Regionali in Calabria, caos candidati per Pd e M5s

A pochi giorni dalla scelta ufficiale, spunta un sondaggio commissionato dai dem che "affonda" Oliverio: l'86% non ha fiducia in lui. E l'imprenditore Callipo dice no ai pentastellati.

Quando mancano pochi giorni alla scelta del candidato ufficiale per le elezioni regionali in Calabria, spunta un sondaggio commissionato dal Pd sul gradimento di cui godrebbe (o per meglio dire, non godrebbe) il governatore uscente Mario Oliverio, espressione dello stesso Pd.

Alla domanda «negli ultimi cinque anni lei ritiene che la qualità della vita nel suo territorio sia migliorata o peggiorata?», il 64% dei calabresi ha risposto «peggiorata» e solo il 7% «migliorata». Ma la bomba riguarda Oliverio: l’86% del campione ha dichiarato infatti di non aver fiducia nel governatore uscente, a fronte di un 14% di favorevoli.

La rilevazione è stata fatta dall’istituto Swg, che ha preso in considerazione anche altri parametri. Da 1 a 10, gli intervistati hanno dato un voto di 3,9 alla promozione turistica della regione, e di 3,2 agli interventi per «favorire l’occupazione e la creazione di posti di lavoro». Elementi che, secondo i vertici del Pd, dovrebbero spingere Oliverio a farsi da parte. Ma il governatore uscente è determinato a ripresentarsi.

Nella rosa di nomi che il segretario Nicola Zingareti è chiamato a valutare, circolano diversi profili alternativi: dal catanzarese Giuseppe Gualtieri, il super-poliziotto che ha arrestato Bernardo Provenzano, al prefetto Arturo De Felice, ex capo della Dia e originario di Reggio Calabria. Tra le new entry anche il prorettore dell’Università della Calabria, Luigino Filice, e la direttrice generale di Confindustria, Marcella Panucci, nata a Vibo Valentia.

Come se non bastasse l’imprenditore Pippo Callipo, su cui puntava in particolare il M5s per una candidatura che avrebbe potuto essere sostenuta anche dai dem, ha deciso di non scendere in campo. Troppi i ritardi accumulati dai pentastellati, le indecisioni sulla linea da seguire e le alleanze da stringere. Un quadro troppo incentro, che ha spinto Callipo a fare un passo indietro.

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Cosa sapere delle elezioni in Spagna del 10 novembre

Il 10 novembre il Paese torna al voto. I socialisti di Sanchez in vantaggio sono ancora lontani dalla maggioranza. Occhi puntati sull'estrema destra di Vox che potrebbe diventare la terza forza del Paese cavalcando la crisi catalana. Una guida.

Domenica 10 novembre la Spagna torna al voto per la seconda volta nel 2019 (e per la quarta in 4 anni). Il socialista Pedro Sanchez, vincitore alle elezioni dello scorso aprile, non è infatti riuscito a formare un governo con la coalizione di sinistra Unidas Podemos.

Pedro Sanchez, leader socialista e premier uscente.

I CANDIDATI IN CORSA

A sfidare il premier uscente Pedro Sánchez (Partito socialista), ci sono: Pablo Casado (Partito Popolare), Pablo Iglesias (leader di Podemos), Albert Rivera (che guida i liberali di Ciudadanos) e Santiago Abascal, fondatore del partito di estrema destra Vox.

LA CRESCITA DELL’ESTREMA DESTRA DI VOX NEI SONDAGGI

Secondo i recenti sondaggi di Politico.eu difficilmente dalle urne uscirà una maggioranza chiara. I blocchi di centrodestra e centrosinistra sostanzialmente si equivalgono: i primi veleggiano intorno al 44% e i secondi al 42%. Il Psoe è dato comunque per favorito al 27%, i Popolari sono al 21%, Podemos al 12% e Ciudadanos al 9%. La vera novità di questa tornata elettorale è però rappresentata da Vox che potrebbe passare dal 10% delle scorse elezioni al 14%. Se così fosse scalzerebbe Ciudadanos diventando la terza forza politica del Paese. Dopo una frenata alle Europee, Vox ha ripreso a crescere nei sondaggi con l’inasprirsi, sostengono diversi osservatori, della crisi catalana.

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LA CATALOGNA AL CENTRO DEL VOTO

La nuova ondata di proteste indipendentiste, dopo le pesanti condanne ai 12 leader indipendentisti protagonisti dell’insurrezione dell’ottobre 2017, ha catalizzato il dibattito nazionale. E sarà l’ago della bilancia di queste elezioni. Sanchez, rivendicando la linea della fermezza, ha insistito sulla necessità di dialogo. «Abbiamo bisogno di aprire un nuovo capitolo basato sulla coesistenza pacifica in Catalogna attraverso il dialogo nei limiti della legge e della Costituzione spagnola», aveva detto in tivù a metà ottobre. «Nessuno è al di sopra della legge. In Spagna non ci sono prigionieri politici ma piuttosto alcuni politici in prigione per aver violato leggi democratiche». Sul tema Ciudadanos e Vox hanno mostrato i muscoli. Abascal, nell’ultimo confronto tivù, si è spinto oltre: non solo ha chiesto di revocare l’autonomia alla Generalitat ma ha anche accusato Sanchez di appoggiare di fatto un «colpo di Stato permanente» in Catalogna.

La bandiera catalana all’aeroporto di Barcellona durante la manifestazione del 14 ottobre.

Non solo. La recente proposta di Vox di bandire i partiti indipendentisti è stata approvata dall’Assemblea di Madrid con i voti del Partido Popular e di Ciudadanos, in una sorta di patto delle destre che ha fatto scattare più di un allarme in casa socialista. «Cominciamo a essere testimoni di cose preoccupanti», ha commentato il primo ministro in un’intervista a Cadena Ser, definendo la risoluzione una «deriva reazionaria molto pericolosa».

INCOGNITA ASTENSIONISMO

Sanchez deve vedersela anche con un altro concorrente: l’astensionismo, vista l’esasperazione degli elettori dopo il mancato accordo di governo tra Psoe e sinistra. L’affluenza dal 76% di aprile potrebbe così scendere intorno al 70% e a farne maggiormente la spese potrebbe essere proprio il Psoe di Pedro Sanchez.

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Il Super Tuesday Usa è uno schiaffo a Trump: perde in due Stati su tre

La Virginia torna democratica dopo vent'anni di regno dell'Elefantino. I dem rivendicano anche la vittoria in Kentucky dove il presidente si era speso fino all'ultimo comizio.

Se i risultati ancora non ufficiali saranno confermati, Donald Trump sarà destinato a perdere due elezioni su tre nel Super Tuesday del 5 novembre che rappresenta per lui un primo test in vista del voto per la Casa Bianca, sullo sfondo dell’indagine di impeachment.

Un sostenitore del presidente Trump durante un appuntamento elettorale alla Rupp Arena di Lexington, in Kentucky, 4 novembre 2019. EPA/MARK LYONS

IN KENTUCKY I DEM RIVENDICANO LA VITTORIA

In Kentucky, benché il risultato tra i due contendenti sia troppo ravvicinato per dichiarare ufficialmente il vincitore, il candidato dem Andy Beshear ha rivendicato il successo contro il governatore repubblicano uscente Matt Bevin col 49,2% dei voti contro il 48,9% (100% delle schede scrutinate). Bevin non ha concesso la vittoria ma, se l’esito fosse confermato, sarebbe una brutta scivolata per il tycoon, in uno Stato dove aveva vinto con un vantaggio del 30% contro Hillary e dove lunedì 4 novembre aveva tenuto il suo ultimo comizio proprio a sostegno del candidato repubblicano.

STORICA RICONQUISTA DEM IN VIRGINIA

Per i dem è invece trionfo sicuro e per certi versi storico in Virginia, dove hanno riconquistato l’intero parlamento dopo oltre 20 anni. Il Grand Old Party aveva una maggioranza risicata in questo Stato dove il tycoon comunque perse nel 2016 di 5 punti percentuali contro la Clinton.

IL MISSISSIPI ELEGGE IL REPUBBLICANO REEVES

Trump può leccarsi le ferite in Mississippi, dove con il 93% delle schede scrutinate per l’elezione del governatore il candidato repubblicano Tate Reeves resta saldamente in testa davanti al rivale dem, l‘attorney general Jim Hood (anti abortista e pro armi), con il 52,7% contro il 46%. Una proiezione della Cnn lo dà già per vincitore e Trump, che lo aveva sostenuto in un comizio venerdì 1 novembre, gli ha già fatto le congratulazioni via Twitter. Un successo che consente al Grand Old Party di mantenere questa carica in uno stato che nel 2016 Donald Trump vinse con il 17% di scarto su Hillary.

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Le elezioni in Uk e Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

Con la vittoria di Johnson nel 2019 e di Trump nel 2020 il Western World, con la sua storia e i suoi valori, volterebbe pagina definitivamente. Ma sia in Gran Bretagna sia in America la sfida elettorale resta aperta.

Dicembre 2019 e Novembre 2020. Sono queste le due date dell’incognita anglosassone. Se i Tory di Boris Johnson vinceranno il 12 dicembre il secondo referendum sulla Brexit camuffato da elezioni politiche, e se Donald Trump verrà confermato fra 13 mesi alla Casa Bianca con un risultato più solido di quello risicato del 2016, sarà possibile sostenere che dopo un secolo quasi esatto il nostro mondo ha definitivamente voltato pagina.

Non ci sarà più quello che nel Novecento, in modo più chiaro che in passato, è stato chiamato the Western World, il mondo occidentale con le sue strutture e soprattutto la sua mentalità multilaterale, se non nel senso di una comune – e vaga – discendenza dal mondo greco-romano-germanico e da un ormai altrettanto vago cristianesimo. E non ci sarà più perché la cultura da tempo dominante di questo mondo, quella anglosassone, potrebbe aver deciso di percorrere altre strade, privilegiando il nazionalismo del my country, right or wrong, più gentilmente declinato in francese con il chacun pour soi et Dieu pour tous.

Verrebbero insomma mollati gli ormeggi, mentre gli avversari dell’Occidente sanno benissimo che cosa questa parola significa, come spiegano anche per i più distratti le minacce a Stati Uniti ed Europa del nuovo leader dell’Isis, al-Qurayshi. Quella di “mondo occidentale “ è un’espressione geografica abbastanza precisa (Europa occidentale e oggi centroccidentale, Nordamerica, più varie appendici, in primis Australia e Nuova Zelanda, con il Giappone partner associato) e per il resto un concetto antico e vago che solo nell’Ottocento ha incominciato a formarsi nella sua versione moderna.

IL MONDO OCCIDENTALE SCOSSO DA FORZE CENTRIFUGHE

La prima capitale del mondo occidentale è stata Londra, come zenith del potere europeo e quindi occidentale. Ma nel 1915-1919 era semirovinata finanziariamente dal primo conflitto mondiale e stava passando la mano al tandem New York-Washington, nuovo baricentro globale della finanza in attesa di diventarlo, con la Seconda guerra mondiale, anche della politica e degli equilibri geo-strategici.

La triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo

Questo mondo della triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo già avanzati 25 anni prima e creava non solo il concetto moderno, utile in politica e in propaganda, di Western World, ma lo dotava di strutture precise, dalla Nato alla stessa integrazione europea, a molto altro e al Fondo monetario internazionale, parto congiunto americano e, grazie a John Maynard Keynes, britannico.

Roosevelt, De Gaulle e Churchill nel 1943.

Naturalmente nel frattempo ciascuno nella triade perseguiva i propri interessi: Washington, ad esempio, faceva il possibile e l’impossibile per accelerare lo smembramento dell’Impero Britannico, ma su temi strategici finanziari e monetari si proclamava, e spesso praticava, la politica delle decisioni collegiali. Il comunismo come arma nelle mani del nazionalismo russo contribuiva, per reazione, a tenere unito il tutto. Le spinte centripete subiscono però oggi – e ad opera di quegli anglosassoni che ne furono i maggiori protagonisti – l’attacco delle sirene centrifughe.

LA PARTITA DEL REGNO UNITO RESTA APERTISSIMA

Trump sottoscrive in pieno il significato congiunto e “decisivo” dei due voti, sia pure separati da quasi un anno di tempo, e sa benissimo che una vittoria di Johnson – amico di cui parla sempre benissimo – sarebbe più che utile alla sua rielezione. In un’intervista radio concessa all’iper brexiteer britannico Nigel Farage suo fedele estimatore, ha detto il 31 ottobre che l’accordo fin qui raggiunto da Johnson con Bruxelles non va bene, restano troppi legami; che solo una Hard brexit restituirà al Regno Unito la sua libertà; e che un’alleanza elettorale Johnson-Farage sarebbe imbattibile.

Johnson è il favorito ma la sua strada è in salita

Riuscirebbe forse ad avviare lo sfascio dell’Unione europea, vero obiettivo di Trump per motivi puramente commerciali e senza minimamente valutare tutte le altre conseguenze. Come non le valutano i brexiteer britannici, interessati solo alla vittoria del loro nazionalismo. Sull’alleanza con Farage hanno comunque idee diverse da Trump. Oggi, e prima di sei settimane di campagna elettorale durissima e imprevedibile come nessuna degli ultimi 70 anni, Johnson è il favorito; i sondaggi lo danno avanti di 10 punti dal laburista Jeremy Corbyn, 34% a 24%.

Jeremy Corbyn.

La sua tuttavia è una strada in salita perché deve conquistare una maggioranza, almeno 320 seggi, che per ora non ha e che già Theresa May perdeva nel voto anticipato del giugno 2017, quando i sondaggi la davano vincente ma lasciò sul campo 19 deputati. Nel sistema maggioritario secco vince il seggio chi in ogni collegio ha la maggioranza relativa dei voti e non c’è nessun recupero per le altre liste; questo favorisce i Tory e comunque i due partiti maggiori. Come nel sistema presidenziale americano, non contasolo il numero dei voti ma come sono distribuiti geograficamente, per cui ad esempio nel 2017 i conservatori conquistavano 317 seggi con 13,6 milioni di voti e i laburisti 262 con 12,9 milioni di voti, perché più spesso dei Tory erano arrivati secondi.

L’ALLEANZA PRO BREXIT TRA JOHNSON E FARAGE RESTA IMPROBABILE

Il sistema presenta tuttavia due grosse incognite, una tecnica e non nuova, una squisitamente politica, unica e inedita. La prima è che ci sono circa 100 seggi dove la differenza tra il più votato, e vincitore, e il secondo, è stata nel 2017 di meno di mille voti, e una serie di modesti cambiamenti riserverebbe molte sorprese . La seconda è che il desiderio di schierarsi e rispondere alla domanda di fondo per cui questa consultazione è nata, sì o no alla Brexit, farà premio su molte altre considerazioni e su vari programmi e potrebbe rompere notevolmente gli schemi, a favore dei liberal-democratici tutti filo-Ue ma anche con travasi fra Tory e Labour: per un Tory europeista non sarà facile votare Johnson.

I conservatori sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson

Così come un laburista brexiteer ci penserà due volte prima di votare Corbyn: il leader dei laburisti è deciso, nel caso diventasse premier, a rinegoziare con Bruxelles un legame che riprende vari punti dell’intesa concordata da Theresa May e assai più organico di quello molto sommario, e anticamera di una No deal brexit, voluto da Johnson. Questa intesa, accanto all’opzione remain, Corbyn la vuole poi sottoporre a referendum, con il rimanere nella Ue come seconda opzione. E un nuovo referendum, anche per un laburista ma brexiteer, è anatema. Quindi, nessuno può oggi tracciare un pronostico credibile su un voto che sarà uno dei più cruciali della storia moderna britannica.

Boris Johnson.

Quanto alla gaffe che Trump ha commesso caldeggiando un’alleanza Johnson-Farage, si tratta probabilmente di una strada non percorribile; i Tory si sono subito avviati a una campagna dove cercheranno di essere loro «il partito della Brexit», come già hanno detto, difficilmente ci sarà quindi spazio per il Brexit Party di Farage. I conservatori poi sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson, accordo sommario e ambiguo ma che consente di dire che un’intesa c’è, mentre Farage vuole l’uscita secca e senza accordi, e su questo non può fare passi indietro. Ma non sono da escludere del tutto intese elettorali locali.

TRUMP CON LA SPADA DI DAMOCLE DELL’IMPEACHMENT

A fronte delle varie incognite di Johnson e, specularmente, dei suoi antagonisti, Donald Trump, quando a gennaio la campagna elettorale americana entra nel vivo, ne avrà una sola: l’impeachment ormai avviato. Se usciranno prove gravi di comportamenti in aperta violazione della legge, non solo dello stile e della comune onestà, e il Senato dovrà considerare seriamente una sua condanna dopo la scontata incriminazione da parte della Camera, Trump rischia molto. Se invece questo non accade, le probabilità di una riconferma sono notevoli, nonostante il personaggio.

Donald Trump.

A meno che i democratici non riescano a trovare quello che finora manca: un candidato forte da apporgli e in grado di controllare, ad esempio, fenomeni che, come quel circuito di poche migliaia di voti che nel Wisconsin e in altri due Stati del Midwest, facevano nel 2016 la differenza. Furono 68 mila voti popolari in tutto, 22.748 nel Wisconsin su un totale di 3 milioni e appena 10 mila in Michigan su 4,5 milioni, a spostare per Trump i favori dell’electoral college grazie a Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, Stato quest’ultimo dove su 72 contee ben 23 che avevano votato Obama nel 2012 passarono con Trump.

Se volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi

Avere Trump ancora presidente fino al 2024 è al momento più probabile che non avere Boris Johnson con una solida maggioranza, e premier, fra un mese e mezzo. Se entrambi i casi tuttavia si verificheranno, volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi; non assicurano il Paradiso in terra, ma hanno contribuito e molto alla relativa stabilità del mondo che conosciamo. E sarà il Western World di Trump e di Johnson. Chi vorrebbe acquistare, da entrambi, un’auto usata?

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Marco Caiano: «Campania tripolare: sarà sfida tra dem, grillini e forzisti»

Una Campania “tripolare” quella vista da Marco Caiano, spin doctor di Delinea, con esperienza nella comunicazione integrata con Sicomunicazione, gruppo leader del settore. Ha tra i suoi clienti: parlamentari, enti pubblici, Istituzioni. In Campania e nel panorama nazionale. E’all’avanguardia nella comunicazione video e social dove coniuga visione e fantasia.

In quale modo vanno lette le elezioni in Umbria?

«Le elezioni in Umbria hanno avuto, malgrado il numero limitato di votanti, un valore politico importante, che ha costretto il leader del M5S, Di Maio, a uno strappo con gli alleati del neo-governo giallorosso. Una scelta, quella del ministro, che ha messo in serio dubbio il futuro dell’esecutivo. Una mossa che ha dato una rilevanza al risultato delle elezioni nella piccola regione del centro Italia che forse non meritava. L’Umbria, infatti, con i suoi comuni, da tempo si era spostata verso centro-destra. La vittoria era scontata, soprattutto per la caratura e il percorso dei due candidati, una già nelle istituzioni e “programmata” per vincere, l’altro trovato all’ultimo momento e diventato uomo di una coalizione di governo che piace veramente a pochi. Per questo l’analisi reale vede unico partito perdente il Movimento 5 Stelle, mentre quello vincente è Fratelli d’Italia. Stabili rispetto alle elezioni europee Pd e Lega che hanno, in linea di massima, confermato quanto avvenuto in primavera. Quindi, malgrado il numero degli elettori sia 7 volte più piccolo della Campania, il dato umbro deve essere ben tenuto in considerazione e dettare le mosse politiche dei partiti in vista delle elezioni di maggio.

Cosa cambia, ora, per la Campania?

«Ben poco. La Lega resta il primo partito, con Forza Italia che tiene ancora rispetto al quadro nazionale. De Luca, con o senza Pd, non è certo dato per perdente in quanto governatore uscente, e i 5stelle molto forti in regione, malgrado tutto, non sono riusciti a dilapidare tutto il favore elettorale raccolto appena 18 mesi fa. Quindi in Campania si delinea una divisione tripolare, che però non ha ancora acceso i riflettori sui protagonisti. Saltata l’unione dopo le elezioni in Umbria, tra M5S e Pd, già difficilissima per le posizioni non convergenti tra il presidente De Luca e il leader in consiglio Ciarambino, probabile che i pentastellati cerchino un nome forte che riesca a portare con se una parte dell’elettorato di centro sinistra, magari un ministro molto attivo oggi sul territorio come Sergio Costa. Nel centrodestra, anche lui in ritardo, tornano i nomi di sempre, e potrebbe essere un handicap, di Caldoro e Carfagna.

Sembra che il Pd voglia puntare di nuovo su De Luca…

«È inverosimile l’idea di trovare un nuovo leader per il Pd. Fare fuggire dal partito De Luca sarebbe paragonabile al peggiore harakiri mai visto in politica, stile Renzi post Referendum. Complicata la vita, viceversa, anche per Vincenzo De Luca senza il Pd. Malgrado la mancanza di feeling con il Partito Democratico il presidente uscente da solo è perdente. Non può rinunciare a un 20% che il Partito gli assicura. Per questo il Pd non si farà incantare dalle sirene dei 5Stelle e De Luca non sceglierà la corsa da solo. Qualsiasi altra scelta consegnerebbe la Regione Campania al centrodestra». Nel centrodestra pare tocchi a Forza Italia e, al momento, pare che i due nomi siano quelli di Carfagna e Caldoro… «Come nel centrosinistra, alle spalle degli attuali leader nel centrodestra c’è il vuoto. Calare un nome dall’alto, magari poi proposto dalla Lega, non aiuterà di certo la coalizione a battere De Luca. In Campania il feudo di Forza Italia è ancora molto attivo. Quindi vedo poco plausibile la possibilità che un nome diverso da quello di Stefano Caldoro possa concorrere per la poltrona di Palazzo Santa Lucia. Anche perché l’ex presidente ha i motori accesi e aspetta solo il verde per partire con la campagna elettorale».

Quali saranno i temi principali sui quali puntare?

«In Campania i temi sono pressappoco gli stessi da 20 anni, nulla di diverso da gran parte del mezzogiorno. Occupazione e lavoro, inquinamento e ambiente, sanità, lotta alla criminalità, turismo, trasporti, federalismo e imposizioni fiscali. Questi i temi di quella che sarà una dura campagna elettorale che partirà tra non molto e che vedrà i cittadini al centro di numerosi contenziosi per più di sei mesi, fino alle urne. Una serie di promesse a cui andranno aggiunti gli insulti, i colpi di scena, e la discesa in campo dei leader nazionali. Sarà lunga».

Consiglia

Barbara La Rosa: «Elezioni umbre? Poche ripercussioni in Campania»

«Il risultato delle elezioni umbre? Potrebbe non avere ripercussioni sulla Campania». Lo ipotizza Barbara La Rosa, ceo di AB – Agenzia di Comunicazione, che cura l’immagine pubblica di numerosi politici, istituzioni, imprese e professionisti. Ha fatto da Spin Doctor per molteplici campagne elettorali locali, nazionali ed Europee. In particolare, tra gli altri, ha seguito Claudio Scajola, Silvio Berlusconi, Paolo Romani e Corrado Passera. Cura la comunicazione integrata per alcuni tra i principali partiti del panorama nazionali e quella di singoli parlamentari. Ha seguito l’attività di ufficio stampa per il gruppo di Forza Italia al Senato ed alla Camera. Oltre alla comunicazione tradizionale segue anche i Social Media.

Le elezioni in Umbria sono il termometro di un clima nazionale o vanno lette come dato nazionale?

«Ogni territorio è senza dubbio una storia a sè, ma è anche vero che vi è un “sentiment” generale che oggi va nella direzione del centrodestra, sebbene non sempre con le proporzioni che abbiamo visto in Umbria. Ma, al tal punto, da espugnare un’altra roccaforte “rossa”. Causa preponderante della sconfitta del candidato Bianconi, i guai giudiziari della giunta uscente e la “bizzarra” coalizione che vedeva correre un candidato sostenuto da Pd e Movimento 5stelle, hanno irrimediabilmente allontanato l’elettorato di centrosinistra, già diviso dopo la nascita del nuovo partito di Renzi». Dopo le elezioni in Umbria cosa cambia in Campania? «Il voto in Umbria potrebbe non avere ripercussioni drastiche in Campania, dove il governato uscente, Vincenzo De Luca, aveva già escluso un’alleanza con i 5Stelle. Sono noti infatti gli attacchi, con l’appellativo “il bibitaro”, fatto in particolare al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Visto il flop della nuova alleanza sarà pertanto improbabile chiedere un passo indietro di De Luca, ed ancora più difficile vedere i grillini sostenere il “nemico” Governatore».

Il Pd andrà su De Luca? Sarà lui il candidato o la sinistra proverà a cercare altra idea?

«Credo che il Pd, benché non ne sia per nulla entusiasta, sarà costretto a sostenere il Governatore uscente, in campagna elettorale già da mesi, che ad oggi pare l’unico candidato in campo. E la stessa cosa sembra sia intenzionato a fare Renzi».

Nel centrodestra pare tocchi a Forza Italia. Avrà più efficacia la scelta del leader nazionale, Mara Carfagna, dell’ex presidente Caldoro? O bisognerà cercare altri nomi?

«Nel centrodestra la partita pare essere più complicata solo per quanto concerne la scelta del candidato, visto che si è convinti di un’ulteriore vittoria, anche su De Luca. Infatti, a differenza di altre regioni, i sondaggi e l’andamento generale del centrodestra vedono vincente sia Mara Carfagna che Stefano Caldoro, dai rumors gradito anche ai leghisti, a differenza della prima, più volte postasi in contrasto con Matteo Salvini. Tutti sembrano volersi giocare una carta importante, ma molto dipenderà dal campo avversario e dalla definitiva composizione delle coalizioni. Sinceramente vedo la vicepresidente della Camera, più proiettata su fronti nazionali per cui propenderei per la candidatura dell’ex governatore socialista. In fondo, con lui, si giocherebbe il terzo tempo di una bella partita, se non altro per chi vede la politica da tecnico e non da tifoso».

E se dovesse essere Cirielli, ha un senso ‘strategico’ puntare su altro salernitano?

«Lo escluderei, in quanto dal vertice dei leader del centrodestra si è deciso che la Campania e la Calabria andassero a Forza Italia. Impossibile poi una battaglia tutta salernitana che, a quel punto, dovrebbe fare i conti anche con i tanti non napoletani che scalpitano per un “posto al sole”. Da De Mita a Mastella i rappresentanti delle aree interne sono pronti a rivendicare un ruolo non secondario e non trascurabile. Non dimentichiamo che fu l’accordo tra il sindaco di Nusco e De Luca a determinare la vittoria di quest’ultimo nel 2015».

Quali saranno i temi principali sui quali costruire il consenso in Campania ?

«Lavoro, come sempre è la piaga del sud, e su questo De Luca si vuol giocare il tutto per tutto, basti guardare il concorsone. Il centrodestra del 2020 dovrà su questo saper declinare le proprie battaglie all’elettorato campano. Da sempre più vicino a Berlusconi che a Salvini».

Consiglia

Elezioni Umbria, gli eletti e le preferenze: ecco il nuovo consiglio regionale


Le elezioni regionali dell'Umbria hanno portato alla vittoria di Donatella Tesei, esponente della Lega e candidata del centrodestra unito. Con il voto del 27 ottobre vengono eletti anche i consiglieri regionali: 12 (più la stessa Tesei) saranno di maggioranza, otto di opposizione. Vediamo chi sono e quali candidati hanno ottenuto più preferenze.
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Chi ha vinto e chi ha perso davvero le elezioni regionali in Umbria


Le elezioni regionali in Umbria hanno visto una netta affermazione del centrodestra, con l'elezione di Donatella Tesei. La Lega è il primo partito, seguito da Pd e Fdi. Ma cosa è cambiato rispetto alle precedenti regionali del 2015? E quali sono le principali variazioni rispetto alle europee di maggio? Dal confronto emergono alcune sorprese, con il successo di Fratelli d'Italia e il crollo del Movimento 5 Stelle.
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Elezioni Umbria, l’affluenza vola sopra il 65%


Oggi, domenica 27 ottobre, 700mila elettori hanno votato per eleggere il nuovo consiglio regionale e il nuovo presidente della Regione Umbria. Secondo i primi Exit poll Opinio Rai, la candidata sostenuta dal centrodestra Donatella Tesei si attesta tra il 55,5% e il 60,5% e il candidato sostenuto dal centrosinistra Vincenzo Bianconi tra il 35,5 e il 39,5%. Affluenza oltre il 65%.
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Elezioni regionali Umbria 2019: come votare, chi sono i candidati, cosa dicono i sondaggi


Oggi 27 ottobre dalle 7 alle 23 si vota per le Elezioni Regionali in Umbria: un voto che servirà a rinnovare l'Assemblea Legislativa della Regione ed eleggere il nuovo Presidente della Giunta, ma che ha delle implicazioni anche sul piano nazionale. Ecco cosa c'è da sapere sulle regionali in Umbria: come votare, chi sono i candidati, cosa dicono gli ultimi sondaggi.
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Elezioni in Bolivia, il Tribunale elettorale ha ufficializzato la vittoria di Morales

Lo ha stabilito il Tribunale supremo elettorale smentendo l'ipotesi di brogli. Ma l'Organizzazione degli Stati americanizza proposto una revisione dello scrutinio e un eventuale ballottaggio.

Evo Morales è presidente della Bolivia. Lo ha stabilito il Tribunale supremo elettorale (Tse) che ha ufficializzato i risultati delle elezioni di domenica scorsa che lo avevano visto in testa con il 47,08% dei voti contro il 36,51% del suo diretto sfidante Carlos Mesa.

Il capo dello Stato uscente ha ottenuto, sulla base del 100% dello spoglio terminato venerdì, il 10,57% di voti in più dello sfidante e quindi, in linea con la Costituzione boliviana, ha il diritto di dichiararsi vincitore. Uno dei giudici, Idelfonso Mamani, ha assicurato che lo scrutinio è avvenuto sulla base di liste di elettori «verificate ed affidabili» escludendo qualsiasi ipotesi di brogli. Nonostante questo proseguono le proteste a La Paz.

I DUBBI DELL’ORGANIZZAZIONE DEGLI STATI AMERICANI

Sulla correttezza del processo dubita invece l’opposizione del partito Comunidad Ciudadana di Mesa e dei comitati civici che hanno chiesto l’intervento dell’Organizzazione degli Stati americani. L’Osa ha anche direttamente proposto una revisione dello scrutinio e indicato che se il margine di vittoria di Morales fosse stato troppo stretto, sarebbe stato meglio procedere a un ballottaggio il 15 dicembre. Questa posizione è stata appoggiata anche dall’Unione europea (Ue) e da quattro Paesi americani (Usa, Argentina, Brasile e Colombia).

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