Il sogno di Don Chisciotte

Domani il sipario del Teatro Verdi si leverà su Alessio Boni e Serra Yilmaz interpreti della drammatizzazione del capolavoro di Miguel Cervantes. Sabato alle ore 18,30 l’incontro con gli artisti per Giù la Maschera condotto da Peppe Iannicelli

Di OLGA CHIEFFI

“Don Chisciotte  – un pensionato tutto acciacchi e malandato, che sognava le avventure dei suoi libri di letture – piano piano, lentamente, perde il senno della mente e un bel giorno, stai a vedere, vuol partire cavaliere. Don Chisciotte della Mancia, col fedele Sancio Pancia, al cantar del primo gallo parte in sella al suo cavallo, vecchio, stanco, dormiglione quasi quanto il suo padrone. Magro, asciutto, zoppicante, si chiamava Ronzinante…..” Ci piace salutare con il ricordo di questa infantile filastrocca il ritorno della figura di Don Chisciotte al teatro Verdi di Salerno, da domani sera, alle ore 21, al 9 febbraio in pomeridiana alle ore 18. Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Niccolini, ci propongono “El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha” di Miguel de Cervantes, nella produzione della Fondazione Teatro della Toscana e Teatro Nuovo, con Alessio Boni nei panni di Don Chisciotte, Serra Yilmaz, un Sancho Panza en travestì e con loro in scena Marcello Prayer, Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico, oltre a Nicolò Diana, burattinaio del cavallo Ronzinante, artisti che saranno ospiti a “Giù La maschera”, condotto da Peppe Iannicelli, sabato alle ore 18,30 nel foyeur del massimo cittadino. La storia è più che nota e Don Chisciotte, ancora una volta, ci inviterà  a porre in discussione la certezza, la verità, la casa, le proprie radici per rimettersi sempre in gioco, per vivere nello spazio, senza misure, del mondo, ad armarci e partire per la giusta causa, anche se utopica. Chisciotte può dirsi un anarchico dell’esperienza, per lui la vita è come la ripetizione di un gioco. L’indefinitezza spaziale in cui si svolge il suo movimento del peregrinare, si risolve ogni volta nella totalità dell’istante. Dalla sua energia visionaria l’invito al venir-meno, a pervenire a quell’infinito eccesso che possa farci arridere all’impresa, ad uscire dalle nostri torri d’avorio “senza temere d’andar contro il torrente, poiché il volgo è in maggioranza” (Giordano Bruno), per affermare le idee in cui crediamo, per combattere chi vuol distruggere un sogno, un’illusione, risorgendo sempre, dopo ogni sconfitta. Invincibili sono gli innamorati, i suicidi, i “puri folli”, i poeti, i musici, chi riesce ancora ad incantarsi dinanzi ad una falce di luna, chi si dona agli altri senza secondi fini. L’istante di Chisciotte è infinito, il suo istante brucia il tempo, il suo destino umano resta sospeso all’aorgico, nessuna forza umana può comprenderlo in una definizione, e, per conseguenza, il confine tra gli opposti logici che delimitano in ogni momento la possibilità stessa di pensare ragionevolmente (possibile-impossibile, visibile-invisibile, vero-falso, male-bene, sapienza-insipienza, senso-non senso, si-no, verità-finzione), resta infinito, indecidibile e indeciso. Sulle tracce dell’anti-eroe Don Chisciotte potremo forse raggiungere la gloria, affrontando con lui la grande impresa, attraverso le antinomie in lotta, risultare vincente, in grado di guardare oltre la società reale che lo ha emarginato, magari insegnando all’uomo qualunque Sancio Panza, a ri-cominciare il romanzo, eterno invito a immaginare, verificare, scegliere, analizzare, inventare, ideare per conseguire folgorazioni e meraviglie inaudite e nuovi spegnimenti angosciosi in un avvicinarsi, tendere, aspirare continui, a qualcosa che sempre mancherà, che non si ottiene, anche se questo vorrà dire, forse, essere scambiati per pazzi, ma almeno non avremo rinunciato ad essere paladini dell’ideale, dei portabandiera di un sogno per il quale varrà la pena battersi, fino alla fine. 

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