Il video della lite tra Bugo e Morgan a Sanremo 2020

L'ex leader dei Bluvertigo cambia il testo di Sincero per attaccare il collega, che si offende e lascia il palco. Squalificati.

Sanremo si rispetta, non si diserta. Così Bugo e Morgan vengono squalificati dopo che il cantautore novarese lascia il palco del Festival in polemica col suo ospite, offeso dalle parole pronunciate da Morgan, che cambia il testo di Sincero per attaccarlo direttamente. «Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera, la tua ingratitudine, la tua arroganza, fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa», canta l’ex leader dei Bluvertigo. E ancora: «Ringrazia il cielo se sei su questo palco, rispetta chi ti ci ha portato dentro e questo sono io».

Succede anche questo nel Sanremo delle polemiche e degli ascolti da record. Succede che due concorrenti in gara litighino sul palco, portandoci i rancori di una serata di cover andata malissimo, completamente fuori sincrono, tra l’egocentrismo di Morgan che pensa di poter far tutto, dal pianista al direttore d’orchestra, e un Bugo che non riesce a stargli dietro e in qualche modo soccombe.

SQUALIFICATI

«Bugo e Morgan non rientrano. Si tratta di defezione, quindi da regolamento sono squalificati dal festival di Sanremo», dice Amadeus dopo essere apparso inizialmente spaesato. Fortuna che ci pensa Fiorello a sdrammatizzare, mandato in fretta e furia sul palco come la Protezione civile, per limitare i danni e salvare il salvabile. «Li considero due grandi artisti e la loro è una bellissima canzone, come le altre 23. Spiace che non siano qui a cantare».

FIORELLO SALVA IL SALVABILE

Già, era una bella canzone Sincero, poi Morgan l’ha cambiata. Bugo si è avvicinato a lui per capire, ha sfogliato le pagine sul leggio, poi gli ha voltato le spalle e ha lasciato il palco. Fine della musica, Morgan che fa il finto tonto, «dove è Bugo?», come se non capisse il motivo dell’addio del suo collega. E Bugo non torna più. Fiorello scherza: «Hai iniziato da ottobre a fare danni», dice ad Amadeus, probabilmente riferendosi anche a tutte le polemiche provocate dalle dichiarazioni sessiste del conduttore. «Ah, è colpa mia?», sorride Ama. «Certo, anche. Chi li ha messi insieme?». Così si riesce persino a ridere. E poi la proposta di Fiore: «Proclamiamo il vincitore stasera, così ce ne andiamo a casa». Probabilmente, gli avessero dato un foglio da firmare, Diodato ci avrebbe messo sopra il suo nome all’istante.

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Le pagelle della quarta serata di Sanremo 2020

Il Festival è un trionfo di perbenismo. Amadeus senza ironia, Novello senza talenti. Meglio Fiorello e Clerici. E tra i cantanti in gara si salvano Tosca, Gualazzi, Anastasio e la veterana Pavone.

Vanitas vanitatum et omnia Festival. Sanremo schizoide non rinuncia a ciò che gli riesce meglio: predicare dal pulpito sbagliato. Non è più un Festival, è un catechismo, un oratorio, un convento, un confessionale, un eremo, un corso di educazione civica, una lezione di comportamento sociale, un trionfo del perbenismo borghese, un’orgia di politicamente corretto mascherato da trasgressione. Pipponi travestiti da monologhi anche sciatti, imprecisi, approssimativi ma da ascoltare in religiosa contrizione; e questa è per l’appunto la vanità del cardinale.

Vanità sono i 300 mila euro pretesi da Benigni per recitare un Cantico dei Cantici liofilizzato. Vanità è il vecchio istrione che si atteggia a “Diablo” ma si vergogna “di essere uomo”, tutti qui ostentano vergogna per quello che sono ma la vergogna è estroflessa, mi vergogno per come siete, per la categoria cui appartengo senza colpa, mi vergogno per voi e di voi. Vanità è la megalomania di Fiorello che dice: Tiziano Ferro mi manda l’odio, offesissimo da un tweet di Tiziano il quale si è superbamente offeso perché l’altro la tira in lungo e ci vuole la diplomazia di Amadeus per risolver tutto a tarallucci e baci, roba da asilo Mariuccia, con tanto di vanitose letterine di scuse vergate a mano e diffuse via social.

Vanità è la mamma di Diletta Leotta, autrice di un disastroso discorso sulla bellezza – la sua; vanità è la madre che difende la figlia, «attacchi sessisti e invidiosi proprio dalle donne», che è una squisita logica di cosca. Vanità sono le tre generazioni di Leotta ritoccate, si vede che hanno qualche chirurgo estetico in famiglia. Vanità è l’artista allo sfascio che pretende dirigere l’orchestra e alle critiche replica: siete degli stronzi, anche Mozart arrivava ultimo, io sono come i Beatles. Tutto è vanità, a partire da questa presunzione di avere la verità rivelata e di poterla imporre a 10 milioni di capri espiatori. E così, vanità per vanità, omelia dopo omelia, ogni serata dura più della precedente, ormai siamo a sei ore.

CONDUTTORI

AMADEUS: 5. Che emozione, sono ragazzi fortissimi, che evento, che meraviglia, che donna meravigliosa, sono particolarmente felice. A presentare così son buoni tutti, non serve neanche il gobbo. E poi: ironia, non pervenuta. Preciso, ma ti fa cascare il naso, il mento e anche più giù.

FIORELLO: 6+. Vestito da Bianconiglio (questa è sottiletta, la capiranno gli insider) torna ai tempi del Villaggio Vacanze. Un po’ impermalosito, a tratti imbolsito, ma ogni tanto il Walter Chiari che riposa in lui torna ad agitarsi.

ANTONELLA CLERICI: 6+. Ormai si porge a tutti come avessero da 10 anni in giù. Però è anche l’unica vera conduttrice vista quest’anno. E col pappagallo, che fa un passo indietro da Amadeus. Da donna vera e da vera donna, giustamente.

FRANCESCA SOFIA NOVELLO: 2. File under: modella, ma soprattutto ex “ombrellina”, poi promossa fidanzata, di Valentino Rossi. Presentare no, manco le basi del mestiere, forse perché non l’ha fatto mai. Però strimpella il piano: pare il saggio di fine anno. Prova a dire che non sa far niente.

GIOVANI

TECLA (8 Marzo): 2. È in odore, pungente, di plagio – “Un senso” di Vasco Rossi, ma si sa come funziona qui: se sei predestinato, puoi clonare pure il Padreterno. Insulsa, del resto. «Ci vuole forza e coraggio» lo diceva sempre la prof di matematica, Iride Milza, chiamandoci a interrogazione. Poi ci ammazzava, però.

MARCO SENTIERI (Billy Blu): 6. A parte i capelli a casco da ciclista, il suo recitativo racconta una storia tragica di bullismo riscattata dalla Nemesi del bene. Molto orchestrata, un po’ alla Cristicchi. Non male, meritava di più. Ma non era un predestinato.

LEO GASSMAN (Vai Bene Così): 3. A proposito di predestinati. No ma il cognome mica c’entra, basta con questa storia, non perché è figlio e nipote di, è che è il nuovo Jim Morrison e mica ci ha colpa lui. C’ha un risucchio che tre minuti che lo senti e ti viene il reflusso gastrico. Bravo, hai vinto, chi l’avrebbe detto, l’anno prossimo tra i Big, Brancaleon, Brancaleon, Brancaleon.

FASMA (Per Sentirmi Vivo): 3/4. Cos’è, un nome d’arte o una crasi? La vedo bene al supermercato, mentre faccio la fila. Ma poi, se vuoi andar via da questa città, chi te lo impedisce? Gli archi vorrebbero essere drammatici, ma sono solo vecchi.

BIG

PAOLO JANNACCI (Voglio Parlarti Adesso): 5/6. Pianista, tanta esperienza, la musica la conosce e la canzone, grondante romanticismo, è ben costruita. Però non può cantare. Neanche Enzo, il padre, sapeva cantare. Però era un’altra cosa, ed erano altre canzoni.

RANCORE (Eden): 4. Se l’è, ‘sto tac tac tac? E poi, ‘ste infiorettature di piano tardoromantico non si usavano negli anni ’90? Dico la verità, non capisco niente di quello che dice, anzi che rappa, ma mi fido. Il flow, quella roba lì.

GIORDANA ANGI (A Mia Madre): 2. La piccola Angi parla festivalissimevolmente di mamma, cuore, amore, insicurezze. Sarò io una vecchia carogna, ma sui toni gravi mi ricorda Maria, pensa te; sugli acuti, pare il raglio di un somaro.

FRANCESCO GABBANI (Viceversa): 4. Ah, ma c’è di mezzo Pacifico, apposta mi pareva così brutta. Ma il problema è un altro, è “sciè dovesscimo schpiegare in pochisscime parole”, ma cos’ha in bocca? Una patata? p.s. Non so se l’ho già scritto, comunque è un bluff. Grosso. Bluffone.

RAFAEL GUALAZZI (Carioca): 6+. E Tropicana, jè. Punta, è chiaro all’estate pigliando la rincorsa, ma meglio l’estate delle menate. Viva il disimpegno, che poi disimpegno non è (ricordati di Carosone). Semel in Festival licet de bailar.

PINGUINI TATTICI NUCLEARI (Ringo Starr): 5. Finisse così, amen, quando tornate a casa date una carezza ai ragazzi e ditegli che è la carezza Del Papa. Invece si nasce cazzari e si finisce coscienze civili. Tutto nel girone che va da un Festivalone a un Concertone. E questo mi indispone.

ANASTASIO (Rosso di Rabbia): 6+. Ve lo ricordate il film Anastasia, mio fratello, con Sordi? Duro, eh? Anche il nostro Anastasio è duro. Pure troppo. Sì, lui è bravo. Però, per qualche motivo, questo riffaccione hard lascia un po’ di amaro in bocca. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo.

ELODIE (Andromeda): 3. Scusate, eh: ma se io ho voglia di sentirmi Mahmood, sento Mahmood. Se sento Elodie e viene fuori Mahmood, è inutile che sento Elodie. Che è pure stonata.

RIKI (Lo Sappiamo Entrambi): 2. Oddio, ma è il “filosofo” Fusaro! No, è Riki. Vabbè è uguale. Facciamo Riki Riki insieme?

DIODATO (Fai Rumore): 5. Nuovo Indie? Autore? Ma dai: sanremese senza un domani. «Non lo so se mi conviene se il tuo rumore mi fa bene» è uno dei versi più insidiosi in 70 anni di nefandezze festivaliere; «Pem Pem», risponde Elettra Miura.

IRENE GRANDI (Finalmente Io): 4. Non sarà neanche colpa sua, che se le dai qualcosa di decente la regge: ma questa canzonettina qui la rende un po’ patetica. «Se vuoi fare sesso facciamo adesso oppure è lo stesso», è quanto di più imbarazzante. C’è chi dice no, Irene: la prossima volta, a Vasco digli di no.

ACHILLE LAURO (Me ne frego): 2. Ah, voi dite che copio Bowie? E io lo rifaccio o giù di lì. Ah, voi dite che copio Zero? E io lo ricalco pari pari (stagioni 1977, 1984, 2020). Ad libitum, Gary Glitter, Marc Bolan, Sweet, Slade, hai voglia. Lui dice che no, stasera ha la Marchesa (Casati). Bòn, ma tu, di tuo, cosa ci metti? Ullallà, oddio, per chi si accontenta dei succedanei, per chi non nutre memoria ma disperate nostalgie.

PIERO PELÙ (Gigante): 4. Lo sapete che vi dico? Che ‘sta tamarrata di mash up I was made for loving you dei Kiss/Furia cavallo del West di Mal è la canzone perfetta per Sanremo: gli starebbe proprio bene, a Pelù, di vincerlo il Festival. Proprio bene, capite a me.

TOSCA (Ho Amato Tutto): 6+. Piace agli artisti, piace all’orchestra, piace a chi mastica musica. Proposta classica o datata? Raffinata o stilizzata? Comunque al palco dovrebbe arrivarci, senza scandalizzare nessuno (anzi, sarebbe scandaloso il contrario).

MICHELE ZARRILLO (Nell’Estasi O Nel Fango): 5/6. Cerca di svecchiarsi, ma passando sempre di qua. Una sua storia ce l’ha: forse questo poppettino screziato di soul gli porta qualche pagina nuovamente fortunata.

JUNIOR CALLY (No Grazie): 3. Adesso che si è tolto la maschera abbiamo capito: non c’era da preoccuparsi, c’era da ridere. Dicono che, alla lunga, ricalchi il grande Ugolino (Ma che bella giornata, 1968); verissimo: lo insegue: ma mica lo raggiunge. Il titolo interpreta il sentimento comune, una volta che lo si è ascoltato.

LE VIBRAZIONI (Dov’è): 1. La canzone forse più insulsa, più vecchia, più fanfarona, più banale, più “lialosa” del Festival, rischia di vincere il Festival. Perché è puro Festival, puro Sanremo.

ALBERTO URSO (Il Sole Ad Est): 2. È l’1:34 del mattino, sto seguendo il maledetto Festival da 5 ore secche, mi tocca sentire Piero Mazzocchetti reincarnato in Scialpi. Odio il mondo, odio tutti e soprattutto odio chi mi dice di non odiare. Perché parlate bene, voi al caldo sotto le fottute coperte.

LEVANTE (Tikibombom): 6. Al secondo ascolto, quel minimo effetto sorpresa è già svanito: ti accorgi che la signorina “vissi d’arte” ha pensato al 90% alle radio e il resto al fatidico impegno. Però, siccome anche le paraculate bisogna saperle fare, considerato il livello medio, vai, Levante, ti do la sufficienza e sparisci prima che cambi idea.

BUGO E MORGAN (Sincero): S.V. Dicono Morgan sia andato di traverso agli orchestrali con la sua megalomania malata. Certo questa pagliacciata è stata la sua ultima: cambia le parole, forse alludendo al socio, Bugo, che la prende male e lo sfancula. L’unico momento vivo del Festival sta nel suicidio degli ultimi annunciati: l’importante è finire male.

RITA PAVONE (Niente – Resilienza 74): 6+. E non si può far cantare il Pel di Carota alle due di mattina, su! Ha 74 anni, è stata pure male, bisogna essere delle carogne. E invece, carica come una pila, spazza via tutto e tutti ed è l’unica vera esibizione rock della nottata. Altro che Pelouche. E pazienza se la canzone non è granché.

ENRICO NIGIOTTI (Baciami Adesso): 4. Una lagna petalosa da far cascare gli zuccheri, poi improvvisamente imbraccia la chitarra e spara un curioso assolo alla Guns and Roses. Rob de matt.

ELETTRA LAMBORGHINI (Musica – E Il Resto Scompare): 0. Elettra Miura mette il turbo: pem pem, e non ce n’è per nessuno. Il resto scompare. Soprattutto la musica, scompare.

MARCO MASINI (Il Confronto): 5/6. Ascolta, si fa giorno: ti parla padre Masini. Ormai la sua scelta è netta, è chiara: una eterna confessione, canzoni sempre più scoperte, dolenti e, in fondo, non brutte. Sempre snobbato dalla critica, Masini si è ricavato un suo ruolo d’autore, e merita rispetto. Sono le 2:20, la messa è finita, è durata sei ore, andate in pace a morire tutti ammazzati.

OSPITI

TIZIANO FERRO: 5-. Sì ma una settimana intera di Tiziano Ferro farebbe arrugginire anche il Padreterno.

DUA LIPA: 2. Ed è subito fashion concept. La youtuber è amica dei Ferragnez, quindi i contenuti forti sono assicurati. Un modello, un inno per le donne, così difese in questo Festival.

GHALI: 3. Un quarto d’ora di licenza, a mezzanotte suonata, manco fosse Sinatra. Poi ancora dal palco della Nutella: troppo Ghali nel pollaio. Qui Ghali ci cova.

GIANNA NANNINI: 6. Un buon disco, ma poco fortunato. A Sanremo ne propone l’estratto forse più debole, poi non si capisce che bisogno abbia di zavorrarsi con questo tipo che non vale un Coez. Lasciamola riscattarsi con qualche classicone in salsa orchestrale, che va bene così.

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Il senso di Rula Jebreal al Festival di Sanremo

Il veto Rai alla presenza della giornalista ha scatenato le polemiche. Ma cosa ci faceva la Jebreal in una kermesse canora? Quale sarebbe stato il suo ruolo? E in quanti si sono chiesti «che ci azzecca»?

Quando ha cominciato a montare – sui giornali e sui social – la polemica sulla partecipazione di Rula Jebreal al prossimo Festival di Sanremo, in non pochi ci siamo chiesti «che ci azzecca?», Che ci azzecca la polemica (con tutto quel che sta succedendo nel mondo), ma anche che ci azzecca Rula con il Festival.

CANTANTE O VALLETTA?

Rula cantante? Rula valletta? Non sembrerebbe il ruolo adatto per questa giornalista ormai di profilo internazionale, cittadina del mondo, consulente del presidente Macron per il gender gap, stabilmente insediata nell’élite intellettuale ed ebraica newyorchese, ma spesso di ritorno in Italia per partecipare a talk show televisivi in cui non le manda certo a dire.

PERCHÉ ACCETTARE?

Cioè, ancora prima di chiedersi perché è stata invitata, ci si domanda perché lei avrebbe accettato, con quale intento e con quale scopo. Tanto più che il direttore artistico del Festival, Amadeus, ha precisato in un’intervista a Repubblica che quello di Jebreal «non sarà un intervento politico, chi viene a Sanremo non farà politica. Non mi interessa». E allora, che cosa farà? Sfilerà indossando preziose creazioni degli stilisti Made in Italy? Presenterà le canzoni? Reciterà un monologo teatrale? Danzerà? Nemmeno il tempo di approfondire la questione, che già erano partiti i razzi della polemica, dopo la decisione dei vertici Rai di sospendere la firma del contratto e non confermare i voli per la discussa ospite.

LA POLITICA CHE SI DIVIDE

Da un lato, coloro che inneggiano alla decisione della Rai, contestando la Jebreal soprattutto per la veemenza con cui esprime le sue critiche a un’Italia gretta, razzista e fascisteggiante; dall’altra i suoi difensori, che sbandierando l’hashtag #iostoconRula denunciano censura e discriminazione contro la giornalista, segno della sottomissione della Rai alle volontà sovraniste e leghiste. «La Jebreal potrebbe essere incaricata a Sanremo di spiegarci quanto le facciamo schifo» (Daniele Capezzone). «Sarebbe “discriminazione di Stato” non dare a Rula Jebreal il palco dell’Ariston con i soldi degli italiani. Gli stessi italiani accusati dalla signora di essere fascisti, razzisti, impresentabili» (Daniela Santanché). Sul fronte opposto, soprattutto esponenti di Italia Viva, come per esempio Gennaro Migliore («L’estromissione di #RulaJebreal dal festival di Sanremo puzza lontano un miglio di epurazione sovranista») e Davide Faraone («Vergognoso che la Rai, la tv pubblica si pieghi al diktat di Salvini. Porterò il caso in vigilanza Rai. Non possiamo stare zitti»).

LA SOLIDARIETÀ FEMMINISTA

E naturalmente non manca la solidarietà femminile e femminista: «Si esclude un’ottima giornalista per le proteste dei sovranisti. Dimenticando che la presenza di Rula al Festival avrebbe dimostrato che le persone non si scelgono per il genere o per il colore della pelle, ma solo per competenza e professionalità», (Teresa Bellanova); «Se è vero che sulla decisione hanno pesato le polemiche scatenate sui social dai sovranisti allora non ci siamo. Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta», (Laura Boldrini). Già, ma torniamo a bomba. Di quali competenze parliamo, nell’ambito del Festival di Sanremo?

UNA TOP TEN DI DONNE PER AMADEUS

Secondo le anticipazioni di Amadeus, Rula Jebreal avrebbe fatto parte di una top ten di donne che dovrebbero affiancarlo sul palco, donne speciali per meriti e talenti particolari, dunque rappresentative di un universo femminile positivo e vincente. Peccato che delle altre nove non si sia saputo nulla. Tranne di una, la co-conduttrice Diletta Leotta, indubbiamente una ragazza di successo. I cui meriti e talenti sono ben chiari nella mente e nelle fantasie di milioni di maschi italiani, che pur di accarezzarne le curve per tre o quattro serate, si beccherebbero pure le rampogne antirazziste della Jebreal, peraltro non meno bella e fascinosa della Leotta. Al limite, il sovranista toglierà l’audio, il democratico di sinistra posterà sui social #iostoconRula e qualcuno risponderà al volo «sì, ti piacerebbe».

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La Rai curerà da sola la comunicazione di Sanremo

Dopo le polemiche legate all'ipotesi del conflitto di interessi di Giannotti con MN Italia, la tv di Stato decide di curarsi da sola la promozione del Festival.

Dopo le polemiche sui rapporti “incestuosi” con Mn Italia, alla fine Fabrizio Salini avrebbe deciso: niente appalto esterno per la comunicazione del Festival di Sanremo che sarà affidata in toto alla Direzione Comunicazione della Rai.

CONFLITTO DI INTERESSI

La decisione dell’amministratore delegato della tivù pubblica arriva dopo che Striscia la Notizia, Lettera43, e poi la Commissione parlamentare di vigilanza avevano sollevato l’ipotesi di un conflitto di interessi tra MN Italia – la societa’ che si sarebbe dovuta aggiudicare l’appalto (era già partita la richiesta, poi annullata) – e il Direttore della Comunicazione di viale Mazzini Marcello Giannotti – portato in azienda da Salini – e che fino a un anno fa lavorava proprio in MN.

SUL TAVOLO C’ERANO 40 MILA EURO

Un’inversione totale quella di Salini e di Giannotti, che quindi implicitamente conferma l’esistenza del conflitto di interessi tra Giannotti e MN e che contemporaneamente metterebbe in luce anche una gestione non trasparente delle risorse Rai: perché se l’ufficio stampa del festival “ora” può essere “fatto” internamente dalla Comunicazione Rai, una settimana fa l’azienda era pronta a sborsare fino a 40 mila euro per appaltarlo a un esterno?

LA PREOCCUPAZIONE DI GIANNOTTI

Fonti di corridoio vicine alla direzione comunicazione raccontano di un Giannotti chiuso nel suo ufficio a controllare e ricontrollare le mail inviate e ricevute sull’affaire MN, al centro di un altro appalto: quello per il nuovo programma di Fiorello su Raiplay. Un contratto arrivato in corsa per chiamata diretta, anche questo annullato dopo le polemiche.

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