Manconi: «La sospensione dei colloqui in carcere era inevitabile ma non andava imposta così»

Secondo l'ex senatore la misura è stata decisa in modo così sbrigativo da risultare pasticciata. Era necessario offrire delle garanzie, in modo che non apparisse solo afflittiva. Senza considerare il contesto nella quale è piombata. Tra sovraffollamento e degrado. «Non sono contro questi provvedimenti», spiega, «ma contro chi ha fatto sì che il sistema penitenziale italiano sia lo schifo che è oggi».

«Con l‘emergenza coronavirus, sospendere i colloqui dei detenuti era probabilmente inevitabile», dice a Lettera43.it Luigi Manconi, commentando le rivolte delle ultime ore. «Ma si poteva farlo con più accortezza», aggiunge. E comunque per il sociologo ed ex presidente della commissione diritti umani del Senato, quel che è successo «risente del complessivo degrado del sistema penitenziario in Italia».

Luigi Manconi, sociologo ed ex senatore (Ansa).

DOMANDA. Davvero la rivolta delle carceri è stata provocata dalla sospensione dei colloqui?
RISPOSTA. L’occasione è stata l’abolizione dei colloqui, che per la popolazione detenuta ha un peso enorme. È la principale forma di socialità e di rapporto con l’esterno. Però penso che a fare da detonatore sia stato soprattutto la percezione di ritrovarsi in una condizione senza via di uscita. Un isolamento coatto che si teme possa diventare permanente.

Non era inevitabile?
Inevitabile, certo. Sia chiaro. Stiamo parlando di un universo chiuso, blindato, assolutamente ermetico. Se fosse penetrato dal virus, ci sarebbero conseguenze drammatiche. C’è stata la percezione di questa drammaticità. Incendi a San Vittore e detenuti sui tetti erano cose che non avvenivano da 40 anni!

Non è solo un problema delle carceri. In tutta Italia si respira un’aria di guerra.
Appunto. E non a caso sta circolando una retorica da periodo bellico. Il racconto dell’esodo, degli sfollati, dell’andare in campagna, del fuggire dai luoghi affollati, dagli assembramenti. Possiamo immaginare cosa può percepire una popolazione reclusa.

Eppure come diceva lei rivolte del genere non esplodevano da 40 anni. Al posto delle rivolte c’erano pacifici, talvolta estesissimi, scioperi della fame. E questo perché il carcere sembrava comunque mantenere una qualche opportunità di emancipazione. Un carcere pure orribile e disumano come è quello italiano.

Non è che in genere all’estero sia meglio…
Vero. Però il detenuto italiano aveva la sensazione che non tutto fosse perduto. Ovviamente su ciò ha inciso positivamente la riforma Gozzini del 1986. Almeno fino a quando è stata vivace, forte e vitale. Una riforma che ha offerto al detenuto la possibilità di un percorso di riabilitazione. Quando la riforma Gozzini ha iniziato a essere snaturata, mutilata e compressa, tutto ciò ha funzionato meno.

Quella del «marcire in carcere» è una ideologia politica sempre più minacciosa e insidiosa. Ricorda un processo naturale proprio delle piante, dei frutti, del corpo umano. Una situazione che non offre scampo

Però ha continuato a funzionare…
È sempre rimasta una certa capacità della popolazione detenuta di interloquire col sistema politico. Di richiedere e ottenere amnistie e indulti. Di vedere concessi dei provvedimenti che poi magari venivano rimangiati o resi vani, però una dialettica c’era. Povera, secondo me. Assolutamente insufficiente. Retta e sorretta solo da alcune figure particolarmente illuminate. Giorgio Napolitano, i radicali, i pochi garantisti che stavano in parlamento. Temo che questa vicenda del coronavirus abbia in qualche modo spezzato un filo e riproposto l’idea di un carcere senza ritorno.

Che peraltro corrisponde a retoriche dal sapore elettorale. Da una parte il «far marcire in carcere» della Lega, dall’altra quella del «niente prescrizione» dei 5 stelle.
Sì. Quella del «marcire in carcere» è una ideologia politica sempre più minacciosa e insidiosa. Siamo nel pieno di una identificazione tra politica securitaria e eventi pandemici che sembra cancellare ogni possibilità di emancipazione. È peggio della retorica del gettare la chiave. «Marcire in carcere» ricorda un processo naturale. Il marcire è proprio delle piante, dei frutti, del corpo umano. Ma è inoltre una situazione che non offre scampo. Come chi è chiuso in un lazzaretto. Il carcere diventa per queste persone un lazzaretto.

Il punto cruciale è il sovraffollamento. Si tenga conto che nel 2019 in carcere ci sono stati 53 suicidi di detenuti

Se l’Italia nella stretta del coronavirus diventa tutta una prigione, il carcere allora si fa reclusorio al quadrato. Se non al cubo.
È verosimilmente così. Poi, naturalmente, stiamo parlando di tendenze. Di proiezioni. Di processi. Non siamo così sciocchi da pensare che tutto avvenga in poche ore. Però la direzione è impressionante. Se sei un normale cittadino che si confronta con i provvedimenti del governo, puoi esercitare la tua libertà di scelta sapendo che se contravvieni alla legge vai incontro a una sanzione. Ma se stai dentro a un carcere non hai più possibilità di scelta. La quarantena è tutta imposta dall’esterno. Non ha l’elemento di consapevolezza di quei singoli, gruppi o città che hanno scelto l’auto-isolamento.

LEGGI ANCHE: Numeri e problemi delle carceri italiane nel rapporto del garante dei detenuti

Ciò in un contesto di degrado del sistema penitenziario.
Il dipartimento Amministrazione Penitenziaria in questi ultimi anni è stato gestito in maniera veramente infelice.

Qual è il problema maggiore?
Il punto cruciale è il sovraffollamento. L’emergenza coronavirus è arrivata nel punto nevralgico di massimo sovraffollamento. Purtroppo la situazione di tensione in carcere c’è. Si tenga conto che nel 2019 in carcere ci sono stati 53 suicidi di detenuti.

Detto questo, c’erano alternative alla sospensione dei colloqui?
La sospensione, ripeto, era inevitabile. Però stiamo parlando di provvedimenti presi con una tale fredda sbrigatività da risultare spesso pasticciati. Al posto del colloquio annullato, per esempio, poteva essere garantito al detenuto il rapporto con l’esterno attraverso un congruo aumento del tempo per telefonare, e magari anche attraverso Skype. Mi rendo conto che è difficile, ma bisognava provare a dimostrare che non era solo un provvedimento afflittivo. Invece è stato imposto in un contesto degradato, dovevano trovare il modo di indorarlo, lo dico con grande esitazione e senza nessuna sicurezza, ma dato il contesto dovevano farlo. Vivo nello smarrimento di tutti i i cittadini italiani, cerco di farmi una idea, ma voglio avere un atteggiamento non confliggente con questi provvedimenti. Sono confliggente con chi ha fatto sì che il sistema penitenziale italiano sia lo schifo che è oggi. Questo sì.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it