La rivoluzione dal basso dei dipendenti della Banca Popolare di Bari

Hanno firmato un manifesto, inviato ai commissari straordinari, di dissenso contro la vecchia mala gestio. Perché il vero cambiamento culturale passa anche dal livello manageriale intermedio. È il primo atto di disobbedienza civile nel mondo della finanza.

Non è demagogia, ma la storia ce lo ha sistematicamente confermato: le rivoluzioni partono sempre dal basso. Le vere rivoluzioni hanno una visione ampia, capace di fornire risposte e nuovi strumenti di prospettiva, hanno la forza di rimettere in circolo una libertà che non è solo presunzione, ma senso della misura, equilibrio, armonia. Le rivoluzioni, quando sono vere rivoluzioni, cambiano i rapporti, li fanno diventare più umani, più capaci di definire limiti e necessità.

ERRORI LEGATI A INADEMPIENZE UMANE

Si parte dalla consapevolezza che da soli non sia possibile, che ci voglia qualcosa o qualcuno che sappia entrare in comunione con la natura umana, con l’uomo e le sue necessità, i suoi valori, le sue aspettative. La vera rivoluzione è silenziosa. Passa attraverso lo spirito della legge, si guarda attorno e si mette a servizio. Si umilia e si prostra perché quel mondo che ci ruota attorno possa esprimere al meglio la sua condizione. Le grandi crisi e le grandi rivoluzioni arrivano dopo grandi errori, che si legano alle inadempienze umane.

ESEMPIO DI “BANALITÀ DEL BENE”

E finalmente è arrivato nel mondo della finanza il primo atto di disobbedienza civile, un atto di coraggio compiuto da chi sostiene, magari rischiando il posto di lavoro o comunque la sua serenità familiare, di agire come che ogni altro persona al suo posto avrebbe fatto. Una “banalità del bene”, come ci raccontano Steve Crawshaw e John Jackson in Small Act or Resistance. How courage, tenacity and ingenuity can change the world, che dovrebbe creare immancabilmente un effetto contagioso.

TENTATIVO DI TUTELARE IL FUTURO

È quanto hanno fatto alcuni dipendenti della Banca Popolare di Bari che hanno redatto un manifesto, inviato ai commissari straordinari, in cui esprimono dissenso nei confronti della “vecchia” mala gestio, di prenderne le distanze e soprattutto di tutelare il futuro di quella comunità di onorabili colleghi, nel segno del merito, della lealtà e della trasparenza.

Ci hanno messo la faccia, i loro nomi e cognomi, hanno abbandonato la strada della tutela sindacale, sono usciti dal torpore della complacency per affermare (e confermare quanto sostengo da anni) che risulta piuttosto urgente rimuovere situazioni di incompatibilità, conflitti di interessi tra dipendenti che, appartenendo a stessi nuclei familiari o in qualità di soggetti comunque “interessati”, gravitano e operano negli stessi ambiti aziendali, assicurando la giusta complicità che ha consentito e che continua, neppure in modo così tanto latente, a permettere a certi rappresentanti aziendali e/o certo sindacato di perseverare in condotte al limite della decenza e della moralità.

DOVEROSA RIFLESSIONE SUL MIDDLE MANAGEMENT

È il primo atto della storia del nostro sistema bancario in cui gli “ultimi” escono dalla loro zona di comfort per denunciare gli esponenti della terra di mezzo, invitando i commissari a una doverosa riflessione sulla permanenza nei ruoli di talune risorse, soprattutto del middle management (ruolo chiave per la diffusione della cultura aziendale, la guida delle persone, il presidio dei meccanismi e l’ottimale funzionamento dei processi), che da anni in Banca Popolare di Bari, non a caso, condiziona e tiene ostaggio colleghi e organizzazione del lavoro al solo scopo di assicurarsi continuità nella gestione del “potere”, fino a ieri visto come forma di fedele appartenenza.

RIBELLIONE CONTRO I CAPI DIRETTI

Finalmente si ribellano contro i loro capi diretti riconoscendo e confutando quanto consolidato invece nell’immaginario collettivo e cioè che l’inefficienza del management bancario sia da associare solo ai nomi dei top manager (presidenti, amministratori delegati, direttori generali) che hanno causato disastri e che mancavano, a monte, dei prescritti requisiti di onorabilità.

DA QUI PASSA IL CAMBIAMENTO CULTURALE

Ripetiamo da anni, però, che il vero tumore da estirpare per iniziare un processo di cambiamento culturale e comportamentale nel settore bancario è, invece, il livello manageriale intermedio rappresentato dai cosiddetti direttori commerciali, moderni colonnelli di un esercito di disillusi. Sono quelli che poi diventano, nel 90% dei casi, top manager (presidenti, amministratori delegati, direttori generali). Se cambia il top management ma non cambia quello di mezzo, nulla può cambiare.

UNA DATA CHE RIMARRÀ A SUO MODO STORICA

Ci siamo! Il processo è partito, l’iniziativa dei dipendenti della BpB è il chiaro segnale di un cambiamento in atto, il manifesto delle avanguardie di un popolo di circa 200 mila bancari italiani che, tranne le eccezioni di poche migliaia di dirigenti ancora motivati, iniziano a trovare il coraggio di manifestare la propria delusione, l’insoddisfazione, il disinganno. Come tutte le avanguardie, questi personaggi rappresentano il reparto che precede il grosso delle truppe, l’unità operativa che sta esplorando il campo di battaglia per aprire il varco a un esercito di soldati scoraggiati, disinteressati, sfiduciati e senza una vision rassicurante sul futuro della professione. Un’armata composta da vecchi ufficiali, esperti ma inutilizzati, che contano i mesi per arrivare allo scivolo pensionistico e/o a un riciclaggio in nuove avventure lavorative e da una nuova leva, inesperta e formata solo alla vendita selvaggia, mal retribuita e senza una formazione qualificata. La storia che racconteremo tra qualche decennio terrà conto di questa data.

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L’allarme coronavirus fa impennare lo spread, male le Borse

Il differenziale Btp-Bund schizza a 177 punti, dopo i 161 di giovedì. Milano apre in negativo. Male i listini cinesi. Record negativo per Tokyo che ha chiuso a -3,67%

L’emergenza coronavirus continua ad affossare le Borse. E fa salire la febbre dello spread. Il differenziale tra Btp e Bund è schizzato la mattina di venerdì a 177 punti base, dalla chiusura a 161 punti di giovedì, con un tasso di rendimento del decennale italiano dell’1,16%.

Apre in campo negativo anche la Borsa di Milano che subisce un nuovo scossone. L’indice Ftse Mib cede il 3,15% a 22.058 e in un listino tutto rosso si evidenzia la relativa tenuta di Tim (-0,8%).

LE BORSE ASIATICHE CHIUDONO IN NEGATIVO

Anche in Estremo Oriente i listini hanno registrato record negativi. Le Borse cinesi hanno ampliato le perdite e sono crollate: l’indice Composite di Shanghai ha ceduto il 2,84%, a 2.906,36 punti, mentre quello di Shenzhen ha perso il 3,60%, a quota 1.826,84. Tokyo ha accentuato il calo sul finale di seduta, dopo il crollo registrato a Wall Street, scendendo sotto i 21 mila punti per la prima volta da settembre, con le preoccupazioni sempre più allarmanti degli investitori per un’espansione del virus a livello globale. Il Nikkei è arrivato a cedere fino al 3,67% a quota 21.142.96, e una perdita di oltre 800 punti. Sul mercato valutario lo yen si è andato rafforzando sul dollaro a 108,30, e sull’euro a 119.70.

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Sentenze e mazzette, Chiesti 7 anni per il giudice De Camillis

di Pina Ferro

Sentenze pilotate e mazzette: chiesta la condanna a a sette anni per il giudice Giuseppe De Camillis e a 5 anni per l’ex parlamentare e consulente fiscale Teodoro Tascone. Le richieste sono state avanzate ieri mattina, dal pubblico ministero Elena Guarino al termine della requisitoia. L’udienza è stata celebrata dinanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno Gennaro Mastrangelo. De Camillis e Tascone, come altri hanno scelto di essere processati con il rito dell’abbreviato. Martedì il pubblico ministero Elena Guarino aveva chiesto la condanna a due anni per Antonio D’Ambrosi di Nocera Inferiore e Angelo Criscuolo di Ascea. Chiesta imvece l’assoluzione per la Facon Gas e per Alfonso De Vivo per mancanza di prove. La scorsa settimana il pibblico ministero aveva chiesto la condanna ad 1 anno e 8 mesi di reclusione l’ex giudice tributario Fernando Spanò di Pomigliano d’Arco, per i segretari della commissione Giuseppe Naimoli di Salerno e Salvatore Sammartino di Sarno. Assoluzione, invece, è stata la richiesta avanzata per Franco Spanò, figlio di Fernando. A giudizio sono andati Vincenzo Castellano di Ariano Irpino e Andrea Miranda di San Valentino Torio che hanno scelto di essere giudicati con il rito ordinario. Il passaggio di denaro avveniva sempre in contanti, il giorno prima della decisione della commissione tributaria regionale. Dieci i casi accertati, di cui un solo ammontava a otto milioni di euro nei confronti di una società della provincia di Salerno. Le ma zette, che arrivano fino ai 30 mila euro, erano suddivise tra gli impiegati amministra- tivi dell’ufficio della commissione tributaria e i giudici, ai quali andava la parte più cospicua.

Consiglia

Le modifiche economiche di lungo corso portate dal coronavirus

L'uso massiccio di smart working farà riorganizzare le aziende? Quali consumi scopriremo essere futili? Gli impianti produttivi verranno duplicati? Preferiremo sempre di più i fattorini invece di andare nei negozi e nei ristoranti? Come il Covid-19 cambierà la nostra società.

Spread: effetto contagio”, “video virale”, “Ingaggiare degli influencer”. Improvvisamente un linguaggio metaforico cui ci eravamo abituati è diventato di cattivo gusto per colpa del coronavirus in Italia. È chiaro che lo scenario è palpabilmente cambiato.

IL PROBLEMA DEI POCHI SINTOMI

L’angoscia si diffonde ancora più veloce del Covid-19, anche – paradossalmente – a causa della sua bassa mortalità e dei tanti casi con pochi sintomi (se non addirittura nessun sintomo): in tante situazioni in passato il fatto che contrarre il virus comportasse essere ammalato in modo evidente o grave, ha consentito una risposta diversa, perché era più semplice e realizzabile identificare e isolare le persone infette.

TEMIAMO ANCHE CHI SEMBRA IN SALUTE

Grazie a questo, malattie con alto tasso di mortalità, come Sars o influenza suina, non si sono diffuse ampiamente e hanno provocato un numero di decessi piuttosto basso. Oggi invece temiamo il prossimo anche se è in salute: basta uno starnuto ad allarmarci, chiunque potrebbe essere un diffusore inconsapevole di virus, che può rivelarsi su ogni persona come quasi innocuo ma anche creare crisi respiratorie gravi.

TRE AREE DI IMPATTI ECONOMICI

Questo provoca un diverso modo di vivere delle persone comuni: lavoratori, consumatori, genitori assumono comportamenti specifici che determinano degli effetti. E anche la risposta politica delle istituzioni determina un cambio di scenario. Azioni di contenimento dell’epidemia sotto forma di blocco delle attività, inviti al telelavoro, divieto di apertura locali… ci suggeriscono suddividere gli impatti economici in tre aree:

  1. Le attività che perdono permanentemente, come turismo, ristorazione, intrattenimento fisico (teatri, cinema). Dopo l’allarme, l’angoscia, la paralisi, nessuno cenerà due volte.
  2. Le attività che vivono un calo e possono recuperare dopo: produzione industriale, lusso. L’entità del business perduto sarà legata alla durata della stasi. Se sarà breve sarà possibile tornare in positivo subito dopo, se sarà molto lunga lo si potrà fare solo in parte.
  3. Le attività che possono beneficiare dal contesto di telelavoro, quarantene, e di “corsa all’Amuchina“: il settore farmaceutico, la grande distribuzione, il settore healthcare, la ricerca medica, le aziende che si occupano di consegne e logistica, i pagamenti elettronici, e l’intrattenimento da casa (come videogiochi, o piattaforme di video ondemand).

DILEMMA TRA IL LIBERI TUTTI E LE MISURE LIMITANTI

L’obiettivo dei provvedimenti di contenimento è solo e soltanto quello di rallentare la diffusione del virus, fare in modo che il moltiplicatore del contagio sia il più piccolo possibile, così che il Sistema sanitario nazionale non si trovi assediato. Il comportamento delle istituzioni sarà determinante: se, temendo l’impatto economico della stasi, dovessero dare un “liberi tutti” troppo affrettato (e i bar a Milano e in Lombardia hanno già riaperto dopo le 18), potremmo subire una nuova fase di angoscia vedendo riaccelerare i contagi, con a cascata una riattivazione delle iniziative di contenimento e il risultato di creare caos. Viceversa, tenere troppo a lungo attive delle misure fortemente limitanti rischia di rendere permanenti impatti economici che potrebbero essere solo temporanei.

NON FARSI CONDIZIONARE DAGLI UMORI DEL PAESE

Nel decidere tutto questo, il governo dovrà cercare di non farsi condizionare dagli umori del Paese, capaci di oscillare rapidamente dalla razzia di mascherine e Amuchina alla rassegnazione che il virus non sia contenibile e che l’unica risposta sensata sia cedere rapidamente alla voglia di normalità.

IL CONTENIMENTO È UN PASSO ESSENZIALE

Un esercizio difficile per una classe politica costantemente sintonizzata sui “trending topic”. Il contenimento è un passo essenziale per rispondere a qualsiasi epidemia. Nonostante l’apparente inefficacia delle misure prese in Cina (vista l’esplosione di altri focolai in Iran, Italia e Corea del Sud), dobbiamo ricordarci che non potendo fare test sull’intera popolazione, i “tamponi” vengono effettuati sui soggetti che presentano sintomi, o che sono “sospetti” perché sono stati a contatto con soggetti infetti. Dunque i presunti “dati” sullo sviluppo dei soggetti infetti sono frutto di una osservazione parziale, e non rappresentativa della popolazione. Una strategia inevitabilmente imperfetta, ma l’unico compromesso realizzabile.

SI CONFONDE TRA L’INFLUENZA

Se, come sembra, il Covid-19 è così tenace e resistente, resta in incubazione a lungo e spesso senza sintomi particolarmente evidenti, non possiamo escludere che diventi più probabile contrarlo che restarne esenti. Abbiamo infatti di fronte una malattia che può essere propagata da soggetti che hanno sintomi simili alla normale influenza, proprio durante la stagione dell’influenza.

OPPORTUNITÀ DEI VACCINI E SPECULAZIONI

Ecco allora che le aziende di ricerca farmaceutica, al lavoro su una cura per i malati e un vaccino per i sani, hanno davanti nuove prospettive. Opportunità, o semplici speculazioni? Allettati da possibili profitti gli investitori inseguono annunci e progetti di ricerca sui vaccini, ma i vaccini richiedono un lungo processo di test per vedere se effettivamente proteggono le persone dalle malattie in modo sicuro.

SERVONO TEST IN LABORATORIO E SUGLI ANIMALI

Anche se il sequenziamento genetico è ora estremamente veloce, trovare una sequenza virale che generi una memoria protettiva nel sistema immunitario, senza innescare una risposta infiammatoria acuta, richiede molti test, prima nei modelli di laboratorio e negli animali, e alla fine sulle persone.

DOPO L’EPIDEMIA, I FINANZIAMENTI?

Per il vaccino della Sars ci sono voluti 20 mesi, per esempio. Ipotizzando che il progresso scientifico consenta di arrivare a un risultato in tempi minori, ci vorrebbero dai 12 ai 18 mesi prima che un prodotto iniziale possa essere considerato sicuro ed efficace, dopodiché il nuovo prodotto richiederebbe comunque la produzione di milioni (o miliardi) di dosi e la loro distribuzione. Se nel frattempo le azioni di contenimento avessero spento l’epidemia, il rischio è di vedere i finanziamenti (pubblici e privati) dirigersi altrove, dopo che il senso dell’emergenza è svanito.

DINAMICHE CHE CAMBIANO LA SOCIETÀ

Vedere le opportunità offerte da questa situazione va dunque ben al di là di “indovinare” quale società biomedica troverà per prima un vaccino, ma semmai sta nel considerare le modifiche di lungo corso sul contesto economico. L’uso massiccio dello smart working convincerà alcune aziende a riorganizzare stabilmente il lavoro? Quanti e quali consumi scopriremo essere più futili di quanto pensavamo? Le aziende valuteranno la duplicazione degli impianti produttivi per non avere più un rischio “blocco” concentrato in un singolo Paese? Quanto a lungo sarà necessario/preferibile affidarsi a fattorini invece che andare nei negozi o nei ristoranti? Le risposte a queste domande possono contribuire a stilare una lista di “monatti” della crisi da coronavirus, contribuendo a portar via almeno una parte delle nostre angosce.

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Istruzioni per l’uso sul panico da coronavirus in Borsa

Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, aveva previsto il crollo dei mercati? Una bufala. Ma qualche investitore, guidato dall'emotività, ha iniziato a vendere in modo irrazionale. Eppure, mantenendo la calma, ci sono opportunità di acquisto: finita l'epidemia la crescita globale riprenderà. Basta evitare la crisi di fiducia.

Coronavirus e Borse: il panico sale e i titoli scendono. Nei giorni del contagio le speculazioni fuori e dentro i mercati non si arrestano e ad alcuni è tornata in mente una notizia pubblicata in tempi non sospetti che ora sembra quasi una profezia: Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, avrebbe previsto il crollo dei mercati per la fine di marzo 2020.

NESSUNA SPECULAZIONE IN CORSO

Secondo l’indiscrezione, pubblicata nel novembre del 2019 dal Wall Street Journal, il fondo avrebbe speso circa 1,5 miliardi di dollari in contratti di opzioni che puntavano sul declino dello S&P500 e dell’Euro Stoxx 500. In realtà Ray Dalio, proprietario del fondo, aveva quasi subito smentito la notizia, sottolineando come non ci fosse alcuna speculazione in corso.

GESTIONE DEL RISCHIO E SCOMMESSE AL RIBASSO

Bridgewater gestisce circa 160 miliardi di asset e questa “scommessa” rappresenterebbe meno dell’1% del totale dei suoi investimenti. Non è raro che un hedge fund faccia delle scommesse al ribasso sui listini. La maggior parte degli hedge fund, come suggerisce lo stesso nome, si muovono facendo “hedging”, cioè adottando tecniche di gestione del rischio utilizzate per ridurre perdite sostanziali. Questo porta anche a fare scommesse ribassiste per proteggersi mentre si sta puntando sul rialzo dei listini.

CALO FISIOLOGICO DOPO IL TREND POSITIVO

Al di là dei tecnicismi, lo scenario di una discesa dei listini non sorprende gli esperti visto che ormai da mesi i principali mercati finanziari macinano nuovi record. Un calo è fisiologico, anche considerato il fatto che il trend positivo dei listini non è fondato su una crescita economica globale particolarmente forte.

PESA LA GUERRA COMMERCIALE USA-CINA

In generale, Dalio negli ultimi hanno è diventato uno dei massimo esperti di Cina a Wall Street e la sua visione – che si ripercuote sulle scelte del fondo – è sicuramente condizionata, più che dal contingente coronavirus, dalle preoccupazioni per la guerra commerciale tra Stati Uniti e Pechino che ha rallentato l’economia globale. Anche se, certo, il virus che ha isolato la Cina rischia di peggiorare le cose.

IL PANIC SELLING DI ALCUNI INVESTITORI

Intanto ha iniziato a contagiare alcuni investitori (non tutti) che, guidati dall’emotività, hanno iniziato a vendere. Gli analisti la chiamano “panic selling”, ossia una vendita massiccia e irrazionale dei propri investimenti per paura di cosa potrebbe accadere. In realtà, però, le ramificazioni finanziarie del coronavirus sono impossibili da individuare, perché nessuno sa quanto durerà o quanto si diffonderà. Il virus è troppo imprevedibile per fare affermazioni accurate sui mercati o sull’economia globale.

E SE FOSSE UN’OPPORTUNITÀ DI ACQUISTO?

Di sicuro, perdite a parte, la linea vincente è quella che suggerisce di mantenere la calma. Questa infatti, al netto del fattore panico, è per gli investitori anche un’opportunità di acquisto: alla fine l’epidemia seguirà il suo corso e le economie mondiali riprenderanno la loro traiettoria di crescita. Dopotutto anche Warren Buffett, miliardario e Ceo di Berkshire Hathaway, dopo il crollo dei listini ha invitato in un’intervista alla Cnbc a considerare ogni azione come fosse un’intera impresa. «Non si compra o vende un’azienda in base ai titoli dei giornali di oggi», ha detto.

IL VERO RISCHIO È LA CRISI DI FIDUCIA

Dopotutto i trader sono consapevoli che tra economie reali e Borse c’è oggi uno scollamento enorme e, anzi, accelerare oggi sulle vendite potrebbe avere un effetto pericoloso. La vera paura, infatti, è la crisi di fiducia che il coronavirus potrebbe portare al commercio globale e alle aziende, rallentate dall’isolamento forzato di alcune regioni d’Italia. E per quello bisogna darsi del tempo.

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Perché la mossa di Intesa su Ubi fa male al Monte dei Paschi di Siena

L'Ops lanciata dal gruppo di Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni. Per Mps due destini: o diventa di "interesse nazionale" e arriva lo Stato, o il Tesoro lo svende a qualche straniero.

La scalata del gruppo Intesa SanPaolo, primo istituto di credito del Paese, su Ubi Banca, terzo player italiano, deve preoccupare lo Stato italiano, principale azionista di Monte dei Paschi di Siena. No, non è un gioco di parole per confondervi ancora di più. Ma l’Ops (Offerta pubblica di scambio) lanciata dal gruppo presieduto da Carlo Messina apre lo scenario del risiko bancario più rivoluzionario degli ultimi 40 anni.

VERSO LA DISINTEGRAZIONE DI BANCHE MALCONCE

Quello che porterà alla disintegrazione delle banche malconce e probabilmente un ritorno al passato con qualche grande banca (anch’essa malconcia) in mano pubblica perché di «interesse nazionale».

UNICREDIT PUNTA OLTRE LE ALPI

Proviamo a ragionare semplice. Se Intesa è interessata a Ubi si chiude la porta di una probabile fusione tra il gruppo diretto da Victor Massiah ed Mps. Se Unicredit ha avviato un piano di ridimensionamento della sua presenza nel nostro paese (6 mila dipendenti in esubero e 450 filiali da chiudere), è chiaro che il suo orizzonte è oltre le Alpi.

BPER NON HA LIQUIDITÀ PER ALTRE OPERAZIONI

Se Bper ha bisogno di un aumento di capitale da un miliardo di euro e deve acquistare circa 500 sportelli di Ubi a due milioni di euro cadauno, non credo che abbia liquidità per altre operazioni e comunque la sua presenza sul territorio tricolore sarebbe già eccessiva.

BMP RIFIUTA FUSIONI E VA AVANTI DA SOLO

Se il titolo del banco Bpm continua a perdere valore in Borsa perche gli analisti vedono male una probabile fusione con Mps, allora ecco che l’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha ribadito che il gruppo, reduce da una fusione importante, andrà avanti con un piano stand-alone.

E INTANTO SCATTANO LE VENDITE DEL TITOLO MPS…

E quindi? Quindi il derelitto Monte dei Paschi di Siena ha due probabili destini: o diventa una banca di «interesse nazionale» con controllo pubblico oppure il Tesoro, spiazzato dall’Ops promossa da Intesa su Ubi Banca, deve svenderlo a un gruppo straniero. E intanto sono scattate le vendite del titolo in Borsa.

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Per i soci storici di Ubi l’offerta di Intesa è «inaccettabile»

Muro del blocco del patto di consultazione Car, che detiene il 17,8% del capitale: «Ops ostile e non coerente con i nostri valori». Messina: «Non parliamo coi singoli investitori».

«L’ops di Intesa-Unipol, come prospettata, appare ostile, non concordata, non coerente coi valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile», è quanto si legge in un comunicato del Car, il patto di consultazione a cui aderisce il 17,8% del capitale di Ubi.

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Banca Intesa, ambizioni internazionali ma l’operazione è domestica

RIFLESSIONI IN BICICLETTA. Con l'offerta per Ubi Ca' De Sass dice di voler diventare un player europeo, pur allargandosi solo in Italia. Dunque le motivazioni potrebbero essere altre. Ingrandirsi significa sfuggire alle mire di un concorrente estero. Senza contare lo smarcamento da Mps in cerca di partner.

«Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso». La frase resa celebre da Paradiso Perduto di John Milton sembra calzare a pennello per l’operazione che, a sorpresa, vede protagoniste Intesa Sanpaolo e Ubi.

Un’offerta non amichevole, carta contro carta, per un controvalore di 5 miliardi di euro da parte della più grande banca italiana e indirizzata a incorporare la quarta per dimensione.

La motivazione dichiarata è di «creare un player europeo con solida impronta italiana». L’impressione però è un’altra: l’impronta italiana non si discute, ma se l’azienda Intesa Sanpaolo dispone di una capacità di 5 miliardi di euro e ha ambizioni europee non si capisce perché debba ancora guardare al mercato domestico di cui era già leader per trovare questa fantomatica vocazione europea.

TROPPO GRANDE PER DIVENTARE PREDA

Più probabilmente sono entrati in gioco altri fattori: il timore di essere acquisiti da un concorrente estero è stato il propulsore per diventare un boccone più grande, più difficile da approcciare. A questo si è associata la voglia di estendere ulteriormente il proprio predominio nazionale, fatto anche di ottime e fruttuose relazioni con la politica (ricordiamo infatti che hanno generato, per esempio, opportunità come l’acquisto delle banche venete ripulite delle componenti negative, alla simbolica cifra di 1 euro). Una volontà lecita, dei cui frutti gli azionisti potranno ancora beneficiare, ma ben diversa dal progetto “europeo” e “industriale”. Non a caso la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, che si presta come partner nell’operazione rilevando 500 sportelli bancari di Ubi e risolvendo a monte problemi di antitrust, viene fortemente punita in Borsa (perdendo oltre il 10%). Se chi compra le stesse cose che compra Intesa, allo stesso prezzo, viene punito così pesantemente è evidente che “l’affare” per Intesa sia di tipo strategico, non industriale.

COME SMARCARSI DALLA PARTITA PER MPS

D’altra parte sappiamo bene da tempo che comprare sportelli sia un pessimo modo di impiegare le disponibilità, oggi ogni piano industriale delle banche medie e grandi prevede di chiuderne. Intesa dunque ha giocato la carta dell’arrocco, andandosi a prendere forse anche una rivincita per il “Grande VecchioGiovanni Bazoli, presidente emerito di Banca Intesa, che pochi mesi fa era stato estromesso dal consorzio grandi azionisti di Ubi. Non va dimenticato che presto Monte Paschi dovrà trovare una sposa e che Intesa, con questa operazione, si è elegantemente smarcata da ogni possibile fantasia. Uno dei privilegi di chi anticipa gli altri è scegliere quale ragazza invitare a ballare…È chiaro che un’operazione di respiro internazionale avrebbe reso veritiero il progetto di creare un player europeo, ma una cosa non dobbiamo dimenticarla: una acquisizione a sorpresa come questa non si vedeva da tempo, nel settore bancario. Veniamo da anni in cui ogni operazione di acquisizione bancaria era una forma di salvataggio appena prima del fallimento. Questo non può certo dirsi di Ubi, e di ciò dobbiamo esserne contenti. Magari non quanto gli azionisti di Ubi che oggi vedono un +23%, ma comunque dobbiamo esserne contenti.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Ubi banco di prova dell’alleanza tra Intesa e Mediobanca

L'offerta lanciata a sorpresa da Ca' De Sass, non concordata e nemmeno ostile, porterebbe a una valorizzazione dell'istituto guidato da Massiah di 4,9 miliardi. Ma inaugura anche un asse tra Nagel e Messina destinato a durare. E a incidere negli equilibri economico-finanziari italiani.

Una mossa che ha del clamoroso e potrebbe cambiare profondamente gli equilibri del mondo del credito italiano. Intesa Sanpaolo a sorpresa nella notte ha lanciato una offerta pubblica di scambio volontario sulla totalità delle azioni di Ubi banca.

L’operazione, non concordata ma nemmeno ostile, arriva poche ore dopo la presentazione a Londra del piano industriale di Ubi ed è finalizzata a «consolidare la leadership» di Cà de Sass nel settore bancario con un gruppo in grado di realizzare utili superiori ai 6 miliardi di euro al 2022.

Per ogni 10 azioni di Ubi banca portate in adesione all’offerta saranno corrisposte 17 azioni ordinarie di Intesa Sanpaolo di nuova emissione, valorizzando quindi Ubi 4,86 miliardi di euro. La cifra corrisponde a un premio del 27,6% sui valori di Borsa di venerdì 14 febbraio pari a 3,3333 euro. Le sinergie previste per la possibile fusione di Ubi nel gruppo sono, a regime, di 730 milioni di euro lordi l’anno e il gruppo con questa operazione potrebbe arrivare a un utile consolidato superiore ai 6 miliardi di euro a partire dal 2022.

L’ALLENZA MEDIOBANCA-INTESA

Ma l’operazione apre anche a nuovi scenari. Intesa ha infatti come advisor Mediobanca e lo studio Pedersoli. In quest’ottica, Ubi potrebbe essere il primo banco di prova per un’alleanza tra Mediobanca e Intesa. Un’alleanza destinata a durare e a incidere nello scenario economico-finanziario del Paese.

LE MANI DI UNIPOLSAI SULLE COMPAGNIE ASSICURATIVE

Con il perfezionamento dell’offerta, Intesa avrà accesso ad oltre 3 milioni di clienti, tra retail, Pmi e private distanding, di Ubi banca. UnipolSai ha già raggiunto un accordo con Cà de Sass per rilevare, in caso di successo dell’Opa, i rami d’azienda delle compagnie assicurative Banca Assurance Popolari, Lombarda Vita e Aviva Vita, partecipate da Ubi banca. Il gruppo assicurativo bolognese sosterrà poi un aumento da 1 miliardo di euro per Bper di cui è primo socio per il 19,9%. La banca guidata da Alessandro Vandelli ha sottoscritto con Intesa un contratto che prevede l’acquisto di un ramo d’azienda composto da 1,2 milioni di clienti distribuiti su 400/500 filiali ubicate prevalentemente nel Nord dell’Italia. La mossa servirebbe sia a Intesa intenzionata a risolvere problemi di concentrazione, sia a Bper che in questo modo sposterebbe il suo baricentro nel Nord Italia.

ATTESA PER L’ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL 27 APRILE

Entro 20 giorni dalla data del 17 febbraio, Intesa Sanpaolo presenterà alla Consob il documento d’offerta e allo stesso tempo le istanze per l’ottenimento delle autorizzazioni da parte di Bce, Banca d’Italia, Ivass e le autorità straniere interessate all’operazione. L’obiettivo dell’offerta è acquisire l’intero capitale sociale di Ubi e il successivo delisting e fusione. La proposta di aumento di capitale a servizio dell’offerta sarà presentata all’assemblea straordinaria convocata per il 27 aprile.

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Ubi Banca: nel piano industriale 2030 esuberi e chiusura di 175 filiali

L'istituto garantisce un parziale ricambio generazionale. Previsto nel 2022 un utile netto di 665 milioni di euro.

Più di 2 mila esuberi e chiusura di 175 filiali. Lo prevede il nuovo piano industriale di Ubi Banca.

Come si legge nella nota diffusa dall’istituto, è prevista infatti la riduzione di personale per circa 2.030 risorse, incluse le circa 300 oggetto dell’accordo sindacale del dicembre 2019, il cui costo è già stato spesato nei risultati dello scorso esercizio, garantendo tuttavia un parziale ricambio generazionale. Il piano prevede inoltre la chiusura di 175 filiali mentre gli sportelli full cash saranno ridotti del 35%.

PREVISTA LA REALIZZAZIONE DI 665 MILIONI DI UTILE NETTO NEL 2022

Ubi Banca prevede anche di realizzare 665 milioni di euro di utile netto nel 2022 e di mantenere nell’arco del piano industriale un pay-out medio (percentuale di utile destinata a dividendo) del 40%, coerente con il mantenimento di un indice di solidità patrimoniale Cet1 ratio del 12,5% a fine anno. La banca si riserva di poter aumentare il dividendo nel 2022 in caso di Cet1 ratio superiore al 12,5%. Ubi Banca prevede anche di ridurre ulteriormente gli Npl in bilancio. Nel 2022 il rapporto tra crediti deteriorati lordi e totale dei crediti deteriorati (Npl ratio lordo) è atteso in calo al 5,2%, rispetto all’attuale 7,8%.

LA PREOCCUPAZIONE DEI SINDACATI

«Il piano industriale illustrato dall’amministratore delegato Victor Massiah indica gli obiettivi generali senza entrare nel merito dei singoli aspetti», hanno scritto in una nota congiunta i segretari coordinatori Paolo Citterio (Fabi), Pierangelo Casanova (Fisac-Cgil), Giuseppe Cassella (First-Cisl), Claudia Dabbene (Uilca-Uil) e Natale Zappella (Unisin). «La forte riduzione di forza lavoro con il taglio di oltre 2.000 dipendenti (più del 10%), la riqualificazione di altri circa 2.400 e la chiusura di almeno 175 filiali generano forte preoccupazione per le organizzazioni sindacali». I rappresentanti dei lavoratori aggiungono: «Capiremo i reali impatti solamente una volta che verrà fornita la comunicazione di Informativa sindacale che verrà inviata solo nei prossimi giorni alle organizzazioni sindacali. Obiettivo già dichiarato da tutte le organizzazioni sindacali sarà un robusto piano di assunzioni (di almeno una persona ogni due uscite) per mantenere adeguati livelli occupazionali e di servizio su tutti i territori dove Ubi è presente».

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Azioni e obbligazioni spiegate con il caso del salumiere Giorgio

Le prime sono strumenti con cui diventiamo proprietari della parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male. Le seconde sono prestiti garantiti. Nozioni basilari che servono anche a chi non ha risparmi da investire.

Premetto: articolo non adatto a competenti e presunti George Soros: vi consiglio di non leggerlo.

A ogni modo sarò didascalico, sicuramente percepito come pretenzioso ma non ce la faccio più a sentire (e leggere) che gli italiani, indipendentemente dal grado di scolarizzazione, sono talmente arretrati nelle competenze finanziarie da non conoscere neppure la differenza tra una azione e una obbligazione

Lo vogliamo colmare questo gap ascoltando la storia di Giorgio, il mio salumiere di fiducia?

PARTEPAZIONI E QUOTE

Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole incrementare il fatturato e i profitti deve ampliare la salumeria, trasformarla in un minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio intestandogli una quota del 35% della sua società.

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Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata, appunto, partecipazione. Ciò significa che Aldo seguirà il destino dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In altre parole, Aldo è proprietario “in quota-parte” del minimarket. Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a quello complessivo dell’azienda.

CON LE AZIONI CONDIVIDIAMO I DESTINI DELLA SOCIETÀ

Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro. Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi, quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante piccole partecipa-zioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce. Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male. Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di partecipazione delle più disparate aziende (tra cui anche le banche), e voi potete decidere di quali aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere. 

L’OBBLIGAZIONE: UN PRESTITO GARANTITO

A questo punto Giorgio, il socio di maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi. Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si obbliga) per iscritto a restituire il prestito dopo 10 anni e a corrispondere un interesse annuo del 5%.

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In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli saranno restituiti tra 10 anni e nel frattempo percepirà ogni anno un interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda, ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori. Quindi l’obbligazione non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda (anche una banca). Nel caso questo prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si chiama titolo di Stato.

DUE STRUMENTI DA CONOSCERE ANCHE SE NON SI HANNO RISPARMI

In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci rende soci di tale impresa (anche banca), un’obbligazione è un prestito che facciamo a un’azienda (anche banca) o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche. Strumenti semplici ma di grande efficacia. Da conoscere anche se non si possiedono risparmi.

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Eurizon Capital Real Asset SGR, la NewCo di Eurizon

La società di asset management del Gruppo Intesa Sanpaolo amplia la sua offerta sugli investimenti alternativi di private market.

Una NewCo specializzata nell’investimento in asset class alternative, focalizzate sull’economia reale, operativa dal 31 dicembre 2019. È questo Eurizon Capital Real Asset SGR, presentata martedì 11 febbraio da Eurizon, società di asset management del Gruppo Intesa Sanpaolo. Si tratta di un progetto che vuole proporre un’offerta distintiva sugli investimenti alternativi di private market, per soddisfare i bisogni di extra-rendimento della clientela privata e istituzionale di Eurizon, garantendo investimenti a diretto beneficio delle imprese per sostenere la crescita del sistema produttivo.

CRESCITA DELLA DIVISIONE ASSET MANAGEMENT

Eurizon Capital Real Asset SGR si inserisce nella realizzazione del Piano di Impresa 2018-2021 del Gruppo Intesa Sanpaolo e rappresenta uno dei pilastri di crescita della Divisione Asset Management. Eurizon si avvale di un team di esperti di finanza strutturata dedicato alla gestione di asset alternativi e alla creazione di prodotti specializzati in ABS e Leveraged Loans. La società ha deciso di rafforzare la propria presenza sugli investimenti illiquidi anche in considerazione della strategicità del mercato dei “prodotti alternativi”.

UN PATRIMONIO DA 3,4 MILIARDI

Eurizon Capital Real Asset è una joint venture, partecipata al 51% da Eurizon Capital SGR e al 49% da Intesa Sanpaolo Vita, creata dalla Divisione Asset Management e dalla Divisione Insurance del Gruppo Intesa Sanpaolo per valorizzare al meglio le expertise nel mercato delle asset class alternative. La NewCo è operativa dallo scorso 31 dicembre 2019 con un patrimonio di 3,4 miliardi di euro, ricevuto in delega di gestione da Intesa Sanpaolo Vita, e una struttura costituita da 10 professionisti, con competenze specifiche nel Private Equity, Private Debt, Infrastrutture e Real Estate. Tra i compiti di Eurizon Capital Real Asset SGR ci saranno l’istituzione e la gestione di mandati e fondi di investimento alternativi (FIA) destinati alla Divisione Insurance, agli investitori istituzionali, ai family office e alla clientela privata della Divisione Private Banking e di Banca dei Territori. La Newco ha inoltre competenze nel multimanager, attraverso la selezione di altri FIA e co-investimenti focalizzati sul private equity, sul debito corporate, sulle infrastrutture e sull’immobiliare.

UN BILANCIO IN POSITIVO

Nella stessa giornata di martedì 11 febbraio, Eurizon ha presentato il bilancio del 2019, un anno chiuso con risultati molto positivi. Il patrimonio gestito è cresciuto dell’11%, arrivando a toccare i 335,5 miliardi di euro, record storico per la società. L’utile netto consolidato dell’anno (compreso l’utile di pertinenza di terzi) è stato pari a 518,5 milioni di euro (+11,5%) e il margine da commissioni a 799 milioni di euro (+14%). Ottimi risultati anche sotto il profilo dell’efficienza, con il cost/income ratio al 18,7%, in contrazione rispetto al 21% del 2018.

RACCOLTA IN RIPRESA

Numeri in ripresa anche sul fronte della raccolta, con i flussi netti da inizio anno che hanno superato i 10 miliardi di euro, grazie anche ai 3,4 miliardi di euro portati dalla nuova società Eurizon Capital Real Asset (ECRA), ricevuti in delega di gestione da Intesa Sanpaolo Vita. Eurizon si conferma ai vertici in termini di raccolta nell’industria italiana del risparmio gestito anche al netto di questa operazione straordinaria, con un dato complessivo di 6,6 miliardi. Il contributo maggiore arriva dai fondi aperti con +4,6 miliardi, seguiti dalle Gestioni di Portafogli istituzionali che hanno registrato flussi netti in ingresso per 3,3 miliardi escluso l’apporto di ECRA. Eurizon è prima in Italia per raccolta nel IV trimestre, sia a livello complessivo, con 8,1 miliardi (4,7 miliardi escludendo il contributo di ECRA), sia sui fondi aperti, con 4,2 miliardi di euro. Tra le partecipazioni estere, il patrimonio della cinese Penghua Fund Management (partecipata al 49%) si attesta a 82 miliardi di euro. Considerando anche la società di Shenzhen, il patrimonio complessivo gestito da Eurizon supera i 417 miliardi di euro. Le tre società che rientrano nell’HUB dell’Est Europa, VUB AM (Slovacchia), CIB IFM (Ungheria) e PBZ Invest (Croazia), confermano invece un livello di patrimonio complessivo pari a 3,7 miliardi di euro.

UNA COSTANTE ESPANSIONE

L’ultimo trimestre dell’anno scorso ha confermato la tendenza Nell’ultimo trimestre del 2019 alla crescita e alla diversificazione del business di Eurizon. Oltre alla già citata Eurizon Capital Real Asset SGR, il 26 ottobre la società ha avviato la partnership con Oval Money, attraverso un investimento di minoranza nella startup fintech italoinglese attiva nel mondo del risparmio e dei servizi dei pagamenti digitali. Fra le novità di prodotto, nell’ultimo trimestre è stata arricchita la gamma di fondi comuni dedicati alla clientela del Gruppo Intesa Sanpaolo, con nuove soluzioni a sostegno della riqualificazione della liquidità, ed è stata ampliata l’offerta per la clientela istituzionale e wholesale attraverso la creazione di una nuova gamma d’offerta che mira a cogliere le sfide su tre fra i principali trend globali – planet, people e innovation – intercettando i Sustainable Development Goals, ossia i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile approvati dalle Nazioni Unite. Per quanto riguarda l’attività di azionariato attivo, nel 2019 la SGR ha condotto circa 675 iniziative di engagement con 515 soggetti emittenti, di cui circa il 15% ha riguardato principalmente tematiche ESG. Nei 12 mesi, Eurizon ha preso parte a 100 assemblee degli azionisti di selezionate società quotate sulla Borsa Italiana (55%) e sui mercati internazionali (45%), esprimendo il voto su circa 920 risoluzioni all’ordine del giorno.

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Per la presidenza della Compagnia di San Paolo spunta Vietti

A suggerire alla sindaca Chiara Appendino il suo nome sarebbe stato Enrico Salza. I consensi non mancherebbero. A partire da Dario Gallina, numero 1 degli Industriali torinesi e candidato in pectore alla guida della Camera di Commercio della città sabauda.

Licia Mattioli si è ritirata e Carlo Messina ha apertamente sponsorizzato la riconferma di Francesco Profumo, ma la corsa per la presidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che con il 6,79% del capitale è il primo azionista di Banca Intesa, rimane apertissima.

La sindaca di Torino Chiara Appendino, infatti, non ha nessuna voglia di riconfermare l’ex ministro dell’Istruzione, e dopo essersi sentita dire di no da Mattioli, che ha preferito concorrere alla presidenza nazionale di Confindustria – ottenendo in cambio un prezioso appoggio dello stesso Messina – si è messa alla ricerca di un nuovo nome. 

I POSSIBILI SUPPORTER

A suggerirglielo pare sia stato quel vecchio volpone di Enrico Salza, che del mondo Sanpaolo sa tutto: Michele Vietti. Già parlamentare con Pier Ferdinando Casini e vicepresidente del Csm, Vietti è tornato a fare l’avvocato (tra Torino e Roma) ma non ha certo perso le sue liaison con il potere istituzionale e finanziario piemontese, e accoglierebbe molto volentieri l’eventuale designazione di Appendino, cui spetta fare il nome del candidato presidente della Compagnia. E non gli mancherebbe la capacità di coagulare consensi sul suo nome. Per esempio, farebbe ottimamente coppia con Dario Gallina, presidente dell’Unione Industriali di Torino e candidato in pectore alla presidenza della Camera di Commercio della città sabauda (l’attuale numero uno, Vincenzo Ilotte, non dovrebbe essere riconfermato). Cosa importante, perché gli enti camerali di Torino, Genova e Milano, insieme con Unioncamere, hanno diritto a esprimere ben 5 dei 18 membri del Consiglio generale della Compagnia. 

I QUATTRO NOMI GIÀ DESIGNATI

Intanto sono quattro i nomi già designati per il futuro vertice della San Paolo. In Compagnia entreranno: Paola Bonfante, professoressa di Botanica a Torino, indicata dall’Accademia dei Lincei; Giuseppe Pericu, già sindaco Pd di Genova, designato dall’Iit (Istituto italiano tecnologia); Enrico Filippi, anziano banchiere ed esperto di questioni assicurative, espresso dall’Accademia delle Scienze di Torino; Michela Di Macco, docente di Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, indicata dal Fai. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Ubi brinda ai conti 2019: utile ante imposte a +10,7%

Il risultato lordo della gestione operativa sale del 18,5%. Ridotta la ratio dei crediti deteriorati lordi al 7,8% dal 10,42%. Aumento dell’8% del dividendo da 0,12 a 0,13 euro.

Nel 2019 Ubi Banca ha registrato un positivo andamento dei proventi che, insieme alla conferma della capacità di controllo dei costi operativi, ha permesso di incrementare del 18,5% il risultato lordo della gestione operativa nonostante il contesto sfavorevole. Lo fa sapere l’istituto pubblicando i conti del quarto trimestre 2019. L’utile prima delle imposte è salito del 10,7% a oltre 506 milioni, pur incorporando un costo del credito coerente con la riduzione al 7,8% dal 10,4% del 2018 del ratio di crediti deteriorati lordi (senza peraltro aver ceduto la piattaforma crediti che mantiene livelli di recupero ai massimi del Sistema Italia). All’esame della banca un deconsolidamento di un altro portafoglio di circa 800 milioni di euro di sofferenze verso piccole e medie imprese.

AUMENTATI I DIVIDENDI

Al contempo l’istituto ha saputo consolidare la propria posizione patrimoniale, incrementando il Cet1 ratio al 12,3%, confermando la forte posizione di liquidità e conseguendo con ampio anticipo i livelli attesi di Mrel. La solidità patrimoniale e la crescita dei risultati economici hanno consentito al Consiglio di proporre un dividendo di 0,13 euro per azione (+8,3% rispetto al 2018), con un rendimento del 4,4% sul prezzo di chiusura del titolo al 7 febbraio 2020.

UTILE SUPERIORE ALLE STIME

Nel quarto trimestre Ubi ha conseguito un utile di 60,1 milioni di euro, superiore al consensus di 24 milioni stilato dalla banca sulla base delle stime di nove analisti. L’utile al netto delle poste non ricorrenti si è attestato a 109,4 milioni, in miglioramento dai 60,1 milioni del terzo trimestre 2019 ma in calo rispetto ai 215 milioni dello stesso periodo del 2018.

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La formula vincente dei software gestionali di Piteco

Un'azienda pioniera in Italia che ha conquistato il mercato e ora punta all'estero. L'intervista al presidente Marco Podini.

Fondata a Milano nel 1980, Piteco ha saputo vedere il futuro prima che arrivasse. Da più di 30 anni si occupa di tematiche in area finanziaria fornendo software di gestione ad alcuni dei più grandi gruppi presenti sul territorio internazionale. Leader della sua fetta di mercato, nel primo semestre del 2019, ha raggiunto ricavi pari a 11,1 milioni di euro in crescita del 22,8%, un EBITDA di 4,3 milioni di Euro, e un Utile Netto Adjusted di 2,3 milioni di Euro. Una società che continua a guardare al futuro pensando alla crescita e punta a nuovi progetti all’estero, come ha spiegato il presidente Marco Podini.

Di cosa si occupa Piteco?
Produciamo software utilizzato da medie e grandi aziende italiane per gestire in maniera automatizzata tutte le tipiche funzioni di un’area finanziaria di una grande azienda. Dalle tematiche legate ai pagamenti e alla tesoreria alla gestione dei conti correnti e della supply chain, fino alle tematiche più sofisticate del risk management e della pianificazione finanziaria.

Qual è stata la vostra formula vincente?
Il fatto di essere stati i primi in Italia a ingaggiarci su questi temi, negli Anni 80, in un’epoca in cui l’informatica era un settore ancora nascente. Abbiamo iniziato a lavorare con grandi gruppi come Rai e De Agostini, che ancora annoveriamo tra i nostri clienti dopo quasi 40 anni di attività. Poi nel corso del tempo il software è andato sempre più ampliandosi. Negli ultimi due anni fatti investimenti rilevanti in area cloud e oggi il nostro software si può avere oltre che in client server anche in modalità software service.

Quanti dipendenti e collaboratori avete?
Come gruppo siamo circa 120 persone. Abbiamo tre società all’interno del gruppo, la Piteco e due acquisizioni, Myrios e Juniper Payments. La prima è specializzata nel controllo e gestione dei rischi finanziari, la seconda nel corresponding banking ed è operativa negli Stati Uniti d’America. Nel 2015 abbiamo acquisito un’altra società che ora è stata incorporata.

Qual è il vostro mercato di riferimento?
Lavoriamo storicamente con le medie e grandi aziende italiane. Abbiamo quasi 700 grandi gruppi industriali come clienti, siamo leader assoluti nel nostro mercato. La lunga presenza nel settore ci ha concesso di avere tantissimi clienti e ci ha consentito di ottimizzare il software per le specifiche esigenze di ciascun segmento. Oggi siamo in grado di dare a ciascun cliente un software ottimizzato per le sue specifiche esigenze, un vantaggio competitivo su altri software molto più rigidi del nostro o personalizzabili a prezzo di grandi sforzi. Chi compra Piteco spende una cifra modesta per un software molto performante.

Quali sono i vostri prodotti principali?
Abbiamo quattro famiglie di prodotti. La prima è quella classica della tesoreria. Poi abbiamo Cbc (Corporate banking communication), un software che gestisce in sicurezza tutte le comunicazioni tra le aziende e la banche definendo un work flow autorizzativo che consente a chi può fare pagamenti o movimenti bancari di eseguirli in un ambiente sicuro non hackerabile e dematarializzando il processo che una volta veniva fatto a mano. Abbiamo il software Match.it, per la riconciliazione dei dati complessi e disomogenei, molto utile per chi ha grande complessità negli incassi, chi riceve tante piccole somme. Quindi l’ultimo prodotto è Financial modelling, per la gestione dei rischi finanziari e di compliance. Si tratta di software dedicati alle grandi banche che gestiscano l’analisi e la valorizzazione dei loro strumenti finanziari.

Chi sono i vostri clienti?
In ciascun settore metà dei player principali sono nostri clienti. Si tratta tipicamente di aziende italiane, ma abbiamo anche qualche cliente all’estero anche se le potenzialità di crescita qui sono importanti. Spesso però sono realtà multinazionali presenti in tanti Paesi del mondo.

In quanti paesi siete presenti?
Quaranta Paesi in cui i nostri clienti hanno società controllate che operano sul mercato. Forniamo progetti di global liquidity management, gestione centralizzata a livello globale della tesoreria. Su un’unica schermata del computer si può vedere tutta la finanza in tutti i Paesi in cui la società è presente.

Perché avete scelto di quotarvi in Borsa?
Siamo sbarcati a luglio 2015 sul mercato dei capitali con la quotazione sul mercato AIM Italia, quotando il 17% della società. Dopo tre anni abbiamo incrementato il flottante a circa il 26-27% e lavorato a un nuovo prospetto che ci ha consentito il salto nel mercato regolamentato principale. L’abbiamo fatto soprattutto per finanziare un processo di crescita sia a livello nazionale sia, come da nostra ambizione, a livello internazionale.

Puntate a espandervi?
Sì. Oggi siamo la soluzione di tesoreria principale nella nostra fascia di mercato in Italia. Dal momento che il nostro software è un’eccellenza mondiale, siamo confidenti di poter esportare le nostre soluzioni. Peraltro la nostra storia in Borsa è decisamente positiva e replica i nostri risultati di bilancio. Siamo entrato quotati a 3,30 per azione, oggi siamo a più del doppio. D’altra parte quando siamo entrati sul mercato azionario avevamo un Ebitda di circa 5 milioni di Euro e oggi siamo quasi al doppio.

Da dove comincerete a muovervi verso l’estero?
Abbiamo già cominciato. Myrios è stata un’acquisizione conclusa in ottobre 2018, di grande successo, una società che sta crescendo circa del 20% all’anno con margini molto interessanti in un settore sempre più importante. Nella primavera del 2019 abbiamo aperto una filiale in Svizzera e abbiamo l’ambizione di uscire dai confini europei guardando verso gli Stati Uniti d’America, un mercato caratterizzato dalla presenza di tante large corporate. È un progetto ambizioso che richiede tempo, ma sicuramente è uno dei motivi che ci hanno spinto alla quotazione. Per supportare l’espansione verso l’America, circa due anni fa abbiamo deciso di acquisire la Juniper Payments. Si tratta della terza rete di connessione negli Stati Uniti d’America che collega il 30% delle banche americane.

Come è iniziato il 2020? Cosa vi porterà il futuro?
Anche per il 2020 ci attendiamo una crescita grazie al rinnovato interesse per le nostre soluzioni. Negli ultimi anni l’esigenza di modernizzare e digitalizzare le imprese è venuta molto alla ribalta, il mercato è molto effervescente. Altro aspetto interessante è che Piteco sta diventando un hub di connessione con il mondo esterno digitale, solo l’anno scorso abbiamo fatto tre joint venture con aziende FinTech che offrono servizi digitali per le imprese e hanno ritenuto interessante fare una partnership con noi per essere integrate nativamente con la nostra piattaforma.

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Exor è in trattativa con Covea per la cessione di PartnerRe

Si tratta di un affare da circa 9 miliardi di dollari. Ma la holding della famiglia Agnelli precisa: «Non è sicuro che si arrivi a una transazione».

Exor, la holding della famiglia Agnelli, ha in corso una trattativa in esclusiva per la cessione di PartnerRe. A farsi avanti, con un’offerta tutta in contanti, è il gigante delle mutue francesi Covea. Fonti finanziarie riferiscono di un valore intorno a 9 miliardi di dollari. Exor ha confermato la trattativa con una nota, precisando che le «discussioni sono in corso e non è sicuro che si concluderanno con una transazione» e che non ci saranno altri commenti fino all’esito della trattativa.

Exor aveva acquistato PartnerRe nel 2016 con un esborso di 6,7 miliardi di dollari. Nel frattempo, ha incassato 660 milioni di dollari di dividendo, cifra che porta l’esborso netto da parte di Exor a 6 miliardi. La holding della famiglia Agnelli raggiunge quindi l’obiettivo di sviluppare PartnerRe facendola diventare numero tre del mercato mondiale in tempi molto più stretti di quelli programmati che erano di dieci-quindici anni. L’operazione si inserisce nel quadro di una serie di transazioni di consolidamento del settore assicurativo che hanno visto giganti come Axa e Aig acquisire riassicuratori come XElle e Validus per meglio gestire rischi più concentrati.

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Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Le classifiche sulla sicurezza dei nostri istituti di credito fatte da Bce e Bankitalia danno un'immagine tutto sommato buona. Ma andando a fondo sui metodi utilizzati per comporle lo scenario non appare non è del tutto rassicurante.

Domanda retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca.

Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche significant) e di Bankitalia (per le banche less significant), denominato «processo di revisione e valutazione prudenziale» (Supervisory Review and Evaluation Process, Srep appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni succesivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

DIRE CHE LE NOSTRE BANCHE SONO TRA LE MIGLIORI IN EUROPA È FUORVIANTE

Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%. Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca puo’ prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale.

LEGGI ANCHE: Banche tradizionali, il vostro tempo è ormai giunto al termine

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire). Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante. Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con Bnp, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi Bper (2%), Credito Cooperativo Italiano, Ubi, Banco Bpm, e Ccb (2,25%), Iccrea (2,50%) ed infine, fanalini di coda, Mps e Banca Popolare di Sondrio (3%). Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

IL RISCHIO DI UNA CONTRAZIOME DEI PRESTITI

Per rendervi piu digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo. E, leggendo il comunicato della Lega (Bce) di questo atipico campionato, si rileva che tutte le squadre hanno ricevuto delle penalità. Dire che Credem, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potra’ essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:


• chiedendo a soci e azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste?) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
• chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
• facendo meno prestiti.

Meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora piu’ capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada aldilà dei peana delle penne di sistema.

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La via migliore per fare carriera? Saper cambiare posto di lavoro

In un Paese come il nostro che ha fatto dell'immobilismo un dogma, saper fare trading, saper mettere gli stop-loss e saper individuare i momenti del take-profit è necessario. In finanza come nella professione. È questo il modo migliore per crearsi un futuro. E la scuola dovrebbe esserne consapevole.

È convinzione sempre più diffusa che l’andamento dei mercati finanziari sia scollegato da quello dell’economia.

La percezione di una condizione di crisi resta molto solida, mentre le Borse – gonfiate da stimoli delle banche centrali e dalla speculazione – crescono indifferenti alle condizioni di vita delle persone.

Si tratta di una percezione spesso alterata dalla mancanza di sincronia di brevissimo termine (il movimento erratico giornaliero dei mercati appare “illogico” se confrontato ai mutamenti graduali e smussati dell’economia) o dal confronto fra dinamiche globali e locali, raffrontando Borse ed economie diverse.

I LISTINI PRIMA E DOPO LA CRISI DEI SUBPRIME

Se guardassimo all’indice Ftse Mib, quello che racchiude i principali titoli del listino italiano e che una volta si chiamava S&Pmib (e prima ancora si chiavama Mib30), possiamo vedere bene la dinamica del declino: oggi dopo una fase di positività internazionale ci sembra su valori alti, nell’area dei 24.000 punti, ma prima della crisi dei mutui subprime, nel 2007, era a 43.000 e prima ancora, nel 2000, era arrivato a superare i 50.000 punti. Basta raffrontarlo con l’indice azionario americano che vale oggi il triplo di quanto valeva prima del crollo del 2007 per vedere quanto i mercati alla fin fine registrino eccome i diversi andamenti delle economie sottostanti.

ITALIA E USA, IMMOBILISMO CONTRO RINNOVAMENTO

Ma ci sono anche altri tipi di raffronto che si possono fare: se prendessimo le prime 10 società per capitalizzazione del listino americano noteremmo che la maggior parte di esse (i giganti della tecnologia) esisteva a malapena 20 anni fa, mentre le prime 10 del listino italiano sono esattamente le stesse di 20 anni fa (qualcuna, per effetto delle fusioni bancarie, ha al massimo cambiato nome). Da una parte il continuo rinnovamento, dall’altra l’immobilismo, la conservazione, la difesa di un fortino alle intemperie del tempo e dei cambiamenti globali.

L’ATTEGGIAMENTO DEGLI INVESTITORI

Un raffronto che si estende anche al comportamento degli investitori e dei lavoratori: il listino italiano è decisamente visto dagli investitori internazionali come un’area dove fare del trading: nelle fasi di propensione al rischio si comprano i titoli italiani (il Btp offre più spread di qualunque altro titolo di Stato, tanto per dirne una) e nelle fasi di avversione al rischio si vende “Italia” indiscriminatamente. In fondo il nostro listino, anche se restiamo un’economia del G8, vale meno dell’1% della capitalizzazione globale.

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D’altra parte è evidente che fare il “cassettista” tenendo indefinitamente titoli italiani in portafoglio confidando nel lungo periodo ci fa solo abbracciare un sentiero di declino come quello descritto poc’anzi.

DALLA FINANZA AL MONDO DEL LAVORO

La via maestra per farsi strada nel mondo del lavoro italiano è, a ben guardare, la stessa: il trading, la capacità di cambiare posto di lavoro è la strada per poter crescere e crearsi una carriera. Pochissimi, e raramente per merito, riescono a scalare le gerarchie interne in un’azienda facendo una vera crescita professionale all’interno di un mondo che fa dell’immobilismo un dogma (ben rappresentato dal mancato dinamismo del listino azionario). Certo, si potrebbe dire il contrario: chi riesce a cambiare posto di lavoro facendo carriera ha evidentemente delle qualità che lo rendono appetibile sul mercato ed è grazie a queste qualità che realizza la propria carriera.

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Posso altresì dire di aver visto molte persone, frustrate nelle loro qualità, incaponirsi ad affidare la propria crescita professionale ai percorsi interni dell’azienda per cui hanno sempre lavorato (e sempre lavoreranno), deducendo che proprio dai cambiamenti e dalle capacità sviluppate dall’esigenza di riadattarsi si forgiano quelle qualità che – a posteriori – spiegano la crescita professionale di alcuni. Saper fare trading, saper mettere gli stop-loss, individuare i momenti del take-profit sono cose difficili tanto sui mercati finanziari quanto sul mercato del lavoro ma, in una foresta pietrificata come quella italiana, è il modo migliore di sviluppare una professionalità e crearsi un futuro. Siamo sicuri che negli intendimenti di chi si deve occupare di ridisegnare i percorsi formativi del sistema scolastico ci sia questa consapevolezza?

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario

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Cdp: lancia primo social housing bond, emissione da 750 mln

«Il successo dell'emissione», commenta l'ad Fabrizio Palermo, «rafforza ulteriormente il nostro impegno nell'edilizia sociale ed è un nuovo e importante tassello di una strategia volta a creare valore condiviso».

Cassa depositi e prestiti (cdp) ha lanciato sul mercato dei capitali «il primo Social Bond italiano dedicato al Social Housing, destinato a investitori istituzionali, per un ammontare di 750 milioni di euro». I fondi raccolti «saranno utilizzati per supportare interventi di edilizia residenziale sociale con iniziative dedicate alle quelle fasce di popolazione più deboli, prive dei requisiti per accedere alle liste dell’edilizia residenziale pubblica ma che non riescono a soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato per ragioni economiche o per l’assenza di un’offerta adeguata».

«Il successo dell’emissione», commenta l’ad Fabrizio Palermo, «rafforza ulteriormente il nostro impegno nell’edilizia sociale, conferma Cdp come modello di riferimento per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese, coerentemente con il piano industriale 2019-2021». Il Social Housing Bond, ricorda Palermo, rappresenta «un nuovo e importante tassello di una strategia volta a creare valore condiviso, integrando criteri di valutazione ambientali e sociali nelle attività di Cdp, con l’obiettivo di fornire un contributo tangibile per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu».

L’operazione – indica la Cassa – ha fatto registrare il record di numero di richieste e d’investitori dal debutto di Cdp sul mercato dei capitali. L’emissione, rivolta principalmente ai cosiddetti ‘socially responsible investors‘, è stata accolta da oltre 270 investitori, per il 65% esteri.

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Anche Mps nel giro delle nomine: Morelli verso l’uscita

Il dossier Monte dei Paschi spicca sul tavolo di Gualtieri. L'orientamento che sarebbe maturato al Mef e tra le forze della maggioranza è quello di un radicale cambiamento. A cominciare dall'ad voluto da Renzi. Con lui è destinata a lasciare pure la presidente Stefania Baratti.

C’è anche Monte dei Paschi di Siena (Mps) nel giro delle prossime nomine.

Tra Eni, Enel, Leonardo, Poste e tanto altro, finora della banca senese non si è ancora parlato come una delle scadenze che entro la metà di aprile porteranno decine e decine di candidati a essere scelti per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società che a vario titolo sono considerabili pubbliche o semi-pubbliche.

Eppure al Tesoro, sui tavoli del ministro Roberto Gualtieri e del direttore generale Alessandro Rivera, spicca il dossier Monte dei Paschi.

I PIANI DEL TESORO E DELLA MAGGIORANZA

L’orientamento che sarebbe maturato a via XX Settembre, ma anche tra le forze politiche di maggioranza, è quello di un radicale cambiamento. A cominciare da Marco Morelli, l’amministratore delegato che fu voluto da Matteo Renzi (con Pier Carlo Padoan ministro), il cui piano industriale era stato giudicato troppo ambizioso, financo velleitario. Tanto che l’esecutivo sarebbe intenzionato a mettervi mano. Insomma, l’istituto è ancora nelle secche: deve cedere una grande quantità di crediti in sofferenza, e a fronte dei costi limati (poco) non c’è stato un aumento dei ricavi.

ALLA RICERCA DEL SUCCESSORE DI MORELLI

Ma con Morelli è destinata a lasciare anche la presidente Stefania Bariatti, mentre l’approdo in Cdp di Antonino Turicchi libererà anche il posto di vicepresidente. Così come, tra i consiglieri, lascerà Nicola Maione, che già deve tentare di mantenere la presidenza dell’Enav, in scadenza. Ma anche Maria Elena Cappello, Salvatore Fernando Piazzolla, Roberto Lancellotti, Roberta Casali, Angelo Riccaboni, Michele Santoro e Fiorella Kostoris hanno poche chance di essere rinominati. Quanto al successore di Morelli, girano diversi nomi di banchieri, ma nessuno è dato in pole position. La ricerca è aperta.


Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Grilli alla presidenza di Mediobanca, con vista su Trieste

L'ex ministro pare mettere d'accordo sia gli azionisti storici di Piazzetta Cuccia, e con loro l’ad Alberto Nagel, sia il neo socio Del Vecchio. E potrebbe aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, vero obiettivo del patron di Luxottica.

Sarà Vittorio Umberto Grilli il prossimo presidente di Mediobanca.

Insieme con la conferma che Renato Pagliaro lascerà la poltrona che è stata di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghinotizia anticipata da Lettera43.it all’inizio di dicembre dello scorso anno – arriva l’informazione che sarà l’ex viceministro e ministro del Tesoro (governo Monti), dal maggio 2014 in JPMorgan con l’incarico di presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Europa, Medio Oriente e Africa, a succedergli.

Grilli, che è comunque in procinto di lasciare la banca d’affari statunitense all’interno della quale i suoi rapporti negli ultimi tempi si sono decisamente raffreddati, è una figura su cui sembrano convergere tanto gli azionisti storici di Mediobanca, e con loro l’amministratore delegato Alberto Nagel, quanto il neo socio Leonardo Del Vecchio, arrivato al 10% del capitale della banca di piazzetta Cuccia. 

SU GRILLI SEMBRANO CONVERGERE NAGEL E DEL VECCHIO

Milanese, 62 anni, studi ed esperienze internazionali ma anche una lunga presenza in via XX Settembre al ministero dell’Economia e delle Finanze, dove è stato prima a capo del dipartimento Privatizzazioni, poi Ragioniere Generale dello Stato e quindi direttore generale del Tesoro (da maggio 2005 fino a novembre 2011 con i ministri Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa e Giulio Tremonti), Grilli potrebbe non solo mettere d’accordo Nagel e Del Vecchio sul suo nome, ma aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, il vero obiettivo del patron di Luxottica, che agisce d’intesa anche con Franco Caltagirone.

LA PARTITA PER I VERTICI DI GENERALI

Per ora i nomi per Trieste non sono ancora sul tavolo, anche perché il cda è stato rinnovato per tre anni nel maggio del 2019. Quindi molto dipenderà dall’equilibrio che Mediobanca e i privati riusciranno a trovare, a cui il destino degli attuali vertici, il presidente Gabriele Galateri (il suo è comunque l’ultimo mandato), e l’ad Philippe Donnet, è legato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Banca popolare di Bari: che sia la volta buona?

Il caso Bpb può essere un’occasione per ripensare il sistema bancario italiano evitando di ritrovarci davanti all’ennesimo sperpero di soldi pubblici che non salvano nessuno.

Dopo la solita abbuffata di notizie, edizioni speciali televisive e talk show al riguardo, arriva il silenzio. La regola vuole che l’informazione debba stare sulla notizia e la notizia del default della Banca Popolare di Bari ha creato sicuramente tanto rumore mediatico. Ma poi tutti si dimenticano di parlarne… fino al prossimo bagno di sangue.

Che sia la volta buona per riflettere a mente fredda anche su altro? Partiamo da una certezza: il salvataggio della Banca Popolare di Bari è solo una conferma della rigidità, se non incompetenza, manifestata dai nostri politici nelle soluzioni proposte.

Perché il salvataggio della Banca Popolare di Bari non si risolva nell’ennesimo sperpero di soldi pubblici “buttati” in una struttura ormai irrimediabilmente danneggiata, ma anzi si trasformi in un’occasione per ripensare il sistema bancario italiano, soprattutto quello del Sud, occorre partire da alcune semplici riflessioni che ritengo debbano costituire dei “punti fermi” sia per i “regolatori” che per i “controllori” del sistema bancario:

1- NEL SETTORE BANCARIO PICCOLO PUÒ ESSERE BELLO

La dimensione di una banca non è direttamente proporzionale alla sua “virtuosità”. Troppe banche di medie e grandi dimensioni sono andate in crisi negli ultimi anni, e troppe altre hanno annunciato roboanti piani di rilancio o di risanamento a spese dei dipendenti e dell’occupazione. Nei fatti, tali comportamenti, hanno dimostrato una volta di più che “il re è nudo”, e la maggiore dimensione delle banche nasconde spesso sotto un’apparenza di solidità una preoccupante pochezza sia a livello strategico sia in termini di qualità del management.

Un contenimento delle dimensioni indurrebbe il sistema a focalizzarsi sul classico core business rappresentato dall’intermediazione tra raccolta del risparmio e crediti alle imprese e ai risparmiatori

E se “piccolo” fosse invece bello? Probabilmente un contenimento delle dimensioni medie del sistema, in un’ottica di maggiore coerenza con il sistema economico italiano, e in particolare di quello meridionale, indurrebbe il sistema a focalizzarsi sul classico core business rappresentato dall’intermediazione tra raccolta del risparmio e crediti alle imprese e ai risparmiatori, limitando le politiche commerciali tese a piazzare ad ogni costo prodotti finanziari e/o assicurativi complessi e spesso non adeguati alle esigenze della clientela, con le connesse pressioni a carico dei lavoratori del settore bancario perché realizzino budget partoriti a tavolino da un management inadeguato con l’intento di nascondere le proprie incapacità strategiche e gestionali;

2- LA SCELTA DEL MANAGEMENT BANCARIO SPESSO È ERRATA

Il management del settore bancario va radicalmente rinnovato nel suo complesso, non solo in termini di età media, ma soprattutto in termini di capacità gestionali e strategiche mostrate sul campo. Non è possibile, ne abbiamo parlato tante volte su queste colonne, che i nomi siano sempre gli stessi, e che passino indenni di crisi bancaria in crisi bancaria, ricollocandosi altrove con irrisoria rapidità. Eppure, nel pur complicato contesto del sistema bancario italiano, qualche esperienza virtuosa e di successo c’è. Perché nessuno va a vederne i nomi degli artefici? Perché gli head hunter non aggiornano i loro database? A tal riguardo segnalo una banca che è stata oggetto di analisi accurata da parte mia durante la preparazione di Sacco Bancario (Chiarelettere): Banca Popolare delle Province Molisane. In quel Molise che per gli italiani non esiste, c’è una banca che da qualche anno è la prima nel suo segmento per creazione di valore. Un esempio concreto di buona gestione associato ad un modello di integerrima amministrazione sul territorio.

3- I SOLDI PUBBLICI DEVONO PREMIARE I BANCHIERI VIRTUOSI

Il risanamento di una Banca (la Popolare di Bari, in questo caso), se ha come obiettivo la tutela dei risparmiatori (e non dei responsabili del dissesto) e il “non sperpero” delle risorse pubbliche non può non passare attraverso una riduzione delle dimensioni della Banca senza incidere in maniera radicale e “sanguinosa” sull’occupazione.

Le filiali presenti in Abruzzo e Campania della Bpb andrebbero affidate a banche virtuose del territorio

Come? Scorporando le filiali presenti nelle aree geografiche no core della Banca, ad esempio, nel caso specifico della Popolare di Bari, le filiali presenti in Abruzzo e Campania, e affidandole a banche virtuose del territorio, previa capitalizzazione delle stesse (nelle forme ritenute più adeguate e sicuramente meno impegnativo dal punto di vista economico) ad opera di Invitalia. Una sorta di fitto di ramo di azienda della Bpb alle virtuosissime Banche territoriali del Sud. In questo modo, i soldi pubblici andrebbero a premiare i banchieri virtuosi, senza che lo Stato debba impegnarsi direttamente nella gestione, e la Popolare di Bari potrebbe proseguire il suo percorso di risanamento con dimensioni più contenute e focalizzandosi sul suo territorio storico di riferimento (Puglia e Basilicata, in particolare). Che sia la volta buona? Continuiamo a parlarne, pero’, altrimenti dobbiamo aspettare solo le prossime vittime.

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La Borsa italiana e lo spread del 21 gennaio 2020

Le piazze asiatiche affossate dal virus cinese. Milano apre in calo. Stabile lo spread Btp Bund. La giornata dei mercati in diretta.

Apertura in perdita per la Borsa italiana il 21 gennaio. Milano apre in calo con il Ftse Mib che cede lo 0,6% a 23.858 punti. Il 20 gennaio Piazza Affari aveva avviato la settimana perdendo lo 0,57%, in linea con le altre Borse europee.

SPREAD BTP BUND A 157 PUNTI BASE

Apertura di giornata senza sensibili variazioni per lo spread tra Btp e Bund. Il differenziale tra i due titoli di stato segna 157 punti come ieri sera. Il rendimento del titolo decennale italiano è all’1,37%.

IL VIRUS CINESE AFFOSSA LE BORSE ASIATICHE

Le Borse asiatiche chiudono in calo con gli investitori che temono un’espansione del contagio del corona virus proveniente dalla Cina. In rosso Tokyo (-0,91%), con gli investitori che fanno scattare le prese di profitto dopo che l’indice nipponico ha raggiunto i massimi in 16 mesi. In rosso i listini della Cina con Shanghai (-1,4%), Shenzhen (-1,3%) e in forte calo Hong Kong (-2,7%). Male anche Seul (-1%) e Mumbai (-0,3%).

LA GIORNATA DEI MERCATI IN DIRETTA

9.12 – APERTURA IN CALO PER LA BORSA DI MILANO(-0,6%)

La Borsa di Milano apre in calo. Il Ftse Mib cede lo 0,6% a 23.858 punti.

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Le quotazioni di Borsa italiana e spread del 17 gennaio 2020

La giornata dei mercati europei e americani in diretta.

Attesa per l’apertura della Borsa italiana, dopo che alla vigilia la Borsa di Milano ha segnato un risultato positivo chiudendo a +0,7%, in controtendenza con le altre principali Piazze europee, piatte o in rosso. Un risultato ottenuto nonostante il rialzo dello spread a 165 punti.

CONTRASTATE LE BORSE ASIATICHE

Le Borse asiatiche sono contrastate dopo il Pil della Cina che fa registrare un rallentamento della crescita, con il dato più basso degli ultimi 30 anni. Sullo sfondo restano le incertezze sui futuri rapporti tra Usa e Cina sul fronte commerciale dopo la firma del mini accordo sui dazi. Chiude in rialzo Tokyo (+0,45%), con il Nikkei che torna sopra la soglia dei 24 mila punti, grazie ai nuovi massimi di Wall Street, e la debolezza dello yen, dando slancio ai titoli che più dipendono dall’export. Sul mercato valutario la divisa nipponica si assesta ai minimi in 8 mesi sul dollaro, trattando a 101,20, e a 122,67 sull’euro. Debole la Cina con Shanghai (+0,05%) piatta e Shenzhen (-0,3%) in calo. Invariata Hong Kong (-0,03%) mentre sono in lieve rialzo Seul e Mumbai (+0,1%). Sul versante macroeconomico in arrivo i dati sulla bilancia commerciale inflazione dell’Eurozona e Italia. Dagli Stati Uniti attesa la produzione industriale, fiducia dei consumatori e indice Jolts sul mercato del lavoro

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Il Copasir indaga su banche e assicurazioni pensando ai titoli di stato

I servizi segreti denunciano il rischio di una "colonizzazione predatoria" sulle nostre aziende, banche comprese. Per gli 007 "Paesi ostili" si servono di intelligence e dell'esautoramento dei manager italiani. Mentre i bond sono considerati asset strategico. E Unicredit, Generali e Intesa da sole ne detengono poco meno di 200 miliardi.

Mettere al sicuro gli asset strategici del Paese dal rischio di una «colonizzazione predatoria» e tra questi anche centinaia di miliardi di titoli di Stato nella pancia delle principali banche e istituzioni finanziarie italiane. Questo è uno degli obiettivi dell’indagine avviata dal Copasir, il comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che parte proprio dal settore bancario e finanziario. A confermare a Lettera43.it uno degli scopi delle audizioni messe in programma dal comitato a partire da metà gennaio è il vicepresidente Adolfo Urso, promotore dell’iniziativa. Urso infatti è stato tra i pochi a prestare attenzione alla relazione che la presidenza del consiglio presenta ogni anno sulle analisi del dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e le agenzie Aise e Aisi. Come spiega la proposta di legge per l’istituzione di una «commissione di inchiesta sulle azioni di attori statuali e aziende straniere volte ad acquisire il patrimonio finanziario, tecnologico e industriale italiano» presentata proprio dal senatore di Fratelli d’Italia a settembre 2018, quella relazione ha lanciato già nel 2017 l’allarme «colonizzazione», sottolineando la «permeabilità di alcune aziende nazionali» a «manovre esterne in­dirizzate ad acquisirne il controllo».

ATTORI OSTILI CHE USANO INTELLIGENCE E «ESAUTORAMENTO DEI MANAGER»

«C’è il tentativo di Paesi ostili di acquisire i nostri asset strategici tramite aziende e entità statuali cioè tramite i servizi di intelligence», spiega Urso a Lettera43.it. Questi agenti stranieri, si legge nella sua prima proposta di legge, spesso «schermati» da «triangolazioni finanziarie» userebbero «l’esautoramento o avvicendamento preordinato di manager e tecnici italiani allo scopo di copiare tecnologie avanzate, obiettivo perseguito anche attraverso ingerenze di carattere spionistico per l’acquisi­zione indebita di dati sensibili». L’allarme è ribadito anche nella relazione del Copasir del 2018 che sottolinea il pericolo di «drenaggio verso altri Paesi di segmenti della filiera a più alto valore aggiunto, nonché di uno spostamento fuori dai confini nazionali di importanti centri decisionali». E che, nonostante si concentri soprattutto sulle nuove tecnologie – vedi 5G – e l’«approvvigionamento energetico», per il settore finanziario sottolinea anche come la rivoluzione del Fintech rischi di mettere nuovi strumenti tecnologici, dalle criptovalute alla blockchain, al servizio di scopi criminali. «Altre informazioni sono secretate», spiega Urso, ma con queste premesse è facile capire come le audizioni abbiano deciso di partire dal settore finanziario.

QUASI 200 MLD DI BTP IN MANO UNICREDIT, INTESA E GENERALI

«Le convocazioni sono riservate (e secondo quanto risulta a Lettera43.it alcune non sono state nemmeno avviate formalmente, ndr), ma partiremo dalle istituzioni pubbliche e di vigilanza per poi passare ai privati», precisa il senatore. Si tratta ovviamente di capire se il nostro sistema del credito ha messo in campo le opportune difese contro le incursioni ostili dal punto di vista della sicurezza digitale e dell’antiriciclaggio, cruciali anche per proteggere altri comparti, ma non solo. Come conferma a Lettera43.it lo stesso Urso, oltre che altri attori coinvolti nella vicenda, lo scopo è anche proteggere dalle scalate l’«asset» dei titoli di Stato. Per esempio le tre principali istituzioni finanziarie del Paese, Unicredit e Intesa San Paolo, che nel settore bancario hanno attivi più che doppi di tutti gli altri competitor, e Generali, campione nell’assicurativo, detengono quasi 200 miliardi di euro di bond statali. Unicredit ci ha riferito di possedere al 30 settembre 2019 47,8 miliardi di Btp. Nel bilancio 2018 di Generali sono registrati 58 miliardi di debito pubblico italiano, a fronte di 34 miliardi di titoli di altri Paesi europei. Intesa San Paolo non ha risposto alle nostre richieste, ma alla presentazione dei conti trimestrali di novembre secondo Reuters ne risultavano 88,5 miliardi. E questo a fronte di una composizione societaria sempre più mobile, assimilabile a società ad azionariato diffuso e quindi contendibile.

L’INTERVENTISMO FRANCESE ATTORNO ALLO SNODO MEDIOBANCA

Dei tre big, solo l’azionariato di Intesa vede un peso ancora rilevante delle fondazioni – la Compagnia di San Paolo al 6,79% e Cariplo al 4,38%. Il 65% dei titoli Unicredit, stando alle informazioni pubblicate sul portale della stessa banca, è in mano a investitori istituzionali, mentre il 10,4% è detenuto da fondi sovrani e solo il 5,5% dalle fondazioni. Tra gli azionisti rilevanti ci sono i fondi di investimento Blackrock (socio anche di Intesa e Mediobanca) e Dodge & Cox (con il 5,084 e il 5,002% del capitale) e c’era il fondo sovrano di Abu Dhabi, che però come ha comunicato la Consob è sceso recentemente da una quota appena sotto il 5 al 2%. Per Generali la quota in mano agli investitori istituzionali è pari al 38%, mentre il 27% è ripartito tra Mediobanca (al 13%), Caltagirone, Del Vecchio – che detiene anche una quota in Mediobanca del 9,89% – e Benetton. Per di più l’ascesa di manager francesi sia a Generali che a Unicredit, l’attivismo di Vincent Bolloré (azionista anche di Telecom e Mediaset) e quello più recente di Del Vecchio sullo snodo cruciale di Piazzetta Cuccia hanno dato adito a continue speculazioni. Dall’ipotesi di una scalata transalpina su Generali, dove da marzo 2016, dopo l’addio di Mario Greco dovuto proprio alla rottura con Mediobanca, l’amministratore delegato è Philippe Donnet, vicino all’onnipresente Bolloré e con un passato nella compagnia francese Axa, al possibile progetto di fusione, ventilato a giugno 2018 anche dal Financial Times, tra Unicredit e Société Générale, cioè la società dove ha lavorato per più di vent’anni l’attuale ad Jean Pierre Mustier. Chissà che il Copasir riesca a fare chiarezza tra minacce vere e presunte, tra sospetti facili e realtà.

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Standard & Poor’s ha tagliato il rating di Atlantia a “junk”

Nei giorni scorsi anche Fitch e Moody's avevano abbassato la valutazione della holding della famiglia Benetton. Ora alcuni investitori internazionali hanno intenzione di inviare una lettera di protesta alla Ue.

Standard & Poor’s Global ha tagliato il rating di Atlantia a junk (spazzatura). L’agenzia americana ha ridotto il rating da BBB- a BB- con outlook negativo. Nei giorni scorsi già Fitch e Moody’s avevano abbassato il rating della holding della famiglia Benetton sotto l’investment grade, dopo che il decreto Milleproroghe aveva cambiato le regole per la revoca della concessione, tagliando pesantemente l’indennizzo dovuto ai concessionari.

LA LETTERA DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI ALLA UE

Alcuni investitori internazionali del gruppo Atlantia hanno intenzione di inviare alla Ue una lettera di protesta contro la norma del decreto Milleproroghe che modifica in modo unilaterale le concessioni autostradali. «Questa misura è ragione di seria preoccupazione per noi e per l’intera comunità degli investitori in quanto compromette del tutto la prevedibilità normativa, scoraggiando gli investimenti e restringendo senza giustificazione la libera circolazione dei capitali», recita la lettera. Nel documento si evidenzia che la misura contenuta nel Milleproroghe è a tutti gli effetti simile alla modifica normativa – voluta dall’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro – che portò nel 2006 la Commissione Ue ad aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per violazione del principio “pacta sunt servanda”, che impedisce una modifica delle concessioni in essere senza l’accordo dei concessionari. Gli investitori chiedono dunque alla Ue di intervenire contro la norma del decreto Milleproroghe che, modificando unilateralmente le concessioni, si stima ridurrebbe l’indennizzo dovuto ad Autostrade per l’Italia in caso di revoca da 23-25 miliardi (secondo le valutazioni di Mediobanca e Jp Morgan) a circa 7 miliardi di euro. La lettera verrà inviata, tra gli altri, alla Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, al vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis e al commissario Ue per il Mercato Interno, Thierry Breton.

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Siano le banche a salvare il sistema creditizio, non lo Stato

Se volete evitare il fallimento di una banca aumentate le quote di partecipazione degli istituti al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Perché stare sul mercato è una cosa seria e richiede correttezza, professionalità e onestà.

La Divina Commedia è sempre attuale. Ma gli ultimi capitoli non sono stati scritti da Dante ma dalla storia (e dalla cronaca) e riguardano i nostri banchieri, peccatori condannati, in base alla legge del contrappasso, a scontare una pena simile alla colpa. È quanto sta avvenendo negli ultimi anni per le banche che hanno dovuto aderire obbligatoriamente al Fondo interbancario di Tutela dei Depositi.

Ricordiamo che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) è un consorzio di diritto privato, disciplinato dal Decreto Legislativo 24 marzo 2011, n.49, che ha recepito la Direttiva 2009/14/CE, supervisionato dalla Banca d’Italia, cui devono obbligatoriamente aderire tutte le banche italiane aventi come forma societaria la Società per Azioni, e le banche extracomunitarie (che hanno filiali in Italia) che non aderiscano a sistemi di garanzia equivalenti. Non vi devono aderire le banche di Credito Cooperativo, che devono però al Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo, regolato dalla stessa normativa e con funzioni analoghe.

La finalità del Fondo è di tutelare i risparmi (non gli investimenti) dei clienti di banche che dovessero trovarsi in situazioni di insolvenza, quindi depositi in conto corrente, conti di deposito, certificati di deposito nominativi, libretti di risparmio nominativo e assegni circolari, garantiti in caso di fallimento dell’istituto di credito fino a 100 mila euro. Azioni, obbligazioni, pronti conto termine emessi dalla banca in liquidazione coatta, non rientrano nell’oggetto della tutela offerta dal Fitd. Nessuna scelta, nessuna opzione. Se un tuo collega, caro banchiere, ha gestito male (eufemismo) la sua banca, tu sei costretto a pagare le sue inefficienze! Il meccanismo del consorzio prevede infatti che le banche versino i loro contributi soltanto in caso di necessità (“ex post”) a chiamata entro 48 ore. L’impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei fondi rimborsabili (la massa totale dei depositi presenti nelle filiali degli istituti italiani) di tutte le consorziate.

IL MERCATO NON DEVE PRIVATIZZARE GLI UTILI E SOCIALIZZARE LE PERDITE

In questi giorni ho sentito i direttori generali di due piccole banche che smadonnavano per dover assicurare la sopravvivenza di Banca Popolare di Bari con un contributo di circa 100 mila euro ciascuno. E si tratta di due piccole banche sane ed efficienti. Immaginate quanto possa pesare nel conto economico di grandi banche in difficoltà il salvataggio di una consorella in default? Milioni di euro che mettono in pericolo la vita della stessa banca soccorrente! E se, tra le varie misure più volte proposte su queste colonne, si pensasse di regolamentare un settore praticamente devastato anche aumentando la quota di partecipazione delle banche al Fondo e riducendo al minimo l’intervento dello Stato?

Se una banca è fuori mercato, allora fatela salvare dalle altre banche. Altrimenti che fallisca!

In tal modo aumenterebbero le pene all’interno del girone dantesco. La legge del contrappasso rappresenterebbe una sorta di “mano invisibile”, grazie alla quale, in una economia liberista, la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe a se stessi e all’interesse dell’intero settore tentando di riequilibrarlo attraverso organi di controllo ricettivi agli input che vengono da quei manager che oggi bestemmiano turco perché efficienti, liberi, indipendenti e creditori nei confronti di Bankitalia che ha, invece, chiuso più di un occhio, ad esempio nella individuazione dei requisiti di onorabilità, nei confronti della mala gestione della maggior parte dei banchieri.

Ribadiamo che il mercato non deve più essere il luogo dove si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. Se una banca è fuori mercato, allora fatela salvare dalle altre banche. Altrimenti che fallisca! La prossima volta si eviterà di gestirla in maniera scorretta, spavalda e clientelare. Lo Stato non può fare tutto, né può continuare a essere il padre generoso che salva i suoi figli spericolati e scapestrati. È arrivato il momento di far capire che stare sul mercato è una cosa seria e richiede correttezza, professionalità e onestà. Perché poi lo Stato siamo noi che pagheremo le tasse per salvare quelle catapecchie che sono ormai diventate le banche del nostro Paese.

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Le quotazioni di Borsa e spread del 9 gennaio 2020

La giornata di Piazza Affari e degli altri listini europei. In attesa di Wall street. La diretta dai mercati.

Apertura in rialzo per la Borsa italiana l’8 gennaio. Con gli investitori che confidano nel fatto che non ci sarà escalation tra Usa e Iran. Positive anche le Borse europee con Francoforte che corre (+1,16%) grazie al dato sulla produzione industriale tornato positivo. Bene anche Parigi (+0,59%) e Londra (+0,44%).

SPREAD STABILE A 162,3 PUNTI BASE

Lo spread tra Btp e Bund apre stabile. Il differenziale è a 162,3 punti base, dai 162 della chiusura di ieri, con un tasso di rendimento per il decennale italiano dell’1,41%.

SU I LISTINI ASIATICI

Intanto è rally per i listini asiatici sull’onda del recupero di Wall Street, dopo che le quotazioni del greggio hanno annullato la recente corsa, grazie ai toni tutto sommato moderati usati da Donald Trump sull’Iran, che hanno allontanato i timori di un inasprimento del conflitto armato. Tokyo ha messo a segno un rialzo del 2,31% e a seduta ancora in corso è bene intonata anche Hong Kong (+1,28%). Bene hanno fatto i listini cinesi di Shanghai (+0,91%) e Shenzhen (+1,76%) mentre sono stati diffusi i dati sull’inflazione e in attesa della visita del capo negoziatore Liu He a Washington fra il 13 e il 15 gennaio per l’accordo sui dazi. Forte anche Seul (+1,63%).

I MERCATI IN DIRETTA

9.20 – CORRE FRANCOFORTE, BENE ANCHE PARIGI

Avvio all’insegna dei rialzo per i listini europei. In un clima rasserenato sull’evoluzione dello scontro Usa-Iran corre Francoforte (+1,16%) grazie al dato sulla produzione industriale tornato positivo a novembre dopo due mesi di cali. Bene anche Parigi (+0,59%) e, con meno impeto, Londra che alle prime battute segna un rialzo dello 0,44%.

9.10 – APERTURA IN RIALZO PER LA BORSA DI MILANO

Avvio positivo per Piazza Affari. L’ indice Ftse Mib segna un rialzo dello 0,62% a 23.979 punti a ridosso della soglia 24.000.

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Lo spread e la Borsa italiana del 6 gennaio 2020

Partenza negativa per Piazza Affari e mercati Europei. Lo spread apre stabile.

Apertura negativa per la Borsa di Milano e i mercati europei il 6 gennaio. Sull’onda lunga delle perdite registrate a Tokyo e in Asia nel primo giorno di contrattazioni dell’anno per il Giappone, anche Piazza Affari cede pesantemente. Apertura stabile, invece, per lo Spread Apertura stabile per lo spread Btp-Bund: il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco segna 163 punti base, sul livello della chiusura di venerdì. Il rendimento del Btp decennale scende all’1,32%.

9:39 – ANCORA CALI IN EUROPA. Dopo una partenza debole ma senza scosse, corrente di vendite sulle Borse europee: Francoforte è la peggiore e cede l’1,6%, Milano l’1,3% con l’indice Ftse Mib e Parigi l’1,1%, mentre Londra prova a contenere le perdite con un calo dello 0,7%. In Piazza Affari scivolano Unicredit e Banco Bpm che cedono oltre il tre per cento, deboli tutti gli industriali (Pirelli -2,9%), bene sempre Eni che sale dell’1,6% sulla corsa del prezzo del petrolio.

9:06 – TUTTA EUROPA NEGATIVA. Mercati azionari del Vecchio continente tutti negativi in avvio: Londra ha aperto in ribasso dello 0,5%, Francoforte dell’1% e Parigi dello 0,7%.

9:02 – MILANO PARTE MALE. Avvio negativo per Piazza Affari: il primo indice Ftse Mib segna una perdita dello 0,55%, l’Ftse It All-Share un calo dello 0,50%.

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Quello che Visco fa finta di non capire

Il governatore di Bankitalia non dice bugie, ma omette. Palesando problemi nella distinzione tra malafinanza e finanza inefficiente.

In un paese che non cresce e che non crescerà nei prossimi anni, la funzione del sistema bancario diventa ancor più determinante. Semplicisticamente, nelle fasi di stagnazione, per sostenere l’economia produttiva si ha bisogno di credito. La Bce ha rivisto al ribasso la crescita del Pil nell’eurozona nel 2020 (solo +1,1%) e uno studio del Pardee Center della Università di Denver afferma che nel 2100 il Pil dell’Italia sarà al 23esimo posto nel mondo. Altro che G8. Il nostro Pil varrà un misero 0,82% di quello mondiale, contro il 2,55% di oggi. Davanti all’Italia in rapporto al PIL ci saranno anche paesi come l’Indonesia, la Nigeria, l’Iraq, il Pakistan, l’Etiopia, la Tanzania, e l’Uganda. La decrescita europea non crea benessere ma povertà, i flussi di ricchezza si spostano verso oriente ed il nostro Pil perde slancio. Poca innovazione, poca flessibilità e troppa burocrazia. La ricerca di un nuovo benessere può passare anche da una decrescita ma solo con una sana politica del credito. In questo scenario cosa fa il governatore della Banca d’Italia? Lo struzzo. Facendo finta di non capire.

L’ARCHETIPO DEL BANCHIERE ITALIANO

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è l’archetipo del banchiere e bancario italiano: non dice bugie ma omette. L’omissione è la regola. Anche in occasione della intervista rilasciata al Corsera il numero uno di palazzo Koch ha ribadito che «queste banche (quelle in crisi) rappresentavano, nel complesso, il 10% degli attivi totali, il che vuol dire che il restante 90% ha fatto fronte alle gravissime conseguenze della crisi dell’economia reale». L’arte del minimizzare è spesso l’unica arma che hanno tra le mani i perdenti. È l’ atteggiamento che ha avuto Visco (e alcune penne di sistema) che difende un mondo che presenta ormai più buchi di una fetta di formaggio svizzero. È vero che solo le banche che rappresentavano il 10% degli attivi totali ha manifestato pubblicamente lo stato di crisi. Visco non ha detto una bugia. Ma ha dimenticato di aggiungere, ecco la strategica omissione, che il sistema bancario nella sua interezza ha evidenziato una palese inefficienza più volte ribadita ed analizzata su queste colonne.

LA DIFFERENZA TRA MALAFINANZA E INEFFICIENZA

Ancora oggi si fa fatica a capire la differenza tra malafinanza (bilanci falsi, politiche commerciali violente, abusi sui clienti, corruzione, collusione, ecc.) dalla finanza inefficiente. Quella finanza che non riesce più a fare ricavi e che produce utili (pochi) solo attraverso il contenimento dei costi, quella che continua a fare credito con modelli di analisi superati, quella che non si è ancora accorta dell’arrivo della fintech e dei mostri (Yahoo, Amazon, Google, Facebook, ecc) , quella che ha perso completamente il capitale di fiducia dei clienti, quella con un management obsoleto e vecchio (che non è la stessa cosa). Basta guardare l’andamento del Ftse Italia All Share Banks, l’indice settoriale delle banche italiane quotate, per capire quanto le politiche gestionali dei banchieri nostrani hanno inciso sulla capitalizzazione (il valore di mercato delle azioni in circolazione) complessiva del sistema. A fine 2009 l’indice valeva circa 21.640 punti, oggi vale 9.440 punti. Il 56% di riduzione di valore. E di chi è la responsabilità? Il regolatore dovrebbe ripensare forse ad un modello di sistema bancario più coerente con la nostra economia? Ne riparleremo presto.

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