Hanau e la storia del terrorismo di estrema destra in Germania

La violenza xenofoba e neonazista, nelle sue varie ramificazioni, è un fenomeno carsico nel Paese. E pronto a esplodere come accaduto nella città dell'Assia. Eppure per troppo tempo il governo ha sottovalutato questa minaccia, liquidando gli attentati come casi isolati. L'analisi.

Odio razzista, xenofobo e antisemita: nella storia della Germania riunificata, negli ultimi 30 anni, la violenza targata estrema destra, nelle sue varie ramificazioni, ha lasciato una lunga scia di sangue.

Non semplice da seguire, anche per il fatto che le cifre del governo e delle varie istituzioni si discostano da quelle raccolte dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili.

Basti solo pensare che se per Berlino il numero ufficiale delle vittime dal 1990 è fissato in 94, la fondazione Antonio Amadeo Stiftung ne ha contate 198, più una dozzina di casi opachi ed escluse ancora quelle di Hanau (9 le vittime più il killer e la madre, i cui corpi sono stati ritrovati in un appartamento). Più del doppio, insomma. Per fare un paragone, più o meno calzante, ma comunque indicativo, le persone uccise dalla Rote Armee Fraktion tra il 1971 e il 1998, anno della scioglimento ufficiale dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra, furono 33.

IL TERRORE NERO PRIMA DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA

La Fondazione Amadeu prende il nome dalla prima vittima di odio razziale in Germania dopo la riunificazione, immigrato angolano arrivato nella Ddr prima che cadesse il Muro di Berlino e massacrato da un gruppo di neonazisti a Eberswalde il 24 novembre 1990. Il terrore nero si era già fatto sentire prima, sia nella Germania Ovest che in quella dell’Est, teatri di omicidi e attentati negli Anni 70 e 80. Così se nel 1979 vicino ad Halle (Ddr) furono ammazzati due immigrati cubani, nel 1980 ad Amburgo fu data alle fiamme una residenza per immigrati vietnamiti, con due morti e la responsabilità attribuita all’organizzazione neonazista Deutsche Aktionsgruppen. Poi la bomba all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980, 13 morti), seguita dall’assassinio del rabbino di Erlangen Shlomo Lewin e della sua compagna da un membro della Wehrsportgruppe Hoffmann, altra organizzazione neonazista poi sciolta.

Uno dei bar colpiti dal killer di Hanau (Ansa).

NON SOLO CASI ISOLATI, MA FENOMENO CARSICO E COSTANTE

Da 40 anni a questa parte in realtà poco è cambiato, nel senso che sia da una parte che dall’altra della ex cortina di ferro, con un’accelerazione dopo la riunificazione, si è assistito a episodi di violenza più o meno gravi, compiuti da singoli e organizzazioni, che in ogni caso non possono essere rappresentati come eccezioni, ma definiscono anzi la regola: nonostante la narrazione, governativa e mediatica, abbia spesso e volentieri liquidato la questione del terrorismo e della violenza di estrema destra come casi isolati, è evidente che si tratta di un fenomeno costante, con esplosioni a ripetizione. Certamente non si possono mettere sullo stesso piano episodi slegati tra di loro come quelli di Mölln (1992, tre morti), Solingen (1993, 5 morti), Lubecca (1996,10 morti), attentati incendiari di matrice neonazista, e la strategia di attentati della Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund, clandestinità nazionalsocialista, Nsu) che in oltre 10 anni, tra il 1997 e il 2011 ha rivendicato una decina di omicidi a sfondo razziale, ma il contesto tedesco ha sempre offerto negli ultimi decenni scenari di questo genere.

LE ACCUSE DOPO IL MASSACRO DI HANAU

In definiva, lupi solitari che fanno branco, accanto a vere proprie strutture terroristiche capaci di crescere e proliferare sul territorio, a Est come a Ovest, anche con la complicità di chi ha sempre sottovalutato o voluto sottovalutare la complessità e gli elementi del fenomeno della destra radicale neonazista. Suonano in questo senso come un monito le parole del presidente della comunità ebraica Josef Schuster dopo la strage di Hanau: «Per troppo tempo il pericolo dell’estremismo di destra sempre crescente è stato poco o per nulla considerato». Schuster ha poi aggiunto che «polizia e giustizia hanno sempre il problema di essere deboli di vista dall’occhio destro». Un atto di accusa nei confronti di un sistema e di un governo che hanno trascurato l’escalation.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

LA CRESCITA DI AFD NELL’EST DEL PAESE

La cancelliera Angela Merkel ha detto che «il razzismo e l’odio sono un veleno che esiste nella nostra società» e messo in relazione i fatti di Hanau con i recenti attacchi e minacce alle sinagoghe tedesche e all’omicidio del politico Walter Lübke. Ma nei 15 anni del suo governo gli scandali riguardanti le indagini sulla Nsu e le polemiche cicliche sui rapporti spesso opachi tra il Verfassungsschutz, il servizio di sicurezza interna, e l’area dell’estrema destra gettano un’ombra su quanto il governo tedesco abbia voluto davvero andare a fondo nel contrastare il problema del terrorismo e della violenza neonazista, xenofoba e antisemita. Anche in un contesto, quello dell’ultimo quinquennio, in cui è sorta e si è sviluppata, soprattutto nelle regioni della ex Ddr, guidata da personaggi provenienti dalla Germania Ovest, la Alternative für Deutschland, formazione nazionalista di destra che all’Est raccoglie circa un quarto dei consensi dell’elettorato. Dopo Hanau, la Spd, il partito socialdemocratico che governa a braccetto con i conservatori della Cdu di Merkel, ha definito la AfD «il braccio armato del terrorismo di destra». Parole pesanti, non senza qualche fondamento, che contribuiranno ad alzare i toni del dibattito politico nella Grande coalizione e all’interno della stessa Cdu, impegnata a trovare una nuova identità e una nuova strategia di alleanze nellera post Merkel ormai alle porte.  

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La strage dell’odio

Ad Hanau, nell'Assia, un uomo apre il fuoco contro alcuni locali frequentati dalla comunità turca. Undici le vittime, compreso il killer. Tobias R. in uno scritto aveva evocato l'annientamento di alcuni popoli. L'estrema destra colpisce ancora, dopo l'attacco alla sinagoga di Halle e l'omicidio di del politico della Cdu Walter Lübcke.

Sarebbe ancora una volta l’odio razziale il movente del massacro di Hanau, città a una ventina di km da Francoforte. Undici le vittime, compreso il killer, quattro i feriti definiti gravissimi.

Tobias R., tedesco, ha aperto il fuoco mercoledì notte contro alcuni shisha bar, locali dove si fumano i narghilè amati dalla comunità turca. Tra le vittime ci sarebbero alcuni cittadini curdi. L’uomo è poi tornato a casa dove si sarebbe tolto la vita. Nell’appartamento è stato trovato anche il cadavere della madre.

Gli inquirenti nell’abitazione dell’uomo, vicino agli ambienti di estrema destra, hanno trovato, riferisce la Bild, uno scritto e un video testamento. «Alcuni popoli, che non si possono più espellere dalla Germania, devono essere annientati», sosteneva il killer.

I primi colpi sono stati esplosi in un locale del centro storico della città, il Midnight a Heumarkt. Qui un testimone ha detto di aver sentito fra gli otto e i nove colpi da arma da fuoco. Subito dopo, è stato preso di mira un secondo locale di narghilè nel quartiere di Kesselstadt, l’Arena bar & Cafè, nella Karlsbader Strasse: il killer avrebbe bussato alla porta, per poi aprire il fuoco attorno a sé nell’area fumatori.

Il terrorismo di destra dunque sembra aver colpito ancora una volta la Germania. Solo pochi giorni fa un megablitz della polizia aveva portato all’arresto di 12 persone con l’accusa di voler commettere attentati contro profughi e musulmani per scatenare una guerra civile in Germania e sovvertire l’ordine costituito.

Ci sono poi i precedenti Il 9 ottobre scorso era stata presa di mira la sinagoga di Halle dove Stephan Balliet, che aveva con sé quattro kg di esplosivo, era intenzionato a compiere un massacro. Le vittime furono due. Il 27enne, legato ai neonazisti, durante i video dell’assalto aveva accusato gli ebrei di essere «la radice di tutti i problemi», sostenendo che il femminismo era la causa del calo dei tassi di nascita in Occidente che ha aperto le porte all’immigrazione di massa.

Qualche mese prima, in giugno, era stato ucciso il politico della Cdu Walter Lübcke, presidente del distretto governativo di Kassel, nell’Assia. Il principale accusato dell’omicidio è il neonazista Stephan Ernst, sostenitore della AfD. Anche se il partito di estrema destra aveva negato ogni vicinanza con Ernst, la Bild a settembre aveva rivelato l’impegno dell’uomo nelle attività di propaganda elettorale nel Land nel corso del 2018. Ernst aveva anche partecipato a una manifestazione a Chemnitz.

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L’estrema destra al potere per un giorno in un Land della Germania

In Turingia il candidato dei liberali è stato eletto governatore grazie ai voti dell'Afd, che per la prima volta è entrato in una maggioranza. Dopo 24 ore costretto alle dimissioni per il terremoto politico.

In Turingia il candidato dei liberali Thomas Kemmerich è stato eletto governatore il 5 febbraio a sorpresa grazie ai voti dell’Afd, il partito di estrema destra tedesco, che per la prima volta è entrato in una maggioranza. Dopo 24 ore è stato costretto alle dimissioni per il terremoto politico che ha scosso tutta la Germania.

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Ho avuto amici fascisti, ma non avrò mai un amico salviniano

La vera destra, anche quella nostalgica, non ha nulla a che vedere con il leader della Lega. Peccato che molti intellettuali d'area e pure moderati non se ne rendono conto. In caso di una sua vittoria anche per questi personaggi ci sarà poco da festeggiare. Perché l'Italia sarà a un passo dalla guerra civile.

Ho amici fascisti. Li ho sempre avuti. In verità nella mia famiglia, malgrado i miei due nonni ferrovieri socialisti e mio padre socialista anche lui (e poi comunista), c’erano molti fascisti soprattutto fra gli zii più cari.

Ho di loro un ricordo dolce anche se per anni hanno tentato di portarmi noiosamente dalla loro parte non riuscendovi.

Gli amici fascisti li ho trovati nella scuola e, dopo, nella vita. Li ho avuti anche negli anni in cui ragazzi di destra e di sinistra si menavano come fabbri e io stesso, pur essendo piccolo e nero, partecipavo all’organizzazione delle nostre squadre di autodifesa dai fasci.

NON CONFONDIAMO IL FASCISMO CON IL SALVINISMO

Oggi da uomo di una certa età (formula ce vuol dire “vecchio”) ho trovato nuovi amici e colleghi e fra questi anche tanti che sono di destra e fascisti. Negli anni da parlamentare ricordo le lunghe chiacchierate con Gennaro Malgieri e altri amici dello schieramento opposto. Insomma, non ho mai alzato muri né sono stati alzati contro di me. Era ovvio che evitavamo le discussioni troppo divisive. Ci rispettavamo. Scrivo queste cose per dire che non riuscirei, invece, ad avere un amico salviniano.

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L’amico fascista era “famiglia, legge e ordine”, ammirava dittatori che io detestavo, aveva una idea della storia del Ventennio molto indulgente. Alcuni di noi di sinistra poco alla volta cominciammo anche a capire il loro dolore e, non condividendole, le ragioni dei ragazzi che dopo la caduta del Duce restarono da quella parte. Mio padre, che ebbe un riconoscimento per aver combattuto in reparti dell’aeronautica che parteciparono alla parte finale della guerra contro i nazisti, andò a prendere suo fratello minore scappato a Milano per arruolarsi nelle Repubblica di Salò. Tuttora considero le parole di Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante sulla pietà verso gli sconfitti, i ragazzi morti dall’altra parte, come una pietra miliare della civiltà.

Se vincerà Salvini non so per quanto tempo la destra potrà festeggiare. La sinistra ha fatto cazzate, tante, ma il mondo per il quale molti di voi tifano sarà tutto vostro. Vi citofoneremo

L’INDECENTE CAMPAGNA ELETTORALE IN EMILIA-ROMAGNA

Matteo Salvini non c’entra con questa storia, con questo intrigo di sentimenti così contraddittori, con queste due Italie che si sono combattute, anche ferocemente, ma che hanno tentato di stare assieme, anche quelli, nostalgici del regime, che non si sentono cittadini di questa Repubblica. Salvini è invece un facinoroso guerrafondaio che vuole spingere gli italiani a combattersi. Non ha un progetto per il dopo. Non dobbiamo temere, o sperare, che voglia lo stato corporativo, meno o più sindacati, meno o più libertà di stampa.

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L’orizzonte di Salvini è rinchiuso nell’idea che si esce di casa e si spara (per ora verbalmente) contro chi non ti piace, soprattutto se nero o se rosso. La sua campagna elettorale in Emilia-Romagna è stata forse la più indecente manifestazione di politica divisiva che l’Italia abbia mai avuto. Eppure veniamo dagli scontri fra la Chiesa e Baffone, dagli anatemi reciproci. Ma nessuno mai era andato all’assalto personale contro cittadini di diversa etnia o opinione politica. 

L’ITALIA RISCHIA UNA NUOVA GUERRA CIVILE

Mi dispiace molto che molti intellettuali di destra non colgano la grande differenza che c’è fra la loro cultura e quella di Salvini. Capisco Sinisa Mihajilovic, e gli auguro lunga vita: la sua concezione morale e politica è fondata sul sostegno ai protagonisti della pulizia etnica, ma noi italiani del 2020 che c’entriamo con quella cultura? C’è poi una fascia di intellettuali moderati assillati da decenni dal tema della rottura dell’egemonia comunista. Eppure se scriviamo la storia degli ultimi decenni la cultura non l’hanno governata i comunisti ma i giustizialisti, i cerchiobottisti, tutti gli allievi del “mielismo”.

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Se vincerà Salvini non so per quanto tempo questi personaggi e la destra tutta intera potranno festeggiare. Quando si renderanno conto che con Salvini l’Italia sarà a un passo dalla guerra civile sarà forse troppo tardi. La sinistra ha fatto cazzate, tante, ma il mondo che vedremo e per il quale molti di voi tifano e lavorano sarà tutto vostro. Vi citofoneremo. 

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Liliana e Nilde, vittime del maschilismo impotente

C'è una banda di sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani, che se la prendono con due grandi donne. Ma più che giornalisti sono conformisti del pensiero unico cattivista impegnati nell'impresa titanica di far sembrare il leader della Lega una persona intelligente. Ridateci una destra vera.

Ciò che mi colpisce nel giornalismo di destra conformista è la viltà. Oggi per esempio Pietro Senaldi replica a Filippo Facci difendendo la storia di Liliana Segre per attaccare coloro che Liliana Segre hanno difeso dagli energumeni di destra che la insultano. Lo fa anche citando quell’antisemitismo di sinistra che alligna nelle file dei sostenitori della causa palestinese. Ormai stiamo arrivando al punto che gli arnesi più di destra e che hanno alle spalle, nella loro storia, l’ignominia della Shoah, salgono in cattedra per quattro scalmanati idioti che difendono i palestinesi aggredendo la Brigata ebraica e insultando gli ebrei e Israele.

L’IGNORANZA DILAGA E COLPISCE ANCHE PARISI

L’ignoranza dilaga se persino Stefano Parisi, che è uomo di qualità, ha scritto un post in cui pretende che si canti l’inno americano per celebrare la liberazione dai lager dimenticando che i maggiori campi di concentramento furono espugnati dall’Armata rossa. I tempi sono questi e il conformismo sovranista porta all’analfabetismo di ritorno anche brave persone.

Stessa sorte è toccata alla cara Nilde Iotti, probabilmente il miglior presidente della Camera che abbiamo avuto. La Nilde è stata una giovane dirigente partigiana, seria, competente, combattiva, che conobbe Palmiro Togliatti quando si era già aperta una strada nella politica di allora, politica durissima dove la selezione era feroce, e se ne innamorò riamata per tutta la vita.

NILDE, PREPARATISSIMA E INTEGERRIMA

Il partito, per regole di cui ci si deve tuttora vergognare, costrinse i due innamorati a una lunga vita clandestina, fino a che il rapporto non venne portato alla luce e il capo del partito e la deputata preparatissima e integerrima poterono mostrare il loro amore e l’amore per la bambina adottata, sorella di una vittima di una violenza poliziesca.

nilde iotti
Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. (Ansa)

CHE MISERABILE COMMENTO SULLE EMILIANE-ROMAGNOLE

Ora questa banda di conformisti sovranisti, ieri berlusconiani oggi salviniani domani chissà, ha avuto la genialità, di fronte a uno sceneggiato televisivo, di vantare le qualità “di letto” della Nilde e allorché la reazione delle donne si è rivelata vigorosa, vilmente hanno degradato la loro osservazione allargando queste qualità al tipico femminino emiliano-romagnolo. Miserabili. Anche perché non per caso se la prendono con due donne, Liliana e Nilde, nel loro maschilismo da impotenti.

MOSTRUOSITÀ QUOTIDIANE A COLPI DI FAKE NEWS

Come al solito scagliano la pietra e nascondono la mano. Questo gruppo di facinorosi di destra, a cui si è aggiunto anche Alessandro Sallusti dopo anni di sofferente solitudine nel periodo anti-salviniano di Silvio Berlusconi, ha occupato un paio di reti televisive, produce mostruosità quotidiane con fake news e insulti a tutto spiano, cerea allarme e timori. Non hanno neppure quella qualità professionale che ebbe negli anni difficili del Dopoguerra quella stampa di destra che radunò brillantissime teste di corsivisti e scrittori e di inviate coraggiose come Gianna Preda (Maria Giovanna Pazzagli era il suo vero nome), eroina giornalistica dell’anticomunismo.

Un drappello di giornalisti che, col culo al caldo, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente

Oggi abbiamo un drappello – e dal punto di vita militare si dice “drappello” perché è guidato da militari di grado inferiore – che, col culo al caldo e senza i rischi che correva la Preda, è impegnato nell’impresa titanica di far sembrare Salvini una persona intelligente.

VOLTAGABBANA PRIMA GIUSTIZIALISTI E POI GARANTISTI

Io ho coltivato amicizie a destra, ho frequentato e frequento intellettuali di destra, leggo i libri che loro leggono. Ma non riesco ad appassionarmi alla propaganda di questi quattro voltagabbana giustizialisti e poi garantisti, craxiani e poi berlusconiani, salviniani e conformisti del pensiero unico cattivista.

GIORDANO NON È FUNARI, MA SOLO UNA MACCHIETTA

Ormai sono all’ultimo giro di ballo. Mario Giordano non è Gianfranco Funari. Fra qualche anno neppure Blob si occuperà di un vecchio giornalista de il Giornale autore di severi editoriali liberisti trasformatosi oggi in una macchietta televisiva sguaiata e priva di ingegno. Voglio una destra vera, anche con quelli cattivi e cattive, non personaggetti coltivati negli studi televisivi compulsando gli ascolti.

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

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È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Germania, assedio alla Grande coalizione di Merkel

I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.

Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.

Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.

Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.

I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI

«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.

L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE

Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.

VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?

Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.

L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO

Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.

IL MAQUILLAGE DI AFD

All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.

IL PRECIPIZIO DELLA SPD

Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.

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La galassia delle influencer di estrema destra

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro..

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro del mondo l’immagine della “Miss HitlerFrancesca Rizzi, 26enne del Milanese, rappresentante dell’Italia al raduno di neonazisti di Lisbona dello scorso agosto. La biondissima militante di Autonomia nazionalista, nel sottobosco lombardo dell’estrema destra, con aquila e svastica tatuati sulla schiena ed esibiti in Rete, era stata proclamata «l’ariana più bella del mondo» a un concorso del Facebook russo, Vk. Contenitore e valvola di sfogo della galassia internazionale nazifascista. Francesca non aveva peli sulla lingua sui «giudei maledetti», «subumani che devono sparire dalla faccia della terra».

LA SERGENTE HITLER

Come la “sergente maggiore HitlerAntonella Pavin, madre e impiegata incensurata della rete sgominata dalla Digos e dall’antiterrorismo intenzionata a ricostituire il Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori. Pavin, 48enne del Padovano, afferma convinta che «non esistevano le camere a gas» e che «ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento c’erano le piscine». Sui social postava di dar fuoco ai nomadi. E sempre su Vk se la prendeva con i «froci» del gay pride, «la cosa più schifosa è che ad appoggiare questi rifiuti c’erano anche famiglie. E poi la gente mi critica perché sono nazista» vergava. «Lo sarò fino alla morte perché quando morirò sarò contenta di aver ripulito il mondo. Sempre Heil Hitler e rogo per gli infami».

Estreme destre donne influencer
Annika Stahn, alias Franziska, cover girl dei neonazi tedeschi.

«SOLO FRASI IN LIBERTÀ»

Ora quei post sono cancellati. Gli account di Francesca, Antonella e degli altri 19 neonazisti indagati bloccati. Le loro case perquisite, uno di loro arrestato per detenzione di un fucile a pompa e munizioni da guerra. Nell’armamentario di Pavin c’era un volantino di minacce contro il deputato del Pd Emanuele Fiano, ebrei figlio di un deportati ad Auschwitz, tra i bersagli con Liliana Segre e Laura Boldrini degli anatemi deliranti delle fan di Hitler. Dicono adesso, «soltanto frasi scritte in libertà, che non fanno male a nessuno». In realtà, traspare dalle intercettazioni, ben consce ai tempi di poter essere attenzionate e prudenti nel fare apparire quelle foto e quelle frasi su Facebook. Le due donne di punta della rete si consignavano su come non essere oscurate.

Franziska è il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi

LE GRANATE E LE ROSE

Come altre donne delle cosiddette nuove destre, Francesca e Antonella avevano un ruolo mediatico o di coordinamento. Una minoranza che, anche nel sottobosco europeo e dei suprematisti bianchi americani, cresce per visibilità alle sfilate, accanto agli uomini, e nel reclutamento e nela propaganda in Rete. In Germania il fenomeno è diventato evidente con le coppie di neonazi apparse insieme alle recenti parate nell’Est, e tra i cortei di ragazzi identitari dell’estrema destra austriaca. Il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi, rivolta ai giovani, è la 22enne Annika Stahn, studentessa di Germanistica e patriota. Franziska sui social network e sul suo blog Radikal feminin che ha come logo una granata e una rosa.

LE INFLUENCER NERE

I suoi account – seguitissimi dalle community – su Facebook e Twitter sono stati bloccati. Il blog delle granate e delle rose non è aggiornato dal 2018, ma i post e i video del credo restano disponibili. Franziska mantiene un aspetto esteriore più puro della miss Hitler italiana: niente tatuaggi e trucco leggerissimo. Il modello proposto è di «femmine anti-femministe». Radicali perché attratte da famiglie antiche, con molti figli, e da ambienti bucolici da Arcadia, ripuliti dagli immigrati e da altre contaminazioni. Le “influencer nere” sono religiose, parlano degli autori e del genere fantasy nel pantheon delle estreme destre. E di come entrare nell’esercito. Di guerra agli immigrati e a quelle che chiamano teorie del gender.

Estreme destre donne influencer
Brittany Pettibone, fan di Salvini, e il fidanzato Martin Sellner, leader degli identitari austriaci.

LA FAN ALT RIGHT DI SALVINI

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

Far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del Movimento identitario

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

LE MILITANTI IN PRIMA LINEA

Anche Sellner, studente di filosofia, attraverso Brittany ha intessuto relazioni con l’alt right dei suprematisti americani. Nonostante da quest’anno, come dal 2018 nel Regno Unito, gli sia stato vietato l’ingresso negli Usa, a causa di trascorsi ammessi e reiterati: le svastiche, da 17enne, disegnate sulle sinagoghe, poi i pellegrinaggi ai memoriali della Wehrmacht con i neonazi e gli scontri con gli attivisti di sinistra. Non ultima, nel 2019, la perquisizione dell’appartamento e il sequestro di pc e telefoni, per le indagini su una sospetta organizzazione terroristica. Eppure Sellner continua a essere la star dei giovani identitari nell’area tedesca: far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del suo movimento.

“REBELLANIE” E CASAPOUND

La pagina Facebook in tedesco “Donne e ragazze identitarie” – bloccata – contava più di 6 mila iscritte alle discussioni. Ma su Vk amico, sui gruppi Whatsapp e sulle piattaforme video continuano ad attrarre audience identitarie come la tedesca Melanie Schmitz, alias Rebellanie, 25enne fotografata con davanti a una bandiera di CasaPound, o come l’austriaca Alina Wychera ,che sotto lo pseudonimo Alina von Rauheneck ha diffuso il video “Proteggere l’Europa” per il presidente della Repubblica. Come il Movimento identitario, in Italia anche CasaPound manda avanti delle militanti: le donne sono circa il 21% degli esponenti, tra loroMaria Bambina Crognale è stata una leader del progetto di sindacato. Carlotta Chiaraluce, 35enne coordinatrice romana di CasaPound è una delle donne più in vista del movimento, come l’alter ego milanese Angela De Rosa.

LE AUSILIARIE PRO EVA BRAUN

Da anni Forza Nuova, a cui erano vicino o legati Pavin e altri indagati sul tentato Partito nazionalsocialista italiano, ha una sezione femminile. Tra le iscritte, appena il 12% tra i neofascisti di Roberto Fiore, spicca la candidata alla Camera Desideria Raggi (per il “reddito di maternità”). Altre reti italiane di donne di estrema destra sono, al Nord, il Servizio ausiliario femminile (dall’omonima sezione nella Repubblica di Salò), dei neonazi dei Dodici raggi (un simbolo delle Ss), dove le naziskin stampano e diffondono volantini con Eva Braun. E le sempre più aggreganti Identitarie, il ramo femminile dei giovani identitari guidato da Eleonora Pamphili. Gruppi ben collegati tra loro perché molto solidali – ma solo tra donne bianche e molto intolleranti.

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Nel mare della propaganda gli intellettuali di destra affogano

Sono convinti di vivere la stagione del grande cambio dell’establishment ma non vedono la novità della presenza di movimenti che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini. Verrà da qui la sorpresa amara per loro.

Un tema italiano è quello del rapporto fra intellettuali di destra e la politica. Per dirla in poche parole, quante ne sono consentite su un giornale online, dobbiamo fare una prima distinzione che eviti di chiamare “destra” tutto ciò che si oppone alla sinistra e che si dichiari conservatore.

La questione più interessante non riguarda intellettuali che vengono dalle fila nobili del conservatorismo italiano e dall’anticomunismo democratico, ma proprio quelli che vengono da storie che sono intricate con la destra vera, quella che si coagulò attorno al Msi, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini.

L’errore della sinistra è sempre stato quello di non aver concesso, come se spettasse a lei dare questa concessione, a questo mondo la titolarità di rappresentare una cultura vera. L’egemonia culturale della sinistra è stata spesso esercitata con grande demagogia e supponenza e con voglia di escludere che non hanno giovano al dibattito e alla riappacificazione.

QUEGLI EX FASCISTI CHE SI SENTONO CORPO ESTRANEO DELLA REPUBBLICA

Anche oggi, dico una cosa scomoda, noi antifascisti ci ostiniamo, nella difesa sacrosanta dei nostri principi e della nostra storia, a riconoscere che l’altra parte ha un blocco di idee con cui vale la pena discutere. Pigi Battista ha scritto un libro bellissimo sul suo papà fascista e di quel libro mi ha sempre colpito la descrizione di un vecchio signore, affermatissimo avvocato, difensore anche di “nemici”, cittadino esemplare che ha sempre vissuto come estraneo in questa Repubblica. Insomma, fra le tante revisioni che si chiedono alla sinistra c’è quella di abbandonare la supponenza e di riconoscere le storie degli altri proprio per combattere di quelle storie gli effetti politici di cui si è avuto paura e che tuttora inquietano.

Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria

C’è però un passo in avanti che l’intellettualità di destra non fa. Faccio due esempi. Il primo è sciogliere quel nodo che ha definito la vita intellettualmente tormentata del papà di Pigi Battista. Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria. Vorrei capire le ragioni, le aspirazioni, i fondamenti culturali. Il secondo riguarda l’idea che traspare in molti di loro, soprattutto come al solito nei nuovi venuti, ex forzisti ed ex comunisti e socialisti, di vivere la stagione del grande cambio in cui cade l’establishment e inizia una nuova era. Le cose non stanno così.

LA MIOPIA DEGLI INTELLETUALI DI DESTRA CHE IGNORANO I MOVIMENTI

Non nego, mi arrendo all’evidenza, che ci sarà una prevalenza elettorale della destra ma quello che gli intellettuali di destra non vedono sono due fenomeni:

A) La fragilità culturale del proprio campo sul terreno dell’immaginazione politica. La Lega ha perso l’unica idea che aveva, il Nordismo, ed è oggi un confuso partito xenogfobo, statalista, amico dei nemici dell’Europa. La gara fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, segnalata da queste colonne da mesi, rivelerà quanto la destra di tradizione sia il nemico principale della destra arruffona e ubriaca (per carità nessun riferimento personale, giuro) del mondo leghista.

B) Non vedono questi intellettuali di destra che da gran tempo si affollano i segnali di un nuovo protagonismo di massa. Sono movimenti spesso usa e getta, nascono e scompaiono, ma sempre più spesso rivelano una profondità nella società e un asse culturale “repubblicano” che rifiuta quasi tutto della vecchia sinistra per chiedere una politica tollerante, nemica della guerra civile. Molti critici di sinistra dicono che è poco. Io dico che è molto.

Piazza Duomo gremita, a Parma, per l’adunata delle ‘sardine’ del 25 novembre 2019.

Gli intellettuali di destra non vedono la novità , anch’essa, carsica, della presenza di movimenti di donne con temi e mobilitazioni fantasiose che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini, non solo alle donne. Verrà da qui la sorpresa amara per la destra. Il fatto che i suoi intellettuali si blocchino con l’idea del grande cambio e non vedano che alle loro spalle sta crescendo un’ondata che li sommergerà la dice lunga su quanti passi indietro abbia fatto la cultura politica italiana, sia a destra sia a sinistra.

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L’antipolitica è finita, ora si combatta la destra anti italiana

Salvini e Meloni, vecchi rottami di governo, si sconfiggono solo con una vera svolta a sinistra radicale e riformista. Lasciamo loro il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

Il lento e inesorabile declino del Movimento 5 stelle testimonia che la lunga stagione dell’antipolitica e del populismo, né di destra né di sinistra, è finita.

Forse per qualche anno ancora ci sarà una pattuglia di deputati grillini, è probabile che una parte di cittadini incazzatissimi resti con i suoi capi attuali o con quelli che manderanno via Luigi Di Maio, ma la ricreazione è finita.

Arrivati al governo, cioè nel cuore della politica, i pentastellati si sono spenti e le loro idee, trasformate in proposte dell’esecutivo, si sono rivelate inquietanti dalla Tav all’Italsider.

L’ANTIPOLITICA HA CREATO UNA DESTRA ESTREMISTA

La fine dell’antipolitica restituisce la scena allo scontro fra destra e sinistra, come era prevedibile. Sono entrambe cambiate. La destra è quella che è mutata di più perdendo definitivamente ogni traccia di moderatismo e rivelandosi la componente più avventurosa ed estremista della scena italiana. È anche quella componente che ha radunato la classe dirigente più chiassosa, più indifferente di fronte ai dati della realtà, più propensa alla bugia soprattutto se clamorosa.

La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio

Dimentichiamo tutte le destre italiane che abbiamo combattuto noi di sinistra. La stagione di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, oggi alleati domani concorrenti, prepara il Paese per il definitivo salto nel buio. Meloni, che è più intelligente di Salvini, lo sa e per questo dichiara di avere crisi d’ansia quando pensa a un governo fatto da loro.

MELONI E SALVINI SONO DUE ROTTAMI DELL’ANCIEN RÉGIME

Questa destra rifiuta la sua storia e usa il fascismo come un take away, prende quando e quel che serve. Stiamo parlando di una destra anti-italiana che è diventata sovranista, di una destra antimeridionale che ha i suoi dirigenti al Sud, stiamo parando di una destra che predica moralità ma è fin dal suo vertice impelagata in contese giudiziarie senza precedenti, stiamo parlando di una destra che ha governato male l’Italia per decenni e in particolare ha ucciso Venezia.

Da sinistra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (foto Roberto Monaldo / LaPresse).

Gli stessi leader, Salvini e Meloni, sono vecchi rottami di governo. Eppure una grandissima parte di italiani che fu indifferente al conflitto di interesse e alla questione morale sollevata contro Silvio Berlusconi, oggi si schiera a protezione di Salvini e Meloni dimenticando i danni che la tragica coppia ha già provocato. È, per l’appunto, il prevalere della logica destra-sinistra, che fa scegliere l’avversario del tuo avversario anche se un pò fa schifo anche a te.

QUESTA DESTRA RAPPRESENTA L’AREA RICCA E PANCIUTA DEL PAESE

Molte tesi sociologiche attorno al successo della destra sono culturalmente fragili. Per esempio non è vero che la destra è popolo ed è il popolo sconfitto dalla crisi. La destra è soprattutto quell’area ricca e panciuta della borghesia italiana che vuole lucrare sulla crisi utilizzando la plebe come propria massa di manovra. Tutte le destre sono così. Queste destre hanno bisogno di una vera prova di governo. La sinistra che intende rinviare questo appuntamento attraverso giochetti parlamentari danneggia se stessa e il Paese, soprattutto quando il giochetto fallisce, come il governo Conte 2.

Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata

Contrastateli, cercate persino di batterli, conteneteli ma se una maggioranza di italiani li vuole, se li prenda. Io sono convinto che Salvini premier dura pochissimo. Non ce la fa, ha la cazzata incorporata. L’esistenza della destra, e di questa destra, non può spingere la sinistra al richiamo della nostalgia sotto la voce “antifascismo”. È troppo ed è troppo poco. Né, a differenza di quel che si pensava alcuni mesi fa, incoraggia grandi schieramenti con tutti dentro.

LA SINISTRA DEVE CAMBIARE RADICALMENTE

La sinistra ha perso gravemente per ragioni che ormai è inutile indagare perché sono chiare: a) si è ubriacata di blairismo e di clintonismo, b) ha dimenticato che si può convivere col capitalismo ma facendo a cazzotti con esso, c) che occorre una visione, cioè quella roba per cui una sinistra si fa nazionale in quanto incarna una vocazione del Paese, ad esempio un nuovo industrialismo tecnologico e sostenibile, e) che deve tornare fra le persone, costruendo e aiutando l’associazionismo, f) che deve mutare tutta, dicasi tutta, la propria classe dirigente.

La manifestazione pacifica di Piazza Maggiore a Bologna contro la Lega di Salvini.

Credo che anche voi quando vedete i “:” e subito dopo le virgolette aperte prima del nome di un ministro di sinistra, abbiate la certezza che state per leggere la dichiarazione più stupida della giornata. Questa sinistra deve essere radicale e riformista, non ha paura del proprio passato, non lo vuole far tornare in vita ma non saranno Salvini secessionista e Meloni con quei bubboni alle spalle a rimproverare le tragedie della sinistra.

NESSUNA IDEA PER RISOLVERE I DRAMMI DI TARANTO E VENEZIA

Questa sinistra non ha bisogno di Matteo Renzi con cui non deve neppure più litigare. Renzi provi a fare quello che sogna senza più i voti di quelli che prima votavano il Pci. Renzi si faccia un suo bel partito di centro e decida se mettersi accanto alla sinistra che aborrisce o a Savini che non gli sta antipatico. L’unica possibilità che la sinistra ha è di rifondarsi dopo aver buttato giù quello che c’è e poi, armata da un trattino gigantesco, affiancarsi a una forza di centro e così tentare l’impresa.

Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra

Tutto ciò non deve avvenire in laboratorio. Tuttora non vedo quartieri popolari affollati di gente di sinistra, vedo che il dramma di Taranto non commuove perché l’anima ambientalista recalcitra di fronte al sogno della fabbrica sostenibile, non vedo nulla che non sia una raccolta di denari che dica come concretamente aiutare Venezia. Senza questo nuovo spirito fra gli italiani, senza questa italianità vera non si va avanti. Loro si tengono il sovranismo, noi prendiamoci la Patria.

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C’è vita a destra oltre Bechis e Nirenstein

Malgrado il clima sfavorevole è necessario cercare un dialogo con chi è più lontano dalla sinistra. Ed è possibile con interlocutori come Giuli secondo cui l'odio etnico non deve trovare posto nelle politiche di chi aspira a governare il Paese.

Da tempo sostengo che è necessario, malgrado il clima sfavorevole, o forse proprio per questo, cercare un dialogo con chi è più lontano dalla sinistra. Un dialogo per capirsi, non per fare alleanze politiche (del resto sarei inadatto a fare queste proposte). 

Un dialogo per cercare di sgombrare il campo da detriti inutili e soprattutto da odi che possono far male a tutte e due le parti contrapposte. Ho fatto spesso anche appelli ai “fratelli in camicia nera”, seguendo una rigida tradizione comunista, e ho trovato poco ascolto, anzi nessun ascolto. Tuttavia conosco quel mondo, come conosco il mio, e so che lì ci sono sensibilità che guardano al futuro in una logica di pace.

LA TELEFONATA DI MELONI A SEGRE È MEGLIO DELLE POSIZIONI DI BECHIS E NIRENSTEIN

Non discuto alcune sgradevoli prese di posizione sul caso della commissione Segre. Per criticabile che sia la telefonata di Giorgia Meloni a Liliana Segre, è sempre meglio delle prese di posizione di Franco Bechis e di Fiamma Nirenstein sopraffatti dall’odio verso la sinistra. Però sul Tempo di domenica, diretto dall’eclettico Bechis, è apparso un articolo che merita di essere segnalato perché apre un varco nella discussione fra di loro e forse anche fra di loro, o alcuni di loro, e noi. 

Alessandro Giuli (Facebook).

PERCHÉ LE PAROLE DI GIULI FANNO RIFLETTERE

L’ha scritto Alessandro Giuli, giovane intellettuale che avrete visto in tivù, biondo e ormai bianco di barba e capelli, una lunga stagione al Foglio e ora naufrago in vari quotidiani di destra. Alessandro è un uomo di destra che dichiara di non venire da tradizioni liberali e che ha voluto dire la sua  sulle conseguenze del voto contrario alla mozione Segre della destra. Il suo articolo ha, secondo me, tre passaggi fondamentali su cui riflettere. Nel primo si dice che la destra deve «prosciugare ogni palude di contiguità intorno al proprio albero genealogico». Nel secondo sostiene che «si deve stabilire e sancire che non c’è alcun posto in casa propria per rivendicazioni politiche o sociali su base etnocentrica e, peggio ancora, per atteggiamenti indulgenti per chi bordeggi parole d’ordine razzialmente discriminatorie travestite da bellurie libertarie». Infine Giuli dice al suo mondo che «bisogna illuminare con chiarezza ciò che non si vorrebbe essere stati e si pretende di non essere mai più».

Il problema non è come far scendere nella politica poche battute ragionevoli annegate in un mare di coglionerie. Il fatto nuovo è che ci sia gente che ragiona senza abbandonare il proprio campo

L’ODIO ETNICO NON DEVE TROVARE POSTO IN UNA DESTRA CHE UOLE GOVERNARE

Alessandro Giuli è un intellettuale di destra vero, nel senso che nessuna di queste frasi estrapolate da un lungo articolo può prestarsi a una manipolazione che lo metta contro il suo mondo. Ma Giuli qui pone questioni di eccezionale importanza criticando anche il facilismo (direi l’“occhettismo”) con cui Gianfranco Fini sciolse il suo partito. Che dicono queste parole a un lettore di destra? Dicono che c’è e ci deve essere una continuità fra «ciò che non si vorrebbe essere stati e ciò che non si sarà mai più», ma soprattutto che ogni politica fondata sull’odio etnico non deve trovare posto nelle politiche di una destra che aspira a governare il Paese.

L’ITALIA È IL PAESE DELLE STORIE SEPARATE

Finora, a parte alcune cose scritte da Marcello Veneziani, sempre accompagnate da insulti contro la sinistra, quasi a voler cosi garantirsi il diritto di critica nel proprio mondo, non abbiamo mai letto parole più efficaci. Sia chiaro il punto della discussione. Non stiamo immaginando una destra che voglia assomigliare alla sinistra (mentre purtroppo accade sempre più spesso il contrario), né possiamo sognare storie “condivise”. Le storie sono separate. L’Italia è il Paese delle storie separate.

LEGGI ANCHE: Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

In questi anni ci siamo occupati di come si racconta la storia d’Italia dal Dopoguerra a Silvio Berlusconi intasata da un cumulo di falsificazioni avallate da intellettuali dei grandi giornali, mentre in periferia continua l’opera di scasso sudista contro il Risorgimento. E, in generale, c’è la divisione fra i cultori della democrazia post-resistenziale e chi non ha accettato quel patto che sancì la fine della guerra e si è sentito, e si sente, straniero in patria. Però queste divisioni non devono portare alla disperazione se nelle due parti fondamentali emergono voci che cercano di delimitare il campo del dissidio. 

SI PUÒ RAGIONARE SENZA ABBANDONARE IL PROPRIO CAMPO

Alessandro Giuli, con limpide parole, ha detto al proprio mondo cose precise e ha chiesto prese di posizione dolorose. Noi ex comunisti l’abbiamo fatto da tempo anche se la vulgata giornalistica e politica (non solo a destra ma anche nel Pd, basti pensare a Matteo Renzi) ha negato queste novità politico-culturali. Il problema, però, non è come far scendere nella politica-politica poche battute ragionevoli annegate in un mare di coglionerie odiose. Il fatto nuovo è che ci sia gente che ragiona e che lo fa ad alta voce senza abbandonare il proprio campo.

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Il compromesso storico della Germania contro i neonazi

Alle Regionali in Turingia ha sbancato il "mostro" Höcke, candidato dell'estrema destra di AfD. I cristiano-democraticidi Merkel, crollati, possono allearsi solo con la sinistra radicale per avere la maggioranza.

La batosta per il partito (Unione cristiano-democratica, Cdu) dell’ex ragazza dell’Est non è piovuta dalla temuta Sassonia, o dal Brandeburgo dove a settembre conservatori e i socialdemocratici (Spd) avevano sostanzialmente retto all’estrema destra. Ma dalla Turingia storicamente cerniera tra l’Est e l’Ovest della Germania: è smottato il Land dei vigneti e delle università di Jena ed Erfurt, culla del misticismo tedesco e del romanticismo, degli studi di Martin Lutero, di Karl Marx e di altri pensatori che avrebbero scosso l’Europa. Dopo le Regionali del 27 ottobre 2019, la Turingia potrebbe partorire il primo governo di compromesso storico in 30 anni dalla caduta della Ddr, la Repubblica democratica tedesca, celebrata in autunno.

LA PRIMA VOLTA CDU-LINKE?

La scossa per una giunta con gli ex comunisti della Linke, proposta dal leader regionale della Cdu di Angela Merkel, Mike Mohring, è stata il trionfo (23%) della peggiore corrente dell’estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), schizzata dal 10% del 2014 a secondo partito. E il crollo concomitante della Cdu (al 22%, -12%) che fino al 2010 aveva amministrato la Turingia dalla riunificazione. Il consolidamento della Linke a primo partito (al 31%, cresciuta di tre punti) è una soddisfazione anche personale per il governatore Bodo Ramelow, molto apprezzato tra la popolazione. Ma stavolta la Linke non può farcela con la Spd (-4%, all’8%) e con i Verdi (al 5%). Occorre un governo di tutti contro uno.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. (Getty)

IL PROBLEMA HÖCKE

Solo la partecipazione – o in extremis l’appoggio esterno – della Cdu e ci si augura dei Liberali (Fdp) al 5%, può garantire a Ramelow una maggioranza di governo. Il mostro da abbattere è l’esponente di AfD Björn Höcke, un «nazista» per Mohring e un «fascista» per i Verdi, nella calda campagna elettorale che si è chiusa. L’agitatore della Flügel, «l’ala» percepita eccessiva anche dalla parte dell’elettorato più populista di AfD, è di casa negli ambienti e ai cortei dei neonazi dell’ex Ddr. Höcke rievoca fieramente i tempi del Terzo Reich. Attraverso un linguaggio molto disinvolto (una per tutte, dire una «vergogna» il Museo dell’Olocausto a Berlino) anche verso la Wende (la «svolta») del 1989.

UN QUARTO DEGLI ELETTORI CON AFD

Ma promettere una nuova «Wende» per salari e pensioni più alte, più sicurezza e meno immigrati (dei già pochi nell’Est) ha ripagato Höcke. Un quarto dell’elettorato della Turingia lo ha votato, rivelandosi molto radicale soprattutto tra le nuove generazioni: la Linke è al 40% tra gli over 60 e al 22% tra i giovani che non sono attratti dal programma degli ambientalisti, al contrario che nell’Ovest. Mentre AfD è riuscita a raggiungere tutti gli strati della popolazione: tra le donne del Land AfD è al 18%, il 22% tra chi ha il diploma di maturità. Decine di migliaia di preferenze (circa 36 mila) sono arrivate all’estrema destra anche dalla Cdu. Più del doppio (77 mila) dal bacino tradizionale degli astenuti.

Al voto di protesta in Turingia la partecipazione è spiccata a oltre il 65% per il voto

PARTECIPAZIONE MOLTO ALTA

Solo a uno sguardo superficiale il trend della Turingia riflette quello della Sassonia e del Brandeburgo: AfD che esplode per gradimenti, mentre i partiti dei governi uscenti (la Cdu in Sassonia, la Spd in Brandeburgo e la Linke in Turingia) vengono confermati. Alle elezioni regionali tedesche è spiccata la partecipazione a oltre il 65%. Parte del voto di protesta ha interessato anche la sinistra radicale, che aveva assorbito i socialisti del vecchio partito unico (Sed) della Ddr: il 16% delle preferenze alla Linke viene dalla «delusione» per gli altri partiti. È un segnale che il buon Ramelow abbia toccato il consenso più alto del partito dal 1990. E la Cdu il più basso.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il leader dell’ala pià estrema di AfD, Bjoern Hoecke, festeggia la vittoria delle Regionali in Turingia, Germania. (Getty)

ELETTORI DELLA CDU APERTI ALLA LINKE

Ex tedesco dell’Ovest, effettivamente il governatore della Turingia ha lavorato bene e con raziocinio nella prima Amministrazione della Germania riunificata guidata dalla Linke. Anche il 60% degli elettori dei cristiano-democratici nella regione lo giudica, nei sondaggi, un buon governatore. Solo il 28% rifiuterebbe a priori un’alleanza con la Linke targata Ramelow. Prima dei risultati, tutti nella Cdu escludevano la possibilità di un governo con la sinistra radicale. Ma poi il candidato Mohring ha riconosciuto che la «stabilità del Land prima degli interessi di partito».

La Linke non può essere equiparata ad AfD. Tutte le forze democratiche devono collaborare


I Verdi

VERDI PER LA COLLABORAZIONE DI TUTTI

Altri politici della Cdu puntano i piedi, come i liberali. Ma Mohring è pronto alla «responsabilità». Il capogruppo parlamentare dei conservatori Dietmar Bartsch (Merkel tace) ribadisce i paletti al matrimonio nazionale ma, apre, «sul piano regionale decide chi deve formare una coalizione». Dai socialdemocratici alle prese con la difficile elezione di un leader nazionale non potevano arrivare veti. Anche i Verdi invitano tutte le «forze democratiche alla collaborazione». Dopo tutto Ramelow, che non ha preclusioni e ha aperto i colloqui con tutti, governa un Land, si è affermato, anche a livello istituzionale. Si rimarca, la Linke «non può essere equiparata ad AfD».

Germania attacchi Halle antisemitismo
L’attacco antisemita a Halle, in Germania, nei pressi della sinagoga. GETTY.

L’ALLARME DELLA COMUNITÀ EBRAICA

Certo per il Frankenstein di una Giunta Cdu-Linke (o di una Giunta di minoranza Linke-Spd con l’appoggio esterno alternato di Cdu-Verdi-Fpd) si pone il problema del prossimo voto. AfD esulta alla prospettiva di raccogliere gli ultimi frutti dal tracollo dei cristiano-democratici. Ma la priorità è arginare la corrente di un leader di AfD dal 2019 sotto osservazione dall’intelligence interna per le posizioni antisemite e nazionaliste, ritenute «sempre più estremiste» dai servizi segreti. Per la comunità ebraica in Germania, «un risultato di questa portata in Turingia di AfD dimostra che nel sistema politico tedesco qualcosa di fondamentale è finito fuori controllo».

LA VIA DI AFD VERSO LA BAVIERA

Nessun partito tedesco è disposto ad allearsi con l’estrema destra di Höcke, a livello nazionale o locale. Ma il boom di consensi dà ad AfD le speranze per «diventare un partito di massa», perlomeno nell’ex Ddr. I due morti negli attacchi di Halle del 9 ottobre, nella Sassonia Anhalt, contro la sinagoga, per mano di un neo nazista, non hanno trattenuto migliaia elettori dell’Est. E non è servito il monito della cancelliera Merkel sulle «parole che possono trasformarsi in atti». La Turingia è la strada maestra dell’estrema destra dalla roccaforte in Sassonia verso la Baviera. Per ricompattare la Cdu sulla diga ad AfD occorreranno mesi di consultazioni. Intanto resta in carica la giunta uscente di Mohring.

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Ecco perché il centrodestra non sarà salviniano

C'è una crescente riserva verso un leader che si è fatto fuori da solo e che ha infranto i capisaldi culturali di un'intera area politica. Se proprio non ci riesce di ricostituire la Dc, accontentiamoci di ripartire da An.

Matteo Salvini prova a iscrivere i forzisti non salviniani al Pd, tendenza Renzi, secondo la sua personale abitudine di assegnare parti in commedia anche agli avversari: così come aveva stabilito che il Paese sarebbe corso al voto a Ferragosto, allo stesso modo Salvini propaganda il teorema per cui se non sei salviniano, sei renziano, con grande gioia di San Matteo patrono di Salerno e pure dell’immaginario bipolarismo del Capitano.

TRA SALVINISMO E GIALLOROSSI C’È UNO SPAZIO IMPORTANTE

La realtà politica invece è assai più varia, per fortuna. Tra il salvinismo e i giallorossi esiste uno spazio politico importante che sarebbe riduttivo definire di Centro. In realtà anche a destra si osserva con crescente insofferenza il dominio mediatico di Salvini. Non c’è solo la constatazione dell’imperizia politica di un leader che cercava i «pieni poteri» e invece si è fatto fuori da solo. C’è una crescente riserva della destra storica verso un politico che infrange i capisaldi di una cultura di destra: l’unità nazionale, messa in crisi da un’autonomia truffaldina che realizza la secessione meglio dei folkloristici annunci di Umberto Bossi a Pontida; la laicità dello Stato, aggredita dalla esibizione di rosari che indispettisce anche Santa romana Chiesa; l’idea di ‘legge e ordine’ sostituita da una truce aggressione dei migranti e da un’attenzione assai più tenue alla infiltrazione della malavita organizzata nelle istituzioni.

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PRESTO ANCHE LA DESTRA BATTERÀ UN COLPO

Perché una destra storica in Italia esiste. È un popolo che già Giorgio Almirante traghettò dalla nostalgia al sogno di una ‘nuova repubblica’. Sarà poi Gianfranco Fini, al netto di errori e leggerezze, a portare quella destra al governo e – attraverso il Pdl – nel salotto buono del popolarismo europeo. Fa un certo effetto rileggere su il Foglio le splendide esortazioni di una delle teste pensanti di An, Gennaro Malgieri, prototipo di intellettuale meridionale prestato alla politica. Uno legge Malgieri, splendidamente assiso tra una destra moderna e il popolarismo sturziano, poi sente una diretta Facebook di Salvini, e il corto circuito è assicurato. Ecco perché il centrodestra italiano non sarà salviniano. Perché non è solo il centro a reagire, anzi sarà presto la destra a battere un colpo. Insomma, se proprio non ci riesce di rifare la Dc, contentiamoci almeno di ripartire da Alleanza Nazionale.

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