Braccio di ferro tra Stato e Regioni: cosa dice la Costituzione

La decisione del Tar di Catanzaro che ha dato ragione al governo contro le riaperture di bar e ristoranti della presidente della Calabria Santelli potrebbe essere uno spartiacque. Per il giudice emerito della Consulta Cassese non ci sono dubbi: nel pericolo bisogna agire da Nazione. E al Messaggero dice: «Perché non usare lo strumento del potere sostitutivo previsto dall'articolo 120 della Carta?».

La decisione del Tar di Catanzaro che ha accolto il ricorso presentato dal governo contro l’ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli sulla riapertura di bar e ristoranti all’aperto, potrebbe segnare uno spartiacque. E lanciare un messaggio ad altre Regioni e Province autonome pronte a muoversi autonomamente accelerando sulla Fase 2, come accaduto in Alto Adige.

CASSESE: «LE REGIONI DEVONO RISPETTARE LE INDICAZIONI DEL GOVERNO»

Inevitabilmente il dibattito si sposta sul piano costituzionale, sui poteri degli enti locali rispetto allo Stato centrale. Per il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese non ci sono dubbi: «Le Regioni non possono non rispettare le indicazioni del governo sulla pandemia», ha spiegato in una intervista al Messaggero, «perché agiscono nell’ambito di materia dove, secondo il governo, concorrono i poteri di Stato e Regioni. E lo Stato, con atto con forza di legge, ha disposto che le Regioni possono soltanto dettare criteri più restrittivi. Questo è un criterio generale, che va seguito».

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese (Ansa).

LO STRUMENTO DEL POTERE SOSTITUTIVO

Per Cassese, in Calabria e in Alto Adige, «il governo ha trovato coraggio e si è opposto. Ma nell’opporsi ha preso una strada sbagliata. Perché non usare lo strumento del potere sostitutivo previsto dall’articolo 120 della Costituzione, che è idoneo allo scopo? Perché non rivolgersi alla Corte Costituzionale?». La linea di condotta del governo «è piena di buona volontà, nel tentativo di raggiungere accordi con le Regioni, ma dopo aver preso la strada sbagliata». «Ritengo», ha aggiunto Cassese, «a differenza del governo, che siamo in materia di profilassi internazionale che spetta in via esclusiva allo Stato». Secondo il costituzionalista «lo Stato avrebbe dovuto operare attraverso il ministero della Salute in raccordo con le Aziende sanitarie. Invece, con atti con forza di legge, lo Stato ha riconosciuto un ruolo alle Regioni, si è sforzato di dialogare, senza riuscire a far molto per coordinare l’azione, come se l’interesse in gioco non fosse quello della intera nazione».

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La Consulta prende tempo sul referendum per la legge elettorale

Il verdetto arriverà giovedì 16 gennaio. E la decisione dei giudici potrebbe incidere sul destino della legislatura.

La decisione era attesa per il 15 gennaio. Ma la Consulta ha deciso di prendersi un altro po’ di tempo per esprimersi sull’ammissibilità del referendum chiesto da otto Regioni guidate dal centrodestra (Veneto, Sardegna, Lombardia, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria e Basilicata), con la spinta decisiva della Lega. Il verdetto dei giudici arriverà quindi giovedì 16 gennnaio.

L’obiettivo dei promotori della consultazione è abolire la parte proporzionale dell’attuale legge elettorale, il Rosatellum. E la sentenza della Corte Costituzionale, secondo molti osservatori, potrebbe incidere sul destino della legislatura.

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Marta Cartabia è la prima donna presidente della Consulta

Originaria della provincia di Milano, con i suoi 56 anni è anche tra i più giovani presidenti della Corte Costituzionale. Ma il suo mandato sarà breve: nove mesi appena.

La Corte Costituzionale ha eletto la prima presidente donna della sua toria. La scelta dei giudici è caduta su Marta Cartabia, che con i suoi 56 anni è anche tra i più giovani presidenti che la Consulta abbia mai avuto. È sposata ed è madre di tre figli.

Originaria della provincia di Milano, approdata alla Corte nel 2011 su nomina dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, vicepresidente dal 2014, Cartabia è docente di diritto costituzionale e ha un profilo internazionale per studi e pubblicazioni.

È stata eletta presidente all’unanimità: 14 voti a favore e una sola scheda bianca, la sua. Ma il suo mandato sarà breve, nove mesi appena. Scadrà infatti il 13 settembre 2020, visto che la nomina alla Consulta risale nel 2011 e l’ufficio di giudice costituzionale non può durare più di nove anni.

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I mafiosi detenuti possono avere benefici anche se non collaborano con la giustizia

Ecco perché la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'articolo 4 bis, primo comma dell'ordinamento penitenziario.

Il detenuto per un reato di mafia può essere premiato se collabora con la giustizia, ma non può essere punito ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti – se non collabora.

La Consulta ha infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis, primo comma dell’ordinamento penitenziario. Le motivazioni della sentenza sono state pubblicate il 4 dicembre.

Per la Corte costituzionale se il mafioso detenuto non parla, si continua a presumere che sia socialmente pericoloso. Ma questa presunzione non va intesa in senso assoluto e può essere superata se il Tribunale di Sorveglianza raccoglie elementi tali da escludere che il detenuto stesso abbia ancora collegamenti con l’associazione criminale.

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La Consulta colma il vuoto legislativo sul suicidio assistito

Pubblicate le motivazioni della sentenza sul caso dj Fabo. Finché il parlamento non interverrà, saranno valide le stesse norme che regolano il testamento biologico. Per i medici nessun obbligo.

La Corte costituzionale ha chiarito che saranno le strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale a verificare l’esistenza delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e le relative modalità di esecuzione.

Condizioni che ricorrono quando l’aiuto è prestato a una persona tenuta in vita da idratazione e alimentazione artificiali, affetta da una patologia irreversibile fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Un organo collegiale terzo, cioè il Comitato etico territorialmente competente, garantirà la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Ma in ogni caso nessun obbligo di prestare l’aiuto al suicidio ricadrà sui medici. Verrà infatti affidato «alla coscienza del singolo scegliere se esaudire la richiesta del malato».

LEGGI ANCHE: Che differenza c’è tra eutanasia e suicidio assistito

LA SENTENZA SUL CASO DJ FABO

Le disposizioni sono contenute nelle motivazioni della sentenza con cui il 25 settembre la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 580 del codice penale, proprio nella parte in cui non esclude l’incriminazione di chi presta aiuto al suicidio nei casi sopra richiamati. Una sentenza nata dalla vicenda di dj Fabo e da molti considerata storica, a partire dall’Associazione Luca Coscioni, ma che una parte della politica, del mondo cattolico e dei medici aveva contestato.

LA LATITANZA DEL PARLAMENTO

I giudici costituzionali, ancora una volta, si rivolgono al parlamento affinché intervenga con una «compiuta disciplina» sul fine vita, dopo la richiesta caduta nel vuoto nel 2017, quando la Corte decise di sospendere il giudizio proprio per dare il tempo alle Camere di legiferare. Ma «in assenza di ogni determinazione da parte del parlamento», l’esigenza di garantire la legalità costituzionale «deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore».

LA SOLUZIONE DEI GIUDICI

Per colmare il vuoto legislativo, la Consulta ha quindi deciso di fare riferimento alle Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento che regolano il testamento biologico. D’ora in poi la volontà di morire con il suicidio assistito dovrà essere documentata in forma scritta o con la video registrazione; il medico dovrà prospettare le possibili alternative e prestare ogni sostegno al paziente, anche avvalendosi dei centri di assistenza psicologica; e ci dovrà essere come pre-condizione il coinvolgimento del paziente in un percorso di cure palliative.

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La Consulta apre ai permessi agli ergastolani per mafia

La condizione è che ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata.

La mancata collaborazione con la giustizia non impedisce i permessi premio purché ci siano elementi che escludono collegamenti con la criminalità organizzata. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale decidendo sulla questione dell’ergastolo ostativo.

LA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA UNA PARTE DELL’ART.4 BIS

La Corte ha in particolare dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo. In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici che hanno sollevato la questione – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti).

I PARERI DELLA PROCURA E LE VALUTAZIONI DEL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA

In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

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