«Intimidisce la teste dell’Ucrainagate»: bufera su Trump

Il presidente ha attaccato su Twitter l'ex ambasciatrice Usa a Kiev proprio mentre lei stava testimoniando alla commissione per l'impeachment.

Un venerdì nero per Donald Trump. Una delle peggiori giornate da quando è arrivato alla Casa Bianca, tradito soprattutto dalla sua arma finora più potente ed efficace: Twitter. Il suo attacco all’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch («Ha fatto male ovunque è andata») è stato postato mentre la diplomatica stava testimoniando in diretta tv, provocando una bufera che rischia di diventare per il tycoon un vero e proprio boomerang.

«L’INTIMIDAZIONE DI UN TESTIMONE È UN REATO»

«L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato. Ed è una minaccia rivolta a tutti coloro che vogliono farsi avanti», ha tuonato di fronte alle telecamere Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini sul possibile impeachment, assicurando che il comportamento del presidente sarà preso «in serissima considerazione» quando si dovranno riempire gli articoli per la messa in stato di accusa. Ma ci sono altre due tegole cadute nelle ultime ore sulla testa del tycoon, che sente sempre di più il fiato sul collo. La prima è la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ucrainagate, con le possibili accuse che vanno dalla violazione delle regole sui finanziamenti elettorali all’azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

LA CONDANNA DELL’EX RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La seconda mazzata in poche ore per Trump è la dichiarazione di colpevolezza di Roger Stone, ex responsabile della sua campagna elettorale e amico di vecchia data, in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Anche in questo caso le accuse sono pesantissime: ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nel voto del 2016 e aver mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente contro i rivali di Trump. Insomma, il cerchio si stringe sempre più attorno al presidente Ma ciò che nelle ultime ore lo ha fatto maggiormente infuriare sono proprio le parole in diretta tv dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, che ha raccontato come si sia sentita minacciata da Trump che, parlando con il leader ucraino Voldymyr Zelensky nella famigerata telefonata del 24 luglio scorso, la descrisse come una “bad news”, assicurando che presto sarebbe stata cacciata.

L’AMBASCIATRICE: «NON DAVO LORO QUELLO CHE VOLEVANO»

«Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata, sconcertata, devastata. Fu terribile sentire che il presidente degli Stati Uniti aveva perso la fiducia in me. E non mi fu data alcuna spiegazione sul perché venivo mandata via», ha spiegato la diplomatica in una delle fasi più drammatiche della testimonianza. Ricordando anche la campagna diffamatoria messa in piedi contro di lei da Giuliani e i suoi soci: «Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi». È proprio durante questo passaggio che Trump ha sparato i due tweet che ora rischiano di comprometterlo. Lo sdegno intanto è bipartisan.

INTERVENTO A GAMBA TESA SENZA PRECEDENTI

Mai si era vista una cosa simile, un presidente che interviene per denigrare e diffamare un alto funzionario dello Stato mentre sta deponendo in Congresso. Un’uscita che potrebbe costare molto cara, sottolinea anche la Fox. Mentre passano in secondo piano le mosse orchestrate nelle ultime ore della Casa Bianca: il ricorso alla Corte Suprema per impedire che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi otto anni del tycoon, quelle personali e delle sue aziende, vengano consegnate ai procuratori di Manhattan; la pubblicazione della trascrizione della prima telefonata con Zelensky. In quest’ultima, dello scorso aprile, non emergono pressioni da parte del tycoon che invece, nel complimentarsi per la vittoria elettorale di Zelensky, ricorda quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», scherza, provocando la risata di Zelensky.

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«Intimidisce la teste dell’Ucrainagate»: bufera su Trump

Il presidente ha attaccato su Twitter l'ex ambasciatrice Usa a Kiev proprio mentre lei stava testimoniando alla commissione per l'impeachment.

Un venerdì nero per Donald Trump. Una delle peggiori giornate da quando è arrivato alla Casa Bianca, tradito soprattutto dalla sua arma finora più potente ed efficace: Twitter. Il suo attacco all’ex ambasciatrice Usa a Kiev Marie Yovanovitch («Ha fatto male ovunque è andata») è stato postato mentre la diplomatica stava testimoniando in diretta tv, provocando una bufera che rischia di diventare per il tycoon un vero e proprio boomerang.

«L’INTIMIDAZIONE DI UN TESTIMONE È UN REATO»

«L’intimidazione di un testimone, e per di più in tempo reale, è un reato. Ed è una minaccia rivolta a tutti coloro che vogliono farsi avanti», ha tuonato di fronte alle telecamere Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini sul possibile impeachment, assicurando che il comportamento del presidente sarà preso «in serissima considerazione» quando si dovranno riempire gli articoli per la messa in stato di accusa. Ma ci sono altre due tegole cadute nelle ultime ore sulla testa del tycoon, che sente sempre di più il fiato sul collo. La prima è la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ucrainagate, con le possibili accuse che vanno dalla violazione delle regole sui finanziamenti elettorali all’azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

LA CONDANNA DELL’EX RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La seconda mazzata in poche ore per Trump è la dichiarazione di colpevolezza di Roger Stone, ex responsabile della sua campagna elettorale e amico di vecchia data, in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Anche in questo caso le accuse sono pesantissime: ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nel voto del 2016 e aver mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente contro i rivali di Trump. Insomma, il cerchio si stringe sempre più attorno al presidente Ma ciò che nelle ultime ore lo ha fatto maggiormente infuriare sono proprio le parole in diretta tv dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, che ha raccontato come si sia sentita minacciata da Trump che, parlando con il leader ucraino Voldymyr Zelensky nella famigerata telefonata del 24 luglio scorso, la descrisse come una “bad news”, assicurando che presto sarebbe stata cacciata.

L’AMBASCIATRICE: «NON DAVO LORO QUELLO CHE VOLEVANO»

«Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata, sconcertata, devastata. Fu terribile sentire che il presidente degli Stati Uniti aveva perso la fiducia in me. E non mi fu data alcuna spiegazione sul perché venivo mandata via», ha spiegato la diplomatica in una delle fasi più drammatiche della testimonianza. Ricordando anche la campagna diffamatoria messa in piedi contro di lei da Giuliani e i suoi soci: «Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi». È proprio durante questo passaggio che Trump ha sparato i due tweet che ora rischiano di comprometterlo. Lo sdegno intanto è bipartisan.

INTERVENTO A GAMBA TESA SENZA PRECEDENTI

Mai si era vista una cosa simile, un presidente che interviene per denigrare e diffamare un alto funzionario dello Stato mentre sta deponendo in Congresso. Un’uscita che potrebbe costare molto cara, sottolinea anche la Fox. Mentre passano in secondo piano le mosse orchestrate nelle ultime ore della Casa Bianca: il ricorso alla Corte Suprema per impedire che le dichiarazioni dei redditi degli ultimi otto anni del tycoon, quelle personali e delle sue aziende, vengano consegnate ai procuratori di Manhattan; la pubblicazione della trascrizione della prima telefonata con Zelensky. In quest’ultima, dello scorso aprile, non emergono pressioni da parte del tycoon che invece, nel complimentarsi per la vittoria elettorale di Zelensky, ricorda quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», scherza, provocando la risata di Zelensky.

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Nella prima telefonata Trump e Zelensky parlarono di… Miss Universo

La Casa Bianca ha diffuso il contenuto della conversazione del 21 aprile. Battute sulla bellezza delle ucraine e ironia per l'inglese del presidente di Kiev. Ma nessun riferimento all'indagine contro i Biden. E intanto al Congresso proseguono le audizioni nell'inchiesta sull'impeachment.

Anche l’altra telefonata ora è pubblica. E di politica o intrecci oscuri qui non si parla. La Casa Bianca, come annunciato, ha diffuso la trascrizione della prima chiamata tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La conversazione risale al 21 aprile 2019, subito dopo l’elezione di Zelensky, quattro mesi prima della seconda telefonata tra i due leader al centro dell’indagine per impeachment. Quella cioè in cui The Donald chiese al suo omologo ucraino di lavorare col segretario della Giustizia William Barr per l’apertura di un’indagine a carico di Joe Biden e del figlio.

CHIAMATA DALL’AIR FORCE ONE

Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One nel pomeriggio del 21 aprile per congratularsi per la vittoria dell’ucraino alle Politiche. La controversa conversazione del 24 luglio, quella denunciata dalla talpa e che ha innescato l’indagine che potrebbe portare all’impeachment di Trump, avvenne mentre il tycoon era nello Studio Ovale. La trascrizione desecretata e rilasciata dalla Casa Bianca consta di tre pagine.

L’INVITO ALLA CASA BIANCA: «COSÌ PRATICO L’INGLESE»

Trump il 21 aprile chiamò Zelensky mentre era in volo e non fece alcun cenno a possibili indagini di Kiev sui Biden o sui democratici Usa. Ma, rivolgendosi al neo presidente, il tycoon si complimentò con l’Ucraina ricordando quando era proprietario di Miss Universo: «Eravate sempre ben rappresentati…», affermò Trump provocando la risata di Zelensky. Altre battute poi quando quest’ultimo fu invitato alla Casa Bianca e rispose: «Bene, così pratico l’inglese».

Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace


Trump a Zelensky

Nel corso della conversazione, durata 16 minuti, non si accennò ad alcun contenuto di natura politica. Trump disse: «Penso che farete un buon lavoro, ho molti amici in Ucraina che la conoscono e a cui lei piace. Abbiamo molte cose di cui parlare». Zelensky da parte sua ringraziò The Donald decine di volte. «Cercheremo di fare il nostro meglio e abbiamo lei come un grande esempio», affermò il leader ucraino, invitando a sua volta Trump a Kiev per l’inaugurazione della nuova presidenza: «So quanto è impegnato, ma se per lei è possibile venire alla cerimonia inaugurale sarebbe grande». Per poi aggiungere: «Non ci sono parole per descrivere quanto bello è il nostro Paese, quanto gentile, calorosa, amichevole è la nostra gente, quanto saporito e delizioso è il nostro cibo. Ma il modo migliore per scoprirlo è venire qui».

THE DONALD SEGUE IN TIVÙ L’INCHIESTA

Intanto al Congresso americano ha continuato a occuoparsi dell’indagine che potrebbe portare Trump all’incriminazione. Il presidente ha guardato in tivù le battute iniziali dell’audizione, dicendosi pronto a seguire solo l’intervento di apertura di Devin Nunes, il repubblicano della commissione di intelligence della Camera, dove sono avvenute le audizioni pubbliche. Secondo il portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, «il presidente dopo aver visto Nunes trascorrerà il resto della giornata a lavorare duramente per gli americani».

L’ex ambasciatrice Marie Yovanovitch. (Ansa)

L’EX AMBASCIATRICE ALL’ATTACCO

Evidentemente però poi The Donald si è intrattenuto ancora. Ascoltando anche la testimonianza dell’ex ambasciatrice americana a Kiev, Marie Yovanovitch. Che ha detto: «La strategia politica degli Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos». Yovanovitch, che fu silurata nell’aprile del 2019 perché ritenuta un ostacolo alla linea della Casa Bianca, ha spiegato di essersi sentita «minacciata» dalle parole di Trump che, parlando co Zelensky, la descrisse come una «bad news», una cattiva notizia, e assicurò che presto se ne sarebbe andata. «Nel leggere la trascrizione della telefonata ero scioccata e devastata», ha confidato.

Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole


Trump sull’ex ambasciatrice Yovanovitch

E The Donald, che probabilmente dunque la stava guardando, ha risposto alla sua maniera, su Twitter: «Ha fatto male ovunque e il nuovo presidente ucraino mi parlò male di lei. Un presidente ha tutto il diritto di nominare gli ambasciatori che vuole».

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Altro colpo per Trump: indagato il suo avvocato Giuliani

L'ex sindaco di New York è finito al centro di un'inchiesta su operazioni finanziarie sospette. E, come nel caso dell'impeachment, i fari sono puntati sull'Ucraina.

L’avvocato personale di Donald Trump, Rudolph Giuliani, figura centrale nella vicenda dell’Ucrainagate, è indagato dalla giustizia federale nell’ambito di un’inchiesta su alcune sue operazioni finanziarie. Il sospetto è quello di possibili violazioni delle regole sui finanziamenti elettorali e di azioni illegali di lobby all’estero. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcuni funzionari dell’amministrazione Usa. Uno di loro ipotizza da parte della procura federale di Manhattan anche le accuse per corruzione di funzionari stranieri e cospirazione.

LA LENTE SULLE ATTIVITÀ DI GIULIANI IN UCRAINA

A indagare su Giuliani è l’ufficio del procuratore federale di Manhattan una volta da lui guidato, prima di diventare sindaco di New York. Le indagini – riporta sempre l’agenzia Bloomberg – si starebbero concentrando proprio sulle sue attività in Ucraina. Attività per le quali erano già finiti nel mirino degli inquirenti due soci di Giuliani arrestati alcune settimane fa, Lev Parnas e Igor Fruman, accusati di aver fatto illegalmente confluire centinaia di migliaia di dollari verso funzionari statunitensi e comitati politici che sostenevano Trump. Se i capi di accusa ipotizzati per Giuliani dovessero materializzarsi rappresenterebbero una vera tegola per il presidente Trump, soprattutto se venisse provato che l’ex sindaco di New York ha agito dietro le direttive del tycoon.

La politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani

Bill Taylor, ex ambasciatore Usa a Kiev

Giuliani è stata una delle figure più chiacchierate della prima giornata di testimonianze pubbliche nell’ambito del procedimento che potrebbe portare all’impeachment di Trump. Uno dei testimoni, l’ex ambasciatore Usa a Kiev Bill Taylor, ha detto che Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare il presidente Usa politicamente. Fare pressioni sul presidente ucraino Volodymir Zelensky per indagare il figlio del candidato presidenziale dem Joe Biden «mostra che la politica estera degli Usa era minata dagli sforzi irregolari guidati da Giuliani», ha detto Taylor.

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Chi sono i protagonisti del processo per l’impeachment di Trump

L'inquisitore Schiff. La talpa con un passato alla Cia. I testimoni Taylor e Kent (ma non solo). I convitati di pietra Giuliani e Bolton. Uno sguardo ai personaggi principali della vicenda che tiene gli Usa incollati alla tivù.

Ha preso via il grande show dell’impeachment di Donald Trump. Dopo settimane di audizioni a porte chiuse, il 13 novembre si sono tenute le prime testimonianze pubbliche nell’ambito del’indagine sul presidente statunitense. L’obiettivo è appurare se ci sia stato o meno un do ut des da parte di Trump legando gli aiuti militari all’Ucraina all’avvio da parte di Kiev di un’indagine per corruzione sui Biden e di un’altra sulle presunte interferenze ucraine sulle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton. La fase delle testimonianze pubbliche culminerà nella decisione di mettere o meno in stato di accusa il presidente ed eventualmente, dopo il voto a maggioranza semplice della Camera, rinviarlo al giudizio (a maggioranza qualificata) del Senato. Ecco i principali personaggi della vicenda che sta tenendo una nazione intera incollata alla tivù.

ADAM SCHIFF, IL GRANDE INQUISITORE

Trump lo chiama Schifty Schiff, il losco Schiff. Avvocato californiano, il 59enne Adam Schiff è il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini dei democratici. È stato lui a convincere sulla necessità di agire per la messa in stato di accusa del tycoon anche la riluttante speaker della Camera Nancy Pelosi e vuole chiudere la partita in tempi brevi, portando Trump a processo in Senato, dove la maggioranza è però repubblicana. In apertura di seduta Schiff ha illustrato gli scopi dell’indagine evocando un abuso di potere da parte di Trump e una condotta da impeachment. In commissione, la controparte repubblicana di Schiff è Devin Nunes. Entrambi hanno la possibilità di porre domande – o farle porre dai legali – ai vari testimoni.

LA TALPA, ANALISTA DELLA CIA ORA SOTTO PROTEZIONE

Analista della Cia in servizio presso la Casa Bianca, la “talpa” ha raccolto le informazioni e denunciato la telefonata del luglio scorso tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Voci sulla sua identità rimbalzano da settimane, ma non c’è stata finora alcuna conferma (ragion per cui Lettera43.it non pubblica i nomi circolati, ndr). Il whistleblower che ha dato il la all’Ucrainagate vive sotto protezione. I repubblicani vorrebbero farlo testimoniare pubblicamente. I democratici, però, si oppongono.

I TESTIMONI: DALL’AMBASCIATORE A KIEV AL VICESEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev, e George Kent, vicesegretario di Stato agli Affari europei, sono stati i primi ad apparire pubblicamente alla Camera. Il 15 novembre è la volta dell’ex ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch, cacciata da Trump perché ritenuta poco leale. C’è grande attesa per l’audizione di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso l’Unione europea. Il 13 novembre Taylor ha rivelato che nei giorni scorsi un membro del suo staff gli ha raccontato di aver sentito una telefonata fra Trump e Sondland mentre era con quest’ultimo in un ristorante a Kiev il 26 luglio, il giorno dopo la telefonata del tycoon a Zelensky.

Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini su Biden

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev

«Trump chiese delle indagini e Sondland rispose che gli ucraini erano pronti ad andare avanti», ha riferito Taylor. Quando il suo collaboratore chiese a Sondland cosa pensasse Trump dell’Ucraina, si sentì rispondere che «al presidente interessano più le indagini sui Biden». Taylor ha aggiunto che Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini. Legame che a lui appariva «folle». Tra gli altri testimoni che sfileranno nei prossimi giorni figurano Tim Morrison, primo consigliere del presidente per la Russia e l’Europa, Jennifer Williams, assistente del vicepresidente Mike Pence, Alexander Vindman, dirigente del consiglio per la sicurezza nazionale, Kurt Volker, ex inviato speciale in Ucraina, Laura Cooper, sottosegretaria alla Difesa per gli Affari europei, David Hale, sottosegretario di Stato agli Affari politici, e Fiona Hill, ex responsabile del consiglio per la sicurezza nazionale.

I CONVITATI DI PIETRA: IL RUOLO DI GIULIANI E LA VARIABILE BOLTON

Sullo sfondo delle audizioni, una serie di personaggi chiave nella vicenda. Innanzitutto Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York che oggi è avvocato personale di Trump e, stando alle prime testimonianze, braccio operativo del presidente nell’Ucrainagate. Secondo Taylor, Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare Trump politicamente. Tutto ruota attorno all’ex sindaco della Grande Mela, avendo direttamente guidato gli sforzi per spingere Kiev a indagare sui rivali di Trump. In primis Joe Biden, nel mirino per gli affari in Ucraina del figlio Hunter: i repubblicani vorrebbero chiamare i due a testimoniare. Grande attenzione anche sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton, silurato da Trump. Bolton potrebbe imprimere una svolta con la sua testimonianza, chiesta a gran voce dai dem ma finora bloccata dalla Casa Bianca.

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Perché Joe Biden ora è il candidato giusto per sconfiggere Trump

Per sconfiggere Trump serve una figura solida, con buone relazioni internazionali. L'ex vicepresidente non avrà il carisma di Sanders o la parlantina di Warren ma con realismo e moderazione può "guarire" gli Usa. Non è ancora arrivato il momento per le proposte socialiste.

L’altra notte ho sognato che Donald Trump vinceva per la seconda volta le elezioni Usa. Mi sono svegliata di soprassalto e sono stata tutto il giorno di pessimo umore. Mi spaventano molto i candidati democratici alla presidenza, perché la maggior parte di loro presenta delle lacune difficili da ignorare.

LA VALIGIA DEI SOGNI DI WARREN E SANDERS

Elizabeth Warren, per esempio, che ammiro molto come persona, è esperta di finanza, ma non ha alcuna esperienza in politica estera. Lei e Bernie Sanders, che rappresentano un’America che sarebbe fin troppo bella per essere vera, propongono un sistema di assistenza sanitaria pubblica giusta a parole ma praticamente impossibile da realizzare. L’idea di base, che non fa una piega, è fare in modo che tutti gli americani siano coperti. Il problema non è solo che vogliono imporre questo sistema anche a chi ha una polizza privata ed è contento così, ma che il loro piano costerebbe 35 trilioni di dollari, fondi che il governo federale non ha a disposizione.

LEGGI ANCHE: L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa

Sì, lo so: aumenterebbero le tasse ai più ricchi, ma neanche questo basta. Allora aumenterebbero quelle anche alla classe media, praticamente un suicidio elettorale. Per non parlare del fatto che una proposta tanto rivoluzionaria non riuscirebbe mai a passare al Congresso, anche se la maggioranza fosse democratica. Non solo. Anche ammesso che passasse, sarebbe a regime in 10 anni. Da cittadina americana (mi fa ancora impressione ammetterlo, ma da 10 anni ho anch’io un passaporto Usa), mi piacerebbe, per esempio, continuare a pagare attraverso il lavoro di mio marito la nostra assicurazione privata che funziona perfettamente. Per chi, e sono in tanti, non se la può permettere, ci dovrebbe ovviamente essere un’opzione pubblica altrettanto valida. 

BIDEN INSISTE SULL’OBAMACARE

Joe Biden, ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama, capisce molto bene questo problema, e sta andando su tutte le piazze possibili d’America (soprattutto quelle dello Stato dello Iowa, cruciale per vincere le elezioni), a ricordare al popolo americano che l’ObamaCare, il programma sanitario pubblico smantellato quasi subito da Trump, funzionava molto bene. «Dobbiamo essere in grado di riuscire a ottenere quello che proponiamo», ribadisce Biden.

MEGLIO APPOGGIARE UN CANDIDATO SOLIDO

Insomma, il vecchio Joe mi convince sempre di più, e non solo su questo punto. Come sottolinea un articolo sul Washington Post, l’ex vicepresidente ha mantenuto ottimi rapporti con presidenti di tutto il mondo, con cui ha lavorato per otto lunghi anni: l’accordo di Parigi sul clima e quello con l’Iran sul nucleare, per dirne due, lo hanno visto tra i protagonisti. Ha anche ottimi rapporti con molti repubblicani, con cui ha lavorato per fare passare leggi appoggiate soprattutto dai democratici: il diritto alla cittadinanza per i figli degli immigrati illegali, per esempio, e il diritto degli omosessuali di potersi sposare. Certo, non è un candidato seducente: non ha il carisma di Bernie o la parlantina convincente di Warren. Ma in quest’America così divisa dopo tre orribili anni di Trump, forse è necessario appoggiare un candidato solido, preparato e capace di guarire tutte le ferite inferte da questa amministrazione, sia interne sia oltre confine. Forse una figura così polarizzante come quella di Bernie non è la risposta giusta. Non ancora. Poi, quando gli Stati Uniti ritorneranno a essere un po’ più forti, quando riacquisteranno un centro di gravità permanente, per dirla alla Battiato, allora sarà bello provare a virare più a sinistra e far capire che un po’ di socialismo non fa male. Non sono convinta che questo sia il momento storico giusto.

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Tutte le ombre sull’incontro tra Trump e Erdogan

Il voto del Congresso sul genocidio armeno. Le nuove sanzioni per le operazioni in Siria. La richiesta di estradizione di Gulen. Il business delle armi e il riavvicinamento tra Turchia e Russia. I nodi e le incognite della visita del Sultano alla Casa Bianca.

Visita confermata. Il 13 novembre Recep Tayyp Erdogan è pronto a incontrare Donald Trump alla Casa Bianca. Una telefonata tra i due presidenti ha fatto sciogliere le riserve ad Ankara dopo le tensioni scatenate dalla recente mozione del Congresso Usa sul genocidio armeno e dalle nuove sanzioni imposte da Trump. Tutti nodi che evidentemente restano sul tavolo del bilaterale.

Il presidente Usa Donald Trump.

LE TENSIONI PER IL GENOCIDIO ARMENO E LE NUOVE SANZIONI USA

Andiamo per ordine. Ankara, come era prevedibile, non ha gradito il voto del Congresso americano che a larghissima maggioranza ha riconosciuto il genocidio armeno in Turchia, il massacro di almeno 1,5 milioni di armeni sotto l’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il governo turco si è limitato a definire l’eccidio come «un fatto tragico», ma non ammette la parola «genocidio». «Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato», ha sottolineato Erdogan. «Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo». A complicare la situazione, però, è stata anche una seconda risoluzione dei deputati statunitensi su nuove sanzioni alla Turchia per l’operazione militare nel Nord della Siria. A cui va aggiunta la recente incriminazione da parte degli States di Halkbank, la seconda banca statale turca accusata di aver aver aiutato l’Iran a violare le sanzioni economiche.

Fetullah Gulen.

LA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DI GULEN

Altro tema caldo tra Ankara e Washington è la richiesta di estradizione di Fethullah Gulen. Il magnate ed ex imam residente in Pennsylvania è considerato dalla Turchia la mente del fallito golpe del 2016. Ankara ha proposto uno scambio di quelli che definisce «terroristi»: Gulen al posto della sorella di Abu Bakr al Baghdadi, l’ex Califfo del sedicente Stato islamico, catturata dai turchi (arresto al quale è seguito anche quello della moglie dell’ex leader di Daesh). «Gulen è importante per la Turchia quanto al Baghdadi lo era per gli Stati Uniti», ha ribadito Erdogan. Finora da Washington è arrivato un secco no, che però potrebbe ammorbidirsi alla luce degli interessi economici e militari americani. 

IL NODO SIRIANO E LA VISITA DELL’EX COMANDANTE DEL PKK

I rapporti tra Usa e Siria rappresentano un altro motivo di tensione. Erdogan, infatti, aveva chiesto di cancellare un’altra visita programmata alla Casa Bianca: quella del capo delle Syrian Democratic Forces Ferdi Abdi Sahin, ex comandante del Pkk che sia la Turchia che gli Usa hanno riconosciuto come organizzazione terroristica. La Casa Bianca non ha smentito l’incontro, scatenando la reazione del governo turco: gli Usa «sanno che razza di terrorista sia, di quali razza di atrocità si sia reso responsabile in passato», hanno dichiarato alcune fonti vicine al presidente Erdogan citate da Middle East Eye. «Sanno che caos si scatenerebbe se il Congresso trattasse da eroe uno che difende l’Isis». 

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Erdogan e Putin.

IL BRACCIO DI FERRO CON MOSCA

Infine a preoccupare Washington è anche il riavvicinamento tra Turchia e Russia. Mosca si è detta pronta a vendere il proprio sistema di difesa anti missilistico S-400 e la prima reazione statunitense è stata l’interruzione della fornitura di F35, non senza conseguenze economiche e strategiche dal momento che la Turchia rappresenta il secondo esercito in termini numerici della Nato. A pochi giorni dall’incontro tra Trump e Erdogan, inoltre, il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha confermato una esercitazione congiunta in Russia proprio sul sistema missilistico S-400, spiegando che per la Turchia è necessario difendersi da una doppia minaccia terroristica: l’Isis e i curdi. L’ennesima ombra sull’incontro tra il tycoon e il Sultano.

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La lettera inedita di Trump a Erdogan sulle sanzioni per gli S-400 russi

Dopo il messaggio sulle operazioni in Siria, il presidente Usa ha mandato una seconda missiva minacciando contromisure relative al sistema missilistico di difesa.

Il presidente americano Donald Trump ha mandato una seconda lettera all’omologo turco Recep Tayyip Erdogan dopo quella trapelata a metà ottobre in cui lo ammoniva riguardo all’operazione nel Nord della Siria. Nel secondo messaggio, che risale a una settimana fa, Trump ha avvisato Erdogan che avrebbe imposto sanzioni alla Turchia per l’acquisto del sistema anti-missilistico S-400 dalla Russia. Lo fa sapere il quotidiano online Middle East Eye in esclusiva. Il tycoon si sarebbe anche detto disposto a riammettere la Turchia nel programma F-35 a patto che Ankara tenga spenti i sistemi difensivi russi. Il 13 novembre i due si incontreranno a Washington, e il tema degli S-400 sarà al centro del bilaterale insieme alle operazioni turche in Siria.

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L’effetto Bloomberg sulle elezioni Usa 2020

Il magnate, che piace a Wall Street ed elettorato moderato, è pronto a candidarsi. Un terremoto per gli altri sfidanti dem. A partire da Biden.

Michael Bloomberg è pronto a sfidare Donald Trump. Secondo quanto riportato dal New York Times, il magnate dovrebbe presentare già nelle prossime ore la documentazione per candidarsi. E dovrebbe farlo nello Stato dell’Alabama, accedendo poi alle primarie. Anche se Bloomberg non ha ancora deciso al 100% se scendere in campo o meno, il deposito dei documenti gli consente di lasciarsi la porta aperta per lanciare il guanto di sfida a Trump, l’altro miliardario di New York, attualmente inquilino della Casa Bianca. Trump che ha così commentato l’ipotesi: «Little Michael non farà bene» ai dem, ha detto The Donald, dicendo che finirà col danneggiare Joe Biden.

BLOOMBERG SNOBBA I CANDIDATI DEMOCRATICI

A spingere Bloomberg a considerare seriamente la candidatura è il parterre dei democratici. A suo avviso – secondo indiscrezioni riportare dal New York Post – Biden è «debole», mentre Bernie Sanders ed Elizabeth Warren «non possono vincere». Alcuni stretti collaboratori di Bloomberg riferiscono che l’ex sindaco di New York è convinto che Trump sarà rieletto se Warren dovesse incassare la nomination democratica. Una discesa in campo di Bloomberg sarebbe un terremoto per la corsa dei democratici alla Casa Bianca, già segnata pesantemente dalle indagini per un possibile impeachment del presidente americano. Bloomberg a differenza degli altri dem in corsa non ha bisogno di raccogliere fondi: la sua fortuna gli consente di decidere anche all’ultimo momento se candidarsi senza doversi preoccupare di come finanziare la campagna.

L’EX SINDACO VEDE TRUMP COME «UNA MINACCIA SENZA PRECEDENTI»

Come pronosticato da Trump, a pagare il prezzo maggiore di un’eventuale candidatura di Bloomberg sarebbe Biden, il più moderato in corsa. Ma sarebbero tutti i candidati a risentirne, anche Warren: l’ex sindaco di New York è sicuramente visto più di buon occhio da Wall Street, dalla Silicon Valley e anche da molti elettori democratici contrari a una svolta eccessivamente a sinistra del partito. Bloomberg, afferma il suo consigliere Howard Wolfson, vede Trump come una «minaccia senza precedenti per il Paese» come dimostrano le sue donazioni alle elezioni di metà mandato. «Mike è sempre più preoccupato sul fatto che gli attuali candidati non sono ben posizionati» per battere Trump, aggiunge Wolfson. E proprio la platea di candidati non convincenti ha spinto Bloomberg a ripensare al passo in avanti, dopo che in marzo aveva annunciato di non voler scendere in campo.

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Inchiesta impeachment, il presidente ucraino pronto a cedere a Trump su Biden

Secondo il New York Times Zelenski a settembre era pronto ad annunciare l'indagine contro l'ex vicepresidente americano, come gli aveva chiesto l'attuale leader della Casa Bianca.

La storia rischiava di andare in un altro modo: i piani dell’attuale leader Usa Donald Trump sull’avversario democratico Joe Biden infatti rischiavano di realizzarsi. In piena indagine per il possibile impeachment del presidente Usa, a rivelarlo è il New York Times, secondo il quale il presidente ucraino Volodymyr Zelenski era pronto ai primi di settembre ad annunciare in una intervista alla Cnn l’avvio delle indagini chieste a Kiev dal presidente Donald Trump: quelle sui Biden e quelle sulle presunte interferenze dell’Ucraina nelle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton.

I CONSIGLIERI IN PRESSING PER OTTENERE GLI AIUTI MILITARI

Per il Nyt, infatti, i consiglieri del leader ucraino lo convinsero che gli aiuti militari Usa e il sostegno di Trump nel conflitto con i separatisti russi erano più importanti del rischio di apparire di parte nella politica americana.

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Trump è in affanno, ma i democratici Usa restano senza leader

La sconfitta nel voto del Super Tuesday non basta per decretare l'inizio di una parabola discendente del presidente americano. I dem sono estremamente frammentati e hanno candidati molto deboli.

Super Tuesday da incubo per Donald Trump che perde con un secco due a uno: il risultato più grave è la perdita, dopo ben 20 anni, della maggioranza nel parlamento della Virginia, ma scotta al Grand old party anche la perdita del governatore del Kentucky, anche se sul filo di lana.

Unica consolazione, la vittoria del governatore repubblicano in Mississippi, Tate Reeves. Detto questo, il voto di martedì 5 novembre dà scarse indicazioni reali per fare profezie sulle Elezioni presidenziali del novembre 2020.

La ragione principale della vittoria dei democratici infatti risiede nella forte caratura personale e di leadership dei loro candidati sia in Virginia sia in Kentucky, dove Andy Beshear ha vinto sia pure di strettissima misura, là dove in campo democratico a un anno dal voto presidenziale è sempre più evidente un doppio fenomeno: innanzitutto una estrema frammentazione dei candidati alle primarie.

AI DEMOCRATICI AMERICANE MANCA ANCORA UN LEADER

Con tutta evidenza non c’è al momento un “cavallo di razza”, un leader carismatico e popolarissimo di suo come è stata la grande sconfitta di Trump: Hillary Clinton. Dentro questa frammentazione del campo democratico si è poi sempre più rafforzato un fenomeno non nuovo nel campo del partito dell’asino: un radicale spostamento verso la sinistra – anche estrema – di quasi tutti i candidati ad eccezione di Joe Biden. Ma Biden, il candidato centrista più pericoloso per Trump, soffre innanzitutto di una sua leadership personale scialba (non a caso fatica molto nella fondamentale raccolta fondi) ed è anche indebolito dalle vicende legate ai rapporti tra suo figlio e l’Ucraina.

Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile,

Non è un caso che proprio su questa debolezza si sia puntato l’arsenale di guerra mediatica di Trump al quale i democratici hanno risposto con una procedura di impeachement che non arriverà mai a successo (la deve approvare il Senato con la maggioranza dei due terzi, là dove Trump gode di una maggioranza netta e per di più solida) e che rischia fortemente l’effetto boomerang. Se Trump dovrà scontrarsi con candidati oggi apparentemente col vento in poppa come Elisabeth Warren, avrà strada facile, visto il loro programma in certi punti ancora più radicale di quello di Bernie Sanders (oggi molto appannato).

PER LE PRESIDENZIALE DEL 2020 È ANCORA TUTTO DA DECIDERE

La seconda ragione per la quale questo Super Tuesday non può dare indicazioni utili per fare pronostici sulle prossime presidenziali è insita nello stesso sistema di voto americano. Si pensi solo che Hillary Clinton perse clamorosamente nella conta dei fondamentali Grandi Elettori pur avendo ricevuto ben 2.800.000 voti in più di Trump (il 2% di vantaggio). In realtà il sistema federale rigido degli Usa sacrifica alla rappresentatività delle volontà dell’elettorato, la necessità di premiare il peso – a volte determinante – dei piccoli Stati a scapito dei più popolosi, i primi sono sovra-rappresentati quanto a Grandi Elettori, mentre i secondi sono pesantemente penalizzati. Dunque, sino a quando il quadro delle primarie non sarà definito e sarà chiaro quale sarà lo sfidante, e partiranno sondaggi attendibili, è inutile delineare scenari. Senza dimenticare che Trump arriverà al voto con successi consistenti sia nell’economia che nell’incremento dell’occupazione. Temi centrali nel voto Usa.

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L’autunno flop di Trump a un anno dalle elezioni 2020

L’emorragia di consensi tra le donne. L’impeachment. Il boomerang siriano e la batosta dell’Election Day. Il tycoon si circonda di uno staff di amazzoni per le prossime Presidenziali.

Ricostruirsi una verginità con le donne. Impossibile per Donald Trump, accusato di stupri e di molestie sessuali anche da una dozzina di americane, tra le quali figure dell’opinione pubblica. Ma proprio per ridurre il fossato scavato con l’elettorato femminile, l’inquilino della Casa Bianca fa il virtuoso con le quote rosa, attorniandosi di collaboratrici per la corsa delle Presidenziali del 2020. La metà dei 26 membri senior del nuovo staff della campagna, ha ricostruito Politico, sono donne: un bel salto dalle tre (inclusa la figlia-advisor Ivanka) nel team del 2016. E un passo obbligato: nelle settimane alla vigilia dell’Election Day del 5 novembre, il test elettorale delle Amministrative non esaltante per i repubblicani, un sondaggio di Fox News ha indicato il presidente Usa, incalzato dallimpeachment, sgradito anche al 65% delle donne della grande provincia americana.

Presidenziali Usa Election Day
Le donne americane contro la ricoferma di Trump alle Presidenziali 2020 (Foto: GettyImages).

LO STAFF DI MADRI TRUMPIANE

Un’altra indagine del Public Religion Research Institute ha mostrato un aumento di 11 punti, da settembre, al sostegno all’impeachment delle elettrici bianche con un background di scarsa istruzione: il target che nel 2016 invece, tra le donne, appoggiò Trump. Lo staff in rosa del presidente è costruito a tavolino per cercare di risalire questa china: «Donne in ogni età della loro vita», ha sottolineato la portavoce nazionale della campagna Kayleigh McEnany, giovane scrittrice di fede repubblicana. Meglio ancora se, come lei, incinte in questi mesi o già madri di parecchi figli. Di quattro pargoli la senior adviser Mercy Schlapp, ex funzionaria della Casa Bianca. Di tre la nuora Lara Trump, produttrice televisiva, presente naturalmente all’appello. La squadra di amazzoni conservatrici gira gli States, a manifestazioni come la recente “Women for Trump” in Minnesota. Con l’obiettivo di sfatare la fama da campione di misoginia del presidente-tycoon.

Nell’elettorato femminile si concentra l’emorragia di consensi di Trump

FONDI ROSA E 5 MILA VOLONTARIE

La macchina della propaganda ha un seguito di 4.600 nuove volontarie, iscritte nei 16 Stati per reclutare elettrici repubblicane. Un’altra leva per portare le americane al fianco del Gop sono i dati sui finanziamenti. Per la campagna del 2020 Trump cerca donatrici: nel 2016 le donne rappresentavano un quarto dei suoi contribuenti, nel 2019 sfiorano già la metà della torta. Il presidente americano riparte da loro, perché nell’elettorato femminile si concentra la sua emorragia di consensi, affatto semplice da ripianare. Sempre nei sondaggi di Fox News, quest’autunno Trump è precipitato sette punti sotto l’ex vicepresidente Joe Biden, favorito nelle primarie dei dem. Eppure certo non un volto nuovo, men che meno un campione di appeal. Il 56% degli americani si dice contro l’operato della Casa Bianca, a causa soprattutto dal drastico ritiro militare dalla Siria.

Presidenziali Usa Election Day
Americani pro impeachement, in vista delle Presidenziali Usa (Foto: GettyImages).

IL BOOMERANG DEL RITIRO DALLA SIRIA

Chi l’avrebbe detto. Trump ha accelerato il rientro di parte delle unità in Medio Oriente, come captatio benevolentiae elettorale. Invece la mossa è stata vista come un ingiusto tradimento degli alleati curdi. In una rilevazione della rete Cbs, solo il 24% degli interpellati ha approvato il disimpegno. Il 34% è contrario, il 41% si è dichiarato non informato a sufficienza. Probabilmente tra gli indecisi, l’altro grande vivaio di proseliti, per il tycoon sarà più facile attecchire che con le donne.

LA BATOSTA DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Mala tempora currunt, per Trump, anche nello scrutinio dell’Election Day: il voto per rinnovare le Assemblee legislative e i governatori di alcuni Stati. Dopo 26 anni la Virginia è andata ai democratici, anche nel Kentucky tradizionalmente dei repubblicani il candidato Matt Bevin contesta il risultato dell’avversario dem Andy Beshear, che gli ha strappato la vittoria per un pugno di 5 mila voti.

L’unica conferma a Trump è arrivata dal Mississippi roccaforte dello zoccolo duro del Grand old party (Gop) più conservatorista e razzista

Il trend dell’America antitrumpiana, non più a trazione anglosassone, traspare anche dalla conquista di un seggio, in Virginia, della democratica Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta al Senato. E, in Arizona, di Regina Romero prima donna sindaco e primo sindaco latinos di Tucson, fiera avversaria delle corporation. L’unica conferma a Trump arrivata dal Mississippi, roccaforte dello zoccolo duro del Grand old party (Gop) più conservatorista e razzista, non è un dato incoraggiante.

MOLLATO ANCHE DA MURDOCH SULL’IMPEACHMENT?

Nuovi colpi durante la sua corsa arriveranno dalla procedura aperta di impeachment, per il quale il 51% degli americani sarebbe ormai a favore (dal 42% di luglio 2019). Mai dire mai con il tycoon, come dimostra anche l’ingranaggio azionato delle “Women for Trump”. Ma ormai anche la Fox News di Rupert Murdoch, uno dei suoi maggiori sostenitori, fa infuriare Trump per i sondaggi da perdente.

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Perché nel confronto con la Cina il pugno di ferro di Trump è fallimentare

Non potendo più controllare il sistema multilaterale, il tycoon ha scelto di danneggiare concorrenti e alleati. Sposando un approccio dirigista in cui la Pechino, che si sta aprendo al mercato, continua a prevalere. Per avere la meglio a Washington non resta che indossare il guanto di velluto. Soprattutto con l'Ue.

Se c’era una cosa che sembrava acquisita e assodata fino a pochi anni fa è che l’ascesa dell’economia cinese sullo scacchiere globale sarebbe stata accompagnata dalla trasformazione, lenta e graduale, di un’economia dirigista a una economia di mercato. Si trattava in un certo senso della vittoria culturale del modello capitalista occidentale.

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IL DIRIGISMO DI TRUMP E LA VITTORIA DEL MODELLO CINESE

Dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, però, le cose sembrano decisamente cambiate. Mentre il presidente cinese Xi Jinping dichiara il suo impegno di fornire al Paese sempre maggiori opportunità di mercato, da Washington giungono segnali sempre più chiari: per contrastare l’ascesa cinese, l’economia più potente del mondo sta retrocedendo dalle logiche di mercato e sposando un approccio dirigista, in cui è lo Stato a dettare le regole. In un certo senso è la vittoria culturale del modello comunista cinese.

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DAL GUANTO DI VELLUTO AL PUGNO DI FERRO

Curioso come questo sia avvenuto passando dalla politica del guanto di velluto a quella del pugno di ferro. Esercitare un’influenza politica attraverso l’assistenza economica, la diffusione di standard ambientali, sanitari e di sicurezza civile, l’esportazione di beni culturali e altri strumenti flessibili e non vincolanti. O attraverso l’esempio. Questo è il guanto di velluto. L’uso della forza militare e del potere economico come strumento per piegare gli altri alla propria volontà è invece usare il pugno di ferro. «Si ottiene di più con una buona parola e una pistola, che con una buona parola soltanto», dice Al Capone ne Gli Intoccabili.

Il presidente Usa Donald Trump.

SOMMERSI DA EQUIVOCI E COMPLOTTISMI

Talvolta capita che il passaggio da un approccio all’altro venga per effetto di una sorta di equivoco: quando si sta troppo a lungo in uno dei due sistemi si rischia di confondere l’uno con l’altro. Si scambia lo spread sui titoli di Stato di un’area valutaria comune come un “ricatto dei mercati”, iniziando a vedere malvagità e complotti dove non ci sono. Da lì a interpretare commercio e norme giuridiche come strumenti per usare la forza allargando le braccia come a dire: «È solo un’offerta che non puoi rifiutare…», il passo può essere breve. In pochi attimi, in un’escalation di toni, ci si ritrova ad usare la “sicurezza nazionale” per giustificare l’elusione delle regole del sistema commerciale multilaterale.

LE SCELTE DI TRUMP DENOTANO UNA IMPLICITA DEBOLEZZA

Le scelte politiche di Trump denotano chiaramente un’implicita debolezza: non potendo più controllare il sistema multilaterale da soli, o temendo di non primeggiare più, gli Usa hanno scelto – attraverso Trump – di danneggiare i concorrenti (scoprendo rapidamente che anche gli alleati lo sono) cercando confronti bilaterali. Maggiori sono le ingerenze della politica nel commercio, e più si sposta il baricentro verso un’economia dirigista guidata dallo Stato, uno scenario dove la Cina prevale per esperienza sul campo, tra l’altro.

Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è la cinese Huawei.

IL CONFRONTO CINA-USA SUL 5G

Il prossimo campo di confronto è senza dubbio quello tecnologico: le reti 5G. A differenza dei sistemi a banda larga 3G e 4G, la diffusione del 5G ha implicazioni geopolitiche e di sicurezza di vasta portata, perché promette non solo di migliorare la telefonia mobile, ma anche di accelerare lo sviluppo dell’Internet degli oggetti e la digitalizzazione di intere economie. Pertanto, qualsiasi intervento malevolo nell’architettura 5G incorpora la potenzialità di causare notevoli danni economici, sociali o anche fisici.

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Il principale fornitore mondiale di hardware 5G è Huawei, un’azienda legata al Partito comunista cinese e – dunque – ai servizi segreti e di sicurezza. L’attenzione del governo americano su questi temi è evidente e sensata, e su questo è possibile tessere la trama di un nuovo clima di accordi tra le due sponde dell’Atlantico, ma per farlo serve che Washington faccia qualche passo indietro sull’uso del pugno di ferro, smettendola di tirare bordate alla Ue invitando i singoli Paesi a uscirne. Sarebbe bello che tornassimo a parlare col guanto di velluto dimenticato, riscoprendone i tanti non detti, come accade fra le due protagoniste del romanzo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, in cui pagina dopo pagina ricordano quanto si sono sempre amate, pur dopo una lunga fase di incomprensione.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Il Super Tuesday Usa è uno schiaffo a Trump: perde in due Stati su tre

La Virginia torna democratica dopo vent'anni di regno dell'Elefantino. I dem rivendicano anche la vittoria in Kentucky dove il presidente si era speso fino all'ultimo comizio.

Se i risultati ancora non ufficiali saranno confermati, Donald Trump sarà destinato a perdere due elezioni su tre nel Super Tuesday del 5 novembre che rappresenta per lui un primo test in vista del voto per la Casa Bianca, sullo sfondo dell’indagine di impeachment.

Un sostenitore del presidente Trump durante un appuntamento elettorale alla Rupp Arena di Lexington, in Kentucky, 4 novembre 2019. EPA/MARK LYONS

IN KENTUCKY I DEM RIVENDICANO LA VITTORIA

In Kentucky, benché il risultato tra i due contendenti sia troppo ravvicinato per dichiarare ufficialmente il vincitore, il candidato dem Andy Beshear ha rivendicato il successo contro il governatore repubblicano uscente Matt Bevin col 49,2% dei voti contro il 48,9% (100% delle schede scrutinate). Bevin non ha concesso la vittoria ma, se l’esito fosse confermato, sarebbe una brutta scivolata per il tycoon, in uno Stato dove aveva vinto con un vantaggio del 30% contro Hillary e dove lunedì 4 novembre aveva tenuto il suo ultimo comizio proprio a sostegno del candidato repubblicano.

STORICA RICONQUISTA DEM IN VIRGINIA

Per i dem è invece trionfo sicuro e per certi versi storico in Virginia, dove hanno riconquistato l’intero parlamento dopo oltre 20 anni. Il Grand Old Party aveva una maggioranza risicata in questo Stato dove il tycoon comunque perse nel 2016 di 5 punti percentuali contro la Clinton.

IL MISSISSIPI ELEGGE IL REPUBBLICANO REEVES

Trump può leccarsi le ferite in Mississippi, dove con il 93% delle schede scrutinate per l’elezione del governatore il candidato repubblicano Tate Reeves resta saldamente in testa davanti al rivale dem, l‘attorney general Jim Hood (anti abortista e pro armi), con il 52,7% contro il 46%. Una proiezione della Cnn lo dà già per vincitore e Trump, che lo aveva sostenuto in un comizio venerdì 1 novembre, gli ha già fatto le congratulazioni via Twitter. Un successo che consente al Grand Old Party di mantenere questa carica in uno stato che nel 2016 Donald Trump vinse con il 17% di scarto su Hillary.

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Ora l’ambasciatore Sondland inguaia Trump sull’impeachment

Il diplomatico ha precisato che disse ai vertici ucraini che gli aiuti militari Usa erano subordinati a un annuncio sull'avvio di indagini contro i Biden.

L’ambasciatore Usa alla Ue Gordon Sondland ha cambiato la sua testimonianza nell’indagine di impeachment alla Camera precisando che disse a Kiev che gli aiuti militari Usa erano subordinati ad una dichiarazione pubblica sull’avvio di indagini contro i Biden. Una rettifica che compromette la posizione di Donald Trump, il quale ha sempre negato qualsiasi do ut des.

A sinistra il presidente Usa Donald Trump, al centro l’ ambasciatore Usa presso l’Ue Gordon Sondland, a destra la first lady Melania Trump.

La testimonianza di Sondland è stata diffusa dalla commissione intelligence della Camera assieme a quella di un altro diplomatico: l’inviato Usa in Ucraina Kurt Volker.

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Ocasio-Cortez come Trump: deve patteggiare per aver bloccato un follower

Le deputata democratica costretta a scusarsi con un ex parlamentare che le aveva fatto causa per violazione del primo emendamento. Decisiva una precedente sentenza analoga contro il presidente.

La giovane pasionaria della sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e il presidente Donald Trump sono diametralmente opposti, fatta eccezione per la loro provenienza da New York e per la loro presenza costante sui social. E proprio su Twitter, il mezzo preferito dal tycoon, scivola la deputata star dei democratici.

CAUSA PER VIOLAZIONE DEL PRIMO EMENDAMENTO

Aoc, così com’è conosciuta, è stata costretta a chiedere scusa a uno dei follower che ha bloccato e che le ha fatto causa per violazione del primo emendamento sulla libertà di espressione. L’ex parlamentare democratico e fondatore di American against anti-semitism Dov Hikind ha presentato un’azione legale contro Ocasio-Cortez in luglio dopo che la deputata lo aveva bloccato su Twitter e aveva rivendicato con orgoglio il diritto di farlo.

IL BLOCCO DOPO GLI ATTACCHI IN SERIE RICEVUTI

Un blocco deciso da Aoc dopo i ripetuti attacchi, simili a «molestie», ricevuti da Hikind colpevole di aver superato il limite con le violente critiche al paragone fatto da Ocasio-Cortez fra i centri di detenzione al confine con il Messico e i campi di concentramento. Ma il blocco ha scatenato l’ira di Hikind che ha fatto causa alla parlamentare sventolando una precedente sentenza contro Trump, in base alla quale il presidente ha violato la costituzione bloccando follower su Twitter perché lo criticavano o si prendevano gioco di lui. Così come altri politici, incluso Trump, anche Ocasio-Cortez aveva inizialmente rivendicato che l’account @AOC era privato e quindi fuori dal controllo del governo a differenza di quello ufficiale @RepAOC.

OCASIO-CORTEZ COSTRETTA AL PATTEGGIAMENTO

La sentenza contro Trump non ha lasciato spazio a Ocasio-Cortez, costretta a patteggiare la causa e scusarsi pubblicamente con Hikind. «Ho rivisto la mia decisione di bloccare Dov Hikind dal mio account Twitter. Hikind ha il diritto garantito dal primo emendamento di esprimere le sue idee e non essere bloccato per farlo», ha detto Ocasio-Cortez. »Guardando indietro è stato sbagliato» bloccarlo, «chiedo scusa».

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Macron tende la mano alla Cina dopo il ritiro Usa sul clima

Il presidente francese: «Sarà decisiva la cooperazione con Pechino». Mentre si allarga il solco tra Europa e Stati Uniti.

Spingere sulla cooperazione tra Europa e Cina per sopperire al ritiro degli Usa dagli accordi sul clima. Poche ore dopo la formalizzazione da parte di Washington dell’uscita dall’intesa di Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «decisiva» la cooperazione tra Europa e Cina sulle riduzioni delle emissioni responsabili dell’effetto serra. «Se vogliamo rispettare l’accordo di Parigi, dobbiamo migliorare i nostri impegni sulla riduzione delle emissioni e dobbiamo confermare nuovi impegni per il 2030 e il 2050», ha affermato il presidente francese intervenendo al Ciie di Shanghai. «La cooperazione in tal senso tra Cina e Ue è decisiva».

IL «RAMMARICO» FRANCESE PER LA MOSSA DI TRUMP

Macron e il presidente cinese Xi Jinping si apprestano a firmare a Pechino un documento congiunto sulla espressa «irreversibilità» del patto sul clima di Parigi. Parlando ai giornalisti al seguito di Macron in visita di Stato in Cina, un funzionario dell’Eliseo ha espresso il «rammarico» della presidenza francese per la mossa americana: «Ci rammarichiamo e questo non fa che rendere la partnership sino-francese sul clima e la biodiversità ancora più necessaria». Il ritiro degli Usa sarà efficace il 4 novembre del 2020, un giorno dopo le elezioni presidenziali americane in cui Donald Trump cercherà di conquistare un secondo mandato. Annunciando la mossa, il segretario Mike Pompeo ha ripreso i commenti del tycoon del 2017, secondo cui l’accordo sul clima ha imposto «ingiusti oneri economici» sugli Stati Uniti.

SI ALLARGA IL SOLCO TRA TRUMP ED EUROPA

La decisione di formalizzare l’addio all’accordo di Parigi crea un altro profondo solco tra l’America di Trump e l’Europa, che va ad aggiungersi agli strappi sulla storica intesa del 2015 sul programma nucleare dell’Iran o a quello sul fronte delle politiche commerciale e dei dazi. Il timore di molti è che adesso da parte di Trump parta una vera e propria offensiva contro gli sforzi internazionali per combattere i cambiamenti climatici, incentivando settori come quelli del carbone, del petrolio e del gas naturale.

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Al voto in cinque Stati Usa, un referendum su Trump

Prima prova elettorale per il presidente dopo l'avvio dell'indagine per impeachment. Insidie per i repubblicani nel voto per i governatori in Kentucky e Louisiana.

L’America fa le prove generali a un anno dalle presidenziali del 3 novembre del 2020. In ben cinque Stati milioni di cittadini sono chiamati a rinnovare le istituzioni locali. Ma il Supertuesday è inevitabilmente destinato a dare un’indicazione su quello che potrebbe accadere tra dodici mesi.

Si tratta del primo voto dopo l’avvio dell’indagine per impeachment contro il presidente, e dalla Virginia al Kentucky le elezioni non possono che trasformarsi in un vero e proprio referendum sull’operato di Donald Trump.

In gioco c’è soprattutto la tenuta del tycoon negli Stati del Sud che nel 2016, insieme a quelli industriali della Rust Belt, furono fondamentali per il suo trionfo, con oltre il 60% degli elettori che votarono per lui. Oltre al Kentucky, dove Trump vinse su Hillary Clinton con 30 punti di vantaggio, si elegge il governatore in Mississippi e in Louisiana, che tre anni furono facilmente conquistati dal tycoon rispettivamente con 17 e 20 punti di vantaggio. Ma ora le cose potrebbero cambiare, con gli ultimi sondaggi che indicano come nei tre Stati sarà battaglia fino all’ultimo voto.

GOP A RISHIO IN KENTUCKY E LOUISIANA

In Kentucky il governatore uscente Matt Bevin, un trumpiano di ferro che ha fatto campagna puntando proprio sui suoi rapporti con il tycoon, è dato alla pari col democratico Andy Beshear. Trump ha fiotato il pericolo e non a caso è voltato nello Stato alla vigilia del voto per salire sul palco dell’ultimo comizio di Bevin. Cattive notizie per i repubblicani, però, anche in Louisiana, dove il democratico John Bel Edwards è in vantaggio di addirittura 23 punti, e in Mississippi, dove il candidato repubblicano Tate Reeves è avanti solo di tre lunghezze. Per Trump si tratta di numeri preoccupanti che, se confermati nelle urne, suonerebbero come un campanello d’allarme per le sue chance di rielezione, segnalando come una parte dello zoccolo duro che ha finora sostenuto il tycoon si sta sgretolando.

TIMORE ANCHE PER LE ELEZIONI IN VIRGINIA E NEW JERSEY

Anche se alla vigilia del supermartedì a soffiare sulle vele del tycoon ci pensa una Wall Street da record, dopo gli ottimi dati sull’occupazione della scorsa settimana. Ma i repubblicani rischiano la sconfitta anche in Virginia e in New Jersey, dove si vota per rinnovare i parlamenti locali. E nonostante Trump parli di fake news, alla Casa Bianca si guarda con grande preoccupazione alle ultime rilevazioni da cui emerge che circa la metà degli americani è favorevole all’impeachment e pensa che il presidente vada rimosso dall’incarico.

I DUBBI IN CASA DEM IN VISTA DEL 2020

I democratici sono alla finestra e sperano. Anche perché la sensazione è che non abbiano ancora trovato il candidato ideale per il 2020. L’ultimo sondaggio del New York Times ha mostrato come solo il moderato Joe Biden sia in grado di battere Trump nella maggior parte degli Stati chiave. Ma le difficoltà in cui naviga la campagna dell’ex vicepresidente e l’ascesa della senatrice progressista Elizabeth Warren, vista come il fumo negli occhi da Wall Street, creano ansia tra i dem in vista delle primarie. «Tutti sono nervosi per Warren», ha spiegato Steve Rattner, il democratico che gestisce la ricchezza personale di quel Michael Bloomberg che potrebbe essere la vera clamorosa sorpresa dei prossimi mesi.

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Trump perde l’appello sulla dichiarazione dei redditi

I giudici hanno respinto il ricorso del tycoon che si opponeva alla presentazione dei suoi dati fiscali. Il caso potrebbe passare alla Corte Suprema.

Una corte federale d’appello ha bocciato il ricorso di Donald Trump contro la sentenza che lo obbliga a presentare le dichiarazioni fiscali degli ultimi otto anni alla procura di Manhattan. I legali del tycoon avevano sostenuto che Trump, come presidente, è immune da indagini penali e che quindi la richiesta avanzata agli studi che posseggono i suoi dati è illegittima. Una motivazione che però è stata smontata in appello. A questo punto è probabile che Trump giochi l’ultima carta, quella della Corte Suprema.

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Le elezioni in Uk e Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

Con la vittoria di Johnson nel 2019 e di Trump nel 2020 il Western World, con la sua storia e i suoi valori, volterebbe pagina definitivamente. Ma sia in Gran Bretagna sia in America la sfida elettorale resta aperta.

Dicembre 2019 e Novembre 2020. Sono queste le due date dell’incognita anglosassone. Se i Tory di Boris Johnson vinceranno il 12 dicembre il secondo referendum sulla Brexit camuffato da elezioni politiche, e se Donald Trump verrà confermato fra 13 mesi alla Casa Bianca con un risultato più solido di quello risicato del 2016, sarà possibile sostenere che dopo un secolo quasi esatto il nostro mondo ha definitivamente voltato pagina.

Non ci sarà più quello che nel Novecento, in modo più chiaro che in passato, è stato chiamato the Western World, il mondo occidentale con le sue strutture e soprattutto la sua mentalità multilaterale, se non nel senso di una comune – e vaga – discendenza dal mondo greco-romano-germanico e da un ormai altrettanto vago cristianesimo. E non ci sarà più perché la cultura da tempo dominante di questo mondo, quella anglosassone, potrebbe aver deciso di percorrere altre strade, privilegiando il nazionalismo del my country, right or wrong, più gentilmente declinato in francese con il chacun pour soi et Dieu pour tous.

Verrebbero insomma mollati gli ormeggi, mentre gli avversari dell’Occidente sanno benissimo che cosa questa parola significa, come spiegano anche per i più distratti le minacce a Stati Uniti ed Europa del nuovo leader dell’Isis, al-Qurayshi. Quella di “mondo occidentale “ è un’espressione geografica abbastanza precisa (Europa occidentale e oggi centroccidentale, Nordamerica, più varie appendici, in primis Australia e Nuova Zelanda, con il Giappone partner associato) e per il resto un concetto antico e vago che solo nell’Ottocento ha incominciato a formarsi nella sua versione moderna.

IL MONDO OCCIDENTALE SCOSSO DA FORZE CENTRIFUGHE

La prima capitale del mondo occidentale è stata Londra, come zenith del potere europeo e quindi occidentale. Ma nel 1915-1919 era semirovinata finanziariamente dal primo conflitto mondiale e stava passando la mano al tandem New York-Washington, nuovo baricentro globale della finanza in attesa di diventarlo, con la Seconda guerra mondiale, anche della politica e degli equilibri geo-strategici.

La triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo

Questo mondo della triade New York-Washington-Londra riprendeva con forza nel 1944-49 i programmi di multilateralismo già avanzati 25 anni prima e creava non solo il concetto moderno, utile in politica e in propaganda, di Western World, ma lo dotava di strutture precise, dalla Nato alla stessa integrazione europea, a molto altro e al Fondo monetario internazionale, parto congiunto americano e, grazie a John Maynard Keynes, britannico.

Roosevelt, De Gaulle e Churchill nel 1943.

Naturalmente nel frattempo ciascuno nella triade perseguiva i propri interessi: Washington, ad esempio, faceva il possibile e l’impossibile per accelerare lo smembramento dell’Impero Britannico, ma su temi strategici finanziari e monetari si proclamava, e spesso praticava, la politica delle decisioni collegiali. Il comunismo come arma nelle mani del nazionalismo russo contribuiva, per reazione, a tenere unito il tutto. Le spinte centripete subiscono però oggi – e ad opera di quegli anglosassoni che ne furono i maggiori protagonisti – l’attacco delle sirene centrifughe.

LA PARTITA DEL REGNO UNITO RESTA APERTISSIMA

Trump sottoscrive in pieno il significato congiunto e “decisivo” dei due voti, sia pure separati da quasi un anno di tempo, e sa benissimo che una vittoria di Johnson – amico di cui parla sempre benissimo – sarebbe più che utile alla sua rielezione. In un’intervista radio concessa all’iper brexiteer britannico Nigel Farage suo fedele estimatore, ha detto il 31 ottobre che l’accordo fin qui raggiunto da Johnson con Bruxelles non va bene, restano troppi legami; che solo una Hard brexit restituirà al Regno Unito la sua libertà; e che un’alleanza elettorale Johnson-Farage sarebbe imbattibile.

Johnson è il favorito ma la sua strada è in salita

Riuscirebbe forse ad avviare lo sfascio dell’Unione europea, vero obiettivo di Trump per motivi puramente commerciali e senza minimamente valutare tutte le altre conseguenze. Come non le valutano i brexiteer britannici, interessati solo alla vittoria del loro nazionalismo. Sull’alleanza con Farage hanno comunque idee diverse da Trump. Oggi, e prima di sei settimane di campagna elettorale durissima e imprevedibile come nessuna degli ultimi 70 anni, Johnson è il favorito; i sondaggi lo danno avanti di 10 punti dal laburista Jeremy Corbyn, 34% a 24%.

Jeremy Corbyn.

La sua tuttavia è una strada in salita perché deve conquistare una maggioranza, almeno 320 seggi, che per ora non ha e che già Theresa May perdeva nel voto anticipato del giugno 2017, quando i sondaggi la davano vincente ma lasciò sul campo 19 deputati. Nel sistema maggioritario secco vince il seggio chi in ogni collegio ha la maggioranza relativa dei voti e non c’è nessun recupero per le altre liste; questo favorisce i Tory e comunque i due partiti maggiori. Come nel sistema presidenziale americano, non contasolo il numero dei voti ma come sono distribuiti geograficamente, per cui ad esempio nel 2017 i conservatori conquistavano 317 seggi con 13,6 milioni di voti e i laburisti 262 con 12,9 milioni di voti, perché più spesso dei Tory erano arrivati secondi.

L’ALLEANZA PRO BREXIT TRA JOHNSON E FARAGE RESTA IMPROBABILE

Il sistema presenta tuttavia due grosse incognite, una tecnica e non nuova, una squisitamente politica, unica e inedita. La prima è che ci sono circa 100 seggi dove la differenza tra il più votato, e vincitore, e il secondo, è stata nel 2017 di meno di mille voti, e una serie di modesti cambiamenti riserverebbe molte sorprese . La seconda è che il desiderio di schierarsi e rispondere alla domanda di fondo per cui questa consultazione è nata, sì o no alla Brexit, farà premio su molte altre considerazioni e su vari programmi e potrebbe rompere notevolmente gli schemi, a favore dei liberal-democratici tutti filo-Ue ma anche con travasi fra Tory e Labour: per un Tory europeista non sarà facile votare Johnson.

I conservatori sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson

Così come un laburista brexiteer ci penserà due volte prima di votare Corbyn: il leader dei laburisti è deciso, nel caso diventasse premier, a rinegoziare con Bruxelles un legame che riprende vari punti dell’intesa concordata da Theresa May e assai più organico di quello molto sommario, e anticamera di una No deal brexit, voluto da Johnson. Questa intesa, accanto all’opzione remain, Corbyn la vuole poi sottoporre a referendum, con il rimanere nella Ue come seconda opzione. E un nuovo referendum, anche per un laburista ma brexiteer, è anatema. Quindi, nessuno può oggi tracciare un pronostico credibile su un voto che sarà uno dei più cruciali della storia moderna britannica.

Boris Johnson.

Quanto alla gaffe che Trump ha commesso caldeggiando un’alleanza Johnson-Farage, si tratta probabilmente di una strada non percorribile; i Tory si sono subito avviati a una campagna dove cercheranno di essere loro «il partito della Brexit», come già hanno detto, difficilmente ci sarà quindi spazio per il Brexit Party di Farage. I conservatori poi sperano di trattenere una parte del voto moderato con l’accordo di uscita raggiunto a Bruxelles da Johnson, accordo sommario e ambiguo ma che consente di dire che un’intesa c’è, mentre Farage vuole l’uscita secca e senza accordi, e su questo non può fare passi indietro. Ma non sono da escludere del tutto intese elettorali locali.

TRUMP CON LA SPADA DI DAMOCLE DELL’IMPEACHMENT

A fronte delle varie incognite di Johnson e, specularmente, dei suoi antagonisti, Donald Trump, quando a gennaio la campagna elettorale americana entra nel vivo, ne avrà una sola: l’impeachment ormai avviato. Se usciranno prove gravi di comportamenti in aperta violazione della legge, non solo dello stile e della comune onestà, e il Senato dovrà considerare seriamente una sua condanna dopo la scontata incriminazione da parte della Camera, Trump rischia molto. Se invece questo non accade, le probabilità di una riconferma sono notevoli, nonostante il personaggio.

Donald Trump.

A meno che i democratici non riescano a trovare quello che finora manca: un candidato forte da apporgli e in grado di controllare, ad esempio, fenomeni che, come quel circuito di poche migliaia di voti che nel Wisconsin e in altri due Stati del Midwest, facevano nel 2016 la differenza. Furono 68 mila voti popolari in tutto, 22.748 nel Wisconsin su un totale di 3 milioni e appena 10 mila in Michigan su 4,5 milioni, a spostare per Trump i favori dell’electoral college grazie a Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, Stato quest’ultimo dove su 72 contee ben 23 che avevano votato Obama nel 2012 passarono con Trump.

Se volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi

Avere Trump ancora presidente fino al 2024 è al momento più probabile che non avere Boris Johnson con una solida maggioranza, e premier, fra un mese e mezzo. Se entrambi i casi tuttavia si verificheranno, volterà pagina il Western World al quale siamo abituati, cambieranno di fatto le sue regole e i suoi principi; non assicurano il Paradiso in terra, ma hanno contribuito e molto alla relativa stabilità del mondo che conosciamo. E sarà il Western World di Trump e di Johnson. Chi vorrebbe acquistare, da entrambi, un’auto usata?

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Trump a gamba tesa sul voto britannico: «Corbyn pessimo»

Il presidente Usa a colloquio con Farage. E minaccia Londra: «Con l'intesa con l'Ue non possiamo fare un accordo di libero commercio».

Donald Trump mette i piedi nel piatto della campagna elettorale britannica. E lo fa scatenando il solito putiferio, con un attacco ad alzo zero al leader laburista Jeremy Corbyn, accompagnato da un endorsement non meno rumoroso al primo ministro conservatore Boris Johnson: al quale non risparmia peraltro moniti imbarazzanti contro l’accordo sulla Brexit firmato con l’Ue, incompatibile o quasi, secondo il presidente americano, con la prospettiva d’un futuro trattato privilegiato di libero scambio bilaterale Londra-Washington. Nel duello fra i due unici pretendenti veri a Downing Street in vista del voto del 12 dicembre, il favoritissimo Johnson e l’inseguitore Corbyn, Trump – e non è una sorpresa – non ha il minimo dubbio. Sceglie l’amico Boris. E lo dice a chiare lettere in un’intervista concessa al programma radiofonico di Lbc condotto da un altro suo amico inglese, il tribuno euroscettico del Brexit Party Nigel Farage.

«Corbyn», taglia corto il presidente-magnate, «sarebbe davvero una cattiva scelta per un Paese dal potenziale enorme come il vostro. È pessimo, vi porterebbe su una cattiva strada». «Boris invece è un uomo fantastico, credo sia esattamente il tipo giusto per questi tempi», prosegue imperterrito. Non senza ammiccare allo stesso Farage, leader di un partito sulla carta concorrente dei Tory, e invitarlo quasi apertamente a una qualche intesa elettorale con BoJo: «So che tu e lui farete cose spettacolari insieme, perché se siete insieme, lo sai, sarete una forza inarrestabile». A Johnson è destinata d’altronde anche una tirata d’orecchie, per l’accordo di divorzio da lui raggiunto dall’Ue raggiunto in extremis con Bruxelles: accordo definito «eccellente» dall’inquilino in carica di Downing Street e che al contrario all’uomo della Casa Bianca non va proprio giù. È un deal che rischia di rivelarsi incompatibile con un trattato di libero scambio ambizioso fra Usa e Regno Unito per il dopo Brexit avverte The Donald. «Noi vogliamo commerciare col Regno Unito, voi volete commerciare con noi, ma questo accordo, a essere onesti, sotto certi aspetti non ci permette di commerciare», afferma. «Non possiamo fare un accordo di libero commercio», insiste, spiegando di puntare a «numeri molto maggiori» nell’interscambio rispetto a quelli attuali», «certamente molto più grandi di quelli che fate stando sotto l’Unione Europea».

CORBYN: «MIRE USA SUL SERVIZIO SANITARIO BRITANNICO »

La risposta di Johnson, che l’intesa commerciale con Washington la promette da tempo come un obiettivo pressoché scontato, resta per ora in sospeso. Mentre la secca replica di Corbyn arriva a stretto giro di posta. «Donald Trump cerca d’interferire nella nostra campagna elettorale nella speranza di far vincere il suo amico Boris Johnson» , twitta il numero uno laburista, accusando l’alleato di voler fra l’altro permettere alle imprese private americane di mettere le mani sulla sanità pubblica britannica (Nhs). «È stato Trump», denuncia il compagno Jeremy, « a dire che l’Nhs ‘sarà sul tavolo’ (di un futuro accordo commerciale). E lui sa che se le elezioni le vince il Labour non permetteremo che accada » . (ANSA).

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Alla Camera Usa il primo voto sulla procedura di impeachment

I deputati americani sono chiamati a decidere le regole per la messa in stato d'accusa del presidente Trump. Un test sui numeri in parlamento.

Un primo, parziale, test sull’impeachment di Donald Trump. È quello che rappresenta il voto del 31 ottobre alla Camera Usa, chiamata a decidere sulle regole da seguire nella procedura di messa in stato d’accusa. Non un voto sul merito, ma sul metodo. Utile comunque a fare una prima conta dei numeri alla House of Representatives. I democratici hanno già diffuso il testo della risoluzione sull’indagine di impeachment contro il presidente che verrà votato. La risoluzione chiede alle commissioni già coinvolte di «continuare le loro investigazioni come parte dell’indagine della Camera per accertare se vi siano fondamenti sufficienti per esercitare il suo potere costituzionale per mettere in stato d’accusa Donald John Trump, presidente degli Stati Uniti».

LE REGOLE DELLA PROCEDURA

Il testo, di otto pagine, fissa le regole del procedimento, le modalità per interrogare testimoni e acquisire documenti, anche da parte dei deputati di minoranza repubblicani, nonché per divulgare la trascrizione delle deposizioni già svoltesi. La risoluzione prevede inoltre che il presidente della commissione intelligence designi le udienze pubbliche e sottoponga un rapporto contenente scoperte e raccomandazioni. Ad occuparsi delle procedure finali sarà la commissione giustizia.

L’AUDIZIONE DI BOLTON

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, è stato intanto chiamato a testimoniare a porte chiuse la prossima settimana in Congresso nell’ambito delle indagini per l’impeachment. Bolton ha lasciato il suo incarico alcune settimane fa in forte disaccordo con l’orientamento di politica estera del tycoon.

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Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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Ucrainagate: contro Trump anche un funzionario della Casa Bianca

Il colonnello Vidman ha dichiarato ai parlamentari che indagano sull'impeachment che l'amministrazione ha fatto pressioni su Kiev per far indagare i Biden.

Prima crepa interna alla Casa Bianca nell’indagine di impeachment: il colonnello Alexander Vidman, veterano decorato della guerra in Iraq e massimo esperto di Ucraina del National Security Council, ha iniziato a deporre alla Camera nonostante la diffida della presidenza. Nella bozza delle sue dichiarazioni, dice di aver segnalato due volte ai superiori le pressioni della Casa Bianca su Kiev per far indagare i Biden, richiesta che riteneva «inappropriata», fuori dal «senso del dovere», dannosa per gli interessi Usa.

LA PRIMA CREPA NELLA CASA BIANCA

Vidman, americano di origini ucraine che ha ricevuto la decorazione Purple Heart per essere rimasto ferito in Iraq da una bomba lungo la strada e le cui dichiarazioni sono piene di patriottismo, è il primo dirigente della Casa Bianca a deporre (a porte chiuse) tra quanti ascoltarono la telefonata di Donald Trump al presidente ucraino Vlodymyr Zelenski. Tra le pressioni «inappropriate» sui cui testimonierà quelle di Rudy Giuliani, l’avvocato personale del presidente, e dell’ambasciatore Usa alla Ue, Gordon Sondland. Pressioni che riferì al suo superiore, John Eisenberg, l’avvocato più importante del Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

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L’annuncio trumpiano della morte di al-Baghdadi e la nostalgia di Obama

Il racconto dettagliato del tycoon è stato fuori luogo e inutile. Confrontarlo con le parole usate dall'ex presidente sulla fine di bin Laden fa capire la distanza siderale - e umana - tra i due.

Domenica mattina ho ascoltato Donald Trump annunciare la notizia della morte del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi che nel corso di un blitz Usa si è fatto esplodere in un tunnel con i suoi tre figli. Al Baghdadi era certamente un assassino crudele, nemico del mondo occidentale e mediorientale, responsabile di genocidi, sistematiche esecuzioni eseguite davanti alle telecamere, indicibili violenze contro le donne. 

UN LINGUAGGIO GRATUITAMENTE CRUENTO

Eppure, del racconto del raid mi ha profondamente colpito il linguaggio gratuitamente cruento usato da Trump. «È morto dopo essersi nascosto in un tunnel senza uscita, piagnucolando e urlando. È morto come un cane, come un codardo». Ha poi aggiunto dettagli macabri sulla condizione dei cadaveri gravemente mutilati. Il presidente Usa ha seguito il video del blitz, dopo aver giocato a golf, e questo è stato il suo commento: «La qualità del video era perfetta, è stato come guardare un film». Ha quindi confrontato la sua “vittoria” con quella di Barack Obama, quando venne ucciso Osama bin Laden: «Fu un buon colpo, ma questo è il più grosso di tutti».

LEGGI ANCHE: Quando Trump nel 2012 diceva: «Non congratulatevi con Obama per la morte di Bin Laden»

UCCIDERE UN CAPO TERRORISTA NON SIGNIFICA ELIMINARE IL TERRORISMO

Qualcuno però ha ricordato al presidente che l’uccisione dei leader terroristici non significa mettere fine al terrorismo. «Il pericolo è che il presidente Trump decida ancora una volta di distogliere lo sguardo dall’Isis solo perché è morto il suo capo», ha sottolineato Jennifer Cafarella dell’Institute for the Study of War di Washington al New York Times. «Purtroppo, ammazzare i leader non significa distruggere le organizzazioni terroristiche. Dovremmo avere imparato la lezione: dopo l’uccisione di Osama bin Laden al Qaeda ha continuato a espandersi globalmente».

QUANDO OBAMA ANNUNCIÒ LA MORTE DI BIN LADEN

Ora, il leader dell’Isis era un nemico, un bruto, un violento. È morto facendosi saltare in aria con tre figli piccoli. Mi sembra che già questo sia sufficiente. Insultarlo, descrivere come i quattro cadaveri si fossero disintegrati nel tunnel, esultare per una morte così estrema, confrontare la morte del califfo con quella di bin Laden è inutile e di pessimo gusto. Mi è però venuto il dubbio che potesse essere il linguaggio utilizzato da tutti i presidenti americani quando stanano e riescono a eliminare un nemico di quella portata. Per questo sono andata a risentirmi il messaggio che Barack Obama mandò agli americani quando venne ammazzato bin Laden.

L’annuncio della morte di Osama bin Laden di Barack Obama.

Non avrei dovuto: confrontare i due presidenti è come confrontare un piatto di gnocchi fatti in casa dalla nonna con un cheesburger di un fast food qualsiasi. Obama aveva annunciato senza dettagli la morte dello sceicco del terrore, sottolineando il fatto che l’America non fosse in guerra con l’islam, e che l’azione era guidata dalla necessità di indebolire al Qaeda che si era macchiata dell’attentato alle Torri Gemelle in cui morirono 3 mila persone. Il suo tono era deciso, ma pacato. Aveva ricordato agli americani che la loro forza stava nell’unità come popolo e sottolineato come la morte di bin Laden non significasse la fine del terrorismo, insomma non bisognava abbassare la guardia. Parlò per una decina di minuti senza accettare domande dai giornalisti presenti e lasciò il podio, in silenzio. Ecco, Barack Obama manca.

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Eliminato al-Baghdadi, agli Usa resta da sciogliere il nodo iraniano

Nonostante l'annunciato disimpegno in Siria, l'intelligence americana ha continuato la guerra al terrorismo nell'area. Dove c'è un'altra grande priorità: il contenimento dell'influenza di Teheran.

Il presidente Donald Trump ha motivo di esultare per la notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi. E noi, con lui, abbiamo ragione di accoglierla con favore, sperando che sia confermata, naturalmente, viste le responsabilità di questo personaggio giunto alla ribalta dell’attenzione pubblica internazionale con l’annuncio della nascita del Califfato (29 giugno 2014 a Mosul, in Iraq), poi con l’adesione alla sua chiamata alle armi da parte di decine di migliaia di foreign fighter provenienti da mezzo mondo; e infine con la lunga scia di sangue e di violenze di ogni genere lasciata dietro di sé, direttamente o comunque in suo nome in Medio Oriente, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti.

LA STRISCIANTE RIPRESA DELL’ISIS NELLE AREE DI ORIGINE

Alla sconfitta militare dell’Isis in territorio siriano e iracheno (2016-2017) mancava davvero questo epilogo che tra l’altro è giunto in un momento in cui andavano crescendo le preoccupazioni per la strisciante ripresa di quell’organizzazione nelle stesse aree di origine e altrove manifestate dalle Nazioni Unite e dai servizi di sicurezza europei nonché, proprio nei giorni scorsi, dallo stesso ministro degli Esteri americano Mike Pompeo che aveva dichiarato alla Cbs: «È complicato, ci sono posti dove l’Isis è più forte oggi che tre o quattro anni addietro anche se la sua complessiva capacità di attacco è resa molto più difficile». Quest’epilogo è avvenuto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Barisha, un piccolo villaggio nella provincia di Idlib, nella Siria occidentale, che continua a essere rifugio di ribelli siriani di ogni tipo, da Al-Qaeda a miliziani caucasici e all’Isis per l’appunto.

LA GUERRA AL TERRORISMO È RIMASTO OBIETTIVO PRIORITARIO

Alle parole di esultanza di Trump hanno fatto eco quelle di Mazloum Abdi, il comandante dello Sdf di cui i curdi costituiscono il pilastro fondamentale: «Un successo storico dovuto al lavoro di intelligence svolto con gli Stati Uniti», ha dichiarato. Anche Ankara si è meritata un robusto ringraziamento per il do ut des intercorso tra Idlib e il benestare sul confine. E qui una constatazione: l’attacco americano è avvenuto a circa 60 km a ovest di Aleppo, dunque in una zona area sulla quale gli americani sono sostanzialmente assenti. Ciò significa che al di là della sua presenza fisica, l’intelligence americana non ha mai abbandonato la guerra al terrorismo, uno degli obiettivi primari perseguiti dall’Amministrazione americana in Siria (coalizione internazionale lanciata nel 2014). 

GLI INTERESSI AMERICANI IN SIRIA

In quest’ottica si spiega anche la decisione della stessa Amministrazione di rinforzare la propria presenza nell’area a Est dell’Eufrate: per difendere dalle milizie dell’Isis i pozzi petroliferi di quell’area, si afferma. Ma allora, vien da chiedersi, come si concilia tutto ciò con il tanto sbandierato e criticato ritiro delle truppe americane? Penso che si spieghi con l’erraticità del presidente Trump, certamente, ma anche con la capacità di organizzazione, militare e di intelligence, che l’Amministrazione americana riesce comunque a esprimere rispetto all’obiettivo fondamentale della lotta al terrorismo jihadista. E quello non secondario di salvaguardarsi un ruolo al tavolo negoziale sul futuro della Siria.

IL CONTENIMENTO DELL’INFLUENZA IRANIANA

Resta il rammarico che il ruolo dei curdi, determinanti nella sconfitta di quel terrorismo, non sia stato considerato come fondamentale anche se il plauso del comandante per l’uccisione di Al Baghdadi lascerebbe intendere che la ferita del “tradimento” sia stata in buona misura sanata. E resta il quesito relativo all’altra grande priorità americana nell’area medio-orientale: il contenimento dell’influenza iraniana. Chissà se e in che misura le proteste in atto in Libano e in Iraq contengano anche un’affiorante criticità nei riguardi di Teheran oltre alle cause più evidenti e riconoscibili quali la corruzione e la governance. Intanto Trump si crogiola e pensa al credito che con quest’operazione gli verrà in chiave elettorale. Mentre si attendono i commenti di Mosca, pure ringraziata da Trump, di Teheran e di Damasco.

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Trump e la politica estera in Medio Oriente dopo il disimpegno Usa in Siria

Il presidente ha sempre criticato l'interventismo dei Bush e dei Clinton. Una linea vicina a quella del primo Obama. L'analisi.

La crisi siriana ha evidenziato in maniera chiara la strategia di Donald Trump nello scacchiere mediorientale. E la presunta uccisione del leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi con ogni probabilità non farà che rinforzare la sua narrazione. Nonostante le critiche, il presidente americano ha deciso di mantenere una linea di disimpegno: una linea nettamente ribadita lo scorso mercoledì quando in una conferenza stampa alla Casa Bianca Trump non ha risparmiato bordate alla politica estera interventista condotta dai suoi predecessori. Questa visione non è stata un fulmine a ciel sereno.

DA SEMPRE CONTRO LE STRATEGIE INTERVENTISTE DI BUSH E CLINTON

Si tratta, a ben vedere, di una prospettiva che il tycoon porta coerentemente avanti dai tempi della campagna elettorale del 2016. All’epoca, Trump vinse anche grazie alla promessa di porre un freno alle cosiddette “guerre senza fine” in cui Washington era rimasta impelagata nel corso degli ultimi due decenni. Non a caso, l’allora candidato repubblicano criticò a più riprese le strategie mediorientali proattive e bellicose promosse dai Bush e dai Clinton

Donal Trump è stato criticato per il suo disimpegno in Siria.

LA CONTINUITÀ DI TRUMP CON IL PRIMO OBAMA

In quest’ottica, Trump non ha fatto che rinverdire l’originario messaggio elettorale di Barack Obama nel 2008, quando l’allora senatore dell’Illinois aveva condotto la propria campagna elettorale garantendo un celere ritiro delle truppe americane dal pantano iracheno. Esattamente come Trump oggi, anche Obama ha infatti sempre considerato il Medio Oriente uno scenario insidioso e da evitare. E nonostante non sia sempre riuscito a mantenere fede a questo proposito il presidente democratico ha costantemente cercato di frenare le ambizioni interventiste dell’establishment di Washington.

LEGGI ANCHE:Cosa c’è dietro il piano della Germania per i curdi in Siria

Il caso siriano fu emblematico. Non solo nell’estate del 2013 Obama rifiutò un intervento militare contro Bashar al Assad, attirandosi per questo le critiche del suo stesso segretario di Stato John Kerry, ma nei mesi successivi ribadì a più riprese di non voler inviare soldati americani sul territorio siriano. Solo nell’autunno del 2015 si decise a mandare gradualmente dei militari: una scelta tuttavia presa obtorto collo, tanto che dovette sottolineare come quelle truppe non sarebbero rimaste coinvolte in combattimenti sul campo.

LA PARTITA IN VISTA DELLE PRESIDENZIALI 2020

Insomma, nel 2016, Trump ha di fatto ripreso questa linea di disimpegno e grazie a essa è riuscito a conquistare quote elettorali sempre più restie ad accettare l’interventismo americano in giro per il mondo. D’altronde, il problema delle “guerre senza fine” sta tornando alla ribalta anche nella campagna elettorale in vista delle Presidenziali del 2020. Nonostante gran parte degli attuali candidati alla nomination democratica abbiano duramente criticato il disimpegno trumpiano dalla Siria, va sottolineato come molti di questi (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg) abbiano invocato nei mesi scorsi un veloce (ancorché poco dettagliato) ritiro dei soldati statunitensi dal Medio Oriente (a partire dallo scacchiere afghano). La questione potrebbe del resto rivelarsi particolarmente dirimente nella contesa per la conquista del fondamentale voto operaio: un voto che i democratici stanno cercando di sottrarre a Trump e che risulta negli ultimi tempi caratterizzato da profonde istanze di natura isolazionista.

Donald Trump e Vladimir Putin al G20 di Osaka.

LA CARTA RUSSA IN MEDIO ORIENTE

Ciò detto, non è soltanto un ragionamento di carattere elettorale quello che muove Trump in Siria. L’inquilino della Casa Bianca ritiene infatti che il Medio Oriente non sia un’area strategica per gli Stati Uniti. Uno degli obiettivi per cui il presidente americano non ha mai nascosto di lavorare a una distensione nei rapporti con la Russia è costituito dall’intenzione di assecondare i progetti egemonici di Vladimir Putin in Medio Oriente. Solo in questo modo, secondo Trump, sarebbe possibile mantenere la stabilità nell’area, garantendo al contempo a Washington un risparmio delle proprie risorse.

I DUBBI E LE INSICUREZZE DEL PARTITO REPUBBLICANO

Va da sé che una parte dell’establishment americano non veda questa linea di buon occhio. Svariati esponenti dello stesso Partito repubblicano – a partire dal senatore del South Carolina, Lindsey Graham – ritengono che il disimpegno non faccia che rafforzare Mosca a danno degli Stati Uniti. Una critica che, ai suoi tempi, veniva rivolta anche a Obama. Il problema è tuttavia che i falchi di Washington non paiono avere una strategia troppo chiara, soprattutto sul dossier siriano: non è ancora definita la linea che vorrebbero portare avanti in alternativa ai desiderata del presidente. Per mantenere un’influenza geopolitica rilevante, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare considerevolmente la propria presenza militare in Siria: una prospettiva che, oltre all’impopolare sforzo bellico, implica anche un progetto di ingegneria istituzionale che rischierebbe di naufragare in un disastro in stile iracheno.

Donald Trump e John Bolton.

Tra l’altro, non è un mistero che Trump nutra da sempre profondissimo scetticismo verso i cambi di regime e i piani di nation building: uno scetticismo che lo ha, per esempio, portato in rotta di collisione con il suo ormai ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, silurato lo scorso settembre.

TRUMP ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO CON IL GOP

Il presidente ha comunque cercato di trovare un compromesso con le ali più interventiste del Partito repubblicano e, almeno per quanto riguarda la Siria, ha alla fine acconsentito a lasciare sul territorio un numero esiguo di soldati statunitensi. Anche perché l’obiettivo della Casa Bianca in questo frangente non è di natura puramente isolazionista: l’idea è infatti quella di mantenere un coinvolgimento politico e diplomatico nell’area. Un discorso simile vale anche per l’Afghanistan, da cui Trump vorrebbe andarsene definitivamente entro novembre del 2020. Il ritiro sta subendo fortissimi rallentamenti, visti i timori del Pentagono che paventa un rafforzamento del terrorismo.

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Quando Trump diceva: «Non congratulatevi con Obama per la morte di Bin Laden»

Nel 2012 il tycoon sostenne che non bisognava considerare l'uccisione del leader di al Qaeda una vittoria del suo predecessore. Ora quel tweet è diventato virale.

Quando la principale battaglia politica di Donald Trump era quella di mettere in dubbio il luogo di nascita di Barack Obama, il tycoon scrisse un tweet che ora gli si sta rivoltando contro proprio mentre cerca di andare all’incasso per l’uccisione di Abu Bakr Al Baghdadi. Nell’ottobre 2012, mentre era in corso il dibattito finale prima delle presidenziali tra Obama e l’avversario repubblicano Mitt Romney, Trump non si trattenne dal dire la sua in merito all’uccisione del leader di al Qaeda Osama Bin Laden, avvenuta a maggio dell’anno prima. 

«Non congratulatevi con Obama per aver ucciso Bin Laden. I Navy Seals lo hanno ucciso», sostenne il magnate, che stava già iniziando a fare calcoli per il suo futuro ingresso in politica. Nuovo presidente e nuovo leader terrorista, ora coerentemente Trump non dovrebbe pretendere alcun riconoscimento per la morte del leader dell’Isis. In nottata ha twittato che «qualcosa di grosso è successo» e una dichiarazione ufficiale è attesa per le 15 (ora italiana).

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Il Pentagono preferisce Microsoft ad Amazon per il cloud

Lo schiaffo all'azienda di Bezos, che perde così un contratto da 10 miliardi di dollari, potrebbe essere stato voluto da Trump.

Il Pentagono ha assegnato a Microsoft il contratto da 10 miliardi di dollari per il cloud. Una decisione che è uno schiaffo per Amazon, in pole position per conquistarlo fino a quando Donald Trump non ha iniziato pesantemente ad attaccare Jeff Bezos, il patron del colosso degli acquisti online. La decisione del Pentagono segna il venerdì nero di Bezos fra la trimestrale deludente di Amazon e il calo dei titoli a Wall Street che lo ha impoverito e gli ha fatto temporaneamente perdere lo scettro di Paperone del mondo. Amazon si è detta «sorpresa» dalla decisione del Pentagono. E dietro le quinte, secondo indiscrezioni, ha già iniziato a valutare le opzioni a sua disposizione. Fra queste una possibile azione in cui non è escluso possano essere paventate eventuali interferenze di Trump.

TRUMP CONTRO BEZOS, L’ENNESIMO EPISODIO

L’antipatia del presidente verso Bezos e il Washington Post, d’altra parte, è nota: il quotidiano è spesso chiamato dal tycoon l’«Amazon Washington Post». E come se non bastasse Trump ha ordinato alle agenzie federali di cancellare gli abbonamenti alla testata e al New York Times, i ‘due nemici’ della Casa Bianca. Secondo un ex del Dipartimento della Difesa, il presidente da tempo voleva ‘fregare’ Amazon e assegnare il contratto Jedi, il Joint Enterprise Defense Infrastructure, a un’altra società. Un’accusa – contenuta in un libro in uscita a fine ottobre 2019 – che se si rivelasse vera creerebbe non pochi problemi al Pentagono e alla Casa Bianca, già accusata di usare i ministeri per portare avanti battaglie personali di Trump contro i suoi presunti nemici. Di sicuro i ripetuti attacchi di Trump contro Bezos e Amazon non smorzano i timori che il presidente sia intervenuto sul Pentagono e abbia indicato chi scegliere, approfittando anche della presa di distanza dal contratto del ministro della Difesa Mark Esper dovuta al fatto che suo figlio è dipendente di una delle società che avevano presentato un’offerta. Per Trump rischia di aprirsi quindi un altro fronte difficile.

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Perché Trump dovrebbe smettere di paragonare l’impeachment a un linciaggio

Il presidente con questo accostamento calpesta il ricordo ancora vivo del genocidio afroamericano. Ma anche l'uso di "caccia alle streghe" è uno schiaffo alle decine di migliaia di donne uccise nei secoli. Le parole hanno il loro peso. E non è un dettaglio.

Le parole sono importanti. So che il politically correct fa storcere il naso a tanti, eppure bisogna saper dare un peso alle parole, o comunque essere pronti a giustificarne l’uso. In uno dei suoi tweet deliranti, il presidente Donald Trump ha paragonato il processo costituzionale secondo il quale un presidente può essere soggetto all’impeachment al linciaggio.

«Quindi un giorno», ha scritto Trump, «se un democratico diventa presidente e i repubblicani conquistano il Congresso, anche con poco margine, possono mettere il presidente sotto impeachment senza processo o giustizia o diritti legali. Tutti i repubblicani devono ricordare quello a cui stanno assistendo: un linciaggio. MA VINCEREMO!».

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TRUMP DIMENTICA IL VERO SIGNIFICATO DI “LINCIAGGIO”

Il linciaggio, qui negli Stati Uniti, è una ferita ancora molto aperta. Ricordo il mio viaggio a Montgomery, in Alabama, quando andai a visitare il memoriale per la Pace e la Giustizia. Il sito spiega: «Più di 4.400 uomini, donne e bambini afroamericani furono impiccati, bruciati vivi, uccisi a colpi d’arma da fuoco, annegati e picchiati da bianchi nel periodo tra il 1877 e il 1950. Milioni lasciarono il Sud in fuga dal terrorismo razzista, cambiando profondamente la nazione». Nell’enorme spazio si trovano centinaia di blocchi di rame con i nomi delle vittime in tutte le contee degli Stati Uniti. È un’immagine forte che si appiccica alla mente e allo spirito di chi visita quel luogo.

Il memoriale della Pace e della Giustizia a Montgomery.

GIÙ LE MANI DALLA CACCIA ALLE STREGHE

L’impeachment, una via costituzionale per liberarsi dei presidenti corrotti, nulla ha a che vedere con il genocidio di migliaia di afroamericani. E infatti il presidente è stato oggetto di critiche bipartisan per l’uso offensivo di questa pesantissima parola. Ma c’è di più: sono mesi che il presidente descrive le critiche dei mass media e le scoperte dei suoi misfatti come una witch hunt, e cioè una caccia alle streghe. Io, da femminista convinta, mi stupisco che nessuno si sia offeso anche per questo termine usato da Trump. Basta una piccola ricerca su Wikipedia per scoprire che la caccia alle streghe ha fatto stragi di donne innocenti sia in Europa sia negli Stati Uniti. Si parla di 40 o 50 mila vittime. Il metodo più comune per ammazzarle era arderle vive, ma molte sono morte impiccate e annegate. In Europa le si mandava al rogo per provocare la massima sofferenza, mentre da questa parte dell’oceano si preferiva l’impiccagione.

L’IMPORTANZA DELLE PAROLE

Dopo due anni e mezzo di amministrazione Trump, con tutti gli scandali e l’imbarazzo nei confronti del resto del mondo per un presidente megalomane e ignorante, sembra che impuntarsi sull’uso che fa delle parole sia l’ultimo dei problemi. E invece credo che debba diventare il primo, perché, come diceva qualcuno, ne uccide più la penna della spada. Il pericolo è che l’uso di certe parole che descrivono orrore, violenza, razzismo, misoginia diventino colloquiali, perdendo così la loro importanza storica. Speriamo che qualcuno lo fermi al più presto. Non se ne può davvero più.

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