McGowan contro Portman tradisce ancora il senso del #MeToo

Una delle prime accusatrici di Weinstein ha attaccato la collega definendola ipocrita. Perché agli Oscar aveva indossato un mantello con i nomi delle registe escluse dalle candidature. Non basta un abito per essere femministe, ok. Ma anche i simboli contano. E la guerra tra donne non serve alla causa.

A tre anni dalla sua esplosione, il #MeToo, movimento che avrebbe voluto unire le donne di tutto il mondo in nome della sorellanza, si porta ancora dietro strascischi velenosi. Lo dimostrano gli attacchi nei confronti di Natalie Portman che alla cerimonia degli Oscar si è presentata con i nomi delle registe escluse (nessuna donna candidata) ricamati sul soprabito.

ROSE, UNA DELLE PRIME A PARLARE

Lo avevamo visto tante volte con il caso Weinstein: attrici che dopo aver ascoltato le testimonianze delle colleghe le incolpavano di non aver parlato prima. Tra quelle che al #MeToo hanno dato quasi i natali c’è l’americana Rose McGowan, una delle prime ad aver raccontato di aver subìto uno stupro dal magnate di Hollywood, una donna che ha sempre alzato la voce con coraggio, ma che sembra non aver mai afferrato del tutto il senso del movimento: unite in nome della stessa causa, non una contro l’altra.

QUANDO SPARÒ A ZERO SU MERYL STREEP

Invece a McGowan, personaggio piuttosto tormentato ed ex amica di Asia Argento, la guerra tra donne piace eccome. Una delle sue nemiche fu Meryl Streep, accusata nel 2018 per aver preso parte alla protesta in nero delle donne dei Golden Globes. «Attrici come Meryl Streep», scrisse in un tweet poi rimosso, «che hanno felicemente lavorato per il Pig Monster (così veniva apostrofato Harvey Weinstein, “il mostro porco” ndr) vestiranno di nero in una protesta silenziosa. Il vostro silenzio è il problema. […] Disprezzo la vostra ipocrisia». Streep rispose tramite una lettera in cui assicurava di non essere mai stata a conoscenza, prima dello scandalo, degli abusi di Weinstein.

LE ACCUSE DI IPOCRISIA AL MANTELLO DI PORTMAN

Nel 2020 agli Oscar i candidati alla miglior regia erano tutti uomini, esattamente come nel 2019. Così domenica 9 febbraio, sul red carpet, Natalie Portman ha reso omaggio alle donne registe snobbate, indossando sopra l’abito da sera un mantello con i loro nomi ricamati, tra cui Greta Gerwig (Little Women), Lorene Scafaria (Hustlers) e Lulu Wang (The Farewell). «Volevo dare un riconoscimento, per quanto sottile, a queste donne il cui lavoro incredibile non è stato preso in considerazione». Un gesto che non è andato giù a Rose McGowan: l’attrice americana ha accusato la collega di essere «un’ipocrita» che non traduce con i fatti quel che predica sul tappeto rosso.

Il soprabito di Natalie Portman alla cerimonia degli Oscar il 9 febbraio 2020. Sulla destra si vedono i nomi delle registe.

«È proprio il tipo di protesta che attira recensioni estasiate sui media, mentre era solo un’attrice che recitava la parte di quella a cui queste cose importano», ha tuonato su Facebook: «Trovo questo tipo di attivismo profondamente offensivo per quante tra noi fanno il vero lavoro». Per poi sparare ancora più alto: «Smetti di fingere di essere una campionessa di altro che non è te stessa. Hai lavorato con due registe donne nella tua lunga carriera, e una eri tu».

LA DISPUTA SUL CONCETTO DI “CORAGGIO”

All’ira della McGowan, la Portman ha replicato in una intervista al Los Angeles Times, invitando il pubblico a non considerarla coraggiosa per i nomi ricamati sulla cappa: «Coraggio è un nome che associo alle donne che nelle ultime settimane hanno testimoniato contro Weinstein nonostante incredibili pressioni». E a Rose che l’ha accusata di aver fatto pochi film diretti da donne ha risposto osservando che «purtroppo i film non fatti che ho cercato di fare sono una storia di fantasmi. Ho cercato in passato di aiutare registe donne a entrare in progetti da cui poi sono state escluse. E anche quando riescono a essere realizzati, i film di registe donne hanno difficoltà a arrivare ai festival e ad essere distribuiti a causa di ostacoli che si frappongono in ogni momento. Voglio dire che ho provato e continuerò a provarci, sperando che stiamo entrando in una nuova era», ha spiegato l’attrice che anche nel 2018 aveva protestato pubblicamente per la quasi inesistente partecipazione delle registe donne agli Oscar.

Natalie Portman con il marito Benjamin Millepied sul red carpet degli Oscar 2020.

Il soprabito di Portman, Mc Gowan a parte, non è piaciuto a molti: l’editorialista australiana Rita Panahi ha scritto che «sia come attrice sia come produttrice, Natalie Portman ha sempre preferito lavorare con uomini» e parlato di «sfoggio di inutile virtuosismo da celebrity». Non ci sono dubbi sul fatto che non basti un abito per dirsi femministe, che contino più le azioni dei simboli, ma va detto che Portman è stata l’unica a portare, in un modo seppur discutibile, i riflettori sul gender gap agli Oscar 2020. E se le donne anziché spalleggiarsi in nome della stessa battaglia, ognuna con i propri tempi e le proprie modalità, continueranno a sputare veleno una sull’altra in stile McGowan, il rischio è che del #MeToo resterà ben poco.

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I fondi per la Casa delle Donne di Roma bloccati per la seconda volta

Dichiarato inammissibile l'emendamento al Milleproroghe presentato da Pd e Iv e già respinto in precedenza in commissione. Prevedeva un finanziamento da 900 mila euro.

È stata dichiarata inammissibile la proposta di Pd e Italia Viva per assegnare un finanziamento da 900 mila euro nel 2020 per la Casa internazionale delle donne di Roma. La proposta, già dichiarata inammissibile dopo essere stata presentata con un emendamento dei relatori al Milleproroghe, è stata dichiarata inammissibile una seconda volta, dopo essere stata presentata di nuovo come subemendamento. L’esito del giudizio di ammissibilità è stato comunicato in apertura di seduta delle commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio.

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Pd e Italia viva riprovano a salvare la Casa delle Donne di Roma

Presentato un subemendamento al Milleproroghe dopo un precedente tentativo giudicato inammissibile. Protesta Fdi: «Vogliono favorire la candidatura del ministro Gualtieri».

Pd e Italia Viva tentano di nuovo di assegnare un finanziamento da 900 mila euro nel 2020 per la Casa internazionale delle donne di Roma. La proposta compare tra i subemendamenti presentati dai deputati al pacchetto di modifiche dei relatori al decreto Milleproroghe, che saranno esaminati da lunedì, quando torneranno a riunirsi le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera. Una proposta analoga dei relatori, nei giorni scorsi, era stata cassata per inammissibilità.

«Pd e Iv ci riprovano e depositano un subemendamento per destinare un finanziamento alla Casa delle Donne, la cui sede si trova nel collegio dove risulta candidato il ministro Gualtieri», hanno affermato in una nota congiunta Emanuele Prisco, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali e Ylenja Lucaselli, componente di Fdi in commissione Bilancio, «se vogliono dare soldi pubblici ad associazioni, lo facciano seguendo le regole. Se proveranno a superarle per interessi di bottega renderanno ingestibile la situazione».

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Che conseguenze avrà la Brexit sulle donne

L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue è ormai compiuta. Ma restano anche da definire gli accordi commerciali. E chi corre maggior rischio in caso di "no deal" sono le lavoratrici.

Con l’ultimo passo compiuto venerdì 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato definitivamente l’Unione europea. Dopo quattro anni di trattative, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, è davvero questo il momento storico in cui la Brexit diventerà veramente realtà?

Il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha insistito sul fatto che il periodo di tempo non è realistico. Inoltre, gli esperti sono preoccupati che negoziazioni frenetiche creeranno uno scenario in cui la Gran Bretagna se ne andrà bruscamente senza alcun accordo – o con un accordo ridicolo – sulle relazioni future e i commerci.

In entrambi i casi, molti analisti incano come il rischio di una crisi senza precedenti e dalle innumerevoli sfaccettature per il Paese di Sua maestà sia più di un rischio. Crisi che potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne.

IN CASO DI CRISI ECONOMICA LE DONNE SONO LE PRIMA A ESSERE SACRIFICATE

L’incertezza di cosa succederà davvero rende difficile valutare nel dettaglio quale impatto la Brexit avrà sulla popolazione femminile. Tuttavia, è fuori discussione che i nuovi accordi commerciali avranno sicuramente delle ripercussioni significative: deal o no deal – l’economia dell’Inghilterra è proiettata in una spirale negativa. Ed è in queste situazioni di crisi che le donne, in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, soffrono di più. Perché sono sovrarappresentate in settori specifici e ad alto rischio in caso di recessione economica. Secondo la ricerca Women, Employment and Earnings, pubblicata sul Women’s Budget Group nel 2018, la maggior parte delle impiegate inglesi, oltre ad avere una retribuzione inferiore rispetto agli uomini, ha lavori part-time e un contratto a tempo determinato. E quando la situazione finanziaria vacilla, questi sono i primi posti che vengono tagliati.

Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali

Mary-Ann Stephenson, direttrice del Women’s Budget Group, e coautrice della ricerca Exploring the Economic Impact of Brexit on Women (marzo 2018), ha spiegato: «Le donne e gli uomini occupano una posizione diversa nell’economia. Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali, sia che si tratti di una maggiore liberalizzazione o di restrizioni. È più difficile per le donne trarre vantaggio da nuove situazioni perché sono più soggette un impatto negativo».

SENZA L’UE GRAN BRETAGNA PIÙ DEBOLE SULLA PARITÀ DI GENERE

Non solo i lavori, a rischio ci sono anche alcuni diritti fondamentali. L’Ue, nel corso degli anni, ha creato una serie di atti legislativi a favore delle donne che il Regno Unito è stato costretto a rispettare. Infatti, le leggi sulle pari opportunità, il congedo di maternità e le molestie sul lavoro arrivano proprio da Bruxelles. Alcune regolamentazioni a riguardo erano già presenti nello Stato ancora prima che il parlamento europeo le dichiarasse obbligatorie, tuttavia quest’ultimo fornisce un ulteriore livello di protezione laddove l’interpretazione nazionale dei diritti femminili è messo in questione.

In aggiunta, l’Unione è in trattativa per migliorare le condizioni di congedo parentale retribuito, il che dovrebbe riequilibrare la quantità di ore spese in lavori domestici di mamme e papà. Dulcis in fundo, c’è pressione sui governi affinché vengano approvate legislazione più complete per condannare la violenza maschile. Ma la domanda adesso è: cosa succederà a questo insieme di normative una volta che la Gran Bretagna ha lasciato l’Ue? In precedenza, Theresa May aveva incluso nella sua proposta la volontà di mantenere tali protezioni anche dopo la Brexit. Ma Boris Johnson non ha ancora espresso in maniera netta la sua opinione a riguardo. Sembra molto improbabile che il Regno Unito volti le spalle all’uguaglianza di genere ma, ancora una volta, il futuro è incerto.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA SANITARIO DEL REGNO UNITO

L’uscita del Paese dall’Unione avrà forti conseguenze anche sui servizi pubblici. Ad esempio, la maggior parte del personale del sistema sanitario (77%) è costituito da donne, in maggioranza straniere. Stando alle ultime statistiche (condotte dal governo su 88 ospedali inglesi), sono più di 22 mila coloro che hanno lasciato la propria occupazione in questo ambito, tra cui 8.800 infermiere. Migliaia di posti di lavoro sono ora vuoti, e la situazione potrebbe ancora peggiorare quando la Brexit avrà effettivamente inizio. Il sistema andrà in crisi. E chi si prenderà cura di bambini e parenti? In poco tempo il Regno Unito si ritroverà con un alto numero di mamme, figlie e sorelle che saranno costrette ad abbandonare il lavoro e stare a casa per provvedere all’assistenza della famiglia.

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Il governo pensa a sgravi contributivi per Sud e donne

Incentivi fiscali per chi assume nel Mezzogiorno e per l'occupazione femminile. Il ministro Catalfo annuncia nuove misure «un po' più importanti, non solo di 12 mesi».

Sgravi contributivi per il Sud e per le donne. Le misure sono allo studio del governo, ha annunciato il 20 gennaio la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo: l’esecutivo starebbe studiando un sistema di incentivi alle assunzioni dedicato alle aree più critiche del Paese, il Mezzogiorno, e alle fasce di popolazione a rischio emarginazione, le donne. Catalfo ci sta lavorando con il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Sconti che siano «un po’ più importanti, non solo di 12 mesi», è l’idea a cui sta ragionando. Sulla reintroduzione dell’articolo 18 prevale la cautela, ma comunque la titolare del Lavoro apre a un ritocco per dare «maggiori tutele» Sul fronte caldo della riforma pensionistica, si chiarisce come l’obiettivo dell’esecutivo sia rendere il sistema flessibile, con un impianto in grado di superare le sperimentazioni. Insomma, è il messaggio, è giunto il momento di varare interventi strutturali.

RIDURRE IL COSTO DEL LAVORO PER CHI ASSUME

In realtà è già da qualche tempo che si parla di aiutare l’occupazione femminile e di un piano per il Sud a 360 gradi. Ridurre il costo del lavoro per chi decide di assumere funzionerebbe, gli esoneri che hanno accompagnato il Jobs act «hanno consentito le trasformazioni dal rapporto a tempo determinato a tempo indeterminato di molti», riconosce la ministra pentastellata. Ma il problema è che si trattava di «una tantum», sottolinea. Quanto alle sanzioni in caso di licenziamento illegittimo, il suo invito è a depurare il dibattito dai connotati politici per rimettersi alla sentenza della Consulta, che ormai risale a quasi un anno e mezzo fa. Si tratterrebbe di dare al giudice la facoltà di graduare le penalità, mentre oggi gli indennizzi sono calcolati automaticamente in base all’anzianità. «Occorre capire che intervento si può fare per dare maggiori tutele al lavoratore», senza pensare a un ritorno al passato tout court ma recuperando il principio ispiratore dell’articolo 18, ossia la previsione di una punizione congrua e dissuasiva, chiarisce il ministero. Certo, una volta che si rimette mano alla questione le strade che si aprono sono molteplici. E in tutto ciò sul Jobs act ci sono in ballo anche i verdetti della Corte Ue, su azioni promosse dalla Cgil. A giorni invece dovrebbe arrivare il responso al reclamo promosso dal sindacato al Comitato europeo dei diritti sociali.

MA SUL TAVOLO C’È IL DOSSIER PREVIDENZA

Intanto si avvicina la data del 27 gennaio, quando le parti si incontreranno al ministero del Lavoro per discutere di previdenza. Catalfo non si sbilancia in merito all’ipotesi, rilanciata da Maurizio Landini, di un abbassamento dell’età di uscita a 62 anni, o alla possibilità di un ricalcolo con il contributivo per chi lascia prima, come prospettato dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. La cosa sicura è la volontà di dare più elasticità al sistema con una riforma “stabile”, utilizzando – è l’auspicio – i soldi risparmiati di Quota 100. Vede, poi, il traguardo l’operato del ministero per la digitalizzazione dei suoi servizi. Per metà marzo tutto sarà accessibili tramite Spid. E l’identità digitale sarà il punto di partenza per il lancio del ‘fascicolo elettronico del cittadino’, dove potranno confluire informazioni anagrafiche e dati sulla formazione e l’impiego.

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Il nostro mercato del lavoro non è per donne

Nel 2018 le donne attive nel mercato del lavoro (occupate e disoccupate) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% del totale a fronte del 68,3% medio nell'Unione.

Cresce la percentuale delle donne italiane al lavoro ma il gap con l’Europa è ancora amplissimo: nel 2018 – come risulta da Eurostat – le donne attive nel mercato del lavoro (occupate e disoccupate) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% del totale a fronte del 68,3% medio in Ue, il dato peggiore in assoluto. Il gap tra uomini e donne sull’attività in Italia è a 18,9 punti, il peggiore dopo Malta. Se si guarda invece alle donne occupate in Italia sono il 49,5% di quelle in età da lavoro, il peggiore dopo la Grecia e circa 13,9 punti inferiore alla media Ue.

LAVORA MENO DELLA METÀ DELLA POPOLAZIONE FEMMINILE

Tra il 2009 e il 2018 c’è stata una crescita consistente per l’attività delle donne sul mercato italiano passata, sempre nella fascia tra i 15 e i 64 anni dal 51,1% al 56,2% (da 64% al 68,3% nell’Unione europea) ma resta comunque inferiore al 50% la quota delle donne occupate. Lavora infatti solo il 49,5% delle donne dal 46,4% del 2009 con appena 3,1 punti di crescita a fronte degli oltre cinque della media Ue. Se poi si guarda alla fascia tra i 25 e i 54 anni, quella centrale per il mercato del lavoro, le donne occupate in Italia sono appena il 59,4%, il dato peggiore dopo la Grecia (74,7% la media Ue), con un avanzamento di appena tre decimi di punto sul 2009 (3,3 punti la media Ue). In Italia oltre una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (il 22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, quindi non è occupata e non cerca impiego, il dato più alto nell’Ue, ma la percentuale per le donne sale al 32,6%, al top in Europa.

UNA DONNA SU TRE A CASA SENZA CERCARE UN IMPIEGO

In pratica quasi una donna su tre è a casa e non interessata a entrare nel mercato mentre la media europea è inferiore al 20%. In Europa circa la metà delle donne che è fuori dal mercato del lavoro dichiara che è in questa situazione per le responsabilità familiari. È aumentato in modo consistente soprattutto il tasso di attività per la fascia più anziana, quella tra i 55 e i 64 anni: in Ue tra il 2002 e il 2018 ha guadagnato in media 21 punti, dal 41% al 62% mentre in Italia è avanzato di 22,5 punti (dal 34,5% al 57%), soprattutto grazie alla stretta sull’accesso al pensionamento. L’aumento dei requisiti per le donne ha portato ad un aumento del tasso di attività delle donne tra i 55 e i 64 anni dal 18,1% al 46,1% mentre per le donne occupate il passaggio è stato dal 17,3% del 2002 al 43,9% del 2008. Se si guarda ai dati del secondo trimestre del 2019 il tasso di attività delle donne italiane è aumentato ulteriormente raggiungendo il 56,8%, ma resta il più basso in Ue con oltre il 43% delle donne in età da lavoro fuori dal mercato. Tra i 25 e i 54 anni sono nel mercato il 68,3% delle donne italiane (l’80,5% è attiva in Ue) mentre quasi un terzo resta inattivo.

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Gli odiosi pregiudizi degli italiani sulla violenza sessuale contro le donne

Il 23,9% pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire. E il 10,3% ritiene che spesso le accuse siano false. Gli stereotipi da abbattere fotografati dall'Istat.

Pregiudizi odiosi e stereotipi pericolosi, da smontare pezzo dopo pezzo. Secondo l’Istat, per il 6,2% degli italiani le “donne serie” non vengono violentate.

Il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E il 23,9% – cioè quasi una persona su quattro – pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire, mentre il 15,1% è convinto che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

I dati – inquietanti – sono contenuti nel report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, diffuso dall’istituto di statistica in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

LEGGI ANCHE: Violenza sulle donne, quei segnali d’allarme tra gli adolescenti

Come se non bastasse, per il 10,3% della popolazione italiana spesso le accuse di violenza sessuale sono false, dato che sale al 12,7% tra gli uomini e scende al 7,9% tra le stesse donne. Il 7,2% è convinto che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono di no, ma in realtà intendono sì. Infine, l’1,9% ritiene che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Se poi si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo il 32% degli intervistati «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro»; per il 31,5% «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche»; per il 27,9% «è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia». Mentre per l’8,8% «spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia».

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Ipotesi sgravio fiscale per le imprese che mantengono le neo mamme al lavoro

L'idea annunciata dalla ministra Catalfo. Ma il Pd è critico: «Era una proposta della Lega. Perché premiare chi rispetta la legge?».

Uno sgravio fiscale per quelle imprese dove le donne restano al lavoro anche dopo la maternità. Sarebbe questa l’idea del governo per aumentare il tasso delle donne al lavoro in Italia, tra i più bassi d’Europa. «Stiamo studiando una norma da inserire in manovra che mantiene la donna dopo la maternità a lavoro dando un esonero contributivo al datore di lavoro», ha dichiarato la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, parlando all’anteprima del Festival organizzato dai consulenti del Lavoro.

IL PD: «PERCHÉ PREMIARE CHI RISPETTA LA LEGGE?»

La ministra quindi ha sottolineato la volontà di intervenire sul fenomeno che vede «le donne spesso lasciare il lavoro dopo il primo anno di maternità». La proposta, tuttavia, è controversa. Dal Partito democratico, Chiara Gribaudo ha commentato: «È una proposta già avanzata dalla Lega, che infatti criticammo», ha ricordato la vice capogruppo alla Camera. «Perché dovremmo premiare un’impresa che semplicemente rispetta le regole? Sarebbe una legittimazione per quelle che costringono alle dimissioni le madri lavoratrici o le licenziano appena la legge lo consente».

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Donne e lavoro, quanto sono penalizzate le madri in Italia

Il tasso di occupazione di quante si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è fermo al 57%. Mentre quello dei padri è molto più alto: 89,3%.

In Italia le donne sono pesantemente penalizzate riguardo alla possibilità di conciliazione dei tempi da dedicare al lavoro con quelli alla famiglia: il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’89,3% dei padri. Lo rileva l’Istat. Inoltre, le diverse dinamiche occupazionali tra madri e donne senza figli sono più evidenti nel Mezzogiorno (16% il divario) e più contenute a Centro e Nord (rispettivamente 11% e 10%).

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Giù l’Iva sugli assorbenti: nel dl Fisco il Pd rilancia la proposta

Nell'emendamento dem prevista un'aliquota del 10%. La misura era già stata bocciata dalla Camera dei deputati a maggio. Sarà questo il mese buono per le italiane?

Se questa volta la proposta fosse approvata, finalmente le donne non saranno più costrette a pagare a un’Iva al 22% sugli assorbenti. Con un emendamento al decreto legge sul fisco presentato in commissione Finanze alla Camera il Partito Democratico rilancia il taglio alla tassa sulle mestruazioni che la Camera dei deputati aveva già rigettato a maggio.

LA NUOVA VERSIONE PREVEDE L’IVA AL 10%

La nuova formulazione prevede che «ai prodotti sanitari e igienici femminili, quali tamponi interni, assorbenti igienici esterni, coppe e spugne mestruali, si applica l’aliquota del 10 per cento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva)» contro l’attuale 22.

LA BOCCIATURA DI MAGGIO PER UN COSTO DI 212 MILIONI

A maggio dello scorso anno la stessa misura era stata respinta con 253 deputati contrari e appena 189 voti favorevoli. All’epoca il costo del taglio era stato calcolato dalla Ragioneria dello Stato in 212 milioni di euro. La bocciatura della misura era stata contestata ampiamente e sul web era stata lanciata la petizione “il ciclo non è un lusso” per far riconoscere che il ciclo mestruale riguarda più di metà della popolazione, anche se quella con in mano le maggiori leve del potere, anche legislativo. Che questo sia il mese buono per cambiare le cose?

BOLDRINI: «PROPOSTA BIPARTISAN»

«Insieme ad altre 32 deputate di vari gruppi politici, sia di maggioranza che di opposizione, ho sottoscritto un emendamento al decreto fiscale che riduce dal 22 al 10% l’Iva sui prodotti sanitari e igienici femminili. Perché non sono beni di lusso ma una necessità!», ha scritto in una nota Laura Boldrini aggiungendo l’hashtag “#NoTamponTax“.

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