Dopo il virus l’Ue rischia di essere demolita dalla rielezione di Trump

L'uomo che l'ex segretario di Stato Tillerson definì «un maledetto imbecille» può restare alla Casa Bianca fino al 2024. Mai da oltre 80 anni la posta in gioco per l'Europa era così alta: interscambio commerciale da record e credibilità difensiva sono in pericolo. L'unica speranza: che la pandemia distrugga a Donald l'arma elettorale dell'economia florida.

Non risulta che un altro segretario di Stato americano abbia mai definito il proprio presidente «un maledetto imbecille», ma lo faceva nel luglio del 2017 Rex Tillerson, l’amministratore delegato di ExxonMobil chiamato da Donald Trump sei mesi prima a dirigere la diplomazia americana.

COLUI CHE SI RITIENE A VERY STABLE GENIUS

Varie testimonianze, raccolte in un libro-ritratto su Trump intitolato A Very Stable Genius, autodefinizione coniata da Trump medesimo, e uscito nel gennaio 2020, confermano che Tillerson emise il suo verdetto subito dopo una lunga riunione al Pentagono, organizzata per dare al capo della Casa Bianca un quadro completo di che cos’era il sistema militare, di intelligence e diplomatico americano. A spiegarlo al presidente erano convenuti i massimi esponenti di quella che Ben Rhodes aveva definito con ironia the blob, la bolla, gente pensosa racchiusa in un mondo autoreferenziale e fasullo.

FORTE SPIRITO ANTI-EUROPEO

Rhodes, il principale consigliere diplomatico di Barack Obama assurto molto in fretta dal ruolo di speechwriter a quello di stratega, fu tra l’altro autore dell’illuso e illusorio discorso del Cairo sulle “Primavere arabe” (giugno 2009). E fu l’anima degli ondeggiamenti obamiani in politica estera, alla ricerca del nuovo che avanza, con scarso interesse per l’Europa ma neppure, va detto, lo spirito anti-europeo che anima Trump e i suoi più potenti e munifici sostenitori.

QUEL GIUDIZIO NETTO: «HE’S A FUCKING MORON»

«Io voglio vincere, e con gente come voi non andrò mai in guerra», diceva quel giorno del 2017 Trump a generali ammiragli diplomatici e grandi spioni, parole grosse per un renitente alla leva del Vietnam dette a una platea dove molti avevano combattuto davvero. «Siete degli ingenui e dei pupi». Gelo in sala. Tillerson fu l’unico a parlare. Da sempre fiero di avere un padre veterano del Pacifico e uno zio con tre turni in Vietnam, disse: «Non è vero. Signor presidente, lei sbaglia completamente». E alla fine, appena uscito Trump, il giudizio: «He’s a fucking moron», è un maledetto imbecille.

L’EUROPA SI GIOCA MOLTO, COME NEL 1952

Ma occorre essere realisti: a oggi, nonostante vari sondaggi, è possibile che sia lui ancora fino a tutto il 2024 il presidente degli Stati Uniti. Questo fucking moron si ripresenta fra 6 mesi per un rinnovo del mandato presidenziale e mai da oltre 80 anni l’Europa ha avuto una posta in gioco così alta in una elezione presidenziale americana. Ci fu qualcosa di simile nel 1952, non nel voto che oppose Dwight Eisenhower ad Adlai Stevenson per la successione ad Harry Truman, ma nella precedente scelta del candidato repubblicano, a lungo contesa a Eisenhower dall’isolazionista Robert A. Taft, contrario a suo tempo alla partecipazione americana nella Seconda guerra mondiale e – su questo la Storia lo ha in parte riabilitato – contrario a impegni americani in Vietnam. Aveva molti dubbi anche sulla Nato. Ed era, ma solo per questi aspetti e in un contesto e con motivazioni assai diverse, un precursore di Trump, al quale però non rassomigliava affatto quanto a stile e correttezza.

SISTEMA DI LEGAMI ECONOMICI SENZA PARI AL MONDO

L’Europa, tutta l’Europa compresi anche Svizzera e Norvegia che non fanno parte dell’Ue (i norvegesi sono però nella Nato) crea con gli Stati Uniti, e senza che il trumpismo sia riuscito a cambiarlo, un sistema di legami economici, interscambio di beni e servizi e investimenti incrociati assolutamente senza pari al mondo. L’interscambio dell’Ue con la Cina è nettamente inferiore a quello Ue-Usa e anche per gli Stati Uniti il primo mercato mondiale è in Europa, confermando così sul piano commerciale una realtà che dura da oltre un secolo. In più, è dal 1949 che la credibilità difensiva, in termini strategici, dei Paesi europei è affidata in toto o in parte all’ombrello Nato, cioè in modo rilevante agli Stati Uniti.

LA STRATEGIA DI DONALD: DEMOLIRE L’UE

L’importanza del voto presidenziale del 3 novembre 2020 sta nel fatto che Trump si muove come se questa realtà fosse solo un fastidio e andasse cancellata. Parte essenziale della sua strategia, se esiste oltre alle sue idiosincrasie e ai suoi istinti, è demolire l’Unione europea e questo fa parte di un disegno più ampio di demolire tutto quanto costruito dagli anni di Truman, e di Roosevelt se si fanno bene i conti, in poi. Ora, il mondo non resta fermo, gli Stati Uniti non sono più gli stessi, Mosca non ha più uno strumento ideologico come il comunismo per far avanzare la sua politica estera espansionistica, c’è la Cina di Pechino con le sue ambizioni e il suo potere. E soprattutto non c’è più da tempo negli Stati Uniti in politica estera quel consenso cosiddetto liberal che ha consentito a partire da Truman a 11 presidenti e mezzo (il mezzo è Obama che, pur essendo altra cosa da Trump, ne ha anticipato in politica estera alcune caratteristiche), di mantenere la “grande strategia” postbellica.

AZIONI ISPIRATE SOLO DALL’INTERESSE NAZIONALE

Molto è cambiato, ma non tutto. Il dibattito americano, vivacissimo anche in questi giorni, è fra chi dice che alcuni tratti vanno salvati a partire dal rapporto speciale con l’Europa e chi dice che il tutto va profondamente rivisto, senza più una “grande strategia” completa, solo azioni ad hoc ispirate dall’interesse nazionale, ma intese in senso lungimirante. Trump va ben oltre, e dice che sono tutte storie per “sciocchi e pupi”. Ancora il 22 aprile accusava gli europei, senza nominarli direttamente, di stare «a prendere in giro» gli Stati Uniti. Quanti americani sono con lui?

PENSIERO CHE DISCENDE DAL NAZIONALISMO PURO

Non si può certo liquidare l’uomo dicendo solo che è un imbecille e occorre ammettere che non viene dal nulla e rappresenta un filone di pensiero, o di istinto, ben presente da fine Ottocento, nazionalismo puro, e che si cristallizzò una prima volta subito dopo la guerra ’14-18. Allora i nazionalisti isolazionisti, che avevano combattuto contro l’ingresso in guerra del Paese nel 1917, riuscirono a far saltare per aria la diplomazia postbellica avviata da Woodrow Wilson e la sua Società delle Nazioni. Lo stesso filone isolazionista si arrese solo 20 anni dopo di fronte all’attacco giapponese di Pearl Harbour. E ha sempre contestato tutto o in parte l’edificio della politica estera bipartisan creato a partire dal 1947 sul piano strategico-diplomatico, e dal 1944 (Bretton Woods) su quello diplomatico-economico.

MA WALL STREET NON FU MAI ISOLAZIONISTA

In realtà Wall Street non fu mai isolazionista, e la finanza americana giocò da subito e pienamente le carte che la fine del dominio finanziario e monetario britannico le pose in mano a partire dal 1915, e fu in parte l’ispiratrice del grande disegno postbellico che, dal Piano Marshall (l’Europa di Bruxelles nasceva come iniziativa parallela al Piano) alla Nato a altro ha segnato i rapporti con l’Europa. Quell’Europa che molti esperti americani di politica estera continuano a definire “la perla” del sistema di alleanze americano, un sistema da valorizzare dicono, perché è quello che fa la differenza fra Washington da un lato e Pechino e Mosca dall’altro, queste ultime autocrazie senza particolari amici nel mondo.

PUÒ BATTERE BIDEN ANCORA CON I VOTI ELETTORALI

Trump potrebbe benissimo vincere come ha vinto nel 2016, tre anche quattro milioni di voti popolari in meno di Joe Biden, ma sufficienti voti elettorali che, nel sistema americano, sono come noto quello che conta. Ne 2016 furono sufficienti 80 mila voti popolari nei collegi giusti, con il Wisconsin come Stato-chiave seguito da Michigan e Pennsylvania. E ugualmente questi tre Stati saranno determinanti nel 2020. Trump ha alcuni punti di forza: la lealtà di molto voto repubblicano; l’appoggio della working class bianca, soprattutto gli uomini fra i 45 e i 65 anni; il fatto che Joe Biden, oltretutto quasi ottantenne, non è un trascinatore di folle; e infine i punti deboli di Biden in genere, tra cui la difficoltà per lui di raccogliere bene i voti della sinistra democratica, e le imprese manageriali azzardate di suo figlio Hunter, su cui Trump farà certo leva. Ha perso però l’asso nella manica di un’economia florida, e la pandemia evidenzia la debolezza della sua visione nazionalista.

RIPENSAMENTO DELLA STRUTTURA PRODUTTIVA AMERICANA

Biden, dicono vari esperti, dovrà puntare al voto della classe operaia, che è il suo ambiente familiare di origine, e puntare sulla pandemia per rovesciare il paradigma e convincere che solo i democratici possono avviare quel ripensamento della struttura produttiva americana che metta il Paese al riparo dagli eccessi di una globalizzazione di cui democratici e repubblicani insieme sono responsabili. Ci riuscirà? America first significa America alone.

EPPURE NEGLI ANNI 80 THE DONALD NON ERA AFFIDABILE

Prima di Tillerson, e senza usare parole esplicite come moron, molti altri sono arrivati alle stesse conclusioni su Donald Trump. Un episodio inedito risale ai primi Anni 80 e riguarda una delle storiche banche d’investimento di Wall Street, Brown Brothers Harriman&Co, sangue blu e a cavallo tra finanza e diplomazia. Un gruppo di giovani assunti da poco e freschi di business school stava lavorando alacremente al finanziamento di un’impresa immobiliare, quella di Donald Trump. Una mattina si trovarono sulla scrivania una lettera, firmata da alcuni partner, comproprietari cioè della Brown, in cui venivano ringraziati per l’impegno, ma anche avvertiti che la casa non gradiva fare affari con quel signore.

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Trump suggerisce di iniettare disinfettante per battere il Covid-19

Il presidente Usa attacca il virologo Fauci e suggerisce di testare iniezioni di candeggina per vedere se così si elimina il coronavirus dal corpo umano. Pioggia di polemiche per l'idea «irresponsabile e pericolosa». Intanto continuan a calare nei sondaggi.

La luce solare, i raggi ultravioletti o il disinfettante iniettato nel corpo per uccidere il coronavirus. È il suggerimento che arriva da Donald Trump che indica che si potrebbero testare iniezioni di ultravioletti, di disinfettanti e di candeggina per vedere se uccidono il Covid-19.

L’indicazione ha scatenato subito una pioggia di polemiche con molti esperti che definiscono «irresponsabile e pericoloso» il suggerimento del presidente degli Stati Uniti perché potrebbe spingere qualcuno a provare a iniettarsi il disinfettante in casa per conto proprio.

Trump è poi tornato ad attaccare il super esperto Anthony Fauci sul fatto che gli Usa sono ancora indietro sui test per il coronavirus, ribadendo che molti Paesi nel mondo «vogliono i nostri test. Siamo coloro che ne stanno facendo di più».

CALO DI TRUMP DEI SONDAGGI IN FLORIDA

Vere e proprie sparate dell’inquilino della Casa Bianca dovute anche al drastico calo nei sondaggi che la gestione del virus ha causato a Trump. L’ultimo sondaggio è quello di Fox, che vede Joe Biden avanti in Florida, uno degli Stati che deciderà le elezioni del 2020: l’ex vice presidente avrebbero ora il 46% dei consensi a fronte del 43% di Donald Trump.

Il presidente è tornato ad attaccare la Cnn, dalla quale non accetta più domande durante le conferenze stampa – «Siete fake news», ha ribaduto -, soffermandosi sul giallo che circonda la salute del presidente della Corea del Nord Kim Jong-un: «Ritengo che le indiscrezioni siano incorrette. Penso che siano un fake report fatto dalla Cnn».

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Società aperta o chiusa? La sfida fra Trump e Francesco continua anche con la pandemia

Mentre il presidente degli Stati Uniti chiude i confini e prosegue con la sua politica isolazionista, il papa continua a parlare di una globalizzazione della solidarietà. Un conflitto fra i due modelli e le due leadership amplificato dall'emergienza coronavirus.

Società aperta o società chiusa? Il dilemma e il conflitto fra i due modelli era già ben presente prima che dilagasse la crisi scatenata dal coronavirus e lo è ancor di più a qualche mese dall’inizio della pandemia.

La questione è riassumibile – sia simbolicamente che su un piano terribilmente concreto – con la questione dei confini nazionali, tutti ermeticamente chiusi per limitare la diffusione del virus; e di certo nel prossimo futuro la circolazione di molti cittadini sarà limitata territorialmente alla propria città, provincia, regione o Stato in diversi Paesi del mondo.

Il coronavirus ha così realizzato – sotto forma di incubo però – il sogno sovranista del «prima noi», della nazione che torna ad essere protagonista centrale della storia. A interpretare sulla scena mondiale le due opzioni, le differenti visioni fra società aperta e società chiusa, sono stati due leader di primo piano a livello globale: papa Francesco e Donald Trump.

TRUMP CHIUDE I CONFINI DEGLI USA: LA QUARANTENA COME LINEA POLITICA

Il capo della Casa Bianca, sul quale già si addensano molte critiche per come ha gestito fin qua la crisi scaturita dal Covid -19, ha deciso di chiudere le frontiere americane all’immigrazione, intanto per due mesi, poi si vedrà; nello specifico il provvedimento riguarda però solo chi intende trasferirsi a titolo definitivo negli Stati Uniti e ottenere un permesso di residenza permanente, non i lavoratori temporanei. Il motivo dell’iniziativa è sempre lo stesso: in un periodo in cui il numero dei disoccupati cresce esponenzialmente nel Paese a causa del lockdown indotto dal virus, il presidente adotta un provvedimento che probabilmente avrà poco impatto sul mercato del lavoro interno, ma dimostrerà agli americani come la Casa Bianca pensa realmente ‘prima’ a loro.

Trump ha voluto ricordare che il confine col Messico è presidiato da un muro e da migliaia di militari messicani

Non a caso Trump nel dare notizia dello stop temporaneo all’immigrazione, ha voluto ricordare per inciso che il confine Sud del Paese, quello col Messico, è presidiato da un muro lungo decine di migliaia di chilometri e da migliaia di militari messicani. La quarantena diventa così una linea politica. È presto per dire se questa strategia basterà a Trump per essere rieletto nel prossimo autunno alla guida del Paese, di certo al leader repubblicano non manca la coerenza.

LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO IL PAPA: SOLIDALE E SOCIALE

Sul fronte opposto Francesco, come abbiamo documentato su Lettera43, anche nel corso di queste drammatiche settimane ha continuato a promuovere l’idea di un nuovo sistema di relazioni sociali e internazionali fondato sulla solidarietà, il soccorso reciproco, la condivisione e l’azione multilaterale sul piano diplomatico. D’altro canto, se il lockdown a livello nazionale è stato necessario e, anzi, urgente nell’emergenza, indubbiamente per uscire dalla crisi serviranno collaborazione economica, sanitaria, politica. A frontiere ermeticamente chiuse, si sono infatti accorti in molti, alla lunga si rimane soli e più poveri e la crisi, in parte inevitabile, si dilata a dismisura fino a diventare insopportabile.

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Papa Francesco e Mattarella.

Anche per questo il pontefice ha rivolto un appello ai leader europei il 22 aprile: «In questo tempo nel quale è necessaria tanta unità tra noi, tra le nazioni, preghiamo oggi per l’Europa: perché l’Europa riesca ad avere questa unità, questa unità fraterna che hanno sognato i padri fondatori dell’Unione Europea». Ma Francesco va anche oltre, e disegna, a partire dalla riflessione suscitata dalla drammaticità del momento, un mondo post-coronavirus che faccia tesoro della lezione di questa pandemia, che sia capace di costruire nuove relazioni fra sviluppo, progresso e ecosistemi, che non si lasci guidare unicamente dagli istinti primari dei mercati finanziari, in cui vi sia spazio per un’economia solidale capace di non tenere eternamente sotto scacco la gran parte dei Paesi poveri; tutta un’altra globalizzazione, insomma, ma pur sempre una globalizzazione.

L’ELEZIONE DI TRUMP VISTA SUBITO COME UN PERICOLO DAL VATICANO

D’altro canto, l’ascesa di Donald Trump è stata per Francesco l’elemento di rottura rispetto al giudizio da dare sull’ondata populista-nazionalista che ha percorso il pianeta negli ultimi anni, il fattore che ha determinato una scelta di campo. Lo ricorda bene un saggio appena uscito del giornalista Iacopo Scaramuzzi, Dio? In fondo a destra (edito da Emi); «Il punto di svolta», si legge in proposito, «va individuato nell’elezione di Donald Trump». E non c’è dubbio che l’elezione del tycoon alla Casa Bianca sia stata vista fin dal principio come un pericolo dal papa argentino.

Il conflitto fra i due modelli e le due leadership è destinato a durare e forse verrà addirittura amplificato dalla diffusione del coronavirus

Nel volume di Scaramuzzi infatti si spiega ancora: «Il popolo va ascoltato, ha affermato Bergoglio in un’intervista rilasciata al País nelle stesse ore in cui Trump si insediava alla Casa Bianca, senza però cercare un ‘salvatore che ci restituisca la nostra identità difendendoci con muri, fili spinati, da altri popoli che ci toglierebbero la nostra identità’, come ‘un ragazzino di nome Adolf Hitler fece’ nella Germania di inizio Novecento. Difficile essere più chiari di così».

Donald Trump.

Il conflitto fra i due modelli e le due leadership è destinato a durare e forse verrà addirittura amplificato dalla diffusione del coronavirus, dalla pandemia che manda in cortocircuito certezze economiche, politiche e tecnologiche. Dal crollo del prezzo del petrolio ai rischi per i sistemi democratici, dall’incombere di una nuova ondata di disoccupazione all’ipotesi che il covid-19 possa dilagare in Africa, alla corsa al vaccino, sono molte le variabili che possono entrare in gioco nei prossimi mesi e sarà decisivo capire quale tipo di governance globale avrà la meglio per capire in quale mondo abiteremo. 

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Trump annuncia la sospensione dei finanziamenti Usa all’Oms

Il tycoon torna ad attaccare l'Organizzazione mondiale della Sanità a suo dire filo-cinese e colpevole di non aver contenuto l'epidemia. La decisione, che dovrebbe passare dal Congresso, arriva nel momento in cui la sua amministrazione è nel mirino per i ritardi e gli errori nella gestione dell'emergenza Covid.

Dopo le accuse e i tweet al veleno, Donald Trump alla fine ha sospeso i finanziamenti americani all’Organizzazione Mondiale della Sanità fino a quando gli Stati Uniti non avranno completato il loro attento esame su come l’organizzazione ha gestito il coronavirus.

Non è comunque chiaro quando i pagamenti americani all’Oms saranno sospesi o quanta autorità Trump abbia esattamente per sospenderli, visto che sono autorizzati dal Congresso.

TYCOON NEL MIRINO PER LA GESTIONE DELL’EMERGENZA COVID

Immediata la reazione dei democratici, che criticano il presidente per voler scaricare i suoi fallimenti sull’Oms. «Nel mezzo di una pandemia globale Trump vuole fermare i finanziamenti all’organizzazione incaricata di combattere le pandemie», attacca il Democratic National Committee.

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La decisione di Trump, nell’aria da giorni, arriva mentre proprio lo stesso presidente è sommerso dalla critiche per la sua gestione dell’emergenza e soprattutto per i suoi ritardi. Critiche alle quali il presidente americano risponde prendendo di mira l’Oms e «i suoi errori che sono costati molte vite umane. Ha fallito nei suoi compiti di base e deve essere ritenuta responsabile», tuona Trump intervenendo al briefing della task force contro il coronavirus.

LE ACCUSE ALL’OMS DEFINITO FILO-CINESE

Un briefing monopolizzato dal presidente, il primo durante il quale nessuno degli esperti sanitari ha preso la parola. «L’epidemia poteva essere contenuta alla sua origine con pochi morti. Si sarebbero salvate migliaia di vite e si sarebbero evitati danni economici», attacca il presidente Usa riferendosi agli errori dell’Oms, definita filo cinese tanto da accettare passivamente i dati forniti da Pechino. «Ha gestito male e insabbiato» la diffusione del coronavirus, prosegue Trump. «Una delle decisioni più pericolose e costose dell’Oms è stata la sua opposizione alle restrizioni ai viaggi dalla Cina e da altri Paesi», dice il tycoon che da tempo rivendica la sua decisione di chiudere i confini come decisiva nella lotta al Covid-19.

TRUMP SPINGE PER LA RIAPERTURA

Dalla Casa Bianca Trump ha parlato per oltre un’ora ribadendo la sua intenzione di riaprire al più presto gli Stati Uniti: i piani sono in via finalizzazione e alcuni Stati potrebbero riaprire già prima del Primo maggio. Il presidente poi rimodula sul suo potere assoluto di decisione e rimanda ai governatori dei singoli Stati le scelte su quando riaprire a seconda delle circostanze, nel rispetto comunque delle linee guida del governo federale.

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«Sentirò tutti e cinquanta i governatori», dice elencando anche le molte aziende americane con cui si confronterà per la riapertura del Paese: da Goldman Sachs a JPMorgan, da Apple a Google passando per i due famosi ristoranti di New York di Jean-George e Daniel. Nell’elenco anche le associazioni sportive e religiose. Secondo indiscrezioni riportate dal Washington Post, il presidente avrebbe fretta, molta fretta di riaprire, e sta spingendo affinché gli vengano presentati il prima possibile piani per centrare il suo obiettivo. «L’economia tornerà a volare», assicura, «e Wall Street raggiungerà nuovi record».

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Trump, il miraggio della clorochina e i danni della pseudoscienza

Il presidente crede che questo anti-malarico possa sconfiggere il coronavirus. Eppure anche se è utilizzato su alcuni pazienti, ha effetti collaterali gravi. E ora chi ne ha bisogno davvero non lo trova. Dobbiamo dire basta a queste bugie e fidarci solo di dati scientifici.

Donald Trump insiste a dire che la clorochina funziona, che può salvare la vita delle persone affette dal coronavirus.

La clorochina, per chi non lo sapesse, è una medicina che abbassa il sistema immunitario e che viene prescritta a chi ha malaria o lupus.

Mi hanno spiegato due amici medici che a volte aiuta chi è colpito dal coronavirus perché fa in modo che il corpo non lo combatta troppo violentemente, bloccando tutti gli organi vitali. Ma mi hanno anche spiegato che la clorochina ha effetti collaterali orribili, e soprattutto che non ci sono ancora degli studi scientifici che ne determinano l’effetto positivo tanto lodato da Trump. Non solo: da quando il presidente ha cominciato a insistere su questa cosa, chi ha veramente bisogno della clorochina non riesce più a trovarla, e sta rischiando la vita.

ILLUDERE LE PERSONE SPAVENTATE È UN GIOCO DA RAGAZZI

Sembra davvero che questi di Trump siano gli anni in cui la scienza sia diventata un’opinione, che la si possa manipolare come se fosse un’idea politica. D’altronde si sa, quando una bugia è detta e ripetuta, poi alla fine la gente ci crede, la mette meno in dubbio e dopo un po’ diventa realtà. Illudere persone spaventate, disperate e poco propense a fare ricerche un po’ più approfondite anche solo su Google, è un gioco da ragazzi. Quelli che temono il virus, un brutto tumore, una vita passata ad accudire un figlio autistico farebbero di tutto pur di cacciare via la causa del terrore, e sono estremamente vulnerabili alle sciocchezze dette in conferenza stampa da uno come Trump o alle false informazioni degli sciamani che assicurano di avere la soluzione.

LE FANDONIE PERICOLOSE SULL’AUTISMO

Queste campagne di informazioni false e pericolose, basate su aneddoti invece che su ricerche scientifiche le conosco bene. A noi genitori di figli autistici, negli anni è stato detto di tutto: provate la chelazione, terapia pericolosissima e mortale; guai a vaccinare i vostri figli; provate l’agopuntura, bombardateli con alcune vitamine, imbottiteli di enzimi di tutti i tipi, o di antibiotici, non minimizzate i risultati sorprendenti delle terapie cranio sacrali. La lista è lunghissima. Il mio amico Gianluca Nicoletti le chiama le cure sciamaniche, io le chiamo cure terroristiche minate a distruggere i genitori e a danneggiare la salute dei figli.

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Da anni cerco di spiegare il mio disgusto nei confronti di queste manipolazioni mediatiche e pseudo scientifiche che girano in Rete e anche tra alcuni medici ignoranti. L’ho sempre vissuto come un insulto, non solo alla mia intelligenza, ma anche all’autismo. Tutta questa pseudoscienza nasconde un messaggio ben preciso: l’autismo è una malattia da cui si può guarire. Non accettarla, combattila! Un figlio come il tuo non è normale e se gli permetti di essere autistico gli fai un torto. Pochissime invece sono le campagne che insegnano l’accettazione, che spiegano come il concetto di normalità sia riduttivo a dir poco. Come sarebbe stato più utile, invece di sprecare soldi in terapie inutili e sperare di avere un figlio ‘normale’, che le persone si fossero concentrate a scoprire che l’autismo è parte dell’essere umano, che è molto più comune di quello che si crede, che va benissimo così, soprattutto se ci sono i servizi adeguati.

CREDERE SOLO ALLA SCIENZA È L’UNICA SALVEZZA

Sono danni irreversibili quelli che hanno causato tute le fandonie relative all’autismo. La morte, invece, è il danno che le bugie di Trump può causare. Facciamoci tutti un piacere: smettiamo di credere a chi non sa di cosa parla. Cominciamo invece a credere a risultati scientifici, ripetibili e oggettivi. Solo così potremo salvarci.

(dal blog di Marina Viola Pensieri e Parole).

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Cattivo maestro coronavirus

Quanto vale la vita di un anziano? Il diritto alla salute si può conciliare con il diritto al lavoro? La nostra privacy è a rischio? Leader come Trump o Johnson avranno un futuro? Sono alcuni dei grandi temi su cui la pandemia ci costringe a riflettere. Un'antologia di articoli e saggi che offrono qualche risposta.

È meglio salvare un giovane cretino o un vecchio saggio? Sto estremizzando la riflessione di Louise Aronson, che sul New England Journal of Medicine si interroga sulle prospettive del post coronavirus.

Osservando come l’approccio alla terza e quarta età, le “persone fragili”, cambi enormemente se consideriamo una persona, mettiamo Sally, sotto l’aspetto geriatrico e sanitario (obesa, fibrillazione atriale, apnee notturne…), oppure umano e sociale («curiosa, piena di interessi, di amici, attivista politica…»).

La contrapposizione, che ho assunto un po’ arbitrariamente, serve anche per esplicitare la mia intenzione: abbozzare le questioni fondamentali sul Covid-19 attraverso una scelta estrema di articoli e contributi giornalistici. Un highlight superminimalista.

GRANDI ALLEVAMENTI CREANO GRANDI PANDEMIE

Società, economia e salute. Un triangolo in cui si gioca il conflitto secolare fra capitalismo e socialismo. «Il problema non è il capitalismo in sé, ma il capitalismo che è in noi», scrive Angel Luis Lara su El Diario, quotidiano spagnolo, proposto integralmente da il Manifesto. È un articolo lungo, quasi un saggio, che si concentra sulle cause economiche e antropologiche che hanno prodotto le epidemie. Che nell’ultimo secolo e soprattutto le più recenti hanno tutte un’origine animale e come focolaio iniziale la Cina. Dove esistono allevamenti sterminati, «50 volte più grandi del più grande esistente in Europa». Big Farms Make Big Flu è il titolo di un libro del biologo statunitense Rob Wallace che ricorda come la pandemia sia frutto del nostro modello economico e stile di vita. Che dobbiamo cambiare, perché altrimenti altre pestilenze epocali sono dietro l’angolo. «Noi non vogliamo ritornare alla normalità, perché la normalità è il problema».

VITE UMANE O PRODUZIONE? UN TRISTE CALCOLO

Naturalmente la ragione economica e finanziaria la pensa in tutt’altro modo: cinico che sia, e lo è, la salute e la malattia, al pari delle merci, hanno un costo. Come spiega The Economist, al di là delle ipocrisie ufficiali, ogni governo valuta i costi in vite umane e i costi del blocco della produzione. È un triste calcolo, A grim calculus, ma a prevalere, alla fine, sono i secondi. Governi e responsabili pubblici e sanitari sono sempre di fronte a questo dilemma: quale costo economico e sociale è sostenibile di fronte a un attacco pandemico?

LEGGI ANCHE: Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Secondo Lord Sumption siamo già ben oltre il sostenibile. I governi – per l’ex membro della Corte di giustizia inglese – in un’intervista a The Times, rilanciata da Milano Finanza, devono rapidamente decidere di correre rischi (calcolati) e riaprire tutto. «Ciò che è chiaro è che il Covid-19 non è la peste nera. È pericolosa per chi soffre di gravi condizioni mediche, soprattutto se è anziano. Per altri, i sintomi sono lievi nella stragrande maggioranza dei casi». D’altronde «non permettiamo forse alle automobili di circolare anche se sappiamo con certezza che ogni anno verranno uccise o mutilate migliaia di persone?».

L’OMBRA DEL GRANDE FRATELLO

Interrogativo questo quasi perfetto per l’apocalittico o complottista di turno. Che intravvede la società orwelliana nell’appropriazione dei nostri dati sanitari e nella sospensione di libertà personali e diritto alla privacy. Intrusioni che devono essere temporanee, chiede la Electronic Frontier Foundation. Ben più perentorio è invece Francesco Benozzo dell’Università di Bologna, candidato al Premio Nobel per la Letteratura dal 2015, che si dichiara «agli arresti domiciliari…in un momento di sospensione della democrazia».

DIRITTO ALLA SALUTE E DIRITTO AL LAVORO

A tutti noi credo però che oggi risulti più chiaro e concreto il dramma che da anni si consuma a Taranto fra salute e lavoro, fra morire di inquinamento o di fame. Nel caso del Covid-19 è infatti evidente la connessione fra pessima aria che si respira nella pianura padana e esplosione pandemica. Ma qui oltre alle cause ambientali giocano la diversa organizzazione sanitaria e le diverse politiche di contenimento messe in atto, soprattutto, dai poteri regionali.

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Il Financial Times evidenzia bene, con i dati e il tipo di provvedimenti assunti, la profonda diversità d’approccio e di risultati fra la Regione Lombardia (elevata ospedalizzazione, pochi tamponi e niente tracciamento dei potenziali contagiatori) e la Regione Veneto (molti tamponi, screening per gli asintomatici e diffusa assistenza domiciliare per i malati), entrambe leghiste, ma solo una funestata da una «ecatombe di massa».

DAVVERO NEL MONDO SI PRENDE L’ITALIA COME MODELLO?

Ma volendo allargare lo sguardo su scala globale, la comparazione delle politiche anti-pandemiche è offerta dal Mobility Google Report che attraverso gli spostamenti delle persone mostra quanto sia cambiata la percezione e dunque i comportamenti individuali durante il Covid-19. Ad esempio nella stessa giornata, il 30 marzo, in Australia la mobilità verso ristoranti, caffè e centri commerciali si è ridotta del 45% e del 19% quella verso negozi di cibo, mercatini, farmacie. In Italia invece è stata rispettivamente del 95% e dell’84%. Una differenza abissale. Ma la possibilità di confronti e raffronti concede anche una lettura “situazionista”, quella del collettivo Wu Ming che quotidianamente su Giap smonta le notizie Covid di giornata. Ad esempio è vero che «tutti i Paesi stanno seguendo l’esempio italiano» come ogni giorno ripete compiaciuto il premier Giuseppe Conte?

LA RISPOSTA DELLA GERMANIA AL COVID-19

Più seriamente il New York Times spiega perché la Germania abbia un alto numero di contagi, ma il minore numero di morti rispetto a tutti gli altri Paesi. Fattori decisivi sono una rete ospedaliera che non ha aspettato l’aggravarsi delle condizioni dei malati per ricoverarli come è avvenuto ad esempio in Italia, Spagna e Francia. Ossia una sanità pubblica che ha giocato d’anticipo, disponendo di un alto numero di letti e di unità di terapia intensiva. Oltre che di un’organizzazione preparata all’emergenza e capace di proteggere i propri medici e infermieri.

L’INADEGUATEZZA DI DONALD TRUMP

Ma la pandemia è stata combattuta con identica virulenza sul piano mediatico. Boris Johnson è forse la vittima più illustre delle fake, oltre che del coronavirus. Prima Sky in patria e poi tutti i media italiani gli hanno messo in bocca dichiarazioni sull’effetto gregge e sui tanti morti che il suo Paese avrebbe dovuto aspettarsi, che in realtà non ha mai detto. Già Antipatico e vanaglorioso il premier inglese è diventato ancor più odioso. Nessun dubbio invece sulla pessima gestione di Donald Trump, oscillante fra roboanti annunci e insulti dispensati ora ai cinesi ora all’Organizzazione mondiale della sanità. Addirittura c’è chi, Peter Wehner sull’Atlantic, sostiene autorevolmente, essendo anche della sua parte politica, che si è già giocato la rielezione: The Trump Presidency is over.

I DATI E LA STATISTICA

Per concludere un’ultima rilevazione. Proprio in senso statistico: i dati anticipati, in un’intervista a Avvenire, dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. Uno su tutti: i morti di marzo 2019 per malattie respiratorie e polmonari sono stati maggiori di quelli per coronavirus di marzo 2020. In attesa delle cifre complete e ufficiali non c’è dubbio che questa sorprendente comparazione rafforza molto il partito dei «ritorniamo appena possibile alla normalità». Però, è sommamente augurabile, non come prima!

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Chi è Anthony Fauci, il virologo che può salvare gli Usa da Trump

Alla guida del Centro nazionale per le malattie infettive dai tempi di Reagan, l'immunologo ha il difficile compito di tenere a bada gli istinti del presidente sul coronavirus senza entrare in rotta con lui. Mentre affronta gli attacchi della destra.

Anthony Fauci, negli Usa la massima autorità in materia di malattie infettive, è il ‘virologo in chief‘ come è stato ribattezzato. È lo scienziato che Donald Trump ha voluto nella task force anti-coronavirus e per molti l’unica persona davvero competente e credibile del gruppo. Dunque il più a rischio, soprattutto in una fase in cui il presidente americano, in barba ai consigli di medici ed esperti, mantiene un atteggiamento ondivago sulla gestione dell’epidemia. Il tycoon è arrivato molte volte vicino a perdere la pazienza di fronte alle continue critiche e ai continui rimbrotti dello studioso italoamericano, che oramai spesso ruba la scena allo stesso presidente, dall’alto della sua esperienza e professionalità. Le ultime notizie dagli Usa suggeriscono che, per ora, il buon senso abbia prevalso sull’istintività del presidente.

NESSUNA RIAPERTURA PER PASQUA

Trump ha accantonato l’idea di riaprire gli Stati Uniti per Pasqua e ha annunciato che le attuali linee guida per il contenimento del virus resteranno in vigore fino al 30 aprile, un mese in più del previsto. Fauci ha plaudito alla decisione: «È una mossa saggia e prudente», ha spiegato il virologo ribadendo che il coronavirus potrebbe causare negli Stati Uniti fra i 100 e i 200 mila morti. «Noi stiamo lavorando affinché questo non accada», ha aggiunto.

DAL 1984 ALLA GUIDA DEL CENTRO NAZIONALE PER LE MALATTIE INFETTIVE

Fauci, 79 anni, scienziato con la passione della corsa, ha un curriculum importante. Ha servito tutti i presidenti Usa da Ronald Reagan in poi, ed il suo apporto è stato cruciale nella ricerca e nella lotta contro l’Aids, l’Ebola, la peste suina. Il suo motto, come riporta il Daily Beast, è «lottare sempre per l’eccellenza». Non a caso dal 1984 guida l‘Istituto nazionale delle malattie infettive (Niaid), e tutti ricordano anche il suo contributo durante la crisi degli attacchi all’antrace nel 2001. Ma a far infuriare Trump sono soprattutto quelle ‘faccette’ esibite alle sue spalle durante i briefing con la stampa, divenute ormai virali sui social: gli occhi al cielo, le risatine, gli sguardi corrucciati, le mani sul volto.

LA FRUSTRAZIONE PER LE USCITE DEL PRESIDENTE

È chiaro che quei gesti sono la spia di una incontenibile frustrazione di fronte alle uscite poco ortodosse del presidente. Uno scienziato del suo calibro non può sopportare quello che il tycoon afferma sui tempi irrealistici per avere un vaccino, oppure sugli improbabili farmaci per combattere il virus. Nell’intervista ad una rivista scientifica l’immunologo ha confessato che a volte strapperebbe volentieri quel microfono dalle mani del presidente. Da una parte il piglio severo e rigoroso dello scienziato, dall’altra i metodi spiccioli e imprevedibili di un presidente da sempre sospettoso verso la scienza e che punta dritto al messaggio che vuole inviare al suo elettorato. «Se fosse per i medici il mondo intero sarebbe chiuso», una delle ultime uscite del tycoon. «He’s a good man», è un brav’uomo, «una persona straordinaria», ha detto di lui Trump, per rassicurare.

GLI ATTACCHI DELL’ESTREMA DESTRA

Lo scienziato è anche nel mirino dell’estrema destra che, sui social, ne mette in dubbio l’affidabilità e lo bolla come un amico dei liberal. Nelle ultime settimane, riporta il New York Times, i post contro di lui si sono moltiplicati prendendo spunto da una email che Fauci inviò nel 2013 all’allora segretario di Stato, Hillary Clinton, complimentandosi per la sua forza durante l’audizione su Bengasi. Una email che, secondo la destra, è la prova che Fauci appartiene a un gruppo contrario a Trump.

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Trump: «Se moriranno 100 mila americani avremo fatto un buon lavoro»

Il presidente: «Presto per riaprire gli Usa, avanti così per tutto aprile». E sull'Italia dice: «Lavoriamo a stretto contatto».

Donald Trump mette da parte l’idea di riaprire gli Stati Uniti per Pasqua. Dice che le attuali misure di contenimento del coronavirus resteranno in vigore fino al 30 aprile, un mese in più del previsto. E a chi gli fa notare che la Russia e addirittura Cuba stanno aiutando l’Italia, dice: «Stiamo lavorando a stretto contatto con l’Italia», dove il «tasso di mortalità è alto», «la stiamo aiutando molto» con forniture e assistenza finanziaria. «Stiamo lavorando con la Spagna. Stiamo lavorando con tutti».

MISURE ESTESE FINO ALLA FINE DI APRILE

La situazione negli Usa preoccupa da tempo, ma ora anche Trump sembra essersene accorto. Il picco dei decessi negli Stati Uniti si avrà in «due settimane». Ragion per cui «allunghiamo le linee guida fino al 30 aprile per rallentare la diffusione. Non c’è nulla di peggio che dichiarare vittoria prima di aver vinto», spiega Trump descrivendo il virus come una «piaga» e assicurando che «lo sconfiggeremo. Quello che voglio è riavere indietro la vita di prima negli Stati Uniti e nel mondo», osserva il tycoon precisando comunque che le misure prese sono necessarie. «Se non le avessimo prese, a rischio c’era la vita di 2,2 milioni di persone. Speriamo ora che il numero sia quello di cui si parla. Se potessimo limitarlo diciamo a 100.000, che comunque è un numero orribile«, si potrebbe dire che si è fatto un «buon lavoro».

LA POLEMICA SULLE MASCHERINE

Rivolgendosi ai giornalisti nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump li invita poi a «indagare sul volume di mascherine usate, su dove queste vanno a finire. Come si fa a passare da 20.000-30.000 mascherine a 300.000 a settimana?». Plaude alla decisione di Trump di estendere le linee guida sul distanziamento sociale Anthony Fauci, il maggiore esperto americano di malattie infettive. «È una mossa saggia e prudente», spiega ribadendo che il coronavirus potrebbe causare negli Stati Uniti fra i 100.000 e i 200.000 morti. «Noi stiamo lavorando affinché questo non accada», aggiunge Fauci. Trump chiude guardando avanti, con un messaggio di speranza. «Per l’1 giugno saremo sulla strada della ripresa». E, comunque, «sono pronto a fare tutto il necessario per salvare vite umane e l’economia».

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Mio figlio disabile sarebbe lasciato morire di coronavirus

In molti Stati Usa si scelgono i pazienti da destinare alla terapia intensiva, escludendo i più vulnerabili. Come se le vite non valessero tutte allo stesso modo. Chi non può votare o chi non può "contribuire" alla ricchezza del Paese può essere sacrificato. Un ritorno al nazismo che fa orrore.

Donald Trump vuole riempire le chiese di tutti gli Stati Uniti entro Pasqua. Basta con questa quarantena, non se ne può più. Leconomia sta crollando, la gente sta perdendo il lavoro, a novembre deve essere rieletto e se non ci sarà una ripresa come farà?

Chi se ne frega se gli anziani vengono sacrificati per l’economia, per la sua smania di potere. La lista delle persone da sacrificare in molti Stati è aumentata qualche giorno fa: se un disabile ha bisogno di un respiratore, e ce ne sono pochi, allora è meglio lasciarlo morire.

Cosa se ne fa una nazione così ricca, di persone come mio figlio Luca? È sano, è bello, fa anche ridere, a modo suo. Ma certamente non può contribuire alla società come gli altri. Non può votare. Via, diventa immediatamente carne da macello. Inutile.

IO, FIERA DI AVER MESSO AL MONDO UNA PERSONA SPLENDIDA

Sapesse il signor Trump e tutti quelli che lo ascoltano, la gioia che persone come mio figlio riescono a creare nel mondo. Luca è sempre di buon umore. Abbraccia e bacia anche quando abbracciare e baciare è stato vietato. È una delle persone più oneste al mondo: non farebbe male a una mosca, al limite ruba l’ennesimo bicchiere di latte dal frigo. È il mio fiore all’occhiello. La mia fierezza di madre. Sono fiera di aver messo al mondo una persona splendida come lui.

L’essere umano non può essere solo valutato per quello che può fruttare a una società. Sono tanti, infiniti, i fattori che definiscono una persona

Certo, non è in grado di contribuire alla ricchezza del Paese. Ma arricchisce tutti quelli che incontra, mostra loro un nuovo modo di stare al mondo, senza pregiudizi di alcun genere, senza discriminazioni. L’essere umano non può essere solo valutato per quello che può fruttare a una società. Sono tanti, infiniti, i fattori che definiscono una persona.

MI RIFIUTO DI CEDERE A QUESTA SCELTA DI SOPHIE

Non mi era mai capitato di dover giustificare l’esistenza di mio figlio. Le persone con disabilità e le loro famiglie si sentono invece in obbligo di convincere la società che la loro vita vale esattamente come quella di tutti. Non me la sento di fare questo gioco orrendo, questa Scelta di Sophie, questa roulette russa. Sono fiera della diversità di mio figlio e non devo stare a spiegare il perché a nessuno. Siamo noi che facciamo schifo.

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Dove siamo andati a finire? Al periodo nazista? Davvero non abbiamo ancora capito che tutti, giovani, anziani, donne, uomini, eterosessuali o no, bianchi o scuri, abili e disabili hanno lo stesso diritto di vivere? Dobbiamo davvero ancora cercare di convincere gli altri che la discriminazione è da condannare sempre? A quanto pare, sì.

ORMAI SI ABBANDONA CHI NON SERVE ECONOMICAMENTE

Scrivo queste parole con un peso immenso sul mio cuore, con la certezza che tutto quello che si è fatto e detto finora sul diritto a una vita dignitosa non è valso a nulla. Sono bastati alcuni giorni di quarantena, qui in America, e prima in Italia (perché succede anche in Italia) per abbandonare chi non serve economicamente. È la politica trumpiana (e salvinian) quella di lasciare indietro gli altri per migliorare l’economia, per vincere le elezioni. L’hanno dimostrato innalzando i muri ai confini, lasciando barche piene di gente a morire in mare. E adesso succede, ancora una volta, con chi ha più bisogno.

PAGHIAMO IL PREZZO DELL’INCAPACITÀ DI CHI CI GOVERNA

Il problema, ovviamente, non sono gli anziani o i disabili. Il problema è che non ci sono strumenti sufficienti per salvare vite umane. Il problema è che loro non si sono organizzati in tempo. Il problema è che si continuano a votare persone incapaci di gestirci, incapaci di capire certi valori fondamentali dell’umanità. Chiudo qui, per oggi. Vado a fare un po’ di compagnia a Luca.

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Coronavirus, Trump allenta le misure di distanziamento

Nonostante il numero di vittime e contagi sia in crescita, in una lettera ai governatori il presidente annuncia nuove linee guida più soft per le zone meno a rischio.

L’amministrazione Trump sta preparando delle nuove linee guida per allentare, nelle zone considerate meno a rischio, le misure di distanziamento sociale e le altre misure messe in campo per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. I governatori dei vari Stati potranno decidere se «mantenere, aumentare o allentare le regole» tenendo conto se una contea sia ad alto, medio o basso rischio. Così scrive in una lettera il presidente. Insomma un nuovo cambio di rotta, nonostante la conta dei morti e dei malati non sia così incoraggiante.

DE BLASIO: «MEZZA NEW YORK VERRÀ CONTAGIATA»

Prendiamo, per esempio, New York che ha registrato cento morti in 24 ore. «Metà della popolazione della metropoli (quasi quattro milioni di persone, ndr) sarà colpita dal Covid-19», profetizza il sindaco Bill de Blasio. «È preoccupante, ma bisogna cominciare a dire la verità». Intanto il governatore Andrew Cuomo parla di almeno 38 mila casi e 385 decessi nell’intero Stato e lancia l’allarme ospedali, dove medici e infermieri descrivono «una situazione apocalittica».

NEW ORLEANS, LA BERGAMO D’AMERICA

E se la Grande Mela è l’epicentro della pandemia, i dati a livello nazionale parlano di più di 70 mila casi accertati quasi in sorpasso sull’Italia. E il bilancio di oltre mille vittime fa ora davvero paura. Così come il numero dei posti letto nei reparti di rianimazione presi d’assalto e l’insufficienza di tamponi e respiratori, non solo a New York. A preoccupare enormemente negli ultimi giorni è anche il virulento focolaio esploso in Louisiana, con New Orleans che rischia di diventare la Bergamo d’America. Solo nelle ultime 24 ore si sono registrati 510 nuovi casi (in totale saliti a oltre 2.300) e 18 morti, con un bilancio complessivo di almeno 83 vittime: un numero maggiore rispetto a quello registrato dall’inizio dell’epidemia nella ben più popolata California. Una crescita definita dagli esperti «la più veloce al mondo», con una traiettoria simile a quella delle ‘zone rosse’ di Italia e Spagna.

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Covid-19, la tragedia nascosta dell’Iran

Dati falsati. Tra le vittime anche molti 20enni e 30enni. Fosse comuni a Qom. E un establishment decimato dai contagi. La pandemia ha travolto la Repubblica islamica, isolata a livello internazionale e con un'economia già al collasso. Anche a causa della stretta Usa. Lo scenario.

Gli ultimi dati diffusi dal ministero iraniano della Sanità sul coronavirus parlano di 27 mila casi e più 2 mila morti.

Numeri importanti, che di per sé rendono la Repubblica islamica il sesto Paese per diffusione di Covid-19 al mondo.

Ma nessuno crede che siano veritieri e, anche in Iran, tutti pensano che il numero di malati e i morti per la pandemia sia molto maggiore.

A QOM SI USANO FOSSE COMUNI

Hanno fatto il giro del mondo, già un paio di settimane fa, le immagini satellitari diffuse dal Washington Post di un cimitero di Qom – città epicentro dell’epidemia nel Paese – dove per l’emergenza erano state scavate fosse comuni, riempite di centinaia di cadaveri. Abbiamo drammaticamente visto anche in Italia come, nelle aree focolaio, accada di non sapere dove mettere i morti. E in Iran, complici i forti e numerosi rapporti con la Cina, il virus ha iniziato a propagarsi rapidamente settimane prima che in Europa, da Qom verso Teheran.

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CONTAGI NELL’ESTABLISHMENT

Alcuni membri del parlamento appena rinnovato alle Legislative di febbraio e un consigliere della Guida suprema Ali Khamenei sono tra vittime del coronavirus. Vari personaggi di spicco del regime, tra i quali il vice ministro della Salute, il ministro dell’industria, la vicepresidente Masoumeh Ebtekar – famosa come Sister Mary per aver fatto, nel 1979, da ponte durante l’occupazione dell’ambasciata americana – e decine tra deputati, pasdaran e funzionari sono risultati positivi al test. Un canovaccio che si è ripetuto nei parlamenti e nei governi occidentali, fin dentro la Casa Bianca sanificata, con Donald Trump sottoposto a tampone (poi negativo): i virus sono democratici. Ma in Iran, anche dal poco che si sa, su scala maggiore che altrove. L’ultimo flash dell’establishment persiano è del presidente Hassan Rohani che tossisce, chiedendo la «fine delle sanzioni», riunito con i membri del governo e con altre autorità civili e militari. Tutti, tranne Rohani, indossavano la mascherina.

Coronavirus Iran Covid 19
Un ospedale per malati di Covid-19 in costruzione in un centro commerciale in Iran (Getty Images).

«UN MORTO OGNI 10 MINUTI»

La classe religiosa, politica e militare che governa l’Iran dalla rivoluzione khomeinista potrebbe finire decimata. A metà marzo il governo dichiarava «il picco superato, sulla base delle statistiche». Anche gli iraniani erano stati invitati a restare chiusi in casa e dovevano continuare a farlo. Tra le città e gli altri centri abitati erano stati bloccati i collegamenti e piazzati posti di blocco. Si invitava la popolazione persino a evitare di maneggiare moneta, pagando col bancomat. Mentre i contagi dilagavano si erano messi ai domiciliari ed erano stati concessi permessia quasi 100 mila detenuti, per evitare focolai nelle carceri, come vuol fare ora l’Italia e pensa anche Trump negli Usa. Tutto questo, appunto, nelle settimane del picco che in realtà anche nel governo si ritiene tutt’altro che superato. Il 18 marzo, il ministero della Sanità ha sconfessato Rohani, comunicando che «ogni 10 minuti in Iran c’è un morto di Covid-19».

TEHERAN HA CHIESTO AIUTO AL FMI E LO STOP ALL’EMBARGO DEGLI USA

Si lavora per ospedali da campo nei mall, e muoiono anche tanti giovani in un Paese dove l’età media è di 30 anni ed è privo di farmaci da un anno per le durissime sanzioni americane con il sistema sanitario inevitabilmente collassato. Le vittime più giovani, ufficialmente dichiarate, da Covid-19 nel Paese sono una 23enne di Qom appassionata della variante locale di calcio, il futsal, e un’infermiera 25enne della provincia di Gilan, sul mar Caspio, un altro focolaio.

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Tanti medici e sanitari 20enni e 30enni, ripresi a ballare per esorcizzare la tragedia, si sono ammalati, perdendo la vita. Il capodanno persiano del Nowruz (per l’equinozio di primavera) è trascorso sotto coprifuoco e listato a lutto. In queste settimane l’Iran ha chiesto aiuti per 5 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale (Fmi). E poi l’intercessione del papa, affinché in questa fase di emergenza per ragioni umanitarie sia rimosso l’embargo da parte degli Usa.

Coronavirus Iran Covid 19
Iran, ancora troppa gente in giro al bazar di Teheran. GETTY.

UN’ECONOMIA COLLASSATA PRIMA DELL’EPIDEMIA

L’economia iraniana era già devastata dall’uscita di Donald Trump dall’accordo internazionale sul nucleare, con le sanzioni indirette americane anche sull’import-export e le transazioni finanziare con i Paesi dell’Unione europea. Una situazione già terribile prima dell’epidemia del coronavirus, con l’inflazione galoppante e proteste interne. Da mesi Teheran dipendeva commercialmente dalla Cina, e si è vista come è andata a finire. Ancor prima che in Italia, Pechino è corsa in soccorso all’Iran con apparecchiature, mascherine, medici e kit della Croce rossa cinese. Lo stesso ha fatto la Russia con altro materiale, appellandosi anche a Washington per revocare l’embargo a Teheran. L’Organizzazione mondiale della sanità aveva mandato aiuti e personale in Iran. Ma nonostante la mobilitazione internazionale e lo sforzo dei medici, la situazione non appare sostanzialmente migliorata.

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AIUTI DA SVIZZERA E COREA DEL SUD

L’epidemia esplosa nella Repubblica islamica, mentre in Cina ancora dilagava, ha fatto da cassa di risonanza del virus in Medio Oriente. Dall’Iran sono arrivati i primi contagi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Afghanistan, fino agli Emirati arabi, al Bahrein e allo Yemen nella Penisola araba dove gli emissari di Teheran coltivano relazioni finanziarie ed esercitano grosse influenze politiche e militari. Tutti questi Paesi hanno bloccato o limitato i collegamenti con l’Iran, che per ragioni sanitarie è isolato anche dall’area mediorientale. Alla fine di febbraio, gli Stati Uniti hanno ritoccato le limitazioni all’Iran, per permettere l’arrivo di aiuti umanitari (prodotti alimentari e medicine) di aziende svizzere. Ma Trump non fa altri passi: sulla carta questo tipo di forniture è già esentato dall’embargo. Anche la Corea del Sud tratta con Rohani per assistenza e consulenza nei test. Ma che il regime, attraverso Khamenei, accusi gli Usa di complotto sul Covid-19 non aiuta.

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Davanti alla minaccia del coronavirus Trump è nudo

Il presidente prima ha minimizzato, poi con colpevole ritardo ha dichiarato lo Stato d'emergenza. Per lui che ha basato le sue campagne elettorali sull'economia è il momento della verità. Non ha risposte e il sistema sanitario Usa difficilmente reggerà alla pandemia.

Molti dei miei amici italiani mi chiedono com’è la situazione negli Stati Uniti con il coronavirus. La mia risposta è sempre la stessa: si sta come si stava in Italia prima di Codogno. Si è coscienti del fatto che nel mondo, e adesso anche qui, si aggira un piccolo, microscopico virus. Ma è ancora una sensazione quasi teorica, che sembra lontana.

Fino a qualche giorno fa, d’altronde, il Commander in Chief aveva dichiarato più volte che si trattava semplicemente di un’influenza normale, che erano i mass media a esagerare e a creare panico. Insisteva sul fatto che l’economia andava forte, fortissimo, e che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Infatti ancora oggi non ci sono abbastanza tamponi o strumenti salva vita; i posti letto negli ospedali sono assolutamente insufficienti.

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Tutto procede come se non ci fosse crisi. Come se non stesse per abbattersi sulla nazione il più pericoloso tsunami del secolo.

UNA CRISI CHE DEVE FARE I CONTI CON LA CAMPAGNA ELETTORALE

Poi però bisogna ricordare che, oltre al coronavirus, dilaga anche la campagna elettorale, e il presidente deve essere in grado di salvaguardare con le sue decisioni e le sue prese di posizione l’America dal dramma italiano o iraniano. La Borsa è crollata e a un tratto il virus è diventato pericoloso, bisogna stare attenti, bisogna stare distanti gli uni dagli altri. «È tutto sotto controllo», aveva annunciato Trump qualche giorno fa. Si sa, mister Trump ha questo piccolo difetto di mentire, e infatti non è sotto controllo un bel niente. In Florida, le spiagge sono piene zeppe di studenti in vacanza, la gente va in giro per strada come se niente fosse, i ragazzini continuano a frequentarsi. Ma soprattutto, non ci sono regole governative: ogni Stato è lasciato da solo a gestire quella che si suppone sia la più pericolosa epidemia degli ultimi 100 anni. Qualche Stato, a seconda del numero di persone positive al tampone, ha chiuso le scuole e le università, gli uffici, i bar e i ristoranti. Ma i supermercati sono pieni di gente e vuoti di merce, i parchi sono pieni di cani con i loro padroni che chiacchierano felici. Le persone invitano amici a casa per cene e serate divertenti.

TRUMP NON HA RISPOSTE

Trump, dice un interessante articolo sulla rivista The Atlantic, ha perso le elezioni ancora prima di aver giocato fino in fondo. Perché? Perché l’unico punto su cui ha basato la sua campagna elettorale è l’economia. Ma adesso che milioni di persone hanno perso il lavoro, che altrettanti milioni non hanno la mutua e quindi non si possono permettere le cure (sempre se ci sarà la possibilità di curarsi, perché mancano, come dicevo, gli strumenti per salvare vite umane), adesso che tutti hanno paura e si rivolgono a Trump per capire come fare, lui non ha risposte. È arrivato tardi, tardissimo.

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Solo negli ultimi due o tre giorni ha cambiato rotta e ha ammesso che la situazione è grave, dichiarando lo stato di emergenza. Senza comunque perdere occasione di commettere gaffe e scivoloni, come chiamare il Sars-Cov-2 the chinese Virus. Come se le malattie avessero una nazionalità, un passaporto. È riuscito, anche in questa occasione a creare polemiche e imbarazzi internazionali. Non ce la fa. Il signor Trump proprio non riesce a pensare prima di parlare. Dall’altro ieri ci sono più regole, più restrizioni. Due settimane di ritardo rispetto al resto del mondo.

ANCHE NEGLI USA ARRIVERANNO LE RESTRIZIONI ITALIANE

Io invece sento mia madre e le mie sorelle, tutte a Milano tranne una, che vive a Bologna e capisco perfettamente dove gli Usa arriveranno. I numeri di persone affette dal virus aumenteranno di giorno in giorno, cominceremo anche noi con le quarantene, con le autocertificazioni, con il terrore che sale a ogni colpo di tosse. Solo che non avremo nemmeno il signor Giuseppe Conte a farci capire, almeno in parte, il da farsi.

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Io e mio marito abbiamo cominciato già da settimana scorsa a isolarci: lui e mio figlio Luca, che oltre all’autismo ha anche la sindrome di Down e quindi un sistema immunitario molto basso, sono in campagna: isolamento anche se non lo vuoi. Sono circondati da boschi e da laghetti e vanno al supermercato solo quando è necessario, per il resto stanno a casa ad ascoltare la musica ad alto volume. Io con le mie due figlie sono in città. Stamattina ho detto loro che dovrebbero uscire, adesso che possono, tutti i giorni per una passeggiata: cuffiette, musica alta, e camminare per mezz’ora minimo. Poi, tra poco, non potranno fare neanche quello. Io porto i cani al parco, ma cerco di non parlare con nessuno. Noto che i padroni se ne stanno a chiacchierare di chissà cosa, tutti vicini uno all’altro. Io tiro la pallina arancione, aspetto che Fiona me la riporti e la ritiro, pensando che tra poco tutto questo lusso finirà.

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Perché l’emergenza coronavirus difficilmente farà posticipare le Presidenziali Usa 2020

L'epidemia di Covid-19 si estende anche in America e si teme per il voto di novembre. Ma spostarlo è quasi impossibile. Servono due nuovi leggi e una riforma costituzionale. A meno che Trump non decida di forzare la mano. Il punto.

Louisiana e Georgia l’hanno già fatto. E molti altri Stati potrebbero seguirli e posticipare le Primarie democratiche. L’epidemia di coronavirus approdata negli Stati Uniti potrebbe mettere a dura prova il sistema elettorale a stelle e strisce. E in molti si stanno chiedendo: slitterà anche il voto di novembre?

La risposta a questa domanda è tutt’altro che semplice. La strada per ritardare il voto è irta di ostacoli: ci sono almeno due leggi federali da superare e la Costituzione da emendare. Allo stesso tempo, però, va garantita la salute di cittadini evitando assembramenti. Non a caso, il 16 marzo il Centers for Disease Control and Prevention ha raccomandato ai cittadini di evitare riunioni con più di 50 persone, almeno per i prossimi due mesi. Ma andiamo per ordine.

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LA 3 U.S CODE §1 SULLE DATE DEL VOTO

Gli Stati Uniti votano nello stesso modo da decenni. Per posticipare il voto la prima legge da cambiare sarebbe la 3 U.S. Code § 1.Time of appointing electors del 25 giugno 1948. La legge in particolare stabilisce che i grandi elettori devono essere eletti, in ciascuno Stato, il martedì successivo al primo lunedì di novembre, ogni quattro anni dopo l’elezione di un presidente e un vicepresidente. In parole povere per legge si deve votare il 3 novembre 2020. Modificare il 3 U.S. Code § 1 non è però sufficiente dato che è necessario ridisegnare anche il comma 7 che stabilisce quando i grandi elettori devono incontrarsi per esprimere la loro preferenza e cioè il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre: il 14 dicembre 2020.

I PALETTI DELLA COSTITUZIONE

Ammesso che il Congresso trovi un intesa sulle modifiche, gli ostacoli non sono finiti. Le due leggi licenziate da Camera dei rappresentati e Senato dovrebbero essere vidimate dal presidente, e nessuno ha la certezza che Donald Trump firmerebbe. Anche in caso di via libera dalla Casa Bianca, poi, potrebbero essere impugnate da una vasta schiera di corti federali. L’ostacolo più grosso resta però quello della Costituzione. Il 20esimo emendamento, approvato nel 1933, stabilisce che il mandato di presidente e vicepresidente termina a mezzogiorno del 20 gennaio, così come il mandato di senatori e membri del Congresso scade alle 12 del 3 gennaio. Allo stesso tempo la legge prevede che in quel momento inizi il mandato dei successori. Due le conseguenze: non si può votare dopo le 12 del 20 gennaio e soprattutto da quel momento il presidente uscente decade. La Costituzione però dà indicazioni in merito all’eventualità di un mancato voto.

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IL CAOS DETTATO DAL VIRUS

A questo punto lo scenario diventa sempre più ingarbugliato. E le strade sono almeno due: modifica dell’impianto normativo o conferma del voto. Il primo caso è il più complesso, non solo per le difficoltà di modifica delle leggi federali, ma soprattutto per l’oggettiva difficoltà a emendare la carta costituzionale, un procedimento possibile solo in due casi: voto favorevole dei due terzi delle Camere, oppure richiesta degli organi legislativi dei due terzi degli Stati che possono convocare un’assemblea che proponga emendamenti. Nella storia americana la seconda eventualità non si è mai verificata. Mentre la prima resta molto remota, anche a causa della forte polarizzazione tra democratici e repubblicani.

Passeggeri in fila all’aeroporto di Miami.

La conferma del voto, invece, porta con sé altre incognite. Per prima cosa è bene ricordare che nel corso della storia le elezioni nazionali non sono mai state spostate, nemmeno durante i conflitti mondiali. Anche nel 1918, durante l’epidemia di influenza spagnola quelle di metà mandato vennero confermate. In Idaho, ad esempio, il governatore impose agli elettori di fare file singole molto lunghe per evitare assembramenti, mentre a San Francisco venne imposto l’uso di mascherine a elettori e scrutinatori. Si registrò un un calo dell’affluenza intorno al 10%, ma nessuno mise in dubbio la legittimità del voto. A questo punto uno degli scenari possibili è un intervento del Congresso sulle operazioni di voto.

COME SALVARE IL VOTO

La strada più plausibile verso il 3 novembre è che il Congresso provi a fare ordine, questo perché ogni Stato ha un sistema di voto autonomo. La casistica è quanto mai variegata: c’è chi concede il voto anticipato o in assenza; c’è chi permette di votare per posta o di registrarsi come elettori il giorno stesso del voto; c’è anche chi richiede requisiti specifici per partecipare al voto e in molti Stati nessuna delle opzioni appena elencate è prevista. A questo punto rappresentanti e senatori potrebbero cercare di uniformare un minimo le varie leggi elettorali chiedendo agli Stati di permettere il voto in forme diverse dalla presenza fisica. Anche qui il panorama è frastagliato. Al momento 27 Stati, tra i quali i popolosi California, Florida e Illinois, permettono di votare via posta senza dover motivare la scelta. Altri 20 invece hanno restrizioni più forti, legate ad esempio alla possibilità di muoversi o all’età come nel caso del Texas o del Michigan.

IL MODELLO WASHINGTON: SOLO VOTO VIA POSTA

C’è però una terza via percorribile, quella intrapresa negli ultimi anni da Oregon, Washington, Colorado, Utah e Hawaii che hanno trasformato tutte le votazioni in all-mail election, elezioni esclusivamente via posta. Il modello potrebbe funzionare anche in piena epidemia, anzi ha già dimostrato la sua tenuta il 10 marzo scorso quando si sono tenute le primarie democratiche nello Stato di Washington, che con Seattle è uno dei focolai di Covid-19 nel Paese. L’affluenza è stata buona e al momento sono state contate quasi il 95% delle schede per oltre un milione e mezzo di voti. A scrutinio ultimato l’affluenza dovrebbe toccare il 50%, in linea con le previsioni. Per questo motivo, data l’emergenza, la soluzione più sensata sarebbe quella di estendere il modello a tutti gli Stati.

Uno dei box in cui gli elettori dello Stato di Washington possono depositare il loro voto

Gli elettori possono votare in anticipo e rispedire la scheda firmata o eventualmente inserirla in appositi seggi sparsi nelle contee di riferimento. Dale Ho, avvocato e direttore del Voting Rights Project presso l’organizzazione non governativa A.C.L.U., ha scritto un editoriale sul New York Times per spiegare come il voto via posta non sia solo la soluzione migliore contro l’epidemia, ma addirittura un ottimo strumento contro l’astensione. Un dato su tutti: nelle elezioni di metà mandato del 2018 gli Stati che permettevano di votare via posta liberamente hanno registrato un’affluenza più alta di 15,5 punti percentuali rispetto a quelli che imponevano requisiti più stringenti.

LA VARIABILE DONALD TRUMP

Tutti i ragionamenti fatti fin qui non tengono però conto della variabile Donald Trump. Il presidente nei suoi quattro anni alla Casa Bianca ha mostrato di essere sempre sopra le righe. È dunque lecito aspettarsi qualche sorpresa. Giusto l’anno scorso il tycoon aveva re-twittato un post di un suo forte sostenitore, Jerry Falwell Jr., presidente della Liberty University, che suggeriva come il mandato del presidente dovesse essere esteso per due anni. A questo punto bisogna capire quali sono le prerogative presidenziali. Per prima cosa nonostante l’esecutivo abbia poteri molto forti, il capo del governo non può modificare ciò che è previsto dalla Costituzione e dalle leggi federali. Non può quindi arbitrariamente scegliere di spostare la data delle consultazioni.

Donald Trump durante un briefing con la stampa nella Casa Bianca.

Quello che può fare, però, è usare il suo potere per cercare di indirizzare il corso del voto. Ad esempio potrebbe abusare del Presidential Alert system, un dispositivo per comunicare con gli elettori in casi di massima emergenza invitandoli a non recarsi ai seggi per motivi di causa maggiore (violenze o rischi per la salute) prevedendo addirittura il dispiegamento dell’esercito. È vero che anche in questo caso peserebbe più la minaccia che la capacità di impedire fisicamente alle persone di andare a votare. Ci sono infatti due leggi che limitano l’uso delle forze dell’ordine per intimorire gli elettori. Per schierare l’esercito serve, innanzitutto, il via libera del Congresso. Allo stesso tempo gli agenti federali non possono essere utilizzati per mansioni diversa da quelle previste dall’ingaggio: quindi niente uomini e donne del Fbi nei seggi. C’è però un’ultima opzione a disposizione di The Donald.

L’OPZIONE NUCLEARE: FAR VOTARE SOLO I GRANDI ELETTORI

L’ultima opzione sul tavolo richiama scenari fantapolitici ma comunque contemplati dalla legge. L’elezione del presidente, come noto, avviene per via indiretta. I cittadini con il voto scelgono i 538 grandi elettori, suddivisi per ogni Stato in base alla popolazione. Un candidato presidenziale per vincere deve essere votato da almeno 270 di loro. Il problema di questo sistema, al di là della rappresentatività, come sa bene Hillary Clinton che nel 2016 ha vinto il voto popolare senza conquistare la Casa Bianca, è che la legge non specifica come i singoli Stati debbano nominare questi grandi elettori.

Un seggio allestito durante le primarie dem a Warren, in Michigan.

Da decenni il meccanismo di attribuzione passa attraverso il voto popolare, ma la Costituzione non lo stabilisce espressamente: i grandi elettori possono infatti essere nominati anche senza elezioni. Così accadde alle origini degli Stati Uniti in Connecticut, Delaware, Georgia, New Jersey, e Sud Carolina. In realtà nel corso della storia tutti gli Stati hanno optato per il voto popolare, ma diverse sentenze della Corte suprema, raccolte da Slate, che arrivano fino allo scontro tra George W. Bush e Al Gore nel 2000, hanno ribadito che in linea teorica gli Stati possono tornare alla nomina diretta, persino dopo un voto popolare. Tutte prerogative costituzionali che non possono essere impugnate dal Congresso.

Attualmente il partito repubblicano controlla le legislature di 29 Stati per un totale potenziale di 294 elettori. Nel nostro scenario fantapolitico il presidente potrebbe chiedere ai legislatori dei singoli Stati di nominare direttamente grandi elettori a lui favorevoli. Certo, le variabili restano moltissime, tra queste il via libera da parte di tutti gli Stati, come pure il rischio di spaccare ulteriormente la società americana. Questo scenario resta il più remoto, sicuramente anti-democratico ma pur sempre legale. E se c’è anche solo una cosa che Trump ha insegnato è che l’imprevedibilità è una cifra distintiva della sua presidenza.

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Il coronavirus è l’unico vero avversario di Donald Trump

La disastrosa gestione dell'emergenza contagi e le bugie propinate agli elettori rischiano di danneggiare il tycoon nella sua corsa alla rielezione.

Seduto alla storica scrivania donata 140 anni fa dalla regina Vittoria al presidente Rutherford Hayes e fatta con le travi del veliero britannico HMS Resolute, il presidente Donald Trump ha parlato di coronavirus alle 21 di mercoledì 11 febbraio, 36 ore prima di annunciare l’emergenza sanitaria nazionale.  

Quello dell’11 marzo doveva essere un’occasione solenne, come sempre da 60 anni quando un presidente parla dalla “Resolute”. È stato invece il peggior discorso mai tenuto dall’attuale presidente, 11 minuti di frasi sbagliate, gaffe, e di plateale tentativo di adattare anche la gravissima situazione sanitaria alle necessità della sua campagna elettorale, e non il contrario.

Persino la Londra dell’anima gemella Boris Johnson lo ha smentito 24 ore dopo, dicendo che non farà come lui. Insomma, uno show disastroso, peggiorato il giorno dopo da una conferenza stampa in occasione di una visita di Stato subito diventata un bis sul coronavirus, e un bis di gaffe.

L’INCAPACITÀ DI TRUMP E I TONI PRESIDENZIALI DI BIDEN

Qualcuno sostiene negli Stati Uniti che l’incapacità di Trump di essere all’altezza della situazione, più un buon discorso dai giusti toni presidenziali tenuto invece sull’emergenza sanitaria il giorno dopo dal candidato democratico Joe Biden, hanno segnato la campagna elettorale. Può darsi, anche se la prudenza spinge a ritenere ancora Trump il favorito, perché non è facile scalzare un presidente in carica che si presenta per il rinnovo. Ma certamente il mediocrissimo show dell’11 marzo dallo Studio ovale della Casa Bianca avrebbe fatto felice Henry Louis Mencken (1880-1956), il più famoso, articolato, sarcastico critico della american way of life, una icona e il più potente maître à penser degli Anni 10 e 20 riscoperto e apprezzato negli ultimi decenni, convinto che il sistema democratico basato sul principio one man one vote , come è giusto che sia, assicura però prima o poi l’arrivo alla Casa Bianca di un imbecille.

LE ACCUSE STRAMPALATE ALL?UNIONE EUROPEA

Il punto centrale la sera dell’11 marzo è stato l’annuncio del blocco degli arrivi, per 30 giorni e a partire dal 13 marzo, di persone dall’area Schengen, cioè l’area Ue di libera circolazione di cui fanno parte anche Paesi non Ue come Norvegia e Svizzera, non ancora l’Irlanda dato il suo storico status di libera circolazione con il Regno Unito. Blocco totale, ha detto Trump. L’Unione europea è stata accusata «di non avere preso le stesse precauzioni che abbiamo preso noi», che poi sarebbe il blocco degli arrivi dalla Cina adottato il 31 gennaio, l’unica cosa fatta finora da Trump. Fino a 24 ore prima aveva sottovalutato il problema, definendo il tutto un’influenza di stagione in fondo come le altre, un po’ più cattiva, ma che sarebbe passata. «Nulla è stato chiuso, la vita e l’economia procedono normalmente», twittava ancora lunedì 9 marzo. Nella mattinata dell’11, deponendo al Congresso, uno dei responsabili della Sanità americana, Anthony Fauci, assicurava invece che il tutto sta «peggiorando, peggiorando, peggiorando»; ma la Casa Bianca era su un’altra lunghezza d’onda.

IL TRIONFO DEL PROTEZIONISMO E L’ORGIA DELLA FORTRESSE AMERICA

La colpa nel caso americano (1663 colpiti a tutto 12 marzo su 44 Stati, cioè il 90% del territorio e 300 in più del giorno prima) è degli europei, ha detto Trump nel suo discoro, parlando di foreign virus dove la parola enfatica non è virus ma foreign, in perfetta sintonia con la più classica e ottusa delle tradizioni americane, su cui però molti politici dell’800 e qualcuno del 900 hanno costruito una carriera, e che vede nel foreign tutto il male e nell’American tutto il bene. «Un numero di nuovi focolai sono stati disseminati negli Stati Uniti da viaggiatori provenienti dall’Europa». Da cui non arriverà più niente se non strettamente controllato, ha detto Trump in un crescendo di parole senza senso. «Queste proibizioni non si applicheranno soltanto alla gigantesca quantità di beni commerciali e di merci di ogni genere, ma a varie altre cose man mano che le misure verranno approvate. Stiamo discutendo ogni e qualsiasi cosa di quanto arriva dall’Europa». Un trionfo del protezionismo, grazie coronavirus, un’orgia di fortress America.

LE PANZANE CHE HANNO COSTRETTO LO STAFF A CORRERE AI RIPARI

Subito, appena spenti telecamere e microfoni, lo staff presidenziale è corso ai ripari. Nessun blocco del commercio. Nessun blocco totale degli arrivi per i cittadini e i residenti americani che rientrano, con le loro famiglie se del caso.

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E non è vero quanto assicurato dal presidente, e cioè che grazie alla sua mediazione le assicurazioni sanitarie rinunceranno ai copayment, la partecipazione non di rado notevole che l’assicurato deve assumersi per una quota della spesa. La rinuncia al copayment riguarda solo le spese per il tampone dove peraltro, si può aggiungere, ci saranno problemi data la scarsità di laboratori attrezzati. E poi il muro, the wall, «che sta andando su più in fretta che mai» e che è una grande idea perché contribuisce a tenere lontano il coronavirus, ha detto il presidente. Peccato che dovrebbero essere i messicani ad alzarlo, visto che per il momento hanno secondo dati Oms l’1% circa dei casi registrati negli Stati Uniti, come pochi sono per ora i casi in America Latina, subcontinente non centrale rispetto ai flussi (e ai viaggi) dell’economia globale.

LA GRAN BRETAGNA ESENTATA IN OMAGGIO ALLA BREXIT

Insomma, un disastro, peggiorato l’indomani, il 12 marzo, quando tutte le domande in una conferenza stampa al termine dei colloqui con il premier irlandese Leo Varadkar si sono concentrate sul coronavirus. «It twill go very quickly», ha detto Trump, «finirà in fretta», speranza di tutti e soprattutto sua perché potrebbe compromettergli seriamente la campagna elettorale, ma certezza di nessuno, e quindi parole al vento. Il peggio è venuto quando qualcuno ha fatto una domanda collegata al fatto che la Gran Bretagna è esonerata dal blocco degli arrivi. «Perché stanno facendo un buon lavoro, molto buono», ha spiegato Trump. «Non hanno molti contagi, e speriamo che possano andare avanti così». Qui si toccano i vertici della manipolazione. La Gran Bretagna è stata esentata come omaggio alla Brexit perché questo fa politicamente gioco alla demenziale strategia di Trump di migliorare la bilancia commerciale americana spaccando e umiliando l’Unione europea, neppure preavvertita e consultata prima del blocco dei voli, come subito hanno rivelato i vertici dell’Unione, protestando. In realtà alla data dell’11 il Regno Unito aveva 373 casi ufficiali e una decina di morti, più di vari Paesi continentali toccati dal blocco. Ma c’è di più. Giovedì 12, forse casualmente ma mai sottovalutare la perfida Albione, Londra ha giocato un brutto scherzo all’amico Donald. Il premier Boris Johnson ha detto che i contagi non ancora accertati potrebbero essere già attorno a quota 10 mila, e il Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) Rishi Sunak ha aggiunto che Londra non seguirà Washington nel blocco degli arrivi dall’Oltre Manica «perché l’evidenza che abbiamo è che non servirebbe a molto».

L’ESSENZA DELLA PRESIDENZA

Ma è servito, politicamente, a Trump o almeno lui si illude che gli serva. In realtà la zona ad alto rischio nella quale Trump da vero cinghialone si è cacciato definitivamente l’11 marzo, mentendo alla nazione, è legata alla natura stessa della presidenza americana, natura ancor più netta sotto campagna elettorale. Il presidente è negli Stati Uniti qualcosa di più del capo dell’esecutivo, è il grande sacerdote del massimo rito (religioso) nazionale, l’esaltazione la difesa e l’onore reso a una parola e a un concetto, America, che è la base di un Paese figlio di un’idea molto più che di una terra, ancora troppo giovane per essere unica madre di tutti. Nei momenti di vera crisi, e soprattutto in momenti lunghi come l’attuale, l’elettore medio ha bisogno di identificarsi con il presidente, di sentirlo vicino, uniti dalla stessa parola, America. Non si è vicini a nessuno quando si mente, si pasticcia, e si manipola. E questo è il rischio nel quale Trump si è infilato, mettendo in gioco il suo stesso carisma presidenziale. La realtà molto seria del coronavirus ha chiuso il cerchio.

LA LEZIONE DI MENCKEN

Mencken fu anche filologo e il suo The American Language (1919) è un lavoro fondamentale, ma resta soprattutto come colui che scrutò con particolare acume il costume e la politica, quest’ultima come quintessenza del tutto. Seguì tutte le campagne presidenziali della prima metà del 900 e sui presidenti a partire da George Washington espresse un giudizio, positivo solo per una frazione di loro. Non si fidava degli elettori, e ancor meno si fidava degli eletti. Nel luglio 1920, un secolo fa, trovava la formulazione migliore in un articolo per il Baltimore Evening Sun: «Come la democrazia si perfeziona, il ruolo del Presidente rappresenta sempre più da vicino l’anima più profonda del popolo. Verrà una grande e gloriosa giornata in cui la gente comune del Paese finalmente realizzerà il desiderio più profondo del cuore, e la Casa Bianca sarà occupata da un vero balordo e da un totale narcisistico idiota».

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Trump propone di rinviare di un anno le Olimpiadi di Tokyo

Per il presidente americano «i mercati rimbalzeranno e lo faranno con forza».

Per il presidente americano Donald Trump «i mercati rimbalzeranno e lo faranno con forza». Trump ha proposto anche di rinviare di un anno le Olimpiadi di Tokyo per l’emergenza coronavirus. Quanto alle critiche dei Paesi europei per il mancato avvertimento sul blocco dei voli dal Vecchio Continente agli Usa, il tycoon ha risposto: «Ci sarebbe voluto del tempo e dovevo agire rapidamente».

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Io mamma alle prese con l’emergenza coronavirus negli Usa

La paura con un presidente come Trump è tanta, ma le amministrazioni locali stanno facendo del loro meglio. In Massachusetts le scuole restano aperte per garantire servizi di base come la mensa e i responsabili rassicurano le famiglie ogni sera. Le università invece no: studenti a casa e lezioni a distanza. Il prezzo più alto lo potrebbero pagare le famiglie con disabili adulti in caso i centri diurni chiudessero.

È molto difficile fidarsi di un’amministrazione come quella di Trump quando ci si trova di fronte a una crisi mondiale come la pandemia da coronavirus, perché finora la Casa Bianca ha trattato tutto ciò che è scientifico con scetticismo e con toni da propaganda. Basta pensare al surriscaldamento globale.

È ancora più difficile quando i politici, cioè coloro a cui ci si affida nei momenti di difficoltà, dicono bugie e sono responsabili dei tagli, pesantissimi, fatti alla Sanità. L’ultima del presidente è stata quella di dire che se una persona è malata, ma in modo leggero, può comunque andare a lavorare.

Il fatto è che Trump è convinto che questa storia della pandemia sia solo una scusa per fargli perdere le elezioni, un complotto mondiale per impedirgli di fare campagna elettorale come piace a lui, con migliaia di persone che urlano «For more years» facendolo sentire al centro del mondo.

SCUOLE APERTE PER GARANTIRE SERVIZI DI BASE

Per fortuna le amministrazioni locali cercano di limitare il più possibile i contagi. Qui in Massachusetts, per esempio, malgrado i casi di coronavirus aumentino di giorno in giorno, non si è ancora arrivati a chiudere tutto, come in Italia. Il sovrintendente delle scuole pubbliche Kenneth Salim però scrive ogni sera alle famiglie di Cambridge. Nelle email spiega che siccome nessuno tra amministratori, insegnanti e studenti è ancora stato trovato positivo le lezioni continuano regolarmente. Sono tante le famiglie che si appoggiano ai servizi scolastici, soprattutto alla mensa. Per molti genitori che lavorano per conto proprio e che non possono permettersi di rimanere a casa con i figli, sarebbe un disastro economico se la scuola chiudesse. Molti studenti contano di avere almeno una colazione nutriente e un pasto caldo tutti i giorni. Se la scuola chiudesse, non avrebbero neanche questi servizi base.

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In ogni email, il sovraintendente Salim ricorda di mantenere la calma, di seguire le norme igieniche e di fidarsi delle istituzioni. Manda anche dei link per informarsi meglio, consigli su come gestire lo stress che molti provano. Conclude scrivendo: «Spero che facciate particolarmente attenzione all’importanza di prendervi cura di voi e di chi vi sta attorno. Credo molto in questa comunità e so per certo che riusciremo a uscire da questo periodo incerto. Grazie per il vostro continuo supporto».

LE UNIVERSITÀ CHIUDONO E LE LEZIONI SI TENGONO A DISTANZA

Molte università, tra cui quella che frequenta mia figlia Sofia, invece hanno scelto di chiudere i battenti. Gli studenti continueranno le lezioni a distanza, ma dovranno tornare a casa. Si riprenderà a settembre. Per chi, come Sofia, non vive con noi da più di due anni, è stato un colpo basso. Notizie locali raccontano di ragazzi che piangendo chiamano le famiglie per chiedere di restare, magari affittando un appartamento vicino all’università per poter stare insieme e soprattutto per non tornare dai quei rompicoglioni di genitori. Anche se ovviamente il mio ego da leonessa mi ha fatto sentire rifiutata ed esclusa, ho pensato che neanche io ho voglia di averla attorno sbuffante e nevrastenica, per cui che vada a stare con i suoi amici in una casa grande abbastanza. «Lavati le mani e non baciare nessuno», continuo a ripeterle. Perché poi se le viene il coronavirus mi tocca anche accudirla.

LE DIFFICOLTÀ DELLE FAMIGLIE CON DISABILI

Per mio figlio Luca, autistico grave, per ora non è cambiato nulla: continua ad andare al suo centro diurno e finora nessuno ci ha mandato email di alcun genere. Immagino che se qualcuno dovesse risultare positivo chiuderanno anche quello. Per le persone disabili adulte il problema è più grave, ovviamente, perché mentre io e mio marito possiamo gestire facilmente nostro figlio, molti genitori anziani non possono più farlo, e sarà davvero un problema. Ma per ora mi sembra tutto sotto controllo. Vado a lavarmi le mani e che Dio ce la mandi buona anche questa volta.

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L’Iran non può diventare il Cigno nero del Medio Oriente

La mancata trasparenza sulla crisi coronavirus, il braccio di ferro con gli Usa sul nucleare, la brutale repressione delle proteste e l'eliminazione di migliaia di candidati alle ultime elezioni. Il regime è a rischio implosione. Ma è uno scenario che nell'area non conviene a nessuno. L'Europa lo tenga a mente.

Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri dell’Iran, ha delle riconosciute capacità diplomatiche corroborate dalla notevole dote di saper suscitare empatia, ma la sua recente sortita sul collegamento tra sanzioni economiche e terrorismo medico da parte dell’Amministrazione statunitense – «Donald Trump rende più stringenti le sanzioni illegali statunitensi per impoverire le risorse iraniane necessarie per combattere il coronavirus, mentre i nostri cittadini muoiono» – è andata francamente fuori dal recinto delle più singolari strumentalizzazioni.


Intendiamoci, è un dato di fatto che le sanzioni Usa abbiano prodotto e stiano producendo pesanti ripercussioni sul più diversi ambiti del sistema economico e sociale e del Paese, ivi compreso verosimilmente anche quello sanitario. Ma è altrettanto indiscutibile anche la cortina fumogena con la quale il regime iraniano ha cercato di nascondere prima e di minimizzare poi la portata della diffusione del contagio nel Paese.

Aprendo uno scenario che è andato ormai al di là anche dell’esempio del regime cinese che, dopo un iniziale tentativo di tenere in ombra quanto stesse succedendo, ha compreso che per avere successo nell’affrontare il contagio occorreva guadagnarsi la fiducia della gente e quindi raccontare la verità.

LA MANCATA TRASPARENZA DI TEHERAN SULL’EMERGENZA CORONAVIRUS

Nel caso dell’Iran invece ci sono un governo che appare quanto meno “reticente” volendo ricorrere a un eufemismo, una popolazione scettica e un’infezione dilagante. Il Paese in questo modo rischia di divenire, se già non lo è, un epicentro del coronavirus e dunque un pericolo per la sua popolazione e per il mondo. Le immagini e le notizie che comunque sono arrivate all’attenzione internazionale sono inquietanti: non solo e non tanto per il numero crescente di dirigenti risultati positivi anche ai più alti livelli del regime e del parlamento, ma anche per lo stridente contrasto (tra 1 e 7 volte) tra il numero degli infettati non letali e dei morti dichiarati ufficialmente e quelli che risultano dalle inchieste condotte nel settore medico. Ma c’è di più. Malgrado il blocco annunciato di tutti i voli da e per la Cina, la Mahan Air, una compagnia privata messa sotto sanzioni statunitensi per il suo ruolo nei traffici di armi e i legami con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, continua ad andare e venire tra Teheran e Pechino. Probabilmente per le necessità dell’alleato Bashar al Assad nell’area di Idlib nel nord ovest della Siria.

LA RETORICA DEGLI USA-GRANDE SATANA NON FUNZIONA PIÙ

Negli ultimi giorni la situazione sta mutando. L’allarme monta, ma con un evitabile ritardo legittimato anche dalle parole di Hassan Rouhani che pur raccomandando attenzione alle indicazioni delle autorità sanitarie suonavano così: «Dobbiamo comunque continuare nel nostro lavoro e nelle nostre attività. Il contagio è uno dei complotti dei nostri nemici per spargere la paura e fermare il Paese». A queste sono seguite quelle sprezzanti con le quali Rouhani ha respinto l’offerta di assistenza che Trump si era detto pronto ad avanzare se Teheran lo avesse chiesto, definendola una «maschera di compassione» accompagnata dalla sollecitazione a revocare almeno le sanzioni sui medicinali.
Ma si è avuta più che l’impressione che questo ritorno alla strategia più o meno occulta del nemico numero uno, il grande Satana, stia ormai funzionando solo in parte, soprattutto nella fascia più urbana e acculturata del Paese che non nasconde più la delusione, l’irritazione e la sfiducia nei riguardi di un regime che non ha esitato a mettere sotto il tallone di una brutale repressione anche le più disarmate manifestazioni di protesta; che ha ammesso a denti stretti – e solo quando non poteva più reggere la versione dell’incidente tecnico – la responsabilità della propria contraerea nell’abbattimento dell’aereo ucraino (176 morti) nel gennaio scorso; che ha scartato circa 7 mila iraniani potenzialmente scomodi che intendevano candidarsi alle elezioni parlamentari.

IL BRACCIO DI FERRO SUL NUCLEARE

Non è secondario, in questo contesto, l’atteggiamento assunto dal regime in materia nucleare in risposta all’improvvido ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo del 2015, peraltro ampiamente annunciato in campagna elettorale da Donald Trump. Lasciando pure da parte la possibilità di una risposta in chiave potenzialmente costruttiva resa impraticabile dal comprensibile orgoglio nazionale ferito, l’obiettiva difficoltà di ottenere adeguate “compensazioni” dagli altri firmatari, Paesi europei in testa, poteva essere progressivamente metabolizzata e rivisitata nei termini resi percorribili da quella consumata abilità diplomatica riconosciuta a Teheran. Si è optato invece per la logica del braccio di ferro, fatalmente claudicante nelle obiettive condizioni di forza rispettive e soprattutto si è deciso di fare di quella logica la leva di una duplice dimostrazione muscolare: da una parte assumendo atteggiamenti e comportamenti marcati da manifesta minaccia alla già assai precaria stabilità regionale nell’area del Golfo; dall’altra, assumendo la responsabilità di procedere a unilaterali discostamenti dalle regole stabilite nell’accordo nucleare e arrivando a vietare all’Aiea l’accesso a determinati siti. Ciò ha indotto non pochi osservatori a domandarsi la ragione per la quale Teheran che per un verso non intende ri-sedersi al tavolo negoziale per un altro non lo abbandoni e continui a considerarsi legata all’accordo nucleare. E a osservare che un accordo ritenuto impopolare tra i conservatori più duri del regime, difficile da negoziare e deludente nei risultati prodotti trovi tanto sostegno. Anche adesso che le possibilità di ritrovarsi Trump rieletto non sono affatto peregrine e Teheran non può non avvertire i rischi di essere considerato il cigno nero del Medio Oriente.

VA RIPENSATO UN MODUS VIVENDI NELL’INTERA AREA

C’è da chiedersi se proprio la minaccia del coronavirus, con tutto ciò che sta comportando in termini di contagio e di ripercussioni socio-economico-finanziarie già pesantemente in atto, non possa costituire il punto di partenza per una rinnovata riflessione sul come ritrovare un modus vivendi regionale scevro per quanto possibile da ambizioni egemoniche che a conti fatti sembrano inattuali. A dire il vero vi aveva fatto cenno lo stesso Iran con la proposta di un Piano di pace per lo stretto di Hormuz (coalizione della speranza) lanciata il 22 settembre alle Nazioni Unite e rimasta sostanzialmente inascoltata perché in quel momento ritenuta strumentale. Vi hanno per contro fatto seguito proposte similari avanzate da altri Paesi del Golfo, da ultimo gli Emirati che sembra possano avere migliore fortuna. E ciò in considerazione del momento critico in cui versa un Iran esposto al rischio di implosione del regime, con un clima di generale insofferenza della popolazione a una leadership spietata; rischio che nessun avversario regionale può considerare un esito auspicabile rispetto invece alla possibilità di ricercare un ordine regionale degno di questo nome che nessuno al di fuori dei membri della regione stessa può mettere in piedi e offrirvi le dovute garanzie in termini di non aggressione e di non interferenza negli affari interni degli altri.

L’EUROPA COLGA OGNI OCCASIONE DI DIALOGO

Qualche parvenza di disponibilità politica in tal senso sembra in corso di incubazione in questo delicato e travagliato momento. E il tempo che manca alle prossime elezioni presidenziali offre una finestra che non si dovrebbe mancare. L’Europa che tanto a cuore ha l’accordo nucleare e si appresta a vivere una fase di crescenti criticità dovrebbe avere tutto l’interesse a incoraggiare questi primi, embrionali segnali; con la discrezione del caso e tenendo ben in conto i limiti attuali dell’agenda regionale iraniana. È una sfida ardua che sembra perdente di fronte alla politica di spartizione delle aree di influenza in atto nella regione, ma rinunciare ad affrontarla porterebbe a conseguenze certamente peggiori.

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L’Europa si svegli: Trump ha in serbo altri regali avvelenati

Il presidente ha rotto la Pax Americana sotto la quale il Vecchio Continente ha prosperato. Il tycoon ci vede più come concorrenti commerciali che come alleati. Per questo ha tifato per la Brexit e vorrebbe tagliar fuori Bruxelles da ogni negoziato. Il nuovo ordine mondiale che ha in mente però spaventa.

Pochi pensavano nell’inverno di quattro anni fa che Donald Trump potesse conquistare la Casa Bianca.

Pochi negli Stati Uniti, dove più di un pluridecorato commentatore perdeva la faccia sostenendo fino al pomeriggio dell’8 novembre 2016 che Hillary Clinton lo avrebbe distrutto, e pochissimi in Europa.

Joe Biden potrà scalzarlo? Quella di Biden è una strada in salita, perché un secondo mandato al presidente uscente in genere non si rifiuta. Sarebbe certo una buona scelta, per l’Europa in particolare, perché Biden di Europa si è occupato e a lungo in prima persona fin da quando, senatore di prima nomina negli Anni 70, cominciò un lungo lavoro nella commissione Esteri, di cui ha anche retto la presidenza.

COME SONO CAMBIATI I RAPPORTI USA-EUROPA

La visione internazionale di Trump, il tredicesimo, rompe invece una linea costruita tra il 1947 e il 1949, modellata sulle urgenti necessità dell’Europa di allora e su una visione dei rapporti tra America ed Europa, e in senso lato tra l’America e il mondo, alla quale sempre da allora 12 presidenti si sono più o meno allineati.

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Certo, i tempi cambiano, né gli Stati Uniti sono più quelli di 70 o 60 anni fa, la loro potenza relativa economica e strategica è diminuita pur restando ancora l’unica vera superpotenza, l’Europa è ricca, più o meno, ma lontanissima dall’essere quello che è stata a livello globale per almeno tre secoli dal primo 600 all’inizio del 900, quando era il centro del mondo prima di suicidarsi con due guerre mondiali. Vari aggiustamenti sono stati fatti nella politica americana, anche in quella transatlantica, a partire forse da quando Bush padre ricordava, inaugurando la sua presidenza nel gennaio 1989, che il Paese aveva «more will than wallet», più ambizioni che mezzi. Ma la linea di politica estera, ed europea in particolare, è rimasta nella sostanza quella avviata da Harry Truman, anche se altri teatri sono diventati prioritari, il Pacifico e la Cina, e Bush figlio, e Barack Obama soprattutto, non hanno dedicato all’Europa molta attenzione.

IL VECCHIO CONTINENTE È PIÙ CONCORRENTE CHE ALLEATO

Già durante la campagna elettorale del 2016 e in modo più netto nel discorso inaugurale del gennaio 2017 Trump ha dettato la nuova linea: America first, prima l’America e gli interessi americani. Anche tutti i suoi predecessori hanno difeso per primissima cosa gli interessi americani, vissuti però in simbiosi con gli interessi di un mondo in equilibrio e del quale gli Stati Uniti sono ancora, per la parte occidentale e non solo, il perno, attraverso un sistema di regole e alleanze, in economia e strategia. Questi sono per Trump, a corrente alternata, degli impacci più che dei supporti, e impediscono il pieno esercizio del potere americano.

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L’Europa più che un alleato è un inevitabile concorrente commerciale (oltre che un partner economico senza uguali, per gli Usa e i suoi investimenti). Trump male sopporta un’Unione europea che rappresenta un mercato domestico più grosso del suo e tratta quindi da posizioni di forza, mentre dall’altro lato gli accordi di 70 anni fa fanno degli Stati Uniti i protettori militari di questo mondo di piccole nazioni, la cui difesa senza l’ombrello strategico Usa non sarebbe assolutamente credibile. E con meno di 2000 chilometri fra Berlino e Mosca e meno di 1000 tra i confini orientali dell’Unione europea e il Cremlino, centro del potere assoluto nel Paese più esteso del globo, nano economico ma gigante militare. Questo Paese, lo si sa dai tempi di Alessandro I, zar ai tempi di Napoleone I, placherebbe le sue insicurezze solo controllando l’Europa intera fino all’Atlantico.

I PIANI PER SMANTELLARE L’UE E IL PIENO APPOGGIO ALLA BREXIT

Non è che le rimostranze trumpiane verso l’Europa siano del tutto infondate. L’ex Segretario di Stato e storico della diplomazia Henry Kissinger ha ricordato che le forze militari delle nazioni europee (tutte, le neutrali Svizzera e Svezia comprese) «sono più un biglietto di ingresso (un pro forma insomma, ndr) sotto il riparo dell’ombrello nucleare americano che qualcosa di credibile per una difesa locale». Il problema è che Trump non solo ripete con più forza quanto già detto da vari suoi predecessori, e cioè che gli europei devono contribuire di più alla Nato, ma vorrebbe sfasciare l’Unione europea che della Nato è storicamente un controaltare, per trattare commercialmente one to one, da Paese a Paese tagliando fuori Bruxelles, posizione estremamente vantaggiosa per Washington, al punto che proporla richiede notevole faccia tosta. Ma paga, in voti, con l’elettorato del Midwest.

Trump vorrebbe sfasciare l’Unione europea che della Nato è storicamente un contro-altare, per trattare commercialmente one to one, da Paese a Paese tagliando fuori Bruxelles

Il pieno appoggio di Trump alla Brexit spiega benissimo il tutto. In piena campagna per il referendum del giugno 2016 Obama, in visita in Gran Bretagna, disse esattamente il contrario, e cioè che l’uscita dall’Unione non sarebbe stata nell’interesse dei britannici, né dell’Europa ovviamente. Qualsiasi predecessore di Obama, fin da Franklin Roosevelt probabilmente e certo da Harry Truman in poi, avrebbe detto lo stesso. Non Trump, e questo dà la misura del cambiamento. Trump piccona un mondo ma non offre nessuna visione credibile su come costruirne un altro. Siamo tornati all’America degli Anni 20, come se l’isolazionismo avesse un senso da quando esistono missili intercontinentali capaci di valicare l’Atlantico in circa 20 minuti.

LE AFFINITÀ ELETTIVE TRA TRUMPISMO E SOVRANISMO

Il trumpismo è fatto anche di nostalgia, come il sovranismo europeo, e non tutti negli Usa hanno somatizzato quella rottura nella tradizione diplomatica americana imposta dalla Nato (1949), prima alleanza formale sottoscritta dagli Stati Uniti in 170 anni di storia e abbandono del principio del no entanglement, niente condizionamenti, contatti commerciali con tutti e alleanze politico-militari con nessuno. Lo avevano sancito il primo e il terzo presidente, Geroge Washington e Thomas Jefferson, nel 1796 e nel 1801. Tempi lontani, ma sempiterni, in una nazione sostanzialmente ideologica quanto a credo politico come gli Stati Uniti, e dove in dottrina tout se tient.

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Nel suo world order, un cri de coeur sulla politica estera americana e sul suo rapporto speciale con l’Europa (non il solo Regno Unito, l’Europa), Kissinger ricordava nel 2015 come «gli Stati Uniti hanno ogni motivazione storica e geopolitica per sostenere l’Unione europea e prevenire che scivoli in un vuoto geopolitico; gli Stati Uniti, se separati dall’Europa in politica, economia e difesa, diventerebbero geopoliticamente un’isola al largo dell’Eurasia (concetto che la Russia di Vladimir Putin ha ampiamente rispolverato, ndr), e la stessa Europa potrebbe diventare un’appendice ai circuiti dell’Asia e del Medio Oriente».

UN NEO-ISOLAZIONISMO NON CONDIVISO DALL’ESTABLISHMENT

Trump non è l’America e come noto l’establishment diplomatico e militare non condivide troppo la sua posizione ipernazionalista e sostanzialmente isolazionista, versione primigenia del sovranismo europeo.

Ciascuno gioca le proprie carte. La Russia con quello che ha, cioè risorse naturali e armi, situazione potenzialmente pericolosa per un’Europa che, all’opposto, ha molto ma non armi, e Trump che preferisce volare in solitaria perché crede che gli convenga

È sufficiente leggere la lettera di dimissioni (dicembre 2018) da ministro della Difesa del generale James Mattis, formalmente rispettosa ma sostanzialmente polemica, per capire come delle alleanze in genere, diplomatiche e militari, e della Nato in particolare, i professionisti della difesa e della diplomazia abbiano un’idea ben diversa, nonostante tutto. Ma è lui il presidente e, superato il tentativo di impeachment, se dovesse venire rieletto con più voti popolari che nel 2016, imbaldanzito, vorrebbe certamente lasciare una traccia profonda in quella storia che è così male equipaggiato a capire e a cercare di prevedere.

GLI EUROPEI SI PREPARINO A REGALI AVVELENATI

Ma gli europei che pensano? È questo il punto centrale. Comodamente abituati a fare soldi sotto l’ala americana, dimentichi dell’abisso in cui si autodistrussero con due guerre terribili, raccattati poco dopo la fine della Seconda guerra da un’America che decise essere fra i suoi interessi primari il salvataggio dell’Europa, stanno a vedere. Non è chiaro in quanti abbiano coscienza di quali regali avvelenati Trump potrebbe prossimamente fare. Già ha incominciato con il Trattato Inf sui missili a medio raggio, abbandonato, e che è o era al cuore del concetto europeo di difesa. Nel 2021 ci sarà da rinegoziare per la seconda volta il Trattato Start sui missili strategici, a lungo raggio. Si sta preparando un nuovo ordine mondiale dopo la Pax Americana e ha molto l’aspetto di un disordine.

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Ciascuno sta giocando le proprie carte Cina e Russia in testa, la Russia con quello che ha, cioè risorse naturali e armi, situazione potenzialmente molto pericolosa per un’Europa che, all’opposto, ha molto ma non armi, e un Trump che preferisce volare in solitaria, perché ritiene che ciò gli convenga. «La stessa sicurezza e la sovranità dell’Europa sono ora a rischio», dice l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, da tempo impegnato in uno sforzo per svegliare l’Europa e, soprattutto, la sua Germania così restia a guardare in faccia la realtà geopolitica e più di tutti beneficiata finora dalla ormai più che mutevole Pax Americana.

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Le mosse di Fed e Bce per contrastare il coronavirus

Si tratta della prima misura "emergenziale" dalla crisi del 2008. L'annuncio raffredda lo spread che scende a 161. Intanto la Bce pensa a finanziamenti diretti alle Pmi.

Per arginare la crisi innescata dal coronavirus, la Fed taglia i tassi di interesse di mezzo punto. Si tratta del primo taglio di “emergenza” dalla crisi finanziaria del 2008.

Il coronavirus richiede una «risposta su più fronti», ha spiegato il presidente della Banca centrale Usa Jerome Powell, «dalle autorità sanitarie, dalle autorità di bilancio e dalla politica monetaria che può sostenere l’attività economica, rafforzare la fiducia ed evitare una stretta delle condizioni finanziarie». La Fed, ha aggiunto, si attende che l’economia torni a «una solida crescita». Infine ha ricordato che il coronavirus ha «cambiato materialmente l’outlook dell’economia americana».

IL PRESSING DI TRUMP SULLA FED

Sforzi che non hanno soddisfatto Donald Trump che, secondo la Cnbc, non sarebbe stato informato del taglio. In una serie di tweet, il presidente ha chiesto alla Fed di agire in modo più incisivo e di «svolgere un ruolo da leader» allentando maggiormente la politica monetaria.

Powell ha risposto alle richieste del presidente ricordando che le decisioni della Federal Reserve «sono prese nell’interesse degli americani». senza tener «conto di considerazioni politiche».

LA BCE STUDIA FINANZIAMENTI DIRETTI ALLE PMI

Dall’altra parte dell’Atlantico la Bce, sempre per fronteggiare la crisi, starebbe invece pensando a un meccanismo di finanziamento diretto alle Pmi colpite. Lo scrive la Reuters sottolineando come Francoforte potrebbe utilizzare delle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Tltro) direttamente alle Pmi anche se «non c’è una decisione imminente» perché il lavoro preparatorio prenderà tempo. La Bce ha già condotto, dal 2014, tre operazioni Tltro attraverso le banche. La Tltro III, annunciata a marzo 2019, è ancora in corso.

CALA LO SPREAD, MILANO LIEVEMENTE POSITIVA

Intanto il taglio della Fed ha avuto i suoi effetti in Italia. Lo spread Btp-Bund è sceso a 161 punti base, in forte calo da 176 della chiusura di lunedì. Questo perché gli investitori guardano con interesse ad altri interventi delle banche centrali contro l’impatto economico della diffusione crescente del coronavirus. Piazza Affari ha chiuso in leggero rialzo: +0,43% a 21.748 punti, mentre il Ftse All share in crescita dello 0,47% a quota 23.625.

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Come le primarie dem possono cambiare i rapporti tra Usa e Cina

Dagli hardliner Sanders e Warren al normalizzatore Biden: i candidati democratici alla Casa Bianca hanno posizioni variegate sul libero commercio. Le loro idee su Pechino, tra similitudini con Trump, gaffe e qualche scheletro nell'armadio.

Rimodulazione della tassazione, riforma del sistema sanitario nazionale, limitazione dell’accesso alle armi da fuoco: sono i grandi classici di ogni campagna elettorale statunitense, e la corsa alla nomination democratica non ha fatto eccezione. Ma nell’America post 2016, forgiata da quattro anni di presidenza Trump, c’è un tema che nel corso dei dibattiti e dei comizi dei candidati dem ha assunto una rilevanza sempre maggiore, ed è quello dei rapporti con la Cina. L’approccio nei confronti del gigante asiatico, che con Trump ha combattuto una guerra commerciale sfociata in una tregua solo a gennaio 2020, ha diviso negli ultimi mesi gli aspiranti presidenti democratici. Al punto che alcuni si sono ritrovati più vicini alle politiche attuate dall’inquilino della Casa Bianca che a quelle predicate dai compagni di partito.

Bernie Sanders.

SANDERS E IL NEMICO CINESE

È il caso di Bernie Sanders, senatore del Vermont e volto dell’ala più a sinistra del Partito democratico. Il 78enne nativo di Brooklyn è noto per le critiche mosse al libero commercio, reo a suo dire di avere danneggiato i lavoratori statunitensi e indebolito – uno su tutti – il settore manifatturiero.

Se da presidente userei i dazi? Certo, lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata

Bernie Sanders

Nella visione di Sanders, la Cina va contrastata, se necessario, con le stesse armi sfoderate da Trump: «Se da presidente userei i dazi? Certo», ha dichiarato ad agosto alla Cnn, «lo farei in modo razionale nel contesto di una politica commerciale ampia e sensata. I dazi sono uno strumento. Stai guardando una persona, tra l’altro, che ha contribuito a guidare lo sforzo contro la normalizzazione delle relazioni commerciali con la Cina e il North American Free Trade Agreement (il Nafta, trattato di libero scambio del 1994 tra Usa, Canada e Messico, ndr)».

IL PATRIOTTISMO ECONOMICO DI WARREN

Al pari di Sanders, anche Elizabeth Warren s’è sempre posta in netto contrasto con le politiche di Pechino, la cui crescita – dice – porta con sé la lezione che «i guadagni economici legittimano l’oppressione». Warren si muove nel solco di quello che lei stessa ha definito “patriottismo economico”. E che ha portato alcuni osservatori a sostenere che la senatrice del Massachusetts potrebbe rivelarsi persino più dura con Pechino di quanto lo sia stato Trump in questi quattro anni. Secondo quanto dichiarato all’agenzia Reuters da Scott Lincicome, esperto di politica commerciale presso il Cato Institute, tanto il messaggio di Sanders quanto quello di Warren in materia di mercato «sono indistinguibili da quello di Trump».

BLOOMBERG, A CANOSSA DA XI

Agli antipodi della coppia Sanders-Warren troviamo Michael Bloomberg e Joe Biden. Il primo, dichiaratamente favorevole a una de-escalation con la Cina, è stato criticato in passato per alcune parole non proprio bellicose nei confronti del presidente Xi Jinping («Non è un dittatore. Nessun leader può sopravvivere senza il volere della maggioranza della sua gente», ha detto l’ex sindaco di New York) e per l’accondiscendenza del colosso dei media da lui fondato nei confronti di Pechino. Accondiscendenza emersa in particolare nel 2013, quando l’agenzia si autocensurò – bloccando un’inchiesta dei propri giornalisti sulle ricchezze della famiglia di Xi – per non perdere la licenza necessaria per operare in Cina. Piccoli indizi, che però hanno già portato una testata autorevole come Foreign Policy a chiedersi se Bloomberg, da presidente, non sarebbe troppo vulnerabile nei rapporti con Pechino.

Joe Biden.

LE CARTE DI BIDEN IL “NORMALIZZATORE”

Infine c’è Biden. L’ex vice di Barack Obama è stato fin troppo chiaro nel lasciare intendere come per lui la Cina sia tutto fuorché una minaccia: «La Cina? Ma dai!», ha detto a maggio 2019. «Non riescono nemmeno a capire come affrontare il fatto che hanno questa grande divisione tra il Mar Cinese e le montagne a Est… Voglio dire a Ovest». Un’uscita superficiale nei toni e nei contenuti, che gli costò critiche feroci da analisti e compagni di partito, Sanders in primis. Ma che dà l’idea di come, con Biden alla Casa Bianca, i rapporti tra Washington e Pechino sarebbero destinati a una progressiva normalizzazione.

Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo

Scott McCandless, PwC

«Biden è la migliore opportunità per un ritorno allo status quo», ha commentato di recente Scott McCandless, esperto di commercio alla PricewaterhouseCoopers, in articolo in cui Forbes definiva l’ex vice di Obama come «l’unico uomo che può salvare la Cina nel 2020».

IL LIBERO MERCATO TORNA DI MODA

Nel corso della campagna elettorale, Biden ha provato a mettere una pezza alle parole del maggio scorso, riconoscendo che «sì, siamo in competizione con la Cina, per noi è una sfida, in determinati contesti anche una minaccia». Tuttavia, l’ex vice presidente ha bocciato i dazi come strumento di pressione su Pechino, pur non chiarendo fino in fondo quali sarebbero i principi della sua politica commerciale. A differenza di Sanders, Biden sostenne la firma del Nafta nel 1994 come anche la distensione dei rapporti con la Cina. In un momento storico in cui il sostegno al libero mercato tra i cittadini statunitensi è in netta crescita (ad agosto 2019, due terzi si dicevano a favore), le battaglie del passato contro il protezionismo possono tornare utili a Biden per accreditarsi come normalizzatore nei rapporti commerciali con Pechino. E porsi, dinanzi a un elettorato logorato dalle guerre commerciali, come l’unica alternativa a Trump. Bernie Sanders e SuperTuesday permettendo.

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Ecco perché al Super Tuesday voto per Bernie Sanders

Se Joe Biden è riuscito a rinvigorire i moderati del partito democratico, il senatore del Vermont è carismatico e punta dritto ai problemi che affliggono questo Paese. Dopo quattro anni di Trump, se l’America deve cambiare, che cambi in meglio.

Alla fine eccoci: è arrivato il Super Tuesday in cui siamo chiamati a votare chi tra i dem potrebbe sconfiggere Donald Trump.

Sembra facile: dopotutto è stato il presidente peggiore del secolo, ne ha fatte di cotte e di crude. Ha superato un impeachment, ha distrutto tutto quello che (di buono) aveva fatto Barack Obama negli otto anni della sua presidenza; ha alienato gli Stati Uniti dal resto del mondo. Insomma, un disastro.

E finalmente si può votare una persona che lo cacci dalla Casa Bianca. E ripristini una volta per tutte ciò che di positivo gli Stati Uniti rappresentano. 

BIDEN HA RINVIGORITO I CENTRISTI DEM

Eppure credo che sia tutt’altro che una passeggiata scegliere chi potrebbe davvero riuscire nell’impresa. Il partito dell’Asinello si trova in una posizione difficile: c’è chi crede fermamente nella sua centralità, rinvigorita da Joe Biden – che lunedì ha raccolto i voti di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati ritirati dalle Primarie – e chi crede che non sia il momento di proporre programmi estremi, almeno per gli Stati Uniti, come quelli di Elizabeth Warren e Bernie Sanders

LE DUE FACCE DELL’EX VICEPRESIDENTE

Joe Biden rappresenta un ritorno alla politica americana pre-Trump. Dopo quattro anni di incredibile smarrimento, è una certezza: l’America vera sta nel centro, senza nessuna esagerazione a destra come a sinistra. Biden ha un curriculum eccezionale, e non solo grazie a Obama di cui è stato il vice. È riuscito a far passare leggi importanti grazie alla sua capacità di accettare compromessi con i repubblicani. È riuscito a salvare le fabbriche automobilistiche; ha supportato il Violence against Women’s Act. Ed è in grado di intercettare il voto degli afroamericani e delle minoranze, fattore importante se non decisivo per vincere le primarie.

L’ex vicepresidente Usa e candidato alle primarie dem Joe Biden (Getty Images).

Ma anche dei lati oscuri: ha votato per la guerra in Iraq, è tra i responsabili della legge che ha fatto finire in carcere tantissimi ragazzi per crimini minori. Insomma, è un democratico di centro, bravo, ma non sempre convincente. Gli mancano, va detto, due cose importanti: il carisma di Obama e l’entusiasmo che potrebbe portare i giovani (che sono il vero punto interrogativo delle elezioni) a spegnere Netflix e andare a votare. Se fossi una persona coerente, forse voterei per lui. L’America post Trump ha bisogno di sicurezze, di stabilità. Di una persona che conosce bene come funziona Washington e che sa come e cosa proporre. Anche se è ben lontano dal fascino di Obama, ne sposa comunque la linea politica.

QUELLO DI SANDERS PER NOI È SOLO BUON SENSO

Eppure è difficile rimanere impassibili al programma e al carisma di Bernie Sanders. Soprattutto per noi europei che ci siamo trasferiti qui malgrado tutto. Ci sembra ovvio che la Sanità e l’Istruzione siano un diritto di ogni cittadino. Così come che la classe media abbia bisogno del sostegno del governo. Non si tratta di socialismo, parola che fa venire la grattarola a molti americani. Si tratta di senso comune. Da questa parte dell’Atlantico però significa votare per chi sembra essere un rivoluzionario, un outsider, e dopo quattro anni di destabilizzazione, mi chiedo se l’America sia pronta per altri quattro anni di confusione, di rivoluzione, o se sarebbe meglio ancora una volta votare per la solidità: cioè Biden.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

Questa volta però ho deciso di rischiare e scegliere Bernie. Perché siamo nel 2020 e il Pianeta sta andando a catafascio, perché ci sono ancora milioni di persone che muoiono perché non hanno accesso alle cure mediche. Perché Wall Street deve cominciare a contribuire al bene comune. Ma soprattutto perché se l’America deve cambiare, spero che cambi per il meglio. E che Dio mi benedica.

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Perché il Super Tuesday 2020 è il più imprevedibile di sempre

Il 3 marzo una grossa fetta dell'elettorato dem è chiamata a scegliere il candidato che sfiderà Trump. Sul piatto oltre 400 delegati. Sfida al vertice tra Sanders e Biden che ha incassato gli endorsement di Buttigieg e Klobuchar. Dalle strategie alle variabili economiche: le cose da sapere.

Se non sarà il Super Tuesday più importante di sempre, sicuramente sarà il più imprevedibile. Il 3 marzo va in scena uno dei momenti chiave della lunga stagione delle primarie democratiche, appuntamento che precede la grande sfida a Donald Trump per la Casa Bianca, già segnata in rosso per il 3 novembre 2020.

Le incognite sul tavolo sono tante. In primo luogo la tenuta di Bernie Sanders come favorito per la nomination, l’ingresso dell’arena di dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg e il “momentum” di Joe Biden fresco vincitore delle primarie in Sud Carolina con un margine di oltre 30 punti su Sanders.

Il tutto condito dall’addio alla corsa dell’ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, che nonostante la partenza a razzo in Iowa, ha mostrato pesanti limiti in Nevada e Sud Carolina. Non solo. Il 2 marzo è arrivato anche il passo indietro di Amy Klobuchar che ha annunciato subito il suo supporto all’ex vice di Barack Obama. A tutto questo poi farà da sfondo anche l’emergenza coronavirus, che negli ultimi giorni è arrivata anche negli Stati Uniti.

COS’È IL SUPER TUESDAY

La prima traccia della definizione “Super Tuesday” risale al giugno del 1976. Quell’anno le ultime primarie di California, New Jersey e Ohio regalarono la nomination a Jimmy Carter e Gerald Ford e per la prima volta un quotidiano, il californiano Lodi News-Sentinel, utilizzò la parola “Super Tuesday” per indicare la sfida finale per ottenere la nomination.

La copertina del Lodi News-Sentinel del 3 giugno 1976

Da allora il formato delle primarie è andato via via cambiando fino ad arrivare a una forma simile a quella attuale nelle primarie del 1988, quando un gruppo di Stati del Sud spinse per un’unica giornata di voto nelle fasi iniziali della campagna per influenzare gli esiti della corsa in modo più incisivo. Quattro anni prima, infatti, la sonora batosta di Walter Mondale contro Ronald Reagan aveva convinto molti che fosse necessario puntare su candidati centristi, magari del Sud. Cosa che però non successe dato che nel 1988 vinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, poi battuto da George H. W. Bush.

DOVE SI VOTA NEL 2020

Dal 2000 in poi il blocco del Sud è stato annacquato rendendo la giornata di voto aperta a tutti gli Stati. Quest’anno quelli chiamati alle urne sono 14: California, Utah, Colorado, Texas, Oklahoma, Arkansas, Minnesota, Tennessee, Alabama, Nord Carolina, Virginia, Vermont, Massachusetts, Maine. Sul piatto ci sono ben 1.357 delegati, circa un terzo di quelli complessivi. Per capire la portata basti pensare che nei nei primi tre Stati in cui si è votato, Iowa, New Hampshire, Nevada e Sud Carolina, i delegati assegnati sono stati 155. Non solo. Per vincere la nomination un candidato ha bisogno di 1.991 delegati.

La mappa del voto: in blu gli Stati del Super Tuesday (Fonte: New York Times)

Il voto di quest’anno da Est a Ovest chiama alle urne Stati e popolazioni molti diverse tra loro. Si va dal super liberal Massachusetts, alle roccaforti repubblicane Texas e Oklahoma, con in mezzo i potenziali Swing States Colorado, Nord Carolina e Virginia. Per avere i risultati definitivi potrebbero volerci giorni. Lo stesso spoglio avverrà sfalsato ad esempio il Vermont (lo Stato di Bernie Sanders) chiuderà i seggi alle 19 (ora locale), mentre la California alle 23.

COME ARRIVANO AL VOTO I CANDIDATI

Ovviamente nessuno può vincere la nomination già al Super Tuesday, ma gli esiti potranno dare indicazioni molto significative sull’andamento della campagna elettorale. Le cose da osservare nel voto del 3 marzo sono almeno tre e riguardano quelli che al momento sono i principali candidati in corsa per la nomination: il senatore del Vermont Bernie Sanders, l’ex vice presidente Joe Biden e l’ex primo cittadino di New York Michael Bloomberg.

LA STRATEGIA DI SANDERS

Tra i candidati quello che testerà la sua candidatura in modo più forte sarà Sanders. Secondo quanto scrive il Washington Post, il senatore sta battendo soprattutto la California. Secondo gli ultimi sondaggi Sanders potrebbe essere l’unico candidato capace di toccare il 15% dei consensi nelle varie circoscrizioni, una soglia che permette di ottenere dei delegati. Sopra quel limite i delegati vengono poi distribuiti in maniera proporzionale.

Bernie Sanders durante un comizio a Los Angeles, California.

Secondo le stime di FiveThirtyEight Sanders dovrebbe aggiudicarsi circa 63 delegati contro i 43 di Biden, i 22 di Warren e i 14 di Bloomberg. Da un lato la strategia potrebbe aiutarlo a dare una spinta decisiva, dall’altro non va dimenticato che i risultati definitivi potrebbero arrivare con qualche giorno di ritardo. Allo stesso tempo in tutti gli Stati si vedrà se il “modello Nevada“, sul coinvolgimento di giovani e minoranze sia in grado di essere replicato altrove.

L’INCOGNITA BLOOMBERG E GLI INVESTIMENTI IN TEXAS E CALIFORNIA

I 415 delegati californiani fanno gola soprattutto a Mike Bloomberg. L’ex sindaco della Grande Mela ha puntato molto sul Golden State, con spot al tappeto, guerra dei meme e eventi pubblici. Basti pensare che a 27 febbraio il tycoon aveva aperto ben 22 uffici elettorali, come Sanders, contro i tre di Elizabeth Warren e uno di Joe Biden. Aveva speso 46 milioni di dollari in spot televisivi e lanciato una campagna di assunzioni per oltre 800 membri dello staff. Tra dicembre e gennaio il miliardario ha assunto come consiglieri per la sua campagna elettorale: Alexandra Rooker, vice segretaria della sezione californiana del partito democratico; e Carla Brailey, vice segretaria del Partito democratico per il Texas.

L’ex sindaco di New York City Mike Bloomberg durenate un comizio a San Antonio, Texas.

E proprio a Sud si potrebbe giocare la partita decisiva per il destino di Bloomberg. Anche nel Lone Star State la spesa non è stata indifferente: 35 milioni di spot, un quartier generale a Houston, 27 uffici sparsi nello Stato, e 160 nuove assunzioni. Secondo FiveThirtyRight i massicci investimenti di Bloomberg potrebbero non bastare dato che dovrebbe portare a casa solo 17 delegati sui 228 disponibili. A contendersi i restanti ci sarebbe il testa a testa tra Sanders e Biden, entrambi quotati a 28-29. Tutta da verificare, invece, la strategia di puntare al voto afroamericano visto l’ampio successo di Biden in Sud Carolina.

IL RILANCIO DI BIDEN COME ULTIMA SPERANZA DEI MODERATI

La terza cosa da tenere d’occhio il 3 marzo saranno quindi i risultati dell’ex senatore del Delaware che potrebbe tornare a sfidare apertamente Sanders. Due fonti della campagna elettorale di Biden hanno fatto sapere alla Cnn che la strategia è quella di contenere Sanders e restare competitivi, magari distaccando ulteriormente il gruppo degli inseguitori. L’approccio, hanno aggiunto le fonti, è quello di puntare a vincere negli Stati del Sud che mostrano profili demografici simili alla Sud Carolina, come Alabama, Arkansas, Tennessee e Nord Carolina. Senza dimenticare il Texas dove si è recato per una serie di comizi già il 2 marzo.

Joe Biden durante un rally in una scuola di Norfolk, in Virginia.

Sul fronte economico intanto Biden ha rimpolpato le finanze della sua compagna con 10 milioni di dollari arrivati tra sabato e domenica, molto più di quanto raccolto a gennaio e vicini ai 18 arrivati a febbraio. Una cifra ragguardevole lontana però dai 46 raccolti da Sanders e dai 29 raccimolati da Warren.

IL PESO DEGLI ENDORSEMENT

Il voto in Sud Carolina ha avuto però un effetto valanga su tutta la campagna e tra il 2 e 3 marzo una serie di movimenti nell’area moderata hanno rimescolato le carte. A meno di 24 ore dal Super Tuesday, infatti, Biden ha incassato tre sostegni di peso. Quello degli ormai ex candidati Pete Buttigieg e Amy Klobuchar e anche quello di Beto O’Rourke, ex deputato di El Paso che nel 2018 aveva quasi battuto il senatore Ted Cruz. I tre si sono presentati sul palco di Dallas, in Texas per sostenere ufficialmente Biden. L’ex primo cittadino dell’Indiana è addirittura volato da South Bend in Texas per incontrare l’ex vice presidente. Nella notte che ha preceduto il suo addio, ha scritto la stampa americana, avrebbe anche avuto una conversazione telefonica con l’ex presidente Barack Obama.

Gli interventi da Dallas in favore di Biden di O’Rourke, Klobuchar e Buttigieg.

LE ULTIMISSIME CHANCES DI WARREN

Se il fronte moderato sembra essersi ricompattato intorno a Biden, non può dirsi altrettanto per quello più a sinistra. Il Super Tuesday sancirà anche se nel proseguo della corsa ci sarà ancora spazio per Elizabeth Warren, che insieme a Klobuchar aveva ricevuto l’appoggio del New York Times il 20 gennaio scorso. La corsa della senatrice del Massachusetts non ha mai preso un vero slancio. Pur avendo risultati meno esaltanti di Buttigieg resta in corsa anche perché si vota nel suo stato, il Massachusetts. Difficile dire se sarà in grado di rilanciare la campagna elettorale, forse una vittoria in un paio di Stati o un conto dignitoso di delegati potrebbe aiutarla a sopravvivere, magari raccogliendo nuove donazioni, per ritentare la sorte nei sei Stati in cui si vota il 10 marzo prossimo.

Le senatrici Elizabeth Warren e Amy Klobuchar durante una marcia a Selma, in Alabama.

LE INDICAZIONI ECONOMICHE DEGLI ELETTORI

Con ogni probabilità il Super Tuesday darà sicuramente indicazioni significative in vista del 3 novembre. Gli Stati chiamati alle urne sono molto diversi tra loro. Il Times ha provato a mostrare questa diversità incrociando due valori: la crescita dei posti di lavoro l’andamento dei redditi. In questo modo è stato possibile creare quattro categorie: Stati con redditi alti e aumento dei posti di lavoro; Stati con redditi più bassi ma aumento dei posti di lavoro; Stati con bassi redditi e un mercato del lavoro contratto; e Stati con redditi alti e crescita lenta dell’occupazione. In un simile scenario tutte e quattro le zone mostreranno i sentimenti dell’elettorato dem sul piano economico, reagendo, o meno alle ricette dei candidati, da quelle socialiste di Sanders alla promessa della gestione manageriale fatta da Bloomberg.

GLI UTLIMI SONDAGGI IN VISTA DEL VOTO

Gli addii di Buttigieg e Klobuchar sicuramente avranno un impatto quasi imprevedibile ridisegnerà corsa e sondaggi. Al momento secondo Real Clear Politics a livello nazionale il favorito resta Sanders con il 29,6% dei voti, seguito da Biden (19,8%), Bloomberg (16,4%) e Warren (11,8%). Ma i sondaggi nazionali dicono poco anche in vista del voto di novembre dato che i super-delegati vengono assegnati Stato per Stato. In California, secondo una rilevazione di CBS News, il margine di Sanders molto ampio col 31% (e Biden al 19%). Più ristretto quello in Texas con una distanza tra i due di soli 4 punti, 30% contro il 26%.

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Il socialismo di Sanders può attendere: Trump vincerà ancora

Ce lo insegna la storia americana. E la costante erosione dei consensi democratici, già con Obama. Certo, se il senatore del Vermont non verrà fermato alla Convention di Milwaukee, vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere il tycoon dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

Conviene mettersi tranquilli e cercare di sopravvivere. Salvo fatti nuovi, sarà Donald Trump a vincere le Presidenziali del 3 novembre prossimo.   Come ipotesi è oggi la più realistica.

Gli scommettitori americani attribuiscono al momento il 22% di possibilità a Bernie Sanders e il 7% al secondo nella scala delle probabilità fra i democratici, cioè Michael Bloomberg. A Joe Biden va attorno al 4%

Una probabile vittoria di Trump è fastidiosa perché l’uomo è di basso livello, a parte l’evidente fiuto politico, o meglio elettorale.

TRUMP E IL SUO DISPREZZO PER NATO E UE

È l’assenza di una vera politica estera che più preoccupa in Europa. La sua è un linea da sempre tipica del nazionalismo di destra americano, fatta di confronti duri nei quali gettare il peso degli Usa, di rivalse protezionistiche e non di rifiuto di ogni condizionamento. Ne deriva il suo disprezzo per gli stessi pilastri creati da Washington nel tempo come la Nato o da Washington appoggiati come Cee ed Ue. È una costante che va da Harry Truman a Bill Clinton e anche poi, nonostante i tempi mutanti, a Bush figlio e a Barack Obama, quest’ultimo peraltro poco interessato all’Europa ma non al punto da non uscire allo scoperto poco prima del referendum sulla Brexit del 2016 a favore di un’Europa unica, Regno Unito compreso. Imbaldanzito da una eventuale rielezione e dallo scampato impeachment, Trump sarebbe nel secondo mandato ancora peggio.

LA NOSTALGIA PER LA PAX AMERICANA

L’ex immobiliarista disinvolto è al timone di un Paese troppo grosso e forte per poter essere ridotto a miti consigli, se necessario, ma ormai troppo piccolo per dominare il mondo come ha fatto a lungo, determinando vari equilibri. C’è nostalgia per la Pax americana ma il primo a dichiararla più defunta di quanto non sia è proprio Trump, che la considera un impaccio agli interessi di Washington. Con lui l’America naviga senza bussola se non l’“istinto” del presidente e i suoi tweet. È chiaro che l’America è ormai post-egemonica, siamo di fronte a un nuovo equilibrio globale i cui pilastri dovrebbero essere gli Stati Uniti, ancora a lungo in grado di essere il primus inter pares, la Cina e l’Europa di Bruxelles. Forse anche l’India. 

Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale

La Russia è un caso diverso, gigante militare e nano economico, l’esatto opposto dell’Unione europea. Ma inutile parlare di nuovo ordine mondiale a Trump. Non ci crede. Crede solo nella competizione delle nazioni, che è una realtà per il cui contenimento da oltre un secolo lavora la diplomazia globale. Trump cancella questo secolo, e sarebbe un perfetto isolazionista se l’isolazionismo fosse ancora credibile, come si illude sia possibile una parte non piccola dei suoi seguaci. Del resto, difficilmente Trump saprebbe semplicemente spiegare a una scolaresca di 13enni la diplomazia americana nel 900. Trump è fra quelli che, poiché fanno la Storia, si ritengono esentati dal conoscerla.  

IL TYCOON SPINTO DALLA TENUTA DELL’ECONOMIA

È difficile scalzare un presidente in carica che si ripresenta, soprattutto se non ci sono tragedie di politica estera tipo Vietnam o un’economia pesante.

Donald Trump (Getty Images).

Con Trump l’economia è tutt’altro che in equilibrio stabile, il debito  pubblico continua a crescere come con Obama, che però doveva affrontare il crac del 2008-2011, ma Wall Street ha dato finora soddisfazioni; il reddito mediano (a metà della scala) delle famiglie è vicino ai 65 mila dollari contro i 50 mila del 2011 mentre la disoccupazione, comunque sia,  lavori precari o no, è ai minimi. Dal 1880 un presidente in carica che si ripresenta ha perso solo sei volte, e se era subentrato a un predecessore del partito opposto, come Trump, solo due volte, con S. Grover Cleveland sconfitto nel 1888 ma che tornò alla Casa Bianca nel 1893, e Jimmy Carter sconfitto nel 1980.

LE ONDE LUNGHE DEL PREDOMINIO GOP

Oggi i progressisti non esistono praticamente più fra i repubblicani, e  certamente non tutti i democratici lo sono. Le onde lunghe della politica americana sospingono ormai da quasi 50 anni i conservatori repubblicani, e il partito dal 1968 ha tenuto la presidenza  per 32 anni contro i 24 dei democratici. Il Vietnam, un errore essenzialmente dei democratici, li ha rilanciati dopo la lunga eclissi subita da Roosevelt in poi, compresa la presidenza di Dwight Eisenhower (1952-1960) repubblicana ma di conio diverso rispetto alla destra del partito, dalla quale i repubblicani di oggi, e non da oggi, discendono. Negli Anni 70 i democratici diventarono un partito decisamente di sinistra, e con George McGovern presero nel 1972 solo uno Stato, il Massachusetts, e 17 voti elettorali contro i 520 di Richard Nixon

La promessa obamiana del “grande cambiamento” restò tale. Molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. In 8 anni i democratici persero 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali

Nello sbandamento postvietnamita i repubblicani erano tornati a essere il partito dell’identità e dell’ordine, e come tali anche oggi si presentano. I democratici sono il partito del cambiamento, erano il partito delle “periferie” e quindi del Sud, sono rimasti il riferimento degli immigrati oggi soprattutto latinos. Ma il Sud è da tempo perduto, nel 2016 ha votato in massa per Trump, esclusa la sola Virginia, confermando la profezia attribuita a Lyndon Johnson dopo il Civil Rights Act del 1964: «Il Sud è perduto per una generazione». Ne sono passate due abbondanti e il Sud non è mai stato così repubblicano, e così perduto.

L’IMPRONTA DI ROOSVELT

L’America che conosciamo è stata modellata soprattutto da Franklin Roosevelt, Harry Truman, Dwight Eisenhower che oggi sarebbe una mosca bianca fra i repubblicani, John Kennedy e Lyndon Johnson. Ronald  Reagan, che pure era una costola di Barry Goldwater, il padre (non bigotto) del moderno conservatorismo politico e molto critico di Roosevelt, toccò ben poco dell’impianto del New Deal, salvo che, malauguratamente, in finanza. Ma con la sua retorica di destra quella reaganiana resta la stagione politica che più ha influenzato l’America degli ultimi 50 anni. 

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Alexandria Ocasio Cortez.

QUELLA MAGGIORANZA DEMOCRATICA EMERGENTE

Nel 2002 due politologi e commentatori, John Judis e Ruy Teixera,  scrivevano in un saggio di grande successo (The Emerging Democratic Majority) che la demografia e una nuova alleanza tra minoranze etniche, donne single, elettori con formazione universitaria e lavoratori super-specializzati era destinata a dominare la politica a lungo.

La sinistra dem è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere

Il voto in Florida che nel 2000 aveva dato la Casa Bianca ai repubblicani era un incidente, dicevano, e in effetti lo fu. Ma se avessero esaminato più attentamente la presidenza di Bill Clinton, l’uomo che finalmente e dopo la lunga marcia nel deserto aveva riportato nel 1992 i democratici alla Casa Bianca, avrebbero visto che si era trattato di un grande recupero di voti nel centrodestra dello schieramento e di un avvicinamento al sentire conservatore, ormai  forte nell’elettorato. Nell’agosto del 1996, in piena campagna elettorale per il suo rinnovo, Clinton varò i maggiori tagli mai subiti dal welfare roosveltiano e post-roosveltiano, e anche con questo vinse, e bene, a novembre di quell’anno.

LA PROMESSA DEL GRANDE CAMBIAMENTO OBAMIANO

Barack Obama sembrò incarnare nel 2008 la teoria di Judis e Teixera sulla nuova maggioranza democratica. Ma Obama suggellò la vittoria solo grazie  al disastro finanziario dell’estate a autunno 2008. Si votava con il Paese sull’orlo dell’esplosione nucleare. La promessa del “grande cambiamento” restò una promessa, molti progressisti rimasero delusi, e i repubblicani continuarono ad avanzare. Negli otto anni di Obama i democratici perdevano 13 governatori e più di 800 deputati e senatori locali. Oggi, dopo alcuni progressi nelle midterm del 2018, controllano le due camere in 19 Stati (in 27 nel 2008) mentre i repubblicani lo fanno in 29. Obama inoltre fu il primo presidente, dopo oltre 100 anni, a essere rieletto con un netto calo di voti rispetto alla prima elezione: 3,5 milioni in meno.

Bernie Sanders al suo arrivo in New Hampshire (Getty Images).

LA CORSA DI SANDERS

I tempi sono con Trump, purtroppo. E Trump ha inoltre dalla sua la chiarezza con cui annuncia agli elettori la sua politica, America First. Il verbo nazionalista è sempre chiaro soprattutto per le menti più semplici. Anche quello che forse sarà il suo avversario, il socialdemocratico Bernie Sanders che mai è stato democratico ma del partito potrebbe essere il portabandiera più probabile, è altrettanto chiaro, e questa è la sua forza con il potenziale elettorato. Vuole elementi di socialismo, come si diceva una volta in Italia, nel grande corpaccione americano. La sinistra dei democratici è galvanizzata, Alexandria Ocasio-Cortez, altre e altri raccolgono per Bernie consensi crescenti, ma ancor più ne allontanano dalle tende democratiche, e non si sbaglia a pensare che in America il socialismo può attendere. È un’operazione difficile perché molti americani hanno sempre considerato l’americanismo come una grande promessa di suo, pari anzi molto superiore, e antagonista, rispetto al socialismo. Tuttavia se Sanders andrà avanti così, non verrà fermato alla Convention democratica di Milwaukee a luglio, e otterrà un numero decente di voti elettorali, ben più di McGovern nel 1972 (non un’impresa ardua) vorrà dire che comunque l’America si muove. Ma smuovere Trump dalla Casa Bianca è un’altra cosa.

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Bloomberg, non bastano i soldi a cancellare sessismo, molestie e misoginia

L'imprenditore in corsa alle Primare dem negli Usa ha speso 400 milioni di dollari per la campagna elettorale: record storico. Ma dal passato emergono battute volgari alle sue dipendenti (a una suggerì persino di abortire), accuse di abusi e diverse cause per discriminazione. Della fotocopia "a sinistra" di Trump non ne sentivamo il bisogno.

La sua campagna elettorale è la più costosa nella storia della politica americana, con circa 400 milioni di dollari spesi, ma nella corsa alle Primarie democratiche è arrivata tardi e la fama del candidato presidente Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, ha più ombre che luci. Accusato dal rivale dem ed ex vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden di essere stato «un repubblicano per tutta la vita», visto che «non ha dato il suo endorsement né a Barack Obama né a me quando siamo scesi in campo», e soprattutto tacciato di gravi episodi di sessismo e di molestie sessuali sul lavoro, l’imprenditore e politico 78enne deve fare i conti con le polemiche che si stanno abbattendo su di lui in nome del #MeToo.

WARREN: «UN ALTRO MILIARDARIO ARROGANTE»

Certo, i soldi aiutano e quasi mezzo miliardo dovrebbe dare una mano, ma quando mercoledì 19 febbraio è salito per la prima volta sul palco del dibattito in tivù tra democratici a Las Vegas senza la rete della sua potente organizzazione è caduto sotto una raffica di attacchi dei suoi competitor. Il più memorabile quello della candidata Elizabeth Warren, che ha rinfacciato brutalmente a Bloomberg i suoi commenti sessisti e gli accordi di riservatezza per sistemare le accuse di molestie sessuali nell’ambiente di lavoro. «Vorrei parlare di una persona contro cui corriamo: un miliardario che chiama le donne ciccione e lesbiche con la faccia da cavallo», ha tuonato la candidata. «Non sto parlando di Donald Trump, ma di Michael Bloomberg», sostenendo che «i democratici si prendono un grosso rischio se sostituiscono un miliardario arrogante con un altro».

NELLA SUA AZIENDA UNA QUARANTINA DI CAUSE

Ma quali scheletri nell’armadio nasconde Bloomberg? Parecchi e imbarazzanti. Negli ultimi 20 anni la sua omonima media company – di cui è amministratore delegato – ha registrato una quarantina di cause per discriminazione (di genere, di razza, per disabilità o gravidanza) e molestie da parte di 64 dipendenti, molti dei quali sostengono che il miliardario abbia coltivato una atmosfera da “boy’s club” nella sua azienda. Lui nega tutto, ma recentemente è rispuntata una compilation intitolata “Arguzia e saggezza di Michael Bloomberg”, una raccolta di frasi a lui attribuite che gli fu regalata dai colleghi per il 48esimo compleanno nel 1990.

IRONIA SUL SESSO ORALE DELLE DIPENDENTI

Un libricino in cui l’ex sindaco di New York sosteneva che «se le donne volessero essere apprezzate per la loro intelligenza, dovrebbero spendere più tempo in biblioteca e meno ai magazzini Bloomingdale». Ma c’è di peggio: si vantava che i suoi terminali per l’informazione finanziaria, famosi in tutti il mondo, avrebbero fatto tutto, «compreso il sesso orale, cosa che immagino farà licenziare molte delle dipendenti». Dichiarazioni che se nel 1990 potevano passare inosservate, 30 anni dopo nell’epoca del #MeToo suonano come disgustose e inopportune.

I candidati alle Primarie dem Michael Bloomberg, Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Joe Biden, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar al nono dibattito televisivo a Las Vegas il 19 febbraio 2020.

I VENDITORI E LA TECNICA DEL «VUOI SCOPARE?»

A Bloomberg viene attribuita anche una definizione del perfetto venditore: «È come uno che vuole trovare una ragazza e le chiede subito “vuoi scopare?”. Riceverà molti no, ma alla fine se ne sarà scopate tante altre». Un’altra battuta col suo marchio: «So per certo che qualsiasi donna con amor proprio che passa vicino a un cantiere e non ottiene un fischio tornerà indietro e passerà di nuovo e di nuovo ancora finché non ne riceverà uno». L’opuscolo imbarazzante contiene anche i suoi presunti commenti sulla famiglia reale britannica: «Che mucchio di disadattati, un gay, un architetto, quella lesbica con la faccia da cavallo e un ragazzino che lascia Koo Stark (un’attrice americana, ndr) per qualche cicciona», riferiti apparentemente al principe Edward, al principe Carlo, alla principessa Anna e al principe Andrew.

QUEI «PEZZI DI CARNE» E L’ETICHETTA AI TRANS

Tra le cause, quella di una sua dipendente, Sekiko Sakai Garrison, che l’ha accusato di averle consigliato di abortire quando gli comunicò di essere incinta. Nella sua denuncia la donna sostiene anche di aver sentito spesso Bloomberg dire «me la scoperei in un secondo» riferendosi a donne presenti in ufficio e di aver così commentato la notizia del fidanzamento di un dipendente rivolgendosi a un gruppo di impiegate: «Tutte voi allineatevi per offrirgli sesso orale come regalo di nozze». Un’altra dipendente, Mary Ann Olszewski, ha riferito che sentiva dire spesso Bloomberg «mi piacerebbe farmi quel pezzo di carne». In varie occasioni, inoltre, l’ex sindaco è stato accusato di aver definito i transgender come «uomini che indossano vestiti da donna».

AL DI LÀ DEI SOLDI, L’IMMAGINE È COMPROMESSA

Infine, parlando nel 2018 il magnate è sembrato screditare il movimento #MeToo difendendo il suo amico Charlie Rose, il conduttore della Pbs accusato di molestie sessuali, alcune delle quali sarebbero avvenute negli studios di Bloomberg. Insomma, avrà speso anche 400 milioni di dollari per pubblicizzare la propria immagine, ma il quadro sembra fortemente compromesso, almeno per quanto riguarda la moralità. Come dice Warren, un uomo al comando politicamente scorretto, misogino e con una lunga serie di accuse di molestie alle spalle lo abbiamo già avuto. Bloomberg sembra la sua fotocopia, un po’ più a sinistra. Ma nemmeno troppo.

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L’attacco sovranista di Trump contro Parasite

Il presidente Usa ha criticato l'Academy Awards per l'Oscar al film sudcoreano: «Abbiamo avuto tanti problemi con Seul per il commercio. Meglio tornare a "Via col Vento"». La replica dei produttori: «Non sa leggere i sottotitoli, per questo non gli piace».

Donald Trump attacca Hollywood e deride Parasite, il film sudcoreano che ha vinto l’Oscar. «Quanto ha fatto male l’Academy Awards quest’anno…», ha detto il tycoon durante un comizio in Colorado. «Abbiamo avuto tanti problemi con la Corea del Sud per il commercio, e loro l’hanno premiata con il miglior film dell’anno.. È stato giusto? Non lo so..», ha aggiunto il presidente americano. «È tempo di tornare ai classici dell’epoca d’oro di Hollywood. Possiamo tornare per favore a Via col Vento?. Che diavolo! Era il miglior film straniero, ma che vuol dire il miglior film, non era mai successo… c’erano tanti grandi film», ha detto Trump commentando lo storico riconoscimento a Parasite di Bong Joon Ho.

Neon, la società che ha prodotto il film, su Twitter ha replicato con sarcasmo alle critiche di Trump. «È comprensibile (che a Trump non sia piaciuto, ndr), non sa leggere». A seguire l’hastag #Bong2020.

«Il film Parasite è un film straniero su come gli ultraricchi siano ignari dei sacrifici della classe lavoratrice, e richiede due ore di lettura dei sottotitoli. Ecco perché Trump lo odia!»: così il partito democratico ha commentato le critiche del presidente.

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Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

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Dopo l’assoluzione Trump prepara la grande purga

Uscito vittorioso dall'impeachment, il presidente studia la vendetta contro quelli che considera traditori. Nel mirino il capo dello staff, membri del Nsc e altri "indesiderati". Oltre naturalmente al nemico numero uno: Mitt Romney.

Donald Trump prepara la resa dei conti non solo con i dem ma anche con gli esponenti dell’amministrazione che, dal suo punto di vista, non gli sono stati abbastanza leali nel procedimento d’impeachment. Ecco una prima lista delle vittime trapelate dai media Usa.

1. L’UFFICIALE DEL NSC CHE HA TESTIMONIATO CONTRO DI LUI

Secondo fonti del Washington Post, il presidente si prepara a cacciare Alexander Vindman, ufficiale del consiglio di sicurezza nazional chiamato dai dem a testimoniare al Congresso, che dovrebbe essere riassegnato al Pentagono. Vindman aveva già informato i suoi superiori dell’intenzione di lasciare il posto entro fine mese ma il tycoon vorrebbe trasformarlo in un simbolo negativo.

2. A RISCHIO IL CAPO DELLO STAFF MULVANEY

Trump potrebbe liberarsi anche del capo dello staff della Casa Bianca, Mick Mulvaney, la cui posizione appare in queste ore sempre più in bilico. Al presidente americano non sarebbe piaciuto il modo in cui Mulvaney ha gestito la delicata situazione nei mesi dell’impeachment e non sarebbe un caso che non lo abbia mai promosso da chief of staff reggente, incarico preso dopo l’uscita di scena di John Kelly.

3. LA FURIA CONTRO MITT ROMNEY

Il 6 febbraio il tycoon aveva attaccato pubblicamente sia la speaker della Camera Nancy Pelosi che Mitt Romney, l’unico senatore repubblicano a votare contro la sua assoluzione. Proprio contro Romney, traditore per eccellenza, si sta scatenando in queste ore tutta la violenza dei sostenitori e dei commentatori pro Trump.

4. A RISCHIO TUTTI I TESTIMONI DELL’IMPEACHMENT

Alcuni collaboratori di Trump, sempre secondo il Wp, stanno discutendo se rimuovere o riassegnare altri dirigenti dell’amministrazione, oltre a Vindman, che hanno deposto sul presidente nell’impeachment.

IL TOTONOMI DEL NUOVO CAPO DI GABINETTO

Intanto già circolano i nomi di chi potrebbe succedere a Mulvaney come capo dello staff della Casa Bianca. In pole position ci sarebbe il deputato repubblicano Mark Meadows, 60 anni, considerato l’alleato più vicino al presidente in Congresso. Per questo sarebbe proprio lui la prima scelta di Trump che nelle prossime ore – forse un indizio – lo porterà con sé sul palco di un comizio a Charlotte, in North Carolina, lo Stato di Meadows. Quest’ultimo durante i mesi dell’impeachment sarebbe stato consultato dal presidente quasi ogni giorno e godrebbe anche del sostegno del genero di Trump, Jared Kushner. Dovesse fallire l’opzione Meadows, l’altro nome sul tavolo sarebbe quello di Eric Uealnd, il direttore degli affari legislativi della Casa Bianca il cui lavoro durante i mesi dell’impeachment è stato molto apprezzato dal tycoon.

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Trump fa il martire e si gode l’assoluzione dall’impeachment

Il presidente Usa festeggia la vittoria al Senato con un discorso a braccio alla Casa Bianca in cui si è sfogato contro tutti gli avversari: «Pelosi è una persona orribile».

«Assolto! Ha vinto l’America»: Donald Trump non sta nella pelle, nonostante dal suo viso e la sua voce trapeli una grande stanchezza. Sono state le giornate più lunghe da quando è alla Casa Bianca, arrivate – ricorda – dopo tre anni di ingiustizie, di caccia alle streghe, una persecuzione: «Hanno cercato di distruggerci», dice, citando anche la sua famiglia, la moglie Melania, con i toni del moderno martire. «Non so se un’altro presidente sarebbe sopravvissuto a tutto questo, e non dovrà mai più succedere».

È mattina presto, ed è il suo primo intervento dopo che il Senato qualche ora prima lo ha prosciolto dalle accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Parla davanti alla platea del National Prayer Breakfast, uno degli eventi più importanti dell’anno a Washington, e sale sul palco sbandierando la prima pagina di un giornale su cui a caratteri cubitali campeggia il titolo ‘Acquitted‘, totale assoluzione: il de profundis di quell’impeachment che i democratici con tenacia hanno tentato di portare a termine.

TRUMP CAVALCA IL MOMENTO DI GLORIA

Ma il vero appuntamento per il presidente arriva qualche ora dopo, quando dalla Casa Bianca, in diretta tv su tutte le principali emittenti, si rivolge alla nazione e al mondo per ribadire la sua innocenza e ringraziare chi lo ha aiutato ed è rimasto con lui. Parla per un’ora e mezza a braccio, con la spontaneità dei suoi comizi migliori: non è una conferenza stampa, né una tradizionale dichiarazione presidenziale, ma – come lui stesso l’ha definita – «una festa». Da celebrare – afferma guardando fisso le telecamere e gli americani negli occhi – c’è la fine di «una vergogna», quella messa in stato di accusa voluta da «politici corrotti» che per il tycoon «vogliono solo danneggiarmi e vogliono distruggere il Paese».

«NANCY PELOSI È UNA PERSONA ORRIBILE»

Di più: Trump arriva ad etichettare come «una persona orribile, cattiva» Nancy Pelosi, la speaker della Camera che due sere fa ha osato anche stracciare la copia del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato in Congresso. A memoria d’uomo non si ricorda uno scontro istituzionale così violento tra l’inquilino della Casa Bianca e la terza carica dello Stato. E sicuramente non è finito con la fine del processo a Trump.

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Donald Trump è stato assolto nel processo di impeachment

Il Senato pone fine alla messa in stato d'accusa del presidente: 52 voti favorevoli e 48 contrari.

Il Senato Usa ha assolto il presidente americano Donald Trump dall’accusa di abuso di potere e di ostruzione della giustizia. L’assoluzione è stata votata con 52 voti a favore e 48 contrari per il primo capo d’accusa e 53 a favore e 47 contrari per il secondo.

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L’impeachment e il caos in Iowa picconano l’idea di democrazia in Usa

La posizione dei repubblicani nel processo per l'impeachment da un lato, i pasticci nel voto alle Primarie democratiche dall'altro alimentano la sensazione di impotenza. Anche le elezioni, unico modo per lasciarsi alle spalle questa amministrazione, si dimostrano fallimentari.

Sono arrivata da qualche giorno a Milano, e tutti, dal tassista al panettiere, mi hanno chiesto come va con Donald Trump in America. «Però l’economia va bene»: la conversazione finisce sempre così.

Mi rimane sempre un po’ di amaro in bocca quando sento dire che in fondo Trump ha fatto anche del bene. Un po’ come dire che in fondo i treni arrivavano in orario quando c’era quello là. L’amaro in bocca è dovuto anche al fatto che una certa disinformazione è arrivata fino a qui. Sì, perché, benché sia vero che per alcuni americani, specialmente dopo la riforma fiscale, le cose vadano benone, rimangono sempre i problemi della sanità, dei servizi finanziari federali per gli anziani, dei tagli (sempre più frequenti) a tutti i servizi sociali, per dirne solo alcuni.

Ma soprattutto, rimane un’America divisa, inquietante. Sembra ormai che le fondamenta della nazione che si autodefinisce la più democratica del Pianeta si stiano sgretolando. Per rendersene conto è sufficiente riguardare il discorso sullo Stato dell’Unione che Trump ha trasformato in un comizio provocando la dura reazione di Nancy Pelosi.

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Nancy Pelosi strappa il discorso di Donald Trump.

TRUMP HA CANCELLATO OGNI LIMITE

Tornando al processo di impeachment, che Donald Trump abbia agito in modo anticostituzionale, mettendo i suoi interessi personali (la vittoria alle prossime elezioni) prima degli interessi della nazione non è più in discussione. Che abbia fatto di tutto per intralciare la giustizia, nemmeno. Qualche repubblicano ha provato a dire che la sua vittoria nel 2020 è di interesse nazionale, che tutto quello che si fa per vincere, alla fine, lo si fa per interesse della nazione e non per motivi personali. Ma sono discorsi che non stanno né in cielo né in terra, anche i bambini lo sanno. Perché se fosse così, allora dove si stabilisce il limite da non oltrepassare

IMPOTENTI DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA

Eppure, come ormai sappiamo tutti, i testimoni cruciali come John Bolton e Mick Mulvaney non sono stati ammessi al processo al Senato dando a Trump la certezza di cavarsela, anche questa volta. Sembra che malgrado tutti gli sforzi fatti dai democratici, non si riesca a fermare una persona senza scrupoli come questo presidente. Questo crea un senso di impotenza di fronte all’ingiustizia. Anche gli strumenti pensati per combatterla sembrano inefficaci.

I PASTICCI DEL VOTO DEM IN IOWA

Come se non bastasse, sono arrivati i pasticci delle votazioni in Iowa dove si svolgevano i caucus dem. A parte l’imbarazzo dei democratici davanti al disordine e alla confusione a cui assistiamo ancora oggi, la sensazione è che, ancora una volta, la democrazia ormai sia solo un ideale del passato. Si vota, ma non si riescono a contare le schede. Si cerca di dare voce al popolo sovrano, ma ci si trova di fronte a un fallimento, a all’impossibilità di avere risposte chiare. Chi vuole lasciarsi alle spalle l’era buia e controversa dell’amministrazione Trump, ha ancora un’ultima possibilità per farlo: votare contro, anche se ormai anche le elezioni sembrano presentare dei rischi.

primarie democratiche iowa risultati
In Iowa si sono svolti i caucus democratici.

La prima cosa che i responsabili dei seggi dell’Iowa hanno chiarito, infatti, è che questo caos non è dovuto ad alcuna interferenza estera, ma a un malfunzionamento dell’app usata per votare. Perché sanno bene che il rischio di un’infiltrazione c’è ed è reale, ma non vogliono disilludere chi partecipa alle elezioni. Insomma, i due eventi più importanti degli ultimi anni, l’impeachment e le elezioni, per ora sembrano dare a questo Paese così diviso, più delusioni che risposte, più perplessità che certezze. 

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