Il Di Maio anti-armi va incontro a un disastro libico

Il nostro ministro degli Esteri tuonava contro la soluzione militare. Ma l'avanzata di al Serraj e la ritirata di Haftar hanno portato a una recrudescenza verticale dello scontro. Ora l'Italia rischia di perdere presenza, accordo e stima da parte di Tripoli. Una linea dilettantistica dell'ex capo del M5s.

Luigi Di Maio si avvia a dover prendere atto di un clamoroso, plateale e inglorioso fallimento della sua politica nella crisi libica. Fallimento che sarà pesantemente pagato dall’Italia. Una settimana fa, per l’ennesima volta, il nostro ministro degli Esteri ha tuonato: «L’Italia non permetterà che in Libia vincano le armi!». Posizione verbalistica, astratta, degna di un dilettante in politica estera quale è l’ex capo del Movimento 5 stelle.

FALLIMENTO TOTALE DELLA SOLUZIONE POLITICA

Infatti dopo il fallimento totale della soluzione politica lanciata dalla Conferenza di Berlino tanto cara a Di Maio, sono proprio e solo le armi a vincere e a imporsi nel preparare una soluzione della crisi libica a seguito di una lenta, ma inarrestabile avanzata delle forze libico-turche fedeli ad al Serraj a cui corrisponde una altrettanto lenta, ma irreparabile ritirata delle armate di Khalifa Haftar. Da 20 giorni assistiamo così a una recrudescenza verticale degli scontri militari – incurante delle roboanti parole di Di Maio – perché le forze fedeli al governo legittimo di al Serraj (Gna) con l’aiuto massiccio e determinante dei droni Bayraktar TB2, dei blindati e del comando militare turco che si è dislocato a Tripoli, stanno sviluppando una poderosa offensiva militare contro le forze di Khalifa Haftar (Lna), offensiva assolutamente vincente.

ASSALTO ALLO STRATEGICO AEROPORTO DI WATIJA

Dopo avere riconquistato il pieno controllo militare, con la riconquista di Sebratha, della intera fascia costiera che congiunge Tripoli alla Tunisia e aver messo sotto assedio la strategica città di Tarhuna, da due giorni le forze libico-turche sono all’assalto dello strategico aeroporto di Watija, 140 chilometri a sud di Tripoli. Conquistato da Haftar nel lontano 2014, questo grande aeroporto militare, il secondo per importanza della Libia dopo quello di Mitiga, ha avuto un ruolo fondamentale nello sfortunato e fallito tentativo di Haftar di conquistare Tripoli perché è servito da base operativa per bombardare Tripoli agli aerei degli Emirati Arabi Uniti, suoi fondamentali alleati, e soprattutto come base di lancio e di controllo dei droni russi “Orlan”, determinanti ormai sul terreno.

MILIZIE TURCOMANNE INVIATE DA ERDOGAN

Martedì 28 aprile, dunque, una consistente forza militare composta da milizie turcomanne inviate da Tayyp Erdogan e dalle tribù berbere libiche, forte di non meno di 500 veicoli militari, inclusi panzer e blindati, al comando del generale Osama al Juwaili si è mossa all’attacco della cittadina di Asbi’ah, vicino a Ghariyan, e all’attacco della base aerea di al Watiya. Attacco ancora in corso mercoledì 29, ma, a quanto si comprende, premiato da pieno successo tanto che la Libia Al-Ahrar Tv ha affermato che «il comandante della forza di protezione di Al-Watiya della milizia terroristica di Haftar, Osama Meseik, assieme ai suoi assistenti Muhannad Grerah e Ayman Al-Tumi sono stati uccisi ucciso in un attacco dalle forze governative di Tripoli alla base aerea».

ALTRA SCONFITTA SUBITA DA HAFTAR

Dunque Haftar è in rotta su tutti i fronti e la sua Lna perde uno dopo l’altro tutti i centri strategici su cui faceva perno nel tentativo di conquistare Tripoli. Fallito il tentativo di prendere Tripoli stringendola in una morsa da Est e da Ovest, ora Haftar vede cadere uno dopo l’altro anche i suoi capisaldi strategici a Sud. Se la offensiva delle forze militari di al Serraj continuerà con questo ritmo, Haftar non solo vedrà definitivamente sconfitto (come sempre gli è accaduto nella sua non gloriosa carriera militare) nel tentativo di conquistare Tripoli, ma dovrà addirittura provvedere a ritirarsi in Cirenaica per non perderne il controllo militare.

TONI TRIONFALISTICI DA ANKARA

Alla luce di queste continue sconfitte militari del suo protegé libico, si deve leggere la continua presa di distanza della Russia da Haftar, così come i toni trionfalistici quotidianamente espressi da un Erdogan che vede assolutamente premiato il suo forte impegno bellico al fianco di al Serraj. Chiarissime le sue dichiarazioni più recenti: «Se i terroristi e il regime di Haftar non saranno messi sotto controllo allora sapremo come intervenire con la nostra forza. Siamo pronti a compiere nuovi passi in base agli sviluppi che avverranno in questa cornice. È giunto il momento per Haftar di iniziare a ritirarsi. Non sarà mantenuto in piedi dai Paesi che continuano a sostenerlo di continuo. Aspettiamo buone notizie per la Libia».

L’ITALIA RISCHIA DI RESTARE FUORI DAI GIOCHI

Il fatto grave per l’Italia è che a causa della linea dilettantistica seguita da Di Maio, rischia di perdere – se non l’ha già persa – ogni possibilità di presenza, accordo e stima da parte di un governo di Tripoli sempre più vincente e all’attacco sul terreno militare. Tanto che una fonte di Tripoli vicina ad al Serraj non nasconde a Globalist la delusione e l’irritazione del primo ministro verso quello che definisce «la diplomazia delle chiacchiere portata avanti dall’Italia nella fase decisiva del conflitto. Più volte il presidente Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Di Maio ci hanno ribadito il loro sostegno, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Non solo: sappiamo che Roma ha mantenuto aperti canali di comunicazione con il golpista Haftar. E questo non va affatto bene…». Essere bacchettati sulle dita – senza peraltro reagire – persino da al Serraj non è certo il massimo per il prestigio mediterraneo del nostro Paese.

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In Libia la parola resta alle armi, coronavirus o meno

La pandemia non ferma i combattimenti. Le forze inviate dalla Turchia in sostegno ad al Serraj infliggono una dura sconfitta a Haftar. E il leader di Tripoli chiude a ogni negoziato. Con buona pace della soluzione politica auspicata da Di Maio e da Bruxelles.

In questi giorni i libici continuano a massacrarsi col solito loro fragoroso impegno, del tutto indifferenti alle preoccupazioni planetarie per il coronavirus.

Il 13 aprile infatti le forze agli ordini del presidente di Tripoli Fayez al Serraj (Gna) hanno sferrato una massiccia offensiva a ovest della Capitale riconquistando con aspri combattimenti tutte le posizioni prese nei mesi scorsi dall’esercito di Khalifa Haftar (Lna).

I miliziani turcomanni e siriani, agli ordini di ufficiali turchi inviati da Tayyp Erdogan in aiuto del governo di al Serraj, hanno così conquistato le località strategiche di Sabratha, Surman, el Agelat, Ragdelin, Zelten, Aljmaile e al Assah.

DISTRUTTO IL QUARTIER GENERALE DI HAFTAR A SEBRATHA

È stata una battaglia impegnativa e massiccia, che ha coinvolto centinaia se non migliaia di combattenti, col risultato di distruggere il quartier generale di Haftar a Sebratha e infliggere una pesante sconfitta, come ha ammesso il suo comandante delle operazioni sul fronte occidentale, il generale Omar Abdel Jalil: «Abbiamo subito pesanti perdite e tra i nostri militari uccisi c’è anche il colonnello Mohammed al Marghani, colpito da un drone mentre si stava ritirando».  Le milizie fedeli ad al Serraj hanno inoltre conquistato un discreto bottino di guerra: due blindati degli Emirati Arabi Uniti, rampe di lancio per missili Grad,  10 carri armati e veicoli armati oltre a grandi quantità di munizioni, razzi, missili anticarro e proiettili di mortaio.

LA PRIMA VITTORIA DELLE FORZE INVIATE DALLA TURCHIA

Indubbiamente si tratta della prima, consistente vittoria conseguita dalle forze inviate dalla Turchia che combattono per al Serraj, perché di fatto hanno vanificato l’intera strategia di Haftar che puntava a stringere Tripoli in una morsa di strangolamento, attaccando contemporaneamente la Capitale nemica da ovest e da sud est. Morsa che ora semplicemente non esiste più, il che obbliga Haftar ad attaccare solo da un fronte, quello di sud est, che per di più si trova a sua volta preso in una morsa perché sotto la pressione militare delle milizie di Misurata che attaccano da oriente. Dunque, a cinque mesi dalla stipula dell’alleanza del novembre 2019 tra il governo di al Serraj e Tayyp Erdogan, si vedono ora sul terreno i risultati dello sforzo bellico turco in Libia, mentre Haftar, che alla vigilia di quella alleanza era sul punto di conquistare Tripoli, si trova ora in una grave impasse, alla quale risponde intensificando i bombardamenti su Tripoli, ma senza consistenti risultati. Di fatto, dopo un anno dall’inizio, il 4 aprile 2019, della sua roboante campagna per la conquista di Tripoli, Haftar continua a essere impantanato e ora deve temere una altra offensiva ad Est delle forze  inviate in Libia dalla Turchia.

SERRAJ CHIUDE A OGNI NEGOZIATO

Alla luce di una situazione sensibilmente mutata sul terreno militare, si devono quindi leggere le dichiarazioni del 14 aprile a Repubblica di al Serraj: «Non mi siederò al negoziato con Haftar dopo i disastri e crimini che ha commesso nei confronti di tutti i libici. Abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico, ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar che ha approfittato della pandemia da coronavirus per violare la tregua e bombardare Tripoli. Ci aspettavamo che i pericoli della pandemia lo avrebbero trasformato in un uomo di parola, per una volta. Ma lui ha visto nella pandemia solo un’opportunità per attaccarci. E visto il fallimento, ora bersaglia con bombardamenti indiscriminati Tripoli, le zone residenziali, gli impianti e le istituzioni civili e addirittura l’ospedale pubblico Al Khadra nel centro di Tripoli».

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Dunque, nessuno spazio per la “soluzione politica” tanto retoricamente quanto vanamente auspicata da Luigi Di Maio e dall’Europa. In Libia, come sempre, la parola è sempre e solo alle armi. Coronavirus o non coronavirus.

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