Salario minimo, la maggioranza non trova l’accordo: torna la proposta dei 9 euro l’ora


La maggioranza non trova l'accordo sul salario minimo orario e fa un passo indietro, tornando alle posizioni di oltre una settimana fa. Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha infatti riproposto la soglia dei 9 euro lordi l'ora che era stata accantonata per facilitare il dialogo. Chi sono i lavoratori che verrebbero coinvolti nel caso in cui la soglia rimanga questa?
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Fs Italiane: Battisti a Bruxelles per lo sviluppo della rete ferroviaria europea

L'amministratore delegato ha incontrato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni e i deputati della Commissione trasporti dell'Europarlamento.

Mercati internazionali, Corridoi TEN-T, piano d’investimenti per il Sud Italia e sistema ERTMS per lanciare l’Italia come protagonista della sfida per lo sviluppo di una rete ferroviaria europea concorrenziale, sempre più sicura e interoperabile. Sono questi i temi principali che Gianfranco Battisti, amministratore delegato e direttore generale del Gruppo FS Italiane, ha affrontato nel corso degli incontri istituzionali svolti a Bruxelles con il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il Commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni e i deputati della Commissione trasporti del Parlamento europeo.

In particolare si è discusso della pianificazione delle attività propedeutiche all’ingresso di FS Italiane nell’alta velocità ferroviaria francese e spagnola, e sulle nuove iniziative per l’esercizio della futura rete AV inglese. Inoltre, si è parlato della revisione della rete transeuropea per una maggiore integrazione dell’Italia con la rete europea, soprattutto nei Balcani dove si stanno portando avanti nuove iniziative di sviluppo.

Il Gruppo FS Italiane sta anche lavorando, con altre compagnie ferroviarie europee, a nuovi sistemi di alimentazione energetica complementari a quelli elettrici, con l’uso dell’idrogeno e delle batterie, e all’implementazione di un centro di eccellenza europeo European Rail Traffic Management System (ERTMS) con sede in Italia.

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Su Imu e Tasi si risparmia rideterminando la rendita catastale

Come si può pagare notevolmente meno sulle imposte locali dovute per gli immobili a destinazione speciale.

La nostra esperienza professionale ci insegna che spesso la rendita catastale degli immobili a destinazione speciale (censiti nella categoria catastale “D”) non è correttamente determinata perché, per esempio, non tiene conto delle novità legislative intervenute nel tempo o dei chiarimenti forniti dalla prassi ministeriale, che potrebbero ridurne il valore e, per l’effetto, ridurre l’Imu e la Tasi dovute dal proprietario.

COSA SONO GLI IMMOBILI A DESTINAZIONE SPECIALE

Ai sensi dell’art. 8 del D.p.r. 1142/1949, gli immobili a destinazione speciale (opifici, alberghi e pensioni, teatri, cinematografi, sale per concerti, case di cura e ospedali, istituto di credito, cambio e assicurazione, fabbricati e locali per l’esercizio di attività industriali, commerciali, sportive, agricole, edifici galleggianti o sospesi assicurati a punti fissi del suolo, ponti privati soggetti a pedaggio) sono quelli costruiti per le speciali esigenze di un’attività industriale o commerciale e non suscettibili di una destinazione estranea alle esigenze suddette senza radicali trasformazioni.

COSTO AZIENDALE NON TOTALMENTE DEDUCIBILE

Le rendite catastali di detti immobili determinano la base imponibile dell’Imu (e della Tasi che, a decorrere dal 2020, è stata unificata all’Imu); imposta questa che, di fatto, grava pesantemente sui conti economici delle aziende, essendo, inoltre, un costo aziendale non totalmente deducibile dal reddito imponibile.

LEGITTIMA RIDUZIONE DELLA RENDITA

Ne deriva che una legittima riduzione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale determina una legittima riduzione dell’Imu (e Tasi) dovuta del proprietario, con conseguenti effetti benefici per l’economia aziendale, sia in termini di aumento dei flussi di cassa netti, sia di accrescimento del valore dei relativi asset immobiliari.

UN TEAM CON SPECIFICHE COMPETENZE

Il dipartimento di diritto tributario della sede romana di Grimaldi Studio Legale, guidato da Riccardo Salvatori, assieme ai tecnici di CfC Adivice S.r.l. hanno costituito un team di lavoro che ha maturato e consolidato specifiche competenze in tale ambito, completate da una profonda conoscenza delle norme di settore, della relativa giurisprudenza e prassi amministrativa.

SI BENEFICIA DI NOTEVOLI RISPARMI

Il team, attraverso uno specifico know-how e una dettagliata analisi dei dati tecnici, eseguita con metodologie tecnico-estimative esclusive, attribuisce il corretto valore della rendita catastale per tutti gli immobili censiti in categoria catastale “D”, consentendo ai propri clienti di beneficiare di notevoli risparmi sulle imposte locali dovute (in alcuni casi, il risparmio è stato del 30% annuo).

COMPRESA ANCHE LA CATEGORIA “E”

L’intervento del team, può avere a oggetto, oltre agli immobili di categoria catastale “D”, anche gli immobili a destinazione particolare (censiti nella categoria catastale “E”) e prevede una remunerazione “a successo”.

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Air Italy, in vendita biglietti per la Sardegna fino al 16 aprile: voli con equipaggio a noleggio


Air Italy, la compagnia aerea, messa in procedura di liquidazione da parte dei soci, Qatar Airways e l'Aga Khan, ha fatto sapere di aver aperto le vendite dei biglietti da Olbia a Roma Fiumicino e Milano Linate e viceversa, solo tramite call center e biglietterie aeroportuali, per viaggi che saranno effettuati fino al 16 aprile da aerei ed equipaggio a noleggio. De Micheli: "Impegno del Governo a sostenere i lavoratori coinvolti".
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Autogrill: rinnovato il contratto per l’aeroporto di Las Vegas

Autogrill, attraverso la sua controllata HmsHost, ha prolungato per ulteriori 7 anni, dal 2028 al 2035, la gestione dei servizi..

Autogrill, attraverso la sua controllata HmsHost, ha prolungato per ulteriori 7 anni, dal 2028 al 2035, la gestione dei servizi di ristorazione nel McCarran International Airport di Las Vegas. L’accordo, appena approvato dal consiglio dei commissari della Contea di Clark, prevede ricavi stimati per il gruppo per circa 1,5 miliardi di dollari nel periodo e un ulteriore miglioramento dell’offerta, già oggi rappresentata da oltre 60 ristoranti gestiti da HmsHost, attraverso un rinnovo dei format esistenti e l’apertura di nuovi locali. Il McCarran International Airport è uno dei primi 10 aeroporti degli Stati Uniti. Con un traffico sempre in crescita negli ultimi nove anni, nel 2019 il McCarran ha battuto il suo record storico con 51,5 milioni di passeggeri (+3,8% rispetto al 2018). «Siamo estremamente soddisfatti di questo nuovo importante accordo, che rafforza la solida partnership con il McCarran International Airport e conferma la posizione di leadership del nostro gruppo nel canale aeroportuale in Nord America», ha detto Gianmario Tondato Da Ruos, ceo del gruppo Autogrill. «Grazie a una piattaforma di concessioni unica e alla nostra eccellenza operativa, siamo un punto di riferimento per l’intero settore e un partner di fiducia per i più importanti landlord del mondo».

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Dopo Ubi – Intesa è il turno di Montepaschi? Ecco le altre banche pronte a passare di mano


Dopo il matrimonio a sorpresa tra Intesa San Paolo e Ubi Banca, il risiko delle banche potrebbe non fermarsi: nel mirino, quegli istituti usciti con le ossa rotte dalla crisi, da Monte dei Paschi di Siena alla Banca Popolare dell’Emilia - Romagna. Un indizio? Le norme fiscali recentemente approvate dal governo: che spingono le piccole banche nella pancia dei grandi colossi.
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Secondo Pasquale Tridico il taglio del cuneo fiscale costerà oltre 7 miliardi di euro


Secondo il presidente dell'Inps, Pasquale Tridico, il taglio del cuneo fiscale, a regime, costerà 7,1 miliardi di euro. La stima tiene conto dell'estensione della platea rispetto al bonus di 80 euro di Renzi. Al momento, nella legge di Bilancio sono previsti 5 miliardi per la misura: ciò significa che il governo dovrà trovare altri 2 milirdi di risorse.
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Ubi-Intesa, Unicredit e il crac popolari: così le banche lasceranno a casa 30mila persone in 2 anni


La fusione del primo gruppo bancario italiano col terzo nasconde in realtà 5000 esuberi, che fanno il paio coi 6000 di UniCredit, quelli di Mps e di Popolari di Bari. Un totale di 30mila posti di lavoro in meno, cui si sommano i 50mila del decennio 2008-2018: un’emorragia occupazionale spaventosa, che in molti fanno finta di non vedere.
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Coronavirus, le aziende cinesi congelano 1.600 commissioni: danno da 13 miliardi di euro


La Cina ha prodotto oltre 1.600 documenti che attestano la cause di forza maggiore per proteggere le aziende dai danni legali derivanti dal focolaio del coronavirus. Il China Council for the Promotion of International Trade (CCPIT) ha emesso 1.615 certificati fino a venerdì, 14 febbraio, per le aziende che operano in oltre 30 settori, per un valore contrattuale totale di 109,9 miliardi di yuan (circa 13 miliardi di euro).
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Coronavirus, banca giapponese Nomura: “Alta probabilità che l’Italia scivoli in recessione nel 2020”


La banca d'affari giapponese Nomura ha fatto una stima dell'impatto del coronavirus a livello globale, prevedendo che avrà un effetto considerevole sull'economia italiana: l'Italia ha un'alta probabilità di scivolare in recessione nel 2020, con un Pil in calo dello 0,1% nell'anno (molto al di sotto dello 0,6% previsto dal governo).
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Castelli: “Inseriamo il ruolo centrale delle imprese in Costituzione. Meno tasse e burocrazia”


La viceministra Laura Castelli, riprendendo le parole della vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli, rilancia il tema della centralità delle imprese in Italia: "È giunto il momento di sdoganare il ruolo centrale dell'impresa riconoscendogli quello di chi crea valore nella società. Credo si debba avviare una riflessione seria sul tema, arrivando anche ad inserire il concetto in Costituzione".
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Arriva il nuovo bonus nido, fino a 3.000 euro a famiglia: chi può accedere e come fare domanda


Il bonus nido 2020 prevede maggiori risorse e un assegno mensile più alto per le famiglie che iscrivono i figli all'asilo nido o ricorrono all'assistenza domestica nei casi previsti dalla normativa. I nuclei familiari possono accedere a rimborsi annui fino a 3mila euro. Andiamo a vedere quali sono i requisiti per accedere e come presentare domanda.
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Gli Usa alzano i dazi ad Airbus ma non all’Italia

L'aliquota passa dal 10 al 15% per i velivoli prodotti in Europa. Ferma al 25% di ottobre quella dei prodotti alimentari.

Gli Stati Uniti hanno deciso di aumentare i dazi sui velivoli Airbus importati dall’Europa dal 10% al 15% a partire dal 18 marzo. Lo ha annunciato l’ufficio del rappresentante del Commercio americano, sulla base della sentenza Wto contro i sussidi pubblici europei al consorzio Airbus. «Con la leadership del presidente Trump, gli Usa hanno vinto il più grande premio nella storia del Wto il 2 ottobre del 2019 quando sono state autorizzate contromisure su 7,5 miliardi di beni» per pratiche commerciali scorrette nell’Unione europea e nel Regno Unito, si legge nella nota del rappresentante al Commercio americano. A ottobre del 2019, Washington aveva imposto tariffe del 10% agli aerei di Airbus e del 25% su vari prodotti europei, in gran parte del settore agroalimentare (anche italiano), dai formaggi alle olive, dai vini al whisky. Washington si dichiara comunque disponibile ad raggiungere un accordo negoziato sulla disputa relativa ai sussidi ai colossi dell’industria aerea. In aprile è attesa un’analoga sentenza del Wto sui sussidi pubblici Usa all’americana Boeing.

NON SI ALZANO I DAZI AI PRODOTTI ITALIANI

Sospiro di sollievo per l’Italia, che esce indenne dalla revisione americana. Dal confronto tra i codici doganali riportati dall’ufficio del rappresentante Usa per il commercio (Ustr), nelle due liste di ottobre e odierna non risultano infatti colpiti prodotti italiani. È stato quindi scongiurato il rischio che la revisione potesse estendersi ad altri importanti settori del nostro export sul mercato Usa. Gli Usa hanno deciso di non alzare i dazi al 25% imposti lo scorso ottobre a vari prodotti europei (compreso il Parmigiano) e hanno fatto solo lievi modifiche alla lista, rimuovendo per esempio il succo di prugna ma aggiungendo i coltelli da cucina importati da Francia e Germania. L’ufficio per il commercio Usa si riserva comunque di cambiare le merci colpite dalla tariffe. Resta la dura botta per Airbus. «Un grande dispiacere», ha commentato il costruttore europeo. In una nota – riportata dall’agenzia Bloomberg – Airbus ha affermato di voler continuare la discussione con gli Usa con l’obiettivo di «mitigare gli effetti di tariffe il più possibile». La decisione – secondo Airbus – penalizza anche le richieste delle compagnie aeree Usa che dovranno ora pagare queste tariffe.

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L’Italia dei pensionati felici e dei giovani impoveriti

Nel nostro Paese regna la retorica della vecchiaia miserabile e indigente. Non che non esista, ma i dati dicono che la vera emergenza è rappresentata dalla fascia compresa dai 15 ai 24 anni. Che si chiede perché dovrebbe pagare contributi per un assegno che forse non percepirà mai.

«Che succede, ragazzo?». «Niente vecchio, non mi tornavano i conti, ne mancava uno». È il dialogo finale di Per qualche dollaro in più fra Lee Van Cleef e Clint Eastwood.

Perfetto per sintetizzare in una riga le tante questioni aperte del rapporto giovani-vecchi nel nostro Paese.

A partire dai conti (anagrafici, generazionali, sociali, lavorativi, pensionistici) che non tornano più. E dunque ci obbligano a rifarli, ma in un contesto e in uno scenario letteralmente sottosopra. Per dirne solo una, mentre l’Istat certificava che nel 2019 sono crollate le nascite, un dato che ci riporta al 1861, la popolazione egiziana ha toccato quota 100 milioni.

I GIOVANI SONO VITTIME DI POLITICHE SCIAGURATE

Il crescente invecchiamento della popolazione è in tutto l’Occidente una questione epocale. Però in Italia aggravata dalla sottovalutazione di un fenomeno che investe pesantemente giovani e giovanissimi che stanno pagando il conto, via via più salato, di politiche sciagurate. Perché di breve respiro, non sostenibili a medio-lungo termine, soprattutto se, come concordano le previsioni più accreditate, aumenterà la durata media della vita e si ridurranno le nascite, in un contesto di bassa crescita economica, inefficienza di sistema, dispersione del capitale umano giovanile.

LA GUERRA DI RELIGIONE PENSIONISTICA

Ma preliminare a ogni altra considerazione è lo scarto enorme, che da 20 anni non viene scalfito, esistente tra l’infinità di studi seri e la messa in campo di efficaci interventi correttivi. Al punto da trasformare una legittima, ma sconsiderata, opposizione alla Legge Fornero, in una guerra di religione pensionistica, che ha prodotto il populistico Quota 100. Ovvero come mandare in pensione anticipata gente di 60 anni, dunque ancora giovane secondo gli standard attuali di longevità, che aveva un lavoro, in nome di una fantomatica liberazione di posti per i più giovani.

LEGGI ANCHE: La lotta non è più di classe, ma tra generazioni

Il risultato, al momento il solo, è stata la messa in crisi di numerosi settori (in primis la sanità pubblica), trovatisi con molti ruoli e funzioni scoperti, in assenza di un turnover programmato. Con colpevole disprezzo di un’evidenza conclamata che registra tassi d’occupazione complessivi maggiori in Paesi dove l’età pensionabile è più elevata (Svezia) o dove si può continuare a lavorare senza limiti d’età (Usa), o se si è dipendenti pubblici si può restare al lavoro sino a 80 anni (Giappone). 

L’ITALIA È IL PAESE PIÙ VECCHIO D’EUROPA

Tuttavia non è sugli effetti deleteri del populismo pensionistico che voglio puntare l’attenzione. Bensì sulla situazione sociale, che è anche psicologica e, se mi passate il termine, sentimentale della Terza età e pure della Quarta. Che da un po’ di anni vede aumentare in modo consistente le persone che superano largamente gli 80 anni, andando a costituire una platea di popolazione destinata ad allargarsi sensibilmente. Con tutti i problemi sanitari, economici, sociali del caso.

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Già oggi gli over 65 – dati Eurostat sulla popolazione 2017- sono il 34,8% della popolazione e con tale dato siamo il Paese più vecchio dell’Europa comunitaria (29,9% è la media). E il secondo al mondo dopo il Giappone (con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani). Nel contempo, come abbiamo già detto, la natalità ha registrato il picco più basso nell’anno appena passato. 

ABBIAMO TASSI DI LONGEVITÀ DA PRIMATO

Tuttavia gli over 60 italiani rispetto ai loro coetanei europei e mondiali hanno un tasso di longevità da primato. A integrazione di alcune considerazioni di due settimane fa, riporto testuale dall’Osservatorio salute 2019, «l’Italia secondo gli ultimi dati disponibili di fonte europea Eurostat, nel 2016 si colloca al primo posto per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni) e al terzo posto dopo Spagna e Francia per le donne (85,6 anni), a fronte di una media dei Paesi dell’Unione europea di 78,2 anni per gli uomini e di 83,6 anni per le donne. Anche rispetto agli anni di vita attesa all’età di 65 anni gli uomini e le donne italiane vivono più a lungo rispetto alla media europea (rispettivamente, 19,4 anni vs 18,2 anni e 22,9 anni vs 21,6 anni)».

LA RETORICA DELLA VECCHIAIA INDIGENTE E MISERABILE

Insomma chi ha l’età in Italia se la passa piuttosto bene anche dal punto di vista del benessere psico-fisico e della qualità della vita. È sempre Eurostat a certificare che in Italia ci si ammala meno, anche nelle patologie più gravi e diffuse come il diabete. E che problemi di minore autosufficienza o ridotta capacità di amministrarsi da soli cominciano a porsi dopo i 75 anni. Però a tenere banco mediatico sono di norma i casi di vecchiaie indigenti e miserabili. Che certo esistono e sono avvilenti. Ma che fanno velo e spesso distorcono o addirittura nascondono una realtà molto migliore di quella raccontata, soprattutto dalla tivù ultra-populista di Rete4 e dai sindacati. 

LA CLASSIFICA DELLA POVERTÀ

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è noto da tempo. Ma non si pensava, e credo molti converranno, che l’Italia fosse, anzi sia, visto che il dato è molto recente, uno dei Paesi in cui la popolazione over 65 è meno povera, o ben più ricca di quel che si pensa, di tanti altri Paesi che nella percezione comune dovrebbero stare molto meglio di noi. Spectator Index sulla base di dati Ocse ha twittato a inizio settimana una tabella sulle persone oltre i 65 anni che vivono in condizioni di povertà, che è clamorosa. Ma forse proprio per questo passata sotto silenzio mediatico.

In testa a questa poco onorevole classifica troviamo Australia (35,5%), Usa (21,5%) e Giappone ( 19,4%) che sono rispettivamente il quarto, primo e secondo Paese più ricco al mondo. L’Italia è in posizione mediana, ma migliore di Gran Bretagna e Germania. Però ancor più sorprendente è il 6,9% della Grecia. Mentre il 2% dell’Olanda è l’ulteriore conferma di una Paese che è primatista in tutti i campi civili e sociali. Il 3,9% della Francia indirettamente spiega, invece, perché i francesi si stanno rivelando i più accaniti in Europa nell’opporsi a ogni riforma pensionistica.

SONO I GIOVANI A PASSARSELA PEGGIO

Ora se provassimo a fare gli stessi conti chiedendoci quanti sono i giovani fra i 15-24 anni che vivono in condizioni di povertà avremmo la prova, visto che in questa fascia d’età la disoccupazione è al 28,9% (dati Eurostat e Istat di ottobre 2019), che è giovanile la vera emergenza, economica e sociale. I veri poveri, i nuovi poveri sono loro: giovani uomini e giovani donne che trovano difficile capire perché dovrebbero pagare contributi per una pensione che non percepiranno. Ma la misura di questa realtà italiana capovolta, e sempre più ingiustificabile, visto il crescente depauperamento della meglio gioventù che scappa all’estero (nel 2018 sono partiti 117 mila italiani di cui 30 mila laureati) lo offre l’impietoso confronto fra pensioni dei vecchi e stipendi dei giovani. Lo stipendio medio d’ingresso dei 24-35enni (Osservatorio JobPricing) è di 23.586 euro, fra i più bassi d’Europa, mentre un pensionato su quattro (24,7%) si colloca nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro lordi. Ribadire che i conti  proprio non tornano è il minimo. Anche perché leggendo per bene il settimo Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, come ha fatto nei giorni scorsi Alberto Brambilla sul Corriere della Sera, si scopre che la pensione in Italia è come vincere un terno al lotto. Visto che, per quanto basse siano, il 36% delle pensioni viene pagato a persone che non hanno mai pagato i contributi e che su 16 milioni di pensionati circa il 50% è parzialmente o del tutto assistito dallo Stato.

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Eurizon Capital Real Asset SGR, la NewCo di Eurizon

La società di asset management del Gruppo Intesa Sanpaolo amplia la sua offerta sugli investimenti alternativi di private market.

Una NewCo specializzata nell’investimento in asset class alternative, focalizzate sull’economia reale, operativa dal 31 dicembre 2019. È questo Eurizon Capital Real Asset SGR, presentata martedì 11 febbraio da Eurizon, società di asset management del Gruppo Intesa Sanpaolo. Si tratta di un progetto che vuole proporre un’offerta distintiva sugli investimenti alternativi di private market, per soddisfare i bisogni di extra-rendimento della clientela privata e istituzionale di Eurizon, garantendo investimenti a diretto beneficio delle imprese per sostenere la crescita del sistema produttivo.

CRESCITA DELLA DIVISIONE ASSET MANAGEMENT

Eurizon Capital Real Asset SGR si inserisce nella realizzazione del Piano di Impresa 2018-2021 del Gruppo Intesa Sanpaolo e rappresenta uno dei pilastri di crescita della Divisione Asset Management. Eurizon si avvale di un team di esperti di finanza strutturata dedicato alla gestione di asset alternativi e alla creazione di prodotti specializzati in ABS e Leveraged Loans. La società ha deciso di rafforzare la propria presenza sugli investimenti illiquidi anche in considerazione della strategicità del mercato dei “prodotti alternativi”.

UN PATRIMONIO DA 3,4 MILIARDI

Eurizon Capital Real Asset è una joint venture, partecipata al 51% da Eurizon Capital SGR e al 49% da Intesa Sanpaolo Vita, creata dalla Divisione Asset Management e dalla Divisione Insurance del Gruppo Intesa Sanpaolo per valorizzare al meglio le expertise nel mercato delle asset class alternative. La NewCo è operativa dallo scorso 31 dicembre 2019 con un patrimonio di 3,4 miliardi di euro, ricevuto in delega di gestione da Intesa Sanpaolo Vita, e una struttura costituita da 10 professionisti, con competenze specifiche nel Private Equity, Private Debt, Infrastrutture e Real Estate. Tra i compiti di Eurizon Capital Real Asset SGR ci saranno l’istituzione e la gestione di mandati e fondi di investimento alternativi (FIA) destinati alla Divisione Insurance, agli investitori istituzionali, ai family office e alla clientela privata della Divisione Private Banking e di Banca dei Territori. La Newco ha inoltre competenze nel multimanager, attraverso la selezione di altri FIA e co-investimenti focalizzati sul private equity, sul debito corporate, sulle infrastrutture e sull’immobiliare.

UN BILANCIO IN POSITIVO

Nella stessa giornata di martedì 11 febbraio, Eurizon ha presentato il bilancio del 2019, un anno chiuso con risultati molto positivi. Il patrimonio gestito è cresciuto dell’11%, arrivando a toccare i 335,5 miliardi di euro, record storico per la società. L’utile netto consolidato dell’anno (compreso l’utile di pertinenza di terzi) è stato pari a 518,5 milioni di euro (+11,5%) e il margine da commissioni a 799 milioni di euro (+14%). Ottimi risultati anche sotto il profilo dell’efficienza, con il cost/income ratio al 18,7%, in contrazione rispetto al 21% del 2018.

RACCOLTA IN RIPRESA

Numeri in ripresa anche sul fronte della raccolta, con i flussi netti da inizio anno che hanno superato i 10 miliardi di euro, grazie anche ai 3,4 miliardi di euro portati dalla nuova società Eurizon Capital Real Asset (ECRA), ricevuti in delega di gestione da Intesa Sanpaolo Vita. Eurizon si conferma ai vertici in termini di raccolta nell’industria italiana del risparmio gestito anche al netto di questa operazione straordinaria, con un dato complessivo di 6,6 miliardi. Il contributo maggiore arriva dai fondi aperti con +4,6 miliardi, seguiti dalle Gestioni di Portafogli istituzionali che hanno registrato flussi netti in ingresso per 3,3 miliardi escluso l’apporto di ECRA. Eurizon è prima in Italia per raccolta nel IV trimestre, sia a livello complessivo, con 8,1 miliardi (4,7 miliardi escludendo il contributo di ECRA), sia sui fondi aperti, con 4,2 miliardi di euro. Tra le partecipazioni estere, il patrimonio della cinese Penghua Fund Management (partecipata al 49%) si attesta a 82 miliardi di euro. Considerando anche la società di Shenzhen, il patrimonio complessivo gestito da Eurizon supera i 417 miliardi di euro. Le tre società che rientrano nell’HUB dell’Est Europa, VUB AM (Slovacchia), CIB IFM (Ungheria) e PBZ Invest (Croazia), confermano invece un livello di patrimonio complessivo pari a 3,7 miliardi di euro.

UNA COSTANTE ESPANSIONE

L’ultimo trimestre dell’anno scorso ha confermato la tendenza Nell’ultimo trimestre del 2019 alla crescita e alla diversificazione del business di Eurizon. Oltre alla già citata Eurizon Capital Real Asset SGR, il 26 ottobre la società ha avviato la partnership con Oval Money, attraverso un investimento di minoranza nella startup fintech italoinglese attiva nel mondo del risparmio e dei servizi dei pagamenti digitali. Fra le novità di prodotto, nell’ultimo trimestre è stata arricchita la gamma di fondi comuni dedicati alla clientela del Gruppo Intesa Sanpaolo, con nuove soluzioni a sostegno della riqualificazione della liquidità, ed è stata ampliata l’offerta per la clientela istituzionale e wholesale attraverso la creazione di una nuova gamma d’offerta che mira a cogliere le sfide su tre fra i principali trend globali – planet, people e innovation – intercettando i Sustainable Development Goals, ossia i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile approvati dalle Nazioni Unite. Per quanto riguarda l’attività di azionariato attivo, nel 2019 la SGR ha condotto circa 675 iniziative di engagement con 515 soggetti emittenti, di cui circa il 15% ha riguardato principalmente tematiche ESG. Nei 12 mesi, Eurizon ha preso parte a 100 assemblee degli azionisti di selezionate società quotate sulla Borsa Italiana (55%) e sui mercati internazionali (45%), esprimendo il voto su circa 920 risoluzioni all’ordine del giorno.

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Air Italy licenzia tutti i dipendenti

I commissari: nelle prossime settimane si liquida tutto e a giorni partiranno le lettere di licenziamento.

Su Air Italy si abbatte la scure dei commissari liquidatori, che hanno annunciato ai dirigenti, riuniti in conference call a Olbia e Malpensa, il licenziamento collettivo per tutti i 1.450 dipendenti della compagnia aerea. Nelle prossime settimane si liquida tutto e già dai prossimi giorni partiranno le lettere indirizzate ai lavoratori.

LEGGI ANCHE: Non solo Air Italy, perché le compagnie aeree italiane falliscono

«I commissari hanno illustrato ai dipendenti la possibile evoluzione della procedura, confermando l’intenzione di adottare tutte le misure possibili di sostegno al reddito compatibili a norma di legge con la procedura di liquidazione stessa. Verranno prese in considerazione tutte le possibilità di cessione di rami d’azienda, che comprendano il possibile mantenimento di tutti o di parte dei posti di lavoro», si legge nel comunicato ufficiale dell’ex Meridiana.

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Siamo i peggiori in Europa per crescita economica: le stime della Commissione Ue


La crescita prevista per il Pil italiano nel 2020 è del +0,3%, il risultato peggiore tra tutti gli Stati membri dell'Unione. Secondo Bruxelles quest'anno l'economia italiana rimarrà stagnante e i rischi per le prospettive di crescita del Paese resteranno "pronunciati". Nelle stime invernali della Commissione Ue sulla crescita economia, l'Italia è in ultima posizione, unico Paese a registrare una crescita sotto l'1%.
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Perché l’aumento dei fondi per l’accoglienza di Lamorgese non serve a nulla


Il ministero dell'Interno ha deciso di aumentare i rimborsi per l'accoglienza, finendo subito nel mirino dell'opposizione che continua ad accusare il governo di spendere troppi soldi per l'immigrazione, mettendo in secondo piano esigenze e bisogni dei cittadini italiani. Tuttavia, il Viminale si è visto costretto ad aumentare le risorse per l'accoglienza proprio dietro richiesta delle prefetture, che denunciavano un sistema (in cui sono impiegati migliaia di lavoratori italiani) sull'orlo del tracollo. Facciamo chiarezza.
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I guai economici che il coronavirus porta agli affari tra Italia e Cina

L'export verso il Paese asiatico vale 13 miliardi. E in Oriente piacciono soprattutto i settori più esclusivi del made in Italy: il mercato del "bello e ben fatto". Così l'emergenza danneggia i nostri conti. E, passata la pandemia, i rapporti tesi tra Roma e Pechino rischiano di guastare comunque gli scambi commerciali.

Se per l’economia italiana il 2019 non si è concluso nel migliore dei modi (l’ultima fotografia scattata dall’Istat ha immortalato a dicembre un crollo della produzione industriale del 2,7% rispetto al mese precedente, che diventa meno 4,3% su base annua), il 2020 potrebbe persino aprirsi all’insegna della recessione. Alle storiche debolezze del tessuto industriale italiano rischiano di aggiungersi le ripercussioni economiche del coronavirus 2019-nCoV. Il governo è corso ai ripari annunciando un fondo per le aziende italiane che esportano soprattutto in Cina, ma i soldi messi sul piatto rischiano di essere irrisori se comparati al volume d’affari tra Roma e Pechino.

FONDO DA CIRCA 300 MILIONI STANZIATO DAL GOVERNO

Secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Il Sole 24 Ore, infatti, l’esecutivo ha deciso di stanziare «circa 300 milioni di euro» che attraverso «l’Agenzia Ice potranno andare a finanziarie il sostegno del made in Italy». Ma quanto valgono gli scambi commerciali tra l’Italia e la Cina?

EXPORT DA 13 MILARDI (E NON SIAMO I PIÙ ESPOSTI)

A questa domanda risponde Eurostat che riporta in comode tabelle la progressione cronologica del volume di affari tra i due Paesi. Per quanto riguarda le merci prodotte dalle industrie italiane e dirette al mercato cinese, nel 2018 hanno superato i 13 miliardi di euro. Si tratta di una cifra significativa, se si pensa che l’ultima manovra fiscale varata a fatica dall’esecutivo aveva un valore di circa di 23 miliardi, ma che, oltre a essere controbilanciata dal volume dell’import cinese (nel 2018 abbiamo importato beni per 31 miliardi), non ci rende tra i Paesi europei più esposti alle ripercussioni economiche del coronavirus.

RECORD GERMANIA, PRIMA DI NOI PURE REGNO UNITO E FRANCIA

L’export tedesco verso la Cina, per esempio, ammonta a 93 miliardi di euro, quello del Regno Unito supera i 23 miliardi. Davanti a noi anche la Francia, con circa 21 miliardi. Inoltre, secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, nei primi nove mesi del 2019 (ultimi dati disponibili) si è registrata una leggera flessione: 9,4 miliardi contro i 9,6 dello stesso periodo dell’anno precedente. Ma la Cina continua a rappresentare circa il 3% del nostro export ed è il nono Paese per valore delle merci esportate.

LA FISSA DEI CINESI PER IL “BELLO E BEN FATTO” ITALIANO

Se il grosso delle esportazioni italiane resta in Europa (il primo Paese destinatario dei nostri prodotti è la Germania, seguito dalla Francia), la crescente ricchezza del gigante asiatico ha fatto sì che negli anni la Cina focalizzasse le sue attenzioni sul made in Italy nei settori più esclusivi, cioè del lusso. È il cosiddetto mercato del Bbf, «bello e ben fatto» che racchiude ciò che gli stranieri – e in particolar modo gli asiatici – amano dei prodotti italiani, intesi quali concentrati di stile, inventiva e buon gusto.

FOCUS SULLE TRE F: FASHION, FOOD E FURNITURE

Si tratta di un comparto che vale in totale 86 miliardi di euro, il 15,6% (2018, ultimo dato disponibile) delle esportazioni complessive dell’Italia ed è trasversale a tutti i principali settori che fanno riferimento al made in Italy (con focus principale sulle “tre F”: fashion, food and furniture). Come riportato dal report Esportare la Dolce Vita del Centro Studi Confindustria, «tra le economie emergenti, i mercati principali» del nostro Bbf «risultano essere Cina (3,3 miliardi di euro), Emirati Arabi Uniti (1,3 miliardi), Qatar (0,8 miliardi), Arabia Saudita (0,8) e Russia (0,6)».

ASIA FONDAMENTALE PER LA TENUTA DELL’ECONOMIA MONDIALE

Secondo i dati globali dell’ultimo World Wide Luxury Market Monitor di Bain&Co. e Altagamma (la fondazione italiana che rappresenta le aziende del lusso più importanti del nostro Paese), «la Cina ha guidato la crescita nell’industria del lusso nel recente passato e nel 2019 non ha fatto eccezione, con il mercato che è cresciuto del 26% a tassi costanti raggiungendo i 30 miliardi di euro. I consumatori cinesi sono responsabili del 90% della crescita reale del mercato nel 2019, raggiungendo il 35% del valore dei beni di lusso». Ed è proprio l’Asia il mercato cui il comparto del lusso globale guarda per lo sviluppo del settore: Bain & Company – ben prima dell’allarme coronavirus – stimava che la base clienti di questo mercato tanto esclusivo sia destinata a salire dai 390 milioni incassati nel 2019 fino ai 450 milioni entro il 2025, principalmente grazie alla crescita della classe media, soprattutto in Asia.

PARTITE CRUCIALI ANCHE SU NUOVA VIA DELLA SETA E 5G

Insomma, se la Cina è a letto per l’influenza o è chiusa in casa per evitarla, il resto del mondo non sta meglio e il contagio, lo si vede in questi giorni, si propaga più velocemente sui mercati che tra gli esseri umani. In più, nell’immediato futuro il nostro Paese dovrà giocare al meglio le partite cruciali della nuova Via della seta e del 5G. Su tutto questo potrebbero però pensare non solo i ricatti di Donald Trump, che non ha mai nascosto di non essere a favore di una Europa che guarda a Oriente, la guerra dei dazi tra Washington e Pechino e le proteste di Hong Kong, ma anche eventuali strascichi legati al modo in cui Roma sta gestendo l’emergenza coronavirus.

RAPPORTI TESI ROMA-PECHINO DOPO IL BLOCCO DEI VOLI

Alla Cina non è affatto piaciuta la fuga solitaria in avanti del nostro governo, che ha deciso in autonomia di bloccare i voli tra i due Paesi. «Speriamo che l’Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell’Organizzazione mondiale della sanità e astenersi dall’adottare misure eccessive», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. Il rischio è che, quando finalmente sarà passata l’emergenza pandemia, il termometro che monitora i rapporti tra Roma e Pechino continui a segnalare temperature troppo alte per essere sopportate, soprattutto dalla nostra economia che, certifica l’Istat, non gode certo di buona salute.

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