Estratto di “Democrazie a rischio” di Fabrizio Tonello

I meccanismi di produzione dell’ignoranza nella società di oggi e lo svilimento delle competenze del politico ricostruiti nel libro edito da Pearson.

Fabrizio Tonello, professore di Scienza politica all’Università di Padova e firma del Manifesto, nel libro Democrazie a rischio. La produzione sociale dell’ignoranza (Pearson editore) descrive i meccanismi di produzione dell’ignoranza nella società di oggi analizzando il rapporto tra media e democrazia, e come questo abbia portato allo allo svilimento di quelle competenze che un tempo formavano il bagaglio culturale del politico. Lettera43.it ne pubblica un estratto.

Fabrizio Tonello è professore di Scienza politica presso l’Università di Padova. Ha lavorato negli Stati Uniti, alla University of Pittsburgh e alla Columbia University.

Negli ultimi anni si è scritto molto sulle fake news e si sono attribuiti i successi di demagoghi come Donald Trump (che peraltro rischia l’impeachment) alle menzogne (educatamente ribattezzate “post-verità”) sui social media. Questo avrebbe favorito partiti di estrema destra come Fidesz in Ungheria, Alternative für Deutschland in Germania, Vox in Spagna, oltre alla Lega in Italia e a molti altri. Si è molto parlato del populismo e dei suoi impulsi autoritari ma raramente si è studiata la deriva oligarchica delle democrazie industriali, malgrado l’ampia disponibilità di studi sulla disuguaglianza, tra cui l’ultimo di Thomas Piketty Capital et idéologie. Soprattutto, si tende a dimenticare il fatto che consolidate preferenze e specifiche richieste dei cittadini sono sistematicamente ignorate da parlamenti e governi, come hanno dimostrato decine di indagini su questo tema.

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Si discute troppo poco dei meccanismi profondamente autoritari che il neoliberismo dominante porta con sé: la situazione attuale è il frutto non di una mancanza di nozioni di educazione civica da parte dei cittadini (quando è stata fondata la Repubblica, quanti sono i parlamentari, quali sono i partiti attualmente al governo), ma piuttosto di un disorientamento mescolato a nozioni errate, frutto di una convergenza di fattori tecnologici, psicologici, sociali, e soprattutto di scelte politiche di lungo periodo ostili alla scuola, alla cultura, all’ambiente. Come scrive Howard Zinn, «L’istruzione ha sempre ispirato paura a coloro che vogliono mantenere così come sono gli assetti del potere e della ricchezza».

L’ecosistema dell’informazione trasformato dai social media ha creato profonde trasformazioni nei comportamenti sociali e nella nostra capacità di comprendere e valutare le informazioni che ci arrivano

L’ecosistema dell’informazione trasformato dai social media ha creato profonde trasformazioni nei comportamenti sociali e nella nostra capacità di comprendere e valutare le informazioni che ci arrivano, senza contare l’accelerazione dei processi di infantilizzazione degli adulti che erano iniziati ben prima di Twitter, Facebook e Instagram. Queste piattaforme hanno poi colpito duramente il giornalismo tradizionale, che aveva numerose colpe ma esercitava (debolmente) una funzione di controllo sulle azioni dei governi. Siamo di fronte alla concreta possibilità che, nel giro di pochi anni, sopravvivano soltanto poche testate con un brand di rinomanza mondiale, insieme a giornali e telegiornali di Stato, oppure di proprietà di oligarchi. Questo ambiente comunicativo doveva necessariamente favorire l’ascesa dei politici-performer, capaci di rappresentare emozioni più che classi sociali, stati d’animo più che programmi di governo. Purtroppo le emozioni e l’infotainment sono cattivi consiglieri nella gestione di un Paese, come dimostra l’ascesa di una generazione di politici chiaramente incompetenti. Occorre sottolineare con forza che oggi il pericolo non viene dall’ignoranza dei cittadini ma da quella dei governanti, palesemente incapaci di affrontare non solo sfide globali urgenti come quella del riscaldamento globale ma perfino problemi banali di amministrazione quotidiana dei rispettivi Paesi.

La deriva oligarchica sembra presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo soft dei partiti tradizionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti

Assieme alle trasformazioni della comunicazione, dobbiamo registrare mutamenti ancora più profondi nel funzionamento dell’economia, in particolare con il lungo periodo di stagnazione dei salari e precarizzazione del lavoro, che è coinciso con l’ascesa di nuovi monopoli e il vertiginoso aumento della disuguaglianza: tutto iniziò a metà degli Anni 70 quando i proprietari e manager di capitali diedero avvio a un violento processo di ristrutturazione della politica economica del Dopoguerra. Da allora, siamo entrati in un’era in cui il pagamento dei debiti con l’estero e il ritorno a un sistema di cambi stabile sono riconosciuti come il fondamento di una politica razionale; e non c’è sofferenza privata né restrizione di sovranità che possa valere un sacrificio per il ripristino dell’integrità monetaria.

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Le privatizzazioni, la disoccupazione causata dalla deflazione, la destituzione di servitori pubblici cacciati senza remore; perfino la riduzione delle libertà costituzionali e dei diritti individuali sembrano ormai essere considerati come un giusto prezzo da pagare per rispettare i parametri di pareggio di bilancio ed equilibrio monetario, cardini del liberismo economico. Frasi che suonano decisamente attuali, basti pensare alla Grecia, ma che vennero in realtà scritte da Karl Polanyi nel 1944 e si riferivano alle dottrine economiche del XIX secolo.

I partiti cambiano, le ricette economiche no. I leader si alternano ma il Fondo Monetario Internazionale resta sempre lì

Il neoliberismo si basa su una pedagogia delle riforme e i nuovi leader, da Bill Clinton a Tony Blair ed Emmanuel Macron, si sono dati come missione quella di condurre il genere umano nella “giusta direzione”, insegnandogli le esigenze del nuovo ambiente della competizione globale. Questo è il senso delle riforme del mercato del lavoro, della scuola, delle stesse costituzioni: rieducare la specie umana per darle il senso della flessibilità, il gusto per la mobilità, l’accettazione del rischio e le competenze necessarie alla sopravvivenza nel nuovo mondo aperto, instabile e imprevedibile. Si tratta, in una parola, di creare l’uomo nuovo. Un progetto degno dei regimi più autoritari, anche se confezionato nella carta da regalo della società dei consumi. Il neoliberismo trasforma la democrazia elettiva in un regime autoritario: non a caso, lo slogan preferito dai governi degli ultimi quarant’anni è “mantenere la rotta” (o, in versione plebea, “tirare dritto”) quando i cittadini esprimono il loro malcontento. I partiti cambiano, le ricette economiche no. I leader si alternano ma il Fondo Monetario Internazionale resta sempre lì.

Il neoliberismo trasforma la democrazia in regime autoritario: non a caso lo slogan preferito dai governi degli ultimi 40 anni è “mantenere la rotta” (o, in versione plebea, “tirare dritto”) quando i cittadini esprimono malcontento

Purtroppo, la deriva oligarchica delle democrazie industriali sembra presentarsi in due versioni: una che propone l’autoritaritarismo “soft” dei partiti tradizionali e una che offre l’autoritarismo apertamente xenofobo e violento dei partiti populisti. Il rischio di nuovi successi per questi ultimi è tutt’altro che remoto e si basa sulle stesse condizioni strutturali che facilitarono l’ascesa del fascismo e del nazismo tra le due guerre mondiali.
Fascismo e nazismo erano figli della crisi: delusione e scontento in Italia dopo la Prima guerra mondiale, disoccupazione di massa in Germania dopo l’inflazione del 1923 e il crac di Wall Street nel 1929. Soprattutto, confusione, disorientamento, paura: le società sottoposte a gravi stress per lunghi periodi finiscono per accettare qualsiasi cosa. L’espressione sociale del rancore verso le élite tradizionali è oggi improvvisa, e il “contenimento” dei movimenti fascistoidi in Italia, Germania, Francia e Spagna che sembra aver funzionato fino ad ora può benissimo trasformarsi nel crollo dei vecchi partiti alle prossime elezioni.

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