Base di Capo Teulada: un disastro senza colpevoli

Nei 7 mila ettari della base sarda l'inquinamento è accertato. Impossibile, però, stabilire di chi sia la responsabilità. Ora la spiaggia è libera ma il pm ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta partita da esposti che denunciavano l'insorgenza di tumori riconducibili all'attività del poligono. La storia di un paradiso perduto.

A inizio 2019 la liberazione della spiaggia di Capo Teulada dalle servitù militari. Alla fine dello stesso anno la richiesta di archiviazione per l’indagini (da parte del pm) sul disastro ambientale nella base del Sulcis, Sud Ovest della Sardegna.

Tutto risolto, quindi? No, perché nei 7 mila ettari del poligono (il secondo per estensione italiano) l’inquinamento nel territorio è accertato. Impossibile, invece, stabilire di chi sia la responsabilità, individuare dei colpevoli.

Questa la conclusione del magistrato della Procura di Cagliari, Emanuele Secci che, nel 2012, aveva aperto l’inchiesta.

DAGLI ESPOSTI ALLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Tutto nacque da una ventina di esposti: alcuni abitanti ed ex militari di leva denunciavano leucemie, linfomi di Hodgkin e altri tumori riconducibili alle attività al di là del filo spinato. Indagati i capi di Stato maggiore che hanno guidato la base tra il 2009 e il 2014, un ciclo recente: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni. A loro carico accuse di omicidio colposo e lesioni (stralciate nel corso del tempo) e di disastro ambientale.

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Ma se per il magistrato è impossibile dimostrare «il nesso causale tra patologia e alcuni decessi», non si arrendono i malati e i parenti delle vittime che si oppongono all’istanza di archiviazione.

LA STORIA DEL POLIGONO SARDO

Sabbia bianca, cale diverse l’una dall’altra, chiuse da cespugli di macchia mediterranea: eppure il litorale di Teulada è apparso solo di recente nella geografia del turismo balneare. Perché qui, dal 1956, si spara in cielo, mare e terra e non si bonifica. Un territorio affidato all’esercito, a disposizione della Nato, in cui si davano appuntamento gli eserciti internazionali per maxi operazioni di addestramento come la Trident Juncture. Da ottobre a primavera sbarcavano i mezzi cingolati direttamente sulla battigia, in aria rombavano i caccia bombardieri. Non solo: negli ultimi anni sono stati costruiti scenari reali in linea con i conflitti attuali. Ed ecco quindi il villaggio mediorientale e quello balcanico. La base è poi diventata un centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia, il principale.

Una immagine d’archivio di una esercitazione con mezzi corazzati nel poligono di Capo Teulada in Sardegna (Ansa).

I “SOUVENIR” DI GUERRA SULLA SPIAGGIA

Ma facciamo un passo indietro, ai decenni precedenti, sebbene l’inchiesta si concentri su una frazione degli ultimi 10 anni. A Teulada le esercitazioni vanno avanti dalla sua nascita senza eccessive tutele, né per l’ambiente, né per le persone; i “souvenir” delle esercitazioni sono ancora ovunque: nella sabbia e in acqua. Al punto che d’estate non è difficile trovare code di missili a poca distanza dalla riva, proiettili, portelloni di carriarmati ormai arrugginiti. Succede a Cala Zafferano e in altre aree: interdette, ma di fatto raggiunte dai bagnanti, via mare.

PENISOLA DELTA, L’AREA OFF LIMITS

E poi c’è un’area ritenuta anche dai militari inaccessibile: una piccola penisola, chiusa da Capo Teulada. Meglio conosciuta come penisola Delta, off limits (per persone e mezzi) perché utilizzata come discarica, abusiva, da sempre. Lì, si sono concentrate le esercitazioni a fuoco, anno dopo anno. Basti pensare che in un periodo campione tra il 2008 e il 2016 ci sono state più di 860 mila esplosioni, secondo la ricostruzione della Procura di Cagliari. E nessuno ha mai ripulito nulla, così sono rimasti anche i materiali inesplosi. Il pericolo quindi non è solo ambientale.

La conclusione di una esercitazione al poligono (Ansa).

LA BONIFICA MAI REALIZZATA

Bonificare ora? Già nel 2016, nell’ambito della Commissione nazionale di inchiesta sull’uranio impoverito, era stato dichiarato impossibile perché antieconomico. Proprio per la Commissione quella penisola era «il simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare». L’allora presidente Gian Piero Scanu (Pd) auspicava: «Mai più una gestione del territorio affidata in via esclusiva all’autorità militare, senza interlocuzioni con l’amministrazione dell’ambiente, con la Regione e con le autonomie locali. Garantire al meglio la sicurezza e la salute dei militari non è un sogno, ma un atto dovuto alle nostre forze armate per l’impegno e lo spirito di sacrificio dimostrati ogni giorno al servizio del Paese». Da allora c’è un percorso condiviso tra Regione e Difesa andato avanti nonostante i cambi politici di governo nazionale e locale, eppure i risultati sono limitati. La Sardegna resta terra di esercitazioni e la micro-penisola Delta è sacrificata per sempre: vi si trovano cadmio, piombo, rame, stagno in quantità pericolose. E ci sarebbero sostanze radioattive.

LO SPETTRO DEL FOSFORO BIANCO

Come il fosforo bianco di proiettili utilizzati nel corso di alcune fasi di addestramento. Questa la testimonianza nel 2017 davanti alla Commissione dell’ex caporalmaggiore Vittorio Lentini, dipendente civile della Difesa: «Sparavamo sulla penisola interdetta del poligono militare di Capo Teulada munizioni con la sigla Nato-Wp (white phosphorus, ndr); io stesso le ho infilate nelle bocche da fuoco del mio blindo Centauro». Munizioni chimiche vietate dalle convenzioni internazionali, che hanno «avuto effetti devastanti quando sono state usate dagli americani sulla popolazione di Falluja, in Iraq». Era il 2005: ustioni multiple e interne nei corpi delle vittime. Sui terreni e sui corpi (ora malati) di chi le ha testate non è dato sapere. O meglio: non è ancora il momento del «nesso causale».

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Mandare i nostri soldati in Libia sarebbe un atto suicida e inutile

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di guerriglia urbana come è quella in atto a Tripoli. Chiunque tranne il nostro governo.

Alla fase delle gaffe degli incontri a vuoto con i leader libici, alla quale non è sfuggito neppure Vladimir Putin, ora l’Italia di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (e l’Ue con loro) fa seguire quella che non possiamo che chiamare la fase delle farneticazioni avventuriste.

Altro termine non c’è, infatti, per definire la proposta partita dal nostro ineffabile e indefinibile ministro degli Esteri di inviare a Tripoli una forza militare di interposizione Ue (con perno sull’Italia) sul modello della Unifil libanese.

Chiunque abbia una minima, minimissima, frequentazione con i fatti di guerra sa bene infatti che non è possibile fare da interposizione in un contesto di conflitto e guerriglia urbana, come è quella in atto a Tripoli, se non al prezzo di pagare pesantissime perdite di soldati (anche italiani), con un esito peraltro fallimentare. Né ha il minimo la precondizione posta da Di Maio e da Conte di un intervento militare boots on the ground solo dopo la firma di una tregua tra le parti.

TERRITORIO URBANO TROPPO PERICOLOSO PER TRUPPE DI TERRA

Ammesso e non concesso che Haftar e al Serraj siglino questa tregua, non si sfugge a un dato di fatto: la forza militare di interposizione si deve, si dovrà disporre dentro uno spazio urbano (i quartieri periferici di Tripoli), letteralmente tra strade e palazzi, con cecchini e nidi di mitragliatrice dei due eserciti di fronte e alle spalle, a una distanza di poche, pochissime centinaia di metri.

I nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa

Uno scenario da incubo, impraticabile, nel quale i nostri militari, assieme a quelli della Ue, non possono, non potranno fare altro che da bersaglio, con scarsissime, nulle, possibilità di difesa. È infatti giocoforza che gli uni e gli altri contendenti libici (che si definiscono a vicenda «terroristi» e «criminali di guerra», non potranno desistere dal creare situazioni di continue provocazioni, con lo scopo peraltro di fare cadere sull’avversario la responsabilità di avere infranto la tregua. È un dato fisiologico, ineliminabile.

UN CONTESTO TERRIBILMENTE SIMILE A QUELLA DI MOGADISCIO NEL 1993

Chi si propone oggi come forza di interposizione in Libia deve ripetere dieci, mille volte queste parole: «Check point Pasta!», «Check point Pasta!», «Black Hawk down!», «Black Hawk down!». Deve ricordare insomma la dinamica della battaglia di Mogadiscio del 1993 (ma Di Maio aveva sei anni!), appunto in un contesto di guerra e guerriglia urbana nella quale caddero ben 13 militari italiani, 19 militari americani, 23 militari pakistani e migliaia di miliziani somali, alleati o avversari della missione Onu Unosom. Un grande contributo di sangue per una missione miseramente – e anche vergognosamente – fallita in toto, alla quale seguì un totale disimpegno, senza aver conseguito nessun risultato.

Citare oggi, come fanno Di Maio e Conte, il successo della azione di interposizione della missione Unifil in Libano rivela un’inquietante realtà: non hanno la minima idea di quello che dicono e quindi del contesto radicalmente diverso dei due scenari. In Libano la forza di interposizione Onu è schierata a ridosso di un confine ben definito e delineato che passa per campi, colline, agrumeti e leggiadri boschi. Una fascia larga decine di chilometri, in piena campagna dai larghi, larghissimi spazi, disseminata a distanza di chilometri l’uno dall’altro di ameni villaggi. In Libia la linea del fronte passa attraverso il dedalo dei palazzi e delle strade della periferia di Tripoli, con distanza di un centinaio di metri tra le due milizie. Un incubo di canyon, regno dei cecchini.

PARLANO DI INTERPOSIZIONE, MA INTENDONO FARE AMMUINA

È evidente insomma il pigro e dilettantesco meccanismo politico che porta ora Di Maio e Conte (ma anche l’Europa) a parlare di «interposizione». Partono dall’assunto – sbagliato – che non si deve scegliere di appoggiare nessuno dei due contendenti. Partono, dall’alto, non dalla conoscenza del teatro concreto di guerra, partono dal principio che ci si impegna militarmente solo per «pacificare», quindi ci si interpone, si media, si passa di riunione in riunione.

A meno che – peggio del peggio – non si intenda “interporsi” non a terra, ma solo pattugliando il mare e i cieli con la missione Sophia per far finta di aver fatto qualcosa per impedire ai due eserciti di essere riforniti di armi. Ma gli armamenti possono arrivare e arrivano copiosi in Libia via terra, dai porosissimi confini con l’Egitto, Ciàd, Sudan e Niger per Haftar e dalla Tunisia (complice probabilmente l’Algeria) per un al Serraj che infatti ha stretto rapporti recenti con i due governi, veicolati dalla comune appartenenza delle forze che di fatto sono il baricentro politico dei due Paesi, all’area politica della Fratellanza Musulmana. Insomma una “interposizione” di facciata, una “ammuina”. Specialità nella quale Di Maio e Conte (e l’Europa) sono maestri.

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Le missioni italiane all’estero in numeri

Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.

L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.

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E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.

Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).

IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA

Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».

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DAL 2004 A OGGI SPESI 17 MILIARDI

Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.

CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA

Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.

DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA

Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.

IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO

Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».

Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).

L’IMPEGNO IN NORD AFRICA

Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.

IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Mission e Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis. 

Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).

IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN

Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.

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Il sisma del 2016 e i militari al servizio dei terremotati

Da oltre 1.100 giorni presidiano le zone del Centro Italia colpite dalle scosse. Con la ricostruzione a rilento, gli abitanti hanno smesso di fidarsi dei politici. E si affidano a esercito, polizia, carabinieri e vigili del fuoco. Il reportage di L43.

Sono passati oltre 1.100 giorni dal sisma che ha squassato il Centro Italia. E dura da tre anni il calvario dei terremotati, quelli che hanno visto davanti ai loro occhi case sgretolarsi in polvere o sventrate. Hanno visto in faccia la morte. Il monte Vettore, rilievo più alto dell’Appennino umbro marchigiano con i suoi 2.476 metri di altezza, si è squarciato per 22 chilometri dopo la scossa del 30 ottobre del 2016.

Sisma 2016 esercito
Le macerie e i detriti lasciati dal sisma.

SENSO DI IMPOTENZA E CASI DI SUICIDIO

Quando si parla con un terremotato, hanno tutti lo stesso viso. Segnato fisicamente e psicologicamente da quell’evento così distruttivo. Affranto, disperato. Nei loro occhi lucidi, ricordi indelebili perché in una manciata di secondi hanno perso tutto. Alcuni di loro si sono suicidati in questi tre anni, perché il dolore ha preso il sopravvento sulla voglia di vivere. Hanno un pesante senso di impotenza. Non credono nei politici, perché disillusi da tante promesse e aspettative vane. Quel filo flebile di speranza è attaccato alla presenza di militari che presidiano le loro zone.

IN UN ANNO IMPIEGATI 50 MILA MILITARI

Attualmente sono oltre 400 carabinieri di prossimità in rinforzo alle organizzazioni territoriali, forestali oltre ai raggruppamenti mobili che sono accanto a loro. Gli uomini dell’esercito fanno avanti e indietro dalle caserme nei luoghi terremotati per non far mancare la loro presenza, con presidi. In totale sono stati impiegati circa 50 mila militari in 365 giorni di operazioni l’anno.

PREVENZIONE DELLO SCIACALLAGGIO

La polizia di Stato con pattuglie fa sorveglianza per la prevenzione dello sciacallaggio, secondo i turni stabiliti dalle questure. Sono uomini delle forze armate e di pubblica sicurezza al fianco dei terremotati, dove il tempo si è fermato da agosto del 2016.

ALCUNI TERREMOTATI ANCORA IN ALBERGO

Il cratere sismico è un territorio che comprende 138 comuni per 250 chilometri quadrati. Ancora macerie per terra, case ancora pericolanti, zone rosse con borghi e paesi fantasma. Una desolazione. Alcuni terremotati in attesa delle casette sono ancora in albergo, spostati come pacchi postali da un residence a un altro. La popolazione è arrabbiata. Esasperata. Si sente abbandonata dai politici. Una donna a Caldarola, nella provincia di Macerata, si sfoga: «Basta selfie, passerelle elettorali, promesse mai mantenute. Non credo più a loro».

Non mi importa che siano di sinistra o di destra. Vengono qui solo per prenderci in giro. Quando fa comodo a loro. Per i voti


Una donna di Caldarola

E poi continua: «Non mi importa che siano di sinistra o di destra. Vengono qui solo per prenderci in giro. Quando fa comodo a loro. Per i voti. Poi spariscono. Di noi non gliene importa nulla a nessuno. I nostri angeli custodi sono i vigili del fuoco, i carabinieri, i ragazzi dell’esercito. Fantastici. Sempre presenti. Loro non ci hanno mai abbandonato. Stanno lì ore e ore accanto a noi. Giorno e notte. Qui ci sono ancora scosse. Ma con loro ci sentiamo più tranquilli. Sono veramente angeli scesi in terra».

FRENATI DAGLI OSTACOLI BUROCRATICI

Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto, spiega: «Abbiamo avuto quattro governi, ma non sappiamo ancora chi sono i nostri interlocutori». Il primo cittadino di Castelsantangelo su Nera, Mauro Falcucci, racconta: «Nessuno rimuove gli ostacoli burocratici. Dopo tre anni siamo dimenticati».

Rivoglio la mia vita! Questa non lo è! È tanto difficile da far capire a Roma?!


Giulio, di Norcia

Giulio, 68 anni di Norcia, che prima delle scosse aveva una casa e un salumificio, ora completamente distrutti, sbotta: «Non vogliamo che venga a trovarci nessuno politico. Non li vogliamo! Non vogliamo vedere le loro facce ipocrite a presenziare cerimonie commemorative, per darci una pacca sulla spalla. Poi loro comodi nelle loro case e noi in mezzo al niente. Perché è pura presa per i fondelli. Solo i carabinieri e i militari dell’esercito che stanno qui sanno quante lacrime versiamo ogni giorno. Lo scriva pure, che siamo incavolati neri. Rivoglio la mia vita! Questa non lo è! È tanto difficile da far capire a Roma?!».

«SI PARLA DI RICOSTRUZIONE NEL 2049»

Rosella, 47 anni, si avvicina e ci racconta: «Prima speravo in qualcosa. Ora non più. Speravo in una casa degna di essere chiamata tale. Speravo in una ricostruzione veloce, ma se ne parla forse nel 2025. Ho letto che per il 2049 queste zone risorgeranno. Nel 2049, ha capito bene?! Quando io avrò quasi 80 anni! Ci hanno ripetuto in tanti, in giacca e cravatta o con felpe, che ci sarebbero stati vicino. Che non ci avrebbero lasciati soli. Si giri intorno e guardi come è Norcia. Mi dica cosa vede e chi vede… militari, solo loro».

Sisma 2016 esercito
Le operazioni sui luoghi del sisma stanno andando avanti da anni.

LA VICINANZA DEGLI UOMINI IN DIVISA

Isabella, di Camerino, dice: «Erano passati pochi giorni dalla scossa del 30 ottobre. Ero dentro una Panda rossa, insieme con quattro vigili del fuoco, quattro omoni, che mi accompagnavano per la prima volta nel mio negozio in centro sventrato. Varcammo la zona rossa. Avevo attacchi di panico. Stavo malissimo. Non sapevo cosa avrei trovato. Aprirono il negozio a forza e entrarono per primi. Uno di loro rimetteva con cura e un rispetto tale gli oggetti delicati dentro una scatola. Sapeva che rappresentavano il mio lavoro. Una sensibilità mai vista». La donna continua a ricordare: «Ci hanno visti piangere. Ci hanno visti tremare di paura. Pietrificati e frastornati. Uomini come noi, nascondevano i loro timori sotto quei caschi e dentro quelle divise, per farci coraggio. La loro presenza, come quella dell’esercito ci ha dato garanzia di sicurezza. Ci rassicuravano e ci tranquillizzavano con fare affettuoso. Gentile e professionale. Non li ho più visti. Auguro a questi uomini il meglio della vita, perché la loro è una vera missione d’amore». Ecco allora la stima di quanti sono gli uomini delle forze armate e di pubblica sicurezza che, in tre anni di scosse, sono stati accanto ai terremotati.

VIGILI DEL FUOCO: ANCHE SOLO PER SUPPORTO ALLA POPOLAZIONE

All’alba del 24 agosto del 2016, subito dopo la scossa ad Amatrice, erano già 1.000 sui luoghi della tragedia con 400 mezzi e sei elicotteri. Il giorno dopo altri 1.300 con 600 mezzi nella ricerca delle persone sotto le macerie oltre ai nuclei cinofili. Le squadre, supportate dal personale Usar (acronimo di Urban search and rescue, ossia i vigili del fuoco specializzati nel soccorso in disastri da Amatrice all’hotel Rigopiano, da Ischia al ponte Morandi di Genova) hanno salvato 449 vite. Altre squadre, in sinergia con le forze armate, hanno liberato le strade, per permettere ai mezzi di soccorso di raggiungere i luoghi isolati, coadiuvandosi nella ricerca di persone disperse. Oltre 1.200 interventi al giorno. Molti uomini sono stati impiegati solo per il supporto alla popolazione attraverso il recupero di beni di prima necessità nelle case sventrate o nei centri commerciali inagibili. Per la prima volta in una emergenza così critica e devastante, hanno utilizzato i droni che hanno permesso di effettuare aeromappature panoramiche dei centri colpiti dal sisma, un’area di 250 chilometri, per coadiuvare al meglio i soccorsi. Oltre a individuare gli edifici lesionati.

CARABINIERI: MEDIA GIORNALIERA DI 500 UOMINI

Ancora nel container la stazione dei militari di Pievetorina, nel Maceratese, in attesa della ricostruzione.

Sisma 2016 esercito
La stazione-container dei carabinieri nel comune di Pieve Torina.

Il giorno della prima scossa, l’Arma è intervenuta con oltre 420 militari, dei quali 180 dalle Legioni Umbria, Marche e Lazio, altri 150 invece dall’organizzazione mobile (8° Reggimento Lazio, 7° Reggimento Trentino Alto Adige, 11° Reggimento Puglia, e 13° Reggimento Friuli-Venezia Giulia). Secondo i dati forniti dallo Stato maggiore Difesa, altri carabinieri sono intervenuti da reparti speciali o con incarichi specialistici, con la presenza di unità cinofile, ambulanze, due elicotteri, due carri ristoro, altri carri soccorso e stazioni mobili. Nei giorni seguenti dalla scossa che ha colpito il Centro Italia il numero dei militari è aumentato con una media giornaliera di 500 carabinieri nei luoghi colpiti dal sisma, oltre il personale dei reparti speciali, tra cui quello medico per il supporto sanitario e psicologico, quello del Ris, della tutela patrimonio Culturale, tutela Ambiente e tutela Salute. I carabinieri che hanno fornito supporto nella fase emergenziale del sisma provenivano maggiormente dai reparti del Centro Italia, cioè le legioni Umbria, Lazio e Marche, oltre al 5° Reggimento Emilia-Romagna, 6° Battaglione Toscana aggiungendosi così agli altri militari già stabili nei luoghi terremotati, aiutando la popolazione anche allestendo cucine da campo a Muccia, nel Maceratese.

ESERCITO: TASK FORCE E RINFORZI

Dopo la prima botta l’esercito era già sul luogo dalle prime ore dell’alba con unità di pronto intervento per le pubbliche calamità del Genio che ha operato congiuntamente con la protezione civile e i vigili del fuoco. Nella fase emergenziale è stata avviata l’operazione “Sabina”, una task force denominata “raggruppamento sisma” con un rinforzo di 1.000 uomini, 300 mezzi e assetti speciali come i droni. Oltre alla ricerca e soccorso di persone sotto le macerie, i militari hanno contribuito in sinergia con le altre forze armate alla rimozione di macerie e al ripristino della viabilità, come nel caso della realizzazione di una struttura con materiale da ponte Bailey nella zona Ponte delle Rose, nel Reatino. Inoltre su richiesta del ministero dell’Interno e nell’ambito dell’operazione “Strade sicure” è stata schierata una task force di sicurezza con 215 uomini per presidiare le zone inagibili e disabitate come contrasto allo sciacallaggio, oltre al supporto per la creazione di soluzioni abitative d’emergenza (Sae). Con le repliche del 26 e 30 ottobre del 2016, l’esercito ha inviato altri rinforzi arrivando così a 1.454 uomini con 551 mezzi che hanno aiutato i terremotati soprattutto marchigiani con supporto diretto e lo schieramento di quattro cucine campali a Cingoli, Visso, Pioraco e Norcia e si predispongono presidi fissi nelle zone rosse del cratere sismico. Su richiesta della protezione civile il 7 agosto del 2017, l’esercito ha inviato altre 300 unità, per accelerare la fase della ricostruzione con la verifica di agibilità, la demolizione di case e la rimozione delle macerie.

Sisma 2016 esercito
Paesi ridotti in polvere e ancora tutti da ricostruire dopo il terremoto del 2016.

POLIZIA: CON PICCONI, GUANTI E TELI

Secondo i dati forniti dal Viminale a distanza di tre anni dalla prima scossa sono stati impiegati 15.805 uomini del reparto Mobile, 18.946 unità del reparto Prevenzione crimine, 23.960 poliziotti della Stradale e 21.502 agenti territoriali. Fianco a fianco ai terremotati. Solitamente li vediamo in servizio con scudo, sfollagente e lacrimogeni. Durante il sisma erano con picconi, guanti e teli per scavare. Erano nelle strade spaccate con città collassate a cercare di fare un varco percorribile per i soccorsi. Dopo la fase emergenziale sono sempre lì nell’anti-sciacallaggio.

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