Alla fiera di Washington Trump un bel caos creò

Sulla Casa Bianca si agitano le nubi di un nuovo scandalo. Il presidente avrebbe fatto promesse a un leader straniero mettendo a rischio la sicurezza del Paese. La questione tra whistblower e omertà agita il Congresso.

Alla fiera di Washington
Per una conversazione tra Trump e un leader politico straniero
Un bel disastro l’agenzia di Sicurezza americana creò.

LEGGI ANCHE: I rischi dell’accordo con i talebani rinnegato da Trump

E venne un impiegato anonimo dell’agenzia di Sicurezza
Che ascoltò una conversazione inquietante tra Trump e un leader politico straniero (forse il presidente ucraino Volodymyr Zelensky?)
Che andò a riferirla a Joseph Maguire (direttore della National Intelligence)
Che non fece ricorso, come avrebbe dovuto.
L’ispettore dell’Agenzia di sicurezza Michael Atkinson lo scoprì
e disse al Congresso: «Guardate che Trump ha fatto promesse compromettenti a un leader politico che possono essere pericolose, ma Maguire non vi ha detto niente».
Questo fece arrabbiare moltissimo il Congresso,
che chiamò Maguire per avere spiegazioni.
E lui disse: «Non sono affari vostri, il presidente può dire quello che vuole».
La cosa creò un casino che non potete capire, perché se l’ispettore Atkinson è seriamente preoccupato per la sicurezza del Paese non credo che Trump e il leader politico straniero abbiano parlato di ricette.
Atkinson però ha le mani legate e non può rivelare niente al Congresso.

LEGGI ANCHE: Tutte le boutade agostane di Donald Trump

E venne Trump
che mandò dei tweet in cui ovviamente negava tutto, ma si capisce che è molto preoccupato anche perché non è la prima volta che condivide informazioni riservatissime.
E sperò che il suo amico Maguire non dicesse nulla
Ma Maguire invece sarà ascoltato dal Congresso una seconda volta alla fine di settembre
E se dirà il falso sotto giuramento commetterà un crimine.
Che poi tra poco ci sono le elezioni e un altro scandalo sarebbe un vero problema per Trump.

E venne l’impiegato che ha causato tutto questo casino,
Che ha fatto bene perché nell’amministrazione Trump chi osa dire qualcosa contro il presidente viene massacrato.
Ma che ha comunque avuto il coraggio di fare il suo dovere, anche se le conseguenze sulla sua carriera potrebbero essere devastanti.
È lui che ne esce fuori bene, meglio di tutti.

Alla fiera di Washington
per una conversazione tra Trump e un leader politico straniero
un bel disastro l’agenzia di sicurezza americana creò.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Fed taglia ancora i tassi di interesse ma a Trump non basta

Decurtazione di un quarto di punto. Per la seconda volta dalla crisi del 2008. Costo del denaro tra l'1,75% e il 2%. The Donald lo voleva a zero: «Niente coraggio né visione».

Dopo l’intervento della Bce di una settimana prima, è toccato alla Federal reserve (Fed), la Banca centrale americana, che il 18 settembre 2019 ha deciso di tagliare i tassi di interesse per la seconda volta dalla grande crisi del 2008, dopo il precedente del mese di luglio. Il costo del denaro è sceso così di un altro quarto di punto, in una forchetta tra l’1,75 e il 2%.

VERTICI DELLA BANCA DIVISI SULLA DECISIONE

La decisione è stata presa con sette voti favorevoli e tre contrari, una testimonianza delle divisioni ai vertici. Il taglio è stato motivato da una serie di incertezze tra cui un indebolimento degli investimenti privati e delle esportazioni.

ULTERIORE TAGLIO ATTESO ENTRO FINE 2019

Un’ulteriore decurtazione è attesa entro la fine del 2019 per contrastare un aumento dei rischi per l’economia: è quanto emerso dal comunicato finale della riunione.

LA BORSA AMERICANA NON GRADISCE…

Le Borse non hanno reagito bene: Wall Street ha subito accentuato il calo, col Dow Jones che ha ceduto lo 0,50%, il Nasdaq lo 0,84% e l’indice S&P500 lo 0,58%.

… IL PRESIDENTE TRUMP NEPPURE

Donald Trump l’ha presa ancora peggio. E su Twitter ha scritto: «Jay Powell (il presidente della Fed, ndr) e la Federal reserve hanno fallito di nuovo. Niente coraggio, nessun senso, nessuna visione!». Il presidente degli Usa quindi ha definito Powell «un terribile comunicatore». Nelle precedenti settimane Trump aveva chiesto un taglio ben più consistente per portare il costo del denaro vicino o sotto lo zero.

POWELL: «MAI TASSI NEGATIVI»

Powell ha spiegato così la mossa: «L’economia Usa continua ad andare bene, ma assistiamo a un rallentamento globale anche del commercio, con incertezze legate anche all’aumento dei dazi». Il n.1 della Bce ha sottolineato come l’economia americana si espanderà a ritmo moderato con un mercato del lavoro che resterà forte. Poi la replica diretta all’inquilino della Casa bianca: «Non credo che la Fed ricorrerà mai a tassi di interesse negativi, anche in tempi di crisi».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Robert O’Brien, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Usa

Il diplomatico è attualmente inviato speciale per le questioni riguardanti ostaggi americani. Di pochi giorni fa una sua foto davanti alla nuova ambasciata a Gerusalemme.

Il presidente americano Donald Trump ha nominato il successore di John Bolton: il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca sarà Robert O’Brien, un alto dirigente del Dipartimento di Stato Usa.

O’Brien attualmente ricopre il delicato incarico di inviato speciale del presidente per le questioni riguardanti gli ostaggi americani, presso il Dipartimento di Stato. “Ho lavorato a lungo e duramente con Robert. Farà un grande lavoro!”, scrive Trump su Twitter. Risale al 10 settembre una sua foto davanti alla nuova ambasciata americana a Gerusalemme: con tutta probabilità, per quanto riguarda il Medio Oriente, la posizione del nuovo consigliere è in linea con quella del suo predecessore.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’attacco ai siti petroliferi sauditi e le tensioni Usa-Iran

Sul tappeto restano ancora molti interrogativi. E, soprattutto, pesa la contraddittorietà di Washington e Teheran.

Sarebbe un errore lasciare cadere nell’ombra la vicenda dell’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia saudita per sprofondare di nuovo nel labirinto della politica nazionale. Restano infatti sul tappeto non pochi interrogativi che attendono risposte e, soprattutto, si sta avvicinando a grandi passi l’Assemblea generale dell’Onu che potrebbe segnare uno spartiacque nel dibattito sull’accordo nucleare iraniano che tanto peso esercita nella dinamica mediorientale.

LEGGI ANCHE: Attacco al petrolio saudita, negli Usa si punta il dito contro l’Iran

L’IRAN E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP

Ma andiamo con ordine, richiamando alcuni passaggi obbligatori soprattutto nella loro contraddittorietà. A cominciare dal presidente Donald Trump che, da un lato, ha detto e ripetuto di non voler fare la guerra all’Iran, ribadendo di essere pronto a incontrare la controparte iraniana senza pre-condizioni; dall’altro, di essere pronto a farla, questa guerra, se le circostanze lo imporranno. Insomma, Trump vuole riportare l’Iran al tavolo della trattativa per rivedere alcune fondamentali lacune che a suo giudizio rendono fragile l’accordo nucleare: dallo stop definitivo alle velleità iraniane al programma missilistico fino alla politica destabilizzante di Teheran a livello regionale.

Donald Trump e l’ex consigliere per la Sicurezza John Bolton.

TRABALLANO LA CREDIBILITÀ E LA LEADERSHIP DEGLI USA

Senza pre-condizioni, come già detto. Ma il tycoon non intende apparire come una tigre di carta in un momento in cui l’incapacità di “leggere l’attacco” ai siti petroliferi e di contrastarlo in tempo utile hanno inflitto una pesante penale di credibilità degli Usa quale potenza garante della sicurezza del Golfo e dell’Arabia saudita in particolare.

LEGGI ANCHE: Perché Donald Trump ha silurato il falco John Bolton

Trump non vuole fare la guerra e in tale ottica ha tra l’altro licenziato il consigliere per la Sicurezza John Bolton, il super-falco della sua Amministrazione, grande patrocinatore dell’opportunità di impartire una lezione “esemplare” a Teheran e ai suoi pasdaran. Ma continua a tenere al suo fianco Mike Pompeo, il ministro degli Esteri, che pure è un falco, seppure di un gradino più basso, al quale non poteva non affidare il delicato compito di consultarsi con la Casa reale saudita per valutare i seguiti da riservare alla spinosa questione della risposta agli attacchi ai siti petroliferi.

ROUHANI TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO

Dall’altro canto, neppure l’Iran di Hassan Rohani vuole la guerra, ma nello stesso tempo non può neppure accettare di continuare a subire lo strangolamento delle sanzioni americane che stanno mettendo a dura prova la stabilità interna del Paese, sulla quale stanno speculando i duri e puri difensori e propagatori della rivoluzione iraniana, nella regione e oltre. Del resto, le prese di posizione più belligeranti sono venute proprio da questa ala del potere iraniano che nel bel mezzo di questa nuova crisi ha ben pensato di sequestrare nello stretto di Hormuz una nave degli Emirati con l’accusa di «contrabbando» di risorse energetiche. Con l’evidente copertura da parte dell’ayatollah Khamenei che non perde occasione per rigettare qualsivoglia opzione di dialogo con gli Usa.

accordo nucleare iran ue francia
Il presidente iraniano Hassan Rohani.

Rouhani continua a dichiarare che non vuole la guerra ma arriva a considerare l’attacco ai siti petroliferi sauditi che gli Houthi si sono intestati con particolare clamore mediatico come «congrua risposta» a quella che viene definita «l’aggressione» della coalizione militare a guida saudita in Yemen, peraltro avvenuta su richiesta del presidente legittimamente eletto per contrastare il tentato e in parte riuscito colpo di Stato degli Houthi stessi.

LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE DI MACRON

Non la vuole, ma ribadisce che non ci può essere dialogo con Washington se non previo annullamento delle sanzioni e in tale contesto sembra scomparsa dal radar la proposta di mediazione avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron che pure resta sul tavolo quale punto di possibile contatto multi-bilaterale in occasione della già citata Assemblea generale delle Nazioni Unite. Vi ha fatto indiretto riferimento la cancelliera tedesca Angela Merkel che, con un equilibrismo degno di maggior causa, ha sottolineato l’esigenza di tornare all’accordo sul nucleare del 2015, sottolineando allo stesso tempo le zone d’ombra che gravano sull’accordo e citando espressamente il programma missilistico e la politica regionale iraniana.

Emmanuel Macron, Angela Merkel e Donald Trump.

UE, CINA E RUSSIA SI TRINCERANO DIETRO LA MANCANZA DI PROVE

Complice il cambio della guardia, l’Unione europea si è trincerata dietro la persistente mancanza della prova provata del coinvolgimento dell’Iran nell’attacco ai siti petroliferi sauditi e la forte raccomandazione a misurare toni e azioni suscettibili di sfuggire di mano e di innescare un’ulteriore, rischiosa escalation. La Cina ha fatto altrettanto, ben consapevole dell’importanza del fornitore saudita (come di quello iraniano). Sulla stessa linea Mosca che con la sua offerta ai sauditi dei propri sistemi di difesa ha puntato indirettamente il dito sulla perdita di credibilità della protezione americana. Tutti concordi nel sottolineare la mancanza della prova provata anche se pare sostanzialmente acquisito che l’attacco non è partito dallo Yemen ma dal Nord così come è un fatto che lo stesso Rohani abbia più volte minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz inducendo una seria riflessione sul possibile ruolo di uno Yemen in grado di condizionare il traffico da e per Bab el Mandel (Mar Rosso) percorso da oltre il 30% delle risorse energetiche mondiali. Ruolo che comprensibilmente pone l’Arabia saudita nell’incomoda percezione di una sorta di accerchiamento. Questa prova “decisiva” in effetti non c’è ancora e c’è chi dubita addirittura sulla portata dell’attacco.

iran-arabia-saudita-petrolio
Una foto satellitare dell’impianto saudita attaccato.

OCCHI PUNTATI SULL’ASSEMBLEA ONU

I prossimi giorni ci diranno la verità? Non lo sappiamo e non sappiamo se mai si riuscirà a porre il sigillo della verità sull’accaduto. Resta la constatazione che i tempi del ripristino della normalità di estrazione e lavorazione dei siti colpiti dall’attacco saranno relativamente brevi anche se col contrappunto dell’Arabia saudita resa in qualche modo meno sicura nel suo ruolo di fondamentale co-garante del mercato energetico. E forse più desiderosa di prima di rivedere i termini della sua politica regionale, a cominciare dallo Yemen. Resta anche un Iran in difficoltà sociali ed economiche e in bilico tra i contrastanti interessi dei suoi poteri interni. Così come il comprensibile imbarazzo sul da farsi da parte di Washington. Resta pure l’aspettativa che la chiave di volta per una de-escalation stia proprio nel lavorio diplomatico in corso in vista dell’Assemblea Onu che ha uno straordinario bisogno di recuperare profilo e credibilità. Lo vedremo

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il voto in Israele che raffredda i rapporti con gli Usa

Costretto a tornare alle urne, Netanyahu tenta una coalizione con l’estrema destra impresentabile e alleati inaffidabili. Offrendo ministeri in cambio di leggi ad personam per salvarsi dai processi. Mentre Trump si smarca.

È chiaro a tutti in Israele (amici, nemici politici, elettori) che il premier in carica dal 2009 Benjamin “Bibi” Netanyahu è arrivato al secondo voto anticipato del 2019 sotto il ricatto di tre possibili rinvii a giudizio all’inizio di ottobre per le accuse di corruzione e violazione della fiducia pubblica. Il procuratore generale che lo tallona, Avichai Mandelblit, è uno dei tanti ex fedelissimi diventati ostili. Ha negato a Bibi l’ennesimo rinvio delle udienze: la crisi di governo, irrisolta dalla fine del 2018, ha già contribuito abbastanza a trascinare le pendenze legali del premier, che avrà poco tempo per formare un esecutivo, schermandosi con l’immunità e con leggi ad personam. Ministeri in cambio dell’ok a una riforma della giustizia che lo tenga in piedi: la campagna di Netanyahu, svuotata di contenuti, è stata tutta tattica. E con tattica ha iniziato a muoversi anche Donald Trump nei confronti dell’alleato.

TRUMP SI È UN PO’ DEFILATO CON NETANYAHU

Complice il genero ebreo Jared Kushner, Trump è stato molto vicino a Netanyahu dall’arrivo alla Casa Bianca nel 2016. Ma alla seconda corsa elettorale del leader conservatore del Likud il presidente americano è calato sotto coperta. Non hanno giovato a “Bibi”, nell’estate del 2019, le continue aperture di Trump per un incontro con l’omologo iraniano Hassan Rohani e iniziare una mediazione. Ancora meno la cacciata, a settembre, del falco e primo consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, legatissimo all’ultradestra americana e israeliana, sponsor convinto di una guerra all’Iran. I malumori sono cresciuti in casa Netanyahu verso un alleato che, anche in vista delle Presidenziali americane del 2020, certo non lo può scaricare. Ma che si è sgonfiato nel sostegno, come dimostra il no comment dalla Casa Bianca sulla promessa di Netanyahu di «annettere la Cisgiordania». 

Legislative Israele Netanyahu Trump Usa
Benjamin Netanyahu e Donald Trump in un manifesto elettorale per le Legislative in Israele. GETTY.

I REGALI DEGLI USA, POI IL SILENZIO

Anche nel tweet di auguri per le nuove Legislative del 17 settembre Trump se l’è cavata con un futuro «trattato di reciproca difesa». Si tratta dello stesso presidente che due anni prima dichiarò Gerusalemme capitale esclusiva di Israele, pochi mesi dopo trasferì l’ambasciata degli Usa nella città e mandò in fumo l’accordo sul nucleare con l’Iran di Barack Obama, datato 2015. Il terzo regalo di Trump a Netanyahu arrivò nel marzo 2019 – in piena campagna per le Legislative israeliane del 9 aprile – con il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture contese del Golan. Per l’occasione un insediamento della zona fu ribattezzato Ramat Trump, “l’altura di Trump”. Al contrario sulla Cisgiordania gli Stati Uniti tardano a esporsi: il piano di pace sulla Palestina che era tra le grandi ambizioni di Trump è stato congelato fino all’esito delle nuove elezioni israeliane.

Sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si è giocato di sponda durante la campagna elettorale

LA SPY STORY TRA ISRAELE E STATI UNITI

Gira voce che Trump sia spazientito dalle sabbie mobili di Netanyahu, incapace di rivincere dopo tre concessioni enormi. Dovesse saltare come premier, il tycoon è pronto a rimpiazzare l’improbabile piano sulla Palestina con una nuova pax con l’Iran. Ed è inevitabile che sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si sia giocato di sponda durante la campagna elettorale. A ridosso del voto cruciale, un’inchiesta di Politico ha rivelato, attraverso fonti dell’intelligence Usa, di apparecchi (i cosiddetti simulatori di ripetitori Sting Rays, in grado di captare i dati nei cellulari) piazzati nei paraggi della Casa Bianca e di altri palazzi del potere degli States. Trump ha due iPhone criptati dalla National security agency (Nsa), i servizi segreti interni, e un telefono personale che non vuole far toccare. Dalle indagini, gli apparecchi di intercettazione sarebbero riconducibili agli israeliani.

Legislative Israele Netanyahu Trump Usa
Manifestazioni in Israele contro un nuovo governo di Benjamin Netanyahu. GETTY.

THE DONALD PRENDE TEMPO, “BIBI” ACCELERA

Tanto Trump quanto Netanyahu escludono le indiscrezioni della spy story tra alleati riportate dalla testata americana. Anche sulla, non casuale, nuova crisi tra l’Arabia Saudita e l’Iran nel Golfo persico gli Stati Uniti più che accendere hanno smorzato i toni: non si risparmieranno nella rappresaglia, ma sono «in corso accertamenti» e un conflitto è «da evitare». Scherzando, in estate il presidente americano aveva raccontato che avrebbe fatto «almeno un paio di guerre, se fosse stato per Bolton», poi lo ha silurato. L’impressione è che alla Casa Bianca si voglia far decantare l’intricata situazione politica di Israele. Netanyahu ha tentato il tutto e per tutto, chiedendo un «mandato chiaro» all’elettorato per il progetto di annessione della parte del Giordano e della fetta della Cisgiordania lungo il Mar morto. In modo da ricompattare sui conservatori i voti dell’estrema destra.

COALIZIONE ANCORA INCERTA

Sono state le prime Legislative della storia di Israele ripetute in un anno. Ad aprile il Likud vinse con una manciata di voti di scarto (26,5%) sulla lista Bianco e Blu di Benny Gantz (26,1%), ma non era poi riuscito a mettere insieme una coalizione con la maggioranza alla Knesset (61 seggi). Il problema si ripone – per tutti – in autunno. Persi i voti degli ultranazionalisti laici di Avigdor Lieberman, boia dell’ultimo esecutivo e del nuovo, i nodi per “Bibi” restano l’appoggio degli impresentabili di Potere ebraico, per l’annessione della Cisgiordania e la deportazione degli arabi, e la fedeltà dei fuoriusciti dal partito dei coloni Casa ebraica, come Naftali Bennett. Entrambi, in cambio di poltrone, sarebbero disposti a far passare le leggi ad personam, ma dei moderati del Likud potrebbero a questo punto lasciare il partito. Mentre la giustizia fa il suo corso Trump, dalla Casa Bianca, attende.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump e Rohani hanno negato l’incontro all’Onu

Un portavoce di Teheran: «Non parleranno a New York». The Donald ha smentito un faccia a faccia «senza alcuna condizione». Ma l'aveva annunciato il suo segretario di Sato Pompeo.

Nessun incontro, almeno per ora. Il presidente iraniano Hassan Rohani non ha «in programma» un faccia a faccia con il suo omologo americano Donald Trump a margine dell’Assemblea generale dell’Onu l’ultima settimana di settembre a New York. Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, spiegando di non ritenere «che questo tipo di incontro avrà luogo a New York».

«LE DICHIARAZIONI DI TRUMP DURANO MENO DI 24 ORE»

Mousavi, citato dall’Irna, ha spiegato: «Come ha detto il presidente Rohani, l’Iran non vuole colloqui solo per fare una foto, ma eventuali negoziati dovrebbero avere un’agenda in grado di portare risultati tangibili». Il portavoce ha quindi fatto riferimento alle «contraddizioni nelle dichiarazioni di Trump» circa la sua intenzione di incontrare Rohani «senza condizioni», affermando che «questa confusione tra i governanti Usa sull’Iran è stata ricorrente durante la sua presidenza» e che quindi «nessuno può contare sulle dichiarazioni di Trump perché durano meno di 24 ore».

SANZIONI E RESTRIZIONI DI MOVIMENTO IMPOSTE DAGLI USA

Mousavi ha aggiunto che il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ha intenzione di accompagnare il presidente iraniano a New York se ci dovessero essere le condizioni necessarie, in riferimento alle sanzioni e alle restrizioni di movimento imposte da Washington al capo della diplomazia di Teheran.

TRUMP CONTRO LE «FAKE NEWS», MA NE AVEVA PARLATO POMPEO…

In precedenza Trump aveva smentito su Twitter di essere pronto a vedere Rohani senza condizioni: «Le fake news stanno dicendo che desidero incontrare l’Iran “senza alcuna condizione”. Questa è una dichiarazione non corretta (come sempre!)», ha scritto il presidente americano. Peccato però che l’abbia dichiarato pochi giorni prima il suo segretario di Stato, Mike Pompeo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I rischi dell’accordo con i talebani rinnegato da Trump

Il gioco di sponda con i russi. I cinque ex detenuti di Guantanamo, schedati dalla Cia. Gli attacchi per ottenere di più. Ma il presidente Usa, tweet a parte, vuole il ritiro immediato come i fondamentalisti. Che trattano ancora.

Garanzia di cacciare l’Isis e altri jihadisti stranieri, in cambio del completo ritiro delle circa 14 mila unità degli Usa e delle 17 mila delle altre forze della Nato. Dialogo con tutte le parti dell’Afghanistan. Cessate il fuoco permanente. Questi pilastri per un accordo di pace con i talebani sarebbero dovuti essere firmati, a quanto anticipato da Donald Trump e da altre fonti americane, l’8 settembre 2019. Grottescamente a ridosso dell’anniversario dell’11 settembre, in un incontro segreto a Camp David, nella residenza dei presidenti americani passata alla storia per i trattati del 1978 tra Egitto e Israele. L’intesa, lo affermano entrambe le parti, era «a un passo» al termine del nono round di colloqui del 2 settembre. Ma Trump – e meno male, per molti – ha fatto saltare tutto con un tweet. Anche un marine americano e un membro rumeno della missione Nato in Afghanistan erano tra le almeno 30 vittime dei due attentati a Kabul rivendicati dai talebani sul gong delle trattative.

LO STUPORE DEI TALEBANI

Gli integralisti che prima del 2001 diedero rifugio a Osama bin Laden hanno moltiplicato gli attacchi, per chiudere l’accordo al rialzo. Averli come interlocutori è impossibile, ha concluso alla fine anche Trump, forse solo per salvare la faccia nella settimana delle commemorazioni delle stragi di al Qaeda. Ciò nonostante, non solo tra i talebani, c’è chi ha intenzione di proseguire i negoziati in Qatar con i fondamentalisti islamici che in Afghanistan controllano più territorio del 2001, appena dopo l’invasione americana. I tweet della Casa Bianca sarebbero un ostacolo momentaneo. I talebani, «stupiti dall’atteggiamento di Trump», rivendicano di poter continuare ad attaccare senza un cessate il fuoco le forze della Nato, e ribadiscono di aver «praticamente concluso l’accordo con la delegazione degli Usa». Mentre Trump twittava l’altolà, un rappresentate talebano a Doha raccontava ad al Jazeera della scelta di non reagire e della loro richiesta di un altro round.

Afghanistan Presidenziali 2019 talebani negoziati
Emissari dei talebani con un mediatore di Doha, in Qatar, durante i negoziati per la pace in Afghanistan. GETTY.

IL RITIRO A TUTTI I COSTI

Da quasi 20 anni gli integralisti combattono gli occidentali in Afghanistan: il ritiro completo e immediato della Nato è la loro prima e unica istanza, considerato che con il governo di Kabul «burattino degli americani» è rimasto il muro e non si tratta direttamente. Tuttavia alla stampa americana un diplomatico europeo di lungo corso a Kabul ha confidato l’impressione che «nel processo di pace i talebani siano così bruschi con gli Stati Uniti perché un accordo sul ritiro è un desiderio disperato degli americani, non dei talebani». Era un caposaldo del programma elettorale, con pragmatismo Trump lo vorrebbe a tutti i costi come dote per le Presidenziali del 2020. Anche l’incaricato speciale degli Usa per la riconciliazione in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, afgano-americano già ambasciatore degli Usa all’Onu sotto l’Amministrazione di Bush junior, il 2 settembre aveva dichiarato che «in linea di principio l’accordo era definito».

Tra i paradossi della storia spiccano anche i cinque ex detenuti di Guantanamo nel team di negoziatori talebani

THE DONALD DISPOSTO A CEDERE IL CAMPO AI RUSSI

I negoziati in Qatar sarebbero sospesi, non cancellati. In Afghanistan Trump sarebbe disposto a cedere il campo ai russi, che per la prima volta nel 2018 hanno aperto a Mosca dei colloqui con i talebani, paralleli a quelli americani. Per riprendersi, con i cinesi, l’area di influenza dell’invasione russa degli Anni 80, contrastata poi dalla guerriglia dei mujaheddin (poi talebani e qaedisti) armati dagli Usa. Tra i paradossi della storia spiccano anche i cinque ex detenuti di Guantanamo nel team di negoziatori talebani, dell’ufficio politico riaperto a Doha lo scorso autunno. Anche il disco verde degli Stati Uniti alla loro presenza conferma la determinazione a concludere un’intesa, con una qualche garanzia – nell’ambito del possibile – per gli americani. Liberati nel 2014 in uno scambio di prigionieri, queste figure apicali della nomenklatura talebana hanno potuto riunirsi alle famiglie in Qatar. Ma restano sotto stretta sorveglianza su richiesta degli Usa. 

Afghanistan talebani accordo Trump
L’incaricato speciale degli Usa per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad e Donald Trump. GETTY.

IL GOTHA DI GUANTANAMO

Ai colloqui a Doha con le controparti, gli ex di Guantanamo avrebbero adottato un profilo più basso, con toni più soft degli esponenti dall’Afghanistan. La loro presenza è giustificata anche dalla necessità di avere interlocutori di massimo livello nelle gerarchie, da entrambe le parti, affinché l’accordo possa essere formalmente considerato tra “pari”, che nel caso dei talebani si ritiene di poter controllare. Mullah Khairullah Khairkhwa, dagli atti di Guantanamo un narcotrafficante vicino alla cerchia di Bin Laden, fu governatore di Herat e ministro degli Interni nell’Emirato dei talebani. Abdul Haq Wasiq vice ministro dell’Intelligence come il mullah Norullah Noori, vicino allo scomparso mullah Omar. Mohammad Nabi Omari fu governatore ed ex ministro delle Telecomunicazioni. Mentre il curriculum più inquietante è dell’ex capo delle forze armate e mullah Fazel Mazloom, accusato di uccisioni di massa e, secondo i report degli interrogatori, mai pentito.

RISCHIO DI GUERRA CIVILE

Come il Gruppo dei cinque del team, la gran parte dei talebani finiti a Guantanamo con le leggi speciali di George W. Bush si era arresa agli americani, come Wasiq che tentò subito di collaborare con la Cia. «O ci uccidiamo l’un l’altro, o uccidiamo insieme l’Isis», avrebbe proposto ai negoziati il generale Austin Miller, ex comandante delle forze Nato e americane in Afghanistan. Una legittimazione che, oltre al governo afgano, fa tremare i polsi ai democratici e anche a buona parte di repubblicani americani e dell’apparato del Pentagono. Un nuovo emirato cancellerebbe i progressi delle donne, ed esporrebbe l’Afghanistan al rischio di una guerra civile: i talebani sono jihadisti e signori del narcotraffico. Ma Trump è deciso ad abbattere i costi dei quasi 1000 miliardi di dollari per la palude afgana dal 2001. Ed è un dato che da gennaio a giugno 2019, aperti i negoziati, gli attacchi ai civili dell’insorgenza siano crollati del 43%.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

«Netanyahu spiava Trump»: l’indiscrezione che imbarazza Israele

Tel Aviv smentisce. Intanto, il presidente statunitense medita di allentare le sanzioni all'Iran per incontrare Rohani.

Trump spiato dall’amico Netanyahu. Sembra una storia di fantaspionaggio, ma secondo il sito Politico è realtà, anche se Israele si è affrettato a smentire. La rivelazione mette in imbarazzo il premier Benjamin Netanyahu alla vigilia delle elezioni cui è appesa la sua riconferma, proprio mentre il presidente americano pensa di allentare le sanzioni all’Iran, irriducibile nemico di Israele, per spianare la strada ad uno storico incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani a margine dell’assemblea generale dell’Onu a fine settembre. Stando alle fonti di Politico – tre ex alti dirigenti americani – ci sarebbe con ogni probabilità proprio lo zampino di Israele, uno dei principali alleati Usa, nell’installazione di apparecchiature per intercettare cellulari scoperte vicino alla Casa Bianca e in altri luoghi “sensibili” nella capitale.

Il probabile obiettivo, dice il sito, era spiare Trump, come pure i suoi alti consiglieri ed alleati più stretti. Un compito reso più agevole dal fatto che il presidente spesso non rispetta i rigidi protocolli di sicurezza, soprattutto quando chiama amici e confidenti, come il magnate dei casinò Steve Wynn, l’anchorman di Fox Sean Hannity o il suo avvocato Rudi Giuliani. Le apparecchiature scoperte, note informalmente come ‘StingRays’, simulano i ripetitori e ingannano i cellulari che così forniscono la loro localizzazione e le loro informazioni di identità. Questi strumenti possono catturare anche i contenuti delle telefonate e i loro dati. In base a dettagliate analisi forensi, l’Fbi ed altre agenzie sono convinti che siano stati 007 israeliani a piazzarle. «È molto chiaro che Israele è responsabile», ha commentato un ex agente secreto americano citato da Politico, mentre l’ufficio del premier Netanyahu ha definito le accuse una «clamorosa menzogna», ricordando che il Paese ha un impegno di lunga data «a non fare alcuna operazione di intelligence negli Usa».

QUANDO L’ALLEATO DIVENTA SPIONE

Non è chiaro se lo scopo sia stato raggiunto ma resta il paradosso di uno spionaggio ai danni del leader americano storicamente più vicino a Israele, dopo lo spostamento dell’ ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento della città santa come capitale, il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano e le sanzioni a Teheran. Eppure non è un mistero per gli addetti ai lavori che ci si spia anche tra alleati: come emerso dallo scandalo del Datagate, il presidente Usa Barack Obama sapeva fin dal 2010 che la Nsa ascoltava le telefonate della cancelliera tedesca Angela Merkel. Del resto Trump resta anche un leader imprevedibile, di cui è utile conoscere tutti gli umori. Soprattutto quando si tratta di Iran. Al G7 di Biarritz, Netanyahu si è precipitato a telefonargli per sventare un suo possibile incontro a sorpresa con Rohani. Incontro che ora sembra più vicino, dopo che il magnate – secondo Bloomberg – ha discusso lunedì scorso alla Casa Bianca l’ipotesi di alleggerire le sanzioni a Teheran per aprire la strada al faccia a faccia, licenziando il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton che si opponeva.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché Trump non poteva più lavorare con Bolton

Il presidente Usa ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. L'ex consigliere invece mira a scardinare i regimi, senza trattare con loro. Ora alla Sicurezza nazionale si apre la strada per un non-guerrafondaio.

Il brusco licenziamento di John Bolton, ultimo di una lunghissima serie nell’amministrazione Trump, una volta tanto ha ragioni chiare, politiche, che ci permettono di mettere a fuoco la strategia di politica estera del presidente americano.

Con tutta evidenza a suo tempo Donald Trump ha nominato Bolton suo consigliere per la Sicurezza nazionale, non perché ne condividesse la strategia oltranzista, ma per dare più peso, più forza alle sue minacce belliciste nei confronti della Corea del Nord, dell’Iran e del Venezuela. Ma in realtà Trump non ha mai condiviso e non condivide gli obiettivi strategici di Bolton che si possono riassumere in due parole: regime change.

LA FILOSOFIA REGIME CHANGE DI BOLTON ORMAI INDIGESTA A TRUMP

Da sempre, sin da quando era ambasciatore all’Onu di George W. Bush, Bolton ha agito nella convinzione che solo la caduta del regime degli ayatollah a Teheran potrebbe pacificare il Medio Oriente. Identica la sua posizione circa il regime di Nicolas Maduro in Venezuela. Quanto alla Corea del Nord, Bolton è convinto che solo una ulteriore e drammatica escalation militare americana può ricondurre a ragione il regime di Kim Yong Un.

Trump ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. Bolton invece mira a scardinare i regimi

Ma Donald Trump non è e non è mai stato di questa idea, anche perché imporre il regime change a Teheran e Caracas comporterebbe un impegno militare enorme degli Stati Uniti che è esattamente l’opposto delle sue intenzioni, del suo America first. Il grande immobiliarista Trump applica alle crisi planetarie la stessa linea di trattativa dura, durissima, che ha praticato per accaparrarsi grattacieli a Manhattan: pugni sul tavolo, minacce spregiudicate agli avversari, in vista di un accordo alle condizioni per lui migliori. Trump ama trattare, sia pure battendo i pugni sul tavolo. Bolton invece mira a scardinare i regimi, senza trattare con loro.

TUTTI I NO DI THE DONALD AL CONSIGLIERE

Inoltre, Bolton ha collezionato due gravi insuccessi che l’hanno messo per di più in linea di collisione col segretario di Stato Mike Pompeo: ha spinto Trump a schierarsi con forza a fianco di Juan Guaidò in Venezuela, promettendogli l’imminente e certo collasso dell’appoggio dei militari al regime. Promessa che si è verificata fallace come non mai. In Afghanistan Bolton ha poi pienamente sbagliato la trattativa con i talebani costringendo Trump a fare saltare all’ultimo minuto un suo incontro con una loro delegazione a Camp David dopo due attentati sanguinari a Kabul.

Donald Trump e John Bolton.

Per non parlare della risposta militare durissima approntata da Bolton all’abbattimento di un costoso drone da parte dei Pasdaran che Trump ha cancellato pochi minuti prima che i bombardieri americani partissero a copire basi militari iraniane. Troppi errori. Ora, si vedrà quale sarà la scelta di Trump per sostituire Bolton in un anno elettorale cruciale. C’è da scommettere che non sarà un guerrafondaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché Donald Trump ha silurato il falco John Bolton

Il presidente Usa ha usato il consigliere per la Sicurezza per alleggerire la pressione del Pentagono e in funzione anti-Iran. Poi, contrario a ogni intervento militare, se ne è liberato visto che il suo unico obiettivo è la riconferma nel 2020.

Il falco dei falchi John Bolton è il terzo consigliere alla Sicurezza nazionale fired, fatto fuori, da Donald Trump dal suo arrivo alla Casa Bianca.

Un colpo di spugna compiuto, come al solito, nell’arco di una notte e con un tweet, per umiliarlo ancora di più. Bolton è durato più degli altri silurati, ma nessuno tra gli osservatori della politica americana avrebbe scommesso sul traguardo della scadenza nel 2020.

Trump ne aveva abbastanza di lui, e da mesi, come già successo a una sfilza di portavoci, collaboratori e segretari della sua Amministrazione. Ma l’insofferenza per Bolton era ancora maggiore, anche se va detto che nessuno più dell’ex consigliere per un certo periodo ha fatto tanto comodo al presidente. Il tycoon aveva chiamato a sé l’ex ambasciatore degli Usa all’Onu che fu tra gli architetti della guerra all’Iraq del 2003, noto lobbista dei suprematisti bianchi e degli ultra-sionisti ebraici, dopo aver cacciato, nell’ordine Michael Flynn, nel 2017, e H.R McMaster, nel 2018.

Trump Bolton Usa elezioni 2020
L’ex advisor alla Sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton. GETTY.

BOLTON IL ROTTAMATORE

Del primo – in pieno Russiagate – erano palesi le collusioni con i russi e l’attitudine a farsi assoldare da tutti. Il secondo rappresentava l’establishment del Pentagono, un’eminenza grigia della struttura militare che preme da sempre su ogni presidente americano, e della quale Trump si voleva liberare. Con Bolton le riunioni del National security council alla Casa Bianca si erano diradate: per mesi la politica estera e la difesa venivano decise in discussioni ristrette a Trump e pochi altri ligi aiutanti. Ma c’era sempre più disaccordo, a quanto pare, tra il falco repubblicano e il tycoon. Molto insoddisfatto, per non dire furiboldo, per le previsioni di Bolton poi risultate sistematicamente sbagliate (dal Venezuela, alla Russia, all’Iran), e per i passi falsi mossi di conseguenza. La strategia della «massima pressione» non ha fatto cedere gli ayatollah persiani, né ha rovesciato il regime di Nicolas Maduro a Caracas. E dal Cremlino Vladimir Putin, una volta rotto l’accordo del 1987 sui missili insieme con gli Usa (Inf), si sta armando fino ai denti.

spia usa mosca trump
Donald Trump e Vladimir Putin.

UNO SPAURACCHIO DA USARE

In verità le vedute di Trump e Bolton sono sempre state agli antipodi sulle missioni militari e sulle annesse posizioni con la Russia: il tycoon è per il ritiro, il falco per le guerre contro tutti. I due differivano, nella sostanza, anche sul futuro dell’Iran e sulla Corea del Nord. Coincidevano in compenso su Israele, finché si trattava di Palestina. I metodi durissimi di Bolton però erano l’ideale per allontanare gli strateghi militari della stagione di Barack Obama. Trump lo ha usato anche come spauracchio contro l’Iran: peccato che l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale la guerra la volesse davvero, e il tycoon invece voleva tutto l’opposto. Trump ha avuto addirittura l’ardire di organizzare un vertice segreto a Camp David, negli Usa, con i talebani, alla vigilia dell’11 settembre. Solo per poter esibire per l’anniversario, con una megalomania un po’ ingenua, un accordo di pace con chi fiancheggiò o addirittura contribuì (alcuni leader talebani sono ex detenuti di Guantanamo) alle stragi del 2001. Una scena aberrante – non solo per Bolton -, tant’è che alla fine l’incontro è saltato.

 Trump Bolton Usa elezioni 2020
Vladimir Putin accoglie John Bolton al Cremlino nel 2018. GETTY.

L’ANSIA DI UN ACCORDO DEL SECOLO

Ma il canovaccio sarebbe stato lo stesso delle strette di mano tra l’inquilino della Casa Bianca e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, con Bolton spedito nel giugno scorso in missione diplomatica in Mongolia. Mentre il presidente Usa era in cerca di un «accordo storico» da incorniciare, per far colpo alle Presidenziali del 2020. Con questa ambizione Trump ha sfasciato tutte le intese di Obama proprio grazie a Bolton: l’unico disponibile a stracciare l’accordo sul nucleare del 2015 con l’Iran. Per poi scendere a più miti consigli e voler – Iran permettendo – incontrare il presidente Hassan Rohani. In questa estate di «disaccordo su tutto» con il suo top advisor alla Sicurezza, il tycoon ha accelerato per una mediazione con gli iraniani, attraverso il presidente francese Emmanuel Macron. Mentre Bolton, alla vigilia del G7, ha aborrito anche le aperture pubbliche di Trump verso Putin, sulla «Crimea portata via da Obama» e per «tornare a un G8 con la Russia».

SVOLTA, MA CON CHI?

Un negoziato sull’Ucraina con Mosca, complice ancora la moral suasion di un attivissimo Macron, è il piano B di Trump per riuscire a chiudere il suo «accordo del secolo» prima del voto, dovesse fallire anche il tentativo con l’Iran. C’è attesa sul nome, annunciato da Trump per la prossima settimana, del quarto consigliere alla sicurezza nazionale. Fired (anche) Bolton, appena dopo il licenziamento di fine agosto di Madeleine Westerhout, assistente personale del presidente, si prospetta una svolta nella politica estera degli Usa. Trump è deciso a portare via i soldati dall’Iraq e dalla Siria, come promesso in campagna elettorale, trattando anche in questo caso necessariamente con la Russia. E sarebbe pronto ad altre inversioni a U. Ma chi tra gli strateghi militari e dell’intelligence è disposto a farle? Oltreoceano, ai massimi livelli, il tycoon è il solo a chiedere un ritiro immediato dal Medio Oriente: contro il disimpegno tutti, dai democratici ai repubblicani, sono d’accordo con Bolton. La ragione per la quale, dopo Flynn e McMAster, la scelta azzardata di Trump è caduta su di lui.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it