Enel, il supporto di Renzi a Starace rischia di nuocergli

La certezza della riconferma è venuta un po' meno. Nel Pd e nel M5s è ancora vivo il ricordo dell'entente cordiale tra l'ad e l'ex rottamatore. E ora che nella maggioranza si è vicini al punto di rottura, il supporto del leader di Iv potrebbe essere controproducente.

Finora il suo nome era rimasto fuori dalla mischia: per tutti la riconferma di Francesco Starace alla guida di Enel era sicura.

E se il manager proprio avesse dovuto lasciare gli uffici romani di viale Regina Margherita lo avrebbe fatto per andare in Eni, al posto di Claudio Descalzi.

Ma nel gran bailamme delle nomine prossime venture, dove come nella maggioranza vige il tutti contro tutti, ora questa sicurezza è venuta un po’ meno. 

L’ECCESSIVO DECISIONISMO DEL “NAPOLEONE DELL’ENEL”

Il Bonaparte dell’Enel – in azienda lo hanno ribattezzato Napoleone per il piglio decisionista talvolta un po’ sopra le righe che lo contraddistingue – ha infatti rotto qualche uovo nel paniere. Per esempio, non è piaciuto a nessuno, né al Pd né tantomeno ai 5 stelle, il fatto che abbia posto con un tono da “prendere o lasciare” il tema della riconferma, oltre che sua, della presidente Maria Patrizia Grieco, con cui evidentemente Starace si è trovato a suo agio in questi anni. Si sa infatti che al tavolo delle nomine prudono le mani verso i presidenti uscenti, in particolare proprio Grieco (qualcuno non dimentica i suoi trascorsi socialisti) ed Emma Marcegaglia, per cui entrambe hanno chance vicine allo zero di essere riconfermate.

LEGGI ANCHE: Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

«E quindi», è stata la reazione degli addetti alle nomine, «se Starace la mette in questi termini, vanno fuori sia lei che lui». Anche perché a quel tavolo l’ad di Enel non riscuote eccessive simpatie, anzi. 

Matteo Renzi con l’ad di Enel Francesco Starace, nel 2016 (Ansa).

L’ENDORSEMENT DI RENZI RISCHIA DI ESSERE CONTROPRODUCENTE

Nel Pd, come nei 5 stelle, è ancora vivo il ricordo della sua entente cordiale con Matteo Renzi, sia ai tempi della sua nomina in Enel sia ora, visto che l’ex presidente del Consiglio non si esime dal ribadire pubblicamente che Starace è il miglior manager italiano e che «o lo mandiamo all’Eni o gli dovremo chiedere la cortesia di restare all’Enel». Sapendo l’insofferenza di Palazzo Chigi e del Pd verso l’ex rottamatore, tanto da essere arrivati ormai a un punto di rottura, il suo reiterato supporto rischia per Starace di essere assai controproducente.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dibennardo a un passo da Anas, ma i 5 stelle fanno muro

Nella corsa per la poltrona di Simonini, il numero uno di Concessioni Autostradali Venete ha oscurato Cristiano Cannarsa, dato per favorito. Ma dovrà vedersela con l'opposizione di diversi pentastellati pronti anche a fare cadere il governo se la nomina fosse avallata dalla ministra De Micheli.

Scalpita sempre più forte Ugo Dibennardo, ora a capo di Concessioni Autostradali Venete, per cercare di scalzare Massimo Simonini dalla guida di Anas, la società che gestisce le strade in Italia.

Dibennardo è talmente votato allo scopo che potrebbe anche mettere in ombra il candidato numero uno per il posto di Simonini, ovvero Cristiano Cannarsa, attuale amministratore delegato di Consip in scadenza e manager molto vicino alla ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Ma in Anas a ballare è anche la poltrona del presidente Claudio Gemme.  

In passato il nome di Dibennardo è uscito in molte delle inchieste su Anas, ma senza mai essere indagato. In anni ormai lontani, era il 2002, fu arrestato in Calabria su ordine della Dda di Catanzaro per un’inchiesta per gli appalti della Salerno-Reggio: si fece 22 giorni di prigione ingiustamente tanto che poi fu risarcito con tante scuse.

DIBENNARDO, DA LUPI AL PD

Cresciuto sotto l’egida dell’ex ministro del Trasporti Maurizio Lupi, ha amicizie che contano nel centrodestra e nel centrosinistra. Stava quasi per diventare leghista ma si è fermato sull’uscio della porta. Oggi è pronto a indossare la casacca del Partito democratico, anche se non disdegna di andare spesso a cena con il governatore del Veneto Luca Zaia.

LEGGI ANCHE: Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

L’OPPOSIZIONE DEI PENTASTELLATI

Grande amico del boiardo socialista Ercole Incalza, Dibennardo ha detto di essere pronto ad assumere la carica. Ma allo stesso tempo diversi senatori 5 stelle sono pronti a far cadere il governo nel caso la ministra De Micheli dovesse avallarne la scelta. Ce la farà? Come è noto in questa tornata di nomine il Pd mira a fare filotto, ma non è detto che alla fine possa dare via libera anche a uno non organico come Dibennardo, nonostante Simonini stia ottenendo buoni risultati e vanti apprezzamenti da parte di tutta la maggioranza giallorossa

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per la presidenza della Compagnia di San Paolo spunta Vietti

A suggerire alla sindaca Chiara Appendino il suo nome sarebbe stato Enrico Salza. I consensi non mancherebbero. A partire da Dario Gallina, numero 1 degli Industriali torinesi e candidato in pectore alla guida della Camera di Commercio della città sabauda.

Licia Mattioli si è ritirata e Carlo Messina ha apertamente sponsorizzato la riconferma di Francesco Profumo, ma la corsa per la presidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che con il 6,79% del capitale è il primo azionista di Banca Intesa, rimane apertissima.

La sindaca di Torino Chiara Appendino, infatti, non ha nessuna voglia di riconfermare l’ex ministro dell’Istruzione, e dopo essersi sentita dire di no da Mattioli, che ha preferito concorrere alla presidenza nazionale di Confindustria – ottenendo in cambio un prezioso appoggio dello stesso Messina – si è messa alla ricerca di un nuovo nome. 

I POSSIBILI SUPPORTER

A suggerirglielo pare sia stato quel vecchio volpone di Enrico Salza, che del mondo Sanpaolo sa tutto: Michele Vietti. Già parlamentare con Pier Ferdinando Casini e vicepresidente del Csm, Vietti è tornato a fare l’avvocato (tra Torino e Roma) ma non ha certo perso le sue liaison con il potere istituzionale e finanziario piemontese, e accoglierebbe molto volentieri l’eventuale designazione di Appendino, cui spetta fare il nome del candidato presidente della Compagnia. E non gli mancherebbe la capacità di coagulare consensi sul suo nome. Per esempio, farebbe ottimamente coppia con Dario Gallina, presidente dell’Unione Industriali di Torino e candidato in pectore alla presidenza della Camera di Commercio della città sabauda (l’attuale numero uno, Vincenzo Ilotte, non dovrebbe essere riconfermato). Cosa importante, perché gli enti camerali di Torino, Genova e Milano, insieme con Unioncamere, hanno diritto a esprimere ben 5 dei 18 membri del Consiglio generale della Compagnia. 

I QUATTRO NOMI GIÀ DESIGNATI

Intanto sono quattro i nomi già designati per il futuro vertice della San Paolo. In Compagnia entreranno: Paola Bonfante, professoressa di Botanica a Torino, indicata dall’Accademia dei Lincei; Giuseppe Pericu, già sindaco Pd di Genova, designato dall’Iit (Istituto italiano tecnologia); Enrico Filippi, anziano banchiere ed esperto di questioni assicurative, espresso dall’Accademia delle Scienze di Torino; Michela Di Macco, docente di Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, indicata dal Fai. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tim, Gubitosi al tavolo con Kkr per newco su rete secondaria

L’ad dell’ex monopolista pensa a una società mista. Il fondo americano partner favorito. Da Banca Intesa in arrivo Nicola Capodanno a capo dell’ufficio stampa.

San Valentino intenso per Tim dove, tra avvicendamenti manageriali e operazioni societarie, si lavora a ridefinire assetti e strategie.

Prima notizia, la più rilevante: Luigi Gubitosi, mentre sono aperti i tavoli della trattativa per la fusione con Open Fiber, sta parallelamente lavorando alla costituzione di una società mista dove mettere tutta la cosiddetta rete secondaria in fibra, rame ed elettronica. Tra gli interlocutori quello più accreditato è il mega fondo americano KKR, che potrebbe diventare socio di minoranza al 48% della newco apportando nelle casse di Tim una cifra tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Una manna per il colosso delle Tlc, soldi che servono a dare un po’ di ossigeno ai conti che rispetto alle previsioni presentate agli analisti finora sono deludenti. 

Come la prenderanno nell’ordine il governo, la Cassa depositi e prestiti e soprattutto l’Enel, che controlla Open Fiber? L’operazione, tenuta sin qui sotto traccia, fa storcere un po’ il naso. Perché obiettivo primario dell’esecutivo e di Cdp è chiudere prima possibile il grande accordo con Open Fiber di cui si sta parlando oramai da qualche anno, considerando che dopo una dura resistenza l’ad di Enel Francesco Starace ora è più propenso a negoziare l’integrazione con Tim sotto i buoni uffici dei ministri del Mef e del Mise, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli

SUL TAVOLO LA NOMINA DEL SOSTITUTO DI RIGONI

Seconda notizia. A giorni ci sarà la nomina del nuovo Chief Procurement Officer, il responsabile degli acquisti, che prenderà il posto di Federico Rigoni, spostato agli inizi di febbraio a capo dell’area commerciale da cui, dopo la multa di AgCom alle società telefoniche per la vicenda delle modifiche contrattuali in contrasto con la normativa di settore, era stato rimosso Lorenzo Forina

NEI CORRIDOI CIRCOLA IL NOME DI STEFANIA TRUZZOLI

Chi subentrerà a Rigoni? Piccolo mistero. La voce che circola nei corridoi indica nella sua vice, Stefania Truzzoli, ex Chief Operating Officer nella filiale italiana di British Telecom dove era stata protagonista di una tormentata vicenda giudiziaria che l’ha vista prima licenziata e poi riabilitata a pieno titolo dalla magistratura, la candidata numero uno. Una fonte interna però sostiene che nella terna dei candidati scelti scremando dalla lista presentata da un noto cacciatore di teste, il nome di Truzzoli non ci sia. Comunque, per svelare l’arcano non bisognerà aspettare molto, tempo una decina di giorni e il sostituto di Rigoni verrà nominato. Sicuramente prima del cda fissato per la prima settimana di marzo, dove dovrebbe essere portata all’attenzione dei soci (Elliott e i francesi di Vivendi, che non ne sanno molto) anche la possibile operazione con Kkr sulla rete secondaria.

AL POSTO DI ACQUAVIVA DOVREBBE ARRIVARE CAPODANNO

Terza notizia, la comunicazione. A sostituire il capo ufficio stampa Riccardo Acquaviva che il 17 gennaio ha lasciato la società dovrebbe arrivare da Intesa Sanpaolo Nicola Capodanno.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Anche Mps nel giro delle nomine: Morelli verso l’uscita

Il dossier Monte dei Paschi spicca sul tavolo di Gualtieri. L'orientamento che sarebbe maturato al Mef e tra le forze della maggioranza è quello di un radicale cambiamento. A cominciare dall'ad voluto da Renzi. Con lui è destinata a lasciare pure la presidente Stefania Baratti.

C’è anche Monte dei Paschi di Siena (Mps) nel giro delle prossime nomine.

Tra Eni, Enel, Leonardo, Poste e tanto altro, finora della banca senese non si è ancora parlato come una delle scadenze che entro la metà di aprile porteranno decine e decine di candidati a essere scelti per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società che a vario titolo sono considerabili pubbliche o semi-pubbliche.

Eppure al Tesoro, sui tavoli del ministro Roberto Gualtieri e del direttore generale Alessandro Rivera, spicca il dossier Monte dei Paschi.

I PIANI DEL TESORO E DELLA MAGGIORANZA

L’orientamento che sarebbe maturato a via XX Settembre, ma anche tra le forze politiche di maggioranza, è quello di un radicale cambiamento. A cominciare da Marco Morelli, l’amministratore delegato che fu voluto da Matteo Renzi (con Pier Carlo Padoan ministro), il cui piano industriale era stato giudicato troppo ambizioso, financo velleitario. Tanto che l’esecutivo sarebbe intenzionato a mettervi mano. Insomma, l’istituto è ancora nelle secche: deve cedere una grande quantità di crediti in sofferenza, e a fronte dei costi limati (poco) non c’è stato un aumento dei ricavi.

ALLA RICERCA DEL SUCCESSORE DI MORELLI

Ma con Morelli è destinata a lasciare anche la presidente Stefania Bariatti, mentre l’approdo in Cdp di Antonino Turicchi libererà anche il posto di vicepresidente. Così come, tra i consiglieri, lascerà Nicola Maione, che già deve tentare di mantenere la presidenza dell’Enav, in scadenza. Ma anche Maria Elena Cappello, Salvatore Fernando Piazzolla, Roberto Lancellotti, Roberta Casali, Angelo Riccaboni, Michele Santoro e Fiorella Kostoris hanno poche chance di essere rinominati. Quanto al successore di Morelli, girano diversi nomi di banchieri, ma nessuno è dato in pole position. La ricerca è aperta.


Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Grilli alla presidenza di Mediobanca, con vista su Trieste

L'ex ministro pare mettere d'accordo sia gli azionisti storici di Piazzetta Cuccia, e con loro l’ad Alberto Nagel, sia il neo socio Del Vecchio. E potrebbe aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, vero obiettivo del patron di Luxottica.

Sarà Vittorio Umberto Grilli il prossimo presidente di Mediobanca.

Insieme con la conferma che Renato Pagliaro lascerà la poltrona che è stata di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghinotizia anticipata da Lettera43.it all’inizio di dicembre dello scorso anno – arriva l’informazione che sarà l’ex viceministro e ministro del Tesoro (governo Monti), dal maggio 2014 in JPMorgan con l’incarico di presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Europa, Medio Oriente e Africa, a succedergli.

Grilli, che è comunque in procinto di lasciare la banca d’affari statunitense all’interno della quale i suoi rapporti negli ultimi tempi si sono decisamente raffreddati, è una figura su cui sembrano convergere tanto gli azionisti storici di Mediobanca, e con loro l’amministratore delegato Alberto Nagel, quanto il neo socio Leonardo Del Vecchio, arrivato al 10% del capitale della banca di piazzetta Cuccia. 

SU GRILLI SEMBRANO CONVERGERE NAGEL E DEL VECCHIO

Milanese, 62 anni, studi ed esperienze internazionali ma anche una lunga presenza in via XX Settembre al ministero dell’Economia e delle Finanze, dove è stato prima a capo del dipartimento Privatizzazioni, poi Ragioniere Generale dello Stato e quindi direttore generale del Tesoro (da maggio 2005 fino a novembre 2011 con i ministri Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa e Giulio Tremonti), Grilli potrebbe non solo mettere d’accordo Nagel e Del Vecchio sul suo nome, ma aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, il vero obiettivo del patron di Luxottica, che agisce d’intesa anche con Franco Caltagirone.

LA PARTITA PER I VERTICI DI GENERALI

Per ora i nomi per Trieste non sono ancora sul tavolo, anche perché il cda è stato rinnovato per tre anni nel maggio del 2019. Quindi molto dipenderà dall’equilibrio che Mediobanca e i privati riusciranno a trovare, a cui il destino degli attuali vertici, il presidente Gabriele Galateri (il suo è comunque l’ultimo mandato), e l’ad Philippe Donnet, è legato.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le ombre sulla gestione di Rfi targata Maurizio Gentile

Ritardi cronici sulla linea Milano-Napoli, inchieste aperte, ombre di nepotismo. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l'ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

Contestazioni precise da una parte e stillicidio continuo di proteste e insofferenze ogni volta che si accumulano ritardi sulla linea business per eccellenza delle Ferrovie, che è la Milano-Napoli.

E ormai gli alibi che Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rfi dal 2014, accampa per giustificare le inadempienze della sua gestione non reggono più: aumento del traffico, mancanza dei riscaldatori negli scambi, obsolescenza degli impianti e chi più ne ha più ne metta.

LE INCHIESTE APERTE

È ancora aperta l’inchiesta sullincidente di Pioltello che il 25 gennaio 2018 causò 3 morti e 46 feriti. La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 12 indagati, funzionari e dipendenti di Rete ferroviaria italiana, è slittata dopo che la procura ha accolto nuovi accertamenti chiesti dalla difesa. RadioFerrovie racconta poi di commesse milionarie assegnate senza gara, e anche qui ci sono indagini della magistratura in corso. Anche se da parte sua Rfi ha assicurato la regolarità degli affidamenti. Non mancano le ombre di nepotismo: il figlio di Maurizio Gentile, Lorenzo, è direttore Finanza e amministrazione di Trainose, società del gruppo Fs in Grecia e la nipote Laura è responsabile dell’area ingegneria di Rfi ad Ancona. Senza contare le inchieste connaturate alla carica, tipo quella della Procura di Napoli per attentato alla sicurezza dei trasporti perché secondo i pm la stazione di Afragola non ha i collaudi a norma. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l’ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, è già bagarre per il futuro direttore generale

La posizione fa gola a molti ed è oggetto dei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati. Se Bonomi ha offerto il posto a Calabrò, Delzio e Picardi, Pasini pensa a un ticket con Schittone. Mattioli guarda a Panucci ma è pronta ad ascoltare i consigli dell'amico Elkann. Mentre Orsini si affida alla rete di Comunione e Liberazione.

Con candidati deboli per il vertice della Confindustria, dove parte favorito Carlo Bonomi nonostante il lignaggio industriale non proprio di blasone (piccola azienda, più piccolo ancora il numero dei dipendenti, nove) tutti guardano ora alla guerra sotterranea che si sta combattendo per l’ambita carica di direttore generale, il potente gestore della macchina di Viale dell’Astronomia e detentore – spesso più del presidente – dei rapporti più intimi con il mondo politico e istituzionale

Una posizione da centinaia di migliaia di euro di stipendio l’anno, più bonus e benefit che fanno gola a molti. Nei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati – a votare saranno solo i 180 componenti del Consiglio Generale – c’è anche questa posizione.

Vediamo di ricostruire il quadro raccogliendo le indiscrezioni che qui e là filtrano dai protagonisti.

BONOMI HA OFFERTO LA POSIZIONE A CALABRÒ, DELZIO E PICARDI

Partiamo ovviamente da Bonomi, presidente di Assolombarda, che da oltre due anni sta cucendo la tela delle alleanze proprio perché la assoluta debolezza del suo profilo professionale essendo un piccolissimo commerciante di prodotti medicali.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Come per altre posizioni di vertice, Bonomi ha offerto la stessa posizione a più sostenitori e così troviamo scalpitare Antonio Calabrò, giornalista, vicepresidente di Assolombarda, Francesco Delzio, a capo (ma ancora per poco) della comunicazione di Atlantia, e Alessandro Picardi, l’uomo delle relazioni di Luigi Gubitosi in Tim.

LEGGI ANCHE: La corsa al dopo Boccia accende la voglia di un posto al Sole

Con il primo, che guarda anche alla direzione del Sole24Ore, suo vecchio sogno, Bonomi cerca di mettersi in tasca il supporto eterno di Marco Tronchetti Provera. Con il secondo, l’appoggio dei Benetton, cui farebbe un favore visto che del comunicatore che fu ferreo sodale di Giovanni Castellucci non vedono l’ora di sbarazzarsi. Con il terzo, l’alleanza con la potente Tim (a Gubitosi, come ad Aurelio Regina e a tanti altri va promettendo vice presidenze) e la sua ricca filiera di fornitori. In questo modo, ovviamente, diventerebbe ostaggio dei soliti noti che non hanno il coraggio o la voglia di mettersi in gioco.

Il presidente di Confindustria Brescia Giuseppe Pasini (LaPresse).

PASINI PENSA AL TICKET CON SCHITTONE

Giuseppe Pasini ha le idee più chiare e non nasconde il suo ticket con il direttore dell’Associazione industriali di Brescia, Filippo Schittone. Ma a guardare alla posizione potrebbe essere anche il direttore di una delle associazioni che potrebbero sostenere l’acciaiere bresciano: un emiliano? Un veneto?

LA RETE DI MATTIOLI E ORSINI

Alla piemontese Licia Mattioli le cronache attribuiscono una simpatia per l’attuale direttrice romana Marcella Panucci, molto ben introdotta al Quirinale e Palazzo Chigi, ma si dice anche che guardi con attenzione al manager che l’amico John Elkann le suggerirà per guidare la macchina confindustriale.

licia mattioli profilo candidata presidenza confindustria
Licia Mattioli, candidata alla presidenza di Confindustria.

Infine, Emanuele Orsini, il leader di Federlegno. Lui si affida alla rete di Comunione e Liberazione che di manager da piazzare ne ha molti. Con il profilo manageriale di Bonomi in forte caduta anche per le divisioni in Lombardia, Veneto e Piemonte è molto probabile che gli altri candidati con aziende solide alle spalle si riuniscano a breve per convergere su uno solo di loro. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Valle Zignago, il paradiso perduto del Conte Pietro Marzotto

Gli eredi hanno venduto al presidente di Federacciai, Alessandro Banzato, la storica tenuta nella laguna di Caorle dove lui amava cacciare con Bepi Stefanel e il re Juan Carlos. Ottocento ettari di terra e acqua che Hemingway, tra una bevuta e l'altra, definiva «magici». A opporsi all'affare, inutilmente, solo il figlio Umberto.

Pietro Marzotto si sta rivoltando nella tomba.

Gli eredi dell’imprenditore blasonato mancato nell’aprile del 2018 hanno deciso, anche se non tutti e quattro sono d’accordo, di cedere la cosa a cui il Conte teneva di più: la tenuta nella laguna di Caorle dove andava a caccia “in botte”, e che lui stesso aveva riportato a casa Marzotto dopo che era stata momentaneamente ceduta ai costruttori friulani Furlanis.

LA TENUTA È STATA VENDUTA AD ALESSANDRO BANZATO

E a comprare non è il suo amico di sempre Bepi Stefanel, con cui andava a sparare – una volta da lui, un’altra nella tenuta dell’imprenditore di Oderzo, in valle Dragojesolo – formando un duo cui spesso si univa niente meno che il re di Spagna Juan Carlos, che poi li ricambiava invitando a dare la caccia alla pernice rossa in Extremadura. E con cui amava condividere, insieme sempre a una grande quantità di amici, la cacciagione a tavola, che si piccava di aver preparato lui personalmente (in realtà impartiva ordini in cucina con una durezza tagliente come la lama dei coltelli che usavano i cuochi), finendo per discutere animatamente sulle diverse preparazioni dei piatti (arrivava a litigare su come andasse cucinata la “peverada”, una salsa della cucina veneta preparata con un trito di fegatini di pollo, soppressa, acciughe ed aglio). Insomma, se fosse Stefanel a comprare – la cui azienda è però messa molto male, e non si può permettere quel passo, anzi è da tempo alla ricerca di un compratore per la sua tenuta – per il Conte Pietro sarebbe stato meno doloroso. Invece, come ha scritto il Corriere del Veneto, a sborsare una ventina di milioni e più – tanto costa l’oasi naturale in Valle Zignago – è il presidente di Federacciai, l’imprenditore padovano Alessandro Banzato, titolare delle Acciaierie Venete

SOLO UMBERTO SI È OPPOSTO ALLA CESSIONE

Sposato tre volte – l’ultima a 71 anni nel 2009 con Anna Maria Agosto – Pietro Marzotto, ha avuto quattro figli. Tre dalla prima moglie, l’inglese Stefania Searle (Umberto, Italia, Marina) e uno, Pier Leone, da Titti Ogniben. Ora solo Umberto, che passa la vita tra la musica e la barca a vela, si sarebbe opposto alla cessione, sapendo quanto il padre tenesse a Valle Zignago. Agli altri fa più gola il ricavato di quegli oltre 800 ettari di terra e acqua che Ernest Hemingway, tra una bevuta e l’altra con Pietro, definiva «magici».

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Morta una Repubblica se ne fa un’altra

L'dea di ripetere l’avventura del 1976 sarebbe balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Per la direzione si pensa a Verdelli. Sempre che la proprietà di Gedi decida di rimpiazzarlo con Molinari della Stampa.

E se nascesse una Repubblica due? Pare, secondo sussurri e mezze ammissioni di corridoio prontamente intercettati da questa rubrica che l’idea di ripetere l’avventura del 1976, che sarebbe ormai allo stadio di progetto vero e proprio, sia balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner.

Con quest’ultimo a fare da anello di congiunzione anche con Carlo Verdelli, che formalmente da direttore dell’attuale quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non può certo far parte di un’operazione concorrente.

Ma sarà proprio lui il direttore della nuova Repubblica, qualora la proprietà di Gedi subentrata ai fratelli Marco e Rodolfo De Benedetti decida, come sembra ormai certo, di rimpiazzarlo con l’attuale direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Cosa che verosimilmente comporterà un significativo cambio di linea editoriale e politica di Repubblica.

LA TELA TESSUTA DA GAD LERNER

Ed è proprio per la prospettiva di questo cambio di direttore e di linea che Lerner ha tessuto la tela dell’idea di far nascere nella carta stampata “una cosa di sinistra”, facendo leva sulla sua amicizia sia con l’Ingegnere – voglioso di una rivincita dopo aver perso la battaglia per evitare che i suoi figli cedessero la casa editrice che edita la Repubblica e L’Espresso – che con l’amministratore delegato della Feltrinelli, il quale, forte del successo sia nella produzione di libri sia nella gestione della catena di librerie più moderna e diffusa d’Italia, sogna di fare qualcosa di grande che non gli abbia lasciato in eredità sua madre Inge.

TRA LE FIRME DA INGAGGIARE SERRA, DE GREGORIO E MERLO

Lerner, nel frattempo, sta stilando la lista delle firme da ingaggiare. Tra quelle attualmente in forza a Repubblica, si dice che in cima alla lista ci siano Michele Serra, Concita De Gregorio e Francesco Merlo. Un punto interrogativo è invece apposto a fianco del nome di Ezio Mauro: non si sa se l’ex direttore di Repubblica vorrà essere della partita.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il dopo-Boccia accende la voglia di un posto al Sole

La poltrona ora occupata da Garrone fa gola a molti. Non a caso il favorito Bonomi l'avrebbe promessa ad almeno tre persone - Abete, Bono e Calabrò - in cambio del loro sostegno nella sua corsa per Confindustria.

Voci insistenti danno per certo il ritorno, che avrebbe del clamoroso, di Edoardo Garrone nella corsa per la presidenza di Confindustria.

Dell’imprenditore genovese sia era parlato mesi fa, quando Vincenzo Boccia andava raccontando in giro per l’Italia che loro due avrebbero fatto lo scambio delle rispettive presidenze, vedendosi già lo stampatore salernitano al posto di Garrone alla guida del Sole 24 Ore.

Poi il presidente della Erg, pressato dai famigliari che l’hanno vivamente invitato a lasciar perdere, aveva fatto sapere che non era in corsa.

Eadoardo Garrone, presidente del gruppo Erg e del Sole24Ore.

UNA POLTRONA CHE FA GOLA

Ma è proprio la sua carica di presidente della casa editrice che edita il giornale della Confindustria a far gola, nonostante tutte le peripezie che ha passato. Ed è per questo che qualcuno, per irritarlo, ha messo in giro la voce di un suo ritorno in pista last minute, in modo da fargli capire che in tutti i casi quella poltrona andrà mollata. Anche perché i vari contendenti al dopo Boccia se la stanno vendendo come merce di scambio, e interessa molto.

LEGGI ANCHE: Confindustria, quel patto tra VenetoCentro e Bonomi per il dopo Boccia

Specie a coloro che non vogliono o non possono aspirare a una vicepresidenza (per quelle 10 posizioni il mercato delle promesse è attivissimo, e se si dovessero sommare saremmo già al doppio delle possibilità). 

GLI ASPIRANTI ALLA PRESIDENZA DEL SOLE

Per esempio il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, che i bookmaker confindustriali danno avanti rispetto a tutti gli altri candidati, avrebbe parlato della presidenza del Sole 24 Ore con ben tre interlocutori.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Luigi Abete, che in cambio gli sta portando il consenso di Roma e delle vecchie consorterie, desideroso di raggiungere quella poltrona anche per trovare rimedio ai problemi della sua scuderia editoriale in crisi; Giuseppe Bono, che per Bonomi sarebbe importante avere dalla sua parte sia per il ruolo in Friuli sia per quello nel mondo romano delle società a partecipazione pubblica, ma che avendo promesso il suo appoggio a Licia Mattioli può essere agganciato solo facendo leva sulla vanità (e la tolda del Sole potrebbe solleticargliela, ha pensato Bonomi, che gli ha mandato messaggi per il tramite del presidente di Confindustria Pordenone, Michelangelo Agrusti); Antonio Calabrò, vicepresidente dello stesso Bonomi in Assolombarda nella sua qualità di lobbista della Pirelli, che ambirebbe al Sole o in alternativa a succedergli in Assolombarda, cui Bonomi deve molto perché fin qui è stato il vero regista della sua campagna elettorale. Ma, come sempre avviene in questi casi, la poltrona è una e se le terga che vogliono poggiarcisi sono tante si finisce per fare molti scontenti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, quel patto tra VenetoCentro e Bonomi per il dopo Boccia

In cambio dell'appoggio di Padova e Treviso alla corsa per la presidenza di Confindustria, il n.1 di Assolombarda ha assicurato la vicepresidenza a Piovesana e la nomina di Calearo jr ai Giovani industriali. Un accordo che però non ha convinto le altre territoriali della regione.

Non c’è solo una vicepresidenza per Maria Cristina Piovesana alla base del patto che Carlo Bonomi ha stretto con gli industriali di Treviso e Padova, riuniti in Assindustria VenetoCentro, per il tramite del loro direttore Giuseppe Milan e l’acquiescenza del presidente vicario Massimo Finco.

No, in cambio dell’appoggio che la seconda associazione territoriale di Confindustria darebbe alla prima – e che finora ha indotto il Veneto ad andare verso Bonomi – il presidente di Assolombarda ha promesso anche tutto il supporto possibile alla nomina del vicentino Eugenio Calearo alla presidenza nazionale dei Giovani di Confindustria, in sostituzione del romano Alessio Rossi, in scadenza.

Trentasette anni, figlio di Massimo, già numero uno nazionale di Federmeccanica e poi deputato (prima per il Pd, poi con Scelta Civica), presidente del Gruppo giovani di Confindustria del Veneto, Calearo jr. deve vincere la concorrenza del siciliano Riccardo Di Stefano, uno dei vicepresidenti di Rossi, che – paradossalmente – gli amici del veneto accusano di non avere un’impresa significativa alle spalle, cioè la stessa che da più parti viene rivolta a Bonomi. 

PADOVA, VERONA E VICENZA IRRITATE DAL PATTO CON MILANO

Ma questo patto con Milano, che il trio Piovesana-Finco-Milan ha siglato prima ancora che Enrico Carraro fosse nominato presidente regionale (al posto di Matteo Zoppas), e sul quale c’era l’esplicito assenso solo di Venezia-Rovigo, ha messo di malumore non pochi imprenditori di Padova, che accusano i trevigiani di prevaricarli, e anche altre realtà venete, in particolare Verona – tant’è che per tacitarla si sta parlando di una vicepresidenza nazionale anche per Michele Bauli – e un po’ Vicenza (che sarebbe però ricompensata con la nomina di Calearo, che entrerebbe automaticamente come vice nella squadra del successore di Vincenzo Boccia).

TRABALLA IL CONSENSO A PIOVESANA

Carraro, che ha assunto una posizione pilatesca, predica unità, ma adesso a traballare è proprio il consenso a Piovesana. La quale si è fatta assicurare una proroga della sua presidenza per un anno, in attesa che vada in porto l’ulteriore aggregazione di Treviso-Padova con Venezia-Rovigo. Troppo, storcono il naso in molti. Un’opposizione finora tenuta coperta, salvo rare eccezioni come quella di Alessandro Banzato, di Acciaierie Venete – dunque siderurgico come il bresciano Giuseppe Pasini, in corsa anche lui per il dopo Boccia proprio in competizione con Bonomi – che, essendo tra i maggiorenti di Assindustria VenetoCentro, potrebbe indurre i suoi colleghi a un ripensamento. Appoggiato dal metalmeccanico padovano Mario Ravagnan, il più accreditato a succedere a Piovesana alla testa di VenetoCentro (nella logica dell’alternanza tocca a Padova), il quale chiede che prima di dare l’ok a Bonomi siano sentiti tutti gli candidati, a cominciare da Pasini e da Andrea Illy, che in quanto triestino potrebbe essere considerato “di casa”, in una logica di Nord-Est (tra l’altro l’industriale del caffè è molto ben visto dagli imprenditori del Trentino-Alto Adige). Un’apertura che potrebbe indurre Bauli, il presidente vicentino Luciano Vescovi e a quel punto anche il prudente Carraro a cambiare cavallo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Corsa al dopo Boccia, quel velenoso caffè servito a Illy

Pacco meneghino per l'imprenditore del caffè. Prima sono state fatte filtrare notizie negative sulla famiglia, poi voci sul suo ritiro dalla competizione. Una fake news costruita ad arte. In realtà ha solo deciso di non autocandidarsi e aspettare che il suo nome venga indicato da associazioni territoriali e di categoria.

Mentre il perverso meccanismo della scelta dei saggi attraverso un’estrazione a sorte ha portato all’anomalia di due veneti su tre nella terna che presiede alla nomina del nuovo presidente di ConfindustriaAndrea Tomat di Treviso e Andrea Bolla di Verona, l’altro è Maria Carmela Colaiacovo, umbra – la battaglia per il dopo Boccia si fa incandescente e comincia a registrare qualche colpo sotto la cintura.

“PACCO MENEGHINO”PER ANDREA ILLY

Ieri più manine, che molti avrebbero identificato come vicine ai mondi che stanno tirando le fila della candidatura del presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, prima hanno fatto maliziosamente filtrare notizie negative sulla famiglia Illy. Operazione riuscita visto che qualche giornale, per esempio Repubblica, le ha riprese. L’intento evidente era di mettere chiodi lungo la strada della possibile candidatura di Andrea Illy, che come outsider rispetto ai candidati in ballo (oltre a Bonomi, Licia Mattioli, Giuseppe Pasini ed Emanuele Orsini) sta particolarmente dando fastidio. E poi hanno fatto circolare su qualche sito e nella comunità dei giornalisti che si occupano della questione che lo stesso Illy si sarebbe ritirato dalla competizione.

NIENTE SISTEMA DI AUTOCANDIDATURA

Insomma, un vero e proprio “pacco meneghino” con tanto di fake news, eccezion fatta per qualcuno, come La Stampa, che invece ha riportato la giusta versione dei fatti. Ovvero che l’imprenditore triestino del caffè non ha affatto deciso di ritirarsi, tantomeno dopo l’attacco ordito ai suoi danni. Semplicemente aveva scelto da tempo di non seguire la prima delle due modalità di partecipazione alla gara per la presidenza previste dallo statuto di Confindustria, e cioè quella che è stata definita sistema di “autocandidatura” e che richiede la presentazione da parte dell’autocandidato di una lista di almeno 20 firme di membri del Consiglio generale a suo sostegno. Una procedura che si presta a inghippi e vasto mercimonio – che infatti è in atto, tra candidati che si ritirano in cambio di posti e vicepresidenze promessi a decine – diversamente dall’altra modalità, sostanzialmente opposta, che prevede siano un certo numero di associazioni settoriali e territoriali (pari al 20% dei voti generali) a indicare il nome di un imprenditore che poi deve dichiararsi disposto a candidarsi. Illy aspetta dunque di sapere se ci saranno associazioni di territorio e di categoria che intendono suggerire il suo nome.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cdp si allarga e fa partire il risiko dei comunicatori

L'ad Fabrizio Palermo vuole rafforzare la squadra della Cassa. Così è partita la campagna acquisti. Niente da fare per Lorenza Pigozzi che resta in Mediobanca. Altri contatti sarebbero stati avviati con Acquaviva, Dompé e Fabiani di Banca Intesa, blindato però dall'ottimo rapporto con il direttore relazioni esterne Lucchini.

Grandi sommovimenti nel mondo della comunicazione.

L’epicentro è Cdp, perché nei piani dell’ad Fabrizio Palermo c’è il proposito di rafforzare la già nutrita squadra della Cassa per coprire tutte le sue multiformi attività.

Così fervono incontri, colloqui e telefonate ai piani alti. Nelle scorse settimane persino Mediobanca è stata coinvolta, visto che il suo capo della comunicazione Lorenza Pigozzi si è vista arrivare dall’ente di via Goito un’offerta inizialmente presa in considerazione, ma poi rifiutata grazie anche all’intervento di Alberto Nagel, ad di piazzetta Cuccia, cui non andava a genio l’idea di perdere la fedele e brava collaboratrice che in questi anni ne ha seguito l’ascesa.  

TRA I NOMI CONTATTATI ACQUAVIVA, DOMPÉ E FABIANI

Allora Cdp ha dirottato altrove la sua campagna acquisti, puntando su Tim. Prima sondando il capo ufficio stampa Riccardo Acquaviva, che la scorsa settimana ha interrotto il suo rapporto di lavoro con il colosso delle tlc. Poi un altro manager anche lui con un passato in Tim, Ivan Dompè, ora in parcheggio alla Business School della Luiss, l’università di Confindustria. Voci di corridoio, ovvero il sale di questa rubrica, raccontano che tra i nomi contattati ci sia stato anche quello di Matteo Fabiani, capo delle relazioni con i media di Banca Intesa, blindato però dall’ottimo rapporto con il direttore delle relazioni esterne e istituzionali Stefano Lucchini che pare non abbia gradito l’intrusione.

CAMBIO IN VISTA ANCHE PER AUTOSTRADE

Cambio in vista anche per la tribolata Autostrade. A marzo infatti è prevista l’uscita di Francesco Delzio, strettissimo collaboratore dell’ex ad Giovanni Castellucci, ulteriore passo (ne mancano ancora un paio) perché la famiglia Benetton faccia calare definitivamente il sipario sul vecchio management.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Panebianco, un politologo verso la Fondazione Carisbo

Il professore è tra i papabili nove che entreranno nell'assemblea dell'ente bolognese. Con lui in lizza anche l'ex ministra Federica Guidi.

A Bologna sono chiamati i “100 che contano”. Sono i componenti dell’assemblea della Fondazione Carisbo, nata quasi 200 anni fa per sostenere la Cassa di Risparmio di Bologna.

Ora ne mancano nove, e per questi posti sono scesi in campo nomi blasonati dell’inner circle felsineo. A cominciare dal politologo e storico editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco, in questo caso come docente dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Con lui Stefano Golinelli, figlio del fondatore del gruppo farmaceutico Alfa Wassermann, Marino, celebre come filantropo e come uomo dall’abbigliamento eccentrico (più di lui la moglie, che porta capelli punk vistosamente colorati). Stefano Golinelli oggi guida Alfasigma, società nata dalla fusione della società del padre con Sigma Tau.

TRA I PAPABILI ANCHE FEDERICA GUIDI

Ma tra i papabili c’è anche Federica Guidi, l’ex ministra del governo Renzi dimessasi dopo l’accusa, poi archiviata dai giudici romani, di aver favorito gli affari del suo compagno di allora Gianluca Gemelli. Altro imprenditore in lizza è Michelangelo Poletti, fondatore della Polfil e proprietario di un famoso castello in quel di Minerbio. Non mancano i manager: Renzo Servadei, ad di Autopromotec (la fiera della componentistica auto) e Rosanna Masi Poggipolini, Cfo dell’omonima azienda attiva nella meccanica di precisione. Quindi la direttrice della scuola di Radiologia dell’Università felsinea, Rita Golfieri, e Giovanni Manaresi, ingegnere.

I COMPITI DEL “PARLAMENTONE”

Questo parlamentone – presieduto da Daniele Furlanetto e di cui ritroviamo altri bolognesi noti, da Pier Ferdinando Casini al presidente del cda della Fondazione Carisbo, Carlo Monti, da Fabio Roversi Monaco a Gianguido Sacchi Morsiani, da Filippo Sassoli de Bianchi a Isabella Seragnoli – ha il compito di «vigilare sull’osservanza dei valori e dei principi ispiratori della Fondazione», di nominare i nuovi soci elettivi e designare la metà dei componenti del Collegio di Indirizzo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria: per il dopo Boccia è anche guerra di comunicatori

Bonomi si è affidato alla Image Building mentre Mattioli alla Comin & Partners. Per Illy sostegno corale: Giovanna Gregori e la Vento e associati. E Pasini ha scelto la consulenza di Community Group. La corsa alla presidenza entra nel vivo.

Entra nel vivo la battaglia di Confindustria.

E mentre giovedì 23 gennaio conosceremo i nomi dei tre saggi destinati a raccogliere tra gli iscritti i desiderata in merito alla successione di Vincenzo Boccia alla guida del sindacato degli imprenditori, alcuni dei candidati hanno già messo in moto la Bestia ovvero, mutuando il termine dal poderoso apparato che sostiene Matteo Salvini, la loro macchina della comunicazione.

BONOMI HA SCELTO LA IMAGE BUILDING, MATTIOLI LA COMIN & PARTNERS

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e tra i sicuri papabili di una corsa a cui si è già da tempo iscritto, ha scelto la Image Building di Giuliana Paoletti, che era a fianco di Boccia nella vittoriosa campagna che quattro anni fa portò l’imprenditore salernitano al vertice di viale dell’Astronomia.

LEGGI ANCHE: Confindustria, via col Veneto

La piemontese Licia Mattioli, attualmente uno dei vice di viale dell’Astronomia, ha scelto invece la Comin & partners di Gianluca Comin, ex direttore relazioni esterne di Montedison ed Enel, che insegna alla Luiss e in passato è stato membro del consiglio nazionale di Confindustria. 

ILLY SI AFFIDA A VENTO E ASSOCIATI, PASINI A COMMUNITY GROUP

Sostegno corale invece per Andrea Illy, l’industriale del caffè che per la sua discesa in campo si è affidato tra gli altri alla Vento e associati di Andrea Vento (per anni dirigente del Comune di Milano nonché direttore della campagna internazionale per l’assegnazione di Expo 2015) e alla sua storica comunicatrice Giovanna Gregori. Va sul sicuro anche Giuseppe Pasini, il presidente della potente associazione degli industriali di Brescia, che ha deciso di affidarsi alla consulenza di Auro Palomba (un parterre prestigioso di clienti nel privato e nel pubblico) e della sua Community Group.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Atto finale dell’arbitrato Rcs-Blackstone sul palazzo del Corsera

Il 14 gennaio gli avvocati delle parti hanno depositato le memorie finali. Ora il collegio ha dai 15 ai 90 giorni per esprimere il verdetto. Intanto Cairo ha chiesto una perizia sul valore dei suoi asset.

Atto finale nella vicenda che oppone Urbano Cairo e il fondo Blackstone sulla contestata vendita del palazzo milanese di via Solferino, storica sede del Corriere della Sera.

In breve: acquistato dagli americani nel 2013 per 120 milioni di euro, lo scorso anno stava per essere rivenduto ad Allianz per una cifra quasi doppia quando Cairo ha contestato l’operazione adducendo come motivazione che gli americani avessero approfittato delle difficoltà di Rcs per costringendola a svendere. Tesi che Blackstone ha duramente contestato.

Blackstone ha fatto causa chiedendo alla casa editrice un indennizzo monstre, oltre 300 milioni di dollari, e per analogo importo al suo proprietario come persona fisica. Tutto poi è finito nelle mani di un collegio arbitrale (presidente Renato Rordorf, Enzo Roppo per Rcs e Vincenzo Mariconda per Blackstone) ora alle battute finali.

IL COLLEGIO HA DAI 15 AI 90 GIORNI PER ESPRIMERSI

Martedì 14 gennaio gli avvocati delle parti (Sergio Erede e Francesco Mucciarelli per Rcs, Francesco Gatti, Carlo Pavesi e Giuseppe Iannaccone per il fondo americano) hanno depositato le ultime memorie atte a illustrare le ragioni dei loro clienti, e ora il collegio ha dai 15 ai 90 giorni di tempo per esprimersi. Se venisse rispettata la parte bassa dell’arco temporale, a fine mese ci sarà dunque il verdetto. Entrambe le parti, come è ovvio che sia, si dicono confidenti in un esito a loro favorevole.

CAIRO HA CHIESTO UNA PERIZIA SUL VALORE DEI SUOI ASSET

Intanto Cairo, ma non è detto che la sua iniziativa sia correlata all’arbitrato, ha chiesto a una nota società di consulenza e revisione una perizia sul valore di tutti i suoi asset. In genere, simili mosse preludono a una riorganizzazione societaria o a qualche operazione di natura straordinaria.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le mire (e gli uomini) di Spadafora su Sport e Salute

Dopo aver sistemato i suoi fedelissimi Loukarelis a capo dell'Unar e De Maio alla direzione dell'Agenzia Nazionale Giovani, il ministro sponsorizza Rozera, ora direttore generale Unicef Italia, come successore di Sabelli.

Dopo aver sistemato il suo fedelissimo braccio destro Trianda Loukarelis a capo dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) e il suo giovane delfino, il cantautore Mimì De Maio, alla direzione dell’Agenzia Nazionale Giovani, il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora (già da molti rinominato O’ministro come fu per Cirino Pomicino, viste le sue continue presenze nel territorio che gli ha dato i natali, dove torna – ogni volta con una casacca diversa – per fidelizzare l’elettorato) ha adesso in programma di giocarsi una ben più importante partita su Sport e Salute, l’azienda controllata dal Mise che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia.

SPADAFORA AL POSTO DI SABELLI SPONSORIZZA ROZERA

Infatti dopo l’addio, non senza polemiche, del presidente Rocco Sabelli, pare che Spadafora stia proponendo al numero 1 del Coni Giovanni Malagò la figura di Paolo Rozera come nuovo direttore generale, una carica che attualmente egli ricopre in Unicef.

Sì, perché il fattore comune di tutti questi giochi di poltrone cari al ministro dello Sport, è che nel curriculum degli interessati pare debba essere necessaria la sola esperienza lavorativa nella Ong di cui è stato presidente dal 2008 al 2011.

LAURA BALDASSARRE VERSO L’UNICEF

Tutti gli interessati sono cresciuti con Spadafora e altrove non hanno mai lavorato (nel caso di Rozera fa eccezione la sua esperienza di arbitro di basket di qualche anno fa). Il tutto con il beneplacito dell’attuale presidente dell’Unicef Francesco Samengo, che è già pronto a sostituire Rozera con chi vorrà indicargli O’ministro; magari con Laura Baldassarre, anche lei storica seguace spadaforiana, che dopo un giro all’Authority per l’Infanzia e un altro al Comune di Roma, è tornata in sede in attesa di un adeguato ricollocamento interno.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, il successore di Boccia lo scelgono i probiviri

Con i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza, i "custodi" di Viale dell'Astronomia complicano la corsa degli outsider e la raccolta di consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali.

Vuoi vedere che alla fine il nuovo presidente della Confindustria lo scelgono i probiviri?

Lunedì 13 gennaio il «Collegio dei Probiviri confederali per le funzioni interpretative, disciplinati ed elettorali» ha scritto a tutti i componenti del Consiglio generale, cioè il parlamentone che dovrà eleggere il successore di Vincenzo Boccia, elencando i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza nazionale (vedi lettera allegata). 

LE REGOLE PER LE AUTOCANDIDATURE

Oltre a ribadire il tema della assoluta riservatezza e non divulgazione delle candidature, dei consensi che ciascuno ritiene di avere e delle linee programmatiche che s’intendono proporre, nella direttiva si stabilisce che per autocandidarsi occorre che alla Commissione di designazione (si nomineranno i tre membri il 23 gennaio, secondo un non meglio identificato meccanismo di estrazione a sorte) siano pervenute autocandidature supportate «per iscritto da almeno il 10% dei voti rappresentati nell’Assemblea dei delegati o dei componenti del Consiglio generale». 

LEGGI ANCHE: Nicola Orsi, il manager che supporta Orsini nella corsa al dopo Boccia

Peccato che non si specifichi come queste «lettere di supporto» vadano formulate: su modulo prestampato? Su carta libera ma con testo dettato da Roma uguale per tutti? Carta e testo liberi? Non si capisce. Altrimenti c’è l’opzione di procedere attraverso le associazioni territoriali o di categoria, che dovrebbero manifestare loro il nome del candidato gradito, ma questo procedimento è vincolato a processi decisionali da parte dei consigli di presidenza delle singole territoriali o settoriali, ancora una volta in totale riservatezza, pena sanzioni per «comportamenti distonici». 

PIÙ OSTACOLI ALL’ACQUISIZIONE DEL CONSENSO ATTRAVERSO LE TERRITORIALI

In buona sostanza, i custodi di questa ortodossia di stampo sovietico non vogliono alcuna esternazione e di fatto tendono a dissuadere (o almeno a complicare) il processo di acquisizione del consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali. Il tutto mentre i giornali sono settimane che hanno scritto i nomi dei cinque imprenditori che, almeno fin qui – ma sarà difficile per non dire impossibile, con regole così frenanti, che possa uscire qualche altro nome – sono ai nastri di partenza

DEI 15 PROBIVIRI SE NE CONOSCONO SOLO QUATTRO

Ma chi sono i custodi di questa ortodossia pensata per evitare gli outsider e favorire la continuità della “casta confindustriale”? Lo statuto prevede che i probiviri siano addirittura 15 – un vero e proprio Politburo – ma sono solo quattro coloro che hanno firmato il documento che Lettera43.it vi mostra: Sergio Arcioni, imprenditore sericultore di Lecco; Luca Businaro, ad di Novation Tech (stampe plastiche a Treviso); Gabriele Fava, avvocato di Milano; Antonio Serena Monghini, ad di Alma Petroli di Ravenna. Solo quattro firme. Ma perché invece che 15 sono quatro? O c’è qualcun altro – per esempio si fa il nome dell’armatore Marco Novella di Genova – che non ha voluto o potuto firmare l’editto? Mistero. Perché anche nella parte privata del sito di Confindustria i nomi dei probiviri che dovrebbero essere stati eletti il 21 maggio scorso per il quadriennio 2019-2023 non compare da nessuna parte. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Rai e Salini puntano sul signor Rossi (e sulla Meloni)

L'ad, assediato dallo scontento, si affida al consigliere in quota Fratelli d'Italia. Partito che in questi mesi ha conquistato poltrone pesanti nella tivù pubblica. Intanto scoppia il caso De Santis proprio alla vigilia di Sanremo.

Assediato dallo scontento quasi generale (quello del Pd è poi alle stelle), Fabrizio Salini per salvare la poltrona di ad della Rai si affida al signor Rossi.

Ma non un Rossi qualsiasi che porta un cognome forse più diffuso tra gli italiani, ma Rossi Giampaolo, romano, classe 1966, consigliere d’amministrazione in quota Fratelli d’Italia e profondo conoscitore della tivù pubblica.

Per spiegare meglio lo scenario di riferimento, bisogna fare un passo indietro. Esattamente al 2004, quando Rossi venne nominato presidente di RaiNet, e Pietro Gaffuri (ovvero l’attuale nonché dimissionario  Transformation Officer del piano industriale fortemente voluto da Salini e dal direttore generale Alberto Matassino) amministratore delegato.

IL GRUPPO MELONIANO

Dello stesso gruppo di lavoro facevano parte anche Elena Capparelli (oggi direttore Area Digital), Silvia Calandrelli (che il cda dell’azienda convocato il 14 gennaio potrebbe nominare alla direzione di RaiTre), Giuseppe Mondelli, recentemente nominato a capo dell’organizzazione Rai sotto la Direzione Risorse Umane guidata da Felice Ventura, anche lui in quota Fratelli d’Italia. Insomma, un gruppo che di strada ne ha fatta tanta, e che ora viene catapultato da Salini nelle poltrone che contano.

Nell’attribuzione dei riferimenti politici, appare dunque evidente come il partito di Giorgia Meloni abbia conquistato significative direzioni in questo anno di consigliatura rosso-giallo-verde. Va ricordato che sia la nomina di Ludovico Di Meo a RaiDue che quella già avvenuta di Alessandro Zucca (infrastrutture immobiliari e sedi locali) sono in quota Fratelli d’Italia.

SANREMO E IL CASO DE SANTIS

Intanto, come ampiamente prevedibile, è scoppiato il caso di Teresa De Santis. La sostituzione della direttrice di RaiUno, la rete ammiraglia, in contemporanea con la conferenza stampa di presentazione della 70esima edizione del Festival di Sanremo non è, per tempismo, la decisione migliore per l’immagine della Rai che dovrà alzare i veli della competizione canora in pieno bailamme di polemiche legate alla nuova infornata di nomine.

LE CONTRADDIZIONI DELLA COMUNICAZIONE

Con tanto di evidente contraddizione in termini di comunicazione, visto che se da un lato rivendica pubblicamente ottimi risultati di ascolto per le reti Rai, dall’altro imputa la sostituzione di De Santis (ad appena un anno dalla sua nomina a direttore di RaiUno) al forte calo degli ascolti della rete ammiraglia. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo di viale Mazzini, così come il numero degli scontenti i cui malumori dovrebbero trovare sfogo nel tempestoso cda del 14 gennaio.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tim, c’è burrasca nei rapporti tra Gubitosi e Nardello

Tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi. Colpa dei numeri deludenti. E di qualche eccesso del braccio destro dell'ad.

Cosa succede in Tim tra Luigi Gubitosi e il suo storico braccio destro Carlo Nardello? Dalle parti di Corso Italia ne parlano anche gli uscieri: tra i due non c’è più il feeling di un tempo. Anzi, sono sorti degli screzi.

QUELL’AUTORITRATTO “REGALE” DI NARDELLO

Sarà che i numeri dell’ex monopolista delle Tlc stentano a girare e i due maggiori azionisti, Elliott e Vivendi, pur divisi su tutto sono concordi nel lamentarsene, e dunque c’è tensione nel vertice manageriale. O sarà perché Nardello, fin qui un fedelissimo di Gubitosi, al quale deve i suoi precedenti ruoli in Rai e Alitalia, avrebbe un po’ ecceduto nella considerazione di sé, come certifica, tra le altre cose, un enorme quadro appeso al muro dietro la sua scrivania che lo raffigura in un atteggiamento regale. Un autoritratto che colpisce tutti coloro che varcano la soglia del suo ufficio, e che lo ha esposto a qualche commento ironico. Sia come sia, sta di fatto che in Tim le strade dell’amministratore delegato e del “Chief strategy, customer experience and transformation officer” – questa è la nutrita definizione professionale di Nardello – sembrano allontanarsi se non addirittura dividersi.

Gelo anche tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%

Tanto che sarebbe sceso il gelo anche nei rapporti tra Nardello e la CSC Vision Srl, la società di pubbliche relazioni di Costanza Esclapon, di cui un tempo egli fu socio con il 30%. La comunicatrice, da sempre stretta collaboratrice di Gubitosi che ha seguito prima in Rai e poi in Alitalia, e il marito, il bravo Simone Cantagallo – che all’arrivo dell’ad ha assunto, lasciando Lottomatica, il ruolo di capo della comunicazione di Tim – nella controversia hanno preso decisamente le parti di “Gubi”, come tutti lo chiamano ai piani alti e bassi della società di telecomunicazioni. E ora, che farà Nardello? Sembra che voglia giocare una partita tutta sua. E per far questo cerca alleanze tra i dirigenti di prima fascia di Tim. Ma finora si sussurra nei corridoi che l’unico che sembra dargli retta è il responsabile del Procurement e del Real Estate, Federico Rigoni. C’è da scommettere che la reazione di Gubitosi non si farà attendere.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mediobanca, il presidente Pagliaro verso l’addio

Lo storico dirigente della banca d'affari pronto a lasciare per sottrarsi alla guerra - che lui ritiene sbagliata - tra Nagel e Del Vecchio, in lotta per controllare l'istituto fondato da Enrico Cuccia e con esso Generali.

Impegnato nella guerra con Leonardo Del Vecchio, che punta a controllare Mediobanca per arrivare a comandare in Generali, Alberto Nagel sta facendo la conta degli amici e dei nemici. E non solo tra i soci esistenti, ma anche tra i dirigenti.

L’amministratore delegato della banca d’affari creata da Enrico Cuccia, infatti, teme defezioni proprio tra coloro che lo circondano ogni giorno. Per questo si è sfogato in modo accorato con alcuni interlocutori, raccontando loro che il presidente Renato Pagliaro gli ha confessato di avere l’intenzione di lasciarlo solo.

Nagel si è lamentato di una scelta fatta in una fase cruciale della battaglia per il controllo dell’istituto situato alle spalle della Scala, senza capire che Pagliaro lo fa per sottrarsi a una guerra che non solo sente non sua ma ritiene profondamente sbagliata.

PAGLIARO, UNA VITA IN MEDIOBANCA

Pagliaro, che è presidente del consiglio di amministrazione di Mediobanca dal maggio 2010, era entrato in piazzetta Cuccia nel 1981, subito dopo essersi laureato in Bocconi. E lì ha sempre lavorato, ricoprendo diversi ruoli tra cui quello di vice direttore generale a partire dall’aprile del 2002, di condirettore generale e segretario del Consiglio di amministrazione dall’aprile 2003, di direttore generale dall’ottobre 2008 al maggio 2010, quando ha preso il posto che fu di Cuccia e di Vincenzo Maranghi.

Si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale amministratore delegato

E proprio per questo percorso professionale tutto per linee interne, oltre per la stima che gli è unanimemente riconosciuta, la sua uscita – ragionevolmente non per andare in pensione, visto che ha appena 62 anni – diventerebbe un caso traumatico, destinato a incidere sulle vicende in corso.

L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.

Tuttavia, a Nagel un amico malizioso ha fatto notare che non tutto il male viene per nuocere, e che c’è l’altra faccia della medaglia di cui deve essere contento: si libera un posto di prestigio, merce di scambio pregiata che può tornar buona all’attuale ad deciso a difendere con i denti Mediobanca dalle mire del paperone di Agordo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il presidente di Amsa ama la pulizia. Anche in bagno

Dopo l'inchiesta che ha coinvolto l'ex municipalizzata milanese che si occupa della raccolta rifiuti, al vertice è arrivato D’Andrea. Che deve aver preso alla lettera il suo incarico: dopo aver cambiato i mobili dell'ufficio, si è subito fatto rifare la toilette.

L’Amsa è la ex municipalizzata di Milano che gestisce i servizi di raccolta delle immondizie nel capoluogo e in altri comuni delI’hinterland. Dal 2010 è posseduta da A2a, società controllata dai comuni di Milano e Brescia.

Da qualche mese è nella bufera per una inchiesta della magistratura milanese che, come spesso accade, ha trovato particolari connivenze tra la politica locale, qualche dirigente dell’azienda e alcuni fornitori della società.

L’accusa dei magistrati è quella classica, ovvero che il politico si sarebbe fatto portatore degli interessi del privato presso l’Amsa agevolando alcune operazioni. Nella fattispecie il politico (Pietro Tatarella, ex consigliere comunale milanese ed ex vicecoordinatore lombardo di Forza Italia) avrebbe ricevuto denaro dalla Ecol Service di Daniele D’Alfonso, per forniture varie che alcuni dirigenti, in particolare il sindacalista e dipendente Amsa Sergio Salerno, avrebbero facilitato.

L’ARRIVO ALLA PRESIDENZA DI FEDERICO MAURIZIO D’ANDREA

Che cosa hanno fatto allora i vertici di A2a, spinti da Beppe Sala, per cercare di superare una situazione che imbarazzava Amsa, la capogruppo, tra l’altro quotata, e il buon nome del sindaco di Milano? La soluzione, probabilmente anche suggerita dal tribunale di Milano, è stata trovata lo scorso settembre, quando alla presidenza di Amsa è arrivato Federico Maurizio D’Andrea, 59 anni, un passato nella Guardia di Finanza (è stato comandante a Monza e in provincia di Bergamo), poi manager al centro di un robusto network di relazioni con privati e pubblica amministrazione che vanno dalla presidenza della Sangalli di Monza (azienda che opera nello stesso settore dell’igiene urbana) e della Pedemontana Lombarda, fino alla partecipazione negli organismi di vigilanza del Banco Bpm, di Smeralda Holding, del Sole 24 Ore, di Metropolitane Milanesi e di A2a.

DOPO L’AUTISTA PERSONALE, IL BAGNO NUOVO

Appena arrivato in Amsa, per prima cosa, ha richiesto un autista personale. D’Andrea deve aver preso poi alla lettera il suo incarico e ha cominciato a fare pulizia: ha cambiato tutti i mobili del suo ufficio e si è fatto rifare il bagno personale. Con una spesa importante e soprattutto inutile. Del resto sulla pulizia non si transige, a cominciare dagli ambienti di lavoro. Pulizia e sicurezza, perché se non si fa attenzione nei bagni si può anche scivolare.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Bechis apparecchia il tavolo sovranista. Ed è subito Pera

Il direttore del Tempo ha organizzato un convegno sull'Europa con (e per) Salvini. Tra gli ospiti anche l'ex presidente del Senato. Vedi mai che alle prossime elezioni spunti un seggio a Palazzo Madama?

Dopo Bruno Vespa, che ha scritto il suo solito libro di fine autunno sull’impossibilità che ritorni il fascismo con il neanche troppo velato effetto di assolvere politicamente Matteo Salvini – che infatti ha sostituito Silvio Berlusconi, tradizionalmente sempre presente, nella pomposa presentazione del medesimo volume – ora tocca a Franco Bechis darsi da fare per dare una mano al capo della Lega

UNA CONFERENZA SALVINIANA

Il direttore del Tempo ha infatti organizzato nel pomeriggio del 4 dicembre un evento a Roma dal titolo eloquente «Il ratto di Europa. Obiettivi dei padri, delusione dei figli», di cui Salvini sarà ospite d’onore. Ma l’operazione è salviniana non solo per il contenuto, decisamente critico verso l’Unione europea, ma anche per l’ingaggio di qualche personalità di spicco che, nel vuoto pneumatico di uomini spendibili che ruotano intorno all’ex ministro degli Interni, potrebbero far molto comodo a Salvini. 

GERVASONI, IL PROF SOVRANISTA

Il primo è il professor Marco Gervasoni, noto alle cronache per essere stato allontanato dall’insegnamento alla Luiss – e infatti viene presentato come docente all’Università del Molise – per un tweet in cui sosteneva la necessità di affondare la nave della ong Sea Watch. Dato più in sintonia con Giorgia Meloni che con Salvini, il docente sovranista – che non a caso non scrive più sul Messaggero, di cui è stato a lungo editorialista – si sarebbe molto avvicinato a quest’ultimo per il quale svolgerebbe un ruolo di maître à penser.

RIAPPARE CARLO MALINCONICO

Il secondo è anche lui un epurato: il giurista Carlo Malinconico. Già sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Monti con delega all’editoria, tema di cui era esperto per aver fatto il presidente della Fieg, dovette dare le dimissioni (gennaio 2012) per un polverone mediatico sollevato dalla notizia che era stato omaggiato di alcuni soggiorni all’hotel Il Pellicano di Porto Ercole pagati dall’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli in cambio di presunti favori. Da quel momento Malinconico è uscito dalla scena pubblica e fa l’avvocato avendo aperto uno studio proprio. Ma ora viene dato di nuovo in pista proprio grazie a Salvini. 

PERA SI AVVICINA A SALVINI?

Ma è il terzo nome quello che fa più scalpore: Marcello Pera. L’ex presidente del Senato, da tempo politicamente in sonno, ha interrotto ogni rapporto con Silvio Berlusconi e si è avvicinato ad alcuni ambienti ecclesiastici nonostante un tempo fosse un professore seguace di Karl Popper. Ora si dice che sia monsignor Rino Fisichella sia il direttore del Tempo abbiano fatto in modo che Pera e Salvini si parlino. Vedi mai che alle prossime elezioni rispunti un seggio senatoriale per l’ex presidente di palazzo Madama?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il tentativo, inutile, di fermare Luciano Benetton

Fino all’ultimo alcuni dei suoi manager hanno cercato di fargli cambiare idea. Ma non c'è stato niente da fare. E alla fine la lettera ai giornali in cui il patron del gruppo ha scaricato i vertici di Autostrade si è rivelata un enorme boomerang.

Fino all’ultimo alcuni dei suoi manager hanno cercato di fargli cambiare idea. «Aspettiamo, facciamolo più avanti», era l’argomento usato nel tentativo di dissuadere Luciano Benetton dal mandare ai giornali la lettera pubblicata domenica primo dicembre in cui, prendendo le distanze dal management di Autostrade, denunciava una campagna di odio nei confronti della sua famiglia dopo i fatti del Ponte Morandi.

OLIVIERO TOSCANI, ASCOLTATISSIMO CONSIGLIERE

Ma è stato inutile. Il leader del gruppo non ha voluto sentire ragione. O meglio, ha dato ragione a quanti lo avevano incitato a prendere carta e penna. In primis Oliviero Toscani, l’artefice negli Anni 80 di famose e innovative campagne pubblicitarie che da quando Luciano ha ripreso le redini della United Colors è riapparso al suo fianco e gli fa da ascoltatissimo consigliere; la compagna Laura Pollini, e il figlio Alessandro.

UNA LETTERA TRASFORMATA IN BOOMERANG

Ma appena diffusa e ripresa dai giornali, quella lettera si è rivelata un boomerang come pochi. E il tentativo di scaricare su Castellucci, Cerchiai e gli altri top manager la totale responsabilità di quanto accaduto con la tragedia di Genova, con le pesanti negligenze di Autostrade che stanno emergendo dalle indagini della magistratura, salvaguardando l’azionista, ha avuto l’effetto contrario. In molti domenica nell’aprire i quotidiani si sono domandati come la famiglia potesse non sapere. Edizione, la holding che controlla Atlantia, nomina 12 consiglieri su 15, designa il presidente Fabio Cerchiai, che gode di stock option come tutti i manager di prima linea, e anche molti dei dirigenti più importanti hanno una carriera passata nelle aziende del gruppo di Ponzano. Forse Luciano se ne è sempre occupato poco, impegnato com’era a far tornare i conti della Benetton in rosso da anni. O forse ha voluto implicitamente addossare al fratello Gilberto, deceduto circa un anno fa e da sempre responsabile della diversificazione del business di Ponzano, il mancato controllo del lavoro dei manager?

L’IRRITAZIONE DELLA POLITICA

L’iniziativa ha destato subito sconcerto, perché non opportuna nei contenuti e nella tempistica. Ha fatto arrabbiare la politica, al punto da togliere argomenti al Pd, unica sponda che era rimasta al gruppo di Treviso per tentare di attenuare l’ostracismo dei 5 stelle che vogliono revocare le concessioni. Ed è suonata come uno schiaffo ai manager e dirigenti di Atlantia e Aspi, che tolto Castellucci sono per la gran parte gli stessi, che si sono sentiti accusati e non difesi. Il tutto a circa un mese dall’altra lettera del gruppo al governo nella quale chiedeva di mettere una pietra tombale sul tema concessione in cambio dell’impegno del gruppo su Alitalia. Anche allora la reazione politica fu dura al punto che anche la moderata Paola De Micheli, ministro Pd delle Infrastrutture, era intervenuta appoggiando la linea dura del M5s.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cattolica, al Vaticano non piace la cacciata di Minali

La revoca delle deleghe all'ad ha irritato la Cei. E tutto fa presumere che la decisione sia stata presa dalla compagnia assicurativa veronese senza coinvolgere un cliente importante come la Conferenza Episcopale.

Manca solo che lo scomunichino. Le alte gerarchie della Chiesa hanno preso molto male la cacciata dalla tolda di comando di Cattolica Assicurazioni dell’amministratore delegato Alberto Minali – molto stimato a tutti i livelli vaticani, da Verona a Roma – da parte del presidente Paolo Bedoni, che pure da una vita si muove con disinvoltura in alcuni ambienti curiali. 

LA REAZIONE DELLA CEI

Oltre al rammarico, espresso con toni accorati, dal vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti, che verso Bedoni non ha mai nutrito particolare simpatia e accondiscendenza, la reazione più pesante è stata quella della Cei. La Conferenza Episcopale è infatti seguita sul piano della gestione dei suoi beni patrimoniali da quella Banor Sim, con sedi a Milano e Torino, di cui fanno parte gli azionisti che hanno preso carta e penna e scritto al cda di Cattolica per chiedere lumi circa la defenestrazione, fin qui immotivata, di Minali. 

LA RICHIESTA DI SPIEGAZIONI RISPEDITA AL MITTENTE

La lettera, arrivata per il tramite dello studio legale Grimaldi, era firmata da Massimo Cagliero, amministratore delegato di Banor Sim, e da Francesco Brioschi, già presidente di Banknord (il vecchio nome di Banor) e attualmente al vertice di Sofia Holding, rappresentanti in modo diretto e indiretto di una quota di capitale di Cattolica di oltre il doppio del 2,5% necessario per statuto a poter chiedere la convocazione di un’assemblea straordinaria. Una richiesta gentile ma perentoria, peraltro respinta al mittente dalla compagnia assicurativa veronese, che fa presumere che questi soci si siano messi sul piede di guerra nei confronti di Bedoni. Possibile che lo abbia fatto senza aver almeno avvertito, se non coinvolto nella decisione di procedere, un cliente così importante come la Cei? Tutto fa presumere di no.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Rai, salta la collaborazione con Mn per Sanremo

Dopo le polemiche su un possibile conflitto di interessi, Viale Mazzini ha deciso che la società non gestirà l'ufficio stampa del Festival. Oggi la questione potrebbe essere trattata in cda. Dossier nomine verso l'ennesimo rinvio.

La notizia è che nella tarda serata di mercoledì 27 novembre Rai Uno ha annullato la richiesta per avere la società Mn Italia come ufficio stampa del Festival di Sanremo.

La spinosa questione, che ha per un momento sviato l’attenzione dell’annoso capitolo nomine (che non si riescono a fare) è la vicenda del conflitto di interessi sollevata da Striscia la notizia per i rapporti tra viale Mazzini e la Mn Italia per curare la promozione di alcuni programmi.

IL GIALLO DEL CONTRATTO RAI CON MN

Il caso nasceva dal fatto che l’attuale capo delle relazioni esterne, Marcello Giannotti, prima di arrivare in Rai chiamato dall’ad Fabrizio Salini lavorava proprio in Mn. Nella stessa giornata di mercoledì, nella sua audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai, lo stesso Salini nel merito aveva risposto un po’ piccato. «O decidiamo di penalizzare la società di provenienza di un manager e le inibiamo dal lavorare con la Rai», ha detto l’ad, «oppure questo è un tema». Coda serale con piccolo giallo: Salini aveva sempre negato che ci fosse un contratto con Mn per Sanremo quando invece la società diceva che stava già cominciando a lavorare al Festival. Il comunicato Rai pilatescamente non dice di aver annullato un contratto, ma probabilmente una richiesta di servirsi di quella società che faceva da preludio al contratto vero e proprio.

CAPITOLO NOMINE VERSO UN NUOVO RINVIO

Insomma, un pasticcio destinato a creare ulteriore imbarazzo. E c’è da scommettere che la questione sarà oggetto di discussione del cda di viale Mazzini convocato alle 10.30 di giovedì 28. Anche perché il tanto atteso capitolo nomine, eccezion fatta forse per il sostituto di Carlo Freccero alla direzione di RaiDue, visti i tanti e tali veti incrociati all’interno della maggioranza di governo, è meglio rinviarlo ancora.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it