Coronavirus, l’Ue apre a una maggiore flessibilità per l’Italia

Il vice presidente della Commissione Dombrovskis è pronto a discuterne. Gentiloni: «Le richieste non cadranno nel vuoto». Gualtieri: «Serve una risposta concertata a livello europeo». Conte in pressing su Macron a Napoli. Mentre il Country Report boccia i nostri conti.

L’emergenza coronavirus che sta colpendo l’Italia e la sua economia si candida a essere la circostanza eccezionale che giustificherà una nuova flessibilità per il 2020. Parola del commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni.

Il tema è all’ordine del giorno dell’incontro odierno tra il premier Giuseppe Conte e il presidente francese Emmanuel Macron a Napoli. Conte punterà sulla sponda francese per spingere Bruxelles a una maggior flessibilità sui conti, a rischio per l’emergenza, ma soprattutto in vista di una svolta pro-crescita che Roma chiede all’Ue.

«Siamo pronti a usare gli spazi di flessibilità» concessi dalle Regole di bilancio Ue in caso di eventi eccezionali come il coronavirus, ha ribadito a Radio24 anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, sottolineando che serve «una risposta concertata» a livello europeo e che i conti 2019 «saranno migliori del previsto».

L’APERTURA DI DOMBROVSKIS

Ottimismo a parte, l’ipotesi di ottenere da Bruxelles una maggiore elasticità sui conti non è esclusa nemmeno dal vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. «Abbiamo già una clausola nel Patto di Stabilità e di Crescita che riguarda inusuali eventi fuori dal controllo di un governo», ha spiegato in un‘intervista al Sole24Ore. «È prevista per far fronte normalmente a tutti i tipi di emergenze. Naturalmente le questioni relative al coronavirus sarebbero ammissibili ai sensi di questa clausola. Quindi, se dovessero esserci richieste concrete da parte degli Stati membri, saremmo aperti a discuterne».

LA STRIGLIATA UE SUI NOSTRI CONTI

Sarebbe una boccata d’ossigeno vista la situazione economica italiana afflitta, ormai in modo cronico, da debito alto, spesa pensionistica pesante che aggrava le casse dello Stato, bassa produttività. Proprio a causa degli squilibri considerati «eccessivi», restiamo per il sesto anno sulla lista nera della Commissione Ue, tra i Paesi che teoricamente rischiano la procedura per squilibri (Mip). Nella pratica, però, difficilmente ci saranno conseguenze: da tempo Bruxelles ha abbandonato l’atteggiamento sanzionatorio privilegiando il dialogo con i governi, per spingerli a far progressi.

LA PAGELLA DI BRUXELLES

L’Italia si applica, ma non ancora abbastanza. «Il rapporto debito/Pil sale ancora, sebbene i piani del governo siano diventati più compatibili con la riduzione del debito», scrive la Commissione Ue nel Country Report. «La crescita potenziale, sebbene in miglioramento, resta insufficiente ad assicurare una rapida riduzione del debito», aggiunge. Inoltre, l’Italia «non ha fatto alcun progresso sull’attuazione delle riforme delle pensioni passate, per ridurre il peso di quelle di vecchiaia sulla spesa pubblica e creare spazio per altra spesa sociale e pro-crescita». È ferma anche sulla rimozione degli ostacoli alla concorrenza nel commercio al dettaglio e nei servizi. Mentre ci sono progressi «sostanziali» sulla lotta all’evasione, e «alcuni» passi avanti su politiche del lavoro che ora raggiungono «giovani e gruppi vulnerabili».

ATTESA PER LE NUOVE PREVISIONI ECONOMICHE DI MAGGIO

E se la riforma della giustizia che abolisce la prescrizione dopo il primo grado viene lodata, i tempi lunghi dei processi restano nel mirino. Gli squilibri italiani verranno rivalutati a maggio, alla luce del programma nazionale di riforme che il governo presenterà ad aprile, assieme all’aggiornamento del Def. All’inizio di maggio ci saranno anche le nuove previsioni economiche della Ue, che cercheranno di dare una prima stima dell’impatto dell’epidemia. Gentiloni ha anticipato che il peso si sentirà, soprattutto in Italia che ha già avuto «un brutto quarto trimestre del 2019». Per questo, le richieste di flessibilità non cadranno nel vuoto. «Nel nostro attuale Patto di stabilità e crescita sono previste clausole di flessibilità per circostanze eccezionali», ha spiegato Gentiloni, quindi la richiesta italiana «sarà oggetto di discussione nei prossimi mesi». E sembra scontato che la risposta della Ue sarà positiva, visto che la clausola è stata utilizzata «già per il terremoto».

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I primi danni dell’emergenza coronavirus sull’economia italiana

In caso la quarantena fosse estesa a tutto il Paese, si calcola una contrazione del Pil dello 0,9%. Il rischio recessione tecnica è dietro l'angolo. Tra i settori più colpiti il turismo, il commercio e l'intrattenimento. I numeri.

Trecentoventicinque contagi e 11 vittime. È il bilancio, purtroppo provvisorio del coronavirus Covid-19 in Italia.

Oltre all’emergenza sanitaria, però, si cominciano a calcolare i primi danni economici.

Solo le province lombarde colpite – Milano, Lodi, Pavia e Cremona interessate dalle misure di contenimento dei contagi – rappresentano infatti il 12% del Pil nazionale, il 2% di quello dell’Eurozona. Se si considera anche il Veneto, allora la percentuale sul nazionale sale al 30%.

PREVISTO UN CALO DEL PIL FINO ALLO 0,9%

Per questo le previsioni sono nere: nel 2020 si prevede una contrazione importante della nostra economia, già in stagnazione. Mazziero Research ha abbassato le stime del primo trimestre da +0,1 a -0,1%. Considerando che il quarto trimestre 2019 si è chiuso con un -0,3%, i rischi di una recessione tecnica sono dietro l’angolo. Sulla stessa linea Nomura. «Considerando il basso tasso di crescita con cui l’Italia sta iniziando quest’anno», si legge in un report pubblicato qualche giorno fa, «ci aspettiamo ora che il Paese entri in recessione nel 2020, con una crescita di -0,1% su base annua, ben al di sotto dell’attuale stima del governo del +0,6%». Se invece la quarantena fosse estesa all’intera Penisola, il worst case scenario, il nostro Pil potrebbe scendere quest’anno addirittura dello 0,9% (contro il +0,2% precedente all’emergenza).

A RISCHIO FINO A 60 MILA POSTI DI LAVORO

Secondo Confcommercio se la crisi «dovesse protrarsi oltre i prossimi mesi di maggio-giugno», l’impatto sul Pil potrebbe essere «stimato nell’ordine di 3-4 decimi di punto, ossia tra i 5 e i 7 miliardi di euro», mentre Confesercenti sottolinea che la perdita nei consumi potrebbe arrivare a 3,9 miliardi. Non solo, aggiunge l’associazione, ma la frenata dei consumi avrà «conseguenze pesanti» sul tessuto imprenditoriale: potrebbe portare alla chiusura di «circa 15 mila piccole imprese» in tutti i settori e mettere a rischio «60 mila posti di lavoro».

RISCHIO PARALISI PER 500 AZIENDE AGRICOLE

Dal commercio all’agricoltura il passo è breve. «C’è il rischio paralisi per 500 aziende agricole negli 11 comuni della zona rossa fra Lombardia e Veneto», mette in guardia Coldiretti sugli effetti economici dei provvedimenti restrittivi adottati. In questo scenario Confindustria chiede al governo «provvedimenti a sostegno dei settori più colpiti che sono a oggi turismo, fiere, trasporti logistici e attività culturali», spiega il direttore generale dell’associazione degli industriali Marcella Panucci, entrando al Mise per l’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e le imprese, ma specificando anche che al momento «è difficile stimare le risorse necessarie».

I DANNI SUL TURISMO

Le ripercussioni più pesanti, nell’immediato, riguardano il turismo (che rappresenta il 5% del nostro Pil) già colpito dal calo degli arrivi dalla Cina. Nel 2018, scrive l’agenzia Agi, i turisti provenienti dalla Repubblica Popolare rappresentavano il 2,5% del totale. Visto che il turismo, secondo RaboResearch, contribuisce per il 13% al nostro Pil, solo i mancati arrivi causerebbero un calo dello 0,1% su scala nazionale. «In 48 ore siamo diventati un Paese non sicuro in cui è meglio non venire e da cui è meglio non accogliere viaggiatori», sottolinea la vicepresidente di Federturismo Marina Lalli. «Stiamo facendo al nostro turismo danni inestimabili. Solo il settore delle gite scolastiche muove un business da 316 milioni ma è la punta dell’iceberg. Stiamo annullando ogni manifestazione, ogni convegno, ogni vacanza non solo nelle zone focolaio ma in tutte le regioni italiane anche quelle dove non c’è nessun caso.

TEATRI: IN UNA SETTIMANA -10 MILIONI DI EURO

Anche il settore culturale ha subito una batosta pesante. La Federvivo, la federazione che rappresenta i comparti dello spettacolo dal vivo, sentita da Agi, ha stimato su dati Siae una perdita in questa settimana di oltre 10 milioni al botteghino e la cancellazione di 7.400 spettacoli.

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Bat Italia, esposto in Procura dopo lo scandalo del tabacco

Da quanto emerge dall’inchiesta “Cassandra”, dirigenti dell’Agenzia delle Entrate avrebbero riservato un trattamento di riguardo a Philip Morris Italia.

Dopo quanto emerso dall’inchiesta “Cassandra”, Bat Italia si sente danneggiata per concorrenza sleale e turbativa di mercato. Per questo ha depositato un esposto contro ignoti alla Procura della Repubblica di Roma: la richiesta è che sia fatta chiarezza in merito ai fatti emersi a valle di un’indagine che lo scorso dicembre ha portato all’applicazione di misure cautelari personali a 10 funzionari pubblici e imprenditori, ritenuti responsabili di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Uno dei rami della complessa inchiesta del PM presso il Tribunale di Roma ha infatti fatto emergere un sistema corruttivo consolidato nel tempo che vedrebbe coinvolti, da un lato, i dirigenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dall’altro Philip Morris Italia che avrebbe agito per il tramite di un proprio incaricato.

DANNI AI PRODUTTORI DI TABACCO CONCORRENTI

L’indagine, infatti, avrebbe evidenziato lo “stabile asservimento della funziona pubblica” – ovvero dei dirigenti dei Monopoli di Stato – che avrebbero “rivelato notizie e documenti, acquisiti per motivi d’ufficio, e riservato un trattamento di riguardo, ai dipendenti di Philip Morris Italia a discapito degli altri produttori concorrenti”, come riportano gli atti della Procura di Roma. Nell’esposto British American Tobacco Italia ha voluto sottolineare come gli indagati avrebbero riservato un trattamento di riguardo alla concorrente a fronte di promesse di assunzione di amici e parenti o di nomine di dirigenti in posizioni chiave gradite alla multinazionale concorrente.

LO SCONTO FISCALE A FINE 2018

Dalle intercettazioni telefoniche emergerebbe, scrive Bat Italia, una stretta “interazione” fra i dirigenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Philip Morris Italia che avrebbe consentito di ritardare l’emanazione di provvedimenti amministrativi, ivi incluso il decreto annuale di fissazione delle accise sui tabacchi, in grave pregiudizio della libera concorrenza. Infine, l’esposto sottolinea come lo “stabile asservimento” evidenziato negli atti dell’indagine in corso potrebbe avere anche influenzato il processo decisionale che ha portato, a fine 2018, al riconoscimento di un sostanziale sconto fiscale alle nuove sigarette a tabacco riscaldato di cui Philip Morris deteneva il 100% della relativa quota di mercato. A novembre 2018, infatti, la manovra finanziaria ha previsto di abbassare l’incidenza fiscale sul tabacco riscaldato dal 50%, originariamente previsto, al 25%, accordando un 75% di tasse in meno rispetto alla fiscalità applicabile alle sigarette tradizionali. Nello stesso periodo, in base alle risultanze dell’indagine in corso, il direttore centrale delle Accise e dei Monopoli avrebbe ricevuto promesse per l’assunzione di un proprio parente stretto.

BAT ITALIA: VOGLIAMO SOLO CHIAREZZA

“Lo sgravio fiscale ha sollevato gravi perplessità – dichiara Alessandro Bertolini, Vice presidente di British American Tobacco Italia e direttore affari legali e relazioni esterne di British American Tobacco per il sud Europa – “anche perché la valutazione tecnica del Ministero della Salute sul potenziale rischio ridotto di questi nuovi prodotti, tale da giustificare una ulteriore riduzione così consistente dell’accisa, non è a tutt’oggi disponibile. Seguiamo con attenzione tutte le dinamiche del mercato e ci rapportiamo con tutti i nostri interlocutori con la massima trasparenza e diligenza, venire a conoscenza di possibili favoritismi e clientelismi è per noi un fatto gravissimo che ci siamo sentiti in dovere di denunciare tramite questo esposto che è contro ignoti ed intende rimarcare l’assoluta necessità che venga fatta piena luce su fatti e circostanze che gettano ombra sulla trasparenza ed imparzialità dell’azione amministrativa e sul doveroso rispetto della libera concorrenza nel mercato di riferimento. Seguiremo con la massima attenzione ogni sviluppo dell’indagine in corso”.

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Il coronavirus si abbatte sulla partita per la presidenza di Confindustria

I divieti per arginare l'epidemia in Lombardia e Veneto complicano la corsa per il dopo Boccia. Bonomi è ancora in vantaggio. Solo una convergenza tra Pasini e Mattioli potrebbe rimescolare le carte in tavola.

Coronavirus letale anche per Confindustria. I divieti seguiti alla scoperta dei focolai della malattia in Lombardia e Veneto rischiano di diventare un serio problema per il sindacato degli imprenditori impegnato nella battaglia per la nomina del loro nuovo presidente al posto dell’attuale Vincenzo Boccia.

E mentre il 12 marzo, data in cui i tre candidati (Carlo Bonomi, Giuseppe Pasini e Licia Mattioli) presenteranno a Roma i loro programmi, si avvicina, qualcuno si spinge addirittura a parlare di possibile slittamento dei programmi, e di una possibile prorogatio degli attuali vertici. Ipotesi estrema, ma che visto come si stanno mettendo le cose aleggia minacciosa.

RINVIATI GLI APPUNTAMENTI A VICENZA E COMO

Solo nella settimana iniziata lunedì 24 febbraio, sono stati rinviati causa coronavirus una serie di appuntamenti importanti dei candidati in lizza che avrebbero dovuto presentarsi a territoriali importanti come Vicenza e Como. Confermato, per ora, solo l’appuntamento di martedì 25 a Napoli con gli imprenditori campani, anche se arrivare nella città partenopea visto il caos dei trasporti non sarà semplicissimo.

BONOMI SEMPRE IN VANTAGGIO

Coronavirus a parte (ma l’epidemia rischia a questo punto di diventare un serissimo problema) i rapporti di forza tra i concorrenti sono oramai chiari: Bonomi, numero uno di Assolombarda, è largamente in vantaggio. Il bresciano Pasini e la torinese Mattioli inseguono a distanza. Solo la loro unione, i due candidati si sono incontrati e ne hanno parlato, ovvero la convergenza su un solo nome, potrebbe rimettere in discussione un risultato che viene dato quasi per scontato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La moda ai tempi del coronavirus: mascherine e conti in perdita

L'epidemia approda in Italia nel mezzo della settimana della moda di Milano. E rischia di mettere in ginocchio un settore che si è affidato troppo alla Cina.

Fino a quando non s’è saputo del ceppo di Codogno e nelle seconde e terze file alle sfilate sono comparse le mascherine protettive (le prime non vogliono offendere lo stilista e stoicamente ne fanno a meno, confidando nel destino) alle sfilate di Milano Moda Donna in corso il tema del coronavirus Covid-19 si è limitato ai risvolti economici della paralisi industriale che va colpendo un Paese dopo l’altro a partire, come ovvio, dalla Cina, dove si concentra ancora buona parte della produzione italiana di moda, a dispetto di quanto si dice da anni sul cosiddetto “reshoring”, cioè il rientro della filiera tessile entro i sacri confini.

POCHI PRODUCONO TUTTO IN ITALIA

A produrre tutto in Italia sono davvero in pochi, per esempio Ermanno Scervino che, dice il ceo Toni Scervino, «ha una filiera a chilometro 50», cioè la distanza fra Firenze e Prato. Bella immagine, non fosse che parecchi filati arrivano dalla Cina, insieme con macchine tessili e infiniti altri componenti di cui solo adesso, con le fabbriche chiuse, tutti si stanno rendendo conto. Nessuno può più dirsi totalmente autosufficiente e autarchico; Il mondo globale è globale davvero, e soprattutto interconnesso e interdipendente.

TONFO ATTESO PER IL SECONDO TRIMESTRE

Il grande tonfo, ormai pare assodato, arriverà nel secondo trimestre, quando si faranno i conti dei danni prodotti dallo stop più o meno massiccio della filiera e dalla chiusura dei negozi. La media di luci spente dei grandi marchi della moda e della gioielleria italiani è di venti-trenta boutique nella sola Cina, a cui vanno aggiunti Hong Kong e Macau e Tokyo. Da questo nuovo flagello, su cui si è soffermato volentieri anche Dario Argento, consigliere inatteso  di Massimo Giorgetti per la nuova collezione di Msgn, si potrà però trarre una lezione, che Mario Boselli, presidente onorario di Camera Nazionale della Moda e presidente dell’Istituto Italo Cinese, molto legato alla filiera del tessile import-export fra i due Paesi, indicava in un ripensamento delle fonti di approvvigionamento di materie prime e di semi-lavorati, e anche della produzione.

UNA SCELTA POCO LUNGIMIRANTE

Aver concentrato la gran parte della manifattura in Cina e nei suoi Paesi satelliti si è dimostrato poco lungimirante, oltre che profondamente dannoso per la filiera italiana, che negli ultimi 15 anni ha perso decine di migliaia di addetti, recuperandone pochissimi solo nell’ultimo periodo. Se questo choc si tramuterà in un recupero della manifattura italiana non è ancora dato sapere; di certo, chi dovesse intraprendere questa strada dovrebbe anche accontentarsi di una marginalità più bassa. Molto più bassa. 

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La Banda ultralarga è ancora senza incentivi

Nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora nulla si è mosso. Il rischio è che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. Il punto.

I fondi per aiutare famiglie e scuole ad avere la banda ultralarga ci sono. La volontà politica, stando alle votazioni in parlamento, non manca. E la necessità di sfruttare quelle risorse per mettersi in linea con gli obiettivi europei, è impellente.

Ma gli incentivi sulla connessione veloce a Internet sono in stand-by, vittime della burocrazia: navigano a una velocità ultralenta.

Eppure già nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora non ci sono grossi passi in avanti, nonostante l’approvazione di tre risoluzioni nel dicembre scorso che andavano nella direzione di portare avanti l’iniziativa. Così è concreto il rischio che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. 

PER RENDERE APPETIBILE IL SERVIZIO SERVONO INCENTIVI

Il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha garantito di voler destinare prima possibile quei soldi per dare seguito alle misure previste e finanziate. L’intento è quello di aiutare cittadini, scuole e piccoli imprenditori con un sostegno economico per l’acquisto di servizi della banda ultralarga, ossia gli abbonamenti alla connessione a Internet ad alta velocità. Il problema è l’andamento lento della procedura.

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Per questo la deputata del Partito democratico, Enza Bruno Bossio, ha chiesto chiarimenti sulla tempistica presentando un’interrogazione in commissione Trasporti alla Camera: «Gli incentivi sono necessari a rendere appetibile il servizio. Altrimenti è come avere un tram, bello, pulito ed efficiente, ma troppo costoso soprattutto per alcune fasce sociali. Non lo usa nessuno», ha detto la parlamentare dem a Lettera43.it, ribadendo la necessità di usare i voucher digitali fin dai prossimi mesi.

VOUCHER DIGITALI PER SCUOLE E FAMIGLIE CON ISEE SOTTO I 20 MILA EURO

La sottosegretaria allo Sviluppo, Mirella Liuzzi, ha spiegato che l’obiettivo dei voucher digitali è «la copertura di tutte le scuole e di tutti i centri per l’impiego», ponendo «particolare attenzione alle famiglie con Isee sotto i 20 mila euro, attraverso la copertura totale del costo dell’abbonamento, prevedendo una rimodulazione graduale per le famiglie sopra tale soglia». Dunque, grande attenzione alle classi meno abbienti e agli edifici pubblici. Nel dettaglio, ha sottolineato Liuzzi, «questa chiave di riparto di base permetterà di destinare 202 milioni di euro alle scuole e ai centri per l’impiego, mentre la quota dei fondi per le piccole e medie imprese e le famiglie sarà rispettivamente di 536 milioni di euro». Cifre da considerare al netto dei costi di gestione del soggetto attuatore Infratel Italia, la società in house del Mise indicata come soggetto attuatore dei Piani banda larga e ultra larga.

IL GAP INFRASTRUTTURALE CON IL RESTO D’EUROPA

La velocizzazione del progetto è necessaria anche per portare l’Italia al passo con l’Europa. Dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, la strategia nazionale per la banda ultralarga ha fissato un obiettivo preciso: garantire entro il 2020 la copertura, con reti ultraveloci, ad almeno l’85% della popolazione italiana, compresi edifici pubblici, poli industriali, principali località turistiche e snodi logistici. Il gap infrastrutturale è ancora rilevante. Stando ai dati consultabili sul sito dedicato alla banda ultralarga, nel 2018 l’Italia era ferma al 58% per la tecnologia Next generation access (Nga), che garantisce una connessione superiore ai 30 Megabit al secondo, rispetto all’80% dell’Europa. Va ancora peggio se si parla della connessione superveloce Nga-Vhcn (Very high capacity networks), attestata al 12,1% nella Penisola in confronto al 58% europeo. Dunque, le operazioni da realizzare in contemporanea sono due: il completamento dell’infrastruttura e lo stimolo all’acquisto del servizio, ossia i voucher digitali.

LE RAGIONI DEI RITARDI ITALIANI

La distribuzione delle risorse, seguendo i parametri annunciati, sarà attuata con un decreto del Mise. Il traguardo appare tuttavia lontano da raggiungere. Un passaggio fondamentale è il confronto con gli Enti locali, in particolare le Regioni, che devono segnalare le richieste e le necessità dei territori, con le quali mettere nero su bianco i dettagli sulla ripartizione dei voucher digitali. Ma non solo. Successivamente è necessaria un’altra interlocuzione con l’Unione europea. E in ultima istanza si potrà procedere, come ha spiegato la sottosegretaria Liuzzi, «al lancio della consultazione pubblica al fine di acquisire i pareri degli stakeholder. Gli elementi raccolti forniranno la base della notifica formale e, una volta ottenuta l’approvazione da parte della Commissione europea, sarà pubblicato il Decreto del Ministero dello sviluppo economico». Una serie di step che rinviano l’efficacia dei voucher almeno all’estate prossima.

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Trento, Federcoop nella bufera: tutti contro la presidente Marina Mattarei

Il cda l'ha sfiduciata ed è decaduto dopo le dimissioni a raffica di 16 consiglieri su 23. È accusata di una gestione poco trasparente e di non essere incline al dialogo. Lei contrattacca puntando il dito contro i poteri forti.

Trento non era mai stata così bollente. La responsabilità non è solo da attribuire al surriscaldamento globale, con i ghiacciai che si sciolgono e temperature miti anche in alta quota, ma a un’inedita guerra di potere che si sta consumando da quelle parti.

Il campo di battaglia è via Segantini, sede della Federazione Trentina della Cooperazione, fulcro di tutto il movimento cooperativo della Provincia autonoma, con 125 anni di storia alle spalle, che oggi coinvolge 450 società del territorio e una base sociale di circa 280 mila persone.

Nella mission descritta sul sito la Federazione si propone di «contribuire al miglioramento socio-economico di persone, comunità e territori attraverso lo sviluppo coordinato della cultura e dell’imprenditorialità cooperativa», ci scapperebbe quasi un “amen”, se non fosse che di ecumenico in questa storia c’è ben poco. 

CDA DECADUTO DOPO LE DIMISSIONI DI 16 CONSIGLIERI SU 23

Federcoop, infatti, è in queste settimane al centro di uno scontro senza precedenti che vede protagonista la presidente Marina Mattarei, 56 anni, due figlie e una lunga carriera nel mondo cooperativo trentino. Mattarei, i cui tratti ricordano vagamente quelli di Angela Merkel, è stata sfiduciata dal suo stesso cda con le dimissioni a raffica di ben 16 consiglieri su 23 totali, che hanno portato alla decadenza dell’intero consiglio d’amministrazione, presidente compresa. Una crisi che tocca l’intero tessuto economico del territorio, intrecciando interessi nei settori agricolo, del credito, del consumo e del sociale, con particolare riferimento al business dell’assistenza ai migranti. 

MATTAREI ACCUSATA DI GESTIONE POCO TRASPARENTE

Mattarei è accusata dai suoi detrattori di aver prodotto lacerazioni nel rapporto col credito e con le casse rurali, di essere poco trasparente e poco aperta al dialogo, in un mondo come quello della cooperazione dove vince chi convince e non chi si impone sugli altri. Altri, come l’ex presidente della Provincia Ugo Rossi, la indicano come esponente del cambiamento fine a se stesso, dietro al quale si nasconde un «vuoto pneumatico». Mattarei, dal canto suo, si difende contrattaccando, parlando di poteri forti, accuse pretestuose, comportamento irresponsabile dei consiglieri dimissionari e di una precisa volontà di «restaurazione» di un sistema di potere che la sua elezione aveva scompaginato. Botte da orbi, insomma, consuete tra i palazzi del potere romano, meno nella quiete dell’efficiente Trento, sferzata in questi giorni da accuse di «pressioni intimidatorie» o di «violenza contro le donne anche da parte delle donne». Una tensione destinata a durare fino al prossimo maggio quando in Federcoop si insedierà il nuovo cda. 

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La risposta di Ubi all’ops di Intesa Sanpaolo

Il ceo Victor Massiah in una lettera ai dipendenti prende tempo: «Iter complesso e non scontato. Presto per trarre considerazioni». Il cda ha conferito la delega per la nomina degli advisor.

Il consiglio di amministrazione di Ubi ha conferito la delega al consigliere delegato per la nomina degli advisor finanziari e legali «che assisteranno il Gruppo nello svolgimento delle attività di valutazione delle informazioni finora rese pubbliche, del documento di offerta (di Intesa Sanpaolo, ndr) una volta disponibile con le alternative possibili». Lo si legge in una nota in cui viene indicato che la scelta avverrà «d’intesa con il presidente e sentito il vicepresidente».

«ITER PER NULLA SCONTATO»

«Prima di diventare progetto, dovrà passare attraverso un complesso, e per nulla scontato, iter autorizzativo delle autorità vigilanti e di approvazione da parte delle assemblee», scrive il ceo di Ubi, Victor Massiah, in una lettera ai dipendenti del gruppo.

«PRESTO PER TRARRE CONSIDERAZIONI»

«È molto presto per trarre considerazioni, ma è importante sottolineare come questa operazione rappresenti, per il momento, solo una proposta», scrive Massiah, «l’offerta sarà, secondo dichiarato da Intesa Sanpaolo, depositata in Consob entro il 7 marzo prossimo. Prima dell’inizio del periodo di adesione, previsto entro fine giugno, il cda di Ubi dovrà esprimersi al riguardo, a valle di una adeguata istruttoria».

IL DISAPPUNTO DI UBI

L’offerta di scambio di Intesa su Ubi è arrivata «al termine della importante giornata in cui abbiamo presentato il nostro piano industriale, accolto dal mercato e da tutti gli stakeholder con grande consenso e apprezzamento». Ubi ha appreso la notizia da «un comunicato stampa» e l’operazione «non era concordata né a conoscenza del nostro consiglio di amministrazione e del nostro management», come «rappresentato» da Intesa.

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Rassegniamoci: l’Iva è destinata ad aumentare

Il problema delle clausole di salvaguardia deve prima o poi essere risolto in modo definitivo. E con questa situazione economica e il nostro debito monstre, l'unica soluzione è ritoccare l'imposta. Con buona pace delle promesse elettorali.

Più Iva meno Irpef. Questo pare sia al momento, nonostante qualche  parziale smentita, il refrain della manovra governativa. Manca ancora il jingle, ma è solo questione di tempo, se ne può esser certi. 

Del resto lo spazio di manovra è ridottissimo, con un debito pubblico in costante continuo aumento, anche se con una parziale riduzione della percentuale rispetto al Pil

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri promette una riforma tributaria a breve, riforma improntata sulla semplificazione e sulla razionalizzazione; entro aprile la legge delega, e i decreti delegati entro dicembre di quest’anno. Obiettivo molto ambizioso, certamente di non facile applicazione.  

UNA ZAVORRA MONSTRE

Qui ci occupiamo dell’Iva. Pare scontato che il Def prevederà un aumento dell’Iva, anche se misurato e selettivo. Si tenga conto che il nuovo cuneo fiscale per l’Irpef, già approvato, in vigore da luglio 2020, comporterà un esborso di circa 3 miliardi nel solo 2020 (e 5 nel 2021). Ma abbiamo anche le clausole di salvaguardia Iva (47,1 miliardi per il 2021 e 2022) che bloccano qualsiasi iniziativa, qualsiasi libertà di manovra. In pratica, si parte già con un handicap che negli anni è diventato monstre

LEGGI ANCHE: Non chiamiamolo taglio del cuneo, è una mancetta

La sempre dichiarata, e attuata, lotta all’evasione poco potrà portare alle casse dell’erario, e allora non restano che Irpef e Iva, le due colonne delle entrate italiane (assieme costituiscono i 3\5 delle entrate annue). E per favorire la riduzione dell’Irpef, necessariamente serve più Iva. È stato anche osservato come il rapporto delle due imposte, rispetto al Pil, sia differente. In Italia l’Iva rappresenta il 6,2% del Pil (dati 2008), al penultimo posto in Europa (primi i Paesi nordici, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna) e l’Irpef il 10,8% che ci pone terzi, in Europa, dopo i Paesi nordici e il Belgio. Si sostiene anche empiricamente che le imposte sui consumi incidono meno sul tasso di crescita dell’economia, e quindi un diverso mix potrebbe comportare un maggiore sviluppo.  

L’AUMENTO DELL’ALIQUOTA È DIETRO L’ANGOLO

Per quanto concerne le aliquote Iva, si era ventilato un aumento dell’1% per ristoranti e alberghi (dal 10% all’11%) valutato circa 1,5 miliardi annui; aumento subito smentito. Il governo attuale è nato con l’intento di bloccare l’aumento dell’Iva ma non potrà sottrarsi ancora una volta a questa dinamica oramai quasi ineluttabile. L’irpef ha perso equità, in generale, con le imposte sostitutive (26% per redditi di capitale e certi redditi diversi), la cedolare secca sule locazioni (21%, riducibile), l’esenzione di fatto per le attività agricole anche di grandi dimensioni, l’imposta forfettaria di 100 mila euro per i Paperoni che si trasferiscono in Italia, tassa piatta del 7% per pensionati stranieri che si trasferiscono al Sud, cui aggiungere una vera giungla di detrazioni, salti di aliquote. Posto che pare necessario aumentare l’area di esenzione portandola a circa 9.000\10 mila euro, si stanno analizzando altre soluzioni, sistemi alla tedesca (progressività continua) e francese, con il quoziente familiare

LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA: DAL 2011 A OGGI

Le clausole di salvaguardia Iva italiane trovano origine ancora nel 2011, anche se allora strutturate in modo significativamente diverso da quelle più recenti. Il D.L. 98 del 6 luglio 2011, art. 40, c. 1-ter (governo Berlusconi IV) conteneva l’impegno al reperimento di risorse per 20 miliardi di euro entro il 30/09/2011 tramite tagli lineari di detrazioni e deduzioni fiscali. Il successivo D.L. 201 (Decreto Salva Italia) del 2011 (governo Monti) ha poi aumentato le aliquote Iva (dal 20% al 21%). Successivamente con la L. 147/2013, art. 1, c. 430 (governo Letta) c’è stato un ulteriore aumento delle aliquote (dal 21% al 22%). Poi abbiamo la sequenza delle clausole di salvaguardia propriamente dette, che qui elenchiamo: 

Il governo italiano propone annualmente, dal 2014, le clausole di salvaguardia per l’Iva, a copertura di futuri, ma molto prossimi, sbilanci delle casse nazionali. Di anno in anno, però, i conti non migliorano, e piuttosto che vedere la cancellazione definitiva di questa clausola, che di fatto non fa altro che spostare i problemi in avanti, ingrandendoli, assistiamo alle sue continue modifiche, con differimenti temporali e graduazioni diversificate. Ogni provvedimento normativo ha cambiato non solo la decorrenza, ma anche le stesse percentuali dell’imposta. Per l’aliquota Iva ridotta, attualmente pari al 10%, si prevede ora un innalzamento al 12%, mentre per l’aliquota Iva ordinaria, al momento fissata nella misura del 22%, è previsto l’aumento prima al 25% e poi al 26,5%. Ricordiamo come dal 2018 c’è stato anche qualcosa di più, rispetto al solito: si è cambiata la tecnica legislativa. Ma si è trattato solo di un aspetto formale. Invece di differire gli aumenti, come per esempio era avvenuto fino alla precedente legge n. 205 del 23 dicembre 2017 (art.1, c.2), norme che appunto variavano l’articolo 1, comma 718 della legge 190/2014), si è preferito cambiare, e allora all’articolo 2 si sono previste riduzioni di aliquote. Quindi invece di aumenti, si prevedono ora riduzioni, ma ovviamente sui già determinati aumenti. Decisamente curioso modo di legiferare. Tra l’altro, nella nota tecnica di accompagnamento del dossier per la Camera dei deputati forse non tutte le aliquote riportate paiono corrette. Ma in ogni caso, nessun effetto pratico, se non la mancanza di coordinamento. Gli effetti finanziari ora previsti sono pari a 20 miliardi nel 2020 e 27 nel 2021.

IL CONFRONTO CON L’UE

Per memoria, ricordiamo l’andamento, negli anni, della misura dell’aliquota Iva ordinaria, in Italia: 1° gennaio 1973: 12%; 8 febbraio 1977: 14%; 3 luglio 1980: 15%; 1° novembre 1980: 14%; 1° gennaio 1981: 15%; 5 agosto 1982: 18%; 1° agosto 1988: 19%; 1° ottobre 1997: 20%; 17 settembre 2011: 21% 1° ottobre 2013: 22%. In oltre 40 anni, l’aliquota ordinaria in Italia è quasi raddoppiata, passando dal 12% al 22%. L’aliquota del 22% oggi prevista in Italia è di poco superiore alla media delle aliquote applicabili in tutti gli Stati, pari al 21,5%. L’aliquota ordinaria più bassa nell’Ue, pari al 17% è quella del Lussemburgo, seguono Malta con l’aliquota del 18% e Germania, Romania e Cipro con l’aliquota ordinaria del 19%. L’aliquota ordinaria più alta (27%) è prevista in Ungheria, a seguire Danimarca, Croazia e Svezia che applicano il 25%. Con la prevista aliquota del 26,50% dal 2021 l’Italia potrebbe avere la seconda posizione, in ambito Ue. L’elenco completo delle aliquote in Europa è consultabile al seguente link. Per maggiori informazioni sulle aliquote Iva, consultare il sito della direzione generale della Fiscalità e dell’unione doganale (Taxud).

LE DIVERSE ALIQUOTE

Ogni Paese ha un’ aliquota normale, che si applica alla maggior parte delle forniture. Questa non può essere inferiore al 15%.

Aliquota ridotta

Le aliquote ridotte (massimo 2) possono essere applicate ad un tipo limitato di vendite e normalmente non possono essere inferiori al 5%.

Aliquote speciali

Alcuni Paesi sono autorizzati ad applicare aliquote specifiche su determinate vendite.

Aliquota minima

Alcuni Paesi applicano un’aliquota inferiore al 5% chiamata aliquota minima su alcune vendite. Ad esempio, in Spagna un’aliquota del 4% viene applicata a certi servizi, come la manutenzione e l’adattamento dei mezzi di trasporto per le persone con disabilità.

Aliquota zero

Alcuni Paesi prevedono un’aliquota zero per determinate vendite. In questo caso, il consumatore non deve pagare l’Iva, ma conserva il diritto di detrarre l’Iva versata sugli acquisti direttamente connessi alla vendita, ad esempio le esportazioni e alcuni servizi finanziari per clienti extra Ue.

Aliquota speciale (o intermedia)

Si applica a certi beni e servizi che non possono beneficiare di un’aliquota ridotta, ma ai quali alcuni Paesi dell’Ue applicavano già aliquote ridotte il 1° gennaio 1991. Questi Paesi sono autorizzati a continuare ad applicare aliquote ridotte, a condizione che non siano inferiori al 12%. Le aliquote speciali intendevano essere una misura transitoria per agevolare il passaggio dalle deroghe alle norme generali introdotte con l’entrata in vigore del mercato interno il 1° gennaio 1993: andavano abolite gradualmente.

SERVE UNA SOLUZIONE DEFINITIVA

Il problema delle clausole di salvaguardia dovrà essere risolto in modo definitivo, una volta per tutte; non si possono rimandare i problemi di continuo. E per trovare una soluzione non ci sarà altro sistema che l’aumento delle aliquote, magari in parte rimodulate. Tutto ciò appare inevitabile, stante il fiacco andamento dell’economia e il correlato intervento di riduzione dell’Irpef. L’equilibrio finale lo si potrà trovare solo con un aumento dell’Iva, con buona pace di qualsiasi buon proposito.

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Sardegna, corsa contro il tempo per la continuità territoriale

La liquidazione di Air Italy piomba allo scadere dell'ultima proroga del bando. Ed è impossibile chiudere il dossier entro il 16 aprile. Il punto.

«L’avevamo detto», ripetono adesso in coro. Ed era scontato.

Sono gli esodati del 2016, circa 400 tra piloti, hostess e stewart, amministrativi che restarono a terra dopo la cura forzata in vista del passaggio da Meridiana Fly (dall’unione con Eurofly nel 2006) ad Air Italy portato a termine due anni fa.

Ora che la liquidazione della compagnia aerea è ufficiale, c’è chi guarda al passato prossimo, chi al futuro. 

LE MIRE DELLE LOW COST E I PIANI DELLA REGIONE SARDEGNA

Così, mentre le low cost come Ryanair e Wizz Air tentano di piombare a gran velocità sulle professionalità del vettore (offrendo contratti e carriere), c’è anche chi ipotizza una partecipazione diretta della Regione Sardegna. E se nel primo caso non si registrano ancora fughe di massa, (considerate le differenti condizioni di impiego), la seconda, avanzata dal consigliere regionale dem Giuseppe Meloni, fa tornare alla mente l’esperimento della Flotta sarda, con l’ente armatore e un crac doloroso.

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Intanto su Facebook spopola l’ipotesi di una compagnia fai-da-te con tanto di colletta social tra ironia, rabbia e la paura di restare isolati. Ed è comunque una corsa contro il tempo anche a Roma, in un susseguirsi di riunioni e tavoli, con la ministra dei Trasporti Paola De Micheli che si è detta «irritata» per le modalità in cui si è arrivati allo stop. 

LA STORIA DI AIR ITALY FINO ALL’ADDIO DI AGA KHAN

Nata a Olbia nel 1963 come Alisarda per volere del principe ismaelita Aga Khan, la compagnia era indispensabile per collegare il distretto turistico d’élite Costa Smeralda (ex Monti di Mola) al resto del mondo. Un amore quello del principe non del tutto disinteressato ma coltivato con investimenti strutturali e rimasto intatto per decenni. Ora qualcosa si è rotto: l’Aga Khan, che ormai ha superato gli 80 anni, ha tenuto il suo 51% (tramite il fondo Akfed e l’Alisarda new version), contro il 49% della Qatar Airways. E se il vettore di Doha si è detto pronto a reinvestire di fronte alle perdite Air Italy (164 milioni nel 2018, seguiti secondo indiscrezioni da ulteriori 200), per il padre fondatore la risposta è stata «no». La compagnia con 1.450 dipendenti, di cui 550 in Sardegna, nove aerei, di cui tre Airbus a lungo raggio e 26 rotte coperte, è così “atterrata”. Anche l’acquisto di 3 Boeing 737 Max, poi inutilizzati per via dei problemi di sicurezza, ha avuto il suo peso in questa picchiata. Intanto dal sito della holding Aga Khan Fund for Economic Development (Akfed) è addirittura scomparso il settore dedicato ai trasporti aerei.

LA MANCANZA DI STRATEGIE

Anche se gli hangar sono rimasti a Olbia ed è stata mantenuta la base nell’aeroporto Costa Smeralda (gestito dalla Geasar in mano per il 79% ad Alisarda) l’orizzonte di Air Italy è sempre stato altrove. E lo si è capito fin dalla sua nascita quando il baricentro delle attività è stato spostato a Milano Malpensa, diventato hub-snodo internazionale. Al punto che un gruppo di lavoratori sono stati costretti al trasferimento, pur di non perdere il posto. Dieci milioni di passeggeri nel 2023, 50 nuovi aerei e 1500 assunzioni erano gli obiettivi del piano industriale ormai saltato. «Air Italy puntava a rotte a lungo raggio, perché sembrava che il mercato si muovesse in quella direzione», spiega a Lettera43.it Italo Meloni, docente dell’Università di Cagliari ed esperto in pianificazione dei trasporti. Evidentemente è mancata una strategia.

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Di certo ha influito, e non poco, la partita sulla continuità territoriale in Sardegna (il bando che consente tariffe agevolate per i residenti). Prima, lo scorso anno, Air Italy non si è presentata alla gara. «Poi», continua Meloni, «è rientrata ma accettando gli oneri di servizio, senza i relativi indennizzi economici. Un errore che ha pesato». A cui si aggiunge un contenzioso con Alitalia e la riduzione delle tratte: due linee da Olbia verso Milano Malpensa e verso Roma Fiumicino, una sola da Cagliari verso Malpensa. 

UNA ROAD MAP PIENA DI INCOGNITE

L’addio della compagnia piomba allo scadere dell’ultima proroga del bando che consente i collegamenti aerei verso Roma e Milano a prezzi vantaggiosi per i sardi in nome del diritto alla mobilità. Il presidente della Regione, Christian Solinas (Lega – Partito sardo d’Azione) un anno fa, al suo insediamento aveva bloccato il bando della Giunta precedente di centrosinistra. Una toppa di un anno e ora tutto da rifare con l’occhio vigile della Commissione europea a cui spettano i rilievi, ma solo a cose fatte. Prima è necessario un nuovo bando, poi servono la conferenza di servizi, un decreto del ministero e quindi la gara per assegnare le rotte. Impossibile chiudere per il 16 aprile, quando scadrà la continuità territoriale.

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I dati sul reddito di cittadinanza nel rapporto Inps a febbraio 2020

L'Istituto nazionale della previdenza ha pubblicato i dati a partire da aprile 2019. In Italia le famiglie titolari sono quasi due milioni, per un importo medio di 496 euro. E un costo complessivo di 4 miliardi per il 2019.

Sono 1 milione 119 mila le domande di reddito e pensione di cittadinanza accolte dall’Inps. Tra le famiglie che hanno ottenuto il beneficio 60 mila sono decadute. Quindi le famiglie titolari di reddito (933 mila, per 2,419 milioni di individui) e di pensione di cittadinanza (126 mila con 143 mila persone coinvolte) sono nel complesso 1 milione e 59 mila, corrispondenti a 2 milioni 562 mila ‘teste’. Sono i dati riportati dall’osservatorio Inps sul reddito di cittadinanza aggiornato a inizio febbraio. L’importo medio mensile percepito ammonta a 496 euro.

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COSTO DEL REDDITO SOTTO I 4 MILIARDI

Nel dossier è stato anche calcolato il costo della misura per il 2019 che ha raggiunto quota 4 miliardi e 358 milioni di euro circa. Il calcolo è stato ottenuto sommando gli importi erogati per il sussidio dal mese di avvio, ovvero da aprile. Nel 2019 l’esborso è rimasto sotto la soglia dei quattro miliardi, risultando pari a 3 miliardi 849 milioni di euro a fronte dei 5,6 miliardi stanziati nella legge di bilancio per il 2019 (5,6 miliardi) è stato quindi maturato un risparmio di quasi 1,8 miliardi.

PRESENTATO OLTRE UN MILIONE E MEZZO DI DOMANDE

Nelle tabelle Inps aggiornate a inizio febbraio si legge che le domande di reddito e pensione di cittadinanza sono state 1 milione 677 mila, tra queste 1 milione 119 mila sono state accolte (67%), 113 mila (6,7%) sono ancora in lavorazione mentre 445 mila (26%) sono state respinte o cancellate. Da aprile 2019 ad oggi invece sono poco più di 60 mila i nuclei decaduti dal diritto.

OLTRE IL 60% DEL REDDITO AL SUD

Per quanto riguarda la distribuzione geografica sul milione e 58 mila famiglie che risultano percettrici della misura oltre 641 mila sono del Mezzogiorno. È del Sud o delle Isole quindi il 61% dei nuclei che beneficiano del sussidio. Il Nord ne conta invece 258 mila e il centro 160 mila. Tra le Regioni al primo posto c’è sempre la Campania, con 205 mila famiglie interessate, seguono la Sicilia (184 mila) e la Puglia (97 mila). Le differenze tra Nord e Mezzogiorno riguardano anche gli importi: 426 contro i 533. Il sussidio quindi nel Sud e nelle Isole risulta del 25% più alto.

IL 39% DEI REDDITI A PERSONE SOLE

Tra i nuclei beneficiari, al netto dei decaduti dal diritto, quelli per cui la cittadinanza del richiedente è extra Ue sono il 3,6% (60.772), se si guarda al numero delle persone la quota sale al 7,4% (188.311). Le famiglie percettrici di Reddito o pensione di cittadinanza con all’interno minori sono 386 mila (36,4% ) mentre quelle dove sono presenti disabili sono 216 mila (20,4%). I nuclei con un solo componente, fatti quindi di persone sole, sono 412 mila, il 39%. Il 19,6% delle famiglie riceve importi sotto i 200 euro, il 65% invece va da i 200 agli 800 e un altro 15% è oltre, considerando che in tutto le famigli che superano la soglia del 1.200 euro sono 6.125.

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Aerolinee Siciliane: la prima compagnia aerea ad azionariato popolare

Un vettore «costruito dai passeggeri». Contro «la brutalità delle pratiche del trasporto aereo». È la mission del progetto lanciato da Luigi Crispino, ex patron di Air Sicilia. E in Rete monta lo scetticismo.

In uno scenario di forte crisi, a cui si è aggiunta la messa in liquidazione di Air Italy, la Sicilia rilancia e pensa a una compagnia aerea fondata sul crowdfunding.

Sarebbe il primo esperimento al mondo, sempre se non si considera Alitalia che a – ben vedere – abbiamo contribuito a pagare tutti, forzatamente.

Il progetto porta la firma di Luigi Crispino, presidente della neonata società e noto nell’ambiente in quanto ex patron di Air Sicilia, compagnia scomparsa per fallimento nel 2003, dopo otto anni di attività. Il piano è ambizioso e, almeno nelle intenzioni, si prefigge di essere uno strumento per andare incontro alle centinaia di migliaia di studenti e lavoratori di origine meridionale sparsi per lo Stivale.

LA MISSION: FERMARE «LA BRUTALITÀ DELLE PRATICHE DEL TRASPORTO AEREO»

Aerolinee Siciliane è «azionariato popolare e diritto a viaggiare. Una compagnia costruita dai passeggeri, che serve gli abitanti e gli ospiti delle isole siciliane», si legge pomposamente sul sito web. E, ancora: «Ferma la brutalità delle pratiche del trasporto aereo con i conti in attivo. Vola da e per la Sicilia e crea solidarietà, per sostenere chi ha voglia di vivere meglio. Un modello d’impresa che ricostruisce fiducia e credibilità tra le persone, in armonia con la dichiarazione aziendale: il popolo per il popolo».

PRIMA TRATTA COMISO-MILANO

Chiunque attraverso una donazione potrà contribuire a semplificare le procedure di ritorno a casa e abbattere i costi del trasporto, elevatissimi specie sotto le feste. Il nome c’è già: Aerolinee Siciliane, i colori pure, con le livree che dovrebbero sfoggiare, ça va sans dire, un logo rosso e giallo. Persino la data e la tratta del primo decollo possono essere sin da adesso cerchiate sul calendario: si parte da Comiso alle 6.40 del prossimo 14 giugno, destinazione Milano. Proprio di fronte all’ingresso dello scalo aeroportuale Pio La Torre, la neonata impresa avrà la base operativa.

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La richiesta all’Enac per ottenere il certificato operatore aereo (Coa) è stata inoltrata. Nella palazzina 20, salvo sconvolgimenti, avranno sede i briefing con gli equipaggi e le riunioni per il coordinamento dei voli. In sintonia con una politica volta, tra le altre cose, al recupero e al riutilizzo di edifici abbandonati.

LE QUOTE VANNO DAI 2 MILA EURO AI 10 MILA PER LE IMPRESE

La società, un Spa, è stata costituita a Caltagirone, ma avrà sede legale a Catania e i moduli per un primo impegno a donare possono essere scaricati e compilati sul sito. Le quote minime variano dai 2 mila euro per una sottoscrizione individuale ai 10 mila richiesti per le imprese, ma nulla vieta un impegno maggiore. Quattrocento euro, infine, sono sufficienti per inserirsi all’interno di una cooperativa, con diritto di rappresentanza negli organi della società. Questi ultimi sottoscrittori prenderanno il nome di “soci frazionari”, poiché, appunto, la donazione si traduce in quota divisa tra più persone.

Luigi Crispino in una foto del 2004 (Ansa).

IN CORSO LE SELEZIONI DEL PERSONALE

Redigere il questionario, si legge ancora nel portale web, non comporta il sorgere automatico di alcun obbligo, in quanto l’impegno dovrà essere, comunque, confermato in un secondo momento: durante i roadshow di presentazione in calendario. Si parla, insomma, ancora di un semplice sondaggio. Sempre sul sito ci si potrà candidare per lavorare nella compagnia, che attualmente sta procedendo con le selezioni. A vigilare sul corretto utilizzo delle quote raccolte e sulla gestione complessiva dell’attività sarà un organo collegiale: il Consiglio di sorveglianza, composto da Elio Guastella, Stefano Spampinato, Claudio Melchiorre, Guendalina Lo Monaco e Aldo Di Benedetto. Il compito di conferire concretezza all’oggetto sociale e cioè, reperire fondi e risorse umane da veicolarle verso la realizzazione del programma, con le relative responsabilità, spetta al consiglio di gestione, di cui fanno parte Luigi Crispino, Piero Berti e Giacomo Guascone.

COMPAGNIE SICILIANE: UNA STORIA DI FALLIMENTI

«Per la prima volta in Italia nasce una vera compagnia ad azionariato diffuso», ha commentato in occasione della presentazione del progetto Crispino, «secondo i modelli di successo di aziende come Volkswagen, Google e Amazon. Siamo soddisfatti e ancora di più lo saremo nel futuro. Oggi diciamo che vogliamo volare e lo faremo». A conferma di ciò, l’assemblea ha approvato un aumento di capitale sociale fino a 10 milioni di euro, mentre sono due gli apparecchi al momento a disposizione. Entusiasmo, accompagnato da qualche fisiologico punto interrogativo. La tradizione di compagnie aree siciliane in grado di fornire un’alternativa valida ai grandi colossi della mobilità non è stata felicissima: da Air Sicilia a Wind Jet, le precedenti esperienze sono confluite in altrettanti fallimenti. Detto della prima, la seconda ha chiuso battenti definitivamente nel 2012. Nell’ambito della vicenda, il presidente Antonino Pulvirenti, ex numero uno anche del Catania Calcio, alle prese con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Da cui, invece proprio Luigi Crispino, in relazione ad Air Sicilia, nel 2012 è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’ipotesi di reato riguardava il trasferimento di rami in attivo di Air Sicilia a società del gruppo Crispino, poiché secondo gli inquirenti il passaggio sarebbe avvenuto a prezzi non di mercato.

IN RETE VINCE LO SCETTICISMO PER L’OPERAZIONE

Al netto degli aspetti giudiziari, nemmeno sui forum online di categoria abbonda la fiducia e tra «Deve essere una barzelletta, non ci credo» a «Fatevi una sana risata», i commenti scettici superano per numero quelli positivi. A loro ha risposto Crispino: «Qualcuno che ha il coraggio di sognare, il mondo lo cambia davvero».

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Tim, Gubitosi al tavolo con Kkr per newco su rete secondaria

L’ad dell’ex monopolista pensa a una società mista. Il fondo americano partner favorito. Da Banca Intesa in arrivo Nicola Capodanno a capo dell’ufficio stampa.

San Valentino intenso per Tim dove, tra avvicendamenti manageriali e operazioni societarie, si lavora a ridefinire assetti e strategie.

Prima notizia, la più rilevante: Luigi Gubitosi, mentre sono aperti i tavoli della trattativa per la fusione con Open Fiber, sta parallelamente lavorando alla costituzione di una società mista dove mettere tutta la cosiddetta rete secondaria in fibra, rame ed elettronica. Tra gli interlocutori quello più accreditato è il mega fondo americano KKR, che potrebbe diventare socio di minoranza al 48% della newco apportando nelle casse di Tim una cifra tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Una manna per il colosso delle Tlc, soldi che servono a dare un po’ di ossigeno ai conti che rispetto alle previsioni presentate agli analisti finora sono deludenti. 

Come la prenderanno nell’ordine il governo, la Cassa depositi e prestiti e soprattutto l’Enel, che controlla Open Fiber? L’operazione, tenuta sin qui sotto traccia, fa storcere un po’ il naso. Perché obiettivo primario dell’esecutivo e di Cdp è chiudere prima possibile il grande accordo con Open Fiber di cui si sta parlando oramai da qualche anno, considerando che dopo una dura resistenza l’ad di Enel Francesco Starace ora è più propenso a negoziare l’integrazione con Tim sotto i buoni uffici dei ministri del Mef e del Mise, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli

SUL TAVOLO LA NOMINA DEL SOSTITUTO DI RIGONI

Seconda notizia. A giorni ci sarà la nomina del nuovo Chief Procurement Officer, il responsabile degli acquisti, che prenderà il posto di Federico Rigoni, spostato agli inizi di febbraio a capo dell’area commerciale da cui, dopo la multa di AgCom alle società telefoniche per la vicenda delle modifiche contrattuali in contrasto con la normativa di settore, era stato rimosso Lorenzo Forina

NEI CORRIDOI CIRCOLA IL NOME DI STEFANIA TRUZZOLI

Chi subentrerà a Rigoni? Piccolo mistero. La voce che circola nei corridoi indica nella sua vice, Stefania Truzzoli, ex Chief Operating Officer nella filiale italiana di British Telecom dove era stata protagonista di una tormentata vicenda giudiziaria che l’ha vista prima licenziata e poi riabilitata a pieno titolo dalla magistratura, la candidata numero uno. Una fonte interna però sostiene che nella terna dei candidati scelti scremando dalla lista presentata da un noto cacciatore di teste, il nome di Truzzoli non ci sia. Comunque, per svelare l’arcano non bisognerà aspettare molto, tempo una decina di giorni e il sostituto di Rigoni verrà nominato. Sicuramente prima del cda fissato per la prima settimana di marzo, dove dovrebbe essere portata all’attenzione dei soci (Elliott e i francesi di Vivendi, che non ne sanno molto) anche la possibile operazione con Kkr sulla rete secondaria.

AL POSTO DI ACQUAVIVA DOVREBBE ARRIVARE CAPODANNO

Terza notizia, la comunicazione. A sostituire il capo ufficio stampa Riccardo Acquaviva che il 17 gennaio ha lasciato la società dovrebbe arrivare da Intesa Sanpaolo Nicola Capodanno.

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Chiusa l’indagine sulla gestione di Alitalia, 21 gli indagati eccellenti

La Procura di Civitavecchia ha chiuso le indagini sulla gestione della compagnia di bandiera. Tra le persone che rischiano il giudizio anche l'ad di Unicredit Mustier, la vice presidente di Confindustria Mansi.

Rischiano il giudizio in 21 tra vertici, ex componenti del cda, commissari e consulenti che si sono susseguiti negli anni nell’amministrazione di Alitalia. La Procura di Civitavecchia ha chiuso le indagini sulla gestione della compagnia di bandiera notificando il 415 bis agli indagati. Le ipotesi di reato, a vario titolo, sono bancarotta fraudolenta aggravata, false comunicazioni sociali e ostacolo alle funzioni di vigilanza.

INDAGATI I VERTICI DI ALITALIA

Tra gli indagati nell’inchiesta figurano anche l’attuale ad di Unicredit Jean Pierre Mustier, la vice presidente di Confindustria Antonella Mansi e l’ex commissario di Alitalia e liquidatore di Air Italy, Enrico Laghi. Nel procedimento – oltre ai nomi già conosciuti di Montezemolo, Ball Cramer e Hogan – risulta indagata anche la società Alitalia Sai per responsabilità amministrativa degli enti. A condurre le indagini, il Nucleo di polizia economico finanziaria del comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma.

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Il governo preso alla sprovvista prova a salvare Air Italy

La ministra De Micheli "irritata" per la decisione a sorpresa di andare in liquidazione ha chiesto alla società di cercare altre strade. Anche Pd e M5s si mobilitano.

Il governo ha ribadito ai commissari di Air Italy «la sua forte irritazione» per le modalità di gestione della vicenda e il mancato coinvolgimento delle istituzioni. Lo si legge in una nota diffusa al termine dell’incontro al Mit convocato dalla ministra Paola De Micheli. «Ai rappresentanti dell’azienda», viene spiegato, «è stata avanzata la richiesta di esplorare percorsi alternativi alla liquidazione in bonis in grado di garantire le maggiori tutele possibili ai lavoratori, oltre alla continuità dei voli».

SI MOBILITA LA POLITICA

Si mobilita anche la politica nazionale nel tentativo di salvare in extremis la compagnia. E il caso del vettore sardo-qatariota arriva in parlamento con un’interrogazione urgente del Pd, primo firmatario il deputato Gavino Manca. «Il governo deve scongiurare il disastro economico provocato dalla liquidazione di Air Italy nel settore dei trasporti», è l’appello di Manca insieme a Romina Mura, Andrea Frailis, Davide Gariglio e Luciano Pizzetti.

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All’asta le sale cinematografiche del Viperetta

Continuano i guai finanziari per Massimo Ferrero. La sua esposizione totale è di 120 milioni di euro e le banche hanno chiuso i rubinetti. E ora rischia di vedersi costretto a vendere la Sampdoria a un prezzo minore rispetto alle offerte ricevute questa estate.

Vanno all’asta, per ordine del Tribunale di Roma, le sale cinematografiche della Ferrero Cinemas, la società di Massimo Ferrero, in arte Viperetta.

Il presidente della Sampdoria, da tempo scomparso dalla scena mediatica dopo una fase di folli apparizioni, è nei guai finanziari e giudiziari, e la mancata vendita della squadra di Genova la scorsa estate, nonostante le offerte pervenute (quella più seria era una cordata anglo-americana capitanata dall’ex calciatore Gianluca Vialli, che tra l’altro avrebbe visto il favore della tifoseria, da tempo in aperto contrasto con il presidente), lo ha lasciato in braghe di tela.

Così, entro maggio prossimo, una vicenda che si trascina dal 2016, troverà epilogo: dopo un pignoramento immobiliare, vanno all’asta giudiziaria quattro cinema romani, tra cui lo storico e gettonatissimo Adriano (10 sale per un totale di 2.200 posti alle spalle del Palazzaccio, cioè il palazzo di giustizia, in piazza Cavour), che avrà come prezzo base 27 milioni. Poi ci sarà la multisala Atlantic di via Tuscolana (poco meno di 11 milioni), il Roma in Trastevere (2,3 milioni) e il più decentrato Ambassade (2,6 milioni).

UN’ESPOSIZIONE TOTALE DI 120 MILIONI DI EURO

Ma non sono solo questi cinema ad essere in ballo nel possibile crack Ferrero. Entro il 23 marzo scadono i termini concessi dal tribunale fallimentare per il salvataggio della Farvem Real Estate (la Lufthansa ha presentato istanza di fallimento) e della Eleven Finance, che hanno in portafoglio sia i cinema della catena Ferrero (tra cui i quattro già messi all’asta) quasi tutti provenienti dalla gestione Cecchi Gori, sia un’operazione di edilizia abitativa in località Torrespaccata (178 appartamenti, 12 mila metri quadrati).

La vendita della Sampdoria avrebbe potuto consentire a Ferrero di mettere le cose a posto, o comunque ridurre di molto i problemi

L’esposizione totale è di circa 120 milioni, e nessuna banca è più disposta a dare un becco di un quattrino a Viperetta. La vendita della Sampdoria, che non rischia in caso di fallimento perché sarebbe anch’essa messa all’asta se saltasse il banco, avrebbe potuto consentire a Ferrero di mettere le cose a posto, o comunque ridurre di molto i problemi. Ma di fronte a compratori che sapevano della sua situazione ha voluto giocare al rialzo, e ora rischia di doverla cedere per molto meno (anche perchè la squadra rispetto allo scorso campionato va molto peggio) o addirittura di vederla mettere all’asta a prezzo di pura perizia.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Non solo Air Italy: perché le compagnie aeree italiane falliscono

Piani industriali pensati solo per il mercato nazionale e la concorrenza sleale di Alitalia sostenuta da soldi pubblici: il professor Andrea Giuricin spiega l'ennesimo crack dei nostri cieli.

Eurofly, MyAir, WindJet, AirOne, Volareweb, Meridiana e ora Air Italy: i nomi delle piccole o medio piccole compagnie aeree italiane aperte e chiuse negli ultimi vent’anni si perdono nella memoria lasciando solo qualche vago ricordo. Una storia di fallimenti all’ombra dell’eterna Alitalia, tenuta in vita artificialmente forse anche alle spese di tutte le piccole nascenti.

I motivi della maledizione dei cieli italiani sono diversi e ogni compagnia ha avuto la sua storia, ma ci sono due grandi peccati originari dietro a ogni azienda rimasta a terra: piani industriali pensati solo per il mercato nazionale e la concorrenza di Alitalia.

«Tutte queste compagnie pensavano di poter operare solo in Italia, senza capire che la competizione è ormai (come minimo) europea», ha spiegato a Lettera43 Andrea Giuricin, docente di Economia dei Trasporti all’Università Bicocca di Milano. «L’altro grande problema del nostro sistema è Alitalia», continua, «se lo Stato continua a dare sussidi a una sola compagnia fa concorrenza sleale nei confronti di tutte le altre».

DOMANDA. Perché le compagnie aeree italiane non sono mai riuscite a restare sul mercato?
RISPOSTA. Il primo problema è che sono erroneamente convinte di potere farcela da sole. Pensano che esista un mercato italiano che in realtà non c’è. Esiste almeno il mercato europeo, per non dire quello mondiale.

Quindi è prima di tutto un problema di strategia industriale?
Sì, perché qualunque compagnia europea di dimensione continentale può venire a operare in Italia ed essendo più grande riesce a diventare più competitiva rispetto a quelle piccole e nazionali. Il problema di Air Italy è stato innanzitutto il piano industriale di due anni fa.

Può spiegare meglio?
Quando si sono resi conto che con il mercato italiano non ci si poteva sostenere hanno iniziato a cambiare le rotte, aumentando il raggio. Ma questo era già l’inizio della sconfitta. È stata la cosa più disperata e sbagliata che si potesse fare perché un sistema di rotte si costruisce con gli anni, non si può pensare di cambiarle da un giorno all’altro e avere subito dei risultati.

Quanto influenza la concorrenza di Alitalia?
È ovvio che se continui a dare sussidi pubblici a una sola compagnia fai concorrenza sleale nei confronti delle altre. A furia di sussidiare compagnie decotte alla fine muoiono tutte le compagnie, anche quelle che magari avrebbero potuto sopravvivere.

Gli aiuti di Stato, quindi, sono stai in controproducenti per l’intero settore.
Se continui a fare prestiti ponte che non vengono mai restituiti, chi ne beneficia può operare costantemente in perdita e rimanere comunque viva, complicando la vita alle altre compagnie che sono sul mercato senza soldi pubblici. Secondo me si tratta di prestiti illegali, vedremo se verranno considerati aiuti di Stato o meno dalla Commissione europea.

Qundi meglio che Air Italy fallisca?
Proprio per questa logica è meglio fare fallire Air Italy piuttosto che cercare di tenerla in piedi con soldi pubblici. È lo stesso ragionamento che si sarebbe dovuto fare con Alitalia: se trovi privati disposti a investire denaro per tenerla competitiva va benissimo, ma usare aiuti pubblici vuol dire rimandare il problema e fare concorrenza sleale verso le altre compagnie.

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Vito Gamberale scende in campo per prendersi Aspi

L'ex amministratore delegato di Autostrade Spa ha messo nel mirino la quota che Atlantia è pronta a vendere. Un'operazione che affronterebbe attraverso due fondi infrastrutturali da 700 milioni pronti a essere lanciati sul mercato.

Vito Gamberale ha lasciato Autostrade per l’Italia 14 anni fa, dopo che già nel 2005 si era ritirato in Autostrade Spa (poi diventata Atlantia) passando la mano a Giovanni Castellucci. Se ne era andato in polemica dopo che i Benetton, sospinti da Castellucci, avevano approvato il progetto di fusione con la società spagnola Abertis, un’operazione da lui assolutamente non condivisa.

Si era portato a casa una bella liquidazione – 12 milioni di euro, che si aggiungevano ai 9 miliardi di lire lordi che aveva preso dalla Telecom – e subito dopo gli era stata offerta la tolda di comando di un investitore nelle infrastrutture di prim’ordine come F2i, ma Aspi gli è sempre rimasta dolorosamente di traverso come una lisca di pesce in gola.

Sarà dunque per questo fattore psicologico, oltre che l’interesse per il business, che ha spinto l’ormai 76enne manager molisano a cercare di tornare “sul luogo del delitto”. È da quando è caduto il ponte Morandi e con esso è precipitata la carriera di Castellucci, suo acerrimo nemico, che Gamberale ha posato gli occhi su Autostrade. Ma non per tornare come manager – l’età non glielo consente – bensì come padrone.

GAMBERALE POTREBBE AVERE L’ENDORSEMENT DI MION

Nei giorni scorsi, infatti, Gamberale e Mauro Maia, suo ex collega in F2i e suo uomo fidato in Sea, hanno stretto un accordo – per il tramite del loro veicolo Iter Capital – con Pgim, un grosso gestore patrimoniale americano, per lanciare due fondi infrastrutturali da 700 milioni, affidati in gestione a Pramerica e Ubi Banca. E a quanto si dice negli ambienti finanziari e ai piani alti del ministero delle Infrastrutture, nel mirino ci sarebbe Aspi, o meglio la quota che Atlantia deciderà di mettere sul mercato.

La sede di Autostrade per l’Italia (foto Valerio Portelli/LaPresse).

Ma i Benetton vorranno rimettere in pista il loro vecchio manager, di cui a un certo punto decisero di non fidarsi più? Qualcuno giura che non succederà mai, altri pensano che se a decidere sarà Gianni Mion, che tra Gamberale e Castellucci è sempre stato più per il primo che per il secondo, qualche chance il vecchio Vito ce l’ha. Di sicuro, intanto, si rimette in pista. E a giudicare dalle molte telefonate che sta facendo, pare davvero determinato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Sia, il cda approva l’avvio al processo di quotazione in borsa

Si prevede che l'ingresso nel Mercato telematico azionario possa avvenire entro l'estate del 2020. Il 6 febbraio è stato dato anche il via libera al Piano Strategico 2020-2022.

Il Consiglio di amministrazione di SIA, riunitosi il 6 febbraio 2020 sotto la Presidenza di Federico Lovadina, ha deliberato l’avvio del processo finalizzato alla quotazione delle azioni ordinarie della società sul Mercato telematico azionario (Mta), organizzato e gestito da Borsa Italiana, che si prevede possa avvenire entro l’estate 2020.

Nel corso della medesima riunione, il Cda di SIA ha anche approvato il Piano Strategico 2020-2022 che, grazie al supporto e alla piena fiducia degli azionisti, punta a consolidare il posizionamento della società a livello internazionale diventando il player di riferimento nel settore dei pagamenti digitali.

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Conte difende il reddito di cittadinanza dopo le critiche del Fmi

Secondo il premier la misura non può essere valutata a meno di un anno dalla sua entrata in vigore. Ma per il Fondo monetario internazionale gli assegni troppo alti disincentivano la ricerca di un lavoro.

«La valutazione di una misura complessa quale il Reddito di Cittadinanza, che richiede, proprio in riferimento alla componente di attivazione sociale e lavorativa, il rafforzamento dei relativi servizi, non può essere effettuata, sarebbe irragionevole, a meno di un anno dalla sua entrata in vigore, in quanto richiede un tempo congruo per poterne valutare con completezza l’efficacia», ha detto il premier Giuseppe Conte rispondendo al Question Time al Senato. La riforma «è in linea con le migliori pratiche di welfare già sperimentate in Ue», ha aggiunto, «resta fermo l’impegno del governo ad attuare nella sua massima potenzialità il Reddito di Cittadinanza, al fine di migliorarne la capacità di contrasto alla povertà e di incentivare il reinserimento socio-economico, nell’ambito della definizione dell’Agenda 2020-2023».

LE CRITICHE DEL FMI AL REDDITO

Solo il 29 gennaio, il Fondo monetario internazionale ha ribadito che gli assegni del reddito sono troppo alti, superiori agli standard internazionali e che di fatto disincentivano la ricerca di un lavoro. Inoltre questa norma favorisce i single e le famiglie con pochi componenti mentre lascia fuori quelle numerose. I benefici – avvertiva – «diminuiscono troppo rapidamente con le dimensioni della famiglia, penalizzando le famiglie più grandi e più povere».

IL 4% DEI BENEFICIARI HA AVUTO UN CONTRATTO DI LAVORO

Secondo gli ultimi dati dell’Anpal (riferiti al 10 dicembre mentre i più recenti sono attesi per la prossima settimana) sono 28 mila i beneficiari del reddito che hanno avuto un contratto di lavoro dopo l’ok al sussidio, quindi circa il 4% della platea delle persone attivabili. Oltre 420 mila persone sono state comunque convocate dai centri per l’impiego nelle varie regioni per iniziare il percorso verso la ricerca del lavoro e il 78% di questi si è presentato alla prima convocazione, Oltre 220 mila persone hanno già firmato il patto di servizio.

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A2a, Sala vuol cambiare il presidente, Camerano resta ad

Con la prossima assemblea, già fissata per il 13 maggio, sinrinnovano i vertici della multiutility: Palazzo Marino pronta a indicare Corali al posto di Vallotti, mentre Palazzo Loggia vuole Comboni come vice.

Non ci sono solo le nomine “romane”, ma anche quelle “milanesi”, a tener desta l’attenzione degli addetti ai “poteri”. La più importante riguarda sicuramente il rinnovo dei vertici di A2A, la multiutility quotata in Borsa controllata pariteticamente con quote del 25% ciascuno dal Comune di Milano e da quello di Brescia.

Su 12 membri del consiglio di amministrazione, le due amministrazioni comunali hanno stabilito per il tramite di un patto di sindacato che spettano loro nove membri, quattro ciascuno più l’amministratore delegato scelto congiuntamente. Inoltre il patto prevede una rotazione: per un mandato Milano ha il presidente e Brescia il vicepresidente, in quello successivo le parti s’invertono.

Con la prossima assemblea, già fissata per il 13 maggio, sarà Palazzo Marino a indicare il presidente, e Palazzo Loggia a fare il nome del vice. Ora, mentre sulla riconferma di Luca Valerio Camerano nella posizione di ad (per quello che sarà il suo terzo mandato) non paiono sussistere problemi né a Milano né a Brescia, visti gli ottimi risultati conseguiti, si va invece a due cambi per la presidenza e la vicepresidenza.

SALA VUOLE CORALI PRESIDENTE, BRESCIA ENDORSA COMBONI COME VICE

A Milano il sindaco Beppe Sala e tutta la maggioranza politica che sorregge la giunta sono infatti decisi a non riconfermare il presidente uscente Giovanni Valotti, considerato un professore di poco peso e di scarso dialogo con l’azionista. Al suo posto il nome più gettonato è quello di Enrico Corali, attualmente già consigliere di A2A e presidente dell’organismo di vigilanza di Cap Holding, società pubblica di gestione in house del ciclo idrico integrato nelle provincie di Milano-Lodi-Monza e Brianza, nonché presidente di Ismea, l’istituto del ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

Corali ha una lunga esperienza di società pubbliche ma che stanno sul mercato

Cinquantacinque anni, giurista, banchiere, Corali ha una lunga esperienza di società pubbliche ma che stanno sul mercato, come la multiutility lombarda ed è molto ben considerato da Sala e dai suoi. Quanto a Brescia, l’orientamento è di indicare Giovanni Comboni, anche lui già in cda, quale vicepresidente al posto dell’uscente Stefania Bariatti. E se così fosse, il rinnovamento di A2A sarebbe all’insegna della continuità.

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Ilva, per Morselli e i sindacati l’accordo preliminare è vicino

I sindacati dopo l'incontro con l'ad Morselli: «L'accordo preliminare è possibile e potrebbe arrivare entro domani».

Sembra vicina a una svolta la trattativa sul futuro dell’Ilva di Taranto. I sindacati, dopo aver incontrato l’amministratore delegato Lucia Morselli, hanno detto infatti che secondo la manager «un pre-accordo è possibile e non è escluso che possa arrivare tra oggi e domani. In seguito la trattativa proseguirà per i necessari approfondimenti». Il 7 febbraio è prevista al Tribunale di Milano la nuova udienza sul contenzioso che vede contrapposti i commissari straorinari dell’acciaieria e il colosso indo-francese ArcelorMittal.

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Le ombre sulla gestione di Rfi targata Maurizio Gentile

Ritardi cronici sulla linea Milano-Napoli, inchieste aperte, ombre di nepotismo. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l'ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

Contestazioni precise da una parte e stillicidio continuo di proteste e insofferenze ogni volta che si accumulano ritardi sulla linea business per eccellenza delle Ferrovie, che è la Milano-Napoli.

E ormai gli alibi che Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rfi dal 2014, accampa per giustificare le inadempienze della sua gestione non reggono più: aumento del traffico, mancanza dei riscaldatori negli scambi, obsolescenza degli impianti e chi più ne ha più ne metta.

LE INCHIESTE APERTE

È ancora aperta l’inchiesta sullincidente di Pioltello che il 25 gennaio 2018 causò 3 morti e 46 feriti. La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 12 indagati, funzionari e dipendenti di Rete ferroviaria italiana, è slittata dopo che la procura ha accolto nuovi accertamenti chiesti dalla difesa. RadioFerrovie racconta poi di commesse milionarie assegnate senza gara, e anche qui ci sono indagini della magistratura in corso. Anche se da parte sua Rfi ha assicurato la regolarità degli affidamenti. Non mancano le ombre di nepotismo: il figlio di Maurizio Gentile, Lorenzo, è direttore Finanza e amministrazione di Trainose, società del gruppo Fs in Grecia e la nipote Laura è responsabile dell’area ingegneria di Rfi ad Ancona. Senza contare le inchieste connaturate alla carica, tipo quella della Procura di Napoli per attentato alla sicurezza dei trasporti perché secondo i pm la stazione di Afragola non ha i collaudi a norma. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l’ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

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Professionisti precari e dimenticati: la lotta delle partite Iva

Compensi irrisori o in visibilità. Assenza o quasi di tutele. Disponibilità H24. E un regime fiscale sfavorevole. La savana dei freelance.

Vivere da precari, da professionisti certo, ma pur sempre precari. Ieri, come oggi, senza alcuna novità.

Mentre i rider ottengono qualche vittoria sul fronte dei diritti, c’è una schiera di lavoratori autonomi, le note partite Iva, che vivono in una condizione di moderno sfruttamento. Hanno nella maggior parte dei casi compensi inadeguati, non godono di un sistema di welfare e per molte di loro una pensione dignitosa è solo un miraggio. E questo nonostante un impegno spesso h24 per rispondere alle richieste del committente.

Sembra il copione perfetto per un film di Ken Loach. In realtà è il quadro di una situazione drammatica che, di governo in governo, sembra interessare poco. Anzi, le normative vengono rese più complicate, come avvenuto anche nell’ultima legge di Bilancio approvata a dicembre.

PARTITE IVA UNITE NELLA DISGRAZIA

Dietro l’etichetta di lavoratori autonomi (in Italia sono 5,3 milioni) di freelance, c’è una quotidiana battaglia. A volte davvero una lotta per la sussistenza. Nemmeno sul fenomeno delle “finte partite Iva”, ossia chi è costretto ad aprirsela per iniziare un lavoro di fatto subordinato, si sono registrati passi in avanti. Tutti annunciano di voler risolvere la questione, ma tutto resta fermo. Anzi, secondo il giudizio degli esperti, la flat tax, entrata in vigore con la manovra del fu governo gialloverde, ha favorito il ricorso alla partita Iva: una sorta di incentivo. Una semplificazione fiscale a fronte di una sorta di accettazione della precarietà. Tanto che nel primo trimestre 2019 ne sono state aperte oltre 100 mila, 400 mila nell’intero anno. Un autentico boom.

Tra molte partite Iva e i rider spesso l’unica differenza sta nell’assenza dell’algoritmo

Anna Soru, presidente di Acta, l’associazione dei freelance, mette comunque in guardia sulle distinzioni tra tipologie di partite Iva: «La narrazione è sempre che chi sceglie davvero la partita Iva se la cavi, mentre chi se la trova imposta abbia dei problemi», spiega a Lettera43.it. «Il punto non è questo: anche chi ha davvero scelto di lavorare come autonomo deve affrontare gli stessi problemi».

IL DIRITTO NEGATO ALLA DISCONNESSIONE

Dunque, ogni giorno un freelance sa di dover cercare lavori tali da cumulare qualcosa che somigli a uno stipendio a fine mese. Senza guardare ad alcun orario di lavoro, senza alcuna possibilità di distrazione. «Il lavoro delle partite Iva non termina mai.

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Non c’è diritto alla ‘disconnessione’, il lavoratore non può distaccarsi dal proprio lavoro neanche un attimo», conferma Davide Serafin, esperto del settore, autore del libro Senza più valore (edito da People) e responsabile della campagna Giusta paga. In questo, dunque, c’è una comunanza anche con i rider, spesso finiti al centro delle cronache come per la recente sentenza su Foodora: l’unica differenza è l’assenza dell’algoritmo che controlla la loro disconnessione

IL NODO DELLE RETRIBUZIONI INADEGUATE

Il lavoratore autonomo si scontra con un vero, grande, scoglio: la retribuzione inadeguata. «Per i freelance non c’è una contrattazione sul minimo di compenso», fa notare Soru. «La retribuzione tende sempre più al ribasso, perché viene decisa dal committente». Una soluzione per mitigare il problema ci sarebbe: un freelance dovrebbe essere pagato di più per le proprie prestazioni, visto anche che l’azienda non ha costi fissi legati ai contratti e sfrutta un oggettivo risparmio. In questo modo il lavoratore potrebbe bilanciare, con un guadagno maggiore in determinati giorni, la giornata in cui non svolge alcuna attività. E qui il cortocircuito è servito: il freelance viene pagato di meno e in più ci sono giornate in cui non lavora. 

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La presidente di Acta spiega come la questione valichi i confini italiani: «L’Unione europea è contraria alle tariffe minime, perché violano la concorrenza. Ma è una cosa ridicola. Il tema dei compensi deve essere affrontato, senza giochi al ribasso. Anche perché, va sottolineato, un compenso equo fisserebbe una linea di demarcazione per una trattativa tra committente e lavoratore».

SE L’UNICO GUADAGNO È IN VISIBILITÀ

Serafin aggiunge un elemento di riflessione ulteriore: «Quello autonomo è un lavoro che a volte non viene neanche pagato persino se il datore di lavoro è pubblico. Parliamo di professionisti, addirittura ordinisti, che vincono incarichi con contratti di sponsorizzazione, per la pubblica amministrazione. La giustificazione? Guadagnano in ‘visibilità’». Casi limite e anche limitati, ma che inquadrano il contesto. La domanda è una: come si è potuto raggiungere questo punto di non-ritorno? Per Maurizio Del Conte, professore di diritto del Lavoro all’Università Bocconi, c’è un problema normativo: «Per troppo tempo il lavoro autonomo è stato completamente ignorato dal legislatore, rendendolo così il bacino di sfogo delle forme più precarie e mal retribuite del lavoro utilizzato dalle imprese». Per il futuro non si scorge niente di miracoloso: «Tanti giovani sono costretti ad aprire la partita Iva per svolgere attività sostanzialmente subordinate. Quanto al vastissimo mondo dei collaboratori autonomi, ci si è occupati solamente dei cosiddetti rider, i ciclofattorini del cibo, introducendo così un’ulteriore frattura nelle tutele del lavoro».

SCORDATEVI IL WELFARE

Un altro snodo fondamentale è quello del sistema di welfare: la pensione resta un miraggio. Il pagamento dei contributi è un problema dagli autonomi, sottolineano dall’associazione dei freelance: specie i più giovani temono di non avere la possibilità di godersi la pensione. Anche per l’indennità di malattia c’è una distanza siderale tra lavoratore dipendente e autonomo. Tanto da poter affermare che una malattia lunga, di più mesi, non garantirebbe alcuna possibilità di sussistenza a una partita Iva.

Il sistema del welfare è concepito per il lavoro dipendente e dopo è stato allargato agli autonomi, a cui arriva solo un pezzetto


Anna Soru, presidente Acta

Il giudizio di Soru è tranchant: «Non c’è un contributo per vivere in condizioni accettabili. Il sistema del welfare è concepito per il lavoro dipendente e dopo è stato allargato agli autonomi, a cui arriva solo un pezzetto». Piccolo. Lo stesso vale per la maternità: una lavoratrice autonoma deve aggrapparsi al pregresso contributivo per averla. Con un’aggravante: i versamenti in diverse casse previdenziali, come accade facilmente per i freelance, non sono cumulabili.

IL REGIME FISCALE SFAVOREVOLE

Come se non bastasse c’è un capitolo a parte che concerne il fisco. «Una disparità molto grande di cui nessuno parla è a livello di imposta sulle persone fisiche», sottolinea Serafin. «I lavoratori autonomi sono sottoposti a un regime fiscale sfavorevole a causa della diversità della detrazione, che è minore. Una differenza di trattamento rispetto al lavoro dipendente che non può essere spiegata dalla propensione all’evasione». Stando alle dichiarazioni dei redditi 2018, le partite Iva hanno versato 5.091 euro di Irpef contro i 3.927 dei lavoratori dipendenti e i 3.047 dei pensionati. In questo scenario, sono molti i candidati per un ruolo in un futuro film di Ken Loach. Questa volta ambientato in Italia.

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Agricoltori, tra Inps e Agea l’ennesima beffa della burocrazia

Il debito che le aziende contraggono con l'istituto di previdenza, spesso a causa di problemi economici, può essere decurtato dai fondi Ue a cui hanno diritto. Il tutto senza preavviso. E chi poi si mette in regola rischia di pagare due volte. A quel punto recuperare la somma è un'odissea.

Centinaia di aziende agricole finite ostaggio della burocrazia.

Rimpallate tra l’Inps e l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), con il rischio di dover pagare più volte i contributi arretrati, maturati talvolta per una condizione di difficoltà economica, dovuti all’Istituto di previdenza.

Le imprese agricole, infatti, possono richiedere e ottenere dei fondi dall’Unione europea, in base ai requisiti richiesti, come sostegno al reddito nell’ambito della Politica agricola comune (Pac). Tuttavia, queste cifre possono essere sottoposte a una decurtazione, senza alcun preavviso, in caso di morosità dell’imprenditore nei confronti dell’Inps, così come previsto dalla legge italiana.

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Solo che se l’impresa ha già provveduto a saldare il debito, finisce per “pagare” due volte la stessa quota. Una volta in maniera indiretta, attraverso il prelievo forzoso sui fondi Ue, e un’altra direttamente con il pagamento all’Inps.

COME FUNZIONANO I PRELIEVI AI FONDI UE

Il meccanismo è messo in moto da una legge entrata in vigore nel 2006, secondo cui l’Inps può fare ricorso agli «organismi pagatori», in questo caso l’Agea, per compensare gli aiuti dell’Ue «con i contributi previdenziali dovuti dall’impresa agricola beneficiaria, comunicati dall’Istituto previdenziale all’Agea in via informatica». Insomma, di fronte alla morosità di alcuni imprenditori, l’Istituto di previdenza si rivale sui fondi in arrivo dall’Ue: l’Agea è di fatto autorizzata, in automatico, a decurtare la somma corrispondente a versamenti previdenziali non pagati dall’impresa agricola. Opera una trattenuta a riparazione dei debiti insoluti, basandosi sulle informazioni a disposizione.

LA BEFFA DI PAGARE IL DEBITO DUE VOLTE

Si può verificare così la beffa per l’imprenditore agricolo che nemmeno è consapevole di aver pagato doppiamente il debito. Per scoprirlo bisognerebbe compiere delle ricerche a ritroso, chiamando a supporto un esperto del settore. E non sempre accade per una questione di praticità e di tempo. L’allarme è stato lanciato dal senatore del Gruppo Misto (eletto con il Movimento 5 stelle), Saverio De Bonis, con un’interrogazione depositata a Palazzo Madama, rivolta in particolare alla ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova.

LE CONTESTAZIONI ALLA PROCEDURA

De Bonis spiega a Lettera43.it: «Già ci sarebbe da ridire sulla legge che consente il prelievo dai fondi comunitari per sanare la situazione contributiva con l’Inps. Il sostegno al reddito dell’Ue serve a sviluppare politiche agricole, non a saldare arretrati con gli istituti di previdenza». Al di là di questo aspetto, all’agricoltore non arriva alcuna comunicazione né prima né dopo l’eventuale operazione “di taglio” dei contributi comunitari. Come notifica ufficiale è considerata sufficiente la registrazione del recupero nella piattaforma del Sistema informativo agricolo nazionale (Sian). 

I DATABASE DELL’INPS NON SONO AGGIORNATI

Il problema, stando sempre all’interrogazione, è legato all’aggiornamento del database dell’Inps. Agea consulta quei dati e interviene secondo l’accordo con l’Istituto di previdenza. A questo punto diventa onere del contribuente inviare la segnalazione alla competente sede Inps per comunicare l’eventuale pagamento già avvenuto a saldo di quel debito. Il titolare dell’impresa è poi costretto a chiedere lo storno della somma, con tempi non proprio rapidi e con una procedura da affrontare complessa, che richiede l’intervento di professionisti. Si concretizza inevitabilmente la necessità di sborsare altri soldi per cercare di recuperare quella cifra pagata più volte. Insomma, una storia di ordinaria burocrazia. Sul caso De Bonis ribadisce una precisa richiesta: «Vorrei sapere, e sarebbe giusto farlo sapere a tutti i cittadini, con quale frequenza l’Inps aggiorna i suoi database, perché questa tempestività incide, eccome, sul problema che ho denunciato. Ed è giusto che l’istituto ripaghi rapidamente l’imprenditore che per due volte ha versato la somma, invece di costringerlo ad avviare una farraginosa procedura dal commercialista». La soluzione potrebbe essere a portata di mano. «Tenuto conto che la tecnologia informatica è a uno stadio più che avanzato e non si comprendono le ragioni di tali disguidi che si verificano ormai da diversi anni, creando pregiudizi agli operatori agricoli», si legge alla fine dell’interrogazione. Con l’auspicio di uno scambio di informazioni più precise e celeri.  

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Confindustria, è già bagarre per il futuro direttore generale

La posizione fa gola a molti ed è oggetto dei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati. Se Bonomi ha offerto il posto a Calabrò, Delzio e Picardi, Pasini pensa a un ticket con Schittone. Mattioli guarda a Panucci ma è pronta ad ascoltare i consigli dell'amico Elkann. Mentre Orsini si affida alla rete di Comunione e Liberazione.

Con candidati deboli per il vertice della Confindustria, dove parte favorito Carlo Bonomi nonostante il lignaggio industriale non proprio di blasone (piccola azienda, più piccolo ancora il numero dei dipendenti, nove) tutti guardano ora alla guerra sotterranea che si sta combattendo per l’ambita carica di direttore generale, il potente gestore della macchina di Viale dell’Astronomia e detentore – spesso più del presidente – dei rapporti più intimi con il mondo politico e istituzionale

Una posizione da centinaia di migliaia di euro di stipendio l’anno, più bonus e benefit che fanno gola a molti. Nei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati – a votare saranno solo i 180 componenti del Consiglio Generale – c’è anche questa posizione.

Vediamo di ricostruire il quadro raccogliendo le indiscrezioni che qui e là filtrano dai protagonisti.

BONOMI HA OFFERTO LA POSIZIONE A CALABRÒ, DELZIO E PICARDI

Partiamo ovviamente da Bonomi, presidente di Assolombarda, che da oltre due anni sta cucendo la tela delle alleanze proprio perché la assoluta debolezza del suo profilo professionale essendo un piccolissimo commerciante di prodotti medicali.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Come per altre posizioni di vertice, Bonomi ha offerto la stessa posizione a più sostenitori e così troviamo scalpitare Antonio Calabrò, giornalista, vicepresidente di Assolombarda, Francesco Delzio, a capo (ma ancora per poco) della comunicazione di Atlantia, e Alessandro Picardi, l’uomo delle relazioni di Luigi Gubitosi in Tim.

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Con il primo, che guarda anche alla direzione del Sole24Ore, suo vecchio sogno, Bonomi cerca di mettersi in tasca il supporto eterno di Marco Tronchetti Provera. Con il secondo, l’appoggio dei Benetton, cui farebbe un favore visto che del comunicatore che fu ferreo sodale di Giovanni Castellucci non vedono l’ora di sbarazzarsi. Con il terzo, l’alleanza con la potente Tim (a Gubitosi, come ad Aurelio Regina e a tanti altri va promettendo vice presidenze) e la sua ricca filiera di fornitori. In questo modo, ovviamente, diventerebbe ostaggio dei soliti noti che non hanno il coraggio o la voglia di mettersi in gioco.

Il presidente di Confindustria Brescia Giuseppe Pasini (LaPresse).

PASINI PENSA AL TICKET CON SCHITTONE

Giuseppe Pasini ha le idee più chiare e non nasconde il suo ticket con il direttore dell’Associazione industriali di Brescia, Filippo Schittone. Ma a guardare alla posizione potrebbe essere anche il direttore di una delle associazioni che potrebbero sostenere l’acciaiere bresciano: un emiliano? Un veneto?

LA RETE DI MATTIOLI E ORSINI

Alla piemontese Licia Mattioli le cronache attribuiscono una simpatia per l’attuale direttrice romana Marcella Panucci, molto ben introdotta al Quirinale e Palazzo Chigi, ma si dice anche che guardi con attenzione al manager che l’amico John Elkann le suggerirà per guidare la macchina confindustriale.

licia mattioli profilo candidata presidenza confindustria
Licia Mattioli, candidata alla presidenza di Confindustria.

Infine, Emanuele Orsini, il leader di Federlegno. Lui si affida alla rete di Comunione e Liberazione che di manager da piazzare ne ha molti. Con il profilo manageriale di Bonomi in forte caduta anche per le divisioni in Lombardia, Veneto e Piemonte è molto probabile che gli altri candidati con aziende solide alle spalle si riuniscano a breve per convergere su uno solo di loro. 

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I numeri del reddito di cittadinanza a un anno dalla legge

Oltre un milione di beneficiari. Importo medio di 493 euro. Solo il 4% ha trovato un lavoro dopo il sussidio. E secondo il Fmi l'assegno disincentiva la ricerca di un'occupazione.

A un anno dall’entrata in vigore del decretone che ha introdotto il Reddito di cittadinanza sono oltre 1,04 milioni i beneficiari del sussidio per oltre 2,5 milioni di persone coinvolte nelle loro famiglie mentre resta ancora un miraggio l’attivazione della parte che dovrebbe favorire l’ingresso nel mondo del lavoro. L’erogazione del beneficio ha rispettato i tempi (prime card erogate su aprile) mentre la cosiddetta fase due resta in salita con una percentuale irrisoria di persone che hanno rinunciato al sussidio perché hanno trovato un lavoro. Proprio oggi il Fondo monetario internazionale ha ribadito che questi assegni sono troppo alti, superiori agli standard internazionali e che di fatto disincentivano la ricerca di un lavoro. Inoltre questa norma favorisce i single e le famiglie con pochi componenti mentre lascia fuori quelle numerose. I benefici – avverte – «diminuiscono troppo rapidamente con le dimensioni della famiglia, penalizzando le famiglie più grandi e più povere». L’importo medio per nucleo è di 493 euro ma è più alto per il Reddito rispetto alla pensione di cittadinanza. I beneficiari del reddito che hanno obbligo di attivazione sono circa 730 mila, ha spiegato oggi il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico che però precisa che non si può parlare di fallimento della misura perché non hanno ancora funzionato le politiche attive per il lavoro. «Nel reddito di cittadinanza», dice, «esiste una parte, il patto per l’inclusione, che prevede una condizionalità slegata dal mondo del lavoro, esisteva anche nel Rei. Non possiamo dire che il reddito minimo non funziona perché non crea lavoro. Il lavoro lo crea il mercato e lo Stato. Questo è un provvedimento contro la povertà». Secondo gli ultimi dati dell’Anpal (riferiti al 10 dicembre mentre i più recenti sono attesi per la prossima settimana) sono 28 mila i beneficiari del reddito che hanno avuto un contratto di lavoro dopo l’ok al sussidio, quindi circa il 4% della platea delle persone attivabili. Oltre 420 mila persone sono state comunque convocate dai centri per l’impiego nelle varie regioni per iniziare il percorso verso la ricerca del lavoro e il 78% di questi si è presentato alla prima convocazione, Oltre 220 mila persone hanno già firmato il patto di servizio. La ricerca di lavoro sarà complicata soprattutto al Sud (dove risiedono il 61% dei beneficiari del reddito). Intanto l’Alleanza contro la povertà sottolinea che la misura «fatica ad attivare le politiche per l’inclusione e penalizza minori e stranieri e che sarebbe meglio ripartire dall’eredità del Reddito di Inclusione. Il Rei, seppure con differenze territoriali e a fronte di risorse molto più esigue (poco più di 2 miliardi di euro rispetto agli 8 miliardi previsti per il 2020 dal reddito), aveva raggiunto in 15 mesi il 28% dei nuclei in povertà assoluta, che non erano in molti casi noti ai Servizi sociali».

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Il dopo-Boccia accende la voglia di un posto al Sole

La poltrona ora occupata da Garrone fa gola a molti. Non a caso il favorito Bonomi l'avrebbe promessa ad almeno tre persone - Abete, Bono e Calabrò - in cambio del loro sostegno nella sua corsa per Confindustria.

Voci insistenti danno per certo il ritorno, che avrebbe del clamoroso, di Edoardo Garrone nella corsa per la presidenza di Confindustria.

Dell’imprenditore genovese sia era parlato mesi fa, quando Vincenzo Boccia andava raccontando in giro per l’Italia che loro due avrebbero fatto lo scambio delle rispettive presidenze, vedendosi già lo stampatore salernitano al posto di Garrone alla guida del Sole 24 Ore.

Poi il presidente della Erg, pressato dai famigliari che l’hanno vivamente invitato a lasciar perdere, aveva fatto sapere che non era in corsa.

Eadoardo Garrone, presidente del gruppo Erg e del Sole24Ore.

UNA POLTRONA CHE FA GOLA

Ma è proprio la sua carica di presidente della casa editrice che edita il giornale della Confindustria a far gola, nonostante tutte le peripezie che ha passato. Ed è per questo che qualcuno, per irritarlo, ha messo in giro la voce di un suo ritorno in pista last minute, in modo da fargli capire che in tutti i casi quella poltrona andrà mollata. Anche perché i vari contendenti al dopo Boccia se la stanno vendendo come merce di scambio, e interessa molto.

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Specie a coloro che non vogliono o non possono aspirare a una vicepresidenza (per quelle 10 posizioni il mercato delle promesse è attivissimo, e se si dovessero sommare saremmo già al doppio delle possibilità). 

GLI ASPIRANTI ALLA PRESIDENZA DEL SOLE

Per esempio il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, che i bookmaker confindustriali danno avanti rispetto a tutti gli altri candidati, avrebbe parlato della presidenza del Sole 24 Ore con ben tre interlocutori.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Luigi Abete, che in cambio gli sta portando il consenso di Roma e delle vecchie consorterie, desideroso di raggiungere quella poltrona anche per trovare rimedio ai problemi della sua scuderia editoriale in crisi; Giuseppe Bono, che per Bonomi sarebbe importante avere dalla sua parte sia per il ruolo in Friuli sia per quello nel mondo romano delle società a partecipazione pubblica, ma che avendo promesso il suo appoggio a Licia Mattioli può essere agganciato solo facendo leva sulla vanità (e la tolda del Sole potrebbe solleticargliela, ha pensato Bonomi, che gli ha mandato messaggi per il tramite del presidente di Confindustria Pordenone, Michelangelo Agrusti); Antonio Calabrò, vicepresidente dello stesso Bonomi in Assolombarda nella sua qualità di lobbista della Pirelli, che ambirebbe al Sole o in alternativa a succedergli in Assolombarda, cui Bonomi deve molto perché fin qui è stato il vero regista della sua campagna elettorale. Ma, come sempre avviene in questi casi, la poltrona è una e se le terga che vogliono poggiarcisi sono tante si finisce per fare molti scontenti.

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Non solo Pop Bari: il piano per creare una società delle banche del Sud

Il progetto è creare una newco a capitale pubblico e privato e aggregare altri istituti di credito in difficoltà

Una newco, a capitale misto-pubblico privato, che raccolga sotto di sé non solo la Popolare di Bari ma anche altri istituti di piccole dimensioni del Sud. Sarebbe questo il progetto per risollevare l’istituto pugliese che ha in mente il governo, confermato indirettamente dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ha parlato della nascita di un «grande polo per il sostegno allo sviluppo» senza replicare, però, l’esperienza della «Cassa del Mezzogiorno».

VERSO LA NASCITA DI UN POLO BANCARIO DEL MEZZOGIORNO

La cornice normativa per realizzare il progetto di un nuovo polo bancario è contenuta nel decreto che stanzia fino a 900 milioni per la ricapitalizzazione del Mediocredito Centrale (di Invitalia). Decreto, all’esame del Senato per il via libera definitivo, che prevede esplicitamente la possibilità di scissione di Mcc con la creazione di una nuova società cui assegnare le acquisizioni, a partire, appunto, da Pop Bari, ma aperta anche ad altre fusioni. «Vogliamo anche i privati», ha assicurato il titolare del Mef, spiegando che in questa ottica le risorse pubbliche potrebbero essere utilizzate solo in parte. Il punto di arrivo dovrebbe essere quindi la nascita di un soggetto in grado di stare da solo sul mercato e prevenire le crisi degli istituti minori. Il piano, che non sarebbe sgradito alla vigilanza, prevede l’aggregazione di altre banche del Mezzogiorno che già versano in condizioni difficili o comunque siano esposte a una concorrenza sempre più agguerrita da parte dei gruppi maggiori e dell’evoluzione tecnologica. Solo un gruppo di una certa dimensione, si ragiona in diversi ambienti finanziari e politici, è in grado di raggiungere le economie di scala per gli indispensabili investimenti nel fintech, senza pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. Fra i nomi che circolano ci sono la Banca Agricola Popolare di Ragusa, alle prese con una pesante eredità di crediti deteriorati, la Popolare Sant’Angelo, la Popolare Vesuviana ma l’elenco non è né certo né esaustivo.

AGEVOLAZIONI FISCALI E CAPITALE DELLO STATO

L’aggregazione sarebbe agevolata da due fattori: il decreto della scorsa estate che prevede facilitazioni fiscali per le imprese che si fondono nel Mezzogiorno e la presenza dello Stato nel capitale. Proprio i dubbi sulla situazione della Bari e la sua governance avevano, nei mesi scorsi, bloccato eventuali operazioni pure auspicate dagli allora vertici della popolare. Oggi il quadro è cambiato e anche soggetti più timorosi di perdere le propria indipendenza potrebbero convincersi. La soluzione sarebbe anche vantaggiosa per Invitalia-Mcc, senza esperienze nella gestione di banche commerciali. La newco, ripulita dagli Npl affidati ad Amco, avrebbe infatti vertici e guide operative specializzati in tale comparto, che dovrebbero innanzitutto puntare al break even in modo da non pesare sulle casse pubbliche con nuove richieste di capitale e poi sviluppare ulteriormente il neo gruppo. Ci sono diversi ostacoli comunque da superare. Innanzitutto la resistenza delle banche locali a fondersi in un soggetto controllato dallo Stato. E poi i possibili rilievi da parte di Antitrust Ue o Bce di fronte al ritorno dello ‘Stato banchiere’.

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Corsa al dopo Boccia, quel velenoso caffè servito a Illy

Pacco meneghino per l'imprenditore del caffè. Prima sono state fatte filtrare notizie negative sulla famiglia, poi voci sul suo ritiro dalla competizione. Una fake news costruita ad arte. In realtà ha solo deciso di non autocandidarsi e aspettare che il suo nome venga indicato da associazioni territoriali e di categoria.

Mentre il perverso meccanismo della scelta dei saggi attraverso un’estrazione a sorte ha portato all’anomalia di due veneti su tre nella terna che presiede alla nomina del nuovo presidente di ConfindustriaAndrea Tomat di Treviso e Andrea Bolla di Verona, l’altro è Maria Carmela Colaiacovo, umbra – la battaglia per il dopo Boccia si fa incandescente e comincia a registrare qualche colpo sotto la cintura.

“PACCO MENEGHINO”PER ANDREA ILLY

Ieri più manine, che molti avrebbero identificato come vicine ai mondi che stanno tirando le fila della candidatura del presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, prima hanno fatto maliziosamente filtrare notizie negative sulla famiglia Illy. Operazione riuscita visto che qualche giornale, per esempio Repubblica, le ha riprese. L’intento evidente era di mettere chiodi lungo la strada della possibile candidatura di Andrea Illy, che come outsider rispetto ai candidati in ballo (oltre a Bonomi, Licia Mattioli, Giuseppe Pasini ed Emanuele Orsini) sta particolarmente dando fastidio. E poi hanno fatto circolare su qualche sito e nella comunità dei giornalisti che si occupano della questione che lo stesso Illy si sarebbe ritirato dalla competizione.

NIENTE SISTEMA DI AUTOCANDIDATURA

Insomma, un vero e proprio “pacco meneghino” con tanto di fake news, eccezion fatta per qualcuno, come La Stampa, che invece ha riportato la giusta versione dei fatti. Ovvero che l’imprenditore triestino del caffè non ha affatto deciso di ritirarsi, tantomeno dopo l’attacco ordito ai suoi danni. Semplicemente aveva scelto da tempo di non seguire la prima delle due modalità di partecipazione alla gara per la presidenza previste dallo statuto di Confindustria, e cioè quella che è stata definita sistema di “autocandidatura” e che richiede la presentazione da parte dell’autocandidato di una lista di almeno 20 firme di membri del Consiglio generale a suo sostegno. Una procedura che si presta a inghippi e vasto mercimonio – che infatti è in atto, tra candidati che si ritirano in cambio di posti e vicepresidenze promessi a decine – diversamente dall’altra modalità, sostanzialmente opposta, che prevede siano un certo numero di associazioni settoriali e territoriali (pari al 20% dei voti generali) a indicare il nome di un imprenditore che poi deve dichiararsi disposto a candidarsi. Illy aspetta dunque di sapere se ci saranno associazioni di territorio e di categoria che intendono suggerire il suo nome.

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