In Ungheria il partito di Orban ha perso a Budapest

Fidesz sconfitto nella capitale e in metà dei capoluoghi dall'opposizione unita.

Non sono bastate le minacce al premier ungherese Viktor Orban per evitare che il suo partito Fidesz perdesse il controllo di Budapest e di oltre la metà dei capoluoghi dell’Ungheria dove il 13 ottobre si è votato per elezioni amministrative. È quanto emerge da dati provvisori pubblicati sul sito dell’Ufficio elettorale nazionale (Nvi) e relativi a circa il 75% delle schede scrutinate.

A BUDAPEST VINCE KARACSONY

Gergely Karacsony, il 44enne candidato dei Verdi che si è imposto nelle primarie fra tutti i partiti d’opposizione a Budapest sta ottenendo il 50,4% dei voti a fronte di un 44,6% per ora attribuito al sindaco uscente, il 71enne Istvan Tarlos. Delle 20 città in cui si è votato, in più della metà sono in testa i candidati delle opposizioni che si sono presentate unite, a Budapest anche grazie a un patto di desistenza con la formazione nazionalista di destra Jobbik. È la prima volta che a Budapest e in circa metà dei capoluoghi i partiti di opposizione sono riusciti ad accordarsi per trovare un solo sfidante.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DURISSIMA

La campagna elettorale è stata la più dura e volgare probabilmente mai vissuta in Ungheria. L’apparato propagandistico del partito di governo Fidesz ha cercato di screditare gli sfidanti con tutti i mezzi, anche presentandoli come «pagliacci inadatti all’incarico». Su Facebook sono circolati video di sex-party e intercettazioni telefoniche su affari di corruzione per compromettere candidati. In un video è apparso anche il sindaco di Gyor (città industriale dell’Ungheria occidentale), Zsolt Borkai, esponente di Fidesz mentre partecipa a una festa su uno yacht con prostitute e – si sostiene – droga. L’ex campione olimpico di ginnastica ha ammesso l’errore e si è scusato. Il premier Orban aveva minacciato gli elettori di tagliare fondi alle città dove gli elettori «voteranno male».

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I conservatori di Kaczynski vincono le elezioni in Polonia con la maggioranza assoluta

Secondo i primi exit poll ai conservatori del Pis andrebbero 239 seggi su 460 alla Camera.

La Polonia non cambia. Nonostante non fosse così favorito, almeno alla Camera il partito del leader polacco Jaroslaw Kaczynski ha conservato la sua maggioranza assoluta e potrà continuare, se i risultati definitivi confermeranno gli exit poll, il suo corso conservatore, populista ed euroscettico. È quanto emerso da primi risultati delle elezioni parlamentari in Polonia dove resta da vedere se le desistenze fra tre gruppi di opposizione finora divisi possano togliere al Pis il controllo del Senato. Al Sejm, la Camera polacca, entrano intanto anche i nazionalisti di estrema destra di Confederazione.

IL PIS AL 43,6%

Almeno secondo i primi exit-poll, il partito Diritto e giustizia (Pis) di cui Kaczynski è presidente esercitando un enorme influsso sul premier Mateusz Morawiecki e l’intero sistema polacco, avrebbe ottenuto il 43,6% dei voti e soprattutto 239 dei 460 seggi della Camera con un balzo rispetto al 37,6% raccolto nelle precedenti elezioni del 2015. Al 27,4% e 130 seggi si sarebbe fermata Coalizione civica, il principale gruppo di opposizione di centro liberale, formato dalla Piattaforma civica fondata dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e da tre altri partiti, fra cui i Verdi. La ‘Sinistra’, che unisce ad altri partiti l’Alleanza della sinistra democratica (Sld) rimasta fuori dal parlamento nel 2015, avrebbe ottenuto l’11,9% e 43 deputati. Il terzo gruppo che si è accordato per desistere al Senato, dove il Pis a 61 dei 100 seggi, è Coalizione polacca (Kp); questo blocco che include il ruralista e conservatore Partito popolare polacco (Psl) avrebbe raccolto il 9,6% e diritto a 34 deputati. Al Sejm entrerebbero anche candidati della Confederazione libertà e indipendenza, apertamente anti-europei, antisemiti e omofobi al punto di definire pedofili gli omosessuali.

UN GOVERNO ANTI AUSTERITY

Quello del Pis è stato il primo governo dalla caduta del Comunismo ad aver rotto con le politiche di austerity dei precedenti esecutivi, sfruttando un periodo di relativa prosperità per distribuire sussidi in cambio dell’appoggio elettorale. A rendere popolare il partito di Kaczynski, nonostante almeno un paio scandali, è il suo programma di tutela del welfare che ha fatto leva fra l’altro sulla promessa di un nuovo bonus bebè e su un aumento del salario minimo. Media di Stato hanno esaltato le realizzazioni del Pis e denigrato gli oppositori con modelli di propaganda che hanno ricordato quelli del regime comunista. La Chiesa cattolica, con saldissime radici nel Paese, ha ampiamente appoggiato Kaczynski e il suo partito, che si sono proposti come difensori dei valori tradizionali, della famiglia e della fede che ritengono minacciata dalla ‘ideologia Lgbt’.

INUTILE L’APPELLO DELLA NOBEL TOKARCZUK

Un appello a un voto di centrosinistra e filo-europeo era venuto dalla scrittrice da poco insignita del Premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk, secondo la quale è in gioco la democrazia nel Paese. Il Pis ha introdotto riforme che, secondo l’Unione europea, hanno messo a rischio lo stato di diritto in Polonia. Quella della Giustizia ha dato al Pis un potere senza precedenti su procure e tribunali, fra l’altro attraverso l’unificazione dei ruoli di procuratore generale e ministro della giustizia, che ha eliminato una basilare distinzione fra il potere politico e quello giudiziario.

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Leopoli, l’eterna incompresa

Il capoluogo dei Carpazi è un luogo dove la memoria della storia è al servizio del presente. Da sempre anti-russa con l’inclinazione a pendere politicamente verso destra, è stata lasciata al suo destino fino agli inizi degli Anni 2000.

La cittadella di Leopoli fu costruita all’inizio della seconda metà del 1800. Allora la perla della Galizia faceva parte dell’impero austroungarico. Una fortezza con torri e caserme, quartiere a quei tempi del nono battaglione d’artiglieria dell’esercito degli Asburgo.

Leopoli era diventato un punto di transito per i soldati dell’Ottava Armata (Armir) in ripiegamento dal fronte orientale dopo il disastro di Stalingrado

Con la fine della Prima guerra mondiale e il passaggio della città alla Polonia, ci entrarono gli artiglieri polacchi. Durante la Seconda, dal 1942 al 1944, con l’occupazione tedesca la cittadella si trasformò in Stalag 328, un campo di prigionia in cui vennero rinchiusi complessivamente oltre 280 mila prigionieri e più di 140 mila vi morirono a causa di malattie, fame, torture e fucilazioni. Un gigantesco massacro nazista. Nella torre principale, la Maximilianturm, vi erano le celle per gli interrogatori e quelle della morte.

I cadetti dell’accademia militare di Leopoli.

Gli internati erano principalmente ufficiali e soldati sovietici, russi e ucraini, ma non solo, anche membri del Komsomol, ebrei, e soprattutto vi erano anche prigionieri di guerra degli eserciti stranieri, francesi, belgi e anche italiani, dopo l’8 settembre. Leopoli era diventato un punto di transito per i soldati dell’Ottava Armata (Armir) in ripiegamento dal fronte orientale dopo il disastro di Stalingrado e qui era di stanza il comando delle retrovie dell’est.

LE RADICI ANTIRUSSE DI LEOPOLI

Con la fine del conflitto, Leopoli (Lviv in ucraino e Lwow in polacco) divenne Lvov, in russo e sotto l’Unione Sovietica la cittadella finì in rovina e nel dimenticatoio. Poi arrivò l’indipendenza da Mosca nel 1991 e Leopoli, raffinata e intellettuale nelle sue memorie asburgiche e polacche, tornò ad essere il centro del nazionalismo antirusso ucraino, contrapposto alle regioni dell’Est, da Donetsk a Lugansk, proletarie ed industriali, vicine geograficamente e per storia a Mosca. Ed ecco quindi la Leopoli di oggi, orgogliosamente patriottica e antiputiniana, che sfoggia i suoi eroi storici come Stepan Bandera, sì patriota ammazzato dal Kgb, ma leader di Oun (Organizzazione dei nazionalisti ucraini) e Upa (Esercito insurrezionale ucraino), organizzazioni che collaborarono anche coi nazisti, coinvolte nelle operazioni di pulizia etnica contro ebrei e polacchi in Volinia.

L’UCRAINA DA SEMPRE DIVISA A METÀ

Sono queste le due facce della medaglia ucraina, di cui una viene sistematicamente ignorata. La regione di Leopoli, come altre dell’Ovest dell’Ucraina, è sempre stata politicamente spostata a destra e il sentimento nazionalista a anticomunista, ben radicato per ragioni storiche, è quello che fa da filo conduttore dalla rivoluzione del 2004 a quella del 2014, al massacro di sangue di Maidan. Oleg Tyahnibok, leader nazionalista di Svoboda, il partito di estrema destra entrato nel governo nel 2014, è stato il vero aizzatore della piazza a Kiev durante le proteste contro il governo di Victor Yanukovich. La sua roccaforte è sempre stata Leopoli. Anche l’elettorato nazionalista moderato, prima per Yulia Tymoshenko e poi per Petro Poroshenko, si è sempre concentrato nell’Ovest dell’Ucraina e anche alle recenti elezioni parlamentari l’unico oblast del Paese, esclusi quelli dell’Est di Donetsk e Lugansk che hanno votato per i filorussi, che non è andato al partito del presidente Volodymyr Zelensky, è stato proprio quello di Leopoli dove ha vinto il nazionalismo soft di Sviatoslav Vakarchuk, cantante rock convertitosi alla politica.

UNA CITTÀ LASCIATA A SE STESSA

Che il capoluogo dei Carpazi sia insomma un luogo un po’ particolare, dove la memoria della storia è al servizio del presente e l’inclinazione a pendere verso destra è quasi naturale, non deve quindi sorprendere. Che in città ci siano vie intitolate a Bandera e suoi camerati, locali dove chi parla russo è indesiderato o che al mercatino dei libri vicino alla cattedrale si venda il Mein Kampf di Adolf Hitler sono però piccolezze di fronte al destino che ha fatto la cittadella.

Lasciata al suo destino fino agli inizi degli Anni 2000, dimenticata sul piccolo colle al Sud del centro cittadino, un paio di anni fa ha ripreso a vivere, non come museo o nel ricordo dei 140 mila morti: la Maximiliaturm è diventata un hotel a cinque stelle, l’area circostante, con una banca che ha messo una filiale in una vecchia caserma, è in fase di ristrutturazione. Solo una croce, nel boschetto antistante l’albergo, ricorda che qui vi era un campo di prigionia. Nessuno in città o altrove ha fatto una piega. La via per la cittadella non è battuta dai turisti, che vengono tenuti, consapevolmente o no, a distanza da una zona che, come altre a Leopoli, ha fatto la storia della città. Lungo via Copernico, che conduce alla cittadella, sorge ancora il vecchio palazzo che ospitava il Comando italiano delle retrovie, ma nessun cenno è fatto a quel passato che a Leopoli nessuno sembra voler ricordare.

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La reazione di Von der Leyen alla bocciatura Sylvie Goulard

Il Presidente della Commissione Europea ha confermato le tre cariche vacanti e invitato l'Eurocamera a lavorare insieme per superare lo stallo.

«Siamo in una fase parlamentare, democratica e trasparente. Ho proposto 26 candidati: 23 sono stati accettati e tre non hanno ottenuto la maggioranza, per diverse ragioni. Le nomine ungherese, romena e francese restano aperte». Con queste parole la presidente eletta Ursula von der Leyen ha commentato il “No” del parlamento Ue alla candidata francese Sylvie Goulard.

ACCELERIAMO PER RISOLVERE GLI ULTIMI NOMI

Nella nota von der Leyen ha spiegato di essere stata al Parlamento europeo nel pomeriggio, per incontrare i presidenti di Ppe, S&D, e Renew Europe, ed il leader dell’Eurocamera, per parlare della situazione. «Non dobbiamo perdere di vista la sfida principale: i prossimi cinque anni saranno decisivi per l’Europa, in un contesto mondiale difficile. L’Europa», ha elencato, «deve gestire la Brexit, le questioni commerciali e fare fronte ai conflitti nell’immediato vicinato, ma deve gestire anche le principali sfide legate ai cambiamenti climatici, alla trasformazione digitale, e ai flussi migratori». «Con tale posta in gioco, ora è necessario accelerare il percorso, assieme al parlamento, in modo tale che l’Europa possa agire velocemente», ha sollecitato. «Allo stesso tempo, tutti quanti sono coinvolti in questa procedura hanno bisogno del tempo necessario per affrontare i prossimi passi con cura. Questo deve essere un obiettivo comune».

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Perché in Portogallo Costa ha la strada in discesa

Per il premier socialista della rinascita 20 seggi in più in parlamento, quasi la maggioranza per governare da solo. Ora si cerca una nuova intesa dopo le Legislative del 2019. Magari con gli ambientalisti, anziché con la sinistra radicale. Lo scenario.

L’orizzonte del Portogallo è una nuova Geringonça: il «marchingegno» di un esecutivo assemblato come nel 2015 tutto a sinistra che – a sorpresa – ha funzionato. Il successo di governo ha consolidato Antonio Costa che volendo, da capo dei socialisti con 20 seggi in più (106) della precedente legislatura, può sganciarsi dal blocco di sinistra (19 seggi) e dal Partito comunista per allearsi con gli ecologisti del Pan e di Livre, titolari di cinque seggi, e dei verdi al voto in coalizione con i comunisti (12 seggi). Per una maggioranza mancano 10 seggi: il premier uscente Costa, 58 anni, ex sindaco di Lisbona ed ex eurodeputato socialista, con il 37% delle preferenze può permettersi il lusso di scegliere. «Abbiamo vinto chiaramente e rafforzato la nostra posizione politica», ha commentato la notte delle Legislative del 6 ottobre 2019, «i portoghesi vogliono un nuovo esecutivo socialista. Più forte, capace di governare con stabilità».

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Il premier portoghese Antonio Costa in campagna elettorale. (Getty)

LA FIDUCIA DELL’UE PER COSTA

Come quattro anni prima, si aprono le consultazioni. Con ogni probabilità più brevi dei mesi impiegati per stringere il patto allora controcorrente. Nel frattempo gli assetti sono cambiati in altri Paesi dell’Ue e a Strasburgo. Sul piatto Costa può mettere un’economia cresciuta tra il 2016 e il 2018 fino al 2,8% del Pil nazionale (dati della Commissione Ue), la disoccupazione dimezzata al 6,7% dal 13,6% del 2015, e il deficit statale sceso al livello più basso in 45 anni di democrazia (lo 0,2% del 2019 dall’11,2% del 2011). Musica per le orecchie di Bruxelles: sotto la guida della super commissaria Ursula von der Leyen la nuova Commissione Ue può concedere agli Stati membri maggiori aperture sulla crescita. E più di ogni altro il premier portoghese potrà cavalcare in nuovo vento amico, benché all’Ue la fiducia non gli mancasse. Il suo primo governo rosso è riuscito a conciliare le misure sociali e per la crescita, con il rigore nella spesa pubblica, con prestazioni impressionanti.

Molte categorie statali hanno scioperato in massa. Insegnanti, personale della sicurezza e nella sanità invocano investimenti pubblici

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Per un altro esecutivo la sinistra radicale è disposta a negoziare con Costa. Ma gli chiede di allentare i cordoni della borsa, migliorando i servizi ai cittadini e riducendo la pressione fiscale che nel 2018 ha toccato il massimo storico del 35%: il rovescio della medaglia del suo miracolo della rinascita. In pochi anni i portoghesi hanno visto esplodere l’export (+45% dal 2005) agganciato al circuito globale e l’industria del turismo, tant’è che l’economia nazionale gira meglio della media europea. Ma gli stipendi restano bassi in Portogallo (un insegnante guadagna circa 1.000 euro al mese). Mentre per il richiamo di stranieri i prezzi del mercato immobiliare si sono impennati e il costo della vita è in aumento. Benché da Costa sia stato alzato il salario minimo (portato a 700 euro al mese, prima più basso che in Grecia) e sia stata abbassata l’età della pensione nel pubblico, molte categorie statali scioperano in massa. Insegnanti, personale della sicurezza e nella sanità invocano investimenti pubblici.

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Andre Silva, leader degli ambientalisti portoghesi del (Pan) in campagna per le Legislative del 2019. (Getty)

IL PIANO SULLE INFRASTRUTTURE

Il tallone di Achille di Lisbona è il debito pubblico, in calo dalla crisi ma sempre al 120% del Pil, terzo per onere nell’Ue dopo la Grecia e l’Italia. Nel 2019 il governo Costa ha presentato un grande piano nazionale di investimenti per le infrastrutture, con un budget di circa 20 miliardi di euro fino al 2030 da destinare per il 60% ai trasporti. In modo soprattutto da far fronte al boom di turisti, con nuovi collegamenti ferroviari e un nuovo scalo su Lisbona. Ma appena il 15% dei finanziamenti del piano dovrebbe arrivare da fondi statali: gli alleati di sinistra di Costa insistono nel chiedere pensioni e stipendi più alti, e investimenti anche nell’istruzione e nella sanità. Grandi opere foraggiate da privati sollevano perplessità anche tra le forze ambientaliste sulle quali, visto l’appeal crescente a livello globale, si sono posati gli occhi dei socialisti. Costa è in cerca di una nuova versione della Geringonça: un esecutivo con i verdi si prevede lo sbocco più probabile alle trattative.

Il dibattito sui migranti è molto marginale, il Portogallo non è mai stato tra le rotte degli sbarchi

ESTREMA DESTRA IN PARLAMENTO

Per un soffio il premier uscente ha mancato la maggioranza assoluta del 40% per un monocolore: il desiderio è di dover dipendere da meno alleati possibili, considerata la «maggiore legittimazione per negoziare in parlamento». Il dato dell’astensione salita al 47% dal 44% delle precedenti Legislative non è indicativo perché i nuovi parametri hanno incluso nei registri elettorali oltre 1 milione di portoghesi residenti all’estero che di solito hanno una bassa partecipazione al voto. La vittoria di Costa, che nei sondaggi più del 50% rivorrebbe premier, è inequivocabile: i conservatori (Psd) del leader Rui Rio sono arretrati di 12 seggi. Anche il Portogallo dal 2019 ha l’estrema destra in parlamento, per la prima volta in 45 anni dalla fine della dittatura: la nuova forza dei populisti “Abbastanza” ha guadagnato un seggio con l’1,3%. Una novità che non spaventa: il dibattito sui migranti è molto marginale, il Portogallo non è mai stato una rotta degli sbarchi.

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La corte non impone a Johnson il rinvio della Brexit

Respinta la richiesta di un verdetto preventivo fatta dagli oppositori del no deal.

Niente ingiunzione preventiva al premier britannico Boris Johnson di chiedere un rinvio della Brexit oltre il 31 ottobre se entro due settimane il governo non troverà un accordo di divorzio con Bruxelles. La ha deciso un giudice della Court of Session di Scozia respingendo l’istanza presentata al riguardo da attivisti e politici pro Remain che chiedevano una sorta di verdetto anticipato sull’obbligo del premier Tory di rispettare la cosiddetta legge anti-no deal approvata su impulso delle opposizioni al parlamento britannico.

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I risultati delle elezioni 2019 in Portogallo

Secondo i primi exit poll,i socialisti del premier Antonio Costa sarebbero il primo partito con il 34,5%%-38,5% dei voti.

Il partito socialista del premier Antonio Costa è in vantaggio, secondo i primi exit poll trasmessi dalle tv, nelle elezioni parlamentari in Portogallo con il 34,5%-38,5%. Gli oppositori socialdemocratici si attestano tra il 24,6 ed il 28,6%, il blocco di sinistra tra il 7,7% e l’11,7%, i popolari di destra tra il 6 e l’8% e la coalizione di sinistra tra il 2,9% e 4,9% mentre il Pan (ambientalisti) tra il 2,7% ed il 4,7%.

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No dell’Ue al piano Johnson sulla Brexit: si continua a trattare

Bruxelles e Dublino rispediscono al mittente l'ultima proposta del premier britannico. Che a Westminster ammorbidisce i toni.

I negoziati per un accordo all’ultima curva sulla Brexit sono riaperti, ma restano zavorrati da una lunga serie di “se” e di “ma”. All’indomani delle proposte avanzate da Boris Johnson all’Unione europea nei termini di un ultimatum, pena l’alternativa di un divorzio hard il 31 ottobre, il premier britannico abbassa improvvisamente i toni di fronte alla Camera dei Comuni e ritrova l’apparente sostegno di gran parte del Partito conservatore, con annessa appendice degli alleati unionisti nordirlandesi del Dup. Mentre da Bruxelles e da Dublino gli interlocutori mantengono la guardia alta, decisi a non chiudere la porta e possibilmente a non restare con il cerino in mano in caso di rottura finale, ma non senza insistere sugli «aspetti problematici» irrisolti. Pretendendo che sia Londra a scioglierli.

«Restiamo aperti, ma non ancora convinti», dice il presidente uscente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dopo una telefonata di solidarietà al primo ministro irlandese Leo Varadkar, l’uomo chiave, in questa fase, per il sì o per il no. In effetti il piano Johnson agli occhi di Dublino appare come minimo «insufficiente». L’idea di sostituire la clausola vincolante del backstop a garanzia del confine aperto post Brexit fra Irlanda e Irlanda del Nord con un macchinoso sistema transitorio, destinato comunque a partorire dei controlli doganali più o meno sparpagliati, non convince. Alcune fonti europee sospettano una provocazione concepita per farsi rispondere picche e poi scaricare sulla controparte la responsabilità del no deal. Altre, citate dalla Bbc, parlano al contrario di un tentativo di soluzione, pur ingarbugliato, «meno peggiore» di quel che s’aspettavano.

JOHNSON CAMBIA REGISTRO A WESTMINSTER

Varadkar si dice dal canto suo «rassicurato» dalla garanzia di Johnson di non volere barriere di confine – vietate dallo storico accordo irlandese di pace del Venerdì Santo 1998 – o «infrastrutture fisiche» di controllo anche collocate a distanza dalla frontiera. Ma si riserva di «esplorare meglio le proposte doganali» britanniche e avverte che il consenso sulle soluzioni e sulla loro durata demandato al parlamento locale nordirlandese deve «riflettere il punto di vista dell’intera popolazione» dell’Ulster, «senza potere di veto a un singolo partito» (ossia i vassalli del Dup). Johnson tuttavia sfoggia (o simula) una certa fiducia. Guarda al ‘poliziotto buono’ Jean-Claude Juncker più che a chi rema contro come Guy Verhofstadt, coordinatore del gruppo di lavoro sulla Brexit dell’Europarlamento, che con il successore di Theresa May sembra avere un mezzo conto personale e che già grida al «deal pressoché impossibile» su queste basi. Mentre a Westminster archivia la retorica incendiaria imputatagli nei giorni scorsi in favore di toni pacatissimi e garbati, anche di fronte alle polemiche più accese degli oppositori: dal laburista Jeremy Corbyn, che ne liquida i piani come «impraticabili e dannosi», agli indipendentisti scozzesi, che gli intimano di rispettare la legge anti-no deal e di prepararsi a chiedere un rinvio a Bruxelles o di dimettersi.

LA VOLONTÀ (A PAROLE) DI TROVARE UN COMPROMESSO

Certo, il premier non cede sulla scadenza tassativa del 31 ottobre, «con o senz’accordo»; né sulla sfida ai contestatori ad accettare le elezioni anticipate; né sull’avviso all’Ue di esser «pronto» in caso di necessità al no deal. Ma con un messaggio più orientato, almeno a parole, verso la volontà di lavorare al «compromesso» dell’ultimo minuto per una Brexit ordinata. Il nostro «è un tentativo onesto di superare le divergenze», giura, e «io penso che le chance d’un accordo adesso ci siano». Il tempo però scorre. E i veti incrociati restano.

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Carola Rackete accusa l’Unione europea sul caso Sea Watch

«Dove eravate quando chiedevo aiuto?»: Carola Rackete, la comandate della Sea Watch che nel giugno scorso forzò il blocco a..

«Dove eravate quando chiedevo aiuto?»: Carola Rackete, la comandate della Sea Watch che nel giugno scorso forzò il blocco a Lampedusa imposto dall’allora ministro Salvini, torna a far sentire la sua voce. Lo ha fatto davanti alla commissione libertà civili dell’Europarlamento che l’ha ascoltata proprio nel giorno dei migranti e nel giorno in cui a Lampedusa si commemora la strage del 2013 in cui morirono annegate 368 persone. «Il caso della Sea Watch ancora una volta ha fatto notare che gli Stati membri non sono disposti ad affrontare i tempi moderni. Non sono disposti a ridistribuire una nave con 53 persone. Come se a bordo ci fosse stata la peste invece che persone esauste» ha dichiarato Rackete, alle cui parole l’assemblea (anche se non al completo) si è alzata in piedi tributandole una standing ovation.

«Con il decreto sicurezza venivo considerata una minaccia all’ordine pubblico. Ho ricevuto una serie di attenzioni solo dopo essere entrata in porto. Dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto attraverso tutti i canali diplomatici e ufficiali?. Unica risposta ricevuta era stata quella di Tripoli. Ho dovuto entrare nel porto di Lampedusa non come atto di provocazione, ma per motivi di esigenza», ha aggiunto la comandante. La volontaria ha anche criticato il fatto che l’Europa continua a affidare i salvataggi alla Libia: «l’Unione europea ricorre sempre più all’esternalizzazione dei salvataggi con deleghe a Paesi in guerra come la Libia, violando le leggi internazionali».

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In Austria Kurz pronto a un’altra metamorfosi (verde?)

Il baby cancelliere ha mille vite. E lavora a una nuova grande coalizione. Salgono le quotazioni degli ambientalisti. Ma anche l'estrema destra e i socialdemocratici sono in gioco. Gli scenari del post voto.

L’Austria è il Paese delle Grandi coalizioni: presto o tardi ne farà un’altra. Il problema è capire quale. Der Spiegel si chiede di che colore si tingerà stavolta il cancelliere in pectore Sebastian Kurz? Verde, rosso o blu? Indubbiamente il 33enne leader dei popolari (Övp) è un fenomeno della politica: già primo ministro più giovane d’Europa dal 2017, anche se per poco, domenica 29 settembre non solo ha rivinto le Legislative anticipate, come da pronostici, ma ha trionfato. Gli scandali a catena che in primavera avevano affossato il suo primo esecutivo – e che continuano ad affliggere l’estrema destra austriaca (Fpö) – hanno spinto i suoi cristiano-democratici al 38%: il 7% in più dal 2017, quando già sempre grazie a Kurz la Övp era riuscita a risalire dalle secche (un altro +7% dal 2013) dei partiti di massa. Il balzo avvenne grazie alla virata sovranista del giovane e rampante leader. Che da ex sottosegretario aperto al dialogo e all’integrazione (tra il 2011 e il 2013) dell’allora Grande coalizione con i socialdemocratici (Spö), passò al dito puntato contro le Ong «colluse con i trafficanti».

Austria Elezioni Kurz coalizione Verdi destra
Il dilemma del leader dei verdi austriaci, Werner Kogler, dopo il voto del 2019. (Getty)

UN PRODIGIO TRASFORMISTA

Sempre a Kurz si deve la definizione «ticket per Europa» dei salvataggi dei migranti nel Mediterraneo delle navi delle Marine europee e delle organizzazione umanitarie. Già da baby ministro degli Esteri, nel 2016, chiese «centri profughi fuori dall’Ue». Il cancelliere prodigio è un genio, sin dai primi passi in politica, a fiutare il vento che monta e portarlo poi a sé: chi taccia di trasformismo Giuseppe Conte non conosce la politica austriaca. L’alleanza nel 2017 con la Fpö (a Strasburgo con la Lega di Matteo Salvini e i tedeschi di AfD) era scontata: i programmi coincidevano anche se le frequentazioni neonaziste dell’estrema destra l’avevano resa alla lunga impresentabile per i popolari che dovevano salvarsi la faccia alle Europee. Così dall’Ibizagate che ha rovinato l’ex leader della Fpö (ed ex vice-premier) Heinz-Christian Strache, Kurz ha tratto il massimo vantaggio. I quasi 9 punti percentuali persi dall’estrema destra in pochi mesi (al 17% dal 26%) sono andati soprattutto alla Övp. E solo in parte minore ai Liberali austriaci di Neos, cresciuti dal 5% di due anni fa al 7%. 

Un governo verde-turchese, tra cristiano-democratici e verdi, sarebbe tra vincitori, l’unico fedele alla volontà popolare

IL DIBATTITO SI SPOSTA DAI MIGRANTI ALL’AMBIENTE

A naso adesso il cancelliere di Vienna che brucia le tappe starebbe a suo agio con i Verdi: in un altro governo di rottura con le paludate larghe intese. Ma stavolta a favore delle politiche green chieste dai milioni di teeanger nelle piazze. Anche in Austria il dibattito si sta spostando dai migranti all’ambiente, sull’onda delle denunce all’Onu dell’attivista Greta Thunberg. Anzi è strano che null’ultima corsa Kurz non si sia posizionato nella scia dei verdi balzati al oltre il 12% dal disastroso 3,8% del 2017: il +8% «di un giorno storico» hanno enfatizzato gli ecologisti tornati ai livelli del 2013. Un governo verde-turchese (il colore della Övp) sarebbe tra due vincitori, l’unico fedele alla volontà popolare. Il precedente dell’Amministrazione regionale del Tirolo, tra verdi e cristiano-democratici, dimostra che il binomio può funzionare. Ma il salto dal locale al nazionale sarebbe la tomba degli ambientalisti col vento in poppa: in Germania i Verdi devono il loro exploit proprio al flop nel 2017 dell’esecutivo di compromesso tentato con la CduCsu di Angela Merkel e i liberali (Fpd).

Austria Elezioni Kurz coalizione Verdi destra
La leader dei socialdemocratici austriaci, Pamela Rendi-Wagner, sconfitta alle Legislative del 2019. (Getty)

SOCIALDEMOCRATICI AL COLLASSO

I Verdi austriaci hanno riguadagnato posizioni anche perché è fallita la scissione a destra di Peter Pilz, sceso dal 4% del 2017 all’1%. La sua nuova lista è fuori dal parlamento, come accadde due anni prima (grazie a lui) ai Verdi che contribuì a fondare, senza condividerne però gli ideali di accoglienza e di multiculturalità. Il percorso di Pilz, travolto nel frattempo da una storiaccia di molestie, dimostra che il cuore di una parte degli ambientalisti austriaci non batte a sinistra. Ma il terzo dei voti che si è aggiunto alla corrente rientrata dell’ex leader provengono soprattutto dai socialdemocratici: i secondi grandi perdenti delle ultime Legislative, al minimo storico al 21% (-5%). I vertici ammettono «un risultato peggiore delle aspettative». A causa anche della prima loro leader donna, Pamela Rendi-Wagner: medico prestato alla politica che non si è rivelata una trascinatrice, non ultimo per via del programma brutta copia di quello dei verdi. Così la sinistra austriaca ha perso le roccaforti del Burgerland e della Carinzia, ed eroso gravemente il suo consenso nella rossa Vienna.

Ma solo il 20% dell’elettorato intervistato dei popolari si è detto per una coalizione con i Verdi

L’ABBRACCIO DELLA MORTE ALLA FPÖ

La capitale resta nel 2019 l’unico dei nove Land a maggioranza socialdemocratica, sebbene in calo di 6 punti, al 28%. Come la tedesca Andreas Nahles, leader dimissionaria della Spd, Rendi-Wagner cederà probabilmente presto lo scettro a un successore. Una coalizione rosso-turchese è la seconda – e più tradizionale – opzione di Kurz: tutt’altro che entusiasmante, ma così potrebbe davvero finire. L’Ue guarda di buon occhio a una Övp rientrata nei ranghi dalla sbornia sovranista, che con i Verdi potrebbe fare cose buone, tuttavia sul tema dei migranti e della sicurezza i programmi sono opposti – e Kurz deve il suo boom all’emorragia a destra. Anche sulle politiche industriali la Dc austriaca è più vicina ai liberali: in un sondaggio della tivù pubblica Orf solo il 20% del suo elettorato intervistato si è detto per una coalizione con i Verdi, mentre il 43% vuole Neos. Il 34% resta per un esecutivo turchese-blu con la Fpö. Herbert Kickl, il Salvini austriaco, e il co-leader Norbert Hofer escludono il bis con Kurz, vista la botta. Ma il cancelliere ingombrante, pronto al colpo finale, tende loro la mano dall’alto.

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