50 anni di glam rock, tra moda e leggerezza musicale

Da Marc Bolan a David Bowie, passando per i Roxy Music e Gary Glitter. Ecco come negli Anni 70 è cambiato il panorama musicale.

Una delle tante rivoluzioni della musica ha preso via all’alba degli Anni 70. Accantonata per un momento le canzoni impegnate del decennio precedente, il mondo della musica aveva bisogno di leggerezza. È nato da questo il glam rock, abbreviazione di glamour e di una tipologia musicale ben definita. Da allora sono passati 50 anni, ma quel periodo ha segnato intere generazioni Senza ombra di dubbio il capostipite di questo genere è Marc Bolan, leader dei T-Rex. A renderlo immortale, però, ci hanno pensato personaggi come David Bowie piuttosto che i componenti dei Roxy Music. Tanto che a 50 anni di distanza, alcune delle loro canzoni, sono sopravvissute insieme allo stile decadente tipico di quel periodo musicale.

COME È NATO IL GLAM ROCK

Ma partiamo con ordine, e con l’inizio del movimento che di fatto coincide con l’apparizione – tra la fine degli Anni 60 e i primi deli Anni 70 – sulle scene musicali di Marc Bolan. Riccioli, glitter, satin e occhi bistrati, voce melodica e chitarra elettrica. Questo artista portava un misto di sensualità e androginia che colpì le ragazzine dell’epoca. Dopo un inizio in sordina Bolan e i T-Rex pubblicano il disco Hot Love scalando le classifiche. Poi la loro partecipazione allo show musicale della Bbc Top of the Pops. Ma se Bolan è considerato il capostipite, il musicista simbolo del ‘glam rock’ è senza dubbio David Bowie nelle vesti del suo alter ego Ziggy Stardust. Il suo look ha fatto epoca. Bowie nei concerti dal vivo raccontava spesso uno dei momenti clou della sua vita, proprio l’incontro con Marc Bolan e il segreto del loro look: «La sera facevamo shopping nei bidoni della spazzatura a Carnaby Street, era un periodo d’oro».

GLI ALTRI ARTISTI DEL GLAM

Nelle fila del glam rock però si trovano tanti altri artisti. Tra questi è giusto citare Mott the Hoople, Faces, Slade, Gary Glitter e soprattutto i Roxy Music. Questi ultimi sono nati nel 1970, sono i principi decadenti del ‘glam’, il lato intellettuale del fenomeno. Con il singolo Virginia Plain arrivano nella Top 10 britannica, poi Eno esce dal gruppo e indugiano più sul lato estetico che su quello sperimentale. Anche Elton John, Rod Stewart e Freddie Mercury hanno adottato stili glam agli albori della loro carriera seguendo poi strade diverse. Il fenomeno, inoltre, molto più marcato in Gran Bretagna, suggestiona anche alcuni musicisti americani come Alice Cooper, i New York Dolls, Lou Reed e Iggy Pop. In Italia, invece, Renato Zero.

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Quelle canzoni di successo svilite dalla pubblicità

Alcune nascono fuori dal tempo, destinate all'eternità. Anche troppo, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t'ingenerano nausea e quasi disprezzo.

Ci sono canzoni che nascono fuori dal tempo, destinate all’eternità. Magari non lo sanno, o non lo sanno i loro autori o forse sì, le hanno fatte proprio con quell’obiettivo lì, sta di fatto che diventano modi di dire, di essere, di sentire, patrimonio dell’umanità. Anche troppo patrimonio, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t’ingenerano nausea e quasi disprezzo: sono diventate tormentoni pubblicitari, jingle, sigle di trasmissioni becere, sonerie, musichette maledette di attesa infinita al call center. Canzoni spot che vivranno per sempre da rinnegate. Nessuno si salva, né vivi né trapassati: è il post capitalismo, bellezza, ovvero è sempre una faccenda di soldi (il resto è conversazione, parola di Gordon Gekko). E, siccome è una faccenda di soldi, qualcuno che dà il permesso, dietro pingue compenso, ci sarà pure: di solito gli inconsolabili eredi, così pronti, anche a mezzo fondazione, a preservare la purezza antimercantile del caro estinto, in tanti sensi.

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I SUCCESSI CANNIBALIZZATI

Abbiamo visto imbastardire così Sergio Endrigo (Io che amo solo te), Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), gente intransigente, che in vita mai si sarebbe sognata (forse) di finire a reclamizzare istituti di credito, merendine, cibo per cani, carte igieniche. Abbiamo visto, e vediamo, ribelli organici come Vasco Rossi, che, «eh, oh, capito», molla le sue creazioni alle compagnie dei cellulari, «eeeh già». Abbiamo visto inni anticapitalisti degli Anni 60 finire come colonne sonore di auto di lusso, gioielli, abiti griffati, i feticci del capitalismo hard. Abbiamo visto, sentito momenti epocali come She’s a rainbow dei Rolling Stones usata come sigla di una compagnia telefonica, per fortuna non di una marca di assorbenti, visto che di quello poi parla (e speriamo che a qualche genio, leggendoci, non s’accenda la lampadina). Abbiamo trovato una ammiccante, allusiva Guarda come dondolo di Edoardo Vianello relegata a réclame dei reggiseni

DIRITTI ASTRONOMICI A CUI È DIFFICILE RESISTERE

Eh, già, le compagnie della comunicazione: sono cannibalesche, macinano hit con voracità da squali, a decine, a centinaia: come resistere a sirene così spietate? Edoardo Bennato è tra quelli che resistono meno, anzi per niente, dei suoi brani un tempo sarcastici, intransigenti, finiti negli spot dei telefoni si è perso il conto. Anche Sting, l’ambientalista dell’Amazzonia, concede praticamente di tutto, è stato calcolato che coi soli diritti pubblicitari guadagna cifre astronomiche, la sola Every breath you take gli fa cascare in bocca all’incirca un milioncino d’euro l’anno, nella solenne incazzatura degli ex compagni, cui il principe dei solidali egualitari e perequativi non scuce un ghello. Ma si concede anche con Puff Daddy, insomma c’è da sospettare che da un bel pezzo lui le canzoni le faccia per tutt’altri motivi. 

IL CEDIMENTO DI BOB DYLAN

E Bob Dylan, il bardo, che nel 2009 autorizzò la epocale Blowin’ in the wind per una multicorporation britannica (la Co-operative Group) che, tra le altre cose, provvedeva, pensate un po’, ai servizi funebri? Praticamente l’inno della cremazione. Nel 2015 lo scontroso menestrello si è ripetuto prestando la faccia a uno spot della Ibm. E, per rimanere nel settore, ancora i Rolling Stones diedero, per un compenso clamoroso, la loro Start Me Up a Bill Gates in occasione del lancio del sistema operativo Windows 95 (che s’impallò proprio alla solenne presentazione, rimasta memorabile).

David Bowie, imprendibile in esistenza come in spirito, ha sponsorizzato di tutto, automobili, profumi, acque minerali. La sola Heroes ha rivestito il carisma di così tanti prodotti, oltre a trasmissioni di tutto il mondo e alle Olimpiadi di Londra 2012, da disperdere completamente il senso del significato originario.

DAL CAROSELLO ALLE HIT

Segno dei tempi che stanno cambiando, aveva ragione Bob, cambiano, cambiano sempre, non aspettano nessuno (come diceva Mick) e chi non si adegua è fuori. Ma si adeguano. Le aziende hanno capito che non sanno più concepire i motivetti di Carosello, che s’inchiodavano al cervello, preferiscono risparmiarsi la fatica e pescare nel mare magno dei successi.

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Così «il gusto pieno della vita» di un celebre amaro lascia il posto agli Aerosmith di I don’t wanna miss a thing. Altro che perdersi qualcosa, qui c’è tutto da guadagnarci. Tranne la faccia, qualche volte.

CANZONI CONSUMATE DA PROGRAMMI SCONFORTANTI

Ci sono programmi sconfortanti che consumano canzoni, L’Anno che verrà di Lucio Dalla è snaturato in un eterno Capodanno, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero servono a condire qualsiasi scempiaggine televisiva, Ti amo di Umberto Tozzi ci esce dalle orecchie, e così Zucchero, Ligabue, De Gregori («La storia siamo noi, bella ciao» è finita a reclamizzare il Monte dei Paschi di Siena).

Enrico Ruggeri ha fatto di meglio, ha ricantato la sigla dei salumi Negroni, «le stelle sono tante, milioni di milioni…». Ma perfino Il pescatore, scelta per presentare il recente, e deludente, ritratto di De Andrè, è stata svilita a una assurda sigletta da tivù dei ragazzi. Perché in Rai debbono sempre sputtanare tutto così? Qualche volta, l’effetto vira sul grottesco. C’è un programma insulso, uno dei tanti, della mattina. A un certo punto scatta l’aria di «Buona Domenica, con quegli idioti che ti guardano e che continuano a giocare». E gli «idioti», senza il minimo imbarazzo, zompettano, ammiccano, fanno le facce, insomma: giocano.


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