Il senso dei 5 stelle per le poltrone e la lobby del Prosecco

Il M5s non molla la partita delle Partecipate. In Terna punta su Donnarumma ora in Acea mentre per Enav insiste su Simioni, attuale presidente di Atac. Trevigiano di Valdobbiadene, il manager è sostenuto da due conterranei: il suo traghettatore nella Capitale Colomban, ex assessore al Bilancio, e il sottosegretario Fraccaro.

Ci sono voluti quasi due anni di governo, prima gialloverde poi giallorosso, ma alla fine hanno imparato anche loro, i cosiddetti “cittadini portavoce”, a rinchiudersi davanti a un caminetto – rigorosamente a distanza di sicurezza, se non addirittura in conference call per paura del virus – e a inciuciare un po’ su chi nominare qui e lì. D’altronde, per il partito di maggioranza relativa nominare è un dovere.

LE MIRE DEL M5S SU ENAV E TERNA

E allora, di fronte a un Pd che vorrebbe confermare tutti gli amministratori delegati delle partecipate pubbliche in scadenza (Eni, Enel, Leonardo, Terna, Poste ed Enav) che in questa fase emergenziale sono di grande supporto al governo, il Movimento 5 stelle invece non ci pensa proprio. Vogliono la loro parte in piena regola lottizzatoria. E sapendo di non avere nomi adeguati per i colossi pubblici della Borsa italiana ripiegano su Enav, la società che gestisce il traffico aereo civile. E su Terna, quella che ha in carico la trasmissione elettrica nazionale. Per quest’ultima in corsa c’è Stefano Donnarumma, amministratore della utility romana Acea, che ha saputo risanare e rilanciare. Ha fatto un tale buon lavoro che le perplessità per una sua promozione vengono soprattutto dall’area romana del M5s, in particolare dalla sindaca Virginia Raggi che, a un anno dalle elezioni, si troverebbe a cercare un ad pro-tempore e a sacrificare l’unica storia di successo della sua amministrazione.

I GRILLINI SOSTENGONO SIMIONI, IL MEF STORCE IL NASO

Riflettori puntati, dunque, su Enav, dove ci si aspetterebbe che si pescasse uno fuori dal giro, come si addice al miglior spirito grillino. E invece ecco, come già riportato dalle cronache, che salta fuori fortemente supportato dal sottosegretario Riccardo Fraccaro, il nome di Paolo Simioni, l’attuale presidente di Atac, appena costretto a mettere in cassa integrazione 4000 dipendenti e a chiedere ai suoi dirigenti di tagliarsi un giorno di retribuzione, e 200 milioni di euro in più pena il crac definitivo. L’indicazione di Simioni ha però fatto storcere il naso all’azionista Mef: perché la poltrona dell’uscente Roberta Neri, che pure ha dimostrato notevoli capacità di management e che il 12 marzo ha annunciato per il 2019 un utile netto in crescita del 3,4%, dovrebbe essere dato a uno il cui track record manageriale certo non brilla?

DALLA AERTRE AD ATAC

Quando, dal 2000 al 2002, si trovò a gestire la veneziana Save Engineering, controllata del Gruppo Save (la società che gestisce gli aeroporti di Venezia e Treviso) Simioni dimezzò in un colpo solo il conto economico. Passato poi alla guida dell’intero gruppo e dell’aeroporto di Treviso, la prova non fu migliore. Dal 2007 al 2016 Save ha accumulato 238 milioni di debiti, mentre nel 2014 la Aertre, la società che gestisce l’aeroporto Canova di Treviso, dopo 7 anni di cura Simioni, si è ritrovata con i conti in rosso e con quasi 18 milioni di indebitamento netto. Numeri che non hanno certo dissuaso l’amministrazione di Roma Capitale guidata da Virginia Raggi e il Movimento 5 stelle tutto ad affidargli una delle municipalizzate più discusse e in crisi come l’azienda dei trasporti. Quella che per riaprire la stazione della Metro A di Repubblica ci ha messo solo 246 giorni dopo l’incidente occorso ai tifosi del CSKA Mosca crollati rovinosamente sotto le scale mobili.

INTRODOTTO NELLA CAPITALE DA COLOMBAN

Ma sul nome del manager i grillini non deflettono. Anzi. Catapultato nell’ambiente della Capitale da Massimo Colomban, l’industriale che per un annetto è stato nel pantheon dal Movimento 5 stelle tanto da ricoprire il ruolo di assessore al Bilancio della Capitale, a spingere Simioni anche la comune origine trevigiana dei protagonisti: Fraccaro è di Montebelluna, Simioni di Valdobbiadene, la patria del Prosecco. Colomban, il suo traghettatore nei palazzi romani, è di Santa Lucia di Piave.

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Generali, Mediobanca cambia idea sulla revisione statutaria

Fino a ieri la proposta di Donnet aveva il beneplacito di Nagel. Ora invece pare che quest'ultimo sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton in caso decidesse di schierarsi contro. L'eventuale saldatura potrebbe trasformarsi in un accordo per il cambio nella governance della compagnia.

Quella del 30 aprile a Torino (un omaggio al presidente Gabriele Galateri?) per Generali si prospetta un’assemblea particolarmente calda.

È molto probabile, infatti, che gli azionisti cosiddetti “in crescita” – Leonardo Del Vecchio, che con il 5% è oggi il principale socio privato della compagnia, Francesco Gaetano Caltagirone e il gruppo Benetton (della partita si occupa attivamente Gianni Mion) – si oppongano alla proposta di revisione dello statuto, che tra l’altro prevede l’introduzione della cosiddetta “lista del board”.

Un cambiamento voluto da Philippe Donnet, che pur essendo a Parigi da più di due mesi inchiodato nella Ville Lumière dalla clausura imposta dal virus, segue il dietro le quinte. E Mediobanca, che con il suo 13% rimane pur sempre il socio di riferimento del Leone alato, come si comporterà?

LA POSIZIONE DI MEDIOBANCA

Fino a ieri era sicuro che la proposta del cda che si autorinnova avesse il beneplacito di Alberto Nagel, nonostante il cambiamento riduca la storica influenza di Mediobanca su Generali. Adesso, invece, sembra che l’amministratore delegato della banca che fu di Enrico Cuccia abbia cambiato idea, e sia pronto a seguire il trio Del Vecchio-Caltagirone-Benetton se effettivamente si deciderà a schierarsi contro. Chiaro che questa eventuale saldatura non solo metterebbe in soffitta la proposta di Donnet e le ambizioni che ci stanno dietro, ma sarebbe il preludio per un accordo per il cambiamento delle caselle più importanti nella governance di Generali. A partire dal presidente, che pare certo cambi già a fine aprile.

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Delzio, il comunicatore dell’era Castellucci, lascia Atlantia

La separazione consensuale rientra nella riorganizzazione della società in corso da alcuni mesi con un profondo ricambio dei vertici. L’obiettivo è diventare una holding più leggera favorendo l’ingresso di nuovi soci. Della vecchia gestione resta in pista solo il presidente Fabio Cerchiai. Almeno fino alla prossima assemblea.

Francesco Delzio, il comunicatore di Atlantia durante il lungo regno di Giovanni Castellucci (ponte Morandi compreso), lo scorso 30 marzo ha lasciato l’azienda.

In una risposta data a un articolo di Lettera43.it che lo inseriva tra i candidati alla direzione generale della Confindustria del dopo Boccia, aveva scritto di stare molto bene dov’era. Evidentemente era la società, alias i Benetton, a non stare più molto bene con lui. Tanto da interrompere il rapporto. Consensualmente, si dice nei corridoi del quartier generale di Autostrade a commento di una decisione già presa da tempo.

Lo sostituisce, in attesa di decisioni che però non verranno a breve, Stefano Porro, attualmente direttore delle relazioni esterne di Aspi- Autostrade per l’Italia.

LA RIORGANIZZAZIONE DI ATLANTIA

La mossa rientra nella riorganizzazione di Atlantia in corso da alcuni mesi, con un profondo ricambio dei vertici, l’obiettivo di diventare una holding più leggera e di favorire l’ingresso di nuovi soci. In questo senso si inseguono le voci sui possibili partner. L’ultima, che prefigurava il passaggio della maggioranza assoluta ad Allianz, è stata seccamente smentita dalla famiglia di Ponzano e dal governo. Difficile immaginare che in una fase così delicata la proprietà di una infrastruttura strategica per il Paese possa infatti cadere in mani straniere.

DELLA GESTIONE CASTELLUCCI RESTA IN PISTA SOLO CERCHIAI

Della gestione Castellucci ora resta ancora in pista soltanto il presidente, Fabio Cerchiai, fino allo scorso anno presidente anche di Edizione, la capogruppo di tutte le attività industriali dei Benetton. Resta da vedere se, con la prossima assemblea, anche colui che negli Anni 90 fu amministratore delegato delle Assicurazioni Generali finirà il rapporto con Atlantia iniziato nell’ormai lontano 2010.

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Gualtieri, Di Maio: l’opposizione che sta dentro al governo

L'ultimatum dei 5 stelle, già divisi al loro interno, al ministro dell'Economia perché a Bruxelles insista per i coronabond facendo la voce grossa contro l'Olanda e i rigoristi del Nord preoccupa il Quirinale. In questa fase di emergenza una crisi sarebbe drammatica.

L’ultimo motivo di discordia è quella che qualcuno ha chiamato la dichiarazione di guerra all’Olanda.

C’è chi vorrebbe che l’Italia lasciasse perdere linutile richiesta di sostegno attraverso il Mes – che intanto a capo del Meccanismo europeo di stabilità c’è l’economista tedesco Klaus Regling che ci odia e non farà mai passare nulla a nostro favore – e si concentrasse nel pretendere la nascita di un debito federale attraverso l’emissione di eurobond (nello specifico coronabond).

E siccome ad opporsi a questa ipotesi è il governo olandese guidato da Mark Rutte – cui probabilmente una componente importante dei popolari tedeschi, ostili ad Angela Merkel e oltranzisti, ha delegato il compito di costituire il fronte anti-eurobond – ecco che si è chiesto al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri di battere i pugni sul tavolo, ricordare a L’Aja che quello dei tulipani è un Paese paradiso fiscale che ci porta via tasse (vedi gli Agnelli), e se del caso rompere.

L’ULTIMATUM DEI 5 STELLE CHE PREOCCUPA IL QUIRINALE

Ma Gualtieri, che ha passato la vita a Bruxelles e si sente integrato nella comunità dei politici e dei burocrati europei, si è rifiutato, in questo spalleggiato da Giuseppe Conte. Ecco, allora, che i 5 stelle si sono mossi, mandando ultimatum neanche troppo velati al premier e all’uomo di via XX Settembre. Scatenando così una rissa che preoccupa il Quirinale, convinto che in una fase di emergenza come questa una crisi sarebbe esiziale. Anche perché questi scontri si sommano a quelli già in corso da tempo del fronte Di Maio-Fraccaro – quasi sempre uniti, nonostante non manchino distinzioni, non fosse altro perché entrambi devono fronteggiare sia l’area Fico, da un lato, che quella Di Battista, dall’altro – sia con il duo Conte-Casalino per quanto riguarda la gestione del governo e della sua comunicazione, considerate in entrambi i casi individualistiche e accentratrici, sia con il Tesoro (Gualtieri ma anche il direttore generale Alessandro Rivera), soprattutto sul fronte delle nomine.

IL PROBLEMA POLITICO È TUTTO INTERNO AL GOVERNO

Insomma, altro che le opposizioni indisciplinate. Con il parlamento in quarantena e i partiti desaparecidi, compreso quello di Matteo Renzi, il problema politico, ai fini della tenuta del Conte bis, è tutto dentro il governo.

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Cattolica Assicurazioni e quella polizza boomerang

All'inizio di marzo la compagnia aveva lanciato Active Business NonStop per sostenere artigiani e commercianti, al di fuori delle zone rosse, costretti a interrompere le loro attività. Ma alla prima stretta del governo e di fronte a una crescente richiesta di rimborsi, l'operazione si è rivelata economicamente un flop. E così il prodotto è stato ritirato.

L’idea era commendevole, la realizzazione invece si è trasformata in un boomerang.

Cattolica Assicurazioni aveva lanciato tra il 2 e il 6 marzo una polizza (Active Business NonStop) proprio per far fronte all’emergenza in cui artigiani e commercianti, al di fuori delle zone rosse, si sarebbero trovati per la interruzione forzata delle loro attività a seguito del coronavirus.

L’iniziativa aveva avuto una larga eco sulla stampa. «Siamo da sempre convinti del ruolo sociale dell’assicurazione. Non potevamo rimanere indifferenti agli appelli di chi si è trovato da un giorno all’altro nell’impossibilità di lavorare», aveva dichiarato Carlo Ferraresi, direttore generale di Cattolica Assicurazioni annunciandone il lancio. «Cattolica, sin dalle prime ore successive al verificarsi dell’emergenza, ha iniziato a mettere a punto una soluzione che, ancora una volta, testimonia il dinamismo della nostra compagnia. Questa polizza è il nostro contributo per i tanti piccoli imprenditori e commercianti che, in un momento così difficile, continuano a impegnarsi quotidianamente per garantire a tutta la comunità una pluralità di beni e servizi e che contribuiscono ad attenuare gli effetti negativi della situazione di criticità».

I PREMI RACCOLTI AMMONTAVANO A MENO DI MEZZO MILIONE, I SINISTRI A 6

Le adesioni al nuovo prodotto, come era da immaginare, sono arrivate numerose (oltre 2 mila) ma già il 9 marzo, alla prima stretta del governo e di fronte a una crescente richiesta di rimborsi, si è capito che l’operazione dal punto di vista economico era un flop: i premi raccolti ammontavano a meno di mezzo milione di euro, mentre i sinistri a circa 6 milioni. Che è poi la stessa cifra che la compagnia presieduta da Paolo Bedoni ha deciso di devolvere in beneficenza a clienti colpiti economicamente e a favore di strutture ospedaliere, soprattutto nelle province più colpite. Così la dirigenza è corsa a ritirare Active Business Nonstop in fretta e furia, e del prodotto nemmeno sul sito internet della compagnia c’è più traccia. Una mossa che come era prevedibile ha fatto arrabbiare gli agenti che si erano impegnati a venderla con i clienti e che ora rischiano di compromettere rapporti spesso consolidati.

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Rai indietro tutta: il virus rinvia anche il piano industriale

Salini comunica in una mail ai dipendenti che la tempistica non sarà rispettata. Sconcerto in azienda. E per qualcuno l'ad ha solo colto l'occasione per congelare un progetto di difficile realizzazione.

Rai indietro tutta. Il Cda dell’azienda riunitosi venerdì 20 marzo ha deciso di rinviare il piano industriale che doveva costituire il perno dell’azione dell’ad Fabrizio Salini. In una mail spedita ai dipendenti, e controfirmata dal presidente Marcello Foa, dopo aver premesso che il coronavirus obbligava tutti a prendere atto della nuova drammatica realtà e agire di conseguenza, il manager scrive: «Purtroppo la tempistica prevista non potrà essere rispettata, essendo la Rai chiamata a onorare il proprio mandato di servizio pubblico in condizioni di emergenza per il Paese e dunque anche per la nostra azienda».

NESSUNA MODIFICA ALLE RETI E BUDGET RIVISTO

Il Consiglio ha pertanto condiviso unanimemente l’esigenza di rinviare l’implementazione del piano industriale e delle direzioni per generi. Questo significa che fino al 31 dicembre le reti opereranno secondo le modalità attualmente in vigore e che anche il budget 2020 sarà rivisto di conseguenza. «Sarà nostra premura», si legge, «tenervi informati sugli ulteriori sviluppi». «Desideriamo nell’occasione», prosegue Salini, «ringraziare ancora una volta tutti voi per lo sforzo profuso, nella certezza di poter contare sul vostro contributo straordinario fino a quando l’emergenza del coronavirus non sarà terminata».

SCONCERTO IN AZIENDA PER IL MESSAGGIO

La mail ha creato prevedibile sconcerto in azienda. Il piano industriale doveva essere il biglietto da visita della Rai del cambiamento che, a suo tempo, Salini aveva detto essere l’obiettivo del suo mandato. E molti, pur comprendendo le difficoltà del momento, vi hanno letto l’occasione per congelare un progetto di difficile esecuzione, che aveva creato confusione in azienda e spinto a una frenetica corsa alle poltrone. Nonché alle immancabili pressioni dei partiti per piazzare un proprio sodale sulle più influenti.

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Con l’emergenza coronavirus per la pubblicità sui media sarà un semestre da incubo

Fcp, la federazione delle concessionarie, stima perdite complessive per oltre 500 milioni. A risentirne maggiormente sarà la carta stampata, con un calo del 25%. Seguono televisione e digitale con un -15%. Ma anche le radio. Drammatico il crollo nei cinema.

I numeri (e le prospettive) sono da incubo. A elaborali Fcp, ovvero la Federazione che raggruppa le 41 concessionarie di pubblicità italiane, che sentiti i suoi associati ha fatto una previsione di quello che potrebbe essere l’andamento del mercato nel primo semestre del 2020.

E se già si intuiva che i riflessi del coronavirus sarebbero stati devastanti, le cifre danno concretezza a quello che sarà un drammatico calo. Con le aziende che taglieranno drasticamente i budget, si calcola che sarà di oltre 500 milioni di euro la perdita complessiva dei ricavi da pubblicità.

PER LA CARTA STAMPATA ATTESO UN -25%

Una perdita che colpirà duramente tutti i settori. In testa la carta stampata, con quotidiani e periodici accreditati di un calo del 25% (era a meno 4,4% il loro andamento a gennaio). Segue la televisione con il 15%, della stessa entità il calo dell’advertising digitale, in crescita a gennaio del 4,9%. Nel dato scomposto fa specie anche il crollo delle radio, settore sin qui considerato trainante e tra i più redditizi. Le previsioni parlano di una perdita di fatturato del 18%. E pensare che lo scorso gennaio l’indice di crescita segnava un più 11,8% rispetto all’analogo periodo del 2019.

DRAMMATICO IL CROLLO NEI CINEMA

Drammatico, ma facilmente prevedibile visto che i decreti del governo ne prevedono la chiusura delle sale, il crollo della pubblicità nei cinema, che una stima prudenziale indica non inferiore al 50%. Insomma, una Caporetto che viene a colpire un settore che già in tempi normali è affetto da profonda crisi, e che ovviamente costringerà gli editori a rendere ancora più severi i piani di ridimensionamento e riduzione dei costi.

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Padoan punta alla Bers, ok dei 5 stelle solo con Selvetti a Mps

Pur di portare a Siena il manager dell'ex Credito Valtellinese, Di Maio ha proposto al Pd uno scambio: bloccare la candidatura di Minali sponsorizzato dal Mef, per ottenere il via libera del M5s all'ex ministro dell'Economia in Europa. Per ora i dem hanno risposto picche. Ma il nodo si scioglierà solo nel cda di giovedì.

C’è un ex ministro che tiene banco nella travagliata scelta del nuovo amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

Si tratta di Pier Carlo Padoan, già titolare dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, che non contento del seggio alla Camera conquistato nel 2018 ora vuole andare alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), scalando uno dei posti più ambiti nel mondo delle istituzioni finanziarie internazionali.

Ma per puntare a quella prestigiosa poltrona, l’economista piddino che è stato direttore esecutivo per l’Italia del Fmi e vicesegretario generale dell’Ocse, non deve affrontare solo la temibile concorrenza della direttrice generale del Tesoro francese Odile Renaud-Basso, ma anche la possibile ostilità dei 5 stelle, che minacciano di individuare un altro candidato italiano (anche se non hanno in mano un nome all’altezza).

LO SCAMBIO PROPOSTO DA DI MAIO AL PD

Cosa c’entra in tutto questo la scelta del successore di Marco Morelli in quel di Siena? Semplice: come ha raccontato Lettera43.it, Luigi Di Maio (ma non tutto il Movimento) vuole a tutti i costi che si nomini un manager poco conosciuto, Mauro Selvetti, ex Credito Valtellinese, in questo scontrandosi con il Tesoro, che invece vuole l’ex ad di Cattolica ed direttore generale di Generali, Alberto Minali. Posizione, quest’ultima condivisa sia dal ministro Roberto Gualtieri sia dal direttore generale di via XX Settembre, Alessandro Rivera. Ed ecco che Di Maio, dimostrandosi un lottizzatore che non ha nulla da invidiare ai vecchi Dc di una volta, ha detto al Pd: se mi date via libera a Selvetti, bloccando Gualtieri e il Tesoro, noi diamo luce verde a Padoan alla Bers; viceversa mettiamo il veto. Il Pd ha respinto lo scambio proposto dal ministro degli Esteri e punta a far valere il fatto che se salta Padoan non ci sarà un altro italiano, ma un (anzi, una) francese. Ma si tratta di vedere se saprà resistere fino in fondo, cioè fino a giovedì quando il nodo Mps andrà definitivamente sciolto per poter presentare in tempo utile la lista dei candidati al cda della banca, che terrà l’assemblea degli azionisti il 6 aprile (coronavirus permettendo).

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Tronchetti Provera in Confindustria per un governo del presidente

L'emergenza coronavirus condiziona anche la corsa al dopo Boccia. Che vista la situazione propone una proroga del suo mandato di due anni. Ma sulla scena irrompe il Ceo di Pirelli.

Colpo di scena in Confindustria? Così come il precipitare dell’emergenza
coronavirus
e delle sue drammatiche conseguenze sul piano economico
(crollo del petrolio e delle Borse) e dell’ordine pubblico (rivolta nelle
carceri
) sta facendo maturare nel mondo politico e istituzionale l’idea della
necessità di un governo del presidente, ritenendo Giuseppe Conte inadeguato, così nel mondo imprenditoriale, e in particolare nelle lobby economico-finanziarie più forti, sta girando l’idea che sia necessario portare alla presidenza di Confindustria una figura molto più forte e rappresentativa di quelle pur rispettabilissime che sono rimaste in gara, Carlo Bonomi e Licia Mattioli. E il nome che si sta facendo è quello di Marco Tronchetti Provera.

BOCCIA PROPONE LA PROROGA DEL SUO MANDATO

Per la verità dell’ad di Pirelli si era parlato prima dell’inizio della corsa alla successione di Vincenzo Boccia, poi il nome era sparito
dall’orizzonte perché lo stesso Tronchetti, insieme con Gianfelice Rocca,
aveva preferito ritagliarsi il ruolo di super sponsor del presidente di
Assolombarda. Ora, però, di fronte al drammatizzarsi della situazione economica, e di fronte al fatto che lo stesso Boccia – con il sostegno del direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci e dei mondi che ruotano intorno a lei – sta cercando di convincere Bonomi e Mattioli se non a rinunciare per assicurargli un allungamento del mandato di due anni, almeno ad aderire all’idea di rinviare di qualche mese l’assemblea e quindi di lasciare alla sua presidenza il compito di gestire l’emergenza coronavirus, Tronchetti ci avrebbe ripensato. Così ora, se si leveranno invocazioni – potete scommetterci che partiranno a breve – al suo indirizzo per “sacrificarsi” e fare il “salvatore della Patria”, è probabile, anzi certo, che Tronchetti Provera dirà di sì. Come fa intuire l’intervista rilasciata il 7 marzo a Repubblica, nella quale afferma non casualmente: «Si devono mobilitare le migliori energie per ricostruire l’Italia, mettendo in gioco il meglio che abbiamo». Più chiaro di così.

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Mps, i grillini divisi fanno muro su Selvetti

Il manager semisconosciuto sponsorizzato da Di Maio non convince. Un po' perché il M5s dovrebbe stare fuori dalla grande spartizione dei partiti, un po' perché sarebbe meglio puntare su una figura con un'esperienza più consolidata.

C’è maretta nel Movimento 5 stelle intorno alla scelta del candidato per la delicata posizione di amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena.

L’idea di Luigi Di Maio, sostenuta solo formalmente dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, di sponsorizzare il nome del semisconosciuto Mauro Selvetti non piace a molti grillini. Specie a quelli che in parlamento occupano (o hanno occupato) posizioni apicali nelle più importanti commissioni di tipo economico: dal presidente della commissione Bilancio al Senato, Daniele Pesco, a Carla Ruocco, che alla Camera ha lasciato la presidenza della commissione Finanze per andare a guidare la commissione di inchiesta sulle banche.

La contestazione potrebbe anche assumere caratteri evidenti, specie ora che ha funzionato l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Di Maio) a succedere a Ruocco e battuto dal fuoco amico, grazie ai franchi tiratori, da Raffaele Trano, nella squadra dei grillini potenziali “responsabili”.

LA RIVOLTA DEL M5S NELLA CORSA PER LE NOMINE IN MPS

Tra chiacchiere alla buvette e giri vorticosi di Whatsapp, la rivolta si basa su due punti. Primo: il movimento deve star fuori dalla grande spartizione che si sta profilando, nella quale la scelta dei vertici della travagliata banca senese è solo il primo appuntamento, altrimenti i 5 stelle finiranno per confondersi con tutti gli altri partiti perdendo le loro primigenie caratteristiche. Secondo: nel merito, non si può portare avanti per una posizione così delicata un signore privo del curriculum adatto e dell’esperienza necessaria. In effetti Salvetti, 60 anni, ha lavorato esclusivamente al Credito Valtellinese, e per di più nell’area della gestione del personale. Nel 2018 era poi stato nominato, sempre al Creval, amministratore delegato e direttore generale, ma l’incarico è durato solamente 8 mesi perché gli stessi azionisti che lo avevano scelto per succedere a Miro Fiordi gli hanno dato il benservito, preferendogli il ben più titolato Luigi Lovaglio (top manager di Unicredit).

A DECIDERE DOVREBBE ESSERE IL MEF

I contestatori non indicano un nome alternativo a quello di Salvetti – in queste ore ne sono girati parecchi – ma suggeriscono che di queste cose si debba occupare il ministero del Tesoro, titolato formalmente e anche sostanzialmente a scegliere, se non l’intero cda del Paschi, almeno l’amministratore delegato.

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L’attenzione di americani e intelligence italiana sulle mosse di Tim

A posto di Federico Rigoni come Chief Revenue Officer arriva da Ericsson Nicola Grassi. Ma la vicinanza tra la società svedese e i cinesi preoccuopa Nato, Cia, Ambasciata Usa a Roma e il Dis.

Luigi Gubitosi è in pieno movimento.

Da un lato si fa il suo nome per il grande risiko delle nomine anche se lui, pur avendo e mantenendo da sempre ottime relazioni con la politica, formalmente si chiama fuori da una partita in cui il governo può tirarlo dentro per qualche poltrona di prestigio. E se così dovesse essere, al governo evidentemente non si può dire di no.

Dall’altro lato, lavora a sistemare le cose in casa sua, ovvero Tim, dove sono molti i tavoli aperti, il più importante la trattativa con Kkr per la rete secondaria che Lettera43.it ha a suo tempo anticipato. 

AL POSTO DI RIGONI ARRIVA GRASSI

Per esempio, ha deciso con chi sostituire il direttore acquisti Federico Rigoni, spostato il mese scorso al posto di Lorenzo Forina, per il quale solo un anno fa lo stesso Gubitosi, su suggerimento del consulente Roberto Sambuco, ha appositamente costituito, mettendola a suo diretto riporto, la funzione di Chief Revenue Officer con la responsabilità di sviluppare la strategia commerciale dell’azienda. Si tratta di Nicola Grassi, fin qui Head of Digital Services South East Europe in Ericsson

LA VICINANZA TRA ERICCSON E HUAWEI

Tutto bene, dunque? Non proprio. Grassi viene da Ericsson Italia (prima ancora era in Accenture, Cellnex e Wind) esattamente come Rigoni, che della sede italiana della società svedese era amministratore delegato. E questo legame di Tim con la società leader mondiale nella fornitura di tecnologie e servizi per la comunicazione sta mettendo proprio Gubitosi sotto riflettori non proprio amici. Non sfugge che la gara di Tim per la RAN (Radio Access Network) abbia visto vincitori Ericsson e Huawei, società tra di loro molto amiche anche se Gubitosi, pescando dagli svedesi, vuol dimostrare la volontà di diversificare i fornitori. 

LA PREOCCUPAZIONE DEGLI USA E DEI NOSTRI 007

Ma la vicinanza tra Ericsson e i cinesi desta qualche apprensione in certi ambienti (Nato, Cia, Ambasciata americana a Roma e al Dis guidato da Gennaro Vecchione), che scrutano le mosse del gruppo Tim, timorosi del rapporto con Huawei su un tema delicato come il 5G. Gubitosi aveva cercato di rabbonire gli americani spostando Rigoni. Ma ora ingaggia Grassi, che sempre da Ericsson Italia arriva. E dalle parti dell’ambasciata Usa, in via Veneto a Roma, qualcuno ha storto il naso. 

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Sapessi com’è strano vedere un renziano a Milano

La nomina in A2a del nuovo ad Mazzoncini, in tandem con il presidente Patuano, porta il timbro del leader di Italia viva. Che così ottiene il risultato di sostituire Camerano con un altro suo fedelissimo. .

Nuovo vertice per la municipalizzata milano-bresciana dell’energia A2a. L’indiscrezione, che gira da giorni, sta per essere ufficializzata con la presentazione della lista da cui usciranno i nuovi amministratori.

La cosa non ha mancato di sorprendere, visto che quasi tutti davano per riconfermato l’attuale ad Valerio Camerano.

Se c’era un dubbio, era semmai sul presidente Giovanni Valotti, che al sindaco di Milano Giuseppe Sala non sarebbe dispiaciuto cambiare (vedi Corridoi del 6 febbraio). Invece a essere sostituiti saranno entrambi, da sei anni alla guida di A2a.

VIA AL TICKET PATUANO-MAZZONCINI

Una vecchia conoscenza della finanza, ex Telecom ed Edizione dei Benetton, Marco Patuano, sarà il nuovo presidente su designazione di Milano. Renato Mazzoncini, ad di Ferrovie rudemente rimosso dal Conte Uno su pressione grillina, il nuovo capo azienda, decisione che per statuto viene condivisa con Brescia. Dunque Matteo Renzi ottiene il risultato di sostituire un renziano, fu sua e di Maria Elena Boschi la scelta di Camerano, arrivato a Milano forte anche dei buoni uffici di Giovanni Giani – manager in Italia del gruppo francese Général des Eaux, socio a Firenze della società della provincia che gestisce il ciclo dell’acqua – con un altro fedelissimo

IL SEGNO RENZIANO SULLE PRIME NOMINE

Oltretutto Mazzoncini è di Brescia, e dalla sua ha il sostegno del sindaco della leonessa Emilio Del Bono, renziano nel cuore anche se piddino di tessera. Cosa che autorizza gli esegeti della materia a dire che è nel segno del leader di Italia viva la prima della pletora di nomine ai vertici delle aziende pubbliche che si dovrà fare da qui ad aprile, e che vede A2a aprire le danze in un momento delicato per la vita della società. La municipalizzata è infatti impegnata nella guerra per la conquista del Nord Est, dove ha puntato Asco Piave e una serie di utility locali. 

LA NON BELLIGERENZA DI SALA NEI CONFRONTI DELL’EX PREMIER

Resta da capire perché Sala, in passato non tenero con l’ex premier, ora accetti di portarsi in casa un suo uomo. Forse che nella tela che il sindaco sta cominciando a tessere con l’obiettivo di avere un ruolo sulla scena nazionale può tornare buona una non belligeranza con l’ex rottamatore? E la presidenza a Patuano? Nella sua scelta hanno pesato i rapporti di stretta vicinanza con il sindaco Sala e l’amicizia con l’assessore al Bilancio Roberto Tasca, che sovrintende alle aziende partecipate da Palazzo Marino, di cui è stato compagno di università. Una curiosità: Sala e Patuano sono uniti su tutto, tranne che sul calcio. Mentre il primo è fervente interista, l’ex ad di Telecom è tifoso sfegatato del Milan, di cui è stato anche amministratore.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Lotito vuole Blandini direttore generale della Lega calcio

Nei piani del patron della Lazio il dg Siae, in buoni rapporti con l'entourage del ministro Spadafora, dovrebbe poi prendere il posto dell'ad De Siervo. Alla candidatura del manager sono però contrari molti club di serie A, a partire da Inter, Torino e Juve.

Claudio Lotito, il vulcanico presidente di una Lazio lanciata verso sommi traguardi, sta per fare un altro dei suoi proverbiali gol nei palazzi del potere calcistico. 

Lotito infatti è seriamente intenzionato a portare in Lega Calcio un habitué del mondo politico romano: il 58enne Gaetano Blandini, oggi direttore generale della Siae e per anni il mandarino che ha distribuito dalla sua poltrona al ministero dei Beni Culturali i fondi per il cinema e il teatro

LE MIRE SULLA POLTRONA DI DE SIERVO

Dovrebbe essere lui poi, nei disegni del patron della Lazio, a prendere il posto, come amministratore delegato della Lega, del renziano Luigi de Siervo, un passato in Rai e voluto in Infront da Marco Bogarelli, ma in scadenza tra qualche mese e inviso soprattutto alle grandi squadre. Lotito in questo modo si garantirebbe il controllo della Lega, visti anche i suoi buoni rapporti con il neo-presidente Paolo dal Pino, in un momento delicato con aperte tutte le partite per il rinnovo dei diritti televisivi. 

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MOLTI CLUB CONTRARI AL PIANO DI LOTITO

La candidatura di Blandini trova però molti club di serie A, a partire da Inter, Torino e Juve, totalmente contrari. Il manager è visto come un burocrate avulso dai problemi dello sport e troppo identificato con il giro romano che fa capo a Salvo Nastasi, ieri con Matteo Renzi oggi segretario generale ai Beni culturali con Dario Franceschini. Più facile forse per Lotito vincere lo scudetto che piazzare Blandini, è la battuta che gira nei corridoi degli uffici milanesi della Lega in via Rossellini, anche se l’attuale dg Siae vanta uno stretto rapporto con gli uomini dell’entourage del grillino Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport.

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Coronavirus: Conte, Casalino e quel sospetto di enfasi eccessiva

La sovraesposizione mediatica del premier orchestrata dal suo spin doctor pare abbia irritato il Quirinale. Si mormora infatti che l'obiettivo fosse distrarre l'opinione pubblica dalle condizioni di salute pessime del governo. Una strategia che sarebbe stata scoperta. Ecco perché il nervosismo dei due è palpabile.

Il coronavirus mette alla prova il collaudato sodalizio tra il premier Giuseppe Conte e il suo portavoce e spin doctor Rocco Casalino

I due non riescono più a mascherare il nervosismo che li pervade. Temono che la situazione sia sfuggita (o stia per sfuggire) loro di mano. Soprattutto quando alle sensibili antenne dei due sono arrivate le voci che da giorni rimbalzano sui sanpietrini di Roma. E che sono salite fino al Colle più alto di Roma, irritando non poco, a quanto si giura, l’inquilino numero uno del Quirinale e persino quello numero due (il segretario generale Ugo Zampetti), di solito ben disposto verso il presidente del Consiglio.

CORONAVIRUS, ARMA DI DISTRAZIONE?

La voce, se fosse vera, sarebbe grave. Vale a dire che l’enfasi adottata dal premier nella propria strategia di comunicazione sulla diffusione del coronavirus sia stata decisa a tavolino da Casalino. In altre parole, il portavoce e spin doctor di Palazzo Chigi avrebbe convinto l’avvocato del popolo ad accentuare al massimo la comunicazione sul virus. Con l’obiettivo fin troppo evidente di dirottare l’attenzione dalle condizioni di salute (comatose) della maggioranza giallorossa. Il coronavirus, infatti, ha spuntato le unghie all’offensiva portata avanti da Matteo Renzi contro il presidente del Consiglio. Ed a quanto riportato dalle voci che circolano nella Capitale, Conte avrebbe spinto un po’ sull’acceleratore dell’allarme proprio per congelare l’imminente crisi della sua maggioranza. 

LA SOVRAESPOSIZIONE MEDIATICA DEL PREMIER HA GENERATO IL PANICO

Già prima della scoperta del paziente 1 (quello “0” non si sa che fine abbia fatto), il premier ha concentrato sulla sua persona ogni comunicazione sulla diffusione dell’epidemia. Atteggiamento aumentato in modo esponenziale dopo le prime vittime. Si è fatto immortalare con pochette e con pullover in ogni minuto di queste concitate giornate. È apparso in tutti i talk show televisivi, da Fabio Fazio a quella suburra del trash che è Non è la D’Urso. Fino al punto da far entrare i fotografi per riprenderlo mentre guida il Consiglio dei ministri notturno lo scorso fine settimana nella sede della Protezione civile

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Il problema è che proprio questa sovraesposizione mediatica ha innescato quel panico che il premier assicura non doverci essere. E visto che si sta stringendo una sorta di cordone sanitario (e anche economico) intorno all’Italia, il duo Conte-Casalino non sa più come fronteggiare la situazione. Soprattutto ora che il loro gioco (sempre che quel che rimbalza da un corridoio all’altro dei palazzi romani sia vero) è stato scoperto. Per il momento si tratta di voci. Intercettate, però, dalle antenne dello stesso Casalino. Da qui, il nervosismo in aumento.

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Rcs e Del Vecchio, le due spine nel fianco di Sergio Erede

Sembra che il tocco felice dell'avvocato d'affari milanese si sia appannato. Da un lato si complica la causa Cairo-Blackstone relativa alla vendita della sede del Corriere. Dall'altro, nella scalata del patron Luxottica a Mediobanca si è ritrovato contro Banca Intesa e il suo ad Messina.

Prima Urbano Cairo, poi Leonardo Del Vecchio. Sembra che il tocco felice di Sergio Erede, che negli anni scorsi l’ha reso uno degli avvocati d’affari più affermati e ricchi d’Italia, se non il più ricco, si sia appannato.

Sarà che tra pochi mesi raggiungerà il traguardo degli 80 anni e un po’ di stanchezza affiora, sarà che non sempre le ciambelle riescono con il buco, nella Milano degli affari comincia a girare voce che l’avvocato che nel 1999 ha fondato lo studio legale Bonelli Erede Lombardi Pappalardo, non abbia più le intuizioni vincenti di un tempo.

Specie quando sul fronte opposto si trova come antagonista Banca Intesa, e il suo ad Carlo Messina in particolare.

LA CAUSA INTENTATA DA CAIRO A BLACKSTONE

L’editore del Corriere della Sera rischia infatti di dover dire addio all’intera Rcs se la causa intentata a New York dal fondo americano Blackstone relativa alla vendita del complesso immobiliare Solferino-San Marco dove ha sede il quotidiano si dovesse risolvere a suo sfavore procurandogli un danno, non sopportabile per lui e il suo gruppo, di circa 300 milioni. La mossa suggerita da Erede (che condivide il patrocinio con Francesco Mucciarelli) a Cairo è stata quella di farsi dare una manleva, che il cda di Rcs gli ha concesso (con assenze rilevanti, da Gaetano Miccichè a Marco Tronchetti Provera, da Diego Della Valle a Carlo Cimbri). Ma sono in molti quelli – a cominciare dal trio di legali fuoriclasse che difendono in giudizio il fondo americano: Francesco Gatti, Carlo Pavesi e Giuseppe Iannaccone – che ritengono si tratti di una misura di protezione fragile. E che al momento opportuno Messina, visto che Banca Intesa è proprietaria di fatto del gruppo editoriale detenendo grandissima parte del debito, sarà conseguente al dissenso manifestato con altri due azionisti di peso della casa editrice, Pirelli e Tod’s, proprio sul tema del contenzioso con il fondo americano.

LA SCALATA DI DEL VECCHIO IN MEDIOBANCA

Stesso discorso per il ruolo svolto da Erede nella scalata di Del Vecchio a Mediobanca, con obiettivo finale il controllo delle Assicurazioni Generali. Forte di molti takeover portati a termine nel passato, Erede ha assunto il comando delle operazioni in casa Delfin (la finanziaria che controlla Luxottica e il resto del gruppo dell’imprenditore di Agordo), sottovalutando, però, la complessità di un’operazione del genere nei confronti di una banca vigilata da Bce. E infatti finora da Francoforte non è arrivato il via libera per il superamento del 10%, nonostante i mesi trascorsi nell’attesa. Peccato che Erede avesse tranquillizzato Del Vecchio, tanto che è assai probabile che soggetti amici abbiano rastrellato azioni Mediobanca – si dice per almeno un altro 10% – pronti a girarle a Delfin, e che ora sia tutto bloccato. E, soprattutto, che non si veda la fine del tunnel dove il patron di Luxottica si è infilato. 

IL RAFFORZAMENTO DI NAGEL DOPO L’OPERAZIONE INTESA-UBI

Per ora non sembra che il rapporto fiduciario tra i due si sia consumato, ma è probabile che possa essere chiamato a supporto qualche altro professionista. Specie ora che Alberto Nagel, ad di piazzetta Cuccia, contro cui si è giocata fin qui la partita, si è oggettivamente rafforzato partecipando, e non da comprimario, al takeover di Banca Intesa su Ubi. L’asse di Nagel con Messina, cui il numero uno di Mediobanca ha associato anche Carlo Cimbri e quindi Bper che da Unipol è controllata, rende il fortino di piazzetta Cuccia meno attaccabile, se non del tutto sicuro, e comunque in caso di necessità Intesa potrebbe intervenire con una contromossa per fermare Del Vecchio. Insomma, Messina batte Erede due a zero.

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Trento, Federcoop nella bufera: tutti contro la presidente Marina Mattarei

Il cda l'ha sfiduciata ed è decaduto dopo le dimissioni a raffica di 16 consiglieri su 23. È accusata di una gestione poco trasparente e di non essere incline al dialogo. Lei contrattacca puntando il dito contro i poteri forti.

Trento non era mai stata così bollente. La responsabilità non è solo da attribuire al surriscaldamento globale, con i ghiacciai che si sciolgono e temperature miti anche in alta quota, ma a un’inedita guerra di potere che si sta consumando da quelle parti.

Il campo di battaglia è via Segantini, sede della Federazione Trentina della Cooperazione, fulcro di tutto il movimento cooperativo della Provincia autonoma, con 125 anni di storia alle spalle, che oggi coinvolge 450 società del territorio e una base sociale di circa 280 mila persone.

Nella mission descritta sul sito la Federazione si propone di «contribuire al miglioramento socio-economico di persone, comunità e territori attraverso lo sviluppo coordinato della cultura e dell’imprenditorialità cooperativa», ci scapperebbe quasi un “amen”, se non fosse che di ecumenico in questa storia c’è ben poco. 

CDA DECADUTO DOPO LE DIMISSIONI DI 16 CONSIGLIERI SU 23

Federcoop, infatti, è in queste settimane al centro di uno scontro senza precedenti che vede protagonista la presidente Marina Mattarei, 56 anni, due figlie e una lunga carriera nel mondo cooperativo trentino. Mattarei, i cui tratti ricordano vagamente quelli di Angela Merkel, è stata sfiduciata dal suo stesso cda con le dimissioni a raffica di ben 16 consiglieri su 23 totali, che hanno portato alla decadenza dell’intero consiglio d’amministrazione, presidente compresa. Una crisi che tocca l’intero tessuto economico del territorio, intrecciando interessi nei settori agricolo, del credito, del consumo e del sociale, con particolare riferimento al business dell’assistenza ai migranti. 

MATTAREI ACCUSATA DI GESTIONE POCO TRASPARENTE

Mattarei è accusata dai suoi detrattori di aver prodotto lacerazioni nel rapporto col credito e con le casse rurali, di essere poco trasparente e poco aperta al dialogo, in un mondo come quello della cooperazione dove vince chi convince e non chi si impone sugli altri. Altri, come l’ex presidente della Provincia Ugo Rossi, la indicano come esponente del cambiamento fine a se stesso, dietro al quale si nasconde un «vuoto pneumatico». Mattarei, dal canto suo, si difende contrattaccando, parlando di poteri forti, accuse pretestuose, comportamento irresponsabile dei consiglieri dimissionari e di una precisa volontà di «restaurazione» di un sistema di potere che la sua elezione aveva scompaginato. Botte da orbi, insomma, consuete tra i palazzi del potere romano, meno nella quiete dell’efficiente Trento, sferzata in questi giorni da accuse di «pressioni intimidatorie» o di «violenza contro le donne anche da parte delle donne». Una tensione destinata a durare fino al prossimo maggio quando in Federcoop si insedierà il nuovo cda. 

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Enel, il supporto di Renzi a Starace rischia di nuocergli

La certezza della riconferma è venuta un po' meno. Nel Pd e nel M5s è ancora vivo il ricordo dell'entente cordiale tra l'ad e l'ex rottamatore. E ora che nella maggioranza si è vicini al punto di rottura, il supporto del leader di Iv potrebbe essere controproducente.

Finora il suo nome era rimasto fuori dalla mischia: per tutti la riconferma di Francesco Starace alla guida di Enel era sicura.

E se il manager proprio avesse dovuto lasciare gli uffici romani di viale Regina Margherita lo avrebbe fatto per andare in Eni, al posto di Claudio Descalzi.

Ma nel gran bailamme delle nomine prossime venture, dove come nella maggioranza vige il tutti contro tutti, ora questa sicurezza è venuta un po’ meno. 

L’ECCESSIVO DECISIONISMO DEL “NAPOLEONE DELL’ENEL”

Il Bonaparte dell’Enel – in azienda lo hanno ribattezzato Napoleone per il piglio decisionista talvolta un po’ sopra le righe che lo contraddistingue – ha infatti rotto qualche uovo nel paniere. Per esempio, non è piaciuto a nessuno, né al Pd né tantomeno ai 5 stelle, il fatto che abbia posto con un tono da “prendere o lasciare” il tema della riconferma, oltre che sua, della presidente Maria Patrizia Grieco, con cui evidentemente Starace si è trovato a suo agio in questi anni. Si sa infatti che al tavolo delle nomine prudono le mani verso i presidenti uscenti, in particolare proprio Grieco (qualcuno non dimentica i suoi trascorsi socialisti) ed Emma Marcegaglia, per cui entrambe hanno chance vicine allo zero di essere riconfermate.

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«E quindi», è stata la reazione degli addetti alle nomine, «se Starace la mette in questi termini, vanno fuori sia lei che lui». Anche perché a quel tavolo l’ad di Enel non riscuote eccessive simpatie, anzi. 

Matteo Renzi con l’ad di Enel Francesco Starace, nel 2016 (Ansa).

L’ENDORSEMENT DI RENZI RISCHIA DI ESSERE CONTROPRODUCENTE

Nel Pd, come nei 5 stelle, è ancora vivo il ricordo della sua entente cordiale con Matteo Renzi, sia ai tempi della sua nomina in Enel sia ora, visto che l’ex presidente del Consiglio non si esime dal ribadire pubblicamente che Starace è il miglior manager italiano e che «o lo mandiamo all’Eni o gli dovremo chiedere la cortesia di restare all’Enel». Sapendo l’insofferenza di Palazzo Chigi e del Pd verso l’ex rottamatore, tanto da essere arrivati ormai a un punto di rottura, il suo reiterato supporto rischia per Starace di essere assai controproducente.

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Dibennardo a un passo da Anas, ma i 5 stelle fanno muro

Nella corsa per la poltrona di Simonini, il numero uno di Concessioni Autostradali Venete ha oscurato Cristiano Cannarsa, dato per favorito. Ma dovrà vedersela con l'opposizione di diversi pentastellati pronti anche a fare cadere il governo se la nomina fosse avallata dalla ministra De Micheli.

Scalpita sempre più forte Ugo Dibennardo, ora a capo di Concessioni Autostradali Venete, per cercare di scalzare Massimo Simonini dalla guida di Anas, la società che gestisce le strade in Italia.

Dibennardo è talmente votato allo scopo che potrebbe anche mettere in ombra il candidato numero uno per il posto di Simonini, ovvero Cristiano Cannarsa, attuale amministratore delegato di Consip in scadenza e manager molto vicino alla ministra dei Trasporti Paola De Micheli. Ma in Anas a ballare è anche la poltrona del presidente Claudio Gemme.  

In passato il nome di Dibennardo è uscito in molte delle inchieste su Anas, ma senza mai essere indagato. In anni ormai lontani, era il 2002, fu arrestato in Calabria su ordine della Dda di Catanzaro per un’inchiesta per gli appalti della Salerno-Reggio: si fece 22 giorni di prigione ingiustamente tanto che poi fu risarcito con tante scuse.

DIBENNARDO, DA LUPI AL PD

Cresciuto sotto l’egida dell’ex ministro del Trasporti Maurizio Lupi, ha amicizie che contano nel centrodestra e nel centrosinistra. Stava quasi per diventare leghista ma si è fermato sull’uscio della porta. Oggi è pronto a indossare la casacca del Partito democratico, anche se non disdegna di andare spesso a cena con il governatore del Veneto Luca Zaia.

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L’OPPOSIZIONE DEI PENTASTELLATI

Grande amico del boiardo socialista Ercole Incalza, Dibennardo ha detto di essere pronto ad assumere la carica. Ma allo stesso tempo diversi senatori 5 stelle sono pronti a far cadere il governo nel caso la ministra De Micheli dovesse avallarne la scelta. Ce la farà? Come è noto in questa tornata di nomine il Pd mira a fare filotto, ma non è detto che alla fine possa dare via libera anche a uno non organico come Dibennardo, nonostante Simonini stia ottenendo buoni risultati e vanti apprezzamenti da parte di tutta la maggioranza giallorossa

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Nomine, tra nodo stipendi e possibile digiuno leghista a Milano

Al top delle classifiche Descalzi, Del Fante e Starace. Fanalino di coda Morelli di Mps che guadagna 466 mila euro. E nelle milanesi Curci, ad di Fiera, quasi doppia quello di A2a Camerano. Intanto il Carroccio rischia di rimanere escluso nella sua Lombardia.

Tempo di nomine nelle aziende partecipate, ma anche in due controllate strategiche del Comune di Milano, come Fiera Milano e A2a.

Tra meno di un mese saranno presentate le liste per i nuovi consigli d’amministrazione di Eni, Terna, Poste, Leonardo, Mps e molte altre controllate dal ministero dell’Economia e da Cdp.

Oltre al peso politico nelle nomine, sul tavolo anche gli stipendi degli amministratori delegati, annuale oggetto di studio da parte di Mediobanca.

SUL TAVOLO GLI STIPENDI DEGLI AD

La banca milanese evidenziava lo scorso dicembre come in Italia un dirigente guadagni in media circa 220 mila euro. Ma gli amministratori delegati delle società arrivano a percepire in media 849 mila euro, con una punta massima nelle società pubbliche di oltre 6 milioni. I dati dell’ultimo rapporto di piazzetta Cuccia sulle remunerazioni dei board delle società italiane prendono in considerazione i compensi 2018 di 230 imprese con sede in Italia e quotate in Borsa. Mediobanca non cita i nomi, ma sul sito del Mef si possono trovare comunque le remunerazioni. Claudio Descalzi, ad Eni (6,456 milioni), è tra i manager più pagati. In Poste Italiane, l’amministratore delegato, Matteo del Fante, si avvicina ai 6 milioni, mentre quello di Enel Francesco Starace arriva a 5,03 milioni di euro. Particolare il caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli, il cui stipendio nel 2018 è stato di 466.250 euro. Passando alle partecipate milanesi, ben diversa la situazione di A2a e Fiera. Nella municipalizzata dell’energia l’ad Luca Valerio Camerano arriva a uno stipendio di 980 mila euro, in Fiera il suo omologo Fabrizio Curci tocca quota 1,7 milioni di euro, calcolando anche i 460 mila euro previsti per il piano di incentivazione azionaria. 

CURCI MIRA ALLA RICONFERMA

Curci, nominato nel 2017 amministratore delegato da Giovanni Gorno Tempini, attuale presidente di Cdp, con l’endorsement del sindaco di Milano Giuseppe Sala, mira alla riconferma. Come anche la maggior parte degli altri amministratori delegati. E gli attori in capo sono sempre gli stessi. Gorno infatti avrà voce in capitolo sulle nomine a livello nazionale, mentre sul piano regionale lombardo bisognerà capire le mosse di Enrico Pazzali, chiamato alla guida della Fondazione Fiera Milano nell’estate 2019 dal governatore Attilio Fontana, che lo ha voluto vincendo i dubbi degli stessi leghisti memori dei suoi molteplici precedenti cambi di casacca. A quanto pare proprio Pazzali starebbe facendo asse con Sala per una riconferma di Curci. Con buona pace della Lega, totalmente esclusa da questo giro di nomine non solo a livello nazionale ma persino nella Regione che amministra.

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Per la presidenza della Compagnia di San Paolo spunta Vietti

A suggerire alla sindaca Chiara Appendino il suo nome sarebbe stato Enrico Salza. I consensi non mancherebbero. A partire da Dario Gallina, numero 1 degli Industriali torinesi e candidato in pectore alla guida della Camera di Commercio della città sabauda.

Licia Mattioli si è ritirata e Carlo Messina ha apertamente sponsorizzato la riconferma di Francesco Profumo, ma la corsa per la presidenza della Compagnia di San Paolo, la fondazione che con il 6,79% del capitale è il primo azionista di Banca Intesa, rimane apertissima.

La sindaca di Torino Chiara Appendino, infatti, non ha nessuna voglia di riconfermare l’ex ministro dell’Istruzione, e dopo essersi sentita dire di no da Mattioli, che ha preferito concorrere alla presidenza nazionale di Confindustria – ottenendo in cambio un prezioso appoggio dello stesso Messina – si è messa alla ricerca di un nuovo nome. 

I POSSIBILI SUPPORTER

A suggerirglielo pare sia stato quel vecchio volpone di Enrico Salza, che del mondo Sanpaolo sa tutto: Michele Vietti. Già parlamentare con Pier Ferdinando Casini e vicepresidente del Csm, Vietti è tornato a fare l’avvocato (tra Torino e Roma) ma non ha certo perso le sue liaison con il potere istituzionale e finanziario piemontese, e accoglierebbe molto volentieri l’eventuale designazione di Appendino, cui spetta fare il nome del candidato presidente della Compagnia. E non gli mancherebbe la capacità di coagulare consensi sul suo nome. Per esempio, farebbe ottimamente coppia con Dario Gallina, presidente dell’Unione Industriali di Torino e candidato in pectore alla presidenza della Camera di Commercio della città sabauda (l’attuale numero uno, Vincenzo Ilotte, non dovrebbe essere riconfermato). Cosa importante, perché gli enti camerali di Torino, Genova e Milano, insieme con Unioncamere, hanno diritto a esprimere ben 5 dei 18 membri del Consiglio generale della Compagnia. 

I QUATTRO NOMI GIÀ DESIGNATI

Intanto sono quattro i nomi già designati per il futuro vertice della San Paolo. In Compagnia entreranno: Paola Bonfante, professoressa di Botanica a Torino, indicata dall’Accademia dei Lincei; Giuseppe Pericu, già sindaco Pd di Genova, designato dall’Iit (Istituto italiano tecnologia); Enrico Filippi, anziano banchiere ed esperto di questioni assicurative, espresso dall’Accademia delle Scienze di Torino; Michela Di Macco, docente di Storia dell’arte alla Sapienza di Roma, indicata dal Fai. 

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Tim, Gubitosi al tavolo con Kkr per newco su rete secondaria

L’ad dell’ex monopolista pensa a una società mista. Il fondo americano partner favorito. Da Banca Intesa in arrivo Nicola Capodanno a capo dell’ufficio stampa.

San Valentino intenso per Tim dove, tra avvicendamenti manageriali e operazioni societarie, si lavora a ridefinire assetti e strategie.

Prima notizia, la più rilevante: Luigi Gubitosi, mentre sono aperti i tavoli della trattativa per la fusione con Open Fiber, sta parallelamente lavorando alla costituzione di una società mista dove mettere tutta la cosiddetta rete secondaria in fibra, rame ed elettronica. Tra gli interlocutori quello più accreditato è il mega fondo americano KKR, che potrebbe diventare socio di minoranza al 48% della newco apportando nelle casse di Tim una cifra tra i 6 e i 7 miliardi di euro. Una manna per il colosso delle Tlc, soldi che servono a dare un po’ di ossigeno ai conti che rispetto alle previsioni presentate agli analisti finora sono deludenti. 

Come la prenderanno nell’ordine il governo, la Cassa depositi e prestiti e soprattutto l’Enel, che controlla Open Fiber? L’operazione, tenuta sin qui sotto traccia, fa storcere un po’ il naso. Perché obiettivo primario dell’esecutivo e di Cdp è chiudere prima possibile il grande accordo con Open Fiber di cui si sta parlando oramai da qualche anno, considerando che dopo una dura resistenza l’ad di Enel Francesco Starace ora è più propenso a negoziare l’integrazione con Tim sotto i buoni uffici dei ministri del Mef e del Mise, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli

SUL TAVOLO LA NOMINA DEL SOSTITUTO DI RIGONI

Seconda notizia. A giorni ci sarà la nomina del nuovo Chief Procurement Officer, il responsabile degli acquisti, che prenderà il posto di Federico Rigoni, spostato agli inizi di febbraio a capo dell’area commerciale da cui, dopo la multa di AgCom alle società telefoniche per la vicenda delle modifiche contrattuali in contrasto con la normativa di settore, era stato rimosso Lorenzo Forina

NEI CORRIDOI CIRCOLA IL NOME DI STEFANIA TRUZZOLI

Chi subentrerà a Rigoni? Piccolo mistero. La voce che circola nei corridoi indica nella sua vice, Stefania Truzzoli, ex Chief Operating Officer nella filiale italiana di British Telecom dove era stata protagonista di una tormentata vicenda giudiziaria che l’ha vista prima licenziata e poi riabilitata a pieno titolo dalla magistratura, la candidata numero uno. Una fonte interna però sostiene che nella terna dei candidati scelti scremando dalla lista presentata da un noto cacciatore di teste, il nome di Truzzoli non ci sia. Comunque, per svelare l’arcano non bisognerà aspettare molto, tempo una decina di giorni e il sostituto di Rigoni verrà nominato. Sicuramente prima del cda fissato per la prima settimana di marzo, dove dovrebbe essere portata all’attenzione dei soci (Elliott e i francesi di Vivendi, che non ne sanno molto) anche la possibile operazione con Kkr sulla rete secondaria.

AL POSTO DI ACQUAVIVA DOVREBBE ARRIVARE CAPODANNO

Terza notizia, la comunicazione. A sostituire il capo ufficio stampa Riccardo Acquaviva che il 17 gennaio ha lasciato la società dovrebbe arrivare da Intesa Sanpaolo Nicola Capodanno.

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Anche Mps nel giro delle nomine: Morelli verso l’uscita

Il dossier Monte dei Paschi spicca sul tavolo di Gualtieri. L'orientamento che sarebbe maturato al Mef e tra le forze della maggioranza è quello di un radicale cambiamento. A cominciare dall'ad voluto da Renzi. Con lui è destinata a lasciare pure la presidente Stefania Baratti.

C’è anche Monte dei Paschi di Siena (Mps) nel giro delle prossime nomine.

Tra Eni, Enel, Leonardo, Poste e tanto altro, finora della banca senese non si è ancora parlato come una delle scadenze che entro la metà di aprile porteranno decine e decine di candidati a essere scelti per i consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società che a vario titolo sono considerabili pubbliche o semi-pubbliche.

Eppure al Tesoro, sui tavoli del ministro Roberto Gualtieri e del direttore generale Alessandro Rivera, spicca il dossier Monte dei Paschi.

I PIANI DEL TESORO E DELLA MAGGIORANZA

L’orientamento che sarebbe maturato a via XX Settembre, ma anche tra le forze politiche di maggioranza, è quello di un radicale cambiamento. A cominciare da Marco Morelli, l’amministratore delegato che fu voluto da Matteo Renzi (con Pier Carlo Padoan ministro), il cui piano industriale era stato giudicato troppo ambizioso, financo velleitario. Tanto che l’esecutivo sarebbe intenzionato a mettervi mano. Insomma, l’istituto è ancora nelle secche: deve cedere una grande quantità di crediti in sofferenza, e a fronte dei costi limati (poco) non c’è stato un aumento dei ricavi.

ALLA RICERCA DEL SUCCESSORE DI MORELLI

Ma con Morelli è destinata a lasciare anche la presidente Stefania Bariatti, mentre l’approdo in Cdp di Antonino Turicchi libererà anche il posto di vicepresidente. Così come, tra i consiglieri, lascerà Nicola Maione, che già deve tentare di mantenere la presidenza dell’Enav, in scadenza. Ma anche Maria Elena Cappello, Salvatore Fernando Piazzolla, Roberto Lancellotti, Roberta Casali, Angelo Riccaboni, Michele Santoro e Fiorella Kostoris hanno poche chance di essere rinominati. Quanto al successore di Morelli, girano diversi nomi di banchieri, ma nessuno è dato in pole position. La ricerca è aperta.


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Grilli alla presidenza di Mediobanca, con vista su Trieste

L'ex ministro pare mettere d'accordo sia gli azionisti storici di Piazzetta Cuccia, e con loro l’ad Alberto Nagel, sia il neo socio Del Vecchio. E potrebbe aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, vero obiettivo del patron di Luxottica.

Sarà Vittorio Umberto Grilli il prossimo presidente di Mediobanca.

Insieme con la conferma che Renato Pagliaro lascerà la poltrona che è stata di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghinotizia anticipata da Lettera43.it all’inizio di dicembre dello scorso anno – arriva l’informazione che sarà l’ex viceministro e ministro del Tesoro (governo Monti), dal maggio 2014 in JPMorgan con l’incarico di presidente del Corporate & Investment Bank per l’area Europa, Medio Oriente e Africa, a succedergli.

Grilli, che è comunque in procinto di lasciare la banca d’affari statunitense all’interno della quale i suoi rapporti negli ultimi tempi si sono decisamente raffreddati, è una figura su cui sembrano convergere tanto gli azionisti storici di Mediobanca, e con loro l’amministratore delegato Alberto Nagel, quanto il neo socio Leonardo Del Vecchio, arrivato al 10% del capitale della banca di piazzetta Cuccia. 

SU GRILLI SEMBRANO CONVERGERE NAGEL E DEL VECCHIO

Milanese, 62 anni, studi ed esperienze internazionali ma anche una lunga presenza in via XX Settembre al ministero dell’Economia e delle Finanze, dove è stato prima a capo del dipartimento Privatizzazioni, poi Ragioniere Generale dello Stato e quindi direttore generale del Tesoro (da maggio 2005 fino a novembre 2011 con i ministri Domenico Siniscalco, Tommaso Padoa-Schioppa e Giulio Tremonti), Grilli potrebbe non solo mettere d’accordo Nagel e Del Vecchio sul suo nome, ma aprire una fase nuova che consenta, senza guerre inutili, di sistemare anche i vertici di Generali, il vero obiettivo del patron di Luxottica, che agisce d’intesa anche con Franco Caltagirone.

LA PARTITA PER I VERTICI DI GENERALI

Per ora i nomi per Trieste non sono ancora sul tavolo, anche perché il cda è stato rinnovato per tre anni nel maggio del 2019. Quindi molto dipenderà dall’equilibrio che Mediobanca e i privati riusciranno a trovare, a cui il destino degli attuali vertici, il presidente Gabriele Galateri (il suo è comunque l’ultimo mandato), e l’ad Philippe Donnet, è legato.

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Le ombre sulla gestione di Rfi targata Maurizio Gentile

Ritardi cronici sulla linea Milano-Napoli, inchieste aperte, ombre di nepotismo. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l'ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

Contestazioni precise da una parte e stillicidio continuo di proteste e insofferenze ogni volta che si accumulano ritardi sulla linea business per eccellenza delle Ferrovie, che è la Milano-Napoli.

E ormai gli alibi che Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rfi dal 2014, accampa per giustificare le inadempienze della sua gestione non reggono più: aumento del traffico, mancanza dei riscaldatori negli scambi, obsolescenza degli impianti e chi più ne ha più ne metta.

LE INCHIESTE APERTE

È ancora aperta l’inchiesta sullincidente di Pioltello che il 25 gennaio 2018 causò 3 morti e 46 feriti. La richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 12 indagati, funzionari e dipendenti di Rete ferroviaria italiana, è slittata dopo che la procura ha accolto nuovi accertamenti chiesti dalla difesa. RadioFerrovie racconta poi di commesse milionarie assegnate senza gara, e anche qui ci sono indagini della magistratura in corso. Anche se da parte sua Rfi ha assicurato la regolarità degli affidamenti. Non mancano le ombre di nepotismo: il figlio di Maurizio Gentile, Lorenzo, è direttore Finanza e amministrazione di Trainose, società del gruppo Fs in Grecia e la nipote Laura è responsabile dell’area ingegneria di Rfi ad Ancona. Senza contare le inchieste connaturate alla carica, tipo quella della Procura di Napoli per attentato alla sicurezza dei trasporti perché secondo i pm la stazione di Afragola non ha i collaudi a norma. Fino a quando, è l’interrogativo che circola a piazza della Croce Rossa e al ministero delle Infrastrutture, l’ad di Fs Gianfranco Battisti potrà tollerare tale situazione?

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Confindustria, è già bagarre per il futuro direttore generale

La posizione fa gola a molti ed è oggetto dei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati. Se Bonomi ha offerto il posto a Calabrò, Delzio e Picardi, Pasini pensa a un ticket con Schittone. Mattioli guarda a Panucci ma è pronta ad ascoltare i consigli dell'amico Elkann. Mentre Orsini si affida alla rete di Comunione e Liberazione.

Con candidati deboli per il vertice della Confindustria, dove parte favorito Carlo Bonomi nonostante il lignaggio industriale non proprio di blasone (piccola azienda, più piccolo ancora il numero dei dipendenti, nove) tutti guardano ora alla guerra sotterranea che si sta combattendo per l’ambita carica di direttore generale, il potente gestore della macchina di Viale dell’Astronomia e detentore – spesso più del presidente – dei rapporti più intimi con il mondo politico e istituzionale

Una posizione da centinaia di migliaia di euro di stipendio l’anno, più bonus e benefit che fanno gola a molti. Nei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati – a votare saranno solo i 180 componenti del Consiglio Generale – c’è anche questa posizione.

Vediamo di ricostruire il quadro raccogliendo le indiscrezioni che qui e là filtrano dai protagonisti.

BONOMI HA OFFERTO LA POSIZIONE A CALABRÒ, DELZIO E PICARDI

Partiamo ovviamente da Bonomi, presidente di Assolombarda, che da oltre due anni sta cucendo la tela delle alleanze proprio perché la assoluta debolezza del suo profilo professionale essendo un piccolissimo commerciante di prodotti medicali.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Come per altre posizioni di vertice, Bonomi ha offerto la stessa posizione a più sostenitori e così troviamo scalpitare Antonio Calabrò, giornalista, vicepresidente di Assolombarda, Francesco Delzio, a capo (ma ancora per poco) della comunicazione di Atlantia, e Alessandro Picardi, l’uomo delle relazioni di Luigi Gubitosi in Tim.

LEGGI ANCHE: La corsa al dopo Boccia accende la voglia di un posto al Sole

Con il primo, che guarda anche alla direzione del Sole24Ore, suo vecchio sogno, Bonomi cerca di mettersi in tasca il supporto eterno di Marco Tronchetti Provera. Con il secondo, l’appoggio dei Benetton, cui farebbe un favore visto che del comunicatore che fu ferreo sodale di Giovanni Castellucci non vedono l’ora di sbarazzarsi. Con il terzo, l’alleanza con la potente Tim (a Gubitosi, come ad Aurelio Regina e a tanti altri va promettendo vice presidenze) e la sua ricca filiera di fornitori. In questo modo, ovviamente, diventerebbe ostaggio dei soliti noti che non hanno il coraggio o la voglia di mettersi in gioco.

Il presidente di Confindustria Brescia Giuseppe Pasini (LaPresse).

PASINI PENSA AL TICKET CON SCHITTONE

Giuseppe Pasini ha le idee più chiare e non nasconde il suo ticket con il direttore dell’Associazione industriali di Brescia, Filippo Schittone. Ma a guardare alla posizione potrebbe essere anche il direttore di una delle associazioni che potrebbero sostenere l’acciaiere bresciano: un emiliano? Un veneto?

LA RETE DI MATTIOLI E ORSINI

Alla piemontese Licia Mattioli le cronache attribuiscono una simpatia per l’attuale direttrice romana Marcella Panucci, molto ben introdotta al Quirinale e Palazzo Chigi, ma si dice anche che guardi con attenzione al manager che l’amico John Elkann le suggerirà per guidare la macchina confindustriale.

licia mattioli profilo candidata presidenza confindustria
Licia Mattioli, candidata alla presidenza di Confindustria.

Infine, Emanuele Orsini, il leader di Federlegno. Lui si affida alla rete di Comunione e Liberazione che di manager da piazzare ne ha molti. Con il profilo manageriale di Bonomi in forte caduta anche per le divisioni in Lombardia, Veneto e Piemonte è molto probabile che gli altri candidati con aziende solide alle spalle si riuniscano a breve per convergere su uno solo di loro. 

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Valle Zignago, il paradiso perduto del Conte Pietro Marzotto

Gli eredi hanno venduto al presidente di Federacciai, Alessandro Banzato, la storica tenuta nella laguna di Caorle dove lui amava cacciare con Bepi Stefanel e il re Juan Carlos. Ottocento ettari di terra e acqua che Hemingway, tra una bevuta e l'altra, definiva «magici». A opporsi all'affare, inutilmente, solo il figlio Umberto.

Pietro Marzotto si sta rivoltando nella tomba.

Gli eredi dell’imprenditore blasonato mancato nell’aprile del 2018 hanno deciso, anche se non tutti e quattro sono d’accordo, di cedere la cosa a cui il Conte teneva di più: la tenuta nella laguna di Caorle dove andava a caccia “in botte”, e che lui stesso aveva riportato a casa Marzotto dopo che era stata momentaneamente ceduta ai costruttori friulani Furlanis.

LA TENUTA È STATA VENDUTA AD ALESSANDRO BANZATO

E a comprare non è il suo amico di sempre Bepi Stefanel, con cui andava a sparare – una volta da lui, un’altra nella tenuta dell’imprenditore di Oderzo, in valle Dragojesolo – formando un duo cui spesso si univa niente meno che il re di Spagna Juan Carlos, che poi li ricambiava invitando a dare la caccia alla pernice rossa in Extremadura. E con cui amava condividere, insieme sempre a una grande quantità di amici, la cacciagione a tavola, che si piccava di aver preparato lui personalmente (in realtà impartiva ordini in cucina con una durezza tagliente come la lama dei coltelli che usavano i cuochi), finendo per discutere animatamente sulle diverse preparazioni dei piatti (arrivava a litigare su come andasse cucinata la “peverada”, una salsa della cucina veneta preparata con un trito di fegatini di pollo, soppressa, acciughe ed aglio). Insomma, se fosse Stefanel a comprare – la cui azienda è però messa molto male, e non si può permettere quel passo, anzi è da tempo alla ricerca di un compratore per la sua tenuta – per il Conte Pietro sarebbe stato meno doloroso. Invece, come ha scritto il Corriere del Veneto, a sborsare una ventina di milioni e più – tanto costa l’oasi naturale in Valle Zignago – è il presidente di Federacciai, l’imprenditore padovano Alessandro Banzato, titolare delle Acciaierie Venete

SOLO UMBERTO SI È OPPOSTO ALLA CESSIONE

Sposato tre volte – l’ultima a 71 anni nel 2009 con Anna Maria Agosto – Pietro Marzotto, ha avuto quattro figli. Tre dalla prima moglie, l’inglese Stefania Searle (Umberto, Italia, Marina) e uno, Pier Leone, da Titti Ogniben. Ora solo Umberto, che passa la vita tra la musica e la barca a vela, si sarebbe opposto alla cessione, sapendo quanto il padre tenesse a Valle Zignago. Agli altri fa più gola il ricavato di quegli oltre 800 ettari di terra e acqua che Ernest Hemingway, tra una bevuta e l’altra con Pietro, definiva «magici».

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Morta una Repubblica se ne fa un’altra

L'dea di ripetere l’avventura del 1976 sarebbe balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Per la direzione si pensa a Verdelli. Sempre che la proprietà di Gedi decida di rimpiazzarlo con Molinari della Stampa.

E se nascesse una Repubblica due? Pare, secondo sussurri e mezze ammissioni di corridoio prontamente intercettati da questa rubrica che l’idea di ripetere l’avventura del 1976, che sarebbe ormai allo stadio di progetto vero e proprio, sia balenata nella testa di un terzetto dall’amicizia consolidata: Carlo De Benedetti, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner.

Con quest’ultimo a fare da anello di congiunzione anche con Carlo Verdelli, che formalmente da direttore dell’attuale quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non può certo far parte di un’operazione concorrente.

Ma sarà proprio lui il direttore della nuova Repubblica, qualora la proprietà di Gedi subentrata ai fratelli Marco e Rodolfo De Benedetti decida, come sembra ormai certo, di rimpiazzarlo con l’attuale direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Cosa che verosimilmente comporterà un significativo cambio di linea editoriale e politica di Repubblica.

LA TELA TESSUTA DA GAD LERNER

Ed è proprio per la prospettiva di questo cambio di direttore e di linea che Lerner ha tessuto la tela dell’idea di far nascere nella carta stampata “una cosa di sinistra”, facendo leva sulla sua amicizia sia con l’Ingegnere – voglioso di una rivincita dopo aver perso la battaglia per evitare che i suoi figli cedessero la casa editrice che edita la Repubblica e L’Espresso – che con l’amministratore delegato della Feltrinelli, il quale, forte del successo sia nella produzione di libri sia nella gestione della catena di librerie più moderna e diffusa d’Italia, sogna di fare qualcosa di grande che non gli abbia lasciato in eredità sua madre Inge.

TRA LE FIRME DA INGAGGIARE SERRA, DE GREGORIO E MERLO

Lerner, nel frattempo, sta stilando la lista delle firme da ingaggiare. Tra quelle attualmente in forza a Repubblica, si dice che in cima alla lista ci siano Michele Serra, Concita De Gregorio e Francesco Merlo. Un punto interrogativo è invece apposto a fianco del nome di Ezio Mauro: non si sa se l’ex direttore di Repubblica vorrà essere della partita.

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Il dopo-Boccia accende la voglia di un posto al Sole

La poltrona ora occupata da Garrone fa gola a molti. Non a caso il favorito Bonomi l'avrebbe promessa ad almeno tre persone - Abete, Bono e Calabrò - in cambio del loro sostegno nella sua corsa per Confindustria.

Voci insistenti danno per certo il ritorno, che avrebbe del clamoroso, di Edoardo Garrone nella corsa per la presidenza di Confindustria.

Dell’imprenditore genovese sia era parlato mesi fa, quando Vincenzo Boccia andava raccontando in giro per l’Italia che loro due avrebbero fatto lo scambio delle rispettive presidenze, vedendosi già lo stampatore salernitano al posto di Garrone alla guida del Sole 24 Ore.

Poi il presidente della Erg, pressato dai famigliari che l’hanno vivamente invitato a lasciar perdere, aveva fatto sapere che non era in corsa.

Eadoardo Garrone, presidente del gruppo Erg e del Sole24Ore.

UNA POLTRONA CHE FA GOLA

Ma è proprio la sua carica di presidente della casa editrice che edita il giornale della Confindustria a far gola, nonostante tutte le peripezie che ha passato. Ed è per questo che qualcuno, per irritarlo, ha messo in giro la voce di un suo ritorno in pista last minute, in modo da fargli capire che in tutti i casi quella poltrona andrà mollata. Anche perché i vari contendenti al dopo Boccia se la stanno vendendo come merce di scambio, e interessa molto.

LEGGI ANCHE: Confindustria, quel patto tra VenetoCentro e Bonomi per il dopo Boccia

Specie a coloro che non vogliono o non possono aspirare a una vicepresidenza (per quelle 10 posizioni il mercato delle promesse è attivissimo, e se si dovessero sommare saremmo già al doppio delle possibilità). 

GLI ASPIRANTI ALLA PRESIDENZA DEL SOLE

Per esempio il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, che i bookmaker confindustriali danno avanti rispetto a tutti gli altri candidati, avrebbe parlato della presidenza del Sole 24 Ore con ben tre interlocutori.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Luigi Abete, che in cambio gli sta portando il consenso di Roma e delle vecchie consorterie, desideroso di raggiungere quella poltrona anche per trovare rimedio ai problemi della sua scuderia editoriale in crisi; Giuseppe Bono, che per Bonomi sarebbe importante avere dalla sua parte sia per il ruolo in Friuli sia per quello nel mondo romano delle società a partecipazione pubblica, ma che avendo promesso il suo appoggio a Licia Mattioli può essere agganciato solo facendo leva sulla vanità (e la tolda del Sole potrebbe solleticargliela, ha pensato Bonomi, che gli ha mandato messaggi per il tramite del presidente di Confindustria Pordenone, Michelangelo Agrusti); Antonio Calabrò, vicepresidente dello stesso Bonomi in Assolombarda nella sua qualità di lobbista della Pirelli, che ambirebbe al Sole o in alternativa a succedergli in Assolombarda, cui Bonomi deve molto perché fin qui è stato il vero regista della sua campagna elettorale. Ma, come sempre avviene in questi casi, la poltrona è una e se le terga che vogliono poggiarcisi sono tante si finisce per fare molti scontenti.

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Confindustria, quel patto tra VenetoCentro e Bonomi per il dopo Boccia

In cambio dell'appoggio di Padova e Treviso alla corsa per la presidenza di Confindustria, il n.1 di Assolombarda ha assicurato la vicepresidenza a Piovesana e la nomina di Calearo jr ai Giovani industriali. Un accordo che però non ha convinto le altre territoriali della regione.

Non c’è solo una vicepresidenza per Maria Cristina Piovesana alla base del patto che Carlo Bonomi ha stretto con gli industriali di Treviso e Padova, riuniti in Assindustria VenetoCentro, per il tramite del loro direttore Giuseppe Milan e l’acquiescenza del presidente vicario Massimo Finco.

No, in cambio dell’appoggio che la seconda associazione territoriale di Confindustria darebbe alla prima – e che finora ha indotto il Veneto ad andare verso Bonomi – il presidente di Assolombarda ha promesso anche tutto il supporto possibile alla nomina del vicentino Eugenio Calearo alla presidenza nazionale dei Giovani di Confindustria, in sostituzione del romano Alessio Rossi, in scadenza.

Trentasette anni, figlio di Massimo, già numero uno nazionale di Federmeccanica e poi deputato (prima per il Pd, poi con Scelta Civica), presidente del Gruppo giovani di Confindustria del Veneto, Calearo jr. deve vincere la concorrenza del siciliano Riccardo Di Stefano, uno dei vicepresidenti di Rossi, che – paradossalmente – gli amici del veneto accusano di non avere un’impresa significativa alle spalle, cioè la stessa che da più parti viene rivolta a Bonomi. 

PADOVA, VERONA E VICENZA IRRITATE DAL PATTO CON MILANO

Ma questo patto con Milano, che il trio Piovesana-Finco-Milan ha siglato prima ancora che Enrico Carraro fosse nominato presidente regionale (al posto di Matteo Zoppas), e sul quale c’era l’esplicito assenso solo di Venezia-Rovigo, ha messo di malumore non pochi imprenditori di Padova, che accusano i trevigiani di prevaricarli, e anche altre realtà venete, in particolare Verona – tant’è che per tacitarla si sta parlando di una vicepresidenza nazionale anche per Michele Bauli – e un po’ Vicenza (che sarebbe però ricompensata con la nomina di Calearo, che entrerebbe automaticamente come vice nella squadra del successore di Vincenzo Boccia).

TRABALLA IL CONSENSO A PIOVESANA

Carraro, che ha assunto una posizione pilatesca, predica unità, ma adesso a traballare è proprio il consenso a Piovesana. La quale si è fatta assicurare una proroga della sua presidenza per un anno, in attesa che vada in porto l’ulteriore aggregazione di Treviso-Padova con Venezia-Rovigo. Troppo, storcono il naso in molti. Un’opposizione finora tenuta coperta, salvo rare eccezioni come quella di Alessandro Banzato, di Acciaierie Venete – dunque siderurgico come il bresciano Giuseppe Pasini, in corsa anche lui per il dopo Boccia proprio in competizione con Bonomi – che, essendo tra i maggiorenti di Assindustria VenetoCentro, potrebbe indurre i suoi colleghi a un ripensamento. Appoggiato dal metalmeccanico padovano Mario Ravagnan, il più accreditato a succedere a Piovesana alla testa di VenetoCentro (nella logica dell’alternanza tocca a Padova), il quale chiede che prima di dare l’ok a Bonomi siano sentiti tutti gli candidati, a cominciare da Pasini e da Andrea Illy, che in quanto triestino potrebbe essere considerato “di casa”, in una logica di Nord-Est (tra l’altro l’industriale del caffè è molto ben visto dagli imprenditori del Trentino-Alto Adige). Un’apertura che potrebbe indurre Bauli, il presidente vicentino Luciano Vescovi e a quel punto anche il prudente Carraro a cambiare cavallo.

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Corsa al dopo Boccia, quel velenoso caffè servito a Illy

Pacco meneghino per l'imprenditore del caffè. Prima sono state fatte filtrare notizie negative sulla famiglia, poi voci sul suo ritiro dalla competizione. Una fake news costruita ad arte. In realtà ha solo deciso di non autocandidarsi e aspettare che il suo nome venga indicato da associazioni territoriali e di categoria.

Mentre il perverso meccanismo della scelta dei saggi attraverso un’estrazione a sorte ha portato all’anomalia di due veneti su tre nella terna che presiede alla nomina del nuovo presidente di ConfindustriaAndrea Tomat di Treviso e Andrea Bolla di Verona, l’altro è Maria Carmela Colaiacovo, umbra – la battaglia per il dopo Boccia si fa incandescente e comincia a registrare qualche colpo sotto la cintura.

“PACCO MENEGHINO”PER ANDREA ILLY

Ieri più manine, che molti avrebbero identificato come vicine ai mondi che stanno tirando le fila della candidatura del presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, prima hanno fatto maliziosamente filtrare notizie negative sulla famiglia Illy. Operazione riuscita visto che qualche giornale, per esempio Repubblica, le ha riprese. L’intento evidente era di mettere chiodi lungo la strada della possibile candidatura di Andrea Illy, che come outsider rispetto ai candidati in ballo (oltre a Bonomi, Licia Mattioli, Giuseppe Pasini ed Emanuele Orsini) sta particolarmente dando fastidio. E poi hanno fatto circolare su qualche sito e nella comunità dei giornalisti che si occupano della questione che lo stesso Illy si sarebbe ritirato dalla competizione.

NIENTE SISTEMA DI AUTOCANDIDATURA

Insomma, un vero e proprio “pacco meneghino” con tanto di fake news, eccezion fatta per qualcuno, come La Stampa, che invece ha riportato la giusta versione dei fatti. Ovvero che l’imprenditore triestino del caffè non ha affatto deciso di ritirarsi, tantomeno dopo l’attacco ordito ai suoi danni. Semplicemente aveva scelto da tempo di non seguire la prima delle due modalità di partecipazione alla gara per la presidenza previste dallo statuto di Confindustria, e cioè quella che è stata definita sistema di “autocandidatura” e che richiede la presentazione da parte dell’autocandidato di una lista di almeno 20 firme di membri del Consiglio generale a suo sostegno. Una procedura che si presta a inghippi e vasto mercimonio – che infatti è in atto, tra candidati che si ritirano in cambio di posti e vicepresidenze promessi a decine – diversamente dall’altra modalità, sostanzialmente opposta, che prevede siano un certo numero di associazioni settoriali e territoriali (pari al 20% dei voti generali) a indicare il nome di un imprenditore che poi deve dichiararsi disposto a candidarsi. Illy aspetta dunque di sapere se ci saranno associazioni di territorio e di categoria che intendono suggerire il suo nome.

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