Allarme Upb, l’assegno unico per i figli penalizza le famiglie numerose

Secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio il riordino delle misure potrebbe penalizzare i nuclei molto numerosi favorendo invece i lavoratori autonomi.

Il disegno di legge in parlamento sul riordino e il potenziamento delle misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’assegno unico penalizzerebbe le famiglie numerose e garantirebbe invece benefici elevati ai lavoratori autonomi data la maggiore propensione ad “occultare una parte del proprio reddito. È quanto è emerso dall’audizione del consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Alberto Zanardi alla commissione Affari sociali della Camera. Nel complesso la misura tra nuove risorse e i risparmi associati alle misure che saranno abolite dovrebbe valere 24,9 miliardi.

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Rosso record per il Milan con 146 milioni di perdite

Costi in aumento e ricavi in calo nel primo anno della gestione Elliott. L'ad Gazidis aveva detto che il club era stato salvato dal rischio fallimento e dalla Serie D.

L’amministratore delegato del Milan Ivan Gazidis aveva detto che il club era stato salvato dalla Serie D, alludendo al rischio insolvenza. Scenari apocalittici che avevano anche provocato la reazione dell’ex proprietario, Silvio Berlusconi («Sono frasi che è meglio non dire. Oppure se uno ha voglia di dirle va al bagno, chiude la porta e le dice»), eppure anche il primo bilancio della gestione Elliott ha fatto segnare numeri preoccupanti: un pesante rosso.

PEGGIORAMENTO DI 20 MILIONI RISPETTO AI CINESI

La società, passata di proprietà da Yonghong Li al fondo americano nel luglio del 2018, ha chiuso l’esercizio al 30 giugno 2019 con un segno meno nel consolidato per 145,9 milioni, con un peggioramento di circa 20 milioni rispetto alla stagione precedente, l’unica gestita dai cinesi. I costi del Milan ammontano a 373 milioni di euro (in aumento del 5,1%), i ricavi sono 241,1 milioni (-6,1%).

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Il Fmi ha tagliato le stime di crescita dell’Italia

Revisione al ribasso sia per quest'anno che per il 2020. Al nostro Paese viene chiesto un un impegno sul calo del debito pubblico.

Italia a crescita zero nel 2019. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime per il Pil italiano sia per quest’anno sia per il 2020. Dopo il +0,9% del 2018, per il 2019 la crescita è prevista a zero, ovvero 0,1 punti percentuali in meno sia rispetto alle previsioni di luglio sia a quelle di aprile. Per il 2020 la crescita è attesa a +0,5% (-0,3 punti su luglio e -0,4 su aprile). A pesare, ha spiegato il Fondo, è l’«indebolimento della domanda interna, un minore impulso di bilancio e un contesto esterno più debole».

ALL’ITALIA SERVE UN «IMPEGNO SUL CALO DEL DEBITO PUBBLICO»

Per l’Italia è «particolarmente essenziale» un impegno «credibile» per un calo del debito pubblico nel medio termine. A detta del Fmi il debito italiano è elevato così come il fabbisogno lordo di finanziamento. Il Fondo ha stimato un debito pubblico in aumento al 133,2% nel 2019 dal 132,2% del 2018. Nel 2020 salirà ancora attestandosi al 133,7%, per poi raggiungere il 134% nel 2024. Il deficit è previsto scendere al 2,0% del Pil quest’anno dal 2,1% del 2018. Nel 2020 sarà al 2,5% e raggiungerà il 2,6% nel 2024.

TAGLIATE LE STIME ANCHE DI GERMANIA E FRANCIA

Il Fmi ha tagliato a le stime di crescita anche di Germania e Francia e limato al ribasso quelle della Gran Bretagna per il 2019. Per la locomotiva tedesca il Fondo ha stimato una crescita dello 0,5% quest’anno e dell’1,2% nel 2020, in calo rispettivamente di 0,2 e 0,5 punti percentuali rispetto alle stime di luglio. Il Pil francese crescerà quest’anno dell’1,2% e il prossimo dell’1,3% (in tutti e due casi -0,1 su luglio). La Gran Bretagna è attesa crescere dell’1,2% quest’anno (-0,1 su luglio) e dell’1,4% nel 2020 (invariata su luglio

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Riforma del catasto e invarianza di gettito sono un ossimoro

Insieme ai valori degli immobili, crescono necessariamente le imposte. Se si vogliono congelare, il riordino resterà una incompiuta.

La riforma del catasto è un tormentone, da oltre 20 anni. Dopo la delega fiscale del 2014 (L. n. 23/2014) e dopo la precedente (L. n. 662/96), ci aveva riprovato il Def approvato l’8 aprile 2016, con una previsione di riforma per il 2018 e ora la prima bozza di nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2019. Poi, il giorno dopo, tale previsione è stata espunta, e non appare più nel programma di governo, almeno per il momento.

IL RIORDINO DEL CATASTO È UN ATTO DOVUTO

In effetti il riordino del catasto è un atto dovuto, non solo verso la Ue, ma anche per aggiornare gli estimi, fermi al 1988/89, e per variarne l’impostazione di base legata ai vani e non alla superficie. Ma molto probabilmente anche questa volta lo schema di riforma farà la stessa fine delle precedenti leggi: sarà abbandonato. È sicuramente condivisibile la ricerca di una maggiore equità nel campo immobiliare, oggi caratterizzato da una disuguaglianza di valori catastali a seconda dei diversi ambiti territoriali, oltre che un allineamento, per quanto possibile, ai valori di mercato che, seppure oggi ancora depresso, appaiono sovente superiori a quelli catastali, talvolta anche per importi significativi.

L’AUMENTO DELLA IMPOSIZIONE DEGLI IMMOBILI

Il precedente intervento è stoppato solo alla fine, quando improvvisamente al ministero si accorsero che il nuovo catasto edilizio avrebbe comunque comportato un insostenibile aumento nella imposizione degli immobili. E questo anche nella dichiarata e impossibile invarianza di prelievo, totale e/o per imposta e/o per zona. È stato acclarato che riforma del catasto e invarianza di gettito sono un bislacco ossimoro, improponibile; ne consegue che ogni possibile riforma non può prescindere da un aumento di gettito. Con buona pace di propositi di riduzione delle imposte. Dato per scontato che con una riforma del catasto le rendite e i valori sono destinati ad aumentare, ne deriva che le imposte, ad aliquote costanti, aumentano. È evidente. Ma se si pensa di attuare anche il principio della invarianza del prelievo, la riforma sarà ancora una volta di impossibile applicazione. Staremo a vedere.

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Chi sono i vincitori del premio Nobel per l’economia 2019

Premiati Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer per gli studi sperimentali nella lotta alla povertà globale.

Il premio Nobel per l’economia 2019 è stato assegnato congiuntamente agli economisti Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer per il loro approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale.

Banerjee, 58 anni, è indo-americano e lavora al Massachusetts Institute of Technology (Mit). Duflo, 47 anni, è franco-americana e anche lei lavora al Mit. I due sono sposati e Duflo è la più giovane studiosa ad aver vinto il Nobel per l’economia. Kremer, 54 anni, è americano e insegna all’Università di Harvard.

(notizie in aggiornamento)

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Perché l’ipotesi di sanzioni alla Turchia spaventa e l’Ue

Mentre Erdogan minaccia di inviare in Ue 3,6 milioni di profughi, la Francia non esclude una stretta commerciale. Ma Ankara è un partner strategico per il Vecchio Continente. E soprattutto per Germania e Italia. I numeri.

L’operazione Peace Spring lanciata in Siria da Recep Tayyp Erdogan rischia di innescare, oltre all’ennesima crisi umanitaria, una serie di rappresaglie diplomatiche e commerciali. Se la Turchia ha usato i 3,6 milioni di profughi che si trovano nel Paese come arma di ricatto in caso l’Ue ostacoli l’offensiva – «li manderò in Europa», ha minacciato Erdogan – il presidente Usa Donald Trump non ha escluso di colpire Ankara con sanzioni economiche. Lo ha stesso ha fatto la Francia mentre la Germania prende tempo. Aprendo uno scenario complesso, visto che la Turchia è un partner strategico per i Paesi Ue e per l’Italia.

LEGGI ANCHE: Con le minacce di Erdogan la ricostruzione siriana si allontana

LA FINE DEL “MIRACOLO TURCO”

L’economia turca ha molte fragilità ed è sull’orlo di quella che potrebbe essere definita una crisi sistemica. Se nei primi anni della presidenza Erdogan si parlò di “miracolo turco“, oggi la situazione è cambiata. Il grande sviluppo spinto dal settore edilizio e da politiche monetarie un po’ azzardate ha creato una bolla che sta per esplodere. L’inflazione annua (media mobile degli ultimi 12 mesi) è al 18,27%. Nella prima metà del 2019 la lira turca è crollata in valore rispetto al dollaro del 19,7%. Si è tentato di reagire con un l’aumento dei tassi di interesse arrivato al 24%. Negli ultimi cinque anni e mezzo, il Pil è calato da 950 miliardi di dollari a 722 miliardi. Il reddito medio pro capite (per una popolazione passata negli stessi anni da 76 milioni a 82 milioni) è sceso da 12.480 dollari a 8.767. Nell’ultimo anno gli investimenti sono scesi del 22,8%. Dati preoccupanti anche sul fronte della disoccupazione che ha raggiunto il 16,2%, mentre quella giovanile è salita al 25,5%. Eventuali sanzioni potrebbero avere conseguenze durissime per la Turchia, già colpita dai dazi voluti da Donald Trump che ha tolto il Paese dal Generalized System of Preferences (Gsp), negandogli cioè lo status commerciale preferenziale e aumentando le tariffe su acciaio e alluminio.

Il presidente Usa Donald Trump e quello turco Recepo Tayyp Erdogan.

LA TURCHIA È QUINTO PARTNER DELL’UE PER ESPORTAZIONI

Ma la crisi economica turca non è certo una buona notizia per l’Europa, né le sanzioni sarebbero indolore. Sul fronte commerciale importazioni ed esportazioni tra Unione europea e Turchia sono cresciute con regolarità dagli anni successivi alla crisi economica globale. Nel 2009 i Paesi Ue esportavano beni per 44,5 miliardi di euro e ne importavano per 36,4. Nel 2018 il bilancio è stato quasi pareggiato con esportazioni per 77,3 miliardi di euro e importazioni per 76,1 miliardi. La voce più importante delle esportazioni europee è quella dell’industria meccanica e automobilistica che ammonta a circa 30 miliardi.

La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei: nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate

Nel 2018 la Turchia è stata il quinto più importante partner commerciale europeo per beni esportati e il sesto per importazioni. Il Paese con il maggior interscambio è la Germania, dove la comunità turca è di circa 3 milioni di abitanti (di cui un milione e mezzo con doppia cittadinanza). La Turchia è anche una delle principali valvole di sfogo per i rifiuti europei, nel 2108 ne sono arrivati dall’Ue 13 milioni di tonnellate.

L’INTERSCAMBIO CON L’ITALIA

Anche per l’Italia le sanzioni rischiano di essere, dal punto di vista economico e commerciale, assai rischiose. Il nostro Paese è il quinto partner commerciale della Turchia, con 18 miliardi di interscambio totale. L’export italiano nel 2018 (secondo calcoli Ice su dati Turkstat) è stato di 8,083 miliardi di euro. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica ( 2,5 miliardi). Seguono i prodotti di metallurgia (1,3 miliardi) e il tessile (767 milioni). L’Italia esporta anche 700 milioni in macchinari. Vengono poi i prodotti chimici (356 milioni nell’ultimo anno, ma 1,3 miliardi nel 2017), i beni agricoli e il settore agroalimentare. Altrettanto forti le importazioni che nel 2018 ammontavano a 8,5 miliardi, in gran parte rappresentate da prodotti dei settori chimico, meccanico, automobilistico e metallurgico. In Turchia operano 1.418 aziende italiane. Nel 2018 l’Italia ha investito per circa 465 milioni, una crescita del 297% rispetto al 2017.

LE ITALIANE PRESENTI IN TURCHIA

Alcune aziende italiane hanno asset di rilievo. Il gruppo Unicredit controlla all’82% assieme a Koc Holding (tramite una joint venture al 50%) l’istituto di credito Yapi Kredi Bank. Fca ha uno stabilimento a Bursa, nei pressi di Istanbul, e Pirelli produce a Izmir 2 milioni di pneumatici industriali l’anno. Ormai consolidata la partnership italo-turca del gruppo Leonardo. La controllata Alenia Aermacchi ha in essere con la Marina turca un contratto di fornitura per otto Atr72 (la prima consegna è stata nel 2013). Il gruppo poi ha lavorato alla fornitura di elicotteri di combattimento T129 ATAK, al programma satellitare Göktürk, a sistemi radar militari e civili e alla fornitura di armi per navi da guerra.

Il satellite Göktürk-1

Nel settore costruzioni, l’italiana Cementir ha acquistato le aziende locali Cimentas e Cimbeton. La Salini-Impregilo è impegnata in diversi maxi appalti, l’ultimo dei quali, da 530 milioni di euro, è per la costruzione di una tratta del cosiddetto “Nuovo Orient Express”, 153 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità da Istanbul fino alla Bulgaria. Il gruppo farmaceutico Recordati è in Turchia dal 2008 e vi genera circa il 8% dei ricavi complessivi. Il Paese è strategico anche per la Ferrero presente da oltre 25 anni. La Turchia infatti produce circa il 70% dei raccolti mondiali di nocciole, l’azienda di Alba ne acquista un terzo e negli ultimi anni si è inserita in tutta la filiera. Se la crisi militare sarà fronteggiata a colpi di ritorsioni commerciali per l’Italia in particolare la posta in gioco sarà altissima.

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In Europa l’evasione offshore costa 46 miliardi l’anno

Secondo uno studio della Commissione Ue tra il 2004 e 2016 l'Italia ha perso circa 3 miliardi di euro, pari all'8,7% del Pil.

Dal 2004 al 2016, a causa dell’evasione fiscale sui capitali offshore, i Paesi Ue hanno perso in media ogni anno 46 miliardi di euro, ovvero circa lo 0,5% del Pil. L’Italia, che è il quarto Paese con la più alta ricchezza offshore d’Europa dopo Germania, Francia e Regno Unito, ha perso in media 3,12 miliardi, o l’8,7% del Pil. I dati arrivano rileva uno studio della Commissione Ue, che «per la prima volta stima la ricchezza offshore degli europei e le perdite per gli Stati», ha spiegato il commissario Pierre Moscovici.

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Per il Fmi il legame tra il debito italiano e le banche può stressare i mercati

Fra le 20 maggiori economie il «debito elevato è alto o in crescita in diversi Paesi anche in seguito alle pressioni legate» all'invecchiamento della popolazione. In Italia le banche dovrebbero proseguire con il risanamento del bilancio e migliorando l'efficienza.

In alcuni «Paesi europei», quali l’Italia, lo «stretto legame fra debito sovrano e banche potrebbe pesare sulla fiducia e causare stress sui mercati finanziari nel caso in cui la ci fossero dubbi sulla credibilità dei piani di bilancio di medio termine». Lo afferma il Fondo monetario internazionale nel rapporto dello staff sul G20. Fra le 20 maggiori economie il «debito elevato è alto o in crescita in diversi Paesi anche in seguito alle pressioni legate» all’invecchiamento della popolazione. In Italia le banche dovrebbero proseguire con il risanamento del bilancio e migliorando l’efficienza. E ancora: «All’interno del G20 solo tre economie hanno un sostanziale spazio di bilancio (Australia, Germania e Corea del Sud), mentre diverse altre economie hanno spazio di bilancio a rischio o non lo hanno (Argentina, Brasile, India, Italia e Sud Africa)». Il rapporto sottolinea anche le «rigidità strutturali sul mercato del lavoro» italiano. E osserva come Francia, Italia, Sud Africa e Stati Uniti dovrebbero continuare a ridurre gradualmente il debito.

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Renault annuncia l’allontanamento di Thierry Bolloré

Il direttore generale estromesso: «Colpo di mano clamoroso». Ma voci di divergenze tra lui e il presidente Senard si rincorrevano da mesi.

Renault ha annunciato l’allontanamento del direttore generale, Thierry Bolloré, e la sua sostituzione, temporanea, con la direttrice finanziaria Clotilde Delbos. La decisione è stata decisa in un cda straordinario. Il siluramento di Bolloré, anticipato nei giorni scorsi, è avvenuto per iniziativa del presidente, Jean-Dominique Senard, con l’appoggio dello stato francese, che detiene il 15% del capitale del gruppo. Da mesi, le voci sulle divergenze fra Bolloré e Senard erano all’ordine del giorno. Bolloré ha parlato di un «colpo di mano clamoroso».

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Sospesa dai giudici la fusione tra Mediaset e la controllata spagnola

La decisione in attesa della sentenza di merito sul ricorso presentato da Vivendi. In ballo la nascita della holding MediaforEurope.

La Corte di Madrid ha sospeso la fusione per incorporazione tra Mediaset e la sua controllata spagnola. La decisione dei giudici è arrivata in attesa di una sentenza definitiva sul ricorso di Vivendi, che hanno impugnato l’accordo preso nell’assemblea straordinaria di Mediaset Spagna del 4 settembre.

BATTAGLIA LEGALE ANCHE AD AMSTERDAM

Quell’assemblea, approvando la fusione, aveva sostanzialmente dato inizio al percorso per la nascita di MediaforEurope, la holding olandese nella quale il Biscione intende concentrare tutte le sue attività e partecipazioni, compreso il 9,6% di ProSiebenSat1. Non si tratta però dell’unica questione legale aperta. Vivendi ha infatti avviato una causa anche ad Amsterdam, contestando lo statuto della holding MediaforEurope. L’udienza è fissata per il 16 ottobre.

I FRANCESI SI DICONO SODDISFATTI

Quanto alla decisione della Corte di Madrid, i francesi si dicono soddisfatti: «Il giudice ha riconosciuto che il piano di fusione era stato imposto in modo abusivo da Mediaset e dal suo azionista di controllo Fininvest a svantaggio di tutti gli azionisti di minoranza. Ha anche riconosciuto che la fusione non risponde a una ragionevole necessità di business di Mediaset Spagna»

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