Cinema chiusi: i film da vedere in streaming a casa

Le misure contro il coronavirus impongono di evitare luoghi affollati. E quindi anche le sale. Quindi, come fare? Occorre sistemare il divano, prendere un qualsiasi dispositivo elettronico, collegarsi a internet e seguire questa breve guida.

Andare al cinema, ai tempi del coronavirus, non è proprio semplice. Buona parte dei cittadini del Nord non può fisicamente. Ma anche per chi abita più a Sud, le notizie non sono buone perché alcuni film (Si vive una volta sola di Carlo Verdone, Lupin III – The First, Volevo Nascondermi e molti altri) sono stati temporaneamente sospesi. «Quindi, come facciamo?», vi starete chiedendo. Cari cinefili, non vi preoccupate: la soluzione è molto semplice ed è a portata di “clic”.

IL CINEMA A CASA

Basta un qualsiasi dispositivo elettronico, connesso a internet, per poter accedere a siti web a applicazioni che offrono servizi di streaming. Per alcuni è necessario l’abbonamento mensile, per altri, invece, basta l’acquisto o il noleggio una tantum. Scopriamo cosa offrono i cataloghi digitali dei principali servizi di streaming.

NETFLIX

Per quanto riguarda Netflix, serve necessariamente un abbonamento mensile. Per fortuna, ogni nuovo account ha a disposizione un mese di prova gratuito. Tra i film in catalogo a febbraio 2020, tra nuove pellicole e classici assolutamente da recuperare, vi consigliamo questi.

I PIÙ RECENTI

Storia di un matrimonio
The Irishman
Un posto tranquillo
Blade Runner 2049

DRAMMATICI

Whiplash
Se mi lasci ti cancello
La grande scommessa
Le ali della libertà
La teoria del tutto
Rush
12 anni schiavo
Lei

I GRANDI CLASSICI

Il padrino
American Histoy X
Jurassic Park
Quella sporca dozzina
Il Mago di Oz
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Salvate il Soldato Ryan
Lo squalo
Forrest Gump
Colazione da Tiffany
Scarface

Blade Runner

PER I FAN DI MARTIN SCORSESE

Quei bravi ragazzi
The Departed
The Wolf of Wall Street

PER I FAN DI QUENTIN TARANTINO

Pulp fiction
Kill Bill Vol. 1
Kill Bill Vol. 2
Le iene

PER I FAN DI STANLEY KUBRICK

2001: odissea nello spazio
Arancia meccanica

PER I FAN DELLO STUDIO GHIBLI

Il mio vicino Totoro
Il castello nel cielo
Kiki – Consegne a domicilio
Porco Rosso

AMAZON PRIME VIDEO

Anche Prime Video, il servizio streaming di Amazon, ha nel suo catalogo alcuni titoli molto interessanti, da recuperare assolutamente in attesa che l’attività cinematografica torni regolare:

Il cavaliere oscuro – Il ritorno
Lady Bird
Quarto potere
Rocketman
Arrival
Il signore degli Anelli – La compagnia dell’anello
Ritorno al futuro
Il magico mondo di Amelie
Mad Max – Fury Road

SKY

Per quanto riguarda Sky, il discorso è leggermente diverso. A fianco dell’offerta in abbonamento, c’è anche quella di “Primafila”, ovvero il servizio a noleggio.

SKY IN ABBONAMENTO

Aquaman
Lo Hobbit
Ted Bundy – Fascino criminale

SKY PRIMAFILA

C’era una volta… a Hollywood
Joker
Ad Astra
Il re leone
Rambo – Last Blood

Gemini Man

INFINITY

Anche il servizio di streaming di Mediaset, Infinity, ha qualche asso nella manica. Nel catalogo, infatti, si può trovare:

C’era una volta… a Hollywood
Dunkirk
A star is born
La grande bellezza
Il cavaliere oscuro
Il traditore
Grand Budapest Hotel
Matrix
Dogman
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

GOOGLE PLAY FILM

Per quanto riguarda Google Play Film, si punta maggiormente sui titoli molto recenti. In questo caso, però, si tratta di acquisti e noleggi una tantum. E un singolo film può costare da 0,99€ a 13,99€. Tra i più visti, ci sono:

Spiderman – Far From Home
Downton Abbey – Il film
Yesterday
It – Volume 1
It – Volume 2
Avengers – Endgame
Harry Potter – La serie completa
Animali fantastici e dove trovarli – La serie completa
Suicide Squad

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Criminali come noi, i soliti ignoti dell’Argentina

Nel realizzare il suo ultimo film, Sebastián Borensztein si è ispirato al grande cinema italiano. E il pensiero va subito a Monicelli e Petri. Il risultato è una commedia divertente ma senza colpi di scena.

Con Criminali come noi, ispirato dal romanzo La notte degli eroi perdenti di Eduardo Sacheri, Sebastián Borensztein propone un Heist movie in salsa sudamericana.

A metà tra Ocean’s Eleven e i soliti ignoti di Mario Monicelli.

Siamo nel 2001, anno del crac argentino. Fermín Perlassi (Ricardo Darín), un ex calciatore professionista, convince un gruppo di amici e vicini di casa a unire i propri risparmi per dare vita a una cooperativa agricola e rilanciare l’economia della loro piccola comunità.

RISATE CON QUALCHE SCIVOLONE NELLA RETORICA

Il giorno successivo al deposito in banca della somma, il gruppo si accorge di aver perso tutto. Il 19 dicembre di quell’anno, infatti il governo vietò ai cittadini di ritirare dalle banche più di 250 dollari al giorno. A quel punto i protagonisti, improvvisati e pasticcioni, cercano di recuperare il denaro con un piano picaresco. Borensztein gioca sul sicuro confezionando il film sulla bravura degli interpreti e su una sceneggiatura che, nonostante non proponga nulla di nuovo, riesce a strappare la risata. Scivolando talvolta in un eccesso di retorica e buoni sentimenti.

Regia: Sebastián Borensztein; genere: commedia (Argentina, Spagna, 2019); attori: Ricardo Darín, Luis Brandoni, Chino Darín, Verónica Llinás, Daniel Aráoz, Carlos Belloso, Marco Antonio Caponi, Rita Cortese, Andrés Parra.

CRIMINALI COME NOI IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: Ami le commedie semplici che però permettono di ripercorrere pagine di storia recente.

DEVI EVITARLO SE: Ti aspetti colpi di scena e trovate geniali.

CON CHI VEDERLO: Con gli amici di sempre o, perché no, con colleghi di lavoro.

LA SCENA MEMORABILE: I “criminali” entrano in azione per portare a termine il proprio piano.

LA FRASE CULT: «Ci riprendiamo quello che è nostro».

Una scena di Criminali come noi.

1. L’INFLUENZA DEL CINEMA ITALIANO

Il regista ha detto di essersi ispirato al grande cinema italiano. «Alcuni passaggi si possono associare al neorealismo italiano», ha dichiarato Borensztein, «sia per le caratteristiche dei personaggi, sia per il colpo che si preparano a compiere». I protagonisti ricordano Totò, Gassman, Mastroianni e Salvatori de I Soliti Ignoti, mentre per l’afflato politico può richiamare La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri.

2. DA UN DARÌN ALL’ALTRO

Chino Darín recita per la prima volta accanto al padre Ricardo, star delle telenovelas e uno degli attori più noti in Argentina. A convincerlo è stata la sceneggiatura.

Ricardo e Chino Darìn sul set.

Il giovane attore, classe 1989, ha inoltre ammesso di aver scoperto che il padre è particolarmente bravo anche dietro la cinepresa e che sarebbe un ottimo montatore.

3. LA SCELTA DELLA LOCATION

Sebastián Borensztein ha scelto di ambientare la storia in una piccola cittadina di provincia dove gli effetti della crisi economica sarebbero risultati più evidenti.

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Più dei vecchi Scarface sono da temere i Tigre

Al Pacino è stato scaricato dalla sua giovanissima compagna. Ma il vero dramma per le donne non è il decadimento del proprio partner quanto il suo terrore di invecchiare. Un po' come Gassman nel film di Dino Risi.

Il ritratto forse più realistico e crudo dell’uomo anziano alle prese con una compagna molto più giovane, è quello interpretato da Anthony Hopkins nel film di Woody Allen Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni.

Cercando di sottrarsi dallo spettro della vecchiaia, il protagonista si mette con una bionda palestrata e sgallettata, conosciuta in veste di escort. Consapevole della propria sopravvenuta impotenza senile, tristemente vivificata con pillole di Viagra, copre la donna di regali costosi, pellicce e gioielli, anche se questo non eviterà che lei finisca rapidamente tra le braccia di un aitante personal trainer. 

SCARFACE? «VECCHIO E TIRCHIO»

Un problema – quello di trattenere una scalpitante femmina in età sessualmente attiva – che non si dev’essere posto Al Pacino, il divo hollywoodiano appena scaricato dalla fidanzata di 36 anni più giovane, alla quale avrebbe regalato, nel corso dei due anni di liaison, solamente «qualche mazzo di fiori», come ha dichiarato lei stessa in un’intervista alla rivista israeliana LaIsha, che ha subito fatto il giro del mondo. «È vecchio e pure tirchio», ha detto in sostanza la 43enne Meital Dohan, la cui assenza al fianco di Pacino era stata notata durante la notte degli Oscar. La 36enne ha ammesso che «la differenza di età si sente», con tutto ciò che questa frase può suggerire. Eppure, la fidanzata precedente, Lucila Solá, 36 anni meno dell’attore, era resistita accanto a lui per ben otto anni, chissà, forse qualche braccialetto a lei l’aveva comprato.

QUELL’INTERVISTA ALLA MOGLIE DI MICHELE PLACIDO

Stessa differenza di età anche per una coppia italiana dello spettacolo, che fece parlare di sé per lo stesso motivo e che pare sempre sull’orlo di scoppiare: quella tra Michele Placido e la compagna Federica Vincenti, una storia iniziata quando lui ne aveva 54 e lei 17. A lanciare il sasso fu Vincenti che senza alcun pudore raccontò nel 2017 la non proprio soddisfacente routine coniugale a Vanity Fair: la vecchiaia «si è allargata, piano piano. Fino a farsi voragine, non a distruggerci, ma a governare lei». E poi, nel dettaglio: «Cambia il corpo, cambiano i muscoli, le forze. Cambia la testa […] Cambiano i desideri. Le voglie non sono più comuni». Problemi che però possono insorgere anche quando il divario di età è inferiore, come nel caso della coppia Johnny Depp (55 anni) e Amber Heard (32 anni), una vicenda amorosa cominciata coi toni più romantici e finita nel peggiore dei modi, con accuse reciproche di violenza e una causa giudiziaria da milioni di dollari.

LE NOZZE MARTELLI-QUARTAPELLE

Tornando in Italia, il caso più recente di coppia sbilanciata per età (ma felice) e appena convolata a nozze (in Israele) è quella formata da Claudio Martelli, 76 anni, e la deputata 37enne del Pd, Lia Quartapelle, o Quartamoglie visti i tre matrimoni sulle spalle del socialista. I migliori auguri, naturalmente, e complimenti a entrambi per il coraggio. 

I TORMENTI DELLE MOGLI ORDINARIE

Ora, se sono i divi del cinema e i vip a fare notizia per questo tipo di avventure e disavventure amorose, ci sono però migliaia di mogli normali e non famose che assistono allo spettacolo di un marito terrorizzato di invecchiare, che si incartoccia con una ragazza dell’età della propria figlia, salvo scoprire che – a parte la favola del sesso, per il tempo che dura – l’abisso può spalancarsi in ogni momento, quando la conversazione fa emergere modi di pensare diversi, riferimenti culturali lontanissimi tra loro, lei non capisce di chi lui stia parlando, lui non sa chi sia il cantante o l’attore per il quale lei impazzisce. Un cliché, insomma, su cui il cinema lavora fin dagli Anni 60, come nel film Il tigre di Dino Risi, del 1967, in cui il 45enne Vittorio Gassman veste i panni di un dirigente d’azienda sposato e frustrato, che si innamora dell’amica 20enne della figlia, salvo tornarsene con la coda tra le gambe a casa, dove la moglie saggia e borghese finge di non sapere nulla e lo accoglie sorridente, circondata dai figli. Nel caso di Al Pacino, comunque, mi piace pensare che sia stato lui a farsi lasciare. A breve si fidanzerà infatti con la fioraia alla quale ordinava gli omaggi per l’insoddisfatta compagna.

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Flavio Bucci, il volto familiare di Ligabue

L'attore, 72 anni, è morto a Passoscuro, sul litorale romano. Era diventato popolare per aver vestito i panni del pittore emiliano nello sceneggiato tivù del 1977. Aveva lavorato anche con Petri, Monicelli e Sorrentino.

Aveva prestato il volto a un indimenticabile Antonio Ligabue e aveva legato il suo nome al grande cinema italiano. Flavio Bucci è scomparso mercoledì mattina a causa di un infarto. A renderlo noto in un post su Facebook il sindaco di Fiumicino Esterino Montino. Bucci infatti da alcuni anni risiedeva a Passoscuro, sul litorale romano.

Quando un artista se ne va lascia sempre un gran vuoto. Mi dispiace molto della scomparsa dell'attore Flavio Bucci, che…

Posted by Esterino Montino on Tuesday, February 18, 2020

Nato a Torino nel 1947, si fece conoscere al grande pubblico vestendo i panni, nel 1977, di Antonio Ligabue nello sceneggiato televisivo Rai. Sempre sul piccolo schermo, girò anche la Piovra (1984).

Gastone Moschin, Giuliana Berlinguer e Flavio Bucci a margine della presentazione di “Un vestito per un saggio”, Roma, 14 aprile 1978 (Ansa).

LE COLLABORAZIONI CON MONICELLI E SORRENTINO

Bucci ha attraversato la storia del cinema italiano. Da una piccola parte ne La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri a L’Agnese va a Morire (1976), e il Marchese del Grillo di Mario Monicelli dove interpretava Don Bastiano, fino a Il Divo di Paolo Sorrentino, nei panni del sottosegretario alla presidenza e braccio destro di Giulio Andreotti Franco Evangelisti.

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Alla fine “Gli anni più belli” non erano poi così belli

Muccino voleva replicare un "C'eravamo tanto amati", ma il suo ultimo film non ha né la poesia né il respiro di Scola. La recensione.

Quando urlano, urlano troppo. Quando si baciano, si baciano troppo. I motori rombano troppo. Il volume della musica è troppo alto. I primi piani sono troppo ravvicinati.

Il film di Gabriele Muccino Gli anni più belli è un C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola con l’acceleratore al massimo e una regia sovreccitata che si protrae per oltre due ore.

Se Scola partiva dalla guerra partigiana, qui il punto di inizio viene ricollocato in una guerriglia studentesca del 1982, con i quattro protagonisti 16enni, per poi arrivare fino ai loro 50 anni di oggi.

IL FILM SEMBRA IL MEGA TRAILER DI UNA SERIE TIVÙ

Ma lo Scola aggiornato da Muccino al 2020 ha un problema di misura. Tutto è troppo in questo film, persino la bravura degli attori. Gli anni più belli sembra il mega-trailer di una serie tivù prossimamente trasmessa da RaiUno, in cui il frullato di vicende ultra-concentrate verrà diluito in 10 episodi da un’ora ciascuno, zoomando nei dettagli della vita di ogni personaggio.

MANCA IL CONTESTO COLLETTIVO

Ma anche così, non cambierà la sostanza. Abnorme è la distanza dall’originale, non solo per la diversa mano del regista, ma soprattutto perché il mondo, rispetto al 1974, è cambiato profondamente. I protagonisti di allora venivano accompagnati nel loro percorso sempre in una relazione dialettica con un “sistema” in cui si collocavano per status sociale e culturale, e rispetto al quale potevano essere vittime, ribelli o complici. Le loro vite erano sì individuali, ma continuamente rapportate a un contesto collettivo, e proprio per questo, nel film di Scola, diventavano esemplari umani di un Paese intero. I personaggi di Muccino sono invece totalmente romani, completamente identificati con la città per spirito e linguaggio, tanto che quando uno dei tre si sposta a Piacenza per rivedere il figlio sottrattogli dalla moglie, sembra che si trovi all’estero, in un quartiere residenziale anonimo e riccastro, senza vita e senza senso.

Le vite de Gli anni più belli sono avulse da ogni contesto collettivo, che infatti affiora solo come fredde notizie dei telegiornali, mentre ciascuno è alle prese – da solo – con la propria esistenza. Così, se nel film di Scola il privato era il sottofondo poetico che affiorava man mano, quasi come trasgressione rispetto al “politico”, ora invece il privato domina il campo narrativo, in assenza di qualunque orizzonte collettivo. E perciò tutto è sovreccitato e passionale. I figli dei protagonisti – che nel film del ’74 non avevano quasi peso, restavano anonimi – qui invece sono importantissimi e infatti siamo più dalle parti de La famiglia, altro capolavoro di Scola, che nel 1987 registrò, appunto, il ripiegamento verso la dimensione del privato.

QUEGLI ANNI BELLI NON ERANO…L’ABBIAMO SFANGATA

Muccino vorrebbe tracciare il ritratto della generazione degli attuali 50enni e della loro parabola esistenziale. Ma alla fine, ci sembra di aver assistito solo alla storia di tre amici romani più una donna (una splendida Micaela Ramazzotti). E rimane l’impressione che quegli anni più belli non fossero poi così belli. Al massimo, l’abbiamo sfangata. Senza gloria né rimpianti.

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Alla mia piccola Sama è un film potente come le bombe su Aleppo

Il documentario della regista Waad al-Kateab racconta la scelta di restare in Siria e di fare una figlia. Nonostante la repressione del regime, gli attacchi agli ospedali, la distruzione e la disperazione. Una testimonianza dura, straziante e che suscita emozioni sincere. La recensione.

Alla mia piccola Sama, documentario nominato agli Oscar e vincitore ai British Academy Film Awards (Bafta), è la lettera d’amore realizzata dalla regista Waad al-Kateab nei confronti della figlia e della città di Aleppo, raccontata in italiano dalla voce di Jasmine Trinca.

ASSEDIO NEL 2016 ANCHE CONTRO GLI OSPEDALI

Il progetto mostra la scelta della giovane protagonista di rimanere in Siria durante la repressione del regime e gli attacchi che colpirono persino gli ospedali durante l’assedio avvenuto nel 2016.

UN AMICO MEDICO CON CUI NASCE L’AMORE

Sul grande schermo si assiste così alla scelta di restare ad Aleppo di Waad e del suo amico medico Hamza, con cui nasce successivamente l’amore. La coppia, nonostante la tragedia che li circonda, si sposa e ha una figlia, Sama, dovendo però prendere delle decisioni difficili e apprezzando le piccole cose come una nevicata inaspettata o i momenti di leggerezza vissuti con gli amici.

La regista con il marito medico e la figlia.

IMMAGINI STRAZIANTI DI MORTE

Il film colpisce per la capacità di aver trovato un ottimo equilibrio tra le emozioni sincere suscitate dalla bellezza di chi lotta per la vita e la durezza e le immagini strazianti dei corpi, del sangue, delle case che vanno in mille pezzi e di madri e ragazzini straziati dalla perdita di figli, fratelli, parenti e amici a causa dei bombardamenti e delle sparatorie.

MOMENTI DI DEBOLEZZA E FRUSTRAZIONE

La progressiva distruzione di Aleppo che non risparmia nessuno, nemmeno gli ospedali, viene raccontata in modo onesto tramite lo sguardo e la voce di Waada che non esita a rivelare i momenti di debolezza e i ripensamenti, fino a seguire la disperazione causata dalla consapevolezza che sia necessario abbandonare Aleppo, situazione che fa emergere la frustrazione e ulteriori timori dopo tutti i sacrifici compiuti per rimanere a dare aiuto e speranza alla propria comunità. Alla mia piccola Sama diventa così una testimonianza necessaria ed emotivamente coinvolgente, grazie all’ottimo lavoro compiuto da Edward Watts al montaggio.

Immagini della distruzione ad Aleppo.

ALLA MIA PICCOLA SAMA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Un parto cesareo di emergenza lascia tutti i presenti con il fiato sospeso.

LA FRASE CULT

«Sama, potrai mai perdonarmi?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film che affrontano la realtà.

DEVI EVITARLO SE

Sei particolarmente sensibile alle scene di violenza e morte.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole capire meglio una drammatica pagina della storia contemporanea.

Regia: Waad Al-Khateab, Edward Watts; genere: documentario (Regno Unito, 2019).

1. CINQUE ANNI DI GIRATO: 500 ORE RIDOTTE IN 95 MINUTI

Waad al-Kateab ha raccontato che molti spettatori, dopo aver visto il documentario, sono convinti di conoscere bene lei e la sua famiglia, ma di non provare la sensazione di aver condiviso troppo della sua vita privata. La regista ha infatti sottolineato di aver girato in cinque anni circa 500 ore di materiale, ridotto in soli 95 minuti. Waad ha però espresso la sua soddisfazione per la reazione delle persone messe di fronte al racconto di quanto le è accaduto perché Alla mia piccola Sama permette di avvicinarsi ai motivi per cui molte famiglie avevano deciso di rimanere ad Aleppo e gettare le basi per il proprio futuro nonostante una situazione molto precaria e drammatica.

Un momento delle riprese di Waad al-Kateab.

2. L’ASILO NEL REGNO UNITO: DIFFICOLTÀ CON LA SECONDA FIGLIA

La regista e suo marito Hamza, dopo aver lasciato la Siria, hanno trascorso del tempo in Turchia, dove è nata la seconda figlia Taima. Grazie al suo lavoro per Channel 4 nel maggio del 2018 è arrivata a Londra, dove ha chiesto asilo. Anche in quel caso Waada ha dovuto fare una scelta difficile: la piccola Taima non aveva dei documenti validi e, senza l’aiuto dell’ambasciata siriana, non ha potuto andare con i genitori e la sorella. Dopo aver ottenuto l’asilo nel Regno Unito la famiglia è riuscita a ricongiungersi con la bambina a distanza di cinque mesi dall’ultima volta che avevano potuto abbracciarla.

Waad al-Kateab felice per le piccole cose, come una nevicata siriana.

3. UN AIUTO ALL’ONU: MATERIALE PER LE INDAGINI SUI CRIMINI SIRIANI

Il materiale girato dalla regista nei cinque anni prima di lasciare Aleppo è stato consegnato ai responsabili delle Nazioni unite che indagano su potenziali crimini di guerra. Le immagini dei bombardamenti e degli attacchi con vittime civili potrebbero quindi contribuire a dimostrare la responsabilità dei vertici siriani e russi nella morte di persone innocenti e nelle violazioni dei diritti umani.

alla mia piccola sama foto
La piccola Sama con il padre e una squadra di medici.

4. DEFINIZIONE RESPINTA DALLA REGISTA: GUERRA SÌ, MA NON «CIVILE»

Waad al-Kateab e suo marito Hamza hanno voluto chiarire in più occasioni che non considerano la situazione della Siria come una «guerra civile» per vari motivi che comprendono il fatto che gli scontri sono nati contro un regime autoritario senza alcuna differenza etnica, razziale e sociale. Successivamente sono intervenute nella complessa situazione anche forze iraniane, turche, americane e internazionali che hanno agito sul territorio siriano. La regista ha quindi invitato i giornalisti e le persone che intervengono per parlare del film di definire quanto accaduto come «un conflitto, una lotta, una guerra» senza aggiungere il termine «civile».

La protagonista per le strade della città siriana.

5. MESSAGGIO SUL RED CARPET: UNA FAMOSA POESIA ARABA

Sul red carpet degli Oscar la regista Waad al-Kateab ha portato avanti il suo messaggio indossando un elegante abito che riportava in rosa la frase di una famosa poesia araba: “Abbiamo osato sognare e non rimpiangiamo di aver chiesto la nostra dignità”.

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Alice e il sindaco, l’antidoto al populismo social

Nicolas Pariser racconta l'amicizia di un socialista navigato, a corto di idee, e una giovane filosofa chiamata per aiutarlo. Il confronto tra questi due mondi apparentemente incompatibili fa riflettere sull'essenza della vera politica.

La politica, gli ideali, la filosofia. E l’amicizia inattesa tra due persone diversissime: per carattere, visioni della vita e soprattutto per età.

Il regista Nicolas Pariser, nel suo Alice e il Sindaco, racconta l’incontro di un vecchio politico, il sindaco di Lione Paul Théraneau (Fabrice Luchini), un socialista che pensa a una candidatura presidenziale, e la giovane filosofa di ritorno da Oxford Alice Heimann (Anaïs Demoustier) chiamata per aiutare il primo cittadino che dopo 30 anni di lavoro, passione e impegno, pare aver perso le idee.

Il film segue con delicatezza l’avvicinamento di due mondi apparentemente incompatibili, soprattutto in un’epoca in cui il confronto, che dovrebbe essere la base di ogni sana politica, è quasi scomparso, sostituito dalle grida e dagli annunci sui social. Il risultato è un film a tratti idealista, ma con dialoghi ben costruiti. Ottimi i due protagonisti.

Regia: Nicolas Pariser; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz.

PILLOLE DI ALICE E IL SINDACO

TI PIACERÀ SE: ami i film riflessivi, basati sui dialoghi e che dipingono un affresco del nostro tempo.

LO DEVI EVITARE SE: Ti annoi facilmente e sei dipendente dall’azione e dai colpi di scena.

CON CHI VEDERLO: con chi continua a ripetere: «I politici sono tutti uguali».

LA SCENA MEMORABILE: Il primo incontro tra Alice e il sindaco.

LA FRASE CULT: «Mi sono svegliato una mattina e non avevo più idee».

Alice e il sindaco è uscito nelle sale il 6 febbraio.

DA ROHMER A MUSIL E SORKIN: LE FONTI DI ISPIRAZIONE

Tra le fonti di ispirazione alla base di Alice e il sindaco c’è il cinema di Éric Rohmer, di cui il regista ha seguito i corsi alla Sorbonne, e il libro L’uomo senza qualità di Robert Musil, che considera una lettura fondamentale. Pariser ha inoltre raccontato di aver parlato a lungo con Luchini dei lungometraggi di Sacha Guitry. A ispirare il regista anche la serie The West Wing di Aaron Sorkin.

L’ALLERGIA AL DIGITALE

Alice e il sindaco è stato girato in 35 mm perché Nicolas Pariser non ama il digitale. «Siamo ancora in un’epoca in cui la memoria dei film che abbiamo amato è fatta di film girati su pellicola», ha spiegato. «Non penso che si possa passare così dal nitrato d’argento al digitale senza riflettere su quello che facciamo e senza considerare la perdita immensa che comporta».

Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier.

DEMOUSTIER CONQUISTATA DALLA SCENEGGIATURA

Anaïs Demoustier ha detto di aver accettato il film perché colpita dalla sceneggiatura focalizzata sull’incontro di due solitudini e sulla politica senza però essere ideologica.

LA SCELTA DI LIONE

Il regista ha deciso di ambientare la storia a Lione per evitare Parigi e altri centri del Sud della Francia caratterizzate da accenti riconoscibili. Tra le opzioni a disposizione di Pariser c’erano anche Nantes, Strasburgo o Bordeaux. Lione, però, è sembrata perfetta perché è la seconda città più grande della Francia e gli ricordava un po’ l’atmosfera di Vienna, al centro del romanzo di Robert Musil che ha in parte ispirato il film.

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I giorni perduti di Judy Garland

Arriva nelle sale l'ultimo film sulla celebre attrice di Hollywood, diretto da Rupert Goold e interpretato da Renée Zellwegger. Un racconto inedito e originale sul viale del tramonto della stella del cinema.

Le ultime settimane di vita di Judy Garland si intrecciano nel film diretto da Rupert Goold con dei flashback in cui si ritorna ai primi passi compiuti dall’attrice nel mondo del cinema, all’insegna di privazioni e sofferenze. In Judy, più che gli elementi biografici, è l’interpretazione di Renée Zellwegger (con un Oscar praticamente già in tasca) a conquistare: l’attrice riesce a trasmettere le emozioni di una donna alla ricerca di amore, segnata nel corpo e nell’anima, pronta a tutto pur di guadagnare un po’ di soldi e poter trascorrere più tempo con i suoi figli.

L’ultima tournée come cantante a Londra di Judy Garland fa emergere tutto il suo desiderio di essere applaudita e accettata, mostrando anche un’interazione inaspettata con una coppia di fan e le sue disperate relazioni amorose, ma l’artista deve inoltre fare i conti con fantasmi del passato che la spingono verso gli eccessi, a faticare a trovare la propria voce, a sabotare se stessa con comportamenti che chi le sta intorno, tra cui un’assistente comprensiva ma determinata interpretata dalla bravissima Jessie Buckley, ha difficoltà a gestire.

Goold si affida alla bravura della sua interprete che passa dalle performance canore emozionanti agli strazianti momenti di debolezza, confezionando un film che smussa un po’ la durezza del racconto con il calore di chi vede in Judy un esempio e le offre, anche solo per qualche ora, il calore di una famiglia, senza dimenticare di dare spazio al fascino del teatro e all’incredibile carisma che possedeva l’artista. L’interpretazione memorabile della protagonista mette così in secondo piano un progetto non del tutto convincente che riesce però a toccare l’animo degli spettatori con delle sequenze ben ideate per farli entrare negli angoli più oscuri della mente della star.

CINQUE COSE DA SAPERE SU JUDY

Il film nasce da uno spettacolo teatrale

Il progetto si ispira allo spettacolo teatrale End of the Rainbow, scritto dal drammaturgo Peter Quilter, che ha conquistato il produttore David Linvingstone. Dopo aver acquistato i diritti cinematografici, il compito di adattarlo per il grande schermo è stato affidato a Tom Edge che ha voluto inserire nella narrazione anche degli elementi legati al passato di Judy Garland, con l’intenzione di enfatizzare come fosse una sopravvissuta ai traumi del passato, non una vittima, e trovasse il modo di non arrendersi mai.

Una storia poco raccontata della Garland

Renée Zellweger ha svelato di essere rimasta conquistata dal progetto perché ha notato che le dava la possibilità di esplorare un lato poco mostrato e conosciuto di Judy Garland, ovvero quello legato alle conseguenze del suo lavoro di cantante che aveva accettato per necessità e prendersi cura dei suoi figli, distruggendo però in questo modo la propria voce che è sempre stato un elemento in grado di darle valore e aumentare la sua autostima.

I dettagli biografici svelati da chi l’ha conosciuta

Per creare il film è stata essenziale la collaborazione di Rosalyn Wilder che si è occupata di Judy durante la sua permanenza a Londra e ha potuto offrire molti dettagli della sua vita durante il periodo trascorso al The Talk of the Town. La donna ha sottolineato che l’artista aveva le caratteristiche per essere una star e le sue prime impressioni erano state che fosse «estremamente piccola, molto fragile e piuttosto silenziosa», elementi che portavano le persone ad avere l’istinto di proteggerla.

La lunga trasformazione di Renée Zellweger

La preparazione di Renée Zellweger è iniziata un anno prima dell’inizio del lavoro sul set e l’attrice ha collaborato con un vocal coach e successivamente con Matt Dunkley, direttore musicale del film. La protagonista ha infatti dovuto imparare l’accento di Judy, il suo tono di voce e ricreare i movimenti unici delle sue esibizioni. Renée ha inoltre studiato la postura del suo personaggio e si è affidata al parrucchiere e make-up artist Jeremy Woodhead per completare la sua trasformazione fisica.

Le critiche della figlia Liza Minelli

L’attrice ha ammesso di aver reagito con un pizzico di curiosità quando le avevano proposto la parte perché non si considerava vocalmente all’altezza del ruolo. A non approvare la scelta, e nemmeno il film, è stata però Liza Minnelli, figlia della Garland, che ha voluto chiarire di non essere mai stata contattata dalla produzione e di non avere mai dato l’ok per la realizzazione. La protagonista, parlando del progetto, ha comunque sottolineato che Judy è stato ideato come una lettera d’amore nei confronti della star.

IL FILM DI RUPERT GOOLD IN PILLOLE

La scena memorabile: l’interpretazione da brividi di Somewhere over the rainbow;

La frase cult: «Non vi dimenticherete di me, vero?»;

Ti piacerà se: ami un film in grado di mostrare un lato poco conosciuto delle icone del cinema;

Devi evitarlo se: non ti piacciono i progetti in cui la musica ha un ruolo centrale;

Con chi vederlo: gli appassionati di cinema che conoscono poco della vita di Judy Garland.

Regia: Rupert Goold; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Renée Zellweger, Finn Wittrock, Jessie Buckley, Rufus Sewell, Michael Gambon, Richard Cordery, Royce pierreson, Darci Shaw, Bella Ramsey, Lewin Lloyd.

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Perché fare “Figli” oggi è un’impresa da eroi

Ansie da Equitalia, nonni oppressivi, chat di classe, Stato assente: il film di scritto da Torre, morto nel 2019, e diretto da Bonito racconta gli aspetti drammatici dell'essere genitori. Recensione dell'amara commedia con gli ottimi Mastandrea e Cortellesi.

Mattia Torre non ha potuto portare sul grande schermo Figli, film di cui ha scritto la sceneggiatura prima della sua morte avvenuta a soli 47 anni il 19 luglio 2019, e Giuseppe Bonito si è quindi occupato della regia di una storia molto personale che affronta con realismo e ironia la vita quotidiana di una coppia alle prese con la società contemporanea.

SITUAZIONI TRAGICOMICHE QUOTIDIANE

Nicola e Sara, i personaggi interpretati con bravura e grande feeling da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, hanno infatti deciso di avere un secondo figlio, ritrovandosi alle prese con situazioni tragicomiche causate dai problemi economici e dall’ansia delle cartelle di Equitalia, da genitori che alimentano tensioni, chat di classe da cui sembra impossibile fuggire, liti e ostacoli piccoli e grandi da superare.

QUARANTENNI TRA IRONIA E SPERANZA

La struttura a capitoli della storia attribuisce il giusto ritmo a una commedia amara sulla vita dei quarantenni in cui l’ironia e la speranza sostengono un ritratto della società in cui non manca anche qualche passaggio più tagliente e critico nei confronti dell’eredità lasciata dalle generazioni precedenti e dell’incapacità dello Stato di aiutare realmente i suoi cittadini.

Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea in Figli.

PIÙ DRAMMATICITÀ RISPETTO ALLO STILE DI TORRE

La regia di Bonito vira forse maggiormente sugli aspetti drammatici rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare pensando alle opere firmate da Torre, tuttavia il talento della coppia dei protagonisti e la qualità della sceneggiatura mettono in secondo piano i passaggi meno convincenti e una gestione non del tutto brillante dei personaggi secondari.

Il regista Giuseppe Bonito. (Ansa)

FIGLI IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Paola Cortellesi si scaglia contro la generazione dei padri dei quarantenni.

LA FRASE CULT

«I primi tre mesi sono stati la quiete prima della tempesta e, se fossi stato un saggio capo indiano, probabilmente avrei sentito la tempesta arrivare».

TI PIACERÀ SE

Ami i film sulla società contemporanea che fanno riflettere in modo ironico.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi uno sguardo un po’ tagliente e satirico sulla generazione dei quarantenni.

CON CHI VEDERLO

I propri amici che hanno figli, per confrontarsi sui problemi che incontrano quotidianamente.

Regia: Giuseppe Bonito; genere: commedia (Italia, 2020); attori: Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti, Massimo De Lorenzo, Gianfelice Imparato, Carlo de Ruggeri.

1. IL DRAMMA DI TORRE: AVEVA RACCONTATO LA MALATTIA IN UNA SERIE

Il film Figli avrebbe dovuto essere il terzo progetto diretto da Mattia Torre e il primo senza la collaborazione di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, con cui aveva lavorato in occasione di Boris – Il Film e Ogni maledetto Natale. Il filmmaker ha perso però la vita il 19 luglio 2019 a causa della malattia che aveva raccontato in La linea verticale, progetto ispirato al suo omonimo romanzo e con protagonista Valerio Mastandrea, interprete anche del monologo I figli invecchiano.

Il regista Mattia Torre, morto il 19 luglio 2019 a 47 anni. (Ansa)

2. IL PROGETTO: UN ARTICOLO PER IL FOGLIO DIVENTATO MONOLOGO

L’attore era stato scelto da Torre per la parte del protagonista di Figli, ruolo che ha mantenuto anche quando il film è stato affidato a Giuseppe Bonito. Valerio Mastandrea ha spiegato che Torre gli ha parlato del lungometraggio un anno e mezzo fa e il copione è rimasto quello iniziale. Figli era infatti nato come un articolo per Il Foglio e trasformato poi in un monologo che è stato letto in televisione.

3. INCONTRO IN TEATRO: NASCITA DI UN RAPPORTO

Mastandrea e Torre si sono conosciuti all’inizio degli Anni 2000 in occasione di una rassegna teatrale. Il loro rapporto, professionale e di amicizia, è quindi nato dall’idea di voler realizzare insieme lo spettacolo intitolato Migliore.

4. CORTELLESI ENTUSIASTA: L’OK SENZA CONOSCERE IL RUOLO

La protagonista di Figli ha raccontato di essere stata coinvolta nel progetto dal momento in cui Mattia Torre le ha chiesto di leggere il suo articolo, avendo già pensato alla possibilità di trarne un film. Paola Cortellesi ha sottolineato di aver accettato la proposta ancora prima di sapere che ruolo avrebbe avuto o se esistesse una sceneggiatura, sapendo che sarebbe stato qualcosa di meraviglioso.

Paola Cortellesi.

5. SUL SET: DECISIVI GLI APPUNTI DI MATTIA

Giuseppe Bonito e i due protagonisti del film hanno raccontato che sul set hanno deciso di seguire in modo attento la sceneggiatura, muovendosi all’interno dei confini delineati dal lavoro compiuto da Mattia Torre, grazie ai suoi appunti dettagliati che comprendevano anche gli stati d’animo dei personaggi e le istruzioni per la messa in scena. Il clima durante le riprese è inoltre stato all’insegna del confronto e c’è stato spazio per un po’ di libertà.

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JoJo Rabbit, una favola nera tra Chaplin e Benigni

Surreale. Delicato. Satirico. Il film di Taika Waititi racconta l'orrore della guerra e del nazismo attraverso gli occhi di un ragazzino. E lo fa mettendo in ridicolo Hitler e il Terzo Reich sulla scia de Il Grande Dittatore e La vita è bella. Da vedere.

Con Jojo Rabbit, Taika Waititi, attore e regista neozelandese, racconta l’assurdità dei pregiudizi razziali e l’orrore della guerra attraverso lo sguardo di un bambino nella Germania nazista.

Al centro della storia c’è JoJo Betzler, un ragazzino di 10 anni (Roman Griffin Davis) che è un fervente sostenitore – o meglio fan – del nazismo e si sceglie come amico immaginario Adolf Hitler (Waititi) che sostituisce al padre in guerra.

Questo nonostante la madre Rosie (Scarlett Johansson) sempre sorridente e gentile faccia in realtà parte della resistenza. Tutto cambia quando Jojo scopre che la madre in casa sta nascondendo Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazzina ebrea.

TRA CHAPLIN E BENIGNI

Waititi condanna l’orrore del Terzo Reich scegliendo di mettere in ridicolo il Führer, una strada già battuta da Charlie Chaplin ne Il Grande dittatore e da Mel Brooks di The Producers – Una gaia commedia neonazista. Ma adotta toni surreali, da favola. Un po’ come La vita è bella di Roberto Benigni o Train de Vie. Il risultato, grazie anche alle ottime performance del cast, è un film delicato e insieme coraggioso. Magari con qualche lacuna narrativa ma da vedere.

Regia: Taika Waititi; genere: commedia (Usa, 2019); attori: Taika Waititi, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Scarlett Johansson, Rebel Wilson, Sam Rockwell.

JO JO RABBIT IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che fanno riflettere con il sorriso.

DEVI EVITARLO SE: non ami i film visionari e ironici sul nazismo.

CON CHI VEDERLO: con i genitori o i figli, per assistere a una celebrazione dell’amore materno.

LA SCENA MEMORABILE: L’arrivo, terrificante e surreale, dei nazisti a casa di Jojo.

LA FRASE CULT: «L’amore è la cosa più forte al mondo».

La locandina del film.

1. LE DIFFERENZE TRA IL FILM E IL LIBRO IL CIELO IN GABBIA

Il film è solo liberamente ispirato al romanzo Il cielo in gabbia scritto da Christine Leunens. I protagonisti del libro vivono in Austria, e non in Germania come nel film. Adolf Hitler non è un amico immaginario di Jojo e il ragazzino viene sfigurato e gravemente ferito durante un raid. Infine le interazioni con Elsa sono completamente diverse.

2. UNA LETTERA D’AMORE ALLA MAMMA

Taika Waititi ha spiegato che il film vuole essere anche una sorta di lettera d’amore per sua madre e per tutti i genitori single.

Scarlett Johansson interpreta Rosie, la mamma di JoJo.

3. L’ATTENZIONE PER I DETTAGLI E LA STORIA

Le apparizioni di Adolf Hitler sono particolarmente curate e fanno riferimenti a eventi storici ben precisi. Nulla insomma è lasciato al caso. In una scena, per esempio, Waititi-Hitler porta il copricapo tipico dei nativi americani perché in realtà era fan dei romanzi di Karl May sull’apache Winnetou.

4. LA SFIDA DI SAM ROCKWELL

Il premio Oscar Sam Rockwell interpreta il capitano nazista responsabile di un campo della Gioventù hitleriana. Per calarsi nel personaggio oltre a mettere a punto un perfetto accento tedesco ha studiato le interpretazioni di Marlon Brando, Ralph Fiennes e Oskar Werner in film ambientati durante la seconda Guerra Mondiale. Poi ha mixato il tutto con uno stile tra Bill Murray e Walter Matthau.

JoJo Rabbit è liberamente tratto dal romanzo del 2004 Il cielo in gabbia di Christine Leunens.

5. LA DENUNCIA DELL’ORRORE

La talentuosa Thomasin McKenzie ha sottolineato che per lei era importante mostrare Elsa non solo come una vittima, ma come un’adolescente dall’esistenza normale catapultata in uno scenario assurdo quanto tragico.

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Il prequel di Game of Thrones è pronto a debuttare nel 2022

La nuova serie si intitola House of the Dragon ed è ambientata 300 anni prima dei fatti narrati da George R.R. Martin. Protagonista? La casata Targaryen.

Il prequel della fortunata serie Game of Thrones potrebbe essere pronto al debutto nel 2022. Ad annunciare il lancio di House of the Dragon al TCA Winter Tour di mercoledì 15 gennaio 2020 è stata la stessa HBO. Casey Bloy, presidente della programmazione della rete, ha accennato un laconico «suppongo che lo vedremo in onda nel ’22».

UN PREQUEL GIÀ PROGRAMMATO

Non è comunque una completa novità quella di House of the Dragon. Infatti mentre HBO stava registrando le ultime stagioni di Game of Thrones, aveva commissionato già cinque episodi pilota a diversi scrittori. La rete ha inoltre ordinato un pilota per un altro progetto, uno spin-off di Game of Thrones, attualmente ancora senza titolo, che dovrebbe essere ambientato 8000 anni prima degli eventi narrati nel libro di George R.R. Martin. A prevalere – almeno per ora – è stato House of the Dragon in attesa di capire se anche lo spin-off vedrà la luce o meno. Il via libera effettivo al prequel era arrivato a novembre del 2019, da qui la lunga attesa prima di vederlo sui piccoli schermi.

DI COSA PARLA HOUSE OF THE DRAGON

Il prequel di HBO, firmato da George R.R. Martin e Ryan Condal, parla dell’ascesa della casata dei Targaryen di cui Daenerys, la madre dei draghi, discende. Gli eventi qui raccontati sono ambientati circa 300 anni prima di quelli visti nelle otto stagioni di Game of Thrones.

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Il cinema italiano ha registrato un 2019 in crescita

Incrementi di incassi e pubblico presenti in sala. Il più remunerativo è stato Il re leone mentre Il primo Natale entra nella top ten con 13,3 milioni di ricavi.

È stato un 2019 positivo quello vissuto dal cinema italiano. A dirlo sono i dati Cinetel, illustrati da Anica, che registrano al box office incassi pari a 635.449.774 euro per un numero di presenze in sala pari a 97.586.858. Un incremento dei guadagni pari al 14,35% rispetto al 2018 e del 13,55% relativo all’affluenza nei cinema.

I DATI DELLA CRESCITA DEL CINEMA ITALIANO

Rispetto al 2019 il box office della produzione italiana, incluse le coproduzioni, ha registrato un incasso di 134.8 milioni di euro (+5.39% rispetto al 2018) per una quota totale del 21.22% (nel 2018 era del 23,03%). In termini generali il primo incasso assoluto del 2019 è stato quello de Il re leone con oltre 37,5 milioni di euro. Sul podio seguono al secondo posto Avengers: Endgame e Joker. Il film italiano che ha incassato di più nel 2019 è stato invece Il primo Natale di Ficarra e Picone con il 13,3 milioni oltre a un sesto posto generale nella classifica che lo vede come unica pellicola nostrana nella top ten.

PER RUTELLI ANNO POSITIVO

«Il 2019 è un anno decisamente positivo e vorrei si guardasse a questi numeri non solo per una valutazione anno per anno, occasionale. C’è un pieno ritrovato feeling con un grande pubblico nelle sale cinematografiche». A dirlo è stato Francesco Rutelli commentando i dati Cinetel del 2019. Per il presidente di Anica di tratta di dati da leggere in duplice modo: «Una è la qualità del prodotto: il pubblico italiano cerca buoni film, italiani e non. Il secondo aspetto riguarda la filiera che l’Anica intende rappresentare interamente, dallo sviluppo creativo allo sfruttamento economico del film , passando dal rapporto con il pubblico, che non abbiamo mai considerato conflittuale. La filiera vive e cresce se vive il cinema in sala che è il capofila creativo e produttivo», ha spiegato. Per Rutelli la crescita registrata dal cinema italiano tuttavia «non può essere legata a pochi mesi all’anno e deve esserci una piena attuazione della legge Franceschini in tutta la sua articolazione, con i suoi strumenti per la produzione, la distribuzione, l’esercizio, le regole per le piattaforme, gli investimenti e le programmazioni nelle televisioni».

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La lite tra Gabriele e Silvio Muccino è finita

Il regista ha ritirato la querela per diffamazione nei confronti di Silvio. Così il giudice ha dichiarato il procedimento chiuso.

I fratelli Muccino hanno fatto pace. Le vicende giudiziarie sono terminate il 14 gennaio 2020 nella prima prima udienza del processo nato dalla querela per diffamazione del regista Gabriele nei confronti di Silvio, imputato. Gli avvocati hanno comunicato al giudice che le parti sono arrivate a un accordo. La querela è stata quindi ritirata e il giudice ha dichiarato il procedimento chiuso.

LA STORIA DELLA LITE TRA GABRIELE E SILVIO MUCCINO

Al processo si era arrivati dopo le parole di Silvio, del 3 aprile 2016, che nel corso di una trasmissione televisiva accusò il fratello, che non era presente in studio, di avere aggredito la moglie Elena Majoni nel 2012. «Gabriele è una persona violenta – aveva sostanzialmente detto Muccino jr – ha colpito sua moglie con uno schiaffo perforandole il timpano». Parole che avevano portato il regista a presentare una querela per diffamazione. «Il mio assistito ha deciso di ritirare la querela – ha detto Longari, il legale del regista – Si è comportato da fratello maggiore chiudendo una vicenda che lo aveva molto ferito». Dal canto suo, il difensore di Silvio Muccino, l’avvocato Michele Montesoro ha affermato che «la lite tra fratelli è stata composta: adesso potranno continuare la loro professione senza dover comparire in tribunale».

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Hammamet, se l’uomo Bettino oscura il politico Craxi

Gianni Amelio si concentra sull'umanità del leader Psi. Sottrarsi a ogni giudizio e presa di posizione, però, rappresenta una delle debolezze del film.

Gianni Amelio racconta con Hammamet gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, interpretato da un camaleontico Pierfrancesco Favino.

E lo fa senza mai nominarlo: il leader Psi è soltanto “il Presidente”.

Il regista propone il ritratto di un uomo invecchiato e in “esilio”, che trascorre il suo tempo tra problemi di salute e famiglia, dialogando con i suoi ospiti del passato e, ovviamente, di politica.

Il film non dà alcun giudizio sulla figura di Craxi e racconta la permanenza a Hammamet come una sorta di diario-confessione. I personaggi secondari sono solo abbozzati e risultano stereotipati. Anche per questo, senza la presenza di Favino Hammamet faticherebbe a convincere lo spettatore.

Regia: Gianni Amelio; genere: drammatico (Italia, 2020); attori: Piefrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi, Federico Bergamaschi, Roberto De Francesco, Adolfo Margiotta, Massimo Olcese, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna e con Renato Carpentieri e Claudia Gerini.

HAMMAMET IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ti piacciono i film che affrontano la recente storia italiana concentrandosi sul lato umano dei protagonisti.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti un film che prenda posizione su una delle figure più discusse della politica italiana.

CON CHI VEDERLO: con chi ha assistito alla caduta del leader socialista e alla fine della Prima Repubblica.

LA SCENA MEMORABILE: Le riflessioni sulla politica di Craxi.

LA FRASE CULT: «Finanziamenti illeciti, chi li ha mai negati! Ma non tutto serviva per la parata!»

La locandina di Hammemet uscito nelle sale il 9 gennaio.

1. NON È UN BIOPIC

La sceneggiatura, scritta da Gianni Amelio in collaborazione con Alberto Taraglio, si è concentrata sul lato più privato e umano degli ultimi sei mesi di vita del politico, malato da tempo di diabete e con un tumore al rene. Il regista ha sottolineato che non si tratta di un film biografico, ma di un progetto che dà spazio agli «spasmi di un’agonia».

Pierfrancesco Favino è Bettino Craxi.

2. L’INCREDIBILE TRASFORMAZIONE DI FAVINO

Pierfrancesco Favino è stato trasformato in Craxi da un team di truccatori italiani che hanno studiato in Inghilterra. Per ottenere l’incredibile livello di realismo, sono stati impiegati molti mesi. L’attore ha sottolineato: «Ricordo che durante il rituale dell’applicazione arrivava il momento, quello in cui venivano messe le sopracciglia finte e indossavo gli occhiali, che era per me il momento dell’oblio di sé, capace di aprire la porta verso qualcosa di nuovo e di diverso. Una porta che, non ci fosse stata, non sarei stato in grado di entrare in un mondo altro e di toccare le cose e le corte che ho toccato». Trovare la giusta voce è stato invece frutto di un lavoro meticoloso basato sulla visione di molti video e interviste.

3. L’UOMO PRIMA DEL POLITICO

Favino ha ammesso di conoscere, prima del film, solo il politico Craxi, non l’uomo. Per addentrarsi nella storia senza prendere posizione o esprimere giudizi, l’attore si è concentrato sul concetto di “eredità” e sulla figura di un padre.

4. LE LOCATION DEL PRESIDENTE

Per aumentare ulteriormente l’aderenza con la realtà, alcune sequenze del film sono state girate nei luoghi in cui ha vissuto Craxi tra cui la casa di Hammamet dove l’ex presidente del Consiglio è rimasto fino alla morte, il 19 gennaio 2000.

L’impressionante trasformazione di Favino.

5. UN FILM DI INNOMINATI

Gianni Amelio ha eliminato tutti i nomi propri dal film. «Non si fanno», ha spiegato il regista, «perché si conoscono anche troppo». La scelta invece di modificarne alcuni e chiamare la figlia Anita invece di Stefania è stata presa pensando alla venerazione del politico nei confronti di Garibaldi.

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Jumanji: The Next Level è il classico film di Natale senza pretese

Inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo: se volete passare un po' di tempo durante le feste in relax con la famiglia il secondo sequel dell'episodio del 1995 è quello che fa per voi. Una trama esile non certo per palati fini.

Jumanji: The Next Level riporta al cinema le incredibili avventure del gruppo di giovani che vengono trasportati all’interno di un videogioco, secondo sequel del film del 1995 Jumanji, dopo Jumanji – Benvenuti nella giungla del 2017. La situazione in questo capitolo della storia è complicata dalla presenza del nonno di Spencer, ragazzo che fa fatica ad abituarsi alla normalità dopo la prima esperienza nella giungla in cui ha avuto un avatar davvero eroico e possente, e del suo amico Milo, ruoli affidati alle star della comicità Danny DeVito e Danny Glover.

BLOCKBUSTER DAI RITMI DIVERTENTI

Il nuovo elemento su cui si sviluppa la narrazione si rivela vincente: i due personaggi alle prese con la scoperta delle regole del gioco, del loro nuovo “fisico” e di conoscenze e abilità inedite danno vita a momenti esilaranti grazie alle performance di Dwayne Johnson e Kevin Hart che interpretano alla perfezione lo spaesamento dei due personaggi. Karen Gillan e Jack Black sono nuovamente brillanti, e anche loro messi alla prova con uno scambio di ruoli, e la new entry Awkwafina conferma di essere in grado di passare dal registro drammatico del film rivelazione The Farewell – Una bugia buona ai ritmi necessari a far divertire gli spettatori del blockbuster.

AZIONI IN STILE VIDEOGIOCO E BUONI SENTIMENTI

Il cattivo Jorgen il Bruto, ben costruito sulla fisicità di Rory McCann, è poi un antagonista adatto alla situazione e gli elementi che ricreano le avventure dei videogame “vintage” sostengono bene una trama esile, ma efficace. Il regista Jake Kasdan aumenta la spettacolarità proposta dal film tra inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo, continui cambi di location e missioni da compiere, ovviamente in pieno stile videogioco, e il risultato è una commedia leggera, coinvolgente e con la giusta dose di azione e buoni sentimenti.

Una scena coi due protagonisti anziani.

FORMULA CALIBRATA PER GIOVANI E FAMIGLIE

Non manca infatti lo spazio per le amicizie da riallacciare, nuove occasioni e un pizzico di romanticismo, formula ben calibrata su un pubblico composto da giovani e famiglie. Jumanji: The Next Level, pur non proponendo nulla di veramente originale, appare però come un titolo perfetto per le festività natalizie che permettono di trascorrere più tempo in totale relax.

JUMANJI: THE NEXT LEVEL IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Eddie e Milo si ritrovano nel mondo di Jumanji e iniziano a scoprirne i segreti e le nuove abilità a loro disposizione.

LA FRASE CULT

«Sono morto e mi sono trasformato in un piccolo boy scout pieno di muscoli?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film per tutta la famiglia ricchi di avventura e divertimento.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i progetti spettacolari ideati senza troppe pretese.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per divertirsi insieme durante le feste.

PERCHÉ VEDERLO

Per trascorrere un po’ di tempo in totale relax immergendosi in un mondo fantastico.

Regia: Jake Kasdan; genere: commedia, avventura (Usa, 2019); attori: Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart, Karen Gillan, Awkwafina, Danny DeVito, Danny Glover, Alex Wolff, Nick Jonas.

1. SCENA SUI TITOLI DI CODA: LE BASI PER UN TERZO CAPITOLO

Una scena inserita durante i titoli di coda di Jumanji: The Next Level mostra l’arrivo a casa di Spencer di chi deve occuparsi di alcune riparazioni, ruolo affidato a Lamorne Morris, che scende nello scantinato e nota la console del videogioco, prendendola in mano. Come accade nel film originale del 1995 e nei romanzi di Chris Van Allsburg fonte di ispirazione per il franchise, nel mondo “reale” iniziano quindi ad apparire delle creature provenienti da quello fantastico. La continuazione della storia potrebbe quindi sviluppare nuovamente lo spunto narrativo di elementi incredibili e pericolosi che “invadono” la nostra realtà.

2. HOLLYWOOD APPREZZA: C’È LA FILA DI ATTORI

Dwayne Johnson ha rivelato che nel caso in cui venga realizzato un terzo capitolo di Jumanji ci sono già molte star che hanno espresso il desiderio di essere coinvolte nel progetto e “diventare” degli avatar. L’attore ha infatti spiegato che molti colleghi gli hanno chiesto di ottenere la possibilità di avere una parte nella realizzazione di un’avventura di Jumanji e essere “interpretati” da lui o da Kevin Hart.

3. COME INTERPRETARE DEVITO? OSSERVANDOLO

Danny DeVito ha raccontato che Dwayne Johnson lo ha osservato a lungo sul set per capire in che modo “interpretarlo” nel film. La star ha spiegato di non aver dato alcun consiglio al collega che ha semplicemente sfruttato nel migliore dei modi il tempo trascorso insieme per scoprire tutti i dettagli utili per lavorare sul set nel migliore dei modi.

4. DAGLI AVATAR L’IDEA DI COINVOLGERE DEGLI ANZIANI

Dwayne Johnson ha svelato di aver avuto l’idea di introdurre nella storia la coppia di anziani amici affidati poi a Danny DeVito e Danny Glover mentre parlava con Jake Kasdan dell’ipotesi di realizzare un sequel. Il fatto che in Jumanji vengano coinvolti gli avatar, che modificano totalmente l’aspetto fisico e le caratteristiche di una persona, lo hanno spinto a ipotizzare una storia in stile Cocoon, arrivando quindi al coinvolgimento nelle avventure nel mondo del videogame del nonno di Spencer e del suo amico.

5. ULTIMO FILM? JACK BLACK VERSO IL RITIRO

Jack Black, durante la promozione del film, ha svelato di non escludere che Jumanji: The Next Level sia il suo ultimo film. Da tempo l’attore ha infatti pensato a un possibile ritiro dal mondo dello spettacolo per poter trascorrere più tempo con la sua famiglia e per ora non ha deciso se accettare ulteriori progetti. Il 50enne Jack ha però ammesso che potrebbe valutare dei ruoli in qualche serie tivù, visto che l’impegno sul set sarebbe più lungo, ma con orari meno impegnativi.

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La dea fortuna di Ozpetek non è il solito film sulle famiglie arcobaleno

Una coppia gay in crisi (Accorsi-Leo) si trova a gestire i due bambini di un'amica (Trinca). Ma la storia fa riflettere sulla genitorialità di tutti, a prescindere dall'orientamento sessuale. Una raffica di sentimenti, emozioni, risate e qualche lacrima.

Ferzan Ozpetek torna alla regia con La dea fortuna, film con cui esplora nuovamente il tema della famiglia tramite il racconto della coppia composta da Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) che fa i conti con un rapporto in difficoltà e la cui quotidianità viene stravolta dall’entrata in scena di Annamaria (Jasmine Trinca), la migliore amica di Alessandro, e dei suoi due figli.

TROPPO IN SECONDO PIANO GLI ATTORI NON PROTAGONISTI

La sceneggiatura, scritta dal filmmaker in collaborazione con Gianni Romoli e Silvia Ranfagni, riesce a delineare i protagonisti con grande attenzione, permettendo ad Accorsi e Leo di regalare due ottime interpretazioni che sostengono una narrazione in cui i personaggi secondari, nonostante propongano degli spunti narrativi interessanti come nel caso di chi deve fare i conti con l’Alzheimer, restano purtroppo sempre in secondo piano.

RACCONTO DIVERTENTE E A TRATTI COMMOVENTE

La bravura delle due star riesce però a proporre un racconto emozionante, divertente e a tratti commovente di un amore che si rinnova e si mette alla prova, trovando nei giochi di contrasti la formula quasi perfetta per coinvolgere gli spettatori nel susseguirsi di situazioni, musica, scambi di battute e suggestioni visive.

LA FOTOGRAFIA VALORIZZA LE LOCATION

La luminosa fotografia valorizza inoltre le location scelte, passando da Roma alla Sicilia, e facendo quasi dimenticare l’irrealtà del mondo creato da Ozpetek fatto anche di terrazzi e palazzi che rispecchiano l’apertura o la chiusura mentale di chi ci abita.

Jasmine Trinca interpreta il ruolo di Annamaria, la mamma dei due bambini.

FILM NON SENZA DIFETTI MA CHE LASCIA IL SEGNO

La dea fortuna non è un film privo di difetti, tuttavia riesce a mantenersi ben ancorato alla realtà grazie ai sentimenti e alle emozioni portate in scena, regalando ai fan di Ozpetek un nuovo racconto che lascia il segno.

LA DEA FORTUNA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Alessandro e Arturo affrontano i compiti dei due bambini.

LA FRASE CULT

«Mettiamoci ancora più nei guai!».

TI PIACERÀ SE

Ami lo stile del regista e il suo approccio alla rappresentazione di situazioni reali.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i racconti pieni di sentimenti ed emozioni.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per riflettere sui sentimenti che legano le persone tra loro.

PERCHÉ VEDERLO

Per apprezzare l’approccio pieno di speranza che offre il racconto.

Regia: Ferzan Ozpetek; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Sara Ciocca, Edoardo Brandi.

1. L’OBIETTIVO: PARLARE DELLA GENITORIALITÀ

Ferzan Ozpetek ha spiegato che il suo obiettivo non era di affrontare il tema delle famiglie arcobaleno, ma di riflettere sul fatto che essere genitori «non è una questione genetica, ma di cuore, cervello e moralità». Il regista, presentando il suo nuovo film, ha voluto ribadire: «Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù».

2. LO SPUNTO PER OZPETEK: UNO SCENARIO COI SUOI NIPOTI

Alla base del progetto c’è un’esperienza personale vissuta dal regista: alcuni anni fa suo fratello si è gravemente ammalato e sua moglie gli ha chiesto, nel caso in cui fosse successo qualcosa anche a lei, di occuparsi assieme al compagno dei suoi due figli. Questa situazione ha portato Ozpetek ad affrontare dei dubbi e delle paure personali inedite, non sapendo come avrebbe reagito alla possibile entrata nella sua vita quotidiana dei nipoti 12enni. La dea fortuna nasce quindi come esplorazione di quelle emozioni e di quei dubbi, cercando di offrire a se stesso e a gli spettatori delle risposte.

3. CHE FEELING SUL SET: LA COMPLICITÀ TRA I PROTAGONISTI

Stefano Accorsi ha svelato di essere rimasto sorpreso dall’essere riuscito a creare subito la giusta complicità con Edoardo Leo, potendo così rappresentare una coppia che sta insieme da oltre 10 anni in modo naturale ed efficace. La collaborazione tra di loro, secondo l’attore, è stata molto facile. Il suo collega ha confermato questo elemento lodando la capacità del cast di comprendere con bravura la storia proposta dalla sceneggiatura e le caratteristiche uniche dei personaggi.

4. IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ DI LEO: LAVORARE COL REGISTA

Edoardo Leo ha raccontato che lavorare con Ferzan Ozpetek è sempre stato un suo sogno e da anni sperava di ricevere una proposta per collaborare con lui. L’attore ha sottolineato che entrare a far parte della famiglia creata dal regista è un’esperienza unica e gli ha permesso di mettersi alla prova come attore, in particolare dal punto di vista emotivo che ha richiesto un grande impegno.

5. L’APPROCCIO AL LAVORO: CAMBI A SORPRESA SUL SET

Accorsi ha raccontato che quando si lavora con Ozpetek si arriva sul set senza sapere esattamente cosa accadrà, pur avendo un’idea di quello che si dovrebbe girare. L’attore ha spiegato che la scena in cui si balla sotto la pioggia inizialmente mostrava tutti che fuggivano tranne Annamaria, interpretata da Jasmine Trinca. Il regista è però arrivato sul set e ha cambiato tutto perché ha detto che la reazione dei personaggi sarebbe stata proprio l’opposto, cioè uscire sotto la pioggia a danzare.

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“Il primo Natale”, il vorrei ma non posso di Ficarra e Picone

Commedia natalizia per il duo comico che festeggia 25 anni di carriera assieme. Un approccio ironico per affrontare i problemi della società. Ma senza osare fino in fondo nella critica a religione e tradizioni. Pur strappando comunque diverse risate. La recensione.

Il duo di comici composto da Salvatore Ficarra e Valentino Picone torna nei cinema con la commedia natalizia Il primo Natale che segue le avventure del ladro Salvo e del prete Valentino, trasportati indietro nel tempo e arrivati misteriosamente ai giorni della nascita di Gesù, ritrovandosi così alle prese con l’epoca della dominazione romana, molte incomprensioni e problemi.

I CONTRASTI DI DUE FIGURE QUASI AGLI OPPOSTI

Il salto indietro nel tempo diventa un espediente per affrontare con ironia i problemi della società contemporanea e l’approccio delle persone alla religione, riuscendo non sempre nell’obiettivo nonostante il film strappi diverse risate. Visivamente ben curato, anche grazie al contributo del direttore della fotografia Daniele Ciprì, Il Primo Natale può sfruttare anche la convincente interpretazione di Massimiliano Popolizio nel ruolo dello spietato Erode e il pubblico di tutte le età sarà coinvolto nella divertente narrazione dei tentativi dei due protagonisti, costruiti dai due comici in collaborazione con gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Fabrizio Testini sfruttando i contrasti di due figure quasi in opposizione.

PIÙ ORIGINALE DELLE ALTRE PROPOSTE NATALIZIE

Pur non mantenendo alta la comicità dall’inizio alla fine e non osando fino in fondo criticare in modo tagliente la società o le tradizioni, la commedia riesce comunque a inserirsi con una certa originalità tra le proposte natalizie, sfruttando la simpatia trascinante di Ficarra e Picone.

Una scena del film “Il primo Natale”.

IL PRIMO NATALE IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

I due protagonisti vengono coinvolti nella nascita di Gesù.

LA FRASE CULT

«Come bambino sarà tranquillo, poi le cose si complicano dopo i 30 anni: moltiplica i pani, cammina sulle acque… buon Natale!»

TI PIACERÀ SE

Ami la comicità semplice e sincera di Ficarra e Picone.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi le commedie leggere che cercano di offrire riflessioni su aspetti sociali.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole rilassarsi con una commedia natalizia per tutta la famiglia.

PERCHÉ VEDERLO

Per divertirsi con un film in grado di coinvolgere lo spettatore sfruttando tradizioni e problemi sociali.

Regia: Salvatore Ficarra, Valentino Picone; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia.

1. PROGETTO IDEATO DA TEMPO: TUTTO È NATO DAL PRESEPE

La storia alla base del film Il primo Natale era stata ideata da tempo da Ficarra e Picone e i due hanno sottolineato che volevano avvicinarsi al loro primo progetto destinato a una distribuzione durante le feste senza ricorrere a figure come Babbo Natale o le renne, ma riprendendo il racconto tradizionale del compleanno di Gesù. Nicola Guaglianone ha raccontato che si è quindi partiti dall’idea del presepe per poi ampliare il racconto con molte tematiche e situazioni divertenti.

2. FONTI D’ISPIRAZIONE: TOTÒ, VILLAGGIO, BOLDI E DE SICA

Tra i riferimenti cinematografici a cui si sono ispirati Ficarra e Picone per dirigere la commedia ci sono molti film classici, tra cui Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro, e comici del calibro di Totò, Paolo Villaggio, Massimo Boldi e Christian De Sica.

Ficarra e Picone nel loro film di Natale.

3. TEMPI STRETTI PER GIRARE: SOLO 10 SETTIMANE

Il tempo a disposizione per le riprese era di solo 10 settimane e questo ha obbligato il team della produzione e i due registi a prepararsi con grande attenzione fin da mesi prima dell’inizio del lavoro sul set, in modo da prevedere eventuali problemi e individuarne subito le possibili soluzioni.

4. CARRIERA DA CELEBRARE: IL DUO FA 25 ANNI ASSIEME

Il duo composto da Ficarra e Picone festeggia i suoi primi 25 anni di carriera e le celebrazioni iniziano proprio con l’uscita del film Il primo Natale nelle sale per poi proseguire con una tournée teatrale che si concluderà a Natale 2020.

5. SPUNTI PER IL PUBBLICO: L’OBIETTIVO DI FAR RIFLETTERE

La scelta di riflettere sul presente è stata sviluppata fin dall’inizio perché Ficarra e Picone hanno dichiarato: «Ci piace l’idea che il pubblico possa uscire dal cinema con una domanda e che abbia voglia di discutere di quello che ha visto, anche rimanendo della sua opinione».

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Cetto c’è ed è più sovranista dei sovranisti

Esce nelle sale il nuovo film di Antonio Albanese, terzo capitolo del suo celebre personaggio La Qualunque. Ma questa volta la realtà sembra superare la fantasia.

Antonio Albanese riprende il ruolo di Cetto La Qualunque per tornare a ironizzare sui problemi della società contemporanea nella commedia Cetto C’è, senzadubbiamente. Dopo aver lasciato la politica e l’Italia, il protagonista si è trasferito in Germania dove gestisce una catena di pizzerie, ha conosciuto sua moglie ed è diventato padre. Quando la sorella di sua madre lo fa tornare a Marina di Sopra, in Calabria, Cetto scopre però di essere in realtà l’erede del principe Luigi Buffo di Calabria e diventa un sovrano “assolutista”.

Il personaggio creato insieme a Piero Guerrera, arrivato alla sua terza apparizione cinematografica, paga un po’ troppo la sua natura prevalentemente adatta al piccolo schermo nonostante la sceneggiatura e la regia di Giulio Manfredonia cerchino di creare una narrazione scorrevole e ricca di momenti divertenti, sfruttando i contrasti esistenti tra le diverse generazioni con Cetto e Melo (un convincente Davide Giordano), e tra il passato politico e la sua nuova quotidianità da monarca.

L’approccio sarcastico alla situazione della nostra nazione funziona solo a tratti e nemmeno i tanti equivoci, le situazioni sopra le righe, le battute legate all’idea degli italiani mafiosi e dei tedeschi nazisti, e il rapporto con la moglie riescono a dare spessore a una commedia davvero esile per quanto riguarda i contenuti e l’originalità. Il film comunque riesce a strappare qualche risata, ma il talento di Albanese meriterebbe un progetto più curato e meno scontato per far emergere i tempi comici e l’espressività che lo caratterizzano come attore.

CINQUE COSE DA SAPERE SU CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

Un lavoro complicato: «La realtà ha superato la fantasia

Antonio Albanese ha dichiarato che il lavoro di comico sta diventando sempre più complicato perché «la realtà supera ogni forma di comicità». L’attore ha sostenuto che persino le sue battute, così sopra le righe, stanno iniziando ad avere troppi punti di contatto con la vita quotidiana degli italiani. Albanese ha quindi sottolineato che Cetto, per gli standard attuali, è un moderato ed è necessario reagire alla situazione con l’energia della comicità.

Le richieste dei fan ad Albanese per un terzo capitolo

Il ritorno di Cetto sul grande schermo è stato deciso dopo le numerose richieste dei fan che volevano assistere a un terzo capitolo della sua storia nelle sale. Albanese e lo sceneggiatore Piero Guerrera avevano dichiarato che avrebbero pensato a un altro film solo se ne valeva la pena e dopo 7 anni hanno avuto un’idea che hanno ritenuto valida, iniziando a svilupparla.

Gli intrecci tra vita reale e finzione

Antonio Albanese ha svelato che la storia ha un piccolo punto in comune con la sua vita: il padre dell’attore è infatti stato costretto a lasciare la Sicilia e trasferirsi al Nord per trovare un lavoro, nonostante amasse la propria regione.

Una “vera” iniziativa: la piattaforma Pileau

Online è stata lanciata ufficialmente la piattaforma Pileau che sostiene la candidatura di Cetto La Qualunque al trono del Regno delle due Calabrie e dove è possibile esprimere liberamente le proprie idee. L’ironica iniziativa prende il nome dal “filosofo” Jean Jean Pileau, descritto come un «evasore fiscale, mecenate e sessuomane francese vissuto a cavallo tra 700, 800 e 900. Nato nel 1798 in Francia da genitori di origini italiane».

Un brano virale: il duetto Albanese-Guè Pequeno

Nella colonna sonora del film Cetto c’è, senzadubbiamente è presente un duetto di Antonio Albanese con Guè Pequeno, intitolato Io sono il re, accompagnato online da un video che ha già superato quota 900.000 visualizzazioni su YouTube e diventato un fenomeno virale.

IL FILM DI ALBANESE IN PILLOLE

La scena memorabile: Cetto scopre le sue vere origini;

La frase cult: «La democrazia non può garantire più niente, un re sì»;

Ti piacerà se: Ami le commedie leggere che si ispirano alla realtà;

Devi evitarlo se: se non ami battute legate agli stereotipi e un’immagine della donna un po’ troppo banalizzata;

Con chi vederlo: insieme a chi apprezza il talento comico di Antonio Albanese;

Perché vederlo: per riflettere senza troppo impegno sulla possibile direzione della politica italiana.

Regia: Giulio Manfredonia; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Caterina Shulha, Gianfelice Imparato, Davide Giordano.

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Trailer e recensione de La Belle Époque

Il film di Nicolas Bedos con Daniel Auteuil è una commedia brillante e insieme malinconica. Una sorta di Truman Show che spinge a riflettere sulle relazioni d'amore e sulla nostalgia. Da vedere.

Ritornare a vivere il passato per apprezzare il presente: questa è l’idea alla base dell’affascinante commedia La belle époque, diretta da Nicolas Bedos e presentata all’ultima Festa del cinema di Roma. Daniel Auteuil è Victor, uomo refrattario alle nuove tecnologie che viene cacciato di casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant), la quale al contrario del marito subisce il fascino delle novità. A questo punto entra in scena Antoine (Guillaume Canet) titolare della Time Traveller un’agenzia che ricrea per i clienti un momento del passato. E Victor chiede di rivivere, come in un Truman Show, il 16 maggio 1974: il primo appuntamento con Marianne.

Daniel Auteuil interpreta Victor.

UNA RIFLESSIONE SULL’AMORE

Le brillanti interpretazioni del trio di protagonisti, affiancati dalla carismatica Doria Tillier (Margot, l’alter ego di Marianne) sostengono una commedia dalla vena malinconica e al tempo stesso trascinante. Bedos con La Belle Époque fa riflettere con il sorriso sull’evoluzione dei rapporti sentimentali e sulle difficoltà ad adeguarsi a un mondo in continua evoluzione.

Regia: Nicolas Bedos; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi.

LA BELLE ÉPOQUE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che divertono con intelligenza, accompagnati da un’ottima colonna sonora e interpretazioni brillanti.

DEVI EVITARLO SE: sei un grande appassionato di tecnologia e non capisci chi non è drogato di social media.

PERCHÉ VEDERLO: per divertirsi ed emozionarsi avvolti in un’atmosfera vintage.

Una splendida Fanny Ardant.

CON CHI VEDERLO: insieme a chi si ama, per riflettere con leggerezza sui problemi delle relazioni.

LA SCENA MEMORABILE: Victor “incontra” per la prima volta Marianne, dando indicazioni per ricreare alla perfezione il suo giorno memorabile.

LA FRASE CULT: «Non so cosa mi riserverà il futuro, ma voglio viverlo fino in fondo».

Guillaume Canet nei panni di Antoine ricrea il momento speciale di Victor.

UNA AVVENTURA PSICANALITICA

In una intervista Bedos, classe 1979, ha raccontato di essere stato folgorato da un’immagine: un uomo anziano litiga con la moglie che lo accusa di non sapere stare al passo con i tempi. L’uomo allora entra in una stanza in cui tutto lo riporta agli Anni 70. «Una specie di bolla protettiva che lui stesso ha creato», ha spiegato il regista. «Quest’uomo è nato dal riflesso di alcune persone che mi sono molto vicine e, per alcuni aspetti, da me stesso. Scrivere questa storia è stata una vera avventura anche psicoanalitica».

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Il regista ha ammesso che fin da giovane ha sviluppato una «paura quasi patologica nei confronti dell’erosione dei sentimenti e la distruzione dei ricordi». Un “terrore” che caratterizza quasi tutta la sua produzione.

Una splendida Fanny Ardant.

TECNOLOGIA, USARE CON CAUTELA

Guillaume Canet non è propriamente un tecno-entusiasta. «Si è talmente sommersi nella comunicazione e nei social network», ha detto l’attore, «che si rischia di dimenticare l’essenziale». Il che non significa rigettare la tecnologia tout court: «bisogna usarla con consapevolezza senza perdersi».

UN OMAGGIO AL CINEMA

La Belle Époque è un omaggio al cinema e alla magia della finzione. Non a caso Victor si riappacifica con se stesso nel momento in cui da attore diventa regista del proprio passato.


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Addio ad Antonutti, una delle voci più intense del nostro cinema

L'attore si è spento a 84 anni. Noto soprattutto per aver interpretato il Padre padrone dei fratelli Taviani, ha doppiato tra gli altri Christopher Lee e Omar Sharif.

È scomparso Omero Antonutti, doppiatore e interprete di tante pellicole a cominciare da Padre padrone dei fratelli Taviani. Nato in Friuli Venezia Giulia, a Basiliano nel 1935, si è spento il 5 novembre all’ospedale di Udine dopo una lunga malattia. Noto soprattutto come doppiatore, Antonutti ha prestato la sua voce tra gli altri a Christopher Lee ne Il Signore degli anelli, a John Hurt in V per Vendetta e a Omar Sharif in Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Ed è sempre sua la voce narrante de La vita è bella di Roberto Benigni e de Il mestiere delle Armi di Ermanno Olmi.

DAI TAVIANI A PLACIDO: LA CARRIERA AL CINEMA

Molto vicino ai fratelli Taviani, oltre a Padre Padrone, girò con loro anche La notte di San Lorenzo (1982), Kaos (1984) e più recentemente Tu ridi (1998). Sempre al cinema, Antonutti ha interpretato Farinelli – Voce regina di Gérard Corbiau, Un eroe borghese di Michele Placido, I banchieri di Dio – Il caso Calvi di Giuseppe Ferrara, La ragazza del lago e, nel 2008, Miracolo a Sant’Anna.

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Trailer e recensione di Tutto il mio folle amore

L'ultimo film di Salvatores è un road movie toccante, ben interpretato e con una colonna sonora travolgente. Un prodotto onesto, a tratti sopra le righe, ma senza altre ambizioni. La recensione.

Gabriele Salvatores torna alla regia con il road movie Tutto il mio folle amore presentato all’ultimo Festival di Venezia. Al centro della trama un adolescente, Vincent (Giulio Pranno), affetto da autismo e il padre biologico Willi (Claudio Santamaria). I due si incontrano per la prima e il 16enne decide di nascondersi nell’auto del genitore seguendolo nel suo tour nei Balcani dove è conosciuto come il Modugno della Dalmazia. La strana coppia è “inseguita” da Elena (Valeria Golino), madre di Vincent, e dal marito Mario (Diego Abatantuono). Ispirato al libro Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, il film funziona soprattutto grazie all’interpretazione degli attori e a una colonna sonora trascinante. La storia, firmata da Umberto Contarello e Sara Mosetti, è coinvolgente e toccante, ma a tratti sopra le righe. Il risultato è un film realizzato sapientemente che non ha altre ambizioni di sorta.

Regia: Gabriele Salvatores; genere: commedia, drammatico (Italia, 2019); attori: Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Giulio Pranno, Daniel Vivian.

TUTTO IL MIO FOLLE AMORE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ami i film che affrontano tematiche profonde con leggerezza e sensibilità.
DEVI EVITARLO SE: non apprezzi il mix narrativo tra fantasia e realtà.
PERCHÉ VEDERLO: per divertirsi ed emozionarsi con una storia semplice che fa riflettere sul rapporto genitore-figlio.
CON CHI VEDERLO: insieme alla famiglia.
LA SCENA MEMORABILE: il momento in cui grazia e un pc padre e figlio riescono a comunicare per la prima volta.
LA FRASE CULT: «La felicità non è un diritto, è un colpo di culo».

Vincent e Willi durante il loro viaggio.

1. LA CENTRALITÀ DELLA COLONNA SONORA

Gabriele Salvatores ha spiegato che con un cantante protagonista della storia è stato possibile limitare il ricorso a musiche originali optando per ri-arrangiamenti di brani di Domenico Modugno. Mauro Pagani ha lavorato sulle canzoni pensando al personaggio e alla vocalità di Santamaria che aveva già dimostrato le sue doti canore nella fiction Ma il cielo è sempre più blu sulla vita di Rino Gaetano.

2. LA PRIMA VOLTA DI GIULIO

Giulio Pranno, al suo esordio cinematografico, ha raccontato di aver proposto al regista la sua visione di Vincent e di aver collaborato alla caratterizzazione del personaggio. L’attore ha ottenuto la parte principale in Tutto il mio folle amore dopo non essere stato accettato al Centro sperimentale di ccinematografia.

Valeria Golino interpreta Elena, madre di Vincent. Qui con il marito Mario (Diego Abatantuono).

3. LIBERAMENTE ISPIRATO A UNA STORIA VERA

Il film si ispira liberamente al romanzo Se ti abbraccio non aver paura che racconta la storia di Franco Antonello e del figlio autistico. I due insieme hanno girato il mondo creando una fondazione che si occupa di ragazzi disabili. Antonello, raccontando l’importanza di viaggiare con il figlio, ha spiegato: «La cosa più positiva è che girando il mondo mio figlio ha conosciuto l’amicizia, l’amore e realtà nelle quali la disabilità è considerata solo come un modo diverso di approcciarsi. Così ha costruito la sua autostima e ha capito che autismo non significa solo restare chiusi in una stanza e prendere farmaci».

4. SALVATORES E ABATANTUONO: UN’AMICIZIA TRENTENNALE

Se Santamaria era alla sua prima collaborazione con Salvatores, Diego Abatantuono ha realizzato con il regista – di cui è amico da 30 anni – ben 10 film. I due condividono anche un affetto: l’attuale compagna di Salvatores, la scenografa Rita Rabassini, è stata spostata con Abatantuono con il quale ha una figlia nata nel 1985.

Un primo piano di Valeria Golino.

5. UN ALTRO RAIN MAN PER VALERIA GOLINO?

A Che tempo che fa Valeria Golino parlando delle assonanze tra Tutto il mio folle amore e Rain Man che interpretò con Tom Cruise e Dustin Hoffmann ha precisato: «Questo non è un film sull’autismo, l’autismo è una delle caratteristiche che questo ragazzo ha ma parla di tante altre cose. Entrambi sono due road movie, sono due film che parlano di due parenti che si incontrano, scontrano, riconoscono, rieducano a vicenda». 

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Chi è Vittorio Cecchi Gori, una vita tra il cinema e la Fiorentina

L'imprenditore ereditò l'azienda del padre, arrivando a produrre film come Il Postino e La vita è bella. E fu presidente della Fiorentina, che non salvò dal fallimento. Una mostra fotografica presentata alla Festa del Cinema di Roma ripercorre la sua storia.

Una vita tra cinema e pallone, fatta anche di fallimenti. La storia di Vittorio Cecchi Gori, simbolo del grande schermo e dello sport italiano degli Anni Novanta, viene raccontata alla Festa del Cinema di Roma 2019 dalla mostra fotografica Cecchi Gori – Una famiglia italiana. Sono immagini che narrano l’ascesa del più grande gruppo di produzione e distribuzione cinematografica italiano di tutti i tempi, con la partecipazione di amici come Lino Banfi, Giuseppe Tornatore, Roberto Benigni, Leonardo Pieraccioni e Carlo Verdone. E che glissano sugli anni Duemila, fatti di fallimenti e vicende giudiziarie.

IL PADRE MARIO CECCHI GORI, FONDATORE DELL’AZIENDA

Vittorio Cecchi Gori, nato a Firenze il 27 aprile 1942, è figlio dell’imprenditore Mario Cecchi Gori, presidente del principale gruppo di produzione di film italiano. Nel 1980 Vittorio iniziò a collaborare con il padre, che produsse oltre 200 film con registi del calibro di Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola e Federico Fellini. Il 21 giugno 1990, poi, la famiglia Cecchi Gori aveva acquistato da Lorenzo Righetti la Fiorentina, che giocava in Serie B.

LA FIRMA DI CECCHI GORI SU IL POSTINO E LA VITA È BELLA

Alla morte del padre Mario, avvenuta il 5 novembre 1993, Vittorio gli subentrò alla guida delle attività di famiglia. Il Gruppo Cecchi Gori diventò leader nella produzione e distribuzione cinematografica nel mercato italiano, mettendo la propria firma, tra gli altri, su due capolavori del cinema nostrano: Il postino (1994), con Massimo Troisi, premio Oscar per la miglior colonna sonora, e La vita è bella (1997), con Roberto Benigni, vincitore di tre Oscar per miglior film straniero, miglior attore protagonista e miglior colonna sonora. Il Gruppo Cecchi Gori finanziò anche Johnny Stecchino (1991) di Roberto Benigni e i 10 film della saga del ragionier Fantozzi (dal 1975 al 1999), interpretati da Paolo Villaggio.

ALLA GUIDA DELLA FIORENTINA, DAI TROFEI AL FALLIMENTO

Vittorio Cecchi Gori, alla morte del padre, gli subentrò anche come presidente della Fiorentina. In pochi anni portò la squadra dalla Serie B alla qualificazione in Champions League. Con giocatori come Gabriel Batistuta, Rui Costa e Francesco Toldo la Viola vinse due Coppe Italia (1996 e 2001) e una Supercoppa Italiana (1996), ancora oggi gli ultimi trofei alzati dal club. Cecchi Gori non salvò però la squadra dal fallimento nell’estate 2002: i gigliati furono costretti a ripartire dalla serie C2 con il nome di Florentia Viola, sotto la proprietà dei fratelli di Diego e Andrea Della Valle.

GLI ANNI BUI E LA VENDITA DI TUTTE LE ATTIVITÀ

Tra il 1999 e il 2000 l’imprenditore, a causa di difficoltà finanziarie, fu costretto a vendere tutte le attività di famiglia, che non riguardavano soltanto il settore cinematografico. Nel 1994, tentando di rompere il duopolio televisivo Rai-Mediaset, Vittorio Cecchi Gori aveva infatti acquistato le emittenti Videomusic e Telemontecarlo, l’attuale La7. Negli anni successivi è stato oggetto di numerose vicende giudiziarie, risultando condannato per il fallimento della Viola (2006) e bancarotta fraudolenta (2013). Tra il 1994 e il 1996 fu anche senatore nelle fila del Partito popolare italiano.

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