Perché nella transizione voluta da Putin non c’è posto per Medvedev

Le dimissioni del premier, ormai inviso all'élite e al popolo, sono il primo atto del percorso verso il nuovo ordine post-zar. E servono ad aumentare il consenso per i prossimi rivolgimenti istituzionali. Mentre il presidente lavora per crearsi un ruolo forte alla fine del mandato nel 2024.

Le dimissioni del premier Dmitri Medvedev, arrivate tre ore dopo il discorso in cui Vladimir Putin aveva delineato una serie di riforme costituzionali che modificheranno l’equilibrio tra i poteri dello Stato, sanciscono l’inizio della transizione verso il nuovo ordine della Russia post-putiniana.

MEDVEDEV ERA ORMAI UNA «FIGURA TOSSICA»

In una sequenza di eventi orchestrata e rapida, il presidente ha fatto la prima mossa della partita per la sua successione spostando una pedina che, per dove si trovava, avrebbe potuto esser d’intralcio.

Medvedev, da troppi anni sul palcoscenico del potere prima come delfino e poi come parafulmine dello zar, è ormai «una figura tossica», nota Tatiana Stanovaya, fondatrice dell’istituto di analisi politica R.Politik. 

Il premier russo Medvedev il 15 gennaio ha rassegnato le sue dimissioni (Getty Images).

Come primo ministro era inviso tanto alla élite – all’interno della quale il capo del Cremlino dovrà scegliere il suo erede – quanto, dicono i sondaggi, all’Ivan Ivanovich di Kazan – equivalente russo del signor Rossi. A cui, solo per volontà del presidente perché la maggioranza bulgara di cui gode alla Duma sarebbe bastata, sarà chiesto con un referendum l’assenso ai cambiamenti del quadro istituzionale preannunciati.

PROMOZIONE O PENSIONAMENTO?

Resta però da capire se Medvedev sia stato mandato in pensione oppure promosso. Il Consiglio di sicurezza di cui diventerà il numero due formalmente è un organo consultivo. È presieduto da Putin, e composto dai vertici delle più importanti amministrazioni federali e regionali. Servizi segreti compresi. Nel disegno che si sta tracciando per la Russia del prossimo futuro potrebbe vedersi riconosciuto il potere decisionale che di fatto spesso esercita, diventando «una riedizione del Politburo sovietico», secondo il direttore di Echo Moskvy Alexy Venediktov

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Vladimir Putin.

PUTIN SI TIENE APERTE DIVERSE OPZIONI PER IL FUTURO

È presto per capire esattamente quali forme prenderà il processo avviato, ma si possono individuare alcune linee guida. I poteri attualmente accentrati nelle mani del presidente saranno in parte distribuiti al parlamento e ad altre istituzioni. Putin, alla scadenza del suo mandato nel 2024, lascerà la presidenza ma manterrà un ruolo forte. A fronte di un presidente più debole.

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«Vorrà continuare a gestire le questioni più importanti della politica estera, e rimanere il garante della stabilità dello Stato a fronte di eventuali dispute tra i suoi vertici», sottolinea Stanovaya. Per farlo, si tiene aperte diverse opzioni. Potrebbe restare alla guida del Consiglio di Stato, di cui ha preannunciato la trasformazione in un’agenzia governativa a rilevanza costituzionale. Una sorta di esecutivo per gli affari strategici? O potrebbe essere primo ministro. Nominato dal parlamento e non più diretto dipendente della presidenza, prevedono gli emendamenti in cantiere.

Vladimir Putin e Dmitri Medvedev in una foto del 2017 (Getty Images).

Il fatto che al posto di Medvedev abbia nominato il “tecnico” Mikhail Mishustin gli garantisce spazio per una manovra in questa direzione. E poi, certo, c’è l’inquietante ipotesi del “Consiglio di sicurezza Politburo”. «La linea di fondo è quella delle molteplici alternative e della flessibilità», commenta l’analista di Crisis Group Anna Arutunyan: «Nel preparare la transizione, Putin non ha ancora scelto le forme necessarie ad assicurarne l’esito. Vuole avere diverse possibilità. Sta creandosi delle opzioni e valuterà quale può funzionar meglio». 

COMINCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE LEGISLATIVE 2021

Un elemento di valutazione sarà il gradimento popolare. Non si sa quando le riforme della Costituzione saranno pronte e sottoposte a referendum. Di certo, nel 2021 ci saranno le elezioni legislative. Che alla luce del prospettato rafforzamento dei poteri del parlamento assumono una valenza inedita, e forse sono il vero motivo dell’accelerazione degli eventi impressa da Putin.

Putin e Medvedev lasciano l’incontro con i membri del governo russo, il 15 gennaio 2020 (Getty Images).

«C’è la sensazione che siamo all’inizio della campagna elettorale per la Duma (la camera dei deputati, ndr)», spiega a Lettera43.it Mark Galeotti, tra i maggiori esperti di Russia a livello internazionale. La scelta dell’economista Mishustin può essere letta come una risposta alla diffusa insoddisfazione per la stagnazione che ha segnato gli anni di Medvedev, nell’ottica della creazione di consenso per i rivolgimenti istituzionali che si preparano.

PIÙ POTERI AL PARLAMENTO E CIOÈ A RUSSIA UNITA

I propagandisti di Putin parlano già di democrazia parlamentare: «Il potere in Russia si sta spostando verso il ramo legislativo», ha scritto la direttrice del canale televisivo Rt Margarita Simonyan. In realtà, le caratteristiche di un sistema di governo sono determinate dalla reale distribuzione del potere nella società e dal livello di concorrenza nel sistema politico. I candidati per la Duma, nella “democrazia controllata” russa, di fatto li sceglie il governo.

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«In un sistema non competitivo in cui non vi è libero accesso alle elezioni per partiti e candidati», fa notare sul suo blog il politologo Kirill Rogov. «[…] Il trasferimento di alcuni poteri al parlamento significa solo trasferirli alla direzione del partito che domina il parlamento». Ovvero a Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. 

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