Cosa prevede il “piano Marshall” dell’Ue contro il coronavirus

In arrivo il maxi piano anti-disoccupazione Sure. Mentre l'Eurogruppo continua il lavoro sulle proposte che finiranno sul tavolo dei ministri il 7 aprile. Le opzioni al vaglio.

Un maxi piano anti-disoccupazione, un fondo di sostegno sanitario con quel che resta del bilancio comune, e fondi strutturali già assegnati ai Paesi dirottati sull’emergenza coronavirus. Così l’Unione europea prova a scuotersi e a ritrovare una solidarietà finora rimasta solo sulla carta. «Il nostro piano Marshall», lo definisce la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Unito agli interventi nazionali, finora vale 2.770 miliardi di euro, «la più ampia risposta finanziaria a una crisi europea mai data nella storia». Ma ancora non basta, fa notare il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, soddisfatto almeno di aver dimostrato che bond con garanzie comuni, legati ad un progetto, sono possibili.

IL FONDO ANTI-DISOCCUPAZIONE SURE

L’intervento più importante è il fondo anti-disoccupazione Sure, che potrà mobilitare fino a 100 miliardi di euro da concedere ai governi che hanno bisogno di rifinanziare la propria cassa integrazione. Lo strumento, gestito dalla Commissione Ue, parte con una base di 25 miliardi di garanzie versate dagli Stati membri su base volontaria e andrà a finanziarsi sul mercato. Si tratta di un prestito, destinato dunque ad aumentare il debito pubblico dello Stato che lo riceve. Questo lo fa assomigliare all’Efsf che fu creato nel 2010 durante la crisi finanziaria, con la differenza che nel caso di Sure non vi è alcuna condizionalità per il beneficiario.

VERSO L’EUROGRUPPO DEL 7 APRILE

Inoltre, è trascurabile la convenienza in termini di tassi rispetto al finanziarsi emettendo debito: qualcuno, fra gli esperti, stima un risparmio medio, in termini di costo del debito, pari a circa 0,015 punti percentuali rispetto all’emettere Btp italiani. Per Gentiloni, comunque, «è un primo esempio, molto importante, del fatto che è possibile prendere delle azioni comuni». Ovvero, che è possibile usare le emissioni di bond comuni (un meccanismo già esistente da anni, seppur in forma minima) per finanziare altre urgenze. Il 7 aprile l’Eurogruppo dovrà dare il via libera a Sure, assieme al resto del pacchetto che prevede anche un fondo per gli indigenti, aiuti a pescatori e agricoltori, un piano per dirottare verso l’emergenza tutti gli aiuti delle politiche di coesione e un mini-fondo di sostegno ai sistemi sanitari da 3 miliardi.

Il premier Giuseppe Conte insiste sulla necessità di coronabond e di un più ampio European Recovery and Reinvestment Plan

Ma non è ancora abbastanza per mettere in sicurezza l’economia europea ed assicurarne la ripartenza una volta che la crisi sarà finita. Il premier Giuseppe Conte insiste sulla necessità di coronabond e di un più ampio European Recovery and Reinvestment Plan. Mentre l’Eurogruppo continua il suo lavoro sulle proposte che finiranno sul tavolo dei ministri martedì 7 aprile. C’è ancora chi vuole usare il Mes come risposta principale. «È completamente inadeguato a quello che ci troviamo di fronte», sottolinea però Gentiloni. Si punta a modificarlo, alleggerendone le condizionalità per farlo digerire meglio ai governi del Sud. Per la Francia può essere una delle armi, ma certamente non la sola, anche perché i suoi 410 miliardi non sono sufficienti ai 19 Paesi dell’euro. Inoltre, anche i prestiti del Mes vanno rimborsati. Si lavora quindi per affiancargli un nuovo fondo.

LE PROPOSTE DI FRANCIA E OLANDA

La Francia propone un fondo temporaneo che somiglia molto allo schema anti-disoccupazione: anche questo sarebbe gestito da Bruxelles, nascerebbe con garanzie comuni, emetterebbe bond. Per finanziare la ripresa post-crisi. La differenza è che i prestiti non andrebbero restituiti, ma sarebbero coperti da una nuova tassa europea o dalle risorse proprie del bilancio Ue. Di diversa filosofia è il fondo che propone l’Olanda: sarebbe alimentato dai contributi degli Stati membri, in liquidità, in proporzione a ciascun reddito nazionale lordo. Non sarebbe quindi molto ampio, se l’Olanda stessa si dice pronta a metterci 1 miliardo di euro. Non concederebbe prestiti ma sovvenzioni a fondo perduto, utilizzabili soltanto per fare fronte all’emergenza sanitaria.

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Coronavirus, emergenza pasta in Germania: dall’Italia migliaia di pacchi di spaghetti e fusilli


La catena di supermercati Aldi ha già inviato treni speciali nel nostro Paese per fare scorta durante la pandemia da Coronavirus. ''Diversi treni speciali hanno già portato oltre 60mila pacchi di fusilli, più di 75mila pacchi di penne e 250mila pacchetti di spaghetti dall'Italia a Norimberga, come prima consegna'', si legge in un comunicato diffuso oggi.
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“Togliere ventilatori ai casi senza speranza”, le linee guida anti-Coronavirus dei medici inglesi


Nel Paese della Regina Elisabetta si aggrava il bilancio dell’epidemia di coronavirus. Nel weekend si potrebbe arrivare a contare mille vittime al giorno. E per questo motivo, secondo un documento pubblicato dalla British Medical Association, i medici rischiano di essere messi di fronte ad un'amara scelta: a chi salvare la vita.
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Coronavirus, #WeAreInThisTogether chiede maggiore solidarietà all’Ue

La petizione è rivolta non soltanto ai governi nazionali degli Stati membri ma anche alle istituzioni dell'Unione europea. Tra i temi, uno scudo di protezione finanziaria, una linea di credito Sanitaria nel Mes, la creazione di European Health Bonds e come tornare alla normalità, tramite un piano sostenibile.

L’emergenza coronavirus ha messo in ginocchio l’Europa. In un momento di crisi come questo, c’è chi chiede una maggiore solidarietà a livello comunitario. «In questo momento non possiamo permetterci di essere divisi», si legge nella petizione #WeAreInThisTogether, pubblicata il primo aprile, «è il momento di restare uniti e lottare per un futuro comune e migliore». L’appello è stato lanciato da personalità italiane e tedesche, come l’ex ministro Fabrizio Barca e l’ex presidente dell’Inps Tito Boeri, e rivolto non soltanto ai governi nazionali degli Stati membri ma anche alle istituzioni dell’Unione europea.

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SCUDO DI PROTEZIONE FINANZIARIA E LINEA DI CREDITO SANITARIA NEL MES

Le richieste sono quattro. Per prima cosa, la Bce deve «inviare segnali chiari ai mercati finanziari che speculare contro singoli Stati membri è insensato» e che «necessitiamo di uno scudo di protezione finanziaria completo per l’Europa e l’Eurozona». Secondo punto: l’ «apertura immediata di una linea di credito Sanitaria nel Mes», ma solo a patto che «i fondi concessi vengano impiegati in categorie di programmi sanitari chiaramente definite, senza alcuna ulteriore condizione imposta».

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EUROPEAN HEALTH BONDS E RIPRESA SOSTENIBILE

Altro tema, «l’emissione di European Health Bonds (Titoli obbligazionari europei a supporto della Sanità)», in quanto è «necessaria una condivisione degli oneri» poiché la pandemia sta colpendo tutti i Paesi dell’Ue. Ma determinate condizioni: i bond devono avere «un obbiettivo comune, chiaro, definito e soggiacente a linee guida stipulate congiuntamente». Ultimo punto: un pensiero alla ripresa. «Dovremmo comunque iniziare ad approntare le misure necessarie per tornare a un normale funzionamento delle nostre società e delle nostre economie», si legge nella petizione, «con un tasso di sviluppo economico sostenibile, e integrando, tra l’altro, la transizione verde, la trasformazione digitale e traendo tutti gli insegnamenti possibili da questa crisi. Ciò richiederà una strategia di uscita coordinata, un piano di ripresa globale e una quantità di fondi mai prima d’ora investiti».

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Svezia, no al lockdown contro il coronavirus. Esperti avvertono: “Ci portano alla catastrofe”


La Svezia sta affrontando la pandemia di coronavirus in maniera diversa rispetto a quanto sta accadendo nel resto del mondo. Bar, ristoranti, cinema, stazioni sciistiche e alcune scuole restano aperti, anche se il governo ha dato ai cittadini delle indicazioni per contenere i contagi. Indicazioni che però, secondo molti, non sarebbero sufficienti.
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Sopravvissuta a due guerre mondiali e all’influenza spagnola, a 108 anni è uccisa da Coronavirus


La storia di Hilda Churchill, morta a 108 anni in una casa di cura a Salford, nel Regno Unito, per Covid-19 dopo essere sopravvissuta a due guerre mondiali e all'influenza spagnola del 1918. Il ricordo del nipote Anthony: "Era una combattente, aveva solo lievi sintomi, eppure non ce l'ha fatta. E adesso che non c'è più abbiamo il cuore spezzato. Se non fosse stato per il Coronavirus sono certo che sarebbe ancora qui con noi".
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Conte: «Se l’Ue non è coesa, non sarà competitiva»

Il premier italiano alla tivù tedesca: «Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia». E su Angela Merkel: «Abbiamo espresso due visioni diverse».

Giuseppe Conte protagonista anche sulla tivù tedesca. In Germania, però, il nostro premier non interrompe le trasmissioni per presentare e spiegare un nuovo decreto. È invece protagonista di un’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. «Io e Angela Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione», ha spiegato il primo ministro italiano secondo quanto anticipato. «Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia», ha continuato riferendosi alla lotta al coronavirus.

«SE NON SIAMO COESI NON SAREMO COMPETITIVI»

Conte ha poi sottolineato che dell’emergenza non è responsabile nessun singolo Paese: «Non si tratta di tensioni finanziarie», ha detto per poi lanciare una provocazione all’Unione Europea: «L’Ue come risponde? L’Ue compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato duemila miliardi per reagire, in Ue cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo?». Secondo il primo ministro italiano, infatti, se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato. E sui Coronabond: «Vorrei ricordare che questo meccanismo, le obbligazioni in euro, non significa che i cittadini tedeschi dovranno pagare anche solo un euro di debito italiano. Significa solo che agiremo insieme per ottenere migliori condizioni economiche, di cui tutti beneficiano»

M5S: «LA SOLUZIONE È L’EMISSIONE DI EUROBOND»

Una teoria sposata dal Movimento 5 Stelle che in una nota congiunta dei suo portavoce in Commissione Politiche Ue dice: «In vista del vertice del 7 aprile auspichiamo che risulti vincente la proposta del governo e del premier Conte di costruzione di un’Europa più solidale e giusta. È il momento della svolta. Servono nuovi strumenti per sopperire a questa crisi sanitaria ed economica ed insistiamo nel dire che la soluzione non passa per il Mes ma per l’emissione di eurobond».

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Con questa Europa no, ecco la bandiera della sinistra

Per fermare il sovranismo di Viktor Orban e degli altri amici di destra di Salvini non possiamo difendere un’Europa indifendibile.

Se c’è una caratteristica genetica in questa sinistra che amo fin da bambino, è quella di arrivare dopo. E di arrivarci con sincere e autolesionistiche abiure. Si va dal voto contrario alla Cassa per il Mezzogiorno, al diniego verso lo Statuto dei lavoratori, al rifiuto dell’Europa poi accettata come un dogma, dall’idea della riformabilità del comunismo con Gorbaciov fino al punto che un anno prima di scioglierlo Achille Occhetto fondò il nuovo Pci. L’elenco è lungo.

È cambiata la fase: questa era la frase che giustificava il mutamento di orizzonte. Ci sono dei momenti nella storia in cui arrivare dopo può diventare catastrofico. Prendiamo il caso dell’Europa. È stato giusto ed è giusto contrapporsi ai sovranismo e a quella semi-cultura che mette assieme forme di governo nazionaliste e neo-autoritarie con disinvolte alleanze internazionali fondate su una nuova subalternità verso potenze come Russia e Cina.

Ma lo slogan della sinistra e degli europeisti non è «difendiamo l’Europa» per queste belle ragioni, ma più ideologicamenlte «lo vuole l’Europa. Questa entità astratta rappresentata da funzionari, governanti del Nord, si è elevata a giudice supremo del destino delle nostre comunità. La sofferenza patita dalla Grecia meriterebbe un processo di Norimberga.

L’EUROPA CHE CONOSCEVAMO SEMBRA NON ESISTERE PIÙ

Oggi siamo davanti a un passaggio ineludibile. L’Europa può essere addomesticata (non è mai successo) tagliando qualche unghia tedesca o di altro Paese del Nord, oppure bisogna prendere atto che i destini si stanno separando, che secoli di storia, che hanno fatto parlare del valore degli elementi unitari del Continente, dimostravano anche l’irreversibilità della diaspora, delle forze centrifughe. Non siamo la stessa Europa. Noi non abbiamo nulla in comune con i Paesi ex comunisti, ma non abbiamo niente in comune anche con uno Stato che sta diventando canaglia in quanto rifugio di evasori fiscali di altissimo bordo. Che storia condividiamo, che moralità ci unisce, che prospettiva comune abbiamo? Il cinismo dei governanti del Nord Europa (farei una distinzione verso la Germania che è Paese ricco di orientamenti diversissimi) è incompatibile con la tragedia attuale. Sono Stati che non rispettano le altre comunità e nelle proprie comunità non rispettano i vecchi e i diversamente abili. Nazisti? Neppure. Lì c’era un disegno ignobile, qui siamo al pieno disprezzo della vita umana, homo homini lupus.

SERVE UN GRANDE LEADER CAPACE DI IMMAGINARE IL FUTURO

La sinistra può, come sembra facciano Roberto Gualtieri e esponenti di rilievo di un larga corrente europeista nella sinistra, fingere di non vedere, affidarsi a stucchevoli trattative, a predisporsi ad accettare controlli indecenti sulla nostra vita nazionale, in nome dell’Europa di Altiero Spinelli. Credo che Spinelli li bastonerebbe. La sinistra per la prima volta nella sua storia recente deve anticipare le scelte e le autocritiche e mettersi alla testa di un largo schieramento e movimento che dica: con questa Europa no. Per fermare il sovranismo di Viktor Orban e degli altri amici di destra di Salvini non possiamo difendere un’Europa indifendibile.

O noi e l’Europa del Sud, mediterranea, contiamo più di Cechia, Olanda e Ungheria, oppure tutti a casa

Detto in soldoni. Un grande leader italiano posto di fronte  a questo drammatico Dopoguerra in cui dovremo decidere, come alla fine degli Anni 40, mutamenti di fondo nell’assetto dell’economia, deve pur dire che i vecchi vincoli europeistici saltano. O noi e l’Europa del Sud, mediterranea, contiamo più di Cechia, Olanda e Ungheria, oppure tutti a casa. Il processo verso un’altra Europa spaventa e spinge in tanti a ritrarsi al solo pensiero della difficoltà della ricostruzione. Ma la classe dirigente del secondo Dopoguerra ebbe questa cultura e questa forza d’animo per immaginare un futuro inimmaginabile. Non è roba da professorini spaventati. Qui ci vogliono uomini e donne di ferro che salvino un’Europa contro un’altra anche per salvare una nuova economia e soprattutto per garantirci che vivremo in democrazia.

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In Olanda vince la linea dell’immunità di gregge a oltranza

A differenza del Regno Unito, i Paesi Bassi insistono nel tenere le misure più blande possibili. Che secondo i vertici sanitari funzionano. Mentre gli oltre 100 morti al giorno sono derubricati come «in gran parte obesi» e «anziani con altre patologie». E i Paesi che hanno chiuso tutto si scordino i coronabond.

Più di 10 mila contagi dichiarati su 17 milioni di abitanti, a una crescita sostenuta di 1.100 nuovi casi e ormai più di 100 morti al giorno che mettono gli ospedali olandesi sotto pressione al punto da chiedere – per essere respinti – posti letto al Belgio. Ma nei Paesi Bassi il governo di destra ripete ai cittadini ancora troppo tranquilli sui rischi del Covid 19 che la curva si sta appiattendo: le restrizioni blande in atto da alcune settimane stanno funzionando, assicura, e dopo il picco inizierà a scendere. L’immunità di gregge (o piuttosto la selezione della specie) starebbe insomma funzionando per il premier liberista Mark Rutte che con la cancelliera tedesca Angela Merkel ha sbattuto la porta in faccia all’Italia sulle misure dell’Ue. Unici al mondo di fronte a numeri grandi per un Paese, al confronto della Germania o della Svezia, piccolo, gli olandesi non hanno alcuna intenzione di tornare sui loro passi, come invece è stato costretto a fare il Regno Unito.

LE MISURE BLANDE E NO AI BOND

Nessun inasprimento in vista ad Amsterdam: «Se continuerà, l’incremento stabile da qualche giorno dei contagi indicherà che il distanziamento sociale produce effetti», ha rassicurato anche l’Istituto nazionale per la salute (Rivm). Il mese di tempo chiesto dai Paesi Bassi all’Italia e alla Spagna in pressing, per definire gli interventi economici europei per far fronte agli effetti dell’emergenza sanitaria, ha lo scopo di dimostrare alla Commissione Ue che negli Stati del Nord la pandemia è stata gestita con un numero contenuto di morti: senza il collasso dei sistemi sanitari nazionali e soprattutto senza bloccare l’economia.

Tutti i messaggi diffusi in Olanda continuano, in contrasto anche con il Belgio confinante, a negare allarmismi

Nessun bisogno di coronabond o di condividere il debito per ripartire: il Covid 19, se tutto andrà come il governo Rutte sostiene che vada, sarà stato un problema dei sistemi sanitari deboli e degli errori del Sud Europa, non un problema dell’Ue. Tutti i messaggi diffusi in Olanda continuano, in contrasto anche con il Belgio, a negare allarmismi.

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In Olanda restare a casa per il Covid 19 è un invito. Basta tenere la distanza di un metro e mezzo (GettyImages).

VIRUS PERICOLOSO, MA SECONDO AMSTERDAM NON TROPPO

Già nella seconda settimana di marzo, quando i casi nazionali di Covid 19 nei Paesi Bassi erano poco più di 600, 102 risultavano tra il personale sanitario. «Malati con sintomi lievi come nell’80% tra chi contrae il coronavirus», fu precisato dopo i test sullo staff. È lecito azzardare che, a questo punto, i casi tra medici e infermieri olandesi con Covid 19 siano più di un migliaio, ma non se ne è più riparlato. Quanto a chi finisce in terapia intensiva, in tivù il presidente dell’Associazione olandese dei rianimatori Diederik Gommers ha evidenziato come tra il «66% e l’80% dei ricoverati Covid 19 nei reparti sia in sovrappeso». Una caratteristica da approfondire: «Si può supporre», ha affermato «che il diabete, di cui soffrono in genere gli obesi, li renda più vulnerabili al virus. E che inoltre abbiano più difficoltà a respirare». I media olandesi sottolineano poi sempre come il Covid 19 colpisca in modo mortale soggetti in età avanzata, e con più patologie.

CONVINTI DELL’INUTILITÀ DEL LOCKDOWN

Accade in tutto il mondo che anche dei giovani adulti o dei ragazzi vengano intubati, in condizioni critiche, e che qualcuno di loro perda la vita. Una minoranza tra il 20% dei casi severi, che nella narrazione dei Paesi Bassi sembra però non esistere. Anche l’affanno dei pronti soccorsi è ridimensionato: si è chiesto aiuto al Belgio ma si è intanto distribuito un centinaio di respiratori, del totale di un migliaio ordinato dagli Stati Uniti che arriverà nelle prossime settimane quando verranno anche aumentati i letti nelle terapie intensive: l’urgenza non sarebbe massima, nonostante le stesse autorità sanitarie e istituzionali olandesi sostengano di essere quasi alla fase acuta del picco, in questi giorni. Nei Paesi Bassi i contagi crescono a un tasso giornaliero dell’11%, «meno velocemente che se non fossero state prese le misure di distanziamento sociale» ribadisce l’Rivm. Come tedeschi e svedesi, gli olandesi sono convinti che bloccare tutto non serva.

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Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus (GettyImages).

NEGOZI E BAR ANCORA APERTI

Le scuole sono state chiuse, come i locali a luci rosse. Ma il premier Rutte nel discorso alla nazione ha dichiarato che per evitare la circolazione del virus occorrerebbe «chiudere completamente il Paese per più di un anno»: opzione chiaramente impraticabile. Altrimenti il Covid «rialzerebbe la testa non appena le misure verrebbero revocate». Meglio allora – come puntava a fare nel Regno Unito Boris Johnson – limitarsi a rallentare puntando sull’immunità di gregge. Così nei Paesi Bassi vale l’invito, senza l’obbligo, a uscire il meno possibile. Bar, ristoranti e take away sono rimasti aperti: a patto di non sedere ai tavoli si può portare via il cibo o consumare street food, restando distanzi dagli altri almeno un metro e mezzo. Le passeggiate sono permesse a patto di uscire in gruppo. A casa si possono ricevere fino a tre persone e diversi negozi – non solo quelli di servizi indispensabili -, inclusi i coffe shop, continuano a svolgere le loro attività al pubblico.

L’ALTA FINANZA CONTRO RUTTE

Per lavorare ci si continua a spostare, benché si raccomandi lo smart working. La gente in giro si è diradata, ma ai mercati e nei centri cittadini si creato affollamenti, come nelle spiagge e nei parchi i week-end: tant’è alcune amministrazioni locali, com’è loro facoltà, ne hanno chiuso gli accessi. Voci fuori dal coro si levano anche dall’alta finanza: per il governatore della Banca centrale olandese (Dnb) Klaas Knot la «richiesta di solidarietà è logica» ed è auspicabile una «risposta europea, alla crisi attraverso nuove obbligazioni del Fondo salva-Stati, Mes, piuttosto che coronabond». Ancora più diretto l’ex banchiere centrale Nout Wellink: il Mes sarebbe uno strumento «troppo piccolo», servirebbero misure «meno convenzionali» anche nell’interesse del «Nord Europa che non resterà ricco se il Sud crolla». Ma per l’asse del rigore di Rutte l’Olanda supererà il Covid 19 da sola e molto meglio dell’Italia. O così sarà fatto passare, costi quante vite costi.

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Conte sferza l’Ue: «Inadeguato chi si oppone alle nostre richieste»

Il premier in un'intervista a El Paìs: «Basta coi vecchi schemi, servono strumenti di condivisione del debito». Poi avverte: «L'Unione si dimostri all'altezza o darà linfa ai nazionalisti».

Giuseppe Conte torna a sferzare l’Unione europea. Lo fa dalle pagine di El Paìs, autorevole quotidiano di quella Spagna che con l’Italia condivide tanto i numeri tragici sull’emergenza coronavirus quanto la necessità di appellarsi alla solidarietà europea per uscire da questa crisi. Chi si oppone in Ue alle richieste italiane, dice Conte, «ragiona con una mentalità vecchia, con un’ottica inadeguata a questa crisi, che è simmetrica ed eccezionale». E a chi gli chiede se l’Italia insisterà con gli eurobond Conte risponde: «L’ho chiamato Piano di Ripresa europea e Re-investimento; non penso a un solo strumento ma è il momento di introdurre strumenti di debito comune europeo. Il problema non è quando si uscirà dalla recessione ma uscirne il prima possibile. Il tempo è fattore chiave».

CONTE: «FORTE RISCHIO DI UN’AVANZATA NAZIONALISTA»

Il premier aggiunge: «L’Italia non chiede di condividere tutto il suo debito pubblico accumulato finora, che resterà a carico di ciascun Paese. L’Italia aveva avuto un comportamento ottimale fino a questo momento, anche sul fronte del debito. Il deficit del 2019 doveva chiudersi al 2,2% e abbiamo ottenuto 1,6%. Nessuno chiede all’Ue di farsi carico dei debiti sovrani ma solo di essere capace di assestare un colpo unitario per uscire da questo tsunami». In caso contrario, le conseguenze politiche potrebbero essere dirompenti. Il rischio che l’emergenza coronavirus dia linfa all’anti-europeismo in Paesi come in Italia «è evidente. Gli istinti nazionalisti, in Italia ma anche in altri Paesi, saranno molto forti se l’Ue non sarà all’altezza». Conte ribadisce che lavora per un’Europa più sociale e avverte: «Il numero di disoccupati che si avrà dopo questo tsunami sarà molto alto. Dobbiamo poter avvivare a capo di una ricostruzione prima che ciò avvenga».

SULLE RESTRIZIONI: «NON POTRANNO DURARE TROPPO»

Quanto alle riaperture, così come è stato per le restrizioni, si ragionerà «in termini di proporzionalità». E a chi gli chiede se la serrata delle attività produttive potrà durare molto Conte replica: «No, è una misura durissima dal punto di vista economico, è l’ultima misura che abbiamo preso e non può prolungarsi troppo. Per scuole e università, invece, si possono introdurre modifiche affinché gli studenti non perdano l’anno o l’esame».

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La Bce non può fare come la Fed, sostenerlo è demenziale

Gli Stati Uniti sono una nazione da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Chi pensa al loro modello deve sapere che come minimo serve un superministero Ue dell’Economia che, se necessario, possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi.

La fine dell’avventura europea è il rischio che incombe sull’Italia e su altri, e sull’intero quasi secolare progetto europeo (incominciò già prima del 1950), se l’eccezionale peso economico che il coronavirus ci costringe a pagare non vedrà un minimo indispensabile di unità e solidarietà. Gli europei si ricorderanno chi c’era e chi non c’era nel momento del bisogno, ha ammonito il 26 marzo di fronte a un Europarlamento vuoto (erano quasi tutti in teleconferenza, dati i tempi), la presidente della Commissione dell’Unione europea, l’ex ministro tedesco Ursula von der Leyen.

Poi la Realpolitik della scena interna tedesca l’ha costretta a una marcia indietro, faremo la nostra parte, ma no eurobond/coronabond, parola vietata in Germania e altrove. E poi ancora un’altra correzione, a fronte dell’irritazione italiana e non solo: faremo comunque qualcosa di importante. Presto, si spera.

Non è che in 70 anni si sia fatto poco per avvicinare i popoli europei, impresa lunga e contrastata come si è visto, svaniti gli entusiasmi iniziali. Tutt’altro. Ma ora, aldilà della facciata dell’Unione che rimarrebbe chissà quanto a lungo, è in gioco la sostanza, e c’è il rischio di un rapido svuotamento. È già vuota, dicono molti all’attacco della Ue in Italia, espressione più nota i vari Matteo Salvini e Giorgia Meloni e i loro più tipici collaboratori, alla Claudio Borghi.

Tutti questi però si guardano bene dal chiedersi e dal chiedere alle folle a che punto sarebbe la situazione finanziaria, italiana e di altri, e il nostro spread, senza l’euro e gli acquisti illimitati della Bce. Giocano solo sul negativo, sull’Europa matrigna, non dicono dove e come piantare le tende andando via dall’Europa alla riscoperta della vera madre nazionale, e nazionalista. Si fermano qui, al nazionalismo puro e semplice, e inarticolato. Sono leader?

L’ITALIA NON È SOLA COME LA GRECIA

Esistono invece possibili vie d’uscita che, ma qui non resta che incrociare le dita, potrebbero offrire risposte positive all’appello della von der Leyen (in sintesi un «occorre agire insieme da europei»), ma con alla fine, fuori dall’emergenza, una gestione più europea delle politiche di bilancio, un patto di stabilità rafforzato e non solo, un potere centrale vero e proprio che ci dice che cosa non va nel nostro bilancio e alla fine, se lo ritiene, se appoggiato dal Parlamento europeo, ci obbliga a cambiarlo. Ci piacerà?

Come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini

Sarebbe infatti un’ulteriore e grossa cessione di sovranità per tutti. Negli ultimi giorni è emerso per l’Italia un dato non disprezzabile in questi tempi terribili: non siamo soli come la Grecia alcuni anni fa, ma esiste un fronte con gli iberici, l’appoggio della Francia e altri disposti a sfidare il rigore nordico, comprensibile in termini contabili, suicida in termini politici. Una mediazione tra le due logiche è urgente, e il Consiglio Ue ha accettato il 26 maggio due settimane di tempo, chiamando “rinvio” quello che è stato per ora un fallimento. Ma tutto è affidato a Giuseppe Conte e a Roberto Gualtieri, all’appoggio che Mario Draghi ha lanciato loro con la sua uscita sul Financial Times, alla sagacia di uomini e donne dell’Economia e della Farnesina e dei loro omologhi in alcune altre capitali, alla mediazione di Bruxelles e Francoforte, e al buon senso di tutti.

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Giuseppe Conte e Angela Merkel.

Per l’Italia non è semplice però invocare uno sforzo corale mentre al governo e all’opposizione ci sono forze che hanno compiuto grandi balzi in avanti nel 2018 grazie a facili promesse elettorali incompatibili con gli impegni di bilancio. Quando la nebbia si alzerà sulle paludi del miasma virale sarà chiaro, è questione di settimane, come e quanto la pesantezza del conto economico potrà cambiare gli italiani. L’Italia è oggi uno dei due simboli dello scontro in corso fra i partner dell’Unione. L’altro è la Germania, con in avanscoperta l’Olanda. Ma come pensano i tedeschi? Occorre averne una almeno vaga idea, prima di parlare per slogan da bar, alla Salvini, e dire,cosa nota, che sono come al solito rigidi, craponi e ottusi. Tedeschi, insomma.

IL PESO DEI LANDER ORIENTALI DELLA GERMANIA

Per capire l’ascendente dei sentimenti neonazionalisti tedeschi applicati ora al caso Unione europea occorre mettere insieme due grandi episodi della storia tedesca ed europea recente e due unioni monetarie, quella fra Germania Ovest e Germania Est del 1991 e il progetto euro avviato a Maastricht nel dicembre dello stesso anno e perfezionato nel 1998 con la molto discussa – in Germania soprattutto – inclusione dell’Italia. Fu tenacemente voluta da Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi e molti altri, e dal cancelliere Helmut Kohl, ma non certo dal suo intero governo, come i documenti ottenuti nel 2012 dallo Spiegel hanno dimostrato. E per niente dal suo sfidante al voto del 1998, Gerhard Scrhöder, che vinse e lo spodestò anche a causa dell’euro, come Kohl scriverà nelle sue memorie, senza peraltro rinnegare l’euro, tutt’altro.

I nazionalpopulisti tedeschivogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco

In pochi anni molti  tedeschi dell’Ovest furono spesso spaventati due volte, e la seconda volta più ancora quelli dell’Est, e naturalmente tutti si ricordano molto più queste paure che non i vantaggi ottenuti e regalati al Paese da chi ha voluto queste mosse, Kohl essenzialmente. Furono spaventati dai costi di un’unione monetaria 1 a 1 con la vecchia e inesistente valuta orientale, e dai costi di un euro che sostituiva il loro solidissimo deutsche mark. Era stata questa moneta la bandiera della rinascita tedesca dal 1948, simbolo di una nuova Germania fondata sul successo economico e non più sul militarismo, perno monetario dell’Europa, una Germania pienamente occidentalizzata come Konrad Adenauer, il grande renano sempre sospettoso della Prussia, aveva tenacemente voluto.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. GETTY.

Questa profonda occidentalizzazione, naturale da tempo nella Germania renana e meno altrove, è però del tutto ovviamente mancata dal 1945 al 1991 ai sei Länder orientali. Per loro l’unificazione tedesca è stato il ricongiugimento al sognato deutsche mark, e a questo molti di loro sono rimasti, a una moneta tedesca, un sogno tedesco, un nazionalismo tedesco. Sanno poco del progetto europeo, costretti come erano al tempo a suonare un’altra campana. Per il 20% circa e forse più sono sostanzialmente neonazisti o comunque “giustificazionisti”, per il resto nazionalisti o nazionalpopulisti. Sostanzialmente antieuropei come ogni buon nazionalista, vogliono l’uscita di Italia, Spagna e altri dall’euro, o il ritorno della Germania al marco. Sono arrivati al Bundestag, prima assenti, con ben 94 deputati nel 2017 quando democristiani e socialdemocratici ne perdevano 65 e 40. Non si può genericamente imprecare contro la Germania, come molti in Italia stanno facendo oggi, senza sapere queste cose. Sapendole, si può continuare a imprecare se si vuole, c’è spazio per farlo, ma non più da sprovveduti.

LA BCE NON PUÒ ESSERE COME LA FED, CHI LO DICE NON CONOSCE LA POLITICA

Quanto a noi, abbiamo rispettato alcuni aspetti delle regole Ue di bilancio, quelle dell’avanzo primario in sostanza, ma non abbiamo quasi mai imbrigliato la dinamica crescente del debito, anzi. E le previsioni di molti, tedeschi e altri, ministri deputati e alti funzionari, sono state confermate. Non solo, abbiamo leader politici di primo piano e loro accoliti che continuano a sparare fesserie colossali, e di successo direbbero i sondaggi.  «Il gioco è sempre lo stesso, i tedeschi vogliono far pagare il debito pubblico italiano ai risparmiatori italiani», tuona la Meloni. A parte che non si tratta in senso stretto di pagare nessun debito, ma di invertirne la tendenza, chi dovrebbe sopportare il grosso di questa operazione, i tedeschi, o altri? È logico che il ruolo principale spetterà agli italiani. O no?

Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni

E ancora Meloni: «Se la Ue fosse una cosa seria, sul modello degli Usa, ci penserebbe la Bce che, come la Fed, dovrebbe avere il compito di garantire la crescita e favorire il lavoro». Oh pensosa, americanista signora! Qui siamo alla demenza, anche se la frase è da tempo ripetuta da molti, al bar soprattutto. Gli Stati Uniti sono una nazione unita, come dice il nome, da quasi 250 anni, hanno fatto una guerra sanguinosissima per decidere quanto comandava la capitale federale e quanto gli Stati, hanno un solo bilancio nazionale e una sola autorità. Una Bce come la Fed? Come minimo serve un superministero Ue dell’economia che se necessario possa bloccare leggi di spesa votate a Roma piuttosto che a Madrid o Parigi o altrove, naturalmente con un europarlamento che lo giustifichi democraticamente. Le starebbe bene, signora?

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Noi continuiamo a mettere in campo gente come il Borghi, mai sufficientemente sbertucciato tanto le spara grosse, che sa solo fare battute e avanzare proposte lunatiche. Nei giorni scorsi Ferdinando Giugliano, economista e commentatore di buon livello, invitava via tweeter a riflettere su quanto già Bce e Bruxelles fanno da giorni per sostenere i Paesi europei e sull’importanza degli acquisti di titoli per l’Italia, e parlava di «…credibilità e potenza di fuoco della Bce». Tweet beffardo di Borghi in risposta, quattro parole: «credibilità…potenza di fuoco…». Ogni commento è superfluo. O Borghi, proviamo a farne a meno? «Sono abbastanza indigeno», scriveva nel 1946 Corrado Alvaro, dimenticato oggi forse perché troppo sincero nella denuncia dei mali nazionali e regionali italiani, «per rendermi conto dell’animo con cui i miei connazionali lavorano inconsciamente a rovinarsi la reputazione».

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La Ue e il messaggio (non recepito) di Draghi sul coronavirus

La Germania non rimuoverà il veto sugli Eurobond, e Paesi deboli come l’Italia non possono sostenere da soli il peso della crisi. Non resta che pensare a vie alternative Ma dalla Ue è giusto pretendere solidarietà, non l’elemosina.

Abbiamo appena vissuto una delle più importanti settimane, per il futuro dell’Italia e dell’Unione Europea. Lunedì 23 marzo il governo tedesco ha deciso un intervento senza precedenti a sostegno dell’economia nazionale, la dimensione e la velocità di intervento sono essenziali quando si deve affrontare un’emergenza come quella che sta travolgendo, ormai, tutto il mondo. Un intervento effettuato, come lo stesso ministro Scholz ha specificato, con la tranquillità di chi sa di avere i conti in ordine e può deliberare una espansione del proprio bilancio – quando occorre – senza esitare. È un riferimento, nemmeno troppo trasversale, a chi la disciplina di bilancio non l’ha perseguita, ma anche un atto sostanziale: la Germania si alza dal tavolo di chi discute di una soluzione comune, avendo messo in atto una soluzione in autonomia. Una soluzione comune sarebbe oggi «non necessaria» per la Germania e dunque per essere accettabile dovrebbe avere requisiti molto elevati.

DRAGHI E IL RUOLO DELLO STATO

Mercoledì 25, l’ex presidente della Bce Mario Draghi, in un editoriale sul Financial Times, ha steso un vero e proprio manuale di responsabilità istituzionale. Lui che ha sempre saputo stigmatizzare la scellerata mancanza di rigore, ha ricordato che «il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto, di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico […] Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro […] il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole collaterali devono ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette».

SERVONO STRUMENTI COMUNI

È un richiamo molto chiaro all’urgenza di strumenti comuni, come potrebbero essere degli eurobond (o Coronabond come li chiama qualcuno per definirne meglio le caratteristiche di debito di scopo): se devono essere strumenti non influenzati dal costo di finanziamento del governo che li emette, in SuperMario World questi strumenti non devono essere dei “comuni” BTP in Italia o dei Btan in Francia, ma un buffer di capitale che l’Unione Europea predispone per la copertura dei costi che derivano dalla gestione dell’emergenza Covid-19. Un’emergenza che colpisce tutti i Paesi dell’Unione Europea, della cui insorgenza nessuno ha colpa.

UN VERTICE ANDATO A VUOTO

La presidente della Commissione europea ha pronunciato una frase che potrebbe essere intesa come un avvertimento finale: «Quando l’Europa doveva davvero esserci, troppi pensavano solo a sé stessi». Non sembra che il messaggio sia arrivato. Al vertice di giovedì 26, i capi di Stato e di governo non sono stati in grado di concordare una posizione comune sul finanziamento di misure per combattere la crisi. Venerdì 27 è poi arrivato il messaggio alla nazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un messaggio che conteneva, sostanzialmente, una invocazione ai governi europei ad agire in scia a quanto già predisposto dalla Banca Centrale, «prima che sia troppo tardi». Un appello che dovrebbe far suonare nella testa dei contribuenti e dei risparmiatori italiani più di un allarme, perché palesa inequivocabilmente lo stato di difficoltà in cui versano le finanze pubbliche italiane, specie in prospettiva del danno economico che arriverà a causa dell’inevitabile blocco delle attività che stiamo attuando.

A RISCHIO LA SOSTENIBILITÀ DEL NOSTRO DEBITO

A quanto pare senza un supporto esterno, la sostenibilità del nostro debito (aggravata da una ulteriore espansione e poggiata su una economia danneggiata dagli eventi) potrebbe tornare seriamente in discussione: la necessità di capitale per contenere l’epidemia è talmente ingente da rischiare di andare oltre le reali possibilità di un Paese come l’Italia. In una situazione del genere, gli Italiani (né gli Spagnoli o i Portoghesi) non devono essere minacciati da sanzioni da Bruxelles. Non a caso la Bce si è predisposta ad acquisti illimitati, e ha previsto una certa flessibilità nel rispettare il principio del Capital Key (il criterio secondo il quale l’acquisto di titoli avviene proporzionalmente al peso che ciascun Paese ha nel capitale della Bce): se non arriverà alcun sostegno da Bruxelles, la Bce dovrà comprimere gli spread in misura molto maggiore rispetto a prima attraverso l’acquisto di titoli di Stato italiani o spagnoli. La Banca Centrale diventerebbe quindi di fatto un’agenzia finanziaria statale, sollevando un’ondata di obiezioni. Ma se tutte le altre opzioni sono bloccate, sarà l’unico modo per fornire supporto ai Paesi interessati.

UN COMPROMESSO POSSIBILE

Consapevoli di questo, è possibile che entro un paio di settimane (anche se il tempo non andrebbe dilapidato, come Draghi ricordava nel suo intervento) si arrivi ad un compromesso. Il compromesso potrebbe essere quello di avere una dotazione parziale comune che derivi dall’emissione di Coronabond da parte di un’entità centrale (come ad esempio Bei) per finanziare – ad esempio – il rafforzamento delle strutture sanitarie e il sostegno economico alle imprese, lasciando un’altra parte dei provvedimenti (esenzioni e dilazioni fiscali, allargamento della cassa integrazione ecc) alla copertura dei singoli Paesi attraverso l’emissione di nuovo debito pubblico. Dobbiamo ricordare infatti che (oltre alle disponibilità messe a disposizione dalla Bce) il Patto di stabilità è stato sospeso, insieme ai divieti per gli aiuti di Stato, quindi delle aperture in tal senso sono già arrivate.

DIVERSE STRATEGIE DI CONTENIMENTO

Una soluzione ibrida sarebbe anche rispettosa di un altro principio: se è vero che l’insorgenza del problema non è colpa di nessuno, la diversa gestione dello stesso può, invece, aumentare o ridurre l’entità del danno. Ogni Paese ha attuato metodi diversi. In Italia molte persone, pur manifestando i sintomi, non hanno avuto il tampone, probabilmente per l’intento di contenere la contabilità dei casi, l’Italia è stato il primo Paese colpito e – almeno all’inizio – temeva che i propri prodotti subissero una sorta di danno d’immagine. Oggi però questa strategia impedisce di far scattare quarantene a cascata e isolamenti preventivi, e dunque rende inevitabilmente più lungo il lockdown che deprime le prospettive della nostra economia.

POCHI TAMPONI AL PERSONALE DEGLI OSPEDALI

Inoltre pare sempre più evidente che negli ospedali italiani non sono stati fatti tamponi al personale, a meno che avesse sintomi gravi, per evitare di mettere in malattia gente preziosa. Il risultato è che l’Italia ha la percentuale più alta al mondo di infetti nel personale medico, rendendo gli ospedali dei centri di infezione prima che dei centri di trattamento e cura. Questo non ci mette nelle condizioni ideali per pretendere l’introduzione dei Coronabond: in altri Paesi europei, viene effettuato un controllo sistematico specialmente del personale medico per aumentare l’efficienza della fase di blocco delle attività è necessario realizzare il più preciso isolamento possibile dei casi.

TROPPO INNAMORATI DEL LOCKDOWN

La vertiginosa crescita del consenso per l’operato del governo, dall’introduzione del lockdown, rischia di far innamorare del lockdown il governo stesso. Ma la chiusura delle attività, se da una parte è necessaria, dall’altra bisogna renderla il più breve possibile. Per sederci con dignità al tavolo di giuste trattative dovremmo fare il massimo per contenere il danno, per poter reclamare con la massima forza l’aiuto degli altri chiedendo «se no che comunità è?». Invece talvolta sembra che l’Italia sia preda di un istinto perverso: lasciare che gli eventi ci travolgano, per palesare inequivocabili condizioni di bisogno. Questo però è ottenere elemosina, più che solidarietà. È un modo equivoco di intendere il senso di partecipazione ad una Comunità.

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Perché Merkel è pronta a scaricare l’Italia e l’Ue sui coronabond

La cancelliera ritiene la Germania immune dal collasso: i tedeschi sono primi della classe anche nella sanità. Agli altri gli aiuti del Mes. Meglio l'Europa a due velocità che gli eurobond.

Fino al vergognoso summit sull’emergenza sanitaria del 26 marzo 2020, era difficile immaginare una prova peggiore dell’Unione europea (Ue) della notte del waterboarding (la metafora più efficace delle cronache) all’allora premier greco Alexis Tsipras del 2015. I maggiori leader europei lo ridussero in ginocchio, costretto a svendere parte del suo Paese in una delle fasi più drammatiche della crisi del debito di Atene. Sul piano contro il Covid 19 è andata molto peggio, e chi ha dettato la linea con crudezza è stata ancora una volta la cancelliera tedesca Angela Merkel. Più sola, rispetto a qualche anno fa: la Francia, in particolare, ha un sistema sanitario vicino al collasso di fronte al dilagare dei contagi, e anche il presidente Emmanuel Macron è alla ricerca di solidarietà. Ma sempre circondata da un decisivo cordone sanitario di rigoristi, che va dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz alla nuova Lega anseatica dei Paesi nordici (Olanda in testa), ai quali, si vede dalle cronache, non sembra importare ancora poi molto dei morti e del blocco dell’economia nel Sud Europa. L’importante è che non si fermi la loro.

BOND UE FANTASCIENZA PER MERKEL

In Germania c’è stato un braccio di ferro tra governatori dei Land e tra Merkel e governatori, e il risultato è che la cancelliera ha chiuso locali e negozi ma non ha ancora fermato le imprese raccomandando caldamente – a livello nazionale – ai tedeschi di stare a un metro e mezzo di distanza tra loro e di restare il più possibile a casa. Un compromesso tra salute ed economia, chiesto ai conservatori dalla finanza e dalla grande industria. Fantascienza aprire ai coronabond europei. Al vertice in videoconferenza che ha segnato la sconfitta dell’Ue, Merkel è apparsa agli altri 26 leader europei solo in audio dalla quarantena per i contatti avuti con uno dei suoi medici, risultato positivo al virus. Sorrisi e ammiccamenti, anche da remoto, a Giuseppe Conte e al premier spagnolo Pedro Sanchez stavolta sarebbero stati fuori luogo. Meglio una foto per scandire il gelido «siamo contrari a obbligazioni europee comuni», anche di fronte allo tsunami del coronavirus. C’è chi giura che finché resterà cancelliera di Germania, nell’Ue non ci saranno eurobond, neanche in forma straordinaria e temporanei: Merkel è sempre stata irremovibile.

Covid Merkel Germania Olanda coronavirus Rutte
Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus.

IRREMOVIBILE CONTRO RISPOSTE COMUNI

Il secco no della cancelliera stride con la posizione molto combattuta dei socialdemocratici (Spd), indispensabili per l’esecutivo di Grande coalizione. Con il dolore per gli italiani del presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico. Stride con la solidarietà arrivata dai governatori, anche del partito di Merkel (Cdu-Csu), di alcuni Land tedeschi che inviano medici in Italia e accolgono pazienti italiani di Covid 19 nei loro ospedali. E con l’appello dei Verdi, sempre più graditi alle urne dalla popolazione ma all’apposizione, a un impegno europeista comune, anche economico, per l’emergenza. La stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tedesca ed ex ministro di Merkel, in quota Cdu, ha esortato tutti gli Stati ad affrontare questa prova «insieme, con un unico cuore». Ma poi la cancelliera ha snobbato anche la chiamata alle armi dell’ex governatore della Bce Mario Draghi, in un’intervista bazooka al Financial Times alla vigilia del vertice europeo. Agire presto e subito a livello europeo massicciamente per scongiurare una letale depressione economica, sottinteso con degli eurobond, per Berlino è un eccesso.

Per Merkel il numero delle nuove infezioni rallenta e in Germania si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni

LA GERMANIA IMMUNE AL COVID 19?

Soprattutto Angela Merkel sembra ritenere la Germania immune dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, della Spagna, ormai anche della Francia costretta a trasferire con i treni veloci i malati più gravi di Covid 19 da una provincia alle altre. La cancelliera resta contraria alle restrizioni sulle libertà personali e ai lockdown, al punto da far irritare anche il suo ministro della Salute Jens Spahn, anche lui della Cdu, che questa settimana ha avvertito nel Paese si trova in una fase di «calma prima della tempesta». Giorni di crescite esponenziali dei positivi al Covid 19, considerate le quali il prestigioso Robert Koch Institut (RKI), lo Spallanzani tedesco, ha dichiarato «l’epidemia al decollo». Per Merkel invece il numero delle nuove infezioni rallenta, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni e in prospettiva «ogni 10», e dunque si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni alle attività. Una posizione in linea a quella svedese. Scuole chiuse, come le università, solo dai 16 anni in su e divieti di assembramenti oltre le 500 persone, per il resto uffici e mezzi pubblici ancora pieni, tutto ancora si muove.

Covid Merkel Germania coronavirus Europa
La sedia vuota nell’esecutivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, in quarantena durante l’emergenza del coronavirus. GETTY.

L’OLANDA DEI RIGORISTI IN AFFANNO

A Stoccolma non fanno ancora male i quasi 100 morti, a un ritmo ancora di una decina al giorno, come in Danimarca. Il Covid 19 è percepito come una malattia nuova, che può essere pericolosa per la vita come altre, ma gestibile, «non devono essere distrutti i rapporti sociali». E commerciali, nel caso anche dell’Olanda, piccolo e ricco Paese che sconta già quasi 9 mila contagi e più di 100 morti al giorno, ma che con la Germania è capofila dei rigoristi. La posizione dell’Aja potrebbe presto cambiare: il governo della destra liberista capofila dei rigoristi anseatici si era schierato per l’immunità di gregge, come il Regno Unito, determinato a non fermare le attività per non sacrificare l’import-export, motore economico dei Paesi bassi. Ma gli ospedali in forte sofferenza al punto che il ministero della Salute è costretto a chiedere posti letto al Belgio, a sua volta schiacciato dal peso dei malati da Covid 19 in terapia intensiva. Intravedendo la catastrofe sanitaria, anche la Banca centrale olandese, spinge per i coronabond osteggiati con durezza al vertice europeo, fino al giorno prima, dal premier Mar Rutte.

LA MINESTRA RISCALDATA DEL MES

Forte dei 25 mila posti – raddoppiabili – in terapia intensiva, la Germania non è nella posizione di cedere. Da prima della classe, può anche accogliere nei suoi reparti centinaia di pazienti gravi dalla Francia e dall’Italia, come fa in questi giorni. La proposta di Merkel e Rutte, cassata da Conte e da Sanchez, è la solita minestra riscaldata del Mes: non servono gli «strumenti finanziari innovativi» chiesti dall’Italia perché la Germania può rispondere anche senza «alla sfida più grande dal Secondo dopoguerra»: con un sistema sanitario nazionale che regge e, grazie al grande disavanzo pubblico accumulato, attraverso grossi aiuti di Stato. Chi non ce la fa può – limitatamente e con i dovuti interessi – accedere al fondo Ue salva-Stati del Mes, «strumento nato per affrontare le crisi». Se è vero, come crede il premier italiano, che per il Covid 19 non c’è da condividere debiti pubblici ma da fronteggiare insieme una guerra, evidentemente nella visione calvinista della cancelliera ciascuno risponde anche della propria sanità pubblica – in Italia rovinata dai tagli per l’austerity imposti dalla Germania. Con il coronavirus l’Ue non esiste, esiste un’Europa a due velocità.

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E se il vaffa all’Europa lo dicessimo noi, allievi di Spinelli?

Al netto dei soliti tragediatori, i lavoratori e gli imprenditori italiani hanno bisogno di aiuto. Ora. Se abbiamo deciso di fare spesa in deficit, la si faccia. Sostenendo anche chi ha poco o nulla. Non ha senso voler condividere i destini con i rigoristi dell'Ue.

In questa discussione, molto di palazzo, attorno alla candidatura di Mario Draghi al vertice dello Stato con uno schieramento parlamentare largo (ipotesi che ha una sua fondatezza e anche un suo fascino) si sta svolgendo il solito inutile dibattito.

In primo luogo perché indebolisce il governo che c’è proprio nel momento in cui assume posizioni più che dignitose di fronte gli alleati europei. In secondo luogo perché elude il tema costituzionale.

Come ci si arriva al governo Draghi? Chi si dimette? E se non si dimette alcuno? Quali tempi avrà di fronte a sé chi lo dovrebbe nominare? L’Italia ha il tempo di una crisi politica ancorché breve?

LE FACILONERIE DI UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MESTIERE

Piccolo questioncelle che tuttavia fanno a cazzotti con la realtà, con le regole costituzionali, con il buon senso e che si ritrovano nel filone facilistico di questa nuova classe dirigente poco più che quarantenne, e senza mestiere, che, non avendo passato, immagina che la politica sia una cosetta che si amministra in piccoli conciliaboli invece che nei faticosi caminetti di democristiana memoria.

SERVONO PIÙ TECNICI CHE POLITICI

Quello che non appare è l’emergere di due questioni. La prima la presenza decisiva più che di politici di ogni schieramento, di tecnici di ogni formazione. Abbiamo capito che non c’è nessuno che sa scrivere un regolamento che disciplini la libertà di movimento degli italiani. Sappiamo che, ancora oggi, nessuno ha detto a questa o quella fabbrica: ti pago io sull’unghia, ma mi produci un tot di mascherine al giorno. Meno male che ci sono Armani e pochi altri. Non c’è nessuno che ha mandato al diavolo i signori del calcio o quelli di Autostrade. Volete soldi? Guadagnateveli.

BASTA CON I TRAGEDIATORI, DA NORD A SUD

Si proclama il dirigismo statale e poi nessuno vuole comandare. A fronte di questa fuga dalla responsabilità, c’è il fatto che si ignora come la gente vive davvero. Sui social è apparsa ieri quella drammatica scena sulle vie centrali di Bari dove una coppia di commercianti inveiva violentemente contro una banca chiusa perché, non avendo più liquidità, non riusciva più ad andare avanti. Nel Sud ci sono molti tragediatori, come al vertice della regione Lombardia. Mettiamo anche che vi sia chi soffia sul fuoco, ma il tema è gigantesco.

L’EUROPA DEVE DARE RISPOSTE AI CITTADINI

Chi ha gestito in questi anni piccole iniziative imprenditoriali a debito spendendo poco per sé e molto per l’approvvigionamento spesso sono ragazzi con famiglie. Quanto tempo dovranno aspettare che l’Europa dica sì prima di vedere un euro? E nel frattempo che cosa mangiano? Come pagano l’affitto dell’esercizio chiuso? Mettere oggi soldi in tasca agli italiani vuol dire essere umani ma anche evitare una rivolta sociale che può diventare ingovernabile. Se abbiamo deciso di stare in deficit facciamo subito sia grandi scelte sia qualcosa per dare sostegno a chi ha poco o nulla e vaffa all’Europa, frase che da vecchio europeista mi brucia sulla lingua. Ma che senso ha condividere i destini con la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Olanda, l’Ungheria? La Germania alterna momenti di apertura a momenti di chiusura? Peggio per loro se un giorno scopriranno che a guidare il fronte che vuol far saltare questa Europa matrigna non ci saranno i facinorosi di Matteo Salvini, ma gente inappuntabilmente allieva di Altiero Spinelli.

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Regno Unito, Chloe muore a 21 anni col coronavirus: “La vittima più giovane, non aveva patologie”


Chloe Middleton potrebbe essere la più giovane vittima di coronavirus nel Regno Unito senza sintomi preesistenti all’arrivo della malattia. Il decesso è avvenuto la settimana scorsa nella contea del Buckinghamshire. La famiglia ha condiviso la storia della ragazza sui social: "Fate il vostro dovere per fermare la diffusione del Covid-19".
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Nove Paesi europei chiedono i coronabond e provano a convincere la Germania

Lettera firmata da Italia, Francia e Spagna. Giovedì il Consiglio europeo decisivo. Ma Berlino insiste per fare ricorso al Mes.

Nove leader europei, tra i quali il premier Giuseppe Conte e il presidente francese Emmanuel Macron, hanno firmato una lettera congiunta per chiedere, in vista del Consiglio europeo di giovedì 26 marzo, la creazione dei coronabond per fronteggiare la crisi economica che la pandemia è destinata a provocare in tutta l’Eurozona. La lettera è firmata da Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo.

Ma la Germania continua a opporsi a soluzioni di questo tipo: «Sugli eurobond l’idea del governo tedesco e della cancelliera non è cambiata. Anche in tempi di crisi è necessario che controllo e garanzia restino nella stessa mano», ha detto infatti Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, in conferenza stampa a Berlino. Seibert ha poi aggiunto: «Adesso però è molto importante verificare insieme quali mezzi a disposizione si possono usare se necessario». E ha fatto un esplicito riferimento al Mes, il fondo salva-Stati nato nel 2011 per rispondere alla crisi dei debiti pubblici europei.

Seibert ha sottolineato che, a giudizio della Germania, occorre ripartire dalle conclusioni dell’Eurogruppo del 16 marzo: «Gli eurobond non ci sono e su questa base si continua a lavorare». Per la verità, l’Eurogruppo si è riunito nuovamente il 24 marzo, ma senza produrre un documento conclusivo congiunto. Segno del fatto che i Paesi membri dell’Unione europea si sono spaccati. L’Eurogruppo avrebbe dovuto preparare la strada al Consiglio europeo di giovedì, approfondendo il confronto sul possibile uso di coronabond e/o del Mes. Ma si è chiuso senza un compromesso accettabile da tutti e la strada per attivare ulteriori interventi appare in salita.

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Le divisioni in Ue su Mes ed eurobond

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11..

«Cari italiani, in questo momento difficile, voglio dirvi che non siete soli. In Europa siamo tutti italiani». Lo scorso 11 marzo, mentre in Italia la pandemia del coronavirus si aggravava ora dopo ora, un tweet in italiano della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen spezzava l’assordante silenzio delle istituzioni comunitarie.

Il giorno dopo, sempre von der Leyen assicurava: «Siamo pronti ad aiutare l’Italia con tutto quello di cui ha bisogno». Adesso è arrivato il momento di pretendere che quelle promesse si concretizzino.

Martedì sera l’Eurogruppo è chiamato a discutere dell’uso del Fondo salva Stati (il Mes) e della proposta italiana di emettere eurobond ad hoc (coronabond) in modo da suddividere tra tutti i Paesi membri il peso del debito per la ricostruzione. I rigoristi del Nord hanno già fatto capire di non essere poi così solidali.

LEGGI ANCHE: Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

L’ALLENTAMENTO DEL PATTO DI STABILITÀ

Sarebbe però scorretto accusare Bruxelles di non aver fatto nulla. È alla sua task force sul coronavirus che dobbiamo, anzitutto, l’allentamento del Patto di stabilità (confermato dall’Ecofin, il summit tra i 27 ministri delle Finanze, del 23 marzo) che vincolava la nostra possibilità di spesa al rispetto dei parametri di Maastricht sul rapporto debito/Pil. Sempre la Commissione Ue ha promesso di chiudere un occhio su eventuali aiuti di Stato alle imprese (severamente proibiti dai Trattati) fino a mezzo miliardo.

LE OPZIONI SUL TAVOLO

Ma tutto questo non basta. Finora la risposta dell’Unione europea è stata restituire ai singoli Stati membri un po’ della loro sovranità originaria in tema di gestione delle finanze. L’Italia intende chiedere altro e cioè solidarietà. All’emergenza sanitaria seguirà, con ogni probabilità, una gravissima crisi economica. Lo stesso commissario all’Economia Paolo Gentiloni ha detto che sarà impossibile attendersi «una ripresa a “V”», ovvero un rapido rimbalzo dalla recessione. Stroncata sul nascere la proposta di modificare lo statuto della Banca centrale europea per renderla figura di garanzia di ultima istanza di un bilancio unico europeo, sono tre le opzioni sul tavolo della Commissione: coprire solo le spese mediche affrontate dai Paesi, ma sarebbe troppo poco; emettere i coronabond per spalmare il debito dell’emergenza sul bilancio comunitario e l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità ma con regole meno rigide.

IL MES: COS’È E COME FUNZIONA

Il Mes è un fondo da oltre 400 miliardi (spesso si sente un’altra cifra, 700 miliardi. È la somma della potenza di fuoco del Mes più l’Efsf che, però, come vedremo subito, sopravviverà solo fino alla restituzione dei prestiti già concessi) cui non si può attingere liberamente perché chiede in cambio una sorta di commissariamento del Paese che se ne avvale. Fu creato in fretta e furia tra il 2010 e il 2011, quando l’Ue affrontò la sua peggiore crisi economica, con i Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) che rischiavano di scivolare fuori dal club europeo e Atene che arrivò a un passo dal fallimento. Bruxelles per intervenire dovette aggirare l’articolo 123 dei Trattati, che impediva di salvare i Paesi membri dal rischio default. Da qui la creazione di un fondo temporaneo, l’Efsf, cui attinsero le economie malmesse della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo per circa 200 miliardi di euro. Poi, però, il gruppo di Paesi dell’area mediterranea, guidato dall’Italia, chiese di istituzionalizzare l’Efsf. Nacque il Mes, organizzazione che si fonda su di un Trattato parallelo a quelli europei e che finora ha erogato oltre 60 miliardi di prestiti alla Grecia, più di 40 alla Spagna e 6 a Cipro.

LO SPAURACCHIO DEL MEMORANDUM D’INTESA

Il Mes non regala i soldi che tutti i Paesi dell’Unione, sulla base della loro forza economica, vi destinano (il nostro Paese, con 14,33 miliardi di euro versati, secondo i bollettini di Bankitalia, e altri 125,4 miliardi sottoscritti, è il terzo contributore, dietro a Germania e Francia). Prima di elargirli richiede la firma del Mou, il Memorandum of understanding o memorandum d’intesa, spauracchio di qualsiasi governo dato che di fatto impone il commissariamento dello Stato obbligandolo a una seria ristrutturazione del proprio debito. Una cura da cavallo non dissimile a quella cui è stata sottoposta Atene, con tagli di tutti i servizi erogati e un aumento drastico delle tasse. Impedire a uno Stato di indebitarsi, in periodi di recessione, può essere però molto pericoloso. D’altra parte viene invece fatto notare che il fallimento di un Paese è anche peggio perché senza regole.

LE RICHIESTE DEL GOVERNO CONTE

L’Italia chiede di poter attivare gli strumenti principali del Mes: la linea di credito precauzionale o la linea di credito rafforzata, entrambe concretizzabili come prestiti oppure attraverso l’acquisto da parte del Fondo di titoli di Stato sul mercato primario. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte fa però notare come la crisi che seguirà alla pandemia non sarà «interna», dovuta cioè alla nostra negligenza, ma causata da un evento eccezionale. Non avrebbe senso, insomma, commissariare un esecutivo che non ha colpe. E, soprattutto, sarebbe un azzardo sottoporre alla cura greca un Paese già stremato dal coronavirus.

IL M5S PUNTA I PIEDI

Il M5s intanto punta i piedi. «L’emergenza innescata dal coronavirus, con tutte le sue conseguenze economiche, ha ormai reso chiara l’inadeguatezza delle regole ragionieristiche sin qui seguite dall’Unione europea», ha messo in chiaro Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio del Senato. «Il Mes, da più parti invocato in questi giorni, è uno strumento che presenta delle condizionalità automatiche, in grado di vincolare pesantemente i Paesi dell’eurozona che dovessero accedere ai suoi fondi. Né ci convince, come pure si è provato a fare, la formula di un Mes che eroga fondi con condizionalità attenuate o differite nel tempo. Non è questo il momento di condizioni o strettoie, in qualsiasi modo declinate». Per il grillino è invece invece «il momento di strumenti europei di debito solidale, che distribuiscano in modo paritetico l’onere degli interessi. Gli eurobond dovranno essere uno strumento innovativo e federale, è quindi un errore di fondo utilizzare a tale scopo un vecchio strumento nato con regole non adeguate al periodo attuale e per altri scopi».

I PAESI CHE CHIEDONO UN MES SENZA CONDIZIONI

Ai negoziati stanno partecipando, oltre alla Commissione europea e ai governi nazionali, anche il Meccanismo europeo di stabilità e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Affiancano l’Italia nella richiesta di un Mes che conceda prestiti senza vincoli in proposito è stato molto chiaro: anche la Francia e, soprattutto, la Spagna, il secondo Paese europeo su cui il virus si è abbattuto con maggior virulenza. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha chiesto all’Unione «un piano Marshall» che preveda anche «un fondo contro la disoccupazione» e li aiuti a vincere «la guerra contro il coronavirus».

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IL MURO DEI RIGORISTI, OLANDA IN TESTA

L’idea è vista come fumo negli occhi dai Paesi del Nord. Su tutti, dall’Olanda che, nella riunione di lunedì ha già fatto capire di non essere disposta a concedere niente in più rispetto allentamento del Patto di stabilità. Nella relazione finale ha anche imposto che fosse evidente che si tratti di una concessione straordinaria e che non si usasse apertamente la parola «sospensione». Il terrore dei rigoristi è dover pagare i debiti dei Paesi mediterranei, che da sempre considerano lassisti e portatori di idee economiche troppo fantasiose. E il destino ha voluto che siano anche quelli più colpiti dal Covid-19. Sarebbe invece a metà del guado la Germania, spaventata dalla possibilità che l’Italia fallisca subito dopo la fine dell’epidemia. Nelle ultime ore era anche circolata l’ipotesi di un prestito del Mes all’Unione europea ma è stata subito scartata: il meccanismo è stato pensato solo perché ne usufruiscano i singoli Stati.

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LA CARTA DEI CORONABOND

C’è poi la proposta italiana di emettere obbligazioni a livello europeo. Per la verità un vecchio cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e del suo ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che però in Europa non è mai stato preso sul serio (erano i tempi dello spread alle stelle e dei risolini di intesa tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy). Conte li ha chiesti all’Ue mercoledì scorso. Se ne inizia a discutere ora, dopo una settimana. Un tempo incredibilmente rapido, per la farraginosità delle istituzioni europee. Ma anche qui, nel litigioso condominio comunitario, bisogna mettere d’accordo tutti e i 27 inquilini e chi occupa l’attico teme il rischio insolvenza di quelli, chiassosi e sregolati, dei piani sottostanti. E come in tutti i condomini, il rischio è che anche nell’assemblea di martedì non si decida nulla. Il 26 ci sarà un’altra riunione tra i capi di Stato e di governo. Ma l’economia non può aspettare. La crisi men che meno.

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Perché in Spagna il coronavirus si diffonde più che in Italia

Da noi più dell'80% dei morti è concentrato in tre regioni. Non è così nel Paese iberico che ormai registra più di 35 mila casi e oltre duemila decessi. L'analisi del quotidiano El Pais.

«La Spagna ha iniziato la seconda settimana di isolamento nel peggiore dei modi: la morte di 462 persone in sole 24 ore. È il più grande aumento giornaliero registrato fino ad oggi e consolida una tendenza che nessun esperto si aspetta di cambiare in poco tempo». Si apre così un lungo articolo pubblicato dal quotidiano El Pais. Secondo quando riportato dalla testata, i casi confermati di coronavirus sul territorio spagnolo hanno superato quota 35 mila, mentre i decessi sono oltre 2.200. Le persone guarite sono invece 3.355. E, come ha detto il coordinatore di emergenza del ministero della Salute, Fernando Simón, l’apice dell’epidemia potrebbe non essere ancora stato raggiunto.

IL CONFRONTO CON L’ITALIA

Nell’articolo il giornalista Oriol Guell spiega come siano bastati solo tre giorni per raddoppiare i mille decessi registrati venerdì 20 marzo. «Un ritmo che né la Cina l’Italia hanno raggiunto», scrive. Effettivamente il nostro Paese ha impiegato un giorno in più per superare le duemila vittime. Inoltre, la Spagna sta vivendo un’espansione territoriale dell’epidemia molto più pronunciata rispetto a quella italiana. In entrambi i casi, circa il 90% dei primi 100 decessi si è verificato in tre regioni. Da noi erano la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto, da loro i primi focolai sono stati Madrid, il Paesi BaschiLa Rioja e l’Aragona. «Oltre l’80% dei seimila decessi che l’Italia ha già registrato continuano a verificarsi nelle stesse tre regioni, una percentuale che in Spagna è crollata al 65%», continua El Pais. Quindi se nel nostro Paese il numero dei casi rimane fondamentalmente circoscritto, in Spagna si sta assistendo a una diffusione della malattia in comunità come la Catalogna, la Castilla y León, la Castilla-La Mancha e, sebbene in misura minore, nella Comunidad Valenciana.

UN ERRORE PERMETTERE LA DISPERSIONE GEOGRAFICA DOPO I PRIMI CASI

Secondo Daniel López Acuña, professore associato della Escuela Andaluza de Salud Pública ed ex direttore Acción Sanitaria en Crisis dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) questa differenza potrebbe essere merito del fatto che in Italia la mobilità è stata ulteriormente ridotta attorno ai primi focolai rilevati, cosa che non è avvenuta nel Paese iberico. Inoltre, continua l’esperto, «il numero di casi importati dall’Italia in Spagna è stato sicuramente maggiore e più diffuso a livello territoriale rispetto a quanto successo tra Cina e Italia».

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La strategia di Merkel nella gestione dell’emergenza coronavirus

I rivali nella successione la assediano nell'emergenza. Angela sceglie una strada a metà tra il lockdown di Italia e Francia e gli inviti Oltremanica. Finché il servizio sanitario regge, si tutelano anche le aziende.

Divieto di contatto, su tutto il territorio tedesco, ma non di restare a casa. Almeno non come in Italia, in Francia e in diversi altri Paesi d’Europa, primo fra tutti la Spagna dove l’emergenza sanitaria si fa sempre più drammatica. La cancelliera Angela Merkel non è al punto degli omologhi di Roma e di Madrid, Giuseppe Conte e Pedro Sanchez, arrivati a restringere le libertà democratiche dei cittadini quando la situazione si stava facenddo disperata. Né forse lo sarà mai: la Germania, anche in Land di focolai di Covid 19 come il Nord Reno-Vestfalia, il Baden Württemberg e la Baviera, finora tiene. Al confronto dell’Italia e della Francia, negli ultimi giorni costrette a trasportare dei pazienti intubati anche negli ospedali tedeschi.

25 MILA POSTI IN TERAPIA INTENSIVA

A disposizione dei malati più gravi di Covid 19 c’è in Germania una buona parte del totale di 25 mila posti di terapia intensiva – a fronte dei 5 mila italiani –, lo Stato dispone o può produrre in casa apparecchiature sanitarie sufficienti a potenziare le rianimazioni di altre migliaia di posti: il problema della sanità tedesca, superabile, è la penuria di medici e infermieri per le emergenze. Inoltre, la percentuale di pazienti Covid 19 da ricoverare resta molto più bassa rispetto a quella dell’Italia, della Francia e anche della Spagna: in alcuni Land sono stati fatti migliaia di tamponi anche ai sospetti che presentavano sintomi molto lievi. Con il risultato che, come in Corea del Sud, il totale dei contagiati in Germania è alto. Ma in realtà la fetta impegnativa per le cure è inferiore al 10%.

germania coronavirus Covid Merkel
La serrata dei locali di Berlino, per l’emergenza coronavirus. GETTY.

Nel weekend l‘impennata nel Paese di migliaia di casi di Covid-19 (fino a 4.500 in un giorno) si è poi sensibilmente ridotta (circa 2.500). Lo strano calo repentino, considerato che in diversi Land si è lontani dal coprifuoco scattato in diverse altre aree occidentali, come il rallentamento in Austria fa ben sperare ai tedeschi di riuscire, al contrario dell’Italia, a gestire nel tempo l’epidemia. Anche le morti da Covid-19 restano limitate in Germania: tra i 40 e i 20 confermati nei Land più critici, per la quasi totalità di pazienti in età molto avanzata, in altri Land poche unità. Sebbene come in Francia pesi il sospetto che alcuni decessi di Covid-19 indicati dalle singole regioni e poi scorporati dal totale nazionale, vengano scremati come causati da altre patologie concomitanti.

La situazione è seria, prendetela sul serio

Angela Merkel

La parentesi per spiegare cosa può aver spinto alla frenata Merkel, dopo il vitreo discorso alla nazione del 18 marzo 2020: il primo dell’incarico a cancelliera dal 2005 che non fosse per Capodanno, mentre i contagi si moltiplicavano («la situazione è seria, prendetela sul serio»). L’ex ragazza dell’Est è di per sé refrattaria a misure da dittatura, pur nell’emergenza, («è la sfida collettiva più grande dal 1945, tempi straordinari che richiedono misure estreme: se dovremo restringere ancora di più le libertà personali, ciò, in una democrazia, potrà avvenire solo temporaneamente»). Ma se sul territorio nazionale non si è ancora arrivati all’obbligo di autocertificazione per uscire, come in Italia e in Francia, la questione è anche politica ed economica.

I RIVALI NELLA SUCCESSIONE

L’ultima riunione tra governo e Land, per concordare una nuova stretta, è stata disputata al calor bianco tra i governatori schierati per il coprifuoco su tutta la Germania, con capofila il presidente della Baviera Markus Söder (Csu) che lo imposto nel suo Land («il virus si propaga troppo velocemente»), e quelli viceversa con il presidente del Nord-Reno Vestfalia (Cdu), Armin Laschet, nonostante il suo Land sia l’epicentro dell’epidemia in Germania, con oltre 8 mila casi, in linea per ridurre i contatti e mantenere una circolazione limitata. Söder, leader del ramo bavarese dell’Unione dei cristiano-democratici (Cdu) e sociali (Csu) di Merkel, è con Laschet tra gli sfidanti di punta alla successione imminente della cancelliera. Intenzionata a non ripresentarsi alle Legislative del 2021.

LA TERZA VIA DI MERKEL

Söder e Laschet, rivali, scaldano i motori. E se la piccola Saarland ha seguito il modello bavarese, serrando il più possibile, Merkel insidiata ha ripiegato sulla terza via, quella mediana tra l’azzardato lasseiz faire, lasseiz passer britannico di Boris Johnson e la gendarmerie mandata da Emmanuel Macron a pattugliare i viali parigini: l‘invito di Merkel è a rimanere a casa, fatto salve urgenze o altri gravi motivi o ragioni lavorative. Chi vuol passeggiare e fare sport può farlo anche in coppia, mantenendo una surreale distanza di almeno un metro e mezzo/due metri, anche tra partner. I ristoranti sono stati chiusi, come tutto ciò non indispensabile che era aperto al pubblico. Come da giorni pub e discoteche di Berlino, una volta capito che la metà dei contagi di Covid-19 avveniva nei locali dell’intensa movida della capitale.

ANCHE LA SALUTE DELLE IMPRESE

Volkswagen ha fermato quasi tutta la produzione. Ma anche nel Land industriale del Nord-Reno Vestfalia molte aziende restano operative, come molti uffici di Francoforte. Scongiurare il panico, non tirare il freno a mano – se non ci sono gli estremi – della locomotiva tedesca è un’altra delle ragioni che hanno rimandato un lockdown vero come a New York: la Germania non si è ancora blindata. perché può permettersi di guardare ancora anche ai risparmi dei contribuenti. Niente panico, finché l’argine regge: i tonfi della Borsa di Francoforte (-5% l’ultima apertura) sono da attutire. Idem per la salute delle imprese: sul piatto, una maxi iniezione di 350 miliardi di euro di stanziamenti. Intanto la cancelliera, in quarantena dopo la visita a un suo medico positivo, si fa i tamponi.

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Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

Il super piano annunciato dalla Germania per arginare l'emergenza coronavirus vale oltre 350 miliardi. Con un massiccio ricorso al deficit. Una pietra tombale sulle velleità di chi, Italia in testa, sperava negli eurobond.

L’umanità sta affrontando una pandemia, non è la prima volta. Servirà tempo, ma metteremo anche questa pagina alle nostre spalle.

Siamo ancora nella fase iniziale, quella in cui i singoli Paesi si rassegnano all’idea di avere una emergenza da gestire. Di recente anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno dovuto abbandonare il negazionismo e smettere di sminuire il problema Covid-19.

Peraltro, storicamente, nei Paesi in cui i contratti di lavoro offrono meno tutele (non garantendo lo stipendio a chi è a casa in malattia) la diffusione delle epidemie è più veloce, perché chi non sta bene è indotto a recarsi comunque al lavoro. Anche così si spiega il recente cambio di rotta di Uk e Usa.

LE ARMI SPUNTATE DELLE BANCHE CENTRALI

L’andamento dei mercati è uno dei tanti aspetti della crisi, le principali Banche centrali si sono tutte mosse lanciando piani di acquisto di titoli e allentando, dove possibile, le condizioni in termini di tassi. Non è servito a molto, finora, ed è naturale che sia così: il costo del denaro e la disponibilità di liquidità sono molto importanti davanti a una crisi finanziaria, in questo caso però la preoccupazione non è il fallimento delle banche, ma quello dell’economia reale. Se stare a casa è l’unica forma di difesa dal virus, dobbiamo difenderci dai danni provocati dallo stare a casa: il fatturato zero.

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Troppe aziende non sarebbero in grado di sopravvivere, troppe persone perderebbero il lavoro, servirebbe poi un’enorme quantità di tempo per ricostruire un sistema economico che rischia di collassare se lasciato preda del solo “restiamo a casa”.

L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI UE

Ecco perché il prossimo passo sarà salvare l’economia. Come? Con provvedimenti simili a quello italiano (nella direzione, non certo nell’entità): coperture per i lavoratori, dilazioni fiscali, dispositivi di protezione dai licenziamenti, tutele per le imprese. Come si realizza? Gli Stati raccoglieranno le risorse emettendo quintali di nuovi titoli. Non a caso la Commissione Ue ha aperto alla sospensione del patto di Stabilità e ai suoi vincoli sull’indebitamento. Ecco che allora la disponibilità delle banche centrali a fare ingenti acquisti si rivelano importanti, almeno come prerequisiti per poter lanciare questa rete di salvataggio all’economia. E l’annuncio di oggi della Fed di essere pronta ad «acquisti illimitati» racconta molto, in proposito. In Italia (e non solo, vedi lettera di appello) molti si chiedono se queste risorse non potrebbero essere reperite su base europea, emettendo degli eurobond o dei coronavirus-bond. La situazione potrebbe essere un ottimo pretesto per fare un salto in avanti su questo fronte, ma è molto complesso: gli strumenti di tutela dell’economia sono prevalentemente di carattere fiscale, e la fiscalità è separata, ogni Paese ha la propria.

IL PIANO RECORD DELLA GERMANIA

Ecco allora che a sparigliare, rompendo gli indugi, è la Germania. Il Paese storicamente più avverso a fare debito, lancia un mega piano di sostegno all’economia. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato molto chiaro: il governo si aspetta 35 miliardi di euro in meno di entrate fiscali, ma la necessità di potenziare la Sanità richiede risorse che non possono essere rimandate: gli ospedali devono essere in condizione di aumentare le capacità lavorative, e gli attuali 28 mila posti di terapia intensiva (con oltre 29 letti ogni 100 mila abitanti, più del doppio dell’Italia e della media, la Germania è oggi di gran lunga il Paese con la maggior accoglienza ospedaliera intensiva d’Europa) verranno raddoppiati per far fronte alla pandemia. Vengono stanziati aiuti per tutti quelli che perdono il lavoro: dipendenti, ma anche gli autonomi e piccole aziende. Cinquanta miliardi di euro vengono messi a disposizione per salvaguardare la liquidità delle piccole imprese, altri 100 miliardi di euro come garanzia per crediti, perché le aziende possano ricevere aiuti.

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Il senso di tutto questo si riassume bene in poche righe: «Faremo tutto il necessario per salvaguardare posti di lavoro, le aziende e la salute dei cittadini. E possiamo permetterci di farlo, con decisione e senza esitazioni, perché negli ultimi 50 anni abbiamo rispettato i parametri e questo ora ci dà facoltà di agire». Il piano, nel suo complesso, vale oltre 350 miliardi di euro. Uno sforzo notevole anche per un Paese come la Germania, e probabilmente la pietra tombale sulle velleità di chi, consapevole che proteggere l’economia comporterà un’ulteriore espansione del debito pubblico, sperava negli eurobond.

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La UE ora scopre il coronavirus, ma fino a ieri ha sempre chiesto tagli alla sanità pubblica


Le soluzioni a questa situazione di emergenza vengono pescate dalla sacca in cui nascono molti dei problemi che ci troviamo a fronteggiare. Nel nome del Patto di Stabilità la Commissione europea negli ultimi anni ha fatto 63 richieste agli Stati Membri di tagli alla sanità pubblica. Senza altre riforme la sua sospensione potrebbe rivelarsi un vicolo cieco.
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Terremoto in Grecia, scossa di magnitudo 5.9: danni e persone in strada, avvertita anche in Italia


Secondo i dati diffusi dal nostro Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) il terremoto ha avuto intensità pari a magnitudo 5.9 della scala Richter ed è stato registrato dai sismografi esattamente alle 02:49 ora locale in Grecia. Non vengono segnalati danni alle persone anche se diversi edifici sono stati danneggiati dal sisma.
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Dai coronavirus bond al QI, il duro scontro dentro la Bce

CORRIDOI. L'iniziale richiesta di Lagarde di emettere di titoli di scopo per rafforzare i sistemi sanitari nazionali è stata bocciata dalle banche centrali dei Paesi del Nord e dell'Est. Così è passato il Pandemic Emergency Purchase Programme da 750 miliardi. Dietro il cambio di linea, secondo alcune voci, ci sarebbe il timore dell'imminente tracollo di un grande istituto, tedesco o francese.

Trapelano notizie su come sia effettivamente andata la riunione straordinaria del vertice della Bce, l’altra notte a Francoforte.

La prima notizia è che Christine Lagarde si è presentata alla riunione esibendo una proposta diversa da quanto poi è stato effettivamente deliberato.

La presidente avrebbe infatti chiesto ai suoi colleghi di decidere di far diventare la Bce «prestatore di ultima istanza» promuovendo l’emissione di titoli europei di scopo, i cosiddetti coronavirus bond, il cui ammontare avrebbe dovuto essere speso per rafforzare i diversi sistemi sanitari nazionali sfibrati dall’emergenza Covid-19.

IL MURO DELLE BANCHE CENTRALI DEI PAESI NORDICI E DELL’EST

Ma le reazioni negative dei rappresentanti delle Banche centrali dei Paesi nordici e dell’Est, guidati dall’olandese Klaas Knot, spalleggiato dal governatore della Banca centrale della Slovacchia, Peter Kažimír – quello che può vantare il copyright della frase maledetta «non è compito della Bce ridurre gli spread» maldestramente pronunciata da Lagarde – ha indotto la signora francese che ha preso il posto di Mario Draghi a mettere da parte la sua proposta e tentare di battere un’altra strada. E qui siamo alla seconda notizia.

COSÌ È PASSATO IL PANDEMIC EMERGENCY PURCHASE PROGRAMME

Spinta da francesi, italiani e spagnoli, ma anche con la sostanziale acquiescenza dei tedeschi, nonostante i mal di pancia di Isabel Schnabel, membro del board su designazione di Berlino, Lagarde ha proposto il Pandemic Emergency Purchase Programme” per un valore di 750 miliardi di euro, da spendere comprando titoli – per la prima volta non solo quello di Stato, ma anche financial paper delle imprese private – a sostegno dell’economia europea. Alla fine, a notte fonda, la proposta è passata, pur con le riserve dello sloveno Boštjan Vasle, del finlandese Olli Rehn e dell’estone Madis Müller. Solo l’olandese Knot ha votato contro.

LE VOCI DI UN IMMINENTE TRACOLLO DI UNA GRANDE BANCA EUROPEA

Da ultimo, ci sono da registrare le voci che giravano nei corridoi del grattacielo di Francoforte. Quella più insistente riguarda le banche. Sono molti a sostenere che alla base del cambiamento di linea della Bce ci sia stata la preoccupazione per un imminente tracollo di una grande banca europea. C’è chi dice una banca tedesca delle cui difficoltà si è molto parlato ultimamente, e c’è chi invece parla di un istituto francese top. Ma, appunto, sono voci.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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