Trailer e recensione di Gemini Man

Gli effetti speciali sono l'unica cosa da salvare nell'ultimo film di Ang Lee. La trama è banale e lacunosa e le tematiche affrontate trite e ritrite. Insomma un'occasione persa.

Effetti spettacolari ma una trama piatta e senza particolari guizzi. Si può dire che Ang Lee con Gemini Man abbia perso un’occasione. Il destino del sicario Henry Brogan, interpretato da Will Smith, è prevedibile fin dai primi minuti. L’entrata in scena dell’agente inviato per eliminarlo, un suo clone 20enne, dà il via a inseguimenti, sparatorie, “riflessioni” e confronti con un padre-creatore ben poco credibile nel ruolo del villain.

La locandina di Gemini Man.

GLI EFFETTI SPECIALI NON BASTANO

L’High Frame Rate a 60 fotogrammi al secondo e l’abbondante uso di computer grafica – che offrono un’ottima qualità dell’immagine ed effetti curati – rendono se possibile ancora più stridente il contrasto con la sceneggiatura lacunosa e banale di Darren Lemke, più volte riscritta, e a cui messo mano anche uno dei coautori de Il Trono di Spade, David Benioff. I temi trattati – dal doppio alla ricerca del soldato perfetto, dal rapporto figlio-padre a quello maestro-allievo, temi questi ultimi cari ad Ang Lee – non solo sono triti e ritriti ma non sono nemmeno affrontati da una prospettiva inedita.

Regia: Ang Lee; genere: azione (Usa, 2019); attori: Will Smith, Mary Elizabeth Winstead, Clive Owen, Benedict Wong.

GEMINI MAN IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ami i progetti sci-fi altamente spettacolari.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti almeno un briciolo di tensione.

CON CHI VEDERLO: con i fan di Will Smith. Meno con quelli di Ang Lee.

PERCHÉ VEDERLO: per le nuovissime tecnologie di ripresa.

LA SCENA MEMORABILE: La scoperta inquietante dell’identità di un nemico avvolto dalle fiamme.

LA FRASE CULT: «So perché è bravo come te: lui è te».

Gemini Man è l’ultimo film del regista taiwanese Ang Lee.

1. LA FILOSOFIA DI WILL SMITH

Will Smith ha accettato il ruolo del protagonista di Gemini Man perché affascinato da uno dei temi affrontati dal film: ognuno di noi può essere il peggior nemico di se stesso e fonte della propria distruzione.

2. INDICAZIONI SU MISURA

Ang Lee ha riguardato tutti i film di Will Smith studiandone l’interpretazione. Una volta sul set l’attore ha ricevuto indicazioni precise, letteralmente su misura.

Will Smith in una scena.

3. IL CINEMA CHE VERRÀ

L’obiettivo dichiarato del regista taiwanese era quello di modificare l’esperienza cinematografica sfruttando nel migliore dei modi le nuove tecnologie. A partire dal 3D Hfr, provato per la prima volta in Billy Lynn – Un giorno da eroe (2016). Missione quasi compiuta visto che James Cameron girerà in 3D Hfr il sequel di Avatar.

4. LA GENESI DI JUNIOR

Il personaggio di Junior è stato creato totalmente in digitale prendendo ispirazione da alcuni spezzoni dei vecchi film di Will Smith e unendo al materiale delle scene girate in motion capture e con controfigure.

5. LA PROMOZIONE CON ROVAZZI

Per il lancio del film è uscito su YouTube uno sketch di Fabio Rovazzi – invitato alla premiére di Gemini Man a Budapest – “costretto” per un “errore di prenotazione” a dividere la stanza l’albergo con Will Smith.

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È morto Robert Forster, l’attore feticcio di Tarantino

Da tempo malato si è spento all'età di 78 anni. Tra i suoi ruoli principali quello in Jackie Brown, per cui ricevette una candidatura all'Oscar, e in Breaking Bad.

È morto nella sua casa di Los Angeles all’età di 78 anni a causa di un tumore cerebrale Robert Forster, attore statunitense conosciuto al grande pubblico per il ruolo di Max Cherry nel film Jackie Brown del regista Quentin Tarantino. Un ruolo importante che lo portò a ottenere nel 1997 una candidatura agli Osca come attore non protagonista. Negli anni 2000 Forster era tornato alla ribalta per la sua partecipazione alla pluripremiata serie televisiva Breaking Bad e al suo sequel El Camino.

Nato a New York nel 1941 aveva frequentato la Bachelor of Arts presso l’Università di Rochester, nella quale si laurea in Storia nel 1964. Forster aveva iniziato come attore a partire dagli Anni 60. Lo fece a fianco di mostri sacri come Marlon Brando e Liz Taylor in Riflessi in un occhio d’oro, pellicola girata da John Huston nel 1967.

LA FILMOGRAFIA DI ROBERT FORSTER

La sua maggiore filmografia risale tuttavia agli Anni 70 dove in un decennio ha partecipato a 19 pellicole. Tra la l’inizio degli Anni 80 e i primi Anni 2000 i suoi titoli più importanti come The Black Hole (1979), Alligator (1980) e Delta Forze (1986). Poi la consacrazione con Jackie Brown, ruolo che gli consegnò anche il titolo di attore feticcio di Tarantino. Negli Anni 2000 aveva partecipato con ruoli secondari anche ai due capitoli di Attacco al potere e a pellicole umoristiche come Io, me & Irene e La rivolta delle ex. Negli ultimi periodi, prima che la malattia avesse la meglio, era apparso nella nuova stagione di Twin Peaks e in Breaking Bad. La sua ultima apparizione è proprio nel film sequel El Camino che da venerdì 11 ottobre è disponibile su Netflix.

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Trailer e recensione di Joker

Il film di Todd Phillips ricostruisce il passato dell'anti-eroe per eccellenza. Il risultato è un viaggio introspettivo disturbante reso memorabile dall'interpretazione di Joaquin Phoenix. Da vedere.

Joker dopo aver conquistato il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, punta all’Oscar grazie alla performance memorabile di Joaquin Phoenix nel ruolo dell’iconico villain di cui si raccontano le origini. Il regista Todd Phillips passa così dalle commedie (sua la saga di Una notte da Leoni) a un dramma psicologico. Joker racconta la discesa agli inferi di Arthur Fleck e la sua successiva ascesa a leader di una rivolta sociale violenta alimentata dalle ingiustizie della Gotham City primi Anni 80.

Un primo piano di Joaquin Phoenix.

Fleck è cresciuto senza padre e solo con la madre malata. Vittima di bullismo, è convinto di dover sempre essere felice e nutre il sogno di diventare comico. La follia prende poi il sopravvento. Il confronto con la figura del presentatore televisivo interpretato da Robert De Niro è indimenticabile e la presenza della star nel cast richiama pellicole come Taxi Driver e King of Comedy. Una cosa è certa: questo Joker pur ispirandosi ai fumetti risulta fortemente ancorato alla realtà e lascia decisamente il segno.

Regia: Todd Phillips; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy.

JOKER IN PILLOLE

PERCHÉ VEDERLO: per riflettere sulle origini della violenza nella società e per l’interpretazione di Phoenix.

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film drammatici che analizzano la psiche umana.

DEVI EVITARLO SE: speri di assistere a un adattamento fedele dei fumetti.

CON CHI VEDERLO: insieme a chi odia i cinecomic, per apprezzare un approccio meno convenzionale al genere.

LA SCENA MEMORABILE: Arthur scende le scale dopo la sua trasformazione interiore.

LA FRASE CULT: «Ho sempre pensato alla mia vita come una tragedia, adesso vedo che è una commedia»

Joker di Todd Phillips ha vinto il Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia.

1. LA TRASFORMAZIONE DI JOAQUIN

Joaquin Phoenix si è preparato per interpretare il ruolo scrivendo, proprio come il personaggio di Arthur, un diario in cui annotava pensieri, idee, disegni e riflessioni. Per entrare ancora meglio nel personaggio, ha perso quasi 25 chili.

2. UNA STORIA DESTINATA A CONCLUDERSI?

Joker, ha messo in chiaro Phillips, non è stato ideato per avere un sequel, essendo un progetto totalmente dedicato alle origini dell’anti-eroe. Eppure il regista aveva ammesso in precedenza che se Phoenix fosse stato disponibile e la Warner interessata, sarebbe stato felice di proseguire il racconto.

Nel cast anche Robert De Niro nei panni di un presentatore televisivo.

3. I TIMORI LEGATI ALL’ARRIVO NELLE SALE USA

Negli Stati Uniti l’arrivo della pellicola nelle sale ha scatenato le polemiche. Ancora vivo è il ricordo della strage di Aurora, in Colorado. Nel luglio del 2012 il 24enne James Holmes che si identificava col Clown Principe del Crimine aprì il fuoco in un multiplex durante la prima de Il cavaliere oscuro – Il ritorno uccidendo 12 persone e ferendone 59. Alcune famiglie delle vittime hanno chiesto alla Warner di compiere azioni concrete per contribuire a «costruire comunità più sicure e con meno pistole». La Warner ha risposto che «né il personaggio di finzione Joker, né il film sono un endorsement a qualunque tipo di violenza del mondo reale». Intanto però il cinema teatro della strage ha deciso di non proiettare il film e alcune grandi catene di sale hanno vietato l’ingresso a chi si presenterà truccato, con la maschera, o con il costume del personaggio.

Joker racconta la storia dell’anti-eroe per eccellenza.

4. LA POTENZA DELLE IMMAGINI

Il direttore della fotografia Lawrence Sher, alla sua sesta collaborazione con Phillips, ha detto di essersi ispirato al cinema muto raccontando visivamente il personaggio senza dipendere dai dialoghi. Il regista dal canto suo ha sottolineato: «Si potrebbe persino guardare il film in silenzio e avere lo stesso impatto emotivo, perché la performance di Joaquin è misurata e dice tanto senza dire una parola».

5. TRA I FAN DI JOKER ANCHE L’EX BATMAN

L’interpretazione di Phoenix è stata particolarmente apprezzata dall’ex Batman Christian Bale. L’attore in un’intervista ha detto di ritenere il collega molto coraggioso per aver accettato la parte dopo la versione memorabile di Heath Ledger.

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Andrea Segre racconta Marghera in “Il pianeta in mare”

Un territorio con una bellezza nascosta. Ma intensa. Fatta di cantieri, di visi, di lavoro. Di storie e solitudini che intrecciate restituiscono uno specchio di Venezia. E di Italia. Una chiacchierata con il regista.

«Verità è bellezza». E viceversa. Quanta ragione avesse a scriverlo due secoli fa il poeta inglese John Keats balza agli occhi di chi, a partire da questo week end di debutto nelle sale, può scoprire Il pianeta in mare, nuovo documentario di Andrea Segre, veneziano di Dolo, 43 anni, già autore di La Prima neve e Io sono Li.

Il regista Andrea Segre, nato a Dolo.

MARGHERA, L’ALTRA FACCIA DI VENEZIA

Il pianeta di cui si narra nel lungometraggio prodotto da ZaLab, con la partnership di Banca Etica, è infatti Marghera. Che non è come dire piazza San Marco, trattandosi piuttosto del gigantesco e sferragliante polo industriale germinato durante lo scorso secolo nel territorio di Mestre. «Ma è pur sempre Venezia», precisa a Lettera43.it Andrea Segre, «città di cui rivela un volto meno noto, ma non per questo meno affascinante».

Ed eccoci alla bellezza. Che qui non si libra sui ponti sospesi del centro storico, eppure palpita lo stesso nelle ciminiere, lungo i dock e dentro i cantieri di un sito altrettanto unico al mondo, la cui forza di verità appartiene alla storia, economica e sociale, del 900 italiano.

VIAGGIO NEL VENTRE DELLE GRANDI FABBRICHE

«Sin da piccolo sono stato colpito dalla diversità di Marghera rispetto a tutto il resto del territorio veneziano», racconta Segre. «Nello stesso tempo coglievo il ruolo assunto dal luogo nell’identità di una città la cui storia si basa sui commerci, sui viaggi mercantili. In questo senso Marghera è più che mai Venezia, anche se sprigiona un tipo di bellezza assolutamente diversa da quella di un canal Grande».

Una scena de Il pianeta mare in uscita nei cinema.

Da qui si capisce come la forza visiva de Il pianeta in mare derivi proprio dalla scoperta di Marghera, vissuta dal regista stesso assieme alla troupe con cui ha girato il film. «Ovviamente, così in profondità non l’avevo mai esplorata», conferma Segre, «e confesso che certe sorprese sono state potenti. Per esempio un conto è scorgere dal di fuori le navi in costruzione ormeggiate a Fincantieri, tutt’altra cosa è entrare in questa immensa fabbrica per vedere con i propri occhi 2.500 saldatori all’opera, con i loro caschi e le loro unghie annerite dal lavoro. Si appura così che in pieno XXI secolo le navi continuano a nascere da migliaia di pezzi saldati fra loro, anche se inseriti in processi di automazione molto evoluti».

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TANTE SOLITUDINI DIVENTANO INGRANAGGI DI PRODUZIONE

Dopodiché, continua il regista, «si constata che sono operai appartenenti a 65, diverse etnie, e che ognuno di loro lavora immerso in una propria solitudine, ponendo al visitatore, e quindi allo spettatore del film, un certo numero di domande a proposito delle logiche produttive in cui sono inseriti, ma anche di un welfare, di uno stato sociale sempre più sfilacciato e incapace di relazionarsi a realtà del genere».

Una scena del documentario Il pianeta mare.

LA DELOCALIZZAZIONE VISTA DA SERPENTE

Un film di cose e di facce, Il pianeta in mare. Dove dai profili usurati degli oggetti e dai volti segnati delle persone affiora visivamente lo snodarsi di una storia con la S maiuscola intrecciata a un’infinità di minime, quanto esemplari storie. «La fortuna è di quella di imbattersi in personaggi come Serpente», continua Segre, «soprannome con cui è conosciuto un camionista veneziano di una sessantina d’anni, incontrato dalla Viola, una delle superstiti trattorie della zona». È Serpente a raccontare che negli Anni 80 e 90, quando le imprese venete delocalizzavano sistematicamente le produzioni, con il suo camion riforniva fabbriche in Romania, Albania, ex Jugoslavia. Oggi invece lavora compiendo viaggi all’inverso, cioè campa trasportando carichi dall’Est europeo a Marghera, da dove vengono smistati per le più varie destinazioni. «Ecco come si è trasformato questo porto nel corso del tempo», spiega il regista, «e con quale tipo di racconto può darci il senso del nostro presente, dei suoi legami con il passato».

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IN LAGUNA, UNO SPECCHIO DELL’ITALIA

Marghera specchio dell’Italia, oltre che di Venezia, ragione per cui Il pianeta nel mare procede attraverso immagini in cui intuire, ma mai vedere, la presenza sullo sfondo della città delle gondole e delle calli. Esprimendo in questo modo un’idea di cinema tuttora in grado di suscitare esercizio di pensiero, e non solo emozioni. Non è un caso che Andrea Segre ami individuare un proprio autore di riferimento in Francesco Rosi, grande regista italiano, autore nel 1963 di un film politico come Le mani sulla città. Per invitarci a riflettere su quali vecchie o nuove “mani”, di un certo establishment economico, nel 2019 possano dirigere, e da dove, e in quale modo, i traffici e i business di Porto Marghera.

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Trailer e recensione di Rambo: last blood

L'ultimo capitolo del franchise con protagonista Stallone è zeppo di violenza gratuita e di stereotipi. Un'occasione persa per terminare degnamente la serie.

Il film Rambo: last blood riporta in scena il personaggio, interpretato da Sylvester Stallone, la cui vita tranquilla in un ranch in Arizona viene stravolta dal rapimento della nipote “adottiva” Gabrielle (Yvette Monreal). Andata in Messico per incontrare il padre che l’ha abbandonata da bambina, la ragazza finisce nelle mani di un gruppo di trafficanti di esseri umani guidati dallo spietato Hugo Martine (Sergio Peris-Mencheta).

Rambo: last blood è il quarto capitolo del franchise.

TRA STEREOTIPI E VIOLENZA GRATUITA

Come prevedibile, la sceneggiatura, firmata da Stallone e Matthew Cirulnick, non offre una caratterizzazione approfondita dei personaggi, i “cattivi” sono stereotipati e spesso traspare l’idea che il confine statunitense tracci anche quello della civiltà. Rambo compie una discesa agli inferi ma la sua perdita totale di umanità non trova giustificazioni nella trama. Il tutto è condito da scene d’azione e horror a tratti splatter. Si perde così l’occasione di rinnovare un franchise molto amato che viene invece affossato da una regia poco ispirata di Adrian Grunberg.

Regia: Adrian Grunberg; genere: azione (Usa, 2019); attori: Sylvester Stallone, Paz Vega, Sergio Peris-Mencheta, Adriana Barraza, Yvette Monreal, Óscar Jaenada, Louis Mandylor, Joaquín Cosio, Sheila Shah, Jessica Madsen, Nick Wittman, Atanas Srebrev.

RAMBO: LAST BLOOD IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ami i film con una trama inesistente ma ricchi di azione, anche sopra le righe.

DEVI EVITARLO SE: non ami i film in cui la violenza è l’elemento principale.

PERCHÉ VEDERLO: per non perdersi l’ennesimo capitolo del franchise.

CON CHI VEDERLO: insieme agli irriducibili fan di Stallone, per vederlo ancora una volta in azione.

LA SCENA MEMORABILE: John Rambo affronta finalmente il villain del film, compiendo un gesto davvero difficile da dimenticare.

LA FRASE CULT: «Non potranno fare niente per fermarmi»

Un primo piano di Sylvester Stallone che ha co-firmato la sceneggiatura di Last Blood.

1. ROCKY E RAMBO: DUE EROI AGLI ANTIPODI

Rambo in questo ultimo capitolo ha finalmente capito che il suo scopo nella vita è proteggere chi ama, ma è consapevole che questa missione rischia di trascinarlo nella vendetta cieca. Questa, ha spiegato Sylvester Stallone, è l’idea alla base di Rambo: last blood. Il personaggio, che non ha mai superato l’essere stato trasformato in una macchina da guerra, è diametralmente opposto a Rocky, al suo ottimismo e alla sua forza di reagire.

Il film è stato bocciato dai critici per la violenza gratuita e “l’orgia di sangue”.

2. L’ULTIMO CAPITOLO DEL FRANCHISE?

Il regista Adrian Grunberg non ha dubbi: pur essendoci la base per un possibile sequel, questo capitolo concluderà definitivamente la storia di John Rambo. Il filmmaker ha inoltre aggiunto che, egoisticamente, spera che non vengano realizzati altri capitoli ritenendo questo epilogo poetico.

Rambo: the last blood è diretto da Adrian Grunberg.

3. LA PRESA DI DISTANZA DEL PAPÀ DI RAMBO

Il creatore di Rambo, David Morrell, su Twitter ha preso le distanze dal film condividendo alcune critiche che hanno tacciato Rambo: last blood di razzismo. Secondo i detrattori, poi, il film è stereotipato e zeppo di violenza ingiustificata. Morell ha semplicemente aggiunto: «Sono imbarazzato dal fatto che il mio nome sia associato al film».

4. LE SCENE TAGLIATE PERCHÉ DISTURBANTI

Come ha raccontato Stallone, molte scene brutali di Gabrielle sono state tagliate in fase di montaggio perché considerate troppo realistiche e disturbanti per il pubblico.

Yvette Monreal nel ruolo della nipote di John Rambo.

5. LA PREPARAZIONE DI YVETTE

Per prepararsi al personaggio di Gabrielle, Yvette Monreal non solo ha visto tutti i film di Rambo ma si è documentata sul traffico di esseri umani e sullo sfruttamento della prostituzione.

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Recensione e trailer del film Tolkien

Il biopic si concentra sugli anni giovanili e meno conosciuti dello scrittore britannico ma non restituisce al meglio la sua fervida immaginazione. Nicholas Hoult convincente.

Passando da un piano temporale all’altro con tratti a volte onirici, il film Tolkien di Dome Karukoski ripercorre gli anni giovanili, e meno conosciuti, del celebre scrittore e filologo britannico. Dalle trincee della battaglia della Somme, un inferno capace di generare draghi e creature fantastiche, all’amore per Edith fino all’infanzia. Rimasto orfano J. R. R. Tolkien, interpretato da un convincente Nicholas Hoult, riesce a entrare in una prestigiosa scuola privata dove stringe amicizia con Robert Gilson (Patrick Gibson), Geoffrey Smith (Anthony Boyle) e Christopher Wiseman (Tom Glynn-Carney).

Tolkien e gli amici. Dal gruppo nascerà l’idea della Compagnia dell’Anello.

Con loro fonda un club letterario segreto che sarà fonte di ispirazione per la Compagnia dell’Anello. Il film scorre, anche se la sceneggiatura di Stephen Beresford e David Gleeson lascia poco spazio all’incredibile immaginazione del protagonista – fanno eccezioni alcune scene oniriche – puntando maggiormente sui legami che hanno segnato la sua vita.

Regia: Dome Karukoski; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Nicholas Hoult, Lily Collins, Anthony Boyle, Tom Glynn-Carney, Patrick Gibson, Colm Meaney, Derek Jacobi.

TOLKIEN IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ami scoprire dettagli poco conosciuti della vita dei grandi scrittori.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti un film sorprendente, sulla scia del Signore degli anelli o Lo Hobbit.

CON CHI VEDELO: insieme agli amici fan della saga de Il Signore degli Anelli, per (ri)scoprire la vita dell’autore.

PERCHÉ VEDERLO: per apprezzare la ricostruzione storica e le interpretazioni dei protagonisti.

LA SCENA MEMORABILE: John ed Edith fuggono all’opera e si immergono nel mondo fantastico creato dalla musica.

LA FRASE CULT: «Raccontami in una storia, in qualsiasi lingua tu voglia».

La locandina di Tolkien.

1. UN BIOPIC NON AUTORIZZATO

Il film è stato realizzato senza l’approvazione della famiglia dello scrittore. Gli eredi di Tolkien hanno ribadito in un comunicato ufficiale che non hanno approvato, autorizzato e partecipato alla realizzazione del lungometraggio. Karukoski, dal canto suo, ha sottolineato di essersi documentato approfonditamente sulla vita di Tolkien, consultando esperti e materiali di archivio.

2. IL PRIMO VIAGGIO NELLA TERRA DI MEZZO DI HOULT

Nicholas Hoult ha raccontato di essersi avvicinato per la prima volta alle opere di J.R.R. Tolkien durante le riprese del film About a Boy, quando i fratelli Chris e Paul Weitz gli regalarono una copia del romanzo Lo Hobbit che conserva ancora.

Tolkien ripercorre gli anni giovanili dell’autore de Il Signore degli anelli e Lo Hobbit.

3. LE MAPPE DEI MONDI IMMAGINARI

Il protagonista, che si è preparato al ruolo mentre stava completando le riprese di X-Men: Dark Phoenix, dopo aver scoperto che Tolkien realizzava di suo mano le mappe dei suoi mondi immaginari, ha deciso di ricreare alcuni disegni dello scrittore usando gli strumenti dei make up artist e degli artisti al lavoro sul cinecomic.

Una scena del biopic Tolkien. Il film non è stato autorizzato dalla famiglia dello scrittore.

4. IL SOGNO DI ESSERE TAURIEL

Lily Collins, che interpreta Edith, è sempre stata affascinata dai mondi fantastici creati da autori come J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e J.K. Rowling. La giovane attrice aveva inoltre partecipato alle audizioni per la trilogia de Lo Hobbit con la speranza di interpretare Tauriel, senza però essere scelta per la parte.

5. A SCUOLA DI ELFICO

Nicholas Hoult ha studiato le battute con un professore di Oxford per imparare a pronunciare le frasi in elfico. L’esperto ha unito elementi della lingua norrena (del ceppo germanico) e della lingua anglosassone, creando le rime che il protagonista usa per conquistare Edith.

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