Il caso Zaky in stallo, tra resistenze egiziane e rinvii «per coronavirus»

Dopo l'udienza posticipata per l'allerta Covid-19, appello del ricercatore dal carcere: «Fatemi uscire il prima possibile da qui». La preoccupazione di Amnesty.

«Fatemi uscire il prima possibile da qui, voglio tornare all’università a studiare». È l’appello lanciato il 17 marzo da Patrick Zaky, lo studente egiziano iscritto all’ateneo di Bologna e detenuto in patria da ormai un mese e mezzo, secondo quanto si apprende da fonti vicine al ragazzo. Proprio il 16 marzo è stata rinviata, causa coronavirus, l’ennesima udienza che avrebbe dovuto decidere del suo destino.

DETENUTI IN LOCKDOWN CAUSA CORONAVIRUS

Fissata inizialmente per il 21 marzo, la nuova udienza sul suo caso era stata precipitosamente anticipata di cinque giorni, ma la pandemia del coronavirus tocca anche l’Egitto e ufficialmente, fanno sapere gli attivisti, nessuna udienza si è potuta svolgere perché i detenuti non possono essere trasferiti. La situazione è stata caotica fin dalle prime ore del mattino, fanno sapere alcuni amici egiziani di Patrick. Da Tora, il maxi complesso penitenziario alla periferia del Cairo, grande quanto un intero quartiere di Milano e con la temuta sezione di massima sicurezza ‘Scorpione’, nessun detenuto è stato fatto uscire per via del lockdown imposto dall’Egitto davanti alla pandemia della Covid-19. Nessuno, tantomeno Zaky, che infatti davanti ai giudici della severa Procura per la sicurezza dello Stato egiziana al Cairo non è mai comparso. Per il ragazzo, così come per altre decine di migliaia di detenuti egiziani, le preoccupazioni legate all’emergenza sanitaria sono fortissime. A Patrick, denunciano gli amici, è stata perfino negata la consegna di prodotti per l’igiene personale e di cibo da parte della famiglia.

ZAKY RISCHIA FINO A 25 ANNI DI CARCERE

L’ultima volta che i parenti l’hanno visto è stata martedì 10 marzo, poi più nulla perché causa coronavirus tutte le visite ai detenuti in Egitto sono state sospese. La situazione preoccupa gli attivisti e anche Amnesty International. «Ora è ancora più urgente scarcerare Patrick e tutti i prigionieri di coscienza egiziani», scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, su Twitter, «oltre che garantire il diritto alla salute dei detenuti». Zaky rischia fino a 25 anni di carcere per 10 post di un account Facebook, che la sua difesa considera ‘falso’, ma che ha consentito alla magistratura egiziana di formulare pesanti accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”. Dopo essere stato in due carceri nella sua città natale, a Mansoura, sul delta del Nilo, prima dell’udienza del 7 marzo era stato trasferito nel complesso di Tora.

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Prolungata la custodia in carcere per Patrick Zaky

Lo studente dell'Università di Bologna resterà in carcere per altre due settimane.

Ancora 15 giorni in carcere. La custodia cautelare per George Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato in Egitto per propaganda sovversiva su Facebook, è stata rinnovata un’altra volta. Lo ha reso noto la sua legale Hoda Nasrallah. La decisione è stata presa dopo un’udienza presso la Procura per la sicurezza dello Stato al Cairo. In procura erano presenti diplomatici italiani, dell’Ue e svizzeri.

TRA I DETENUTI POLITICI

Zaky «resterà nel carcere di Tora in una sezione per detenuti politici», ha detto Hoda Nasrallah. «Comunque non è allo Scorpione», ha precisato una fonte della Eipr, la ong per cui lavorava Patrick, riferendosi alla famigerata sezione di massima sicurezza del complesso carcerario del Cairo. «Si trova meglio a Tora che a Mansura», ha assicurato comunque la legale, riferendo che il 7 marzo è stato dato ai genitori il permesso di vedere il figlio.

UNA DECISIONE AMPIAMENTE PREVISTA

Uno dei due legali che difendono il 27enne, Walid Hassan, aveva già detto mercoledì 4 marzo che la custodia sarebbe stata prolungata «al 90%». Le probabilità erano addirittura aumentate dopo che giovedì 5 si era appreso del trasferimento di Patrick dalla Prigione pubblica di Mansura al complesso carcerario di Tora, alla periferia sud del Cairo. Vista la rigidità delle procedure di ingresso alla Procura dell’Alta corte della sicurezza dello Stato, situata nel Quinto insediamento, distante una quindicina di chilometri in linea d’aria da Tora, ci si aspettava un’udienza a porte chiuse. Patrick, secondo la difesa sulla base di un account Facebook ‘fake’, è accusato fra l’altro di «istigazione alla violenza e ai crimini terroristici».

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La tortura e le altre piaghe d’Egitto oltre i casi Zaki e Regeni

Arresti di massa e senza mandato, interrogatori con sputi, pugni, scosse elettriche sui genitali e unghie strappate. Mentre anche la stampa e le Ong sono nel mirino della legge. Così il governo al-Sisi porta avanti la legalizzazione della repressione. Mentre l'Onu si interessa solo di facciata. E anche l'Italia rimane incoerente.

Non solo Giulio Regeni, non solo Patrick George Zaki. Nelle carceri egiziane le torture sono diventate il metodo sistematico utilizzato nei confronti di chi si ritiene, senza alcuna prova concreta e dopo soltanto dei processi sommari, un «nemico politico».

LE STIME: 60 MILA PRIGIONIERI POLITICI

Le ultime stime – negate dal governo di Abdel Fattah al-Sisi e ritenute invece al ribasso da diversi Organizzazioni non governative – parlano di 60 mila prigionieri politici. Non solo. Come spiega a Lettera43.it il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, «dal 2014 una sessantina di prigionieri arrestati non hanno più visto i propri familiari. E oltre 700 persone sono morte per diniego di cure mediche, come nel caso dell’ex presidente Mohamed Morsi. Anche tale diniego è ufficialmente riconosciuto come “tortura” dal 2017».

ARRESTI CON RAID E SENZA ALCUN MANDATO

Ma sono le modalità di detenzione, quasi scientifiche, che lasciano senza parola. A rivelarle è stato un recente e dettagliato rapporto di Human Rights Watch che parla, non a caso, di «catena di montaggio», in base alle testimonianze di ex detenuti. Nonostante la legge egiziana precisi che gli agenti di polizia non possono «arrestare, detenere o limitare la libertà di nessuno in alcun modo se non in virtù di un ordine giudiziario motivato richiesto nel contesto di una investigazione», a nessuno degli intervistati dall’Ong questo trattamento è stato garantito. Nella maggior parte dei casi sono stati arrestati in raid mattutini a casa loro o in luoghi mirati (posto di lavoro o università), senza alcun mandato e con agenti spesso in abiti civili.

GLI ABUSI COMINCIANO NELLE STAZIONI DI POLIZIA

Ma siamo solo all’inizio. Dopo aver trasportato il sospettato spesso bendato e legato, gli abusi cominciano già nelle stazioni di polizia, dove gli interrogatori si alternano a sputi, offese, minacce, in un crescendo che porta il detenuto a essere nudo e in posizioni di stress. Se non si ottiene una confessione, vera o falsa che sia, comincia la vera tortura. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch gli agenti di sicurezza nazionale utilizzano spesso una pistola stordente elettrica in luoghi sensibili come l’orecchio o la testa. E poi schiaffi, pugni, percosse con barre di metallo.

SCOSSE ELETTRICHE ANCHE SUI GENITALI

Tutte pratiche che caratterizzano l’ormai tristemente nota Tashrifa, «festa di benvenuto» in arabo. «Se il sospettato non fornisce risposte soddisfacenti», continua il report, «gli agenti di sicurezza aumentano la durata delle scosse elettriche e usano la pistola stordente su altre parti del corpo del sospettato, includendo quasi sempre i suoi genitali. Durante gli interrogatori in alcuni casi si sostituiscono le pistole con fili elettrici».

MESSI A TESTA IN GIÙ E VIOLENTATI

Nel caso in cui non si ottiene la sperata confessione, le torture peggiorano. Si va dalla sospensione a testa in giù, appesi a una corda e il continuo stordimento con la pistola elettrica fino ai colpi ai genitali con mazze di ferro. Ci sono testimonianze che parlano anche dell’utilizzo di materassi inumiditi e collegati all’elettricità col detenuto ammanettato e steso sopra. A Fayoum, secondo altri resoconti, ci sarebbe una “Camera infernale” in cui le pratiche diventano ancora più dure: dagli abusi sessuali, di gruppo o con mazze di ferro, fino allo choc elettrico sui denti del giudizio per far sanguinare le gengive.

IL CASO DEL 18ENNE CON LE UNGHIE STRAPPATE

Non viene tralasciato nessuno, neanche i più giovani. Karim (nome di fantasia) è stato arrestato a soli 18 anni per aver partecipato a una protesta nel suo villaggio rurale alle porte del Cairo. Durante i primi giorni di tortura, accanto a percosse e stordimenti, gli sono state strappate con le pinze e addirittura con morsi le unghie delle dita. «Gli ufficiali», continua il report, «hanno tenuto Karim nella sua cella per altri tre o quattro giorni prima di farlo uscire di nuovo. Gli fecero fatto domande su dove abitavano i suoi amici. Karim affermò di non ricordare dove abitavano e disse che non avrebbe aiutato la polizia a trovarli. “Bene, ok”, disse un uomo. “Portalo in frigo”».

LA STANZA DEL FREDDO E LA CELLA DI 1,5 METRI PER 3

La polizia ha messo allora Karim in una piccola stanza dove sembrava che fossero in funzione due condizionatori d’aria: faceva molto freddo e la polizia ha tenuto Karim lì per circa un giorno vestito di sole mutande. «Successivamente, riportarono Karim nella sua cella, che misurava circa 1,5 per 3 metri, per circa 15 giorni».

Il presidente egiziano al-Sisi durante l’Assemblea generale dell’Onu. (Ansa)

TEMA DEI DIRITTI UMANI AFFRONTATO SOLO DI FACCIATA

Quello che sta accadendo in Egitto, dunque, è una continua legalizzazione della repressione. E poco hanno fatto anche le istituzioni internazionali: «Il tema del rispetto dei diritti umani», spiega Noury, «è affrontato solo di facciata. Nel 2019 addirittura l’Onu avrebbe voluto organizzare la conferenza mondiale contro la tortura proprio in Egitto. Solo grazie all’impegno di diverse Ong siamo riusciti a evitare tale assurdità».

Al-Sisi con il premier italiano Giuseppe Conte. (Ansa)

STAMPA E ONG NEL MIRINO DI AL-SISI

E nel frattempo sono tante le leggi draconiane approvate nel corso degli anni. Nel 2017 è stato varato un provvedimento che consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti. Nel 2018 è toccato a leggi sui mezzi d’informazione, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa: da allora si stima che le autorità egiziane abbiano bloccato almeno 513 siti web. Una serie di emendamenti controfirmati da al-Sisi già nel 2017 ha poi conferito alle autorità il potere di eseguire arresti di massa. E in questo ha giocato un ruolo-chiave la procura suprema per la sicurezza dello Stato, responsabile delle indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale. Non a caso, dalla salita al potere di al-Sisi, il numero dei casi trattati dalla Procura suprema è aumentato di tre volte: da 529 nel 2013 a 1.739 nel 2018.

Se gli interessi umani avessero prevalso su quelli economici dell’Italia, la verità su Giulio Regeni sarebbe già venuta fuori


Riccardo Noury, Amnesty International Italia

E anche l’Italia, davanti a questi numeri, preferisce tacere: «L’atteggiamento del nostro Paese continua a essere incoerente», dice Noury. «I rapporti economici sono sempre più floridi specie nel settore delle armi e in quello energetico. Però poi si continua a pretendere che si faccia il massimo per la verità sulla morte di Giulio Regeni. Se gli interessi umani avessero prevalso su quelli economici, la verità sarebbe già venuta fuori».

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Prolungata la costudia cautelare per Patrick George Zaky

Lo studente dell'Università di Bologna è stato arrestato l'8 febbraio. Custodia cautelare confermata per altri 15 giorni. Prossima udienza fissata per il 7 marzo.

Patrick George Zaky resta in cella, per almeno altri 15 giorni. A deciderlo è stato il tribunale di Mansura, in Egitto, sul delta del Nilo. Arrestato l’8 febbraio con accuse di propaganda sovversiva, lo studente di 27 anni dell’Università di Bologna ha provato a difendersi. «Non ho mai scritto i post su Facebook per i quali mi accusano di propaganda sovversiva», ha detto il ricercatore egiziano in aula. Alla domanda del giudice: «È tuo l’account?», Zaky ha risposto di «no».

«IN BUONE CONDIZIONI»

Il Procuratore ha ascoltato i legali di Patrick sostenere nuovamente «l’infondatezza delle accuse e i vizi di forma» dell’arresto a loro avviso preceduto da un sequestro delle forze di sicurezza all’aeroporto del Cairo e da falsi nelle verbalizzazione, si è appreso da una fonte informata a margine dell’udienza. «Patrick ha detto di essere in buone condizioni e di non subire maltrattamenti» in carcere, ha riferito ancora la fonte. Circa l’account, il giovane ha ribadito che quello su cui si basa l’accusa ha tre nomi mentre quello che lui curava solo due («Patrick George», senza il patronimico «Zaky»). Fra l’altro ha sottolineato di voler «continuare gli studi» a Bologna.

AMNESTY: «UNA DECISIONE CRUDELE»

«È una decisione crudele e non necessaria, perché non c’è alcuna possibilità di inquinare prove o di modificare il corso delle indagini», ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia. Si apre «lo scenario peggiore», ha detto Noury, «la mobilitazione sarà lunga». Il rinnovo della custodia cautelare in carcere per altri 15 giorni, per prolungare le indagini sul caso di Zaky, è lo scenario «peggiore», nel senso che questi rinnovi potranno andare avanti anche per mesi. «Una decisione brutta e crudele», ha aggiunto Noury, «che non fermerà la mobilitazione per chiedere il suo rilascio. L’appello è quello di rimanere tutti quanti mobilitati, di andare avanti così. Amnesty sta studiando nuove iniziative. Pensiamo che davanti a noi si apre una campagna di medio periodo che può durare anche mesi. Ognuno faccia la sua parte fino in fondo». La prossima udienza è fissata al 7 marzo. Lo rende noto l’avvocato della sua famiglia.

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Patrick George Zaky resta in carcere in Egitto

Il tribunale di Mansoura, in Egitto, respinge l'appello presentato dagli avvocati dell'Egyptian initiative for human rights.

Patrick George Zaky resta in carcere. L’appello presentato dagli avvocati dell’Egyptian initiative for human rights (Eipr), la ong con cui il giovane studente egiziano dell’Università di Bologna collabora, è stato respinto. La decisione è arrivata il 15 febbraio 2020, in mattinata, al tribunale di Mansoura.

«NON HO FATTO NULLA DI MALE»

«Non ho fatto nulla di male», aveva detto Zaky prendendo la parola davanti al giudice. «Sono uno studente. Studio a Bologna, in Italia  per il mio master. Voglio solo tornare a studiare». Il ragazzo era rientrato in Egitto per una visita alla sua famiglia che si trova a Mansoura, ma al suo arrivo all’aeroporto del Cairo era subito stato arrestato in virtù di un mandato di cattura spiccato contro di lui, e a sua insaputa, nel 2019. L’accusa è pubblicazione e diffusione di false notizie sul proprio profilo Facebook per spingere le persone a protestare contro le istituzioni.

UNA SOLA MANETTA

In tribunale si è presentato pallido e con una sola manetta, perché la seconda, che lo legava a un altro prigioniero, gli era stata tolta. Ai cronisti italiani che gli chiedevano come stesse, Zaky ha risposto «Bene. Tutto bene». La ong per cui lavora e Amnesty International hanno più volte denunciato le violenze subite dal ragazzo durante l’arresto e la detenzione preventiva. La sala laterale della corte di Mansoura era piena. Avvocati, poliziotti, e rappresentanti di tre ambasciate diverse: Italia, Canda e Svezia. Fuori è invece rimasto il diplomatico americano. La volontà è quella di tenere alta l’attenzione sulla vicenda, perché non si verifichi un nuovo caso Regeni.

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Zaki trasferito: fissata l’udienza per la scarcerazione

Visitato dai genitori e dai legali dell'Ong Eipr per meno di un minuto. È in condizioni di detenzione «meno favorevoli» rispetto all'altro luogo, ma «non è stato maltrattato».

Patrick George Zaki è stato trasferito dalla stazione di Polizia di Mansura-2 a un’altra stazione, Talkha, a breve distanza. Ne dà notizia l’ong Eipr. La famiglia e i legali di Eipr hanno potuto visitarlo nel pomeriggio per meno di un minuto. È in condizioni di detenzione «meno favorevoli» rispetto all’altro luogo, riferiscono, ma «non è stato maltrattato».

IL 15 FEBBRAIO L’UDIENZA SULLA SCARCERAZIONE

La procura di Mansoura ha fissato a sabato 15 febbraio un’udienza che raccoglie l’appello dei legali di Zaki contro l’ordinanza dell’8 febbraio in cui le autorità egiziane hanno deciso di trattenere in custodia per 15 giorni il ricercatore egiziano studente all’università di Bologna. Se questo ricorso sarà accolto, Patrick sarà scarcerato. Se invece il ricorso verrà rigettato resta fissata l’udienza del 22 febbraio in cui i giudici decideranno se prorogare o meno la custodia cautelare di altri 15 giorni motivando la decisione con ulteriori indagini sul caso.

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Un amico di Zaky: «Anch’io rapito dai servizi segreti»

La testimonianza di Amr, che oggi vive e lavora a Berlino: «Sono stato interrogato per 35 ore e picchiato». Il timore di essere controllati anche all'estero.

Rapito dai servizi segreti egiziani e interrogato per 35 ore. Picchiato, bendato e legato. È la testimonianza di Amr, cittadino egiziano di 29 anni che da qualche anno vive e lavora a Berlino, amico di Patrick George Zaky, lo studente dell’Università di Bologna arrestato il 7 febbraio al Cairo e tuttora detenuto. «Mi hanno privato del sonno e hanno cercato di distorcere il tempo», ha detto ancora Amr, in prima fila tra coloro che in tutta Europa stanno chiedendo la liberazione di Zaky.

IL TIMORE DI ESSERE SPIATI ANCHE ALL’ESTERO

E non finisce qui. Secondo Amr, è fondato il timore che le forze di sicurezza egiziane tengano sotto controllo i cittadini del Cairo anche all’estero: «Assolutamente sì, ci sono state tante storie su questo in passato. Una volta ho incontrato un ricercatore che stava scrivendo una tesi di master proprio su questo argomento».

I GENITORI DI ZAKY: «VOLEVANO INFORMAZIONI SUI REGENI»

Intanto i genitori di Zaky, raggiunti nella loro casa a Mansura da Repubblica e Corriere della Sera, hanno raccontato: «L’hanno interrogato illegalmente per trenta ore. E poi gli hanno chiesto anche dei suoi legami con la famiglia di Giulio Regeni. Dal 2016 di quel ragazzo italiano si parla su tutti i social media e anche Patrick conosceva il caso, se n’era interessato». Ma a parte questo «nostro figlio non sa nulla, stava tornando a casa per festeggiare gli ottimi voti ottenuti e ci siamo ritrovati a portargli cibo e vestiti in prigione. Vogliamo solo che torni a casa. Ce l’hanno fatto vedere domenica. Lo rivediamo giovedì. Solo dieci minuti in parlatorio, assieme ad altri detenuti, presente un agente di polizia. Domani portiamo a Patrick i libri. Ha chiesto di studiare, vuole essere pronto per gli esami di marzo. La nostra speranza è questa sua forza».

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L’Europa accende un faro sul caso di Patrick George Zaki

Lo studente egiziano dell'Università di Bologna, arrestato all'aeroporto del Cairo, sarebbe stato picchiato e torturato dai servizi segreti. È ancora in stato di fermo.

Il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Peter Stano, ha spiegato che l’Italia ha richiamato l’attenzione dell’Unione europea sul caso di Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna e attivista per i diritti umani che sarebbe stato picchiato e torturato con cavi elettrici dai servizi segreti del Cairo. «Siamo al corrente del caso e lo stiamo valutando con la nostra delegazione», ha detto Stano, «se necessario intraprenderemo le azioni adeguate. Appena avremo raccolto più informazioni, potremo dire qualcosa di più concreto».

ERA TORNATO IN EGITTO PER UNA VACANZA

Zaky era tornato in Egitto per una breve vacanza a Mansoura. Ma una volta atterrato il 7 febbraio all’aeroporto del Cairo, secondo l’organizzazione Egyptian Initiative for Personal Rights per cui lavora il ragazzo è stato fermato dai servizi segreti. Per le successive 24 ore è totalmente scomparso. Poi, secondo i suoi avvocati, è stato portato a Mansoura e interrogato sul suo ruolo di attivista. Sarebbe stato picchiato e sottoposto a scosse elettriche.

CONTRO DI LUI ACCUSE PESANTISSIME

L’8 febbrao Zaki è apparso davanti alla procura di Mansoura per un secondo interrogatorio. E in quella sede ha saputo di essere sotto accusa per aver pubblicato notizie false con l’intento di disturbare la pace sociale, incitato proteste contro l’autorità pubblica, sostenuto il rovesciamento dello Stato e usato i social network per minare l’ordine e la sicurezza pubblica, istigando alla violenza e al terrorismo.

IL MANDATO D’ARRESTO RIMASTO SCONOSCIUTO

Su Zaki pendeva un mandato d’arresto da settembre 2019, ma il ragazzo a quanto pare ne era totalmente ignaro. Ha potuto parlare al telefono con la sua famiglia e, come riportato da Repubblica, ha confermato di essere ancora in stato di fermo. La custodia cautelare potrebbe durare 15 giorni.

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Studente dell’Università di Bologna arrestato al Cairo

Patrick George Zaky era tornato nel suo Paese per le vacanze. Attivista Lgbt, era ricercato dal 2019. Ma non lo sapeva.

Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, iscritto a un master dell’Università di Bologna, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo nella notte tra giovedì e venerdì. Lo ha confermato Amnesty International Italia. Il ragazzo, attivista per i diritti delle persone Lgbt, era rientrato in Egitto per una visita alla sua famiglia che si trova a Mansoura.

ORDINE DI CATTURA SPICCATO NEL 2019

Appena atterrato all’aeroporto del Cairo, Zaky è stato preso in custodia dalla polizia egiziana. La notizia è stata confermata sui social network anche dall’associazione locale Eipr (Egyptian Initiative for Personal rights), con cui lo studente collaborava. Da giovedì 6 febbraio i familiari hanno perso qualsiasi contatto col giovane. E dal suo arresto non avrebbe ancora avuto la possibilità di contattare il suo avvocato. Secondo quanto riferito da Amnesty International, Zaky era destinatario di un ordine di cattura spiccato nel 2019, ma non ne era a conoscenza. Non è noto cosa gli venga contestato. Amnesty ha espresso preoccupazione per le condizioni dello studente, che potrebbe essere stato torturato durante l’interrogatorio.

LE CRITICHE ALL’EGITTO

«L’Egitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali», aveva detto l’attivista all’agenzia Dire nel 2018. «La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso». Riccardo Noury ha dichiarato alla stessa agenzia che l’associazione con cui collabora Zaky «si batte per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni». Il protavoce di Amnesty ha proseguito: «Condanniamo l’arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture».

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Perché l’Egitto è sempre più insofferente nei confronti di Haftar

Al Si-si considera il generale della Cirenaica ormai incapace di imporsi sul piano militare e ha passato la gestione del dossier libico al controspionaggio militare del Cairo. Secondo Middle East Eye vorrebbe addirittura sostituirlo con un ufficiale egiziano.

È durato poche ore il bluff mediatico della Conferenza di Berlino e la verità del suo fallimento è subito emersa: nessuna tregua in atto, ma i combattimenti duri a sud Est di Tripoli, il bombardamento da parte di Haftar dell’aeroporto Mitiga di Tripoli con sei razzi e, soprattutto, il blocco delle esportazioni petrolifere imposto da Haftar hanno letteralmente fatto saltare l’atmosfera ipocrita di quell’inutile vertice.

Con scelta incredibile, infatti, i 55 punti del documento finale firmato a Berlino contenevano tutti i miraggi possibili e immaginabili (elezioni, nuovo governo, nuova costituzione, tregua e pace tra i popoli) ma non l’unico punto cogente e immediato: l’imposizione ad Haftar di togliere il blocco petrolifero, clamoroso, enorme, atto di guerra.

La realtà si è subito imposta sulla inutile sceneggiata voluta da Angela Merkel e dalla Ue e si è consumato il divorzio pieno tra i voli pindarici della diplomazia e l’escalation verticale del conflitto. Il blocco, martedì 21 gennaio, da parte della Francia, della risoluzione di condanna europea della chiusura delle esportazioni petrolifere ha poi definitivamente svelato la ipocrita realtà di una Ue spaccata drammaticamente, quindi inesistente.

LA SCELTA MASOCHISTICA DI HAFTAR DEL BLOCCO PETROLIFERO

A questo punto, manca comunque ogni certezza sulle ragioni vere alla base della scelta di Haftar, che ha anche un aspetto masochistico perché il crollo da un milione e mezzo di barili esportati ogni giorno agli attuali 70 mila colpisce anche la Cirenaica e dissangua anche le casse del generale coi baffi. Non è facile dare risposte certe a questo quesito che peraltro colpisce una popolazione sotto il “governo” di Haftar che vive unicamente dei proventi del petrolio, tre, quattro volte più numerosa di quella sotto il governo di al Serraj.

Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi

Una risposta – non certa – può essere che il generale della Cirenaica ha preso atto di non riuscire a sfondare sul piano militare. Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi (!) e l’arrivo di droni, antiaerea sofisticata dell’esercito turco a protezione delle milizie di al Serraj e dei 3-5.000 miliziani arabi e turcomanni spostati da Recep Tayyip Erdogan dalla Siria alla periferia di Tripoli pare stiano cambiando le sorti del conflitto a detrimento di Haftar.

AL SISI VORREBBE SOSTITUIRE HAFTAR CON UNO DEI SUOI GENERALI

Un segnale, non certo, non verificato, a suffragio della tesi della mossa petrolifera disperata di Haftar a fronte di una impasse sul piano militare, ci viene dalle rivelazioni del Middle East Eye che dà conto di una profonda irritazione del presidente egiziano al Si-si nei confronti di Haftar, della conseguente sua decisione di passare la gestione del dossier libico al controspionaggio militare egiziano e addirittura della volontà del Cairo di sostituire Haftar con uno dei suoi generali.

Un impianto petrolifero libico.

Le ragioni di tale crisi nei fondamentali – per Haftar – rapporti con il Cairo sarebbero da ricercare, appunto, nella sua incapacità di imporsi sul piano militare. Ora, è appurato che Haftar ha rigidamente perso tutte le battaglie che ha ingaggiato, che i suoi “successi” militari sono dovuti unicamente alla aviazione degli Emirati, all’aiuto occulto delle Forze speciali francesi e dei “mercenari” russi della Organizzazione Wagner e alla massa di finanziamenti ricevuti dall’Arabia Saudita che gli hanno permesso di assoldare qualche migliaia di miliziani dal Ciad e dai Paesi limitrofi. Ma è altrettanto vero –va detto- che il Middle East Eye non è affatto una fonte sicura e certa. Ma non è detto che ci sia qualche verità dietro queste rivelazioni.

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Viaggio al centro della prossima capitale d’Egitto

Un cantiere colossale nel mezzo del deserto. Dove sorgeranno grattacieli, laghi artificiali e il nuovo fulcro del potere. I lavori, però, arrancano. E le incognite si moltiplicano. Dal problema delle forniture idriche al rischio marginalizzazione del Cairo. Il reportage.

Quattordici secoli prima della nascita di Cristo, il faraone Amenofi IV, ribattezzatosi Akhenaton, impose all’Egitto una rivoluzione religiosa, politica e culturale. Abbandonò il politeismo, istituì il culto monoteista del dio-sole Aton e celebrò la nuova era con la costruzione di una nuova capitale Akhetaton (l’orizzonte del disco solare) che nacque nel giro di pochi anni in una striscia di deserto vergine a oriente del Nilo, a metà strada tra Menfi e Tebe. In Egitto è ancora il tempo dei faraoni. Il presidente Abdel Fattah Al Sisi che guida la nazione dal 2014, quando venne eletto con oltre il 90% dei voti per poi essere riconfermato nel 2018, sta costruendo nel deserto, a 45 chilometri a Est del Cairo, la sua nuova capitale. Il progetto di questa città è stato annunciato dal governo nel marzo 2015, l’obiettivo dichiarato è quello di trasferire nel nuovo centro tutti i ministeri e i palazzi governativi, decongestionando così Il Cairo e creando a tutti gli effetti il nuovo centro direzionale della Repubblica araba d’Egitto.

UN COLOSSALE CANTIERE CHE GUARDA VERSO SUEZ

Oggi la città, ancora senza nome, è un colossale cantiere che si raggiunge viaggiando per circa un’ora su sabbiose autostrade percorse solo da mezzi pesanti. Il risultato dovrebbe essere una moderna metropoli capace di ospitare 6 milioni e mezzo di abitanti, un aeroporto internazionale, 650 chilometri di strade, per un’estensione massima di 750 chilometri quadrati, lontana dal caos dell’attuale capitale che ha raggiunto livelli patologici, e nel contempo sufficientemente vicina al porto di Suez che dista 60 chilometri. Si vuole modernizzare il Paese con un’opera capace di attrarre investimenti, rilanciare l’economia, creare 1 milione e 750 mila posti di lavoro e far sorgere una capitale-simbolo concepita come una smart city. L’obiettivo meno dichiarato è quello di rinforzare il potere, creando una moderna fortezza governativa super sorvegliata, abitata solo da ceti medio-alti, allontanando l’amministrazione, le ambasciate e i centri nevralgici del Paese dalle rivolte di piazza che hanno fatto cadere prima il presidente Hosni Mubarak e poi sgretolato il breve interregno di Mohamed Morsi.

TRA GLI INVESTITORI LA CINA È IN PRIMA FILA

Il lavoro è in carico a un’agenzia per lo sviluppo, la Administrative Capital For Urban Development (Acud) che al 51% è partecipata dall’esercito e per il 49% dal ministero dei Servizi pubblici ed è guidata da Ahmed Zaki Abdeen, un ex generale. Un progetto di queste proporzioni richiede enormi risorse. Gli investimenti complessivi stimati ammontano a 58 miliardi di dollari, di cui 8 stanziati per la prima fase. Si conta soprattutto sul supporto di capitali esteri e sulla vendita di lotti di terreno a società, fondi, banche e istituzioni internazionali. L’Egitto ha preso in prestito fino ad oggi 4,5 miliardi di dollari dalla Cina per varare il progetto di una linea ferroviaria con Il Cairo e per erigere i 21 grattacieli, tra cui il più alto d’Africa, che diventeranno il quartiere degli affari. Non tutto però è andato come nelle previsioni. Nella prima fase del progetto, ha dichiarato ad agosto Ahmed Zaki Abdeen, sono stati venduti 7 chilometri quadrati di terreni, alcuni investitori però si sono ritirati dopo alcune promesse iniziali e le compagnie immobiliari che hanno investito hanno pagato solo un piccolo deposito del 2% rispetto al valore dei lotti.

Nel mezzo del deserto il problema maggiore saranno le forniture idriche

La Acud sta cercando di portare al 20% i depositi e si è deciso di raddoppiare il prezzo dei terreni rispetto all’offerta iniziale. Abdeen si è detto ottimista. Ha dichiarato che la sua agenzia è finanziariamente solida, i traguardi sono stati raggiunti e l’interesse internazionale è testimoniato dalla richiesta di 22 Paesi (tra cui Arabia Saudita e Cina) di acquisire i terreni per costruire le loro ambasciate. Ma l’ambiziosissima tabella di marcia che prevedeva una prima operatività nel giugno 2020 rimane di difficile attuazione. Per ora al confine del deserto spuntano panorami popolati da gru e quartieri fantasma. L’immagine da cartolina promossa dalle agenzie immobiliari è quella di un’oasi da sogno con un parco largo il doppio di Central Park, laghi artificiali, viali alberati, un parco tecnologico, piste ciclabili, un quartiere medico, teatri e musei, 40 mila camere d’albergo, un parco di divertimenti grosso 4 volte più di Disneyland e interi chilometri quadrati di pannelli solari.

La Cattedrale della Natività di Cristo, la più grande chiesa cristiana del mondo arabo

LA MOSCHEA E LA CATTEDRALE, OPERE SIMBOLO DELLA NUOVA CAPITALE

I visitatori oggi possono avere solo un’idea di quello che sarà o dovrebbe essere. Il biglietto da visita, già completato e operativo, è una cittadella protetta come un fortino. Qui sorge un hotel a 5 stelle: un tripudio di marmi e lusso con 270 stanze, 14 ville presidenziali, 60 appartamenti, 90 suites, piscine, spiagge artificiali, nove cinema, ristoranti e la più grande e attrezzata convention hall del Medio Oriente. Sono quasi ultimate poi due opere simbolo della nuova capitale, la moschea Al-Fattah Al-Aleem che sarà il più grande luogo di culto islamico del mondo dopo la Mecca e la Cattedrale della Natività di Cristo, la più grande chiesa cristiana del mondo arabo. Due opere monumentali, ma di grande significato politico per il governo di Al Sisi che ama presentarsi come il custode della libertà religiosa in Egitto.

La nuova capitale rischia di abbandonare al suo destino Il Cairo, una megalopoli di circa 20 milioni di abitanti di cui un quinto vive in povertà assoluta

Non è tutto oro quello che luccica. Nel mezzo del deserto il problema maggiore saranno le forniture idriche. La città per mantenersi e per mantenere parchi e viali alberati avrà bisogno di 650 milioni di litri d’acqua al giorno che dovrebbero provenire in gran parte dagli impianti di desalinizzazione di Ain Sokhna, nel golfo di Suez. La sostenibilità idrica ed energetica di questo progetto, in epoca di cambiamenti climatici, è un pesante azzardo. La disponibilità di acqua media pro capite in Egitto è costantemente in calo, si è passati dai 1.893 metri cubi annui del 1959 ai 700 metri cubi del 2012, ben sotto il livello di 1.000 metri cubi che segnano la soglia di povertà idrica. Inoltre, la nuova capitale rischia di abbandonare al suo destino Il Cairo, una megalopoli di circa 20 milioni di abitanti di cui un quinto vive in povertà assoluta e dove interi quartieri sono privi di energia elettrica e fognature.

L’INCOGNITA DELL’INSTABILITÀ POLITICA

Un’altra incognita è rappresentata dall’instabilità politica del Paese. In attesa di spostare il governo nella “sua” capitale, Al Sisi sta cercando con il pugno di ferro di mantenere l’ordine. Nel settembre scorso in occasione di una manifestazione anti-governativa le autorità, secondo Amnesty International, hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dall’avvento dell’attuale presidente che ha portato a oltre 2.300 arresti. Piazza Tahrir, simbolo della primavera araba, è oggi recintata e militarizzata. Quando verrà inaugurata la nuova capitale sarà forse destinata a diventare la periferia di un impero. Per molti il progetto è “too big to fail”, troppo ambizioso e grandioso per poter fallire. Ma il faraone Al Sisi non dovrebbe dimenticarsi di Akhenaton. Morì dopo 17 anni di regno, forse in seguito a una congiura di palazzo. Subì una damnatio memoriae: le sue statue vennero distrutte, i suoi monumenti abbattuti, il suo nome cancellato. Non sopravvisse neppure la capitale Akhetaton, abbandonata alle sabbie del deserto dopo la morte del sovrano.

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