Compagno di classe tutor: maneggiare con cautela

Il sostegno agli alunni con disabilità da parte di un pari è una bella idea per quanto riguarda lo studio. Per la socializzazione sarebbe meglio coinvolgere l'intera classe. Per evitare che si generino ulteriori pregiudizi.

La partecipazione degli studenti con disabilità alla vita scolastica non è sempre scontata e semplice.

È di questi giorni la pubblicazione dell’Atto di indirizzo politico – istituzionale per l’anno 2020 in cui viene dedicato spazio anche al tema dell’inclusione degli studenti disabili, punto di forza storico della scuola italiana ma che negli ultimi anni sta soffrendo di criticità dovute principalmente allo scarso numero di insegnanti di sostegno specializzati e alla possibilità di continuità didattica che molto spesso non riesce a essere garantita.

La ministra Lucia Azzolina ha rinnovato l’impegno del governo a migliorare la situazione e noi ci auguriamo che la scuola italiana possa tornare a essere un fiore all’occhiello per tutto ciò che concerne l’inclusione degli studenti con disabilità. Anche oggi però esistono delle realtà virtuose che spuntano come fiori preziosi nel deserto generale di risorse.

IL PROGETTO DEL BESTA DI TREVISO

Una di queste è il progetto Tutor amicale, al via in questi giorni presso l’Istituto Besta di Treviso e nato dalla collaborazione con l’Università degli Studi di Padova e Agostino Squeglia, genitore di un ragazzo con disabilità. L’iniziativa è ispirata all’esperienza dell’Emilia-Romagna dove il tutor amicale, idea del pedagogista Sergio Neri, è già attivo da anni.

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Al Besta cinque studenti maggiorenni stanno formandosi per poter affiancare altrettanti compagni con disabilità con difficoltà di inclusione. I tutor li supporteranno a titolo volontario sia nello studio (in classe e a casa), sia nella costruzione e nel potenziamento delle relazioni sociali e amicali in ambito scolastico ed extra scolastico fino al termine delle lezioni. Il progetto riprenderà poi a settembre e durerà l’intero anno scolastico.

UN RAPPORTO DI COMPLICITÀ IMPOSSIBILE CON UN INSEGNANTE

Penso che la relazione peer to peer sia potenzialmente uno strumento molto utile allo sviluppo di processi orientati al dialogo e alla collaborazione. Uno studente di quarta o quinta superiore non è un adulto ma è comunque già esperto delle dinamiche relazionali e comunicative che possono generarsi a scuola, oltre a possedere generalmente anche una certa competenza di gestione autonoma dello studio. In questo senso, se opportunamente formato, può diventare una valida guida sia per chi è più giovane che per i coetanei. Al contempo però non è un insegnante quindi è più facile che si crei quel rapporto di complicità che, se opportunamente usato, facilita il percorso di sostegno.

IL TUTOR PER LA SOCIALIZZAZIONE PUÒ ESSERE UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Per questo lo ritengo un progetto potenzialmente molto utile e speriamo venga preso a modello e replicato anche in altre scuole sul territorio nazionale. L’unica perplessità che ho è legata al ruolo del tutor, per come mi sembra sia stato pensato, in rapporto all’obiettivo di promuovere la costruzione di occasioni di socializzazione per gli studenti con disabilità. Se infatti l’affiancamento al singolo alunno disabile è pertinente rispetto allo scopo di migliorare il suo livello di apprendimento e progressiva autonomia nello studio, la presenza del tutor come «generatore di occasioni di socializzazione» per il singolo/a adolescente disabile potrebbe essere un’arma a doppio taglio.

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Infatti il rischio è che questo ruolo, se rivolto solo agli alunni con disabilità, venga considerato dagli altri come un’ulteriore conferma della diversità dei loro compagni e quindi un potenziale elemento che rafforza lo stigma al posto di contrastarlo. Del resto il processo di tipizzazione attraverso cui si generano i pregiudizi nei confronti di chi è considerato diverso dalla norma si sviluppa sempre all’interno di una relazione, pertanto sarebbe utile “lavorare” con entrambe la parti che interagiscono.

TUTOR AMICALI, MA DELL’INTERA CLASSE

Seguiremo il progetto da lontano per capire come si realizzerà concretamente. Personalmente avrei diversificato i ruoli degli studenti che parteciperanno alla formazione, prevedendone uno deputato solo al sostegno didattico, da affiancare ad personam al singolo alunno disabile e l’altro di supporto alla socializzazione e rivolto all‘intero gruppo classe in cui l’alunno è inserito. Infatti sono le dinamiche di classe che devono essere monitorate costantemente e reindirizzate quando si osservano modalità discorsive e relazionali orientate al conflitto, all’esclusione e alla stigmatizzazione.

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Sarebbe auspicabile che i “tutor amicali” diventassero “tutor amicali di classe” e fossero formati per diventare sia “sentinelle” attente a cogliere reali o potenziali dinamiche di esclusione sia facilitatori di relazioni orientate al dialogo, alla collaborazione e all’inclusione di tutti, non solo quindi degli studenti con disabilità, all’interno della classe o, perché no, tra classi differenti. Forse questa potrebbe essere una proposta da prendere in considerazione per un possibile futuro sviluppo del progetto, già ora molto utile e costruttivo. Non ci resta che augurare un grande in bocca al lupo ai futuri tutor amicali del Besta di Treviso ma anche ai docenti, alla dirigente scolastica e alla vicepreside che li sostengono in questo utile percorso. 

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La “sparata” di Attilio Fontana e il tracollo del welfare lombardo

Il commento del governatore lombardo ai risultati elettorali in Emilia-Romagna è inaccettabile. Tanto più se pronunciato da chi amministra una Regione che sta affossando i diritti dei suoi cittadini disabili.

Assistere alla propaganda politica leghista in periodo elettorale è come andare al mercato: ce n’è sempre per tutti i gusti. Naturalmente la recente trasformazione di Matteo Salvini in un inviato delle Iene al citofono di una famiglia di origine tunisina a Bologna, con buona pace degli agenti delle forze dell’ordine presenti ha spopolato in Rete ma le dichiarazioni rilasciate da Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, e successivamente ritrattate in Facebook non sono da meno. Chi fa l’editorialista teme fortemente parole come quelle uscite dalla bocca di Fontana perché mettono in serio pericolo il suo lavoro: non lasciano spazio alle opinioni, si commentano da sole.

Ciò che potremmo scrivere rischierebbe di diventare tautologico, una mitragliata contro la Croce Rossa. Secondo l’opinione del presidente per vincere in Emilia-Romagna la sinistra ha dovuto «portare ai seggi» addirittura «gente di più di 100 anni» e «disabili accompagnati con i pulmini». Forse l’onorevole, invidioso della “sparata” autunnale di Beppe Grillo, non vedeva l’ora di non essere da meno. I simili fanno a gara di emulazione. Oppure è stato colto da un momento di confusione e qualcuno dovrebbe ricordargli che il regime fascista con le sue leggi razziali è finito da un pezzo.

Oltretutto gli rammentiamo che anche in Lombardia è previsto un servizio di accompagnamento ai seggi. Dovremmo forse pensare che anche la Lega, attualmente al governo in Regione, pur di accaparrarsi voti sia stata costretta ad accompagnare a votare “addirittura” cittadini con disabilità e elettori in età avanzata? Direi proprio che sarebbe preferibile credere che i governatori lombardi, a discapito della loro “fede” leghista, si siano fatti garanti di un diritto che dovrebbe essere universale, adempiendo del resto a un loro dovere.

PER FONTANA L’ERRORE È STATA SOLO «L’ESTREMA SINTESI»

Non sono particolarmente curiosa di scoprire da quale teoria personale abbia avuto origine l’incredulità nel vedere dei cittadini italiani esercitare il loro diritto di voto ma, nel dubbio, mi permetto di consigliare a Fontana di ripassarsi (sperando che di ripasso si tratti) l’articolo 48 della Costituzione italiana. Ma appunto poi, quando la frittata era ormai stata fatta e la figura di m*** pure, è arrivata l’immancabile smentita, il chiarimento su Facebook e le scuse: nessun attacco a persone anziane e disabili – ha assicurato – la sua è stata solo «un’estrema sintesi» sul risultato delle elezioni. Ovvero? Semplice, la sinistra in Emilia-Romagna, pur di accaparrarsi voti, s’inventa niente popò di meno che garantire a tutti il godimento di ben due diritti, di voto e di accessibilità.

UN WELFARE CHE IGNORA LE NECESSITÀ PERSONE DISABILI

Come se la passano invece le persone con disabilità residenti in Lombardia, roccaforte leghista? Bisogna proprio dirlo, le attuali politiche lombarde a nostro favore brillano come stelle nel panorama politico italiano e si distinguono per acume e lungimiranza. Ne sanno qualcosa le famiglie delle persone con disabilità residenti nella regione, scese in piazza per ringraziare accoratamente la giunta di aver approvato, lo scorso 23 dicembre – giusto nel periodo in cui si è tutti troppo occupati dalle compere natalizie perché qualcuno si interessi alle “inchiappettate” che talvolta ci regalano i nostri politici – una delibera per approvare il Piano regionale per la non autosufficienza.

Il provvedimento avrebbe introdotto nuovi stringenti criteri e requisiti per il percepimento del contributo ricavato dal Fondo regionale per la Non Autosufficienza destinato alle persone con disabilità grave e gravissima e ne avrebbe ridotto gli importi, nonostante i fondi governativi destinati alla disabilità siano aumentati. Per fortuna, grazie a una lettera firmata da alcune associazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità, di cui Ledha è prima firmataria, alla mobilitazione di piazza e a due mozioni, rispettivamente presentata dal Pd la prima e dai capigruppo di Lega e Forza Italia la seconda, qualcosa si sta muovendo. Fonti interne dell’assessorato al Welfare lombardo assicurano che la delibera sarà migliorata. Vedremo se alle buone intenzioni seguiranno fatti concreti.

MENO ASSISTENZA E SOLDI PER I SERVIZI DEDICATI ALLA DISABILITÀ

Ma Regione Lombardia ha pensato anche a come eliminare alla radice i problemi di incontinenza dei residenti disabili e anziani, riducendo la quantità e la qualità dei prodotti di assorbenza come pannoloni e traverse salva materasso forniti dal sistema sanitario regionale. Forse la speranza degli amministratori lombardi è che il fenomeno dell’incontinenza diventi direttamente proporzionale alla quantità di forniture erogate. Ricordiamo anche il progetto Dama dell’ospedale San Paolo a Milano, struttura pubblica d’eccellenza per quanto riguarda le cure odontoiatriche rivolte ai pazienti con disabilità che rischia la chiusura per mancanza di risorse umane ed economiche.

In quanto presidente della Lombardia, Fontana dovrebbe accorgersi delle condizioni in cui sono costretti a vivere i suoi corregionali con disabilità

La Regione deve aver capito che a noi disabili i denti non servono perché non siamo stati concepiti per nutrirci del cibo terreno, bensì dell’Amore Universale che è più economico e rende belli e snelli da morire. Le tre falle del welfare lombardo citate sopra non sono propriamente irrisorie bazzecole. Penso quindi che, in quanto presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana dovrebbe cercare di rimuovere le travi che impediscono al suo occhio di accorgersi delle condizioni in cui sono costretti a vivere i suoi corregionali con disabilità prima di puntare il dito contro presunte pagliuzze negli occhi altrui.

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Disabili e app per incontri: istruzioni per l’uso

Il corteggiamento 2.0 permette di tenere nascosta la propria condizione, almeno all'inizio. Eppure così facendo ci si autocondanna al pregiudizio. Qualche dritta per i "normaloidi"? Fateci domande, non comportatevi in modo strano al primo appuntamento. E, soprattutto, dateci una chance. Ma questo vale per tutti.

Cari lettori con disabilità, recentemente ho letto un articolo di Josh Galassi, editorialista con disabilità motoria, intitolato «5 dritte per parlare con le persone disabili sulle app di incontri (È più facile di ciò che pensate)».

Josh usa o ha usato i social per conoscere i propri partner o, per lo meno, il suo attuale compagno.

LE APP DI INCONTRI SONO DAVVERO UNA MANNA DAL CIELO?

Scrive che per molte persone con disabilità social app e social network possono essere una «manna dal cielo» perché «ci danno la possibilità di parlare con persone che potrebbero altrimenti non degnarci di uno sguardo (a meno che ovviamente non ci stiano fissando ma, in questi casi, solitamente la ragione per cui lo fanno è ben diversa da quella per cui desidereremmo essere guardati)». «È duro ma vero», sentenzia.

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Ovviamente i suoi consigli sono rivolti ai normaloidi. I primi due sono: «Non aspettatevi che vi riveliamo subito di essere persone con disabilità» e «Non sparite come fantasmi subito dopo che l’altro vi ha detto di essere disabile». Lui stesso ammette di non rivelare solitamente subito la propria “identità disabile” perché desidera che gli altri guardino lui come persona prima che la sua disabilità. Tra l’altro racconta che, dopo aver rivelato a un ragazzo di essere disabile, lui è sparito.

NASCONDERSI SIGNIFICA CEDERE AL PREGIUDIZIO

È vero, spesso la disabilità è una condizione che viene connotata negativamente ma sono anche convinta che quando scegliamo di nasconderla, seppur nella fase iniziale della conoscenza, forse è perché in fondo in fondo a questa teoria un poco crediamo anche noi. Comprensibile, d’altronde il pregiudizio che ci connota come sfigati ha lavorato per millenni e continua a produrre i suoi frutti. Ma possiamo liberarcene. Come? Per esempio iniziando a condividere con l’interessato una fotografia che ci ritrae in splendida forma e in abbigliamento sexy a bordo della nostra sedia a rotelle, in compagnia del nostro cane guida o mentre indossiamo un impianto cocleare nuovo di zecca.

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Penso che la disabilità sia una condizione neutra, come il colore degli occhi e dei capelli, il peso o la statura. Siamo noi a darle una connotazione positiva o negativa (o neutra, appunto) a seconda del punto di vista (o teoria) che adottiamo quando la osserviamo. Magari, scegliendo di mostrarci all’altro per quel che siamo, condizione fisica e/o sensoriale compresa, verremo stupiti dalla sua reazione positiva. «E se invece poi il/la nostr* potenziale futur* partner sparisce davvero?», chiederete voi. Rallegratevi della vostra nuova scoperta: avete il dono della magia! Ora non vi resta che scoprire se funziona anche con chi vi rompe le scatole! La terza dritta che Josh offre agli “abili” è: «Bilancia le tue domande (vale a dire, non farle tutte sulla disabilità)». Anche questo consiglio ha un fondo di verità: in effetti discorrere solo di un unico tema potrebbe essere un po’ noioso.

CHIEDETECI IL PIÙ POSSIBILE DELLA NOSTRA DISABILITÀ

Tuttavia vi lancio una provocazione: incoraggiate il più possibile l’altr* a chiedervi informazioni sulla vostra condizione fisica soprattutto nella prima fase della vostra conoscenza. L‘ignoranza, intesa come mancanza di informazioni corrette, è infatti terreno fertile per la generazione di stereotipi, false teorie e luoghi comuni. Per chi vi sta conoscendo potreste essere un’occasione per iniziare a guardare le persone disabili attraverso lenti diverse da quelle che aveva finora utilizzato. E poi…continuando a spronare l’altro/a a farvi domande sulla vostra disabilità, finirà con stancarsi di questo tema e inizierà a informarsi sulle vostre posizioni sessuali preferite, che magari è proprio il punto in cui volete arrivare.

NIENTE STRANEZZE AL PRIMO APPUNTAMENTO

Il quarto consiglio per gli amici normodotati è: non rendere strano il primo appuntamento. Il nostro Josh raccomanda loro di comportarsi normalmente e di essere consapevoli di dove stanno guardando e delle espressioni facciali che assumono quando guardano per la prima volta l’altr* con disabilità. Lo capisco, il prefisso “dis” di “disabilità” ha un valore peggiorativo e indica un difetto, una malformazione o alterazione di qualcosa. Quelle tre lettere ci entrano nel sangue ed è difficile, anche per noi, liberarcene. Siamo così sensibili alle reazioni degli altri quando guardano il nostro corpo o i nostri movimenti perché in fondo forse anche noi li troviamo fuori dalla norma. Purtroppo e nostro malgrado, siamo tutti figli e figlie del modello medico. Per questo motivo potrebbe succedere che qualcuno tra gli “abili” si meravigli di alcune nostre caratteristiche fisiche o qualità di movimento.

Il prefisso “dis” di “disabilità” ha un valore peggiorativo e indica un difetto, una malformazione. Quelle tre lettere ci entrano nel sangue ed è difficile, anche per noi, liberarcene

Tuttavia consigliare loro di non farlo non serve a molto. Iniziamo noi a modificare il modo in cui spesso ci guardiamo e forse si modificherà anche la prospettiva da cui ci osservano. Se ciò non bastasse due frecciatine ironiche al punto giusto dovrebbero bastare a riassestare il loro sguardo, ripristinare la loro mimica facciale abituale e soprattutto a far loro capire di che pasta siamo fatti. Se doveste scoprirli immuni a questi vostri potenti farmaci, lasciateli perdere. L’evoluzione della specie farà il resto.

DATECI UNA CHANCE. MA QUESTO VALE PER TUTTI

L’ultima dritta per gli abiloidi è: «Dateci una chance». Penso che questo valga per tutti. Diamoci una chance, persone con disabilità e non, per liberarci dagli stereotipi reciproci e per stupirci sia di noi stessi che gli uni degli altri.

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Quando i licei usano il classismo per cercare iscritti

Quello dell'istituto romano di via Trionfale non è un caso isolato. Da Genova a Milano: i precedenti.

Discriminazione e classismo per aumentare le iscrizioni. Il caso dell’istituto romano di via Trionfale, che nella presentazione riportava una dettagliata descrizione di come tra i vari plessi siano divise le classi sociali di appartenenza degli studenti, non è isolato. Open day e corsa alle iscrizioni hanno spinto gli istituti a stare sempre più sul mercato e, ormai alle prese con la carenza di fondi, a cercare di intercettare la domanda dei genitori e aumentare gli studenti. Una domanda variabile a seconda delle zone alla quale le scuole rispondono con presentazioni accattivanti basate sui Rav, ovvero i Rapporti di Autovalutazione, un mix di dati statistici, informazioni didattiche e intenti promozionali. In genere ci si limita a descrivere l’offerta sia didattica che extra e gli ambienti scolastici. Ma non sempre.

I CASI DEGLI ISTITUTI ROMANI

Già in passato la deriva discriminatoria aveva colpito istituti ‘blasonati’ con conseguenti e inevitabili polemiche. Il famoso liceo classico Visconti, scuola di rampolli della ‘Roma bene’, presentandosi anni fa assicurava che «le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio- alto borghese» sottolineando che «tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile». Insomma una vera e propria descrizione della popolazione scolastica su parametri di discriminazione. Ancora anni fa in un altro istituto romano, la paritaria Giuliana Falconieri, nel quartiere Parioli, si precisava che «gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana». Fattore che, secondo l’estensore della scheda, «facilita l’interazione sociale» anche perchè, veniva detto esplicitamente, «non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate». Non solo: veniva riportato anche che «negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere» ma «data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi».

POLEMICHE DA GENOVA A MILANO

Stessa storia per il prestigioso liceo classico di Genova Andrea D’Oria dove anche qui il Rav assicurava l’assenza di «poveri e disagiati» che «costituiscono un problema didattico». Più sfumato il Rav del celebre liceo Parini di MIlano dove si evidenziava comunque che «gli studenti del liceo classico in genere hanno, per tradizione, una provenienza sociale più elevata rispetto alla media. Questo è particolarmente avvertito nella nostra scuola». E ancora un altro istituto romano, il G.G.Belli che si trova in Prati, quartiere per eccellenza della borghesia capitolina, nella sua presentazione pur ricordando di accogliere «studenti di zone limitrofe e, in alcuni casi, anche di quartieri più lontani, spesso collegati al pendolarismo dei genitori che lavorano presso i numerosi uffici della zona e degli alunni stranieri figli di immigrati occupati presso famiglie residenti», sottolinea quasi a rassicurare che «la realtà socio-culturale, piuttosto omogenea, è comunque caratterizzata da un ceto medio-alto, un livello culturale generalmente elevato (la maggioranza dei genitori degli alunni è provvisto di laurea)».

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Attenzione, troppo politically correct può discriminare

Mostrare modelle con disabilità in abito da sposa o da sera veicola un messaggio positivo ma pensare a mise ad hoc per spose disabili è puro marketing perché personalizzare vestito è un'esigenza di tutte le donne, abili e non.

Una mia conoscente con disabilità motoria sta per commettere ciò che considero un fatale errore: si sposerà l’anno prossimo. Scherzi a parte, ma non troppo, grazie a lei sto ampliando la mia cultura sul tema: tramite il suo profilo Facebook, infatti, aggiorna amici e parenti sullo stato dell’arte dell’organizzazione del “gran giorno”, pubblicando però anche notizie e curiosità più generali e legate alle tendenze del momento riguardo alla preparazione della cerimonia e della festa.

Ovviamente a fare da padroni indiscussi del suo profilo sono decisamente i post che affrontano uno dei temi più scottanti per tutte le aspiranti spose del mondo: l’abito. Si chiama Camille Boillet e, navigando all’interno del suo sito internet, ho scoperto che la «Camille Boillet Couture» è una casa di moda dedicata alla creazione di abiti da sposa e da sera su misura adatta a tutti i tipi di corpi e di disabilità.Il suo marchio si vuole distinguere dunque per l’attenzione e la valorizzazione di tutte le fisicità.

Incuriosita, inizio a guardare le foto disponibili nel sito. In effetti le modelle di Camille non sono tutte magre, alte e “normaloidi”. In posa, splendide come principesse, vedo donne magre, altre dalle taglie più abbondanti, alcune alte, altre con nanosomia, altre ancora in sedia a rotelle. Camille non è la sola ad arricchire il nostro immaginario con l’idea di una sposa fuori dai canoni classici di bellezza: la vetrina di un negozio nei pressi di Bristol è stata allestita con un manichino in abito nuziale seduto in sedia a rotelle.

LA MODA COME POTENTE CANALE PER VEICOLARE MESSAGGI

Penso che la moda sia un potente canale attraverso cui si veicola cultura e su questo la stilista d’oltralpe e la proprietaria della boutique inglese hanno colto nel segno: valorizzare l’eterogeneità dei corpi è la strada giusta da percorrere ed è compito della moda farlo. È nelle botteghe degli stilisti, in passerella e nei negozi che si definiscono o ridefiniscono i canoni estetici prima che il “senso comune” li adotti come propri.

Se sposarsi è concepibile e di fatto concepito, è altrettanto immaginabile la possibilità di avere una vita sentimentale e/o sessuale soddisfacente

Ma le modelle della Camille Boillet Cotoure così come il manichino della boutique inglese mettono in bella mostra anche un altro messaggio, ugualmente importante: convolare a nozze è un sogno possibile e realizzabile anche da donne con disabilità, anche da bellezze “diverse dalla norma”. E, se sposarsi è concepibile e di fatto concepito, è altrettanto immaginabile la possibilità di avere una vita sentimentale e/o sessuale soddisfacente (che peraltro è possibile avere indipendentemente dal vincolo matrimoniale).

ATTENZIONE AGLI ECCESSI DEL POLITCALLY CORRECT

Nonostante mostrare bellezze “altre” sia stata una scelta lodevole, se mi sposassi ci penserei prima di comprare il mio vestito da Camille per una questione politica prima ancora che estetica. Il marchio Boillet vanta di aver creato una moda adatta a tutti i tipi di disabilità. A parte il fatto che personalmente, guardando le foto, non noto differenze tra gli abiti indossati da modelle “a quattro ruote” e da quelle “bipedi” mi sembra che con il politically correct stiamo un pochino esagerando. Come se noi donne disabili fossimo delle aliene o qualcosa di simile, bisognose quindi di abiti indossabili solo dalla nostra “specie”.

Specializzarsi nella produzione di capi di abbigliamento adatti a tutti i corpi non mi pare un elemento di particolare distinzione

Per carità, è vero, spesso i nostri corpi sono “diversi” da quelli della maggioranza della popolazione ma non così tanto da doverci dedicare un’apposita linea di abiti (fatto salvo per quelli che facilitano l’autonomia nel vestirsi ma si tratta di un altro discorso). E poi, a pensarci bene, specializzarsi nella produzione di capi di abbigliamento adatti a tutti i corpi non mi pare un elemento di particolare distinzione rispetto agli altri negozi perché dappertutto è prevista la possibilità di apportare modifiche ad un abito per renderlo adeguato alle proprie esigenze.

Infatti i modelli disponibili in commercio sono stati progettati e confezionati sulla base di corpi femminili “standard” ma per nostra fortuna quei corpi non si vedono passeggiare per strada perché semplicemente non esistono. Sono solo prototipi convenzionali a cui ci riferiamo e che abbiamo “costruito” perché ci aiutino ad orientarci nell’immensa eterogeneità dei fenotipi umani ma che usiamo quasi sempre in modo errato e fallace. Infatti molte donne (“normaloidi”, eh), tagliando la testa al toro, scelgono mica per niente di farsi confezionare un abito su misura da una sarta.

STRATEGIE DI MARKETING TARATE SU UN PARTICOLARE TIPO DI CONSUMATORE

Quindi pubblicizzare abiti da sposa specificatamente per donne con disabilità e/o adatti a qualsiasi corpo è un eccesso di politically correct che non ha alcun senso. Oppure è un’astuta strategia di mercato (basata sulla falsa teoria secondo cui sarebbe necessario personalizzare un abito sulla base delle supposte esigenze di una “categoria” di donne) per accaparrarsi una potenziale fetta di consumatrici e ricoprire la propria azienda con una patina “social”.

Future spose su quattro ruote, non lasciatevi sedurre dagli specchietti per le allodole

Quindi, future spose su quattro ruote, non lasciatevi sedurre dagli specchietti per le allodole quando deciderete da chi e come farvi confezionare il vostro abito nuziale. Prendetevi il vostro tempo e sceglietelo con accuratezza ma che la selezione non sia uno stress. Infatti vi confiderò un segreto: il giorno delle vostre nozze sarete felici e, proprio per questo, bellissime. Qualsiasi vestito starete indossando.

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Se le barriere in alta quota sono più facili da abbattere

L'associazione Baroni Rotti da anni forma piloti con disabilità. E ci dimostra che anche in cielo si può veicolare un messaggio contro la discriminazione e il pregiudizio.

Volare nel “blu dipinto di blu”, come cantava Domenico Modugno, è uno dei sogni più grandi dell’umanità fin dai tempi che furono. Gli antichi Greci incarnarono questo desiderio nel mito di Dedalo e Icaro ma prima che l’uomo potesse solcare i cieli avrebbe dovuto trascorrere moltissimo tempo. Ora l’aereo è diventato un mezzo di trasporto molto comune, che alcuni preferiscono ad altri di origine più antica ma ad andamento più lento e, statisticamente parlando, meno sicuri. Avete mai volato a bordo di un aeroplano pilotato da una persona con disabilità motoria? Lo ritenete possibile? Vi fidereste? Tranquilli, non serve che rispondiate. Se per una persona disabile viaggiare in aereo è una possibilità abbastanza utilizzata, seppure talvolta non esente da inconvenienti, vederla alla guida di un veivolo è un avvenimento a cui pochi hanno assistito e credo quasi nessuno ritenga ipotizzabile né tantomeno auspicabile.

QUELL’IDEA CONCEPITA DA UN “NORMALOIDE”

Infatti una disabilità fisica è una condizione che per senso comune si ritiene essere incompatibile con alcuni tipi di professioni e, tra queste, il pilota di aereo credo sia tra quelle considerate più fuori portata. E invece i piloti dell’associazione Baroni Rotti – la prima associazione di piloti con disabilità in Italia – hanno dimostrato che anche tale convinzione, sebbene sembri un dato di realtà evidente, se assunta come verità assoluta, non è altro che un pregiudizio e una teoria falsa. Non ci crederete, ma l’idea che anche persone con disabilità motoria potessero diventare in grado di pilotare un veivolo è stata concepita da un “normaloide”. Luciano Giannini, vulcanologo e istruttore di volo, portò in volo un ragazzo con disabilità il quale, terminata l’esperienza, piangendo gli confidò il suo dispiacere per il fatto di poter vivere quella meravigliosa avventura solo come passeggero e non anche in qualità di pilota.

LA NASCITA DEI BARONI ROTTI

Non conosco personalmente Luciano ma credo sia un po’ “matto”, come del resto lo sono tutti quelli che pensano che l’impossibile non sia scontato. Infatti, profondamente toccato da questo incontro, propose a degli amici piloti di provare ad adattare un aereo per renderlo pilotabile anche da chi non ha l’uso delle gambe o ha un uso parziale delle braccia. Gli adattamenti non sono permanenti,in questo modo uno stesso mezzo risulta accessibile sia a professionisti con disabilità che senza. Ma un progetto a favore di persone disabili non potrebbe avere successo senza essere stato condiviso con gli interessati ed è per questo che Luciano ed i suoi amici decisero di coinvolgere i soci dell’Associazione Paraplegici Aretini. Alcuni di loro frequentarono tutto l’iter di formazione e nel 1995 i primi pionieri superarono gli esami e si qualificarono piloti a tutti gli effetti. Poi nacquero i Baroni Rotti.

Tutte le barriere si rompono. Ma ci sono posti dove ce ne sono meno da rompere

Oggi esiste l’associazione e una federazione che coordina le molteplici realtà di volo nel nostro Paese. “Tutte le barriere si rompono. Ma ci sono posti dove ce ne sono meno da rompere”: questo è il motto dei Baroni. In realtà penso che non sia stato per niente facile, soprattutto per i primi aspiranti piloti, infrangere le barriere del pregiudizio e del senso comune, dimostrando tanto alle autorità competenti quanto ai loro esaminatori che a fare di una persona un buon pilota non sono le sue condizioni fisiche (fatto salvo l’ottenimento dell’idoneità medica, condizione sine qua non anche per gli aspiranti piloti senza disabilità) ma le sue competenze e che non si dovrebbe mai definire a priori una certa professione non adatta a certe “categorie” di persone senza prima aver cercato tutte le possibili soluzioni per gestire le eventuali criticità connesse all’esercizio del ruolo da parte delle stesse. A volte basterebbe solo aguzzare l’ingegno e individuare le tecnologie e gli accorgimenti adatti che consentano a tutti di volare.

NON TUTTI I SOCI SONO DISABILI DALLA NASCITA

Ma quella italiana non è ancora una società per persone disabili e a evolvere, ancor prima della tecnologia, dovrebbero essere le teorie di senso comune sulla disabilità. Infatti la si crede ancora una “sfiga” dei singoli mentre invece è il frutto dell’interazione tra caratteristiche individuali ritenute arbitrariamente fuori dalla “norma” (definita tale dal modello medico) ed il contesto sociale non adeguato ad offrire a tutti pari opportunità. Molti soci dei Baroni Rotti non sono disabili dalla nascita e immagino che per loro sia stato ancora più difficile digerire la discriminazione sociale di cui siamo spesso vittime rispetto a chi, come me, con una disabilità ci è nato e ha avuto tutta l’infanzia e la giovinezza per maturare le proprie strategie di sopravvivenza e contrasto al cosiddetto “abilismo”.

Oggi l’associazione vanta anche l’unica pattuglia al mondo di veivoli ultraleggeri composta da piloti disabili

Loro però ci sono riusciti e, grazie alla loro competenza e determinazione, hanno coronato un sogno e oggi l’associazione vanta anche l’unica pattuglia al mondo di veivoli ultraleggeri composta da piloti disabili. Attualmente una persona con disabilità può diventare pilota di aerei ultraleggeri, aerei ad aviazione generale, a motore e di aliante. Penso che i primi piloti e fondatori dei Baroni Rotti non siano da ammirare solo per il loro impegno e la loro competenza nell’esercizio della professione e per essere riusciti a superare le barriere del pregiudizio ma anche per la scelta di condividere la loro esperienza con altre persone disabili interessate ad intraprendere questo percorso di formazione professionale.

UN MESSAGGIO DIVERSO DA QUELLO A CUI SIAMO ABITUATI

Ad oggi sono dieci le scuole certificate dall’Aero Club d’Italia aperte anche ad allievi con alcune tipologie di disabilità motoria che quindi frequentano i corsi insieme ai compagni “normodotati”. Ovviamente tutti gli studenti devono aver ottenuto l’idoneità medica. Ritengo che i Baroni Rotti siano degli attivisti per i diritti delle persone con disabilità perché, attraverso la loro attività e i loro progetti, contribuiscono alla diffusione di un messaggio diverso da quello a cui siamo abituati. Infatti ci aiutano a capire che la una condizione fisica differente dalla norma non può essere considerata un limite ma piuttosto una sfida che apre a nuove possibilità e che in cielo, sì, forse ci sono meno barriere da abbattere rispetto alla terra ferma.

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La disabilità sui social network: pericolo o opportunità?

Ridurre la visibilità degli utenti con disabilità, come in passato ha fatto TikTok, non li protegge dal rischio di bullismo ma aumenta la discriminazione nei loro confronti.

Ridurre la visibilità dei post di utenti con disabilità sui social network è una strategia contro il cyberbullismo o una forma di discriminazione?

Mi sto ponendo la domanda da quando ho scoperto che TikTok, social network molto diffuso tra i giovanissimi, avrebbe ridotto la visibilità dei video e dei post pubblicati da persone con disabilità (ma anche, per esempio, da persone in sovrappeso, queer, ecc) per difenderle da possibili azioni di cyberbulismo.

A dir la verità la notizia potrebbe essere già un po’ vecchia: TikTok ha spiegato che questa prassi, usata in passato allo scopo di contrastare tale preoccupante fenomeno, ora è stata abbandonata. Credo però che la riflessione sul modo in cui viene mostrata la diversità e in cui se ne parla sia un tema più che mai attuale e che valga la pena soffermarcisi.

TIKTOK UN SOCIAL VIDEO PER GIOVANISSIMI

L’universo della Rete e dei social è sconfinato e in continua espansione. Non è così improbabile che qualche altro social si trovi a gestire, realmente o anticipandole, le conseguenze del bullismo online e, a mio parere, non tutte le strategie di contrasto hanno la medesima efficacia.

Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi

Per capire meglio il funzionamento di TikTok ho chiesto informazioni a Sebastiano, mio nipote tredicenne nonché il “Virgilio” nel mio viaggio alla scoperta del misterioso mondo dei preadolescenti. Questo social cinese è nato come una piattaforma di video musicali amatoriali ma successivamente ha esteso il suo bacino a tutti i tipi di video brevi. Ovviamente, una volta creati, i video si possono pubblicare, condividere, commentare.

Ma volendo si può anche scegliere di “costruire” il proprio video, abbinandolo a quello creato da un altro utente e già caricato in rete. Immagino quindi che sia possibile “bullizzare” qualcuno commentando le sue produzioni o utilizzandole all’interno dei propri video per dileggiarle. La piattaforma consente poi di partecipare a diverse “sfide” come ad esempio la shoes challenge che consiste nel provare il maggior numero di scarpe e vestiti in 15 secondi oppure gare di “mossette” o piccole coreografie.

NASCONDERE LA DIVERSITÀ NON TUTELA DA PAURA E PREGIUDIZIO

Tik Tok, quindi, come del resto anche altri social, è uno strumento che espone i corpi e li mette in mostra in Rete ed è chiaro che a essere più in pericolo di strumentalizzazione e dileggio siano soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti con caratteristiche ritenute fuori dalla norma. Non penso però che ridurre la visibilità dei video pubblicati da queste persone sia una strategia utile a debellare il cyberbullismo. «Lontani dagli occhi, lontani dalla violenza online» non può essere considerata una soluzione valida. Significa nascondere l’esistenza di ragazze e ragazzi che nella vita reale ci sono eccome!

Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza

Fingere che la diversità non faccia parte della vita e dell’essere umano è innaturale. Peggio ancora, contribuisce ad alimentare l’ignoranza collettiva e, conseguentemente, anche la paura e il pregiudizio. In questo modo non si protegge proprio nessuno ma al contrario si mettono i bastoni tra le ruote a individui ancora in crescita. E non mi riferisco solamente alle possibili vittime del cyberbullismo che, sebbene parzialmente occultate in Rete, si trovano comunque a dover interagire con i loro coetanei “normaloidi” nel mondo reale ma anche coi bulli stessi.

Cos’è infatti il bullismo se non una reazione alla paura che suscita l’altrui diversità, forse perché richiama in qualche modo la nostra, che non vogliamo vedere e accettare? Le differenze vanno conosciute e non occultate, va insegnato a conviverci e a considerarle una ricchezza per tutti non a schivarle e contrastarle. L’ignoranza, intesa come non conoscenza di una certa realtà, non fa che aumentare la paura, i pregiudizi, le teorie personali false e disfunzionali rispetto alla stessa.

SERVE EDUCAZIONE AL DIALOGO E CONTROLLO DEGLI ADULTI

Comunque sia, ritengo che anche la demonizzazione tout court dei social network sia sbagliata perché la loro pericolosità o, al contrario, utilità dipende dall’uso che ne viene fatto. Certamente sono dei canali di veicolazione di messaggi utilizzatissimi, la cui potenza non va sottovalutata ma può essere usata per finalità costruttive. Sono convinta che TikTok possa essere un valido strumento per diffondere una cultura della disabilità più costruttiva e generativa di quanto ancora oggi il senso comune ci propone, all’interno e all’esterno dei social network.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti

Si potrebbe, per esempio, usare lo stratagemma delle “sfide” e provare a lanciarne alcune che stimolino la riflessione sulla vita delle persone con disabilità, ad esempio: «Mostra in un minuto 10 ostacoli in cui una persona disabile si imbatte quotidianamente e come fa ad affrontarli», oppure «Persone con disabilità e diritto al lavoro in tre minuti», ed escamoages simili. Rimane il fatto che l’uso di questo social, come degli altri, da parte dei ragazzi, soprattutto se minorenni, dovrebbe essere filtrato dagli adulti di riferimento. Dei contenuti che circolano e dei messaggi in essi veicolati se ne dovrebbe poter parlare in casa e a scuola perché non è detto che tutti possiedano già gli strumenti per poterne valutare la qualità e l’eventuale pericolosità.

I social network sono uno strumento di per sé neutro, siamo noi adulti che abbiamo la responsabilità di promuovere il confronto con i nostri preadolescenti e adolescenti sia rispetto ai contenuti presenti online che riguardo alle modalità con cui vengono trasmessi. L’educazione al dialogo e al rispetto delle reciproche diversità non si genera dall’esclusione di qualcuno dalla comunità dei “parlanti”, reali o virtuali, bensì è possibile promuovendo lo scambio e la conoscenza reciproci.

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Perché la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità non dovrebbe esistere

Il 3 dicembre così come è si rivela un'occasione persa in cui molti preferiscono nascondersi dietro vecchie retoriche. Serve invece partecipare alla costruzione di una società più giusta e accessibile 365 giorni all'anno.

Martedì 3 dicembre ricorrerà il diciassettesimo anniversario della Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità.

Già ora fioccano le notizie relative agli eventi che avranno luogo in tutta Italia per celebrarlo ma sono sicura che nei prossimi giorni si intensificheranno ulteriormente.

Per chi si occupa di disabilità è impossibile pensare di non dedicare spazio a questa ricorrenza, proclamata dall’Onu nel 1981 con l’obiettivo di promuovere la “salute” – nel senso ampio del termine – dei disabili nonché il riconoscimento ed il rispetto dei loro diritti. Anch’io ne scrivo sempre eppure l’imbarazzo con cui lo faccio cresce ogni anno di più. Ebbene sì, lo confesso: secondo me la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità non dovrebbe esistere.

A LIVELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE L’ITALIA È FERMA

Basta leggere Un Flagship Report on Disability and Development 2018: Realization of the Sustainable Development Goals by, for and with persons with disabilities – il primo rapporto Onu che correla il tema della disabilità con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dellAgenda 2030 per rendersene conto. Siamo indietro anni luce rispetto al raggiungimento di tutti gli obiettivi connessi anche alla condizione di disabilità. E non mi riferisco solo all’Italia ma a tutto il mondo.

Un’utilità il 3 dicembre ce l’ha: contribuisce a ripulire le coscienze di quanti si ritengono “abili”

Bel risultato a vent’anni dall’istituzione della Giornata internazionale! A cosa serve celebrarci – l’uso del plurale include tutte noi persone disabili – se poi tanto la discriminazione di cui siamo vittime in ogni ambito dell’esistenza non riesce a essere efficacemente contrastata ed eliminata? È un disability washing, un riempirsi la bocca di belle parole ma vuote perché non vengono mai (o quasi) effettivamente tradotte in azioni concrete.

Vista in quest’ottica un’utilità il 3 dicembre ce l’ha: contribuisce a ripulire le coscienze di quanti si ritengono “abili” e rientra in tutte quelle strategie di promozione del politically correct che spesso e troppo volentieri vengono usate quando si parla di disabilità.

MOLTI DISABILI SPESSO SI LIMITANO ALL’AUTOCOMMISERAZIONE

E noi persone disabili, in generale (consapevole che fare di tutta l’erba un fascio è un rischio) e in quanto soggettività politica e sociale minoritaria, quale contributo offriamo per modificare questo status quo? In linea di massima e con le dovute eccezioni credo che, in quanto minoranza sociale, siamo molto bravi a piangerci addosso, colpevolizzando la “maggioranza normale” di estrometterci dal contesto socio-politico in cui viviamo e impedirci di esercitare i nostri diritti.

Se il ruolo di vittime ci piace, allora:«Avanti, Savoia!», c’è n’è per tutte e tutti!

Pensiamo davvero che questa tendenza all’autocommiserazione da un lato e alla polemica nei confronti dei cosiddetti “normodotati” dall’altro, forse comune anche ad altre identità sociali minoritarie, ci sia di qualche aiuto ad emanciparci dai pregiudizi e dalle discriminazioni a cui ancora siamo soggetti? Se sì e se il ruolo di vittime ci piace, allora:«Avanti, Savoia!», c’è n’è per tutte e tutti! Quale migliore occasione occasione della Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità per continuare a mettere in campo le solite vecchie retoriche e le tanto consuete quanto sterili polemiche che usiamo contro i “normodotati”?

Già che ci siamo, oltre a piangerci addosso e puntare il dito contro “gli altri”, potremmo anche seguitare (già lo stiamo facendo!) a farci trattare come cretini o “eterni bambini”, a disinteressarci delle questioni sociali e politiche che ci riguardano, a essere passivi aspettando che qualcun altro difenda i nostri diritti e ottemperi ai doveri che ci spetterebbe assolvere per poi magari gongolarci nelle tante belle parole che si dicono e scrivono il 3 dicembre.

IL MONDO DELLA DISABILITÀ DIVENTI PIÚ ATTIVO

Ognuno è libero di agire come crede ma io ad assumere questa posizione non ci sto perché mi sembra un atteggiamento molto ipocrita da tenere. Ritengo che non serva a nulla un “giorno speciale” a noi dedicato se questo significa dimenticarci nei restanti 364! A restituirmi il senso di questa Giornata ci pensa il Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite che ne ha definito lo specifico tema per il 2019: «Promuovere la partecipazione delle persone con disabilità e la loro leadership: agire sull’agenda di sviluppo 2030».

L’Onu ancora una volta dimostra la sua fiducia in noi esortandoci a prendere in mano il potere e a usarlo per contribuire a uno sviluppo inclusivo, equo e sostenibile

L’Onu ancora una volta (già lo aveva fatto adottando la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità) dimostra la sua fiducia in noi esortandoci a prendere in mano il potere – che continuiamo a rivendicare troppo spesso solo a parole – e ad usarlo per contribuire a uno sviluppo inclusivo, equo e sostenibile. Proprio come previsto nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, un documento che sancisce l’impegno a «non lasciare nessuno indietro» e in cui la disabilità viene riconosciuta essere una questione trasversale, da considerare nell’attuazione di tutti i suoi 17 obiettivi.

Come sempre le Nazioni unite ci restituiscono la palla e ci offrono la possibilità di diventare protagonisti del nostro presente e futuro, invitandoci a collaborare in quanto attivisti – e quindi soggettività e collettività politica – alla costruzione di un mondo e una società più accessibili ed equi per tutti e tutte. A noi ora la responsabilità di decidere se rispondere con proposte ed azioni adeguate e pertinenti all’obiettivo oppure con modalità discorsive e comportamenti che vanno nella direzione opposta.

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No, non siamo angeli, anche noi disabili vogliamo fare sesso

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, alimentando paure ed emozioni profonde e ancestrali. Ma fare l'amore è un diritto per tutti.

Vi ricordate la prima volta che avete baciato, abbracciato, toccato, accarezzato qualcuno/a eroticamente? Il mio primo bacio io me lo ricordo bene. L’ho dato a 22 anni al mio primo “ragazzo” ma prima di riuscirci quanta ansia da prestazione! Succede così quando gli standard estetici comunemente accettati come “normali” fanno sentire diversa una come me, ben consapevole che, a causa della sua condizione fisica, in quel criteri non ci rientra. .

Conosco persone con disabilità che hanno un compagno o una compagna oppure che preferiscono vivere avventure occasionali. In linea generale però, com’è tristemente noto a chi lo sperimenta quotidianamente sulla propria pelle, le persone disabili potrebbero vincere il guinness dei primati per la durata dei loro periodi di astinenza volontaria. Volontaria in quanto voluta sì, ma da altri!

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o, peggio ancora, con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, forse perché sia alla condizione di disabilità che alla sfera sessuale sono legate paure ed emozioni profonde e ancestrali. Forse il confronto con la diversità dell’altro spaventa perché in essa vediamo riflessa la nostra. Ma credo che il mito del “corpo senza imperfezioni” impaurisca pure molte persone disabili,creando in loro molte insicurezze e “ansie da prestazione”.

QUEI PREGIUDIZI SUL CORPO CHE IMPRIGIONANO

La sessualità delle donne e degli uomini con disabilità è purtroppo ancora oggi un tabù di cui si pensa sia molto meglio non parlare. I “normodotati”, salvo rare eccezioni, preferiscono immaginarci angeli asessuati con cui magari intrattenere piacevoli conversazioni ma non certo iniziare stuzzicanti avventure erotiche. Ma i criteri secondo cui definiamo un corpo bello o sessualmente attraente – non mi stancherò mai di ripeterlo – non sono “realtà oggettive e inconfutabili” ma “costruzioni socio-culturali” di senso comune generate da noi. Questa è però una buona notizia perché significa che i canoni estetici che abbiamo costruito possono essere modificati o distrutti per crearne di nuovi. Basta solo osare farlo ma per poterci riuscire è necessario smettere di ignorare il tema e, al contrario, metterlo sotto le luci della ribalta. Qualcuno per fortuna ci sta provando.

LA PRIMA VOLTA, VIDEO-INCHESTA SU VITA SESSUALE E DISABILITÀ

La prima volta è un progetto di crowdfunding finalizzato alla produzione di una video-inchiesta sulla dimensione e vita sessuale della persone con disabilità. Il video nasce dalla collaborazione tra Comitato LoveGiver, associazione fondata da Max Ulivieri, promotore della proposta di legge sull’introduzione del ruolo professionale di assistente sessuale, oggi rinominato Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità (Oeas) delle persone con disabilità, e il collettivo di giornalisti freelance Lorem Ipsum.

Genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo

Un’importante inchiesta video che racconterà le esperienze dirette di uomini e donne con disabilità fisica, sensoriale e cognitiva relativamente a come vivono la loro dimensione sessuale. Io mi aspetto purtroppo di vedere e sentire tante storie che raccontano di diritti alla sessualità e all’affettività negati, di genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo, di uomini e donne che, pur essendo adulti, non hanno diritto a quella sacrosanta privacy di cui tutti e tutte dovrebbero poter godere quando praticano l’autoerotismo o fanno sesso con qualcuno/a/*.

Anticipo anche che questa video inchiesta potrebbe farci conoscere l’esperienza di donne e uomini impossibilitati ad avere rapporti sessuali a causa di patologie fortemente invalidanti, ad esempio chi è costretto a trascorrere buona parte delle sue giornate a letto o in un polmone d’acciaio, come lo scrittore Mark O’Brien, la cui vita è stata raccontata nel film The Sessions. Ma spero anche che ci verranno mostrate esperienze di sessualità realmente e pienamente goduta con uno o più partner, ovvero compagni/e di vita e/o di pratiche erotiche.

IL VUOTO NORMATIVO ATTORNO ALLA FIGURA DELL’OEAS

Noi come società, come collettività abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a vedere che vivere una sessualità appagante è possibile anche per persone disabili e che di fatto succede. Di fronte a teorie di senso comune che ci dipingono come “angeli” o “eterni bambini”, l’unica strada che vedo percorribile è anteporre non solo episodi di sessualità negata, pur reali ed esistenti, ma anche esperienze positive, di persone che godono e traggono soddisfazione dalle loro relazioni erotiche, nonostante i benpensanti ritengano che i “piaceri della carne” non siano adatti a noi.

L’aiuto di un Oeas può essere un supporto sia per sperimentare sensazioni precluse, sia per incrementare fiducia e autostima

La prima volta approfondirà anche la conoscenza del ruolo professionale dell’Oeas, mostrando da vicino come lavora, qual è il suo rapporto con gli utenti ed evidenziando le criticità di operare in un contesto, quello italiano, caratterizzato da un vuoto normativo. Infatti la proposta di legge per il suo riconoscimento giace in parlamento ormai da anni ed è assurdo che non sia ancora stata esaminata.

Le persone disabili devono poter avere il diritto di scegliere se usufruire di questo servizio oppure no e, affinché sia possibile, occorre che questa professione venga ufficializzata. L’aiuto di un Oeas può secondo me essere un supporto prezioso sia per sperimentare sensazioni ed emozioni altrimenti precluse, sia allo scopo di incrementare la fiducia e l’autostima delle persone con disabilità.

L’OBIETTIVO È ARRIVARE A VIVERE UNA SESSUALITÀ PIENA E AUTONOMA

Tuttavia ritengo che ritenere l’assistenza sessuale l’unica soluzione ai “problemi” di una determinata categoria di persone sia profondamente sbagliato e assolutamente da evitare, anche perché contrario allo spirito e alla volontà con cui la proposta è stata concepita. È una possibilità, un sostegno utile a superare una fase critica della vita sessuale di un individuo ma il fine dell’intervento è che poi la persona riesca a vivere la propria sessualità in modo soddisfacente senza l’aiuto del o della professionista.

Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione

Il corso di formazione per diventare Oeas è aperto sia a donne che a uomini, con diversi orientamenti sessuali per soddisfare tutte le possibili esigenze. Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione.

Forse in futuro si potrebbe considerare di ampliare la gamma delle possibili esperienze erotiche consentite, includendo anche queste due pratiche che, secondo me, giocano un ruolo molto importante nelle fantasie delle persone ma possono anche causare ansia da prestazione in chi non le ha mai potute sperimentare. Intanto attendo con impazienza di vedere La prima volta è mi auguro che questo documento possa contribuire a rendere la sessualità più libera per tutti.

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Per i disabili pure internet ha le sue invisibili barriere architettoniche

Nonostante la normativa italiana ed europea rimane ancora molto da fare per rendere internet fruibile da tutti. Eppure migliorarne l'accessibilità costituirebbe un arricchimento per l'intera comunità di utenti.

Acquistare un prodotto, prenotare un viaggio, effettuare un bonifico, scoprire quali opere d’arte potremmo ammirare in un certo museo. Per effettuare queste operazioni, ma anche molte altre, oggi non occorre più necessariamente recarsi in loco ma volendo si può stare comodamente a casa.

Basta disporre di un collegamento internet a cui accedere tramite il computer o uno smartphone. Ho appena scritto una bugia: non è sufficiente disporre di una buona connessione e di un efficiente dispositivo, bisogna anche essere messi nelle condizioni di poter entrare all’interno dei siti e delle pagine web tanto quanto di leggerne e comprenderne i loro contenuti.

Quando si parla di internet accessibile i primi utenti che ci vengono in mente sono le persone con disabilità visiva perché il mondo della Rete è composto in buona parte (ma non solo) da immagini e parole. In realtà questo tema non riguarda solo gli utenti ciechi e ipovedenti. L’accessibilità del web interessa anche le persone con disabilità motoria che devono essere messe nelle condizioni di poter navigare facilmente all’interno dei siti o delle pagine.

TUTTE LE DIFFICOLTÀ PER POTER ACCEDERE AI SERVIZI DELLA RETE

Io, ad esempio, per scrivere utilizzo la testa, non solo in senso metaforico: infatti indosso un caschetto da cui, in corrispondenza della fronte, esce un puntatore fisico con cui digito i tasti, opportunamente separati da una griglia di metallo. Come mouse uso il tastierino numerico.

La Rete dovrebbe poter essere fruibile anche da persone sorde e da chi ha difficoltà nella comprensione del linguaggio scritto e orale

Questo sistema di controllo del mouse unito alla scarsa precisione dei miei movimenti causata dal mio deficit motorio mi rende più difficoltoso, ad esempio, posizionare il cursore sui pulsanti virtuali di piccole dimensioni o rallenta la mia navigazione all’interno di un sito dove, per raggiungere l’informazione desiderata, devo cliccare su un infinito numero di link. Le informazioni che offre la Rete dovrebbero inoltre poter essere comprese e fruibili anche da persone sorde – pensiamo ai numerosi video che ormai sono parte integrante della comunicazione online – e da chi ha difficoltà nella comprensione del linguaggio scritto e orale.

L’OBBLIGO DI RENDERE FRUIBILI AI DISABILI I SITI VALE SOLO PER GLI ENTI PUBBLICI

Finora ho fatto riferimento solo alle persone disabili ma in realtà la questione riguarda tutti. Le pagine web dovrebbero poter essere fruibili anche dagli anziani, dagli stranieri che non conoscono la lingua usata nel sito che stanno visitando e da chiunque non abbia dimestichezza con l’uso di internet.

In Italia la legge Stanca impone a tutti gli enti pubblici o agli enti privati che abbiano contributi pubblici di sviluppare i loro siti internet in base a criteri di accessibilità ovvero in modo che risultino fruibili anche da coloro che utilizzano tecnologie assistive, cioè di supporto ad uno specifico tipo di disabilità.

L’Agid sta dedicando molti documenti all’accessibilità del web

Recentemente l’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) ha emanato le nuove linee guida per aggiornare le procedure di creazione e manutenzione dei siti delle pubbliche amministrazioni e l’Edf (Forum europeo sulla disabilità) sta dedicando molti documenti all’accessibilità del web. L’obbligo di legge riguarda però solo gli enti pubblici, per quanto riguarda l’accessibilità di siti e pagine di enti privati si entra davvero nel World wild web.

CHI VENDE PRODOTTI ONLINE RINUNCIA A UNA LARGA FETTA DI CLIENTI

Avete mai visitato siti in cui ci fosse la possibilità di ingrandire la dimensione dei caratteri o dessero la possibilità di aumentare il contrasto di colore tra sfondo e caratteri? Vi è mai capitato di imbattervi in pagine che proponessero la traduzione dei video ivi pubblicati in Lis (Lingua italiana dei segni)? Pur navigando molto online i siti anche solo parzialmente accessibili li conto sulla punta delle dita.

Credo che l’estrema carenza di accessibilità online sia un grave deficit tanto per le persone con disabilità quanto per gli stessi enti privati che in questo modo rinunciano a una larga fetta di utenti

La prima volta che ho visto i simboli usati per indicare la possibilità di ingrandire la dimensione delle lettere e il contrasto tra colore e sfondo è stato in Superando.it, un sito interamente dedicato al mondo della disabilità. Credo che l’estrema carenza di accessibilità online sia un grave deficit tanto per le persone con disabilità, che si vedono negare il diritto di accesso alle informazioni, quanto per gli stessi enti privati che in questo modo rinunciano a una larga fetta di platea a cui far conoscere i loro prodotti o servizi.

Pensiamo al settore delle vendite online: se il sito che pubblicizza il prodotto a scopo di venderlo non è fruibile da persone con disabilità l’azienda perderà già in partenza questi potenziali clienti. Esattamente come succede a molti esercizi commerciali fisici che presentano barriere architettoniche. Non rendere accessibile lo spazio web dedicato alla propria ditta vuol dire fare autogoal!

UN SITO ACCESSIBILE SI POSIZIONA MEGLIO NEI MOTORI DI RICERCA

In Italia ci sono circa 4 milioni di cittadini disabili quindi si tratta di una possibile perdita molto ingente. Se tutto ciò è vero alle aziende bisognerebbe spiegare che curarsi dell’accessibilità dei loro siti web non è un solo un obbligo morale ma dovrebbe rientrare anche nel loro interesse. Un sito accessibile e ben curato, infatti, aumenta i visitatori e migliora il posizionamento sui motori di ricerca.

Yeah si occupa proprio di realizzare siti accessibili a tutti gli utenti e offrire consulenza per migliorare la fruibilità di quelli già esistenti

Yeah. Questa non è solo l’esclamazione che faremmo se tutte le aziende e i soggetti privati comprendessero l’importanza di offrire il loro contributo per la creazione di una rete davvero per tutti. È anche il ramo aziendale della cooperativa sociale Quid di Verona specializzato nella fornitura di servizi per l’accessibilità e l’inclusione di persone con disabilità.

Yeah si occupa proprio di realizzare siti accessibili a tutti gli utenti e offrire consulenza per migliorare la fruibilità di quelli già esistenti. Inoltre svolge corsi di formazione per enti pubblici e privati finalizzati migliorare i loro standard in materia. Ma penso che il progetto di questa cooperativa veronese sia importante anche e soprattutto per il messaggio che sta alla base della loro attività e cioè che garantire uno spazio web accessibile è un guadagno per tutti.

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Per lo Stato è meglio morire di dolore che curarsi con la cannabis

Walter De Benedetto fa uso di farmaci derivati dalla marijuana ma in Italia il prodotto scarseggia, costringendolo a coltivare in casa. E ora rischia il carcere.

«Rischio il carcere per curarmi». Questa è la dichiarazione, molto forte, di Walter De Benedetto. Aretino, 48 anni, Walter è affetto da artrite reumatoide, una patologia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce le articolazioni.

Dall’esordio della malattia Walter convive ogni giorno con dolori cronici devastanti che purtroppo nessun farmaco tradizionale è stato finora in grado di alleviare. L’unico rimedio veramente efficace per lenire parzialmente le sue sofferenze è l’uso di cannabis terapeutica.

L’utilizzo di questa sostanza per finalità terapeutiche in Italia è consentito da circa 12 anni: dal 2007 infatti il nostro Paese consente la prescrivibilità dei prodotti a base di cannabis per curare certi tipi di patologie e a determinate condizioni.

SENZA FARMACI UN MALATO VIENE COSTRETTO A COLTIVARE DA SOLO LA CANNABIS

Dodici anni non sono pochi e a mio parere sarebbero anche potuti bastare ai nostri rappresentanti politici per acquisire familiarità con questa tipologia di cura anche in uno Stato tradizionalista e bigotto come il nostro. Walter, al pari di molti altri malati, non dovrebbe avere quindi problemi nel curarsi e invece purtroppo non è così. Infatti il quantitativo di farmaci che gli fornisce la Asl di Arezzo non basta a garantirgli una qualità di vita che potremmo definire umana e dignitosa malgrado la regione Toscana sia stata la prima in Italia a prevedere i rimborsi del costo dei vari preparati prodotti nel nostro Paese o importati da altre nazioni.

In Italia l’unico luogo autorizzato a produrre cannabis a scopo terapeutico è lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze

Non poter assumere quantità di sostanza adatte a soddisfare le sue esigenze mediche lo ha costretto a coltivare illegalmente una piccola piantagione grazie all’aiuto di un amico che entro fine novembre dovrà subire un processo. Naturalmente le nove piantine che gli servivano per sopportare meglio il dolore gli sono state sequestrate. In Italia l’unico luogo autorizzato a produrre cannabis a scopo terapeutico è lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Il resto del prodotto viene importato dall’estero. Tuttavia la produzione nostrana e le importazioni attuali non riescono a soddisfare il fabbisogno nazionale e il problema non riguarda solo Walter: la distribuzione di cannabis terapeutica avviene in modo lacunoso, con conseguente scarsa reperibilità di farmaci nelle farmacie.

LA PROPOSTA DI LEGGE SULLA LEGALIZZAZIONE FERMA IN PARLAMENTO

Ma gli ostacoli per chi necessita di curarsi con prodotti a base di Thc o Cbd, i principi attivi utilizzati, non finiscono qui: periodicamente i farmaci disponibili in commercio cambiano costringendo i pazienti a modificare la cura (la cannabis è la sostanza attiva ma ciascuna varietà è diversa dalle altre e quindi ha un’azione differente) alla carenza di una corretta informazione dei medici e dei farmacisti che di certo non ne facilita la prescrizione da parte dei primi né l’approvvigionamento da parte dei secondi.

Marco Perduca, dirigente dell’associazione Luca Coscioni, spiega che anche fare ricerca scientifica in questo campo in Italia è ostico sia a causa della scarsità del prodotto, sia per via delle lungaggini burocratiche previste per il trasporto e lo stoccaggio. Esiste una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione della cannabis fortemente voluta da associazione Luca Coscioni e Radicali italiani e firmata da oltre 68 mila cittadini che è stata depositata in parlamento nel 2016 e attende di essere vagliata. Ma la disponibilità di cure che garantiscano a chi soffre una vita degna di questo nome non può più essere procrastinata perché quello di Walter, esattamente al pari di molti altri, è “un dolore che non aspetta”.

LA RISCHIESTA DI UN EMENDAMENTO “WALTER DE BENEDETTO” IN MANOVRA

Appoggiato dall’associazione Luca Coscioni Walter ha chiamato in causa la politica, dapprima con un appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e agli altri parlamentari, poi incontrando personalmente il presidente della Camera Roberto Fico. Ha chiesto che nella finanziaria venga incluso un emendamento “Walter De Benedetto” che raddoppi le risorse previste per la produzione e l’importazione di prodotti a base di cannabis terapeutica e perché si giunga alla legalizzazione della pianta per tutti i fini. Walter l’ha fatto per sé ma anche per molti altri malati che come lui soffrono di patologie fortemente dolorose e invalidanti.

Che livello di priorità ha per i nostri parlamentari il diritto alla salute e a cure dignitose?

Questa per loro è un’emergenza. Ci sono persone la cui vita è legata all’approvazione di una legge più giusta e c’è una proposta di legge che sta facendo le ragnatele in parlamento Che livello di priorità ha per i nostri parlamentari il diritto alla salute e a cure dignitose? Dove si colloca nella loro agenda la discussione della proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis che migliorerebbe la qualità di vita di tante persone alle prese con il dolore cronico e quotidiano causato dalla loro patologia? Grazie alla mobilitazione di Walter ha iniziato a ricomporsi l’intergruppo per la legalizzazione della cannabis ma la strada per avere una norma a riguardo è ancora lunga e il problema dell’approvvigionamento rimane.

INVECE DI PENSARE ALLE CURE, SI FA PROPAGANDA SULLA CANNABIS LIGHT

Non ci è dato sapere quando i nostri politici metteranno la testa e il cuore sulla questione e magari una bella mano sulla loro coscienza. Forse perché finora non hanno mai dovuto convivere con il dolore fisico e non riflettono sul fatto che, sorte non voglia, a tutti nella vita potrebbe succedere. Sembra che la cannabis, terapeutica o meno, non rientri tra le loro priorità. Ad eccezione di Matteo Salvini che questa primavera invece di pensare alla salute di molte persone con disabilità (e non), ha ritenuto più opportuno dare la caccia ai negozi di cannabis light per meri scopi propagandistici.

Di fatto oggi per curarsi davvero uno rischia la galera e questo oltre ad essere ingiusto è profondamente inumano. Walter ha avuto coraggio a portare le sue sofferenze e le sue istanza davanti alla politica e alla società civile. Mi auguro che la sua determinazione abbia avuto l’effetto di un farmaco potente in grado di curare gli occhi e le orecchie, finora resi ciechi e sorde da moralismi ipocriti, di molti dei nostri governanti perché il dolore di tante persone non può davvero più aspettare.

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La scuola rimetta al centro la responsabilità condivisa

Spesso gli studendi disabili necessitano di particolari servizi che una volta venivano svolti in base alle necessità da figure diverse. Oggi esistono i collaboratori scolastici, ma spesso si rifiutano di svolgere le mansioni per cui sono pagati.

A scuola mi capitava molto raramente di dover usufruire della toilette e non a caso mi sono meritata il nome di “Wonder vescica”. Le rare occasioni in cui avevo bisogno del bagno ad accompagnarmici era colei che una volta si chiamava assistente educatrice, quel ruolo professionale che mi aiutava anche a prendere appunti durante le lezioni, a mangiare la merenda nell’intervallo e a cui dettavo nei compiti in classe.

Talvolta ho chiesto aiuto anche a una delle due insegnanti di sostegno che ho avuto nel corso della mia carriera scolastica. Non ho invece mai usufruito dell’assistenza delle collaboratrici scolastiche, quelle che ai miei tempi si chiamavano con il nome forse non molto politically correct ma sicuramente più simpatico di “bidelle”.

Mi ricordo bene quella che lavorava nella mia scuola elementare. Si chiamava Mina, era simpatica, a volte un po’ brontolona ma indubbiamente molto disponibile. Si era affezionata a me ma a dire il vero voleva bene a tutti noi scolari. Sono sicura che se io o un altro bambino con disabilità avessimo avuto bisogno del suo aiuto per svolgere le operazioni necessarie all’espletamento delle nostre funzioni fisiologiche ce l’avrebbe offerto volentieri.

LE MANSIONI DEI COLLABORATORI SCOLASTICI SONO IN PARTE CAMBIATE

Non so se a quell’epoca il ruolo professionale deputato all’assistenza igienica a scuola fosse normato ma di fatto l’impressione che mi è rimasta è, in linea generale, quella di una maggior elasticità nella gestione dei compiti e delle mansioni. Quando l’alunno o alunna disabile esplicitava un’esigenza (ma anche nel caso in cui, pur non espresso a parole, il bisogno era evidente) chi tra gli adulti era presente cercava di soddisfarla al meglio. In anni più recenti invece è intervenuta la legge a sancire che la mansione relativa all’assistenza igienica spetta proprio ai collaboratori scolastici.

Non mancano i casi in cui qualche collaboratore incaricato si rifiuti di compiere le sue funzioni

È specificato nella Tabella A relativa ai profili di area del personale Ata allegata agli articoli 47 e 48 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Questo particolare, importante e delicato compito non spetta a tutti i collaboratori scolastici ma solo a quelli specificatamente incaricati dal dirigente. All’assegnazione dell’incarico segue la frequenza obbligatoria di un corso di almeno quaranta ore, a spese dell’Ufficio Scolastico Regionale. Nonostante tutto ciò sia scritto nero su bianco non mancano i casi in cui qualche collaboratore incaricato si rifiuti di accompagnare in bagno gli studenti con disabilità e a prestar loro la dovuta e necessaria assistenza igienica.

L’INTERVENTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE

A dire il vero il dissenso in merito alla questione serpeggia da diverso tempo e a esprimersi in merito è stata pure la Corte di Cassazione. Nel 2016 ha deciso, attraverso una storica sentenza che il lavoratore che si rifiuti di assolvere all’ordine di servizio emanato dal dirigente scolastico subisca le sanzioni disciplinari previste dal caso e sia passibile di incriminazione per inottemperanza ai propri doveri d’ufficio

Ma anche pochi mesi fa, ad esempio, un gruppo di collaboratori scolastici si è rivolto a Salvatore Nocera, presidente nazionale del Comitato dei Garanti della Fish, protestando contro l’affidamento della mansione relativa al cambio di pannolini. Mi pare evidente che la legge, da sola, non basti a dirimere la controversia. O meglio, ovviamente una sentenza si chiude con dei vincitori a cui viene risarcito il danno subito così come viene assicurato loro di poter tornare a godere del diritto leso e dei vinti a quali viene comminata una sanzione a causa dell’infrazione che hanno commesso.

L’IMPORTANZA DI FARE SQUADRA

La legge è quindi un valido strumento per ripristinare un diritto ma non credo sia sempre efficace nel generare condivisione in merito alle modalità di gestione di una situazione critica. In questo caso, ad esempio, nonostante ci sia stata una sentenza esemplare il dissenso di chi fatica ad accettare l’imposizione di questo dovere continua ancora a serpeggiare. E penso che nemmeno l’obbligo di frequenza al corso di formazione basti di per sé a cambiare la percezione e le teorie dei collaboratori scolastici rispetto a questa particolare mansione. Una figura professionale ha degli obiettivi sia specifici e relativi al suo ruolo sia condivisi con la squadra di lavoro, delle responsabilità e delle mansioni che altro non sono se non le azioni attraverso cui conseguire gli obiettivi e assolvere alle proprie responsabilità.

IN BALLO C’È LA SALUTE DI TUTTI, NON SOLO DEI DISABILI

Occorrerebbe riflettere insieme a questi lavoratori sulla responsabilità che hanno nel compartecipare all’obiettivo di perseguire la salute dell’intera comunità scolastica, compresi gli studenti con disabilità, insieme agli altri ruoli presenti all’interno dell’istituto. Incaponirsi sulla decisione “assistenza igienica sì, assistenza igienica no” è inutile perché non serve a cambiare la prospettiva da cui si guarda il problema e di conseguenza a trovare una soluzione che persegua l’interesse e la “salute” di tutti. La scelta che i collaboratori scolastici dovrebbero considerare non si gioca dunque tra accompagnare gli studenti in bagno o non farlo bensì tra esercitare questa specifica professione o un’altra, nella consapevolezza che l’assistenza igienica rientra per legge nel mansionario previsto da questo ruolo. Nessuna imposizione, dunque, perché un’alternativa esiste e chiunque può sceglierla in qualsiasi momento. Basta solo assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

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Le Iene, come ti uso la disabilità per fare share

Il servizio sulla relazione d'amore tra due persone con disabilità cognitiva e sindrome di down è buonista e pieno di stereotipi. Il giornalismo dovrebbe offrire una corretta informazione, non alimentare pregiudizi.

Raramente guardo la tivù ma penso che ogni tanto valga la pena farlo. Ciò che viene trasmesso corrisponde a quel che piace e colpisce i telespettatori.

È una questione di share, di business. Puntare allo “stomaco” delle persone o al loro sistema limbico, dove si dice risiedano le emozioni, è lo scopo di molti programmi perché raggiungere e ammaliare il nostro cervello emotivo è la giusta ricetta per ottenere un buon indice di ascolti. Gli ideatori dei programmi vogliono ottenere questo, ad ogni costo e con ogni mezzo.

La trasmissione Le Iene è una vera campionessa nell’emozionare il suo pubblico. Non sempre invece, a mio parere, nell’offrire un prodotto di qualità. Ne ho avuto prova seguendo il servizio a puntate di Nina Palmeri L’amore e la sindrome di Down: il matrimonio non s’ha da fare, non ancora concluso.

QUEGLI STEREOTIPI CHE MACCHIETTIZZANO I DISABILI

La “iena Nina” racconta la tormentata storia d’amore tra Alberto, uomo con disabilità cognitiva, e Alessandra (nome di fantasia), donna con sindrome di Down. I due si sono conosciuti e fidanzati durante l’estate. Alessandra è orfana, ha un tutore ma vive in un istituto di suore. La loro relazione, secondo il resoconto di Alberto, sarebbe ostacolata dalle religiose che, in “perfetto accordo” con lo spirito cristiano ma anche il senso civile, impedirebbero alla coppia di vedersi e persino parlarsi al telefono.

Se davvero così fosse, si tratterebbe di una gravissima discriminazione oltreché un’inaccettabile limitazione della libertà personale e quindi sarebbe doveroso denunciarla. Ma c’è modo e modo di presentare una storia di vita, come vedremo a breve. Dopo aver raccontato com’è iniziata questa relazione e il brusco modo in cui è stata interrotta, la voce fuoricampo di Nina commenta: «[…] come si può annegare e ostacolare un amore appena nato?». Poi prosegue: «[…] un amore puro, innocente…». Ho avvertito un primo, violento crampo allo stomaco.

Un abbraccia tra Alberto e durante il servizio de Le Iene.

Cara Nina, secondo te, esistono amori impuri e colpevoli? Non penso proprio, non si chiamerebbero amori. Immagino che con queste parole non ti riferissi nemmeno alla castità della coppia visto che Alberto poi ti confiderà il suo (sano) desiderio di fare l’amore con la sua compagna, intenzione che potrebbe benissimo diventare realtà se la loro relazione avrà un seguito. Non crederai anche tu che le persone disabili, comprese quelle con disabilità cognitiva, siano tutte innocenti, vero? Ti concedo il beneficio del dubbio sulla residenza di Babbo Natale ma, ti prego, riponiamo nel cassetto il falso mito sulla nostra presunta purezza. È demodé.

UNA STILE DA TELENOVELA LATINO-AMERICANA

Ma procediamo. Il video prosegue mostrandoci una fotografia che ritrae la coppia, mentre purtroppo anche la nostra voce fuori campo continua a commentare: «[…] L’inizio di una storia d’amore che avrebbe avuto tutti gli ingredienti per un lieto fine e che invece è stata bruscamente interrotta». Secondo crampo.

Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»?

Ricapitoliamo: i due si sono conosciuti pochi mesi fa e, da quel che possiamo dedurre, hanno trascorso insieme un tempo molto limitato per poter dire vicendevolmente di conoscersi a fondo. Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»? Per carità, gli amori a prima vista che poi si trasformano in legami duraturi esistono ma io ci andrei coi piedi di piombo prima di lanciarmi in certe affermazioni.

Alberto intervistato da Nina Palmieri.

Indubbiamente però lo stile “telenovela latinoamericana” fa molta presa sul telespettatore medio e lo share è assicurato. Che la “sparata” sia verosimile passa in secondo piano. Poi Nina per fortuna si riprende e accenna all’utilità di fare un passo per volta vista la complessità di argomenti come il matrimonio e il sesso ma è una frase di contorno che non riesce a scalfire l’immagine della coppia perfetta, ostacolata da streghe cattive. Ci confida anche che «Albi» è un «romanticone» e di come l’amore nella sua vita abbia avuto sempre un ruolo cruciale (esattamente come in quella di moltissimi altri esseri umani, ma questo è un dettaglio trascurabile e trascurato, ndr).

QUELL’ODIOSO PIETISMO DI CHI SI SENTE PIÙ FORTUNATO

Ora è Alberto a parlare. Ci racconta di sentirsi diverso dagli altri e di non aver mai vissuto una storia d’amore, di non avere mai avuto una fidanzata proprio a causa di questa sua diversità. Istintivamente la mia coinquilina, seduta con me in divano, esclama: «Poverino!». Ecco, appunto. È la tipica reazione che una storia del genere suscita nello spettatore medio ed è l’obiettivo che probabilmente le Iene volevano raggiungere: nutrire il pietismo di chi guarda, quell’insano sentimento di chi si sente più fortunato e chiaramente superiore.

La vicenda dovrebbe provocare rabbia e indignazione, non pietà

Ma una vicenda del genere, se effettivamente vera, dovrebbe provocare solo rabbia e indignazione perché riguarda un caso di (presunta) discriminazione e diritti negati. L’intervistatrice accenna al diritto di tutti ad amare ed essere amati e che tale diritto non dovrebbe essere soggetto ad alcuna restrizione ma il valore di queste parole si perde dentro la melassa buonista e piena di luoghi comuni di cui è intriso tutto il servizio.

Nina Palmeri de Le Iene.

«Tu l’amore non lo conoscevi e adesso dell’amore hai conosciuto anche quest’altro aspetto, la sofferenza», dice la Iena all’uomo, «però non ti sentire solo perché tutti noi soffriamo per amore!». Mal comune, mezzo gaudio, insomma. Consolazione ineccepibile, Nina, un cervello rubato alla psicologia!

I GIORNALISTI DOVREBBERO SFTARE I LUOGHI COMUNI

La vicenda continua ma penso che questi esempi siano sufficienti per capire la pessima qualità del servizio. Le Iene dice di essere un programma di approfondimento che propone inchieste e reportage ma il giornalismo è una cosa seria e richiede una grande responsabilità che non sembre i suoi autori dimostrano di avere. Come viene riportato un fatto, una storia, può influenzare poi la percezione che l’opinione pubblica si costruisce apprendendo la notizia. I giornalisti dovrebbero anche contribuire a sfatare e distruggere gli stereotipi e i luoghi comuni che, ahinoi ,purtroppo ancora gravano sulle persone appartenenti alla categorie socialmente più tipizzate. In questo caso poi una presunta vicenda di discriminazione sociale è stata trasformata quasi in una fiaba, tanto è vero che, quando Alberto e la Palmeri si recano presso l’istituto dove vive Alessandra, la voce fuori campo di Nina si chiede: «La nostra Rapunzel sarà lì, nella torre?».

L’ESEMPIO DEL PROGETTO CASA AL SOLE A PORDENONE

Come descrivereste una persona con sindrome di Down o disabilità cognitiva dopo aver guardato questo servizio? Probabilmente come una persona buona, indifesa, romantica, pura e sfortunata. Esattamente come la pensa il 90% degli italiani. Ma questo è solo un pregiudizio, un preconcetto falso, infondato e buonista. Gran bell’apporto che hanno offerto al cambiamento delle teorie di senso comune sulle persone con disabilità. Guardate ora quest’altro video. Racconta di Casa al sole, un progetto di vita indipendente rivolto a persone con sindrome di Down a Pordenone. Anche in questo caso c’è una storia che, sebbene sia finzione, ha lo scopo di presentare gli inquilini della casa e mostrare come gestiscono le loro giornate. La seconda parte del girato, invece, riprende alcune scene della loro reale vita quotidiana. Dopo averlo visto com’è cambiata la vostra immagine delle persone con disabilità cognitiva e sindrome di Down? Care Iene, guardate il video anche voi. Magari vi offrirà qualche spunto utile a presentare in modo meno stereotipato e più realistico i protagonisti con disabilità delle storie che raccontate.

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