Cosa c’è alla base della viralità delle news (vere o false)

Un meccanismo seduttivo legato alla percezione di noi stessi e di come vogliamo apparire agli altri ci fa condividere le notizie sui social. Anche se sono fake. E Trump lo sa bene. Una questione di attivazioni cerebrali.

È ormai consolidata l’idea che la comunicazione pubblicitaria si serve di una modalità di influenzamento che fa appello non tanto alla ragione o ai processi cognitivi del consumatore quanto piuttosto alle sue emozioni e al suo desiderio di confermare un’identità personale e sociale. Questo spiega perché l’acquisto di prodotti o servizi avvenga non tanto per il loro valore d’uso, quanto per il significato che a essi viene attribuito da parte di un soggetto interessato ad avere un’esperienza emozionale ed estetica, o a manifestare la propria immagine, o a comunicare la propria appartenenza ai gruppi sociali di riferimento. Questo meccanismo seduttivo, tuttavia, solleva la questione dell’influenzamento attraverso la verosimiglianza o l’emozione che provoca, a dispetto della verità delle cose. Un tema che nella comunicazione mediatica, e soprattutto politica, ha assunto un ruolo determinante.

LA RICERCA DELL’AFFIDABILITÀ PASSA IN SECONDO PIANO

Si pensi per esempio al dibattito sulla veridicità delle informazioni nei canali social. In un’epoca caratterizzata dal potere delle immagini più che alla valutazione attenta delle argomentazioni, il tema di ciò che “appare verosimile” sembra oltrepassare la ricerca dell’affidabilità, assumendo di per sé una connotazione di veridicità, indipendentemente da chi comunica. Il grado di condivisione, la diffusione della notizia e la sua pervasività, divengono potenti elementi di garanzia. Spesso, anche se la notizia appare come potenzialmente falsa o addirittura ridicola, circola comunque online, venendo condivisa da migliaia di persone, molte delle quali finiscono per considerarla vera anche grazie al ricorsivo processo di diffusione sui propri network.

VIENE PREMIATA PIÙ LA TEMPESTIVITÀ CHE L’ACCURATEZZA

Non stupiamoci allora se qualche tempo fa la direttrice del Guardian, Katharine Viner, parlando dell’indebolimento dell’importanza sociale della verità ha affermato che «non è tanto importante che un fatto sia vero, è essenziale che la gente ci clicchi sopra e lo condivida». Purtroppo, la velocità di diffusione di una notizia, vera o falsa che sia, ha rivoluzionato l’ecosistema dell’informazione e finito per premiare più la tempestività che l’accuratezza.

I “PREDITTORI” DEL GRADO DI CONDIVISIONE

In questo panorama anche le neuroscienze hanno cercato di dimostrare quali siano i meccanismi che sottostanno a questa forma di seduzione, cercando di studiare se vi fossero dei “predittori” del grado di diffusione e condivisione delle notizie attraverso i social. Uno degli studi più interessanti in tale ambito è quello condotto da Scholz et al. (2017) sull’attivazione di alcune specifiche aree della corteccia di chi legge una notizia tramite Facebook. Lo studio ha permesso di identificare le notizie che avrebbero avuto maggiore probabilità di divenire virali.

Le persone condividono informazioni che possono migliorare le loro relazioni, farle sembrare brillanti, empatiche o apparire con una luce positiva

Secondo questi autori le persone sono interessate a leggere, o condividere, contenuti legati alle proprie esperienze personali, o alla percezione di chi sono o chi vogliono essere. Infatti, condividono informazioni che possono migliorare le loro relazioni, farle sembrare brillanti, empatiche o apparire con una luce positiva. Ovviamente questa motivazione è difficilmente dichiarabile dai soggetti in una ricerca con tecniche classiche (interviste, focus group o questionari), ma la possibilità di analizzare le aree del cervello, tramite risonanza magnetica, che si attivano durante certe azioni, permette di ipotizzare interessanti chiavi di lettura e motivazioni relative ad alcune di esse.

RICERCA SU ARTICOLI DI SALUTE

Tornando alla ricerca sulla condivisione dei contenuti, i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di volontari di valutare alcuni articoli sulla salute, pubblicati sul New York Times, e di dichiarare poi quali avrebbero letto o condiviso su internet più facilmente. Dopo aver analizzato i tracciati cerebrali relativi all’attivazione in corrispondenza con le notizie che avrebbero condiviso, hanno fatto un secondo studio sull’attivazione cerebrale in corrispondenza di una reale attivazione dei tracciati cerebrali dei partecipanti in relazione alla condivisione di questi contenuti via Facebook. Dal confronto dei risultati dei due studi si scopre una relazione precisa tra le aree che si attivano nel primo studio (relativo all’idea di condivisione) e quelle che si attivano nel secondo studio legate alla reale condivisione. Si è anche proceduto a correlare la disponibilità a condividere gli articoli di news di salute, fitness, nutrizione e benessere pubblicate sul New York Times, con quanto rilevato in realtà.

Fig. 1. Analisi attivazione con fRMI delle aree nello Studio 1 – a sinistra – e nello studio 2 – a destra. Si dimostra l’attivazione del Nucleo Striato, della Corteccia Prefrontale VentroMediale e Mediale e della Corteccia Parietale nei due studi.

CONTA L’IDEA DI CHI VORREMMO ESSERE

In questa seconda fase, si attivano i circuiti frontali che elaborano le aspettative su sé stessi nella speranza di migliorare la propria immagine agli occhi degli altri, e rafforzare le relazioni sociali. Con la seconda fase dello studio, infatti, e con la lettura di notizie interessanti che meritavano di essere condivise si attivano principalmente tre circuiti nervosi. Il primo è distribuito tra il nucleo striato e la corteccia prefrontale ventromediale ed è conosciuto come il circuito che attribuisce valore alle cose in generale. Il secondo circuito è localizzato tra la corteccia prefrontale mediale e la corteccia parietale, ed è coinvolto nell’elaborazione delle aspettative legate alla percezione di noi stessi. Infine, il terzo circuito è sempre localizzato nella corteccia prefrontale mediale ed elabora le aspettative di natura sociale, ossia quanto vogliamo essere apprezzati dagli altri. In entrambi i casi, dunque, pensiamo sempre sia ai nostri gusti personali sia a cosa ne potrebbero pensare gli altri, poiché siamo interessati a leggere e condividere contenuti che sono connessi alla nostra storia personale, ma anche alla percezione che abbiamo di chi siamo e di chi vorremmo essere (Fig. 1).

Se si vuole pubblicare una notizia di successo bisogna presentarla in modo tale che il lettore appaia migliore agli occhi degli altri quando la condividerà

Analizzando soltanto le attivazioni cerebrali è quindi possibile prevedere le notizie e i contenuti che potrebbero diventare virali. L’indagine conferma che se si vuole pubblicare una notizia di successo bisogna presentarla in modo tale che il lettore appaia migliore agli occhi degli altri quando la condividerà.

TRUMP HA PUNTATO TUTTO SULLA FORZA EMOZIONALE

Questo modello seduttivo, basato sulla capacità di emozionare, e a volte di sconvolgere il sistema, sembra essere stato alla base di alcune efficaci strategie di comunicazione politica. Soffermiamoci però su quella americana di Donald Trump durante la campagna elettorale 2016, senza scomodare possibili riferimenti a situazioni prettamente italiane. Analizzando il modello comunicativo di Trump, in comparazione con quello di Hillary Clinton, si può comprendere la forza emozionale che, probabilmente, è stata alla base del suo successo. Trump ha trovato il modo di farsi condividere tanto. Nelle piattaforme social (Facebook, Instagram, YouTube, Twitter) The Donald comunica senza alcun filtro, utilizzando termini coloriti e in molti casi aggressivi.

Fig. 2. Lo stile di comunicazione per immagini di Trump è coerente con una strategia della condivisione via social. Il richiamo ai colori della bandiera è sempre molto forte.

La sua comunicazione non ha quasi mai parlato alla parte razionale dell’elettorato, ma ha usato le migliori strategie della comunicazione emozionale per persuadere.

THE DONALD E UNO STILE A PROVA DI STUPIDO

Ha usato uno stile “foolproof” (a prova di stupido), trasmettendo pochi, semplici (e a volte imbarazzanti), ma forti messaggi. La semplicità del messaggio, non supportata da specifici dati o report, è stata alla base di uno stile immediato e convincente. Le parole usate sono poche e pressoché le medesime, ripetute quasi all’infinito. Ha sempre utilizzato termini semplici, chiari, univoci e reiterati permettendo di fissare più facilmente i contenuti.

COLORI DELLA BANDIERA E DISCORSI SENZA DATI

Per essere condiviso ha usato molto il potere delle immagini. Per questo motivo Trump ha spesso usato metafore e parlato principalmente con immagini. I suoi discorsi sono spesso privi di dati, statistiche o qualsiasi altro numero, poiché la sua intenzione è stata quella di inviare messaggi diretti, facilmente comprensibili, immediatamente collegabili a paure ancestrali e a logiche di separazione (noi contro loro). Anche la sua immagine è sempre stata curata per “bucare” lo schermo e richiamare, in maniera semplice ma forte, l’appartenenza al suo Paese o meglio alla sua bandiera. In genere ha sempre “indossato” i colori della bandiera americana: blu scuro il vestito, bianca la camicia e rossa o a righe rosse la cravatta (Fig. 2).

RICHIAMI AL PATRIOTTISMO E AL SOGNO AMERICANO

Quello che ha voluto comunicare è che lui è sempre stato il migliore esempio dell’America vera e dei suoi americani. Questo emergeva anche dal suo sito internet, che, ancora prima della sua elezione, sembrava essere quello del presidente degli Stati Uniti, poiché ogni parola frase o immagine richiamava gli Usa, il patriottismo e il sogno americano. Proprio perché «non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano», dovremmo preoccuparci della portata suggestiva e persuasiva di questo stile di comunicazione politica.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Acqua non potabile, fake news L’ira del sindaco Monaco

di Erika Noschese

Una carica batterica microbiologica – riscontrata a seguito dei contolli periodici eseguiti sulle acque erogate dal Civico Acquedotto – ha generato il caos a Campagna. Nella serata di martedì, infatti, è stata diffusa una falsa ordinanza sindacale indicante la presenza di sostanze radioattive nelle risorse idriche comunali. «E’ stato mistificato un atto pubblico con copia-incolla del protocollo. E’ procurato allarme», ha dichiarato il sindaco Roberto Monaco che nella giornata di ieri ha provveduto a sporgere regolare denuncia presso le autorità competenti. Il primo cittadino ja inoltre lanciato un appello alla popolazione affinché aiutino l’amministrazione comunale a rintracciare l’autore «di questo gesto gravissivo», ha precisato Monaco. Intanto, è stata riscontrata nei campioni analizzati una carica batterica microbiologica che non genera manifestazioni cliniche di rilievo ed in via cautelativa. In attesa del ripristino dei valori predefiniti dalla normativa, è stata emessa l’ordinanza che vieta l’utilizzo temporaneo dell’acqua, per uso potabile e fino alla revoca dell’ordinanza in attesa del ripristino della situazione. Il Comune di Campagna, infatti, è in attesa dell’esito definitivo dopo i dovuti interventi per ripristinare l’acqua del civico acquedotto. A tentare di fare chiarezza in merito a quanto sta accadendo anche il leader dell’opposizione Andrea Lembo che, ieri mattina, ha visionato i documenti relativi alla contaminazione dell’acqua. Dalle analisi condotte dall’Arpac, emergono contaminazioni microbiologiche di batteri coliformi. «Come se ciò non bastasse, a turbarmi maggiormente è stata la scoperta del fatto che le analisi sono state fatte il 10 settembre e rese note all’amministrazione comunale il 16 settembre, ossia più di 15 giorni fa! Ci chiediamo (e chiederemo formalmente per iscritto): perché il Sindaco ha atteso più di 15 giorni per comunicare questo problema ai cittadini e adottare l’ordinanza di divieto d’uso dell’acqua erogata dal civico acquedotto per uso potabile? Perché si è consentito che i cittadini fossero esposti al pericolo dell’acqua contaminata per così tanto tempo, senza fornire nessuna informazione (pur avendola)? Chi risponde degli eventuali danni alla salute dei cittadini che questa tardiva decisione può avere causato, soprattutto ai soggetti più deboli (immunodepressi, anziani, bambini)? Andremo in fondo alla vicenda, con tutti i mezzi a disposizione, per chiarire alla città le responsabilità di tale gravissimo e, ad oggi, ingiustificato ritardo. Lo sappiano coloro che, anche stamattina, si affannavano a tacciarci di allarmismo nei messaggi privati inviati ai cittadini preoccupati. La salute pubblica non è un tema sul quale si può consentire incompetenza, negligenza e superficialità nell’adozione dei provvedimenti necessari. Come consiglieri di opposizione, saremo sempre vigili controllori dell’operato di chi amministra», ha dichiarato Lembo.   

Consiglia

Social media e comunicazione politica tra rischi ed opportunità

La digitalizzazione ha portato innovazione, ma non senza portare con sé anche alcuni pericoli. Il bisogno di regole online è sempre più evidente se si vogliono evitare contaminazioni nei processi democratici.

Lo sviluppo delle piattaforme online e dei social media ha dato una spinta enorme alla partecipazione diretta dei cittadini all’attività dei politici e dei partiti, influenzandoli sempre più. Come abbiamo già visto, il dibattito politico si sviluppa quasi più attraverso gli strumenti di comunicazione digitale che non con quelli tradizionali come i media o i comizi. Possiamo quindi considerare l’evoluzione della comunicazione politica in questo senso positiva? Tendenzialmente sì, ma ci sono molteplici aspetti da considerare.

I casi in cui i social media hanno portato fortuna e voti ai politici sono molti. Basta pensare alla popolare campagna elettorale di Barack Obama, che ha fatto dei social media un vero e proprio motore non solo di comunicazione ma anche di fundraising, raccogliendo dal basso più di mezzo milione di dollari coinvolgendo centinaia di migliaia di sostenitori. In Italia abbiamo visto come, con la piattaforma Rousseau, il web è stato interpretato per la prima volta come punto base di dialogo e di rappresentanza, e la macchina social di Matteo Salvini ha ottenuto numeri mostruosi.

NUOVE OPPURTUNITÀ, MA ANCHE NUOVI TIPI DI DISINFORMAZIONE

Anche i partiti più tradizionali, che hanno sempre avuto delle strutture legate al territorio come le sezioni o articolazioni locali hanno infine accolto questa tendenza. Per aprire i partiti alla società, il digitale è arrivato nel luogo più antico della democrazia diretta: se prima si andava in sezione adesso si può andare sull’app. Allo stesso tempo però, come ha mostrato il caso di Cambridge Analytica, che ha utilizzato Facebook per analizzare i target in maniera mirata ed influenzare il pubblico durante le elezioni americane, la rete e i social sono un forte rischio per le democrazie, anche favorendo la disinformazione. Tra bot, fake news e ingenti finanziamenti, diventa più semplice manipolare i dati e l’opinione pubblica, e quindi i processi democratici dei vari Paesi possono a volte risultare “contaminati”.

Se è vero che grazie ai social media è più facile dare voce alla propria opinione e raggiungere un pubblico vastissimo è anche vero che il post di un politico può esercitare un’enorme influenza sull’elettorato a prescindere dalla verità del contenuto

Dal punto di vista della comunicazione la questione è complessa e delicata perché bisogna tenere in considerazione più fattori tra cui credibilità e correttezza delle informazioni. Se è vero che grazie ai social media è più facile dare voce alla propria opinione e raggiungere un pubblico vastissimo è anche vero che il post di un politico può esercitare un’enorme influenza sull’elettorato a prescindere dalla verità del contenuto. Proprio su questo argomento Nick Clegg, capo degli Affari globali e delle comunicazioni di Facebook, ha recentemente annunciato che il social media blu non farà il fact-checking ai post dei politici.

SERVE UNA REGOLAMENTAZIONE SERIA E DURATURA CONTRO LE FAKE NEWS

Come sempre nella storia dell’uomo lo sviluppo della tecnologia offre opportunità e rischi. È vero che nel corso degli anni sono stati fatti vari tentativi di risposta alle problematiche nate dalla digitalizzazione, legati agli algoritmi o all’eliminazione di account che incitavano alla violenza. Quello che manca in questo momento, soprattutto ai grandi player del mondo digitale, è una regolamentazione seria e duratura che impedisca fake news ed influenze esterne. Per fortuna, in questo campo l’intelligenza umana e la capacità di discernimento sono sempre determinanti: non c’è il minimo dubbio che andrebbero utilizzate di più.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Facebook vuole esentare i post dei politici dal fact checking

D'ora in poi toccherà agli utenti stessi verificare la veridicità di quanto condiviso sui social dai loro rappresentanti.

Facebook non eseguirà più il fact-checking sui post dei politici perché i loro messaggi fanno notizia e possono essere di pubblico interesse. Ad annunciarlo è stato Nick Clegg, ex vice premier britannico e ora a capo della comunicazione globale della società di Menlo Park. «Non crediamo che per noi sia un ruolo appropriato fare da arbitro nel dibattito politico», ha spiegato, «e non vogliamo impedire che il discorso di un politico raggiunga il suo elettorato e sia oggetto di dibattito pubblico». Con questa decisione, d’ora in poi toccherà agli utenti verificare la veridicità di quanto sostenuto dai politici sui social. Allo stesso modo, sarà sempre compito loro dimostrare la falsità delle parole riportate.

LEGGI ANCHE: Fake news e strategie di fact checking

SUI CONTENUTI CHE POSSONO INCITARE ALLA VIOLENZA

«Quando un politico condividerà contenuti su cui precedentemente è stata fatta una verifica», ha poi aggiunto Clegg, «abbiamo in programma di ridimensionarli, far visualizzare nel post il fact-checking delle notizie e rifiutarne l’inclusione negli annunci pubblicitari». Cioè rifiutare la sponsorizzazione. Riguardo ai contenuti che possono incitare alla violenza e comportare un rischio per la sicurezza, Clegg ha invece spiegato che «verranno fatte delle valutazioni globali che terranno conto degli standard internazionali sui diritti umani».

IL RUSSIAGATE E L’ALLARME FAKE NEWS

Dopo l’apertura dell’inchiesta sul cosiddetto Russiagate, nella quale si sospettavano ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le presidenziali Usa 2016, su Facebook e altre piattaforme social si è acceso un faro sulla diffusione delle fake news. Il social network di Zuckerberg ha così cominciato a stringere accordi con testate giornalistiche e fact checker indipendenti per verificare le notizie.

COME FUNZIONA IL FACT CHEKING DI FACEBOOK

Facebook ha creato un modello di machine learning per identificare i contenuti potenzialmente falsi sulla propria piattaforma. Dopo la segnalazione, foto, articoli e video sono inviati ai fact checker per essere valutati. Il loro responso ha una doppia funzione: se da una parte stabilisce l’attendibilità o la falsità dell’informazione, dall’altra contribuisce a istruire l’intelligenza artificiale che apprende sia dalla propria esperienza, sia da quella umana.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Piero Angela su Cicap, cambiamenti climatici e fake news

Il giornalista ospite d’onore a Padova del festival dell'organizzazione che proprio lui fondò trent’anni fa: «Sopravviveremo al global warming? Dipende da noi».

di Antonio Di Lorenzo

Sopravviveremo ai cambiamenti climatici? Dipende da noi. Dobbiamo saper meritare la tecnologia che abbiamo, che può farci vivere o morire. Greta Thunberg è un simbolo, che però va riempito di contenuti. Ma per ora l’uomo si dimostra insensibile: «Abbiamo una cultura che non è capace di leggere il nostro tempo. Non siamo pronti a gestire i mezzi che abbiamo». È il giudizio di Piero Angela, ospite d’onore a Padova del festival del Cicap, organizzazione che proprio lui fondò trent’anni fa.

Tre giorni di convegni, dibattiti e incontri che si avviano a superare le 12 mila presenze. Angela, tutt’oggi presidente onorario del Cicap, guidato adesso da Massimo Polidoro, ha parlato al rettorato dell’università, che sta già pensando a festeggiare gli otto secoli di vita ed è partner assieme al Comune (solo per citarne alcuni) del festival.

IMPARARE A GESTIRE LE INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

Greta è «il simbolo di tutti i bambini che questo secolo lo vivranno fino in fondo», ha spiegato Piero Angela, con tutto il degrado possibile e immaginabile: «Abbiamo una tecnologia che può farci vivere o può distruggerci. Però bisogna meritarla, questa tecnologia. Invece abbiamo una cultura che non è in grado di leggere il suo tempo». E così, ha sottolineato il divulgatore scientifico, viviamo in un incrocio: da un lato la velocità altissima delle scoperte e delle innovazioni, dall’altro una cultura ottocentesca che non sa gestirle. «Il vero problema è proprio questo», ha precisato, «l’insensibilità della nostra cultura, a iniziare da quella politica. Non siamo pronti a gestire i mezzi che abbiamo».

LE FAKE NEWS SI BATTONO CON IL METODO SCIENTIFICO

Vinceremo la battaglia sulle fake news? Per Angela è difficile, almeno finché l’unica risorsa del web sarà la pubblicità, «cosa che obbliga a spararla sempre più grossa per avere più click e quindi inserzionisti pubblicitari». Il fondatore del Cicap ha spiegato che «possiamo contrastare le fake news divulgando il metodo scientifico (cosa che non viene fatta a scuola) che vuol dire, semplicemente, verificare le fonti: chi ha detto questo, il primo che capita o una seria ricerca?». In secondo luogo «bisogna insegnare sin dalla prima elementare che esiste un metodo della scienza. Una volta imparato, lo si applica automaticamente, come avviene per le tabelline».

Piero Angela al termine della cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa in Scienza e Tecnologia dei Materiali per la Lectio Magistralis dal titolo “Scienza, tecnologia e materiali: una costruzione infinita” presso la Sala degli Svizzeri di Villa Mondragone a Frascati, 14 novembre 2016.

LA RAZIONALITÀ COME ARMA

L’Italia ha un livello di istruzione molto basso, l’analfabetismo culturale avanza. Del resto, la scuola italiana ha l’asticella molto bassa: «i fuoricorso non hanno senso, tanto per dirne una», ha commentato Angela. «Personalmente credo di aver dato il mio contributo a combattere l’analfabetismo di ritorno», ha raccontato, «sono nella Rai dal 1952 e ho sempre cercato di svolgere bene il mio lavoro, perché credo di avere una responsabilità sociale. Non posso abbassare il livello solo per avere qualche ascolto in più». La verità, spiega l’inventore di Quark, è che «la razionalità è come la democrazia: un compito difficilissimo. Greta suscita entusiasmo, ma poi ha bisogno del mondo razionale. Si può anche vivere di emozioni, ma è sempre meglio pensare al futuro e prevenire i guai». A chi sostiene che il cambiamento climatico non esiste, Angela ha risposto con una domanda: «Ti fidi a superare un camion in curva? Magari non succede niente, ma è meglio non rischiare».

COME È NATO IL CICAP

«Abbiamo iniziato trent’anni fa in una dozzina di persone in un ristorante di via Nizza a Torino. Avevo condotto tre puntate di una trasmissione sul paranormale, a quel tempo piuttosto accettato, che hanno fatto cambiare idea a parecchie persone», ha raccontato il fondatore del Cicap. «Li chiamavano i pierangelisti», ha continuato, «da allora il Cicap è cresciuto, ha avuto soci come Edoardo Amaldi (il più stretto collaboratore di Enrico Fermi), Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Umberto Eco, Umberto Veronesi, Margherita Hack». La verità, ha spiegto, è che bisogna essere informati: «Naturalmente, oggi come ieri, non cambia idea chi ha una fede incrollabile ma chi è disposto ad ascoltare».

LE CONQUISTE SPAZIALI: MARTE PROSSIMO OBIETTIVO

Vogliamo colonizzare Marte? Per Angela «si può fare, tanto per citare la battuta di Gene Wilder nel film di Mel Brooks». Ma ci vuole tanta energia: «Su Marte ci arriveranno in sei, ma servirà l’energia di 60 milioni di persone. L’unico modo per conquistare lo spazio è creare astronavi artificiali, stazioni spaziali che possano ospitare anche milioni di persone». La pensava così anche Asimov, ha spiegato il giornalista. «Facile a dirsi, meno a farsi. Sapete qual è il problema? I figli. Come nei kibbutz. Possiamo anche trovare persone che intendano vivere in modo stimolante, ma come la penseranno i loro figli, destinati a vivere in un recinto?».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it