Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

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Dopo l’assoluzione Trump prepara la grande purga

Uscito vittorioso dall'impeachment, il presidente studia la vendetta contro quelli che considera traditori. Nel mirino il capo dello staff, membri del Nsc e altri "indesiderati". Oltre naturalmente al nemico numero uno: Mitt Romney.

Donald Trump prepara la resa dei conti non solo con i dem ma anche con gli esponenti dell’amministrazione che, dal suo punto di vista, non gli sono stati abbastanza leali nel procedimento d’impeachment. Ecco una prima lista delle vittime trapelate dai media Usa.

1. L’UFFICIALE DEL NSC CHE HA TESTIMONIATO CONTRO DI LUI

Secondo fonti del Washington Post, il presidente si prepara a cacciare Alexander Vindman, ufficiale del consiglio di sicurezza nazional chiamato dai dem a testimoniare al Congresso, che dovrebbe essere riassegnato al Pentagono. Vindman aveva già informato i suoi superiori dell’intenzione di lasciare il posto entro fine mese ma il tycoon vorrebbe trasformarlo in un simbolo negativo.

2. A RISCHIO IL CAPO DELLO STAFF MULVANEY

Trump potrebbe liberarsi anche del capo dello staff della Casa Bianca, Mick Mulvaney, la cui posizione appare in queste ore sempre più in bilico. Al presidente americano non sarebbe piaciuto il modo in cui Mulvaney ha gestito la delicata situazione nei mesi dell’impeachment e non sarebbe un caso che non lo abbia mai promosso da chief of staff reggente, incarico preso dopo l’uscita di scena di John Kelly.

3. LA FURIA CONTRO MITT ROMNEY

Il 6 febbraio il tycoon aveva attaccato pubblicamente sia la speaker della Camera Nancy Pelosi che Mitt Romney, l’unico senatore repubblicano a votare contro la sua assoluzione. Proprio contro Romney, traditore per eccellenza, si sta scatenando in queste ore tutta la violenza dei sostenitori e dei commentatori pro Trump.

4. A RISCHIO TUTTI I TESTIMONI DELL’IMPEACHMENT

Alcuni collaboratori di Trump, sempre secondo il Wp, stanno discutendo se rimuovere o riassegnare altri dirigenti dell’amministrazione, oltre a Vindman, che hanno deposto sul presidente nell’impeachment.

IL TOTONOMI DEL NUOVO CAPO DI GABINETTO

Intanto già circolano i nomi di chi potrebbe succedere a Mulvaney come capo dello staff della Casa Bianca. In pole position ci sarebbe il deputato repubblicano Mark Meadows, 60 anni, considerato l’alleato più vicino al presidente in Congresso. Per questo sarebbe proprio lui la prima scelta di Trump che nelle prossime ore – forse un indizio – lo porterà con sé sul palco di un comizio a Charlotte, in North Carolina, lo Stato di Meadows. Quest’ultimo durante i mesi dell’impeachment sarebbe stato consultato dal presidente quasi ogni giorno e godrebbe anche del sostegno del genero di Trump, Jared Kushner. Dovesse fallire l’opzione Meadows, l’altro nome sul tavolo sarebbe quello di Eric Uealnd, il direttore degli affari legislativi della Casa Bianca il cui lavoro durante i mesi dell’impeachment è stato molto apprezzato dal tycoon.

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Trump fa il martire e si gode l’assoluzione dall’impeachment

Il presidente Usa festeggia la vittoria al Senato con un discorso a braccio alla Casa Bianca in cui si è sfogato contro tutti gli avversari: «Pelosi è una persona orribile».

«Assolto! Ha vinto l’America»: Donald Trump non sta nella pelle, nonostante dal suo viso e la sua voce trapeli una grande stanchezza. Sono state le giornate più lunghe da quando è alla Casa Bianca, arrivate – ricorda – dopo tre anni di ingiustizie, di caccia alle streghe, una persecuzione: «Hanno cercato di distruggerci», dice, citando anche la sua famiglia, la moglie Melania, con i toni del moderno martire. «Non so se un’altro presidente sarebbe sopravvissuto a tutto questo, e non dovrà mai più succedere».

È mattina presto, ed è il suo primo intervento dopo che il Senato qualche ora prima lo ha prosciolto dalle accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Parla davanti alla platea del National Prayer Breakfast, uno degli eventi più importanti dell’anno a Washington, e sale sul palco sbandierando la prima pagina di un giornale su cui a caratteri cubitali campeggia il titolo ‘Acquitted‘, totale assoluzione: il de profundis di quell’impeachment che i democratici con tenacia hanno tentato di portare a termine.

TRUMP CAVALCA IL MOMENTO DI GLORIA

Ma il vero appuntamento per il presidente arriva qualche ora dopo, quando dalla Casa Bianca, in diretta tv su tutte le principali emittenti, si rivolge alla nazione e al mondo per ribadire la sua innocenza e ringraziare chi lo ha aiutato ed è rimasto con lui. Parla per un’ora e mezza a braccio, con la spontaneità dei suoi comizi migliori: non è una conferenza stampa, né una tradizionale dichiarazione presidenziale, ma – come lui stesso l’ha definita – «una festa». Da celebrare – afferma guardando fisso le telecamere e gli americani negli occhi – c’è la fine di «una vergogna», quella messa in stato di accusa voluta da «politici corrotti» che per il tycoon «vogliono solo danneggiarmi e vogliono distruggere il Paese».

«NANCY PELOSI È UNA PERSONA ORRIBILE»

Di più: Trump arriva ad etichettare come «una persona orribile, cattiva» Nancy Pelosi, la speaker della Camera che due sere fa ha osato anche stracciare la copia del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato in Congresso. A memoria d’uomo non si ricorda uno scontro istituzionale così violento tra l’inquilino della Casa Bianca e la terza carica dello Stato. E sicuramente non è finito con la fine del processo a Trump.

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Donald Trump è stato assolto nel processo di impeachment

Il Senato pone fine alla messa in stato d'accusa del presidente: 52 voti favorevoli e 48 contrari.

Il Senato Usa ha assolto il presidente americano Donald Trump dall’accusa di abuso di potere e di ostruzione della giustizia. L’assoluzione è stata votata con 52 voti a favore e 48 contrari per il primo capo d’accusa e 53 a favore e 47 contrari per il secondo.

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L’impeachment e il caos in Iowa picconano l’idea di democrazia in Usa

La posizione dei repubblicani nel processo per l'impeachment da un lato, i pasticci nel voto alle Primarie democratiche dall'altro alimentano la sensazione di impotenza. Anche le elezioni, unico modo per lasciarsi alle spalle questa amministrazione, si dimostrano fallimentari.

Sono arrivata da qualche giorno a Milano, e tutti, dal tassista al panettiere, mi hanno chiesto come va con Donald Trump in America. «Però l’economia va bene»: la conversazione finisce sempre così.

Mi rimane sempre un po’ di amaro in bocca quando sento dire che in fondo Trump ha fatto anche del bene. Un po’ come dire che in fondo i treni arrivavano in orario quando c’era quello là. L’amaro in bocca è dovuto anche al fatto che una certa disinformazione è arrivata fino a qui. Sì, perché, benché sia vero che per alcuni americani, specialmente dopo la riforma fiscale, le cose vadano benone, rimangono sempre i problemi della sanità, dei servizi finanziari federali per gli anziani, dei tagli (sempre più frequenti) a tutti i servizi sociali, per dirne solo alcuni.

Ma soprattutto, rimane un’America divisa, inquietante. Sembra ormai che le fondamenta della nazione che si autodefinisce la più democratica del Pianeta si stiano sgretolando. Per rendersene conto è sufficiente riguardare il discorso sullo Stato dell’Unione che Trump ha trasformato in un comizio provocando la dura reazione di Nancy Pelosi.

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Nancy Pelosi strappa il discorso di Donald Trump.

TRUMP HA CANCELLATO OGNI LIMITE

Tornando al processo di impeachment, che Donald Trump abbia agito in modo anticostituzionale, mettendo i suoi interessi personali (la vittoria alle prossime elezioni) prima degli interessi della nazione non è più in discussione. Che abbia fatto di tutto per intralciare la giustizia, nemmeno. Qualche repubblicano ha provato a dire che la sua vittoria nel 2020 è di interesse nazionale, che tutto quello che si fa per vincere, alla fine, lo si fa per interesse della nazione e non per motivi personali. Ma sono discorsi che non stanno né in cielo né in terra, anche i bambini lo sanno. Perché se fosse così, allora dove si stabilisce il limite da non oltrepassare

IMPOTENTI DAVANTI ALL’INGIUSTIZIA

Eppure, come ormai sappiamo tutti, i testimoni cruciali come John Bolton e Mick Mulvaney non sono stati ammessi al processo al Senato dando a Trump la certezza di cavarsela, anche questa volta. Sembra che malgrado tutti gli sforzi fatti dai democratici, non si riesca a fermare una persona senza scrupoli come questo presidente. Questo crea un senso di impotenza di fronte all’ingiustizia. Anche gli strumenti pensati per combatterla sembrano inefficaci.

I PASTICCI DEL VOTO DEM IN IOWA

Come se non bastasse, sono arrivati i pasticci delle votazioni in Iowa dove si svolgevano i caucus dem. A parte l’imbarazzo dei democratici davanti al disordine e alla confusione a cui assistiamo ancora oggi, la sensazione è che, ancora una volta, la democrazia ormai sia solo un ideale del passato. Si vota, ma non si riescono a contare le schede. Si cerca di dare voce al popolo sovrano, ma ci si trova di fronte a un fallimento, a all’impossibilità di avere risposte chiare. Chi vuole lasciarsi alle spalle l’era buia e controversa dell’amministrazione Trump, ha ancora un’ultima possibilità per farlo: votare contro, anche se ormai anche le elezioni sembrano presentare dei rischi.

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In Iowa si sono svolti i caucus democratici.

La prima cosa che i responsabili dei seggi dell’Iowa hanno chiarito, infatti, è che questo caos non è dovuto ad alcuna interferenza estera, ma a un malfunzionamento dell’app usata per votare. Perché sanno bene che il rischio di un’infiltrazione c’è ed è reale, ma non vogliono disilludere chi partecipa alle elezioni. Insomma, i due eventi più importanti degli ultimi anni, l’impeachment e le elezioni, per ora sembrano dare a questo Paese così diviso, più delusioni che risposte, più perplessità che certezze. 

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Trump parla al Congresso e Pelosi strappa il suo discorso

Il presidente trasforma in un comizio il suo intervento sullo stato dell'Unione. Nessun riferimento al processo di impeachment, dal quale verrà certamente assolto nelle prossime ore. E i democratici escono dall'Aula.

Donald Trump ha tenuto davanti al Congresso il suo terzo discorso sullo stato dell’Unione. E alle sue spalle la speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha platealmente strappato la copia dell’intervento che il presidente le aveva appena consegnato. È la rappresentazione plastica della profonda spaccatura che negli Stati Uniti allontana repubblicani e democratici, mentre il Senato si prepara ad assolvere una volta per tutte il capo della Casa Bianca dal processo di impeachment.

LEGGI ANCHE: Il processo per l’impeachment di Trump è la negazione dell’evidenza

UN COMIZIO PER LA RIELEZIONE

«Il meglio deve ancora venire», ha promesso Trump, che ha approfittato dell’occasione istituzionale per lanciare la sfida per la sua rielezione, senza fare alcun riferimento alla messa in stato d’accusa. Il suo discorso si è rapidamente trasformato in un comizio che ha infiammato il clima: «Abbiamo fatto il nostro lavoro, abbiamo sconfitto il declino dell’America e ne abbiamo fatto di nuovo un Paese forte e rispettato nel mondo. E non lasceremo che l’America venga distrutta dal socialismo», ha scandito il presidente. Parlando nella stessa Aula in cui i democratici lo hanno “incriminato”.

APPLAUSI DEI REPUBBLICANI, I DEMOCRATICI ESCONO DALL’AULA

I repubblicani hanno applaudito ad ogni passaggio, mentre Trump ha snocciolato quelli che considera i grandi successi del suo primo mandato: dall’accordo commerciale con la Cina («abbiamo utilizzato la giusta strategia») al boom dell’economia, fino alla realizzazione del muro con il Messico. Promesse mantenute che hanno suscitato i cori dei repubblicani: «Usa! Usa!» e «Four more years!», altri quattro anni alla Casa Bianca. I membri democratici del Congresso prima sono rimasti immobili, poi hanno deciso di uscire dall’Aula: «Impossibile sopportare queste bugie».

SGARBI ISTITUZIONALI E GESTI PLATEALI

Il clima è lontano anni luce dall’essere bipartisan. A testimoniarlo anche la mancata stretta di mano, poco prima dell’inizio del discorso, con la speaker Pelosi, più volte inquadrata alle spalle del tycoon mentre scuoteva la testa o sembrava deridere le parole del presidente. Del resto, lei lo aveva accolto in Aula senza ricorrere alla consueta formula di rispetto: «È un mio onore e privilegio introdurre il presidente degli Stati Uniti». Poi quel gesto plateale, la copia del discorso strappata: «È stata la cosa più cortese, considerando quali potevano essere le alternative», ha spiegato ai cronisti al termine della serata, alimentando ulteriormente la tensione.   

GUAIDÒ OSPITE A SORPRESA

I momenti capaci di unire il Congresso sono stati soltanto due: il tributo al leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidò, a sorpresa sul palco degli ospiti non distante dalla first lady Melania, e il commovente conferimento della Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, a Rush Limbaugh, il popolare conduttore radiofonico e opinionista conservatore che ha annunciato di avere un tumore in stadio avanzato.

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Il vero obiettivo di Trump non è la pace in Medio-Oriente ma spaccare il mondo arabo

FRONTIERE. Il piano, concordato solo con Israele e quasi offensivo per la Palestina, non servirà nemmeno come base per aprire una trattativa. L'unica ratio è quella di dividere ulteriormente un fronte già lacerato. Risultato raggiunto visto che Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar hanno accolto favorevolmente la proposta.

Una umiliazione per le aspettative dei palestinesi: il piano di pace presentato da Donald Trump non può che essere definito in questi termini.

Solo tra anni si potrà comprendere la ratio di questa proposta che sicuramente verrà rigettata da tutte le componenti palestinesi anche solo come base per una trattativa.

D’altronde, se si intende seriamente avviare una trattativa non si segue certo la strada di concordare addirittura una cartina (annessa al piano) con una sola delle parti (Israele), di pubblicizzarla di fronte ai soli leader politici israeliani, ma si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti (come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David), per poi aprire il tavolo.

IL NODO DI GERUSALEMME EST

Di fatto, la proposta di Donald Trump non servirà con tutta probabilità neanche come base di trattativa per varie ragioni. Innanzitutto ribadisce il fatto che i palestinesi non avrebbero come capitale Gerusalemme Est (proposta invece accettata dal premier israeliano Ehud Barak nel 2000), ma un quartiere della estrema periferia di Gerusalemme a Est e a nord della attuale barriera di sicurezza incluse Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis. Non solo, Trump col suo piano ribadisce che Gerusalemme deve essere Capitale solo e unicamente dello Stato di Israele e afferma: «Il ritorno a una Gerusalemme divisa e, in particolar modo, a una divisione delle forze di sicurezza in un’area così sensibile, costituirebbe un gravissimo errore». Proposta inaccettabile per tutto il mondo islamico, non solo arabo.

Se si intende seriamente avviare una trattativa si avanza una proposta contemporaneamente e riservatamente alle due parti come fece Bill Clinton nel 2000 a Camp David, per poi aprire il tavolo

QUELL’OFFENSIVO SCAMBIO TERRITORIALE

Ma non solo questo viene imposto ai palestinesi: di fatto lo “Stato” palestinese definito da Trump si vede sottratti a favore della sovranità israeliana tutta la valle del Giordano, tutti o quasi gli insediamenti ebraici degli ultimi 20 anni in Cisgiordania e definisce una cartina della Palestina frantumata, piena di enclave israeliane e addirittura confinante solo con Israele, non più con la Giordania (tranne Gaza che confina con l’Egitto). In cambio di questo più che consistente depauperamento territoriale (e di popolazione palestinese) il piano Trump prevede un quasi offensivo “scambio di territorio”, offrendo allo Stato palestinese due enclave nel Negev a ridosso del confine con l’Egitto.

BENE IL RIFIUTO DEL DIRITTO AL RITORNO DEI PROFUGHI

Giusto, scontato e in linea col diritto internazionale il rifiuto del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi del 1948, del 1967 e dei loro eredi che comporterebbe, se fosse accettato (come richiesto dai palestinesi) il precedente di un “diritto al ritorno” dei profughi italiani di Istria o Dalmazia o dei 2 milioni dei tedeschi – inclusi i 300 mila abitanti di Danzica e loro eredi – dei territori acquisiti dall’Urss e dalla Polonia dopo la sconfitta militare nazista del 1945. Giusta anche la proposta di uno Stato palestinese di fatto privo di forze armate con capacità offensiva.

INGENUA L’OFFERTA DI AIUTI

Ingenua e molto yankee, la proposta di garantire a questo Stato palestinese così orbato, aiuti per la cifra pur enorme di 50 miliardi di dollari. Insufficiente, per le decine di migliaia di palestinesi che si trovano nelle grandi enclave della Cisgiordania passate sotto sovranità israeliana, la possibilità di scegliere tra la cittadinanza israeliana, la cittadinanza palestinese o restare come “ospiti” nelle loro zone di insediamento storico.

L’UNICA RATIO DI TRUMP È SPACCARE IL FRONTE ARABO

A fronte di questo quadro, a oggi, l’unica ratio che si può leggere nella decisione di Trump di presentare con tanta enfasi questo piano non è – lo ribadiamo – di aprire una trattativa, ma di spaccare il fronte arabo. Mossa questa che è riuscita indubbiamente. Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno aperto assolutamente alla proposta di Trump con dichiarazioni favorevoli (il Cairo) «a una attenta e approfondita considerazione della visione degli Stati Uniti per raggiungere la pace e ad aprire canali di dialogo sotto gli auspici statunitensi per la ripresa dei negoziati».

Il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito la prima linea di supporto ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza

Indubbiamente, il Cairo, Ryad, Doha e Abu Dhabi hanno sempre costituito dal 1945 in poi la prima linea di supporto politico, ma anche economico, ai palestinesi e alla Olp e oggi Trump apre una breccia consistente nel campo arabo attirando a sé capitali e leader arabi di primaria importanza. Ma spaccare ulteriormente un fronte arabo già peraltro lacerato è una cosa, avviare una trattativa seria tra Israele e Palestina è un’altra. Soprattutto perché ci si deve ricordare che Anwar al Sadat ha pagato con la propria uccisione nel primo attentato della rete che sarebbe confluita in al Qaeda la sua decisione di riconoscere Israele ed effettuare uno scambio di territori. Abu Mazen lo ha ben presente. Questo è il contesto di un conflitto che è deflagrato a Gerusalemme esattamente un secolo fa, nel 1920, e che da allora si è sempre più inasprito fino a incancrenirsi.

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Il processo per l’impeachment di Trump è la negazione dell’evidenza

I dem sono partiti all'attacco chiedendo la testimonianza di Bolton, ex consigliere della Sicurezza nazionale licenziato dal tycoon. Il no dei repubblicani dimostra una volta di più l'assurdità di questo processo.

Dall’inizio del processo al Senato sull’impeachment di Donald Trump, i democratici non hanno fatto che chiedere di ammettere sia dei testimoni (in particolare John Bolton e Mick Mulvaney) sia dei documenti in grado secondo loro di inchiodare il presidente.

Ma niente da fare. Dai repubblicani è arrivato un netto e fermo no. Come ha detto il democratico Chuck Shumer, minority leader del Senato: «Noi vogliamo la verità, ma gli avvocati del presidente non la vogliono. Hanno paura della verità». 

Martedì pomeriggio, dopo una mattinata di scintille, sono terminate le deposizioni del team degli avvocati di Trump.

IL MANOSCRITTO DI BOLTON ANIMA I DEM

Il New York Times, infatti, ha ottenuto il manoscritto dell’ultimo libro di John Bolton, in cui viene descritto dettagliatamente come il presidente abbia trattenuto i milioni di dollari che il Congresso aveva deciso di stanziare per l’Ucraina usandoli come merce di scambio per ottenere da Kiev un favore personale: le indagini su Hunter Biden. I repubblicani hanno sempre affermato che i due fatti non sono collegati. Ma dopo le indiscrezioni sul manoscritto, i democratici sono tornati alla carica chiedendo la testimonianza di Bolton in Senato, ora più che mai fondamentale.

QUELL’IRRICEVIBILE SCAMBIO DI TESTIMONI

Inizialmente, alcuni repubblicani sembravano disposti ad ascoltare l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale ma con una contropartita: ammettere in Aula a testimoniare Biden jr. «Un impeachment non è un gioco di do ut des: non si fanno compromessi del tipo, ‘se vi diciamo sì su Bolton, voi ci dovete dire sì su Biden’», ha commentato alla Cnn Tim Kaine, senatore democratico della Virginia. «Alcuni repubblicani vorrebbero leggere il manoscritto prima di decidere cosa fare, ma è chiaro che Bolton non ha scritto il libro sotto giuramento: non si può sostituire in modo così leggero un libro con un testimone!». Alla fine però dopo qualche tentennamento non se ne è fatto nulla. Uno degli avvocati di Trump, Pat Cipollone, ha annunciato che nessun testimone sarà ammesso al Senato.

L’INTERESSE PERSONALE VINCE SU TUTTO

Stiamo vivendo un momento assurdo. Nessuno, in buona fede, può affermare che Trump abbia davvero agito per il bene del Paese. Eppure la fame per il potere e il terrore che il presidente distrugga intere carriere politiche hanno spinto un intero partito a mettersi le fette di prosciutto sugli occhi. Al di là delle mie simpatie politiche, trovo catastrofico e impressionante constatare come la verità e i fatti vengano manipolati per interessi personali, sia del presidente sia dei senatori repubblicani che dovranno tra poco essere rieletti. Spero solo di non diventare mai troppo cinica e pensare che queste sono le regole della politica.

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Trump ha svelato il suo piano per il Medio Oriente

Il presidente Usa ha presentato la sua strategia (architettata dal genero Kushner) per arrivare alla pace nel Levante alla presenza del premier israeliano Netanyahu.

Il presidente americano Donald Trump presenta oggi il suo Piano di pace per il Medio Oriente, che ieri ha avuto l’avvallo di Netanyahu e Gantz. Trump ha proposto la soluzione dei due Stati per la questione palestinese.

Abu Mazen ha convocato una seduta di emergenza per stasera a Ramallah, facendo appello agli ambasciatori arabi a disertare la cerimonia del presidente Usa.

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Impeachment, i dem cavalcano le nuove rivelazioni di Bolton

Il partito democratico chiede la testimonianza dell'ex consigliere per la Sicurezza nazionale. Che in un libro contraddice la versione di Trump sugli aiuti all'Ucraina.

I democratici in Congresso chiedono che l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton testimoni nel processo per impeachment nei confronti del presidente statunitense Donald Trump. Questo dopo che il New York Times ha svelato come Bolton nella bozza del suo libro ha scritto che Trump gli disse di voler congelare gli aiuti all’Ucraina fino a che non avesse avviato delle indagini sui Biden. Versione che contraddice quella della difesa di Trump. L’accusa nel processo, guidata da Adam Schiff, ha definito la rivelazione «esplosiva» e ha chiesto di convocare Bolton. Serve il voto di almeno quattro senatori repubblicani. Tre sembrano disponibili, tra cui Mitt Romney, il quarto potrebbe uscire da un gruppo di senatori che non temono le ire del tycoon perché non si ricandidano.

LA CASA BIANCA PUÒ “CENSURARE” PARTI DEL LIBRO

La bozza del libro di Bolton, come accade per tutte le pubblicazioni che coinvolgono consiglieri o ex consiglieri al fianco del presidente, è ancora al vaglio della Casa Bianca che potrebbe quindi ordinare di cancellare alcuni passaggi non graditi. In decine di pagine – scrive il Nyt – Bolton ripercorre l’Ucrainagate per tutti i mesi che hanno preceduto la sua uscita dalla Casa Bianca. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale racconta anche come il segretario di stato Mike Pompeo era consapevole del fatto che le accuse mosse da Rudolph Giuliani all’allora ambasciatrice Usa in Ucraina Marie Yovanovitch fossero senza fondamento. E nonostante ciò la diplomatica fu silurata da Trump.

LA PREOCCUPAZIONE DI BOLTON PER IL RUOLO DI GIULIANI

Bolton racconta anche di aver espresso al ministro della giustizia William Barr la sua preoccupazione per il ruolo di Giuliani nel perseguire una politica estera ombra verso l’Ucraina. E scrive di aver comunicato a Barr che Trump lo aveva menzionato nella famigerata telefonata al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, un fatto che il Dipartimento di giustizia nega.

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Trump oltre all’America sta distruggendo i repubblicani

Boicottando il processo d'impeachment, il Gop sta scrivendo una misera pagina della storia Usa. Quando il tycoon non sarà più al potere, il partito dovrà rendere conto della sporcizia che ha cercato di nascondere.

È iniziato martedì l’atteso processo al Senato per stabilire se le accuse della Camera che sono costate l’impeachment a Donald Trump sono gravi abbastanza per rimuoverlo dall’incarico.

I repubblicani, che in Senato sono la maggioranza, sperano di concludere il tutto il più velocemente possibile e finora non hanno autorizzato il team democratico ad ascoltare nuovi testimoni e visionare documenti indispensabili a provare la colpevolezza del presidente. 

Nessuno degli 11 emendamenti proposti è passato. E le discussioni sono andate avanti, senza spostare le posizioni di un millimetro, fino alle due del mattino.

COSÌ I REPUBBLICANI CERCANO DI NASCONDERE LA VERITÀ

E in tutto questo cosa sta facendo il presidente? Spera che i numeri rimangano sempre così: 53 voti a suo favore contro i 47 dei democratici. Così ha la certezza che non sarà rimosso dal suo incarico. La sua strategia rispecchia quella dei repubblicani: meglio non sentire altri testimoni per non correre il rischio che qualcuno, dopo essersi fatto un esame di coscienza, cambi idea.

GLI AMERICANI CHIEDONO CHIAREZZA

Il popolo americano cosa pensa di tutto questo? Dagli ultimi sondaggi, il 69% dei cittadini vuole vedere i documenti mancanti e ascoltare i testimoni zittiti in precedenza perché si faccia finalmente chiarezza sugli eventi che hanno portato questo Paese nel caos più assoluto. E veniamo a me. Io, italiana diventata americana durante la presidenza di Barack Obama, penso che il senso di democrazia, di giustizia e di patriottismo di questa nazione così complessa si stia perdendo molto più velocemente di quanto si pensasse.

LEGGI ANCHE: L’impeachment a Trump è anche un processo ai valori Usa

Penso che nessuno è al di sopra della legge, soprattutto il presidente che deve dare esempio di limpidezza e unire piuttosto che dividere. Penso che i padri della Costituzione scrissero un documento chiaro, preciso, per fare in modo che gli Stati Uniti non si ritrovassero a essere manipolati dal leader di turno. Dov’è andato a finire quel senso di democrazia di cui gli americani andavano così fieri?

IL GOP PAGHERÀ PER IL SUO ATTEGGIAMENTO

Infine, penso che il Gop, che supporta a spada tratta il suo presidente, pagherà cara questa presa di posizione ottusa e moralmente discutibile. Il lungo e difficile processo per ottenere un impeachment capita raramente: è accaduto solo tre volte prima di questa, e ognuno di questi momenti è passato automaticamente alla storia. Le pagine che si stanno scrivendo ora saranno valutate negli anni e nei decenni a venire. I nostri figli le studieranno a scuola. E il partito repubblicano passerà come quello che non ha voluto sapere e non ha voluto che emergesse la verità. Quando Trump non sarà più al potere (speriamo presto), i repubblicani dovranno rendere conto di tutta la sporcizia che hanno tentato disperatamente di nascondere. Trump sta distruggendo, tra le altre cose, quello che era il partito repubblicano, e i suoi seguaci cadranno con lui. 

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Si complicano i piani dell’accusa nel processo a Trump

Il no all'acquisizione di nuove prove è una buona notizia per il presidente. Ma la partita potrebbe riaprirsi col sostegno di alcuni senatori repubblicani. Il punto.

È tutta in salita la strada per l’accusa nel processo d’impeachment contro Donald Trump. I repubblicani hanno respinto gli emendamenti democratici per introdurre nuove prove emerse in parte dopo la messa in stato d’accusa. I dem chiedevano di acquisire dalla Casa Bianca, dal Dipartimento di Stato, dal Pentagono e dall’ufficio budget documenti relativi alla decisione del tycoon di congelare 400 milioni di dollari di aiuti militari per costringere Kiev, secondo l’accusa, ad aprire un’inchiesta sul suo rivale nelle presidenziali Joe Biden e il figlio Hunter. E volevano chiamare a testimoniare l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il chief of staff Mick Mulvaney e altri due consiglieri della Casa Bianca. Ma sono stati sconfitti su tutta la linea.

IL VOTO CRUCIALE SULLE NUOVE MOZIONI

Il Grand Old Party ha quindi approvato la risoluzione del suo leader Mitch McConnell. Unico punto messo a segno dai dem è aver strappato tre giorni, anziché due, per spalmare le 24 ore a disposizione per presentare il caso. Una concessione ottenuta grazie ai mugugni di alcuni senatori repubblicani. Anche la difesa, guidata dall’ avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone, avrà lo stesso tempo: da sabato a martedì (esclusa la domenica). Poi, tra mercoledì e giovedì prossimi, sono previste 16 ore per le domande (in forma scritta) dei senatori. Solo dopo questa fase la risoluzione McConnell consente di votare eventuali mozioni per introdurre testimoni e documenti. Sarà un momento cruciale, in cui si vedrà se almeno quattro senatori repubblicani voteranno con i dem, altrimenti venerdì 31 gennaio il processo potrebbe già concludersi. Tre sembrano disponibili, tra cui Mitt Romney, il quarto potrebbe uscire da un gruppo di senatori che non temono le ire del tycoon perché non si ricandidano.

I DEM VOGLIONO SENTIRE BOLTON E MULVANEY

I dem puntano a sentire in particolare Bolton e Mulvaney: secondo il Washington Post, alcuni di loro starebbero discutendo privatamente l’ipotesi di uno scambio di testimoni con i repubblicani, offrendo Hunter Biden e il padre. Improbabile invece che si presenti Trump: «Mi piacerebbe andarci», ha detto lasciando Davos, precisando però che i suoi difensori probabilmente obietterebbero. Il presidente Usa ha aggiunto che preferirebbe un processo più lungo con testimoni, ma che la deposizione di alcuni dirigenti o ex dirigenti del governo come Bolton pone un problema di sicurezza nazionale e di privilegio esecutivo.

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Impeachment, così i repubblicani ostacolano il processo a Trump

Non è stata accettata la testimonianza dell'ex consigliere alla sicurezza Bolton, né l'acquisizione dei documenti sugli aiuti militari all'Ucraina poi stoppati. Tensione alle stelle tra conservatori e dem.

Niente testimonianza di John Bolton nel processo a Donald Trump. Dopo una maratona durata oltre 13 ore nell’aula del Senato Usa si è conclusa la prima giornata del processo al presidente con l’approvazione della risoluzione presentata dal leader della maggioranza repubblicana Mitch McConnell sulle regole del dibattimento. I repubblicani hanno bocciato 11 emendamenti dei democratici, tra cui quello che prevedeva la testimonianza dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton.

BLOCCATA L’ACQUISIZIONE DI DOCUMENTI SULL’UCRAINA

I repubblicani hanno anche bloccato la richiesta dei democratici di acquisire alcuni documenti del Pentagono, del Dipartimento di Stato e dell’ufficio bilancio della Casa Bianca. Carte relative soprattutto alla decisione di Donald Trump di congelare 400 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, secondo l’accusa per fare pressioni su Kiev perché aprisse un’indagine sui Biden e sui democratici. No dei repubblicani anche alla richiesta di ascoltare in aula la testimonianza di altri funzionari della Casa Bianca, tra cui il capo dello staff Mick Mulvaney.

TRE GIORNI A TESTA PER ACCUSA E DIFESA, TENSIONE GIÁ ALLE STELLE

La risoluzione McConnel fissa le regole per il processo, tra cui quella che accusa e difesa avranno tre giorni a testa per esporre le proprie considerazioni per un arco di tempo non superiore a 24 ore. Le ultime battute della prima giornata del dibattimento in Senato sono state contraddistinte, oltre che dalla stanchezza, anche da un grande nervosismo, con il presidente della commissione giustizia della Camera, Jerry Naddler, che ha accusato i repubblicani e la Casa Bianca di aver respinto tutte le richieste: «Solo chi è colpevole cerca di nascondere le prove». Pronta la risposta del team di legali del presidente Trump, che hanno definito l’impeachment «una farsa» e accusato Naddler e gli altri rappresentanti dell’accusa di voler fare «carta straccia della Costituzione». Uno scambio veemente che ha costretto il presidente della seduta, il giudice della Corte Suprema John Roberts, ad ammonire le parti richiamandole a moderare i toni e ad usare un linguaggio e un comportamento consono.

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Via al processo di impeachment a Trump: le cose da sapere

Il dibattimento al Senato è iniziato: per la terza volta nella storia Usa un presidente è "alla sbarra". Regole, tempi e protagonisti: la guida.

Lo show del processo d’impeachment per l’Ucrainagate contro Donald Trump, il terzo nella storia, comincia in una gelida giornata di sole invernale. Più fredda di quella di Davos, dove il presidente cerca un contraltare celebrando i fasti dell’economia americana e liquidando la messa in stato d’accusa come «una bufala», una «caccia alle streghe», una «sfacciata vendetta politica».

Ma la temperatura è altissima nell’austera aula del Senato, dove si consuma il primo scontro frontale tra democratici e repubblicani sulle regole e sui tempi del dibattimento, in una atmosfera tesa anche per la folla di cronisti: i loro movimenti sono stati limitati nei corridoi e i metal detector accertano che non si portino telefonini o apparecchiature da lasciare in aula per registrare segretamente le sessioni a porte chiuse.

LO SCONTRO SULLE REGOLE

Al centro della battaglia la controversa mozione presentata dal leader della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell che mira ad un processo rapido come auspicato da Trump e possibilmente senza nuovi elementi probatori. La speranza del presidente è di mettersi alle spalle il processo (con un’assoluzione ovviamente) entro il 4 febbraio, quando terrà il discorso sullo Stato dell’Unione al Congresso. «Una vergogna nazionale, un insabbiamento», hanno denunciato i dem, che oggi hanno presentato una serie di emendamenti per spianare subito la strada a nuovi testimoni e nuovi documenti. «Le regole di McConnell sembrano disegnate dal presidente Trump per il presidente Trump», ha accusato il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer, ammonendo che se saranno approvate «sarà uno dei giorni più bui per il Senato».

I PROTAGONISTI DEL PROCESSO

La mozione in discussione concede ad accusa (sette deputati dem) e difesa (guidata dall’avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone, ma con star come Kenneth Starr, l’inquisitore di Bill Clinton) 24 ore a testa con una maratona di due giorni per gli ‘opening arguments’, ossia le argomentazioni di apertura per illustrare il caso, previste a partire da domani sino a sabato. Un tempo più compresso rispetto al processo d’impeachment a Clinton, quando le 24 ore a testa furono spalmate su 4 giorni. Ma all’epoca le regole del processo furono approvate in modo bipartisan: 100 a zero.

IL NODO DELLE TESTIMONIANZE

Successivamente, da lunedì a martedì prossimi, ci dovrebbero essere 16 ore riservate ai senatori, che in qualità di giudici potranno fare solo domande per iscritto tramite il capo della Corte suprema John Roberts, che presiede il dibattimento. Per loro sono previste norme di decoro severe: niente cellulari, niente tweet, niente conversazioni con i colleghi. Solo dopo questa fase la mozione McConnell consente di discutere e votare eventuali mozioni per introdurre testimoni e documenti. Ma è richiesta una maggioranza di 51 voti e i dem ne hanno 47. Quindi hanno bisogno di almeno quattro senatori repubblicani, altrimenti il processo potrebbe finire già la prossima settimana. Tre sembrano disponibili, come Mitt Romney, il quarto potrebbe uscire da un gruppo di senatori che, non ricandidandosi, non temono le ire del tycoon. I dem puntano a sentire alcuni personaggi chiave come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ma il presidente e il suo partito sono decisi a tutto per bloccarlo. Se non ci riuscissero, chiederebbero una deposizione classificata e risponderebbero citando l’ex vicepresidente Joe Biden e il figlio Hunter. Sembra comunque altamente improbabile che ci siano 20 senatori dissidenti del Grand Old Party per arrivare ai 67 necessari per condannare e rimuovere Trump.

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Chi sono i protagonisti del processo di impeachment a Trump

La messa in stato d'accusa del presidente si sviluppa come un vero e proprio dibattimento in Senato. I dem della Camera diventano pubblici ministeri, mentre il tycoon ha assoldato un dream-team per difenderlo. La scheda.

Mentre il presidente Usa Donald Trump è a Davos per il World Economic Forum, a Washington si è aperto il processo di impeachment a suo carico per abuso di potere e ostruzione della giustizia. Il Senato affronterà quello che si sviluppa come un vero e proprio dibattimento e al di là dell’esito finale (a meno di clamorose sorprese Trump sarà assolto) sarà utile capire chi tra i repubblicani e i democratici si avvantaggerà maggiormente in vista delle elezioni presidenziali di novembre 2020. Ecco chi sono i protagonisti del terzo processo nella storia Usa a carico del capo dello Stato.

IL GIUDICE: JOHN ROBERTS

Il capo della Corte suprema John Roberts presiede il dibattimento. Si tratta della massima autorità giuridica del Paese, e il suo ruolo è più che altro quello di controllare che lo svolgimento del processo avvenga secondo le regole. A giudicare il presidente sono infatti i 100 senatori, che rappresentano una sorta di maxi giuria.

L’ACCUSA: LA SQUADRA DEI DEMOCRATICI

Adam Schiff: presidente della commissione Intelligence alla Camera, è a capo del team dei democratici contro Trump

Jerry Nadler: presidente della commissione Giustizia alla Camera. Insieme a Schiff ha condotto le indagini che hanno portato alla messa in stato di accusa del presidente.

Gli altri cinque membri della Camera dei Rappresentanti nominati sono Hakeem Jeffries, Jason Crow, Val Demings, Zoe Lofgren e Sylvia Garcia. Dunque quattro uomini e tre donne.

LA DIFESA: IL DREAM-TEAM DI TRUMP

Pat Cipollone: il legale della Casa Bianca, guida la squadra della difesa del presidente.

Jay Sekulow: l’avvocato personale di Trump.

Ken Starr e Robert Ray: Starr è passato alla storia per aver inquisito Bill Clinton facendolo mettere sotto impeachment, mentre Ray gli successe nel ruolo di accusatore di Clinton e redasse il rapporto finale sulla sua messa in stato d’accusa (l’ex presidente alla fine fu assolto dalla maggioranza dem).

Alan Dershowitz: superavvocato al centro di famosissimi casi e dalle parcelle milionarie, ha tirato fuori dai guai personalità del calibro di O.J. Simpson o Claus von Bulow. Sarà il protagonista dell’arringa in favore del presidente, con il compito di smontare una ad una le accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso, dimostrando come non esistono le basi costituzionali per l’impeachment e la rimozione del Commander in chief.

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La risoluzione sull’impeachment di Trump che spacca il Senato Usa

Mossa dei repubblicani per ridurre i tempi per accusa e difesa. I dem: «Una vergogna».

Scontro tra democratici e repubblicani sui tempi dell’impeachment. La risoluzione presentata dal leader della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell prevede di dare all’accusa e al team difensivo del presidente 24 ore a testa in due giorni per presentare i loro argomenti di apertura del processo. Seguiranno 16 ore di domande da parte dei senatori. La risoluzione, da discutere e votare il 21 gennaio, rimanda a dopo questa fase la discussione sulla possibilità di mozioni per chiedere con mandati testimoni e documenti. Il leader della minoranza dem al Senato ha definito questa risoluzione «una vergogna»: «È chiaro che il senatore McConnell è ben determinato a rendere molto più difficile ottenere testimoni e documenti e deciso ad affrettare il processo».

TRUMP SCEGLIE I DEPUTATI CHE LAVORERANNO ALLA DIFESA

La risoluzione comprime i tempi per accusa e difesa rispetto al processo d’impeachment a Bill Clinton, quando le 24 ore a testa furono spalmate su 4 giorni. Non c’e’ menzione di una mozione per respingere gli articoli d’impeachment, come volevano alcuni difensori del tycoon, ma c’è una opzione per mozioni in generale che offrirà l’opportunità di proporre questa istanza più avanti nel corso del dibattimento. Nel frattempo, Trump ha scelto i deputati repubblicani che lavoreranno col suo team «per combattere questo impeachment iperfazioso e senza fondamento». Lo ha reso noto la Casa Bianca indicando i nomi di Doug Collins, Mike Johnson, Jim Jordan, Debbie Lesko, Mark Meadows, John Ratcliffe, Elise Stefanik, Lee Zeldin.

VERSO IL DISCORSO ALLA NAZIONE DEL 4 FEBBRAIO

Il presidente statunitense si è detto «fiducioso che [questi deputati] contribuiranno a concludere speditamente questa sfacciata vendetta politica per conto del popolo americano». Il presidente, secondo quanto dichiarato a Fox News dal senatore repubblicano Lindsay Graham, vuole mettersi alle spalle il processo di impeachment prima del suo discorso alla nazione, previsto il 4 febbraio prossimo.

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Parte il forum di Davos tra il clone Trump e l’arrivo di Greta Thunberg

Kermesse del World Economic Forum al via con al centro il tema dei cambiamenti climatici. Attesa per i tre interventi dell'attivista svedese e il confronto a distanza col presidente Usa.

Il Forum economico mondiale di Davos è partito subito con il cambiamento climatico in cima all’attenzione mediatica, e con un probabile confronto a distanza fra Greta Thunberg che chiede al mondo di dimezzare la dipendenza dai combustibili fossili, e Donald Trump che è arrivato per promuovere le imprese di casa: entrambi il 21 saranno gli indiscussi protagonisti del ‘day one’ della mega-conferenza fra le nevi svizzere.

ATTESI OLTRE 3 MILA LEADER

Gli oltre 3.000 leader, fra cui 53 capi di Stato e di governo, da 117 Paesi del mondo si riuniscono quest’anno all’insegna di un Manifesto 2020 voluto dal World Economic Forum per rilanciare la cooperazione fra portatori d’interessi diversi in un mondo in cui il multilateralismo è sempre più minacciato. E Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea che ha aperto l’inaugurazione del Wef il 20 con il suo fondatore Klaus Schwab, si è detta convinta che l’idea europea di economia sociale di mercato, e l’approccio tutto ‘davosiano’ teso «a mettere insieme persone di diverso background» siano la ricetta giusta per risolvere i conflitti e le storture globali. ‘Stakeholders for a cohesive and sustainable world’, tema che abbraccia il clima, ma anche la crescita, il commercio, la geopolitica nel pieno della crisi libica e mediorientale.

TRE EVENTI UFFICIALI PER GRETA THUNBERG

Il Wef, che compie 50 anni, ha già preannunciato che il clima sarà un tema più che mai al centro dei dibattiti e con un vero e proprio allarme per il futuro della crescita e di imprese in numerosi settori. Un’agenda che consentirà alla giovane attivista svedese, che già l’anno scorso a Davos gridava «la nostra casa è in fiamme» e che è arrivata da Landquart in una ‘Marcia per la giustizia climatica‘ organizzata dagli ambientalisti grigionesi, di amplificare ulteriormente il suo messaggio con ben tre interventi ufficiali, oltre ai sit in e agli interventi esterni. Partirà nella mattinata del 21, già alle 8.30, con un panel su come “Creare un percorso sostenibile per un futuro in comune”.

ATTESA PER L’INTERVENTO DI DONALD TRUMP

Tutt’altre saranno, con ogni probabilità, le corde che Trump cercherà di toccare poco dopo, alle 11.30, con il suo special address alla platea di politici, imprenditori, alta finanza, scienziati dal palcoscenico globale di Davos. Trump è tornato in Svizzera per la prima volta dal gennaio 2018, quando ad ascoltare il suo proclama ‘America First’ c’era una folla memorabile. Con l’impeachment che è sbarcato al Senato, la prima fase dell’accordo commerciale con la Cina appena conclusa e con il suo quarto anno da presidente che inizia proprio il 20 gennaio, il tycoon rivendicherà i successi del suo approccio, che a Davos fa storcere il naso a molti fautori del multilateralismo. I guai in Medio Oriente, con l’eliminazione del generale iraniano Qassam Suleimani che ha creato scompiglio, e quelli in casa potrebbero consigliare toni moderati. Ma non è affatto detto.

POSSIBILE UN INCONTRO TRA L’ATTIVISTA SVEDESE E IL PRESIDENTE USA

Trump, secondo molti, potrebbe arrivare a Davos guardando al voto Usa, come una sorta di ambasciatore del Made in America. Nulla di più lontano dalla causa climatica, per il presidente Usa che ha silurato l’accordo di Parigi. Davos in realtà chiede obiettivo stringenti di riduzione delle emissioni, a cui Trump non nasconde di assegnare priorità zero. Alta l’attenzione sull’eventualità che Greta riesca a incontrarlo, o che i due persino si scambino due battute.

PREVISTO ANCHE L’INTERVENTO DI GIUSEPPE CONTE

Da Angela Merkel che interviene giovedì 23 alle 14.15, al premier italiano Giuseppe Conte (alle 16), numerosi leader politici faranno il loro address. Per l’Italia ci potrebbero essere occasioni di bilaterali sul tema della Libia: numerosi i membri dell’amministrazione Usa presenti. E poi c’è la Davos degli innovatori, da un’intelligenza artificiale sempre più vicina a interfacciarsi con quella umana alle esigenze concrete di Facebook di migliorare la propria immagine globale con il suo Facebook Space. Con il clima sempre sullo sfondo: dopo anni di titoli di giornali sui ricconi di Davos che parlano di ambiente e arrivano in jet privato, quest’anno il Wef incoraggia con sconti l’uso del treno, promuove cibo locale a discapito di caviale e foie gras, fornisce ramponi antiscivolo da applicare alle scarpe, per rinunciare alla limousine senza rischiare di scivolare sul ghiaccio.

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Trump risponde all’ayatollah Khamenei: «Stia attento con le parole»

Il presidente Usa mette in guardia su Twitter la Guida suprema iraniana che lo aveva definito un «pagliaccio».

Torna ad alzarsi la tensione tra Stati Uniti e Iran.

Dopo il sermone di venerdì della Guida suprema Ali Khamenei che ha definito il presidente Usa un «pagliaccio», via Twitter è arrivata la risposta del tycoon.

L’ayatollah «deve stare molto attento con le sue parole», ha scritto Trump. «Il cosiddetto ‘Leader Supremo’ dell’Iran, che ultimamente non è stato così Supremo, ha avuto cose molto gravi da dire sugli Stati Uniti e l’Europa. La loro economia sta collassando e il loro popolo sta soffrendo. Dovrebbe stare molto attento con le sue parole!».

TRUMP: «MAKE IRAN GREAT AGAIN»

Poco dopo Trump ha lanciato a Teheran un altro messaggio. «Il nobile popolo dell’Iran, che ama l’America, merita un governo che sia più interessato ad aiutarlo a realizzare i suoi sogni piuttosto che ucciderli», ha scritto il presidente Usa. «Invece di portare l’Iran verso la rovina, i suoi leader dovrebbero abbandonare il terrore e fare di nuovo grande l’Iran!». «Make Iran great again».

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Impeachment: Trump non poteva tagliare gli aiuti all’Ucraina

La Casa Bianca ha violato la legge ordinando lo stop ai fondi militari a Kiev: la decisione poteva essere presa solo dal Congresso.

L’amministrazione Trump ha violato la legge congelando gli aiuti militari al’Ucraina. Lo afferma l’ente indipendente del Government Accountability Office che punta il dito sulla Casa Bianca e sulla decisione che fu presa dall’Office of Management and Budget la scorsa estate. «La legge», si accusa, «non permette che il presidente sostituisca le priorità politiche decise dal Congresso con le sue proprie priorità».

La polizia ucraina ha intanto aperto un’indagine per verificare se l’ex ambasciatrice Usa a Kiev, Marie Yovanovitch, poi rimossa da Donald Trump, era sotto sorveglianza da parte di persone legate a Rudy Giuliani, l’avvocato personale del presidente che coordinò la campagna di pressioni sui dirigenti ucraini per far indagare i Biden. Pressioni al centro dell’inchiesta di impeachment contro il tycoon. Lo scrivono i media Usa citando il governo ucraino.

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L’impeachment a Trump è un processo anche ai valori Usa

Se in Senato tutto finisse in un nulla di fatto, nonostante i documenti, i fatti accertati e l'atteggiamento del tycoon allora crollerebbe il concetto stesso di giustizia. E noi americani saremmo costretti ad accettare un presidente e una amministrazione al di sopra della legge.

Malgrado il tentativo di Donald Trump di spostare l’attenzione pubblica dall’impeachment a una possibile crisi internazionale, mercoledì mattina la Speaker della Camera Nancy Pelosi ha scelto i sette membri democratici del Congresso che rappresenteranno l’accusa durante il processo a carico del presidente in Senato.

Il 18 dicembre, la Camera dei rappresentanti ha ufficialmente accusato Trump di abuso di potere e ostruzione al Congresso.

Ora tocca al Senato stabilire se i crimini commessi dal tycoon sono gravi al punto tale da rimuoverlo dalla sua posizione di presidente.

IN SENATO UNA STRADA TUTTA IN SALITA

Non sarà facile: il Senato è a maggioranza repubblicana, e Mitch McConnell, leader del Senato e amico di merendine di Trump, ha dichiarato più volte che le accuse sono deboli e che il processo sarà semplice e breve. Ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di ammettere nuove testimonianze, anche se dal 18 dicembre a oggi sono emersi altri fatti gravi che riguardano i capi d’accusa. Per esempio, l’ex National Security advisor di Trump, John Bolton, il più informato sul caso Ucraina, ha detto che se chiamato a testimoniare, è disposto a presentarsi. Dal canto suo il presidente ha subito fatto sapere che limiterà le informazioni che potrà dare.

LEGGI ANCHE: L’impeachment contro Trump può essere un boomerang sui dem

«È un insabbiamento della verità», ha replicato Pelosi aggiungendo che gli americani si aspettano un processo imparziale e che la Costituzione impone che sia svolto al di sopra delle partigianerie politiche. E, ancora, che non deve essere visto come una vendetta personale e che è un alto atto di patriottismo. Pelosi ha anche ricordato che ogni giorno in tutte le scuole americane e negli uffici governativi si recita il giuramento alla bandiera e alla Repubblica che rappresenta. E che sono gli americani a scegliere il loro presidente e non la Russia di Vladimir Putin. «Eppure, in questa amministrazione», ha detto, «tutte le strade portano a Putin. Dobbiamo difendere a spada tratta il nostro sistema elettorale». 

LEGGI ANCHE: Come la crisi iraniana sta spaccando la politica Usa

I Repubblicani insistono inesorabili sullo stesso punto: l’impeachment è solo una farsa, un tentativo di cacciare Trump e impedirgli di vincere il secondo mandato. Sono convinti, pare, che il loro presidente non abbia fatto nulla di illegale e che sia solo una vittima del sistema. Quasi sicuramente l’avranno vinta loro: il presidente rimarrà lì dov’è e vincerà le elezioni del 2020.

A RISCHIO LO STESSO CONCETTO DI GIUSTIZIA

Fa impressione pensare che, malgrado il sacrosanto concetto di giustizia, malgrado le regole costituzionali, i fatti verificati, i milioni di documenti redatti, è molto probabile che il presidente resti alla Casa Bianca. Mi chiedo come ci si dovrà comportare in futuro, quando altri misfatti verranno alla luce: dobbiamo accettarli, sapendo che tanto è impossibile ottenere giustizia? Dobbiamo forse cominciare a pensare che il controllo che Trump ha sui suoi burattini sia al di sopra di tutto? Come facciamo ad adeguarci? E infine, se le elezioni saranno hackerate dalla Russia, cosa rimane a noi cittadini per toglierci dai piedi un disonesto come Trump?

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Impeachment, chi sono i sette membri dell’accusa

Il team è guidato da Schiff, che al pari di Nadler ha già condotto le indagini sul presidente. Con loro altri cinque componenti del Congresso: due uomini e tre donne.

La speaker della Camera Nancy Pelosi ha annunciato i sette membri del Congresso che rappresenteranno l’accusa nel corso del processo di impeachment nei confronti di Donald Trump. Tra loro il presidente della commissione Intelligence della Camera Adam Schiff , che sarà a capo del team di procuratori, e il presidente della commissione Giustizia della Camera Jerry Nadler, che hanno già condotto le indagini che hanno portato alla messa in stato di accusa del presidente. Gli altri cinque membri della Camera dei Rappresentanti nominati sono Hakeem Jeffries, Jason Crow, Val Demings, Zoe Lofgren, Sylvia Garcia. Dunque quattro uomini e tre donne. Il giudice sarà il Giudice capo della Corte suprema Usa, John G. Roberts Jr.

INVIATI AL SENATO GLI ARTICOLI PER L’IMPEACHMENT

La Camera del Congresso statunitense ha inviato martedì 15 gennaio al Senato gli articoli per l’impeachment di Trump, dando in sostanza il calcio di inizio al processo che secondo il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell – partirà il 21 gennaio. Trump è accusato di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Per quanto riguarda il primo fronte, il presidente statunitense è sospettato di avere fatto pressioni sull’Ucraina affinché indagasse su Joe Biden – sfidante del tycoon alle prossime elezioni presidenziali – e sul figlio Hunter. L’ostruzione, invece, si riferisce al presunto tentativo di Trump di bloccare documenti e testimoni.

Ci risiamo, un’altra truffa dei nullafacenti democratici

Donald Trump

Perché Trump sia rimosso dall’incarico, serve la maggioranza dei due terzi del Senato, che è controllata dal Partito repubblicano. Difficilmente, dunque, il presidente sarà condannato. Comunque vada questo impeachment, ha detto Pelosi, «durerà per sempre». «Sono i cittadini americani che dovrebbero decidere il loro presidente, non Vladimir Putin», ha commentato la speaker della Camera. «Ci risiamo», ha commentato Trump, «un’altra truffa dei nullafacenti democratici».

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Trump sa solo destabilizzare perché è incapace di ricostruire

Il presidente Usa ha commesso l’errore di voler abbandonare un mondo, quello disegnato 70 anni fa dalla leadership americana, senza proporne un altro. Così rischia l'arroccamento degli Stati Uniti fra i due Oceani.

Una campagna elettorale sarebbe, in tempi normali, già decisa. La disoccupazione è negli Stati Uniti ai minimi storici dal 1969 anche se in un mercato assai diverso e molto più “atipico”; la Borsa è ai massimi; la crescita del Pil ha continuato con il presidente in carica una marcia avviata nel giugno del 2009, ormai da sei mesi un record storico, superiore all’espansione marzo 1991-marzo 2001 e primato assoluto di durata da quando vengono elaborati dati del genere, cioè dal 1854.

Tutto è più contenuto che in passato, la crescita cumulativa è più bassa, la disoccupazione è calata più lentamente, ma i risultati ci sono. In più, gli avversari democratici del presidente Donald Trump non hanno in campo per ora candidati particolarmente forti. Ma Trump ugualmente, pur rimanendo a tutt’oggi il favorito, non avrà una campagna scontata in partenza, anche se non è facile scalzare al voto un presidente in carica.

L’impeachment deciso dalla Camera il 18 dicembre 2019, e che probabilmente il Senato a controllo repubblicano boccerà (serve la maggioranza qualificata dei due terzi), c’entra fino a un certo punto, anche se trasformerà il voto presidenziale del prossimo 3 novembre più che mai in un referendum sull’immobiliarista newyorkese diventato campione del neonazionalismo americano.

LA POLITICA ESTERA DI TRUMP NON ESISTE

La decisione di far saltare in aria a Baghdad il 3 gennaio scorso con razzi sparati da un drone il generale delle milizie iraniane Qasem Soleimani, l’organizzatore da 20 anni della presenza armata iraniana in tutto il Medio Oriente, spiega meglio le difficoltà del presidente. Da un lato un gesto rapido e decisivo contro un ben noto nemico dell’America è piaciuto in sé alla base che ha dato a Trump nel 2016 la Casa Bianca, grazie a 77 mila voti giudiziosamente distribuiti in vari collegi di Pennsylvania, Michigan e Wisconsin e con un voto popolare nazionale inferiore a quello ottenuto da Hillary Clinton, cosa però perfettamente legittima nel sistema americano dove conta non solo il numero ma anche la geografia delle scelte popolari.

Cortei in America contro la decisione degli Usa di bombardare l’Iran.

Dall’altro però il caso Suleimani, seguito subito da un Trump minaccioso e poi dopo pochi giorni da un Trump che tende la mano all’Iran, pone allo stesso elettorato trumpiano, in genere molto contrario ad avventure internazionali e tutto concentrato sull’economia, l’immigrazione e la riaffermazione di una supremazia dell’America bianca, un chiaro quesito: che politica estera ha il presidente? Trump ha una politica elettorale, non una politica estera.

L’ATTACCO ALL’IRAN COZZA CON IL NAZIONALISMO ISOLAZIONISTA

In genere gli americani votano sulla base dell’economia e delle questioni interne, e assai meno della politica internazionale, che ha pesato solo nel voto del 1948 e del 1952, quando veniva organizzato il sistema della Guerra Fredda, e in parte quello del 1968 e 1972, quando si trattava di chiudere la malaugurata partita del Vietnam, e in parte ancora minore in quello del 1960, ancora all’ombra dello choc Sputnik (1957). Trump ha ereditato la guida della prima potenza mondiale, leader di un sistema multilaterale ormai vecchio di 70 anni ma non facilmente superabile, che va dall’economia ai commerci fino alla strategia militare di cui la residua Nato è l’esempio più chiaro ma non unico.

Trump ha sempre seguito un’altra America, a lungo ridotta al semi silenzio e disdegnata, quella dei cranks, persone con idee “strane”, poco interessate a quanto succede oltremare

Ma Trump è un immobiliarista, grosso ma neppure molto stimato, forte di una crassa ignoranza su come e perché questo sistema è stato costruito dai suoi predecessori, a partire da Franklin D. Roosevelt e, soprattutto, da Harry Truman e Dwight Eisenhower. È diffusa a Washington l’opinione che se al presidente venisse chiesto un brevissimo riassunto improvvisato su come il suo Paese ha organizzato tra il 1945 e il 1947 l’enorme potere che la Seconda guerra mondiale a la presenza dell’Urss gli concessero sbaglierebbe abbondantemente nomi, date e la gerarchia delle decisioni più importanti. Trump ha sempre seguito un’altra America, a lungo ridotta al semi silenzio e disdegnata, quella dei cranks, persone con idee “strane”, poco interessate a quanto succede oltremare se non per fare quattrini, e il cui motto è rimasto il «…the chief business of the American people is business..» dichiarato dal presidente Calvin Coolidge nel gennaio del 1925.

Proteste in turchia dopo la morte del generale iraniano Qasem Soleimani.

Coolidge aggiungeva anche che gli americani «sono profondamente interessati a comperare, vendere, investire e prosperare nel mondo», il che implica una politica estera. Ma gli “America firsters” che ancora nel 1940 volevano un Paese fuori da ogni conflitto (anche la famiglia Kennedy li appoggiava e finanziava per spirito irlandese antibritannico) a occuparsi solo dei non meglio precisati fatti propri dovettero aspettare Pearl Harbour nel dicembre 1941 per guardare in faccia la realtà. Trump viene da qui, e il resuscitato America First come noto è il suo motto, puro nazionalismo con forti tentazioni isolazioniste. Questo lo ha fatto vincere nel 2016. E con questo un drone contro Suleimani non ha molto a che fare, come mossa politica. È solo una vendetta. Ma anche questa è politica. E allora?

TRUMP DESTABILIZZA IL VECCHIO MONDO SENZA PROPORNE UNO NUOVO

I guai che Trump sta facendo come leader nazionalista di un Paese ancora molto condizionato da un multilateralismo che a lungo è stata la sua bandiera sono numerosi e gravi, sul piano commerciale e strategico. Anche Richard Nixon era un nazionalista e non esitò a gettare a mare nel ’71 quello che era forse in economia il perno del sistema, le parità monetarie di Bretton Woods, ma la sua base non erano i cranks bensì l’ala destra repubblicana da cui poi emergeranno, in parte, i neoconservatori degli Anni 90, nazionalisti ma tutt’altro che isolazionisti. Trump ha commesso l’errore di voler lasciare un mondo, quello disegnato 70 anni fa dalla leadership americana, senza proporne un altro, che non deve necessariamente abolire il precedente, ma cambiarlo in modo significativo, che non vuol dire in modo totale.

Suleimani è servito a far parlare meno di impeachment, a riaffermare la forza dell’esecutivo, a far vedere che i militari erano d’accordo

Dov’è questo mondo di Trump? Nell’alleanza con Boris Johnson e nella semi-alleanza con Vladimir Putin, nemico-amico. E nei suoi tweet, nell’insofferenza per i collaboratori più stretti, con la girandola di ministri e altri con rango ministeriale più ampia, in tre anni, rispetto a tutti i predecessori da Nixon in poi, persone uscite in gran parte perché impossibilitati a collaborare a una strategia che non c’è. L’uccisione di Suleimani che cosa vuol dire, più o meno Medio Oriente per gli Stati Uniti? Suleimani è servito a far parlare meno di impeachment, a riaffermare la forza dell’esecutivo, a far vedere che i militari erano d’accordo (ma invocano a gran voce una politica più coerente, o meglio una politica tout court).

Il presidente Usa Donald Trump.

Trump è stato definito da vari commentatori americani un geopolitical destabilizer. Uno che cambia il vecchio senza però saper proporre un nuovo che non sia un impossibile, almeno oggi, arroccamento dell’America fra i due Oceani. Del resto Johnson e mezza Gran Bretagna pensano sia possibile un arroccamento con la protezione della Manica. Far fuori un avversario è in sé cosa gradita a tutti i cranks d’America, ma bisogna vedere poi le conseguenze, e queste non sono chiare. Neppure sulle prospettive elettorali, che certamente hanno pesato sulla scelta di mandare due droni a far fuori il patron delle operazioni speciali dei rivoluzionari islamici iraniani.

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Michael Bloomberg pronto a spendere 1 miliardo contro Trump

Il candidato democratico Michael Bloomberg deciso a innaffiare la campagna col suo denaro. Anche se dovesse uscire sconfitto dalle primarie. Finanzierebbe Sanders o Warren. Pur di sconfiggere il presidente.

Pronto a tutto pur di liberare gli Stati Uniti da Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca è destinata a diventare una guerra tra miliardari, a prescindere da chi tra i democratici otterrà la nomination per le presidenziali. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg non ha infatti escluso di spendere un miliardo di dollari della sua fortuna anche se non dovesse essere lui a spuntarla nelle primarie dem. E ha assicurato che mobiliterà la sua ben finanziata campagna per aiutare anche i senatori Bernie Sanders o Elizabeth Warren a battere Donald Trump, nonostante le forti differenza politiche che li separano. Il nemico comune, quindi, finirebbe per appianare i dissidi interni e anche una sconfitta personale non fermerebbe la battaglia elettorale di Bloomberg. Lo ha scritto il New York Times citando lo stesso imprenditore.

UNA FORTUNA DI OLTRE 50 MILIARDI

«Dipende se il candidato ha bisogno di aiuto: se sta facendo molto bene necessiterà di meno aiuto, altrimenti ne avrà più bisogno», ha detto Bloomberg durante una tappa della sua campagna in Texas. Chi conquisterà la nomination, quindi, potrà contare non solo sul suo appoggio finanziario ma anche sulla sua ramificata rete organizzativa. L’ex sindaco di New York, che conta su una fortuna di oltre 50 miliardi di dollari, ha già speso più di 200 milioni in spot pubblicitari, con un ritmo che entro marzo sarà uguale alla somma investita da Barack Obama nel corso dell’intera campagna del 2012. Un enorme investimento pur di sfrattare dalla Casa Bianca un inquilino scomodo e inviso a buona parte della popolazione.

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Ma quale Soleimani, la minaccia globale è il dittatore Trump

La scusa del rischio imminente di attentati terroristici per giustificare l'uccisione del generale iraniano non regge: il pericolo per il mondo è solo The Donald. E persino alcuni repubblicani, scavalcati come tutto il Congresso Usa, se ne stanno accorgendo.

Mentre Meghan e Harry si “licenziano” dalla Corona britannica, il presidente Donald Trump sogna di essere dittatore assoluto, e decide, senza consultare il Congresso, e cioè come un dittatore qualsiasi, di trucidare Qassem Soleimani. Non era certo uno stinco di santo, il generale Soleimani, anzi: per quanto fosse la seconda persona più importante in Iran, rispettato e considerato un eroe dal regime, era a capo della Quds Force, un gruppo all’interno dei Pasdaran, il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica in Iran responsabile di molti attacchi terroristici nel mondo. E nelle ultime settimane, dopo l’attacco alla base militare e l’assalto dell’ambasciata americana a Bagdad, Trump si è fatto prendere dal panico.

GIUSTIFICAZIONI DIFFICILMENTE CREDIBILI

Ha giustificato la sua azione di guerra dicendo che i Servizi segreti gli avevano annunciato che Soleimani era diventato una minaccia imminente agli Stati Uniti, scusa che in molti, fra politici e cittadini, fanno fatica a credere. In realtà pare che il generale fosse arrivato in Iraq per incontrarsi con il presidente iracheno per discutere delle trattative tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Pare che ci sia stato un altro attacco, quella stessa notte, per ammazzare Abdul Reza Shahlai, un alto ufficiale iraniano che si trovava in Yemen, ma pare che l’attentato non abbia avuto successo.

ENORMI PREOCCUPAZIONI ANCHE A WASHINGTON

Tutto questo, per ora, sembra avere poco a che fare con una minaccia imminente. Molto a che fare (ma questa è la mia opinione) con tutto quel disastro riguardo l’impeachment e la voglia di far parlare d’altro, possibilmente migliorando le possibilità di vittoria per un secondo mandato nel 2020. Ma chi sono io per giudicare? Una cosa è chiara: la minaccia imminente più pericolosa, per ora, rimane il presidente Trump. Le azioni militari contro l’Iran hanno suscitato enormi preoccupazioni, sia a livello internazionale sia a Washington. Malgrado Trump desideri essere l’unico ad avere il potere di attaccare a destra e a manca chi lo spaventa, negli Stati Uniti non funziona (ancora) così: ogni azione bellica deve essere prima discussa al Congresso e al Senato e deve essere approvata dalla maggioranza. Cosa che non è successa: dopo l’assassinio del generale Soleimani, un rappresentante della Casa Bianca ha indetto una riunione al Senato (che è per la maggior parte in mano repubblicana) per giustificare l’azione di Trump.

PERSINO PER QUALCHE REPUBBLICANO È STATO ABUSO DI POTERE

Se per alcuni repubblicani questo è bastato per appoggiare il presidente, per alcuni di loro, compresi i senatori Rand Paul (Kentucky) e Mike Lee (Utah), è stato commesso un grave errore, un abuso di potere. Mike Lee ha rilasciato questa dichiarazione: «La riunione con il rappresentante della Casa Bianca è stata la peggiore degli ultimi nove anni che sono al Senato, soprattutto riguardo questioni militari. Conoscendo la nostra storia, fare una consultazione non è la stessa cosa che ricevere un’autorizzazione a procedere usando la forza militare. Una notifica o una patetica riunione fatta dopo che il fatto è accaduto non sono adeguate alla circostanza».

I DEMOCRATICI PROVANO A LIMITARLO

La Camera dei rappresentanti, in mano ai democratici, ha votato giovedì mattina di limitare il potere di dichiarare guerra al presidente. Oltre alla stragrande maggioranza dei voti dei democratici, anche qualche repubblicano ha ammesso che il presidente Trump questa volta l’ha fatta davvero grossa. In risposta agli attacchi degli Stati Uniti in Iraq e i Yemen, gli iraniani hanno bombardato due basi militari americane, senza causare nessuna vittima, forse per fare in modo che la situazione non degeneri in una vera guerra, che nessuno vuole.

GIOCHI A GOLF E LASCI AD ALTRI GLI EQUILIBRI GLOBALI

Speriamo che Trump non decida di prendere altre iniziative senza consultare il Congresso, perché a questo punto la situazione mondiale potrebbe diventare davvero preoccupante. Speriamo che si impegni di più a giocare a golf e che lasci a chi ne sa di più il compito di mantenere l’equilibrio di pace globale intatto.

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Gli Usa pronti ai negoziati con l’Iran

L'ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft ha scritto lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell'Onu per scongiurare l'escalation.

Gli Stati Uniti sono «pronti a impegnarsi senza precondizioni in seri negoziati» con l’Iran: lo afferma, secondo quanto riporta la Bbc online, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Kelly Craft in una lettera inviata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’obiettivo degli Usa, ha sottolineato Craft, è «prevenire ulteriori rischi per la pace e la sicurezza internazionali o l’escalation da parte del regime iraniano».

LA CAMERA IMPEDISCE LA GUERRA A TEHERAN

Già l’8 gennaio il rischio escalation è sembrato rientrare. L’attacco missilistico di Teheran contro due basi americane in Iraq in risposta all’uccisione di Solemaini non fa vittime. Trump ha ribadito che “tutte le opzioni restano sul tavolo”, ma per ora ha annunciato solo nuove sanzioni
contro gli interessi iraniani. Il 9 gennaio comunque la Camera americana
vota un progetto di legge per impedire al presidente Usa di fare la guerra a Teheran.

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Come la crisi iraniana sta spaccando la politica Usa

Le divisioni tra i falchi. Le divergenze nel Partito repubblicano e in quello democratico. I dissidi tra Casa Bianca e Pentagono. Le tensioni con Teheran allargano la faglia tra pro e anti Trump.

La crisi iraniana, esplosa dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani, sta producendo profonde spaccature in seno alla politica statunitense. Le varie fazioni che si stanno creando attorno a questo spinoso dossier non sono poche. La maggior parte dei repubblicani si è schierata dalla parte di Donald Trump. A sostenere il presidente in questo delicato frangente sono soprattutto i falchi del partito. All’indomani dell’attacco missilistico iraniano contro le due basi americane in Iraq, il senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato che il presidente ha gestito la faccenda «molto bene», aggiungendo: «Gli Stati Uniti erano ben preparati per questo tipo di attacco e non hanno bisogno di affrettarsi per decidere la risposta appropriata». Una posizione in buona sostanza condivisa anche dal senatore del South Carolina, Lindsey Graham, che ha definito l’aggressione iraniana «un atto di guerra». Riferendosi all’uccisione di Soleimani, l’ex ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha invece affermato: «Le uniche persone che piangono la scomparsa di Soleimani sono i nostri leader democratici e i candidati presidenziali democratici».

Va tuttavia notato che il fronte dei falchi non appare del tutto coeso e che può, almeno in generale, essere diviso in due parti. Se è infatti possibile scorgere una frangia più moderata che, con Graham, invoca un’azione ferma (volta a “ristabilire la deterrenza” contro l’Iran), è presente anche una fazione molto più agguerrita che chiede di andare ben oltre. In questo senso, non bisogna trascurare la posizione dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, che – qualche giorno fa – si è augurato che l’uccisione di Soleimani possa costituire il primo passo per arrivare a un cambio di regime in Iran. Una prospettiva, quest’ultima, che Trump non ha mai mostrato di apprezzare e lo stesso Graham – nelle scorse ore – ha ribadito che il presidente non auspica un simile obiettivo. Se dunque il fronte dei falchi non appare del tutto compatto, neppure il Partito Repubblicano si è interamente schierato con Trump sul dossier iraniano.

NON TUTTO IL PARTITO REPUBBLICANO STA CON TRUMP

Per quanto minoritaria, la frangia dei libertarian (di tendenze storicamente isolazioniste) non ha gradito troppo l’eliminazione di Soleimani. Qualche giorno fa, il senatore del Kentucky Rand Paul ha dichiarato che Trump avrebbe «ricevuto cattivi consigli» sulla sua decisione di uccidere il generale iraniano: non è del resto un mistero che Paul sia sempre stato abbastanza favorevole ad intraprendere azioni diplomatiche per appianare le divergenze geopolitiche tra Washington e Teheran. L’amministrazione Usa, dal canto suo, ostenta al momento compattezza. La sintonia tra il presidente e il segretario di Stato, Mike Pompeo, sembra forte. Tutto questo, nonostante l’episodio della lettera, circolata due giorni fa, su un eventuale ritiro delle truppe americane dall’Iraq possa suggerire la presenza di qualche dissidio tra la Casa Bianca e il Pentagono.

L’INVERSIONE DI ROTTA DELLA WARREN

Ancora più articolata (e confusa) rispetto alla situazione nel Gop risulta quella tra i democratici: soprattutto se si guarda ai principali candidati alla nomination. L’estrema sinistra si è mostrata sin da subito molto critica nei confronti dell’uccisione del generale, con il senatore del Vermont Bernie Sanders che ha definito l’accaduto un «assassinio» che potrebbe condurre gli Stati Uniti verso una nuova «disastrosa guerra in Medio Oriente».  Più controversa la posizione di Elizabeth Warren. Il giorno dell’uccisione di Soleimani la senatrice del Massachusetts aveva postato un primo tweet in cui, pur denunciando la possibilità di un conflitto, definiva il generale iraniano un «assassino». Qualche ora dopo, in seguito alle critiche ricevute su Twitter da attivisti di area liberal, ha in parte cambiato linea, sostenendo che Trump abbia «assassinato un alto funzionario militare straniero» e ritenendo inoltre il presidente responsabile dell’acuirsi delle tensioni con Teheran.

Più “istituzionali” si sono mostrati l’ex vicepresidente statunitense, Joe Biden, e il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg

L’inversione di rotta non è passata inosservata e ha messo in luce le difficoltà della Warren a barcamenarsi tra le istanze più a sinistra dell’elettorato americano e quelle dell’establishment del Partito Democratico (cui la senatrice non è così estranea come spesso vorrebbe far ritenere). Più “istituzionali” si sono invece mostrati l’ex vicepresidente statunitense, Joe Biden, e il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg: i due hanno affermato che Soleimani era un nemico dell’America ma non hanno comunque perso occasione per criticare Trump. Biden ha accusato il presidente di aver gettato un candelotto di dinamite in una polveriera, sostenendo che la Casa Bianca non disporrebbe di adeguate strategie mediorientali. Buttigieg, dal canto suo, ha criticato Trump per aver ordinato l’eliminazione del generale senza chiedere l’autorizzazione del Congresso.

L’INIZIATIVA DELLA SPEAKER PELOSI

E proprio quest’ultima accusa ha fatto breccia in gran parte dell’Asinello negli ultimi giorni. Lunedì scorso, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha annunciato l’introduzione di una risoluzione per limitare il potere del presidente sul dossier iraniano: una risoluzione che – ha scritto in una lettera la Pelosi – «riafferma le responsabilità di supervisione da lungo tempo assunte dal Congresso, imponendo che se non verrà intrapresa alcuna ulteriore azione congressuale, le ostilità militari dell’amministrazione nei confronti dell’Iran cesseranno entro 30 giorni». L’argomento, che può avere una sua validità tecnica in astratto, risulta tuttavia debole in concreto, alla luce del fatto che Barack Obama nel 2011 ordinò l’intervento in Liba, aggirando completamente l’autorità del Campidoglio. Resta tuttavia il fatto che, con ogni probabilità, la leadership dell’Asinello è intenzionata a dare battaglia su questo fronte. Magari intersecando il tutto con la partita dell’impeachment.

I (PRESUNTI) LEGAMI CON L’IMPEACHMENT

A questo proposito, c’è chi sostiene che il presidente avrebbe ordinato l’uccisione di Soleimani proprio per fronteggiare al meglio il processo di messa in stato d’accusa (che dovrebbe celebrarsi questo mese al Senato). L’interpretazione risulta tuttavia abbastanza inconsistente: Trump non aveva infatti bisogno di uccidere il generale per ottenere l’appoggio dei falchi alla Camera alta (sono mesi che, per esempio, Graham sta sostenendo il presidente su questo fronte). Inoltre, anche in termini di opinione pubblica, il consenso verso l’impeachment era già progressivamente scemato tra novembre e dicembre. Discorso simile vale poi per chi dice che Trump ha agito in ottica prettamente elettorale. È vero che secondo un recentissimo sondaggio di Morning Consult il 47% degli intervistati si è detto favorevole all’eliminazione di Soleimani (mentre solo il 40% ha manifestato contrarietà). Ma è altrettanto vero che difficilmente gli americani voteranno a novembre del 2020 pensando all’uccisione del generale iraniano. 

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All’America non piace la guerra di Trump contro l’Iran

Manifestazioni in 80 città degli Stati Uniti dopo l’omicidio mirato di Soleimani. Si teme una nuova palude in Medio Oriente. Mentre i dem alla Camera annunciano una risoluzione per limitare il presidente.

In più di 80 città degli Usa si manifesta contro lo strike al generale iraniano Qassem Soleimani. Davanti alla Casa Bianca un migliaio di pacifisti ha condannato il gigantesco azzardo di Donald Trump, e tra loro come sempre da tempo è spiccata un’infervorata Jane Fonda.

DE NIRO CONTRO I PIANI DEL «GANGSTER»

L’attrice e attivista americana che negli Anni 70 si mobilitò contro la palude del Vietnam protesta per scongiurare il «nuovo Vietnam in Medio Oriente». Che milioni di americani temono e che Teheran promette giurando vendetta. Robert De Niro, che a Trump non le manda a dire, è convinto iniziare una guerra sia «l’unico modo» per il «gangster» di «farsi rieleggere».

ALTRI ATTI PER INTERDIRE THE DONALD

Guarda caso con il 2020 si è aperto al Senato il processo per l’impeachment, dove a sorpresa il falco repubblicano John Bolton si è fatto avanti per testimoniare come chiesto dai dem. Se non altro il finimondo scatenato in Medio Oriente oscura la campagna mediatica internazionale sulla messa in stato di accusa di Trump. Eppure proprio l’omicidio mirato di Soleimani in Iraq innesca altri atti per interdire il presidente.

STRIKE LEGITTIMO? DUBBI ANCHE OLTREOCEANO

Diversi esperti di diritti umani e strateghi contestano alla Casa Bianca la «liceità» dell’uccisione di un alto comandante militare, in un Paese terzo, come nel caso di Soleimani. Un «atto di guerra (non la reazione «di difesa» rivendicata dalla segreteria di Stato Usa) anche per l’ex consigliere del presidente Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata Usa di Teheran Gary Sick, tra i massimi conoscitori americani dell’Iran. L’argomentazione di un «attacco terroristico imminente» pianificato da Soleimani contro gli Stati Uniti – dossier dichiarato coperto da segreto di Stato – lascia perplessi anche Oltreoceano. Tecnicamente gli omicidi mirati, anche di figure statali del calibro del comandante delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione, sono ammessi dall’articolo 2 della Costituzione Usa sulla legittima difesa – ma in circostanze limitatissime. A patto che sia pressoché certa la minaccia imminente.

Iran Soleimani Trump caos Usa
Americani contro la guerra all’Iran di Trump, Usa. (Getty).

NANCY PELOSI TORNA ALLA CARICA

L’incaricata dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali Agnes Callamard, che ha appena guidato l’inchiesta sull’omicidio di Jamal Khashoggi, chiede «trasparenza» dalla Casa Bianca, su un atto estremo – anche per conseguenze – sul quale l’Amministrazione è tenuta a rendicontare. Anche per l’esperta di intelligence, ed ex advisor dell’Onu, Hina Shamsi quanto finora affermato da Trump e dal suo accondiscendente segretario di Stato Mike Pompeo non è convincente come giustificazione: «Se ci sono più informazioni il presidente deve prendersi la responsabilità di diramarle. Non possiamo tirare a indovinare». Per i dem lo strike a Soleimani è «dinamite in una polveriera», ha esclamato l’ex vicepresidente Joe Biden. Mentre la presidente della Camera Nancy Pelosi – già promotrice dell’impeachment – ha annunciato al voto dell’assemblea a maggioranza democratica una risoluzione «sui poteri di guerra per limitare le azioni militari del presidente».

LA LETTERA SUL RITIRO AMERICANO DALL’IRAQ DIFFUSA PER ERRORE

Un testo per riaffermare la «responsabilità di supervisione del Congresso. Rendendo obbligatoria, in assenza di ulteriori azioni parlamentari, la fine entro 30 giorni delle ostilità militari contro l’Iran», ha anticipato Pelosi. Tenuto conto dell’«attacco «provocatorio e sproporzionato» che «ha messo in serio pericolo i nostri militari, i nostri diplomatici e altri, rischiando una grave escalation di tensione con l’Iran». Il riferimento è alle migliaia di rinforzi mandate dagli Usa con ponti aerei a inizio 2020, in aggiunta alle migliaia di unità già presenti in Medio Oriente. Quando ancora alla fine dell’anno la Casa Bianca premeva per smantellare questi contingenti, dopo il repentino disimpegno dalla Siria. Un clima schizofrenico: dopo lo strike di Soleimani, circola in Rete una misteriosa lettera per la Difesa irachena del Comando generale Usa sul «riposizionamento delle unità» per un «ritiro sicuro», nel «rispetto della sovranità irachena». «Diffusa per errore», ha ammesso il Pentagono, «ma esistente».

Iran Soleimani Trump caos Usa
In Times Square, a New York, contro le guerre di Trump in Medio Oriente. GETTY.

DAL PENTAGONO ALT ALLA MINACCIA VERSO I SITI CULTURALI

La Germania e altri Paesi europei hanno iniziato a «snellire» i contingenti in Iraq, l’Italia a «riposizionare» le sue unità fuori dalle basi Usa attaccate a colpi di mortaio. La Nato in sé si è distaccata pubblicamente dall’operazione contro Soleimani «decisa solo dagli Usa». Mentre anche Oltreoceano il Pentagono ha smentito platealmente la minaccia di rappresaglia, diffusa e rilanciata via Twitter dal presidente americano, di «colpire i siti culturali», contraria alle leggi internazionali sui conflitti armati. Tutto il mondo si è levato contro i raid su Persepoli e sulla ventina di siti persiani patrimonio dell’umanità dell’Unesco: un crimine di guerra in base alla Convenzione dell’Aia del 1954. Ma le migliaia di americani in piazza chiedono di più per le Presidenziali del 2020: «Stop alle bombe in Iraq» e «militari fuori da tutto il Medio Oriente», prima che l’Iran e le sue milizie sciite alleate li caccino col sangue. Il 2 gennaio negli Usa era in programma una trentina di cortei nel weekend, per l’impeachment di Trump.

IMPEACHMENT E IRAN: PROTESTE A CATENA

I razzi del 3 gennaio contro Soleimani e il leader degli Hezbollah iracheni Abu Mahdi al Muhandis hanno moltiplicato le contestazioni. Numeri che in America non si vedevano dalla guerra in Iraq del 2003. A Times Square a New York, davanti alla Trump Tower a Chicago, a Memphis, Miami, San Francisco: contro il flagello di Trump il popolo dei pacifisti – e non solo – è in moto come ai tempi del Vietnam. Un caos anche Oltreoceano, dove lo choc mondiale provocato da Trump sull’Iran si somma alle acque agitate per l’impeachment. È doppio combustibile per le sessioni infuocate del Congresso. Non casuale, in proposito, è il sì di Bolton a parlare per la messa in stato di accusa del presidente: i dem considerano un loro trionfo il passo dell’ex advisor (silurato) di Trump alla Sicurezza nazionale. E nessuno, anche tra i repubblicani, converrebbe come la Casa Bianca che con la morte di Soleimani gli americani «sono più sicuri». Tranne probabilmente Bolton, ma neanche la guerra all’Iran di Trump lo ha placato.

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Perché vanno ascoltate le parole rivoluzionarie del cardinal Zuppi

In un'epoca caratterizzata dal furore di irresponsabili, Trump in testa, l'arcivescovo di Bologna propone un nuovo umanesimo. Base per una nuova politica.

Le parole di guerra che leggiamo o ascoltiamo in questi giorni lasciano annichiliti. L’Iran minaccia vendette sanguinose e Donald Trump, autore di questa crisi, parla di risposte militari che investiranno anche i luoghi d’arte, e, temo, di culto, in ogni caso «sproporzionate». Da anni non sentivamo da un leader di un Paese d’Occidente parole tanto infuocate e irresponsabili. Ovviamente Matteo Salvini è d’accordo con lui. In molti di noi si riaffaccia l’anti-americanismo degli anni del Vietnam a cui bisogna resistere perché non possiamo fare a meno dell’America, anche se oggi è piccola cosa, priva di egemonia, ridotta e isterica potenza militare guidata da un uomo senza qualità.

IL MONDO È IN MANO AL FURORE DI IRRESPONSABILI

L’ansia maggiore sta nella sensazione che nessuno di noi possa fare alcunché per proteggere il mondo dal furore di irresponsabili. Ci è capitato di vivere in questa stagione della storia in cui mancano personalità mondiali, a parte papa Francesco, e proliferano mezze calzette con troppo potere. Eppure non è vero che non si possa fare nulla. Non c’è ovviamente un gesto che può fermare questa corsa alla guerra mondiale, quella guerra mondiale «a pezzettini» come la definì il pontefice alcuni anni fa. Viviamo in un Paese che rifiuta di assumere un ruolo di pace e che rischia di essere diretto da uomini di guerra.

BISOGNA CREARE GRANDI MOVIMENTI CONTRO L’ODIO

Eppure noi sappiamo, perché è la storia del mondo che ce lo dice, che lo sviluppo di solidi movimenti di pace, che la rinascita di una opinione pubblica responsabile potranno fare il miracolo se le giovani generazioni ne diventeranno protagoniste. Oggi un movimento di pace non può esser sospettato di parteggiare per una parte contro un’altra. Il mondo non solo non è diviso in due ma la competizione vede contrapposti vecchi imperi, imperi che rinascono, e rinascenti suggestioni imperiali. Oggi scendere in campo ha il vantaggio di apparire ingenui, insospettabili, non strumentalizzabili. Si tratta di creare grandi movimenti contro l’odio. Se le ho capite bene,  anche le Sardine hanno questo come obiettivo, ma serve di più.

LA LEZIONE DEL CARDINALE DI BOLOGNA

Vorrei suggerire a chi mi legge un libro fondamentale scritto dal cardinale di Bologna, con il collega Loreno Fazzini, Matteo Maria Zuppi che su questo tema ci ha donato riflessioni importanti. Il libro non è riassumibile. Ogni frase vale come un suggerimento, come una esperienza di vita di un sacerdote che è stato sulla strada per tanti anni e che per anni con la comunità di Sant’Egidio si è occupato di mettere pace in Paesi come il Mozambico. Scrive monsignor Zuppi: «Per non odiare, ovvero sentirsi veramente amati, è necessario e indispensabile esser credenti, o meglio, cristiani?». Ecco la risposta: «Penso che sia una alleanza tra i credenti, quando prendono sul serio il Vangelo, e quanti non rinunciano alla sfida di restare umani anche in tempi difficili, animi nobili e alti, che per questo non cedono all’odio in nome dell’Umanità stessa».

VERSO UN NUOVO UMANESIMO

È l’idea di un nuovo umanesimo che comprenda tutte le fedi e anche chi non ha fede a illuminare l’ispirazione del cardinale Zuppi e a dargli la suggestione che si possa creare un movimento di pace che sia incentrato sul rifiuto dell’odio. Scrive ancora Zuppi: «Quante vite hanno rovinato l’isolamento dell’io e la schiavitù dell’io. Un’antropologia moderna, che proietta giudizi negativi sugli altri per proteggere se stessi, promette l’infinito e crea una vita dimezzata».

IL MALE DELL’ADORAZIONE DI SÉ

Zuppi affronta anche un tema che fu centrale nella riflessione degli «atei devoti» negli anni ratzingeriani, la critica del relativismo, e dice che «bisogna scoprire il valore positivo di un innovativo relativismo, cioè l’abbandono della assolutizzazione di sé per rendersi disponibili alla relazione…Ma vorrei usare questa parola popolare, relativismo, per cambiarne, prima o poi, il significato. Dobbiamo lottare in tanti modi contro il rischio di una idolatria che ci imprigiona: l’adorazione di sé, come fosse una divinità da servire e alla quale sacrificarsi. E contemporaneamente lottare contro la caduta di senso del limite, perché si fa fatica a contrastare una soggettività per la quale qualunque atto diventa lecito in base al principio della libertà dell’io, senza la considerazione del bene e dei rischi comuni. Relativizzare il sé e aprirci agli altri, non può, invece, che liberarci, sollevarci, calmarci, e orientare le nostre risorse interiori, dando senso al tutta la nostra esistenza. Ci aiuta e ricentrare davvero il nostro sé, il nostro essere».

SOLO L’AMORE PUÒ CONTRASTARE LA PAURA

E poi un concetto fondamentale: «La paura è un segnale che ci rende consapevoli di un pericolo. È una spia importante, un indicatore che occorre prendere in considerazione, e non ignorare per spavalderia, per leggerezza, per presunzione. È importante, quindi, prendere con serietà la paura, ma poi occorre contrastarla con l’unico atteggiamento capace di superarla: l’amore. Se la paura decide per noi diventa rabbia, rivalsa, diffidenza o aggressività. Contrastiamo la paura, invece, anzitutto aprendoci all’amore perché questo genera una forza inaspettata, nuova e creativa, che ci rende capaci di cose grandi».

LA DIFFERENZA SOSTANZIALE TRA BUONO E BUONISTA

Il cardinale ha scritto così un manifesto per il “buonismo”? Zuppi è schietto, e persino eccessivamente franco, come il suo papa e dice: «Buonismo è fermarsi ad una buona azione che serve a te e non a chi sta male, è credere di far pace con la propria coscienza solo per un buon sentimento di attenzione all’altro, come se volere bene non comportasse farsi carico. I cristiani sono i primi a non trovarsi bene nella casa dei buonisti. Il samaritano è buono, non buonista….La compassione che lui vive, e che siamo chiamati a sperimentare anche noi, è quella che si fa carico, fino a cercare di risolvere il problema della persona sofferente….Il buonismo non risolve, si compiace troppo di sé, non si misura con la fatica della ricerca di soluzioni». Il libro di Zuppi (Odierai il prossimo tuo, editore Piemme) è una miniera di pensieri forti qui solo in parte riassunti. Mi interessa solo che chi mi legge, e leggerà il libro, immagini che si può non stare inerti di fronte alle brutture del mondo, ma che si può iniziare la grande rivoluzione contro l’odio. Assumendo il bene degli altri come realizzazione di sé, si può creare la via maestra per un nuovo umanesimo e quindi per una nuova politica.

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La situazione tra Iran e Usa dopo l’uccisione di Soleimani

Il Pentagono nega nuovi raid, ma manda 2.800 soldati in Medio Oriente. Teheran assicura di non volere una escalation, ma promette vendetta. Razzo su un aeroporto di Baghdad che ospita truppe americane.

Il Pentagono assicura che, almeno per il momento, non sono previsti altri raid aerei degli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane. Teheran da una parte, col suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, dichiara di non volere alcuna escalation, dall’altra, attraverso i Pasdaran e il presidente Rohani, manda chiari messaggi minacciosi all’America. E due razzi che colpiscono la superprotetta Green Zone di Baghdad, vicino all’ambasciata americana, e la base aerea di Balad, che ospita truppe americane, centrata da missili Katyusha. Non vi sono al momento notizie di vittime.La situazione in Medio Oriente, nel giorno in cui il feretro dell’eroe nazionale iraniano Qassem Soleimani è sfilato per le vie di Baghdad accompagnato dalla folla che gridava «morte all’America», sembra quella di una pentola a pressione pronta a esplodere.

NUOVI SOLDATI AMERICANI

La sensazione, al di là delle parole, è che però tiri un deciso vento di guerra. Così gli Stati Uniti hanno deciso di inviare circa 2.800 soldati a protezione delle sedi diplomatiche e degli interessi Usa nell’area, i punti nevralgici più sensibili a una rappresaglia iraniana che è impossibile pensare non arrivi. D’altra parte l’ambasciata americana a Baghdad era già stata assaltata da migliaia di manifestanti pochi giorni prima dell’uccisione di Soleimani.

INCONTRO IRAN-QATAR

Intanto il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha ricevuto a Teheran il suo omologo del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani. Zarif ha definito l’attacco Usa un «atto terroristico» che ha portato al «martirio» del comandante, ma ha anche aggiunto che «l’Iran non vuole tensioni nella regione, ed è la presenza e l’interferenza di forze straniere che causa instabilità, insicurezza e aumento della tensione nella nostra delicata regione».

IL QATAR PROVA A MEDIARE

Il Qatar, un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione, ospita la più grande base militare di Washington in Medio Oriente , e Al-Thani ha definito la situazione nella regione «delicata e preoccupante» e ha invitato a trovare una soluzione pacifica che porti a una de-escalation. Il ministro del Qatar ha incontrato anche il presidente iraniano Hassan Rohani, che aveva giurato vendetta per il sangue di Soleimani. L’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno interrotto ogni rapporto con il Qatar nel 2017, accusando Doha di appoggiare l’estremismo e promuovere legami con l’Iran, accuse che il Qatar ha sempre respinto.

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Quali sono le tappe per la procedura di impeachment di Trump

Dopo l'ok della commissione Giustizia, settimana prossima la Camera (a maggioranza dem) dovrebbe mettere il presidente in stato d'accusa. A gennaio il processo in Senato, dove è previsto che la maggioranza repubblicana lo scagioni.

Dopo l’ok della commissione Giustizia al voto sull’impeachment, sarà l’aula della Camera la settimana prima di Natale a decidere se mettere o meno Donald Trump in stato di accusa. Alla House of Representatives è necessario il 50% più uno di voti favorevoli per far proseguire la procedura. Considerato che i dem hanno la maggioranza alla camera bassa, il via libera è quasi scontato.

AL SENATO UN VERO E PROPRIO PROCESSO

A quel punto la palla passa al Senato, dove l’impeachment si configura come un vero e proprio processo al presidente in parlamento. Alla fine del dibattimento, con tanto di testimonianze e arringhe, si avrà il voto finale. Per far decadere il capo di Stato sono necessari due terzi dei voti, ma visto che il Senato è a maggioranza repubblicana è altamente improbabile che Trump perda la battaglia finale. Il processo si terrà a gennaio, un mese prima dell’inizio delle primarie.

La Casa Bianca ha fatto sapere che non parteciperà ad un procedimento che ritiene «infondato e illegittimo». La strategia di Trump e del suo partito sembra chiara: negare ogni accusa e trasformare il processo in una zuffa politica montando un ring da pugilato al Senato per un contro processo ai Biden. Il presidente sta già preparando il terreno insieme al suo avvocato personale Rudy Giuliani, che è andato in Ucraina per raccogliere informazioni sull’ex vicepresidente e su suo figlio nonostante sia emerso nell’indagine di impeachment come l’uomo chiave incaricato dal tycoon della campagna di pressione su Kiev.

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