Pippa Bacca raccontata dal regista Simone Manetti

Il regista del documentario sull'artista milanese violentata e uccisa in Turchia nel 2008 ricorda questa donna «fuori dall'ordinario». E la potenza del suo ultimo progetto "Spose in viaggio". L'intervista.

È l’8 marzo del 2008 quando Pippa Bacca e Silvia Moro partono in autostop da Milano per Gerusalemme, con indosso un abito da sposa.

È l’inizio del progetto Spose in viaggio, che si sarebbe concluso drammaticamente il 31 marzo con la morte di Pippa Bacca, violentata e uccisa alle porte di Istanbul.

«Una donna fuori dall’ordinario», la definisce Simone Manetti, il regista di Sono innamorato di Pippa Bacca, documentario che ripercorre l’esperienza artistica di Giuseppina Pasqualino – 33enne nipote di Piero Manzoni – arrivato nelle sale il 5 marzo scorso, poco prima che lo tsunami del coronavirus si abbattesse sul Paese con la chiusura dei cinema e la sospensione di tutte le attività culturali.

DOMANDA. Perché il titolo Sono innamorato di Pippa Bacca?
RISPOSTA. Il titolo del documentario è molto stratificato, come l’arte di Pippa. In parte è una citazione-omaggio a una sua opera d’arte omonima. Aveva avuto una relazione con un avvocato milanese che a un certo punto le disse di non essere più innamorato di lei. Pippa allora reagì a questa delusione con l’arte.

Cioè?
Fece stampare 1.500 spille con la scritta «Sono innamorato di Pippa Bacca. Chiediti perché», e le distribuì alla loro cerchia di amici così ogni volta che il suo ex si sarebbe trovato di fronte a centinaia di persone che la indossavano, sarebbe stato costretto a chiedere loro il perché e magari a cambiare idea, cosa che poi non avvenne.

Cosa l’ha attratta di questa donna?
Mi sono innamorato di una figura di donna fuori dall’ordinario. Al di là dal raccontare una biografia e impedire alla memoria di dissolversi, l’auspicio è che il pubblico si innamori non tanto del film ma della persona e della sua storia che è di una potenza deflagrante: una donna vestita da sposa che attraversa diversi Paesi per portare un simbolo di pace. Mi sembrava un’immagine anche solo visivamente potentissima.

Anche al centro dei suoi lavori precedenti da A new family a Ciao Amore, vado a combattere, ci sono delle figure femminili.
Ho quasi sempre raccontato storie di donne, ma si tratta di un caso. Nel mio girovagare per trovare storie da raccontare, alla fine mi sono ritrovato davanti figure femminili. Non riesco a trovare un perché oggettivo e cosciente, ma mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea.

Mi affascina il modo delicato, struggente e potentissimo con cui le donne si rapportano al mondo e alla vita, che si tratti di affrontare un problema, di rinascere o di trovare una strada per portare avanti la propria idea

Che rapporto ha instaurato con le donne di questa storia?
Strada facendo mi sono reso conto che il racconto giusto doveva avere una voce femminile. Ci siamo avvicinati prima alla famiglia di Pippa, solo successivamente a Silvia Moro. Non è stato facile riuscire a entrare in questi due mondi, perché da parte di entrambi c’era una sorta di reticenza, dovuta soprattutto al fatto che questa storia era stata già raccontata tante volte e in maniera sbagliata. Poteva apparire come l’ennesimo tentativo di speculazione e spettacolarizzazione.

E invece…
E invece superate le difficoltà iniziali ci sono state un’apertura e una generosità enormi anche nel rivivere il dolore; quando chiedi a delle persone di rivivere momenti come quelli, stai richiedendo uno sforzo emotivo non indifferente.

Come è stato da uomo raccontare una storia simile?
È stato naturalissimo, ho cercato di essere il più sincero e chiaro possibile spiegando fin dall’inizio quale sarebbe stata la direzione che avrei voluto intraprendere. Mi sono affidato al loro racconto emotivo, più che alla ricostruzione dettagliata dei fatti. Per una decina di giorni ci siamo rifugiati nella casa di campagna della famiglia di Pippa: cenavamo insieme, facevamo colazione insieme e ogni giorno parlavamo con una delle sorelle o con la madre.

La locandina del documentario di Simone Manetti.

Oggi, al tempo della sospensione del tempo e della ritualità sociale, qual è il senso di una performance come quella di Pippa Bacca e Silvia Moro?
Va in direzione diametralmente opposta. Loro due avevano la necessità di incontrare lo sconosciuto, noi abbiamo quella di evitare di incontrare anche i nostri cari. Pippa e Silvia andavano alla ricerca dell’umanità. L’autostop scelto come mezzo principale per spostarsi è il modo che più di qualsiasi altro ti costringe ad affidarti al prossimo e a instaurare una relazione umana con l’altro.

In molti allora dissero «se la sono cercata». Un giudizio che purtroppo ricorre davanti a molti casi di violenza sulle donne.
Un tentativo del documentario è proprio fare in modo che questa risposta non venga più utilizzata. Pensare «se l’è cercata» è quasi un meccanismo di autodifesa. Come dire: «A me non potrà accadere perché non mi metterò in quella condizione». Ammettere e accettare che ci sia qualcosa di strutturalmente sbagliato nella società ti costringe a porti nella condizione di dover risolvere un problema. Aver impedito a due donne di portare un messaggio di pace è umanamente inaccettabile.

Tornando all’attualità, la quarantena imposta per arginare il contagio da coronavirus è una condanna per le donne vittime di violenze e abusi da parte del partner.
Nel mondo ci sono delle quarantene “privilegiate” e situazioni invece di emergenza sociale che in questo momento rischiano di diventare ancora più pericolose di quanto non lo siano già quotidianamente. Non dovrebbero esistere e andrebbero risolte prima dell’esasperazione del momento.

Lei ha una figlia. Ha paura come padre?
Non vivo difficoltà particolari, se non quelle dovute al momento attuale. Ho sempre sognato di avere una bambina, immagino e sogno per lei una vita bellissima e che possa fare quello che vuole.

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In un 8 marzo senza cortei consoliamoci con cinque vittorie femministe

Le misure anti coronavirus vietano manifestazioni. Ma ricordiamo i passi avanti fatti dall'ultima Giornata Internazionale della donna: la condanna di Weinstein a due anni dal #MeToo, il revenge porn diventato reato, gli assorbenti gratuiti in Scozia, i diritti riconosciuti alle calciatrici e l'aborto (presto) legale in Argentina.

Non è un 8 marzo come gli altri. La Giornata internazionale della donna è drasticamente ridimensionata in Italia per l’emergenza coronavirus e per rispettare le misure di contenimento varate il 4 marzo. Il Quirinale ha dovuto annullare la cerimonia prevista per domenica, ed è stato bloccato su indicazione della commissione di garanzia dei sindacati anche lo sciopero femminista del 9 marzo lanciato dal movimento Non Una di Meno al quale avevano anche aderito sigle sindacali come i Cobas, i Cub, l’Usb e alcune strutture regionali della Cgil.

NIENTE EVENTI, MA I TEMI RESTANO CALDI

Tanti altri eventi, da Nord a Sud, dalla fiera romana dell’editoria Feminism 3 a incontri e presentazioni di libri, sono stati annullati. Un 8 marzo diverso, composto, dove non si può scendere in piazza, stare insieme, agitare cartelli per le strade. Ma i temi che hanno portato le donne a manifestare in questi anni, sull’onda internazionale del #MeToo e non solo, restano al centro di questa giornata, più urgenti che mai.

ALLARME FEMMINICIDI E GENDER GAP

C’è la conta infinita dei femminicidi – 14 donne ammazzate dall’inizio del 2020, 75 nel 2019 (il report Istat riferito al 2018 sottolinea che otto su 10 conoscevano il proprio assassino), più centinaia di casi di violenza – e resiste ancora il gender gap economico, senza dimenticare gli attacchi alle conquiste delle donne a cominciare dalla legge per l’interruzione di gravidanza, dal Pillon di casa nostra fino ai Paesi Usa – pensiamo all’Alabama – che a maggio ha approvato un disegno di legge che vieta l’aborto in tutto lo Stato, anche nei casi di stupro e incesto, in qualsiasi fase della gravidanza.

PUBBLICITÀ SESSISTE E MOLESTIE SUL LAVORO

In un quadro critico dove bisogna ricordare anche le pubblicità sessiste che ancora oggi campeggiano troppo spesso nelle vie delle nostre città e la piaga delle molestie sul lavoro, vogliamo pensare a questo 8 marzo in positivo: ricordandoci di tutta la strada che ancora deve essere fatta, ma anche di qualche passettino in avanti che dall’8 marzo 2019 a oggi abbiamo fatto.

1. LA CONDANNA DI HARVEY WEINSTEIN

A due anni dall’esplosione del caso Weinstein, è arrivata la seconda condanna dell’era #MeToo (la prima è quella a Bill Cosby), quella decisiva. L’ex magnate di Hollywood, 67 anni, rischia da cinque a 25 anni di prigione e fino a quattro anni di libertà condizionata dopo esser stato riconosciuto colpevole a New York di due capi di imputazione: atto sessuale criminale di primo grado e stupro di terzo grado.

Harvey Weinstein arriva con il suo staff alla Suprema Corte di New York, il 24 febbraio. (Ansa)

Dopo quasi cinque giorni in Camera di consiglio, la giuria ha invece scagionato Weinstein di altre tre imputazioni, tra cui la più grave, atto sessuale criminale predatorio, che avrebbe comportato l’ergastolo, ma il «due volte colpevole» ha stabilito un precedente dando parziale soddisfazione al movimento #MeToo. Sei donne hanno testimoniato contro Weinstein al processo di New York, ma il caso della procura era costruito sulle accuse di soltanto due di loro, l’ex assistente Miriam Hailey e l’aspirante attrice Jessica Mann, mentre le altre dovevano servire di supporto. Una condanna non assoluta ma significativa, che dimostra che le testimonianze delle vittime sono necessarie.

2. LE AZZURRE AL MONDIALE E I PASSI VERSO IL PROFESSIONISMO

Il 2019 è stato l’anno delle Azzurre al Mondiale di calcio, che sono tornate a qualificarsi dopo 20 anni di assenza. La loro è stata una presenza importante: hanno dimostrato non solo che le donne possono giocare a calcio e farlo anche bene – nonostante siamo ancora indietro dal punto di vista dei diritti e il professionismo sia ancora un miraggio – ma hanno anche avuto il merito di avvicinare i tifosi italiani al calcio femminile scardinando almeno una parte ben radicata di pregiudizi e stereotipi.

L’azzurra Sara Gama durante il match del Mondiale femminile Italia-Cina a giugno 2019 (Ansa)

Il calcio è una roccaforte estremamente maschilista, durante il Mondiale non sono mancate battute sessiste e commenti svilenti, ma non si erano mai viste milioni di persone davanti alla tivù a tifare per 11 calciatrici. Resta forte il gap del professionismo e degli stipendi: le donne, indipendentemente dal livello in cui giocano, rimangono delle giocatrici dilettanti. I loro sponsor e i guadagni sono ridicoli in confronto a quelli dei colleghi maschi. Ma anche per la visibilità del Mondiale, a fine 2019 è stato approvato un emendamento alla manovra presentato dal senatore del Partito democratico Tommaso Nannicini che estende alle donne «le tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo».

Una recente notizia riguarda anche L’Arabia Saudita, che tenta di sbarazzarsi della sua immagine di regno ultraconservatore, lanciando il campionato di calcio femminile: un altro passo nelle riforme economiche e sociali volute dal principe Mohammed bin Salman che comportano, tra l’altro, un alleggerimento dei divieti imposti alle donne (fino a gennaio 2018 non potevano nemmeno entrare allo stadio).

3. IL CODICE ROSSO E IL REVENGE PORN DIVENTATO REATO

A luglio 2019 il nostro Paese ha assistito al libera definitivo del Senato al ddl sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto Codice rosso, che ha come compito primario quello di velocizzare la macchina della giustizia in seguito alle denunce: significa che la polizia giudiziaria deve comunicare al magistrato le notizie di reato di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate avvenute in famiglia o tra conviventi. E la vittima dovrà essere sentita dal pm entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. Le pene di violenza sessuale sono salite a 6-12 anni rispetto ai 5-10 precedenti, per quanto riguarda lo stalking la reclusione è passata dal minimo di sei mesi al minimo di un anno.

La mamma di Tiziana Cantone Maria Rosaria Giglio durante la presentazione del ddl ‘Revenge Porn’ a Roma, 28 marzo 2019. (ANSA)

E poi una conquista importante: il revenge porn è diventato reato. Chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda foto o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito di una persona senza il suo consenso, rischia da uno a sei anni di carcere e una multa da 5 mila a 15 mila euro. «Mi piace pensare che Tiziana in questo momento ovunque si trovi stia sorridendo», fu il commento di Maria Teresa Giglio, in prima linea in questa battaglia, madre di Tiziana Cantone, suicida nel 2016 per un video con contenuti sessuali diffuso dall’ex ragazzo.

4. ASSORBENTI GRATIS: PER LA PRIMA VOLTA NEL MONDO IN SCOZIA

Mentre in Italia la Tampon Tax per il momento ce la teniamo (gli assorbenti hanno l’Iva al 22% come i diamanti e a novembre l’emendamento firmato da Laura Boldrini che voleva detassarli è stato bocciato), un’ottima notizia in tema di salute delle donne è arrivata a fine febbraio dalla Scozia, dove il parlamento ha approvato in prima lettura una legge che, se definitivamente approvata, renderà gli assorbenti gratuiti per tutte le donne.

Una manifestazione contro la Tampon Tax a Parigi nel novembre 2015. (Getty Images)

La legge è stata votata da tutti i partiti – con tutti i 112 parlamentari favorevoli. La Scozia si prepara così a diventare il primo Paese al mondo a rendere gli assorbenti gratuiti per tutte le donne. Noi italiani invece restiamo tra gli ultimi sei con l’Iva ancora sopra al 21% sui prodotti di igiene femminile.

5. VERSO L’ABORTO LEGALE IN ARGENTINA

Dopo anni di battaglie del movimento femminista, l’Argentina avrà presto una legge di depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto. L’annuncio è stato fatto il primo marzo in parlamento dal presidente Alberto Fernández che ha affermato che «nel XXI secolo ogni società deve rispettare la decisione dei suoi membri di disporre liberamente del loro corpo». Il capo dello Stato, che passerà alla storia argentina come il primo a presentare un progetto di legge sull’aborto, ha ricordato che «dal 1921 in Argentina si penalizza l’interruzione volontaria della gravidanza nella maggioranza dei casi».

Attiviste argentine con il pañuelos verdes manifestano a Buenos Aires per chiedere la legalizzazione dell’aborto, il 28 marzo 2019. (Getty Images)

Fernández ha anche reso noto che insieme alla legge sull’interruzione della gravidanza ne sarà inviata una seconda per garantire l’assistenza e la cura di una madre incinta e il diritto suo e dei figli nei primi mille giorni di vita. Una vittoria per il movimento femminista, i cosiddetti pañuelos verdes (fazzoletti verdi) che da anni scendono in piazza a chiedere l’Aborto Legal, Seguro y Gratuito. L’Argentina si prepara a diventare il primo grande Paese dell’America Latina in cui questo diritto verrebbe riconosciuto. In un continente di 21 nazioni, l’aborto è legale solo a Cuba, Uruguay e nella minuscola Guyana ex colonia inglese.

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McGowan contro Portman tradisce ancora il senso del #MeToo

Una delle prime accusatrici di Weinstein ha attaccato la collega definendola ipocrita. Perché agli Oscar aveva indossato un mantello con i nomi delle registe escluse dalle candidature. Non basta un abito per essere femministe, ok. Ma anche i simboli contano. E la guerra tra donne non serve alla causa.

A tre anni dalla sua esplosione, il #MeToo, movimento che avrebbe voluto unire le donne di tutto il mondo in nome della sorellanza, si porta ancora dietro strascischi velenosi. Lo dimostrano gli attacchi nei confronti di Natalie Portman che alla cerimonia degli Oscar si è presentata con i nomi delle registe escluse (nessuna donna candidata) ricamati sul soprabito.

ROSE, UNA DELLE PRIME A PARLARE

Lo avevamo visto tante volte con il caso Weinstein: attrici che dopo aver ascoltato le testimonianze delle colleghe le incolpavano di non aver parlato prima. Tra quelle che al #MeToo hanno dato quasi i natali c’è l’americana Rose McGowan, una delle prime ad aver raccontato di aver subìto uno stupro dal magnate di Hollywood, una donna che ha sempre alzato la voce con coraggio, ma che sembra non aver mai afferrato del tutto il senso del movimento: unite in nome della stessa causa, non una contro l’altra.

QUANDO SPARÒ A ZERO SU MERYL STREEP

Invece a McGowan, personaggio piuttosto tormentato ed ex amica di Asia Argento, la guerra tra donne piace eccome. Una delle sue nemiche fu Meryl Streep, accusata nel 2018 per aver preso parte alla protesta in nero delle donne dei Golden Globes. «Attrici come Meryl Streep», scrisse in un tweet poi rimosso, «che hanno felicemente lavorato per il Pig Monster (così veniva apostrofato Harvey Weinstein, “il mostro porco” ndr) vestiranno di nero in una protesta silenziosa. Il vostro silenzio è il problema. […] Disprezzo la vostra ipocrisia». Streep rispose tramite una lettera in cui assicurava di non essere mai stata a conoscenza, prima dello scandalo, degli abusi di Weinstein.

LE ACCUSE DI IPOCRISIA AL MANTELLO DI PORTMAN

Nel 2020 agli Oscar i candidati alla miglior regia erano tutti uomini, esattamente come nel 2019. Così domenica 9 febbraio, sul red carpet, Natalie Portman ha reso omaggio alle donne registe snobbate, indossando sopra l’abito da sera un mantello con i loro nomi ricamati, tra cui Greta Gerwig (Little Women), Lorene Scafaria (Hustlers) e Lulu Wang (The Farewell). «Volevo dare un riconoscimento, per quanto sottile, a queste donne il cui lavoro incredibile non è stato preso in considerazione». Un gesto che non è andato giù a Rose McGowan: l’attrice americana ha accusato la collega di essere «un’ipocrita» che non traduce con i fatti quel che predica sul tappeto rosso.

Il soprabito di Natalie Portman alla cerimonia degli Oscar il 9 febbraio 2020. Sulla destra si vedono i nomi delle registe.

«È proprio il tipo di protesta che attira recensioni estasiate sui media, mentre era solo un’attrice che recitava la parte di quella a cui queste cose importano», ha tuonato su Facebook: «Trovo questo tipo di attivismo profondamente offensivo per quante tra noi fanno il vero lavoro». Per poi sparare ancora più alto: «Smetti di fingere di essere una campionessa di altro che non è te stessa. Hai lavorato con due registe donne nella tua lunga carriera, e una eri tu».

LA DISPUTA SUL CONCETTO DI “CORAGGIO”

All’ira della McGowan, la Portman ha replicato in una intervista al Los Angeles Times, invitando il pubblico a non considerarla coraggiosa per i nomi ricamati sulla cappa: «Coraggio è un nome che associo alle donne che nelle ultime settimane hanno testimoniato contro Weinstein nonostante incredibili pressioni». E a Rose che l’ha accusata di aver fatto pochi film diretti da donne ha risposto osservando che «purtroppo i film non fatti che ho cercato di fare sono una storia di fantasmi. Ho cercato in passato di aiutare registe donne a entrare in progetti da cui poi sono state escluse. E anche quando riescono a essere realizzati, i film di registe donne hanno difficoltà a arrivare ai festival e ad essere distribuiti a causa di ostacoli che si frappongono in ogni momento. Voglio dire che ho provato e continuerò a provarci, sperando che stiamo entrando in una nuova era», ha spiegato l’attrice che anche nel 2018 aveva protestato pubblicamente per la quasi inesistente partecipazione delle registe donne agli Oscar.

Natalie Portman con il marito Benjamin Millepied sul red carpet degli Oscar 2020.

Il soprabito di Portman, Mc Gowan a parte, non è piaciuto a molti: l’editorialista australiana Rita Panahi ha scritto che «sia come attrice sia come produttrice, Natalie Portman ha sempre preferito lavorare con uomini» e parlato di «sfoggio di inutile virtuosismo da celebrity». Non ci sono dubbi sul fatto che non basti un abito per dirsi femministe, che contino più le azioni dei simboli, ma va detto che Portman è stata l’unica a portare, in un modo seppur discutibile, i riflettori sul gender gap agli Oscar 2020. E se le donne anziché spalleggiarsi in nome della stessa battaglia, ognuna con i propri tempi e le proprie modalità, continueranno a sputare veleno una sull’altra in stile McGowan, il rischio è che del #MeToo resterà ben poco.

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I fondi per la Casa delle Donne di Roma bloccati per la seconda volta

Dichiarato inammissibile l'emendamento al Milleproroghe presentato da Pd e Iv e già respinto in precedenza in commissione. Prevedeva un finanziamento da 900 mila euro.

È stata dichiarata inammissibile la proposta di Pd e Italia Viva per assegnare un finanziamento da 900 mila euro nel 2020 per la Casa internazionale delle donne di Roma. La proposta, già dichiarata inammissibile dopo essere stata presentata con un emendamento dei relatori al Milleproroghe, è stata dichiarata inammissibile una seconda volta, dopo essere stata presentata di nuovo come subemendamento. L’esito del giudizio di ammissibilità è stato comunicato in apertura di seduta delle commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio.

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Pd e Italia viva riprovano a salvare la Casa delle Donne di Roma

Presentato un subemendamento al Milleproroghe dopo un precedente tentativo giudicato inammissibile. Protesta Fdi: «Vogliono favorire la candidatura del ministro Gualtieri».

Pd e Italia Viva tentano di nuovo di assegnare un finanziamento da 900 mila euro nel 2020 per la Casa internazionale delle donne di Roma. La proposta compare tra i subemendamenti presentati dai deputati al pacchetto di modifiche dei relatori al decreto Milleproroghe, che saranno esaminati da lunedì, quando torneranno a riunirsi le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera. Una proposta analoga dei relatori, nei giorni scorsi, era stata cassata per inammissibilità.

«Pd e Iv ci riprovano e depositano un subemendamento per destinare un finanziamento alla Casa delle Donne, la cui sede si trova nel collegio dove risulta candidato il ministro Gualtieri», hanno affermato in una nota congiunta Emanuele Prisco, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali e Ylenja Lucaselli, componente di Fdi in commissione Bilancio, «se vogliono dare soldi pubblici ad associazioni, lo facciano seguendo le regole. Se proveranno a superarle per interessi di bottega renderanno ingestibile la situazione».

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Che conseguenze avrà la Brexit sulle donne

L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue è ormai compiuta. Ma restano anche da definire gli accordi commerciali. E chi corre maggior rischio in caso di "no deal" sono le lavoratrici.

Con l’ultimo passo compiuto venerdì 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato definitivamente l’Unione europea. Dopo quattro anni di trattative, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, è davvero questo il momento storico in cui la Brexit diventerà veramente realtà?

Il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha insistito sul fatto che il periodo di tempo non è realistico. Inoltre, gli esperti sono preoccupati che negoziazioni frenetiche creeranno uno scenario in cui la Gran Bretagna se ne andrà bruscamente senza alcun accordo – o con un accordo ridicolo – sulle relazioni future e i commerci.

In entrambi i casi, molti analisti incano come il rischio di una crisi senza precedenti e dalle innumerevoli sfaccettature per il Paese di Sua maestà sia più di un rischio. Crisi che potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne.

IN CASO DI CRISI ECONOMICA LE DONNE SONO LE PRIMA A ESSERE SACRIFICATE

L’incertezza di cosa succederà davvero rende difficile valutare nel dettaglio quale impatto la Brexit avrà sulla popolazione femminile. Tuttavia, è fuori discussione che i nuovi accordi commerciali avranno sicuramente delle ripercussioni significative: deal o no deal – l’economia dell’Inghilterra è proiettata in una spirale negativa. Ed è in queste situazioni di crisi che le donne, in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, soffrono di più. Perché sono sovrarappresentate in settori specifici e ad alto rischio in caso di recessione economica. Secondo la ricerca Women, Employment and Earnings, pubblicata sul Women’s Budget Group nel 2018, la maggior parte delle impiegate inglesi, oltre ad avere una retribuzione inferiore rispetto agli uomini, ha lavori part-time e un contratto a tempo determinato. E quando la situazione finanziaria vacilla, questi sono i primi posti che vengono tagliati.

Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali

Mary-Ann Stephenson, direttrice del Women’s Budget Group, e coautrice della ricerca Exploring the Economic Impact of Brexit on Women (marzo 2018), ha spiegato: «Le donne e gli uomini occupano una posizione diversa nell’economia. Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali, sia che si tratti di una maggiore liberalizzazione o di restrizioni. È più difficile per le donne trarre vantaggio da nuove situazioni perché sono più soggette un impatto negativo».

SENZA L’UE GRAN BRETAGNA PIÙ DEBOLE SULLA PARITÀ DI GENERE

Non solo i lavori, a rischio ci sono anche alcuni diritti fondamentali. L’Ue, nel corso degli anni, ha creato una serie di atti legislativi a favore delle donne che il Regno Unito è stato costretto a rispettare. Infatti, le leggi sulle pari opportunità, il congedo di maternità e le molestie sul lavoro arrivano proprio da Bruxelles. Alcune regolamentazioni a riguardo erano già presenti nello Stato ancora prima che il parlamento europeo le dichiarasse obbligatorie, tuttavia quest’ultimo fornisce un ulteriore livello di protezione laddove l’interpretazione nazionale dei diritti femminili è messo in questione.

In aggiunta, l’Unione è in trattativa per migliorare le condizioni di congedo parentale retribuito, il che dovrebbe riequilibrare la quantità di ore spese in lavori domestici di mamme e papà. Dulcis in fundo, c’è pressione sui governi affinché vengano approvate legislazione più complete per condannare la violenza maschile. Ma la domanda adesso è: cosa succederà a questo insieme di normative una volta che la Gran Bretagna ha lasciato l’Ue? In precedenza, Theresa May aveva incluso nella sua proposta la volontà di mantenere tali protezioni anche dopo la Brexit. Ma Boris Johnson non ha ancora espresso in maniera netta la sua opinione a riguardo. Sembra molto improbabile che il Regno Unito volti le spalle all’uguaglianza di genere ma, ancora una volta, il futuro è incerto.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA SANITARIO DEL REGNO UNITO

L’uscita del Paese dall’Unione avrà forti conseguenze anche sui servizi pubblici. Ad esempio, la maggior parte del personale del sistema sanitario (77%) è costituito da donne, in maggioranza straniere. Stando alle ultime statistiche (condotte dal governo su 88 ospedali inglesi), sono più di 22 mila coloro che hanno lasciato la propria occupazione in questo ambito, tra cui 8.800 infermiere. Migliaia di posti di lavoro sono ora vuoti, e la situazione potrebbe ancora peggiorare quando la Brexit avrà effettivamente inizio. Il sistema andrà in crisi. E chi si prenderà cura di bambini e parenti? In poco tempo il Regno Unito si ritroverà con un alto numero di mamme, figlie e sorelle che saranno costrette ad abbandonare il lavoro e stare a casa per provvedere all’assistenza della famiglia.

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Il governo pensa a sgravi contributivi per Sud e donne

Incentivi fiscali per chi assume nel Mezzogiorno e per l'occupazione femminile. Il ministro Catalfo annuncia nuove misure «un po' più importanti, non solo di 12 mesi».

Sgravi contributivi per il Sud e per le donne. Le misure sono allo studio del governo, ha annunciato il 20 gennaio la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo: l’esecutivo starebbe studiando un sistema di incentivi alle assunzioni dedicato alle aree più critiche del Paese, il Mezzogiorno, e alle fasce di popolazione a rischio emarginazione, le donne. Catalfo ci sta lavorando con il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Sconti che siano «un po’ più importanti, non solo di 12 mesi», è l’idea a cui sta ragionando. Sulla reintroduzione dell’articolo 18 prevale la cautela, ma comunque la titolare del Lavoro apre a un ritocco per dare «maggiori tutele» Sul fronte caldo della riforma pensionistica, si chiarisce come l’obiettivo dell’esecutivo sia rendere il sistema flessibile, con un impianto in grado di superare le sperimentazioni. Insomma, è il messaggio, è giunto il momento di varare interventi strutturali.

RIDURRE IL COSTO DEL LAVORO PER CHI ASSUME

In realtà è già da qualche tempo che si parla di aiutare l’occupazione femminile e di un piano per il Sud a 360 gradi. Ridurre il costo del lavoro per chi decide di assumere funzionerebbe, gli esoneri che hanno accompagnato il Jobs act «hanno consentito le trasformazioni dal rapporto a tempo determinato a tempo indeterminato di molti», riconosce la ministra pentastellata. Ma il problema è che si trattava di «una tantum», sottolinea. Quanto alle sanzioni in caso di licenziamento illegittimo, il suo invito è a depurare il dibattito dai connotati politici per rimettersi alla sentenza della Consulta, che ormai risale a quasi un anno e mezzo fa. Si tratterrebbe di dare al giudice la facoltà di graduare le penalità, mentre oggi gli indennizzi sono calcolati automaticamente in base all’anzianità. «Occorre capire che intervento si può fare per dare maggiori tutele al lavoratore», senza pensare a un ritorno al passato tout court ma recuperando il principio ispiratore dell’articolo 18, ossia la previsione di una punizione congrua e dissuasiva, chiarisce il ministero. Certo, una volta che si rimette mano alla questione le strade che si aprono sono molteplici. E in tutto ciò sul Jobs act ci sono in ballo anche i verdetti della Corte Ue, su azioni promosse dalla Cgil. A giorni invece dovrebbe arrivare il responso al reclamo promosso dal sindacato al Comitato europeo dei diritti sociali.

MA SUL TAVOLO C’È IL DOSSIER PREVIDENZA

Intanto si avvicina la data del 27 gennaio, quando le parti si incontreranno al ministero del Lavoro per discutere di previdenza. Catalfo non si sbilancia in merito all’ipotesi, rilanciata da Maurizio Landini, di un abbassamento dell’età di uscita a 62 anni, o alla possibilità di un ricalcolo con il contributivo per chi lascia prima, come prospettato dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. La cosa sicura è la volontà di dare più elasticità al sistema con una riforma “stabile”, utilizzando – è l’auspicio – i soldi risparmiati di Quota 100. Vede, poi, il traguardo l’operato del ministero per la digitalizzazione dei suoi servizi. Per metà marzo tutto sarà accessibili tramite Spid. E l’identità digitale sarà il punto di partenza per il lancio del ‘fascicolo elettronico del cittadino’, dove potranno confluire informazioni anagrafiche e dati sulla formazione e l’impiego.

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Il nostro mercato del lavoro non è per donne

Nel 2018 le donne attive nel mercato del lavoro (occupate e disoccupate) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% del totale a fronte del 68,3% medio nell'Unione.

Cresce la percentuale delle donne italiane al lavoro ma il gap con l’Europa è ancora amplissimo: nel 2018 – come risulta da Eurostat – le donne attive nel mercato del lavoro (occupate e disoccupate) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% del totale a fronte del 68,3% medio in Ue, il dato peggiore in assoluto. Il gap tra uomini e donne sull’attività in Italia è a 18,9 punti, il peggiore dopo Malta. Se si guarda invece alle donne occupate in Italia sono il 49,5% di quelle in età da lavoro, il peggiore dopo la Grecia e circa 13,9 punti inferiore alla media Ue.

LAVORA MENO DELLA METÀ DELLA POPOLAZIONE FEMMINILE

Tra il 2009 e il 2018 c’è stata una crescita consistente per l’attività delle donne sul mercato italiano passata, sempre nella fascia tra i 15 e i 64 anni dal 51,1% al 56,2% (da 64% al 68,3% nell’Unione europea) ma resta comunque inferiore al 50% la quota delle donne occupate. Lavora infatti solo il 49,5% delle donne dal 46,4% del 2009 con appena 3,1 punti di crescita a fronte degli oltre cinque della media Ue. Se poi si guarda alla fascia tra i 25 e i 54 anni, quella centrale per il mercato del lavoro, le donne occupate in Italia sono appena il 59,4%, il dato peggiore dopo la Grecia (74,7% la media Ue), con un avanzamento di appena tre decimi di punto sul 2009 (3,3 punti la media Ue). In Italia oltre una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (il 22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, quindi non è occupata e non cerca impiego, il dato più alto nell’Ue, ma la percentuale per le donne sale al 32,6%, al top in Europa.

UNA DONNA SU TRE A CASA SENZA CERCARE UN IMPIEGO

In pratica quasi una donna su tre è a casa e non interessata a entrare nel mercato mentre la media europea è inferiore al 20%. In Europa circa la metà delle donne che è fuori dal mercato del lavoro dichiara che è in questa situazione per le responsabilità familiari. È aumentato in modo consistente soprattutto il tasso di attività per la fascia più anziana, quella tra i 55 e i 64 anni: in Ue tra il 2002 e il 2018 ha guadagnato in media 21 punti, dal 41% al 62% mentre in Italia è avanzato di 22,5 punti (dal 34,5% al 57%), soprattutto grazie alla stretta sull’accesso al pensionamento. L’aumento dei requisiti per le donne ha portato ad un aumento del tasso di attività delle donne tra i 55 e i 64 anni dal 18,1% al 46,1% mentre per le donne occupate il passaggio è stato dal 17,3% del 2002 al 43,9% del 2008. Se si guarda ai dati del secondo trimestre del 2019 il tasso di attività delle donne italiane è aumentato ulteriormente raggiungendo il 56,8%, ma resta il più basso in Ue con oltre il 43% delle donne in età da lavoro fuori dal mercato. Tra i 25 e i 54 anni sono nel mercato il 68,3% delle donne italiane (l’80,5% è attiva in Ue) mentre quasi un terzo resta inattivo.

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Gli odiosi pregiudizi degli italiani sulla violenza sessuale contro le donne

Il 23,9% pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire. E il 10,3% ritiene che spesso le accuse siano false. Gli stereotipi da abbattere fotografati dall'Istat.

Pregiudizi odiosi e stereotipi pericolosi, da smontare pezzo dopo pezzo. Secondo l’Istat, per il 6,2% degli italiani le “donne serie” non vengono violentate.

Il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E il 23,9% – cioè quasi una persona su quattro – pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire, mentre il 15,1% è convinto che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

I dati – inquietanti – sono contenuti nel report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, diffuso dall’istituto di statistica in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

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Come se non bastasse, per il 10,3% della popolazione italiana spesso le accuse di violenza sessuale sono false, dato che sale al 12,7% tra gli uomini e scende al 7,9% tra le stesse donne. Il 7,2% è convinto che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono di no, ma in realtà intendono sì. Infine, l’1,9% ritiene che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Se poi si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo il 32% degli intervistati «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro»; per il 31,5% «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche»; per il 27,9% «è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia». Mentre per l’8,8% «spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia».

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Ipotesi sgravio fiscale per le imprese che mantengono le neo mamme al lavoro

L'idea annunciata dalla ministra Catalfo. Ma il Pd è critico: «Era una proposta della Lega. Perché premiare chi rispetta la legge?».

Uno sgravio fiscale per quelle imprese dove le donne restano al lavoro anche dopo la maternità. Sarebbe questa l’idea del governo per aumentare il tasso delle donne al lavoro in Italia, tra i più bassi d’Europa. «Stiamo studiando una norma da inserire in manovra che mantiene la donna dopo la maternità a lavoro dando un esonero contributivo al datore di lavoro», ha dichiarato la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, parlando all’anteprima del Festival organizzato dai consulenti del Lavoro.

IL PD: «PERCHÉ PREMIARE CHI RISPETTA LA LEGGE?»

La ministra quindi ha sottolineato la volontà di intervenire sul fenomeno che vede «le donne spesso lasciare il lavoro dopo il primo anno di maternità». La proposta, tuttavia, è controversa. Dal Partito democratico, Chiara Gribaudo ha commentato: «È una proposta già avanzata dalla Lega, che infatti criticammo», ha ricordato la vice capogruppo alla Camera. «Perché dovremmo premiare un’impresa che semplicemente rispetta le regole? Sarebbe una legittimazione per quelle che costringono alle dimissioni le madri lavoratrici o le licenziano appena la legge lo consente».

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Donne e lavoro, quanto sono penalizzate le madri in Italia

Il tasso di occupazione di quante si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è fermo al 57%. Mentre quello dei padri è molto più alto: 89,3%.

In Italia le donne sono pesantemente penalizzate riguardo alla possibilità di conciliazione dei tempi da dedicare al lavoro con quelli alla famiglia: il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni che si occupano di figli piccoli o parenti non autosufficienti è del 57% a fronte dell’89,3% dei padri. Lo rileva l’Istat. Inoltre, le diverse dinamiche occupazionali tra madri e donne senza figli sono più evidenti nel Mezzogiorno (16% il divario) e più contenute a Centro e Nord (rispettivamente 11% e 10%).

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Giù l’Iva sugli assorbenti: nel dl Fisco il Pd rilancia la proposta

Nell'emendamento dem prevista un'aliquota del 10%. La misura era già stata bocciata dalla Camera dei deputati a maggio. Sarà questo il mese buono per le italiane?

Se questa volta la proposta fosse approvata, finalmente le donne non saranno più costrette a pagare a un’Iva al 22% sugli assorbenti. Con un emendamento al decreto legge sul fisco presentato in commissione Finanze alla Camera il Partito Democratico rilancia il taglio alla tassa sulle mestruazioni che la Camera dei deputati aveva già rigettato a maggio.

LA NUOVA VERSIONE PREVEDE L’IVA AL 10%

La nuova formulazione prevede che «ai prodotti sanitari e igienici femminili, quali tamponi interni, assorbenti igienici esterni, coppe e spugne mestruali, si applica l’aliquota del 10 per cento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva)» contro l’attuale 22.

LA BOCCIATURA DI MAGGIO PER UN COSTO DI 212 MILIONI

A maggio dello scorso anno la stessa misura era stata respinta con 253 deputati contrari e appena 189 voti favorevoli. All’epoca il costo del taglio era stato calcolato dalla Ragioneria dello Stato in 212 milioni di euro. La bocciatura della misura era stata contestata ampiamente e sul web era stata lanciata la petizione “il ciclo non è un lusso” per far riconoscere che il ciclo mestruale riguarda più di metà della popolazione, anche se quella con in mano le maggiori leve del potere, anche legislativo. Che questo sia il mese buono per cambiare le cose?

BOLDRINI: «PROPOSTA BIPARTISAN»

«Insieme ad altre 32 deputate di vari gruppi politici, sia di maggioranza che di opposizione, ho sottoscritto un emendamento al decreto fiscale che riduce dal 22 al 10% l’Iva sui prodotti sanitari e igienici femminili. Perché non sono beni di lusso ma una necessità!», ha scritto in una nota Laura Boldrini aggiungendo l’hashtag “#NoTamponTax“.

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