Noi disabili discriminati anche nello shopping

La maggior parte dei negozi non è accessibile. E troppe volte le aziende si limitano a scuse e generiche promesse. Far annusare loro la possibilità di perdere del denaro in una causa potrebbe velocizzare il cambiamento culturale.

L’ultima volta che ho subito una discriminazione in quanto consumatrice è stato quest’estate. Avevo rimandato la prova costume fino al giorno prima della partenza per le vacanze nell’illusoria speranza di un dimagrimento last minute ma alla fine mi ero dovuta arrendere
all’evidenza: nessuno degli slip indossati l’estate scorsa era più della mia misura. Non avevo molto tempo così ho deciso di correre letteralmente ai ripari precipitandomi in un negozio di una famosa catena di intimo.

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SE IL NEGOZIO NON HA LA RAMPA

Arrivata all’ingresso, mi sono ritrovata di fronte a un gradino così alto che nemmeno Frida, la mia quattro ruote elettrica, sarebbe stata in grado di superare. Ho chiesto alla commessa se ci fosse una rampa rimovibile da appoggiare allo scalino per consentirmi di salire. Ovviamente mi ha risposto desolata di no.

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Per fortuna ero stata previdente e avevo in borsa un costume della giusta taglia. Gliel’ho prontamente consegnato, chiedendole la gentilezza di scegliere al mio posto alcuni modelli della stessa misura e del colore da me desiderato e portarmeli fuori dal negozio, affinché potessi scegliere quelli che preferivo con l’accordo di poterli sostituire nel caso, provandoli, non mi fossero andati bene. Lei mi ha assicurato che avrebbe sporto un reclamo all’azienda per segnalare la discriminazione ma non sono ancora tornata a verificare se la rampa sia arrivata oppure no.

TANTE VOLTE GLI ESCAMOTAGE NON BASTANO

Molto spesso di fronte a discriminazioni di questo tipo o simili escogito delle strategie per aggirarle e ottenere comunque il risultato desiderato.
Tuttavia questa modalità di gestione della criticità è profondamente sbagliata per almeno due motivi. Evitare l’ostacolo non significa eliminarlo e gli escamotage che adotto hanno comunque dei limiti che un accesso completo al bene o al servizio non avrebbe. Nel caso specifico ho potuto scegliere tra una gamma limitata di modelli – quelli che mi hanno mostrato – e non certo tutti quelli presenti in negozio. Inoltre, non potendo entrare, ho dovuto necessariamente provare a casa i capi che avevo comprato. Nonostante avessi confrontato le misure con un costume che già possedevo esisteva una piccola probabilità che non riuscissi a indossarli e ciò avrebbe comportato il disagio di tornare nel punto vendita a sostituirli.

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LA MAGGIOR PARTE DEI NEGOZI NON È ACCESSIBILE

La seconda ragione è più importante. Non essere intervenuta per cercare di eliminare quella barriera architettonica comporterà disagi anche al prossimo consumatore o consumatrice con disabilità (ma anche con una stampella o in età avanzata) che in quel negozio non potrà entrare. Lì come anche in molti altri esercizi commerciali. A Milano, capitale della moda e del design, per esempio, nel 2017 9 negozi su 10 risultano non accessibili a clienti disabili. Bisogna quindi agire al più presto per migliorare la situazione.

COME SI PUÒ RISPONDERE

Alcune amministrazioni comunali negli ultimi anni hanno promosso progetti di sensibilizzazione rivolti agli esercenti. Qualche esempio? In città come Verona, Reggio Emilia, Ferrara e Pordenone sono state realizzate iniziative volte alla promozione di competenze in materia di accessibilità dirette ai negozianti, con il coinvolgimento e la collaborazione di altri attori territoriali come alcune importanti associazioni di commercianti (Confcommercio e altre) o le scuole. Ma noi persone con disabilità cosa possiamo fare in situazioni del genere? Inviare un richiamo scritto all’azienda è un primo passo ma purtroppo potrebbe non essere sufficiente. Dubito che il potenziale rischio di perdere quel cliente sia sufficiente a fare adottare politiche e prassi in linea con il rispetto delle pari opportunità per tutti.

L’AIUTO DEL SIDIMA

Appoggiarsi a un’associazione di consumatori o specificatamente delle persone con disabilità è un buon modo per difendere, oltre che i nostri diritti in quella circostanza specifica, anche quelli di tutti gli altri potenziali fruitori di quel bene o servizio. Il Servizio Legale Antidiscriminazione della Sidima (Società Italiana Disability Manager), per esempio, offre gratuitamente ai soci una consulenza (anche telefonica o via Skype) e la prima lettera di diffida. È possibile poi continuare a usufruire del loro sostegno a pagamento. Superando.it riporta il caso di una donna in sedia a rotelle che aveva rinunciato all’acquisto di un capo di abbigliamento perché non era riuscita a provarlo, essendo il camerino del negozio troppo stretto. Dopo aver inoltrato due segnalazioni all’azienda e ricevuto in cambio solo scuse e generiche promesse di risoluzione del problema ha chiesto aiuto a Sidima ottenendo un risarcimento di 1.000 euro, il pagamento delle spese legali e, soprattutto, l’installazione di un camerino più grande all’interno del negozio.

SBORSARE DENARO PUÒ ESSERE UN BUON INIZIO

Sicuramente il cambiamento che bisogna innescare è di tipo culturale e politico. Ben venga dunque la sensibilizzazione dei commercianti e, perché no, delle amministrazioni locali. Sappiamo però che il senso comune per modificarsi necessita di tempo. Far annusare la possibilità di perdere del denaro a causa di una condotta discriminatoria potrebbe velocizzare questo processo di cambiamento. Pensiamoci la prossima volta che andiamo a fare shopping!

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Violenza sulle donne, disabilità e omertà: storie di ordinario orrore

Nel Barese una 36enne con deficit mentale sarebbe stata abusata senza che nessuno denunciasse l'accaduto. Una via per evitare il perpetuarsi di questo dramma c'è. Basta volerla seguire.

Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, dovrebbe ricorrere 365 giorni l’anno. Ne abbiamo un estremo bisogno perché, nonostante l’approvazione del Codice Rosso, la percezione è che questo crimine non abbia mai fine.

NESSUNO SI È ACCORTO DEGLI ABUSI?

Nel Barese, una donna con disabilità cognitiva di 36 anni è stata abusata, si sospetta, per un lungo periodo di tempo. Non si hanno maggiori dettagli sull’accaduto e non è nemmeno nota l’identità dell’aguzzino o degli aguzzini. A denunciare gli abusi, riporta il quotidianoitaliano.com, è stata la madre della donna, Carmela, che però non vive con lei. Le è stato tolto l’affidamento della figlia a causa di un passato di povertà e degrado e ora abita e in una comunità in Campania. Carmela ha raccontato di aver sporto tre denunce ma che la figlia sarebbe stata portata al pronto soccorso solo dopo l’ultima. Se confermata, la cosa sarebbe grave. Ma le mie perplessità non finiscono qui. Una persona con disabilità è generalmente seguita da molti ruoli professionali: educatori, psicologi, assistenti sociali. Possibile che nessuno si sia accorto di ciò che stava avvenendo?

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UNA RESPONSABILITÀ CONDIVISA

E poi ci sono i vicini di casa. La donna e il padre a cui era stata affidata si presume non vivessero sul cucuzzolo di una montagna ma in un centro abitato. Eppure nessuno pare abbia visto, sentito, percepito nulla. Come hanno fatto a non notare niente di strano? Non si è trattato di giorni, ma di mesi se non addirittura anni di abusi. Mi pare che in questa vicenda ci siano molte responsabilità da chiarire. Ma ciò che più spaventa sono stati l’omertà e il lassismo di quasi tutti gli attori di questo dramma, eccetto Carmela.

LA VIOLENZA NON È MAI UNA QUESTIONE PRIVATA

La violenza contro le donne viene ancora troppo spesso considerata una questione privata, che non deve uscire dalle mura domestiche. I panni sporchi si lavano in famiglia, ci ricorda il proverbio. Forse alcuni non sanno come intervenire, magari temono che una loro mossa peggiorerebbe la situazione in cui si trova la vittima. Invece la violenza, di genere e non, non appartiene alla sfera privata ma ci riguarda tutti in quanto cittadine e cittadini. Per questo l’intervento dev’essere sistemico e indirizzato all’intera comunità. E certamente bisogna prendere in carico gli uomini maltrattanti, proponendo loro percorsi di riabilitazione, ché “la galera”, se adottata come unico rimedio, non serve a cambiare un uomo (anzi, spesso lo peggiora).

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AUMENTARE LE COMPETENZE SULLA FISICITÀ

Infine, ma non per ultimo, dovremmo tutelare di più le donne, tutte e in particolare quelle con disabilità cognitiva. Vanno forniti più strumenti per aumentare le competenze sulla loro fisicità, per riuscire a distinguere quando un contatto fisico è desiderato e quando invece diventa una molestia e per capire quali sono i modi più efficaci di comunicare i propri vissuti e chiedere aiuto. Denunciare una violenza significa aprire una possibilità di salvezza per la donna che la sta subendo e un’opportunità di cambiamento per il suo aggressore. Non farlo vuol dire contribuire al suo perpetuarsi. Noi da che parte scegliamo di stare?

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L’Ue dà la parola ai disabili: adesso tocca a noi

L'Europa non è una entità astratta, anzi. Ora ci invita a rispondere a un questionario per valutare le nostre condizioni, le aspettative e gli ostacoli. Un dialogo istituzioni-cittadini che dovrebbe essere da esempio per la politica.

Se qualcuno vi chiedesse informazioni rispetto alla strategia dell’Unione europea sulla disabilità 2010-2020 sapreste rispondere? Io, lo confesso, sarei in difficoltà. So che è uno dei più importanti documenti politici a livello comunitario in questo campo, ne ricordo in generale gli obiettivi e le aree di intervento ma le mie conoscenze non si spingono molto oltre. Poi, quando mi capita di usare il contrassegno del parcheggio, o in occasione della giornata europea delle persone con disabilità o ancora ogni volta che mi ripropongo di richiedere la tessera europea d’invalidità per viaggiare più agevolmente all’interno degli Stati membri, mi ritorna alla mente “mamma Europa” e il fatto che tutte queste opportunità di cui oggi godo sono merito suo.

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L’UE HA DECISO DI CONSULTARE NOI DISABILI

Ma quali sono le politiche europee in materia di disabilità? Quali le principali linee strategiche e i più importanti risultati raggiunti? Facciamo fatica, per lo meno io, a non considerare l’Unione europea come un’entità astratta e lontana, che c’entra ben poco con la vita reale. Niente di più sbagliato visto che influisce sulla nostra quotidianità attraverso leggi, provvedimenti e promozione di buone prassi. Ma c’è di più. L’Europa ha deciso di consultarci. Vuole sapere qual è la nostra valutazione rispetto alla condizione in cui ci troviamo noi persone con disabilità, la conoscenza che abbiamo delle politiche europee a nostro favore, l’impatto della strategia a livello nazionale, europeo e mondiale, gli ostacoli al conseguimento degli obiettivi e le nostre aspettative per il futuro. Lo sta facendo attraverso un questionario che potete scaricare qui o richiedere via email all’indirizzo EMPL-C3-CONSULTATION@ec.europa.eu.

UN METODO CHE ANDREBBE ALLARGATO A TUTTI

Io ho partecipato. La compilazione richiede un po’ di tempo perché le domande sono molte ma, dopo averlo completato e inviato, mi sono sentita soddisfatta e quasi commossa. Non sono abituata a essere interpellata da alti livelli istituzionali e penso che, in generale, noi persone con disabilità (ma lo stesso vale per tutti i cittadini, con o senza disabilità) non siamo avvezze a venire coinvolte nei processi decisionali e gestionali che ci riguardano, né in sede di ideazione e progettazione, né al momento della valutazione dell’efficacia. Quando mai in Italia è successo che i rappresentanti politici ci abbiano chiesto di valutare l’impatto del loro operato sulle nostre vite? Mai, credo.

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SERVE UN DIALOGO COSTANTE TRA ISTITUZIONI E CITTADINI

È vero che il voto rappresenta la cartina di tornasole del grado di soddisfazione della popolazione ma le preferenze indicate nell’urna non entrano nel merito dell’analisi sull’operato di un governo. Invece sarebbe proprio da questo che bisognerebbe partire, dal dialogo e dal confronto continui tra il “basso” e l’”alto”. La politica dovrebbe sempre partire dal basso, dalle persone: ascoltare la loro voce e stimolarla, se necessario.
Talvolta i nostri rappresentanti ricevono le associazioni di persone con disabilità ma non sempre questo è sufficiente. In Unione europea l’hanno capito benissimo ed è per questo che al questionario sono invitati a rispondere le persone con disabilità, le loro famiglie, gli attivisti ma anche le istituzioni, il Terzo Settore e le aziende che lavorano nel campo della disabilità.

SOLO COSÌ GLI INTERVENTI SARANNO DAVVERO UTILI

Promuovere la partecipazione alla vita politica, sociale ed economica significa riprogrammare le linee d’indirizzo, gli obiettivi, le strategie e gli strumenti per raggiungerli coinvolgendo i diretti interessati e coloro che costituiscono la loro rete sociale di riferimento. Chiedere loro di offrire un riscontro sulla qualità dell’operato delle istituzioni, sui risultati, sugli aspetti critici e sulle aspettative è fondamentale per realizzare interventi che siano davvero utili. E anche il resto della cittadinanza servirebbe fosse interpellata perché le priorità di chi è socialmente più “fragile” sono potenzialmente importanti per tutti.

ORA STA A NOI DIVENTARE PROTAGONISTI

Trasformare le persone con disabilità e le loro reti di riferimento da destinatari di intervento a protagonisti delle azioni a loro rivolte è la direzione che cerca di prendere l’Ue quando interpella i suoi cittadini. Credo che anche i nostri governanti dovrebbero prendere spunto da questa consultazione per pensare a nuove modalità di dialogo e collaborazione. Ma anche noi ci dovremmo dare una svegliata senza delegare le questioni che ci pertengono solo alle associazioni che ci rappresentano. Conosciamo troppo poco sulla strategia dell’Unione europea sulla Disabilità. Ne danno notizia per lo più i media di settore ma l’impressione è che, tra i più, non se ne sappia molto. Le informazioni in merito dovrebbero essere diffuse capillarmente ma penso che, prima ancora, dovremmo imparare a sentirci cittadini con disabilità europei, oltre che italiani. Da parte dell’Unione, come abbiamo visto, c’è la volontà di renderci partecipi in merito alle politiche a nostro favore. Ora tocca fare la nostra parte perché una relazione, per definizione, non è mai unidirezionale e necessita del contributo di tutte le parti per produrre risultati efficaci.

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Cosa mi aspetto dal governo Conte bis per noi disabili

Il premier ha cominciato il suo secondo mandato col piede giusto incontrando una delegazione delle organizzazioni e assumendo le deleghe dal ministero della Famiglia. Ora però, archiviata l'era salviniana, deve passare ai fatti.

Dal governo appena insediato mi piacciono due cose: che Matteo Salvini e la Lega non ne facciano parte e che le deleghe alla Disabilità siano passate dal ministero della Famiglia alla presidenza del Consiglio. Spero che sia l’inizio di un nuovo capitolo, per quanto riguarda le politiche e l’attenzione nei confronti delle persone con disabilità.

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Il primo governo Conte è stato uno dei più biechi e pelosi nei nostri confronti. Non ho mai sentito parlare tanto di disabilità come durante l'”era glaciale” (perché agghiacciante) gialloverde. Vero, in passato, con altre forze politiche al potere, le priorità e i diritti dei cittadini disabili erano in fondo all’agenda. Le persone con disabilità parevano essere diventate invisibili o essersi addirittura estinte.

Un ministero ad hoc non aveva senso perché noi persone con disabilità non siamo alieni. Rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”, è vero, ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a esigenze di tutti

Devono averlo creduto i ministri di allora, altrimenti non potrebbero essere giustificate certe politiche assolutamente inefficaci quando non addirittura scellerate (ricordiamo anni in cui, tanto per citare un esempio, il Fondo per la Non Autosufficienza è stato completamente azzerato).

L’ex ministro per la Famiglia e la Disabilità, il leghista Lorenzo Fontana.

L’ERA SALVINIANA NON CI HA RISPARMIATO NEMMENO L’OBLIO

Non è stato simpatico, in quei tempi, accorgerci sulla nostra pelle che per i rappresentanti politici di turno noi cittadini con disabilità contavamo meno di zero. Ma almeno sulle questioni che ci riguardavano regnava un silenzio condiviso. L’era salviniana invece non ci ha risparmiato nemmeno l’oblio: siamo stati usati come oggetto di propaganda, ci hanno fatto credere di essere una delle loro priorità ma di fatto ci hanno concesso solo briciole nella speranza di ammansirci e accaparrarsi i nostri voti. Che schifo. Ora vedremo cosa accadrà con il nuovo esecutivo.

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NOI DISABILI SIAMO PRIMA DI TUTTO CITTADINI

A parte il fatto che durante i suoi 14 mesi di vita non ho visto il ministero della Disabilità particolarmente attivo, continuo a ribadirne l‘inutilità. Non aveva senso di esistere perché le persone con disabilità sono cittadini come tutti gli altri che devono solo essere messi in condizione di usufruire delle stesse opportunità di cui gode il resto della popolazione. Anche le priorità sono le medesime, non siamo alieni anche se è vero che rappresentiamo uno scarto dalla cosiddetta “normalità”. Ma gli scarti sono importanti perché danno risalto a questioni ed esigenze comuni a tutti.

La cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza


Un esempio? Riprogettare l’impianto urbano secondo i principi della Progettazione Universale, che non significa solo abbattere le barriere architettoniche: non può essere ritenuta un politica ad hoc per noi persone con disabilità ma, al contrario, sarebbe di giovamento alla comunità. Lo stesso discorso vale per il lavoro, tanto è vero che oggi il ruolo del disability manager si sta trasformando in diversity manager, ovvero un esperto nella gestione delle differenze individuali in ambito aziendale, non specificatamente legate alla presenza di una condizione di disabilità.

UN PRIMO PASSO IMPORTANTE

Se un ministero ad hoc è inutile, invece la delega in materia di disabilità in capo al premier Giuseppe Conte mi sembra potenzialmente una buona strategia. Un ministero per la Disabilità, oltre a essere ghettizzante e quindi pericoloso, favorisce il meccanismo della delega. Promuovere politiche innovative che puntino a una reale partecipazione delle persone con disabilità alla vita, sociale, politica ed economica di questo Paese dovrebbe e deve essere l’obiettivo di tutti i ministeri, ognuno secondo le competenze specifiche attinenti alla sua materia.

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IN ITALIA SERVE UNA SVOLTA RADICALE

Fatto salvo questo, prevedere una regia è sensato, a patto che sia di sostanza e non di forma. Ha senso perché in Italia urge più che mai una svolta radicale nel modo in cui vengono considerate le persone con disabilità. In generale, a parte poche illuminate eccezioni, la cultura e le politiche a nostro favore sono ancora troppo intrise di assistenzialismo e tamponamento dell’emergenza. Ogni tanto, di fronte a criticità lampanti e inderogabili, si interviene con qualche singolo provvedimento a mettere pezze ma non certo a risolverle.

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Il premier Giuseppe Conte.

CHIEDIAMO PROTAGONISMO E AUTODETERMINAZIONE

Servono linee politiche e strategiche di ampio respiro, non singole leggi o provvedimenti pensati per scalfire la punta dell’iceberg ma non certo per gestirne l’imponente massa che rimane sott’acqua. Abbiamo bisogno di qualcuno che osi rischiare e ribalti la prospettiva generale da cui si guardano e gestiscono le questioni che ci riguardano. È necessaria una rivoluzione culturale che investa sia i vertici sia la base del potere, cioè gli elettori: per troppo tempo siamo stati considerati oggetti di intervento, ora vogliamo riconoscerci e veder riconosciuti il nostro protagonismo e la nostra autodeterminazione. Chiedo al nuovo governo di non arroccarsi su un piedistallo per lanciarci ogni tanto qualche occhiata furtiva, ma di sedere al tavolo con noi, ascoltare la nostra voce per collaborare e promuovere una nuova cultura della disabilità e riformulare interamente le politiche a nostro favore. Le sfide sono tante, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

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SIGNOR PREMIER, ORA PASSI DALLE PAROLE AI FATTI

Devo ammettere che Conte, sotto questo aspetto, ha iniziato con il piede giusto, incontrando una delegazione di organizzazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, per un primo confronto in sede di consultazioni. Ho apprezzato molto questo gesto che sembrerebbe andare nella direzione tracciate dalla Convenzione Onu che traccia le basi per una reale collaborazione con le rappresentanze dei cittadini con disabilità. È stato un bel buongiorno. Mi auguro che a questo primo segnale positivo ne seguano altri altrettanto utili. Durante gli ultimi mesi siamo stati inondati di vacue parole. È giunto il momento di passare ai fatti.

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