Commuoviamoci per la violenza sulle donne come con le combattenti curde

Fatichiamo a empatizzare con le vittime a 20 metri da noi. Anche quelle che subiscono la più subdola influenza del controllo economico. Che genera sudditanza psicologica e crea le condizioni ideali per l’abuso.

Nel giorno in cui l’Europa Occidentale si schiera a favore dei curdi e Massimo D’Alema recupera la sua autorevolezza in materia di politica estera per sintetizzare in una dichiarazione all’Agi il sentire di una larghissima parte dell’opinione pubblica internazionaleErdogan sta bombardando i nostri valori, non solo i curdi»), due iniziative che mi planano la prima sulla mail, la seconda consegnata dal postino, mi invitano a riflettere. Una è firmata dall’ufficio stampa di Zegna, che mi comunica un evento mirato all’educazione dei maschi (sì, madri, anche italiane: non siete capaci di farlo in modo adeguato a proteggere le vostre figlie e le vostre nuore, da questa rubrica ve lo scrivo da anni; date loro gli stessi diritti e imponete gli stessi doveri che riservate alle figlie) i cui proventi andranno a favore del Cesvi, l’organizzazione umanitaria che realizza progetti contro la povertà e a favore dello sviluppo sostenibile. Sulle modalità dell’intervento, Zegna ha chiesto l’embargo, lo rispettiamo, vi torneremo su a breve.

LA DOLOROSA ATTUALITÀ SIRIANA

Sulla scrivania arriva invece un nuovo numero del “zine” Chime for change, “la campanella del cambiamento” promossa da Gucci a favore della parità di genere; un vasto progetto lanciato un anno prima che si esprime, appunto, in un magazine, in film, incontri, iniziative non profit a favore dei gruppi bullizzati, ghettizzati o residuali di cui – immagino che per molte non sarà una sorpresa – fanno parte le donne. Venerdì si è celebrata (non vi era molto da festeggiare, ma da denunciare sì) la Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze. In linea con la dolorosa attualità, qualcuno ha postato l’immagine di un gruppo di combattenti curde, scattata qualche anno prima. È improbabile che qualcuna di loro sia ancora viva. Sono state uccise, violentate, mutilate, i loro organi genitali escissi mostrati sul web fra le risate degli assassini, turchi.

QUASI 7 MILIONI DI DONNE HANNO SUBITO VIOLENZE

Le Femen francesi hanno invece sfilato nude e ricoperte di argilla, grigia, funereo simulacro di morte, per ricordare tutte le vittime di femminicidio in Francia dall’inizio del 2019: quasi 200. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, quasi 7 milioni di donne dai 16 ai 70 hanno subito una qualche forma di violenza, nel 19% circa dei casi da un ex partner. La percentuale è talmente alta da significare una sola cosa: tutti noi conosciamo una donna che subisce violenza, anche fra le sciure della cosiddetta “società bene” che chissà che cosa vorrà dire. Riusciamo facilmente a commuoverci per le storie delle combattenti curde; fatichiamo a farlo per le donne che sospettiamo subiscano violenza a 20 metri da noi, ogni genere di violenza, anche quella più subdola del controllo economico, che genera sudditanza psicologica e crea le condizioni ideali per l’abuso.

NON CI IMMISCHIAMO PER PAURA DEL CONTAGIO

In genere, preferiamo non immischiarci; talvolta, temiamo il contagio. Non siamo capaci di creare il cordone sanitario che sarebbe indispensabile per aiutare le donne in pericolo. Sappiamo. Sappiamo quasi sempre, perché non sapere, non notare, è impossibile. Eppure. Non è un caso che le tante iniziative promosse dai brand di moda, incredibilmente attivi sul tema, guardino lontano. Per la Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, il progetto Chime for change ha lanciato la campagna Letgirlsdream in collaborazione con la regista pluri Oscar Sharmeen Obaid-Chinoy a supporto del film Girls not Brides con l’obiettivo di porre fine ai matrimoni infantili. Un dramma che interessa circa 12 milioni di adolescenti e pre-adolescenti all’anno. Sul sito LetGirlsDream.org gli educatori di tutto il mondo hanno la possibilità di chiedere che il film venga proiettato nelle loro vicinanze, ottenere materiali di discussione e organizzare attività che incoraggino le ragazze e i giovani in generale a condividere i loro sogni e a trovare fonti di ispirazione reciproca. «Bambine e ragazze in tutto il mondo devono ancora superare ostacoli enormi per realizzare i loro sogni», dice la regista, e non è un caso che in alcuni Paesi islamici un libriccino come le Storie della buonanotte per bambine ribelli che io stessa, sempre su questo spazio, avevo irriso pochi anni fa come troppo semplice e superficiale, sia stato bandito o ritenuto lettura per adulti.

PROMEMORIA PER QUANDO PARLIAMO DI «AMORE MALATO»

A dispetto di quanto molti di noi credono, essere donna non è mai stato difficile come adesso che sembrano aprirsi nuove possibilità, che l’allarme è stato lanciato e che da più parti si alzano voci in difesa del femminile, dovunque esso si trovi. Sfogliando il “zine” di Gucci, mi ha colpito l’intervento della scrittrice attivista brasiliana Paloma Franca Amorim. Un calco, in forma breve e contemporanea, cioè aperta alla femminilità insita nel maschile, del Deuxième sexe di Simone de Beauvoir. Credo valga la pena che ne riporti almeno qualche riga: «Imparare a essere donna è una delle grandi sfide della vita, non solo per le donne, ma per tutti. Il senso imposto dal significato dell’essere donna non può più essere contenuto nei corpi e nei discorsi che occupano questo mondo. Stanno emergendo altre forme diverse che delineano il femminile (…) il dibattito sui diritti umani, l’identità di genere e l’orientamento sessuale inizia piano piano a essere trainato da altre idee etiche, abolizioniste, anti-patriarcali e anti-razziste. Noi, la gente, abbiamo molto di più da scoprire sulle nostre vite. C’è così tanto su cui discutere e da cambiare per costruire sistemi, relazioni, comunicazioni e norme di condotta sociale che siano solidali e compassionevoli. Stiamo ancora cercando di capire come costruire sistemi più giusti. Il nostro obiettivo non è per forza raggiungere immediatamente una soluzione logica e oggettiva, quanto piuttosto (…)  avere l’occasione di imbatterci in scintille rivoluzionarie in grado di cambiare le forme attuali di oppressione di genere e razzismo. (…) Non ci sono mappe, non ci sono bussole, abbiamo solo l’istinto primordiale a dirci che le cose devono cambiare (…) È un po’ come l’amore, non quell’amore che viviamo nel nostro quotidiano o che impariamo dalla storia, circondato dal peso del romanticismo e della prigionia etero-patriarcale, bensì l’amore della scelta, del diritto e dell’equità. Infine, l’amore per la libertà che forse non è stato ancora inventato». Ricordatevelo, ricordiamocelo bene, quando chiamiamo «storie di amore malato» le storie di morte con cui veniamo a contatto ogni giorno, di cui leggiamo ogni ora.  

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Uccide la moglie a coltellate e fugge: è ricercato

Sul femminicidio stanno indagando le forze dell'ordine. L'uomo è un italiano di 47 anni mentre la vittima è la coniuge moldava di 36.

Femminicidio a Cologno al Serio, in provincia di Bergamo, nella notte tra sabato 5 e domenica 6 ottobre. Un uomo italiano di 47 anni ha ucciso la moglie, una 36enne originaria della Moldavia. Dopo l’efferato gesto, avvenuto fuori dalla casa della sorella della donna intorno alle 4, l’assassino ha fatto perdere le sue tracce. I carabinieri stanno indagando sul delitto e si sono mobilitati alla ricerca del coniuge. La moglie è morta subito dopo essere stata colpita con due coltellate.

I DISSAPORI TRA I CONIUGI ALLA BASE DEL DELITTO

La 36enne moldava aveva abbandonato la casa in cui viveva con il marito, trasferendosi in quella della sorella in via Alberto da Giussano a Cologno al Serio, a causa delle continue liti e dei dissidi con il marito. Con lei aveva portato i tre figli, che al momento del delitto dormivano nella villetta in cui erano presenti anche la sorella della vittima, il marito di lei e i loro bambini.

LA RICOSTRUZIONE DEL DELITTO

Secondo gli inquirenti l’omicidio è avvenuto attorno alle quattro della mattina di domenica 6 ottobre quando la donna è ritornata a casa dal lavoro. La 36enne ha prima parcheggiato la propria jeep davanti a casa e dopo essere scesa ha aperto il cancello pedonale della villetta. Qui ad attenderla il marito che le ha sferrato due coltellate, una delle quali mortali, prima di darsi alla macchia a bordo della sua auto. La donna non è morta sul colpo ma poco dopo l’arrivo dei sanitari avvertiti dai vicini di casa che si erano allertati a causa delle urla.

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La Gelosia, questione “di” e “fra” donne

Se nell'uomo il sentimento sfocia in omicidio, nel genere femminile è qualcosa di ben diverso. Una tenzone che finisce con la resa incondizionata della rivale, ma senza spargimenti di sangue.

Da una lettura avida e notturna, cioè di ore rubate al sonno, del nuovo romanzo Gelosia di Camilla Baresani (giuro Camilla, no spoiling, solo la casa editrice: La Nave di Teseo), ho capito una volta di più che la gelosia è una questione di donne. O meglio, fra donne. Gli uomini sono un di cui, uno spunto, raramente un fine. La forza delle donne, titolo di infinite canzoni, saggi, dissertazioni, quella forza generatrice insopprimibile e che non a caso, da decine di migliaia di anni, gli uomini cercano di imbrigliare, trova sempre il modo per uscire, per incanalarsi in forme diverse, in terre e maremoti dell’anima e della ragione.La gelosia è una di quelle.

LA GELOSIA NON VIOLENTA NELLE DONNE

Se per gli uomini, e ne abbiamo purtroppo conferme ogni giorno, questo sentimento si incarna in un malsano senso di possesso derivato per l’appunto dall’ansia di controllo e che spesso sfocia in un omicidio, nelle donne assume quasi esclusivamente la forma della competizione sul freddo filo del paragone, del confronto, e della successiva vendetta. I casi Rina Fort sono rari. Noi sull’altra donna vogliamo trionfare tenendola in vita, come le coorti romane con Vercingetorige trascinato in catene davanti all’Urbe plaudente. Vogliamo appunto un trionfo romano con umiliazione pubblica del vinto e il vincitore serto di alloro e avvolto nella porpora, magari anche circonfuso di luce divina.

I casi Rina Fort sono rari. Noi sull’altra donna vogliamo trionfare tenendola in vita

Come nel romanzo di Camilla Baresani, il confronto parte dalle inezie, in sintesi pop sul «che cos’ha quella là più di me». E quando, a torto o a ragione, e a dispetto della propria posizione (amante, fidanzata ufficiale, moglie), il paragone con l’altra si rivela o almeno ci appare impari per posizione sociale, cultura, successi professionali e, va da sé, bellezza e mantenimento della stessa, il tempo dedicato dall’uomo alla nostra rivale ci appare sempre, immancabilmente, tempo rubato a noi, e la sua sconfitta quanto di più urgente. Anzi, ineluttabile. Di questo stato di cose, eterno come il mondo, gli uomini solitamente godono molto (il wrestling femminile ha sempre avuto successo, specie se praticato nel fango), imparando subito a destreggiarsi fra bugie, appuntamenti e viaggi mancati, false promesse, talvolta perfino false donazioni (appena uscirà, correte a vedere the Laundromat di Steven Soderbergh da poco presentato alla Mostra del Cinema di Venezia: sul tema c’è una bella lezione da imparare).

Il momento in cui si ribaltano i ruoli, quello in cui il fedifrago cerca di assumere il ruolo della vittima, è sempre il più divertente, e anche quello più rivelatore della natura maschile

Quando, per l’ineluttabilità del fato e anche per la tendenza tutta maschile a chiamarlo con atteggiamenti improvvidi (ancora il sintesi pop: il «tirare troppo la corda»), tutto precipita, riescono ancora e perfino a inscenare la maschera dell’innocenza e della virtù ferita. Il momento in cui si ribaltano i ruoli, quello in cui il fedifrago cerca di assumere il ruolo della vittima, è sempre il più divertente, e anche quello più rivelatore della natura maschile. Da questo, avrete intuito che il romanzo di Camilla Baresani, che peraltro inizia sui gradini della meravigliosa e impervia Scala Fenicia di Capri, è di puro impianto classico, mitologico. C’è un Giove che si fa cigno e si sa che i cigni son cattivi, c’è una Giunone che è appunto un po’ giunonica e che tende a voltarsi dall’altra parte, una Leda meno cretina dell’originale. Leggerlo in controluce è molto gratificante. Ma ci si diverte parecchio anche restando in superficie e pensando a quanto tendiamo tutti a ripetere gli stessi errori, un millennio dopo l’altro.

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