Cosa sta succedendo a Kobane durante l’offensiva turca

Le truppe di Erdogan puntano alla città simbolo della resistenza curda. In un clima spettrale molti abitanti fuggono ma c'è chi resiste. Come Guma, giornalista. «Non me ne vado», dice. «Abbiamo paura del futuro, non della guerra, siamo già abituati a tutto questo».

Ogni mezz’ora Jama, il coordinatore provvisorio dei combattimenti nel Rojava, appunta nomi di morti e feriti su un quaderno stropicciato per fare un elenco che a fine giornata viene trasferito su un file e mandato alla stampa. Sono i numeri di un massacro che di ora in ora diventa sempre più evidente.

BOMBE SUGLI SFOLLATI

L’esercito turco sta avanzando verso il Nord della Siria con milizie di terra e raid aerei che colpiscono soprattutto civili. Non lontano da Tell Temer un camion pieno di sfollati è stato centrato in pieno da una bomba. A bordo c’erano soprattutto bambini. Settantatre persone sono rimaste ferite e 11 sono morte, tra loro anche il giornalista curdo Seed Ehmed, corrispondente di Hawar News.

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«Stavano cercando di allontanarsi dai combattimenti», racconta a Lettera43 Sozdar, una giovane attivista della Red Crescent, «perché credevano che il pericolo fossero gli ex jihadisti dell’Isis che i turchi stanno mandando avanti verso la trincea. Invece i soldati di Erdogan hanno usato gli aerei militari per oltrepassare la linea del fronte e colpire quanti più civili possibile».

Un uomo ferito nell’offensiva turca (foto di Khabat Abbas).

JIHADISTI E FOREIGN FIGHTER CONTRO I CURDI

A combattere contro i curdi ci sono molti ex membri di Al Nusra e foreign fighter che stanno aizzando anche i prigionieri Isis nei campi del Rojava. «Sono andata ad Ain Issa, 53 km a nord di Raqqa», dice la giornalista curda Khabat Abbas, «perché i soldati curdi si sono scontrati con alcune donne, mogli di ex soldati dell’Isis, che hanno iniziato a sparare: avevano armi, non so dove le abbiano prese, e quindi c’è stato uno scontro durissimo», ha aggiunto Khabat che ogni giorno insegue i combattimenti per testimoniare quanto sta accadendo.

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L’ACCERCHIAMENTO DI KOBANE

Gli scontri si stanno spostando sempre più lontano dal confine turco verso l’interno della Siria. Conquistata Tal Abyad, a pochi km dalla frontiera, dove c’è stato un vero massacro, i soldati turchi sono avanzati sulla strada che taglia in due il confine da Est a Ovest e ora stanno provando ad accerchiare Manbij e Kobane. Anche se la città simbolo della resistenza curda appare sempre più fuori portata per Ankara, visto che i soldati di Damasco scortati dai russi sono pronti a occupare anche lì il posto lasciato vacante dagli americani. Lo stesso vale per Manbij, da anni al centro di una disputa tra eserciti turco, americano e russo, occupata dalle truppe governative di Damasco dopo che i curdi, abbandonati dagli americani, hanno chiesto aiuto.

Il cimitero di Kobane, nella Siria del Nord (foto di repertorio).

«Le forze curde hanno trovato un accordo con l’esercito siriano», spiega ancora Khabat Abbas. «I soldati saranno schierati lungo il confine, di fronte alle truppe turche e cercheranno di proteggere Kobane. Un mio amico mi ha detto che i soldati del regime siriano volevano già entrare in città ma sulla strada sono stati bloccati dagli americani che hanno chiesto di aspettare che sgomberassero le loro basi militari». Le forze speciali americane si sono poi velocemente ritirate dalla loro postazione a Sud di Kobane e la città, quindi, per ora è indifesa.

La desolazione delle città della Siria Nord-orientali in attesa dell’offensiva turca (foto Khabat Abbas).

SENZA TRAFFICO E PERSONE IN FUGA: LA SITUAZIONE A KOBANE

Recep Tayyp Erdogan ha detto di essere pronto a lanciare la sua offensiva contro Kobane e la città in queste ore è diventata spettrale, come se aspettasse di essere nuovamente ferita e massacrata dall’ennesima battaglia. «La città è quasi vuota», racconta il giornalista locale Guma Mohammad. «Non c’è traffico nelle strade e la poca gente che circola si dirige verso i villaggi del Sud. Ma una piccola percentuale di loro resiste e vuole restare ancora qui, a casa», aggiunge. «Ma sappiamo tutti che è questione di ore prima che i turchi arrivino a distruggere tutto. E se arrivano, per noi è finita».

L’esercito turco sta procedendo verso Kobane e il cuore del Rojava (foto Khabat Abbas).

In città è calato il silenzio, si sentono solo gli aerei che sfrecciano. «È come un momento di concentrazione, di riflessione, la calma che precede il disastro», continua Guma, «ma non me ne andrò. Rimarrò fino alla fine. Abbiamo paura del futuro sconosciuto, non abbiamo paura della guerra, siamo già abituati a tutto questo. Al momento il terrore è di entrare in un conflitto che alla fine perderemo».

Feriti nei combattimenti nel Nord Est della Siria (foto Khabat Abbas).

IL RICORDO DEGLI ORRORI DI AFRIN

Alle prime luci dell’alba fuori Kobane e fuori Manbij compaiono furgoni e carri pieni di valigie e sacchi che i profughi cercando di portar via. «La gente è terrorizzata», conferma Jaro, combattente curda, «perché ha ancora nella mente gli orrori di Afrin (il 20 gennaio 2018 la città è stata messa sotto assedio dalle Forze armate turche per annientare i combattenti curdi, ndr). Ciò spinge le persone a fuggire e ad allontanarsi dalle aree di confine con la Turchia. Ora ci sono migliaia di persone all’aperto e nei villaggi. Le condizioni sono difficili».

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Come procedono i progressi nei negoziati sulla Brexit

Colloqui fino a tarda notte. Poi le trattative sono riprese in mattinata. Si cerca un compromesso prima del vertice dei leader dell'Ue del 17-18 ottobre. La deadline per l'uscita del Regno Unito è il 31 ottobre.

Una notte improduttiva. Ma sulla Brexit resta ottimismo. Alla fine l’accordo entro il 15 ottobre non è arrivato: i team dei negoziatori Ue e britannici hanno lavorato fino a tardi per preparare un testo legale di intesa in tempo per il vertice dei leader dell’Unione europea di giovedì 17 e venerdì 18 ottobre. Fonti del Regno Unito hanno ribadito che si «continuano a fare progressi». Le trattative sono riprese di nuovo la mattina di mercoledì.

DATA DI USCITA: 31 OTTOBRE

I resoconti parlano di frenetica sessione notturna, anche sse i colloqui non hanno portato al compromesso cercato. Un funzionario dell’Ue, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato, ha spiegato: «Le discussioni sono proseguite fino a tarda notte e continuano il 16 ottobre». La data di uscita del Regno Unito dell’Unione europea è stata fissata al 31 ottobre.

BORSE DEBOLI IN ATTESA DELL’ACCORDO

In Borsa gli investitori si sono dimostrati cauti, guardando ai negoziati: Milano negativa e anche tutte le altre piazze europee hanno aperto deboli.

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Siria, Erdogan pronto a volare a Mosca da Putin

Colloquio telefonico tra i due leader mentre prosegue l'offensiva di Ankara. Smentito il controllo della città di Manbij da parte delle truppe di Assad.

Regna ancora il caos nel Nord della Siria, dove i raid e l’invasione delle forze di terra dell’esercito turco hanno provocato finora centinaia di migliaia di sfollati. Contrariamente a quanto era stato riportato in un primo momento, la cittadina strategica di Manbij non sarebbe sotto il controllo delle forze governative siriane, come affermato da diverse fonti di stampa.

LE TRUPPE DI ASSAD NON CONTROLLANO MANBIJ

Un video mostra un manipolo di truppe governative, presenti nelle campagne circostanti la città, mentre viene allontanato dalla popolazione locale. «In città ieri sera è soltanto entrata per poco tempo una pattuglia della polizia militare russa, che è uscita poco dopo. Non ci sono truppe di Assad», hanno riferito diverse fonti.

ERDOGAN PRONTO A VOLARE A MOSCA DA PUTIN

Intanto, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan si sono sentiti per telefono «su iniziativa della parte turca». La conversazione si è concentrata sulla situazione in Siria e Putin ha invitato Erdogan a Mosca. Il presidente turco ha accettato e si recherà nella capitale russa «entro pochi giorni». I due leader hanno discusso della situazione nel Nord della Siria sottolineando «la necessità di prevenire i conflitti tra le unità dell’esercito turco e le truppe del governo siriano», ha detto il Cremlino. Secondo il servizio stampa della presidenza, il leader russo ha attirato l’attenzione sull’aggravarsi della situazione umanitaria nelle regioni lungo il confine tra Siria e Turchia.

SCONTRI TRA MILIZIE TURCHE E CURDI APPOGGIATI DALL’ESERCITO

Malgrado ciò, violenti scontri sarebbero in corso in queste ore tra i combattenti curdi appoggiati da forze dell’esercito regolare siriano e i miliziani arabi filo-Ankara nei pressi dell’autostrada strategica M4, che attraversa il Nord della Siria da Aleppo alla frontiera irachena, a una trentina di chilometri dalla frontiera turca. Bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria turca sono, invece, proseguiti a lungo nella notte su Ras al Ayn, uno dei centri strategici al confine tra Turchia e Siria. I raid hanno preso di mira le milizie curde che resistono nella città, alle cui porte si trovano soldati di Ankara e miliziani arabi cooptati dalla Turchia del cosiddetto Esercito siriano libero. Il ministero della Difesa di Ankara ha parlato finora di 637 «terroristi neutralizzati» (cioè uccisi, feriti o catturati) dall’inizio dell’operazione militare. Erdogan ha precisato nelle scorse ore che almeno 556 di questi combattenti sono stati uccisi.

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Erdogan a muso duro contro Trump: escluso il cessate il fuoco in Siria

Il presidente turco ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell'offensiva.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto a quello americano Donald Trump che Ankara «non dichiarerà mai un cessate il fuoco nel nordest della Siria». La notizia è stata diffusa dall’emittente turca Ntv. Erdogan ha detto inoltre di «non essere preoccupato» per le sanzioni americane decise dopo il lancio dell’offensiva. Parlando con giornalisti in aereo mentre rientrava da Baku, il presidente turco ha aggiunto che l’ingresso delle truppe siriane a Manbij «non è un fatto negativo», a patto che «i militanti» della zona siano estromessi.

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Catalogna, il bilancio degli scontri e le reazioni degli indipendentisti

Il premier spagnolo ha espresso «rispetto assoluto per la sentenza». L'ex n.2 della Generalitat Junqueras chiede un nuovo referendum mentre il presidente Torra va all'attacco: «Eserciteremo il diritto all'autodeterminazione».

Il bilancio della giornata di proteste in tutta la Catalogna dopo le condanne ai leader separatisti è pesante: la stampa locale riferisce che un manifestante ha perso un occhio e un altro un testicolo negli scontri con i Mossos d’Esquadra, la polizia della regione. I feriti sono in totale 131 tra i manifestanti e 40 tra gli agenti, 3 gli arrestati. All’aeroporto El Prat di Barcellona sono stati sospesi 45 voli sui 1.000 in programma. Mentre il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su ‘Tsunami Democratic’, il movimento che ha organizzato la protesta allo scalo.

JUNQUERAS: «INEVITABILE UN NUOVO VOTO»

Intanto in una intervista email rilasciata alla Reuters e pubblicata dal Guardian Oriol Junqueras, ex numero due della Generalitat condannato a 13 anni, si dice convinto che il conflitto potrà essere risolto solo con le urne. «Siamo convinti che un referendum sia inevitabile», ha sottolineato, «altrimenti come è possibile dare voce ai cittadini?».

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Junqueras, sottolineando di non essersi pentito per aver organizzato il referendum del 2017, ha confermato che il suo caso e quello degli altri leader condannati sarà portato alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. «La prigione e l’esilio ci hanno reso più forti e ci rendono sempre più convinti, se possibile, delle nostre idee profondamente democratiche», ha aggiunto.

I LEADER CATALANI PER UN NUOVO REFERENDUM

Duro il presidente della Generalitat Quim Torra. «Ci dicono che non possiamo parlare del diritto all’autodeterminazione», ha twittato. «Bene, non solo ne parleremo, ma lo eserciteremo di nuovo». «I catalani dovrebbero affrontare la nuova situazione, dopo la condanna ai leader separatisti, non solo con le lamentele e la resistenza ma anche con una proposta per il futuro basata sulla libertà, l’amnistia e il referendum», ha aggiunto il presidente del parlamento catalano Roger Torrent partecipando alle commemorazioni per il presidente catalano fatto giustiziare da Francisco Franco nel 1940, Lluís Companys. Torrent, riporta La Vanguardia, ha ribadito «il diritto di un popolo di decidere liberamente e il proprio futuro».

SANCHEZ ESCLUDE L’AMNISTIA

Dal canto suo, il governo spagnolo ad interim guidato da Pedro Sanchez ha escluso la possibilità che sia decretata un’amnistia per i leader catalani separatisti condannati. Sanchez, riferisce La Vanguardia, ha espresso «il rispetto assoluto e la conformità dell’esecutivo centrale alla sentenza». Il vicepresidente del governo, Carmen Calvo, il ministro degli Interni, Fernando Grande-Marlaska e il ministro dello Sviluppo e segretario organizzativo del Psoe, José Luis µbalos, hanno chiarito che una misura di questo tipo «non rientra nei piani».

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Crisi in Siria, Di Maio: «Stop all’export di armi in Turchia e istruttoria sui contratti in essere»

Riferendo in Aula, il ministro degli Esteri alza i toni e non esclude l'embargo anche per gli ordini già concordati. Giorgetti: «L'Ue si vergogni. Speriamo in Putin».

Durante l’informativa urgente alla Camera sulla crisi siriana – presenti un centinaio di deputati – il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha alzato i toni contro Ankara: «La Turchia è il solo responsabile dell’escalation» in Siria e «deve sospendere immediatamente le operazioni militari». Non solo. Il capo politico M5s ha ricordato che oltre alla sospensione delle esportazioni future di armi alla Turchia, che avverrà per decreto, l’Italia avvierà anche «un’istruttoria dei contratti in essere»: «Nelle prossime ore, come ministro degli Esteri, formalizzerò tutti gli atti necessari affinché l’Italia blocchi le esportazioni di armamenti verso Ankara», ha ribadito Di Maio. «Vi comunico inoltre di aver dato immediate disposizioni per l’apertura di un’istruttoria dei contratti in essere. E in questo senso ribadisco la mia ferma intenzione di esercitare pienamente tutti i poteri che ci conferisce la legge».

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GIORGETTI: «SPERIAMO IN PUTIN»

«Alla situazione in Turchia e in Siria gli Usa non pensano più. Magari la situazione la risolve quel ‘cattivone’ di Putin, se ha la forza di interporsi a questo massacro… Speriamo che ci pensi lui», ha dichiarato il leghista Giancarlo Giorgetti. «In questa Aula si sarebbe in passato invocato l’intervento dell’Onu: oggi non lo fa più nessuno. Esiste ancora?».

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L’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi aggiunto: «La Turchia fa parte della Nato. In Turchia abbiamo una batteria di missili: ora che facciamo, la riportiamo a casa visto che Ankara aggredisce un Paese terzo? La Ue si deve vergognare del fatto che per dichiarare un embargo militare ci vogliano mesi e del fatto che sentiamo solo le voci di Merkel e Macron ma non quella dell’Unione». Concludendo: «Solo la Lega per tanti anni si è opposta al negoziato per l’adesione della Turchia alla Ue, perché ha valori diversi».

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Erdogan prosegue l’offensiva in Siria tra raid e minacce

Il leader turco torna ad alzare la voce in un editoriale al Wall Street Journal: «La comunità internazionale ci sostenga o si prenderanno i rifugiati». Sanzioni Usa tre ministri turchi.

Prosegue senza sosta l’avanzata in Siria dell’esercito turco, con l’offensiva di Ankara giunta ormai al settimo giorno tra l’indignazione, finora senza conseguenze reali, della comunità internazionale. Malgrado le ultime ipocrite minacce di Donald Tump, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non pare mostrare alcun segnale di cedimento e, anzi, torna a sfidare l’Unione europea e non solo.

«CI SOSTENGANO O SI PRENDERANNO I RIFUGIATI»

«La comunità internazionale deve sostenere gli sforzi del nostro Paese o cominciare ad accettare i rifugiati» dalla Siria, ha detto Erdogan in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal per sostenere le ragioni dell’offensiva militare contro i curdi. «I flussi di rifugiati siriani, la violenza e l’instabilità ci hanno spinto ai limiti della nostra tolleranza», ha scritto il leader turco, spiegando che «senza supporto finanziario internazionale non possiamo impedire ai rifugiati di andare in Occidente».

IL NUMERO DEI «TERRORISTI» NEUTRALIZZATI SI AVVICINA A 600

È salito, intanto, a 595 il numero dei «terroristi neutralizzati» (cioè uccisi, feriti o catturati) dall’inizio delle operazioni, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa di Ankara. Erdogan aveva precisato il 14 ottobre che almeno 500 di questi combattenti erano stati uccisi. Ci sono, infine, anche tre ministri in carica nel mirino delle sanzioni americane contro la Turchia. Si tratta del ministro della Difesa, Hulusi Akar, del ministro dell’Interno, Suleyman Soylu, e del ministro dell’Energia, Fatih Donmez, oltre ai ministeri della Difesa e dell’Energia nel loro insieme.

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Si aggrava il bilancio dei morti per il tifone Hagibis in Giappone

Almeno 70 persone hanno perso la vita in tutto il paese. Frane e allagamenti in 19 prefetture e migliaia di case ancora senza corrente. La situazione.

Sfiora i 70 morti il bilancio di distruzione del tifone Hagibis, che ha colpito il Giappone centro orientale nel corso del fine settimana. L’ultimo bollettino della televisione pubblica Nhk ha incluso almeno 16 dispersi ed è destinato ad aumentare nel corso dei prossimi giorni, come riferiscono le autorità governative.

146 FRANE IN TUTTO IL PAESE

Le ricerche dei sopravvissuti vanno avanti senza sosta su un’area che appare paralizzata dopo il verificarsi di almeno 146 frane in 19 prefetture, secondo le rilevazioni del ministero delle Infrastrutture. Gli argini di 47 fiumi hanno ceduto in 66 diverse località, e le dimensioni del disastro rimangono ancora difficili da quantificare per via dell’alto livello dell’acqua che rende impraticabile l’accesso alle zone rurali del Paese. Il numero delle abitazioni senza elettricità è sceso da 520mila a 34mila, con il verificarsi, tuttavia, di frequenti interruzioni della luce, riferisce il ministero.

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Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

I turchi allargano l'offensiva. Le forze di Assad entrano nel Rojava per respingerla. Gli americani sono rimasti bloccati. Senza essere riusciti a trasferire i detenuti dell'Isis. E i siriani ribelli riprendono a combattere. Il risiko del conflitto di nuovo incandescente dopo 8 anni.

Lo strappo di Donald Trump sulla Siria ha riaperto immediatamente la guerra, con effetti tanto drammatici quanto rocamboleschi. Il caos innescato dal ritiro – prima parziale e poi totale – del migliaio di militari Usa a presidio della regione autonoma curda del Rojava (tra il confine della Turchia e gli ex territori dell’Isis) è chiaro da tutte le testimonianze e i report di guerra. Anche gli ufficiali delle forze americane raccontano allarmati di loro unità intrappolate durante la fuga, su una delle strade principali bloccate dai turchi, «con una sessantina di top carcerati dell’Isis». Il trasferimento dei jihadisti più pericolosi in un carcere all’estero come annunciato da Trump sarebbe fallito a causa della rapidità dell’offensiva di Recep Tayyip Erdogan: la risposta dell’esercito di Bashar al Assad, corso a Tel Tamer ad aiutare i curdi per evitare la presa di Kobane, è la pietra tombale sulla spartizione tra potenze che era stata foriera di una fragile pace.

CURDI IN MANO AD ASSAD

Se oltre ai curdi Assad si schiera contro Erdogan, lo scontro si estende dai 35 chilometri a Sud della Siria lungo la frontiera (rivendicati come «zona cuscinetto» dalla Turchia), a un terzo della Siria. Al patto delle forze curde con Damasco, il presidente turco ha annunciato che la sua avanzata si può allargare a 450 chilometri, attraverso i centri curdi di Hassakeh e Kobane. Fino in prospettiva alle ex roccaforti dell’Isis di Raqqa e Deir Ezzor, da poco liberate dalle Syrian democratic forces (Sdf) guidate dai curdi e sostenute dalla Nato. Grazie ai rinforzi di Assad, le brigate Ypg del Rojava puntano a riconquistare il cantone a Ovest di Afrin occupato dai turchi dal 2018. Ma l’alleanza con il regime segna la fine di una vera Amministrazione autonoma curda in Siria. Spartite le altre aree di influenza tra Turchia, Iran e Siria – attraverso la Russia – le forze Usa proteggevano la costruzione del Rojava. Sia dall’invasione turca sia dell’esercito siriano.

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Le forze siriane di Bashar al Assad nella regione curda del Rojava contro l’assalto della Turchia. (Getty).

FINE DELLA DEMOCRAZIA

Erdogan punta a eliminare il Rojava («distaccamento dei terroristi del Pkk»), e a occupare il Nord della Siria come ai tempi dell’impero ottomano. Il regime di Assad vuole riguadagnare il Nord-Est e fortificare le posizioni controllate. La fine dell’autonomia dei curdo-siriani rappresenta un fallimento per la democrazia: nessuna liberazione potrà più dirsi tale, se le Ypg sono costrette ad accettare il male minore. Su quali combattenti si appoggi l’esercito turco  nell’offensiva è chiaro dall’agguato alla segretaria curda del Partito futuro siriano (e nota attivista per le donne) Hevrin Khalaf, trucidata con l’autista da un commando armato sull’autostrada tra Manbij e Qamishli. Nel caos quel tratto di strada risultava controllato, almeno temporaneamente, da un gruppo jihadista che aveva fatto parte della rete di al Qaeda in Siria (al Nusra, poi Tahrir al Sham), ed era tra gli alleati della Free syrian army (Fsa) dei ribelli, braccio siriano dell’offensiva turca.

Anche l’Isis ha ripreso a compiere attentati nel Rojava, nella zona dell’agguato all’attivista Hevrin Khalaf

RINASCITA JIHADISTA

La Turchia e il Qatar hanno armato gli insorti islamisti delle Primavere arabe. La Fsa è stata infiltrata dal 2011 di jihadisti che si sono combattuti con estrema violenza anche tra loro, cambiando più volte nome e alleanze. A volte fondendosi con fanatici dell’Isis, che hanno ripreso a compiere attentati nel Rojava, nella zona dell’agguato a Khalaf: due attacchi bomba sono stati rivendicati tra Qamishli e Hassakeh. Altri civili sono stati uccisi barbaramente, mentre i combattenti della Fsa entravano nelle città curde con le bandiere turche: i ribelli siriani al fianco delle 5 mila unità turche si stimano 14 mila. Nella Fsa riconfluiscono anche dei gruppi arabi anti-Assad entrati nelle Sdf per liberare Raqqa e Deir Ezzor dal sedicente Califfato. Ovunque nella zona sono sparse cellule dormienti dell’Isis. Migliaia di combattenti jihadisti (11 mila uomini, tra i quali 9 mila dalla Siria e dall’Iran e 2 mila stranieri) possono fuggire dalle carceri bombardate dai turchi.

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Ribelli della Free syrian army marciano verso la Siria dalla Turchia. GETTY.

GUERRA TRA SIRIANI

La possibilità di un rimescolamento tra miliziani islamisti, in funzione anti-curda e anche contro la minoranza cristiana pro-Assad, è alta. Tel Tamer, dove si sono ammassate le forze del regime, è un centro cristiano: anche l’offensiva turca Sorgente di pace (la terza e più grave dal 2016) sarà una guerra soprattutto tra siriani. Una babele creata dal brusco disimpegno di Trump in Medio Oriente, quantomeno del migliaio di soldati in Siria che il presidente americano tentava da quasi un anno – frenato dal Pentagono e da tutti gli advisor – di rimpatriare. I piani di Erdogan di ampliare la buffer zone creata con le altre offensive ad Afrin e sull’Eufrate erano ben noti, ribaditi anche a settembre assemblea generale dell’Onu. Ma ancora ad agosto, Stati Uniti e Turchia avevano firmato impegni precisi sotto l’ombrello della Nato a tutela del Rojava. Con la conseguenza che le brigate curde Ypg si erano ritirate dagli avamposti sul confine turco presidiato dagli Usa.

Solo due big dei «Beatles dell’Isis», Jihadi George e Jihadi Ringo, sarebbero in Iraq in un centro di massima sicurezza

DISCO VERDE DI TRUMP

Spostare da lì il centinaio di soldati è stato il disco verde per Erdogan, che nella fretta di invadere non ha dato il tempo neanche alle forze statunitensi di uscire e mettere al sicuro i detenuti più pericolosi dell’Isis. Solo due della cellula «Beatles dell’Isis», per l’accento britannico, El Shafee Elscheik (Jihadi George) e Alexanda Kotey (Jihadi Ringo), sarebbero stati portati in Iraq e rinchiusi in un centro di massima sicurezza. Far poi sgomberare tutto il migliaio di americani del Rojava, «stretti tra due eserciti che avanzano» ha ammesso la Difesa Usa, equivale a consegnare il Nord della Siria o all’Isis o al regime siriano satellite del regime iraniano. Anche dal Pentagono confermano che, sanzioni o non sanzioni, «nelle prossime 24 ore i turchi estenderanno l’attacco più a Sud e a Ovest di quanto in origine programmato». La priorità comprensibile di Trump era «togliere gli americani dalle guerre senza fine all’estero», ma a che prezzo?

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E ora Trump si è messo a minacciare la Turchia

Il presidente Usa: «Pronto a distruggere l'economia di Ankara. Sanzioni al governo e dazi sull'acciaio. Si rischiano crimini di guerra, le nostre truppe restano nella regione contro la rinascita dell'Isis».

Dopo aver lasciato campo libero all’invasione turca in Siria contro i curdi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto la voce grossa. Come sempre, su Twitter: «Sono totalmente pronto a distruggere rapidamente l’economia turca se i leader turchi continuano questa strada pericolosa e distruttiva», ha scritto.

SALTA UN ACCORDO DA 100 MILIARDI DI DOLLARI

L’arma imbracciata è dunque quella commerciale. Il tycoon ha infatti annunciato l’imminente firma di un ordine esecutivo «per imporre sanzioni contro dirigenti ed ex dirigenti del governo turco e qualsiasi persona che contribuisca alle azioni destabilizzanti della Turchia nel Nord Est della Siria». Aumentati inoltre i dazi sull’acciaio sino al 50% e fermati i negoziati per un accordo con Ankara da 100 miliardi di dollari.

Le azioni della Turchia stanno accelerando la crisi umanitaria e preparando le condizioni per possibili crimini di guerra


Donald Trump

Trump ha aggiunto, sempre tramite social network: «Sono stato perfettamente chiaro con il presidente Erdogan, le azioni della Turchia stanno accelerando la crisi umanitaria e preparando le condizioni per possibili crimini di guerra». Quindi ora «la Turchia deve garantire la sicurezza dei civili, incluse le minoranze religiose ed etniche, ed è ora, o forse in futuro, responsabile per l’attuale detenzione di terroristi dell’Isis nella regione. Sfortunatamente la Turchia non sembra mitigare gli effetti umanitari della sua invasione».

«LE TRUPPE USA RESTANO NELLA REGIONE»

Infine un’altra notizia: le truppe Usa ritirate dalla Siria «saranno ora schierate altrove e resteranno nella regione a monitorare la situazione e a prevenire che si ripeta quanto successo nel 2014, quando la minaccia trascurata dell’Isis si è diffusa attraverso la Siria e l’Iraq. Un piccolo numero di forze Usa resterà nella base di Al Tanf nel Sud della Siria per continuare a eliminare ciò che resta dell’Isis», ha scritto Trump.

«BENE CHIUNQUE DIFENDA I CURDI, PURE NAPOLEONE»

Anche se in precedenza The Donald aveva postato ben altro: «Dopo aver sconfitto l’Isis, ho fondamentalmente portato le nostre truppe fuori dalla Siria. Lasciamo che la Siria e Assad proteggano i curdi e combattano la Turchia per la loro terra. Ho detto ai miei generali: perché dovremmo combattere per la Siria e per Assad per proteggere la terra del nostro nemico? Chiunque voglia aiutare la Siria a proteggere i curdi va bene per me, che sia la Russia, la Cina o Napoleone Bonaparte. Spero che tutti facciano bene, noi siamo a 7000 miglia di distanza».

IL CAPO DEL PENTAGONO: «CHIEDIAMO RISPOSTE ALLA NATO»

Il capo del Pentagono Mark Esper, definendo «inaccettabile» l’offensiva turca che ha anche minato la lotta all’Isis, ha detto che gli Stati Uniti chiederanno alla Nato di prendere misure collettive e individuali, economiche e diplomatiche contro Erdogan.

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