L’Afghanistan al voto, tra la minaccia talebana e brogli elettorali

Clima elettorale teso. Gli strascichi della guerra cominciata nel 2001 proseguono, lacerando il Paese e ostacolando un reale processo di democratizzazione.

L’Afghanistan è chiamato a votare il presidente il prossimo sabato 28 settembre (i risultati usciranno il 19 ottobre). È la quarta volta che il Paese va alle urne da quando, nel 2001, i talebani sono stati estromessi dal controllo governativo da una coalizione statunitense. A votare per l’elezione del presidente, che è capo dello Stato e comandante delle forze armate afgane, sono i circa 9,5 milioni di cittadini dai 18 anni in su che si sono registrati presso la commissione elettorale indipendente. Le autorità prevedono di utilizzare un sistema di riconoscimento biometrico degli elettori che include l’identificazione di impronte digitali, occhi e viso nel giorno delle votazioni. Un meccanismo sofisticato con cui si vuole evitare il più possibile il rischio di brogli elettorali.

I CANDIDATI SONO 16, SEI QUELLI DA TENERE D’OCCHIO

Per la vittoria il candidato deve assicurarsi il 50% dei voti. Se, come previsto, tale soglia non dovesse essere superata, ci sarà il ballottaggio tra i primi due contendenti, molto probabilmente il 23 novembre. I leader in lizza sono 16, ma i principali concorrenti alla poltrona sono sei.

ASHRAF GHANI

Ashraf Ghani è il presidente: 70 anni, è in carica dal 2014. È alla ricerca di un secondo mandato. Durante la campagna elettorale si è spesso definito come uno state builder.

ABDULLAH ABDULLAH

Abdullah Abdullah è considerato il più grande rivale dell’attuale presidente. Per convincere i cittadini a votarlo, ha fatto della stabilità e dell’integrazione le sue parole d’ordine.

AHMAD WALI MASSOUD

Ahmad Wali Massoud è il fratello minore dell’ex comandante anti-sovietico e anti-talebano Ahmad Shah Massoud. È tagiko ed è stato ambasciatore afgano nel Regno Unito.

GULBUDDIN HEKMATYAR

Gulbuddin Hekmatyar è un ex comandante accusato di crimini di guerra. Responsabile dell’uccisione di migliaia di civili a Kabul durante la guerra civile degli Anni 90, è tornato in patria nel 2017 per grazia dal governo, dopo aver passato nascondendosi gli ultimi due decenni.

ABDUL LATIF PEDRAM

Di etnia tagika, Abdul Latif Pedram è un membro del parlamento e ha basato la sua campagna spingendo sui diritti delle donne e sulla formula federalista.

RAHMATULLAH NABIL

Rahmatullah Nabil è stato per due volte capo dell’agenzia di spionaggio, convinto oppositore dei talebani e critico dell’amministrazione Ghani.

I TALEBANI STANNO SABOTANDO L’ELECTION DAY

I talebani stanno fomentando la paura nei cittadini, mettendoli in guardia sui rischi che corrono recandosi negli uffici elettorali, nelle cabine, e alle manifestazioni. Da quando sono stati rovesciati nel 2001, hanno portato avanti una massiccia campagna anti-governativa, definendo quello insediatosi nel 2004 e presieduto dal primo presidente eletto democraticamente Hamid Karzai un esecutivo fantoccio. Le elezioni, secondo i talebani, sono il prosieguo del dominio statunitense sull’Afghanistan. Sulla scia della strategia del terrore che stanno portando avanti, lo scorso 2 e 5 settembre hanno ucciso 26 civili e ne hanno feriti più di 40 a una manifestazione pro Ghani. Patricia Gossman, della associazione Human Rights Watch, ha dichiarato: «Questi attacchi fanno parte di una campagna per seminare paura, minare il processo elettorale e negare agli afgani il diritto di partecipare alla vita politica».

TRUMP E LA PORTA IN FACCIA AGLI ACCORDI CON L’AFGHANISTAN

I cittadini si avvicinano all’appuntamento in un’atmosfera di grande tensione. Nelle scorse giornate l’inasprimento dei combattimenti tra talebani e forze governative ha portato a un aumento dei civili uccisi da attacchi provenienti da tutti i fronti: talebani, droni statunitensi e raid ordinati dal governo afgano. A rendere la situazione ancora più instabile, la scelta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annullare le riunioni segrete pianificate con i talebani e con Ghani, che aveva organizzato nel suo ritiro presidenziale a Camp David. La ragione che lo ha portato a fare un passo indietro nei colloqui trilaterali è stato l’attacco rivendicato dai talebani nei primi giorni di settembre.

Il tweet di Donald Trumpo sulla crisi afgana

QUASI UN TERZO DEI SEGGI CHIUSO PER RAGIONI DI SICUREZZA

Inizialmente era stato stimato che il ​​giorno delle elezioni sarebbero stati aperti 7.385 seggi elettorali. Ma la cifra è stata abbassata a 5.373, per motivi di sicurezza. Di questi, circa 400-500 sono posizionati in aree controllate dai talebani o in zone a rischio. Per far fronte a questa situazione, il ministero dell’Interno ha annunciato l’impiego di oltre 72 mila agenti per vigilare su 49.402 cabine elettorali in tutto il Paese. Il portavoce Nusrat Rahimi ha dichiarato che «ci sono anche tra i 20 mila e i 30 mila membri delle forze di riserva. Vogliamo assicurare alle persone, alla commissione e ai candidati che la sicurezza sarà fornita durante la giornata elettorale».

LE ELEZIONI DEL 2018 FINITE CON 12 ARRESTI PER FRODE

Ma la mancanza di sicurezza non è l’unico elemento che appesantisce l’appuntamento alle urne. C’è anche chi teme lacune dal punto di vista della trasparenza. Dopo il voto di ottobre 2018 per le elezioni dei parlamentari, erano emerse voci che lamentavano tangenti offerte ai funzionari e brogli elettorali. Dopo queste accuse, sono stati licenziati per frode 12 membri dell’organo elettorale. In vista del nuovo voto, invece, c’è già chi tra gli altri candidati accusa il presidente in carica Ghani di usare fondi governativi per la sua campagna elettorale.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it