di disfarsi di infrastrutture informatiche talmente rigide da rallentare l’introduzione dei progetti di digitalizzazione. Il sistema bancario lotta anche con spinte interne che orientano la digitalizzazione molto più al risparmio di costi che alla ricerca di soluzioni per i clienti, come indicato da molti recenti studi.

IL LISTINO PREZZI DELLE BANCHE POTREBBE MUTARE

Un terzo fattore in grado di cambiare equilibri e destini è la possibile virata nella politica di prezzi praticata dalle banche. I bilanci bancari, semestre dopo semestre, presentano cali di volumi e di redditività. Prestare denaro alle imprese sane ma con tassi troppo bassi (spesso in zona 1%) è scelta discutibile sia per l’effettivo costo del rischio/capitale sia per la salute del bilancio. Le banche potrebbero abbandonare questa illusione e rinunciare a una concorrenza autolesionistica. In questo caso la salita degli spread ai livelli richiesti oggi dai fondi che sottoscrivono i bond e minibond delle corporate italiane aprirebbe spazi di manovra maggiore per la finanza alternativa.

PER IL CAMBIAMENTO SERVONO VERE PARTNERSHIP

Il rapporto tra grandi banche e piccole fintech si gioca su progetti di vera o finta collaborazione, che possono determinare cambi di velocità e prospettiva importanti per entrambi i fronti. Se le banche si limiteranno a curiosare e sfiorare con diffidenza i piccoli droni della finanza alternativa faranno pochi progressi verso quella ridefinizione dei loro modelli di business, sollecitata persino dalla Banca d’Italia. Se, invece, opteranno per vere partnership potranno aumentare la velocità di cambiamento e alla fine del percorso servire meglio i clienti. Per ipotizzare un futuro ideale di finanza tradizionale (banche) e finanza alternativa che collaborano attivamente occorre un cambio di passo.

PIÙ PUNTI DI DOMANDA CHE CERTEZZE NEL SETTORE FINANZIARIO

Il ritardo nel cambiamento serve solo a creare spazi per nuove banche (neobanks) soprattutto estere convinte che tecnologia avanzata e modelli ibridi specializzati in solo poche attività producano i ritorni sul capitale che le banche tradizionali si sono dimenticate. Un’ipotesi credibile sulla carta, che tuttavia deve ancora essere dimostrata su cicli economici più lunghi e con strutture molto più pesanti rispetto alle agili fintech. L’impressione è che, a differenza del passato, l’intero settore finanziario presenti oggi più punti di domanda che certezze. Scompare la foresta pietrificata, ma non sappiamo ancora da quale giardino sarà sostituita.

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La Fed taglia ancora i tassi di interesse ma a Trump non basta

Decurtazione di un quarto di punto. Per la seconda volta dalla crisi del 2008. Costo del denaro tra l'1,75% e il 2%. The Donald lo voleva a zero: «Niente coraggio né visione».

Dopo l’intervento della Bce di una settimana prima, è toccato alla Federal reserve (Fed), la Banca centrale americana, che il 18 settembre 2019 ha deciso di tagliare i tassi di interesse per la seconda volta dalla grande crisi del 2008, dopo il precedente del mese di luglio. Il costo del denaro è sceso così di un altro quarto di punto, in una forchetta tra l’1,75 e il 2%.

VERTICI DELLA BANCA DIVISI SULLA DECISIONE

La decisione è stata presa con sette voti favorevoli e tre contrari, una testimonianza delle divisioni ai vertici. Il taglio è stato motivato da una serie di incertezze tra cui un indebolimento degli investimenti privati e delle esportazioni.

ULTERIORE TAGLIO ATTESO ENTRO FINE 2019

Un’ulteriore decurtazione è attesa entro la fine del 2019 per contrastare un aumento dei rischi per l’economia: è quanto emerso dal comunicato finale della riunione.

LA BORSA AMERICANA NON GRADISCE…

Le Borse non hanno reagito bene: Wall Street ha subito accentuato il calo, col Dow Jones che ha ceduto lo 0,50%, il Nasdaq lo 0,84% e l’indice S&P500 lo 0,58%.

… IL PRESIDENTE TRUMP NEPPURE

Donald Trump l’ha presa ancora peggio. E su Twitter ha scritto: «Jay Powell (il presidente della Fed, ndr) e la Federal reserve hanno fallito di nuovo. Niente coraggio, nessun senso, nessuna visione!». Il presidente degli Usa quindi ha definito Powell «un terribile comunicatore». Nelle precedenti settimane Trump aveva chiesto un taglio ben più consistente per portare il costo del denaro vicino o sotto lo zero.

POWELL: «MAI TASSI NEGATIVI»

Powell ha spiegato così la mossa: «L’economia Usa continua ad andare bene, ma assistiamo a un rallentamento globale anche del commercio, con incertezze legate anche all’aumento dei dazi». Il n.1 della Bce ha sottolineato come l’economia americana si espanderà a ritmo moderato con un mercato del lavoro che resterà forte. Poi la replica diretta all’inquilino della Casa bianca: «Non credo che la Fed ricorrerà mai a tassi di interesse negativi, anche in tempi di crisi».

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Sole 24 Ore: delisting e un futuro da fondazione?

Vincenzo Boccia valuta una nuova configurazione che consenta al quotidiano di uscire dalla fase emergenziale. Ma per togliere dalla Borsa l'asset più importante di Confindustria occorrono soldi che attualmente l'associazione non ha.

Fino all’anno prossimo, stiamo entrando nel semestre bianco degli ultimi mesi della presidenza di Vincenzo Boccia, non succederà niente. Ma ciò non impedisce che in Confindustria ci si interroghi sul futuro del suo asset più importante e rappresentativo, il Sole 24 Ore. Anche perché, chiunque sia il presidente (sul tema le carte sono ancora molto coperte), il quotidiano resta uno dei primi problemi da risolvere.

L’idea è di costruire una fondazione che farebbe perno sulla Luiss

La gestione di Giuseppe Cerbone, oltre ad aver riportato in sicurezza i conti, ha chiuso anche con la gravosa eredità del passato. E il sindacato degli imprenditori non si è opposto alla sua richiesta, sostenuta per altro da tutto il cda della casa editrice, di intentare azione di responsabilità contro gli ex vertici.

Vincenzo Boccia (foto Roberto Monaldo / LaPresse).

LEGGI ANCHE: Stangata della Consob sugli ex vertici de Il Sole 24 ore

Ora si tratta però di pensare a nuove configurazioni che consentano al giornale di uscire dalla lunga fase emergenziale. Sul tavolo, al momento, più che un progetto c’è l’idea del presidente uscente di costruire una fondazione che farebbe perno sulla Luiss, l’università degli industriali, dentro cui mettere il Sole 24 Ore. Per inciso, della Luiss l’imprenditore salernitano è il nuovo numero uno avendo preso il posto di Emma Marcegaglia.

Per trasformare il Sole in fondazione c’è un ineludibile passaggio: ovvero toglierlo dalla Borsa

Nelle intenzioni di Boccia, una volta fatto il passaggio, la fondazione dovrebbe attrarre a sé i capitali di quanti, dentro e fuori Confindustria, hanno a cuore le sorti del giornale. Ma per trasformare il Sole in fondazione c’è un ineludibile passaggio: ovvero toglierlo dalla Borsa e così facendo cancellare anche il retaggio di una operazione che ancora oggi fa discutere. Basti pensare che dopo l’esordio a Piazza Affari, nel 2007, il titolo è sempre rimasto al di sotto dei 5,75 euro dell prezzo di collocamento. Per delistare il giornale occorrono soldi, anche se non tantissimi vista l’attuale bassissima capitalizzazione. Ma il punto è proprio questo: Confindustria, che già si è pesantemente indebitata per sottoscrivere l’ultimo aumento di capitale, quei soldi non li ha. A meno che non decida di alienare altri pezzi del suo patrimonio.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Su banche e finanza il M5s ha tradito le promesse elettorali

La tutela dei risparmiatori è stata rafforzata? No. Riforma delle banche di credito cooperativo, cosa è cambiato? Nulla. E la responsabilizzazione del management bancario e delle autorità di controllo? Niente. E il governo giallorosso rischia la stesse immobilità.

Ho aspettato e ascoltato il discorso del premier Giuseppe Conte alle Camere per chiederne la fiducia. Volevo capire se eventualmente ci fosse stata l’opportunità di conoscere qualcosa in più del programma del nuovo governo. Ma niente, solo silenzio sul tema. E tre indizi fanno una prova.

SU BANCHE E TUTELA DEI RISPARMIATORI PROPOSTE SCARNE

Veniamo ai fatti. Ho letto e riletto i 29 punti del programma del nascente governo giallorosso, sostenuto da Movimento 5 stelle e Partito democratico e ho fatto fatica a trovare la parola “banca” e suoi derivati. Qualcosa che faccia riferimento alla riforma del sistema bancario malato. Per la precisione ho trovato al punto 19 una generica indicazione al lancio di «un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud, anche attraverso il rafforzamento dell’azione della banca pubblica per gli investimenti, che aiuti le imprese in tutta Italia e che si dedichi a colmare il divario territoriale del nostro Paese» che dovrebbe presupporre il miraggio della nascita di una banca pubblica degli investimenti.

Luigi Di Maio e Giuseppe Conte (foto Maurizio Brambati/Ansa).

Al punto 21 un contraddittorio e vago riferimento alla «necessità di porre in essere, in armonia con il diritto dell’Unione europea (lo stesso diritto, ricordiamo che ha generato la disciplina del bail-in, ndr), politiche per la tutela dei risparmiatori e del risparmio, anche agendo sul sistema bancario». Poi nulla altro! Molto ma molto meno di quanto dichiarato, ma mai realizzato, dal precedente governo gialloverde sul tema della riforma della finanza malata.

SULLA FINANZA IL GOVERNO GIALLOROSSO NON FARÀ NULLA

Sicuramente più coerente e meno bugiardo, ma l’attuale governo conferma l’inclinazione europeista al problema della malafinanza: tutelare lo status quo e la lobby finanziaria. Mettiamoci l’anima in pace e aspettiamo il prossimo giro (elettorale) perché, lo dico con largo anticipo, questo governo non realizzerà neppure quelle poche (ma quali?) cose promesse. Ma ciò che più mi turba è che non ricordo (o mi sarà sfuggito) giornale o media che abbia fatto questa semplice analisi. Nessuno che si sia chiesto dove siano finiti i propositi pre-elettorali del M5s sui temi della malafinanza. Nessuno che abbia accennato ai pericoli imminenti (Banca Popolare di Bari, Carige, ecc) per migliaia di italiani e alla necessità di riformare un sistema malato.

Mentre i risultati del precedente governo sono stati deludenti, peggio ancora è successo con il piano programmatico del nuovo esecutivo

Ricordino Luigi Di Maio & co che tra i sei milioni (!!) di elettori persi alle ultime elezioni dal M5s ci sono i truffati dalle banche, ci sono quelli che credevano finalmente di vedere facce pulite negli organi di controllo, c’è chi ci aveva sperato. Queste erano le premesse e le promesse. Ma mentre i risultati del precedente governo sono stati deludenti, peggio ancora è successo con il piano programmatico del nuovo esecutivo: i proclami del contratto di governo del M5s sono completamente scomparsi dai radar mediatici.

IL M5S CON IL GOVERNO GIALLOVERDE HA DISATTESO LE PROMESSE

Sul tema della malafinanza l’unico strumento finora utilizzato per calmierare la delusione dei cittadini è stata la dilazione. La tutela dei risparmiatori è stata rafforzata? Chiedetelo ai rappresentati delle associazioni dei truffati dalle banche fallite. Riforma delle banche di credito cooperativo, cosa è cambiato? Nulla. Per quanto riguarda una maggiore responsabilizzazione del management bancario e delle autorità di controllo? Niente.

Una manifestazione dei risparmiatorisi truffati (Foto LaPresse-Bianchi/Lo Debole).

Nulla di fatto anche per la revisione dei parametri dei protocolli di rating di Basilea. Nessun inasprimento delle pene per i fallimenti dolosi, nessuna revisione della normativa antiriciclaggio e dei processi interni delle banche che occultano ingenti patrimoni derivanti dall’evasione fiscale del clero, dei commercianti cinesi e degli speculatori immobiliari. Si tratta delle promesse fatte agli italiani dal M5s nella ultima campagna elettorale. E ora sono alleati con quel Pd, nel frattempo sicuramente cambiato nei nomi, che ha prodotto i governi più bancocentrici dell’ultimo ventennio. Non hanno rispettato le premesse e le promesse. Non hanno rispettato gli italiani. Si affrettino a rimediare.

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La Borsa di Hong Kong vuole comprarsi Londra e quindi Piazza Affari

Hong Kong Exchanges and Clearing Ltd. hanno presentato a sorpresa un'offerta per acquisire il London Stock Exchange Group da 31,6 miliardi di sterline. Il gruppo controlla anche la Borsa di Milano.

Hong Kong Exchanges and Clearing Ltd. hanno presentato a sorpresa un’offerta per acquisire il London Stock Exchange Group da 31,6 miliardi di sterline incluso il debito (circa 36 miliardi di euro). L’amministratore delegato Charles Li ha dichiarato che da tempo l’operatore asiatico di borsa aveva considerato l’accordo «ambizioso e di vasta portata» A inizio agosto Lse aveva intanto raggiunto un’intesa per rilevare il provider di dati finanziari e di piattaforme di trading Refinitiv in una operazione da 27 miliardi di dollari.

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Le sofferenze lorde delle banche scendono sotto i 90 miliardi

Secondo le tabelle di Bankitalia, i crediti di incerta riscossione sono calati a 88,2 miliardi grazie alle cartolarizzazioni.

Le sofferenze lorde delle banche sono scese, a luglio, sotto i 90 miliardi di euro. È quanto si ricava dalle tabelle della Banca d’Italia secondo cui sono ammontate a 88,2 miliardi contro i 127 del luglio 2018 e i 90,03 di giugno 2019 grazie ad alcune operazioni di cartolarizzazione. A luglio le sofferenze nette, sono state pari a 32 miliardi contro i 31,8 di giugno.

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