Chi è Lieberman, l’ago della bilancia della politica israeliana

Dal voto del 17 settembre non è uscita una maggioranza definita. E, come ad aprile, la conquista del governo dipende dalle scelte dell'ex ministro della Difesa.

Aveva negato a Benjamin Netanyahu l’appoggio per formare il governo dopo le elezioni di aprile. E, anche stavolta, Avigdor Lieberman, leader del partito di destra russofono Israel Beitenu (nato nel 2009 da una scissione dal Likud) resta l’ago della bilancia. Il futuro politico di Israele è tutto nelle sue mani. Lo dimostrano i primi exit poll delle elezioni del Paese, che lo vedono conquistare tra gli otto e i dieci seggi. Gli stessi che potrebbero rivelarsi essenziali per una maggioranza, sia questa del leader del Likud Bibi o del suo avversario di centro sinistra Benny Gantz, come sembra più probabile.

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LA MAGGIORANZA NEGATA

L’ex ministro degli Esteri e della Difesa Lieberman, nazionalista laico, sei mesi fa, dopo le elezioni per la Knesset (il parlamento) aveva negato l’appoggio al premier più longevo della storia d’Israele (Netanyahu è al potere dal 2009) perché, aveva spiegato, non voleva avere nulla a che fare con un governo basato sul sostegno di rabbini ultraortodossi.

IL SOGNO LAICO-LIBERALE DI LIEBERMAN

Nato in Moldova 61 anni fa, Lieberman ha riscosso notevole popolarità fra gli ebrei immigrati dall’ex Urss per merito della sua avversione alla sinistra socialista. La sua retorica intreccia toni nazionalistici e laicismo profondo. Attento a curare la propria immagine di falco ad oltranza, Lieberman (che da anni invoca la pena di morte per i terroristi palestinesi), si è dimesso dalla carica di ministro della Difesa nel 2018, perché non condivideva l’atteggiamento troppo blando assunto dal governo israelinao verso Hamas a Gaza. Negli ultimi mesi ha cercato di guadagnare sostegno fra i centristi israeliani e anche in parte a sinistra lanciando una dura campagna contro gli ebrei ortodossi, da lui dipinti come una comunità che non contribuisce come dovrebbe né alla sicurezza né all’economia del Paese. Lieberman si presenta come l’artefice di un vasto governo «laico liberale» che includa, oltre al suo partito, anche Blu-Bianco di Ganzt e il Likud.

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I risultati delle elezioni di settembre in Israele

Secondo i primi exit poll, il partito Bianco e Blu di Gantz avrebbe ottenuto 33 seggi contro i 31 del Likud di Netanyahu. Il premier e i suoi alleati non riuscirebbero a formare la maggioranza.

Il partito Blu-Bianco di Benny Gantz è in testa alle elezioni israeliane con 33 seggi alla Knesset contro i 31 attribuiti al Likud del premier uscente Benyamin Netanyahu, secondo i primi exit poll pubblicati dalla tv Canale 13 al termine del voto in Israele. Secondo gli exit-poll la lista di Avigdor Lieberman riceverà 8-10 seggi. La Lista unita araba ottiene un notevole successo, con 11-13 seggi. Ai laburisti di Amir Peretz sono attribuiti 5-6 seggi. La lista di estrema destra Otzmà Yehudit non riesce ad entrare alla Knesset, il parlamento israeliano. La coalizione di destra conterebbe su 54 seggi alla Knesset, quella di centrosinistra guidata da Blu-Bianco di Gantz avrebbe 58 seggi: per entrambe numeri insufficienti per raggiungere la soglia di 61 su 120. ‘Israel Beitenu’ del falco Lieberman si conferma così decisivo per ogni coalizione con i suoi 8/10 seggi.

L’affluenza per eleggere la Knesset è stata più alta rispetto alle politiche di aprile. La percentuale di voto registrata alle ore 20 (ora locale) è stata del 63,7 per cento, corrispondente a 4.071.398 votanti. Un dato che mostra un aumento del 2,4% in più rispetto all’ultimo appuntamento alle urne a cui i 6 milioni degli aventi diritto erano stati chiamati.

PARITÀ NEL VOTO DI APRILE

Il testa a testa era tra il Likud del premier in carica, Netanyahu, 70 anni, e il centro Blu e Bianco, rappresentato dall’ex capo di Stato maggiore Gantz, 60 anni. Entrambi, lo scorso 9 aprile, nella sfida alla conquista della maggioranza parlamentare, avevano ottenuto 35 seggi a testa.

IL NO DI LIEBERMAN A BIBI

Netanyahu, in realtà, aveva già ottenuto la maggioranza in primavera, in coalizione con l’estrema destra e con i partiti religiosi. Ma è mancato l’appoggio del partito di Lieberman che era stato fondamentale nel comporre la squadra precedente, e che, stavolta, ha chiesto come condizione sine qua non per sostenere l’Esecutivo la cancellazione dell’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ortodossi che studiano nei seminari. Una mossa del genere, però, avrebbe fatto crollare il sostegno dei partiti religiosi, su cui la sua presidenza (la più lunga della storia di Israele) si fonda. Da qui, la scelta di andare a nuove elezioni. A rassicurare il leader del Likud, gli ultimi sondaggi, che tratteggiavano una maggioranza di 66 seggi su 120 per la coalizione di destra.

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Civati vuole candidarsi a Roma nel collegio di Gentiloni

L'ex Pd, fondatore di Possibile, intenzionato a tentare il ritorno in parlamento. Correndo alle elezioni suppletive previste per la decadenza del neo commissario europeo.

Lui, che di scissioni se ne intende, è pronto a tornare in parlamento. Nel giorno della fuoriuscita di Matteo Renzi dal Partito democratico, si parla anche di un altro (ex) ribelle dem, Pippo Civati, che è intenzionato a candidarsi alle elezioni suppletive di Roma, previste dopo la decadenza di Paolo Gentiloni per la nomina alla Commissione europea.

pippo civati matteo renzi
Matteo Renzi con Giuseppe Civati durante la convention “Bing Bang” alla stazione Leopolda nel 2011. (Ansa) ANSA/MAURIZIO DEGL’ INNOCENTI

LO STRAPPO COL PD NEL 2015 E LA NASCITA DI POSSIBILE

Ex deputato e fondatore di Possibile – il Podemos italiano -, Civati fu animatore della prima Leopolda proprio con Renzi: erano i 40enni “rottamatori” alla riscossa. Ma tra loro finì tutto molto in fretta per colpa di «opinioni profondamente diverse». Nel 2015 arrivò il definitivo distaccamento dal Pd in dissenso, tra le altre cose, sulla riforma del lavoro (Jobs act) e la legge elettorale (Italicum).

Di Maio è un Salvini senza felpa. Il Pd ha seguito il M5s nel post ideologismo


Pippo Civati

Pippo nel 2017 disse che con il Movimento 5 stelle non c’era spazio per un accordo perché Luigi Di Maio era «un Matteo Salvini senza felpa». Spiegò che il Partito democratico «aveva seguito i grillini nel post ideologismo». E due anni dopo in effetti i giallorossi si sono ritrovati insieme al governo.

CANDIDATO A MONTI, TESTACCIO, PRATI E TRASTEVERE

Civati però nel frattempo non è stato eletto alle Politiche del 2018. Ora starebbe «seriamente valutando» l’idea di tentare la via del ritorno alla Camera con la candidatura all’uninominale a Roma nel collegio di Gentiloni, che include i quartieri Monti, Testaccio, Prati e Trastevere. La sua idea sarebbe quella di una candidatura aperta a sinistra. Quella in subbuglio per l’addio del suo ex amico rottamatore.

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