Perché dalla Colombia al Cile l’America Latina si sta infiammando

La protesta per il carovita è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sul banco degli imputati le politiche neo-liberiste e l'assenza di welfare. Lo scenario.

L’America Latina è in fiamme. Dopo le proteste e gli scontri in Ecuador contro le misure d’austerity del presidente Lenin Moreno, altri fuochi si sono accesi. Anche se con i dovuti distinguo, l’obiettivo è ovunque lo stesso: cambiare la politica neo liberista che da anni depreda le risorse naturali di molti Paesi aumentando le differenze socio-economiche. E ovunque la risposta dei governi è stata la medesima: repressione violenta.

IL DOMINO DELLE PROTESTE: DALLA COLOMBIA ALL’HONDURAS

Scene da guerriglia urbana, mezzi pubblici dati alle fiamme e vandalizzati, saccheggi, violenze e cariche della polizia hanno incendiato le strade di Cile, Colombia, Haiti, Honduras e Bolivia. In questi due ultimi Paesi, le proteste sono dichiaratamente anti-governative: nel primo caso contro la corruzione e i presunti legami con il narcotraffico di cui a New York è accusato il presidente Juan Orlando Hernández; nel secondo i cittadini contestano Evo Morales appena rieletto per sospetti brogli elettorali.

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In Colombia invece si scende in piazza contro il carovita e, soprattutto, per i 155 leader per la difesa dei diritti umani uccisi nei primi mesi di quest’anno. Le ultime vittime sono state padre Jhony Ramos e il leader indigeno Jairo Montaño.

Studenti in corteo a Bogotà in Colombia (Getty).

A Haiti l’obiettivo delle proteste è il presidente Jovenel Moise ritenuto responsabile sia dell’aggravarsi della situazione economica di un Paese che è già il più povero del continente sia della crisi politica visto che da marzo non è ancora riuscito a formare un governo.

IN CILE TORNA L’INCUBO DELLA DITTATURA

Ma le proteste hanno incendiato soprattutto il Cile, considerato un modello nel Sudamerica, tanto che si parla di “miracolo cileno”, riportando il Paese all’incubo della dittatura di Pinochet terminata nel 1990. Il bilancio parla di una ventina di morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti. A nulla è valso il rimpasto di governo annunciato dal presidente Sebastián Piñera, tra l’altro il terzo in 15 mesi. Le proteste sono continuate, insieme alle violenze.

L’ONDA PARTITA DAGLI STUDENTI

A scatenare la rivolta il 18 ottobre l’aumento dei biglietti dei mezzi pubblici. Ma è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso visto che era da anni che lo scontento serpeggiava. Perché se è vero che il Cile è il Paese più ricco del Sudamerica con un Pil pro capite di circa 24 mila dollari e una crescita nell’ultimo decennio pari al 3% è anche quello con una delle maggiori disuguaglianze sociali dell’America Latina.

Proteste in Cile contro il presidente Sebastian Piñera (Getty).

«Questa esplosione sociale è un momento di verità», spiega a Lettera43.it Mauricio Basaure, specialista in movimenti sociali dell’Universidad Andrés Bello di Santiago. «Già si sapeva che il modello economico cileno, apparentemente di successo, si fondava su premesse insostenibili». Disuguaglianze, welfare praticamente inesistente, soprusi quotidiani, aumento dei prezzi, e in generale la precarizzazione della vita. Sono questi per il ricercatore i motivi che hanno portato alle recenti violenze. Proteste che sporadicamente erano cominciate già nel 2011.

L’ESPLOSIONE DEL MALCONTENTO

Non si tratta di un movimento organizzato, ma di «un’insurrezione spontanea e trasversale che ha coinvolto diversi settori della società», continua Basaure. «Gli studenti hanno raccolto la solidarietà di diverse organizzazioni della società civile. La gente è scesa in strada, il tipico caserolazo (le locali manifestazioni rumorose e pacifiche, ndr), alzando la voce anche senza un motivo specifico e una causa comune, ma solo per manifestare uno scontento che serpeggia da anni tra la popolazione cilena».

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Insomma non si tratta dei 30 pesos in più del biglietto della metro ma di «30 anni di abusi e violazioni di una dittatura militare e neoliberista». È uno degli slogan dei manifestanti, dice Constanza Sifuentes, portavoce della Coordinadora feminista 8M, una delle associazioni più agguerrite. Nessuno crede in una soluzione facile. Né lo Stato né i manifestanti.

L’ultimo bilancio della proteste cilene parla di 18 morti e 2.600 arresti.

Il governo ha subito parlato di guerra, ha criminalizzato la piazza e messo in atto una repressione militare indiscriminata dichiarando lo stato di emergenza e il coprifuoco come in Ecuador. Anche se il presidente ha cercato un dialogo. «Chiediamo un cambiamento sociale e politico profondo», continua Sifuentes. «In primis la redistribuzione della ricchezza e misure socio-assistenziali, altrimenti non arriveremo a nessun accordo».

Le proteste degli indigeni a Quito, in Ecuador, il 13 ottobre scorso (Getty).

RICHIESTE COMUNI AI PAESI IN LOTTA

«È difficile che il governo ceda», aggiunge a questo proposito Basaure. «Come può un governo di destra e neo-liberista adottare misure socialdemocratiche? Tra l’altro finora l’unica reazione è stata la repressione». Le richieste cilene, ricorda Sifuentes, sono le stesse avanzate dagli altri Paesi sudamericani. «La gente si sta organizzando per costituire movimenti popolari di autorganizzazione sociale intorno alle richieste comuni di giustizia sociale, rispetto delle comunità indigene, uguaglianza di genere, contro lo sfruttamento delle risorse. Movimenti che si sono creati negli ultimi 30 anni in tutto il continente». Un incendio destinato a espandersi. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, tra l’altro additato come nemico numero 1 dai manifestanti, il Sudamerica crescerà dello 0,2%.

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