Le polemiche sulla task force anti-bufale del governo

Il sottosegretario Martella annuncia l'istituzione di un'unità di monitoraggio per frenare le fake news sul coronavirus. Ma la Meloni attacca: «Limitazione delle libertà costituzionali».

Una task force contro le fake news sul coronavirus, per garantire un’informazione puntuale e precisa ed evitare la diffusione di bufale che possono nuocere alla salute pubblica e creare stati di angoscia. L’idea del Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Andrea Martella, che il 4 aprile ha firmato il decreto di istituzione della stessa task force, non piace però a Giorgia Meloni, che all’indomani dell’annuncio è partita all’attacco sul suo profilo Facebook.

MELONI: «UN’IDEA ORWELLIANA»

«Il governo istituisce una sedicente “Task force anti Fake news” che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo la verità sul Covid-19 (proprio come il Ministero della Verità di orwelliana memoria)», ha scritto la leader di Fratelli d’Italia facendo un parallelo con il romanzo 1984 di George Orwell. «Sempre il governo ha scelto di imperio gli “esperti” (tra loro neppure un medico o un virologo) che decideranno cosa si può dire e cosa no. Utile ricordare che tra le “fake news” c’erano fino a ieri anche il fatto che gli asintomatici trasmettono il virus, che fosse utile tenere in quarantena chi proviene da zone a rischio, che fosse saggio indossare la mascherina in pubblico. Credo che si stiano limitando le libertà fondamentali e costituzionali con eccessiva disinvoltura. P.S. Mi manderanno in un campo di rieducazione per queste mie parole o si limiteranno a oscurare il post su Facebook?».

Il Governo istituisce una sedicente “Task force anti Fake news” che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo…

Posted by Giorgia Meloni on Sunday, April 5, 2020

MARTELLA: «UN PASSAGGIO DOVEROSO»

La task force era stata annunciata il 4 aprile da Martella: «Era un passaggio doveroso, a fronte della massiccia, crescente diffusione di disinformazione e fake news relative all’emergenza Covid-19», aveva detto il sottosegretario spiegando quali sarebbero stati i compiti della task force: «Dall’analisi delle modalità e delle fonti che generano e diffondono le fake news, al coinvolgimento di cittadini e utenti social per rafforzare la rete di individuazione, al lavoro di sensibilizzazione attraverso campagne di comunicazione. Tutto questo in stretta collaborazione con Agcom, ministero della Salute, Protezione civile e avviando partnerships con i soggetti del web specializzati in fact-checking, i principali motori di ricerca e le piattaforme social». L’Unità di monitoraggio si avvale dell’apporto di una serie di esperti: Riccardo Luna, Francesco Piccinini, David Puente, Ruben Razzante, Luisa Verdoliva, Roberta Villa, Giovanni Zagni, Fabiana Zollo.

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Ascoltate gli esperti, non il dottor Bot

Mentre le aziende investono in comunicazione per affrontare l’emergenza Covid-19, sul web impazzano le bufale. Per colmare il gap è necessario mettere a punto strategie in grado di ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e negli esperti.

Mai come in questo momento, la condivisione del sapere e delle informazioni è diventata una pratica preziosa e necessaria.

Dalle crisi, come ho avuto modo di dire più volte, si può sempre imparare qualcosa e, in particolare in questa fase, è necessario che le conoscenze siano messe a disposizione di tutti per cercare di affrontare al meglio questa insolita realtà.

Steve Cody, Ceo e fondatore di Peppercomm, nel commentare lo studio Covid-19: Come le aziende stanno gestendo la crisi, che Peppercomm ha svolto insieme all’Institute for Public Relations, un’organizzazione no profit con sede negli Stati Uniti che sponsorizza ricerche sulle relazioni pubbliche, ha sottolineato che l’esigenza di capire come i migliori comunicatori del settore privato stiano operando in questo momento deriva dalla necessità di condividere questi risultati con altri che potrebbero avere difficoltà.

COOPERAZIONE E CONDIVISIONE SONO CENTRALI

Cooperazione e condivisione sono dunque alla base dell’operato delle aziende che, nel rispetto dei loro valori e dei propri obiettivi, cercano di comunicare e diffondere al meglio il proprio sapere, guadagnando la fiducia degli interlocutori. Lo studio internazionale ha rivelato che più di tre quarti dei dirigenti della comunicazione (81%) hanno dichiarato che la funzione di comunicazione della loro azienda è stata «importante» o «molto importante» per rispondere al Covid-19. Inoltre, nel comunicare informazioni sulla pandemia, l’81% degli intervistati ha dichiarato che i dipendenti sono una priorità «alta» o «essenziale».

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Il settore privato si sta, dunque, reinventando, impiegando una varietà di strumenti per comunicare con i propri dipendenti, tra cui piattaforme interne, applicazioni mobili e hotline. Queste hanno anche compiuto sforzi per aumentare le pratiche igienico-sanitarie e, alcune aziende, come dimostrato dallo studio, hanno addirittura fatto della propria intranet un hub Covid-19. La mobilitazione è dunque reale. In Italia, in queste settimane di emergenza, si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà portate avanti da piccole e grandi imprese. Enel, Eni, Snam, il gruppo Rana, Ferrero, Gucci, Armani, sono tantissime le imprese che si stanno facendo avanti per fare la loro parte. Infatti, più della metà (53%) degli intervistati ha dichiarato che le loro aziende stanno aiutando o pianificano di aiutare le persone colpite dalla crisi. Ma mentre il settore privato e i comunicatori si stanno orientando in questo senso, cosa succede nel web?

LA RETE INVASA DA FAKE NEWS E BOT

Un mare torbido. Così appare Internet agli occhi di chi lo naviga. “Virus cinese”, “virus di Wuhan”, “ospedale trincea”, “guerra contro il virus”. Questo il linguaggio utilizzato sui media che ricalca spesso la politica e che rischia di creare sentimenti contrastanti nei cittadini. Proprio quei sentimenti che, con strategia e tecnologia, i comunicatori, le organizzazioni, le associazioni e le aziende stanno cercando di combattere. Come riportato da molti giornali, alcuni dei quali anche internazionali, la metafora del Paese in guerra è particolarmente rischiosa nell’emergenza che stiamo affrontando.

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Colpe, eroismi e invasioni non aiuteranno il mondo a uscire dalla pandemia, né a dipingere questa per quello che è. Ma come se non bastasse, la quinta dimensione sembra essere sotto attacco. Secondo un’analisi realizzata per Formiche dal Lab R&D di Alkemy SpA, in collaborazione con Deweave, Luiss Data Lab e Catchy, il 46,3% dei post su Twitter pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia sarebbe stata generata da bot. I bot sono account automatizzati creati con lo specifico scopo di diffondere l’hashtag e, come questi, ce ne sono molti altri che infettano internet. Non solo manipolazione, la proporzione delle fake news è aumentata così tanto da richiedere un intervento addirittura dello stesso WhatsApp. La richiesta di controlli sul nuovo coronavirus su WhatsApp supera già quanto registrato durante le campagne elettorali in Argentina, Brasile, Colombia, Spagna, India e Turchia. L’applicazione di messaggistica di Facebook ha così deciso di contattare l’International Fact-Checking Network per esplorare i modi per supportare i fact-checker. Con più di 1.000 richieste di Covid-19 fact-checker al giorno, alcune delle organizzazioni che fanno parte dell’alleanza CoronaVirusFacts / DatosCoronaVirus hanno passato l’ultima settimana ad analizzare i modi per soddisfare la gigantesca richiesta di informazioni affidabili.

GLI UTENTI NON CREDONO AGLI ADDETTI AI LAVORI

Dunque, mentre le aziende hanno riscoperto l’importanza della comunicazione e stanno investendo ulteriormente in questo settore, sul web e sui social spopolano le fake news che interferiscono con il lavoro di chi pianifica ed esercita una comunicazione trasparente ed efficiente. Il problema principale, però, non risiede nel fatto che la gente accetti qualsiasi informazione, messaggio o input: il problema è che la gente non crede all’expertise degli addetti ai lavori e non rispetta le raccomandazioni, peggiorando così la situazione.

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Questo atteggiamento è certamente dovuto alla crescente sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti degli esperti, delle istituzioni e della politica. Le tante denunce che ci vengono raccontate ai telegiornali nei confronti di chi contravviene alle regole vigenti in Italia per fronteggiare l’emergenza non sono un caso isolato, basti ricordare che la diffusa diffidenza dei funzionari – tra gli altri fattori – ha portato 100 mila residenti di New Orleans a ignorare gli avvertimenti di evacuazione e a subire la piena forza dell’uragano Katrina. Tutto questo è segnale di profonda sfiducia in un sistema che, al contrario, dovrebbe tutelare i cittadini.

FACT-CHECKING PER RAFFORZARE LA FIDUCIA NELLE FONTI CERTIFICATE

Ecco perché il fact-checking di Facebook, Twitter o WhatsApp è necessario quanto importante per rafforzare la nostra fiducia nelle notizie reali. Lo scrupoloso controllo delle notizie è vitale per evitare fraintendimenti e, soprattutto, per garantire che i cittadini facciano attenzione alle notizie diffuse dagli enti certificati e dalle istituzioni. Bisogna quindi, non solo puntare sulla comunicazione e seguire attenti protocolli a questa relativi, ma è necessario elaborare una strategia coordinata in grado di stimolare l’attenzione e risvegliare la fiducia nei cittadini.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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A che punto sono i lavori per la commissione d’inchiesta contro le fake news

L'obiettivo è fare luce su disinformazione, odio in Rete e possibili ingerenze straniere nella nostra politica. Quattro le proposte di legge: oltre a quelle di Pd e Iv, anche quelle di FdI e M5s. Unica ancora contraria la Lega di Salvini.

Il desiderio di fare luce sulle fake news. E su eventuali ingerenze straniere, Russia in primis, o di realtà come Cambridge Analytica, nella vita politica italiana.

Un interesse comune che ha fatto accelerare sull’istituzione di un’apposita commissione d’inchiesta in parlamento.

Per una volta la maggioranza è d’accordo, anzi c’è pure l’aggiunta di Fratelli d’Italia, anche perché la proposta risale al primo governo Conte, presentata dall’allora opposizione. E adesso è prevista lo scatto finale, quello decisivo. Solo un partito resta ostinatamente contrario: la Lega di Matteo Salvini.

IL VOTO DI OTTOBRE A BRUXELLES

E non stupisce, visto che a ottobre 2019 il Carroccio con l’aiuto del M5s aveva già bocciato a Bruxelles l’inchiesta Ue sulle interferenze russe. Il tema, in passato, ha diviso molto gli attuali alleati. Solo a maggio 2019 il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, scriveva sui profili social: «Facebook ha chiuso 23 pagine, tutte provenienti da M5s e Lega. Sono una parte delle pagine che hanno l’obiettivo di inquinare le informazioni pubbliche diffondendo fake news, false notizie orientate contro il Pd, contro le leggi approvate dai governi Renzi e Gentiloni».

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Matteo Salvini.

LE RESISTENZE DELLA LEGA

Ora il quadro è cambiato. «La Lega continua nella sua avversione all’iniziativa», conferma a Lettera43.it Paolo Lattanzio, capogruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura a Montecitorio. «Eppure le forze politiche responsabili dovrebbero voler affrontare il tema», aggiunge. «Ancora di più nel caso di partiti che hanno basato la comunicazione politica su uno stile colorito. Ci sono notizie orientate ad alterare il sentiment e gli umori dell’elettorato. E in alcuni casi ricordiamo forzature evidenti con la messa alla gogna di semplici cittadini, come è avvenuto spesso con Salvini».

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Maria Elena Boschi. (Ansa)

LE PROPOSTE DI LEGGE DI PD, IV, FDI E M5S

L’obiettivo è quello di rendere l’organismo di inchiesta, formato da 40 parlamentari (tra deputati e senatori), operativo in poche settimane: si punta ad avviare le audizioni e raccogliere il materiale da mettere insieme per fare luce sulle notizie false messe in circolazione, principalmente sul web. Chi lo ha fatto? Chi ne ha tratto vantaggio? E soprattutto: qualcuno dall’estero ha messo lo zampino? Domande a cui la commissione sarà chiamata a rispondere, lavorando poi a un testo di legge, scritto con i contributi di tutte le forze parlamentari, per affrontare la questione. L’interesse intorno al tema è forte, seppure per motivi diversi. Non è un caso che ci siano quattro diverse proposte, arrivate dal Partito democratico, con Emanuele Fiano, dal Movimento 5 stelle, con Paolo Lattanzio, da Italia viva con la capogruppo a Montecitorio, Maria Elena Boschi, e da Fratelli d’Italia, con Federico Mollicone.

I PENTASTELLATI SPINGONO ANCHE SUI MEDIA TRADIZIONALI

Le posizioni in campo presentano sfumature diverse, ma con un focus specifico: l’impatto sull’opinione pubblica delle fake news. E di conseguenza tutto ciò che è legato a quel problema, compresa la crescita dell’hate speech, l’odio in Rete. Il Movimento 5 Stelle si concentra nel suo testo «sull’insieme dei media, compresi quelli analogici e tradizionali» per fare chiarezza sulle «distorsioni nell’informazione» che «danneggiano gravemente sia i privati che le aziende». Il problema non è solo il web per i pentastellati: la disinformazione passa anche su radio e tivù. In particolare c’è poi l’intento di «identificare le pratiche educative e formative necessarie per stimolare il critical thinking nella popolazione» con «percorsi di educazione civica digitale».

vito crimi reggente m5s
Vito Crimi, reggente del M5s dopo le dimissioni di Luigi Di Maio. (Ansa)

GLI SCIVOLONI DEL M5S

Buoni propositi sicuramente. Che però cozzano con parte della storia del M5s che non è certo esente da bufale o hate speech. Qualche esempio recente? Vito Crimi, ex sottosegretario con delega all’Editoria, ora viceministro dell’interno e reggente del M5s, e Luigi Di Maio diffusero la bufala dei Benetton «padroni di giornali» con l’intento di screditare la stampa. E che dire poi del senatore pentastellato Elio Lannutti, sì quello del Protocollo dei savi di Sion. Per Lannutti, paladino dei consumatori, Mario Draghi era un membro della «setta degli Illuminati», papa Francesco manovrato dal Bilderberg («Il suggeritore di Bergoglio sui migranti è un Bilderberg di Goldman Sachs», aveva twittato nel 2018), il presidente della Repubblica Sergio Mattarella un «traditore», una «Mummia sicula» e un «Padrino».

RENZIANI INTERESSATI AL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 2016

Detto questo, ogni partito ha le proprie peculiarità. Italia viva si sofferma sul cavallo di battaglia caro al suo leader, Matteo Renzi: la diffusione delle fake news durante il referendum costituzionale del 2016, che avrebbero quindi condizionato l’esito di quel voto. Nella proposta di legge di Boschi viene esplicitamente chiesto di «accertare eventuali violazioni, manipolazioni o alterazioni di dati personali ovvero di circostanze fattuali riferibili a cittadini italiani, funzionali a condizionare illecitamente o illegittimamente l’esito delle consultazioni elettorali o referendarie svoltesi nei cinque anni precedenti». Quindi dal 2015 a oggi. Un’occasione ghiotta per pungolare anche la Casaleggio Associati, storico bersaglio degli attacchi renziani agli alleati-avversari dei 5 stelle. E più in generale c’è un richiamo ai «fornitori di social network» per «dotarsi di procedure interne di eliminazione dei contenuti illeciti e di gestione dei reclami provenienti dagli utenti».

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Matteo Renzi.

I DEM PUNTANO IL DITO CONTRO EVENTUALI INGERENZE STRANIERE

Il Pd è invece particolarmente attento alle possibili ingerenze straniere, anche in termini di sostegno economico. Nel testo di Fiano c’è la richiesta di «verificare se la disinformazione on line possa essere imputata a gruppi organizzati o, per alcuni profili, a Stati esteri che se ne servono allo scopo di manipolare l’informazione e di condizionare l’opinione pubblica». E quindi si punta a «verificare se e in quale modo la disinformazione online sia sostenuta anche finanziariamente da gruppi organizzati o da Stati esteri». Un tentativo per comprendere principalmente se la longa manus di Mosca si sia intromessa nelle questioni italiane. Ma i dem non trascurano, nella loro proposta, l’impatto delle fake news in termini di hate speech e istigazione all’odio razziale. Un obiettivo simile è quello posto da Fratelli d’Italia, che segue la linea politica sovranista in questo caso contro eventuali condizionamenti di Paesi stranieri. Il deputato Mollicone ha messo nero su bianco la necessità di «indagare sulla diffusione intenzionale e massiva di informazioni false o fuorvianti attraverso la rete Internet, commessa anche mediante la creazione di false identità digitali». E con riferimento alle possibili interferenze dall’estero, anche attraverso «finanziamenti».

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Se il business mette a rischio le nostre democrazie

Le grandi società possono influire sulle istituzioni. Arrivando persino a distorcere la realtà, manipolando l'opinione pubblica. Per questo è necessario un serio processo di responsabilizzazione.

Gli attacchi alla democrazia sono sempre più frequenti, strutturati e imprevedibili. Le minacce, al giorno d’oggi, provengono da più fronti: dalla finanza al web fino alla globalizzazione, sono tantissimi i fattori che influenzano negativamente l’andamento delle democrazie globali e minano il ruolo delle istituzioni. Non è un caso, infatti, che il premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, lo scorso sabato a Roma al Festival Economia Come: l’impresa di crescere, abbia ribadito che i sistemi democratici sono sotto attacco, incrinando così il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Nel suo discorso, Stiglitz, una delle voci più autorevoli nella critica della globalizzazione e del liberismo, ha sottolineato che l’aspetto più inquietante del presente momento politico risiede nell’attacco al nostra conoscenza con effetti di vasta portata sulla civiltà, sul nostro standard di vita e sul funzionamento dei nostri sistemi di organizzazione politica e sociale. Un chiaro esempio di questi effetti, ha aggiunto Stiglitz, risiede nella negazione del cambiamento climatico e nella disinformazione perpetrata a riguardo negli ultimi anni. Tale negazione e manipolazione di informazioni ha provocato, infatti, effetti «esistenziali», come li ha definiti lo stesso premio Nobel, mettendo in crisi la credibilità delle istituzioni stesse.

PIÙ UN’ISTITUZIONE È NEUTRALE E PIÙ È CONSIDERATA AFFIDABILE

I continui attacchi alla democrazia hanno instillato sospetto e incertezze nei confronti delle istituzioni, accrescendo sentimenti di sfiducia da parte dei cittadini. I recenti studi condotti da Fondapol.org (Fondation pour l’innovation politique), think tank francese liberale, insieme con l’Iri (International Republican Institute), un’organizzazione no profit e non profit, già richiamati in altri articoli, hanno rilevato, a riguardo, un dato sorprendente: il governo (64%), il parlamento (59%), i partiti politici (77%), i sindacati (55%) e i media (66%) non sono ritenuti affidabili dalla maggioranza degli intervistati. Più un’istituzione appare neutrale e non legata alla politica, più questa viene percepita come essenziale e affidabile per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. Non è un caso, quindi, che le Ong (60%) ottengano un livello di fiducia maggioritario. Si tratta, quindi, di una relazione che associa fiducia e prossimità, servizi forniti e neutralità politica.

TRA I BIG TECH SCRICCHIOLA SOLO FACEBOOK

Diversa è, invece, la percezione e la fiducia dei cittadini nei confronti delle imprese. Nonostante la maggior parte degli intervistati affermi di non fidarsi delle grandi imprese e di prediligere le piccole e medie (78%), Microsoft (77%), Google (75%), Amazon (71%) e Apple (69%) ricevono un buon tasso di fiducia. Solo Facebook genera la maggior parte della sfiducia (58%). Questa è causata dal coinvolgimento dell’azienda in numerose controversie, compresa la sua influenza politica, la sua associazione con le notizie false e il suo trattamento dei dati personali degli utenti.

GLI ATTACCHI DI WARREN A EXON MOBIL

Nonostante il loro successo in termini di credito, le Big Tech e le grandi imprese pesano sulla democrazia e sono in grado di inficiare il lavoro delle istituzioni democratiche, dei politici e del sistema giudiziario attivando processi mirati di disinformazione, come ricordato dallo stesso Stiglitz. Proprio martedì, la candidata alle primarie democratiche per le Presidenziali Usa del 2020, Elizabeth Warren, di cui abbiamo già avuto modo di parlare relativamente alla sponsorizzazione intenzionale di fake news su Mark Zuckerberg, ha lanciato una nuova campagna su Twitter contro alcuni operatori dell’industria accusati di fornire consapevolmente informazioni false e fuorvianti alle agenzie di regolamentazione federali, fornendo così materiale da utilizzare come scusa per invalidare le regole vigenti. Nello specifico, la campagna di Warren si rivolge alla Exxon Mobil, uno dei principali gruppi mondiali del settore energetico. Gli scienziati del gigante petrolifero, pur avendo confermato negli Anni 70 e 80 che i combustibili fossili hanno contribuito al riscaldamento globale, avrebbero poi successivamente chiuso la loro ricerca sul clima, secondo quanto riportato, abbracciando una campagna di pubbliche relazioni per diffondere dubbi sulla scienza del clima e finanziare la negazione del cambiamento climatico. Dunque, secondo la candidata, la Exxon avrebbe speso milioni di dollari in think tank per generare incertezza sulla scienza del clima, pubblicando e promuovendo una scienza non revisionata per fuorviare il popolo americano sui cambiamenti climatici.

I GUAI GIUDIZIARI DEL GIGANTE PETROLIFERO

La Exxon è attualmente coinvolta in molteplici cause legali che sostengono che l’azienda abbia ingannato i suoi azionisti sui rischi climatici. New York ha citato in giudizio l’azienda per presunte frodi climatiche ed è in attesa di una sentenza del giudice della Corte Suprema di New York, Barry Ostrager. Qualora le accuse trovassero fondamento, si tratterebbe di una delle tante falsità intenzionalmente diffuse da grandi aziende per agevolare il business, ostacolando, però, la comprensione dei fatti per i cittadini e influenzando agenzie federali come l’Epa (United States Environmental Protection Agency). Le agenzie federali, in alcuni casi, sollecitano il pubblico a fornire informazioni sulle regole proposte attraverso un processo chiamato notice-and-comment, che dovrebbero aiutare l’agenzia a sollecitare il feedback degli esperti, rendendo chiaro, trasparente e responsabile il processo.

SONO NECESSARI PROCESSI DI RESPONSABILIZZAZIONE

Investimenti finalizzati alla disinformazione possono minare, dunque, i processi democratici. Se questi provengono da aziende, in particolare grandi aziende, risulta essere sempre più necessario dare vita a processi di responsabilizzazione. Questo può avvenire, non solo attraverso l’istituzione di una legge sulla “falsa testimonianza aziendale“, come suggerito da Warren, ma attraverso la creazione di una nuova sensibilità e di un piano strategico di comunicazione istituzionale interna ed esterna volta a evitare quanto preannunciato da Stiglitz, ovvero un attacco incontrastato al sistema epistemologico di base. 

SONO IN GIOCO LA REPUTAZIONE E IL BUSINESS DELL’AZIENDA

Comunicazione e digitalizzazione ricoprono un ruolo fondamentale in questo campo e rappresentano attori cruciali e preziosi per lo sviluppo di una coscienza responsabile, in grado di mettere al primo posto il benessere dei cittadini e ispirare loro fiducia e solidità. Per quanto difficile possa essere trasmettere la complessità delle istituzioni e verificare la serietà e responsabilità aziendale, questo risulta essere necessario per il futuro, non solo delle istituzioni, ma delle aziende stesse: il conseguimento di una buona responsabilità aziendale può rappresentare un’ottima leva per incrementare la reputazione dell’azienda stessa e il suo business.  

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Jimmy Wales lancia la Wikipedia delle notizie contro le fake news

Il fondatore della enciclopedia libera ha deciso di applicare lo stesso modello a una piattaforma social dedicata all'informazione. Si chiama Wt.social e ha già 25 mila iscritti.

Il modello Wikipedia come arma nella guerra contro le fake news. È quello che ha pensato Jimmy Wales, co-fondatore dell’enciclopedia libera più famosa del mondo e attivista da sempre schierato a favore della libertà della Rete e che lo ha portato a lanciare Wt.social, una piattaforma social dedicata alle notizie. «Mi sono reso conto che il problema delle fake news e della disinformazione ha molto a che fare con le piattaforme social», spiega Wales dal suo profilo Twitter, specificando che questa nuova piattaforma è una evoluzione di WikiTribune, sito fondato nel 2017 in cui giornalisti e volontari, in stile Wikipedia, scrivono notizie neutrali e verificate. «Gli attuali social network si reggono su un modello di business legato alla pubblicità. Questo porta ad una dipendenza, a rimanere incollati ad un sito e ad essere trasportati in discorsi di odio e radicali, non nella cura del lato umano», aggiunge Wales. Per iscriversi alla piattaforma bisogna registrarsi ed essere maggiori di 13 anni. «Non venderemo mai i vostri dati – specifica il sito – ci manterremo sulle donazioni per assicurare la protezione della privacy e che lo spazio social sia privo di annunci». Insomma, lo stesso modello su cui si basa Wikipedia. L’interfaccia di Wt.social è solo in inglese ma si può pubblicare in qualsiasi lingua.

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