Eni: crolla il petrolio, ma non gli stipendi

Granata confermato. Mondazzi va alle rinnovabili, Ferraris (ex Terna) diventa cfo. Per la presidente Calvosa un compenso di 400 mila euro.

Per l’Eni, visto il crollo del prezzo del petrolio e la contrazione dei consumi che per la benzina ha raggiunto l’85% del totale, il momento è assai delicato. La circostanza però non ha impedito a Claudio Descalzi di uscire dall’assestamento di vertice del cane a sei zampe non solo con la riconferma per altri tre anni del suo mandato di amministratore delegato, ma anche con lo stesso stipendio – sulla base di quello dell’ultimo triennio – e con addirittura un aumento dei bonus.

Inoltre Descalzi – che ha lasciato Emma Marcegaglia e tutti consiglieri uscenti di stucco non presentandosi alla loro cena d’addio – ha deciso di non ascoltare i suggerimenti che da più parti gli erano venuti e ha riconfermato quale suo plenipotenziario Claudio Granata, attraverso la cui discrezionalità passeranno o meno tutte le decisioni strategiche interne.

AVANTI FERRARIS, MA CON L’ADDIO DI SIMONI

Viceversa, ha deciso di spostare Massimo Mondazzi a sovraintendere l’area delle rinnovabili – per ora marginale – per lasciare libero il posto di Cfo a Luigi Ferraris, appena silurato dalla guida di Terna. Il compito di Ferraris sarà reso complicato dalla decisione di Andrea Simoni, storico direttore Amministrazione e Bilancio dell’Eni, depositario di tutti i segreti dei numeri della compagnia petrolifera, di andare in pensione. Una decisione improvvisa con un forte retrogusto polemico.

SUBITO UNA RICHIESTA DI AUMENTO PER CALVOSA

Ma anche i nuovi membri del cda si sono sistemati alla grande. Prima di tutto la presidente Lucia Calvosa, che si è vista riconfermare tutte le attribuzioni che aveva la Marcegaglia, cui ha aggiunto la delega per l’individuazione e la promozione di progetti integrati ed accordi internazionali di rilevanza strategica, in condivisione con l’ad. Non contenta, la signora che deve la sua nomina a Marco Travaglio, ha già chiesto un aumento della sua retribuzione che, come nel caso della predecessora, è di 400 mila euro. E poi Pietro Guindani si è preso la guida del Comitato Rischi, Nathalie Tocci il Comitato Remunerazione, Ada Lucia De Cesaris il Comitato Nomine, mentre il delicato Comitato Sostenibilità e Scenari è finito nelle mani di Karina Litvack, che ai tempi di Luigi Zingales in cda aveva fatto fuoco e fiamme contro Descalzi.

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I nodi da sciogliere nel decreto Rilancio

Regolarizzazione dei lavoratori immigrati, bonus vacanze, tutela delle banche. La maggioranza è ancora divisa su alcune delle misure.

Manca ancora un accordo di fondo sul tanto atteso decreto Rilancio, già decreto aprile e decreto maggio. Le misure che valgono 55 miliardi di euro devono essere ancora limate visto che tra i partiti di maggioranza restano distanze su alcuni nodi.

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IL BRACCIO DI FERRO SULLA REGOLARIZZAZIONE

Il primo riguarda la regolarizzazione degli immigrati che lavorano come braccianti, colf e badanti (circa 500 mila persone) su cui si sta consumando il braccio di ferro tra M5s e Pd. I pentastellati hanno alzato le barricate contro ogni tipo di sanatoria. Nella serata di lunedì il ministro all’Economia Roberto Gualtieri e fonti del Pd hanno assicurato che la norma arriverà in cdm, come concordato già domenica notte. Il via libera, ribadiscono, nel corso del vertice di governo è arrivato anche dai ministri M5s, che sarebbero stati sempre in contatto con il capo politico Vito Crimi. Nel testo, spiegano i dem, «sono stati inseriti una serie di vincoli per accogliere le obiezioni M5s, inclusa l’esclusione di ogni sanatoria per chi sia stato condannato per reati come il caporalato: non si può continuare a discutere all’infinito». Al premier Giuseppe Conte, dicono le stesse fonti, spetterà una mediazione.

BANCHE E BONUS VACANZE

Ma non è finita qui. Ad agitare il percorso del decreto in casa M5s anche il tema della tutela delle banche, norma che prevede garanzie statali per sei mesi dal valore di 15 miliardi. Italia viva invece punta i piedi sul bonus vacanze riservato, nei piani, alle famiglie con un Isee fino a 50 mila euro. I renziani sarebbero per destinare i 2 miliardi direttamente agli imprenditori che, invece, sarebbero costretti ad anticipare il bonus ai clienti in cambio di un credito di imposta a fine anno.

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LE REGIONI CHIEDONO 5,4 MILIARDI

Infine resta il nodo degli enti locali. I presidenti di Regione hanno chiesto un impegno economico maggiore degli 1,5 miliardi stanziati nel decreto: ne servono 5,4.

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Decreto Rilancio, Franceschini: «Due miliardi per il turismo»

Secondo il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini il decreto Rilancio garantirà fino a 500 euro a famiglia. Una norma che vale 2 miliardi. E che aiuterà il settore turismo a rialzarsi.

La norma del decreto Rilancio «che aiuterà le persone a poter fare le vacanze vale oltre 2 miliardi di euro per il turismo».

Lo ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini in un’intervista al Corriere della Sera, in cui fa presente che «saranno vacanze diverse; avremo dei limiti con cui convivere, dal distanziamento alle mascherine, alla prudenza. Sarà l’anno delle ‘vacanze italiane’ perché il turismo internazionale, extraeuropeo, difficilmente potrà ripartire».

Poi spiega: «La misura che aiuterà famiglie e imprese è il tax credit vacanze, un bonus da spendere entro il 2020 in alberghi e strutture ricettive per persone sotto un reddito Isee di 40 o 50 mila euro, stiamo definendo. Parliamo di 150 euro per un single e di una somma fino a 500 euro per coppie con figli». Un sostegno, continua Franceschini, che non solo aiuterà le famiglie ma «porterà nel comparto turismo oltre 2 miliardi di euro diretti, perché questo costa la norma, oltre all’indotto che creerà. Un intervento straordinario, tra i più importanti dell’intera manovra».

Sulla riapertura delle frontiere con l’estero, Franceschini spera che la Commissione europea si pronunci già la prossima settimana. Per le spiagge, dice il ministro, «penso che poi andrà lasciato spazio di scelta alle singole Regioni, perché le spiagge italiane sono profondamente diverse tra loro. Le prescrizioni devono arrivare molto in fretta, perché le imprese devono programmare interventi e bilanci». Inoltre, fa presente che «dal 18 maggio potranno riaprire musei e mostre in grado di rispettare le prescrizioni di sicurezza». Per bar e ristoranti, «approveremo una norma temporanea, per questa estate, che esenterà dal pagamento della tassa di occupazione di suolo pubblico e dai permessi delle soprintendenze».

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Confcommercio: 270 mila imprese a rischio chiusura

Sono le stime dell'Ufficio studi nel caso non ci fosse una riapertura piena entro ottobre. Tra i settori più colpiti l'alberghiero, la ristorazione e gli ambulanti.

Sono circa 270 mila le imprese del commercio e dei servizi che rischiano la chiusura definitiva se le condizioni economiche non dovessero migliorare rapidamente, con una riapertura piena a ottobre. È la stima dell’Ufficio Studi Confcommercio.

Quella di Confcommercio è «una stima prudenziale che potrebbe essere anche più elevata perché, oltre agli effetti economici derivanti dalla sospensione delle attività, va considerato anche il rischio, molto probabile, dell’azzeramento dei ricavi a causa della mancanza di domanda e dell’elevata incidenza dei costi fissi sui costi di esercizio totali che, per alcune imprese, arriva a sfiorare il 54%. Un rischio che incombe anche sulle imprese dei settori non sottoposti a lockdown».

TRA I PIÙ COLPITI GLI AMBULANTI E GLI ALBERGHI

Su un totale di oltre 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, viene spiegato nel rapporto, quasi il 10% è, dunque, soggetto a una potenziale chiusura definitiva. I settori più colpiti sarebbero gli ambulanti, i negozi di abbigliamento, gli alberghi, i bar e i ristoranti e le imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona. Mentre, in assoluto, le perdite più consistenti si registrerebbero tra le professioni (-49 mila attività) e la ristorazione (- 45 mila imprese).

A RISCHIO SOPRATTUTTO LE MICRO IMPRESE

Per quanto riguarda la dimensione aziendale, il segmento più colpito sarebbe quello delle micro imprese – con 1 solo addetto e senza dipendenti – per le quali basterebbe solo una riduzione del 10% dei ricavi per determinarne la cessazione dell’attività.

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Un Rilancio tutto in salita

Il governo cerca ancora la quadra sul nuovo decreto da 55 miliardi. Nella bozza niente Irap a giugno, reddito di emergenza per le famiglie più bisognose, risorse per la scuola e premi per il personale sanitario. E maggiori aiuti alle imprese. Ma resta il nodo della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Le misure sul tavolo.

Niente Irap a giugno per le imprese, Reddito di emergenza in due tranche per aiutare le famiglie più bisognose, risorse per le misure di contenimento del Covid nelle scuole e per potenziare i centri estivi, premi fino a 1.000 euro per medici e infermieri; 2,5 miliardi per aiutare le imprese che si devono adeguare alle norme per la ripartenza e niente Tosap sui tavolini all’aperto di bar e ristoranti.

Spazia dalle famiglie alle aziende, dalla scuola alla sanità, il campo d’azione del decreto Rilancio. Un provvedimento con risorse per 55 miliardi, che nelle ultime bozze si presenta come un maxi-decreto con 258 articoli.

Il lavoro di limatura non è ancora finito ma al momento sono confermati i grandi capitoli, dal rinnovo degli ammortizzatori al pacchetto congedi-bonus baby sitter, fino al rinvio a settembre delle scadenze fiscali e a un aiuto concreto per le prossime vacanze degli italiani, su cui è appena arrivato l’atteso via libera del premier Giuseppe Conte.

IMPEGNO PER VELOCIZZARE LA CIG IN DEROGA

Il decreto in arrivo è «molto corposo» come dimostra la «mole imponente», ha spiegato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in serata, annunciando a sorpresa la misura chiesta a gran voce dalle imprese e per primo dal presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi. «Abboneremo», ha annunciato, «il saldo e acconto dell’Irap» di giugno. Mentre sui tasti dolenti della liquidità e dei ritardi della cig promette che il governo farà di più: nel decreto ci saranno misure per accelerare la cig in deroga e sulla liquidità viene chiesto «un impegno maggiore» anche alle banche. Niente sovietizzazione delle Pmi, ha assicurato Gualtieri in risposta a Iv e all’opposizione, mentre aiuti in arrivo per le attività che riapriranno e via la Tosap per i tavolini all’aperto.

ARRIVA IL REDDITO DI EMERGENZA

Per andare in soccorso delle famiglie più in difficoltà arriva il reddito di emergenza. La misura è destinata ai nuclei che non beneficiano di altri sussidi (con un limite di Isee di 15 mila euro e patrimonio entro i 10 mila euro) e sarà riconosciuto in due quote tra i 400 e gli 800 euro ciascuna in base al nucleo: la domanda andrà presentata entro la fine di giugno. Per aiutare chi è più in difficoltà ci saranno anche altri 100 milioni per il Fondo affitti.

UN MILIARDO IN DUE ANNI PER L’ISTRUZIONE

E mentre si elaborano gli scenari per la ripresa della scuola, il governo stanzia 1 miliardo in due anni per l’istruzione, con il vincolo di destinare le risorse alle misure anti-contagio negli istituti scuole statali. In arrivo anche aiuti per il sistema 0-6 anni con un contributo di 65 milioni per chi gestisce in via continuativa i servizi educativi (come gli asili nido) e le scuole dell’infanzia non statali, come sostegno economico per la riduzione o mancano versamento delle rette. Mentre 150 milioni andranno a potenziare i centri estivi e contrastare la povertà educativa.

CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO PER PMI, COMMERCIANTI E AUTONOMI

Capitolo corposo è poi quello delle imprese, a partire dai contributi a fondo perduto per Pmi, artigiani, commercianti e autonomi fino a 5 milioni di ricavi o compensi. Per le imprese che abbiano subito una diminuzione del fatturato di almeno il 50%, inoltre, è previsto un credito d’imposta fino al 60% dell’affitto (meno rispetto al ristoro integrale promesso nei giorni scorsi). In arrivo anche un alleggerimento delle bollette per le piccole imprese (600 milioni che gestirà l’Arera). Sul capitolo trasporto aereo, risorse per il fondo di settore e la creazione della newco da 3 miliardi per Alitalia (nella bozza non c’è riferimento esplicito alla compagnia, ma questa è la dotazione indicata dal ministro Patuanelli). Infine, sovvenzioni per pagare i salari dei dipendenti delle imprese (compresi i lavoratori autonomi) ed evitare così i licenziamenti e un credito d’imposta dell’80% per le spese necessarie per la riapertura.

AIUTI AL PERSONALE SANITARIO

Resta alta infine l’attenzione per la sanità, con aiuti al personale in prima linea e misure per aiutare i cittadini nell’acquisto delle mascherine, che ci accompagneranno a lungo anche nelle prossime fasi. Non ci sarà quindi l’Iva su mascherine, gel disinfettanti e su tutti i dispositivi di protezione anti-coronavirus nel 2020. In arrivo poi un premio fino a 1000 euro per tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri, tecnici. Per rafforzare il sistema, compresa la medicina territoriale, sono previsti quasi 10 mila infermieri in più, 3.500 posti terapia intensiva strutturali e risorse per riqualificare 4.225 posti letto di terapia semi intensiva che si possano riconvertire in caso di nuova emergenza. Oltre alla sanità, infine, fondi per la Protezione civile, per gli straordinari delle Forze dell’ordine e 500 militari in più per il programma Strade Sicure.

IL NODO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEI LAVORATORI MIGRANTI

Tra le misure su cui si sta ancora discutendo, la regolarizzazione dei lavoratori migranti, chiesta dai renziani con in testa la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e appoggiata da Leu e Pd, ma sulla quale c’è il muro del M5s.

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Ma in Confindustria vige ancora il Protocollo Montante?

Sul sito della confederazione degli Industriali si trova ancora un documento del 2010 relativo alle «iniziative per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Ma c'è di più: il loro coordinamento risulta affidato all'imprenditore siciliano coinvolto in vari scandali e tuttora colpito da obbligo di dimora ad Asti.

Quando si dice la tempestività della comunicazione. Se vi capita di entrare nel sito della Confindustria – ma ci vuole una password – a sinistra troverete una serie di voci, tra cui una chiamata “Normativa di sistema”.

Dentro trovate un documento di 10 anni fa dal titolo “Protocollo di legalità 10 maggio 2010” siglato tra il ministero dell’Interno e Confindustria, i cui contenuti sono poi stati rinnovati il 19 giugno 2012. Trascuratezza, direte voi. Certo, perché un sito con in bella vista documenti così vecchi è a dir poco scarsamente o distrattamente manutenuto.

DIECI ANNI DI NULLA DI FATTO

Ma non finisce qui. Perché, vi si legge, «quel Protocollo si inserisce nel contesto delle numerose iniziative promosse da Confindustria per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Allora voi penserete: vuol dire che negli ultimi 10 anni su questo terreno la Confindustria non ha più fatto niente. Imperdonabile, ma c’è ancora di peggio. Perché – si legge sempre – «lo sviluppo e il coordinamento di tali iniziative, sia all’interno del Sistema associativo che nei rapporti con le istituzioni pubbliche e con le principali componenti della società civile ed economica impegnate nel contrasto alla criminalità, è stato affidato ad Antonello Montante, sulla base di una specifica delega per la Legalità, istituita nel 2008 con la Presidenza di Emma Marcegaglia e riconfermata nel 2012 dal Presidente Giorgio Squinzi».

Il Protocollo di Legalità sul sito di Confindustria.

IL PROTOCOLLO MONTANTE È ANCORA VALIDO?

Sì, avete letto bene: Montante. Proprio l’imprenditore siciliano, diventato simbolo della lotta alla mafia e salito ai vertici di Confindustria nazionale, che è stato coinvolto in vari scandali e arrestato, e tuttora colpito da obbligo di dimora in quel di Asti. Domanda: ma quel documento è ancora valido? Le modalità per l’adesione al Protocollo e per la realizzazione dei relativi impegni – poi precisate nelle linee guida attuative e negli altri documenti predisposti dalla commissione per la Legalità, istituita presso il ministero dell’Interno e composta dai rappresentanti delle parti firmatarie del Protocollo – sono ancora attuali per cui le imprese oggi possono farvi riferimento? Perché delle due l’una: o sono cose superate, e allora sarebbe bene toglierle di mezzo, o sono ancora pienamente operative, e allora se si vuole rendere minimamente credibile quel Protocollo sarebbe bene togliere di mezzo il nome di Montante, che ha scritto una delle pagine peggiori della storia della confederazione degli industriali. Come si vede, c’è lavoro da fare per il nuovo Presidente

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Per sopravvivere a questa crisi non basta il fiuto imprenditoriale

Nel mondo delle Pmi c’è un'arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente. Farsi cogliere impreparati davanti a un sistema totalmente rivoluzionato è da irresponsabili.

Vivere alla giornata aspettando gli aiuti (!!!) di Stato è un suicidio. Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus: se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.

Ricordiamo che la parola “crisi” deriva etimologicamente dal greco κρίσις che significa appunto «scelta, decisione». Quella che ci aspetta sarà una crisi di lunga durata che ci metterà di fronte a sfide nuove e importanti.

Talmente lunga che addirittura dovremmo non parlare più di crisi ma di un diverso modello economico basato su livelli di redditi e consumi completamente differenti.

LE DUE FASI DELLA GESTIONE DELLA “CRISI”

I nostri imprenditori (piccoli e grandi) sono preparati a reagire con prontezza e professionalità a questo nuovo sistema? Hanno sviluppato all’interno delle loro organizzazioni una cultura della gestione delle crisi?Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi? Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

1. La fase dell’emergenza in cui è necessario buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo. E noi italiani siamo antropologicamente strutturati per gestire con efficienza questa fase. Quando c’è una catastrofe naturale, gli imprenditori italiani non hanno bisogno di una chiamata all’azione. Sono già allenati a muoversi nelle emergenze.

2. La fase adattiva, in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani. È in questa fase, che non è più di emergenza, che gli imprenditori devono sviluppare pratiche innovative mantenendo nel contempo le best practice di oggi. Ma se non hai preparato un budget adeguato al nuovo scenario, se non hai un sistema di controllo di gestione, se non adotti strumenti di indagine di customer satisfaction, se la gestione delle risorse umane è ancora limitata alla rilevazione delle assenze/presenze e alla elaborazione della busta paga, allora non sei pronto per affrontare il cambiamento. Nel mondo delle piccole imprese c’è un’arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente.

IL FIUTO ITALICO NON BASTA

Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico. L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta. Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro fiuto dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate basandoci sulla ripresa (+4,25% del Pil mondiale nel 2021 secondo il Fmi) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

DOPO L’EMERGENZA C’È L’ILLUSIONE DI UN RITORNO ALLA NORMALITÀ

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette fare più esercizio fisico. In effetti, riducendo il senso di urgenza, il successo del trattamento iniziale crea l’illusione di un ritorno alla normalità. L’abilità tecnica dei medici esperti, che risolve il problema immediato della sopravvivenza, distrae involontariamente i pazienti dall’obiettivo di cambiare vita per stare bene a lungo. I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

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L’emergenza Covid e l’Italia del Risarcimento

Il lockdown ha messo in ginocchio badanti, partite Iva, precari. Ma a salire sulle barricate sono notai, ristoratori e albergatori. Per questo andrebbe ricordato che il risparmio privato italiano ammonta a 4.200 miliardi di euro. Saranno tutti dei rider?

Una «crisi economica senza precedenti», l’ha definita il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni. L’Italia ne pagherà il prezzo più alto, con la sola Grecia ad andare peggio di noi (dio l’abbia in gloria, è una vita che la Grecia ci salva dall’ultima posizione in classifica e comunque con la pandemia se l’è cavata benissimo).

Avevamo capito che le cose si mettono male e si metteranno anche peggio, ma occorre forse ricordare più spesso che la crisi non è e non sarà uguale per tutti, anche se tutti all’unisono reclamano a gran voce non solo un aiuto e un supporto, ma un vero e proprio risarcimento dei danni inflitti dalla pandemia al proprio fatturato.

Così, sentiamo aumentare le voci di coloro che inveiscono contro il governo, come se Giuseppe Conte in persona avesse morso il pipistrello, che infettò il serpente, che mangiò il pangolino, che prese il topo, che al mercato di Wuhan mio padre comprò. Però, vedere costoro sfilare a ogni telegiornale, suddivisi per categorie e corporazioni, può far venire l’orticaria.

GLI AFFARI DI GDO E DELL’E-COMMERCE

Il lockdown totale ha sicuramente arricchito alcuni. In primo luogo l’e-commerce, aumentato del 50% e destinato a proseguire la sua crescita, dopo che tanti hanno scoperto quanto sia comodo fare la spesa online e poi stare sul divano ad aspettare la consegna. Affari d’oro per tutte le insegne della grande distribuzione, con la coda fuori h24, mascherine sul viso, chiacchiere tra sconosciuti e magari qualche flirt da epoca del coronavirus. Bene anche i piccoli negozi di alimentari, valida alternativa (un po’ più costosa) per chi le lunghe code non se le voleva proprio sorbire. Graziati i tabaccai (dio li protegga) e rilanciato il ruolo sociale e culturale delle edicole, che prima del virus erano prossime all’estinzione, ma poi si sono dimostrate ottime mete per fare due passi e procurarsi un’autocertificazione evidente da sventolare al poliziotto zelante: «Guardi, sono andato giusto ora a comprare il giornale».

PRECARI, PARTITE IVA, COLF E BADANTI SUL LASTRICO

A tutti questi in fondo è andata bene. A un sacco di altri invece no, come i lavoratori precari con contratti a termine, le piccole partite Iva, le badanti e le colf, e tutta la pletora di non garantiti che arranca tra donazioni della Caritas e la generosità di familiari e amici.

LE BARRICATE DI NOTAI E RISTORATORI

Ma in prima fila a reclamare troviamo piuttosto gli artigiani (idraulici, falegnami, elettricisti e così via) e i professionisti, come avvocati, notai, dentisti e commercialisti, tutta gente notoriamente con le pezze al culo, che per far fronte alla crisi dovrà magari vendersi la barca a vela o uno dei tre Suv che tiene parcheggiati nel cortile di casa. Per non parlare di albergatori, ristoratori, baristi e commercianti (non alimentari), per carità, danneggiati senz’altro, ma tutti imprenditori che dichiarano mediamente al fisco 20 mila euro l’anno, mentre ora invocano i loro 8 mila al mese di fatturato perduto. E che dire dei gestori di stabilimenti balneari, di parchi dei divertimenti, di impianti sciistici, di discoteche? Ogni categoria ha il suo danno, la sua rabbia, la sua richiesta, mentre i rappresentanti sfilano davanti alle telecamere piagnucolando o rivendicando, uniti in un’Italia entrata nell’epoca stracciona del Risarcimento, aiuti per tutti e senza condizioni.

UN OCCHIO AL NOSTRO RISPARMIO PRIVATO

Vale forse la pena ricordare che il risparmio privato italiano ammonta a quasi 4.200 miliardi di euro, pari al doppio del Pil nazionale. Forse che questa montagna di soldi si è volatilizzata durante la pandemia? O magari a detenere una simile cifra sono i rider che dal primo giorno di lockdown vediamo sfrecciare con i loro zaini colorati in spalla. Noi crediamo che siano dei poveri cristi costretti a un lavoro sottopagato, invece sono dei milionari che avevano solo voglia di girare per le città in bicicletta.

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Dimenticare Castellucci: dopo Delzio, pure De Carolis lascia Adr

Continua il rinnovamento dei vertici di tutte le controllate di Atlantia operata da Carlo Bertazzo con la supervisione di Gianni Mion.

Prosegue l’opera di “pulizia etnica” nel gruppo Atlantia, operata da Carlo Bertazzo con la supervisione di Gianni Mion. Si tratta del rinnovamento dei vertici di tutte le controllate, partendo dal presupposto che i manager erano stati chiamati a quegli incarichi da Giovanni Castellucci, per anni fiduciario di Gilberto Benetton e poi accompagnato alla porta senza tante cerimonie.

Dopo l’uscita a fine marzo del capo delle relazioni esterne Francesco Delzio per destinazione ignota – si parla di Confindustria, ma la squadra manageriale di Carlo Bonomi è ancora tutta da fare – ora è la volta di Ugo de Carolis, che lascia non solo la poltrona di amministratore delegato di Aeroporti di Roma, ma anche quella di consigliere di amministrazione di Adr. A riprova che l’uscita non è stata affatto indolore. Infatti, l’ingegnere voluto quattro anni fa da Castellucci a presidio dell’aeroporto Leonardo da Vinci, che considerava una sua area di potere dopo l’uscita di scena di Fabrizio Palenzona, non era per nulla intenzionato a lasciare il gruppo, ma alla fine è stato costretto a prendere atto della mancanza delle condizioni fiduciarie per andare avanti.

E dopo una dura trattativa sulla condizioni di uscita, ha dato le dimissioni. Ma non è finita qui. L’ultimo tassello dell’opera di “de-Castelluccizzazione” di Atlantia sarà il cambio del presidente. Fabio Cerchiai è benvoluto da diversi dei rampolli dei quattro fratelli Benetton, ma alla fine seppur con molte cerimonie, si deciderà a mollare. In quel momento non sarà però Mion, come molti pronosticano, a prenderne il posto, ma – guarda caso – proprio quel Palenzona che Castellucci a suo tempo aveva convinto Gilberto Benetton a giubilare. Solo allora la dialisi sarà completa.

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Nomine pubbliche, l’irritazione di Descalzi e Starace

Malumori dell'ad di Eni per la il cda uscito dalle trattative dei partiti, in particolare per le correnti M5s, dove non ha alcun sostenitore. Il numero uno di Enel invece è preoccupato dall'attivismo del neo presidente Crisostomo.

Ferma la giostra delle nomine nelle società pubbliche, cominciano a profilarsi le prime conseguenze delle scelte fatte dal Mef e dai partiti. Sono due i fronti più caldi: Eni ed Enel. Già in fortissima fibrillazione per il crollo del prezzo del petrolio, e la conseguente perdita di quasi 3 miliardi nel primo trimestre 2020, all’Eni il riconfermato amministratore delegato (terzo mandato) Claudio Descalzi non è per nulla contento del cda uscito dal frullatore delle trattative dei partiti e, soprattutto, delle correnti dei cinque stelle, dove non può contare su alcun sostenitore.

Di questo risultato il numero uno della società petrolifera accusa l’uomo che aveva scelto come suo ambasciatore nei palazzi della politica: Claudio Granata. Forte di un mandato fiduciario assoluto e di un rapporto personale a prova di bomba – che ha resistito anche dopo che il braccio destro di Descalzi aveva subito diversi inciampi – Granata aveva fatto patti non solo con il Pd, che li ha rispettati assicurando fino in fondo la sua copertura a Descalzi per una riconferma che non era affatto scontata, ma anche con alcuni settori dei pentastellati, a cominciare dalla corrente milanese capitanata da Davide Casaleggio e Stefano Buffagni.

Il risultato è stato però la nomina di Lucia Calvosa a presidente, che risponde a logiche private (è amica di Cinzia Monteverdi, ad del Fatto quotidiano, cui era stata presentata da Flavio Cattaneo, conosciuto durante la breve esperienza del manager alla testa di Tim) e di potere (Marco Travaglio), che certo non ha fatto piacere a Descalzi, il quale teme sia una vera e propria gatta da pelare. Inoltre, nel palazzone dell’Eur sono molti i dirigenti convinti che per la sua riconferma sia stata chiesto a Descalzi di giubilare Granata. Vedremo nelle prossime settimane.

IN ENEL POSSIBILI SCINTILLE TRA STARACE E CRISOSTOMO

Problemi non diversi in Enel. L’amministratore delegato Francesco Starace ha lungamente puntato i piedi per difendere la riconferma a presidente di Patrizia Grieco, con la quale ha instaurato un rapporto di amicizia saldissimo. Ha così insistito, Starace che a un certo punto, come ha raccontato Lettera43, ha persino rischiato che gli venisse dato il benservito. Poi è riuscito a ottenere il terzo mandato, ma al prezzo di veder sedere sulla poltrona che era della Grieco, cui nel frattempo è stato offerto il salvagente della presidenza di Mps, una personalità forte come l’avvocato milanese Michele Crisostomo, gentile nei modi ma duro nella sostanza, che ha tutta l’intenzione di non andare negli uffici romani di viale Regina Margherita a fare la bella statuina. Tant’è vero che Crisostomo ha già fatto un giro di contatti con gli altri membri del cda con il chiaro intento di costringere Starace, talmente abituato a comandare senza rispondere a nessuno che in azienda viene definito Napoleone, a venire a più miti consigli. Si attendono scintille, specie quando si dovrà decidere la riorganizzazione della prima linea dei dirigenti, ritenuta troppo debole, a cominciare dal numero uno di Enel Italia, Carlo Tamburi.

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Come ripensare il made in Italy ai tempi del Covid -19

La moda prova a ripartire, in testa Gucci, Ma si va in ordine sparso. E senza gli acquisti cinesi in loco il settore si gioca due terzi del fatturato. E in un orizzonte in cui si compra locale il settore deve ripensare la sua strategia.

La moda riparte. Anzi, ripartono per lo più le singole aziende, dopo aver raggiunto accordi con i rappresentanti sindacali interni o, nel caso delle piccolissime aziende, con i propri dipendenti: nessuno ha interesse nel mettere in pericolo i propri dipendenti, pare ovvio a chiunque fuorché al governo, e gente che in queste settimane ha prodotto milioni di mascherine, camici, disinfettanti per ospedali, operatori sanitari e comunità dovrebbe essere in grado di proteggere la salute dei propri cari, famiglia o dipendenti che siano.

Nessuno ha interesse nel mettere in pericolo i propri dipendenti, pare ovvio a chiunque fuorché al governo

DI STEFANO CHIEDE CONSIGLI PER UNA CAMPAGNA PER L’EXPORT

L’alternativa, drammatica soprattutto per le piccole aziende come hanno fatto presente i presidenti delle associazioni alle riunioni che si sono tenute al Mise nei giorni scorsi, Confindustria Moda e Cna in testa che ne raggruppa a migliaia, è di mancare le consegne di luglio ai propri clienti all’estero, pare molto pressanti nelle richieste di certezze in queste ultime settimane, perdendo forse per sempre commesse e introiti (incredibile, si racconta nel settore, la richiesta del viceministro Manlio Di Stefano, fedelissimo di Luigi di Maio, «per il consiglio di una struttura di comunicazione a cui affidare una campagna per l’export». Nessuno ha trovato la forza di dirgli che il ministero ha una mega-struttura in casa, anche piuttosto famosa e numericamente pesante. No, non gli diciamo come si chiami e dove si trovi la sua sede principale).

IL FALLIMENTO È DIETRO L’ANGOLO

Tutti mordono il freno, al ministero della Salute e all’Iss (istituto superiore di sanità) sono allarmatissimi. Non c’è ripresa senza salute, «durerebbe un battito di ciglia», dicono. Può darsi; il fallimento è invece dietro l’angolo, ed è una certezza. Se col virus bisogna convivere o imparare a sfuggirgli, meglio apprendere a farlo al meglio, mettendo in atto tutte le precauzioni, le app di tracciabilità e i test che – dopo tanto procrastinare e «cercare di capire», locuzione insopportabile quando si tramuta in indecisione, come quasi sempre accade – si spera ci saranno concessi in tempi brevi. Noi in Lombardia, che ogni trent’anni assistiamo a un nuovo scandalo originato dal Pio Albergo Trivulzio ad opera di amministratori lontani anni luce dalla nobiltà generosa e intelligente del fondatore, e che ora scopriamo il silenzio mantenuto dalla Regione sull’emergenza in arrivo per oltre un mese, iniziamo a guardare con interesse all’operato del governatore Luca Zaia in Veneto e con vero timore a quello di Attilio Fontana, ai suoi continui cambi di registro, alla lunga e colpevole sottovalutazione dei rischi.

Due turiste cinesi in posa davanti al negozio Gucci in via Condotti a Roma
(ANSA)

GUCCI RIAPRE, AZIENDE COME LE REGIONI IN ORDINE SPARSO

L’altro giorno, commentando in radio l’andamento dei propri affari, che sono molti e comprendono la catena OVS, chiusa da quasi due mesi, il finanziere Gianni Tamburi ripeteva quello che, qui all’ombra della Madonnina, nei nostri studi da cui cerchiamo di amministrare vita, affari, benessere, insomma qualunque cosa ormai da quaranta giorni secchi, ci diciamo tutti: copiate Zaia. Nello sfascio di un sistema centrale chiaramente inadeguato e, proprio per questo, in preda a timori per la propria permanenza al governo una volta che l’emergenza sarà finita, le Regioni si muovono in ordine sparso. Pericoloso, ma comprensibile. Lo stesso fanno le aziende: Gucci ha annunciato la riapertura del laboratorio di prototipia pelletteria e calzature «nella massima sicurezza per i dipendenti, a partire da domani». «La riapertura», ci scrivono, «avviene sulla base delle disposizioni governative dello scorso 10 aprile e a seguito di un accordo appena raggiunto con i sindacati per rafforzare ulteriormente il Protocollo di Sicurezza dello scorso 15 marzo, grazie anche alla consulenza del virologo Prof. Roberto Burioni dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano». Ma se Gucci può permettersi la garanzia della star mediatico-sanitaria del momento, tante altre concordano comunque un piano con i propri referenti e riavviano le attività.

IL MONDO HA DI NUOVO BISOGNO DEL NOSTRO MADE IN ITALY?

La società di consulenza per il lavoro Jobis (ex-Articolo1), ha ricevuto le prime richieste di assunzione di artigiani specializzati, dopo mesi di sole ricerche di personale sanitario. Il mondo ha di nuovo bisogno del nostro made in Italy? Si spera di sì, e bisogna verificarlo il prima possibile, perché l’orizzonte è fosco. Nonostante il boom di shopping degli scorsi giorni in Cina, che gli osservatori più superficiali hanno subito titolato come il «revenge shopping», il «ritorno alla smania di consumo», che sembrano tutte belle promesse, le cose sono molto più complicate di quanto emerge dai 2,7 milioni di acquisti effettuati sabato scorso da Hermès (di cui, peraltro, la gran parte realizzata con un modello speciale di Birkin al prezzo base di centomila dollari, che ovviamente era già stata segnalata, prenotata ed era pronta da ritirare, con festeggiamenti annessi). Ancorché la Cina conti ormai per il 90 per cento della crescita degli acquisti di lusso (dati 2019), non bisogna dimenticare che ne effettua i due terzi all’estero.

SENZA I CINESI DA RECUPERARE DUE TERZI DI FATTURATO

La famosa shopping experience, con tutto il suo bel corollario di storia del fondatore, di dimostrazione della quality (i nostri studenti cinesi non parlano di altro: inner quality guarantee) di aperitivi in boutique, di prove e carinerie varie, è pensata dall’Occidente per loro. Noi sentiamo ripetere queste storie ad nauseam da decenni, e quando acquistiamo beni di lusso cerchiamo perlopiù un altro genere di associazione simbolica o reale (arte, mostre, iniziative a favore del pianeta, difesa della sicurezza sul lavoro, salari etici eccetera). Dunque, noi con le nostre belle shopping experiences non verremo visitati dai cinesi ancora per un anno, minimo, e saranno due terzi di fatturato da recuperare.

NON PUÒ TORNARE TUTTO COME PRIMA

Tutto il business duty free è fermo. E sono ferme in tutto il mondo, Cina esclusa ma Stati Uniti purtroppo compresi, anche le attività wholesale: Neiman Marcus, per fare un esempio, sta cercando di cedere Mytheresa.com e ha difficoltà nel pagamento degli affitti. Non si conosce il futuro di Saks. Dunque, riprendiamo a produrre, ma non aspettiamoci che, con l’intera stagione primaverile saltata e molti buyer in crisi di liquidità, che tutto torni come prima o che l’e-commerce potrà sopperire alla mancanza di una relazione fisica, reale, fra chi offre lusso e chi acquista. Sicuramente Amazon potrà avvantaggiarsi del momento ed entrare finalmente nel settore della moda a cui aspira da tempo, con mezzi e modi che immaginiamo adeguati, ma il gap non si colmerà per lungo tempo o, se mai dovesse succedere, che lo farà secondo le modalità di un tempo. A dispetto di quanto vede il viceministro Di Stefano, è facile prevedere che, dopo lo choc sanitario, con la chiusura dei confini e con una recessione interna per molti Paesi, si assisterà piuttosto a una forte ondata di localismo. Ci sembra un comportamento naturale, quasi ovvio. Anche di questo punto bisognerà tenere conto, nelle nuove strategie di marketing: un made in Italy “temperato”, modellato da collaborazioni locali, potrebbe avere maggiore successo di un prodotto unicamente importato.

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Le banche nella doppia crisi: tra rischio violenza e emergenza economica

I sindacati: «Istituti non preparati. Possibili tensioni nei giorni dell'erogazione dei finanziamenti». Il Viminale conferma l'allarme. Allertati i prefetti. Per Patuelli (Abi) il settore potrebbe vivere un «cataclisma».

C’è la paura della violenza che si potrebbe scatenare per ottenere i finanziamenti e quella per la ricaduta in un’altra crisi dopo essere riusciti a superare quella gravissima del 2008. Le banche sono di fronte a «un rischio doppio» dice il presidente dell’Abi (associazione bancaria italiana) Antonio Patuelli, dovuto alla «crisi emergenziale che si sovrappone a una situazione economico-produttiva non di grandi numeri per il Pil, di stagnazione». Ma a far paura è soprattutto la lettera inviata alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, dai segretari generali di Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca e Unisin che temono episodi di «violenza contro le lavoratrici e i lavoratori bancari»da lunedì per le richieste di fondi previste dal decreto imprese.

Il segretario Fabio Sileoni ha firmato la lettera al ministro Lamorgese per avvertire dei rischi di sicurezza per il settore (Fabi)

PREFETTI ALLERTATI PER LA SICUREZZA

I sindacati hanno chiesto «un intervento volto a rafforzare la sicurezza sociale, a tutela della sicurezza di chi si trova sui posti di lavoro e della clientela bancaria tutta». C’è «massima attenzione» da parte del Viminale, ha fatto sapere il ministro dell’interno. Tutti i prefetti sono stati da tempo allertati affinchè sia garantito un adeguato dispositivo di sicurezza sugli istituti in un passaggio così delicato. E l’attenzione, spiegano al ministero, continuerà ad essere elevata anche in seguito.

I SINDACATI: «ALCUNE BANCHE NON SONO PRONTE A RIAPRIRE»

Nella loro lettera a Lamorgese i segretari generali Lando Sileoni (Fabi), Riccardo Colombani (First-Cisl), Giuliano Calcagni (Fisac-Cgil), Massimo Masi (Uilca-Uil) ed Emilio Contrasto (Unisin) ricordano che «lunedì mattina partiranno le procedure per erogare i finanziamenti garantiti dallo Stato, introdotti col decreto legge numero 23 dell’8 aprile 2020, per poter aiutare imprese e professionisti in difficoltà economica a causa dell’emergenza Covid-19». «Secondo le informazioni in nostro possesso – proseguono – alcune banche non sono ancora pronte, poiché non hanno predisposto le circolari interne né hanno modificato le procedure per poter accogliere le richieste da parte della clientela».

Il convegno della Fabi, la federazione nazionale dei lavoratori bancari.

«FAREMO I NOMI DI CHI È IMPREPARATO»

Una situazione che, a loro dire, “potrebbe generare tensione fra i clienti che si recheranno nelle filiali e i bancari, sfociando in fenomeni di violenza che già sono stati registrati, a danno delle lavoratrici e dei lavoratori bancari, in queste ultime settimane”. “Monitoreremo costantemente la situazione sull’intero territorio nazionale – avvertono – e denunceremo prontamente situazioni critiche e pericolose, così come faremo i nomi delle banche che effettivamente si riveleranno impreparate»

PATUELLI: «RISCHIO CATACLISMA»

Anche Patuelli, intervistato da Radio Radicale, ha speso parole per i lavoratori del settore: Coloro che lavorano in banca stanno facendo un superlavoro, quindi, invece di criticarli in anticipo bisognerebbe ringraziarli». «Quando c’è un incendio non bisogna discutere ma correre con i secchi a spegnerlo e il coronavirus è peggio di un incendio», ha dichiarato. «Bisogna constatare però che i pompieri e i volontari vengono ringraziati, i bancari invece criticati». Il presidente Abi ha anche precisato come «le banche stavano finendo di smaltire i costi di una crisi economico-finanziaria nata nel 2008 e scoppiata in Italia nel 2011, i numeri di Bankitalia non sono frivoli ma corretti, quindi vi è il rischio di un cataclisma».

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Gli italiani in difficoltà economica sono 21 milioni

Il governo pronto a introdurre il reddito di emergenza e a estendere gli ammortizzatori sociali.

Il decreto di aprile è slittato ancora, intanto il governo ipotizza che tutti i sostegni al reddito, dalla cassa integrazione ai congedi speciali, siano coperti fino a giugno. Introduzione del reddito di emergenza e conferma del bonus per gli autonomi che potrebbe salire oltre gli 800 euro.

QUASI DIECI MILIONI CON REDDITO QUASI NULLO

Nel frattempo uno studio dell’Università della Tuscia intanto evidenzia che circa 21 milioni di persone sono in serie difficoltà economiche, di cui la metà con un reddito quasi nullo. E secondo la Fondazione studi dei consulenti del lavoro, il blocco delle attività produttive ha generato «per 3,7 milioni di lavoratori il venir meno dell’unica fonte di reddito familiare»

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Per Terna c’è Donnarumma, Simioni all’Enav

Conferma per gli ad di Poste, Eni, Leonardo ed Enel. Ipotrsi Carta alla presidenza di Leonardo e Luisa Calvosa all'Eni.

La maggioranza ha trovato la quadra sulle prime nomine per le partecipate, anche se manca ancora un accordo sulle presidenze. Intanto come anticipato da Reuters c’è la conferma per gli ad di Poste, Eni, Leonardo ed Enel e poi l’arrivo di Stefano Donnarumma alla guida di Terna e di Paolo Simioni all’Enav.

Il presidente dell’Atac Paolo Simioni, prima della conferenza stampa: L’Atac del futuro riparte con te, Roma, 18 settembre 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Per le presidenze le trattative sono ancora in corso, ma si andrebbe sul nome di Luciano Carta, ora a capo dell‘Aise, per Leonardo e Luisa Calvosa all’Eni. Si starebbe discutendo ancora su Poste e sui componenti dei cda, con l’obiettivo di chiudere un accordo complessivo entro il weekend.

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Le novità dell’ultima ora sulle nomine nelle partecipate

Trattative febbrili a Palazzo Chigi in vista della presentazione delle liste per i Cda. Da Carta alla presidenza di Leonardo fino a Bastianini in Mps: i rumors.

Ore di trattative febbrili a Palazzo Chigi in vista della presentazione delle liste per i Cda delle partecipate, la cui scadenza è sabato 18 aprile. A trattative in corso ecco gli ultimi aggiornamenti.

CARTA VERSO LA PRESIDENZA DI LEONARDO, CALVOSA PER ENI

Per Leonardo, la cui poltrone sono state in queste settimane oggetto di forte contesa, pare quasi sicura la riconferma di Alessandro Profumo come ad, con l’arrivo alla presidenza di Luciano Carta, il generale della Finanza ora a capo dell’Aise, i servizi di controspionaggio estero. Per quanto riguarda Eni confermato Claudio Descalzi come amministratore delegato e, sorpresa, arriverebbe alla presidenza Lucia Calvosa, ora consigliere di amministrazione del Fatto quotidiano e di Tim.

ENEL, FAVORITO L’AVVOCATO IN QUOTA 5 STELLE CRISOSTOMO

In Enel a guidare il gruppo resta, come ampiamente detto nei giorni scorsi, Francesco Starace. Ma anche qui novità per la presidenza: favorito è infatti l’avvocato milanese Michele Crisostomo, quota 5 stelle, in particolare del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Nulla cambia invece ai vertici di Poste spa. Matteo Del Fante resta ad e Maria Bianca Farina presidente.

BISIO AL POSTO DI DONNARUMMA, CHE APPRODA A TERNA

Cambio in Terna, il colosso che gestisce la rete elettrica: al posto di Luigi Ferraris arriva da Acea, la municipalizzata romana della luce e del gas, Stefano Donnarumma. E chi lo sostituisce? Qui forse la sorpresa più grande. Favorito infatti Aldo Bisio, ad di Vodafone Italia e compagno di Azzurra Caltagirone. E Ferraris? Per lui è pronta una poltrona in Rfi, Rete ferroviaria italiana.

MPS, BASTIANINI SOSTITUISCE MORELLI

Sorpresa anche in Mps, dove al posto dell’ad Morelli arriva Guido Bastianini, ex numero uno di Carige. Mentre alla presidenza dovrebbe arrivare Patrizia Grieco, che fino ad ora ha ricoperto analogo incarico in Enel. Infine Enav, la società che gestisce il traffico aereo, al cui vertice, come si vociferava da tempo, va Paolo Simioni, quota 5 stelle, attuale capo di Atac, la società dei trasporti capitolini.

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Imprese e fase due: 5 consigli per gestire la ripartenza

Si va verso l’apertura di molte aziende che, solo se preparate, saranno in grado di gestire l'incertezza. Sarà cruciale seguire alcuni precetti fondamentali, dimostrando flessibilità ed empatia e investendo nello sviluppo di nuovi strumenti digitali.

Inutile girarci intorno: stiamo per ripartire. Come? I dettagli sono ancora da definire, ma quel che è certo è che alcuni accorgimenti, come l’utilizzo dei guanti e delle mascherine e il rispetto delle distanze di sicurezza faranno certamente parte della nostra vita. E non per poco tempo. La fase due sarà senza dubbio molto articolata e nuovi strumenti, di cui dovremo misurare l’efficacia e la tenuta, verranno messi al servizio del cittadino per garantire un adeguato rispetto delle normative. Seguiranno inoltre nuovi scontri social tra chi ritiene opportuna l’apertura e chi no, i dubbi e le domande dei cittadini ai numeri verdi predisposti dai ministeri e un notevole incremento degli “strappi alla regola” che sarà certamente più difficile tenere sotto controllo. Insomma, che la “fase due” inizi il 20 aprile o il 2 maggio, poco importa: ci siamo e per le aziende che non hanno ancora pensato e strutturato una efficace strategia di ripartenza rischia di essere già troppo tardi.

UN PERIODO ACCOMPAGNATO DA TANTE INCERTEZZE

È proprio nel corso della fase di chiusura, infatti, che le aziende avrebbero dovuto porsi le molteplici domande relative alla riapertura e non solo dal punto di vista logistico. I tempi stretti e il difficile approvvigionamento di guanti e mascherine sarà infatti accompagnato da dubbi, incertezze e comportamenti diffidenti e anomali dei collaboratori e dei dipendenti. Il fattore psicologico giocherà un ruolo molto importante e non potrà essere ignorato. Con l’evolversi della crisi, le organizzazioni e le aziende hanno rivisitato e implementato pratiche e politiche che aiutano collaboratori e clienti a sentirsi sicuri e curati nel momento del bisogno. Molte aziende hanno inviato, già nelle settimane successive all’inizio della pandemia, messaggi riflessivi e personali. Mantenere questo impegno anche dopo il superamento della fase critica sarà fondamentale per sostenere il rapporto e affrontare i problemi più comuni. Nel corso della ripresa sarà importante tenere a mente alcuni aspetti che potranno essere utili per ingranare al meglio. Tra questi, come anche riportato in un articolo su McKinsey qualche giorno fa, ce ne sono alcuni che non dovrebbero essere mai dimenticati.

CLIENTI E DIPENDENTI: EMPATIA E FLESSIBILITÀ

Al rientro, molti clienti saranno nervosi: molti dubbi li affliggeranno e la paura di convivere con il virus li metterà certamente a disagio. Per questo motivo è necessario essere empatici anche nel corso della fase due. La stessa empatia dimostrata nel corso dell’emergenza, attraverso l’attività di caring, dovrà continuare ad essere adottata nei confronti dei clienti anche in questa fase. Allo stesso modo, i dipendenti si destreggeranno tra una serie di questioni personali e professionali che li renderanno vulnerabili e nervosi. Reduci da molti mesi di smart working, i ritmi lavorativi saranno certamente diversi e i capi delle aziende dovranno dimostrarsi più flessibili, tollerando pause più lunghe o più sessioni di coaching virtuale.

Bisognerà immaginare nuovi modi per garantire la connettività sociale durante tutto il giorno

Per garantire un rientro sereno e produttivo e mantenere un ambiente di lavoro coeso, le organizzazioni dovranno quindi anche immaginare nuovi modi per garantire la connettività sociale durante tutto il giorno. Riunioni di squadra virtuali, eventi e competizioni tra team potranno aiutare a recuperare quel senso di appartenenza affievolito dall’isolamento. Dunque, ricreare lo spirito di squadra rispettando i nuovi ritmi di lavoro, soddisfacendo le aspettative dei clienti e mantenendo con loro una comunicazione costante, sarà forse la sfida più impegnativa che le aziende si troveranno ad affrontare nel corso della fase due.

TEAM DI GESTIONE DI CRISI

Come parte della risposta iniziale all’epidemia di Covid-19, molte aziende hanno creato dei centri nevralgici di crisi, degli organismi coordinati, che riuniscono membri del personale con competenze e capacità organizzative cruciali. Dunque, è opportuno che le aziende che hanno realizzato questo centro di gestione crisi lo tengano attivo nel corso della fase due, ricordando che il ruolo di questo comitato può evolvere con il mutare della situazione nei mesi a venire. Gli sviluppi quotidiani hanno, infatti, spesso un impatto diretto sulle richieste dei clienti e il comitato potrà seguire gli sviluppi della passata emergenza per dare informazioni riguardo gli scenari futuri, la pianificazione delle attività e indirizzando gli obiettivi e il business dei clienti.

SMART WORKING E RISORSE DIGITALI

Molte aziende si stanno preparando per una forza lavoro composta da dipendenti sia remoti che in loco. Lo smart working ha cambiato totalmente il nostro modo di concepire il lavoro in azienda e potrebbe costituire una valida alternativa da attuare almeno una volta a settimana. Aldilà della riduzione dei costi, con lo sfruttamento costante della modalità di lavoro da remoto le aziende dovranno rivalutare molti processi, come ad esempio l’inserimento di nuovi dipendenti. Dunque, a seconda della tipologia di azienda, sarà necessario ripensare i ritmi di lavoro e rendere telematici e virtuali molti aspetti della vita lavorativa. Alla luce di ciò, le aziende, prevedendo una grande quantità di lavoratori da remoto già nella fase due, dovranno anche intraprendere una serie di azioni per gestire l’afflusso di nuovi utenti digitali, aiutandoli anche ad adattarsi ai canali e ai nuovi servizi offerti. Per questo sarà importante rivedere tutti i mezzi digitali a disposizione dell’azienda, creando anche vademecum online consultabili con specifiche Faq. In conclusione, è importante che le aziende siano già preparate alla riapertura avendo già a disposizione strumenti e piani strategici per gestire il lavoro al meglio. Turnazioni, smart working, riunioni virtuali, ansia e nuovi mercati faranno parte del nostro nuovo modo di concepire il business e dovranno essere affrontati con flessibilità, coscienza e lungimiranza.

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Carlo Bonomi designato nuovo presidente di Confindustria

Il numero uno di Assolombarda ha vinto la sfida con Licia Mattioli. Per l'elezione definitiva occorre aspettare l'assemblea del 20 maggio.

Carlo Bonomi, numero uno di Assolombarda, è stato designato presidente di Confindustria. Vince così la sfida del voto del Consiglio Generale di via dell’Astronomia con Licia Mattioli. Per l’elezione definitiva andrà ora al voto dell’assemblea privata prevista per il 20 maggio.

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Confindustria, comunque vada non ci sarà stretta di mano

Attesa per l'elezione online del successore di Vincenzo Boccia. Una cosa è certa: dopo i colpi bassi della campagna elettorale, tra i due contendenti Bonomi e Mattioli il distanziamento è garantito.

Si sono marcati a vicenda per alcuni giorni, poi alla fine il primo a decidere di prendere un aereo e andare a Roma è stato Carlo Bonomi.

Così ieri anche Licia Mattioli ha prenotato un volo da Malpensa e stamattina è arrivata in viale dell’Astronomia.

Ad attendere i due contendenti alla presidenza nazionale di Confindustria ci sono il presidente uscente Vincenzo Boccia e il direttore generale Marcella Panucci, più qualche funzionario.

I 179 AVENTI AVENTI DIRITTO ALLA PROVA DEL VOTO

In una stanza del settimo piano della sede centrale della confederazione degli industriali italiani – passando per corridoi che sono stati calcati da tutto il Gotha (ma anche no) del capitalismo italiano – il piccolo drappello di “confindustrioti” si sono radunati per attendere i risultati del voto che stamattina vede impegnati 179 aventi diritto. Ieri in una prova per vedere se l’inedito sistema di voto a distanza funzionava hanno partecipato in 164, quindi oggi ragionevolmente dovrebbero esserci tutti. Alla vigilia il netto distacco a favore di Bonomi che si era verificato per tutto marzo era sceso, fino a spingere qualcuno a dire che la partita aperta e a mettere i due contendenti in posizione di equilibrio.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE PIENA DI COLPI BASSI

Non sappiamo se stamattina i quattro (Bonomi, Mattioli, Boccia, Panucci) più collaboratori abbiano rispettato e stiano rispettando le regole del distanziamento sociale. Certo, visti i colpi bassi che ci sono stati in questi giorni di campagna elettorale, e la tensione che sta accompagnando questa votazione – ieri circolava la voce che se Bonomi dovesse perdere, la Assolombarda che lui presiede potrebbe arrivare alla scissione – difficilmente si daranno la mano. In questo caso il coronavirus aiuta.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Il coronavirus ha smascherato i problemi digitali della scuola italiana

Per la didattica a distanza mancano 46 mila tablet. Mentre gli istituti avevano già velocità di connessione insufficienti. E metà dei docenti non possiede le competenze digitali. Tutti gli ostacoli all'e-learning.

Il Covid-19 ha costretto le scuole italiane a chiudere e a cercare forme di didattica alternative. Ha anche messo in evidenza, però, come la digitalizzazione tanto auspicata dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca non sia ancora a buon punto. Un tema, quello della necessità di organizzare le lezioni a distanza, che sarà ancora più stringente se l’emergenza coronavirus dovesse allungarsi nei tempi.

UN PIANO ESISTE DAL 2007, MA QUALCOSA È ANDATO STORTO

Il percorso della digitalizzazione delle scuole italiane è iniziato nel 2007, quando si discusse di un “Piano nazionale per la scuola digitale” (Pnsd). Questo programma di indirizzo del ministero dell’Istruzione si poneva l’obiettivo di modificare gli ambienti di apprendimento e promuovere l’innovazione digitale nella scuola. Ma è solo negli ultimi sette anni che abbiamo assistito a un massiccio intervento ministeriale di spinta all’innovazione didattica e alla digitalizzazione degli istituti scolastici. Ai due Pnsd sono seguiti alcuni progetti di formazione finanziati con fondi europei (Pon 2014-2020). Eppure, nonostante questo dispiegamento di risorse, qualcosa è andato storto.

FONDI STANZIATI PER LE CARENZE: 85 MILIONI DI EURO

Da una prima rilevazione del ministero dell’Istruzione sulla didattica a distanza ai tempi del Covid-19 emerge, infatti, che mancano ancora oltre 46 mila tablet. Sono stati così stanziati 85 milioni di euro per far fronte alle carenze messe in luce da quest’emergenza e per garantire il diritto allo studio. Questi fondi saranno così ripartiti: 10 milioni per dotare le istituzioni scolastiche di strumenti digitali e infrastrutture di e-learning; 70 milioni per garantire agli studenti meno facoltosi, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per l’e-learning; e 5 milioni per la formazione online dei docenti sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza.

EDUCARE DIGITALE: IL REPORT CHE FA LUCE SUI NOSTRI RITARDI

Se è stato necessario questo intervento, non molto è cambiato dall’ultima fotografia della situazione a livello nazionale: il report “Educare digitale” risalente a febbraio del 2019, pubblicato dall’Agcom, fa riferimento a una rilevazione effettuata dal Miur nell’anno scolastico 2016/2017 su istituti principali e plessi scolastici di scuole primarie e secondarie. Ed è il report più recente sullo stato di sviluppo della scuola digitale.

IL PUNTO DI PARTENZA: LA CONNESSIONE DI RETE

Inizia con una premessa: una valutazione del livello di digitalizzazione della scuola italiana non può non partire dal “livello di infrastrutturazione” degli istituti, vale a dire dalla presenza o meno di connessioni di Rete ad alta velocità. Sono queste ultime, secondo il rapporto, “a garantire una maggiore e più efficace integrazione del digitale nelle scuole”.

IL 97% DELLE SCUOLE È ONLINE

Dalla rilevazione del Miur è emerso che il 97% circa delle scuole primarie e secondarie del nostro Paese dispone di una connessione a internet, anche se una buona percentuale risulta connessa a “bassa” velocità. Ciò ha ridotto il numero di studenti che non accedono alle tecnologie digitali. Questo dato evidenzia però che il 3% degli edifici scolastici risulta ancora privo di qualunque connessione: si tratta di scuole prevalentemente primarie e dislocate per la maggior parte nel Sud Italia.

INTERNET PERÒ TROPPO LENTO PER I SERVIZI DIDATTICI

Inoltre il fatto che sia presente una connessione a internet non basta se essa non gode di una velocità sufficiente all’utilizzo di strumenti e servizi didattici. A livello nazionale la percentuale di scuole connesse a una velocità superiore a 30 Mbps è dell’11,2% delle secondarie di primo grado, del 9% delle scuole primarie e del 23% delle scuole superiori. Si tratta di un numero nettamente inferiore rispetto al 97% di quelle genericamente connesse a internet.

DIVARIO INFRASTRUTTURALE CON GLI ALTRI PAESI

Un ulteriore indicatore del livello di digitalizzazione, spiega il report, è rappresentato dalla disponibilità per gli studenti di computer nelle scuole. Esiste un divario infrastrutturale tra l’Italia e i Paesi europei, in quanto il numero di studenti per pc risulta doppio o addirittura quadruplo rispetto alla media europea. Sarebbe opportuno un attento monitoraggio della strumentazione tecnologica nelle scuole, al fine di consentire una più oculata distribuzione delle risorse economiche necessarie al completo sviluppo digitale.

IL COORDINATORE PER L’INNOVAZIONE? MANCA

Dall’indagine emerge poi come non tutte le scuole abbiano individuato un coordinatore per l’innovazione, figura peraltro prevista dal Pnsd. In questo campo, sono soprattutto le scuole primarie a mostrare le criticità maggiori. Ciò è anche la conseguenza di una minore infrastrutturazione e di un minor utilizzo degli strumenti digitali nella didattica. Eppure è proprio in queste scuole che ci sarebbe maggior bisogno di una figura “guida”. In contesti di ritardo digitale, un coordinatore per l’innovazione si rivelerebbe ancor più utile per consentire un corretto cammino verso l’integrazione delle tecnologie digitali nella scuola.

IL CORPO DOCENTE: SOLO IL 47% È DIGITAL

Altra nota dolente: il corpo docente. Solo il 47% degli insegnanti afferma di utilizzare quotidianamente strumenti digitali nelle proprie attività didattiche, a fronte di un 5% che non li usa mai. Con la locuzione “strumenti digitali” non si fa riferimento alla sola connessione a internet, ma anche a qualsiasi device innovativo il cui funzionamento può avvenire anche offline. Nelle scuole dotate di una connessione a banda ultra-larga, la media dei docenti che si serve tutti i giorni di strumenti digitali nella didattica sale al 51%.

PROBLEMA DI COMPETENZE: NON SONO SUFFICIENTI

In ogni caso, ciò significa che la metà degli insegnanti non ha integrato le metodologie didattiche “aumentate” digitalmente nella sua pratica quotidiana. E si limita dunque a un uso sporadico degli strumenti digitali. Come emerso anche dall’indagine Oecd Talis 2013, è ragionevole ritenere che ciò sia dovuto al livello di competenze digitali del corpo docente. Quando tali competenze sono insufficenti, il docente non ha la capacità di servirsi delle tecnologie digitali quotidianamente nell’attività di formazione degli studenti. Come può questa metà anacronistica aiutare i propri allievi a sviluppare una cittadinanza digitale critica, proattiva e consapevole?

LE ATTIVITÀ: SOPRATTUTTO PRESENTAZIONI

Interessanti anche i dati in merito alle tipologie di attività svolte con le tecnologie digitali. La maggior parte dei docenti se ne serve soprattutto per la consultazione di fonti e contenuti digitali: nel 47,3% delle scuole questa attività è svolta da tutti o quasi tutti i docenti. Tra le attività digitali più diffuse figurano poi le “presentazioni” per spiegare, usate dalla maggioranza dei docenti nel 29,3% delle scuole, e l’uso di strumenti digitali per le attività di verifica e di valutazione (28,9% delle scuole). Meno diffuse, invece, le attività di condivisione tra docenti e allievi e quelle di apertura della scuola al mondo esterno.

REGIONE PER REGIONE: AL TOP L’EMILIA-ROMAGNA

Verificando la situazione regione per regione, gli istituti dell’Emilia-Romagna mostrano performance superiori al resto d’Italia in termini di infrastrutture di rete e di didattica innovativa. Appartengono alle regioni star, anche se a livelli più prossimi alla media nazionale, la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia. Hanno invece una connessione elevata, ma un approccio didattico tradizionale le scuole della Liguria e della Toscana. Molise, Campania, Umbria, Sicilia e Sardegna vantano tanta competenza e predisposizione al cambiamento, ma un indice di connettività al di sotto della media. Infine, ci sono le regioni più critiche: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto. Queste ultime presentano livelli di connettività e di innovazione didattica inferiori a quelli medi nazionali.

LE OPINIONI DEGLI INSEGNANTI: POSIZIONI DIVERGENTI

Con queste premesse, è evidente come l’esperienza (forzata) della didattica a distanza a causa del coronavirus avrà esiti variabili: da regione a regione, da scuola a scuola, da materia a materia. D’altronde lo rivelano anche gli stessi docenti, le cui posizioni nei confronti dell’insegnamento online non sono omogenee.

GLI SCETTICI: «MANCA L’INTERAZIONE CON I RAGAZZI»

C’è chi è scettico sulle potenzialità di questo modo d’insegnare. «Con la didattica online o e-learning non hai il contatto fisico, non vedi gli alunni, non sono lì presenti», spiega Pasquale Lubinu, professore di storia e filosofia all’Istituto d’istruzione superiore Antonio Segni di Ozieri. «Quando parli in video, parli a tutti nello stesso modo, ma soprattutto senza interazione: non si può fare lezione senza guardare in faccia gli studenti. Online come puoi fare un intervento differenziato? Il lavoro che si fa in classe non è trasportabile online».

GLI INTEGRATI: «È UNA GRANDE OPPORTUNITÀ»

C’è invece chi è più ottimista: «Come docente di sostegno ho scelto, insieme con i colleghi, di svolgere alcune lezioni contestualmente alla classe e altre individuali», racconta Andrea Crivelli, insegnante di sostegno al liceo delle scienze umane Contessa Tornielli Bellini di Baluardo La Marmora. «La didattica a distanza offre una grande opportunità: il docente deve preparare una lezione più mirata ed efficace ed è obbligato a utilizzare più modalità comunicative».

SUPPORTO ALLA DIDATTICA: CARTINE E DOCUMENTARI

Entrambi i docenti sono comunque concordi nell’affermare che strumenti digitali come la Lim, la linea internet e altri costituiscono un ottimo supporto nella didattica in presenza. «Se spiego storia», commenta Lubinu, «ci vuole un attimo a trovare una carta geografica su internet, un documentario su YouTube o a usare la lavagna». E anzi, sottolinea Crivelli, questi supporti digitali dovrebbero essere sfruttati di più nella didattica in presenza. «Oggi che, da scelta, la didattica online è diventata l’unica possibilità da seguire, si vede il gap tra chi vi si applicava con più attenzione da prima e chi invece non lo faceva, privilegiando forme di didattica più frontale».

IL GAP DA COLMARE: NEL REGNO UNITO SI LAVORA COSÌ DA 23 ANNI

La sensazione è che l’Italia sia ancora molto lontana dall’eccellenza e debba colmare il gap digitale che la separa da altri Paesi europei. Il Regno Unito, per esempio, ha investito tantissimo nella digitalizzazione delle scuole. L’uso delle tecnologie nel campo dell’istruzione e della formazione è stato, negli ultimi 23 anni, una delle priorità assolute per i governi britannici.

L’ESEMPIO CHE FUNZIONA: LA SAINT LOUIS SCHOOL DI MILANO

Un esempio del sistema anglosassone, qui in Italia, è la Saint Louis School di Milano. La scuola privata fa parte del Gruppo Inspired, che in Italia può contare su nove scuole: St. Louis School, International School of Milan, Monza, Como, Modena, Bergamo, Siena, Ticino e Kiddy English. Scuole come queste hanno avvertito meno il colpo, perché hanno fatto degli strumenti dell’e-learning il loro pane quotidiano, integrandoli nella didattica giornaliera. Molte delle piattaforme online utilizzate per sopperire alla chiusura sono considerate parte integrante dell’approccio di Inspired all’apprendimento misto. Inoltre, già nel 2012, le International Schools del Gruppo in Italia avevano avviato il progetto per le scuole elementari “1:1 Ipad”. Esso prevedeva l’utilizzo da parte degli studenti di tablet personali, da affiancare ai libri e ai metodi tradizionali di studio.

UNA REAZIONE RAPIDA DOPO IL DECRETO DI CHIUSURA

Il professor Stephen Rogers, preside dell’International School of Milan, racconta: «Le scuole del gruppo si sono attivate per andare online in breve tempo, praticamente dopo poche ore dal decreto di chiusura emanato dalle autorità. Questo grazie al fatto che l’e-learning è parte integrante della nostra esperienza di apprendimento quotidiana e che disponiamo di strumenti consolidati e già conosciuti dagli insegnanti e dagli studenti».

VARIETÀ DEGLI STRUMENTI: TRA VIDEOCONFERENZE E COMPITI

Con la chiusura delle scuole, il programma didattico è stato così trasferito dal frontale al virtuale con estrema facilità. «Utilizziamo una varietà di strumenti, tra cui Seesaw, ManageBac, Team Microsoft e software per videoconferenze che ci permettono di garantire la migliore gestione nella raccolta dei compiti e nella consegna dei risultati, così come di gestire lezioni “face to face” con tutti gli studenti, replicando una normale giornata scolastica», continua Rogers.

ONESTÀ ACCADEMICA: QUELLO CHE SI CHIEDE AGLI STUDENTI

Ma come rispondere all’obiezione di alcuni professori delle scuole italiane circa la difficoltà di valutare gli studenti con la didattica online? Il rischio che barino, sostengono in tanti, è molto alto. Rogers spiega che il lavoro va fatto a monte: «Abbiamo il vantaggio di conoscere bene i nostri studenti e, fin dalla più tenera età, lavoriamo insieme a loro sul concetto di onestà accademica. Hanno abbracciato il cambiamento nel modo in cui li incoraggiamo sempre a fare, con coraggio, senso di responsabilità e apertura mentale».

APPRENDIMENTO CREATIVO: UN MODO PER SPERIMENTARE

La chiusura delle scuole a causa del Covid-19 è stata vissuta come una grande opportunità, più che come un ostacolo, dalle scuole del Gruppo. «Gli insegnanti hanno trovato il modo di incontrarsi virtualmente per pianificare insieme le attività», racconta Rogers, «mentre gli studenti sono andati oltre la semplice ricezione di istruzioni. Possono condividere i loro risultati online e lavorare insieme in piccoli gruppi in una varietà di modi innovativi». Insomma, un’occasione per sperimentare modalità nuove e creative d’apprendimento, che pian piano anche le scuole italiane potrebbero imparare ad apprezzare.

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Coronavirus, picchiata nei consumi: a marzo -31,7%

È quanto emerge dal report di Confcommercio. Per il primo trimestre 2020 si stima una riduzione tendenziale del 10,4%.

Consumi in picchiata del 31,7% a marzo rispetto allo stesso periodo del 2019 e per il primo trimestre di quest’anno si stima una riduzione tendenziale del 10,4%.

Un crollo che fa prevedere per il solo mese di aprile una contrazione del Pil del 13% a fronte di un calo tendenziale del -3,5% atteso per il primo trimestre 2020.

È quanto emerge dallo studio di Confcommercio sugli effetti del lockdown per arginare il contagio da coronavirus. «Siamo in presenza di dinamiche inedite sotto il profilo statistico-contabile, che esibiscono tassi di variazione negativi in doppia cifra», si legge nel report in cui si segnala il crollo del turismo con un -95% degli stranieri a partire dall’ultima settimana di marzo; delle immatricolazioni di auto (-82%), delle vendite di abbigliamento e calzature (-100% per la maggior parte delle aziende non attive su piattaforme virtuali, di bar e ristorazione (-68% considerando anche il delivery a casa.

CONFCOMMERCIO CHIEDE INDENNIZZI PROPORZIONALI ALLE PERDITE

Sulle contromisure adottate dall’Italia per limitare gli impatti della crisi Confcommercio ritiene che accanto alla «concessione di abbondante liquidità a costi molto esigui, sarebbe opportuno affiancare una serie di indennizzi proporzionali alle perdite» (al netto delle imposte potenzialmente dovute) subite dagli imprenditori e dai lavoratori. Senza lo strumento dei «trasferimenti a fondo perduto» si corre il rischio che «l’eccezionale liquidità non sarà realmente domandata, almeno dai soggetti più deboli, lasciando ferite permanenti nel tessuto produttivo e rendendo meno vivace la ripartenza». Uno scenario che per Confcommercio rischia di aggravarsi e paralizzare il Paese per le troppe incognite che ancora gravano sui tempi della progressiva fine del lockdown e della fase di ripresa delle attività. «Oggi è necessario evitare che, dopo il coronavirus, la ricostruzione dei livelli di benessere economico, già depressi, del 2019, duri troppi anni», ha messo in guardia l’associazione. «Il rischio è la marginalizzazione strutturale del Paese rispetto alle dinamiche internazionali dell’integrazione, dell’innovazione tecnologica, della sostenibilità e, in definitiva, della crescita di lungo termine».

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Con la cura Borghi-Salvini rischiamo la deriva argentina

L'Unione europea è tutt'altro che un paradiso, ma chi tifa per la sua fine o per una Italexit solo per vincere le elezioni ignora cosa accadrebbe al nostro Paese senza Bruxelles o la Bce. Una farsa che ci porterebbe dritti a una iperinflazione e, quindi, alla rovina.

Molti dicono che l’Europa non esiste ma ne parlano sempre. Cresciuti anche nel solco profondo del pensiero di Beppe Grillo, hanno come maestri di Twitter Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri.

Ci sarà a ore qualche “sistema innovativo” che sarà proibito chiamare eurobond ma in fondo per vie traverse lo sarà? Se sì, arriverà una nuova cessione, prima o poi, di sovranità. Lo sanno i sovranisti?

Le solite alchimie europee si sono riproposte con la quadratura del cerchio alla quale l’Eurogruppo (i ministri del Tesoro dei 19 Paesi euro) si è applicato nei giorni scorsi. È la seguente: trovare il sistema di offrire capitali che non vadano ad aggiungersi ai debiti nazionali, ma senza nessuno strumento formalmente e direttamente garantito da tutti, senza bond, cioè obbligazioni, offerte sui mercati finanziari.

PIÙ DELL’OLANDA, IL VERO NODO SONO LE ELEZIONI TEDESCHE

Il vero nodo ancor più dell’Olanda sono le elezioni tedesche di inizio autunno 2021, alle quali gli ipernazionalisti dell’AfD (gli amici di Salvini e di Meloni) non devono arrivare, secondo Frau Merkel, con il bazooka elettorale di un regalo fatto ora dalla stessa Merkel alle cicale del Sud Europa. AfD è entrata per la prima volta al Bundestag nel 2017 con 94 deputati. Se nel 2021 ne prendono 130 o 140 ogni discorso europeo è chiuso. Questa settimana vedremo che cosa decidono i capi di Stato e di governo.

CHI VUOLE LA FINE DELL’UE O L’ITALEXIT HA UNA VISIONE DEL FUTURO?

Realtà nazionali radicate nei secoli sono ben più profonde di una realtà multinazionale dove non si parla la stessa lingua, nata appena 70 anni fa su trattative e Trattati e che in vario modo lascia, anche questo viene sempre dimenticato, quasi tutta la sovranità nelle mani degli Stati-Nazione. L’Unione. Sarebbe meglio definirla “Unione”, virgolettata, più un desiderio che una realtà. Lo Stato è più vecchio e solido e soprattutto più sentito e familiare, per molti. Occorre decidere però se chi vuole la fine della Ue, per tutti o come solitaria scelta italiana, vede giusto, ha capacità per farlo e visione saggia del futuro. Quello che al momento stanno garantendo, purtroppo, è il clima gingoista, in chiave questa volta anti-Ue, che William James vedeva crescere negli Stati Uniti e in Europa a cavallo tra 800 e 900, un vocabolario guerriero «che spinge l’opinione pubblica a un punto tale che nessun leader politico riesce a fermare».

I FAN DELLA VIA NAZIONALISTA

L’Europa di Bruxelles, si sostiene da quel fronte, è una congiura tra le grandi banche e i tedeschi per dominarci, e per farlo meglio hanno imposto anche a noi l’euro. L’Europa di Bruxelles, sia chiaro, non è quella favola edificante che i bardi dell’europeismo, oggi più rari, volevano farci credere. Il caso greco, pur con tutte le responsabilità di Atene, insegna (2010-2015). Ma non è nemmeno quella che il circo equestre Salvini/Meloni più 5 stelle sovranisti – anche qui è Beppe Grillo che con la sua nota profondità di pensiero che li ha istruiti e coltivati – va raccontando e non da oggi, convinto ancora di poter conquistare sulle macerie dell’europeismo e sulle ali del nazionalismo il potere in Italia per un ventennio.

LEGGI ANCHE: L’Europa dei nazionalismi ci farà schiacciare da Cina, Usa e Russia

Troppi italiani sono convinti che quella nazionalista sia l’unica via. Certamente è la più facile, regole semplici (frontiere, bandiera, lira…) che tutti capiscono. Lo dice anche Vladimir Putin, maestro d’elezione di Salvini e altri. Nella conferenza stampa di fine 2019 Putin ha ribadito che il patriottismo «è l’unica possibile ideologia in una moderna società democratica». Come nazionalista non ama l’Unione europea, struttura sovranazionale, come non la ama Donald Trump. Il nazionalismo esasperato, guarda caso, distrugge l’Unione, cosa che per motivi diversi perseguono entrambi. E a noi, starebbe bene? Questa è la domanda cruciale, al di là di tutte le carnevalate: a noi starebbe bene?

SE L’ALTERNATIVA SONO CINA E RUSSIA

Ripassiamo un po’ di storia, soffermiamoci un attimo sulla geografia, materia ormai negletta, diamo un’occhiata a che cosa è la nostra piccola Europa nel mondo di oggi, ormai senza più Pax americana. L’attuale Unione era il 20% abbondante del Pil mondiale nel 1986, il 17% nel 2014 e sarà poco più del 14% nel 2024, dice una media delle più accreditate analisi, perché gli altri crescono più di noi. E poi come italiani poniamoci una domanda: se ce ne andiamo dall’Unione europea, dove andiamo? C’è la Russia, c’è la Cina, dicono molti senza sapere bene che cosa dicono. Lasciare alleati a noi simili, semi-identici in qualche caso, vicini, grossi quanto noi o più piccoli, conosciutissimi, per metterci con altri lontani, enormi, diversissimi e nel caso russo con meno soldi di noi, nonostante le armi e le risorse naturali?

I TRE OBIETTIVI CON CUI NACQUE L’EUROPA DI BRUXELLES

L’Europa di Bruxelles nasceva tra il 1950 e il 1957 con tre obiettivi e tutti sotto l’ala della diplomazia americana, disposta ad avere un blocco alleato anche se sarebbe diventato commercialmente concorrente. Si trattava di cambiare alla radice la secolare dura ostilità Francia-Germania, mettendole al cuore dello stesso progetto. Si trattava di reimmettere in pieno nel sistema democratico i Paesi ex dittatoriali protagonisti principali dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. E si trattava di avviare un’economia continentale in un continente troppo piccolo per avere una trentina di Paesi sovrani, e fino ad allora economie sovrane e troppo in concorrenza. La grande tappa intermedia venne a fine Anni 80 con il Mercato Unico, il vero Mec, la fine della presenza russa in Europa centrale, la nascita dell’Unione e dell’euro, collante per tenere insieme i Paesi in una nuova realtà non più motivata dalla paura, dalla ingombrante presenza dell’Urss.

PRESI SINGOLARMENTE SIAMO NANI, GERMANIA COMPRESA

La geografia ci dice che insieme, i 27 Ue più Svizzera e Norvegia che di fatto partecipano allo stesso mondo socio-economico, abbiamo la metà della superficie degli Stati Uniti, metà di quella della Cina e poco meno di un quarto della superficie della Russia. E siamo in 29, con in media 146 mila chilometri quadrati circa a testa, in realtà con molti Paesi ben più piccoli, in dieci sotto i 50 mila chilometri quadrati. Nel mondo post-americano sta emergendo un triumvirato Usa-Cina-Russia, quest’ultima nostra vicina forte solo in armi e materie prime ma non in industria, e noi invocando il nazionalismo molliamo gli ormeggi comuni? Singolarmente siamo tutti dei nani, anche la Germania, come diplomazia e difesa.

LA MAGIA E LA FARSA PROPINATE DA BORGHI

Dire che la Ue è un disastro standosene ovviamente sulle generali fa molto “pensoso” e dire che non ci aiuta suona patriottico, anche se già adesso per noi stanno facendo enormemente di più, come cifre, Commissione e soprattutto Bce di quanto stia facendo chiunque altro. Comunque, a fronte di tanti “pensosi” connazionali proviamo a entrare in una macchina del tempo e a pensare che l’Unione europea scompaia di botto perché non è mai esistita. Tutti e solo Stati-Nazione, una trentina oggi come nel 1936, ad esempio. Niente Bce, per cominciare, con i suoi massicci acquisti di obbligazioni dello Stato e delle imprese sui mercati. Chacun pour soi nel vero senso delle parole. Così sarebbe la pandemia con un’Europa stile 85 anni fa. Soli, davvero soli.

LEGGI ANCHE: Cinque pillole contro il virus nazionalista di Meloni & Co

Magari! Questo dicono oggi i tanti nazionalisti doc e di ritorno italiani, sarebbe la condizione ideale. Il clou del loro pensiero è tornare a una Banca centrale nazionale che rinunci subito all’indipendenza dal Tesoro concordata in Italia nel 1981 e torni a sottoscrivere tutto il debito pubblico invenduto, asta dopo asta. «Non ci sarebbero più problemi», ripete da anni il leghista Claudio Borghi, stratega economico/monetario di Salvini, facendo scuola. Una magia e una farsa. Non funziona così. Una Banca centrale può creare tutta la moneta ritenuta compatibile (da chi? Da chi compera i titoli sovrani, naturalmente) con la forza dell’economia e dei conti nazionali, non in base alle necessità di un Tesoro senza freni. Se invece lo fa, parte l’inflazione e poi l’iperinflazione e quindi la rovina.

IL RISCHIO DI UNO SCENARIO ARGENTINO

Una eventuale regata in solitaria dell’Italia con Salvini timoniere, Meloni prodiere, Borghi mozzo e la lira come vela, ricorda quanto Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong e da tempo rettore di Oxford, ha scritto alcuni mesi fa sulla ormai certa Brexit: «Le promesse e le rosee previsioni…verranno presto misurate sulla realtà. A quel punto non vorrei essere tra i capi brexiteer». I seguaci del grande timoniere, i tanti nostri sovranisti anti-Ue via tweet, farebbero presto a rinsavire leccandosi le ferite, ma dovrebbero prima rompersi il naso, rompendo anche il nostro. Il prezzo sarebbe altissimo per molte generazioni di italiani, perché si chiamerebbe Argentina. Un peso del 1945, prima di Juan Domingo Perón, vale 10 mila miliardi di pesos attuali circa, a forza di inflazione, riforme monetarie scacciazero e rotative, e nessuno vuole peso se non per pagare il caffè, chi può li cambia subito, e tutto funziona in dollari e….euro. L’Italia non è l’Argentina? L’Argentina era in vario modo molto più dell’Italia fino a 80 anni fa. La geografia è diversa, ma la cura Borghi/Salvini/sovranisti in genere è molto simile alla cura Perón. Chi si avvolge nella bandiera non ha solo per questo ragione.

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Librerie, cartolerie, negozi d’abbigliamento per bambini: i negozi che riapriranno il 14 aprile

Ripartono anche le attività forestali e quelle all'interno delle aziende ma circoscritte a sanificazione, pagamento degli stipendi, vigilanza. Gli esercizi esclusi dal dpcm che proroga il lockdown al 3 maggio.

Riaprono da martedì 14 aprile le librerie, le cartolerie e i negozi di vestiti per neonati e bambini. Attività professionali, scientifiche e tecniche. Ripartono le attività forestali, l’industria del legno e anche la produzione di computer. Ecco i primi spiragli nel lockdown da coronavirus.

La serrata pressoché totale viene prorogata ancora, dal 14 aprile fino al 3 maggio, compresa la stretta sui rientri dall’estero e sui viaggi di lavoro nel nostro Paese, con controlli agli imbarchi e stop ai viaggi per chi ha la febbre. Restano tutti i limiti agli spostamenti, la chiusura delle scuole, lo stop alle attività produttive non essenziali. E resta la possibilità per le Regioni di emettere ordinanze ancora più restrittive di quelle dello Stato.

Ma arrivano singole deroghe e nuove regole per le attività aperte, con l’obbligo di mascherine per i dipendenti e prodotti per disinfettare le mani vicino alle casse o anche alle tastiere dei bancomat.

Ecco nel dettaglio cosa riapre.

LE ATTIVITÀ CHE RIPARTONO

Dall’uso delle aree forestali, per tagliare i boschi esempio, alla fabbricazione dei computer, si allunga di una decina di voci la lista dei codici Ateco, che vanno da un ampliamento delle attività legate all’agricoltura alla ripresa per gli organismi internazionali presenti in Italia, come le sedi delle agenzie delle Nazioni Unite. Aggiunte tra le grandi opere quelle idrauliche. Riparte il commercio all’ingrosso di carta e della cancelleria, per consentire la rifornire le cartolerie di penne, pennarelli, quaderni pronte alla riapertura insieme alle librerie e ai negozi per bambini, una eccezione perché sul resto dell’abbigliamento la serranda resta abbassata.

SÌ A MANUTENZIONE, VIGILANZA E GESTIONE DEI PAGAMENTI

Per le attività che restano sospese sarà comunque possibile entrare in azienda per vigilanza o manutenzione, per la gestione dei pagamenti (a partire dalle buste paga) e per la sanificazione. Si potranno anche spedire e ricevere merci, tutto previa comunicazione al Prefetto. Le fabbriche e le attività aperte devono assicurare «prioritariamente la distribuzione e la consegna di prodotti deperibili e dei generi di prima necessità».

NUOVE DISPOSIZIONI PER SUPERMERCATI E NEGOZI

Il dpcm elenca le misure per gli esercizi commerciali aperti, indicando la necessità di utilizzare guanti usa e getta per fare la spesa e la mascherina in tutte le fasi lavorative dove non si possa mantenere la distanza. Prevista la sanificazione due volte al giorno. In più si prevede che nei piccoli negozi, entro i 40 metri quadri, si entri uno per volta e con la presenza di massimo due operatori. Per scaglionare gli accessi si prevedono anche «ampliamenti delle fasce orarie». Alla cassa si deve trovare l’igienizzante per le mani, anche prima di digitare il Pin del bancomat.

SPORT E SPOSTAMENTI VIETATI

Per altre tre settimane bisognerà rimanere a casa, salvo «comprovate esigenze lavorative», necessità o motivi di salute. Niente eventi, chiusi bar, ristoranti, pub e discoteche. Vietati i trasferimenti da dove ci si trova, vietatissimi gli spostamenti verso le seconde case di vacanza. Parchi e aree gioco restano chiusi, così come è confermato lo stop per tutte le attività sportive, anche gli allenamenti dei professionisti. Rimane consentita l’attività motoria nei pressi di casa, da soli e mantenendo le distanze.

STRETTA SUGLI INGRESSI NEL PAESE E MISURAZIONE DELLA TEMPERATURA

Confermata la disciplina sugli ingressi nel Paese e sui transiti brevi dall’estero: chi rientra avrà l’obbligo di isolamento fiduciario anche in assenza di sintomi. Prevista la possibilità di transiti per lavoro di massimo 5 giorni (72 ore prorogabili di 48). Regole più stringenti, in entrambi i casi, alla partenza dall’estero: bisognerà consegnare una dichiarazione ai vettori che dovranno misurare la temperatura e bloccare il viaggio di chi ha la febbre. Stop confermato per le navi da crociera.

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Torneremo a viaggiare? Ripensare il turismo ai tempi del Covid-19

Tra i settori più colpiti dalla pandemia c’è quello del turismo. Che, per ripartire, deve reinventarsi da subito. Questo è possibile grazie a una comunicazione tempestiva, all'utilizzo di strumenti digitali e alla garanzia di competenza e flessibilità. L'analisi.

Tra i settori più colpiti dall’emergenza Covid-19 c’è certamente quello del turismo. Secondo un’indagine condotta da Confturismo-Confcommercio, l’Italia, tra le mete europee più gettonate, dal primo marzo al 31 maggio ospiterà 31,625 milioni di turisti in meno con una perdita stimata di 7,4 miliardi di euro.

Un dato che innesca una serie di reazioni a catena e determina conseguenze importanti. Ad esempio, Astoi Confindustria Viaggi, l’associazione che rappresenta i tour operator italiani, prevede un progressivo ritorno alla normalità solo nel 2021, con una perdita di fatturato nel settore che potrebbe oscillare dal 35 al 70%. La preoccupazione monta anche all’interno delle organizzazioni locali che, con il passare del tempo, temono un peggioramento del fatturato rispetto al 50% precedentemente prefissato.

Il quadro, dunque, sembra essere poco confortante e non solo a livello nazionale. L’Untwo, l’Organizzazione mondiale del turismo, prevede un crollo del 20-30% degli arrivi di turisti internazionali nel 2020 rispetto allo scorso anno. Se così fosse, le percentuali si tradurrebbero in un calo equivalente a sette anni di crescita del comparto.

COME PREPARARE LA RIPARTENZA

Anche questi pochi dati dimostrano, dunque, quanto sia importante intraprendere delle azioni immediate per ridurre i rischi di una marginalizzazione a lungo termine di un settore così importante per il nostro Paese, con una strategia di ripresa una volta che anche questa emergenza sarà finita. Perché ci sarà una ripresa, è solo questione di tempo e di comunicazione. Come ho già avuto di spiegare in questa rubrica, alcuni settori sono certamente più sensibili all’emergenza Covid-19 e sono stati costretti a convertire il proprio business online e a cambiare la propria strategia comunicativa.

LEGGI ANCHE: Le ricadute dell’emergenza coronavirus su editoria e mercato del libro

Come riportato da un articolo recentemente pubblicato da Aspen, internet è improvvisamente diventato più rilevante, per fare acquisti, per informarsi, per lavorare. Joy Marino, presidente del Milan Internet Exchange, centro di smistamento del traffico tra i vari operatori, ha reso noto che a partire dal 10 marzo scorso il traffico sulle macchine del Mix è aumentato da 0,75 a 1,1 terabit al secondo. Dunque, settori come quello del turismo, già da subito, per cercare di tutelare il proprio business, dovrebbero monitorare e fornire informazioni dettagliate ai turisti attraverso i social e gli strumenti digitali; investire in azioni di marketing territoriale; riflettere sulle offerte proposte; costruire e rendere forte la rete di operatori e la comunità di riferimento preparando la ripartenza.

SFRUTTARE LA RETE PER UNA COMUNICAZIONE TEMPESTIVA

È infatti importante che gli strumenti digitali vengano sfruttati in tutti i modi per dare comunicazioni chiare, trasparenti e, soprattutto, tempestive, relativamente a quanto sta accadendo sul territorio in merito alle variazioni turistiche. Questo costante monitoraggio e questa costante informazione devono essere affiancati da una buona strategia di marketing che, a sua volta, deve essere suggellata da una incisiva strategia comunicativa. Un esempio di quanto può essere fatto in questo settore, attraverso l’engagement dei propri clienti e campagne di comunicazione online, è il Gruppo Alpitur con la campagna “Alpitur è con te” lanciata a febbraio. Riflettere sulle proposte offerte è fondamentale per ingaggiare quanti più clienti o potenziali tali.

https://it-it.facebook.com/AlpitourWorld/posts/3166288310083637?__tn__=H-R

Per questo motivo, come si legge su un articolo di Prima Online, il messaggio e gli obiettivi della campagna di Alpitour sono stati finalizzati a rassicurare i propri clienti, comunicando la flessibilità dell’offerta, senza puntare su riduzioni economiche o promesse che, probabilmente, non potrebbero essere mantenute. Secondo Alpitur, infatti, in questa fase di incertezza, le persone non sono alla ricerca di uno sconto, ma di una rassicurazione e di una parvenza di normalità e quotidianità che le faccia evadere da questo clima di incertezza. È importante, inoltre non abbandonare i nuovi clienti, ma reinventarsi e continuare a comunicare costantemente con loro anche in un periodo di crisi. Alla luce di ciò, Alpitur ha quindi garantito la prenotazione di viaggi in tranquillità perché in grado di assicurare, fino a due settimane prima, annullamenti senza alcuna penale. La campagna di comunicazione sembra aver dato i suoi frutti raggiungendo oltre 3,5 milioni di persone, con oltre 12 milioni di Impression e più di 40 mila interazioni sotto i post.

CONTRO L’INCERTEZZA BISOGNA TRASMETTERE COMPETENZA E FLESSIBILITÀ

Un altro aspetto cruciale per il settore del turismo in questo momento di crisi è il ruolo della comunicazione interna, ovvero la comunicazione con i propri agenti e dipendenti per i quali, molto spesso, l’annullamento di un viaggio può diventare un momento di conflitto con il cliente. Trasmettere informazioni chiare ai propri dipendenti è, più che mai, fondamentale. Attraverso una serie di strumenti e linee guida fornite dalla stessa azienda, i dipendenti saranno in grado così di gestire il cliente in una fase d’incertezza, trasmettendo professionalità, competenza e flessibilità, caratteristiche fondamentali in questo momento. Inoltre, è importante mandare segnali di apertura e disponibilità, il cliente si sentirà di poter condividere i propri dubbi solo se inserito in un contesto che glielo consente.

LE AZIENDE DEVONO REINVENTARSI SENZA ABBANDONARE IL CLIENTE

Infine, è cruciale, in questa fase di lockdown, prevedere subito una ripartenza. Come ho avuto modo di dire più volte, si ripartirà, certamente con lentezza e misurandoci con dei mercati molto diversi rispetto a quelli a cui eravamo abituati, ma si ripartirà e per farlo al meglio è necessario programmarlo fin da questo momento. Sarà necessario portare avanti le giuste campagne di comunicazione e di marketing, ingaggiare il proprio target ed espandere la propria rete attraverso il supporto della comunità locale e degli stakeholder di riferimento. Non sarà possibile, fin da subito immaginare in che modo l’attività potrà riprendere. Potremo accedere ai musei o partecipare a tour guidati? Viaggiare in Europa senza problemi? Alloggiare nelle strutture alberghiere desiderate? Tutto questo è difficile prevederlo, per questo è necessario che le aziende del settore si reinventino e non abbandonino il cliente: tour virtuali gratuiti online, webinar in cui esperti raccontano posti esotici, è questa la comunicazione fruttuosa in un periodo di incertezza.

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In conclusione, seppur sia difficile immaginare il futuro del settore turismo, è necessario mettere in atto alla giusta strategia comunicativa che sia in grado di comunicare flessibilità e disponibilità e sia completata da profonda professionalità e competenza. Non abbandonare i propri clienti e reinventarsi attraverso gli strumenti digitali potrà certamente aiutare a riprendere l’attività quando l’emergenza sarà finita, ma tutto questo deve essere accompagnato da una precisa e costante comunicazione interna che sia in grado di legare territori, clienti e dipendenti.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma.

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Sace lancia “Garanzia Italia”: i passaggi per ottenere la liquidità

Dal decreto dell'8 aprile previsti 200 miliardi di euro di garanzie di Stato per sostenere le imprese danneggiate dall’emergenza Covid-19. La società di Cdp gestirà le richieste di copertura dei rischi sui finanziamenti concessi dalle banche.

Sace, la società del Gruppo Cassa depositi e prestiti specializzata nel sostegno alle imprese italiane, si prepara ad attivare “Garanzia Italia”, un nuovo strumento straordinario per sostenere le aziende nel reperire liquidità e finanziamenti necessari per fronteggiare l’emergenza Covid19, garantendo continuità alle attività economiche.

I 200 MILIARDI DI GARANZIE

Il decreto legge sulla liquidità (quello dell’8 aprile) ha infatti stanziato 200 miliardi di euro di garanzie di Stato per sostenere i finanziamenti in favore delle attività che, direttamente o indirettamente, hanno subito danni a causa dell’emergenza sanitaria, allo scopo di fronteggiare le carenze di liquidità e il riavvio dell’operatività. In quest’iniziativa, Sace interverrà fornendo il supporto operativo necessario, impegnandosi ad emettere la garanzia (appunto la “Garanzia Italia”) contro-garantita dallo Stato a fronte di finanziamenti concessi, alle imprese che ne faranno richiesta, dagli istituti di credito.

ACCESSIBILE A TUTTE LE IMPRESE

Lo strumento, che potrà essere richiesto fino al 31 dicembre 2020, sarà disponibile per qualsiasi tipologia di impresa con sede in Italia indipendentemente dalla dimensione, dal settore di attività e dalla forma giuridica. Le richieste dovranno essere presentate dalle imprese direttamente alle banche di riferimento, e successivamente sarà la stessa banca ad effettuare la richiesta di garanzia a Sace.

Il finanziamento rilasciato dalle banche, istituzioni finanziarie nazionali e internazionali e dagli altri soggetti abilitati all’esercizio del credito in Italia, sarà garantito da Sace e contro-garantito dallo Stato al 90% per imprese con meno di 5 mila dipendenti in Italia e con fatturato fino a 1,5 miliardi di euro e al 70-80% per le grandi imprese con numero di dipendenti o fatturato superiore. Potrà avere una durata fino a 6 anni, con 24 mesi di preammortamento e importo non superiore al 25% del fatturato del 2019 o al doppio della spesa salariale annuale per il 2019. Potranno essere richiesti anche più finanziamenti dalla stessa impresa, sempre nel rispetto di questi limiti. 

GARANZIA DEL 100% FINO A 800 MILA EURO PER LE PMI

Lo stesso decreto prevede per tutte le Pmi (le imprese fino a 499 dipendenti) l’intervento prioritario diretto del Fondo Centrale di Garanzia, a tal fine rafforzato, con garanzia pubblica del 100% per i prestiti fino a 800 mila euro. 

AVVIATO IL TAVOLO CON L’ABI

Sono già in fase avanzata i lavori con la Task Force con l’Associazione bancaria italiana (Abi), così come i tavoli con i principali istituti bancari, per analizzare e rendere operativi tutti gli aspetti connessi alle nuove disposizioni contenute nel dl, con l’obiettivo di operare congiuntamente per dare attuazione a quanto stabilito in tema di liquidità per le imprese.

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Svimez: il lockdown costa all’Italia 47 miliardi al mese

Il rapporto stima anche una riduzione del Pil nel 2020 dell'8,4% a causa dell'emergenza coronavirus. Secondo il report, sono 2,5 milioni i lavori indipendenti fermi e la perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi.

Il lockdown per contenere l’emergenza coronavirus costa 47 miliardi al mese, 37 al Centro-Nord, 10 al Sud. La stima è del rapporto Svimez sull’impatto del Covd-19 nel nostro Paese che prevede anche, considerando una ripresa delle attività nella seconda parte dell’anno, una riduzione del Pil nel 2020 dell’8,4% per l’Italia, dell’8,5% al Centro-Nord e del 7,9% nel Mezzogiorno. Lo studio, inoltre, sollecita di completare il pacchetto di interventi per compensare gli effetti della crisi sui soggetti più deboli, lavoratori non tutelati, famiglie a rischio povertà e micro imprese.

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L’ISOLAMENTO COSTA 788 EURO PRO CAPITE AL MESE

Svimez calcola che il costo del lockdown corrisponde a 788 euro pro capite al mese nella media italiana, 951 euro al Centro-Nord contro i 473 al Sud. Dal report emerge che l’emergenza sanitaria colpisce più il Nord, ma il Sud rischia di accusare una maggiore debolezza rispetto al Centro-Nord nella fase della ripresa, perché sconta inevitabilmente la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, dalla quale non è mai riuscito a uscire del tutto.

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CIRCA 2,5 MILIONI DI LAVORATORI INDIPENDENTI SONO “FERMI”

Analizzando l’impatto sull’occupazione, si evidenzia come autonomi e partite Iva siano a rischio. Tenendo conto anche del sommerso, sono interessati dal lockdown il 34,3% degli occupati dipendenti e il 41,5% degli indipendenti. Al Nord l’impatto sull’occupazione dipendente risulta più intenso che nel Mezzogiorno (36,7% contro il 31,4%) per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità. La struttura più fragile e parcellizzata dell’occupazione meridionale si è tradotta in un lockdown a maggiore impatto sugli occupati indipendenti (42,7% rispetto al 41,3% del Centro e del Nord). Svimez calcola che sono “fermi” circa 2,5 milioni di lavoratori indipendenti: oltre 1,2 milioni al Nord, oltre 500 mila al Centro, quasi 800 mila nel Mezzogiorno. Si tratta in larga parte di autonomi e partite Iva: oltre 2,1 milioni, di cui 1 milione al Nord, oltre 400 mila al Centro e quasi 700 mila nel Mezzogiorno.

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LE PERDITA COMPLESSIVA DI FATTURATO È DI OLTRE 25,2 MILIARDI

Le perdite di fatturato e reddito lordo operativo di autonomi e partite iva sono piuttosto uniformi a livello territoriale. La perdita complessiva di fatturato è di oltre 25,2 miliardi in Italia, così distribuiti territorialmente: 12,6 al Nord, 5,2 al Centro e 7,7 nel Mezzogiorno. Una distribuzione territoriale simile si osserva per le perdite di reddito operativo: circa 4,2 miliardi in Italia, di cui 2,1 al Nord, quasi 900 milioni circa al Centro e 1,2 milioni nel Mezzogiorno. La perdita di fatturato per mese di inattività ammonta a 12 mila euro per autonomo o partita iva, con una perdita di reddito lordo di circa 2 mila euro, 1.900 e 1.800 per mese di lockdown rispettivamente nelle tre macroaree.

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Confindustria, manovre in corso

Torna l'idea d spostare le elezioni per il nuovo presidente previste per il 16 aprile per affrontare l'emergenza coronavirus. Intanto tra gli industriali c'è chi vorrebbe la discesa in campo di Tronchetti come candidato di salvezza nazionale.

Non un fulmine a ciel sereno, ma comunque un intervento che sta dando ghiotto filo ai retroscenisti dei palazzi romani, e non solo. Sulla prima pagina de Il Giornale dell’8 aprile, Nicola Porro firma un intervento-appello a rinviare all’autunno le elezioni per il nuovo presidente di Confindustria. In questa situazione di emergenza, sostiene il giornalista, è il caso di occuparsi di questioni più urgenti. Non di rischiare la spaccatura dell’organizzazione tra quanti sostengono Carlo Bonomi (sulla carta in netto vantaggio) e i supporter della torinese Licia Mattioli.

Scrive Porro a corroborare la sua tesi: «Bonomi e Mattioli dovrebbero fare un passo indietro e lasciare il pallino all’attuale presidente perché possa combattere questa battaglia senza distrazioni, ma soprattutto nel pieno dei suoi poteri. Ma veramente vogliono una Confindustria azzoppata tra aprile e maggio quando si giocheranno le carte per capire quali settori riaprire, mentre la Cgil vuole spostare alcuni equilibri a proprio favore».

Il fatto che l’articolo sia apparso sul quotidiano della famiglia Berlusconi, e non sul blog personale del giornalista, ha fatto subito pensare che dietro la sua uscita ci fosse un cambio di atteggiamento da parte di Mediaset, che sin dall’inizio si è schierata con il presidente di Assolombarda. Ma da fonti interne cui Lettera43 ha potuto attingere l’azienda del Biscione non ha cambiato le sue posizioni, e soprattutto non sembra per nulla propensa ad assecondare l’ipotesi di un rinvio delle elezioni.

Molto per esempio si è strologato sull’intensificarsi delle apparizioni pubbliche di Marco Tronchetti Provera, indicato come il possibile candidato di salvezza nazionale

Rinvio che l’attuale presidente Vincenzo Boccia aveva già fatto spostando (causa coronavirus) le votazioni dal 26 marzo al 16 aprile. In questa situazione le voci corrono veloci. Molto per esempio si è strologato in questi giorni sull’intensificarsi delle apparizioni pubbliche di Marco Tronchetti Provera, da molti indicato come il possibile candidato di salvezza nazionale su cui gli industriali italiani avrebbero potuto far confluire le loro indicazioni. L’interessato, però, continua a smentire l’ipotesi di una sua possibile discesa in campo.

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Crolla la ricerca online di lavoro per il coronavirus: -39% a marzo

Un gruppo di economisti della Banca d'Italia spiega che il Google Index ha subito «un calo senza precedenti a seguito dell'epidemia».

Crollano le ricerche di lavoro attraverso internet a marzo a causa dell’epidemia di coronavirus e questo probabilmente mitigherà l’aumento del tasso di disoccupazione. Lo si legge in un articolo di economisti della Banca d’Italia che analizza gli effetti dell’attuale pandemia di Covid-19 sull’offerta di lavoro, concentrandosi sull’Italia, primo paese occidentale ad essere gravemente colpito. L’articolo analizza il Google Index (GI) su queste ricerche crollato a marzo del 39%. «Si rileva», si legge, «un calo senza precedenti della ricerca di lavoro a seguito dell’epidemia».

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Gli effetti del lockdown secondo l’Istat

Se il blocco dovesse durare fino a giugno i consumi si contrarrebbero del 9,9%. Chiuso il 49% delle imprese dei settori interessati dalle misure. «Uno choc generalizzato e senza precedenti».

Se le misure restrittive per arginare l’epidemia da Covid-19 fossero estese anche a maggio e giugno i consumi si ridurrebbero del 9,9% con una contrazione complessiva del valore aggiunto pari al 4,5%.

Lo rileva l’Istat nella nota mensile sull’andamento dell’economia italiana che contiene le prime previsioni sull’impatto del coronavirus. La limitazione delle attività produttive fino alla fine di aprile determinerebbe invece, su base annua, «una riduzione dei consumi finali pari al 4,1%».

FERMA UNA IMPRESA SU DUE

«Le misure volte a limitare il contagio da Covid-19», si legge nella nota, «hanno portato, nelle ultime settimane, alla progressiva chiusura, parziale o totale, di un elevato numero di attività produttive». Sulla base dei dati di contabilità nazionale riferiti al totale delle attività economiche e inclusive della componente dell’economia non osservata, «la limitazione delle attività produttive coinvolgerebbe il 34,0% della produzione», quindi oltre un terzo, e «il 27,1% del valore aggiunto». Non solo: sono sospese le attività di 2,2 milioni di imprese (il 49% del totale, il 65% nel caso delle imprese esportatrici), con un’occupazione di 7,4 milioni di addetti (44,3%) di cui 4,9 milioni di dipendenti (il 42,1%). Il lockdown delle attività produttive «ha quindi amplificato le preoccupazioni e i disagi derivanti dall’emergenza sanitaria, generando un crollo della fiducia di consumatori e imprese».

LO CHOC DI DOMANDA E OFFERTA

Secondo l’istituto di statistica, «seppure limitate nel tempo e ristrette a un sottoinsieme di settori di attività economica», le misure prese per il contenimento dell’epidemia «sono in grado di generare uno choc rilevante e diffuso sull’intero sistema produttivo». Questo perché «oltre agli effetti diretti connessi alla sospensione dell’attività nei settori coinvolti nei provvedimenti, il sistema produttivo subirebbe anche gli effetti indiretti legati alle relazioni intersettoriali». Uno choc, ribadisce l’Istituto, «generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda», confermando in sostanza quanto già preannunciato in occasione delle valutazioni sul dl Cura Italia.

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Coronavirus, cosa prevede il decreto del 6 aprile 2020

Rinvio delle scadenze fiscali, 750 miliardi alle imprese, rafforzamento del golden power. Queste le misure approvate. Che il premier Conte definisce: «Potenza di fuoco».

«È una potenza di fuoco», così il premier Giuseppe Conte definisce il bazooka da 750 miliardi pensato per le imprese nel decreto del 6 aprile 2020: 200 miliardi di garanzie sui prestiti e 200 miliardi per l’export si sommano ai 350 già previsti, con l’arrivo di una copertura fino al 100% per prestiti fino a 800mila euro. «Non ricordo un intervento così poderoso nella storia della nostra Repubblica per il finanziamento alle imprese, una cifra enorme», ha commentato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa subito dopo la fine del cdm.

In diretta da Palazzo Chigi

Posted by Giuseppe Conte on Monday, April 6, 2020

Ma non solo queste le misure che il governo ha approvato per fronteggiare l’emergenza coronavirus: previsto infatti anche il rinvio delle scadenze fiscali per le aziende danneggiate dalla crisi e il rafforzamento del golden power, lo scudo per tutelare le aziende italiane da scalate ostili. A questo si aggiunge il rinvio all’autunno di elezioni regionali e comunali e la chiusura dei tribunali fino al 3 maggio.

GOLDEN POWER PER TUTELARE LE IMPRESE

L’obiettivo del potenziamento del golden power è controllare operazioni societarie e scalate ostili non solo nei settori tradizionali, ma anche in quello assicurativo, creditizio, finanziario, acqua, salute, sicurezza: «È uno strumento che ci consentirà di intervenire nel caso ci siano acquisizioni di partecipazioni appena superiori al 10% all’interno dell’Ue», ha spiegato Conte.

PRESTITI PIÙ VELOCI GARANTITI DALLO STATO

Affinché i prestiti avvengano in modo spedito, lo Stato offrirà una garanzia: «Potenzieremo il fondo centrale di garanzia per le pmi e aggiungiamo il finanziamento dello Stato attraverso Sace, che resta nel perimetro di Cassa depositi e prestiti, per le piccole e medie e grandi aziende», ha detto il premier.

MISURE DI PROTEZIONE SOCIALE AD APRILE

E non è finita qui. Secondo quanto annunciato dal presidente del Consiglio, il governo starebbe lavorando per un intervento molto più corposo da realizzare già ad aprile: «Si tratta di un approccio sistemico per tutte le categorie in sofferenza. Questa è un’emergenza non solo sanitaria, ma economia e sociale ad un tempo. Il dl aprile conterrà strumenti di protezione sociale, sostegno alle famiglie e ai lavoratori, soprattutto quelli più in difficoltà», ha aggiunto.

«IRRESPONSABILE USCIRE A PASQUA»

«Quando tutto sarà finito ci sarà una nuova primavera, presto raccoglieremo i frutti di questi sacrifici», ha continuato il premier. Una nuova primavera che non inizierà a Pasqua: «Sarebbe irresponsabile andare in giro e allentare la fiducia e la responsabilità». Una festività che per Conte significa «passaggio dalla schiavitù e anche riscatto: speriamo che possa portarci questa libertà. Io vivo la con fede, come redenzione. Speriamo che in una versione più laica sia un passaggio verso un definitivo riscatto». Tutto questo in attesa che la curva epidemica sia sotto controllo o discendente, evento che consentirebbe di programmare una fase successiva.

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Cura Italia, ok al bonus di 600 euro per collaboratori dello Sport

Si potrà ottenere l'aiuto solo se si ha un reddito entro i 10 mila euro. Inoltre il beneficiario non dovrà aver percepito entrate per il mese di marzo 2020 né il Rdc e non potrà cumulare le indennità con le altre previste dal decreto.

Continuano a essere discussi gli emendamenti al decreto Cura Italia per fare fronte alla crisi causata dal Covid-19.

Lunedì mattina si è svolta l’ultima riunione del tavolo presieduto dal ministro dei Rapporti con il parlamento Federico D’Incà tra governo e opposizioni, mentre nel pomeriggio è convocata la commissione Bilancio del Senato per le votazioni.

VIA LIBERA AL BONUS PER COLLABORATORI DELLE ASSOCIAZIONI SPORTIVE

C’è intanto il via libera al bonus di 600 euro per i collaboratori delle associazioni sportive. Il decreto ministeriale che attua la normativa ha infatti ottenuto il placet della Ragioneria generale. Prevede che entro aprile si possano presentare le domande a Sport e Salute spa – che avrà per questo risorse per 50 milioni – attraverso un’apposita piattaforma informatica. È stabilito uno specifico ‘paletto’ di reddito (10 mila euro) entro il quale poter ottenere l’aiuto e ulteriori domande saranno accettate solo se ci saranno eventuali risorse residue. Il collaboratore sportivo, inoltre, non dovrà aver percepito né altro reddito da lavoro per il mese di marzo 2020 né il reddito di cittadinanza, dovrà non essere pensionato e non potrà cumulare le indennità con le altre previste dal decreto Cura Italia.

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Il rapporto di collaborazione sportiva cui si riferisce la domanda deve essere già in vigore alla data del 23 febbraio 2020 e ancora in corso alla data del 17 marzo scorso, ovvero la data di entrata in vigore del Cura Italia. Le autocertificazioni, compreso l’ammontare dei compensi percepiti nel 2019, verranno fornite online, e alla domanda si dovrà allegare soltanto la copia fronte-retro di un documento di riconoscimento valido e una copia del contratto di collaborazione o della lettera di incarico, o in alternativa copia della quietanza dell’avvenuto pagamento del compenso nel mese di febbraio 2020.

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