Morta una Repubblica se ne fa un’altra

L'dea di ripetere l’avventura del 1976 sarebbe balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Per la direzione si pensa a Verdelli. Sempre che la proprietà di Gedi decida di rimpiazzarlo con Molinari della Stampa.

E se nascesse una Repubblica due? Pare, secondo sussurri e mezze ammissioni di corridoio prontamente intercettati da questa rubrica che l’idea di ripetere l’avventura del 1976, che sarebbe ormai allo stadio di progetto vero e proprio, sia balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner.

Con quest’ultimo a fare da anello di congiunzione anche con Carlo Verdelli, che formalmente da direttore dell’attuale quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non può certo far parte di un’operazione concorrente.

Ma sarà proprio lui il direttore della nuova Repubblica, qualora la proprietà di Gedi subentrata ai fratelli Marco e Rodolfo De Benedetti decida, come sembra ormai certo, di rimpiazzarlo con l’attuale direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Cosa che verosimilmente comporterà un significativo cambio di linea editoriale e politica di Repubblica.

LA TELA TESSUTA DA GAD LERNER

Ed è proprio per la prospettiva di questo cambio di direttore e di linea che Lerner ha tessuto la tela dell’idea di far nascere nella carta stampata “una cosa di sinistra”, facendo leva sulla sua amicizia sia con l’Ingegnere – voglioso di una rivincita dopo aver perso la battaglia per evitare che i suoi figli cedessero la casa editrice che edita la Repubblica e L’Espresso – che con l’amministratore delegato della Feltrinelli, il quale, forte del successo sia nella produzione di libri sia nella gestione della catena di librerie più moderna e diffusa d’Italia, sogna di fare qualcosa di grande che non gli abbia lasciato in eredità sua madre Inge.

TRA LE FIRME DA INGAGGIARE SERRA, DE GREGORIO E MERLO

Lerner, nel frattempo, sta stilando la lista delle firme da ingaggiare. Tra quelle attualmente in forza a Repubblica, si dice che in cima alla lista ci siano Michele Serra, Concita De Gregorio e Francesco Merlo. Un punto interrogativo è invece apposto a fianco del nome di Ezio Mauro: non si sa se l’ex direttore di Repubblica vorrà essere della partita.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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L’Italia e quell’eccellenza nascosta nella filiera del libro

Carte, font e rilegature tra le più raffinate. Nel confezionare un oggetto che torna ad affascinare anche i più giovani siamo tra i migliori al mondo. Eppure sono in pochi a rivendicarlo.

Lo scorso 14 novembre, mentre presentava le novità e le (molte) partecipazioni dell’edizione di gennaio 2020, il direttore generale di Pitti Immagine, Agostino Poletto, ha annunciato, semi-ufficialmente perché il primo comunicato uscirà il 17, il lancio di “Testo. Come si diventa libro”, primo salone dedicato alla filiera di quel magico oggetto a cui, complice il progressivo e ormai irreversibile spostamento della lettura dei giornali su tablet e in generale il calo della stampa periodica, stanno lentamente tornando, affascinati, anche i giovani.

TRE GIORNI DI APPUNTAMENTI ALLA LEOPOLDA

Carte, inchiostri, penne, caratteri di stampa, soluzioni di alta tecnologia e di altissima manualità, lastre e ogni altra meraviglia di composizione: tre giorni dal 22 marzo, presumibilmente alla Leopolda. Non stiamo nella pelle, fosse pure il cuoio marocchino delle belle rilegature, quelle con le filettature e le incisioni in oro che certi cafoni comprano ancora al metro per adornarne la libreria e non aprono mai. Malissimo per loro perché il libro, come da radice etimologica, rende liberi (sia noi latini sia gli anglosassoni abbiamo alle origini dei sostantivi che indicano il libro la corteccia degli alberi su cui è presumibile venissero tracciati i primi segni e le prime comunicazioni scritte: la radice germanica è bok, faggio. Noi abbiamo esteso il concetto di liber alla libertà e ci piace molto) e in genere anche molto creativi.

IN ITALIA UNA TRADIZIONE SECOLARE NEL CONFEZIONAMENTO DEI LIBRI

Poche ore fa ci siamo trovati fra le mani il nuovo diario dell’anno realizzato da Christian Lacroix con inserti 3D, figure pop up, passaggi diversi di colore metallizzato sulle pagine e non lo avremmo mai riposto sullo scaffale se il costo (70 euro) non ci fosse sembrato davvero proibitivo per l’uso zero che ne avremmo fatto. Al nostro posto l’ha preso una ragazzina e ci siamo rallegrate per lei, che avrà tutte quelle pagine libere per scrivere e sognare. Noi italiani, sull’oggetto libro, siamo davvero bravissimi: quando possiamo, insistiamo sempre con la casa editrice che va pubblicandoci perché usi carte italiane, trattate come si conviene e senza sbiancatori o additivi inquinanti come avviene in Oriente, in principal modo la Cina, da dove giungono certe carte bianchissime e a grammatura 250 che alcune maison di moda – loro massima colpa – prediligono per i propri volumi perché le fotografie vi risaltano come non avverrebbe mai senza tutti quegli sbiancamenti e quelle lacche. Ormai sappiamo pochissimo sulla nostra abilità nella confezione di un libro, eppure siamo da secoli fra i migliori, insieme con i cinesi.

ALL’ORIGINE DEI FONT E DELLE STAMPE PIÙ RAFFINATE

Bibbia di Gutenberg a parte, l’Italia del Nord e del Centro (principalmente le Marche) hanno sviluppato l’oggetto-libro e la sua infinita seduzione come nessuno mai. Siamo all’origine dei font e delle stampe più raffinate, per oltre tre secoli patrimonio quasi esclusivo di Venezia, meravigliosa città martoriata dall’insipienza corrotta e il pensiero ci corre a quella meravigliosa prima edizione del Book of Snobs di William Thackeray che abbiamo sfogliato qualche settimana fa prendendolo dalla piccola biblioteca del Gritti e che speriamo non sia finito sott’acqua insieme con gli arredi e con mezza città.

IL LIBRO NON CORRE IL RISCHIO DELLA “STAMPA SESSUALIZZATA”

Venezia, città cosmopolita, dunque e ancora libera, colta e trasversale, ha dato i natali ad alcuni fra i grandissimi editori e stampatori, come Aldo Manuzio si intende, ma anche alle prime grandi scrittrici e alle prime giornaliste-direttrici di femminili, e qui arriviamo al secondo punto di queste riflessioni sulla carta stampata. Dicono le ultime classifiche sulla vendita dei magazine patinati che le testate femminili vecchia maniera, con gli argomenti “da femmine” piacciano sempre di meno. Siamo alla fine della “stampa sessualizzata”, titolava l’altro giorno la più rilevante delle testate business to business della moda, The Business of Fashion, e a guardare gli ultimi numeri di GQ Us o di testate come Vice sembra proprio che sia così. A restare attaccati al concetto del calendario maschile con la femmina nuda in allegato al numero di novembre sono rimasti solo certi personaggi residuali e un po’ macchiettistici, mentre la stragrande maggioranza delle donne cerca anche su riviste ufficialmente femminili argomenti trasversali. Noi stesse abbiamo faticato a definirci autrici, o per un lungo periodo direttrici, di testate femminili: ci sembrava, già 10 anni fa, che sessualizzare una testata fosse riduttivo, che il tal servizio di cucina potesse apparire su una rivista maschile (conosciamo un numero più elevato di bravi cuochi anche fra i nostri amici che di cuoche eccellenti) o che l’inchiesta sul razzismo potesse interessare un pubblico generale. Adesso, dicono gli osservatori che le società di ricerca di mercato stiano rivedendo i propri criteri di valutazione sull’efficacia o meno di una testata. Questo, in generale ed escludendo certi romanzetti, con il libro non succede mai.  Il libro nasce genderless. Basta che sia scritto bene.

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Carlo De Benedetti ha lasciato presidenza onoraria del gruppo Gedi

Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza onoraria di Gedi. «Confermando le mie divergenze sulla condizione e prospettive dell’azienda, per..

Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza onoraria di Gedi. «Confermando le mie divergenze sulla condizione e prospettive dell’azienda, per coerenza rinuncio alla carica di presidente onorario», ha spiegato De Benedetti. «Prendiamo atto della sua decisione di rinunciare alla carica di presidente onorario e desideriamo esprimere il nostro ringraziamento per il contributo determinante da lei fornito alla società negli ultimi 40 anni», è stata invece la risposta del Cda del gruppo editoriale.

CIR HA CONFERMATO IL “NO” ALLA PROPOSTA DI ACQUISTO

Sul fronte societario la Cir, che gestisce il gruppo editoriale, ha definito «irricevibile» la proposta inviata da Carlo De Benedetti lo scorso 11 ottobre: «non concordata né sollecitata per l’acquisto di una partecipazione del 29,9% in Gedi». La posizione è stata confermata da tutti i consiglieri del Gruppo, «in quanto contraria all’interesse sociale».

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