Il complottista Agamben, la triste deriva del filosofo

La diffusione del Covid-19 secondo il pensatore sarebbe un laboratorio per preparare nuovi assetti politici e sociali di stampo illiberale. Ma in questo Zibaldone dalla quarantena finiscono anche il ritorno della cabina di regia in formato XL e la retorica sfacciata del «Siamo un grande Paese».

Riunione di ministri europei: tutti vogliono essere mediatori. Ma se tutti vogliono mediare, chi resterà a contendere? Al massimo ci potrebbe essere una contesa tra mediatori. Ma in quel caso chi dovrà mediare?

Quando si abbatte una sciagura collettiva, le traversìe individuali sbiadiscono, si scolorano, tendono a diventare insignificanti? Non credo. Anzi, è come se ne venissero alimentate, come quando un grande incendio finisce per accendere una miriade di piccoli fuochi e ne tiene viva la fiamma. Proiettati sullo sfondo di grandi drammi collettivi, i drammi personali è come se trovassero un vigore inatteso, in virtù di una raddoppiata vigilanza sulla propria interiorità e sul proprio destino.

Non sarà più accettabile in futuro che vi siano due politiche per l’Italia: una ufficiale e una sottobanco, una basata sugli incentivi e una basata sul soccorso, una fatta di investimenti e una fatta di mance. L’esistenza di due politiche ha fatto dell’Italia un Paese bifronte: volitivo e lacrimoso. E non parliamo di solidarietà. Quella è doverosa ma è un’altra cosa rispetto alla commiserazione.

RIDICOLO PENSARE IL COVID AI CONFINI

Puškin nel Boris Godunov fa dire a un suo personaggio: «Prendere provvedimenti immediati per far sì che nessuna anima viva passi la frontiera, che nessun libro la varchi». L’Unione Sovietica aveva preso sul serio la faccenda e tentò per anni e anni di impedire ai libri di uscire dal Paese, nonché di entrarvi. Il risultato lo conosciamo. In Russia si leggeva un po’ di tutto e dalla Russia arrivava in Occidente un po’ di tutto. Compresi alcuni noti capolavori. Oggi si vorrebbe bloccare ai confini il Covid-19, politicamente sgradito. La pretesa suona ridicola. In un’epoca in cui ogni anno si muovono due miliardi di persone i virus viaggiano come pazzi, molto di più e molto più in fretta del povero Phileas Fogg che ci mise la bellezza di 80 giorni a fare il giro del mondo.

IL RITORNO DELLA TESSERA ANNONARIA

Con altro nome ritorna la tessera annonaria, già in vigore in Italia dal 1940 al 1949 per far fronte alla povertà. Commento del mio amico Gianni, storico e filologo: il dado è tratto, il brodo è pronto. Tra i bollettini della Protezione Civile e i lugubri aggiornamenti che riempiono i quotidiani, ogni tanto una bella notizia: Eros Ramazzotti, 56 anni, ha ricominciato ad amare.

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Mi viene in mente la distinzione che fa lo scrittore Meneghello tra vère-intorno (fame, spissa, rabia, febre) e il semplice vère (avere). Vère-intorno viene detto delle affezioni persistenti, difficili da scrollarsi di dosso. Go intorno un Covid-19…

C’È ANCORA VITA NEI CONDOMINI?

C’è vita nei condomìni? O ne sono rimasti lacerti, reliquie, frammenti? Non si sentono più nemmeno i solerti peruviani che facevano settimanalmente le pulizie. Ci sono, ma sono diventati leggeri come piume. E i bambini? Non gridano, non litigano, non sbattono le porte, non schiamazzano, non piangono. E la signora che friggeva ogni giorno, e quella che litigava col marito per i programmi tivù, e quello che aveva trasformato il garage in un’officina, e il sussiegoso avvocato, e il professore ipocondriaco: dove sono finiti?

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La vita continua ma si è trasferita in un gigantesco acquario, da cui non provengono rumori ma solo remoti gorgoglìi. Ogni tanto l’eco di uno sciacquone, lo spasmo di una tubatura, lo scricchiolio rabbrividente di una saracinesca. Poi il tramonto, cinereo e muto. E la notte, con i fischi dei treni che passano vuoti.

UNA CABINA DI REGIA CHE È UN’ASSEMBLEA POPOLARE

Si ripropone una vecchia soluzione tecno-politica: la cabina di regìa. Ne dovrebbero far parte l’esecutivo, l’opposizione, i sindacati, le imprese, le associazioni, le autonomie locali, la Protezione Civile, le forze dell’ordine ecc. A spanne circa una cinquantina e passa di persone. Sarebbe il cosiddetto “gabinetto di guerra” contro il coronavirus. Ma il “gabinetto di guerra” di Winston Churchill durante il secondo conflitto mondiale era composto di pochissimi membri. La nostra cabina di regia assomiglia invece a un’assemblea popolare. A cosa può servire un organismo così pletorico ed eterogeneo? A poco, temo. L’allargamento della rappresentanza, la ferma tutela dei meccanismi democratici, sono essenziali in tempi di pace, ma in una situazione di emergenza sono degli impacci, qualora si debbano prendere decisioni rapide e improcrastinabili. A proposito, si parla di “cabina di regia” anche in Vaticano. Ma l’Altissimo, che in fatto di decisioni rappresenta l’istanza assoluta, come la prende?

LA DERIVA DI GIORGIO AGAMBEN

Ho incontrato (intellettualmente) Giorgio Agamben una quarantina d’anni fa. Lessi un suo libro originale e pieno di spunti filosofico-letterari (Stanze). Mi capitò di leggere qualcos’altro di suo, poi i miei interessi mi portarono altrove. Lo ritrovo oggi tra i più accesi sostenitori della teoria del complotto virale contro l’umanità. La diffusione del Covid-19 secondo Agamben non sarebbe che un laboratorio per preparare nuovi assetti politici e sociali di stampo illiberale. La cosa non mi fa sorridere, mi rattrista. Chissà cosa gli è successo. Per dare più consistenza a quel che dice tira fuori Montaigne. Lo faccio anch’io, ricordando come per Montaigne la cosa più importante fosse la salute, tanto che, diceva, le si può dedicare la vita per ottenerla, poiché senza di essa l’esistenza è penosa e fastidiosa. Del resto anni fa Agamben intervenne per dichiararsi fermamente contrario allo ius soli in base a una sottile argomentazione (che lo apparentava de facto a Salvini, La Russa, Feltri ecc.): e che cazzo se ne fa uno della cittadinanza?

ALLA FINE TUTTO TORNERÀ COME PRIMA

Nulla sarà più come prima. Non lo so. Continuo a pensare invece che quasi tutto (passata ‘a nuttata..) potrebbe restare come prima. Ci saranno l’Inps (per forza), la scuola (più alleggerita, più informatizzata), il debito pubblico, i week-end, i barbecue, gli amori extra-coniugali, i libri (più e-book), l’inquinamento in Val Padana, il teatro, il cinema, Luigi Di Maio, Poltrone e Sofà e il Maurizio Costanzo Show. Cambieranno certe modalità, ma la sostanza sarà quella di prima. Le cose in fondo non sono cambiate nemmeno dopo due guerre mondiali e alcune decine di milioni di morti, perché dovrebbero mutare radicalmente per alcune centinaia di migliaia di decessi a causa di una febbre virale? In una famosa poesia di Auden si descrive cosa accade durante e dopo un memorabile evento mitologico. Icaro sprofonda in mare dopo che le sue ali di cera si sono sciolte al calore del sole. Ma una nave di passaggio, incurante, continua la sua rotta, i contadini indifferenti proseguono il lavoro nei campi, i bambini restano intenti ai loro giochi.

RISCOPRIAMO IL VALORE DEL RIUTILIZZO

In un mondo che si era abituato a buttar via qualsiasi cosa avesse smesso di funzionare, anche solo provvisoriamente, bisognerà invece reimparare il valore della manutenzione, della conservazione, del riutilizzo. Un piccolo industriale vicentino che fabbricava corde per ukulele ha riconvertito la propria produzione e si è messo a sfornare cavetti necessari ai respiratori della terapia intensiva. È un bell’esempio. Le cose vanno riprogettate, preservate dal corrompimento e dalla dissoluzione. Ci stiamo accorgendo che un modello economico basato sulla rapida deperibilità di ciò che si produce ha generato un mondo senza volto, senza futuro, senza pace.

L’INUTILE ENFASI DEL SIAMO UN GRANDE PAESE

C’è un’enfasi nel sentirsi dire ogni due minuti «Siamo un grande Paese» che fa venire il latte alle ginocchia. Se sei davvero grande non lo dici, se lo dici è perché sei piccolo e vuoi sentirti grande. Tra gli slogan in uso è uno dei meno felici, come quell’altro «l’Italia non si ferma» (si è fermata, eccome!), entrambi irreali, supponenti, vagamente sfacciati. È l’inveterata abitudine dell’italiano ad autocommentarsi: guarda come sono bravo a fare questa cosa! Falla e basta. Scatta invece il bisogno del consenso, di un surplus di legittimazione. Non escludo che in una delle prossime uscite il premier Giuseppe Conte porga sorridente le orecchie agli astanti come fanno i calciatori dopo un gol.

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Il pensiero del filosofo Hegel accessibile a tutti

Le teorie del tedesco spiegate in termini chiari. Ripercorrendone lo sviluppo attraverso i contenuti delle opere principali. Un estratto del libro di Vladimiro Giacché.

Nel libro Hegel. La dialettica (Diarkos 2020, 2018 pagine, 18 euro) il pensiero del filosofo tedesco è spiegato in termini chiari e accessibili, ripercorrendone lo sviluppo attraverso i contenuti delle opere principali, per poi offrire un rapido quadro d’insieme della fortuna delle teorie hegeliane presso i filosofi successivi.

Il capitolo conclusivo (Pensare con Hegel) propone una lettura originale delle principali caratteristiche della filosofia hegeliana, con particolare riferimento ai concetti di “dialettica” e “contraddizione”, ed esamina alcuni importanti utilizzi successivi delle categorie hegeliane. Il testo è accompagnato da un’ampia antologia di pagine di Hegel e dei suoi critici, che consentono un confronto diretto con la filosofia del pensatore tedesco. Di seguito l’estratto.

UNA FINE E UN INIZIO

«La fine di qualcosa»: così il grande pianista canadese Glenn Gould, rivolgendosi al pubblico prima dell’inizio di uno dei suoi più straordinari concerti, definì la musica di Bach. Il pensiero di Hegel rappresenta l’ultimo grande tentativo sistematico della storia della filosofia, un’ambizione che già la generazione di filosofi successiva abbandonò. Da questo punto di vista la filosofia hegeliana è davvero anch’essa «la fine di qualcosa». Ma d’altra parte è innegabile che il pensiero di Hegel abbia esercitato un’enorme influenza sui filosofi successivi. Alcuni aspetti della sua filosofia hanno esercitato un potente influsso sulla storia – non soltanto del pensiero – sino ai giorni nostri. La filosofia di Hegel è quindi sia una fine che un inizio.

HEGEL E NOI

È normale che sia così. il pensiero di Hegel, al pari di quello di tutti i grandi pensatori, fa parte del patrimonio culturale dell’umanità. Allo stesso modo di un monumento storico, di un dipinto, di un brano musicale. In quanto tale, fa parte di una storia. Ma il suo significato non si esaurisce in essa, eccede ogni interpretazione – e proprio per questo è in grado di parlare a generazioni diverse, di divenire alimento di un nuovo pensiero. Il pensiero di Hegel fa parte anche di noi, perché è inserito nella tradizione culturale in cui noi stessi pensiamo. Talvolta ridotto a frammenti, a singoli concetti, a frasi isolate, ma comunque già presente in noi inconsapevolmente anche prima dell’inizio di ogni lavoro interpretativo. Del resto proprio Hegel, che pur negava che un singolo enunciato fosse in grado di esprimere una verità filosofica, aveva una spiccata capacità – sconosciuta ad altri filosofi – di condensare pensieri in brevi sentenze. Frasi quali «Tutto ciò che è reale è razionale», «Il vero è il tutto», sono familiari anche a chi non abbia studiato approfonditamente il suo pensiero. (…)

IL RAZIONALISMO DI HEGEL

Hegel ritiene che la ragione sia in grado di comprendere la realtà. Ma come si perviene alla verità? Hegel rifiuta tre strade battute dalle filosofie precedenti. Innanzitutto, la verità non si trova all’inizio della filosofia: alla verità non si perviene attraverso l’intuizione, con un “colpo di pistola” immediato, attraverso il misticismo; la verità è cosa del tutto diversa dal sapere profondo e incomunicabile caro a certi romantici. Inoltre, la verità non coincide neanche con le evidenze dell’esperienza quotidiana e del senso comune (che per Hegel sono “rappresentazioni” e non “concetti”). La verità, infine, non è neppure una costruzione deduttiva/assiomatica (come quelle della matematica o della logica simbolica). Per Hegel la verità è invece il risultato di un approfondimento, di uno scavo nelle implicazioni delle categorie del pensiero, dalle più semplici alle più complesse, in un processo in cui le prime rimandano, conducono (e secondo Hegel necessariamente) alle seconde: l’insufficienza di una categoria ci spinge a passare a categorie più adeguate alla conoscenza del reale. Possiamo quindi dire che la verità sia un punto di arrivo? Sì, ma un punto di arrivo che deve tenere presente anche il percorso che ha condotto a esso. Per Hegel infatti la verità è sistema, è il completo dispiegarsi dell’insieme delle categorie: in questo senso Hegel afferma che “il vero è l’intero” (das Ganze, “il tutto”).

OLTRE LA SEMPLICE CONTRAPPOSIZIONE VERO/FALSO

Per questo motivo Hegel considera la stessa contrapposizione di vero e falso come una opposizione di carattere intellettualistico. Questa concezione è applicata da Hegel alla storia della filosofia nel suo complesso. Nella storia dei sistemi filosofici il vero non è contrapposto al falso: al contrario, gli è realmente superiore in quanto lo ricomprende entro di sé, nell’ambito della propria cornice intellettuale. Qui c’è, potremmo dire, un esercizio di “egemonia” da parte della forma di pensiero superiore, che capisce i punti di forza dell’avversario (ossia della filosofia precedente che sta confutando), li ricomprende e metabolizza, relativizzandoli e rendendoli parte del proprio sistema di pensiero. “Principio della vera filosofia», afferma Hegel, «è il contenere in sé tutti i princìpi particolari». Quello che vale per la storia della filosofia vale anche per i singoli concetti. Secondo il metodo della “negazione determinata” i concetti precedenti si rivelano insufficienti, ma non sono negati, azzerati: al contrario ne risulta un concetto nuovo “superiore e più ricco” di quello superato. Un esempio paradigmatico di questo modo di procedere è rappresentato dalle prime categorie della Scienza della logica.

UNA FILOSOFIA SISTEMATICA

Il pensiero di Hegel è sistematico, mira alla costruzione di un “sistema della scienza” capace di abbracciare la realtà nel suo insieme in uno sguardo sintetico e unitario: per Hegel «un filosofare senza sistema non può essere scientifico». Hegel è l’ultimo filosofo che abbia nutrito quest’ambizione e sia riuscito a perseguirla costruendo un complesso edificio sistematico. Il sistema filosofico che ha in mente Hegel è un insieme di sottosistemi (logica, filosofia della natura, filosofia dello spirito), ciascuno relativamente chiuso in sé: Hegel a questo riguardo nell’Enciclopedia parla di «un circolo di circoli», proprio per trasmettere la relativa compiutezza in sé di ciascuna delle tre sfere che compongono il sistema più complessivo. Il sistema, come esposto da Hegel nella sua Enciclopedia, include i “concetti fondamentali delle scienze particolari” e non entra nel dettaglio di esse. Quindi certe polemiche antihegeliane, incentrate sulla presunta intenzione del filosofo tedesco di insegnare il loro mestiere agli scienziati, sono fuori bersaglio. La questione essenziale è però un’altra: è in generale praticabile questo approccio sistematico al conoscere nel suo complesso? La filosofia successiva a Hegel ha, con poche eccezioni, risposto negativamente a questo interrogativo.

L’AUTORE: VLADIMIRO GIACCHÉ

Vladimiro Giacché (La Spezia, 1963) ha studiato all’Università di Pisa e alla Scuola Normale, dove si è laureato e perfezionato in filosofia, e presso lo Hegel-Archiv della Ruhr-Universität di Bochum (Germania). È autore della monografia Finalità e soggettività. È autore, assieme a Giorgio Tognini, di un manuale di storia della filosofia per i licei (La filosofia. Storia e testi). Le sue opere più recenti riguardano principalmente temi economici. Si ricorda in particolare Anschluss – L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, tradotta in diverse lingue e di cui nel 2019 Diarkos ha pubblicato la nuova edizione italiana. Ha curato edizioni degli scritti economici di K. Marx (Il capitalismo e la crisi) e Lenin (Economia della rivoluzione). Lavora nel settore finanziario. È presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo.

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Morto il filosofo Emanuele Severino

Stava per compiere 91 anni. È stato uno dei più grandi pensatori del 900. E nei suoi libri ha sempre cercato di dimostrare che tutto, anche le cose più insignificanti, sono eterne per necessità.

Il filosofo Emanuele Severino è morto. Nato a Brescia il 26 febbraio 1929, stava per compiere 91 anni. La sua scomparsa risale al 17 gennaio, ma la notizia si è diffusa soltanto oggi.

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Severino è stato uno dei più grandi pensatori del 900. Nelle sue lezioni ripeteva spesso: «Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla gioia, ma alludo al superamento di ogni contraddizione che attraversa la nostra vita, perché siamo costantemente nello squilibrio e nell’instabilità. Non ci attende la reincarnazione o la resurrezione, ma qualcosa di infinitamente di più».

Il suo era un pensiero radicale, che lo ha portato a entrare in conflitto con la Chiesa cattolcia. Al punto che nel 1968, quatto anni dopo aver pubblicato Ritornare a Parmenide, su sua richiesta venne aperto un processo dall’ex Sant’Uffizio, che dichiarò la sua filosofia incompatibile con il cristianesimo. E pensare che tra i suoi allievi ci fu anche Angelo Scola, futuro cardinale di Milano.

Oltre che a Parmenide, Severino faceva riferimento ad Aristotele, Eraclito, Hegel, Nietzsche, Leopardi. Per il filosofo bresciano l’Occidente viveva nel nichilismo, ovvero nella convinzione che le cose, tutte le cose, escono dal nulla e al nulla fanno ritorno. Ma nei suoi libri ha sempre cercato di dimostrare che tutto, anche le cose più insignificanti, sono eterne per necessità.

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