ArcelorMittal inizia a spegnere Taranto il 12 dicembre

A fine novembre si ferma un treno nastri per mancanza di ordini. I forni invece verranno chiusi tra metà dicembre e metà gennaio. Il piano della multinazionale per abbandonare Taranto.

La data dello spegnimento degli altiforni di Taranto è già segnata nel calendario di ArcelorMittal. La mattina del 14 novembre, ha fatto sapere il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, «l’amministratore delegato della multinazionale franco-indiana, Lucia Morselli, ha incontrato le rsu di Taranto per smentire le notizie emerse dalla Regione Puglia al termine dell’incontro del 13 novembre. La Morselli ha invece comunicato il piano di fermate degli altiforni: Afo2 il 12 dicembre, Afo4 il 30 dicembre e Afo1 il 15 gennaio mentre verrà chiuso il treno nastri2 tra il 26 e il 28 novembre per mancanza di ordini».

«LA SITUAZIONE STA PRECIPITANDO»

«Se ancora non fosse chiaro la situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico che non consente ulteriori tatticismi della politica», ha commentato Bentivogli. «Le RSU», ha aggiunto, «hanno chiesto in che prospettive ci si muove e se intendono fare dichiarazioni di esuberi, discussione che l’azienda ha rinviato al tavolo di domani. Il piano di fermate modifica le previsioni contenute nell’Aia, pertanto l’azienda si confronterà con il Ministero dell’Ambiente».

Maurizio Landini, segretario generale CGIL, al suo arrivo al Mise per il tavolo fra sindacati, governo e Arcelor Mittal, Roma, 9 luglio 2019. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

«LA DISCUSSIONE SUGLI ESUBERI NON È ACCETTABILE»

«Non voglio perdere neanche un posto di lavoro – ha detto – non è una discussione accettabile quella sugli esuberi. Lì si deve continuare a produrre acciaio, garantendo la salute di cittadini e lavoratori», ha detto a proposito il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ospite di Tagadà su La7. Il 15 novembre è fissato al Mise il «primo incontro con la presenza dell’azienda. La situazione è difficile e i tempi delle decisioni devono essere rapidi. Per noi non ci sono le condizioni per recedere dal contratto, per noi ArcelorMittal deve applicare tutte le parti del contratto», ha concluso.

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Politici e tivù giocano con l’agonia di Taranto e dell’Ilva

Mentre la città sembra sbalordita e incapace di reagire, la classe dirigente non prende decisioni e i media nazionali si gingillano e conduttori spietati lucrano sul dolore della povera gente.

Il caso Ilva racconta il fallimento di una classe dirigente. Non solo questa, ma anche molte di quelle che hanno governato la città, la Puglia e l’Italia negli scorsi anni.

Non bisogna fare di tutta erba un fascio. Qualcuno si è comportato bene. Nessuno però fra quelli che da qualche anno governano. La destra, che ormai sfiora nei sondaggi il 50%, sull’Ilva dice poco come Matteo Salvini diceva poco sulla finanziaria che avrebbe dovuto fare se non si fosse scolato bicchieroni di moijto.

L’immagine che l’Italia dà di sé è quella di un Paese diviso in cui le parti averse non cercano mai, dico mai, un punto di raccordo e che lascia andare le cose al loro naturale (naturale?) destino perché a) nessuno si vuole “sporcare” le mani, 2) nessuno ha un’idea bucata in testa.

L’ILLEGALITÀ È STATA MADRINA DELLA SECONDA VITA DELL’ILVA

Il caso Ilva è in questo senso emblematico. Dal raddoppio in poi la grande fabbrica siderurgica italiana è stata un grande imbroglio. Il 12 novembre, in una affollatissima assemblea che mi ha ospitato in un circolo Arci per ricordare un compagno, Vito Consoli, morto tanti anni fa per un infarto dovuto al superlavoro (politico), i più anziani hanno ricordato che si fece il raddoppio senza chiedere, se non ex post, le autorizzazioni necessarie per costruire i nuovi impianti. L’illegalità, insomma, è stata madrina della seconda fase della vita dell’Ilva, quella che sta portando la fabbrica alla lenta chiusura.

Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente

La città sembra sbalordita e incapace di reagire. Quello che sta succedendo è enorme. I media nazionali si gingillano, basta guardare qualunque talk show con la falsa e ignobile contrapposizione fra l’operaio che difende il suo lavoro e la mamma che teme per la salute del suo bambino. Anche Taranto è entrata nello show business di conduttori spietati che lucrano sul dolore della povera gente.

LA CLASSE POLITICA ITALIANA SEMBRA NON SAPERE COSA FARE

L’Ilva fu una scelta strategica seria. Serviva l’acciaio all’Italia che produceva e serviva ridare a Taranto il suo profilo industriale e operaio. Non fu una “cattedrale nel deserto”, né un azzardo. La cultura dell’epoca, come accade a tutti i Paesi di nuova industrializzazione, non aveva al centro, purtroppo, la tematica ambientale che poi poco per volta si è fatta strada. Oggi si fronteggiano quelli che vogliono salvare la fabbrica (anche perché è già stato costruito, dalla ditta che ha messo in sicurezza l’impianto atomico di Chernobyl, un capannone per i materiali nocivi e il secondo è in costruzione) e quelli che, molti con grande onestà, immaginano un grande giardino al posto delle ciminiere.

Una veduta aerea dello stabilimento dell’Ilva di Taranto.

Giuseppe Berta ha scritto e pubblicato in questi giorni uno splendido libretto (Detroit. Viaggio nella città degli estremi, Il Mulino editore) su Detroit e il suo presente post-industriale. Il libro contiene molte suggestioni ma spiega come si può sopravvivere in una città de-industrializzata. Io penso, però, che ciò che in America è possibile in Italia e nel Sud è impossibile.

Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto

Tuttavia… tuttavia la classe dirigente, tutta quanta, non sa che cosa fare con l’altoforno che si sta spegnendo e i materiali per alimentare la produzione fermi nel porto. Taranto ha ricevuto il premier Giuseppe Conte che ha fatto bene ad andare. La città aspetta con ansia che qualcuno dica: si fa così, anche se una metà dei tarantini sarà scontenta della decisione. Taranto non credo che accetterà a lungo questo tira e molla senza costrutto. È un luogo di grandi ribellioni. La attuale maggioranza non ha idee né forza politica. I futuri governanti hanno già dato prova di sé sotto lo stesso premier. Non ci resta che pregare. E sperare nella rivolta.

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Ilva, ArcelorMittal ha depositato in Tribunale l’atto di recesso: le prossime tappe

Ora la causa dovrà essere assegnata a una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

Altro che trattativa con il governo guidato da Giuseppe Conte. ArcelorMittal tira dritto sull’Ilva e tramite i suoi avvocati ha depositato al Tribunale di Milano l’atto con cui chiede ufficialmente il recesso dal contratto d’affitto con obbligo di acquisto degli stabilimenti italiani, a partire da quello di Taranto. L’atto è già sul tavolo del presidente del Tribunale, Roberto Bichi. La causa è stata iscritta a ruolo e ora il presidente dovrà assegnare il procedimento, in base a rigidi criteri tabellari, a una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

Gli stabilimenti di ArcelorMittal Italia sono a Taranto (8.277 persone), Genova (1.016), Novi Ligure (681), Milano (123), Racconigi (134), Paderno Dugnano (39), Legnaro (29) e Marghera (52), per un totale di 10.351 dipendenti. La gran parte degli operai è divisa tra Taranto (5.642), Genova (681) e Novi Ligure (469). Oltre ai 7.040 operai complessivi, sono coinvolti anche 72 dirigenti, 221 quadri, 2.233 impiegati, 1.007 lavoratori intermedi e 204 marittimi.

(notizia in aggiornamento)

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Bankitalia approva la lotta al contante contro l’evasione

L'incentivo ai pagamenti elettronici potrebbe funzionare. E anche la stima del Pil 2020 allo 0,6% è condivisibile. L'audizione del direttore generale Signorini al Senato.

Bankitalia ha approvato le mosse dei giallorossi. A partire dalla lotta al contante. Che potrebbe ridurre l’evasione fiscale, anche se il governo non ha messo nero su bianco alcuna emersione di base imponibile con l’incentivo ai pagamenti elettronici. L’endorsement è arrivato dal vice direttore generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini, durante un’audizione sulla legge di bilancio a Palazzo Madama: «È plausibile che nel medio periodo l’incentivo possa contribuire a ridurre la propensione a evadere, funzionerà bene se si riuscirà ad attuarlo in modo semplice e chiaro».

PROSPETTIVE DI CRESCITA CONDIVISIBILI

Bankitalia ha anche avallato la stima di crescita dell’economia italiana dello 0,6% contenuta nella manovra, considerata «condivisibile e in linea con le nostre valutazioni più recenti».

PER L’IVA PROBLEMA DI COPERTURE ALTERNATIVE

Poi Signorini ha parlato delle clausole di salvaguardia residue che nel 2021 e 2022 restano a un livello «significativo» al netto degli effetti della manovra, pari a un punto percentuale di Pil e 1,3 punti rispettivamente per i due anni. Se venissero abolite senza compensazioni «il peggioramento strutturale dei conti sarebbe considerevole» e dunque «si riproporrà l’esigenza di reperire coperture alternative».

TASSI SUI MUTUI SCESI SOTTO IL 2%

Capitolo tassi sui mutui, nella pubblicazione di Bankitalia “Banche e moneta” si legge che sono scesi a settembre abbondantemente sotto il 2%. I tassi di interesse sui prestiti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie si sono collocati all’1,82% contro il 2,08% di agosto.

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Delta conferma: pronta a comprare il 10% di Alitalia

La compagnia aerea americana mette sul piatto un investimento da 100 milioni di euro. E alla settima proroga e all'ennesimo prestito ponte da 400 milioni, il governo spera di chiudere con l'offerta per il 21 novembre.

Altro che Lufthansa. A dieci giorni dalla scadenza dell’offerta per Alitalia, la via della compagnia di bandiera tedesca è definitivamente sfumata, mentre l’americana Delta ha confermato il proprio impegno, rompendo il silenzio e ribadendo invece la disponibilità ad entrare col 10%.

SCADENZA FISSATA PER IL 21 NOVEMBRE

Ora l’attesa è tutta per il 21 novembre, su cui sono puntati anche gli occhi del Governo. Con il ministro dell’economia Roberto Gualtieri che auspica il rispetto dei tempi e soprattutto, dopo l’ultimo prestito “non indifferente” di 400 milioni concesso dal Tesoro, chiede un piano industriale “convincente” che consenta finalmente di voltare pagina. Delta, che è coinvolta nel dossier Alitalia da oltre un anno e nelle ultime settimane è rimasta alla finestra in attesa che Lufthansa concretizzasse le proprie ‘avance’ (cosa che poi non è avvenuta, visto che i tedeschi hanno riproposto le richieste di due anni fa, con la disponibilità a mettere soldi solo in una compagnia ristrutturata e tagli per 5-6 mila esuberi), ora torna a ribadire la propria posizione.

UNA PROMESSA DI INVESTIMENTO DA 100 MILIONI DI EURO

«Delta continua a lavorare con Ferrovie dello Stato e Atlantia e conferma di essere pronta a investire fino a 100 milioni di euro per una quota del 10% in Alitalia», spiega un portavoce, aggiungendo che «Delta resta impegnata a mantenere la propria partnership con Alitalia nel futuro». Parole che ora, dopo un anno di trattative e sette proroghe, indirizzano il dossier verso la stretta finale. Il governo si aspetta il rispetto della scadenza del 21 novembre. «È possibile e lo auspichiamo, che entro il termine previsto ci sia l’offerta finale e un piano industriale», dice il ministro dell’economia Gualtieri, sottolineando come l’ultimo prestito ponte sia stato concepito – e così spiegato a Bruxelles – «per arrivare a un piano industriale solido e competitivo che rilanci il vettore».

I SINDACATI CHIEDONO ZERO ESUBERI

«Credo che il tempo per capire ci sia stato. Ormai ci siamo ed è necessario avere delle certezze su come si comporrà il consorzio che effettuerà il rilancio», dice anche la ministra dei trasporti Paola De Micheli. E anche i sindacati spingono perché si faccia presto, augurandosi che il governo rispetti le promesse fatte fino ad ora, ovvero «nessuna flessione occupazionale – ricorda Annamaria Furlan della Cisl -, quindi nessun esubero, ma investimenti e rilancio».

FS GUARDA AL CLOSING DEFINITO A MARZO 2020

La palla è ora nelle mani di Fs. La società ferroviaria sta lavorando per rispettare la scadenza del 21 novembre, garantisce l’a.d. Gianfranco Battisti che però puntualizza: «i tempi non dipendono solo da noi». L’obiettivo di Fs è comunque allineato con le indicazioni dei commissari, ovvero «chiudere a marzo 2020 con l’ok di sindacati e antitrust». A non escludere uno slittamento (“minimo”) della scadenza, tra l’altro, sono gli stessi commissari, purché rimanga ferma la deadline del primo trimestre del prossimo anno per il closing. Non manca, infine, nel dibattito intorno al futuro della compagnia, anche la proposta di una «gestione pubblica» per un periodo transitorio tra 18 e 24 mesi, prevista da un emendamento di Leu al Dl Fisco.

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Intesa Sanpaolo: tra bonus e tassi bassi, ora ristrutturare casa conviene

I lavori di efficientamento energetico hanno portato minori consumi per 4,2 miliardi in 13 anni. I risparmi in bolletta possono arrivare a 522 euro l’anno. E fa bene anche all’ambiente.

Una casa con una classe energetica alta fa bene all’ambiente e dà benefici in bolletta. La riqualificazione degli edifici gode di agevolazioni fiscali che possono rendere i lavori più a portata di mano. Lo scorso 5 novembre, a Milano, durante il convegno “Facciamo più belle le nostre città” organizzato da Intesa Sanpaolo insieme ad Anaci, l’associazione nazionale amministratori condominiali e immobiliari, si è parlato diffusamente di queste opportunità. L’evento è servito a fare informazione su tematiche non del tutto note: «I condomini nel nostro paese sono in larga misura edifici che necessitano di ristrutturazioni importanti in termini di riqualificazione», ha spiegato Cinzia Bruzzone, responsabile retail di Intesa Sanpaolo, «Basti pensare che in Italia l’80% degli stabili ad uso abitativo è stato costruito prima degli anni 80 e le emissioni di gas serra sono costituite per il 70% dalle attività di climatizzazione di questi edifici. Questo è il momento ideale per una svolta, grazie alle agevolazioni fiscali e alle condizioni di tasso particolarmente favorevoli». I cosiddetti bonus casa, ossia le detrazioni per la ristrutturazione degli edifici, valgono il 50% della spesa. Mentre per risparmio ed efficientamento energetico valgono rispettivamente il 50 e 65%.

Cinzia Bruzzone, responsabile retail di Intesa Sanpaolo

IN LOMBARDIA IL 60% DELLE CASE HA BASSA EFFICIENZA ENERGETICA

Gli incentivi sui lavori di ristrutturazione edilizia finora hanno funzionato. Eppure, c’è ancora tanto da fare, soprattutto se si pensa che in Lombardia, una delle regioni dove sono già stati più intensi i benefici fiscali, il 60% degli edifici è a tutt’oggi classificato come classe G ed F di efficienza energetica (di cui il 36% in classe G). «La collaborazione con Anaci», ha proseguito Bruzzone, «che conta circa 8.000 amministratori professionisti in tutta Italia, è un ulteriore elemento che ha l’obiettivo di rendere consapevoli e informati gli amministratori di tutte le possibilità che oggi Ecobonus e Sismabonus mettono a disposizione dei cittadini. L’ulteriore possibile intervento di finanziamento da parte della banca fa si che si arrivi a casi in cui i condomini possano avviare i lavori con un minimo esborso iniziale».

RISPARMI IN BOLLETTA FINO A 522 ALL’ANNO

Se da una parte gli interventi sugli immobili danno un contributo importante per la lotta al cambiamento climatico, questi vanno a incidere anche sui consumi, calati di 4,2 miliardi tra il 2005 e il 2018. Se poi si confronta un immobile di classe energetica G, la più bassa, con uno di classe A++, la più alta, il risparmio all’anno in bolletta può arrivare a 522 euro. Anche il valore degli immobili cambia: secondo i dati dell’ufficio studi di immobiliare.it, il prezzo medio degli immobili in Italia è di 1.940 euro al metro quadro. Una casa di classe A ne vale 2.618, una differenza del 34% che può toccare anche il 60% per i progetti di particolare pregio.

SERVE UNA DRASTICA DIMINUZIONE DELLE EMISSIONI

Questo deve essere da ulteriore incentivo perché, fanno notare dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, uno dei fattori su cui si può incidere in modo più rapido sulle emissioni di gas serra è ridurre i consumi energetici delle famiglie, che sono costituiti per il 70% dalle attività di climatizzazione. Logico quindi che questo sia uno dei fronti sui quali intervenire a livello di sistema perché per limitare l’incremento del riscaldamento in atto a 1,5 gradi centigradi – e così evitare conseguenze catastrofiche – serve una riduzione drastica nelle emissioni del 45% entro il 2030.

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Com’è andata la produzione industriale a settembre 2019

Secondo i dati dell'Istat a settembre è stato registrato un calo dello 0,4% su agosto e del 2,1% rispetto allo stesso mese del 2018.

La produzione industriale a settembre è diminuita dello 0,4% su agosto e del 2,1% sullo stesso mese del 2018. Lo ha reso noto l’Istat, con il dato corretto per gli effetti del calendario.

L’istituto di statistica ha sottolineato anche che il calo tendenziale di settembre (-2,1% corretto per gli effetti di calendario con 21 giorni lavorativi a fronte dei 20 di settembre 2018) è la settima flessione tendenziale consecutiva.

Nella media del terzo trimestre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0.5%. Nella media dei primi nove mesi dell’anno l’indice ha registrato una flessione tendenziale dell’1%.

A settembre è stato registrato un aumento della produzione congiunturale dei beni di consumo dello 0,7% e di quella dei beni strumentali dello 0,6% mentre per i beni intermedi e per l’energia si è registrato un calo della produzione rispettivamente dell’1% e dell’1,1%. Su base annua il calo del 2,1% della produzione industriale è il risultato di un aumento dell’1,2% per i beni di consumo e di un calo del 2% per i beni strumentali, del 5,2% per i beni intermedi e dello 0,1% per l’energia.

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Garrone scioglie la riserva: non correrà per il dopo Boccia

Il presidente del Sole 24 Ore abbandona l'idea di candidarsi alla guida di Confindustria. Ma la soddisfazione di Carlo Bonomi che temeva la sua concorrenza al Nord è durata poco. Gira voce che a scendere in campo sarà la torinese Licia Mattioli.

Ha scelto la sua Genova per manifestare la decisione di non concorrere alla successione di Vincenzo Boccia. C’era attesa per la scelta di Edoardo Garrone: lasciare la presidenza del Sole 24 Ore e mettersi in gara per la presidenza di Confindustria o giocare in difesa e tenersi fuori dalla mischia? Dopo averci pensato su molto, lasciando intendere che lo avrebbe fatto ora che era infastidito di essere indicato come il candidato del presidente uscente, cui certo non verrà riservata una standing ovation, alla fine ha scelto di restare a casa. Lo ha detto, privatamente, allo stesso Boccia, al presidente della Piccola Industria, Carlo Robiglio, e al presidente di Confindustria Genova nonché suo parente, Giovanni Mondini, in occasione del Forum della Piccola Industria che si è svolto sabato 9 novembre nel capoluogo ligure presso Ansaldo Energia, ospiti del past president genovese Giuseppe Zampini.

LEGGI ANCHE: Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

LICIA MATTIOLI, UNA NUOVA PREOCCUPAZIONE PER BONOMI

Naturalmente la notizia è immediatamente rimbalzata a Milano, dove Carlo Bonomi attendeva ansioso di sapere cosa avrebbe fatto Garrone. Anche se il presidente di Assolombarda non ha (ancora) formalizzato la sua candidatura, è ormai sceso apertamente in campo. E temeva la concorrenza del presidente del Sole, che avrebbe spaccato il fronte del Nord che Bonomi, a torto o a ragione, ritiene di poter coalizzare sul suo nome. Ma la sua soddisfazione per non avere tra i piedi Garrone è durata poco. Nel giro di ore è infatti subito esplosa la voce che a scendere in campo sarebbe stata la torinese Licia Mattioli, ora vicepresidente nazionale con lo specifico incarico dell’internazionalizzazione. Una candidatura su cui lo stesso Boccia si è affrettato a mettere cappello. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Italia leader in Europa per il settore delle due ruote

In questi giorni a Milano, presso Rho Fiera, è nel vivo del suo svolgimento EICMA 2019, l’Esposizione Internazionale del Ciclo..

In questi giorni a Milano, presso Rho Fiera, è nel vivo del suo svolgimento EICMA 2019, l’Esposizione Internazionale del Ciclo e Motociclo che per quest’anno arriva alla sua 77esima edizione. Un evento di natura fieristica di caratura mondiale che detiene la leadership nel settore delle due ruote. Con la presenza di oltre 1.200 espositori e l’intento di valorizzare e promuovere le realtà produttive che operano nella filiera industriale del settore ciclo, motociclo e accessori, attrae ogni anno centinaia di migliaia di visitatori.

Un settore quello delle due ruote che non solo attrae fortemente ma che, in Italia e in Europa, vola con numeri di produzione e di fatturato davvero importanti. Bici, moto, ciclomotori, scooter, componenti e accessori affascinano il pubblico italiano che ama le due ruote, le studia, le compra e le usa abitualmente. Tutto questo si riversa sul settore delle produttività e del business, vera miniera per il Bel Paese che per l’industria della due ruote si conferma, secondo i dati di Confindustria ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo, Motociclo e Accessori), il punto di riferimento in Europa.

I NUMERI DELL’INDUSTRIA MADE IN ITALY A DUE RUOTE

L’industria delle due ruote impiega circa 20.000 dipendenti diretti e fattura oltre 5 miliardi di euro. La produzione italiana di motocicli (350mila unità) e di biciclette (2,4 milioni unità) occupa saldamente il primo posto a livello europeo. In Italia il settore conta complessivamente più di 5.000 punti vendita: il commercio di bici, moto, ciclomotori, scooter, componenti e accessori, con il loro indotto, dà lavoro a circa 60.000 persone.

+ 6,4% PER IL MERCATO ITALIANO DELLE DUE RUOTE A MOTORE

Che il mercato delle due ruote in Italia funziona lo dicono chiaramente i dati. Nei primi nove mesi di quest’anno le immatricolazioni hanno fatto segnare un + 6,4% rispetto al 2018. Un risultato che deriva da una accelerazione delle moto (+ 8,6%) che ricoprono il 44% del mercato, e da un incremento degli scooter (+ 4,8%) che ne rappresentare il 56%. A perdere volumi sono, invece i “cinquantini”, – 4,2%. Sono 213.500 i pezzi venduti nel mercato due ruote da gennaio a settembre 2019 e le previsioni per l’anno stimano un totale di circa 250.000 veicoli.

IL MERCATO DELLE DUE RUOTE NON A MOTORE RESISTE E FUNZIONA

Non deludono anche i dati dedicati alle due ruote non a motore, con specifiche sull’elettrico e selle bici, comprese anche quelle più moderne come le e-bike. Nel 2018, infatti, in Europa sono stati immatricolati 47.179 motoveicoli elettrici (+ 36% su 2017), corrispondenti al 3,7% del mercato endotermico (1.277.708 unità). Il nostro Paese, con 3.600 veicoli venduti nel 2018 (+ 44% su 2017), raccoglie il 7,6% del mercato europeo. Continua a tenere anche il mercato delle biciclette. Ben 1.595.000 quelle vendute nel 2018 mettendo comunque in conto la straordinaria crescita di bikesharing a postazione fissa e free floating (+ 147% solo nel 2017 e una flotta di circa 40mila mezzi sul territorio). Buoni risultati anche per l’e-bike. Confindustria ANCMA stima una vendita di 173.000 pezzi, pari a +16,8% rispetto al 2017. Va bene anche l’export delle bici a pedalata assistita, che nel 2018 raggiunge un valore di 42 milioni di euro, + 300% sull’anno precedente.

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Ubi Banca, i risultati dei primi nove mesi del 2019

Utile contabile a 191,1 milioni di euro. In crescita il reddito operativo che si attesta al 9,6%.

La performance commerciale evidenziata dai risultati di Ubi Banca è positiva, come attesta la crescita del reddito operativo salito a/a del 9,6%.
Questo testimonia la capacità strutturale della banca di produrre utile e riflette la forte resilienza del margine di interesse che si è ridotto del 2,7%, e cioè in misura molto inferiore rispetto ai competitor.

Una buona performance delle commissioni che sono cresciute grazie al contributo determinante della raccolta indiretta che ha superato quota 100 mld, con una crescita sia dell’asset management sia del comparto assicurativo cresciuti rispettivamente del 7,8 % e dell’8,3%.
L’utile netto contabile, che è diminuito anno su anno da 210,5 a 191,1 milioni, risente dell’incidenza del costo del credito il quale riflette l’effetto delle operazioni sugli npl (-2,2 mld di euro a/a) che da un lato hanno permesso di raggiungere un NPE ratio del 9,07% ma hanno anche comportato un costo transitato per il conto economico.

La banca quindi è strutturalmente più forte, capace di produrre reddito ma in questa situazione vede una riduzione dell’utile netto contabile perché, in sostanza, una parte di utile è stata investita nel miglioramento strutturale dei conti della banca, testimoniato dal ratio degli npl.
La performance commerciale è però distintiva.

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Terna, inaugurato a Napoli il nuovo hub per l’innovazione

É il primo del Sud Italia. Sarà focalizzato su trasformazione digitale di processi aziendali, gestione delle risorse umane e processi organizzativi. Il progetto fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna investirà circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni.

Diventare un laboratorio di idee innovative al servizio della rete elettrica. È il futuro immaginato da Terna per il suo nuovo Innovation Hub, presentato lo scorso 7 novembre nella sede di Napoli. Il polo della capitale partenopea è il primo nel Sud Italia: sarà focalizzato sul digital to people, ovvero sulla trasformazione digitale dei processi aziendali e l’innovazione degli strumenti nell’area delle risorse umane e dell’organizzazione. Presenti all’inaugurazione, oltre all’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris, anche il ministro dell’Innovazione Paola Pisano e il consigliere delegato all’Informatizzazione e all’Agenda digitale della Città Metropolitana di Napoli, Rosario Ragosta. «È il nostro secondo Innovation hub», ha affermato Ferraris che ne ha già inaugurato un altro a Torino, «fa parte della strategia di portare l’innovazione sul territorio e favorire un collegamento più stretto tra la nostra azienda, le università, le startup locali».

IN CAMPANIA 536 MILIONI DI INVESTIMENTI IN 5 ANNI

« L’Innovation Hub di Napoli è la conferma dell’importanza di questa città e della regione », ha evidenziato Ferraris, « nella strategia di Terna che prevede nei prossimi cinque anni investimenti sulla rete elettrica campana per oltre 536 milioni di euro ». La società che gestisce la rete nazionale ha inoltre lanciato un nuovo concorso che ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti locali nella progettazione di stazioni elettriche integrate nel territorio. Si parte proprio dalla Campania, dove a Capri Terna ha già realizzato una stazione unica nel suo genere, progettata in armonia con l’ambiente nel quale si inserisce.

GIÀ 6 STARTUP SELEZIONATE PER PROGETTI DIGITAL

L’Innovation Hub di Napoli fa parte del percorso di innovazione e digitalizzazione per il quale Terna intende investire circa 700 milioni di euro nei prossimi 5 anni a livello nazionale.  «È importantissimo», ha detto nel suo intervento il ministro Pisano, «dare il giusto ruolo all’innovazione e alla trasformazione del Paese. L’innovazione deve essere una misura strutturale, perché può incidere sull’aumento dei posti di lavoro e la competitività. Il ministero segue con attenzione le attività che si faranno all’interno del centro Terna di Napoli, con una forte attenzione a formazione, tecnologie usate, all’open innovation, per aumentare il numero di startup. Il pubblico deve diventare un attore principale nella partnership con le grosse aziende». Dopo Torino e Napoli, il piano proseguirà presto in altre città italiane. Intanto sono 6 le prime sturtup selezionate che nella città campana svilupperanno progetti di digital safety e di digital human resources: dai processi per rendere più efficiente la manutenzione degli asset, alla realizzazione di app che ricostruiscono virtualmente operazioni sul campo da utilizzare per formare il personale, alla realizzazione di una piattaforma di raccolta delle necessità formative per progettare percorsi di training personalizzato e di coaching digitale.

IL PROGETTO PUNTA A FAVORIRE LA TRANSIZIONE ENERGETICA

L’obiettivo, in uno scenario energetico sempre più complesso, è sviluppare prototipi di idee innovative focalizzate sui nuovi trend tecnologici: «Siamo orgogliosi di proseguire questo percorso di innovazione che ha l’obiettivo di creare sinergie tra le persone e le professionalità di Terna e le eccellenze del territorio per sviluppare idee e percorsi innovativi a beneficio di una rete elettrica sempre più moderna, efficiente, flessibile e sostenibile in grado di favorire la transizione energetica in atto», ha detto ancora l’ad di Terna. Con questi progetti l’azienda punta a favorire la cultura dell’innovazione, la creazione di future professionalità di eccellenza e lo sviluppo di soluzioni industriali che possano avere implementazione su più larga scala.

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Essere leader di pensiero, come rinforzare credibilità e fiducia in un’azienda

Creare e mantenere la leadership nell’era della digitalizzazione è sempre più difficile e per i leader e i manager di successo non è più possibile appellarsi esclusivamente alla dimensione cibernetica per la propria reputazione. La thought leadership rappresenta un’ottima opportunità che, se accompagnata da una efficiente visione strategica, è in grado di favorire il successo di un’azienda.

Il mondo aziendale è sempre più vitale, disinibito e competitivo. Alla luce dei continui cambiamenti che caratterizzano il settore, creare e, soprattutto, mantenere la propria leadership sta diventando sempre più complesso.

I leader devono essere in grado di disegnare e ridisegnare relazioni di collaborazione creativa all’interno dei propri team, mantenendo viva l’attenzione degli interlocutori e la propria esclusività. Questi elementi, inseriti in un contesto sempre più veloce e digitalizzato, hanno reso necessario ripensare le figure di manager e leader, il loro ruolo e il loro approccio nei confronti del contesto di riferimento.

Nello specifico, i social network e internet sono diventati cruciali per il mantenimento di posizioni di rilievo all’interno della società. Questi, però, a volte risultano essere poco affidabili. Basti pensare alle conseguenze devastanti degli attacchi hacker o ai possibili down di internet. Non è un caso, infatti, che nei giorni scorsi, durante le manifestazioni di protesta che si sono svolte in Iraq, la connessione a Internet sia mancata a milioni di utenti nel Paese. Questo, un esempio tra tanti, rivela quanto affidarsi esclusivamente ai social e alla dimensione cibernetica non sia più sufficiente e poco sicuro.

L’ORIGINE DELLA THOUGHT LEADERSHIP

È necessario, dunque, ripensare la dirigenza in modo efficace e stimolante per preservare i caratteri esclusivi del leader e garantirne il suo durevole successo. In questo caso la thought leadership, parola d’ordine negli ultimi anni, rappresenta una strategia soddisfacente. Il termine, coniato per la prima volta nel 1994 da Joel Kurtzman, l’editore fondatore di Strategy+Business, una rivista di management pluripremiata per i decisori nelle aziende e nelle organizzazioni di tutto il mondo, può essere identificata come un tipo di content marketing che prevede la condivisione di media e contenuti editoriali per acquisire clienti in cui si attinge al talento, all’esperienza e alla passione all’interno della propria azienda per rispondere in modo coerente alle domande dei propri clienti e del proprio target di riferimento.

Un thought leader è un esperto del settore che condivide la sua esperienza con un pubblico più ampio allo scopo di educare, migliorare e aggiungere valore al settore nel suo complesso

Kelsey Raymond, la co-fondatrice e ceo di Influence & Co.

Kelsey Raymond, la co-fondatrice e ceo di Influence & Co., un’agenzia di content marketing, descrive un thought leader come «un esperto del settore che condivide la sua esperienza con un pubblico più ampio allo scopo di educare, migliorare e aggiungere valore al settore nel suo complesso». La thought leadership è oggi sempre più radicata e comprende una serie di attività volte a posizionare un individuo o una realtà aziendale nel ruolo di massimi esperti nel loro campo.

IL LEADER DEL PENSIERO DEVE ESSERE CREDIBILE E UN BUON COMUNICATORE

Un thought leader è una figura riconosciuta da colleghi, clienti ed esperti del settore come profondamente competente del business in cui si trova, delle esigenze dei clienti e del più ampio mercato in cui opera. Questo è, generalmente, un efficace comunicatore, risorsa coinvolgente per un pubblico specifico. Il soggetto identificato come thought leader è dunque detentore di una certa fama e un certo posizionamento che deriva dalla sua credibilità e dalla solidità dimostrata sul campo. Un programma di thought leadership, diretto da un leader di pensiero, se ben strutturato, può aiutare piccole aziende o startup a potenziare le proprie strutture a essere competitive sul mercato. Il pensiero organizzato e coerente permette di allineare i potenziali clienti con un preciso modo di pensare, agevolando la conversazione e rendendola più efficace al perseguimento dei propri obiettivi.

RACCONTARE LA PROPRIA STORIA PER ENTRARE IN CONNESSIONE

I leader di pensiero aiutano, dunque, a supportare gli altri attraverso la condivisione di esperienze e conoscenze. Questa condivisione permette all’individuo di essere percepito come una figura di autorità affidabile a cui le persone si rivolgono quando hanno bisogno di consigli o di una guida. Questo posizionamento permette, non solo di essere apprezzati al pubblico a cui già si rivolgeva, ma anche di essere notati da un nuovo pubblico e di raggiungere nuovi obiettivi incrementando la platea di interlocutori. Sono leader che si aprono e raccontano storie di vita vissuta. Riportano gli aspetti che hanno motivato le loro scelte inziali, come hanno mosso i primi passi nella loro attività e quali errori hanno commesso lungo la strada. Questo approccio li aiuta a entrare in connessione con il proprio pubblico e a risultare credibili, ispirando fiducia e solidità.

APRIRSI PER ISPIRARE I DIPENDENTI E INCORAGGIARE IDEE CREATIVE

La thought leadership, differentemente da altri approcci dirigenziali, garantisce la creazione di un ambiente in cui team e partner imparano continuamente e sono costantemente incoraggiati a sviluppare idee creative. Questo ispira l’apertura e stimola l’innovazione, creando così un vero vantaggio competitivo. La cultura dell’apprendimento rappresenta, infatti, un vero valore aggiunto che l’azienda può vantare e utilizzare in maniera strategica nei confronti dei propri competitor.

In conclusione, la thought leadership costituisce un’ottima opportunità e un’esperienza gratificante che può comportare benefici, a breve e a lungo termine, per creare e mantenere la propria reputazione, o quella di un’azienda, in un mondo interconnesso e sempre più precario. Per diventare un thought leader è necessario mettersi in gioco in maniera strategica, individuando le esperienze da condividere e identificando l’utilità che da questa condivisione può derivare. In particolare, nelle piccole aziende questa strategia può rappresentare l’ago della bilancia e costituire il valore aggiunto e il vantaggio competitivo dell’azienda rispetto ad altri grandi competitor.

Gianluca Comin è professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

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Poste Italiane, ecco i dati dei primi nove mesi

I ricavi del terzo trimestre sono in aumento, con una crescita complessiva nei nove mesi dell'1,7%. Utile netto a +2,6%

Poste Italiane ha chiuso i primi nove mesi del 2019 con ricavi pari a 8,089 miliardi di euro, riscontrando un aumento dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. I ricavi nel terzo trimestre si sono attestati a 2,568 miliardi, in salita dell’1,8% rispetto al terzo trimestre del 2018. L’utile netto nei nove mesi è stato pari a 1,083 miliardi (+2,6%), mentre quello dell’ultimo trimestre si è fermato a 320 milioni (-0,4%). I numeri sono in linea con gli obiettivi 2019 del piano Delivery 2022 su tutti i segmenti di business.

Per la prima volta il Gruppo guidato dall’amministratore delegato Matteo Del Fante ha approvato la distribuzione di un acconto sul dividendo 2019, pari a 0,154 euro per azione, corrispondente a un terzo della somma prevista per il 2019 (pari a 0,463 euro). L’acconto sarà distribuito a partire dal 20 novembre, con data stacco della cedola al 18 e record date al 19 novembre.

Grande spinta data dai Servizi Assicurativi, che hanno ottenuto nel trimestre ricavi pari a € 423 milioni (+16,5% rispetto al terzo trimestre del 2018) mentre il comparto Pagamenti, Mobile e Digitale ha registrato ricavi pari a € 171 milioni (+10,6% rispetto al terzo trimestre del 2018). Nel comparto Corrispondenza, Pacchi e Distribuzione continua il processo di trasformazione industriale in corso: il Joint Delivery Model è stato implementato nel 95% dei centri di recapito previsti a Piano  e i ricavi scendono del 3,5% a 800 milioni di euro. Stabili i ricavi dei servizi finanziari a 1173 milioni di euro (-0,1%).

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Alla ricerca di idee imprenditoriali per lo sviluppo del Mezzogiorno col progetto “Resto al Sud Hackathon Tour”

Invitalia, in partnership con l’Università di Bari “Aldo Moro”, lancia la prima call che si chiuderà il 22 novembre. 4 tappe in 4 università per raccogliere i progetti più interessanti a favore del Sud Italia.

Stimolare ed accelerare idee e proposte imprenditoriali per lo sviluppo del Mezzogiorno da finanziare con gli incentivi Resto al Sud.

È questo l’obiettivo del “Resto al Sud Hackathon Tour” promosso da Invitalia, l’Agenzia per lo sviluppo, in partnership con 4 università italiane, alla ricerca di giovani aspiranti imprenditori che vogliano avviare un’attività nelle regioni del Sud, in settori strategici e innovativi.

Parte il 6 novembre la prima call, rivolta ai laureati e laureandi dell’Università di Bari, tra i 18 e i 35 anni, con idee di impresa da sviluppare nel corso dell’Hackathon che si svolgerà il 29 e 30 novembre presso il Centro di Eccellenza per l’Innovazione e la Creatività dell’Ateneo, partner dell’iniziativa (aula BaLab ‘Guglielmo Minervini’).

C’è tempo fino al 22 novembre per iscriversi e partecipare al contest, organizzato in collaborazione con la società benefit Onde Alte, presentando idee progettuali centrate su uno dei 4 ambiti ritenuti prioritari per lo sviluppo del Sud:

  • Salute e Welfare
  • Ambiente
  • Turismo Sostenibile
  • Agritech e Foodtech

Le migliori proposte progettuali, che verranno selezionate anche in base ai criteri dell’innovazione, della sostenibilità e dell’impatto sociale, parteciperanno alla full immersion del 29-30 novembre, dove un team di mentor lavorerà insieme agli startupper con un approccio “open innovation” per accelerare lo sviluppo dei progetti e accompagnare i team davanti alla giuria di esperti che sceglierà il vincitore.

In palio ci sono servizi per l’accrescimento delle competenze e l’internazionalizzazione del business presso partner (incubatori all’estero) di comprovata esperienza.

Prima di iscriversi e caricare la presentazione dell’idea progettuale sul sito di Invitalia, si consiglia di leggere il Regolamento.

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Sciopero di 48 ore dei benzinai il 6 e 7 novembre

La protesta dei gestori contro i nuovi adempimenti, dalla fatturazione elettronica all'introduzione dei registratori di cassa telematici.

È scattato alle sei della mattina del 6 novembre lo sciopero dei benzinai indetto da Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc Anisa Confcommercio per 48 ore. La mobilitazione prevede la chiusura degli impianti stradali e
autostradali
. I gestori protestano contro i nuovi adempimenti, ritenuti ‘inutili e onerosi’, tra cui la fatturazione elettronica, i registratori di cassa telematici, l’introduzione di documenti di trasporto (Das). Lo sciopero terminerà alle ore 6.00 di venerdì 8 novembre.

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Quanto pesa la possibile chiusura dall’ex Ilva sull’indotto

L'addio di Arcelor Mittal avrebbe ricadute pesantissime, tra grandi appalti e piccole imprese. Più di 4 mila i posti a rischio, sommati agli oltre 10 mila del polo pugliese. Mentre sul Pil si stima un impatto annuo negativo di 3,5 miliardi di euro. Lo scenario.

Chi pensa alle conseguenze di un possibile addio di Arcelor Mittal dovrebbe fare i conti almeno due volte. A rischio infatti non ci sono solo i 10.700 mila posti di lavoro dell’ex Ilva di cui 8.200 a Taranto, ma anche quelli dell’indotto (lo Svimez stima un bacino totale di oltre 15 mila persone), senza parlare del giro d’affari che l’ex Ilva muove nella nostra economia. Nella città pugliese e in tutta Italia.

A RISCHIO I POSTI DELL’INDOTTO, DIRETTO E INDIRETTO

Si comincia con gli addetti dell’indotto. Secondo i sindacati ce ne sono circa 4 mila che lavorano ogni giorno negli stessi stabilimenti dell’azienda. A loro andrebbe poi aggiunto un numero imprecisato di dipendenti di piccole e piccolissime imprese che nessuno si è mai preoccupato di censire. Si occupano per lo più delle lavorazioni classiche del settore metalmeccanico (dai tubi alle saldature, dalle torniture agli impianti elettrici) svolte in larga parte dal personale di pmi del territorio circostante.

LEGGI ANCHE: L’ex Ilva è la punta dell’iceberg della crisi dell’acciaio europeo

Che cosa accadrà a queste aziende e a questi lavoratori se Arcelor Mittal si ritirerà? L’esperienza anche recente non promette niente di buono. «Durante la gestione commissariale dell’Ilva», racconta a Lettera43.it il responsabile della Fim-Cisl per l’indotto, Vincenzo Castronuovo, «si erano accumulati ritardi nei pagamenti ai fornitori, specie i più piccoli, che si ripercuotevano sui loro dipendenti. Alcuni sono stati mesi senza stipendio. Dall’inizio di quest’anno, invece, appena un paio di mesi dopo l’accordo con Arcelor Mittal, la situazione si è normalizzata. Ma ora temiamo un nuovo passo indietro». 

Una veduta aerea dello stabilimento dell’Ilva di Taranto.

DAGLI APPALTI AI SERVIZI: I CONTRATTI A RISCHIO

L’impatto di tutto questo si aggira grosso modo sull’1,5% del Pil di Taranto. Molto meno del 3% stimato per gli Anni 90, d’accordo, ma pur sempre una percentuale pesante. Le conseguenze, inoltre, non si fermano alla città. La famosa copertura del complesso, per esempio, è stata affidata alla Cimolai, società di Pordenone con 3 mila dipendenti. Metalmeccanica a parte, un colosso come l’Ilva richiede tanti servizi, dalle pulizie alla mensa, che impegnano in gran parte personale esterno. La gara per la ristorazione, per esempio, è stata vinta dal gruppo milanese Pellegrini (oltre 8 mila dipendenti, non solo in Italia). Un amaro assaggio di quello che potrà accadere è stato il licenziamento, l’8 ottobre, di 130 dei 201 lavoratori della ditta di servizi Castiglia di Massafra che operava proprio nell’indotto.

LE RIPERCUSSIONI SULL’INDUSTRIA ITALIANA

C’è poi da considerare l’effetto sull’industria nazionale di una eventuale cessazione della produzione di acciaio a Taranto. L’odierna disponibilità di questo materiale a costi molto più bassi che in passato a livello mondiale (è uno dei problemi dell’ex Ilva, che anche per questo perde 2 milioni al giorno) suggerisce che altri produttori siano pronti a rifornire le nostre fabbriche a prezzi non superiori a quelli praticati oggi dallo stabilimento pugliese. Del resto già oggi, a causa della riduzione della produzione di Taranto, una buona parte dell’industria italiana soddisfa all’estero (Germania e Turchia, anzitutto) il suo fabbisogno.

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Ma non c’è solo il prezzo. La puntualità delle consegne è forse anche più importante. Far arrivare le lastre da impianti di produzione che si trovano a migliaia di chilometri di distanza non è la stessa cosa che averle a tre o quattro giorni di navigazione. I prezzi bassi di oggi, infine, potrebbero non conservarsi tali domani. In un mondo che vede crescere le tensioni e la minaccia dei dazi, anche la vulnerabilità dell’industria italiana è un tema da mettere sul piatto della bilancia.  

LA CHIUSURA DI TARANTO AVREBBE UN IMPATTO DI 3,5 MILIARDI

Uno scenario quantificato dallo Svimez secondo cui l’impatto annuo sul Pil della chiusura degli stabilimenti ex-Ilva sarebbe, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, di 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi concentrata al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord. La contrazione dell’economia sarebbe dello 0,2% a livello nazionale e dello 0,7% nel Mezzogiorno. A risentirne sarebbero le esportazioni (-2,2 miliardi) ma anche i consumi delle famiglie (-1,4 miliardi), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia.

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Prada è il primo brand del lusso a sottoscrivere un finanziamento legato alla sostenibilità

Il Sustainability Term Loan è stato disposto da Crédit Agricole Corporate e Investment Bank, che funge anche da Sustainability Coordinator, Sustainability Advisor e Facility Agent, mentre Crédit Agricole Italia è l’istituto finanziatore.

Prada S.p.A. è la prima azienda nel settore dei beni di lusso a sottoscrivere con Crédit Agricole Group un finanziamento legato alla sostenibilità. Questa operazione introduce un meccanismo premiante che permette di collegare il raggiungimento di obiettivi in materia di sostenibilità a un aggiustamento annuale del margine. Il tasso del finanziamento (50 milioni di euro erogati nell’arco di cinque anni) potrà quindi essere ridotto in funzione del conseguimento di risultati relativi al numero di punti vendita con certificazioni LEED Gold o Platinum, al numero di ore per la formazione dei dipendenti e all’uso di nylon rigenerato per la propria produzione.

«Il settore del lusso è sempre più impegnato nel conseguimento di uno sviluppo sostenibile», ha dichiarato Alberto Bezzi, Senior Banker in Crédit Agricole Corporate and Investment Bank. «Sono molto orgoglioso di questa collaborazione», ha infine aggiunto il manager, «che conferma gli sforzi attuati da Prada per intraprendere e coltivare comportamenti virtuosi in grado di contribuire a una crescita responsabile».

«Questa operazione testimonia quanto la sostenibilità sia un elemento chiave per lo sviluppo del Gruppo Prada», ha invece chiosato Alessandra Cozzani, Chief Financial Officer dell’azienda. «Siamo certi che questa collaborazione con Crédit Agricole, tra i leader del settore, aiuterà a estendere i benefici di una gestione di impresa responsabile anche al mondo finanziario», ha concluso la dirigente.

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Chi è Lucia Morselli, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia

Laureata in matematica alla Normale con il massimo dei voti, ha iniziato la sua carriera alla Olivetti. All'ex Ilva ha portato lo stesso direttore del personale protagonista dei tagli all'Ast di Terni.

Poco dopo essersi insediata nel ruolo di amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli ha sostituito la direttrice del personale dell’ex Ilva di Taranto con un suo fedelissimo, Arturo Ferrucci, protagonista dei pesanti tagli di forza lavoro all’Ast di Terni. Quella vertenza fu durissima: nel 2014 gli operai delle acciaierie organizzarono uno sciopero di 36 giorni, ma lei non fece una piega. Alla fine si trovò un accordo per incentivare gli esodi, che portò fuori dall’azienda 290 dipendenti rispetto ai 400 chiesti inizialmente.

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UNA CORDATA TIRA L’ALTRA

Basterebbe questo dettaglio per spiegare di che pasta è fatta la donna che ha comunicato al governo l’intenzione di restituire l’ex Ilva allo Stato italiano. Prima di approdare in ArcelorMittal, Morselli era a capo di Acciaitalia, la cordata perdente. Nessuno scrupolo a passare dall’altra parte, come solo i veri professionisti sanno fare. Nata a Modena nel 1956, sposata, si è laureata in matematica alla Normale di Pisa con il massimo dei voti e la lode. Poi un dottorato in Fisica Matematica a Roma e due master: uno a Torino, l’altro a Milano.

UNA CARRIERA DI INCARICHI AD ALTO LIVELLO

La sua carriera lavorativa comincia nel 1982 alla Olivetti. Nel 1985 si sposta in Accenture e, dal 1990 al 1995, ricopre il ruolo di direttore finanziario della Aircraft Division in Finmeccanica. Poi la parentesi nella comunicazione. Morselli è amministratore delegato del gruppo Telepiù dal 1995 al 1998, dal 1998 al 2003 di News Corporation (gruppo Murdoch). Un intermezzo nella telefonia e arriva la volta del settore metalmeccanico, sempre come amministratore delegato: dal 2013 al 2014 al gruppo Berco, dal 2014 al 2016 alla Ast di Terni. Attualmente Morselli fa parte del cda di Telecom Italia, Sisal, ST Microelectronics ed EssilorLuxottica. Proprio la Delfin, “cassaforte” di Leonardo Delvecchio, assieme all’imprenditore siderurgico Giovanni Arvedi, Cdp e Jindal l’aveva scelta per guidare la cordata avversaria di ArcelorMittal nella gara per rilevare l’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

A TARANTO LA «SFIDA INDUSTRIALE PIÙ GRANDE»

«Non esiste forse oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella degli impianti dell’ex Ilva», aveva dichiarato la lady d’acciaio una volta preso il timone dello schieramento opposto e vincente, «sono molto motivata dall’opportunità di poter guidare, farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda e far sì che il suo contributo sia apprezzato da tutti gli stakeholder». Poco più di due settimane dopo, la lettera al governo con l’annuncio che «non è possibile gestire lo stabilimento» senza le protezioni legali «necessarie all’esecuzione del piano ambientale». Ma la battaglia è appena cominciata: il premier Giuseppe Conte ha convocato Morselli per il pomeriggio del 5 novembre, per verificare l’eventualità di un ripensamento. A quali condizioni?

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La storia infinita della crisi dell’Ilva di Taranto in cinque tappe

Dal sequestro dell'acciaieria nel 2012 alla promessa di chiusura del M5s per le elezioni del 2018, Come siamo arrivati al conflitto di oggi.

Sembrava l’inizio della fine della crisi, almeno sul fronte occupazionale, quando, un anno fa, l’insegna sopra la fabbrica -città di Taranto, è cambiata da Ilva a ArcelorMittal. E invece a 365 giorni dal presunto salvataggio del gruppo franco indiano, il destino dell’Ilva è ancora tutto da definire. Ecco il film degli ultimi anni.

1° NOVEMBRE 2018: ARRIVA ARCELOR MITTAL

Il 1° novembre 2018 dopo 113 anni, l’Ilva ammaina la bandiera italiana ed entra a far parte di un colosso multinazionale, ArcelorMittal, nato nel 2006 dalla fusione della francese Arcelor e dell’inglese Mittal Steel. La vecchia insegna viene subito sostituita dal nuovo marchio ArcelorMittal Italia ma se per la multinazionale con sede a Lussemburgo, con stabilimenti in tutta Europa e guidata dalla famiglia indiana Mittal, è un successo inseguito da anni i problemi e le polemiche che hanno accompagnato l’operazione non si quietano.

2012: L’ACCIAIERIA FINISCE SOTTO SEQUESTRO

Negli anni precedenti all’arrivo di ArcelorMittal più volte il siderurgico di Taranto (la più importante acciaieria a caldo d’Europa) ha rischiato di essere chiuso. Nel corso degli anni, infatti, Ilva è diventata il simbolo della fabbrica che inquina e uccide. Nel 2005 lo stabilimento di Cornigliano chiude la produzione a caldo (quella più inquinante) che rimane solo a Taranto. Una ferita per i tarantini. Il caso Ilva diventa eclatante nel 2012 quando la magistratura dispone il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali e l’arresto dei suoi dirigenti, di Emilio Riva e di suo figlio Nicola. Da quel momento, per i governi che si sono succeduti, il sito siderurgico diventa una sfida da vincere con l’obiettivo di coniugare il diritto alla salute, la tutela dell’ambiente e mantenere viva la produzione di acciaio, materia prima fondamentale per le aziende italiane manifatturiere.

2015: LA TRIADE DI COMMISSARI

Sottratta ai vecchi proprietari Riva, l’azienda viene commissariata. Il primo commissario governativo è Enrico Bondi al quale succederà Piero Gnudi. All’inizio del 2015 Ilva viene ammessa alla procedura in Amministrazione Straordinaria. I commissari diventano tre: resta Pietro Gnudi al quale si affiancano Enrico Laghi e Corrado Carrubba.

2016: IL BANDO INTERNAZIONALE PER LA VENDITA DEL GRUPPO

Un anno dopo, a inizio 2016, si apre la procedura per il trasferimento degli asset aziendali attraverso un bando internazionale. Alla fine in corsa restano due cordate. Una cordata italiana col nome “Acciaitalia” e un’altra AmInvestco nata dalla joint-venture fra l’italiana Marcegaglia e ArcelorMittal. Alla cordata tricolore partecipano Cassa Depositi e Prestiti, l’italiana Arvedi, la holding della famiglia Del Vecchio Delfin, a questi gruppi va a unirsi il gruppo indiano Jindal South West (JSW). Alla fine vincitrice risulta la joint venture “AmInvestco” considerata dai commissari la cordata che ha presentato il piano industriale e ambientale migliore. Vinta la gara partono le trattative con i sindacati. Un confronto che risulta subito in salita per l’alto numero di tagli chiesto dai nuovi proprietari (4.000 esuberi e 10.000 assunti).

2018: IL M5s PROMETTE LA CHIUSURA DELLA FABBRICA

Il Governo Gentiloni con il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda e il vice ministro Teresa Bellanova cercano di mediare e di chiudere l’acquisizione prima della fine della legislatura. Su Ilva pendono infatti le minacce del Movimento 5 Stelle che in campagna elettorale nel 2018 promette ai tarantini la chiusura dell’Ilva. Vinte le elezioni il vicepremier Luigi di Maio, dopo aver letto le 27.000 pagine del pesante dossier Ilva, si convince che l’Ilva non si può chiudere e continua la trattativa con Arcelor Mittal.

6 SETTEMBRE 2018: SI CHIUDE L’ACCORDO, ASSUNTI IN 10.700

Il 6 settembre 2018 arriva l’accordo, fin da subito vengono assunti in 10.700. Non ci sono esuberi perché gli altri lavoratori restano in Amministrazione Straordinaria ovvero vengono incentivati all’uscita. L’accordo raggiunto ottiene un voto plebiscitario dai dipendenti ma la successiva rottura sul fronte della tutela legale per gli amministratori coinvolti nel lavori di risanamento ambientale riporta in luce tutti i problemi. Nei giorni scorsi la maggioranza giallorossa raggiunge un accordo per sopprimere l’articolo del decreto relativo ad ArcelorMittal, dopo la presa di posizione del M5s.

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Aumento di capitale per salvare Bialetti dal fallimento

La manovra finanziaria dovrebbe portare Sculptor Ristretto al massimo al 25% del capital. Ma si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente per la sopravvivenza dello storico marchio del Made in Italy.

Parte l’aumento di capitale di Bialetti, parte della manovra finanziaria che cerca di evitare il fallimento del”omino coi baffi’. Le azioni hanno guadagnato il 28,4% a 0,28 euro mentre i diritti, negoziabili fino al 15 novembre, sono stati venduti (-4,05% a 0,0332 euro). Il risanamento è in corso ma il rischio fallimento non è allontanato.

SCULPTOR AL MASSIMO AL 25% DEL CAPITALE

«Sussiste una incertezza significativa» sulla continuità aziendale scrive il gruppo nel prospetto e «il rischio di mancata esecuzione del Piano stesso è molto elevato». Sculptor Ristretto, veicolo che fa capo ai fondi Och Ziff, si è impegnato a sottoscrivere l’aumento per 4,2 milioni (e ha già effettuato il pagamento). Se nessun altro aderirà, Bialetti Holding scenderà dal 64,8% al 50,5% con Sculptor al 21,89%, mentre in caso di sottoscrizione totale Bialetti Holding scenderebbe al 45% e Sculptor si troverebbe al 19,57%. Ma Bialetti Holding si è impegnata a cedere la totalità dei diritti di opzione che le spettano (sul 5,43%) e questo farà salire Och Ziff fino a un massimo del 25% del capitale.

10 MILIONI DI DEBITI A SOSTEGNO DEL NUOVO PIANO INDUSTRIALE

La manovra finanziaria prevede anche un bond da 35,8 milioni, sottoscritto da Sculptor Ristretto Investments e nuovo debito per 10 milioni per supportare il piano industriale 2018-2023. «La piena realizzazione della manovra finanziaria costituisce condizione necessaria ma non sufficiente» mentre è «necessario che le azioni del Piano Industriale 2018-2023 siano realizzate». Bialetti dovrebbe correre ben più del mercato: le previsioni di settore – riportate dalla stessa società – evidenziano un mercato italiano del caffè in crescita nel 2018-2023 del 2,5%, mentre il Piano si attende una crescita media dei ricavi pari a circa l’11% ma durante l’ultima riunione, il 4 ottobre, il cda ha tagliato le stime sul 2019 e all’orizzonte ci sono sempre le possibili dismissioni mentre l‘indebitamento finanziario netto al 30 settembre è salito a 120,5 milioni.

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L’allarme Svimez: al Sud mancano 3 milioni di posti di lavoro

La crescita dell'occupazione nel primo trimestre del 2019 riguarda solo il Centro-nord. E il reddito di cittadinanza da solo non è sufficiente a colmare il gap.

Si riallarga il gap occupazionale tra Sud e Centro-nord: nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%. Ciò comporta che i posti di lavoro da creare per equiparare i due livelli sono circa 3 milioni. A sottolinearlo è il tradizionale rapporto Svimez, pubblicato il 4 novembre. «La crescita dell’occupazione nel primo semestre del 2019 riguarda solo il Centro-nord (+137 mila )», si legge, «cui si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-27 mila)».

IL SUD IN RECESSIONE COL PIL IN CALO DELLO 0,2%

Il 2019 ha visto il Sud entrare in «recessione», con un Pil stimato in calo dello 0,2%, a fronte del +0,3% del Centro-nord (+0,2% la media nazionale). Per il 2020 è prevista solo una «debole ripresa», con il Mezzogiorno che crescerà non oltre lo 0,2% (a fronte dello 0,6% dell’Italia nel complesso).

DAL REDDITO DI CITTADINANZA IMPATTO NULLO SUL MERCATO DEL LAVORO

Il rapporto giudica, inoltre, «utile il reddito di cittadinanza», ma sostiene che «la povertà non si combatte solo con un contributo monetario: occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza». «Peraltro» – viene sottolineato – «l’impatto del reddito sul mercato del lavoro è nullo, in quanto la misura, invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro».

DAL 2000 UN MILIONE DI GIOVANI IN FUGA DAL SUD

«Dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati». In Italia nel 2018 si è raggiunto «un nuovo minimo storico delle nascite», si ricorda, sottolineando che al Sud sono nati circa 157 mila bambini, 6 mila in meno del 2017. La novità, viene spiegato, è «che il contributo garantito dalle donne straniere non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli».

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Ecco quanto il governo incasserà e perderà dalla manovra

Due miliardi dalle microtasse, destinati a raddoppiare nel 2021. A farla da padrone è la plastic tax.

Il lungo lavoro di taglia e cuci all’interno del governo è terminato. La manovra è stata ‘bollinata’ dalla Ragioneria dello Stato. La nuova versione della legge di bilancio verrà inviata a breve in parlamento. Il testo è composto da 119 articoli ed è lungo 90 pagine. Uno dei primi interventi riguarda la sterilizzazione delle clausole Iva. Ecco cosa prevedono le tabelle di sintesi allegate al testo della legge di bilancio.

2 MILIARDI DALLE MICROTASSE

Dalle nuove tasse introdotte aumenteranno nel 2020 il prelievo fiscale per oltre 2 miliardi. Ma l’anno successivo l’incasso raddoppia a oltre 4 miliardi. A guidare i prelievi sarà la tassa sulla plastica, che vale 1,079 miliardi nel 2020, visto che si applica da metà anno, e 2,192 miliardi nel 2021. Quest’ultima norma alleggerirà la tasche dei contribuenti di circa 868 milioni Il prelievo sale ancora nel 2021 se si considera la stretta sulla flat tax ora esistente fino a 35 mila euro: vale 824 milioni e porterebbe il maggior esborso fiscale tra due anni a sfiorare i 5 miliardi. Non va dimenticato però che la prima voce della manovra blocca 22,6 miliardi di aumenti Iva e 400 milioni di incassi di accise che sarebbero scattati automaticamente a gennaio come ‘clausole di salvaguardia’.

224 MILIONI DALLA SUGAR TAX

Il ‘congelamento’ della cedolare sugli affitti concordati, che doveva passare al 15% e che invece rimane al 10%, porta invece un risparmio sulle tasche degli italiani di 201 milioni. Il ‘piatto’ fiscale del 2021 conta anche 233,8 milioni di incassi dalla tassa sulle bevande zuccherate, 88,4 dalle accise sui tabacchi, 30,6 dall’imposta su cartine e filtri delle sigarette, 108 milioni dall’arrivo della web tax, 25 milioni dall’esenzione dell’imposta di bollo sui certificati penali, 332,6 milioni dalla stretta sui finge benefit aziendali, 51,3 milioni per la revisione dei limiti di esenzione dei ticket restaurant aziendali.

DETRAZIONI SOLO SU PAGAMENTI TRACCIABILI

La stangata del 2021, oltre che dalla plastic tax, arriva anche dai paletti messi alle detrazioni fiscali, che saranno riconosciute in gran parte solo se i pagamenti sono stati fatti l’anno precedente in modo tracciabile: gli italiani – calcola il governo – avranno 868 milioni di ‘sconti’ in meno e in pratica di tasse in più da pagare. L’anno successivo il maggior esborso si assesta a 496 milioni.

894 MILIONI DALLA STRETTA SULLE PARTITE IVA

La stretta sul forfait al 15% per le partite Iva vale 894 milioni nel 2021 e 568 milioni nel 2022. Il paletto più ‘pesante’ è quello sul divieto di cumulo per chi ha altri redditi da lavoro dipendente o assimilati superiori a 30 mila euro, che vale 593,8 milioni nel 2021 e 350 milioni nel 2022. Con lo stop alla flat tax sopra i 65 mila euro che doveva scattare dal 2020, invece, lo Stato ‘risparmia’ 154 milioni nel 2020, ma ben 2,5 miliardi nel 2021 e 1,5 miliardi nel 2022 quando la norma entrava a regime.

BONUS BEBÈ INTERO PER UN TERZO DEI BENEFICIARI

Circa un terzo dei beneficiari del bonus bebè riceverà il massimo dell’assegno, 160 euro al mese, perché il nuovo nato arriverà in famiglie con Isee sotto i 7 mila euro. I nuovi nati del 2020 vengono indicati in 440 mila di cui 140 mila in famiglie povere. La metà degli assegni sarà comunque maggiorato del 20% perché andrà a figli dal secondo in poi.

SOLO 8 MILIONI LORDI PER LE PENSIONI

Sono solo 8 milioni lordi (6 milioni al netto delle tasse) i fondi destinati alle pensioni fino a quattro volte il minimo (2.052 euro lordi al mese) la cui rivalutazione in modo pieno (100%) è prevista dal 2020. Circa 3 euro lordi in più all’anno (25 centesimi al mese) per i 2,8 milioni di pensionati beneficiati secondo la Cgil.

IL RINNOVO DEI CONTRATTI COSTA 5,7 MILIARDI

I 3 miliardi e 175 milioni per il rinnovo del contratto degli statali, che entrerà a regime nel 2021, corrispondono ad aumenti in busta paga del 3,5%. Quello per il settore non statale, compresi Comuni ed enti locali, vale 2,53 miliardi, sempre a regime, di cui dovranno farsi carico i bilanci dei territori. La somma totale per il rinnovo di tutto il pubblico impiego, quasi 3,3 milioni di dipendenti, ammonta così a 5,7 miliardi di euro. E il rialzo del 3,5% vale anche per la sanità.

LO STOP AL SUPERTICKET COSTA 185 MILIONI

L’abolizione del superticket sanitario da settembre peserà sulle casse dello Stato per 185 milioni di euro nel 2020. Dal 2021, il minor gettito sarà di 554 milioni di euro.

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Ricambio generazionale nelle società della famiglia Benetton

Sabrina, figlia di Gilberto, entra nel cda di Atlantia. Christian, figlio di Carlo, in quello di Adr. E Franca, figlia di Giuliana, siederà in quello di Telepass.

Largo ai giovani a Ponzano Veneto. Nell’impero della famiglia Benetton è tempo di ricambio generazionale. Il 31 ottobre 2019 i tre cugini Sabrina Benetton, figlia di Gilberto, scomparso nell’ottobre del 2018, due mesi dopo la tragedia del Ponte Morandi, Christian, figlio di Carlo, morto tre mesi prima, e Franca Bertagnin Benetton, figlia di Giuliana, hanno fatto il loro ingresso come consiglieri non esecutivi rispettivamente nei consigli di amministrazione di Atlantia (Sabrina), Adr (Christian) e Telepass (Franca).

GIÀ NEL CDA DELLA HOLDING DI FAMIGLIA

La nuova generazione già affiancava Alessandro, figlio di Luciano, nel consiglio di amministrazione di Edizione, la holding di famiglia. Proprio Alessandro dal 2012 al 2014 è stato presidente di Benetton Group, ruolo abbandonato per divergenze strategiche con la famiglia, e oggi oltre a sedere nel cda di Autogrill, segue soprattutto la sua creatura 21 Invest, fondata nel 1992.

EDIZIONE CONTROLLA IL 30,25% DI ATLANTIA TRAMITE SINTONIA

«L’ingresso dei tre rappresentanti della dinastia nel Gruppo Atlantia (che controlla Adr, e Telepass, ndr)», ha spiegato un portavoce, «testimonia e riafferma l’impegno della famiglia, per il presente e per il futuro, per tutto il Gruppo Atlantia». Atlantia e Autogrill sono le uniche società quotate. Della prima Edizione ha il 30,25% tramite Sintonia, affiancata da Lazard (5,04%), Invesco (8,05%), Fondazione Caritorino (4,84%) e Hsbc (5%), oltre a diversi altri fondi con quote inferiori all’1%. Il 50,1% di Autogrill invece è controllato tramite Schematrentaquattro.

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Banca Generali, nel 2019 utile e ricavi crescono in doppia cifra

Banca Generali approva conti brillanti per i primi nove mesi del 2019. L’istituto guidato da Gian Maria Mossa ha ottenuto..

Banca Generali approva conti brillanti per i primi nove mesi del 2019. L’istituto guidato da Gian Maria Mossa ha ottenuto un utile netto di 196 milioni di euro, in crescita del 44% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Performance in doppia cifra anche per i ricavi, pari a 408,4 milioni (+23%). Il CET1 ratio, ovvero l’indice patrimoniale che indica la solidità dell’istituto, è al 16,5% e il Total Capital ratio, dato dall’insieme del patrimonio e il valore delle attività ponderate per il rischio, è al 17,8%. “Siamo molto soddisfatti di questi risultati per un 2019 che si sta confermando il migliore nella storia della banca”, ha commentato Mossa, amministratore delegato e direttore generale, “Le recenti operazioni straordinarie arricchiscono le competenze gestionali e quelle di wealth management, oltre alle prospettive su nuovi mercati.  Nonostante la prudenza di fondo tra i risparmiatori per l’incertezza nell’economia riusciamo ad intercettare le esigenze delle famiglie e a continuare a crescere in modo significativo nei flussi di raccolta e acquisizione di nuova clientela. Gli importanti progetti sul tavolo e la risposta che ci arriva dalla domanda di consulenza professionale ci fanno guardare con fiducia ai prossimi mesi”.

I costi operativi del gruppo sono cresciuti a 155,7 milioni di euro contro i 143,3 milioni dell’esercizio precedente. La variazione, oltre all’accelerazione impressa a tutti i progetti strategici previsti nel piano triennale, include alcune poste di carattere straordinario per 3,8 milioni (trasferimento degli uffici direzionali, costi per le attività di M&A, applicazione del nuovo principio IFRS 16) e il contributo legato al consolidamento del neoacquisto Nextam Partners per 1,2 milioni. Al netto di queste componenti straordinarie, i costi operativi della banca hanno mostrato una variazione del 5,8%.

Nel 2019, la rete di consulenti finanziari ha incrementato le masse in gestione di quasi 10 miliardi di euro (su 66 miliardi di masse totali). “La forte crescita dimensionale e lo sviluppo sempre più incisivo tra la clientela private riflettono la qualità dei nostri banker e il grande lavoro nell’estensione della gamma d’offerta”, li ha elogiati lo stesso Mossa. Di segno positivo anche la raccolta netta, che nei primi nove mesi dell’anno è stata di 3,8 miliardi. Un risultato equamente suddiviso in 1,9 miliardi di soluzioni gestite e assicurative, e 1,9 miliardi in conti correnti e risparmio amministrato. La componente gestita ha mostrato in particolare una forte accelerazione nel terzo trimestre, a causa della crescente domanda per le nuove classi retail della SICAV lussemburghese, LUX IM. 

Secondo i vertici di Banca Generali, la crescita della raccolta sottende una forza della domanda che apre a prospettive interessanti per l’ultima parte dell’anno. L’ampliamento della gamma gestita, con le novità nell’offerta tematica di Lux IM e nell’ambito degli investimenti assicurativi, stanno incontrando risposte positive così come l’apporto della “consulenza evoluta” che sta crescendo in misura superiore al trend stimato. L’incertezza geo-politica e alcuni nodi politico-economici come il confronto commerciale Usa-Cina e la Brexit continuano a dominare la scena sui mercati, così come le prossime mosse delle banche centrali che cercano di soppesare gli stimoli allo sviluppo con le dinamiche dei tassi negativi che a loro volta acuiscono le criticità per il sistema finanziario. In questo contesto i risparmiatori guardano con prudenza alle prospettive degli investimenti, trovando minore appeal in un quadro di bassi rendimenti e criticità dietro l’angolo. La solidità della banca, la versatilità della sua offerta e le competenze dei propri consulenti, stanno dimostrando di rispondere in modo efficace a questi bisogni di protezione e valorizzazione del patrimonio, soprattutto tra quei clienti con le esigenze più complesse come gli imprenditori che necessitano di un approccio senza conflitti di interesse nelle valutazioni sui propri beni. Il completamento dell’acquisizione di Nextam e BG Valeur segnano passi in avanti nella fascia alta del risparmio andando a rafforzare il posizionamento e la competitività della banca in un segmento, quello del private, dove continua a guadagnare quote di mercato.

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Cdp avvia un programma di assunzioni per giovani talenti

Con il Graduate Program subito 15 assunzioni tra i neolaureati, che parteciperanno a programmi di formazione e job rotation. In totale hanno partecipato 1800 candidati.

Cassa Depositi e Prestiti ha avviato Graduate Program, un nuovo programma di selezione e assunzione di giovani talenti da inserire nel Gruppo. Quindici neolaureati sono stati assunti subito, con un contratto a tempo determinato della durata di un anno e con l’opportunità di crescere all’interno delle società e delle grandi aziende partecipate dal Gruppo Cdp.

QUINDICI ASSUNTI SU 1800 CANDIDATI

Hanno partecipato al Graduate Program 1800 candidati, giovani neolaureati in economia e ingegneria gestionale, che dovranno affrontare due settimane iniziali di corso introduttivo al Gruppo e alle sue attività e un ulteriore periodo di formazione nel corso dell’anno. I ragazzi verranno poi inseriti all’interno di una struttura organizzativa della Capogruppo e, a seguire, vivranno l’esperienza di quattro mesi di job rotation all’interno del mondo Cdp. Dopo un primo screening, sono stati 300 i giovani che hanno partecipato ad un serrato percorso di selezione durato un mese, mettendosi in gioco attraverso digital business game, assessment online e video interviste. I 60 selezionati hanno poi partecipato ai tre eventi conclusivi nelle sedi di Roma e Milano dove, dopo una serie di role play ed interviste individuali, sono stati scelti i 15 che hanno ricevuto le lettere di impegno all’assunzione. All’interno del Gruppo Cdp i giovani potranno accrescere le competenze tecnico-specialistiche e trasversali e ricoprire ruoli sfidanti nei principali settori che promuovono lo sviluppo economico e sostenibile del Paese, tra cui finanza, imprese, infrastrutture, equity e cooperazione internazionale.

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A settembre la disoccupazione in Italia torna a salire

Dato in aumento dal 9,6% di agosto al 9,9%. Ancora più accentuato il trend tra i giovani (+1,1%). I numeri dell'Istat.

A settembre il tasso di disoccupazione torna a salire, attestandosi al 9,9%, dal 9,6% di agosto (+0,3 punti percentuali). Lo rileva l’Istat, spiegando che su base mensile le persone in cerca di lavoro sono in aumento (+3,0%, pari a +73 mila). Cresce anche il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), +1,1 punti percentuali a settembre su agosto, portandosi al 28,7%.

PERSI 60 MILA OCCUPATI TRA LUGLIO E SETTEMBRE

Nel complesso, a settembre la stima degli occupati risulta in «leggero calo», scendendo dello 0,1%, pari a 32 mila unità in meno rispetto ad agosto. Il tasso resta stabile al 59,1%. Nel dettaglio aumentano i dipendenti a termine (+30 mila) mentre diminuiscono i dipendenti a tempo indeterminato (-18 mila) sia, soprattutto, gli ‘autonomi‘(-44 mila). «Dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, a partire da luglio i livelli occupazionali risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre», spiega l’Istat.

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EasyCassa, la cassa all-in one di SisalPay per il negozio 4.0

Innovativa, conveniente, di design. Capace di anticipare le esigenze e i mega trend di settore, è stata la grande protagonista del Salone del Franchising 2019.

Dall’esigenza di combattere l’evasione fiscale in Italia sono nate tre nuove normative ad obbligo dei retailer: fatturazione elettronica tra privati, trasmissione telematica dei corrispettivi, lotteria degli scontrini. La prima, in uso dal 1° gennaio 2019, prevede la produzione, trasmissione delle fatture attraverso un sistema digitale, conservando una traccia indelebile delle prestazioni e dei relativi pagamenti. La trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle entrate, che già riguarda le attività con un volume di affari superiore a 400mila euro, entrerà in vigore per tutte le altre dal 1° gennaio 2020, assieme all’introduzione della lotteria degli scontrini, un’estrazione a sorte di premi a a cui i contribuenti potranno partecipare comunicando, al momento dell’acquisto, il proprio codice fiscale all’esercente. 

Le nuove funzionalità a disposizione in abbonamento

È in questo scenario, in cui a prima vista nuove normative potrebbero sembrare ostacoli, che arriva EasyCassa: firmata SisalPay, è una soluzione innovativa di cassa all-in one in abbonamento che, combinando semplicità e design attraverso dispositivi hardware e software d’alta gamma, fornisce in modo intuitivo un’ampia serie di servizi e strumenti per rendere la vita dei negozianti più semplice e sicura. Pensata principalmente per lo small retail e nata dall’esperienza maturata nel settore dei pagamenti da SisalPay, leader nel mercato con oltre 500 servizi e 15 milioni di clienti, EasyCassa offre nuove funzionalità relative proprio a fatturazione elettronica, trasmissione telematica dei corrispettivi e lotteria degli scontrini, garantendo un’integrazione fluida con i pagamenti cashless, effettuati tramite carte, app e dispositivi mobile, inoltre permette di gestire in modo semplice e smart le attività instore grazie a diverse funzionalità, con installazione, formazione e verifiche periodiche incluse, garanzia estesa e assistenza premium dedicata. 

Segna l’ingresso di SisalPay nel mercato dei registratori di cassa

Una soluzione di ultima generazione, EasyCassa, che risponde perfettamente alle esigenze dei retailer italiani, i quali stanno dimostrando sempre più interesse nello sviluppo di innovazioni digitali a supporto della customer experience. Secondo i dati del Politecnico, infatti, nel 2018 i loro investimenti si sono concentrati su sistemi per l’accettazione di nuove forme di pagamento (33%), soluzioni a supporto della fatturazione elettronica (27%), soluzioni di gestione dei rapporti con i clienti e sistemi di cassa evoluti e mobile POS (24%). Intercettando questi bisogni grazie a EasyCassa, protagonista al Salone del Franchising 2019 a FieraMilanoCity, SisalPay è stata così in grado, nell’arco di pochi mesi, di entrare nel mercato dei registratori di cassa e delle soluzioni all-in-one per microretail e negozi di prossimità, installando nel 2019 oltre 5500 casse su tutto il territorio nazionale.

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Indagine antitrust dell’Ue sull’acquisizione dell’ex Stx da parte di Fincantieri

La Commissione europea vuole verificare che l'operazione non possa ridurre la concorrenza nel mercato mondiale della costruzione delle navi da crociera. A presentare la richiesta di indagine erano state Francia e Germania.

La Commissione europea ha avviato un’indagine approfondita per valutare la proposta di acquisizione di Chantiers de l’Atlantique da parte di Fincantieri alla luce del regolamento Ue sulle concentrazioni. La Commissione teme che l’operazione possa ridurre la concorrenza nel mercato mondiale della costruzione di navi da crociera.

«SI TRATTA DI DUE LEADER MONDIALI; VALUTARE EFFETTO SU MILIONI DI EUROPEI»

«La domanda di navi da crociera è in piena espansione in tutto il mondo. Chantiers de l’Atlantique e Fincantieri sono due leader mondiali in questo
settore. Per questo motivo valuteremo attentamente se l’operazione proposta possa nuocere alla concorrenza nel settore a scapito dei milioni di europei che ogni anno scelgono di trascorrere vacanze in crociera», ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. In questa fase la Commissione teme che «in un mercato già concentrato e con limitazioni di capacità, l’operazione proposta possa eliminare l’importante forza concorrenziale rappresentata da Chantiers de l’Atlantique», scrive Bruxelles, che ha individuato «ingenti ostacoli all’ingresso nel mercato della costruzione di navi da crociera, dovuti alla natura altamente complessa di questo settore» visto che sono richieste «infrastrutture specifiche, consolidate competenze ingegneristiche e progettuali, così come notevoli capacità di gestione per coordinare le centinaia di fornitori e subappaltatori che intervengono in tutto il processo di costruzione».

«GRANDI CLIENTI SENZA POTERE CONTRATTUALE»

La Commissione ha stabilito in via preliminare che «non è presumibile l’emergere di nuovi costruttori qualificati in tempo utile a contrastare i probabili effetti negativi dell’operazione, che potrebbe quindi ridurre seriamente la concorrenza in questo mercato determinando un innalzamento dei prezzi, una riduzione della scelta e un freno all’innovazione». Inoltre l’antitrust «ha stabilito in via preliminare che i
grandi clienti non avrebbero potere contrattuale sufficiente a contrastare l’eventuale rischio di aumento dei prezzi derivante dall’operazione».

DECISIONE ENTRO IL 17 MARZO 2020

La Commissione quindi porterà avanti un’indagine approfondita degli effetti dell’operazione proposta «per stabilire se potrebbe seriamente ridurre la concorrenza». L’operazione è stata notificata alla Commissione il 25 settembre 2019. Chantiers de l’Atlantique e Fincantieri hanno deciso di non presentare impegni nel corso dell’indagine iniziale per fugare le riserve peliminari della Commissione. Bruxelles ha ora 90 giorni lavorativi, quindi fino al 17 marzo 2020, per adottare una decisione. L’avvio di un’indagine approfondita, ricorda la Commissione, «non pregiudica l’esito del procedimento».

NAVIRIS, LA NUOVA JOINT VENTURE CON NAVAL GROUP

Ma mentre nel settore del turismo si frena sulle concentrazioni sul fronte della Difesa procedono le operazioni di convergenza tra Stati Ue. Proprio il 30 ottobre è stato annunciato il nuovo nome joint venture paritaria (50/50) tra Fincantieri e il gruppo francese Naval Group. La nuova società si chiama Naviris, brand che secondo una nota di Fincantieri «evoca una robusta partnership a garanzia di un know-how di qualità superiore, proiettata verso uno scenario internazionale».

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Whirlpool ritira la procedura di cessione per lo stabilimento di Napoli

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, in un video su Facebook: «Primo passo per una soluzione definitiva». Ma i sindacati avvertono: «C'è tempo fino a marzo». Confermati manifestazione e sciopero generale dei metalmeccanici.

La Whirlpool intende ritirare la procedura di cessione per lo stabilimento di Napoli. La notizia è ufficiale e arriva dal ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, con un video su Facebook.

Whirlpool Napoli, ho una notizia importante da darvi. Collegatevi

Posted by Stefano Patuanelli on Wednesday, October 30, 2019

Per Patuanelli «è un primo passo, certamente il più importante» per uscire definitivamente dallo stallo. Perché ora «ci sono nuovamente le condizioni per sedersi a un tavolo con l’azienda e i lavoratori», con l’obiettivo di trovare una «soluzione industriale anche con l’impegno del governo».

La svolta, inattesa, si è concretizzata a poche ore dall’avvio della procedura di cessione e alla vigilia di una grande manifestazione dei sindacati, che si sono dati appuntamento a Napoli giovedì 31 ottobre.

Patuanelli ha ringraziato espressamente proprio i lavoratori della Whirlpool: «Abbiamo ottenuto questo risultato grazie al loro impegno costante e alla loro manifesta volontà di continuare a lavorare in quello stabilimento».

Dopo aver pubblicato il video su Facebook, il ministro ha spiegato che la revoca della procedura di cessione «fa si che ci sia una possibilità di ricominciare a produrre». La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha commentato: «È una notizia molto positiva. Ora c’è il tempo per un buon progetto e perché l’azienda rimanga a Napoli e continui la produzione».

La mobilitazione dei sindacati è comunque confermata: «La Fim apprende con soddisfazione la decisione della Whirlpool, ma avverte che c’è tempo fino a marzo per una soluzione. La manifestazione a Napoli e lo sciopero generale dei metalmeccanici sono confermati», ha detto infatti il segretario generale della federazione, Marco Bentivogli.

Anche perché Whirlpool, ha aggiunto, «conferma il progressivo calo di mercato e la volontà di cessione resta solo rinviata a inizio 2020. Non siamo alla soluzione, ma guadagnare tempo prezioso è utile e bisogna ringraziare i lavoratori di Napoli e di tutto il gruppo che non si sono mai rassegnati».

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Aree di crisi industriale, tutte le novità sulle agevolazioni

La riforma della Legge 181 semplifica le procedure per richiedere gli incentivi per gli interventi di riconversione e riqualificazione delle aziende

Aria di novità e di facilitazioni per le agevolazioni che riguardano le aree di crisi industriale. La riforma della legge 181/89, grazie al decreto ministeriale del 30 agosto 2019, rende lo strumento, gestito da Invitalia, più agevole e accessibile alle PMI e alle reti d’imprese che possono richiedere e ottenere le agevolazioni previste per gli interventi di riconversione e riqualificazione. Obiettivo dichiarato: creare nuovi posti di lavoro attraverso l’ampliamento, la ristrutturazione e la riqualificazione degli stabilimenti produttivi.

Con le novità introdotte spazio ad una misura più funzionale che apre a investimenti strategici ad alto contenuto tecnologico e con forte impatto occupazionale nei territori interessati ampliando la platea di imprese potenzialmente beneficiare e inserendo nuove tipologie di sostegno per favorire la formazione dei lavoratori.

TUTTE LE NOVITÀ NELLO SPECIFICO

Le novità introdotte dalla riforma puntano ad ampliare la platea di imprese potenzialmente beneficiare, anche attraverso un abbassamento della soglia minima di investimento che da 1,5 milioni di euro passa ad 1 milione di euro dando così la possibilità di accedere alle agevolazioni anche alle piccole imprese con procedure semplificate con investimenti inferiori a 1,5 milioni di euro. Spazio anche all’inserimento delle reti di impresa tra i soggetti beneficiari ovvero quelle reti composte da un minimo di tre imprese e fino ad un massimo di sei con un limite minimo di 400 mila euro di spese d’investimento per impresa.

Tra le altre novità anche la modifica della percentuale del finanziamento agevolato che passa dal 50% fisso ad una percentuale che va dal 30 al 50%, a scelta dell’impresa. Presenti anche nuove tipologie di sostegno per favorire la formazione dei lavoratori ai sensi dell’art. 31 del Regolamento GBER, per un ammontare non superiore al 10% delle spese d’investimento ammissibili.  Accordi di sviluppo potranno, inoltre, prevedere una corsia preferenziale per la valutazione di programmi di investimento strategici di importo pari o superiore a 10 milioni di euro e con un significativo impatto occupazionale. C’è infine, la possibilità di prevedere il cumulo delle agevolazioni sui medesimi beni, entro i limiti delle intensità massime previste dal Regolamento GBER. Parole d’ordine della riforma, sono dunque, elevata qualità degli interventi di rilancio per le aree di crisi industriale e reinserimento di lavoratori interessati da misure di sostegno al reddito.

I RISULTATI

 La misura funziona e piace alle aziende. Lo dicono chiaramente i dati raccolti e pubblicati da Invitalia (aggiornati al 1° di ottobre). Sono 276, infatti, le iniziative finanziate, ben 2,5 i miliardi utilizzati per gli investimenti attivati dalle imprese beneficiarie e 11.656 i nuovi posti di lavoro messi in campo. E queste cifre sono pronte a lievitare decisamente grazie alle novità della riforma che allarga il raggio della legge diventando, come detto, non solo più accessibile ma anche più agevole.

COSECO, LA NUOVA VITA DELL’AZIENDA

Testimone della funzionalità e dell’importanza della misura gestita da Invitalia è Coseco, azienda di Grumo Appula (Bari) che allestisce veicoli e attrezzature per la raccolta dei rifiuti solidi urbani e per la pulizia delle strade cittadine. Un investimento di 8,2 milioni di euro messo in campo per ampliare e solidificare l’azienda. L’Agenzia per lo sviluppo ne ha concessi 6 attraverso la Legge 181. Risultato? La creazione di 35 nuovi posti di lavoro. Grazie alle agevolazioni il sito produttivo pugliese sarà ampliato con la realizzazione di un nuovo capannone industriale pronto ad ospitare i camion che saranno trasformati in veicoli adatti alla raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani: compattatori, costipatori, vasche ribaltabili e lavacassonetti. Verrà inoltre realizzata una nuova linea di verniciatura che sarà autonoma e con un più alto livello qualitativo. Il tutto si chiude con notevole risparmio di tempo e costi ed evidenti benefici per la competitività dell’azienda.

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