Pippa Bacca raccontata dal regista Simone Manetti

Il regista del documentario sull'artista milanese violentata e uccisa in Turchia nel 2008 ricorda questa donna «fuori dall'ordinario». E la potenza del suo ultimo progetto "Spose in viaggio". L'intervista.

È l’8 marzo del 2008 quando Pippa Bacca e Silvia Moro partono in autostop da Milano per Gerusalemme, con indosso un abito da sposa.

È l’inizio del progetto Spose in viaggio, che si sarebbe concluso drammaticamente il 31 marzo con la morte di Pippa Bacca, violentata e uccisa alle porte di Istanbul.

«Una donna fuori dall’ordinario», la definisce Simone Manetti, il regista di Sono innamorato di Pippa Bacca, documentario che ripercorre l’esperienza artistica di Giuseppina Pasqualino – 33enne nipote di Piero Manzoni – arrivato nelle sale il 5 marzo scorso, poco prima che lo tsunami del coronavirus si abbattesse sul Paese con la chiusura dei cinema e la sospensione di tutte le attività culturali.

DOMANDA. Perché il titolo Sono innamorato di Pippa Bacca?
RISPOSTA. Il titolo del documentario è molto stratificato, come l’arte di Pippa. In parte è una citazione-omaggio a una sua opera d’arte omonima. Aveva avuto una relazione con un avvocato milanese che a un certo punto le disse di non essere più innamorato di lei. Pippa allora reagì a questa delusione con l’arte.

Cioè?
Fece stampare 1.500 spille con la scritta «Sono innamorato di Pippa Bacca. Chiediti perché», e le distribuì alla loro cerchia di amici così ogni volta che il suo ex si sarebbe trovato di fronte a centinaia di persone che la indossavano, sarebbe stato costretto a chiedere loro il perché e magari a cambiare idea, cosa che poi non avvenne.

Cosa l’ha attratta di questa donna?
Mi sono innamorato di una figura di donna fuori dall’ordinario. Al di là dal raccontare una biografia e impedire alla memoria di dissolversi, l’auspicio è che il pubblico si innamori non tanto del film ma della persona e della sua storia che è di una potenza deflagrante: una donna vestita da sposa che attraversa diversi Paesi per portare un simbolo di pace. Mi sembrava un’immagine anche solo visivamente potentissima.

Anche al centro dei suoi lavori precedenti da A new family a Ciao Amore, vado a combattere, ci sono delle figure femminili.
Ho quasi sempre raccontato storie di donne, ma si tratta di un caso. Nel mio girovagare per trovare storie da raccontare, alla fine mi sono ritrovato davanti figure femminili. Non riesco a trovare un perché oggettivo e cosciente, ma mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea.

Mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea

Che rapporto ha instaurato con le donne di questa storia?
Strada facendo mi sono reso conto che il racconto giusto doveva avere una voce femminile. Ci siamo avvicinati prima alla famiglia di Pippa, solo successivamente a Silvia Moro. Non è stato facile riuscire a entrare in questi due mondi, perché da parte di entrambi c’era una sorta di reticenza, dovuta soprattutto al fatto che questa storia era stata già raccontata tante volte e in maniera sbagliata. Poteva apparire come l’ennesimo tentativo di speculazione e spettacolarizzazione.

E invece…
E invece superate le difficoltà iniziali ci sono state un’apertura e una generosità enormi anche nel rivivere il dolore; quando chiedi a delle persone di rivivere momenti come quelli, stai richiedendo uno sforzo emotivo non indifferente.

Come è stato da uomo raccontare una storia simile?
È stato naturalissimo, ho cercato di essere il più sincero e chiaro possibile spiegando fin dall’inizio quale sarebbe stata la direzione che avrei voluto intraprendere. Mi sono affidato al loro racconto emotivo, più che alla ricostruzione dettagliata dei fatti. Per una decina di giorni ci siamo rifugiati nella casa di campagna della famiglia di Pippa: cenavamo insieme, facevamo colazione insieme e ogni giorno parlavamo con una delle sorelle o con la madre.

La locandina del documentario di Simone Manetti.

Oggi, al tempo della sospensione del tempo e della ritualità sociale, qual è il senso di una performance come quella di Pippa Bacca e Silvia Moro?
Va in direzione diametralmente opposta. Loro due avevano la necessità di incontrare lo sconosciuto, noi abbiamo quella di evitare di incontrare anche i nostri cari. Pippa e Silvia andavano alla ricerca dell’umanità. L’autostop scelto come mezzo principale per spostarsi è il modo che più di qualsiasi altro ti costringe ad affidarti al prossimo e a instaurare una relazione umana con l’altro.

In molti allora dissero «se la sono cercata». Un giudizio che purtroppo ricorre davanti a molti casi di violenza sulle donne.
Un tentativo del documentario è proprio fare in modo che questa risposta non venga più utilizzata. Pensare «se l’è cercata» è quasi un meccanismo di autodifesa. Come dire: «A me non potrà accadere perché non mi metterò in quella condizione». Ammettere e accettare che ci sia qualcosa di strutturalmente sbagliato nella società ti costringe a porti nella condizione di dover risolvere un problema. Aver impedito a due donne di portare un messaggio di pace è umanamente inaccettabile.

Tornando all’attualità, la quarantena imposta per arginare il contagio da coronavirus è una condanna per le donne vittime di violenze e abusi da parte del partner.
Nel mondo ci sono delle quarantene “privilegiate” e situazioni invece di emergenza sociale che in questo momento rischiano di diventare ancora più pericolose di quanto non lo siano già quotidianamente. Non dovrebbero esistere e andrebbero risolte prima dell’esasperazione del momento.

Lei ha una figlia. Ha paura come padre?
Non vivo difficoltà particolari, se non quelle dovute al momento attuale. Ho sempre sognato di avere una bambina, immagino e sogno per lei una vita bellissima e che possa fare quello che vuole.

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Condannato a 30 anni per femminicidio si toglie la vita dopo la sentenza

Francesco Mazzega si è impiccato nella notte di sabato 30 novembre dopo la sentenza in appello. Nel 2017 aveva ucciso la fidanzata 21enne che aveva deciso di lasciarlo.

Francesco Mazzega si è suicidato all’età di 38 anni dopo essere stato condannato a 30 anni per la morte di Nadia Orlando in sentenza d’appello. L’uomo è stato trovato privo di vita – secondo le prime informazioni si sarebbe impiccato – nella notte di sabato 30 novembre nel giardino della sua abitazione in Friuli a Muzzana del Turgnano in provincia di Udine. Mazzega era infatti agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico in attesa della sentenza. Venerdì 29 novembre in appello era stata confermata la condanna di primo grado a 30 anni con le porte del carcere che si sarebbero dovute aprire da lì a poco.

IL RITROVAMENTO DEL CORPO

Secondo quanto riportato dal Messaggero Veneto a ritrovare il corpo di Francesco Mazzega sarebbero stati i parenti dell’uomo. Il 38enne si sarebbe legato una corda al collo impiccandosi nel giardino di casa. Immediata la chiamata ai sanitari del 118 che arrivati sul posto hanno provato a rianimarlo per 40 minuti. Le manovre sono tuttavia risultate vane e i medici ne hanno constatato il decesso.

L’OMICIDIO DI NADIA ORLANDO

L’omicidio di Nadia Orlando risale alla sera del 31 luglio 2017. La ragazza, all’epoca appena 21enne e originaria di Vidulis di Dignano in provincia di Udine, era stata assassinata a pochi passi da casa. Il suo femminicida l’aveva poi messa nel bagagliaio della propria auto vagando alla guida per tutta la notte sino al crollo e all’arresto. Il motivo dell’omicidio sarebbe stato la volontà da parte di Nadia di interrompere la loro relazione ormai diventata insanabile.

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Donna incinta uccisa dal compagno a Partinico

Ana Maria Lacramioara Di Piazza aveva 30 anni e aspettava un figlio dal suo assassino. Gli aveva chiesto dei soldi, lui glieli aveva promessi, poi la lite e il femminicidio.

Aspettava un figlio dall’uomo che l’ha uccisa, Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30enne di origini rumene adottata da una coppia del piccolo centro in provincia di Palermo. Antonino Borgia, l’imprenditore di Partinico che la donna frequentava, ha confessato di averla presa a coltellate e colpi di bastone, e ha ricostruito le fasi del delitto.

UNA RELAZIONE INIZIATA DA UN ANNO

Ana Di Piazza, che aveva iniziato una relazione da un anno con l’imprenditore, gli aveva detto di essere incinta. I due si sono incontrati nella zona di Balestrate, il 22 novembre verso le 7. Lei è salita a bordo del furgone bianco in un cantiere dove l’impresa di Borgia, che realizza piscine, stava facendo alcuni lavori. La vittima aveva chiesto dei soldi all’uomo, circa 3 mila euro. Lui la sera prima aveva promesso di darglieli. Una volta arrivati al cantiere, dopo un rapporto sessuale, i due avrebbero iniziato a litigare. A quel punto Borgia ha estratto un coltello colpendo la donna alla pancia. Lei ha tentato di fuggire ma l’imprenditore l’ha rincorsa facendola risalire sul furgone. L’uomo aveva promesso alla vittima di portarla in ospedale. Ma nuovamente lungo la strada i due hanno ripreso a litigare. Alla fine lui l’ha colpita in testa con un bastone e poi le ha tagliato la gola. Ha nascosto il corpo nelle campagne.

DECISIVO UN TESTIMONE

Le aggressioni sarebbero state segnalate ai carabinieri della compagnia di Partinico da due testimoni che hanno chiamato in caserma. Dopo il fermo di Borgia, alle 17.30 circa si è presentato un uomo che ha riferito di avere visto in alcune riprese del sistema di videosorveglianza della sua abitazione in campagna a Balestrate la scena di un’aggressione. Nelle immagini c’era un uomo che senza pantaloni inseguiva una giovane insanguinata. Dopo che la donna aveva gridato di aspettare un figlio da lui Borgia avrebbe gettato il coltello, che sarà ritrovato dai carabinieri della compagnia di Partinico sporco di sangue, fa salire la giovane nel furgone per dirigersi verso l’ospedale di Partinico.

IL CORPO RITROVATO DAI CARABINIERI

Nel corso delle indagini i militari sono riusciti a ritrovare prima il corpo legato e nascosto in campagna con un telo e sotto le frasche e poi il furgone dell’imprenditore che aveva avuto il tempo di fare colazione in un bar, ripulire il mezzo e iniziare gli incontri di lavoro. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, l’uomo è andato anche dal barbiere. L’indagine è coordinata dall’aggiunto Annamaria Picozzi e dal pm Chiara Capoluongo. Borgia è stato portato in carcere.

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Il 2018 anno record per i femminicidi: tre donne ammazzate ogni settimana

Nel 32,8% dei casi i moventi sono gelosia e possesso. In aumento le denunce. Una vittima su quattro è straniera, una su tre anziana.

Tre donne uccise ogni sette giorni. Secondo il rapporto Eures il 2018 è stato l’anno tristemente record per i femminicidi, con 142 donne ammazzate per violenza di genere. I moventi principali degli omicidi restano «gelosia e possesso» sono ancora i moventi principali (32,8%), e sono state 119 (85,1%) le donne uccise in famiglia. Ma non sono questi gli unici dati allarmanti: in aumento anche le denunce per violenza sessuale (+5,4%), stalking (+4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7%). Anche nel 2018 la percentuale più alta dei femminicidi familiari è commessa all’interno della coppia, con 78 vittime pari al 65,6% del totale (+16,4% rispetto alle 67 del 2017): in 59 casi (pari al 75,6%) si è trattato di coppie “unite” (46 tra coniugi o conviventi), mentre 19 vittime (il 24,4% di quelle familiari) sono state uccise da un ex partner.

ANZIANA PIÙ DI UNA SU TRE, STRANIERA UNA SU QUATTRO

Ancora in aumento, nel 2018, anche il numero delle donne anziane vittime di femminicidio (48 le ultrasessantaquattrenni uccise nel 2018, pari al 33,8% delle vittime), «confermando la fragilità di tale componente della popolazione» Si attesta infine al 24,4% la percentuale delle donne straniere tra le vittime di femminicidio (35 in valori assoluti, di cui 29 in ambito familiare). Il Nord conferma anche nel 2018 la più alta presenza di donne uccise (66, pari al 45% del totale italiano, di cui 56 in famiglia), mentre il 35,2% dei femminicidi si registra al Sud (50 casi, di cui 42 in famiglia) e il 18,3% nelle regioni del Centro (26 casi, di cui 21 in famiglia). Sono invece le armi da fuoco il principale strumento di morte, con 46 vittime a fronte delle 22 del 2017 e delle 33 nel 2016. Incrociando i dati dell’Eures con quelli forniti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio da Linda Laura Sabbadini dell’Istat nel corso di un’audizione, si evince inoltre che quasi 3milioni e 700mila donne hanno interrotto una relazione (anche senza convivenza) «in cui subivano almeno un tipo di violenza fisica, sessuale o psicologica, di queste 1 milione separate o divorziate. Più di 2 milioni erano state vittime di violenza fisica o sessuale, tra le quali più di 600 mila separate oppure divorziate».

DONNE SEPARATE E DIVORZIATE PIÙ A RISCHIO VIOLENZA DA PARTE DELL’EX

Insomma, le donne separate o divorziate risultano essere più a rischio di violenza da parte dell’ex partner: il 36,6% infatti è stata vittima di violenza fisica o sessuale da parte del coniuge o convivente da cui si sono separate, contro una media del 18,9%. Focalizzando l’attenzione sugli ultimi 5 anni, sono 538 mila le donne vittime di violenza fisica o sessuale da ex partner anche non convivente. In questo gruppo sono 131 mila le separate o le divorziate. Il 65,2% delle donne separate e divorziate aveva figli al momento della violenza, che nel 71% dei casi hanno assistito alla violenza (il 16,3% raramente, il 26,8% a volte e il 27,9% spesso) e nel 24,7% l’hanno subita (l’11,8% raramente, l’8,3% a volte, il 4,7% spesso). Un quinto (24,4%) delle separate o divorziate si è recato presso le forze di polizia per denunciare la violenza, ma nel 60% dei casi non hanno firmato il verbale. Nel 4,7% dei casi si sono rivolte ai centri anti violenza o agli sportelli di aiuto contro la violenza, mentre il 13,2% di queste dichiara di non sapere della loro esistenza. Le violenze subite sono considerate gravi in quasi il 90% dei casi, molto gravi nel 62,9% dei casi e il 45,6% delle vittime ha subito ferite. Oltre la metà (53,9%) ha dichiarato di aver avuto paura per la propria vita o quella dei figli.

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