Mohamed Ali e le ragioni delle proteste in Egitto contro al Sisi

Le accuse di corruzione lanciate dall'ex imprenditore vicino al governo. Ma anche la povertà dilagante e la crisi. Ecco perché nel Paese si respira l'aria di una nuova Primavera araba. Lo scenario.

L’Egitto pare essere alla vigilia di una nuova Primavera araba: proteste, arresti di massa (oltre 2.000 in meno di due settimane) e tensioni sono tornati all’ordine del giorno dal 20 settembre scorso, giorno in cui migliaia di persone si sono riversate nelle strade del Cairo, concentrandosi in piazza Tahrir, esattamente come accaduto nel 2011 prima della caduta del presidente Hosni Mubarak. Allora – era inizio anno, tra gennaio e febbraio – le proteste durarono 18 giorni. Questa volta invece si presenta un autunno caldo per il governo guidato al generale Abdel Fattah al-Sisi.

Proteste antigovernative al Cairo il 20 settembre 2019.

LA MICCIA CHE HA INNESCATO LE PROTESTE

La nuova ondata di contestazioni è cominciata il 20 settembre, al termine di una partita di calcio tra le due principali squadre del Paese. Ben presto, però, le urla dei tifosi hanno lasciato il posto agli slogan contro il presidente egiziano: «Il popolo vuole la caduta del regime» gridava la folla. Parole rilanciate nelle ore e nei giorni precedenti via social, e alimentate da Mohammed Ali, imprenditore edile che dopo aver fatto affari con l’apparato statale e militare, ha denunciato la corruzione del governo, rifugiandosi coi figli in Europa. Le proteste hanno colto alla sprovvista la polizia, che ha disperso i manifestanti ricorrendo ai gas lacrimogeni. Al Jazeera ha riferito di decine di arresti, diventati centinaia nei giorni successivi, non solo al Cairo, ma anche in altre città teatro di cortei spontanei come Alessandria, Mahallah, Damietta, Port Said e Suez.

MOHAMED ALI, L’UOMO CHE SFIDA AL SISI

Mohamed Alì ha 45 anni, è imprenditore nel settore edile e fino a qualche settimana fa aveva fatto affari con lo stesso entourage di al Sisi, ora diventato il suo nemico numero uno. Amante di maglioni a girocollo bianchi e camicie eleganti, con la sua Amalaak Group era uno dei 10 contractor del governo con appalti soprattutto per costruzioni militari. L’ex palazzinaro ha anche un passato da attore: ha recitato in un film, L’altra terra, co-prodotto dal ministero dell’Immigrazione, girato per dissuadere gli egiziani a imbarcarsi alla volta dell’Europa, ed è stato una delle star del Cairo Film Festival. Ora, però, la svolta: dopo essersi rifugiato in Spagna, con l’account MohamedSecrets su YouTube e sui social denuncia il sistema clientelare di cui lui stesso faceva parte.

L’ex attore ed ex imprenditore egiziano Mohamed Ali.

SPRECHI E CORRUZIONE: L’ATTACCO AL PRESIDENTE

Nei suoi video punta il dito contro il presidente egiziano, la moglie Intissar e i generali dell’esercito, parlando di spreco di denaro pubblico per realizzare mastodontici edifici inutili, al solo scopo di soddisfare le velleità del generale-presidente, come nel caso del raddoppio del canale di Suez, della realizzazione di una nuova capitale egiziana o della ristrutturazione – a suo dire inutile – di palazzi presidenziali. «Aprite gli occhi», ha esortato l’imprenditore, «non mi sto inventando nulla! Al-Sisi costruisce per soddisfare il suo ego. Non ci sono studi di fattibilità, non c’è bisogno di quelle opere. Basta! Bisogna ribellarsi!». Poi, dopo aver ricordato i «30 milioni di egiziani che dormono in mezzo alla strada», ha lanciato un appello al popolo egiziano a scendere in piazza in modo pacifico.

Proteste contro il presidente al Sisi.

LA REPRESSIONE E GLI ARRESTI

L’appello è stato accolto, provocando però una dura reazione da parte dell’apparato governativo: sono stati bloccati i social network e oltre 500 siti web. Si sono anche moltiplicati gli arresti. A finire in manette attivisti per i diritti umani, dirigenti dei partiti di opposizione e di estrazione islamista, docenti universitari e giornalisti, tutti accusati di aver diffuso notizie false o di far parte di reti terroristiche. Lo stesso presidente al-Sisi, prima di volare a New York per l’Assemblea Onu, in tivù si è definito «onesto, leale, affidabile», ammettendo: «Sì, sto costruendo palazzi. E allora? Pensate di spaventarmi con le vostre critiche? Continuerò a costruire. Queste opere non sono per me, sono per l’Egitto».

Supporter d Al Sisi alla contromanifestazione del Cairo il 27 settembre scorso.

LE VOCI CONTRO ALI

Non mancano voci critiche contro Ali, come quella di Whael Ghonim, ex leader della rivolta 2011 contro Mubarak, secondo cui la battaglia dell’imprenditore è mossa da un «tornaconto personale» ed è «troppo facile» perché condotta dal suo esilio estero. Nel quartiere di Nasr City al Cairo, che ospita palazzi presidenziali, governativi e insediamenti militari, il 27 settembre si è invece svolta una grande manifestazione a favore di al-Sisi, anche se resta il dubbio che a sfilare siano stati soldati di leva e dipendenti pubblici appositamente ingaggiati e retribuiti.

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LA CRISI ECONOMICA ALLA BASE DELLE PROTESTE

Ma non è solo la miccia accesa da Ali a infiammare il Paese. Dalla cacciata dei Fratelli musulmani che dal 2013 sopravvivono in clandestinità, al-Sisi ha rinnovato periodicamente lo stato di emergenza, invocando la necessità di reprimere il terrorismo (anche quello dell’Isis che colpisce nel nord del Sinai), e facendosi rieleggere due volte, l’ultima con il 97% di voti lo scorso aprile. Ma anche le condizioni economiche dell’Egitto sono preoccupanti: il debito pubblico cresce del 19% l’anno, un terzo della popolazione (32,5%) vive in condizioni di povertà nonostante gli indicatori macroeconomici indichino una crescita generale. Per la Banca mondiale il Pil segna un +5,5% annuo e l’inflazione è all’11,3%, in lieve flessione. Una crescita resa però possibile dal prestito concesso dal Fmi e dall’Arabia Saudita. Le politiche di austerity messe in atto dal governo e il taglio dei sussidi hanno colpito le classi sociali più povere che rappresentano la maggioranza del Paese.

IL SILENZIO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Nonostante le denunce da parte delle associazioni per i diritti umani per quello che è definito uno «stato di polizia» e un «regime», con arresti indiscriminati nei confronti di oppositori politici, il governo del generale al-Sisi non ha ricevuto condanne formali da parte della comunità internazionale. Una situazione spiegata anche dal fatto che il Paese è considerato una delle “roccaforti” contro l’espansione del fondamentalismo islamico e un elemento cardine nel mantenimento dei fragili equilibri nell’area mediorientale e Nord africana, dalla Libia alla Palestina, arrivando all’Iran.

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Di Maio ha detto di «aspettarsi delle risposte» su Regeni

Il ministro degli Esteri da New York: «Io e Conte abbiamo incontrato per prima cosa il presidente egiziano Al Sisi. Il governo è impegnato alla ricerca di verità e colpevoli». A che punto è la vicenda del ricercatore italiano ucciso al Cairo nel 2016.

Era uno dei temi più delicati sui cui era atteso al varco. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha parlato da New York di Giulio Regeni – il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel 2016 – nel suo debutto da titolare della Farnesina: «Il primo incontro che abbiamo avuto io e il presidente Giuseppe Conte stamattina è stato col presidente egiziano Al Sisi e ovviamente al centro dei colloqui c’è stato il caso Regeni. Noi ci aspettiamo dall’Egitto risposte il prima possibile su come intendano colpire i colpevoli di quel delitto». Il capo politico del Movimento 5 stelle ha assicurato che il governo ha intenzione di continuare a impegnarsi fino a che «non ci sarà un chiaro epilogo della vicenda Regeni, la verità su tutta la vicenda e ovviamente i colpevoli puniti».

INCONTRO TRA IL MINISTRO E LA FAMIGLIA DI GIULIO IL 7 OTTOBRE

Di Maio aveva anche fissato un faccia a faccia con la famiglia Regeni per lunedì 7 ottobre alla Farnesina. Mamma e papà di Giulio, Paola e Claudio, del resto gli avevano lanciato un appello appena si era formato il governo giallorosso: «Ora che ha il potere e la responsabilità di porre in essere quelle conseguenze minacciate nei confronti del governo egiziano, confidiamo che il ministro vorrà come prima cosa richiamare il nostro ambasciatore e pretendere la verità fino a oggi nascosta e negata».

I genitori di Giulio Regeni.

IL MINISTRO AMENDOLA: «IMPEGNO ANCHE DI MATTARELLA»

Sul tema si era espresso anche il ministro degli Affari Europei, Enzo Amendola, parlando a Radio Capital: «Io me ne sono occupato all’epoca con il ministro Gentiloni… È evidente che noi continueremo, nel rispetto di quella tragedia e anche nella difesa di alcuni valori, a chiedere alle autorità egiziane tutta la verità. È un impegno che non è solo di questo governo, ma credo che stia nelle parole anche del presidente della Repubblica».

Una foto di Giulio Regeni.

A MAGGIO LE RIVELAZIONI DI UN SUPER TESTIMONE

Sulla vicenda, che resta ancora opaca a oltre tre anni dall’accaduto, a maggio 2019 erano arrivate le rivelazioni di un super testimone, che avrebbe confessato il sequestro durante un pranzo, non sapendo di essere ascoltato: «Pensavamo fosse una spia inglese, l’abbiamo picchiato».

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Lo striscione per Giulio Regeni che campeggiava dal palazzo della Regione Friuli-Venezia Giulia.

LA SCINTILLE TRA M5S E LEGA SUGLI STRISCIONI

Politicamente, gli ex alleati Lega e M5s non andavano d’accordo sul tema Regeni: i grillini sfidarono gli esponenti del Carroccio per esempio esponendo di nuovo il celebre striscione giallo di Amnesty International da una finestra degli uffici nel palazzo della Regione Friuli-Venezia Giulia a Trieste. Proprio i leghisti lo avevano fatto togliere.

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