Sei anni da ex insider della finanza: LoSportello saluta Lettera43

Arrivederci ai lettori e grazie per l'autonomia e la libertà offerte a chi è arrivato da dentro il mondo delle banche per raccontarlo a chi è fuori.

È solo un arrivederci. Con tutti voi della redazione e con il direttore Paolo Madron.

Vi sono riconoscente ( o devo maledirvi? ) per avermi introdotto in questo mondo. Siete stati i primi a credere che avrei potuto fornire un contributo sui temi della finanza (o malafinanza).

Argomenti che, fino a quel momento, nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare con la voce di un ex insider. Ricordo ancora la telefonata: «…abbiamo letto il tuo libro e vorremmo che tu scrivessi per il nostro giornale…». E dal 19 dicembre 2014 ogni settimana, ogni venerdì dell’anno, #LoSportello apriva le sue porte per fare informazione, denuncia, analisi. Sono stati 6 anni di assoluta autonomia e indipendenza. Ho scritto 230 articoli, alcuni dei quali hanno creato anche qualche problema 😱, ma mi sono sentito sempre tutelato e protetto.

Mai una censura. E bastava guardare gli inserzionisti del giornale per capire che forse per voi, qualche volta, non è stato facile pubblicare un mio articolo sulla stessa pagina dove compariva la pubblicità di una grande banca.

Ringrazio tutta la redazione (Andrea, Marcello, Sergio, Giovanna) cui auguro nuove e brillanti avventure. Ringrazio il direttore il cui cv non lascia adito a dubbi: ne vedremo ancora delle belle. Come ha scritto su Twitter «le storie iniziano, finiscono, si riprendono. Si vedrà».

E io sarò sempre a tua e vostra disposizione, riconoscente a vita. Nel frattempo Vi rendo onore su altre testate.

#LoSportello non chiude, si sposta semplicemente per un po’.

Ma vi aspetto

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Per la Bce il peggio deve ancora venire

Francoforteè pronta ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e «ribadisce il massimo impegno» a sostegno dei cittadini. Ma le previsioni sull'Eurozona fanno tremare le borse: nel secondo trimestre il Pil può crollare tra il -5 e il -12%.

La Bce continuerà ad acquistare i bond «in maniera flessibile nel corso del tempo» e finché non sarà ritenuta «conclusa la fase critica legata al coronavirus». Il Consiglio «ribadisce il massimo impegno» a fare il necessario «per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà».

NEL SECONDO TRIMESTRE PIL DELL’EUROZONA TRA -5 E -12%

Ma l’Eurotower avverte che nel secondo trimestre dell’anno la situazione potrebbe rivelarsi ancora più grave del primo quando il Pil dell’Eurozona ha segnato -3,8%. Ci si attende infatti una caduta del Pil dell’Eurozona compresa fra il -5 e -12%

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E Karlsruhe si fece autogol

La sentenza della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza. Ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, non solo in Germania. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, i giudici minano un'altra sacralità: quella della Bundesbank e oggi della Bce.

Non c’è pace per Karlsruhe. I giudici costituzionali tedeschi hanno deciso che i colleghi della suprema magistratura Ue del Lussemburgo sono andati ultra vires, hanno travalicato cioè i limiti del loro potere, quando a fine 2018 sentenziavano che il Quantitative easing (Qe) della Bce e l’intera politica del whatever it takes di Mario Draghi rilanciata da Christine Lagarde era in linea con i Trattati.

Non fino in fondo, dicono ora da Karlsruhe, e il Qe va giustificato meglio. Ma così facendo anche gli alti magistrati tedeschi sono finiti ultra vires, nel complicato tentativo di giustificare questa richiesta, adottando un complicato ragionamento legale che la Gcc (acronimo dell’inglese German Constitutional Court) persegue con tenacia soprattutto da Maastricht in poi (1992), e che la porta a rifiutare la subalternità rispetto alla suprema magistratura Ue (Ecj, European Court of Justice).

I nostri sovranisti che subito si sono rallegrati martedì scorso per un possente siluro alla Bce e per una probabile crisi dell’euro, invitando gli italiani «a ripensare al diritto di emettere moneta» (Matteo Salvini), farebbero bene a prendere fiato e a cercare di capire meglio.

IL TENTATIVO DI DICHIARARE IL QE FUORI LEGGE

Alcuni anni fa quattro diversi gruppi, anche con personaggi di rango, uno guidato da Bernd Lucke, professore ad Amburgo e cofondatore del partito sovranista Alternative für Deutschland, chiedevano alla Gcc di dichiarare il Qe fuori legge. La Gcc girava il quesito alla Ecj. E ora, pur ugualmente rigettando il ricorso di Lucke e altri, dice che la Ecj è andata ultra vires, non poteva cioè assolvere così facilmente la Bce, e che per giustificarsi la Bce deve spiegarsi meglio, entro tre mesi; questo consente giustamente ai ricorrenti di cantare vittoria. Lo fa però con un ragionamento complicatissimo, non nuovo, ma sempre terreno minato.

LEGGI ANCHE: Cosa cambierà dopo la sentenza creativa su Bce e Qe

UNA QUESTIONE COSTITUZIONALE

Al centro c’è il concetto di democrazia che solo il vecchio Stato-Nazione dice da tempo Karlsruhe, costruito attorno al concetto di “popolo uniforme”, può esprimere. È una tesi, non una verità rivelata. La scienza politica degli ultimi 100 anni avrebbe da obiettare, e il caso svizzero, canadese e belga pure. Dal “popolo uniforme” discende la sacralità della Costituzione del 1949, che in Germania per un complesso di complicazioni di quegli anni si chiama sempre e solo Grundgesetz, legge fondamentale, e mai Verfassung (Costituzione), e soprattutto dei suoi articoli 1-19 sui diritti fondamentali e della “clausola di eredità” dell’articolo 79 comma 3, dove si dice che quei diritti sono non emendabili, il testo cioè non può essere cambiato. Era ed è una garanzia anti-totalitaria. Tra questi ci sono i diritti economici, che il Qe potrebbe ora avere infranto. Sostanzialmente, i diritti dei risparmiatori danneggiati dai bassi tassi Bce di cui il Qe è stato una delle cause. E quindi Francoforte si deve spiegare meglio. Per sua comodità la Gcc ignora il concetto di “unità europea” iscritto nel preambolo di una Grundgesetz che fu scritta anche, di fatto, dagli americani, impegnati allora nel Piano Marshall, uno dei padri nobili di Ceca e Mec e dell’Europa comunitaria.

LA SENTENZA DEL 5 APRILE IGNORA L’EUROPARLAMENTO

L’Unione sarebbe quindi alla fine un sistema democratico senza vera legittimità propria, ma solo derivata dalla vera legittimità degli Stati-Nazione. Per sostenere questa tesi occorre ignorare però il ruolo del parlamento europeo, che dopo Lisbona soprattutto (2007) ha una chiara identità democratica. E di fronte al quale più volte l’anno il presidente della Bce deve spiegare le politiche monetarie, facendo ciò che adesso la Gcc chiede di ripetere per spiegare la proporzionalità. E difatti la sentenza del 5 aprile ignora del tutto il parlamento, citato 13 volte ma solo come riferimento bibliografico nelle 110 pagine dell’originale tedesco e 94 della traduzione inglese. Il parlamento è per i giudici fuori quadro, non c’è. E difatti se ci fosse direbbe che un po’ di democrazia propria l’Unione ce l’ha.

SI MINA L’INDIPENDENZA DELLA BUNDESBANK

Quella della Gcc è una prova di forza che rischia di diventare una prova di debolezza, ma apre una battaglia legale e politica di grande portata, in Germania e non solo. Nell’appellarsi alla sacralità della Costituzione, in Germania per vari motivi più radicata ancora che in Italia nella cultura nazionale (è il documento che avvia la riabilitazione dall’onta nazista), i giudici sono andati a toccare un’altra sacralità, quella della Banca centrale indipendente, prima Bundesbank e oggi la Bce sulla Bundesbank modellata, il simbolo economico della democrazia tedesca e prototipo mondiale dal 1957 del libero istituto di emissione. Impartiscono ordini non solo alla Bce ma anche direttamente alla Bundesbank. Dal 5 aprile, è chiaro, l’indipendenza Bundesbank non è più quella che è stata.

I VANTAGGI HANNO COMPENSATO GLI EVENTUALI SVANTAGGI

La richiesta di ulteriori giustificazioni dovrebbe servire a dimostrare tra l’altro che gli svantaggi inflitti ai risparmiatori – (remunerazione nulla dei risparmi) questo il nocciolo del ricorso di Lucke e altri – sono stati debitamente compensati da altri vantaggi, e che il tutto non ha indebitamente privilegiato nessuno. Nel mirino qui c’è prima di tutto l’Italia. Ma sono necessarie altre spiegazioni o è tutta scena? In una completa esposizione fatta proprio al Juristische Studiengesellschaft di Karlsruhe l’11 febbraio scorso, il membro tedesco del Consiglio esecutivo Bce, Isabel Schnabel, aveva preventivamente smontato il ragionamento Gcc, già facilmente prevedibile, deprecato i livelli di scorrettezza e banalità ai quali era giunto il dibattito sulla Bce in alcuni settori della società tedesca, e fornito con cifre, infografiche e tutto il bagaglio possibile spiegazioni su come, se c’era stato un prezzo imposto ai risparmiatori, c’erano stati vantaggi per lavoratori e imprese, anche in Germania, e non c’erano stati i danni su cui ora la Gcc chiede giustificazione. È una lettura consigliabile, reperibile sul sito Bce.

«LA CORTE SENZA LIMITI»

Ma non è servito a nulla. Se l’europarlamento è ignorato, se l’intera Ue vive di luce democratica riflessa, che dire della tecnocratica Bce, anche a costo di colpire il dogma dell’indipendenza Bundesbank? Una robusta scuola giuridica tedesca attacca da anni quelli che definisce gli eccessi della Gcc, «la corte senza limiti», Karlsruhe locuta causa finita, dopo le parole di Karlsruhe non c’è più nulla da dire, Quod non est in constitutione non est in mundo, ciò che non è nella costituzione non esiste al mondo. Parlavano già nel 2011 (Daniel Halberstam e Christoph Möllers) del «profondo fallimento dell’idea riflessa di sovranità nazionale che la Corte persegue», mentre un altro giurista del gruppo, Christoph Schönberger – sono tutti costituzionalisti, docenti di diritto pubblico e di filosofia del diritto nelle migliori università tedesche – definiva già alcuni anni fa la tesi che fa lo Stato-Nazione l’unico vero depositario della democrazia «una arrogazione di poteri senza precedenti». In fondo, è lo stesso principio che ha ispirato i più ardenti brexiteer britannici e che alcuni di loro hanno in modo identico espresso.

PER SCHAEUBLE LA SENTENZA È UNA MINACCIA PER L’EURO

Le reazioni sono state nette anche in Germania, con solo i due giornali decisamente conservatori, la Bild e Die Welt, che hanno salutato il verdetto con pieno favore. L’ex presidente Bundesbank Ernst Welteke osserva che la sentenza indica chi è stato danneggiato dal Qe ma non chi è stato favorito in Germania, ricorda che i Trattati proibiscono a Bce e qualsiasi banca centrale dell’Eurosistema «di ricevere istruzioni da istituzioni comunitarie, da governi dei Paesi membri o da altre entità». E qui, si può aggiungere, si tratta di ben altro che di istruzioni, si tratta di un secondo mandato, la salvaguardia dei risparmiatori, da aggiungere a quello prioritario e unico della salvaguardia del valore della moneta. «A mio giudizio», dice Welteke, «il governo tedesco dovrebbe rifiutare la richiesta della corte di sovraintendere a un processo (le ulteriori spiegazioni richieste, ndr) che probabilmente danneggia quella Bce che lo stesso governo tedesco ha contribuito a creare 22 anni fa». La sentenza è una minaccia per l’euro, dice Wolfgang Schaeuble, storico ex ministro Cdu delle Finanze e presidente del Bundestag. Se da un lato la Bce deve attenersi al suo mandato, dall’altro la Gcc, sostiene, non può facilmente sottrarsi alla supremazia della Ecj.

LA GCC È SCIVOLATA SU POSIZIONI NAZIONALISTE

La linea seguita dagli 8 (o meglio 7, uno ha votato contro) magistrati di Karlsruhe viene da lontano. E per capirla potrebbe essere utile un chiaro articolo di una docente italiana, Francesca Astengo, oggi all’università di Nizza, comprensibile anche a profani di diritto, intitolato Karlsruhe-Luxembourg: A New Distance after the 2009 Lisbon Treaty Rule, pubblicato nel 2012 dalla Revue Québecoise de Droit International. È una analisi di come la linea della Gcc si è progressivamente irrigidita su posizioni nazionaliste e di come la corte, è possibile aggiungere, si è sempre più spinta di fatto ultra vires, al di là delle proprie competenze. Questo giudizio va letto in parallelo, e in contrasto, con la soddisfazione con cui i ricorrenti hanno commentato il verdetto dei giorni scorsi, che respinge la loro tesi, ma più formalmente che in realtà. Uno di loro, Markus C. Kerber, avvocato e docente al Politecnico di Berlino, non si aspetta nulla di immediato ma saluta «la storica sentenza del 5 aprile che apre un nuovo capitolo. E questo potrebbe essere un processo con un risultato dirompente». Resta da vedere se dirompente per l’Unione o dirompente per la Gcc, e questo dovranno deciderlo soprattutto i tedeschi, ma non solo. Astengo ricordava già 8 anni fa come sia «piuttosto ironico che la stessa istituzione che ha dedicato così tanti argomenti per sostenere il carattere ‘non democratico’ dell’Unione sia intenta a creare per se stessa il ruolo di ultimo arbitro del cammino europeo, ponendo così il destino di un progetto che determina il cammino di 500 milioni di europei nelle mani di pochi – anche se illuminati – giudici di Karlsruhe».

DA CHE PARTE STANNO I SOVRANISTI NOSTRANI?

Postscriptum per i nostri sovranisti. Poiché la sentenza del 5 aprile ha ricordato anche ai distratti che sotto accusa in definitiva c’è Mario Draghi e ci sono gli aiuti, sproporzionati secondo i magistrati tedeschi, concessi all’Italia con il Qe, da che parte stanno i nostri Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Claudio Borghi e molti altri? Con i giudici di Karlsruhe o con il sostegno ai Btp italiani?

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Fitch ha tagliato il rating dell’Italia a BBB-

La valutazione sui titoli di Stato del nostro Paese a un solo gradino dal livello "spazzatura", contrariamente a quanto deciso quattro giorni fa da S&P.

L’agenzia Fitch ha tagliato il rating dell’Italia a BBB- con outlook stabile. Il downgrade «riflette il significativo impatto del coronavirus sull’economia», hanno scritto gli analisti finanziari, portando la valutazione sui titoli di Stato del nostro Paese a un solo gradino dal livello “spazzatura”, quattro giorni dopo la conferma del rating da parte di Standard&Poor’s.

PREVISTO UN CALO DEL PIL DELL’8%

Fitch prevede una contrazione del Pil dell’8% nel corso del 2020, con il debito pubblico che lieviterà fino al 156%. Nel 2021 è invece attesa una ripresa, con un Pil in crescita del 3,7%. Ma la forza della ripresa sarebbe «altamente incerta», date le «debolezze sottostanti dell’economia». Fitch prevede anche che la recessione e misure per arginare i coronavirus produrranno un deterioramento di bilancio nel 2020, con un deficit vicino al 10% del Pil. L’agenzia precisa inoltre che l’outlook stabile riflette l’idea che gli acquisti della Bce «faciliteranno la risposta» dell’Italia alla crisi economica innescata dalla pandemia e «allenteranno i rischi di rifinanziamento» del debito pubblico.

IL RISCHIO DI TENSIONI POLITICHE

L’Italia ha inoltre dimostrato «un’ampia coesione politica nelle prime settimane della pandemia», ma le tensioni «sono riemerse» negli ultimi giorni. In prospettiva, l’agenzia ritiene che tali tensioni si intensificheranno con la fase 2, man mano che l’attenzione si sposterà «sull’economia e sulla risposta comune europea alla crisi».

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Moody’s: «Il Covid-19 non impatta sull’affidabilità credito italiano»

Per l'agenzia di rating il nostro Paese non dovrebbe correre rischi anche se la pandemia spingerà debito a livelli record. Atteso il giudizio di S&P's.

L‘agenzia di rating Moody’s getta acqua sul fuoco sulla situazione dell‘Italia. «Sebbene la pandemia di coronavirus stia causando un grave choc economico che spingerà il debito pubblico italiano a raggiungere livelli record quest’anno, l’affidabilità creditizia del Paese dovrebbe rimanere sostanzialmente inalterata data la natura temporanea della recessione e i bassi costi di finanziamento». Moody’s Investors Service ha precisato però che il report «non costituisce» una valutazione sul rating.

Un giudizio sul debito sovrano italiano è atteso invece da Standard & Poor’s. «Mi aspetterei che l’agenzia tenesse conto che il mondo è diverso rispetto alla situazione pre-Covid: so che non sarà facile, ma non possono esserci solo meccanismi automatici», ha sottolineato l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Le sensazioni sulla prossima scelta di S&P «sono difficili da captare», ha spiegato l’economista rispondendo alle domande di Maria Latella durante una conference call organizzata da Muzinich, società di investimento istituzionale specializzata nel credito corporate pubblico e privato mondiale.

Oltre ai giudizi di S&P sono attesi anche quelli di Moody’s che si esprimerà in maggio e Fitch in luglio.

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Il fallimento del decreto liquidità non è colpa delle banche

La finanza, per quanto diabolica possa essere, è comunque più veloce a rispondere tempestivamente alle esigenze straordinarie dettate dal coronavirus. I suoi provvedimenti e le sue decisioni, per quanto sbagliate possano essere, non conoscono la burocrazia della politica.

Questa settimana facciamo, un po’ per scherzo e un po’ come provocazione,  un sondaggio con voi sulla in(efficienza) di questo governo nell’affrontare una emergenza e risolvere il “problema” della sopravvivenza delle piccole imprese del nostro Paese attraverso il decreto liquidità che, come abbiamo già sostenuto la settimana scorsa, è stato finora un bluff.

Un fallimento che, vi sembrerà strano leggerlo da un mio scritto, mai come in questo caso, non è responsabilità delle banche. La finanza, per quanto diabolica possa essere, è comunque più veloce a rispondere tempestivamente alle esigenze straordinarie dettate dal coronavirus. I suoi provvedimenti e le sue decisioni, per quanto sbagliati possano essere, non conoscono la burocrazia della politica.

Le banche hanno continuato a fare le “banche”, con i loro deliri di onnipotenza, le loro inefficienze e i loro paradossi che spesso sono border line tra il drammatico e il grottesco. Ma qualcuno le ha messe in condizioni di esprimere il meglio (o il peggio) del loro repertorio di bugie, arroganze, incompetenze e imbarazzi.

DOVE HA FALLITO IL GOVERNO?

Ad ogni modo perché tanta inefficienza politica nella gestione di tale “problema”? Lo voglio chiedere a voi, cari lettori,  attraverso l’analisi di uno degli strumenti basici della gestione manageriale di una organizzazione : il problem solving. Il problem solving è la più complessa di tutte le funzioni cognitive e consiste nell’abilità di trovare una soluzione a qualsiasi tipo di problema. È un bravo problem solver colui che sa affrontare qualsiasi tipo di situazione e sa risolvere le difficoltà che incontra nel percorso che lo porta alla realizzazione dei propri obiettivi. Un “problema” può essere definito come una  qualsiasi variazione  fra ciò che è previsto in uno standard concordato (obiettivo) e ciò che sta accadendo nella realtà (consuntivo). Ad esempio, il governo voleva dare un aiuto alle imprese (obiettivo) e invece finora quasi nessuno ha ricevuto euro (consuntivo). Il metodo più comunemente utilizzato nel processo di soluzione del “problema” prevede sette fasi :

  1. Identificare (capire) il problema. Il 70% degli insuccessi dipendono da questa fase perché non si riesce a focalizzare l’attenzione sul vero “problema”;
  2. Analizzare il problema. È la fase più lunga e consente di scoprire le cause, le ragioni del problema, capire perché si è verificato. È la fase in cui si deve cercare di ottenere quante più informazioni possibili; 
  3. Generare soluzioni valide . In questa fase scatta la fantasia, l’immagizione. Talvolta, sempre che sia valida, la soluzione potrebbe essere pure quella di non fare nulla;
  4. Valutare le alternative attraverso l’analisi costi-benefici. È la fase in cui c’è bisogno dei “tecnici”, degli “esperti” e delle “task force”;
  5. Scegliere la soluzione giusta. È la fase che fa la differenza tra un manager/politico scarso e un manager/politico bravo;
  6. Ottenere l’autorizzazione (dal capo, dal parlamento, ecc). È la fase che si tende ad evitare quando non si e’ certi di aver fatto fatto bene le fasi precedenti;
  7. Implementare. Significa azione, realizzazione, fare. Occorre curare con attenzione tale fase perché potrebbe inficiare l’intero processo anche qualora quella soluzione sia quella giusta;
  8. Monitoraggio del piano fino a ottenere il risultato desiderato. È la fase di verifica della soluzione del problema. Se nonostante l’implementazione ci accorgiamo che sussiste lo sfasamento tra obiettivo e consuntivo, allora occorre ripartire dalla fase 1 e magari renderci conto che il problema era un altro.

Secondo voi in quale delle 8 fasi del processo di problem solving ha fallito il governo?

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Quelle misure solo all’apparenza ostili al sistema bancario

Il governo pensa di aver evitato col “decreto liquidità” potenziali manovre subdole ai danni della economia reale. Ma cosi non è.

Il governo pensa di aver fatto il muscolare con le banche attraverso l’inserimento nel “decreto liquidità” di misure di contenimento di potenziali manovre subdole che avrebbero potuto inficiare l’utilizzo dei soldi messi a disposizione della economia reale e della emergenza. Ma cosi non sarà. Perché ci sono dei precedenti. Ci sono, infatti, due misure all’interno del decreto liquidità che, all’apparenza, potrebbero sembrare ostili al sistema bancario. Solo “all’apparenza” però. Seguitemi.

IL DIVIETO DI UTILIZZARE I FINANZIAMENTI PER ESTINGUERE PRESTITI PREESISTENTI

La prima misura riguarda il divieto per le banche di utilizzare i finanziamenti concessi per effetto del provvedimento per estinguere prestiti preesistenti. La seconda invece prevede che non possano accedere alle misure previste dal decreto le imprese che alla data del 31 gennaio 2020 avevano una posizione già classificata a: sofferenza; partite incagliate; esposizioni scadute e/o sconfinanti; inadempienze probabili. Tali provvedimenti sono stati pensati e giustamente deliberati per non consentire alle banche di approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il pregresso rischio insolvenza dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti. Ma forse i “tecnici e gli esperti” che hanno preparato il decreto non sanno o hanno dimenticato che nei bilanci delle banche ci sono milioni di crediti che, sebbene formalmente regolari (“in bonis”) per non pagare gli accantonamenti prudenziali previsti dalla disciplina degli accordi interbancari di Basilea, sono di fatto “crediti deteriorati”.

LA SCURE DEL TERRORISMO PSICOLOGICO DI MANAGER E CONSULENTI

Ecco, proprio su questi crediti e nei confronti di questi imprenditori si abbatterà (iniziano ad arrivarci molte segnalazioni al riguardo) la scure del terrorismo psicologico dei manager e consulenti finanziari che si manifesterà con una subdola formula (tra poco la leggerete) attraverso la quale i funzionari di banca minacceranno di catalogare quel credito come “sofferenza” nel caso non venga estinto (o comunque ridotto) immediatamente con parte del nuovo finanziamento. Ma tutto ciò, come già anticipato, non è una novità. Le banche, da sempre, nonostante la conferma anche da parte della Corte di Cassazione (ordinanza 26770/2019), hanno continuato ad erogare finanziamenti sotto forma camuffata di “mutuo di scopo”, un contratto ritenuto appunto nullo anche dalla corte suprema e stipulato per consentire al mutuatario di ripianare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca mutuante o di altri istituti di credito. E se lo hanno fatto finora perché non dovrebbero continuare a farlo? Come?

UN ESEMPIO CHE PUÒ AIUTARE A CAPIRE

Ve lo spiego con un esempio recuperato dal cassetto della memoria di un ex bancario che ha scritto Io so e ho le prove. La banca concede il finanziamento di 25 mila euro a un imprenditore che è solo formalmente “in bonis” ma che la banca vorrebbe cacciare a calci perché non riesce a rimborsare un precedente prestito di 10 mila euro. E gli dice: «Caro imprenditore, a fronte dei 25 mila euro che hai ottenuto, io nel frattempo ti sbocco solo 10 mila euro che tu, però, canalizzi su un conto corrente di una altra banca e solo tra 15 giorni, quando farai ritornare qui quei soldi per estinguere il tuo prestito mal condotto, io ti metterò a disposizione gli altri 15 mila euro». Una manovra surrettizia e scorretta che aggirerà il divieto senza che nessuno se ne possa accorgere. Occhi aperti, mi raccomando.

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Mes e liquidità: traduzione dal banchese all’italiano

Il linguaggio usato dagli addetti ai lavori è a volte più criptico di quello dei politici. Un esempio? L'intervista rilasciata dal presidente Abi a Il Dubbio. Una guida per leggere tra le righe.

Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria.

Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi sottotitoli.

INIEZIONE DI LIQUIDITÀ DIETRO PIENA GARANZIA DELLO STATO

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) a il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato? Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa. Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia piena dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa «a prima chiamata», cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

LEGGI ANCHE: Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino

Solo per inciso occorre ricordare che il merito del credito attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tivù!

L’ORIENTAMENTO PRO-MES

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Domanda a cui abbiamo già risposto la settimana scorsa. A ogni modo Patuelli, ex politico che oggi fa il banchiere, afferma: «Se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati….» e contrariamente a quanto da lui sostenuto nel novembre scorso, lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Sarà forse perché vuole ammorbidire i controllori della Bce che, dal congedo di Mario Draghi, sono stati abbastanza rigidi e cattivi con le banche italiane?

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Parroci e giornali locali in campo per difendere Ubi

Il fronte anti-Intesa, appoggiato dai preti e dai quotidiani di Bergamo e Brescia, si allarga. Ma oltre ai piccoli e piccolissimi azionisti, ci sono anche i soci pesanti del Patto che dal 20 febbraio, quando hanno deciso di dire no all'operazione, potrebbero aver incrementato le loro quote.

Con le restrizioni dovute al coronavirus è complicato, ma i parroci di tutta la provincia di Brescia e quella di Bergamo sono scatenati.

Sono impegnati infatti a diffondere il verbo contro l’opa ostile di Banca Intesa sulla “loro” Ubi a quelle migliaia di piccoli azionisti che detengono azioni della banca guidata da Victor Massiah, offerta che viene considerata una specie di tentazione del diavolo.

LA LINEA ANTI-INTESA DEI GIORNALI LOCALI E DI AVVENIRE

Aiutati dalla linea anti-Intesa assunta dai giornali dei mondi ecclesiali bresciani e bergamaschi, Il Giornale di Brescia e L’Eco di Bergamo, decisivi in quei territori nel formare l’orientamento dell’opinione pubblica, e dal quotidiano della Cei, Avvenire, i preti lombardi hanno risposto con fervore alle sollecitazioni delle rispettive Curie, le quali a loro volta sono particolarmente sensibili verso l’establishment finanziario che ruota intorno e dentro Ubi. E d’altra parte che il mondo cattolico del Nord si sia apertamente schierato a difesa dell’autonomia di Ubi lo si era già capito quando nelle settimane scorse si era visto entrare nel capitale della banca Cattolica Assicurazioni, che ha il 2% schierato a far argine alla mossa di Intesa.

IL FRONTE DEL NO SI ALLARGA

Quello dell’atteggiamento dei piccoli e piccolissimi azionisti è un passaggio che non va trascurato, perché se si salda – e ce ne sono tutte le premesse – con la scelta del Car, il Comitato azionisti di riferimento di Ubi Banca, che controlla il 17,8% delle azioni, e che ha definito l’Ops di Intesa-Unipol «ostile, non concordata, non coerente con i valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile», ecco che il fronte del No a Intesa arriverebbe a numeri tali da poter mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa di Carlo Messina, numero uno della banca milanese. Anche perché, ricordiamolo, i soci componenti del Patto sono calibri pesanti che potrebbero anche aver già incrementato dal 20 febbraio, quando hanno preso la decisione di opporsi a Intesa, le loro quote. Potrebbero averlo fatto sia le fondazioni – quella di Cuneo (primo azionista singolo con il 5,95%) e la Banca del Monte di Lombardia (3,95%) – sia i grandi imprenditori, dalla famiglia Bombassei (con Next Investment) alla famiglia Bosatelli (Polifin), da Gianni Radici e famiglia ai Gussalli Beretta con la cassaforte Upifra e alle famiglie Pilenga e Andreoletti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Generali, Mediobanca cambia idea sulla revisione statutaria

Fino a ieri la proposta di Donnet aveva il beneplacito di Nagel. Ora invece pare che quest'ultimo sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton in caso decidesse di schierarsi contro. L'eventuale saldatura potrebbe trasformarsi in un accordo per il cambio nella governance della compagnia.

Quella del 30 aprile a Torino (un omaggio al presidente Gabriele Galateri?) per Generali si prospetta un’assemblea particolarmente calda.

È molto probabile, infatti, che gli azionisti cosiddetti “in crescita” – Leonardo Del Vecchio, che con il 5% è oggi il principale socio privato della compagnia, Francesco Gaetano Caltagirone e il gruppo Benetton (della partita si occupa attivamente Gianni Mion) – si oppongano alla proposta di revisione dello statuto, che tra l’altro prevede l’introduzione della cosiddetta “lista del board”.

Un cambiamento voluto da Philippe Donnet, che pur essendo a Parigi da più di due mesi inchiodato nella Ville Lumière dalla clausura imposta dal virus, segue il dietro le quinte. E Mediobanca, che con il suo 13% rimane pur sempre il socio di riferimento del Leone alato, come si comporterà?

LA POSIZIONE DI MEDIOBANCA

Fino a ieri era sicuro che la proposta del cda che si autorinnova avesse il beneplacito di Alberto Nagel, nonostante il cambiamento riduca la storica influenza di Mediobanca su Generali. Adesso, invece, sembra che l’amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia abbia cambiato idea, e sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton se effettivamente si deciderà a schierarsi contro. Chiaro che questa eventuale saldatura non solo metterebbe in soffitta la proposta di Donnet e le ambizioni che ci stanno dietro, ma sarebbe il preludio per un accordo per il cambiamento delle caselle più importanti nella governance di Generali. A partire dal presidente, che pare certo cambi già a fine aprile.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino

La Germania è azionista di maggioranza del Fondo e chi riceve i prestiti si obbliga a tagli dolorosi e riforme strutturali. Con gli eurobond i debiti creati dall'emergenza coronavirus sarebbero spartiti tra sgli Stati membri dell'Ue. Secondo voi come finirà?

Siamo protagonisti di un evento storico per la prima volta. Finora solo spettatori come nel caso dell’attacco alle Twin towers. Eravamo passivi e ci limitavamo a osservare ciò ci succedeva intorno. Ora siamo attori di un dramma e, prima o poi, dovremo fare i conti anche con le nostre scelte. Non possiamo continuare a non interessarci alle decisioni finanziarie che regoleranno il futuro nostro e dei nostri figli.

Premessa breve (e forse inutile) per introdurre il tema del finanziamento della emergenza: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Io credo che agli italiani, sempre poco attenti alle dinamiche finanziarie, interessi poco. È importante che quei soldi arrivino. Ed in fretta. Il resto non conta.

Invece dobbiamo sapere cosa sta accadendo alle nostre spalle perché le aspettative, se non soddisfatte, producono poi molta infelicità. Mi sforzerò, anche rischiando di far arricciare il naso per disgusto a qualche illustre professore di finanza, di rendere quanto più semplici, se non semplicistici, questi concetti.

BERLINO È L’AZIONISTA DI MAGGIORANZA DEL MES

Volendo esasperare il pensiero, possiamo dire che la differenza tra le due forme di assistenza è quella che passa tra i soldi prestati da tuo suocero e quelli che ti regala tuo padre. Il Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) nasce nel 2010-2011 quando alcuni Paesi Ue si trovarono sull’orlo del fallimento finanziario e si doveva superare la prescrizione dell’art. 123 dei Trattati Europei che vieta agli Stati membri (e alla Bce) di salvare «Paesi in difficoltà» basandosi sulla logica che gli Stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi, nella convinzione che altri Paesi correranno in loro soccorso. Ma il momento era critico, alcuni Stati rischiavano il default.

Chi riceve i prestiti dal Mes si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa che definisce quali misure si impegna a prendere in termini di tagli e di riforme

Da qui l’aggiramento dell’art. 123, prima con un fondo temporaneo (l’Efsf che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il Mes appunto. Tralaltro, ricordiamolo, il Mes nasce dietro forte pressione dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso i suoi titoli del debito pubblico (Bot, Btp, Cct) non venissero più sottoscritti.

Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Il Mes (o Fondo salva Stati) ha un capitale di 700 miliardi di euro a cui gli stati membri contribuiscono pro-quota con la Germania come primo contributore (quasi il 27%) e l’Italia con il 18%. Il Mes può concedere prestiti ai Paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d’intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Chi prende i soldi diventa schiavo. Soprattutto della Germania, azionista di maggioranza del Fondo.

CON GLI EUROBONDO IL DEBITO CREATO DALL’EMERGENZA SAREBBE SPARTITO

Gli Eurobond o Coronabond sono, invece, un ipotetico (perché ancora mai attuato) meccanismo solidale di distribuzione dei debiti tra gli Stati dell’eurozona, attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi stessi. In parole povere, uno Stato membro chiede soldi in prestito per poter finanziare le proprie opere di intervento — quelle ordinarie  (sanità, infrastrutture, spese militari, etc) e quelle straordinarie, non programmate, com’è appunto il caso dell’emergenza coronavirus –  e il debito viene spartito tra tutti gli Stati membri. Guaio in comune, mezzo gaudio. Ed è per questo che la Germania, che è considerata virtuosa per via dei suoi conti in ordine, rispetto a Paesi come l’Italia e più in generale i Paesi del Sud dell’Europa, ancora una volta non ci sta. Secondo voi come andrà a finire?

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Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19

A emergere sarà chi saprà innovare quando gli altri si affideranno alla routine. Una breve guida per non farsi trovare impreparati.

Fino a ieri, i piccoli imprenditori di cui tanto si parla in questi giorni e che rappresentano da oltre 30 anni il mio ambito di studio professionale, si confrontavano con un livello di complessità significativamente superiore a quello di qualche anno fa ma comunque il cambiamento era vissuto come un elemento occasionale e sporadico, uno choc. Dopo la stagione del coronavirus sarà tutto diverso: il sistema economico mondiale avrà perso buona parte della sua stabilità e linearità, trovandosi ad essere sollecitato da un cambiamento epocale. Il cambiamento diventerà un elemento strutturale e necessario del sistema. Le situazioni di cambiamento, caratterizzate quindi da una storica discontinuità e incertezza, saranno gli ambiti in cui i piccoli imprenditori saranno maggiormente chiamati in causa e messi alla prova.

INDIVIDUARE OPPORTUNITÀ DOVE ALTRI VEDONO RISCHI

È in queste situazioni che si vedrà maggiormente chi sarà in grado di fare la differenza, chi identificherà opportunità laddove altri vedranno rischi, chi attiverà e farà attivare energie straordinarie. In sintesi chi innoverà quando gli altri si affideranno alla routine. In particolare saranno modificate tutte le architravi relazionali tra clienti e fornitori che si fonderanno su un concetto di “fiducia” costruito con un processo completamente diverso rispetto a quanto finora visto. Cadrà il concetto che il consumatore debba essere ascoltato, magari con indagini di customer satisfaction pilotate e fasulle (di cui abbiamo più volte parlato su queste colonne) e si affermerà sempre di più il processo che vede il cliente operare di “iniziativa” utilizzando le relative piattaforme di recensioni. La conferma ci arriva da una ricerca realizzata congiuntamente dalla piattaforma di recensioni on-line Trustpilot e Canvas8, la massima autorità Usa in tema di ricerche sui comportamenti dei consumatori, in cui sono stati forniti nuovi dati sul ruolo decisivo che le recensioni assumono nella questione della fiducia online dei consumatori. In particolare è emerso che:

  • Il 62% dei consumatori smetterebbe di usare le piattaforme di recensione, se venisse a sapere che queste permettono alle aziende di censurare le recensioni.
  • A livello globale, sette utenti su 10 esprimono la loro preoccupazione per la possibilità stessa che viene data ai brand di censurare le recensioni negative su una piattaforma qualsiasi, ritenendo che ciò possa avere un impatto sulla libertà di parola degli utenti (40%) o che possa addirittura causare loro una perdita di denaro (49%).
  • Oltre la metà dei consumatori si insospettisce di fronte a un’azienda con un punteggio perfetto, perché ritenuto troppo buono per essere autentico. Il 56% degli utenti continuerà a prendere in considerazione un prodotto o un servizio a 5 stelle, ma farà qualche ricerca in più prima di decidere di acquistare.
  • Il 64% dei consumatori preferisce acquistare da un’azienda che dà risposte e interagisce con il proprio pubblico, piuttosto che da una all’apparenza perfetta.
  • In molti ritengono che le aziende possano cambiare nel tempo – in meglio o in peggio – e, dunque, tendono a dare maggior peso ai feedback più recenti da parte dei consumatori; il 64% degli utenti afferma di voler dare più fiducia a un’azienda che complessivamente ha meno recensioni ma più recenti.

Basta per i venditori-furbi (penso alle banche) per non voltarsi indietro e guardare al passato con malinconia o addirittura con rabbia?

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Ora la Bce invoca una reazione coordinata contro il coronavirus

L'Eurotower annuncia l'avvio del programma PEPP e definisce la pandemia «un'emergenza collettiva senza precedenti».

Dopo l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times, la Banca centrale europea invoca contro il coronavirus «una reazione ambiziosa, coordinata e urgente delle politiche su tutti i fronti». La pandemia rappresenta «un’emergenza collettiva di sanità pubblica pressoché senza precedenti nella storia recente e uno choc economico estremo».

ACQUISTI SENZA LIMITI DI TITOLI PUBBLICI

L’Eurotower ha dunque annunciato l‘avvio del programma PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) da 750 miliardi di euro. Il programma durerà fino alla fine del 2020 e consentirà alla Bce di acquistare titoli di Stato e bond emessi da enti internazionali e sovrannazionali senza limiti, ovvero senza più tener conto della soglia del 33% per i primi e del 50% per i secondi finora in vigore.

NEL LUNGO PERIODO RIPRESA «MODESTA»

Nel suo ultimo bollettino, l’istituto di Francoforte sottolinea come l’evoluzione della pandemia stia «peggiorando le prospettive per l’economia mondiale». E anche in un orizzonte di più lungo periodo, la prevista ripresa «dovrebbe acquisire una trazione non più che modesta».

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Fitch ma messo sotto osservazione le banche italiane per il coronavirus

Per l'agenzia di rating i nostri istituti di credito sono in "watch negativo", cioè passibili di taglio della valutazione. Nel mirino soprattutto Mps, Carige, Bper, Iccrea, Ifis, Bpso, Bnl. Si salva Ubi.

L’emergenza coronavirus ha peggiorato le prospettive economiche dell’Italia. E anche per le banche il futuro si è fatto cupo. Le agenzie di rating, in questo scenario di crisi, hanno cominciato a muoversi adeguando le loro valutazioni. Fitch per esempio ha confermato i rating degli istituti di credito italiani, ponendoli però in “watch negativo“, cioè sotto osservazione per un possibile taglio. Fa eccezione solo Ubi Banca, messa addirittura in watch positivo.

Fitch, che ha previsto un calo del Pil del 2% per l’economia italiana nel 2020, ritiene che «i rischi per i profili di credito» siano ora «chiaramente rivolti al ribasso». Le azioni più pesanti hanno interessato Monte dei Paschi di Siena, Carige, Bper, Iccrea, la Popolare di Sondrio, Volksbank, Banco di Desio e della Brianza, Banca Ifis e Bnl rispetto alla quali Fitch ha messo il rating a lungo termine idr (rating default individuale), il viability rating e i rating sul debito sotto esame in vista di un possibile taglio in quanto «gli effetti economici della crisi del coronavirus rappresentano un rischio di breve termine» per i rating, a causa delle “debolezze” delle banche in questione.

Intesa, Unicredit, Mediobanca, Ubi Banca e Credem hanno visto Fitch intervenire solo su rating di specifiche tipologie di strumenti di debito, come, per esempio, i prestiti subordinati. In generale Fitch si attende che “l’asset quality” delle banche italiane si indebolirà, mentre «si intensificherà» la sfida della redditività a causa «di volumi di attività bassi e crescenti rettifiche sui crediti». Rischi anche per il costo del funding nel caso in cui il Quantitative easing pandemico della Banca centrale europea dovesse “fallire” nel calmierare lo spread e i costi della raccolta.

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Moody’s prevede un calo del Pil del 2,7% nell’Eurozona

Per gli Stati Uniti l'agenzia di rating stima invece una contrazione dello 0,5% alla fine del 2020.

Il Pil dell’Eurozona registrerà nel 2020 un calo complessivo del 2,7%, con un crollo del 5,7% nel primo trimestre e del 7,4% nel secondo trimestre a causa del coronavirus. La stima è di Moody’s, in un report intitolato Covid-19: Global Economic Tsunami. Soltanto a gennaio, la stessa agenzia di rating prevedeva per l’Eurozona una crescita dell’1,3%. Negli Stati Uniti, invece, si prevede una contrazione dello 0,5%.

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Consob dia più visibilità alla Black e alla Grey List

I due elenchi comprendono le società per le quali si richiede l’obbligo di fornire specifiche informazioni, a cadenza mensile o trimestrale: posizione finanziaria netta, i debiti scaduti e i rapporti verso parti correlate. Dati importanti per gli investitori che dovrebbero avere maggiore evidenza.

La Consob prevede, tra le altre sue attività, anche la comunicazione con il pubblico degli investitori.

In questo ambito, da tempo pubblica sul suo sito, tra le varie rubriche, due elenchi molto importanti, le cosiddette black e grey list delle società quotate a Piazza Affari.

Si tratta di elenchi che interessano tutti gli investitori. Ma non ne viene data una adeguata pubblicità. Nel sito questi dati non si trovano immediatamente: si deve cliccare alla voce “Emittenti-Società quotate“, e poi sulla dicitura “Obblighi di informativa periodica“.

LA RICHIESTA DI INFORMAZIONI CON CADENZA MENSILE O TRIMESTRALE

Tra l’altro non risulta che venga data comunicazione specifica al pubblico delle variazioni, essendo il tutto limitato a due elenchi che comprendono le società per le quali la Consob richiede l’obbligo di fornire specifiche informazioni, a cadenza mensile o trimestrale. Mensile per le società nella cosiddetta black list e trimestrale per quelle della grey list. I dati più rilevanti di questa richiesta di informazioni sono la posizione finanziaria netta, la posizione dei debiti scaduti e i rapporti verso parti correlate. Nel passato, più di qualche società già inserita in questa lista ha poi fatto ricorso a una procedura concorsuale. In un mercato sempre più difficile, queste società dovranno dare dimostrazione di avere un futuro e quindi anche una situazione finanziaria non in peggioramento. 

CI SONO SOCIETÀ PRESENTI NELLA LISTA DA 10 ANNI

Stupisce peraltro riscontrare come ci siano società inserite in queste liste da oltre 10 anni: la A.S. Roma dal 2009 è nella lista grigia e ben due società nella lista nera, Tiscali e Seri Industrial (ex K.R. Energy). Come può essere possibile che non abbiano variato la posizione da allora? Segnaliamo i nuovi ingressi del 2019

Informativa trimestrale:  Il Sole 24Ore, Brioschi Sviluppo immobiliare, Eprice e Pierrel.

Informativa mensile: Fullsix

E non si può che auspicare che Consob dia maggiore evidenza al mercato per queste rilevanti e importanti  informazioni.

La Black List (Dal sito della Consob).
La Grey List (dal sito della Consob).

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Le Banche centrali di tutto il mondo in azione per offrire maggiore liquidità

La Fed ha deciso di comprare anche i bond municipali, in una mossa che non ha precedenti e che non venne fatta nemmeno durante la grande crisi finanziaria del 2008.

Le Banche centrali di tutto il mondo si coordinano per rafforzare le linee swap in dollari e offrire maggiore liquidità al sistema finanziario e all’economia reale.

OPERAZIONI QUOTIDIANE E NON PIÙ SETTIMANALI

La Fed e le altre banche centrali in Europa, Giappone, Gran Bretagna, Canada e Svizzera hanno infatti annunciato un aumento della frequenza delle operazioni a sette giorni, che ora si terranno quotidianamente.

LA FED ACCETTA IL DEBITO MUNICIPALE COME COLLATERALE

Per quanto riguarda inoltre gli Stati Uniti, la Fed ha deciso di fare una mossa senza precedenti. È scesa in campo per aiutare le banche ad acquistare i bond municipali, in modo da facilitare il flusso del credito verso le città e gli Stati americani. La Federal reserve accetterà anche il debito municipale come collaterale, un passo che non era stato compiuto nemmeno durante la grande crisi finanziaria del 2008.

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Dai coronavirus bond al QI, il duro scontro dentro la Bce

CORRIDOI. L'iniziale richiesta di Lagarde di emettere di titoli di scopo per rafforzare i sistemi sanitari nazionali è stata bocciata dalle banche centrali dei Paesi del Nord e dell'Est. Così è passato il Pandemic Emergency Purchase Programme da 750 miliardi. Dietro il cambio di linea, secondo alcune voci, ci sarebbe il timore dell'imminente tracollo di un grande istituto, tedesco o francese.

Trapelano notizie su come sia effettivamente andata la riunione straordinaria del vertice della Bce, l’altra notte a Francoforte.

La prima notizia è che Christine Lagarde si è presentata alla riunione esibendo una proposta diversa da quanto poi è stato effettivamente deliberato.

La presidente avrebbe infatti chiesto ai suoi colleghi di decidere di far diventare la Bce «prestatore di ultima istanza» promuovendo l’emissione di titoli europei di scopo, i cosiddetti coronavirus bond, il cui ammontare avrebbe dovuto essere speso per rafforzare i diversi sistemi sanitari nazionali sfibrati dall’emergenza Covid-19.

IL MURO DELLE BANCHE CENTRALI DEI PAESI NORDICI E DELL’EST

Ma le reazioni negative dei rappresentanti delle Banche centrali dei Paesi nordici e dell’Est, guidati dall’olandese Klaas Knot, spalleggiato dal governatore della Banca centrale della Slovacchia, Peter Kažimír – quello che può vantare il copyright della frase maledetta «non è compito della Bce ridurre gli spread» maldestramente pronunciata da Lagarde – ha indotto la signora francese che ha preso il posto di Mario Draghi a mettere da parte la sua proposta e tentare di battere un’altra strada. E qui siamo alla seconda notizia.

COSÌ È PASSATO IL PANDEMIC EMERGENCY PURCHASE PROGRAMME

Spinta da francesi, italiani e spagnoli, ma anche con la sostanziale acquiescenza dei tedeschi, nonostante i mal di pancia di Isabel Schnabel, membro del board su designazione di Berlino, Lagarde ha proposto il Pandemic Emergency Purchase Programme” per un valore di 750 miliardi di euro, da spendere comprando titoli – per la prima volta non solo quello di Stato, ma anche financial paper delle imprese private – a sostegno dell’economia europea. Alla fine, a notte fonda, la proposta è passata, pur con le riserve dello sloveno Boštjan Vasle, del finlandese Olli Rehn e dell’estone Madis Müller. Solo l’olandese Knot ha votato contro.

LE VOCI DI UN IMMINENTE TRACOLLO DI UNA GRANDE BANCA EUROPEA

Da ultimo, ci sono da registrare le voci che giravano nei corridoi del grattacielo di Francoforte. Quella più insistente riguarda le banche. Sono molti a sostenere che alla base del cambiamento di linea della Bce ci sia stata la preoccupazione per un imminente tracollo di una grande banca europea. C’è chi dice una banca tedesca delle cui difficoltà si è molto parlato ultimamente, e c’è chi invece parla di un istituto francese top. Ma, appunto, sono voci.

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Cos’è l’helicopter money e come funziona l’idea monetaria post coronavirus

Si tratta di una strategia spesso suggerita come alternativa al Quantitative easing. E consiste nella distribuzione di denaro direttamente ai cittadini. Per farli spendere e rilanciare i consumi in un momento di crisi economica. Come quella scaturita dal Covid-19.

L’impatto della pandemia di coronavirus è sempre più evidente sia sui mercati sia sulla crescita dei singoli Stati. Parte dei Paesi dell’Ue, tra cui l’Italia, e gli Stati Uniti si sono mossi per creare un piano di interventi per prevenire, o quanto meno limitare, la crisi economica scaturita dall’emergenza Covid-19. Alcuni esperti del settore finanziario hanno proposto una manovra chiamata “helicopter money“, letteralmente “soldi dall’elicottero“. Si tratta di una strategia economica che consiste nella distribuzione di denaro direttamente ai cittadini per farli spendere e far crescere o rilanciare i consumi.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus provocherà una recessione globale e sarà peggio del 2001

NESSUN RITORNO PER IL BILANCIO DELLE BANCHE CENTRALI

In pratica, è una proposta di politica monetaria non convenzionale, spesso suggerita come alternativa al Quantitative easing, suggerita da alcuni economisti quando i tassi di interesse si avvicinano allo zero e l’economia rimane in recessione. Come tutte le politiche monetarie espansive, il Qe e l’ “helicopter money” comportano la creazione di moneta da parte delle banche centrali per espandere l’offerta di moneta. Tuttavia, l’effetto dell'”helicopter money” sul bilancio della banca centrale è diverso rispetto a quello dell’allentamento quantitativo. In base al Qe, infatti, le banche centrali creano riserve acquistando obbligazioni o facendo altre attività finanziarie, effettuando un “asset swap“. Il punto è che, mentre lo swap è reversibile, l'”helicopter money” non lo è perché le banche centrali danno via i soldi creati, senza avere un ritorno sul proprio bilancio.

LEGGI ANCHE: Italia in pressing sull’Ue per i coronavirus bond

TERMINE NATO NEL 1969 CON FRIEDMAN

Fu Milton Friedman, premio Nobel per l’economia, a parlare per la prima volta di «lancio di denaro da un elicottero» nel 1969 per raccontare, con una provocazione, gli effetti dell’espansione monetaria di quegli anni. Secondo Friedman, infatti, se tutte le strategie ortodosse di politica monetaria non avessero funzionato, come estrema opzione si sarebbe potuti ricorrere alla distribuzione di denaro lanciandolo direttamente da un elicottero in modo da aumentare l’inflazione. Così coniò i termini “helicopter money” e “helicopter drop”. Il concetto è stato poi ripreso successivamente da alcuni economisti come proposta di politica monetaria nei primi anni 2000, dopo il “Decennio perduto” in Giappone, la crisi scaturita dallo scoppio della bolla speculativa a cavallo tra il 1991 e il 1992. Inoltre, nel novembre 2002, Ben Bernanke, allora governatore del Federal Reserve Board, e successivamente presidente, suggerì che l’helicopter drop poteva sempre essere usato per prevenire la deflazione.

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QUANTO COSTEREBBE? LA MOLTIPLICAZIONE È SEMPLICE

Ma quanto costa l’helicopter money a uno Stato? Dipende, anche se i «conti sono semplici», spiega Nouriel Roubini, l’economista che previde la crisi del 2008, in un’intervista a la Repubblica: «Un contributo di mille dollari in America costa 350 miliardi, in Italia 60 miliardi». Dipende insomma da quanto si vuole erogare e va poi moltiplicato per il numero di cittadini.

LEGGI ANCHE: La stima delle perdite per le imprese italiane a causa del coronavirus

LE CRITICHE: I SOLDI VERREBBERO TUTTI SPESI?

L’helicopter money è stato ed è oggetto di molte critiche. Una delle più forti è che la manovra porterebbe all’iper inflazione o comunque a un livello di inflazione molto alto. Ma non solo, siamo davvero sicuri che «i soldi dall’elicottero sarebbero tutti spesi?», si è chiesto Raghuram Rajan, ex governatore della Banca centrale indiana. Senza contare che sarebbe un’opzione poco praticabile in Europa perché, come ha sottolineato l’ex numero uno della Bce Mario Draghi, il finanziamento monetario esplicito del deficit pubblico è vietato dai trattati europei.

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Europa, consumi, debito: che mondo troveremo dopo il Covid-19

Per vincere la battaglia servono solidarietà e collaborazione. Ma non è detto che l'Ue resista ai nazionalismi. E anche la proposta degli eurobond potrebbe cadere nel vuoto. Quanto a noi dovremo abituarci a uno choc dell'offerta e a livelli di disoccupazione elevati. Sarà dura, ma alla fine tornerà l'arcobaleno.

Verrà l’arcobaleno. E sarà bellissimo. Ci sentiremo di nuovo liberi, di andare a fare una gita, di abbracciare un amico e di soffiarci il naso senza troppe ansie. Ma come ci arriveremo? Che mondo troveremo quando sarà passata l’emergenza Covid-19?

Per gestire il momento corrente, sembra che ci sia una sola strada: l’economia va messa in pausa, ci si deve fermare (quasi) tutti. Ma nessuna attività può sopravvivere a diverse settimane a fatturato zero. Le banche centrali hanno provato a facilitare le condizioni di credito, dove era possibile tagliando i tassi e/o aumentando la flessibilità per le riserve bancarie, ma il responso dei mercati finanziari è molto chiaro.

LE BANCHE CENTRALI NON SONO LA PANACEA DI OGNI MALE

Christine Lagarde è stata accusata di aver fatto crollare i mercati negando un whatever it takes ma pochi giorni dopo Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha lanciato un whatever it takes potenziato e i mercati hanno continuato a crollare comunque. Ci siamo abituati a considerare le Banche centrali come il luogo dove sta la soluzione a ogni problema, tanto da reclamarne nuovamente una “sovrana” per poter disporre di una sorta di panacea a ogni male. Oggi è evidente a tutti che era un’illusione, la realtà è ben più complessa.

COME STERILIZZARE GLI EFFETTI DELLO STOP ALLA PRODUZIONE

Quello che serve oggi è uno strumento che sterilizzi l’impatto di dover fermare tutte le attività produttive per qualche tempo. I vari Paesi si stanno attrezzando predisponendo somme ingenti alla copertura delle esigenze di tutti: salariati, lavoratori autonomi, imprenditori. Per ottenere questo risultato non si può passare dalle banche (che poi erogano, giustamente, il denaro secondo il merito di credito), bisogna erogarlo come esenzione o dilazione delle imposte, tutela economica per le mancate entrate, copertura normativa per i lavoratori: sono cose che fa lo Stato. Ma con che risorse? Con denaro che ottiene attraverso l’emissione di nuovi titoli. Ecco allora che la disponibilità delle Banche centrali a fare grandi acquisti attraverso nuovi Asset Purchase Programme (Programmi di acquisto di attività) diventa cruciale: gli Stati emetteranno molta nuova carta e le Banche centrali garantiscono che un sottoscrittore ci sarà.

MEGLIO NUTRIRE POCHE ASPETTATIVE SUGLI EUROBOND

Dunque, passato questo inverno economico dovuto al virus, usciremo da una sorta di letargo con un’economia da riattivare (e andremo più lenti per un po’ prima di ritrovare il passo) e molto più debito pubblico di oggi.
Vedremo cosa accadrà con il tentativo di creare eurobond proposti da Romano Prodi e rilanciati da Giuseppe Conte. Anche se meglio non nutrire eccessive aspettative. Alla fine ogni Stato provvederà ai suoi cittadini secondo le proprie inclinazioni, capacità e disponibilità.

L’EUROPA NON È DETTO CHE REGGA AI LOCALISMI

Per vincere la battaglia contro il Covid-19 ciascuno di noi deve essere disposto a fare dei sacrifici. Non per sé, ma prevalentemente per gli altri.
Nella moderna società dove negli Usa si applaude all’America First e in Italia si grida «prima gli italiani» non sarà facile. Solidarietà e collaborazione saranno le parole chiave, ma non è detto che l’Europa riesca a “tenere” in questa prova, visto che il provincialismo imperversa anche tra Regioni, perfino tra Comuni. Sarà un test importante e difficile da superare: la tentazione di proteggersi con le frontiere (come se il virus le riconoscesse) è molto forte. E noi? Come saremo? Oggi è come se fossimo tutti concorrenti dell’Isola dei Famosi. Isolati ciascuno nella sua spiaggia. Ne usciremo come i concorrenti del programma: consapevoli di cosa sia davvero necessario e di quanto molte cose che ritenevamo vitali erano in realtà futili. Un duro colpo per il consumismo, per l’industria che ha imparato a prosperare “creando le esigenze” dei clienti. Un enorme cambiamento socio-economico.

ASPETTIAMOCI ANCHE UNO CHOC DELL’OFFERTA

Infine quale sarà il contesto generale? Dopo questo iniziale choc di domanda, con i consumi forzatamente contratti, avremo probabilmente un più duraturo choc di offerta: la popolazione mondiale continuerà a crescere ma la produzione ferma (e la chiusura di alcune attività) avrà generato scarsità di molti beni. Nonostante un livello di disoccupazione probabilmente più alto di quello attuale, vedremo i prezzi crescere, spinti da maggiori costi di produzione, dal reshoring, dal ripristino dei margini per reazione al calo dei volumi di un possibile post-consumismo. Dunque avremo un sacco di cose di cui preoccuparci, dopo. Ma adesso pensiamo alla battaglia che dobbiamo affrontare e vincere, facendoci forza nella consapevolezza che, un giorno, verrà l’arcobaleno. E sarà bellissimo.

*dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Il coronavirus provocherà una recessione globale e sarà peggio del 2001

Le previsioni di Morgan Stanley e Standard & Poor's. Per l'agenzia di rating, oltre un'azienda statunitense su 10 rischia il default nei prossimi 12 mesi. E anche in Europa il tasso potrebbe essere simile.

Una recessione globale nel 2020 è lo scenario di base: i danni provocati dalla pandemia di coronavirus e dalla stretta delle condizioni finanziarie «causeranno uno choc all’economia globale». Parola di Chetan Ahya, capo economista della banca d’affari Morgan Stanley, che sottolonea: «Questa volta sarà peggio della recessione globale del 2001».

Valutazione in linea con quella dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, secondo cui «la recessione globale è già qui». In un report appena pubblicato si legge che le misure di distanziamento sociale e la stretta ai movimenti delle persone comporteranno un «collasso della domanda» in Cina, Europa e Stati Uniti. La crescita globale nel 2020 si fermerà all’1%, al massimo all’1,5%, ma i rischi per la previsione sono al ribasso.

Anche perché il coronavirus, che fa crollare i flussi di cassa, associato allo choc sui prezzi del petrolio darà «un colpo al merito di credito» di molte aziende, portando probabilmente a «un balzo dei default». Standard & Poor’s, prevede un tasso di fallimenti che negli Stati Uniti potrebbe superare il 10% e in Europa avvicinarsi a tale livello nei prossimi 12 mesi.

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La Bce corregge il tiro sullo spread dopo lo scivolone di Lagarde

Il capo economista Lane: «Siamo pronti a fare di più». Giovedì le parole della governatrice avevano fatto precipitare le Borse e provocato persino la reazione del Quirinale.

Il 12 marzo Christine Lagarde, presidente della Bce, con una sola frase ha fatto precipitare le Borse europee a partire da Piazza Affari, che ha archiviato la peggiore seduta di sempre: «Non siamo qui per ridurre gli spread». Oggi, dopo la reazione dei mercati e delle più alte istituzioni italiane, Quirinale compreso, il capo economista Philip Lane ha corretto il tiro.

«Siamo pronti a fare di più e ad adottare tutti i nostri strumenti, se necessario, per assicurare che gli alti spread che vediamo oggi, a causa dell’accelerazione del coronavirus, non mettano in pericolo la trasmissione della nostra politica monetaria in tutti i Paesi dell’Eurozona», ha scritto infatti l’irlandese sul sito web dell’Eurotower.

Per la verità, la stessa Lagarde nella serata di giovedì aveva provato a metterci una pezza, affermando di essere «pienamente impegnata a evitare qualsiasi frammentazione dell’area euro in un momento difficile». E precisando che «gli spread elevati inficiano la trasmissione della politica monetaria». Ma il suo «non voler passare alla storia per un whatever it takes numero due» rimarrà scolpito nella memoria.

Per la Bce del post Mario Draghi, in sostanza, spetta ai governi e alla Commissione europea prendere in mano la situazione. Gli esecutivi, secondo Lagarde, sono chiamati a «mitigare le conseguenze economiche» della pandemia. Attraverso un «piano fiscale ambizioso e coordinato per sostenere le imprese».

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Il bazooka spuntato della Bce contro il coronavirus

L'Eurotower lascia fermi i tassi d'interesse e amplia di 120 miliardi il programma di Quantitative easing. Maxi-prestiti alle banche per agevolare il credito alle piccole e medie imprese. Ma le Borse reagiscono malissimo: Milano, Parigi e Francoforte crollano dell'8%.

La Bce lascia fermi i tassi d’interesse. Il tasso sui depositi resta a -0,5%, il tasso principale a zero e il tasso sui prestiti marginali a 0,25%. Ma l’istituto di Francoforte ha deciso anche di ampliare il programma di Quantitative easing, con un piano di acquisti netti aggiuntivi di 120 miliardi di euro fino alla fine del 2020.

LEGGI ANCHE: L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

La misura, a fronte delle conseguenze economiche della pandemia da coronavirus, servirà a «sostenere condizioni di finanziamento favorevoli per l’economia reale in tempi di maggiore incertezza». Ma le Borse hanno reagito molto male: Milano, Parigi e Francoforte crollano tra il 7 e l’8%.

La Bce ha inoltre lanciato una nuova tranche di maxi-prestiti Ltro per fornire immediato sostegno alla liquidità del sistema finanziario. I prestiti verranno forniti al tasso sui depositi, pari a -0,50%. Il provvedimento, secondo l’Eurotower, fornirà «un’efficace rete di protezione in caso di necessità».

La Bce intende infatti applicare «condizioni considerevolmente più favorevoli» ai maxi-prestiti alle banche che partiranno a giugno, per agevolare il credito «a chi è più colpito dal coronavirus, in particolare le piccole e medie imprese».

La vigilanza bancaria della Bce sarebbe inoltre pronta a consentire alle banche minori coperture patrimoniali.

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Il fondo Bridgewater scommette contro le Borse europee

L'hedge fund guidato da Ray Dalio, negli ultimi giorni segnati dall'emergenza coronavirus, ha aperto sostanziose posizioni corte contro una quarantina di società quotate nel Vecchio Continente. Italia compresa.

L’hedge fund americano Bridgewater scommette contro le Borse europee. Come riportato da CityWire, fra il 9 e l’11 marzo in pieno panico da coronavirus sui mercati, il più grande fondo speculativo al mondo ha aperto sostanziose posizioni corte contro una quarantina di titoli emessi da società quotate europee ad elevata capitalizzazione.

PUNTATE AL RIBASSO PER OLTRE 10 MILIARDI DI EURO

CityWire cita a sua volta i calcoli di Milano Finanza, secondo cui alla chiusura dell’11 marzo lo short valeva nel complesso circa 10,8 miliardi di euro. Le puntate ribassiste coinvolgono società quotate in Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi, ma in proporzione diversa.

I TITOLI ITALIANI NEL MIRINO

A Piazza Affari, per esempio, le posizioni corte di Bridgewater valgono circa 550 milioni di euro e prendono di mira Enel (0,5%), Intesa Sanpaolo (0,62%) e BancoBpm (0,6%). Short ben più consistenti colpiscono la Spagna (1,1 miliardi), l’Olanda (1,7 miliardi), la Germania (3,3 miliardi) e soprattutto la Francia (4,4 miliardi). 

IL FONDO È GUIDATO DA RAY DALIO

Nel portafoglio del fondo guidato da Ray Dalio, che vanta 160 miliardi di dollari di asset gestiti, ci sono società quotate europee di primissimo piano, fra cui Airbus (0,51%), Société Générale (0,7%), Total (0,72%), Allianz (0,7%), Deutsche Boerse (0,7%), Santander (0,67%), Ing (0,7%) e Philips (0,7%).

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L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

Emissioni di debito comuni. Per trasformare la pandemia in un'opportunità di coesione. E poi aumento del Quantitative easing, denaro da distribuire a tasso zero e "maglie più larghe" alle banche. Le proposte di Perrotta di Banca Generali.

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha chiesto ai leader politici dell’Unione europea di agire con urgenza contro gli effetti economici dell’emergenza coronavirus. Altrimenti si rischia «uno scenario come quello della grande crisi finanziaria del 2008». Ma i mercati guardano con il fiato sospeso proprio alla riunione del direttivo della Bce, in programma giovedì 12 marzo.

BISOGNA AFFRONTARE UN NEMICO CHE NON RISPARMIA NESSUNO

Per Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali, occorrono almeno tre mosse per soccorrere l’economia dell’Eurozona di fronte alla pandemia: «Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un nemico che non risparmia nessuno?».

Generoso Perrotta, Head of Finacial Advisory di Banca Generali.

DOMANDA. Lunedì 9 marzo Piazza Affari ha bruciato circa 50 miliardi di capitalizzazione, martedì altri 13. Tutta colpa del coronavirus?
RISPOSTA. Abbiamo assistito a un fortissimo riprezzamento finanziario del ciclo economico. Il coronavirus porta con sé due choc: uno sul lato dell’offerta, l’altro sul lato della domanda. Molto interconnessi fra loro. Una minor capacità produttiva determina minori consumi in valore assoluto, e questa dinamica va monitorata con attenzione nelle prossime settimane. Ma…

Ma?
Se anche le Borse martedì avessero chiuso con il segno più, non sarebbe stato altro che l’inizio di un consolidamento della performance dei mercati finanziari da sei mesi a questa parte.

Si spieghi meglio.
La performance negativa dei mercati, secondo noi, al momento sconta esclusivamente il forte scollamento dei mercati equity rispetto al ciclo economico reale. Sono due anni che il ciclo è tendenzialmente fermo. Oggi le stime danno mezzo punto percentuale di Pil in meno a livello globale e purtroppo ci saranno due o tre attori che contribuiranno in maniera fortemente negativa a questa tendenza: l’Italia, l’Eurozona e poi la Cina, che sicuramente avrà una crescita inferiore alle attese. Il -3% di Piazza Affari segnato martedì non è un’ulteriore capitulation dei mercati equity europei, ma va letto in un contesto più ampio a cui bisogna abituarsi per le prossime tre o quattro settimane.

La pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici

Sta dicendo che il coronavirus ha fatto scoppiare una bolla?
Diciamo che la pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano probabilmente scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici. Covid-19 si somma e va a modificare le stime sugli utili futuri. Questo è un aspetto molto importante. È il punto cruciale che emergerà tra la metà e la fine del mese aprile, quando avremo i risultati economici delle aziende nel primo trimestre 2020. Risultati che sicuramente saranno rivisti al ribasso.

E poi?
Poi avremo le guidance sulle successive tornate di utili. Già oggi abbiamo delle avvisaglie non positive da player globali come Apple e General Electric. Quindi serve una certa prudenza nel considerare questi livelli di mercato come livelli di entry point. Secondo noi questi non sono livelli di entry point. Potrebbero confermare di esserlo, ma è utile aspettare i due elementi che citavamo prima per poter guidare clienti e consulenti nel consigliare soluzioni d’investimento per il medio-lungo periodo.

Che importanza ha il fattore tempo per tutelare e proteggere risparmi e investimenti?
È determinante in entrambi i casi. Per capire quanto Covid-19 abbia pesato sulla crescita economica globale, occorre sicuramente che passi il secondo trimestre 2020. Una prima stima abbastanza accurata sarà possibile durante il periodo estivo. Chiaramente, le stime e il tempo necessario vanno misurati una volta contenuta l’epidemia. Poi si faranno i conti. Quantificare l’impatto di Covid-19 sui primi settori che già oggi dicono di averne sofferto, e poi sui relativi indotti, è un lavoro molto importante. Ma per farlo occorre attendere gli utili del primo trimestre e poi avere dagli attori stessi una stima sul secondo e terzo trimestre.

Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità

Quali sono i settori da tenere d’occhio perché potrebbero offrire nuove opportunità?
Può sembrare cinico, ma oggi chi fa il nostro mestiere deve guardare ai movimenti dei mercati anche come a un’opportunità. Alla luce di quanto accaduto, è possibile impostare investimenti con un’asset allocation tradizionale, che quindi scelga tra bond, equity e cash. Ma al tempo stesso che vada più in profondità, per scegliere all’interno dei vari settori su quali temi puntare. Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità.

Ci sono settori che “reggono” meglio degli altri?
I settori più resilienti oggi sono il real estate e le utility più legate alle rinnovabili. Mentre sono estremamente penalizzate le utility più legate ai combustibili fossili. Inoltre, guardando al futuro, occorre diversificare sempre di più gli investimenti, sia a livello geografico sia a livello di valute. La crisi della supply chain mette ulteriormente in discussione una globalizzazione che per alcuni aspetti è ancora fortunatamente presente nella nostra vita quotidiana.

Giovedì si riunisce il consiglio direttivo della Bce: cosa dovrebbe fare l’Eurotower?
La Bce ha pochi margini di manovra in termini di tassi d’interesse, però l’opera iniziata da Mario Draghi ha sicuramente aperto una strada che Christine Lagarde dovrà continuare a perseguire. In tre mosse.

Come?
Anzitutto aumentando il Quantitative easing. In questi giorni abbiamo avuto un allargamento degli spread a livello globale che va affrontato dagli investitori finali con soluzioni indirette, non comprando singole emissioni, al fine di ridurre il rischio specifico. L’allargamento ha coinvolto anche i subordinati e in parte le obbligazioni dei Paesi emergenti. La Bce può innanzitutto aumentare il Qe per cercare di ridurre la volatilità dei mercati finanziari. Considerando anche il fatto che il taglio dei tassi operato dalla Fed al momento non ha avuto quell’effetto. Con il Qe, invece, la Bce andrebbe direttamente sul mercato secondario a comprare titoli e gli operatori finanziari, gli investitori istituzionali e anche i privati che possiedono bond percepirebbero immediatamente un effetto ricchezza che li tranquillizzerebbe.

La Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero

Qual è la seconda mossa?
Anziché far girare elicotteri che distribuiscono banconote, la Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero, dando questo chiaro input alle banche. Oggi la liquidità c’è, ma le banche chiedono comunque un minimo di tasso d’interesse. La Bce potrebbe quindi usare il canale bancario commerciale come uno strumento di trasmissione di base monetaria.

E la terza mossa?
Dire al sistema di non aumentate lo stock di debito “pericoloso”, concendendo alle banche delle maglie un po’ più larghe. Ossia sospendere temporaneamente le misure di controllo degli organi di vigilanza. Questo potrebbe fare sì che le banche debbano preoccuparsi di meno di alcuni stock di debito come quello domestico italiano, che soprattutto gli istituti commerciali hanno in pancia. Di sicuro la Bce non potrà stare dietro alla Fed, anche perché le manovre monetarie hanno un effetto di apprezzamento sull’euro.

Ci sarà una ripresa nella seconda metà del 2020?
Fino a pochi giorni fa abbiamo visto una rincorsa a tagliare la crescita globale. Poi sono arrivate le agenzie di rating a prevedere eventuali impatti derivanti dall’allargamento degli spread e dalla presenza di debito pubblico nelle banche europee, tali da ipotizzare che le banche tornino al centro dell’attenzione per questioni legate alla loro solidità e/o sostenibilità. Ma il problema è che oggi parlare di una ripresa a V oppure a U, lascia veramente il tempo che trova.

Bisogna quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale

Perché?
Perché ipotizzare per forza una ripresa nella seconda parte dell’anno è un po’ mettere il carro davanti ai buoi. Noi dobbiamo quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale. In Cina l’epidemia è durata circa 75 giorni, da qualche giorno sta calando. Pechino dovrebbe crescere intorno al 5% nel 2020. Dobbiamo verificarlo nel secondo e terzo trimestre dell’anno, ma per l’Eurozona l’impatto sulle banche è sicuramente nelle mani della Bce.

Emissioni di Btp a condizioni un po’ più vantaggiose per lo Stato potrebbero essere auspicabili per alimentare la spesa pubblica?
Noi crediamo che questa crisi possa spingere le autorità dell’Eurozona, tutte insieme, ad autorizzare strumenti adatti a favorire una crescita più solida e convincente a livello di area.

Cosa intende?
Perché non pensare a emissioni di bond a condizioni più convenienti a livello di Eurozona, finalizzati alla gestione delle conseguenze di Covid-19, per poi andare a redistribuire gli introiti su tutti i Paesi emittenti? Uno strumento del genere farebbe bene tanto alla Germania quanto all’Italia, con uno spread che sarebbe sicuramente più basso rispetto a quello che si potrebbe ottenere con emissioni nazionali.

Per quale motivo?
Non dimentichiamo che i miliardi stanziati finora dal governo Conte sono debito che l’Italia accumula. E i mercati reagiscono, infatti lo spread viaggia sopra i 210 punti base. Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un’epidemia che non risparmia nessuno?

Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi

Insomma: potrebbero maturare i tempi per gli Eurobond?
Potrebbero maturare i tempi per misure che non voglio chiamare Eurobond, perché altre nazioni potrebbero storcere il naso. Ma per misure concordate a livello europeo. Un’emissione speciale di Btp ci costerebbe comunque tanto. Qui veramente la partita a livello europeo è molto importante. Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi. Perché se dovessimo finanziare la spesa pubblica e le necessarie riforme fiscali che ci attendono ricorrendo al deficit nazionale, avremmo ripercussioni molto molto pesanti sullo spread. Avremmo molte difficoltà a sostenerlo e gli operatori di mercato ce lo farebbero pagare.

Che tipo di politiche fiscali vanno messe in atto?
Servono misure, magari temporanee, per supportare la domanda. Perché le persone che oggi sono chiuse in casa hanno un unico pensiero: comprare generi alimentari. Bisogna invece che noi tutti possiamo pensare un domani, quando avremo contenuto il contagio, in cui programmare acquisti più importanti di beni durevoli. Abbiamo bisogno di riforme orientate alla domanda, ma senza strozzare la componente dell’offerta, sospendendo obblighi fiscali che andrebbero a pregiudicare la tenuta di alcuni settori. Pensiamo per esempio al turismo, ma anche al settore dell’auto.

Quali sono invece gli errori da evitare per il futuro?
Una volta contenuta l’epidemia, nel medio-lungo periodo i valori di mercato non devono essere visti come un’occasione di vendita. Perché si rischia di svendere ciò che è stato faticosamente accumulato nel corso degli ultimi sei o sette anni, con danni irreperabili per la nostra economia. Quindi, con selettività e progressione, occorre indirizzare le scelte d’investimento verso una più ampia diversificazione e sostenibilità.

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Come proteggere risparmi e investimenti ai tempi del coronavirus

L'emergenza ha generato il panico sui mercati finanziari. Umberto Filotto, coordinatore del Comitato scientifico Feduf e Giordano Beani di Amundi Sgr spiegano come orientarsi in queste acque agitate. Tenendo ben a mente due regole semplici: diversificare il portafoglio e affidarsi agli esperti.

Nonostante il crollo delle Borse mondiali andato in scena lunedì 9 marzo, lasciare metaforicamente i propri risparmi “sotto il materasso” e rinunciare a fare investimenti per paura di Covid-19 non sarebbe una buona idea.

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Lettera43.it ha raccolto il parere di due esperti del settore: il professor Umberto Filotto, coordinatore del Comitato scientifico della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio (Feduf); e Giordano Beani, Head of Multi-Asset Fund Solutions di Amundi Sgr, prima società europea di asset management.

Umberto Filotto, coordinatore del Comitato scientifico della Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio (Feduf).

FILOTTO: «NON FARSI PRENDERE DAL PANICO»

«Non è una buona idea innanzitutto perché non capisco bene quale sia il materasso», spiega Filotto. I titoli di Stato «arrivano ad avere rendimenti anche negativi e in questo momento è in atto una corsa ai bond che deprime ulteriormente i rendimenti». Come gestire quindi l’emotività? «Non sono uno psicologo», risponde, «ma in finanza l’unica certezza che abbiamo è che chi si fa prendere dal panico perde. I mercati in questo momento sono tutti al ribasso, si aprono anche delle possibilità di guadagno. Certo, bisogna essere selettivi e avere un orizzonte di medio-lungo termine».

«LE IMPRESE “DIGITALIZZABILI” SARANNO PREMIATE»

C’è poi una seconda regola: «Diversificare, diversificare, diversificare». Tenendo conto del fatto che l’epidemia sta cambiando i nostri comportamenti: «Pensiamo per esempio allo smart working. Quante sono le riunioni che sono davvero indispensabili e quante si possono fare a distanza? Questo evento avrà dei riflessi su determinate industrie, le cui attività sono digitalizzabili. Alcune imprese verranno premiate, altre no. Non quelle dei trasporti, probabilmente». Un discorso che, con la chiusura di scuole e università, vale anche per i sistemi di didattica online: «Probabilmente avranno un forte impulso nel prossimo futuro e le ricadute potrebbero essere molteplici. Pensiamo per esempio alle cosiddette città universitarie e ai relativi mercati immobiliari: quanti oggi vivono dell’affitto agli studenti? È possibile che venga toccato uno dei capisaldi del risparmio italiano, ovvero il mattone», conclude Filotto.

Giordano Beani, Head of Multi-Asset Fund Solutions di Amundi Sgr.

I CINQUE CONSIGLI DI BEANI (AMUNDI SGR)

Rimanendo invece concentrati sul presente, secondo Giordano Beani di Amundi Sgr lunedì sui mercati finanziari abbiamo assistito a una «combinazione da tempesta perfetta». Ai timori legati al coronavirus si sono uniti i contrasti tra Russia e Arabia Saudita sul petrolio: «In questo momento non ci volevano. Anche se, pensandoci bene, in una situazione di choc per l’offerta e per la domanda, un prezzo più basso del greggio non guasta». Tutto dipende dagli effetti che produrrà: «Se si traducesse in minori prezzi per i carburanti e i derivati del petrolio, potrebbe avere un effetto parzialmente lenitivo. Ma d’altra parte, quando qualsiasi classe di attivo ha delle variazioni così violente, risulta destabilizzante nel breve termine. Sconquassa segmenti di mercato che finora avevano tenuto abbastanza bene». I consigli di Beani per gli investiori sono cinque. E alcuni coincidono con quelli del professor Filotto.

1. NON FARE MOSSE AVVENTATE E AFFIDARSI A PROFESSIONISTI

«In tutte le crisi che riguardano anche i mercati finanziari», spiega Beani, «la componente emotiva ha sempre un certo peso. I mercati sono fatti da uomini e la finanza comportamentale ci ha insegnato che ci sono dei bias cognitivi che si riflettono sul loro andamento». Tuttavia, ciò non autorizza a sottovalutare la situazione: «Con l’esplosione dei casi di Covid-19 in Italia, avvenuta venerdì 21 febbraio, l’invito alla prudenza avrebbe dovuto essere d’obbligo. Noi già da lunedì 24 febbraio abbiamo ridotto l’esposizione azionaria sulla maggior parte dei nostri prodotti multi-asset e abbiamo allungato la duration».

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Ci sono quindi delle mosse per tutelare i propri investimenti, ma «è meglio che a farlo siano i professionisti del settore. Che comunque sono uomini e possono sbagliare, ma che almeno sono in grado di comporre portafogli con un bilanciamento interno, con elementi che a fronte dei crolli portino a guadagnare su altri fronti». Tipicamente, le cose da fare sono due: «Da una parte ridurre l’esposizione azionaria e comprare titoli di Stato di Paesi sicuri (Stati Uniti e Germania in primis). Dall’altra mettere in portafoglio oro e valute come il franco svizzero e lo yen». In sintesi, occorre puntare a una composizione equilibrata, dotata di «elementi che possano fare da paracadute».

Prendere decisioni avventate, comprare tutto o vendere tutto, è sempre sbagliato. Perché «è impossibile prevedere con esattezza quando la crisi finirà». Lunedì è stata «una giornata di capitulation», una Caporetto dei mercati che «potrebbe spingere molta gente a prendere decisioni sbagliate». Ma magari domani «potrebbe esserci un annuncio delle Banche centrali – non dico che ci sarà, è un esempio per spiegare il problema dell’emotività -, un’azione congiunta di Quantitative easing e taglio dei tassi d’interesse. Insomma, una manovra a tenaglia capace di riportare gli indici in alto. Se così fosse, essere usciti sui minimi della giornata precedente avrebbe effetti deleteri».

2. RIBILANCIARE IL PROPRIO PROFILO DI RISCHIO

«In questi momenti ci si rende conto se tale allocazione è in linea con il proprio profilo di rischio», continua Beani. Profilo che in questa fase si traduce in «quanto l’investitore può resistere alle perdite». È bene rifletterci ed eventualmente fare dei cambiamenti. Perché «se l’investitore, sull’onda dell’entusiasmo per il recupero dei mercati nel 2019, ha un portafoglio molto sbilanciato su attivi di rischio – azionari, subordinati, finanziari…tutte cose che adesso hanno cominciato a sgretolarsi – può pensare di fare un’operazione di riallocazione». Con un’incognita: «Nessuno di noi sa quando e a che livelli di mercato finirà questa situazione. Dunque è bene ribilanciare il proprio profilo di rischio, prestando attenzione alle quote dei prodotti posseduti».

3. DIVERSIFICARE IL PORTAFOGLIO

«Non bisogna mettere tutte le uova nello stesso cestino», sottolinea Beani, in perfetto accordo con Filotto. Se l’investitore ha nel suo portafoglio «una percenutale di azionario, che in questi giorni determina minusvalenze importanti, ma allo stesso tempo ha inserito elementi di diversificazione, come titoli del Tesoro americani, Bund tedeschi a lunga scadenza, strumenti finanziari che hanno come sottostante l’oro, valute di un certo tipo, ecco che allora può controbilanciare le perdite». Prendiamo per esempio il Bund tedesco a 30 anni, con scadenza nel 2050: «Nel giro di poco più di una settimana ha avuto una performance in termini di prezzo che lunedì mattina, nei momenti di maggior panico in Borsa, era del 20%». E allora: se nel portafoglio dell’investitore c’è una quota di prodotti di questo tipo, «sebbene l’equity scenda egli potrà controbilanciare molto bene le perdite. È controintuitivo, perché i titoli tedeschi “lunghi” avevano rendimenti pari a zero due settimane fa. Eppure funziona».

4. SCEGLIERE PRODOTTI DI INVESTIMENTO COLLETTIVO

Beani consiglia di optare per prodotti di investimento collettivo. Il motivo è semplice: «I fondi comuni di investimento o le gestioni partimoniali hanno insito il principio della diversificazione. Oggi comprare singoli titoli o panieri di titoli con un metodo fai da te rischia di essere molto pericoloso. Sbagliare il timing può causare danni enormi. Chi la settimana scorsa ha comprato titoli bancari, per esempio, a distanza di pochi giorno si ritrova con perdite molto pesanti». Dunque il consiglio è di «utilizzare strumenti di investimento collettivo oppure le gestioni patrimoniali, per chi può permetterselo».

5. OPTARE PER INVESTIMENTI GRADUALI

Il quinto consiglio è valutare i piani di accumulo. Con questi strumenti, spiega Beani, «un singolo investitore può entrare in un fondo di investimento o costituire una gestione individuale senza la necessità di versare tutta la somma in un’unica soluzione, ma con piani rateali di sottoscrizione che permettono di smussare gli effetti di crisi come quella creata da Covid-19». Del resto, all’inizio del 2020, chi avrebbe mai pensato che ci sarebbe stata un’epidemia di questo tipo? E anche quando l’epidemia è iniziata in Cina «i mercati hanno sottovalutato la cosa pensando che sarebbe rimasta confinata lì. Tutti noi abbiamo sottostimato ciò che si sta verificando adesso. Ecco: un approccio di investimento graduale permette di avere un costo medio di investimento che consente di mediare queste oscillazioni».

POSTILLA: E IL CONTANTE?

Che fare infine con il cash? Il contante è davvero l’asset peggiore in questo momento? «In questa fase di forte volatilità delle classi di attivo a rischio», conclude Beani, «se una persona ha del cash da parte può investirlo, come dicevano prima, in modo graduale. Ma dire in generale che non sia consigliabile avere della liquidità sarebbe una contraddizione. Le indicazioni che noi stessi riceviamo dai nostri responsabili di Parigi è di avere delle riserve di liquidità. Perché quando si scatena il panico, i sottoscrittori tendono a disinvestire. Quindi noi siamo obbligati ad avere livelli di cash in portafoglio più elevati del solito, per poter far fronte a possibili riscatti. Ora le persone, soprattutto in Lombardia, sono un po’ frenate dall’andare fisicamente a riscattare certi prodotti. Ma è facile immaginare che quando la situazione si tranquillizzerà, ci saranno dei deflussi». Anche questa crisi infatti prima o poi finirà. «Ne abbiamo affrontate di ben peggiori», conclude Beani. «Ora i mercati sono nel panico, ma quando la situazione sanitaria migliorerà, migliorerà anche sul fronte finanziario. Gli interventi delle Banche centrali e politiche fiscali anticicliche, soprattutto in Cina e negli Stati Uniti, ma anche in Europa, daranno il loro contribuito».

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Per la Consob non c’è speculazione in Borsa

L'authority spiega che non c'è evidenza di attacchi che abbiano causato gli andamenti negativi di Borsa. Che sono legati a epidemia e prezzo del petrolio. Di conseguenza non verranno sospese le contrattazioni.

Nessun freno alle attività dei mercati finanziari, dal momento che non ci sono stati attacchi speculativi. La Consob ha escluso la sospensione delle contrattazioni e in un comunicato ha fatto sapere di non avere «evidenza che gli andamenti della Borsa italiana, che ha toccato anche quota – 11%, siano riflesso di attacchi speculativi, salvo che non si voglia attribuire a questo termine la reazione degli operatori alle incertezze sul futuro generate dagli effetti del coronavirus sull’economia. Questi effetti non sono correggibili con decisioni restrittive di Borsa, soprattutto se queste avvenissero in modo indipendente dai paesi membri dell’Unione Europea».

NON SI PUÒ SPEGNERE L’INDICATORE DI PREZZO SENZA RIMUOVERE LE CAUSE

«La Consob ritiene che la temporanea sospensione delle contrattazioni di singole azioni, intesa come pausa di riflessione imposta, già operante quando la caduta dei prezzi è in prossimità dei parametri previsti dai trading halt, introdotti per le sedi di negoziazione da Mifid II, stia ben funzionando, pur nei limiti di efficacia dello strumento e tenuto conto del contesto di mercato sfavorevole a livello di andamento delle Borse nel mondo», ha sottolineato la Commissione. «In ogni caso l’adozione del divieto unilaterale di short selling è valutata, secondo il Regolamento europeo (Regolamento Ue 236/2012), se la caduta dei corsi supera mediamente il 10% e in presenza degli altri presupposti. La sospensione di tutte le contrattazioni di Borsa invece sarebbe una decisione che spegnerebbe l’indicatore di prezzo senza rimuovere le cause, generando problemi di mercato di non facile soluzione nell’immediato futuro», conclude la Consob.

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Petrolio e epidemia affossano le Borse, corre lo spread

Lunedì nero sui mercati finanziari. Raffica di crolli a Milano, schizza lo spread, Saipem ed Eni perdono il 29 e 21%.

Prima l’epidemia del coronavirus, poi la guerra del petrolio stanno facendo sprofondare i mercati finanziari. E lo spread fra Btp e Bund schizza a 216 punti contro i 178 della chiusura di venerdì e poi si attesta a 212 punti, a seguito dell’emergenza sanitaria e della caduta del greggio. Mentre Piazza Affari ha avuto difficoltà persino a partire per poi crollare a -10,8%. Male tutte le Borse europee con Francoforte che perde oltre il 7% in avvio.

SAIPEM ED ENI A – 29 E 21%

L’indice Ftse Mib ha segnato un calo iniziale dello 0,09% a 20.780 punti con quasi tutti i titoli del listino principale che non riescono a fare prezzo per troppo ribasso. Saipem ed Eni, come altri in asta di volatilità, segnano cali rispettivamente del 29 e 21%

BORSE ASIATICHE IN ROSSO, SYDNEY A -7,33%

Si apre in caduta la settimana dei mercati sull’onda dell’espansione mondiale del coronavirus col greggio senza paracadute e le valute in tensione. Con lo yen che si rafforza toccando il massimo dal 2016 crolla la Borsa di Tokyo lasciando sul terreno il 5,07%. Nuovo tonfo per Seul (-4,19%) che ha passata all’Italia il primato del contagiati dal’epidemia alle spalle della Cina. Non fanno molto meglio Hong Kong (-3,74% a seduta ancora aperta), Shanghai (-3,01%) e Shenzhen (-3,79%). Ma il crollo più accentuato nell’area Asia-Pacifico è segnato da Sydney (-7,33%): si tratta del maggior calo dopo il -8,3% registrato il 10 ottobre del 2008

LA DIRETTA DAI MERCATI

9.56 – SPREAD BTP BUND A 212,8 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund ripiega lievemente e si attesta a 212,8 punti. Il rendimento del decennale italiano è a quota 1,29%. (ANSA).

9.54 – PIAZZA AFFARI CROLLA A -10,8%

Un’ondata di vendite si abbatte su Piazza Affari (-10,8%) e sulle Borse europee dopo le misure per arginare il coronavirus del governo italiano. Il panico è legato non solo dall’emergenza sanitaria ma anche al crollo del greggio sulla scia del mancato accordo nell’Opec fra Arabia Saudita e Russia, che affossa i petroliferi. A Milano i big del listino ci hanno messo quasi mezz’ora per entrare agli scambi e gran parte sono stati sospesi con ribassi che raggiungono il 16% per Fca e Unicredit. Mancano ancora all’appello Saipem ed Eni.

9.40 – FRANCOFORTE A -7,38%, PARIGI FA FATICA A PARTIRE

Tonfo in avvio per le principali Borse europee sull’emergenza Coronavirus e il crollo del prezzo del petrolio. Francoforte cede il 7,38% con il Dax a 10.690 punti. Londra perde l’8,54% con il Ftse 100 a 5.910 punti. Madrid è a -5,87% con l’Ibex a 7.884 punti. Parigi stenta a partire.

9.20 – LA BORSA DI MILANO IMPALLATA A -4%

La Borsa di Milano è impallata (-4%) dalle vendite. Buona parte dei titoli del listino principale non riesce a fare prezzo segnando crolli teorici di due cifre con Saipem in testa (-29%). Hanno invece fatto prezzo finendo in asta di volatilità per cali nell’ordine del 10% Exor, Moncler, Terna, Stm. In negoziazione sono riuscite a entrare soltanto le utilities A2a (-8,8%), Hera (-4,6%) e i farmaceutici Diasorin (5%) e Recordati (-4,5%). Male le banche.

8.35 – FUTURES EUROPEI A -8%, È LUNEDÍ NERO

I futures europei sono in caduta libera preannunciando un tonfo in avvio di seduta sulle Borse del Vecchio Continente. Quello sull’indice Eurostoxx50 sta cedendo l’8% per cento.

8.27 – TONFO DELLE BORSE CINESI: SHENZEN A -3,79%

Le Borse cinesi, oltre ai timori sulla diffusione del coronavirus a livello globale, accusano soprattutto un tonfo per il tracollo del petrolio dopo il mancato accordo all’Opec e la guerra dei prezzi avviata dall’Arabia Saudita che, sfidando la Russia, ha deciso di aumentare la produzione e di tagliare i prezzi: l’indice Composite di Shanghai cede il 3,01%, a 2.943,29 punti, mentre quello di Shenzhen perde il 3,79%, a quota 1.842,66.

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Consigli per rapportarsi con le banche in piena crisi coronavirus

L’epidemia può generare problemi nella gestione della finanza delle piccole imprese. Gli istituti di credito chiederanno indietro i soldi prestati. Ecco come tutelarsi senza farsi trovare impreparati.

Il coronavirus colpirà anche i piccoli imprenditori. E il portatore sano sarà il sistema bancario. Non stiamo parlando della patologia, ma delle conseguenze che l’epidemia può generare nella gestione della finanza delle piccole imprese, che rappresentano, ricordiamolo, il 90% del tessuto produttivo dell’Italia e, da sempre, l’agnello più sacrificato sull’altare del profitto delle banche.

PROBLEMI DI BILANCIO EVIDENTI

Un dato è certo: il post epidemia si presenterà davvero come un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. I segnali sono già inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito. Le banche hanno, da anni, problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, crediti deteriorati) sembra l’unica strada percorribile.

OBBLIGHI DI ACCANTONAMENTI

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio. E l’accantonamento è un costo. A un sistema già vacillante si aggiunga lo scossone da coronavirus che sta producendo una ennesima crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.

SCENARIO NON ROSEO PER IL SISTEMA FINANZIARIO

Aumento dei Non performing loan (Npl, crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.

SI APRE LA FASE DEL “PRE-CONTENZIOSO”

Le banche, per tutelarsi, cercheranno quindi di ridurre il rischio nei confronti delle aziende affidate, cioè chiederanno alle stesse la restituzione dei soldi che non hanno (la crisi ha colpito tutti). Si apre quella fase definita “pre-contenzioso“, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di “girare” (in banchese significa affidare) la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero

ATTENZIONE AL TERRORISMO PSICOLOGICO

È puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a “girare”, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a “contenzioso” e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quantomeno, tentano di “fortificare” una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo i noti illeciti dell’usura e dell’anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.

REGOLARIZZAZIONE DELLE SINGOLE POSIZIONI

Nel momento in cui hanno deciso di “disimpegnarsi” dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti), gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (inviando una lettera di revoca dagli affidamenti e di messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.

OPERA ANCHE SCORRETTA MA CAMMUFFATA

Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché “camuffata” attraverso:

  1. offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una “blindatura” di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
  2. concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).

IRREGOLARITÀ IGNOTE AL DEBITORE

Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la “sistemazione” dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza. Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta. Non accettate queste proposte!

PREVENTIVA AZIONE GIUDIZIARIA

Cosa fare allora? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.

CONSAPEVOLEZZA PER TRATTARE DA PARI A PARI

Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come “contraente debole”. Questa consapevolezza necessita però di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro. Alla banca, quindi, si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità.

OCCHIO AI TRUFFATORI IN GIRO

Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio. Ma occhio ai truffatori in giro: anche il mercato delle perizie è una giungla. Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca.

LA BANCA HA OTTO ANNI PER PORTARE A CASA IL PIÙ POSSIBILE

L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%. Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento, secondo le indicazioni restrittive di Basilea, ha mediamente otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.

COME GLI ISTITUTI SI POSSONO ACCONTENTARE

A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

NO ALL’ATTEGGIAMENTO DA STRUZZO

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e quindi benefici (ogni tanto qualche disfunzione agevola anche gli “ultimi”) dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Muovetevi prima che sia troppo tardi perché l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.

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