Ops di Intesa su Ubi: Crédit Agricole farà da terzo incomodo?

Per nulla contento di finire alla corte di Messina, l'ad della banca bresciana Massiah ha cominciato a guardarsi attorno. E immediatamente ha posato gli occhi sull'istituto francese guidato dall’ambizioso Giampiero Maioli, che non ha smesso di coltivare le sue mire espansionistiche in Italia.

Carlo Messina non ha alcun dubbio: l’Ops di Intesa su Ubi andrà avanti. L’ha detto chiaramente all’ultimo consiglio d’amministrazione e tutti i suoi più stretti collaboratori lo confermano senza esitazione. Il destino dell’istituto presieduto da Letizia Moratti sembra quindi segnato, considerando poi che l’amministratore delegato di Intesa ha fatto sapere che è intenzionato a procedere anche se aderiranno all’offerta solo il 50% più uno dei soci.

«La gran parte dei vantaggi dell’operazione la otterremo anche in presenza di adesioni al 50% più uno del capitale di Ubi, e in quel caso saremo lieti di avere come azionisti di minoranza gli azionisti che non aderiranno», aveva sottolineato in un’intervista a Repubblica Messina. «Quando tra l’altro vedo imprenditori che comprano azioni Ubi, le mettono nei patti, pretendono di intervenire pesantemente nella governance, parlano della banca come fosse la loro, sono perplesso perché mi sembra una patologia, certamente un’anomalia: gli imprenditori azionisti che intervengono nella governance non hanno mai fatto il bene delle banche». Partita chiusa quindi. Probabilmente è ancora presto per dirlo.

In questi giorni, in una Milano sempre deserta, stanno prendendo peso le voci che vogliono una banca estera molta attenta alla partita. Dopo tutto l’istituto lombardo in fatto di difesa ha una lunga tradizione. Quando la Banca Lombarda convolò a rapide nozze con Bpu dando vita a Ubi Banca, in tanti sapevano che il matrimonio non era altro che un arrocco per raffreddare le ambizioni degli spagnoli del Santander. In questi mesi poi l’ad di Ubi, Victor Massiah, ha già dovuto combattere con alcuni azionisti che lo spingevano verso un matrimonio con il milanese Banco Bpm. Quindi, coadiuvato da suo storico advisor Federico Imbert di Credit Suisse, Massiah, per nulla contento di finire alla corte di re Carlo, ha cominciato a guardarsi attorno. E immediatamente ha posato gli occhi sul Crédit agricole. La banca guidata dall’ambizioso Giampiero Maioli non ha smesso di coltivare le sue mire espansionistiche in Italia.

LA BANCA FRANCESE HA OTTIMI RAPPORTI CON BAZOLI

Non è un mistero che il 63enne banchiere emiliano abbia guardato sia Carige sia la Popolare di Bari, per poi ritirarsi spaventato dalla situazione del conto economico. E poi il la banca francese ha da sempre un ottimo rapporto con Giovanni Bazoli che ha accolto piuttosto freddamente la decisione di Intesa, di cui è presidente emerito, di conquistare Ubi. Che per lui, bresciano doc, è una specie di seconda casa. «Non intendo, almeno per il momento, dare alcun commento, se non per precisare che io ho conosciuto la decisione di Intesa Sanpaolo ieri sera (lunedì 17 febbraio, ndr), al momento della comunicazione ai mercati, perché i responsabili della banca hanno ritenuto – credo correttamente, data la mia posizione e la mia storia – di non coinvolgermi in alcun modo nella decisione», aveva dichiarato all’indomani dell’annuncio dell’Ops. E chi ha buona memoria poi si ricorda che il Crédit agricole entrò nel capitale dell’Ambroveneto chiamato proprio da Bazoli per difendersi dall’attacco Mediobanca-Comit. Le avance di Massiah troveranno in Maioli il cavaliere bianco? È presto per dirlo ma la fine del lockdown potrebbe riservare qualche colpo di scena.

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Banche, per chi suona il valzer delle fusioni

Occhi puntati sul mondo delle Popolari. Per adesso di nozze tra BancoBpm e Ubi, a parte aperture a mezzo stampa, non se ne parla. Più probabile un matrimonio della seconda con Bper. Mentre i dipendenti di Credito Valtellinese si aspettano una mossa da Crédit Agricole.

Chi sarà ad aprire le danze del risiko bancario nel 2020? È la domanda che circola nelle sale operative dove per ora i broker si accontentano di scommettere su fusioni di piccolo-medio taglio. Sotto ai riflettori sono in particolare le mosse di quel mondo Popolare che deve trovare un nuovo centro di gravità permanente magari dando vita al terzo polo del credito in Italia. Per adesso di nozze tra il BancoBpm e Ubi, a parte aperture a mezzo stampa tese più a vedere l’effetto prodotto che ad avviare negoziati concreti, non se ne parla. Più probabile sembra, invece, un matrimonio tra Bper e Ubi con a fare da sensale la Unipol (primo azionista della Popolare emiliana) di Carlo Cimbri. In generale, ha detto l’ad del gruppo assicurativo di via Stalingrado lo scorso 8 novembre, «non potremo che favorire strutture più grandi, più solide e più performanti di quelli attuali». 

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ATTESA AL CREDITO VALTELLINESE

Nel frattempo, però qualcosa potrebbe muoversi anche lungo la strada tra l’Emilia-Romagna e l’alta Lombardia. Nelle filiali del Credito Valtellinese, infatti, i dipendenti sono sempre più convinti che la loro banca finirà prima poi nella rete dei francesi del Crédit Agricole che hanno già la Cariparma. E che del Creval sono già azionisti con una quota del 5% oltrechè partner bancassicurativi. Da Parigi hanno sempre smentito («potremmo salire leggermente, fino a poco meno del 10%», perché l’obiettivo è «la partnership, non il controllo», aveva detto un anno fa il Ceo dell’Agricole, Philippe Brassac) ma il vento potrebbe essere cambiato. 

MANDARINI PER BAZOLI

Per Giovanni Bazoli la Cina è più vicina. Il 12 novembre, in qualità di presidente della Fondazione culturale Cini, il banchiere bresciano ha accolto a Venezia il finanziere cinese Eric Li, fondatore e managing partner di Chengwei Capital e amministratore fiduciario del China Institute della Fudan University. Li è uno dei nuovi Amici di San Giorgio, la “creatura” della Cini che raccoglie soggetti disposti a investire nel suo funzionamento con un impegno triennale e rinnovabile, di 100 mila euro annui. Ad accompagnare Li da Bazoli è stato un amico di vecchia data di entrambi ovvero l’ex premier Romano Prodi, che con la Cina ha da sempre rapporti consolidati e che è anche presidente onorario del Taihu World Cultural Forum, il consesso internazionale legato proprio allo sviluppo dei temi culturali lanciato da qualche anno dalla Cini. Il nuovo sponsor orientale può di certo dare sostegno alla Fondazione che già può contare sui contributi di soggetti privati istituzionali, come Intesa Sanpaolo, Cariplo e Generali. Ed Eni.

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