Con l’accordo sui migranti via libera al decreto Rilancio

Intesa sulle regolarizzazioni di colf e braccianti per sei mesi. Alle 14 il consiglio dei ministri che deve dare il via libera a 10 miliardi per la cig, sei alle pmi, quattro per il taglio Irap. Tutte le novità.

Con l’accordo sulle regolarizzazioni, arriva il decreto Rilancio da 55 miliardi, per il quale è previsto in consiglio dei ministri alle 14. Dieci miliardi per la cig, 6 alle pmi, 4 per il taglio dell’irap, 6 per le pmi, 5 a sanità e sicurezza, 2,5 per turismo e cultura, 2 alla messa a norma delle attività. La ministra dell’Agricoltura Bellanova: un permesso di lavoro di 6 mesi per milioni di persone, ha vinto la dignità, ora tutele. La ministra dell’Interno Lamorgese: dignità a colf e braccianti, garantire legalità ed esigenze del mercato del lavoro.

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Coronavirus, il Regno Unito supera i 40 mila decessi

Sono le stime diffuse dall'Office for national statistics. In numeri assoluti il Paese è secondo solo agli Usa.

Supera la quota choc di 40 mila la stima dei morti per coronavirus nel Regno Unito.

Stando alle elaborazioni settimanali dell’Ons, l’Office for national statistics, (l’Istat britannico), i decessi legati almeno come concausa al Covid-19 censiti in Inghilterra e Galles al 9 maggio sono saliti a 35.044 e quelli rilevati fino al 3 in Scozia e Irlanda del Nord a 3300.

Il governo britannico di Boris Johnson e i suoi consiglieri medico-scientifici hanno però più volte insistito nelle ultime settimane sulla dubbia attendibilità – almeno fino a quando non vi saranno bilanci completi e omogenei – di un paragone fra i dati ufficiali o le stime del Regno e quelli di altri Paesi. I dati dell’Ons, si nota a Londra, sono in particolare molto più ampi di quelli diffusi da altri enti: comprendono infatti tutti i decessi, anche probabili, legati al Covid-19 raccolti negli ospedali, in qualunque altro ricovero, in case private e ovunque. Cosa che altri governi non fanno, o includono solo parzialmente, nei loro aggiornamenti.

In rapporto alla popolazione il Regno Unito resta in effetti dietro a Belgio o Spagna e testa a testa con l’Italia (avendo 67 milioni di abitanti contro i circa 60 dell nostro Paese). Sullo sfondo della situazione attuale, con il lockdown solo marginalmente alleggerito malgrado la flessione della curva dei contagi di queste settimane, il governo Johnson si appresta intanto a estendere oltre giugno lo schema di sussidi pubblici concesso fino all’80% dello stipendio a milioni di lavoratori in congedo a causa delle restrizioni della pandemia.

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Riapertura a macchia di leopardo: il fronte delle Regioni

Il ministro Boccia propone a partire dal 18 maggio una differenziazione a seconda dell'andamento dei contagi. La formula piace al toscano Enrico Rossi. Mentre Toti, presidente della Liguria, annuncia l'avvio anche della stagione balneare. Oggi videoconferenza con il governo.

Si avvicina la data del 18 maggio quando potrebbero riaprire bar, ristoranti e parrucchieri, ma con «le necessarie differenze tra regioni», ha spiegato il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia ad Agorà, a seconda dell’andamento dei contagi. Occhio dunque ai dati che saranno diffusi giovedì prossimo.

FONDAMENTALE L’ANDAMENTO DEI CONTAGI

La differenziazione permetterebbe almeno ad alcune aree del Paese di riacquistare una maggiore libertà. «Poi sarà responsabilità delle singole Regioni avere il quadro dei dati: se i contagi andranno giù potranno riaprire anche altre attività, se i contagi saliranno dovranno restringere», ha precisato Boccia.

SALVINI: «GIUSTO CHIEDERE REGOLE CHIARE»

La formula a macchia di leopardo piace a Matteo Salvini. «Mi sembra giusto, ci sono interi pezzi di Italia dove non ci sono morti e contagiati da giorni e giorni, ci sono altre zone, come la mia Milano, dove bisogna avere più attenzione», ha detto il segretario della Lega a Rtl 102.5 «Penso che sia giusto da parte degli italiani chiedere allo Stato e al governo regole chiare».

ROSSI: «IN TOSCANA SIA RIAPERTO IL PIÙ ALTO NUMERO DI ATTIVITÀ»

Anche Enrico Rossi, presidente della Toscana, ha apprezzato la proposta. «Oggi pomeriggio, nel confronto con il governo», ha scritto Rossi in una nota, «mi batterò perché la Toscana sia trattata come merita e sia riaperto in sicurezza il più largo numero possibile di attività». La Regione Toscana «rispettando sostanzialmente gli indirizzi del governo, ha in molti casi adottato misure anche più prudenziali, pur avendo un quadro epidemiologico nettamente migliore rispetto ad altre Regioni e alle medie nazionali», ha continuato il governatore. «Sono convinto che le riaperture dovranno essere graduali e organizzate al fine di impedire concentrazioni di persone e assembramenti e per consentire ai cittadini e agli operatori economici di abituarsi con gradualità, come già sta avvenendo, a misure appropriate nei comportamenti, nel distanziamento e nella protezione individuale».

TOTI: «DAL 18 APRIAMO TUTTO, SPIAGGE COMPRESE»

Sulla riapertura non ha dubbi il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. «Dal 18 maggio riapriamo tutto, spiagge comprese», ha annunciato in un’intervista al Corriere della sera dando il via di fatto alla stagione balneare. «Ho sentito il ministro Francesco Boccia e credo che alla fine ci sarà il via libera. Noi chiediamo due cose: che ci conceda di riaprire le attività dal 18 e che torni alle Regioni l’autonomia concessa dal Titolo V e che ci è stata sottratta dal dpcm. Arrivati alla fase 2, il governo ha tolto il piede dal freno un attimo in ritardo».

LEGGI ANCHE: Braccio di ferro tra Stato e Regioni: cosa dice la Costituzione

I ristoranti apriranno dal 18, spiega ancora Toti, «con i protocolli nazionali dell’Inail, che sono in ritardo. Altrimenti con le nostre regole. Daremo la concessione di suolo pubblico gratuito e più tavoli all’aperto». La preoccupazione maggiore riguarda il comparto turistico che «dà lavoro a 100 mila persone e se si viaggerà tra le Regioni potremmo salvare il 70% della stagione. Basterà la distanza sociale». La Regione Liguria, ha ribadito Toti, sta «sperimentando un braccialetto volontario da mare: se ti avvicini a meno di un metro vibra. Una cosa giocosa. Chissà, magari diventa una moda. Per le spiagge libere decideremo con i Comuni: potrebbero esserci steward per la moral suasion. Sotto lo stesso ombrellone chi vive insieme».

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Hack for Italy, una maratona digitale contro il coronavirus

Da eventi per soli sviluppatori e addetti ai lavori, le maratone tecnologiche ora provano a mettere insieme l'intelligenza collettiva contro la pandemia. Il fondatore a L43: «Vogliamo connettere programmatori, medici e insegnanti per trovare soluzioni».

Usare l’intelligenza collettiva per curare l’Italia. È l’idea alla base di Hack for Italy, l’hackathon che prenderà il via tra il 27 e 29 marzo rigorosamente online, è quella di far incontrare ogni tipo di professionalità per cercare soluzioni pratiche all’epidemia di coronavirus che ha colpito l’Italia. Il mondo del tech, questa l’idea alla base della maratona, può e deve unire le forze per trovare un modo di aiutare nella battaglia contro il Covid-19.

COM’È NATA L’HACKATHON CONTRO IL COVID-19

L’idea di lanciare questa maratona in così poco tempo è venuta a un piccolo team di sviluppo, ha raccontato a Lettera43 Oleksandr Komarevych, uno dei team leader del progetto e manager dell’acceleratore della Bocconi B4i: «Siamo partiti domenica (il 22 marzo, ndr) lavorando in quattro, poi lunedì abbiamo lanciato il sito e i form per partecipare e adesso a lavoro ci sono 15 volontari e stiamo vagliando i profili di altre otto persone che hanno chiesto di partecipare». «Questo modello», ha continuato Oleksandr, «è nato in Estonia col progetto Garage48 che ha gettato le basi su come fare questo tipo di eventi». Le regole d’ingaggio sono poche, ma ben strutturate. Si può prendere parte coi propri talenti in quattro modi: come singolo professionista, come team, come mentor e come sponsor. «Chi partecipa da solo», ha spiegato Oleksandr, «scrive quali competenze ha (business o design ad esempio) o in che campo opera, come medici e scienziati». Un altro form raccoglie invece le proposte di chi si è già strutturato come team: «Ci indicano che problema vogliono risolvere e quale soluzione propongono». Infine gli altri due moduli permettono di partecipare a mentor e sponsor, cioè figure che durante la tre giorni guidano i team per migliorare i contatti con l’obiettivo di trovare una soluzione al problema di partenza.

COME SI HACKERA UN’EMERGENZA

Per focalizzare l’attenzione dei partecipanti sulla sfida al coronavirus Hack for Italy ha delimitato il campo in tre macro settori: “save lives“, idee e strumenti per aiutare medici e infermieri nella lotta la coronavirus; “save communities“, per migliorare la qualità dell’isolamento per tutti, e per ridisegnare forme di socialità; e “save businesses“, per creare gli strumenti giusti da fornire alle imprese per reinventarsi in vista della crisi. L’obiettivo principale che si sono dati gli organizzatori è quello di facilitare tutti i passaggi del lavoro. Raccolte le candidature dei singoli professionisti gli organizzatori lavorano per inserirli nei team che si sono già creati, oppure li invita a formare nuovi gruppi con altri candidati. Una volta che tutti gruppi sono formati, inizia il lavoro vero. I vari gruppi possono accedere alla lista dei mentor, vedere le loro qualifiche e contattarli per chiedere supporto: «Il lavoro di mentor è quello aiutare i progetti che bussano alla loro porta, possono chiamare altri esperti e supportare i ragazzi fino alla fine dell’hackathon, domenica alle 16», ci ha spiegato ancora Oleksandr.

COME STA ANDANDO LA CAMPAGNA E DOVE SI CONCENTRANO GLI SFORZI

Il tempo per agire è stato pochissimo, tanto che non è stato possibile far partire alcun patrocinio con gli enti pubblici: «Eravamo in contatto col ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, ma i tempi erano troppo stretti per il patrocinio». Nonostante questo le partecipazioni sono iniziate ad arrivare. «Abbiamo già 10 team che hanno presentato i loro progetti, 70 partecipanti singoli e 45 esperti pronti a fare da mentor». E non tutti arrivano dal nostro Paese: «La risposta è stata internazionale, prenderanno parte agli eventi virtuali persone da Canada, Germania, repubbliche baltiche e anche da molti italiani residenti all’estero». Durante la due giorni ci saranno anche collegamenti con Turchia, Norvegia e Austria impegnate in iniziative analoghe anti-coronavirus. Per il momento la maggior parte dei progetti riguarda il supporto alle comunità, mentre il 40% delle proposte rimanenti si divide tra aiuto a medici e scienziati e supporto alle imprese. Molte le idee per migliorare lo smart working, ma c’è anche chi ha proposto di utilizzare la realtà aumentata per per spiegare cosa sta succedendo a chi non può utilizzare la comunicazione verbale. Tra le varie iniziative anche una delle più discusse: come coniugare la privacy e il tracciamento dei cellulari per scoprire possibili focolai di infezione: «Noi lasciamo i partecipanti liberi di lavorare e portare idee, poi sarà una giuria a fare le valutazioni».

COME PORTARE I PROGETTI A COMPIMENTO

Komarevych ha spiegato a L43 che è difficile pensare nel medio termine: «Non abbiamo un obiettivo in base al numero di progetti. Noi puntiamo ad avere persone che credono nei progetti open che non siano creati solo da sviluppatori ma anche da persone provenienti da altre aree che normalmente non prendono parte a queste iniziative, come medici, insegnanti, cioè persone che raccontano dei loro problemi». La vera sfida, infatti, è quella di far funzionare l’ingranaggio collettivo. Quindi non solo una fucina per nuove start-up o nuove app, ma idee e soprattutto soluzioni per l’emergenza che viviamo: «Vogliamo connettere le persone che possono sviluppare e comunicare con persone che sanno realmente quali sono i problemi». La giuria avrà la facoltà di premiare i progetti migliori in base all’impatto che avrà il prodotto o servizio per l’ambito in cui si colloca tenendo anche conto del poco tempo a disposizione per elaborarlo. Il punto però è quello di portare a maturazione tutto il lavoro fatto: «Tutti i progetti saranno resi pubblici e alcuni verranno premiati coi fondi messi a disposizione dagli sponsor con premi anche fino a 3 mila euro. E ad aprile i progetti verranno portati in una tavola rotonda al Web marketing festival per un incontro con investitori e partner».

UN’ACCELERAZIONE PER COMBATTERE IL VIRUS

È presto per dire se ci saranno altre edizioni, molto dipenderà dalla vita dei progetti: «La nostra idea», ha continuato il manager, «è quella di essere contattati da programmi di pre accelerazione per proporre i progetti che nasceranno, in modo da creare le condizioni per dar loro continuità. «Una volta», ha concluso Oleksandr, «queste iniziative coinvolgevano solo sviluppatori o investitori, noi vogliamo invece fare in modo da connettere tutte le persone. Se riusciremo ad avere team con persone da diversi ambiti per noi sarà un successo».

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Per il vaccino contro il Covid-19 serve un’alleanza globale

La pensano così i ministri Di Maio e Speranza, ma anche il mondo della scienza. Intanto aumenta il numero delle sperimentazioni.

Una ‘alleanza globale‘ è necessaria per arrivare a mettere a punto un vaccino che potrà rappresentare l’arma definitiva contro il nuovo coronavirus, ma unire le forze dei vari Paesi è fondamentale in questo momento di emergenza anche sul fronte della ricerca per altri nuovi farmaci. Quello a lavorare insieme è un appello corale, che è arrivato il 26 marzo dai ministri Luigi Di Maio e Roberto Speranza ma anche dagli scienziati, mentre sul fronte delle terapie si continuano a fare passi avanti ed aumenta il numero delle sperimentazioni in campo.

DI MAIO: «LA CORSA AL VACCINO NON PUÒ ESSERE INDIVIDUALE»

«Noi siamo disponibili a condividere la nostra conoscenza, ma devono farlo tutti: la corsa al vaccino non può essere individuale», ha chiarito il ministro degli Esteri italiano, dopo la videoconferenza con i colleghi del G7 sull’emergenza Covid-19. Posizione sostenuta anche da Speranza: «In Ue servono misure armoniche e condivise e il massimo sforzo di convergenza sulla ricerca», ha aggiunto.

ANCHE LA SCIENZA CHIEDE UN «PROGETTO GLOBALE»

Una sfida, questa, sulla quale la scienza concorda con la politica. Dalla rivista Science, infatti, anche il direttore della Gavi Alliance, Seth Berkley, ha lanciato l’appello per un «progetto globale» perché il vaccino anti coronavirus richiede uno sforzo confrontabile al Progetto Manhattan, che portò alla bomba atomica. Essere uniti, dunque, per ottimizzare forze e risorse, mentre già si registrano importanti passi avanti.

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Sono ad oggi 44 i progetti di vaccino anti SarsCoV2 nel mondo ed aumenta di giorno in giorno il numero delle sperimentazioni. Oltre agli studi in atto e autorizzati dall’Agenzia del farmaco Aifa su medicinali già in uso per altre patologie – è il caso dell’anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide Tolicizumab o dell’antinfluenzale giapponese Avigan – è indicato dall’Oms l’uso della combinazione di farmaci anti-aids Lopinavir/Ritonavir e dell’antivirale Remdesivir, sviluppato inizialmente per la malattia da virus Ebola e potenzialmente attivo contro il Covid-19. Ma altre nuove sperimentazioni sono ai nastri di partenza, come il progetto di ricerca nato dall’accordo biennale tra Toscana Life Sciences di Siena e l’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma: l’obiettivo è clonare gli anticorpi monoclonali da pazienti convalescenti partendo dal loro plasma per sviluppare una cura ed un futuro vaccino. Ulteriori due studi su nuovi farmaci sono inoltre in valutazione da parte dell’Aifa, ha annunciato il direttore generale Nicola Magrini, il quale ha pure affermato che «a breve libereremo la possibilità per i medici di famiglia di prescrivere farmaci anti-Aids». Accolta dunque la richiesta in tal senso più volte rilanciata dagli Ordini dei medici e dalla Federazione dei medici di medicina generale.

INVITO ALLA CAUTELA

Resta su tutto il forte invito alla prudenza: l’anti-malarico clorochina, utilizzato in Cina, ad esempio, presenta «rischi ed è necessaria cautela rispetto ad un uso di massa», ha avvertito Magrini. Quanto al farmaco ‘mirato’ anti-Covid denominato Eidd-2801, sperimentato all’Università del North Carolina con primi risultati positivi sui topi, si tratta, ha concluso, di un medicinale che «è ancora molto lontano dall’arrivare».

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Coronavirus, Trump allenta le misure di distanziamento

Nonostante il numero di vittime e contagi sia in crescita, in una lettera ai governatori il presidente annuncia nuove linee guida più soft per le zone meno a rischio.

L’amministrazione Trump sta preparando delle nuove linee guida per allentare, nelle zone considerate meno a rischio, le misure di distanziamento sociale e le altre misure messe in campo per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. I governatori dei vari Stati potranno decidere se «mantenere, aumentare o allentare le regole» tenendo conto se una contea sia ad alto, medio o basso rischio. Così scrive in una lettera il presidente. Insomma un nuovo cambio di rotta, nonostante la conta dei morti e dei malati non sia così incoraggiante.

DE BLASIO: «MEZZA NEW YORK VERRÀ CONTAGIATA»

Prendiamo, per esempio, New York che ha registrato cento morti in 24 ore. «Metà della popolazione della metropoli (quasi quattro milioni di persone, ndr) sarà colpita dal Covid-19», profetizza il sindaco Bill de Blasio. «È preoccupante, ma bisogna cominciare a dire la verità». Intanto il governatore Andrew Cuomo parla di almeno 38 mila casi e 385 decessi nell’intero Stato e lancia l’allarme ospedali, dove medici e infermieri descrivono «una situazione apocalittica».

NEW ORLEANS, LA BERGAMO D’AMERICA

E se la Grande Mela è l’epicentro della pandemia, i dati a livello nazionale parlano di più di 70 mila casi accertati quasi in sorpasso sull’Italia. E il bilancio di oltre mille vittime fa ora davvero paura. Così come il numero dei posti letto nei reparti di rianimazione presi d’assalto e l’insufficienza di tamponi e respiratori, non solo a New York. A preoccupare enormemente negli ultimi giorni è anche il virulento focolaio esploso in Louisiana, con New Orleans che rischia di diventare la Bergamo d’America. Solo nelle ultime 24 ore si sono registrati 510 nuovi casi (in totale saliti a oltre 2.300) e 18 morti, con un bilancio complessivo di almeno 83 vittime: un numero maggiore rispetto a quello registrato dall’inizio dell’epidemia nella ben più popolata California. Una crescita definita dagli esperti «la più veloce al mondo», con una traiettoria simile a quella delle ‘zone rosse’ di Italia e Spagna.

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L’ultima bomba di Assad sulla Siria è quella del coronavirus

Il dittatore ha vinto la guerra civile dopo aver distrutto per nove anni città e ospedali. Causando milioni di profughi interni senza medicine e il collasso dell'assistenza sanitaria. Nelle macerie lasciate dal regime, il Covid-19 rischia di essere incontenibile.

Il Covid 19 è arrivato in Siria – sinora con pochissimi casi conclamati, ma non si sa con quanti contagi occulti- e tutto indica che sarà una catastrofe epocale, che nulla e nessuno la possono contrastare e che l’epidemia si spargerà come in nessun altro Stato al mondo. Il governo di Damasco ha proclamato il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino e un lockdown rigoroso, ma il vero disastro è che queste misure hanno poca o nulla possibilità di contenere l’epidemia in un Paese dalle città distrutte dai bombardamenti, nel quale le strutture ospedaliere sono state in larga parte distrutte da nove anni di guerra, nel quale vi sono milioni e milioni di profughi interni e nel quale in molte città e in tutti gli immensi campi profughi scarseggia addirittura l’acqua per lavarsi le mani, oltre a una radicale carenza di medici e medicinali.

LE SITUAZIONI CRITICHE A IDLIB E NEL NORD EST

Per non parlare del dramma di Idlib, ancora sottoposta all’assedio delle truppe di Assad, con più di un milione di profughi che vivono in assembramenti di fortuna. Nel Nord Est del Paese la situazione sanitaria era già drammatica prima dell’inizio dell’emergenza Covid 19. Dato che le Nazioni Unite non sono più in grado di fornire forniture mediche oltre confine, la capacità di molte organizzazioni umanitarie di soddisfare le esigenze sanitarie di coloro che si trovano in campi come Al Hol –  70 mila persone che vivono in condizioni estremamente anguste – è radicalmente compromessa.

UN OSPEDALE SU 16 PIENAMENTE FUNZIONANTE

Nel Nord Est della Siria, solo uno su 16 ospedali è pienamente funzionante, il che significa che due dei tre ospedali che sono stati identificati per mettere in quarantena e curare casi sospetti non sono adeguatamente attrezzati. Sono solo 28 i posti letto disponibili nelle unità di terapia intensiva nei tre ospedali, solo 10 ventilatori per adulti, un ventilatore pediatrico – e solo due medici addestrati su come usarli.

Una potenziale “bomba epidemiologica”

Anche i prodotti farmaceutici scarseggiano e l’approvvigionamento di attrezzature e medicine per rispondere a un focolaio di una malattia che può diffondersi rapidamente come Covid 19 è quasi impossibile.

IL TOTALE DISINTERESSE DELL’OCCIDENTE

La volontà perversa di Bashar al Assad di mettere il Paese a fuoco e fiamme per nove lunghi anni per mantenere il potere è risultata ad oggi vincente, ma a prezzo di centinaia di migliaia di morti, e solo grazie al fondamentale aiuto della Russia e di decine di migliaia di combattenti libanesi e iraniani agli ordini dei Pasdaran del generale Soleimani. Ora, quella vittoria politico-militare al prezzo disumano con la quale è stata conseguita, fa della Siria una potenziale  “bomba epidemiologica”. Sempre nel totale disinteresse dell’Occidente.

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Il G20 inietta 5 mila miliardi nell’economia mondiale

I leader della Terra riuniti in videoconferenza: «Whatever it takes per superare la pandemia. Il virus non ha confini».

Il G20 ha iniettato 5 mila miliardi di dollari nell’economia mondiale per superare l’impatto «sociale, economico e finanziario» del coronavirus. È quanto si legge in una nota del G20 al termine del vertice in videoconferenza. Il G20, stabilisce il documento, è impegnato nel «whatever it takes per superare la pandemia» e per «minimizzare i danni economici e sociali, rilanciare la crescita e mantenere la stabilità dei mercati».

«RISPOSTA GLOBALE»

«Il virus non ha confini. Combatterlo richiede una risposta globale trasparente, robusta, coordinata nello spirito di solidarietà. Siamo impegnati a un fronte unito contro questa minaccia comune», conclude la nota

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La quarantena secondo Efe Bal: «Voglio continuare a lavorare»

Dopo due settimane di isolamento, la trans che sogna di candidarsi con la Lega vorrebbe riaprire le porte di casa sua ai clienti (che non hanno mai smesso di contattarla durante l'emergenza sanitaria)». E le restrizioni? «Il governo pensa ai migranti, ma non a me e alle mie colleghe». L'intervista.

Quando la chiamo, la trovo indaffarata a riordinare la casa. Dopo due settimane di quarantena, la trans di origine turca Efe Bal, che, ci tiene a ribadirlo, si prostituisce «per scelta», è pronta a tornare al lavoro. «Giusto un cliente al giorno, tanto per aver qualcosa da fare durante la giornata a parte portar fuori i cani e cucinare», mi spiega annoiata.

SESSO A PAGAMENTO, NON PROPRIO UNA NECESSITÀ…

Sono perplesso. Forse ingenuo. Milano e il resto d’Italia sono paralizzate a causa del coronavirus e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che riesce ad andare a fare sesso a pagamento? Rischiando di essere contagiato e soprattutto commettendo un reato. Perché gli spostamenti devono essere motivati da «comprovate esigenze lavorative», «situazioni di necessità» oppure «motivi di salute». Vallo a spiegare a un giudice che, per qualcuno, andare da una prostituta è una necessità. Comunque la conferma pratica arriva durante la nostra chiacchierata. L’altro numero di Efe squilla almeno tre volte, lei risponde e sono potenziali clienti.

«IL CORONAVIRUS NON È COME AVERE L’AIDS»

D’altronde le richieste sono arrivate anche nei giorni precedenti. Lei però ha preferito rifiutare. Cosa è cambiato nel frattempo? Siamo ancora in piena emergenza. Le sanzioni sono state inasprite. Ma Efe, come del resto chi la contatta, non mi pare particolarmente spaventata: «Aspettavo che la situazione negli ospedali migliorasse. I numeri iniziano a essere più incoraggianti. E poi anche se prendo il coronavirus non è come prendere l’Aids. Non è una malattia sessuale. Posso essere contagiata anche al supermercato».

«SE MI AMMALASSI LO DIREI A TUTTI»

Provo a spiegarle che il ragionamento non fila. E che è una scelta da irresponsabili. Ma lei rimane della sua idea. «Se mi ammalassi farei come Nicola Zingaretti e Nicola Porro, lo direi a tutti in modo che i miei clienti lo sappiano che sono a rischio», insiste lei. «E poi il governo non ha la minima intenzione di occuparsi di noi 80 mila prostitute. Non ci saranno aiuti economici per noi», aggiunge.

«PRONTE A PAGARE LE TASSE IN CAMBIO DI DIRITTI»

D’altronde la prostituzione in Italia è lecita. Tollerata. Ma non è considerata un vero lavoro. Quindi non è regolamentata. E in questa situazione di emergenza è forse l’ultimo dei problemi nell’agenda di governo. Ammesso che ci sia mai stata. «È un errore. Perché noi saremmo pronte a pagare le tasse in cambio di diritti e un po’ di dignità. Sa quanti soldi arriverebbero alle casse dello Stato?», mi dice Efe Bal alzando il tono.

efe bal quarantena
La prostituta trans Efe Bal con il leader della Lega Matteo Salvini nel 2015.

DOMANDA. Non mi dica che si aspetta che il governo pensi a voi in questo momento.
RISPOSTA.
Ma certo che no. È anche per quello che bisogna continuare a lavorare. Alcuni politici pensano ai migranti, ma non a noi. Molte di noi sono anche italiane. Di questi che arrivano sui barconi non sappiamo nemmeno il loro nome.

Se è per questo nemmeno delle sue colleghe conosciamo i nomi. Non mi pare un buon motivo per schifarli. Non crede?
A me di loro non frega niente.

Anche lei è stata un’immigrata o sbaglio?
Ho la doppia cittadinanza. E poi io sono un’immigrata ricca. Non ho mai pesato sulle spalle degli italiani. E non voglio che altri lo facciano perché non sono bambini. Sono maggiorenni, maleducati, tamarri che vogliono venire qui e trovare una casa, da lavorare e da scopare.

Sta generalizzando. Forse è perché non conosce i loro nomi e loro storie.
Io questa gente non la voglio. Voglio l’Italia di 20 anni fa. Non siamo più al sicuro.

È tutta colpa degli immigrati?
Guardi, parliamo di questi giorni, loro non stanno rispettando nemmeno il decreto. Li vedo in giro in gruppo e nessuno gli dice nulla.

Nemmeno lei rispetterebbe le regole tornando a lavorare. Molte sue colleghe si sono spostate sui social e fanno videochat. Che è più sicuro. Gliel’hanno chiesto anche poco fa al telefono. Perché lei non fa lo stesso?
Non amo particolarmente questo genere di cose. Non avrei nemmeno la ricaricabile. Poi quanto chiedi? Cinque euro? Non ho tutta questa esigenza. E poi una che fa la prostituta dovrebbe scopare con i clienti. A me piace anche. Credo che sia il lavoro migliore del mondo. Oggi siamo tutti prostitute. Anche lei è un prostituto.

Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima

Prego?
In qualche modo vende la tua capacità di intervistare e scrivere per raccogliere due soldi. Vende il tuo cervello. Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima.

Io non mi considero tale. Ma non è questo il punto. Lei e i suoi clienti davvero non avete paura di ammalarvi?
Dio mi vuole bene, non mi sono mai ammalata nonostante il lavoro che faccio. Agli uomini, invece, non interessa niente. Vogliono solo scopare. Bisogna accettarli per come sono. Ancora oggi ci sono tanti che ci chiedono di fare sesso senza preservativo.

Lei accetta?
Io no. Ma tante lo fanno per soldi. Eppure, dopo 30 anni, la piaga dell’Aids non è ancora scomparsa. E nel mondo sono morte milioni e milioni di persone. Questi uomini che non si spaventano delle malattie sessuali, vuole che abbiano paura del coronavirus? Se lo prendono non devono nemmeno dire alle mogli che sono andati a troie! Chissà, magari tra i morti c’è anche qualche mio cliente.

Descrive gli uomini come dei poveri disperati. Anche sfigati. Ce ne sono sicuramente. Ma per fortuna sono una minoranza. O sbaglio?
Ne ho visti talmente tanti! Sa io non credo ci siano uomini che sono fedeli per sempre. A tutti viene la voglia di andare dopo due o tre anni con una prostituta.

Buon per voi. Ma continuo ad avere molti dubbi. O per lo meno a sperare che non sia così.
Si fidi. Poi adesso con i social network… Basta controllare chi si è taggato nel ristorante dove eri a cena per trovare quello seduto al tavolo a fianco. Ci parli un po’ e poi ci scopi. Non lo sapeva?

Si prostituisce anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne, spesso sposati, in cambio di benefit o regali

Questo sì, lo so bene. E non ci vedo nulla di male se sei single.
Oggi il matrimonio è fantascienza. E le prostitute non siamo solo noi che lo facciamo di mestiere. Ma anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne (spesso sposati) in cambio di benefit o regali. Non c’è grande differenza.

Su questo siamo d’accordo.
Infatti secondo me ci sono almeno altre 120 mila persone in Italia che si prostituiscono. Anche se non lo ammettono come facciamo noi. Io non mi vergogno. Sono altri che dovrebbero vergognarsi.

Chi?
Tipo gli anziani che stanno con ragazzine che hanno 50 anni di meno.

Lei non ha clienti molto più grandi di lei?
Io ho superato i 40 anni. E comunque io mica mi ci fidanzo.

Ha una visione decisamente cinica dei rapporti a due. Lei si è mai innamorata?
Sì certo. Anche di qualche ragazza e di qualche cliente. Un grande errore nel secondo caso.

Convincerla a rimanere ferma ancora per un po’ mi pare impossibile. Manterrà gli stessi prezzi di quando ancora il coronavirus non era un’emergenza sanitaria?
Sì. Potrei chiedere molto di più di quello che chiedo visto che sono famosa. Però molti della mezz’ora che pagano sfruttano solo cinque minuti, finiscono e se ne vanno. Difficilmente si fermano a parlare.

Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi

Ha detto che la pandemia è un segnale di Dio. Non pensa sia eccessivo?
Io sono molto credente. Anche se non si direbbe visto il lavoro che faccio. Sono musulmana. E secondo me Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi. Credo molto nel karma.

Come sarà l’Italia quando quest’emergenza finirà?
Noi prostitute continueremo a esserci. Sopravviviamo sempre. Siamo molto forti. Facciamo una vita di merda e siamo abituate a tutto. E, come le ho spiegato, saremo sempre richieste. Non credo si possa dire lo stesso per altri settori.

Tipo?
Ristoranti e negozi che probabilmente ci metteranno un po’ più di tempo prima di tornare a regime. Visto che le persone potrebbero cambiare le loro abitudini e soprattutto portarsi addosso la paura. E vedrà quanti divorzi ci saranno.

Colpa della convivenza forzata?
Le coppie scopriranno che non si sopportano. Fino alla quarantena si riempivano di corna e tutto andava bene. Adesso viene fuori tutto.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati di Salvini, non mi vorrebbero come candidata della Lega

Che fine ha fatto il suo sogno di far politica con la Lega?
Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati, non mi vorrebbero. Matteo Salvini poi ha tanti di quei cazzi a cui pensare che credo non candiderebbe mai una trans. Chiaramente se avessi molto più seguito sui social sarei un nome più appetibile. Se non mi avessero bannato per otto volte su Instagram probabilmente avrei più follower. Veri e non comprati.

I social non la vogliono?
Qualche giorno fa mi hanno bloccata su Facebook semplicemente perché mi chiedevo come mai tra tutti i morti per coronavirus in Italia non ci siano cinesi.

Non lo possiamo sapere. Sono dati sensibili e soprattutto poco rilevanti in una situazione di emergenza come questa.
Non sono poco rilevanti perché il virus è nato in Cina e in Italia ci sono tantissimi cinesi. La mia domanda è lecita e qualche giornalista con le palle dovrebbe approfondire. Perché i rappresentanti della comunità cinese non dicono nulla?

Non mi pare che il bollettino dei morti e dei malati sia suddiviso per etnie. Tra i morti potrebbero esserci cinesi, africani, mediorientali. Mi sembra un po’ complottista il suo ragionamento francamente.
Io non ho nulla contro i cinesi. Io li adoro. Mi sento molto vicina alla loro filosofia di vita. E al loro rapporto con il lavoro. Non sono come gli italiani che non vogliono lavorare la domenica.

Se fosse così la domenica non potrebbe andare a fare la spesa, a fare shopping o a mangiare al ristorante. Di italiani che lavorano la domenica ce ne sono tanti.
Ma chi può non lo fa. Perché i cinesi sono diventati così ricchi in Italia? Perché lavorano sempre.

Ed è scandaloso non lavorare la domenica? Certi lavori in tutto il mondo si fermano la domenica.
Io lavorerei lo stesso.

Buon per lei.
Che poi gli italiani amino la bella vita è sotto agli occhi di tutti. Appena possono prendono e partono per il weekend.

Le femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera

Sono scelte. Come per lei fare la prostituta. A proposito, sa che per molte femministe vendere il proprio corpo non è mai una libera scelta?
Se è per questo molte femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera.

Non vedo il nesso. Ma mi pare di capire che lei non si sente per niente femminista. Sbaglio?
Le donne si odiano. Non credo nella loro solidarietà. Guardi come si querelano tra di loro quelle dello spettacolo. Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli, Romina Power e Loredana Lecciso.

Forse è meglio se questo lo tema lo affrontiamo separatamente.
Quando vuole.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Come vivono i giapponesi la minaccia del coronavirus

Niente allarmismi per la youtuber Coco Japan in Italia da 8 anni e ora bloccata a Osaka: «Seguiamo le regole». E l'Avigan? «Qui non se ne parla». Nao Masunaga, studentessa a Milano, invece non è potuta tornare aTokyo dove non potrebbe permettersi la quarantena. E accusa il suo popolo di eccessiva «vanità».

Forse la tranquillità zen con cui il Giappone ha affrontato finora la pandemia da coronavirus potrebbe svanire. Per ora è stato l’unico tra i grandi Paesi a non avere stravolto la propria quotidianità con lockdown draconiani. Ma ora Tokyo si prepara a una possibile chiusura, ventilata dalla sua governatrice, Yuriko Koike.

Giovedì si sono registrati 47 nuovi casi, rispetto ai 41 di mercoledì. Numeri ancora esigui, certo, in una metropoli da 30 milioni di abitanti ma che fpreoccupano. Dopo l’annuncio della governatrice tra l’altro i supermercati della capitale sono stati presi d’assalto.

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Eppure finora l’assenza di misure restrittive (il numero totale di casi nel Paese è di poco più di 1300 casi e 45 vittime) aveva stupito l’Occidente. Si era addirittura pensato che Tokyo avesse tenuto nascosti i veri numeri dell’epidemia nel disperato tentativo di confermare i Giochi Olimpici alla fine rinviati. I complottisti hanno trovato così pane per i loro denti: hanno trovato la cura e la custodiscono gelosamente senza dirci nulla? Qualcuno ha persino ipotizzato che l’imperatore stia docciando i suoi fedeli sudditi con un farmaco, l’Avigan che, in realtà, oltre a non garantire benefici, comporterebbe serissimi effetti collaterali. Un’idea balzana, priva di fondamenti scientifici. È bastato un video rimbalzato di cellulare in cellulare per convincere le regioni del Nord Italia a chiedere che fosse testato anche qui. Ma cosa sta accadendo, davvero, in Giappone?

LA BLOGGER E LA STUDENTESSA: I DUE VOLTI DEL GIAPPONE

Lettera43.it ha sentito due giapponesi, la blogger e youtuber Coco Japan e la studentessa Nao Masunaga, portatrici di esperienze agli antipodi. La prima, residente a Genova da otto anni, racconta quotidianamente sui suoi social le “stramberie” giapponesi agli italiani e le stranezze del Bel Paese ai suoi connazionali. È rimasta intrappolata nella sua terra natale allo scoppio dell’epidemia in Italia e non si sente affatto toccata dal dramma del coronavirus, come il resto del suo popolo. La seconda, studiando a Milano, è stata invece travolta dalle conseguenze burocratiche dell’epidemia, ha visto l’emergenza colpire lo Stato che la ospita e adesso è allarmata.

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INDOSSARE UNA MASCHERINA DURANTE L’INVERNO È LA NORMALITÀ

Non è facile comprendere perché italiani e giapponesi stiano affrontando in maniera così diversa l’emergenza, nonostante siano Paesi con un’altissima percentuale di persone anziane e, quindi, a rischio. Ci soccorre un’immagine che abbiamo tutti in mente, quella dell’asiatico con la mascherina ben premuta sul viso. Per anni, noi occidentali abbiamo pensato che fosse per difendersi dallo smog. Non è affatto vero.

«Per noi indossare la mascherina in inverno è naturale come indossare la giacca», racconta a Lettera43.it Nao Masunaga. «I giapponesi hanno molta paura dell’influenza perché prenderla significa rischiare di attaccarla in famiglia o al prossimo e questo per noi è arrecare disturbo a chi ci sta attorno», le fa eco Coco Japan.

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L’AVIGAN? «QUI IN GIAPPONE NON SI PARLA PIÙ DI QUEL FARMACO»

«La governatrice di Tokyo ha finalmente esortato i cittadini a restare a casa nei week end, ma è tutto lasciato al self control dei giapponesi», commenta con scetticismo Nao Masunaga, leggendo le ultime notizie su un sito nipponico. Lei sta vivendo in prima persona le restrizioni del governo italiano e, forse per questo, inizia a essere preoccupata: «È una decisione ambigua. Si può ancora girare liberamente. I miei amici la sera escono, vanno al cinema con i fidanzati. Sono anche andati ad assistere alla tradizionale fioritura dei ciliegi. Non va bene». «Temo», conclude, «che questa vanità peggiorerà la situazione in Giappone». Di tutt’altro avviso Coco Japan, che in Giappone era tornata per festeggiare l’inizio dell’anno nuovo in famiglia, a Osaka.

«Qui si può uscire, certo, ma il governo ha invitato a prestare attenzione e tanto ci basta. Nei negozi hanno installato dispenser di gel disinfettante che i clienti usano all’entrata e all’uscita. Tutti rimangono distanziati e indossano la mascherina. Se non dai al virus la possibilità di circolare, non c’è bisogno di restare confinati a casa». È una tranquillità disarmante, la sua. Il vostro segreto è forse l’Avigan? «Qui nemmeno si parla più di quel farmaco».

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PIC NIC PER LA FIORITURA DEI CILIEGI E MANIFESTAZIONI SPORTIVE

Anche la blogger, come la studentessa, racconta che la tradizionale festa primaverile dei pruni in fiore (sakura, per i giapponesi) si è svolta come al solito: «Nei giorni scorsi coppiette e famiglie sono andate a vedere la fioritura dei ciliegi», spiega Coco Japan. «È l’hanami, che da noi vuol dire pic nic. Il governo ha sconsigliato di pranzare sotto gli alberi, ma non ha impedito di assistere all’evento». In realtà, è sufficiente cercare #hanami su Twitter per vedere che gli assembramenti non sono mancati. Anzi. La stessa youtuber ligure d’adozione ammette che la settimana prima «si è tenuta una grande manifestazione sportiva di arti marziali». Particolare, questo, che lascerebbe supporre che i Giochi Olimpici non siano stati rinviati per l’epidemia nel Paese ma per il rischio che nessuno Stato estero vi avrebbe partecipato. Del resto, Coco Japan tranquillamente chiosa: «È una malattia dalla mortalità assai bassa e in Giappone si dice che non si rischia stando fuori ma al chiuso».

La fioritura dei ciliegi in Giappone (Getty Images).

IL RISPETTO NIPPONICO DELLE REGOLE

Per la blogger, la calma zen con cui il suo Paese sta affrontando la pandemia non è affatto «vanità», come invece l’ha definita la studentessa che sta vivendo il dramma del coronavirus dalla Lombardia, ma di «autodisciplina». Non c’è bisogno che lo Stato imponga il coprifuoco, perché se dà delle direttive, tutti le eseguono. «Siamo addestrati fin da piccoli a rispettare regole che possono sembrare dure. Per esempio, nelle scuole ai bambini viene detto che possono andare al bagno solo alla fine dell’ora e nessuno osa interrompere l’insegnante per recarsi ai servizi. In Italia è un via vai continuo». Allo stesso modo «gli italiani se sono in strada parlano, parlano tantissimo e urlano», dice ridendo. «Da noi se si cammina non ci si ferma a parlare e se ci viene detto di rispettare le distanze di sicurezza e di fare jogging in solitaria, non creiamo gruppetti».

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«Per questo», racconta ancora Coco Japan, «mi sono stupita tantissimo di fronte alle immagini delle persone che il 7 e l’8 marzo sono scappate dalla Lombardia. Le hanno trasmesse anche qui. Da noi non sarebbe mai successo perché se il governo impone di restare a casa i giapponesi restano a casa».

Un autocontrollo degno dei discendenti dei samurai, se si vuole cadere nei cliché, che però è ben documentato dal fatto che il Paese prosegua come se nulla stesse accadendo. «Io sono libera di uscire, di andare al cinema e a cena fuori. Qui è primavera e si sta bene all’aria aperta. Se non fosse per la mancanza di mascherine e alcol nei negozi o per quello che mi raccontano alcuni miei amici che lavorano negli eventi o negli alberghi e che sono stati danneggiati dalle disdette, non ci accorgeremmo nemmeno che il mondo sta vivendo una emergenza mai vista prima».

INTRAPPOLATI IN ITALIA: IL DRAMMA DEGLI STUDENTI

Di tutt’altro avviso Nao Masunaga, in Italia dall’ottobre 2017 e ora rimasta nel limbo di un cortocircuito burocratico causato dal coronavirus: «Una grande fondazione giapponese che elargisce borse di studio», racconta, «ha deciso di chiudere i rubinetti quando ha visto che la situazione in Italia stava sfuggendo di mano per costringere gli studenti a rientrare». C’è però un problema che non è stato considerato, ovvero che in Giappone gli unici in quarantena sono i cittadini che vengono dall’estero: «Chi, come me, vive con i nonni li metterebbe a rischio. Dovrebbe passare i 14 giorni di isolamento in un albergo, che però sono costosissimi. E i capsule hotel che sono più economici non vanno bene perché hanno i bagni in comune. Non ci è concesso l’uso dei mezzi pubblici, i soli spostamenti andrebbero fatti con auto a noleggio, ma lo Stato non passa niente, è tutto a carico nostro. Per questo abbiamo fatto una raccolta firme e la fondazione sembra avere deciso che continuerà a pagare la borsa di studio». Insomma, i soli problemi, per ora, sono quelli di una burocrazia cieca e ottusa. Forse anche quella ulteriore prova che in Giappone tutto è come al solito.

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Il Regno Unito si prepara a uno «tsunami» di ricoveri

Gli ospedali di Londra sono già nel pieno dell'emergenza, e il resto del sistema sanitario nazionale attende «un'esplosione della domanda per pazienti gravi». Mentre il numero di contagi resta relativamente basso.

Gli ospedali di Londra sono già alle prese con «un’esplosione» di ricoveri legati al coronavirus e si attende nei prossimi giorni «uno tsunami continuo» di casi gravi. Lo ha detto oggi alla Bbc Chris Hopson, numero uno di Nhs Providers, un’associazione che rappresenta i manager del sistema sanitario britannico. «C’è un’esplosione della domanda per pazienti gravi», ha detto Hopson e le previsioni sono di ulteriori «ondate dopo ondate». «Ci aspettiamo uno tsunami continuo, secondo le parole che uso io spesso», ha aggiunto.

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Coronavirus al galoppo in Spagna: quasi 10 mila contagi in un giorno

La situazione si fa sempre più grave: oltre 56 mila le perso affette da Covid-19. Le vittime superano le 4 mila unità

I casi di coronavirus in Spagna continuano a crescere e oggi sono quasi 10 mila in più di ieri: da 47.610 a 56.188. Aumentano anche le vittime, da 3.434 a 4.089. Lo riferisce l’ultimo bilancio del ministero della Salute riportato da El Pais.

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Emergenza coronavirus, Draghi entra a gamba tesa sull’Europa

L'ex presidente della Bce chiama all'azione immediata in un intervento sul Financial Times. E contro i rigoristi invoca misure a sostegno dell'economia senza curarsi dell'aumento del debito.

«Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»: «il costo dell’esitazione potrebbe essere irreversibile». Mario Draghi torna a parlare e, con una lunga analisi pubblicata sul Financial Times, racconta come va declinato il nuovo “whatever it takes”.

NECESSARIO AUMENTARE LA LIQUIDITÀ

Un intervento che arriva proprio mentre in Italia riaffiora il dibattito su un suo ruolo in politica di chi lo vedrebbe come un possibile capo di governo, e nel quale non nasconde che è ora il momento di decisi interventi pubblici finalizzati ad aumentare la liquidità, anche a costo di far aumentare – come è scontato – il debito pubblico. «I livelli di debito pubblico devono salire. Ma l’alternativa sarebbero danni ancora peggiori all’economia, rappresentati dalla distruzione permanente delle attività produttive e quindi della base di bilancio», scrive Draghi, con quella che sembra una inversione a u rispetto alla sua filosofia di riduzione del debito.

DEBITO PIÙ ALTO COME CARATTERISTICA PERMANENTE

Una frase che racconta meglio di tutte la difficoltà che stiamo vivendo, visto che la pronuncia l’ex presidente della Bce sempre pronto a bacchettare i governi per la necessità di controllare la spesa, mettere a posto i conti e, soprattutto, impegnarsi per la riduzione del debito. «È già chiaro che la risposta» alla guerra contro il coronavirus «deve coinvolgere un significativo aumento del debito pubblico». «La perdita di reddito del settore privato»- scrive nella sua analisi – dovrà essere eventualmente assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi. Livelli di debito pubblico più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata da una cancellazione del debito privato». Come dire, si tratta di un intervento non certo convenzionale.

I RIFERIMENTI ALL’ECONOMIA DI GUERRA

Del resto i riferimenti sono quelli di un’economia bellica e le «guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la Prima guerra mondiale. In Italia e in Germania fra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse». Uno dei concetti base è la velocità di azione, l’altro il ruolo dell’Europa. «La velocità del deterioramento dei bilanci privati, causata da uno shutdown che è inevitabile e opportuno» – scrive – deve incontrare «un’uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l’altro in quella che è evidentemente una causa comune».

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Anche Putin deve arrendersi al coronavirus

Stop al referendum e Paese in lockdown per una settimana. Mentre i casi di contagio aumentano costantemente.

A causa del Covid-19 che minaccia anche la Russia, Vladimir Putin rinvia il referendum sui cambiamenti alla costituzione studiati per dargli la possibilità di rimanere al Cremlino fino al 2036. In un discorso televisivo alla nazione, il presidente ha spiegato che il voto, fissato per il 22 aprile, sarà posticipato a data da destinarsi. Quando, dipenderà dalle valutazioni di medici e tecnici sull’evoluzione dell’epidemia. Putin ha anche annunciato lo stop per una settimana di tutte le attività non essenziali: il periodo dal 28 marzo al 5 aprile sarà considerato di ferie, e i lavoratori che resteranno a casa verranno pagati regolarmente. Oltre a questa misura volta ad arginare il diffondersi del virus col distanziamento sociale, il leader russo ha elencato una serie di provvedimenti di supporto ad aziende e famiglie. Tra questi, un aumento dei sussidi di disoccupazione e un deferimento degli obblighi fiscali per le piccole e medie imprese. 

CONTAGIO CONTENUTO MA INEVITABILE

«Grazie alle misure da noi prese in anticipo, siamo finora stati capaci di contenere il contagio, ma vista la posizione geografica della Russia, sarà impossibile creare una barriera in grado di bloccarne completamente la penetrazione», ha detto Putin. Invitando i russi a stare a casa, senza però istituire – al momento – un vero e proprio obbligo a farlo. Riguardo al referendum costituzionale, «sapete quanto sia per me importante», ha sottolineato .«Ma priorità assoluta sono la salute, la vita e la sicurezza dei cittadini». Finora era prevalso il desiderio del Cremlino di dare una piega ottimistica agli eventi e andare avanti con il voto del 22 aprile, cruciale per la visione politica di “nuova Russia” ancor più autoritaria che il presidente – secondo la maggior parte degli osservatori – sta delineando. Evidentemente, qualcosa ha fatto ricredere Putin. 

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli. E il numero reale dei casi è probabilmente ancora più alto, riconoscono adesso le autorità. Che, nonostante la situazione sia al momento migliore rispetto a quella di molti altri Paesi investiti dalla pandemia, si preparano ad affrontare scenari più duri. I contagiati “ufficiali” erano 658 alle 12 del 25 marzo: 163 in più rispetto al giorno precedente. Non si era mai visto un tale aumento giornaliero. Da alcuni giorni a Mosca, la città più colpita, la lista dei contagiati è compilata in base ai risultati immediati di un singolo tampone. Non viene più atteso l’imprimatur di positività dai laboratori ministeriali di Novosibirsk. Il sindaco della capitale, Sergei Sobyanin, incontrando il presidente Putin, aveva definito «serio» il quadro, aggiungendo che il numero dei malati è superiore a quanto finora accertato. 

QUALCHE BUGIA, MA NESSUN COMPLOTTO

Le rigidità burocratiche e la volontà governativa di non creare allarme e dichiarare «sotto controllo» l’epidemia hanno certamente contribuito a ridimensionarne i numeri. Che però restano obiettivamente contenuti: la Russia di oggi non è la vecchia Unione Sovietica, e non è nemmeno la Cina. Certo, la maggior parte dei media sono governativi e fanno propaganda. Ogni tentativo organizzato dall’alto di occultare una realtà estremamente più grave di quella che è verrebbe presto smascherato sui social, che pullulerebbero di testimonianze del depistaggio in atto. Cosa che non sta avvenendo. Si sono smascherati episodi singoli, anche gravi. Ma di un complotto del potere per nascondere l’epidemia non c’è proprio traccia. 

Intanto, social e giornali, intanto sono pieni delle immagini di Putin in tuta e maschera protettiva durante una visita nell’ospedale moscovita dove sono concentrati i malati di Covid-19. Il comandante in capo va in prima in linea. Tipico Putin. L’intento propagandistico è evidente. E non è solo rivolto al consenso interno. Secondo alcuni analisti, il Cremlino sta già utilizzando questa crisi globale per mettere a segno colpi di propaganda sull’arena internazionale: visto che l’epidemia adesso uccide nelle democrazie occidentali e non più in Cina dove è stata fermata, «la battaglia contro il virus finisce per rappresentare una competizione fra sistemi politici», ha notato su carnegie.ru il politologo Alexander Baunov

SISTEMI POLITICI A CONFRONTO

«Quale sistema è più efficace in queste circostanze così difficili? Quello autoritario, alla cinese, o quello occidentale? Questa competizione è ancora agli inizi, ma vista la decisione di Putin di estendere il suo regno attraverso le riforme costituzionali, il presidente sta facendo una scelta finale in favore dell’autoritarismo e dimostra di volersi spendere con tenacia per la vittoria di tale sistema». Una chiave di lettura che, secondo Baunov, può essere applicata anche all’operazione “Dalla Russia con amore, che ha portato medici militari e apparecchiature da Mosca a Bergamo: l’Italia è il Paese che ha sofferto di più per la pandemia, ed è quindi adatto ad esercitare soft power. «Mentre i Paesi Ue si chiudono addosso le frontiere e Bruxelles è in preda alle divisioni interne», scrive l’analista, «gli spauracchi dei media occidentali – Russia, Cina e Cuba – corrono a portare aiuto medico di emergenza all’Italia». Che peraltro può solo sinceramente ringraziare.

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Anche Putin chiude la Russia per una settimana

Disposto lo stop di tutte le attività non essenziali nel tentativo di contenere l'avanzata dell'epidemia. E spunta una 'oligarc-tax'.

La Russia «è riuscita a contenere il coronavirus» fino adesso, ma il Paese non è in grado di «bloccare» completamente la minaccia. Lo ha detto Vladimir Putin parlando alla nazione, sottolineando che ora è «imperativo» rispettare le indicazioni delle autorità. Per contenere l’epidemia, Putin ha annunciato che verrà introdotto «una settimana di stop» alle attività non essenziali, dal 28 marzo al 5 aprile. «State a casa», ha detto Putin in televisione.

«NECESSARIO PREVENIRE LA MINACCIA DELLA MALATTIA»

«Ora è estremamente importante prevenire la minaccia della rapida diffusione della malattia, pertanto la prossima settimana sarà una settimana di ferie e prevederà il pagamento dello stipendio», ha detto Putin. «Tutte le raccomandazioni devono essere seguite, dobbiamo proteggere noi stessi e coloro che ci sono vicini», ha aggiunto.

NUOVA TASSA DESTINATA AGLI OLIGARCHI

Il presidente ha poi chiesto l’imposizione di una tassa del 15% sui capitali che dalla Russia vengono esportati all’estero nonché l’introduzione di una tassa del 13% (equiparata dunque a quelle sul reddito) sugli interessi generati da investimenti finanziari (ma solo se il capitale investito è superiore a 1 milione di rubli, ovvero circa 12 mila euro al cambio attuale). I proventi verranno utilizzati per finanziare le misure sociali anti-crisi.

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Covid-19, la tragedia nascosta dell’Iran

Dati falsati. Tra le vittime anche molti 20enni e 30enni. Fosse comuni a Qom. E un establishment decimato dai contagi. La pandemia ha travolto la Repubblica islamica, isolata a livello internazionale e con un'economia già al collasso. Anche a causa della stretta Usa. Lo scenario.

Gli ultimi dati diffusi dal ministero iraniano della Sanità sul coronavirus parlano di 27 mila casi e più 2 mila morti.

Numeri importanti, che di per sé rendono la Repubblica islamica il sesto Paese per diffusione di Covid-19 al mondo.

Ma nessuno crede che siano veritieri e, anche in Iran, tutti pensano che il numero di malati e i morti per la pandemia sia molto maggiore.

A QOM SI USANO FOSSE COMUNI

Hanno fatto il giro del mondo, già un paio di settimane fa, le immagini satellitari diffuse dal Washington Post di un cimitero di Qom – città epicentro dell’epidemia nel Paese – dove per l’emergenza erano state scavate fosse comuni, riempite di centinaia di cadaveri. Abbiamo drammaticamente visto anche in Italia come, nelle aree focolaio, accada di non sapere dove mettere i morti. E in Iran, complici i forti e numerosi rapporti con la Cina, il virus ha iniziato a propagarsi rapidamente settimane prima che in Europa, da Qom verso Teheran.

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CONTAGI NELL’ESTABLISHMENT

Alcuni membri del parlamento appena rinnovato alle Legislative di febbraio e un consigliere della Guida suprema Ali Khamenei sono tra vittime del coronavirus. Vari personaggi di spicco del regime, tra i quali il vice ministro della Salute, il ministro dell’industria, la vicepresidente Masoumeh Ebtekar – famosa come Sister Mary per aver fatto, nel 1979, da ponte durante l’occupazione dell’ambasciata americana – e decine tra deputati, pasdaran e funzionari sono risultati positivi al test. Un canovaccio che si è ripetuto nei parlamenti e nei governi occidentali, fin dentro la Casa Bianca sanificata, con Donald Trump sottoposto a tampone (poi negativo): i virus sono democratici. Ma in Iran, anche dal poco che si sa, su scala maggiore che altrove. L’ultimo flash dell’establishment persiano è del presidente Hassan Rohani che tossisce, chiedendo la «fine delle sanzioni», riunito con i membri del governo e con altre autorità civili e militari. Tutti, tranne Rohani, indossavano la mascherina.

Coronavirus Iran Covid 19
Un ospedale per malati di Covid-19 in costruzione in un centro commerciale in Iran (Getty Images).

«UN MORTO OGNI 10 MINUTI»

La classe religiosa, politica e militare che governa l’Iran dalla rivoluzione khomeinista potrebbe finire decimata. A metà marzo il governo dichiarava «il picco superato, sulla base delle statistiche». Anche gli iraniani erano stati invitati a restare chiusi in casa e dovevano continuare a farlo. Tra le città e gli altri centri abitati erano stati bloccati i collegamenti e piazzati posti di blocco. Si invitava la popolazione persino a evitare di maneggiare moneta, pagando col bancomat. Mentre i contagi dilagavano si erano messi ai domiciliari ed erano stati concessi permessia quasi 100 mila detenuti, per evitare focolai nelle carceri, come vuol fare ora l’Italia e pensa anche Trump negli Usa. Tutto questo, appunto, nelle settimane del picco che in realtà anche nel governo si ritiene tutt’altro che superato. Il 18 marzo, il ministero della Sanità ha sconfessato Rohani, comunicando che «ogni 10 minuti in Iran c’è un morto di Covid-19».

TEHERAN HA CHIESTO AIUTO AL FMI E LO STOP ALL’EMBARGO DEGLI USA

Si lavora per ospedali da campo nei mall, e muoiono anche tanti giovani in un Paese dove l’età media è di 30 anni ed è privo di farmaci da un anno per le durissime sanzioni americane con il sistema sanitario inevitabilmente collassato. Le vittime più giovani, ufficialmente dichiarate, da Covid-19 nel Paese sono una 23enne di Qom appassionata della variante locale di calcio, il futsal, e un’infermiera 25enne della provincia di Gilan, sul mar Caspio, un altro focolaio.

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Tanti medici e sanitari 20enni e 30enni, ripresi a ballare per esorcizzare la tragedia, si sono ammalati, perdendo la vita. Il capodanno persiano del Nowruz (per l’equinozio di primavera) è trascorso sotto coprifuoco e listato a lutto. In queste settimane l’Iran ha chiesto aiuti per 5 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale (Fmi). E poi l’intercessione del papa, affinché in questa fase di emergenza per ragioni umanitarie sia rimosso l’embargo da parte degli Usa.

Coronavirus Iran Covid 19
Iran, ancora troppa gente in giro al bazar di Teheran. GETTY.

UN’ECONOMIA COLLASSATA PRIMA DELL’EPIDEMIA

L’economia iraniana era già devastata dall’uscita di Donald Trump dall’accordo internazionale sul nucleare, con le sanzioni indirette americane anche sull’import-export e le transazioni finanziare con i Paesi dell’Unione europea. Una situazione già terribile prima dell’epidemia del coronavirus, con l’inflazione galoppante e proteste interne. Da mesi Teheran dipendeva commercialmente dalla Cina, e si è vista come è andata a finire. Ancor prima che in Italia, Pechino è corsa in soccorso all’Iran con apparecchiature, mascherine, medici e kit della Croce rossa cinese. Lo stesso ha fatto la Russia con altro materiale, appellandosi anche a Washington per revocare l’embargo a Teheran. L’Organizzazione mondiale della sanità aveva mandato aiuti e personale in Iran. Ma nonostante la mobilitazione internazionale e lo sforzo dei medici, la situazione non appare sostanzialmente migliorata.

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AIUTI DA SVIZZERA E COREA DEL SUD

L’epidemia esplosa nella Repubblica islamica, mentre in Cina ancora dilagava, ha fatto da cassa di risonanza del virus in Medio Oriente. Dall’Iran sono arrivati i primi contagi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Afghanistan, fino agli Emirati arabi, al Bahrein e allo Yemen nella Penisola araba dove gli emissari di Teheran coltivano relazioni finanziarie ed esercitano grosse influenze politiche e militari. Tutti questi Paesi hanno bloccato o limitato i collegamenti con l’Iran, che per ragioni sanitarie è isolato anche dall’area mediorientale. Alla fine di febbraio, gli Stati Uniti hanno ritoccato le limitazioni all’Iran, per permettere l’arrivo di aiuti umanitari (prodotti alimentari e medicine) di aziende svizzere. Ma Trump non fa altri passi: sulla carta questo tipo di forniture è già esentato dall’embargo. Anche la Corea del Sud tratta con Rohani per assistenza e consulenza nei test. Ma che il regime, attraverso Khamenei, accusi gli Usa di complotto sul Covid-19 non aiuta.

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Gli Stati Uniti hanno varato un piano da 2 mila miliardi contro la pandemia

Raggiunto l'accordo tra repubblicani e democratici per il meccanismo di sostegno all'economia nazionale. Ma il coronavirus fa sempre più paura: 163 morti nelle ultime 24 ore.

La maggioranza repubblicana al Senato degli Stati Uniti ha annunciato di aver raggiunto con i democratici e la Casa Bianca un accordo su uno «storico» piano da 2 mila miliardi di dollari per rilanciare la prima economia mondiale, colpita duramente dalla pandemia di coronavirus.

«Finalmente, abbiamo un accordo», ha detto il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, riferendosi al massiccio «livello di investimenti da tempo di guerra nella nostra nazione».

Il Senato e la Camera dei Rappresentanti devono ancora approvare la legge prima di mandarla al presidente Donald Trump per la firma.

Intanto, negli Stati Uniti la pandemia procede in maniera sempre più rapida: si sono registrati almeno 163 morti per coronavirus nelle ultime 24 ore, il bilancio peggiore nel Paese da quando è esplosa l’epidemia. Sono 52.976 i casi di contagio finora accertati negli Usa.

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Quanto perderà il Giappone con il rinvio di Tokyo 2020

Lo slittamento dei Giochi al 2021 comporterà un danno di 6 miliardi di euro. La cancellazione avrebbe bruciato 66 miliardi. Mentre si teme una bolla per i super-investimenti nell'edilizia. E c'è il rischio di fallimenti a catena. L'analisi.

Alla fine il Giappone ha dovuto arrendersi all’evidenza dei fatti. Un’umiliazione, per il popolo che discende dal lignaggio dei samurai. Tokyo fino all’ultimo ha difeso le sue Olimpiadi, ventilando al più la concessione di posticiparle subito dopo l’estate, ma le defezioni delle delegazioni canadesi e australiane (cui presto si sarebbe aggiunta quella statunitense) avevano messo sul chi vive il Comitato olimpico internazionale e lo stesso governo nipponico. Il rischio di farle a porte chiuse, senza pubblico, senza la maggior parte degli sportivi e senza ritorni economici stava diventando troppo alto.

CAMBIA L’ANNO, MA IL NOME RESTA TOKYO 2020

E così, come spesso accade quando gli interessi in gioco sono tanti e multimilionari, si è optato per un compromesso davvero bizzarro. I Giochi si faranno nel 2021, sempre in Giappone, che tiene in ostaggio la fiamma olimpica. Ma si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, perché la spesa per «rebrandizzare» tutto lo sterminato merchandise (dai portachiavi ai videogiochi ufficiali, passando per t-shirt e cappellini) sarebbe stata enorme.

COSÌ SI PERDONO 6 MILIARDI CONTRO I 66 DELLA CANCELLAZIONE

Si concretizza in ogni caso la più grande paura del governo nipponico, ovvero incappare in un danno economico senza precedenti, per di più con un Paese già in recessione tecnica. Già da tempo il primo ministro Shinzo Abe aveva sulla scrivania lo studio realizzato dalla società finanziaria Smbc Nikko Securities Inc. secondo cui la cancellazione dell’evento avrebbe comportato un danno di 65,9 miliardi di euro (7.900 miliardi di yen). Una cifra che diventa più contenuta in caso di slittamento: 6 miliardi di euro. Un altro studio, elaborato dall’economista Katsuhiro Miyamoto dell’Università del Kansai stimava invece la perdita circa 40 miliardi di euro in caso di cancellazione dei Giochi, 5,5 miliardi in caso di posticipazione. 

POSSIBILE UNA FLESSIONE DEL PIL DELL’1,7%

Per il gruppo finanziario Nomura, che peraltro è partner ufficiale dell’evento, questo inciampo porterà una compressione possibile del Pil nipponico che va dal mezzo punto a 1,7 punti (ovvero circa 70 miliardi, nella peggiore delle ipotesi). E a questo bisognerà aggiungere i danni del coronavirus. Perché non sembra affatto vero che il Giappone stia riuscendo a contenere l’epidemia e Tokyo viene indicata in un report del Ministero della Salute nipponico come possibile focolaio dell’infezione, con 530 nuovi contagi entro l’8 aprile. Lunedì 23 marzo, quando il bollettino medico ha riportato 154 infetti e 8 morti, il governatore di Tokyo, Yuriko Koike, ha per la prima volta ammesso la possibilità di mettere in quarantena l’intera città in cui si sarebbero dovuti svolgere i Giochi. Non facile, per una megalopoli di circa 10 milioni di abitanti, ma potrebbe essere indispensabile, considerata l’età media della popolazione (è il solo Paese al mondo con una età media superiore alla nostra).

TOKYO SI ERA RIFATTA IL LOOK

E poi ci sono i soldi già investiti. In Giappone al solito le cose sono state fatte in grande, anche perché quelle di Tokyo 2020 sarebbero dovute essere le Olimpiadi più tecnologiche mai viste, con tanto di show di robottoni a corredo e un grande sfoggio di tecnologia basata sull’intelligenza artificiale. Oltre agli impianti sportivi, tra i più grandi e innovativi al mondo (dal maestoso National Stadium edificato in centro a Tokyo sulle ceneri di quello che ospitò i Giochi del 1964, a Shinjuku al Tokyo Aquatics Centre costruito nel TatsuminoMori Seaside Park) sono stati costruiti una quarantina di strutture cui si devono aggiungere le 5.500 abitazioni del villaggio olimpico. La foga nipponica di dare un nuovo volto alla capitale ha travolto anche le tradizioni, se si pensa che lo Tsukiji shijō, l’enorme mercato ittico di Tsukiji, capace di contenere fino a 70 mila persone tra mercanti, addetti e clienti, è stato frettolosamente trasferito altrove perché lì sarebbe dovuto sorgere il press center. Per il momento continuerà a essere impiegato come parcheggio, pare.

INVESTIMENTI NELL’EDILIZIA TRA I 20 E I 40 MILIARDI

Per alcuni si tratta della più grande speculazione edilizia dagli anni ’90, quella che peraltro provocò una spaventosa bolla immobiliare e la famosa crisi economica da cui il Giappone non è più riuscito a uscire. Il costo? Il governo, al momento, preferisce non diramare dati ufficiali. Secondo la statunitense Citigroup Global superano ormai i 20 miliardi e non si tratterebbe nemmeno della cifra finale che, a detta dei più, finirà col raddoppiare. Già a dicembre il tema delle spese aveva acceso il dibattito politico, dato che il governo aveva avuto mandato di spendere l’equivalente di poco più di 8 miliardi di euro. Per i detrattori, troppi costi sono stati fatti passare come collegati alle Olimpiadi ma in realtà non riguarderebbero affatto i Giochi. In quell’occasione l’esecutivo di Abe aveva replicato che 3 miliardi erano coperti dagli sponsor, un miliardo dal Cio mentre la vendita dei biglietti procedeva al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto che la Bank of Japan stimava un guadagno di 70 miliardi per il comparto turistico, di cui la metà dovuta proprio alle Olimpiadi. Quindi un incasso netto di 35 miliardi rispetto agli introiti del 2019.

IL RISCHIO DEI FALLIMENTI A CATENA

Infine c’è il tema dei possibili fallimenti. Qui non si hanno né cifre né stime. Si sa solo che del miliardo che ci ha messo il Cio, 900 mila euro erano coperti da assicurazione. Ma difficilmente tutti i partner dei Giochi hanno stipulato analoghi contratti. Le stesse assicurazioni, inoltre, potrebbero eccepire che l’emergenza pandemica globale è un evento così raro che non rientra tra le ipotesi coperte. Insomma, si prospettano battaglie giudiziarie a non finire, fallimenti anche a cascata di compagnie piccole e medie, un potenziale effetto domino che potrebbe travolgere più settori del tessuto economico nipponico, dalla compagnia quotata all’azienda famigliare. I più esposti sarebbero i comparti edili e il ramo turistico che aveva già venduto centinaia di migliaia di pacchetti. E poi c’è un tema che rischia di intasare i tribunali per gli anni a venire: la ben nota operosità nipponica aveva già fatto sì che il Villaggio Olimpico edificato lungo la baia di Tokyo e capace di contenere oltre 15 mila persone tra atleti e staff sia già stato venduto ad acquirenti privati con contratti di locazione che partiranno a fine estate. Impossibile, insomma, prevedere le perdite totali ma adesso il Giappone si prepara a un’altra tempesta, quella sanitaria che sembra ormai arrivata anche nell’arcipelago.

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«Economy first»: l’azzardo di Trump sul coronavirus

Il contagio corre. Ma il presidente Usa vuole allentare le misure di contenimento. Per evitare il crollo del Pil a pochi mesi dalle elezioni. Anche a costo di mettere in pericolo la salute pubblica.

L’epidemia di coronavirus accelera negli Stati Uniti, che possono diventare il prossimo “epicentro” dell’epidemia, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità. Eppure Donald Trump annuncia di volere presto allentare le misure di contenimento. Il bilancio in America supera i 50 mila contagiati (circa 7000 in più nelle ultime 24 ore) e i 600 morti, confermandolo come terzo Paese al mondo per numero di contagiati, dopo Cina e Italia. Ma il presidente, incalzato da Wall Street e da vari economisti conservatori, va in controtendenza. Sfidando il parere contrario dei suoi esperti scientifici, a partire dal virologo di fama mondiale Anthony Fauci, scomparso dagli ultimi briefing della Casa Bianca dopo aver ripetutamente corretto il presidente.

IL RISCHIO DI UN CROLLO SENZA PRECEDENTI

«Questo non è un Paese fatto per essere chiuso, dobbiamo riaprirlo, far tornare gli americani al lavoro», ha detto in un town hall virtuale alla Fox, annunciando che deciderà il 29 marzo, quando scadranno i 15 giorni di restrizioni. «Mi piacerebbe che gli Usa riaprissero e ripartissero entro Pasqua», ossia il 12 aprile. Del resto, «l’influenza stagionale e gli incidenti automobilistici mietono più morti del coronavirus e non per questo si chiude il Paese o si chiede alle case automobilistiche di non produrre più vetture». La pandemia, ha ricordato il tycoon, ha già distrutto in poche settimane il balzo fatto in tre anni dall’economia sotto la sua amministrazione e le previsioni sono catastrofiche, come ha evidenziato Morgan Stanley: un calo del Pil di oltre il 30%, un tasso di disoccupazione in rialzo al 12,8% e un crollo dei consumi del 31% nel secondo trimestre di quest’anno. Numeri senza precedenti nelle statistiche economiche moderne, che rischiano di minare le chance di rielezione di Trump.

PRIMA L’ECONOMIA, POI LA SALUTE PUBBLICA

Il tycoon sa che un nuovo mandato è appeso alla gestione della crisi da coronavirus e sembra aver scommesso sul salvataggio dell’economia più che su quello della salute pubblica. Un vero azzardo, che potrebbe costargli caro, diventando la sua Katrina, l’uragano che segnò l’inizio della fine di George W. Bush. «Non c’è gara nella scelta tra riaprire l’economia e salvare vite, il primo obiettivo è quello di salvare vite umane. Punto», gli ha ribattuto il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, accusando le autorità federali di aver mandato solo 400 respiratori contro i 30 mila necessari. «Qui abbiamo ormai 26 mila casi e il numero raddoppia ogni tre giorni, il trend dei malati è superiore e più veloce di quello inizialmente previsto», ha messo in guardia, sottolineando che il picco è previsto solo tra 14-21 giorni.

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Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

Ben 21 milioni di utenze telefoniche mobili sono scomparse nel nulla nel giro di tre mesi. Il dato sorprende in un Paese dove il cellulare è necessario per compiere ogni attività. Potrebbero essere i numeri chiusi dai lavoratori tornati nei villaggi. Ma i conti ancora non tornano.

In Cina il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito di 21 milioni negli ultimi tre mesi. Il dato emerge confrontando i dati diffusi il 19 marzo dalle autorità di Pechino e quelli del dicembre 2019.

E fuori dal Paese, fonti della dissidenza organizzata già ipotizzano che la spiegazione sia da attribuire ai decessi dovuti a Covid-19 generando forti dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali dell’epidemia fornite fino a oggi dalla Cina.

Del resto, da qualche tempo, anche da noi in Italia in molti si interrogavano sull’evidente e davvero sorprendente disparità tra i dati italiani e quelli cinesi. Specialmente sul conteggio dei morti.

L’ITALIA HA QUASI IL DOPPIO DEI MORTI DELLA CINA

Le cifre parlano chiaro: in Cina – a epidemia ormai conclusa, come afferma ormai da qualche giorno, insistentemente, il governo – i morti sarebbero stati circa 3.300 su una popolazione pari a 1 miliardo e mezzo di persone, mentre in Italia siamo già a oltre 6.000 morti su 60 milioni di abitanti: 100 decessi per milione di abitanti da noi contro i 2,2 morti per milione in Cina. Cifre ufficiali e a dir poco sconcertanti.

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I tentativi di spiegare questa impressionante forbice statistica sono stati diversi: dall’anzianità della popolazione italiana rispetto a quella cinese al modo diverso di conteggiare le morti. L’ipotesi è che in Cina si siano calcolati i decessi esclusivamente per coronavirus, in Italia anche quelli “con”. Ipotesi, come quelle che fioriscono per spiegare la scomparsa di 21 milioni di utenze in un Paese in cui i cellulari sono una parte indispensabile della vita visto che senza un telefonino non si può nemmeno riscuotere la pensione.

L’ALLARME LANCIATO DALL’EPOCH TIMES

Il primo a lanciare l’allarme è stato l’Epoch Times, testata della dissidenza cinese all’estero, con sede negli Stati Uniti. «Il livello di digitalizzazione è molto alto in Cina. Le persone non possono sopravvivere senza un cellulare», ha dichiarato il 21 marzo scorso al settimanale Tang Jingyuan, un commentatore degli affari cinesi che vive negli Usa. «Avere a che fare con il governo per pensioni e previdenza sociale, comprare biglietti del treno, fare shopping…non importa cosa le persone in Cina debbano fare, sono ormai da tempo obbligate a usare i cellulari».

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Ancora di più durante questa epidemia. «Il regime cinese richiede a tutti i cittadini di utilizzare il proprio cellulare per generare un codice sanitario», ha fatto notare Tang. «Solo con un codice sanitario verde è permesso ai cinesi di spostarsi. È praticamente impensabile che una persona oggi rinunci al suo cellulare». Inoltre, aggiungiamo noi, i conti bancari e previdenziali sono integrati con i piani di telefonia cellulare; le app sui telefoni cinesi controllano le carte Sim rispetto al database dello Stato per assicurarsi che il numero appartenga all’utente.

RICONOSCIMENTO FACCIALE E MONITORAGGIO SANITARIO

La Cina ha introdotto le scansioni facciali obbligatorie il primo dicembre 2019 per confermare l’identità della persona che ha registrato il telefono. Ma già dal primo settembre 2010 richiedeva a tutti gli utenti di registrare la la linea con una reale identificazione, mediante la quale lo Stato può controllare ormai tutti i movimenti delle persone attraverso il suo sistema di monitoraggio su larga scala che utilizza – se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni anche da noi in Italia – riconoscimento facciale avanzato, telecamere di sorveglianza onnipresenti ovunque, droni-spia e geolocalizzazione spinta. Proprio quegli stessi elementi così invasivi per la privacy che però hanno consentito ai cinesi di contenere – secondo le dichiarazioni di Pechino – il dilagare dell’epidemia, monitorando ogni contagiato, anche se asintomatico. Non solo. Pechino ha lanciato per la prima volta codici sanitari basati sul cellulare il 10 marzo scorso. Tutti i cittadini sono obbligati a installare un’app e registrare le informazioni sanitarie personali. Quindi l’app genera un codice QR, che appare in tre colori, per classificare il livello di salute dell’utente. Il rosso indica che la persona ha una malattia infettiva e quindi deve mettersi subito in auto-isolamento, il giallo indica che la persona potrebbe averne una e il verde indica che la persona è sana e può quindi muoversi liberamente.

I DATI DEL MINISTERO CINESE DELL’INDUSTRIA E DELLA TECNOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Di fronte a questo scenario, è passata un po’ in sordina la dichiarazione del ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione (Miit), che il 19 marzo ha rilasciato le cifre ufficiali degli utenti telefonici in ciascuna provincia, riferiti al mese di febbraio. Rispetto al precedente comunicato del 18 dicembre 2019 e che riguardava i dati di novembre, sia gli utenti di telefonia cellulare che di telefonia hanno fatto registrare un fortissimo calo. Mentre nello stesso periodo dell’anno precedente, sempre secondo i dati del ministero, il numero di utenti era aumentato. Confermando fra l’altro un trend in costante aumento negli ultimi anni.

L’ANDAMENTO DELLE UTENZE

Le cifre ufficiali fornite dal governo sono queste: il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito da 1.600.957.000 a 1.579.927.000, con un calo di 21,03 milioni. Il numero di utenti di telefoni fissi è diminuito da 190,83 milioni a 189,99 milioni, con un calo di 840 mila unità. Nel febbraio dell’anno scorso, il numero era aumentato. Secondo il Miit, a febbraio 2019 era passato da 1,5591 miliardi a 1,5835 miliardi, 24,37 milioni di utenze telefoniche mobili in più. Anche i contratti di rete fissa erano aumentati da 183.477 milioni a 190.118 milioni, ovvero 6.641 milioni in più.

IL CALO DELLE RETI FISSE SPIEGABILE CON LA CHIUSURA DELLE PICCOLE IMPRESE

E anche l’ipotesi che tutto possa dipendere da un generale calo demografico cinese non regge. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2019 la popolazione era 4,67 milioni in più rispetto al 2018, raggiungendo il miliardo e 400 milioni di persone. Il calo del 2020 degli utenti di telefonia fissa potrebbe avere una spiegazione plausibile: essere cioè dovuto alla quarantena nazionale a febbraio, durante la quale molte piccole imprese sono state chiuse. Ma la diminuzione delle utenze mobili non può essere spiegata nello stesso modo.

I RISULTATI DEI TRE MAGGIORI OPERATORI NAZIONALI

A ulteriore conferma vengono poi i dati operativi forniti da tutti e tre i gestori di telefoni cellulare in Cina. China Mobile, il maggiore operatore telefonico che detiene circa il 60% del mercato domestico dei cellulari, ha riferito che ha attivato 3,732 milioni di account in più a dicembre 2019, ma ne ha persi 0,862 milioni a gennaio 2020 e 7,254 milioni a febbraio 2020. Il gestore aveva guadagnato 2,411 milioni di account in più a gennaio 2019 e 1,091 milioni in più a febbraio 2019. Stesso trend analizzando i numeri di China Telecom, il secondo operatore cinese, che detiene circa il 21% del mercato. Ha guadagnato 1,18 milioni di utenti a dicembre 2019, ma ne ha persi 4,3 milioni a gennaio 2020 e ha visto “sparire” 5,6 milioni di utenze mobili a febbraio 2020. Nel 2019 aveva segnato un +4,26 milioni a gennaio e un +2,96 milioni a febbraio. China Unicom infine, che non ha ancora pubblicato i dati relativi a febbraio, è sulla stessa linea. Se si confrontano i dati disponibili di gennaio 2020 con quelli dell’inizio del 2019, la società ha perso 1,186 milioni di utenti a gennaio 2020, ma ne aveva guadagnati 1,962 milioni a febbraio 2019, con un ulteriore aumento di 2.763 milioni a gennaio dell’anno scorso.

OGNI CITTADINO ADULTO PUÒ AVERE MASSIMO CINQUE NUMERI

La Cina consente a ciascun adulto di richiedere al massimo cinque numeri di cellulare. Dal 10 febbraio, la data dell’enorme lockdown, la maggior parte degli studenti ha seguito le lezioni online, come stanno facendo ora molti studenti italiani, quasi sempre utilizzando un numero di cellulare. I telefonini di questi studenti sono registrati a nome dei genitori (perché in Cina un minorenne non può intestarsi un contratto di telefonia mobile), quindi molti genitori avrebbero avuto bisogno semmai di aprire nuovi account per i cellulari a febbraio, non certo di chiuderne. La grande domanda – l’inquietante ipotesi che avanza Epoch Times e diverse altre Ong straniere che si battono per i diritti in Cina e per spingere il regime cinese a maggiore trasparenza – è se il drastico calo degli account dei cellulari sia collegato alle morti per coronavirus. Rendendo quindi la contabilità molto superiore a quella dei dati ufficiali di Pechino.

I NUMERI SCOMPARSI POTREBBERO APPARTENERE A LAVORATORI MIGRATI IN CITTÀ

Cercando spiegazioni alternative all’ipotesi inquietante che sta circolando, si può osservare che è anche possibile che alcuni lavoratori migranti interni avessero già prima dello scoppio dell’epidemia e del conseguente blocco generale, due numeri di cellulare: uno nella loro città natale e l’altro nella città in cui lavoravano. A febbraio è anche possibile ipotizzare che molti – tornati ai loro villaggi per il capodanno lunare – di fronte all’impossibilità di rientrare nei luoghi di lavoro abbiamo chiuso questo ipotetico secondo numero. «Ma siccome in Cina esiste un canone mensile di base per detenere un numero di cellulare», osserva ancora l’analista Tang Jingyuan, «è molto più probabile che la maggior parte dei lavoratori migranti – un gruppo sociale con un reddito medio tra i più bassi della Cina – abbia in realtà soltanto un numero di telefonino».

LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ IN MOLTE PROVINCE

Approfondendo l’analisi dei dati, si vede che la Cina aveva 288,36 milioni di lavoratori migranti ad aprile 2019, secondo l’Ufficio nazionale cinese di statistica. Il 17 marzo scorso, Meng Wei, portavoce della commissione cinese per lo Sviluppo e le riforme, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa mensile a Pechino che, tranne per la regione dell’Hubei, tutte le province avevano riferito la ripresa del 90% delle attività delle loro imprese. A Zhejiang, Shanghai, Jiangsu, Shandong, Guangxi e Chongqing, quasi tutte le aziende hanno ripreso ormai regolarmente la produzione. Quindi se il numero dei lavoratori migranti e il livello di occupazione sono attendibili, oltre il 90% di loro è ormai tornato al lavoro. Perché i lavoratori migranti non hanno riattivato le utenze?

LE ATTIVITÀ MORTUARIE A WUHAN

«Al momento, se anche soltanto il 10% degli account dei cellulari fosse stato chiuso perché gli utenti sono morti a causa del virus, il bilancio delle vittime sarebbe di 2 milioni», ha fatto notare Tang. E ad accrescere i dubbi si aggiunge infine l’analisi delle attività funerarie nella regione dell’Hubei, la più colpita. Le sette aziende attive a Wuhan hanno cremato corpi per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana a partire da fine gennaio. La provincia di Hubei ha utilizzato anche altri 40 crematori mobili dal 16 febbraio. Un ex giornalista della televisione di Stato cinese, la Cctv, Li Zehua, arrestato dai servizi di sicurezza e poi fatto sparire, era riuscito a entrare di nascosto a Wuhan, visitando la comunità di Baibuting, tra le più colpite dall’epidemia. Il 18 febbraio scorso, poco prima si sparire nel nulla, aveva trasmesso in diretta streaming da un crematorio della zona, dove documentava come il carico di lavoro fosse tale che moltissimi inservienti venivano assunti e pagati con salari elevati. In mancanza di dati certi, insomma, il vero bilancio delle vittime in Cina resta un mistero. E la scomparsa di 21 milioni di cellulari alimenta ipotesi che forse non potranno mai venire né verificate, né smentite.

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Il G7 promette “whatever it takes” per far ripartire la crescita

I ministri delle Finanze e i banchieri centrali dei Paesi membri si impegnano a fare lo sforzo di bilancio necessario per aiutare le economie a riprendersi rapidamente.

“Faremo qualunque cosa necessaria per riportare la crescita e la fiducia e per proteggere i posti di lavoro, le imprese e la tenuta del sistema finanziario”. Lo affermano i ministri delle Finanze e governatori del G7 dopo la conference call tenuta stamani sulla risposta allo shock economico del coronavirus. “Ci impegniamo anche – si legge nel comunicato pubblicato dal dipartimento del tesoro Usa – di promuovere il commercio globale e gli investimenti a tutela della prosperità”.

I ministri delle Finanze del G7 “si impegnano a fare lo sforzo di bilancio necessario per aiutare le nostre economie a riprendersi rapidamente” e, accanto al rafforzamento dei sistemi sanitari, raccomandano “a tutti i Paesi di dispiegare il sostegno alla liquidità e l’espansione di bilancio per mitigare l’impatto economico negativo” del coronavirus. Lo si legge nel comunicato – pubblicato dal dipartimento del tesoro Usa – dei ministri delle Finanze e governatori del G7 dopo la conference call di oggi.

“Riconosciamo la necessità urgente di sostenere maggiormente il rapido sviluppo, la fabbricazione e la distribuzione di strumenti di diagnosi, terapie e un vaccino per il Covid-19”. Lo si legge nel comunicato del G7 finanziario, riunito oggi in conference call.

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Ora Trump scalpita per «riaprire gli Usa»

Il presidente Usa chiede di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende: «Se fosse per i medici il mondo sarebbe chiuso».

«Non si tratta del ridicolo Green New Deal. Si tratta di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende», ha scritto su Twitter il presidente degli Usa Donald Trump in merito all’epidemia da coronavirus.

«Il ‘Defense Production Act‘ è in vigore», afferma inoltre riferendosi alla legge emanata nel 1950 all’inizio della guerra di Corea per riorientare la produzione «ma non è stato necessario utilizzarla perché nessuno ha detto no. Milioni di mascherine stanno rientrando negli Stati Uniti».

«SE FOSSE PER I MEDICI IL MODO SAREBBE CHIUSO»

«Se fosse per i medici il mondo intero sarebbe chiuso», invece Trump vuole ‘riaprire l’America‘. E riaprirla in tempi brevi: in 15 giorni potrebbe decidere un allentamento delle regole, anche quelle sul distanziamento sociale così da spianare la strada alla riapertura delle imprese. L’obiettivo è evitare che «la cura sia peggio della malattia», dice il presidente americano riferendosi all’economia contagiata dal coronavirus. Trump illustra la sua posizione dal palco della Briefing Room della Casa Bianca, dal quale spicca l’assenza di Anthony Fauci, la massima autorità negli Usa in fatto di malattie infettive. Sui social in molti si chiedono dove sia finito il ‘virologo in chief’ e molti collegano l’assenza alla sua intervista critica, quella durante la quale ha ammesso che in alcune occasioni avrebbe strappato il microfono a Trump per non sentirlo parlare del coronavirus.

«FAUCI NON C’È PERCHÉ NON È ESPERTO DI ECONOMIA»

Il presidente Usa minimizza: «Non è presente perché non parliamo delle cose di cui è esperto». Poi chi lo incalza su cosa Fauci pensasse della riapertura dell’America, Trump dice: «Capisce il costo enorme per il nostro Paese». Invece di Fauci accanto al presidente Usa c’è invece il ministro della giustizia William Barr, per spiegare gli sforzi del suo Dipartimento contro il caro-prezzi sulle forniture mediche. Il Trump quindi prosegue nello spiegare come i costi economici della chiusura degli Stati Uniti sono enormi, da qui la sua fretta per riaprirli.

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Il rinvio dei Giochi olimpici sembra sempre più vicino

Tra le ipotesi sul tavolo lo spostamento dell'edizione al 2021 o il rinvio solo di pochi mesi. Anche Usa e Iran favorevoli allo slittamento. Colloquio tra Bach e Abe.

Il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo 2020 è un’ipotesi sempre più concreta. Malgrado le resistenze iniziali del Cio, sembra ormai che si debba soltanto decidere se provare a posticiparle al 2021 o tentare di mantenerle entro l’anno solare. Il premier giapponese Shinzo Abe ha in programma oggi un colloquio telefonico con il presidente del Cio Thomas Bach, dopo che il numero uno del Comitato olimpico si è concesso quattro settimane per decidere del eventuale rinvio dei Giochi. Alla telefonata parteciperanno anche il governatore di Tokyo, Yuriko Koike, il capo del Comitato organizzatore Yoshiro Mori e il ministro per le Olimpiadi Seiko Hashimo.

ANCHE USA E IRAN SI SCHIERANO PER IL RINVIO

Intanto, Il Comitato olimpico e paralimpico Usa (Usopc) si è detto favorevole a uno slittamento dopo che due terzi degli atleti americani, interpellati tramite un sondaggio, si sono espressi in questo senso. «Incoraggiamo il Comitato olimpico internazionale a prendere tutte le misure necessarie per garantire che i Giochi possano svolgersi in sicurezza», ha detto il comitato americano. E anche l’Iran, attraverso il presidente del Comitato olimpico Reza Salehi Amiri, ha inviato una lettera scritta per domandare ufficialmente il rinvio dei Giochi.

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Perché in Spagna il coronavirus si diffonde più che in Italia

Da noi più dell'80% dei morti è concentrato in tre regioni. Non è così nel Paese iberico che ormai registra più di 35 mila casi e oltre duemila decessi. L'analisi del quotidiano El Pais.

«La Spagna ha iniziato la seconda settimana di isolamento nel peggiore dei modi: la morte di 462 persone in sole 24 ore. È il più grande aumento giornaliero registrato fino ad oggi e consolida una tendenza che nessun esperto si aspetta di cambiare in poco tempo». Si apre così un lungo articolo pubblicato dal quotidiano El Pais. Secondo quando riportato dalla testata, i casi confermati di coronavirus sul territorio spagnolo hanno superato quota 35 mila, mentre i decessi sono oltre 2.200. Le persone guarite sono invece 3.355. E, come ha detto il coordinatore di emergenza del ministero della Salute, Fernando Simón, l’apice dell’epidemia potrebbe non essere ancora stato raggiunto.

IL CONFRONTO CON L’ITALIA

Nell’articolo il giornalista Oriol Guell spiega come siano bastati solo tre giorni per raddoppiare i mille decessi registrati venerdì 20 marzo. «Un ritmo che né la Cina l’Italia hanno raggiunto», scrive. Effettivamente il nostro Paese ha impiegato un giorno in più per superare le duemila vittime. Inoltre, la Spagna sta vivendo un’espansione territoriale dell’epidemia molto più pronunciata rispetto a quella italiana. In entrambi i casi, circa il 90% dei primi 100 decessi si è verificato in tre regioni. Da noi erano la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto, da loro i primi focolai sono stati Madrid, il Paesi BaschiLa Rioja e l’Aragona. «Oltre l’80% dei seimila decessi che l’Italia ha già registrato continuano a verificarsi nelle stesse tre regioni, una percentuale che in Spagna è crollata al 65%», continua El Pais. Quindi se nel nostro Paese il numero dei casi rimane fondamentalmente circoscritto, in Spagna si sta assistendo a una diffusione della malattia in comunità come la Catalogna, la Castilla y León, la Castilla-La Mancha e, sebbene in misura minore, nella Comunidad Valenciana.

UN ERRORE PERMETTERE LA DISPERSIONE GEOGRAFICA DOPO I PRIMI CASI

Secondo Daniel López Acuña, professore associato della Escuela Andaluza de Salud Pública ed ex direttore Acción Sanitaria en Crisis dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) questa differenza potrebbe essere merito del fatto che in Italia la mobilità è stata ulteriormente ridotta attorno ai primi focolai rilevati, cosa che non è avvenuta nel Paese iberico. Inoltre, continua l’esperto, «il numero di casi importati dall’Italia in Spagna è stato sicuramente maggiore e più diffuso a livello territoriale rispetto a quanto successo tra Cina e Italia».

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Conte lavora a un nuovo decreto da 25 miliardi

Rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. Queste alcune delle misure previste. Ma il premier deve trovare i fondi in Ue.

Si fa ancora più salato il conto del coronavirus. Dopo aver esteso la serrata a tutti i servizi non essenziali, il decreto che il governo sta preparando per gli inizi di aprile dovrebbe avere un valore almeno pari al Cura Italia, varato a marzo: già in partenza ci si muove su una ventina di miliardi ma c’è chi ipotizza che servirà di più.

POTREBBERO ESSERCI LE PRIME MISURE PER LA RIPARTENZA

Il “decreto aprile” – che dovrebbe essere varato al massimo entro metà mese – ha l’obiettivo di sostenere imprese e famiglie come fatto a marzo e potrebbe già contenere le prime misure per la ripartenza come una spinta ai cantieri già finanziati e ristori per le aziende danneggiate. Sul quadro economico in cui ci si muoverà, dirà qualcosa di più il Def atteso entro il 10 aprile: il governo ha già chiesto al Parlamento di autorizzare 25 miliardi in deficit e presto potrebbe arrivare una nuova richiesta di sforamento, ma bisogna muoversi con cautela anche perché incidere ancora sul debito potrebbe innescare ripercussioni sui mercati.

LA GUERRA DI CONTE CONTRO LE RESISTENZE DEL NORD EUROPA

Ecco perché il premier Giuseppe Conte, con il ministro Roberto Gualtieri, ha intensificato in queste ore i contatti a livello europeo. Il patto di stabilità è sospeso, il deficit ora non è un problema. La presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha già messo sul tavolo 11 miliardi: sono fondi strutturali non utilizzati dall’Italia in passato che potranno essere usati senza vincoli. Ma è appena un inizio, di fronte a una frenata economica che si annuncia di entità mai vista dal dopoguerra. Perché il debito non diventi troppo pesante, poter usare la leva dei fondi Ue, a partire dalla richiesta di attivare i Coronabond o un fondo di garanzia “adeguato”, è la priorità. Nel giorno in cui la Germania ha stimato un calo del proprio Pil di almeno un 5% e Confindustria ha lanciato l’allarme per una perdita di 100 miliardi al mese, il premier italiano lavora per infrangere le resistenze dei leader del Nord Europa per ottenere almeno, se non i Coronabond, l’accesso all’utilizzo dei fondi del Mes senza condizionalità o un altro fondo di vasta portata per aiutare la sanità e i cittadini degli Stati membri. È cruciale per l’intervento che il governo sta immaginando.

RIFINANZIAMENTO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E INDENNIZZI PER GLI AUTONOMI

Un intervento che dovrebbe prevedere un rifinanziamento della cassa integrazione in deroga, per coprire le nuove aziende che hanno dovuto chiudere, un intervento per sostenere i Comuni, il possibile rinnovo dei congedi speciali, gli indennizzi per gli autonomi. L’entità delle misure dipenderà dalla durata dello stop di fabbriche e scuole. E si vedrà nei prossimi giorni anche quanti soldi ci sono in cassa, grazie a chi non ha approfittato dello stop delle tasse e a marzo ha pagato: non sono pochi, ha detto fiducioso il ministro Gualtieri. Il governo lavora anche a un ampliamento della Golden power: l’idea è proteggere da eventuali speculazioni tutte le aziende quotate in borsa, grandi e piccole. Ma si sta studiando l’intervento, atteso nei prossimi giorni, tenendo conto anche delle diverse sensibilità della maggioranza.

CONTE INCONTRA LE OPPOSIZIONI

Intanto il 23 marzo Conte ha parlato con le opposizioni convocate a Palazzo Chigi dopo l’escalation di polemiche dei giorni precedenti. Il 26 il premier è atteso in parlamento per riferire sulla gestione dell’emergenza coronavirus. Entro inizio maggio le Camere devono convertire in legge il decreto Cura Italia, che accorperà tutte le misure economiche finora adottate. Quel testo sarà aperto ad alcune modifiche, ad esempio sul tema degli autonomi.

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Quali sono i farmaci e i vaccini che si testano contro il coronavirus

Il caso dell'Avigan ha riaperto la questione dei medicinali anti Covid-19. Dai mix antivirali alla sperimentazione di trattamenti contro malaria e artrosi: a che punto è la ricerca.

La strada del vaccino contro il coronavirus è ancora tutta da percorrere. Negli ospedali di mezzo mondo si tentano vie alternative, si provano farmaci sperimentali, o si riadattano da altri scopi. Secondo il direttore esecutivo dell’Agenzia europea per i medicinali, Guido Rasi al momento ci sono almeno una ventina di farmaci e 35 vaccini proposti alla valutazione dell’istituto. In mezzo fioriscono bufale, polemiche e disinformazione. È il caso ad esempio del fantomatico giapponese Favipiravir, meglio noto come Avigan.

LE COSE DA SAPERE SUL FARMACO GIAPPONESE AVIGAN

La fiammata di interesse intorno al “miracoloso” medicinale nipponico è esplosa con un video condiviso su social e circolato anche su WhatsApp di un farmacista italiano che si riprendeva per le vie di Tokyo spiegando che in Giappone viene usato con esisti positivi per bloccare sul nascere la malattia nei pazienti. Visto il propagarsi della notizia, e il conseguente appello di Luca Zaia che ha chiesto di includere anche il Veneto nella sperimentazione, l’Agenzia italiana del farmaco ha spiegato che per il momento non ci sono prove di reale efficacia del Favipiravir, ma ha confermato che il 23 marzo la commissione tecnico-scentifica intera ha avviato l’analisi e la definizione del trial clinico per il Favipiravir.

Cittadini giapponesi in un parco di Tokyo durante la fioritura dei ciliegi

Il medicinale è un antivirale creato dalla giapponese Fujifilm Toyama Chemical e approvato dalle autorità nel 2014. L’Avigan è stato sviluppato per bloccare i meccanismi di diffusione del virus nei pazienti infetti e rendere il processo di guarigione più rapido e meno difficoltoso. Il 23 marzo Mario Lavizzari, Corporate Senior Director di Fujifilm Italia, ha spiegato in una nota che per il momento «Non esistono prove scientifiche cliniche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti». Come ha spiegato il giornalista Pio d’Emilia a ridosso della pubblicazione del video, nel corso del tempo il farmaco era stato ritirato dal commercio per i pesanti effetti collaterali, soprattutto per le donne in cinta e i rischi per i feti. Successivamente il brevetto era stato ceduto a Russia e Cina, con la repubblica popolare che in occasione dell’epidemia l’ha testato in massa. Alcuni risultati hanno convinto le autorità giapponesi a riprenderne l’uso ma solo in alcuni casi specifici e in alcuni ospedali. Per il resto il Favipiravir non è stato autorizzato né negli Stati Uniti, né in Europa. Ma l’Avigan è solo uno dei tanti farmaci antivirali che si stanno sperimentando.

GLI ALTRI ANTIVIRALI ALL’OPERA

Tra gli antivirali sotto la lente di ingrandimento per combattere il Covid-19 ce ne sono alcuni su cui vale la pena soffermarsi. Uno dei farmaci che sembrano dare risultati promettenti è il Remdesivir, come confermato anche da Massimo Galli, Past President SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) e Direttore Divisione Clinica di Malattie Infettive AO-Polo Univ: «Il Remdesivir è uno dei pochi farmaci per cui sussiste un’evidenza sperimentale di possibile efficacia, almeno in modelli di laboratorio». Il medicinale, prodotto dalla casa farmaceutica Gilead, fa parte della classe degli analoghi nucleotidici. Nato intorno al 2010 è stato impiegato per contrastare l’Ebola, durante le epidemie del 2013 e 2016 e le infezioni da virus Marburg. Aveva dato risultati incoraggianti in laboratorio, ma poi la prova su larga scala aveva convinto gli operatori sanitari a optare su altri farmaci. Nonstante questo già alla fine di febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità mostrava una certa fiducia nei confronti del medicinale. Secondo Bruce Aylward, vice direttore generale dell’Oms, «c’è un solo farmaco che pensiamo possa avere affetti reali, e questo farmaco è il remdesivir».

In Italia la sperimentazione è stata avviata in diverse aziende ospedaliere come Padova, il Sacco di Milano, l’ospedale San Matteo di Pavia, lo Spallanzani a Roma, Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale di Chieti e il Policlinico San Martino di Genova. Il 17 marzo il primario della struttura ligure ha fatto sapere che un paziente di 79 anni è stato curato col farmaco fino a una completa guarigione. Ma i dati disponibili al momento sono ancora pochi. Non ha invece dato i risultati sperati la sperimentazione di una coppia di farmaci, il mix Kaletra, cioè l’uso combinato di lopinavir e ritonavir usati per l’HIV. Inizialmente sembrava aver dato riscontri positivi, come nel caso della coppia italiana ricoverata in India, ma test più specifici hanno spento l’entusiasmo. Secondo uno studio realizzato nell’ospedale Jin Yin-Tan a Wuhan in Cina e pubblicato sul New England Journal of Medicine, il mix di farmaci non avrebbe fatto emergere risultati significativi sia in termini di riduzione dei giorni di malattia o di riduzione del rischio di morte. Gli studiosi hanno anche scritto, però, che è possibile che i due farmaci possano funzionare in combinazione con altre terapie.

LA SPERANZA IN UN MEDICINALE CONTRO L’ARTRITE

Nelle scorse settimane è emersa la possibilità che un farmaco contro l’artrite reumatoide, il tocilizumab, sia in grado di combattere la polmonite causata dal Covid-19. Già una decina di giorni fa all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli erano arrivati i primi segnali incoraggianti. Il farmaco è stato utilizzato anche nell’epidemia in Cina, come aveva spiegato il Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma della Fondazione Pascale. «I ricercatori cinesi hanno confermato l’efficacia con un miglioramento delle condizioni di 20 pazienti con coronavirus su 21 trattati in circa 24-48 ore». Nei giorni successivi la Roche, produttrice del tocilizumab, ha annunciato la cessione gratuita del farmaco a tutte le strutture. Il 17 marzo il direttore dell’Aifa, Nicola Magrini, ha annunciato l’espansione della sperimentazione in oltre 330 pazienti in Calabria, Puglia Marche, Toscana, Liguria, Veneto e Lombardia.

RISULTATI INCORAGGIANTI ANCHE CON UN FARMACO PER LA MALARIA

Nuove indicazioni positive sono arrivate da uno farmaco contro la malaria, l’idroclorochina. Ricercatori cinesi hanno visto che il farmaco può rallentare le infezioni da Sars-CoV-2 bloccando le modalità con cui accede alle cellule. Uno studio francese ha mostrato come ci siano dati incoraggianti dalla sperimentazione dell’idroclorochina combinata con l’azitromicina, un antibiotico. Stando alla ricerca condotta da Philippe Gautret e Didier Raoult, dell’Istituto Mediterraneo per le infezioni dell’Università di Marsiglia il lavoro si è basato sia sui risultati provenienti dalla Cina, che da quelli relativi all’antibiotico, che pur se calibrato per combattere i batteri, si è dimostrato efficace contro i virus responsabili della Zika e dell’Ebola. In tutti i pazienti, hanno scritto gli autori della ricerca, è stata osservata «una significativa riduzione della carica virale» e questo, hanno osservato, indica come l’idroclorochina associata all’azitromicina è «molto più efficiente ai fini dell’eliminazione del virus». Al momento i dati però sono pochi dato che la sperimentazione è stata condotta su 36 pazienti, e soprattutto che tutti erano consapevoli della somministrazione che quindi non è avvenuta in maniera random.

LE ALTRE CURE ALLO STUDIO

Questi appena elencati sono solo alcuni esempi delle sperimentazioni in corso. Ma in realtà molti altri farmaci sono in fase di sviluppo. Ad esempio nel Policlinico San Matteo di Pavia i medici si stanno preparando per avviare una nuova procedura grazie al contributo della delegazione cinese arrivata in Italia che si concentra sull’utilizzo del plasma dei pazienti guariti: «La plasmoterapia sta garantendo risultati positivi soprattutto nella cura dei malati più gravi», hanno spiegato i ricercatori cinesi. Al momento si attende il via libera dal ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità per utilizzare il plasma dei pazienti guariti e dimessi e iniziare le infusioni nei malati.

Controlli all’ospedale Maugeri di Pavia.

In uno studio pubblicato su Science, invece, i ricercatori dell’Università di Lubecca, in Germania, hanno mostrato di aver individuato una molecola, la “13b”, capace di intaccare l’enzima utilizzato dal virus per replicarsi nelle cellule infette. In particolare i test hanno mostrato che la molecola non è tossica e si somministrerebbe per inalazione così da depositarsi nei polmoni. Ma è presto per cantar vittoria, dato che servono ancora mesi di sperimentazione e l’aiuto di almeno una casa farmaceutica che finanzi il progetto di ricerca.

Il centro deserto di Francoforte, Germania.

Notizie incoraggianti anche da un altro studio realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università olandese di Utrecht. La ricerca, pubblicata sul sito BioRxiv, ha spiegato come sia stato sintetizzato un anticporto monoclonale, specializzato nel riconoscere la proteina che il virus utilizza per aggredire le cellule respiratorie umane e definita “spike” (tradotta come artiglio, o punta). In particolare questo anticorpo si legherebbe alla proteina, che si trova nella parte esterna del coronavirus, impedendogli di agganciarsi alle cellule e di conseguenza di penetrarle e infettare le persone. Come per lo studio tedesco, anche quello dei ricercatori di Utrecht necessita di fondi e supporto. Ma, hanno spiegato, la sperimentazione sull’uomo potrebbe avvenire prima di un ipotetico vaccino.

LE SPERIMENTAZIONI NEGLI STATI UNITI

Tutta da giocare anche la partita dei vaccini. Le grandi case farmaceutiche hanno iniziato le ricerche, ma ci vorranno parecchi mesi per arrivare a un prodotto definitivo. La più vicina in questo senso sembra essere l’americana Moderna Therapeutics. La scorsa settimana, stando a quanto ha scritto Associated Press, è iniziata la prima fase di test sugli esseri umani, saltando quasi a piè pari quella sugli animali. In particolare quattro pazienti hanno ricevuto la prima dose nella struttura di Kaiser Permanente, a Seattle, uno dei focolai più grossi negli Stati Uniti. Il vaccino non può causare la malattia, ma contiene un codice genetico ricavato dal virus. Ufficialmente questo vaccino si chiama mRNA-1273 ed è diverso da quelli che vengono normalmente sintetizzati, prodotti a partire da un virus indebolito o ucciso. Nel caso della sperimentazione americana invece la sequenza è stata solo riprodotta. La speranza, dicono gli autori della sperimentazione, è quella che il sistema immunitario del paziente si attivi per combattere la vera infezione.

LA VIA ITALIANA: SÌ AI TEST SUGLI ANIMALI

Per quanto riguarda l’Italia alcuni segnali incoraggianti sono arrivati dalla Takis. In questi giorni è previsto l’avvio dei primi test sugli animali dopo il via libera del ministero della Salute. Si tratta della prima azienda europea a entrare in questa fase di sviluppo. Rispetto a quello in fase di test negli Usa, questo vaccino è stato ottenuto a partire da un frammento del materiale genetico del Sars-CoV-2 e si basa sulla tecnologia chiamata elettroporazione, che prevede nell’iniezione nel muscolo seguita un brevissimo impulso elettrico che facilita l’ingresso del vaccino nelle cellule e attiva il sistema immunitario. I primi risultati dei test dovrebbero arrivare già ad aprile e forse i primi test sull’uomo potrebbero partire per l’autunno. Anche se per studi approfonditi serviranno ingenti fondi.

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Boris Johnson ordina il lockdown del Regno Unito

Il premier britannico abbandona definitivamente l'idea dell'immunità di gregge e impone misure restrittive "all'italiana": «È molto semplice, dovete stare a casa».

Negozi chiusi e tutti in casa: Boris Johnson ordina misure restrittive all’italiana per il Regno Unito contro la diffusione del coronavirus. Da stasera – ha annunciato il premier in un discorso alla nazione – stop a tutti gli esercizi commerciali non essenziali, mentre sono vietate riunioni in pubblico di più di due persone, con multe da 30 sterline ai trasgressori.

Parchi aperti in parte, luoghi di preghiera chiusi, si potrà uscire soltanto per lavoro, la spesa, portare a spasso il cane, far esercizio o per assistenza. La stretta, attesa da alcuni giorni, è stata annunciata da Johnson per ora per tre settimane e prevede che rimangano aperte le farmacie, i minimarket, i supermercati e gli alimentari in genere, le stazioni di servizi, i negozi di ferramenta e affini, quelli per i prodotti per gli animali domestici, i sanitari, gli uffici postali, le banche e le edicole. Chiuse invece, fra l’altro, le biblioteche. Quanto ai parchi, rimarranno aperti per fare esercizio, ma non sarà possibile andarci in gruppo e bisognerà osservare la distanza minima di due metri da qualunque altra persona. Le aree gioco e altri settori di ritrovo collettivo al loro interno verranno peraltro chiusi. Sospesi inoltre tutti gli eventi sociali, inclusi battesimi e matrimoni, ma esclusi funerali Il tono di Johnson è stato serio e ultimativo. Il premier ha spiegato che la minaccia “silenziosa” del coronavirus sta crescendo nel Regno come altrove nel mondo e che “nessun servizio sanitario” potrebbe far fronte a un picco di contagi concentrato. Ha ringraziato “i molti” che si sono adeguati alle raccomandazioni restrittive dei giorni scorsi, ma ha aggiunto che ora “occorre fare di più” per permettere ai medici di “salvare migliaia di vite umane”. L’indicazione è categorica: “Dovete stare a casa”, le uniche eccezioni sono previste per fare la spesa “il meno possibile”, fare esercizio “non più di una volta al giorno” e da soli o con gli animali domestici, uscire per comprare farmaci o assistere persone anziane o malate, e spostarsi per andare al lavoro “solo se strettamente necessario” e non sia possibile lavorare da casa. Tutto qui, ha insistito il primo ministro, prima di concludere che il coronavirus “può essere e sarà sconfitto”, ma a patto di agire “insieme” dando prova uno “sforzo nazionale” eroico e compatto.

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L’Ue chiede corsie preferenziali per il trasporto di merci

Bruxelles ha fatto appello agli Stati membri affinché creino degli accessi privilegiati per i camion alle dogane. L'obiettivo è tenere i tempi di attraversamento sotto ai 15 minuti.

Di fronte alle immagini apocalittiche di quaranta chilometri di camion in coda ai posti di controllo ai confini europei, l’Ue ora chiede agli Stati membri la creazione di corsie verdi per il trasporto di tutte le merci sulle principali arterie stradali, con tempi di attraversamento non superiori ai 15 minuti, contro le 18 ore che si sono registrate negli ultimi giorni. Tir con animali bloccati per ore tra Germania e Polonia, alimenti che marciscono in un serpentone di 15 chilometri tra Slovenia e Croazia, o mezzi che per entrare in Ungheria devono cambiare autista. Bruxelles cerca di correre ai ripari di fronte al caro prezzo che sconta il mercato unico, vittima delle misure adottate dalle cancellerie di fronte al dilagare del coronavirus.

CONTROLLI ALLE FRONTIERE IN 14 PAESI MEMBRI

Ben 14 capitali sulle 26, che fanno parte dell’area di libera circolazione Schengen, hanno introdotto i controlli alle frontiere interne, e per gli autotrasportatori di mezza Europa mettersi in viaggio è diventato un incubo. A rischio è il funzionamento della catena di approvvigionamento di tutti i prodotti, dai medicinali a quelli agroalimentari. E con l’incancrenirsi della situazione molte merci potrebbero sparire dagli scaffali dei supermercati. Per questo la Commissione europea, che da giorni richiama all’imperativo di proteggere il mercato unico, ha pubblicato alcune linee guida, con l’istituzione di corsie preferenziali sulle principali arterie Ten-T. Indicazioni che tuttavia ora starà ai governi attuare.

VON DER LEYEN: «PROTEGGIAMO IL MERCATO UNICO»

Bruxelles propone di garantire il passaggio dei camion alla frontiera in 15 minuti massimo; di mantenere le corsie aperte al trasporto di tutte le merci; la sospensione delle restrizioni dei governi nazionali ai trasporti (come il divieto di guida di notte o nei giorni festivi); e la riduzione delle formalità amministrative per gli autotrasportatori di tutte le nazionalità. «È importante che in questo momento di crisi l’accesso a tutte le merci sia assicurato, e che le medicine e l’equipaggiamento medico raggiungano gli ospedali», ha avvertito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. «La lotta al coronavirus sarà lunga», ha messo in guardia von der Leyen, «la forza ed i mezzi per vincere verranno dal nostro grande mercato unico. Per questo lo dobbiamo proteggere».

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La strategia di Merkel nella gestione dell’emergenza coronavirus

I rivali nella successione la assediano nell'emergenza. Angela sceglie una strada a metà tra il lockdown di Italia e Francia e gli inviti Oltremanica. Finché il servizio sanitario regge, si tutelano anche le aziende.

Divieto di contatto, su tutto il territorio tedesco, ma non di restare a casa. Almeno non come in Italia, in Francia e in diversi altri Paesi d’Europa, primo fra tutti la Spagna dove l’emergenza sanitaria si fa sempre più drammatica. La cancelliera Angela Merkel non è al punto degli omologhi di Roma e di Madrid, Giuseppe Conte e Pedro Sanchez, arrivati a restringere le libertà democratiche dei cittadini quando la situazione si stava facenddo disperata. Né forse lo sarà mai: la Germania, anche in Land di focolai di Covid 19 come il Nord Reno-Vestfalia, il Baden Württemberg e la Baviera, finora tiene. Al confronto dell’Italia e della Francia, negli ultimi giorni costrette a trasportare dei pazienti intubati anche negli ospedali tedeschi.

25 MILA POSTI IN TERAPIA INTENSIVA

A disposizione dei malati più gravi di Covid 19 c’è in Germania una buona parte del totale di 25 mila posti di terapia intensiva – a fronte dei 5 mila italiani –, lo Stato dispone o può produrre in casa apparecchiature sanitarie sufficienti a potenziare le rianimazioni di altre migliaia di posti: il problema della sanità tedesca, superabile, è la penuria di medici e infermieri per le emergenze. Inoltre, la percentuale di pazienti Covid 19 da ricoverare resta molto più bassa rispetto a quella dell’Italia, della Francia e anche della Spagna: in alcuni Land sono stati fatti migliaia di tamponi anche ai sospetti che presentavano sintomi molto lievi. Con il risultato che, come in Corea del Sud, il totale dei contagiati in Germania è alto. Ma in realtà la fetta impegnativa per le cure è inferiore al 10%.

germania coronavirus Covid Merkel
La serrata dei locali di Berlino, per l’emergenza coronavirus. GETTY.

Nel weekend l‘impennata nel Paese di migliaia di casi di Covid-19 (fino a 4.500 in un giorno) si è poi sensibilmente ridotta (circa 2.500). Lo strano calo repentino, considerato che in diversi Land si è lontani dal coprifuoco scattato in diverse altre aree occidentali, come il rallentamento in Austria fa ben sperare ai tedeschi di riuscire, al contrario dell’Italia, a gestire nel tempo l’epidemia. Anche le morti da Covid-19 restano limitate in Germania: tra i 40 e i 20 confermati nei Land più critici, per la quasi totalità di pazienti in età molto avanzata, in altri Land poche unità. Sebbene come in Francia pesi il sospetto che alcuni decessi di Covid-19 indicati dalle singole regioni e poi scorporati dal totale nazionale, vengano scremati come causati da altre patologie concomitanti.

La situazione è seria, prendetela sul serio

Angela Merkel

La parentesi per spiegare cosa può aver spinto alla frenata Merkel, dopo il vitreo discorso alla nazione del 18 marzo 2020: il primo dell’incarico a cancelliera dal 2005 che non fosse per Capodanno, mentre i contagi si moltiplicavano («la situazione è seria, prendetela sul serio»). L’ex ragazza dell’Est è di per sé refrattaria a misure da dittatura, pur nell’emergenza, («è la sfida collettiva più grande dal 1945, tempi straordinari che richiedono misure estreme: se dovremo restringere ancora di più le libertà personali, ciò, in una democrazia, potrà avvenire solo temporaneamente»). Ma se sul territorio nazionale non si è ancora arrivati all’obbligo di autocertificazione per uscire, come in Italia e in Francia, la questione è anche politica ed economica.

I RIVALI NELLA SUCCESSIONE

L’ultima riunione tra governo e Land, per concordare una nuova stretta, è stata disputata al calor bianco tra i governatori schierati per il coprifuoco su tutta la Germania, con capofila il presidente della Baviera Markus Söder (Csu) che lo imposto nel suo Land («il virus si propaga troppo velocemente»), e quelli viceversa con il presidente del Nord-Reno Vestfalia (Cdu), Armin Laschet, nonostante il suo Land sia l’epicentro dell’epidemia in Germania, con oltre 8 mila casi, in linea per ridurre i contatti e mantenere una circolazione limitata. Söder, leader del ramo bavarese dell’Unione dei cristiano-democratici (Cdu) e sociali (Csu) di Merkel, è con Laschet tra gli sfidanti di punta alla successione imminente della cancelliera. Intenzionata a non ripresentarsi alle Legislative del 2021.

LA TERZA VIA DI MERKEL

Söder e Laschet, rivali, scaldano i motori. E se la piccola Saarland ha seguito il modello bavarese, serrando il più possibile, Merkel insidiata ha ripiegato sulla terza via, quella mediana tra l’azzardato lasseiz faire, lasseiz passer britannico di Boris Johnson e la gendarmerie mandata da Emmanuel Macron a pattugliare i viali parigini: l‘invito di Merkel è a rimanere a casa, fatto salve urgenze o altri gravi motivi o ragioni lavorative. Chi vuol passeggiare e fare sport può farlo anche in coppia, mantenendo una surreale distanza di almeno un metro e mezzo/due metri, anche tra partner. I ristoranti sono stati chiusi, come tutto ciò non indispensabile che era aperto al pubblico. Come da giorni pub e discoteche di Berlino, una volta capito che la metà dei contagi di Covid-19 avveniva nei locali dell’intensa movida della capitale.

ANCHE LA SALUTE DELLE IMPRESE

Volkswagen ha fermato quasi tutta la produzione. Ma anche nel Land industriale del Nord-Reno Vestfalia molte aziende restano operative, come molti uffici di Francoforte. Scongiurare il panico, non tirare il freno a mano – se non ci sono gli estremi – della locomotiva tedesca è un’altra delle ragioni che hanno rimandato un lockdown vero come a New York: la Germania non si è ancora blindata. perché può permettersi di guardare ancora anche ai risparmi dei contribuenti. Niente panico, finché l’argine regge: i tonfi della Borsa di Francoforte (-5% l’ultima apertura) sono da attutire. Idem per la salute delle imprese: sul piatto, una maxi iniezione di 350 miliardi di euro di stanziamenti. Intanto la cancelliera, in quarantena dopo la visita a un suo medico positivo, si fa i tamponi.

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