Riparte anche la toelettatura e l’addestramento cinofilo

Nessun limite di orario è stato, invece, imposto alle attività di addestramento cinofilo e di toelettatura degli animali domestici, previa, chiaramente, la necessaria adozione di misure di sicurezza atte a proteggere gli esseri umani coinvolti in queste attività dal contagio da Covid-19

La Regione Campania apre le porte alle attività cinologiche su tutto il territorio regionale: dal 4 maggio, toelettatura su prenotazione e sessioni di addestramento cinofilo individuali e all’aria aperta. Diversi i mesi di buio che l’attività cinologica campana è stata costretta ad attraversare a causa dello scoppio della pandemia da Covid-19 e finalmente, a seguito delle più recenti misure introdotte dal DPCM del 4 Maggio 2020, con riferimento al chiarimento n°25 del 4 Maggio 2020 – quello relativo allo svolgimento di attività quali la pesca sportiva o amatoriale, la toelettatura degli animali domestici e l’addestramento dei cani – sembra che la fine del tunnel stia repentinamente avvicinandosi anche per tutti i coloro i quali operano all’interno dei settori del Pet Caring e dell’addestramento cinofilo. Se ancora le attività di pesca possono essere praticate soltanto all’interno di fasce orarie ben specifiche – dalle 06:00 alle 08:30 del mattino – nessun limite di orario è stato, invece, imposto alle attività di addestramento cinofilo e di toelettatura degli animali domestici, previa, chiaramente, la necessaria adozione di misure di sicurezza atte a proteggere gli esseri umani coinvolti in queste attività dal contagio da Covid-19. Secondo il chiarimento n°25 del 4 Maggio 2020, la Regione Campania si pronuncia solerte sull’impossibilità di una riapertura generalizzata dei saloni di toelettatura degli animali domestici, eccezion fatta per quegli istituti che si occupano della salute (cliniche veterinarie) e dell’igiene dell’animale domestico per il bene suo e di chi vive intorno ad esso. Pertanto: le operazioni di toelettatura degli animali domestici potranno essere svolte soltanto su prenotazione e prediligendo la formula “consegna animale – toelettatura – ritiro animale” in modo da evitare la permanenza di persone nei locali preposti all’esercizio di suddette attività. Per ciò che riguarda, invece, le attività cinofile riconosciute dal CONI o dal CIP, queste potranno essere svolte solo ed esclusivamente individualmente, all’aria aperta e senza alcun limite di orario, con l’adozione delle misure precauzionali contemplate dalla competente Federazione all’Unità di crisi regionale. Per ciò che concerne, infine, le attività di addestramento cinofilo amatoriali (ossia quelle svolte senza alcuna intenzionalità agonistica), queste potranno essere svolte soltanto nella fascia oraria dedicata alle attività sportive amatoriali (jogging, corsa, nuoto in mare, pesca amatoriale, ciclismo), e cioè dalle 06:00 alle 08:30 del mattino sino al rientro di suddette limitazioni. Ancora un piccolo sforzo, dunque, carissimi amici amatori, educatori, istruttori e possessori di animali domestici, poiché sebbene la strada per uscire fuori da questa situazione sia ancora lunga, questa sarà resa tanto più dolce dalla compagnia dei nostri piccoli amici. E se a questi è concesso di stare bene, chi siamo noi per negare loro questo diritto?

Gaetano Del Gaiso (addestratore cinofilo)

Consiglia

Con l’accordo sui migranti via libera al decreto Rilancio

Intesa sulle regolarizzazioni di colf e braccianti per sei mesi. Alle 14 il consiglio dei ministri che deve dare il via libera a 10 miliardi per la cig, sei alle pmi, quattro per il taglio Irap. Tutte le novità.

Con l’accordo sulle regolarizzazioni, arriva il decreto Rilancio da 55 miliardi, per il quale è previsto in consiglio dei ministri alle 14. Dieci miliardi per la cig, 6 alle pmi, 4 per il taglio dell’irap, 6 per le pmi, 5 a sanità e sicurezza, 2,5 per turismo e cultura, 2 alla messa a norma delle attività. La ministra dell’Agricoltura Bellanova: un permesso di lavoro di 6 mesi per milioni di persone, ha vinto la dignità, ora tutele. La ministra dell’Interno Lamorgese: dignità a colf e braccianti, garantire legalità ed esigenze del mercato del lavoro.

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Coronavirus, il Regno Unito supera i 40 mila decessi

Sono le stime diffuse dall'Office for national statistics. In numeri assoluti il Paese è secondo solo agli Usa.

Supera la quota choc di 40 mila la stima dei morti per coronavirus nel Regno Unito.

Stando alle elaborazioni settimanali dell’Ons, l’Office for national statistics, (l’Istat britannico), i decessi legati almeno come concausa al Covid-19 censiti in Inghilterra e Galles al 9 maggio sono saliti a 35.044 e quelli rilevati fino al 3 in Scozia e Irlanda del Nord a 3300.

Il governo britannico di Boris Johnson e i suoi consiglieri medico-scientifici hanno però più volte insistito nelle ultime settimane sulla dubbia attendibilità – almeno fino a quando non vi saranno bilanci completi e omogenei – di un paragone fra i dati ufficiali o le stime del Regno e quelli di altri Paesi. I dati dell’Ons, si nota a Londra, sono in particolare molto più ampi di quelli diffusi da altri enti: comprendono infatti tutti i decessi, anche probabili, legati al Covid-19 raccolti negli ospedali, in qualunque altro ricovero, in case private e ovunque. Cosa che altri governi non fanno, o includono solo parzialmente, nei loro aggiornamenti.

In rapporto alla popolazione il Regno Unito resta in effetti dietro a Belgio o Spagna e testa a testa con l’Italia (avendo 67 milioni di abitanti contro i circa 60 dell nostro Paese). Sullo sfondo della situazione attuale, con il lockdown solo marginalmente alleggerito malgrado la flessione della curva dei contagi di queste settimane, il governo Johnson si appresta intanto a estendere oltre giugno lo schema di sussidi pubblici concesso fino all’80% dello stipendio a milioni di lavoratori in congedo a causa delle restrizioni della pandemia.

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Riapertura a macchia di leopardo: il fronte delle Regioni

Il ministro Boccia propone a partire dal 18 maggio una differenziazione a seconda dell'andamento dei contagi. La formula piace al toscano Enrico Rossi. Mentre Toti, presidente della Liguria, annuncia l'avvio anche della stagione balneare. Oggi videoconferenza con il governo.

Si avvicina la data del 18 maggio quando potrebbero riaprire bar, ristoranti e parrucchieri, ma con «le necessarie differenze tra regioni», ha spiegato il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia ad Agorà, a seconda dell’andamento dei contagi. Occhio dunque ai dati che saranno diffusi giovedì prossimo.

FONDAMENTALE L’ANDAMENTO DEI CONTAGI

La differenziazione permetterebbe almeno ad alcune aree del Paese di riacquistare una maggiore libertà. «Poi sarà responsabilità delle singole Regioni avere il quadro dei dati: se i contagi andranno giù potranno riaprire anche altre attività, se i contagi saliranno dovranno restringere», ha precisato Boccia.

SALVINI: «GIUSTO CHIEDERE REGOLE CHIARE»

La formula a macchia di leopardo piace a Matteo Salvini. «Mi sembra giusto, ci sono interi pezzi di Italia dove non ci sono morti e contagiati da giorni e giorni, ci sono altre zone, come la mia Milano, dove bisogna avere più attenzione», ha detto il segretario della Lega a Rtl 102.5 «Penso che sia giusto da parte degli italiani chiedere allo Stato e al governo regole chiare».

ROSSI: «IN TOSCANA SIA RIAPERTO IL PIÙ ALTO NUMERO DI ATTIVITÀ»

Anche Enrico Rossi, presidente della Toscana, ha apprezzato la proposta. «Oggi pomeriggio, nel confronto con il governo», ha scritto Rossi in una nota, «mi batterò perché la Toscana sia trattata come merita e sia riaperto in sicurezza il più largo numero possibile di attività». La Regione Toscana «rispettando sostanzialmente gli indirizzi del governo, ha in molti casi adottato misure anche più prudenziali, pur avendo un quadro epidemiologico nettamente migliore rispetto ad altre Regioni e alle medie nazionali», ha continuato il governatore. «Sono convinto che le riaperture dovranno essere graduali e organizzate al fine di impedire concentrazioni di persone e assembramenti e per consentire ai cittadini e agli operatori economici di abituarsi con gradualità, come già sta avvenendo, a misure appropriate nei comportamenti, nel distanziamento e nella protezione individuale».

TOTI: «DAL 18 APRIAMO TUTTO, SPIAGGE COMPRESE»

Sulla riapertura non ha dubbi il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. «Dal 18 maggio riapriamo tutto, spiagge comprese», ha annunciato in un’intervista al Corriere della sera dando il via di fatto alla stagione balneare. «Ho sentito il ministro Francesco Boccia e credo che alla fine ci sarà il via libera. Noi chiediamo due cose: che ci conceda di riaprire le attività dal 18 e che torni alle Regioni l’autonomia concessa dal Titolo V e che ci è stata sottratta dal dpcm. Arrivati alla fase 2, il governo ha tolto il piede dal freno un attimo in ritardo».

LEGGI ANCHE: Braccio di ferro tra Stato e Regioni: cosa dice la Costituzione

I ristoranti apriranno dal 18, spiega ancora Toti, «con i protocolli nazionali dell’Inail, che sono in ritardo. Altrimenti con le nostre regole. Daremo la concessione di suolo pubblico gratuito e più tavoli all’aperto». La preoccupazione maggiore riguarda il comparto turistico che «dà lavoro a 100 mila persone e se si viaggerà tra le Regioni potremmo salvare il 70% della stagione. Basterà la distanza sociale». La Regione Liguria, ha ribadito Toti, sta «sperimentando un braccialetto volontario da mare: se ti avvicini a meno di un metro vibra. Una cosa giocosa. Chissà, magari diventa una moda. Per le spiagge libere decideremo con i Comuni: potrebbero esserci steward per la moral suasion. Sotto lo stesso ombrellone chi vive insieme».

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Febbre, pannelli, turni e stop ai buffet Ecco le proposte dello chef Esposito

di Andrea Pellegrino

Misurazione della temperatura, turni, prenotazioni, pagamenti elettronici. Lo chef Gennaro Esposito ha elaborato il suo protocollo sanitario per la ristorazione da sottoporre al governatore della Campania Vincenzo De Luca. Lo chef era stato incaricato da un gruppo di ristoratori della Campania per elaborare delle proposte e delle linee guida da sottoporre a De Luca in vista della riapertura delle attività della ristorazione. «I clienti, prima dell’accesso al locale – si legge – dovranno essere sottoposti al controllo della temperatura corporea, nel rispetto della normativa sulla privacy. Se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5 gradi, non sarà consentito l’accesso». Inoltre mascherine e dispositivi di sicurezza, sanificazione e postazioni con gel per la pulizia delle mani. «I clienti – si legge ancora – al momento della prenotazione saranno informati dell’obbligo di utlizzo della mascherina, che potrà essere tolta una volta seduti al tavolo. Ogni qualvolta il cliente si allontanerà dal proprio tavolo sarà obbligato ad indossare la mascherina». Ancora: «Si devono favorire orari di ingresso/uscita scaglionati, del personale di sala e cucina, in modo da evitare il più possibile contatti nelle zone comuni (ingressi, spogliatoi, servizi igienici). Dove è possibile, inoltre, occorre dedicare una porta di entrata e una porta di uscita da questi locali e garantire la presenza di detergenti segnalati da apposite indicazioni». In cucina, oltre al naturale utilizzo delle mascherine, si propone: «Una sanificazione giornaliera, almeno due volte, e disinfezione delle superfici, delle attrezzature e degli ambienti, con disinfettanti a base di cloro ed alcool». Tavoli distanziati e utilizzo di stoviglierie monouso: «Disporre i tavoli in modo da garantire la distanza pari o superiore a 2 m tra i bordi dei tavoli, in modo e che gli ospiti che sono rivolti l’uno verso l’altro o seduti a fianco siano separati da una distanza di almeno 1 metro, se non appartenenti allo stesso nucleo familiare o congiunti. Tutti gli ospiti devono utilizzare i posti a sedere. Non è consentita la consumazione in piedi».

I PANNELLI Utilizzo anche di pannelli: «Le distanze di sicurezza vengono meno qualora i gruppi di ospiti siano appartenenti allo stesso nucleo familiare, congiunti o separati da pannelli». In particolare, si legge ancora: «I pannelli divisori utilizzati per separare i tavoli devono rispondere a specifici requisiti quando la distanza tra i tavoli sia inferiore a 2 metri». Tecnicamente: «Il lato superiore dei pannelli divisori deve trovarsi a un’altezza di almeno 1,5 metri (misurati dal pavimento) e di 70 centimetri al di sopra del piano del tavolo. In linea di massima è consentito l’uso di pannelli di qualsiasi materiale a condizione che non pregiudichi sostanzialmente la protezione dalle infezioni trasmissibili attraverso goccioline (ad esempio metallo, plastica, vetro acrilico, vetro, legno, cartone, tendine, tende in stoffa)».

NIENTE BUFFET «Evitare – si legge ancora nel documento – il buffet o self service di alimenti e bevande (patatine, tramezzini, pizzette, dovranno essere serviti esclusivamente dal personale); Evitare la somministrazione di aperitivi con piatti condivisi e prediligere le monoporzioni; Evitare la somministrazione con vassoio unico; Incentivare, infine, l’uso del take away e delivery».

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“Modificato l’approccio alla cura ma non il principio che la guida. Noi parte attiva di un cambiamento”

Davide Maddaluno

 

Lontani da casa, dagli affetti familiari ma vicini ai pazienti, vicini alla partita più importante che l’Italia (ed il Mondo) stanno vivendo. I giovani medici stanno affrontando sin dalle prime battute gli impegni più delicati della loro carriera con professionalità, voglia di crescere ed imparare ma soprattutto di aiutare i loro colleghi più esperti. E’ il caso, ad esempio, della giovane salernitana Michela Di Matteo, impegnata attualmente in Umbria e specializzanda in Cardiologia: “Già dai primi anni universitari mi aveva affascinato lo studio del cuore e i sottili meccanismi con cui regola il ritmo di tutto il nostro corpo – spiega ai nostri microfoni – L’incontro con il prof. Federico Piscione, all’epoca Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia, è stato fondamentale al fine di accrescere giorno dopo giorno l’interesse per la materia. Così dopo il superamento dell’esame di cardiologia, iniziai l’internato nel suo dipartimento anche da studentessa. Dopo la laurea, ho superato il concorso nazionale per la specializzazione, continuando il mio percorso formativo a Perugia“.

Ma come è cambiato all’approccio alla disciplina per una giovane ai tempi del Coronavirus?: “La pandemia sta cambiando ed in parte ha già cambiato il nostro modo di vivere e lavorare. Per noi medici l’unico obiettivo è sempre stato quello di agire secondo scienza e coscienza al fine di assicurare le migliori cure possibili ai nostri pazienti. Al tempo del Coronavirus abbiamo modificato l’approccio alla cura ma non il principio che la guida. Le difficoltà principali sono nate dalla necessità di reinventare un sistema in grado di assicurare dei percorsi specializzati per ogni tipologia di paziente in cui, a tutti (sia operatori sanitari che pazienti) possa essere garantita la massima sicurezza. Noi giovani medici abbiamo assistito e siamo parte attiva di questo cambiamento“.

Dopo la maturità classica al “Tasso”, Michela ha sempre denotato grande passione ed abnegazione nei confronti della materia in tutte le sue sfaccettature: “L’organizzazione del lavoro è un punto fondamentale soprattutto in ambito sanitario – continua – Ogni realtà è diversa da un’altra, per cui il giudizio deve essere il risultato di molteplici fattori. Quello che ho imparato lavorando è che le risorse rappresentano uno snodo fondamentale, ma senza gli strumenti idonei e la corretta gestione, non sono sufficienti. Attualmente, da specializzanda, sto lavorando nell’Ospedale di riferimento regionale umbro ed ho avuto l’opportunità di confrontarmi con una modalità lavorativa sistemizzata e ben strutturata in cui, nonostante le non poche difficoltà gestionali, l’obiettivo principale è quello di creare dei percorsi specifici per ogni tipologia di paziente e far si che vengano messi in pratica. Ogni operatore del settore sanitario, in quest’ottica, svolge un ruolo chiave. Siamo stati pronti ad adattarci alle nuove modalità professionali imposte dal sistema“.

In Umbria si lavora bene ma la Campania non è da meno: “La mia Regione è sempre stata ricca di eccellenze in campo medico e di questo sono molto orgogliosa, le misure messe in atto prontamente dalla Campania hanno permesso un contenimento netto del fenomeno epidemico, alcuni dei nostri Ospedali come il “Cotugno” sono diventati esempio a livello internazionale. La sanità italiana sta affrontando una durissima prova che, al contempo, sta portando alla luce molteplici lacune note da anni come la carenza di personale sanitario e l’importanza di una Salute pubblica e non privatizzata. In questo periodo è risultato evidente come la prevenzione rappresenti il cardine di una buona medicina. Così come l’organizzazione della medicina territoriale acquisti un significato cruciale per evitare sovraccarico delle strutture ospedaliere e svolgere un attento monitoraggio dei microfocolai“.

In conclusione: “L’obiettivo dovrebbe essere, dunque, quello di innovazione di modelli sanitari pubblici, con la creazione di nuovi ambienti lavorativi in cui venga implementato il ruolo della medicina del territorio“.

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Virtual Tour e firma digitale per sconfiggere la crisi del mercato immobiliare: la proposta di Andrea Ruocco

di Giuseppe Vitolo

La crisi immobiliare ai tempi del Covid-19. Titoli da strilloni si susseguono all’emancipazione di un mercato usurato dalla crisi pandemica e che sta risentendo di un preoccupante isolamento. In barba alla filiera delle attività produttive che stanno lentamente tentando un approccio al ritorno alla normalità, c’è chi deve studiare ed ingegnare soluzioni efficacemente alternative. È il caso di Andrea Ruocco, agente immobiliare insignito – nel 2016 – della qualifica rilasciata dal CRS (Certified Residential Specialist Designation), la più alta qualifica professionale conferita da Realtors nel campo dell’immobiliare residenziale in ambito internazionale. Vent’anni di esperienza nel settore e l’evoluzione del “contatto” con il cliente divenuta man mano digitale nel corso degli anni. È chiaro: quando si tratta di compravendite consistenti come quelle di case ed appartamenti, talvolta è più necessaria una stretta di mano, una pacca sulle spalle o un sorriso rassicurante che non debba risentire di alcun limite di distanza.

Sempre all’avanguardia, con lo sguardo rivolto all’innovazione e alle possibilità offerte da una vision improntata sul futuro. Nell’ottica di stallo generale per il mercato di riferimento, il titolare dell’omonima agenzia Andrea Ruocco Immobiliare propone un’alternativa in merito alla nota dolente “Case Vacanze”. Dati allarmanti, quelli snocciolati nel campo dell’affitto degli alloggi dediti al relax: da Nord a Sud, si calcola che in media oltre il 60% delle strutture prenotate siano state disdette. Come arginare una crisi che non ha risparmiato il territorio salernitano in ogni latitudine? Pronta la proposta di Andrea, che si basa sull’affitto per uso transitorio delle Case Vacanze. Il tutto verte su tre fasi distinte e scandite, che agevolano il lavoro dell’agente immobiliare moderno, costretto a fare i conti con lo smart working e con le restrizioni di ogni genere: «Si parte con un Virtual Tour – afferma Ruocco – in cui predispongo un incontro “digitale” con i diretti interessati all’affitto dell’immobile. Attraverso una piattaforma telematica, si avvia una videoconferenza che consente al fruitore del servizio di valutare la casa nei minimi particolari e comodamente dalla propria residenza. Una strategia “Open House” efficace per una scelta condivisa da parte di tutti i componenti del nucleo familiare».

Il passaggio successivo è incentrato sul cliente e sulla possibilità di valutarne l’effettiva affidabilità: «Attraverso il “Controllo inquilino” posso avere la possibilità di verificare la serietà delle persone interessate. Basta il documento d’identità per controllare i dati associati al possibile cliente, riuscendo a capire se questo ha avuto beghe in passato come sfratti o altri problemi di tipo residenziale».

L’ultima fase è quella del sopraluogo effettivo: «Con il placet di tutte le direttive mediche, i candidati all’affitto possono visitare l’immobile fisicamente, con guanti, mascherine e liquidi disinfettanti. A controllo ultimato, gli interessati hanno 24 ore di tempo per dare conferma o declinare l’affitto. In caso positivo, non serviranno ulteriori incontri face to face: grazie alla firma elettronica avanzata basterà un click o uno smartphone per completare la felice conclusione dell’operazione».

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Mascherine per bambini e per chi fa attività motore dalla Regione

Il Presidente Vincenzo De Luca, in aggiunta alle mascherine già in distribuzione ai cittadini della Campania, ha dato mandato alla task force regionale di accelerare le procedure di messa in produzione da parte delle aziende di mascherine per bambini, per renderle disponibili per le famiglie già in avvio della Fase II. Si precisa che l’attività motoria, come da ordinanza n.39 del 25 aprile 2020, è consentita esclusivamente con l’uso obbligatorio delle mascherine, e quindi non si tratta di attività motoria di livello più impegnativo.

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Salvatore Minopoli: lezioni facili e lezioni difficili

Il tenore napoletano una delle più belle voci del nostro conservatorio, ha toccato con mano la pandemia da coronavirus, con il padre che deve la vita allo staff del dr. Elio Manzillo e al Tocilizumab del dr. Paolo Ascierto

 Di Olga Chieffi

Ci eravamo lasciati con il tenore Salvatore Minopoli, il padre Violante, detto “Dino”, la madre Rosa di Fiore, sulla terrazza del Conservatorio “G.Martucci”, in una delle splendide ottobrate salernitane, l’alloro della laurea, la menzione, il rosso dei confetti, la bottiglia di champagne del conte Danilo, poi  tra gli stucchi del Verdi, Bohème, il debutto nel ruolo di Parpignol, il concerto di Capodanno, con gli amici tenori, prime tappe di una brillantissima carriera, quindi, la morsa, il “morso” del Covid 19. E’ la vita, ricordo un tema alle elementari “Lezioni facili e lezioni difficili, brutte, belle e così così”. Un “tempo sospeso” per noi, attenzione, disagio, il rammarico di aver cambiato le nostre abitudini, fino a ieri, quando nel leggere un post del nostro amico Salvatore, siamo stati toccati anche noi da questa letale pandemia, negli affetti: il post di Salvatore titolava “Oh, che bello essere negativo!”, riferito al padre Violante che si è ritrovato infettato, sfiorando la terapia intensiva, “Si, perché essere negativi non è mai stato così bello. Finalmente a casa, finalmente fuori dall’ospedale. Finalmente negativo, più che mai!”. “Tutto è iniziato il 28 marzo – ci ha raccontato Salvatore – quando mio padre ha accusato i primi lievi sintomi, tosse, qualche decimo di febbre, poi sempre peggio, “Sarà un po’ di influenza” – diceva  mio padre – “Sarà la solita bronchite, come ogni anno” – “Ma io sto bene”. Poi, tutto è cominciato a peggiorare. “Che cosa strana, non sento più nessun odore e nessun sapore”. Il respiro più debole. Il tampone. La febbre ancora più alta. La crisi respiratoria. Il mancamento. La bombola di ossigeno. La dispnea. Il ricovero. La certezza medica dopo il dubbio. La certezza pesante come un macigno a schiacciare la nostra anima. Eppure mio padre non è un irresponsabile, ha rispettato la quarantena come imposto dalla legge, con il suo enorme e alle volte estremo senso civico. La sua unica colpa che lo ha portato a contrarre questo virus sarebbe stata aiutare la nonna, la sua mamma, non più autonoma – scrive Salvatore- Che male spregevole! Ritrovarsi ammalati per l’immenso altruismo che ha sempre contraddistinto mio padre, ritrovarsi ammalati per l’enorme amore per la propria famiglia, ritrovarsi ammalati per assistere una madre sofferente La notte del suo ricovero ho avvertito una sensazione terribile, che non auguro a nessuno: la totale assenza emotiva. Fino a quando non mi sono addormentato, la mia anima non provava più nessuna emozione. Atrofizzata.”Suo padre ha un’ ottima salute, però ha una polmonite da Covid-19 – il referto medico – in stato iniziale”. La speranza. “Signor Minopoli la polmonite di suo padre in effetti non è così debole come sembrava.” L’angoscia. Il Tocilizumab. L’esigenza di un supporto respiratorio. La paura “Se non basta deve essere trasferito in terapia subintensiva”. Il terrore. La seconda somministrazione di Tocilizumab. La scomparsa della febbre. “Suo padre è stabile, ma non ci possiamo sbilanciare.” “L’ emogas ancora non presenta parametri buoni”. Solo ieri le dimissioni del signor Violante che dovrà ancora, naturalmente sottoporsi a diversi controlli, riprendersi da un calo di ben 15 chili, continuare a pensare alla madre, la Signora Ersilia, che purtroppo ha infettato l’intera famiglia. “ Io non posso non ringraziare i medici del ospedale Cotugno, tutti, un’ umanità infinita – racconta Violante – Sapete come vestono i medici che agiscono nei reparti Covid, mascherine, tute, quattro paia di guanti. Sono stato sottoposto all’emogas tutti i giorni, e per non farmi male, poichè  non è semplice “indovinare” la via dell’arteria, quando le braccia sono livide, toglievano magari una mascherina o qualche strato di protezione a loro rischio e pericolo. Immaginate la mia preoccupazione, poichè  avevo mia madre al piano di sopra, nelle mie stesse condizioni e per di più senza aver la possibilità di ricevere farmaci a forte impatto, poichè latrice di un quadro clinico complicato e mio figlio Salvatore con sintomi leggeri, poichè ho infettato anche lui e mia moglie Rosa, la quale ha continuato a dividersi per un intero mese tra me e mio figlio, il quale non è facile da gestire, poichè vorrebbe solo cantare. Oggi sono tornato dopo i due tamponi negativi e vengo fuori da un tunnel veramente oscuro iniziato con la grave perdita di mio padre, i tristi funerali secondo ordinanza, poi la quarantena, il Covid, ed ecco la rinascita, quell’arcobaleno che è divenuto simbolo di questo periodo, che devo per intero al Dr. Paolo Ascierto e allo staff  del dr. Elio Manzillo, i quali hanno deciso subito per una doppia dose di Tocilizumab, che ha funzionato perfettamente”. “ Tante le tante notti insonni passate sull’uscio della camera da letto – racconta ancora Salvatore – con la paura di non sentire più il respiro, sempre più debole, attendendo che mio padre russasse, perché mio padre è un trombone! e ora, finalmente, siamo tutti di nuovo riuniti sotto lo stesso tetto. Non possiamo abbracciarci, almeno fino a quando anche io non sarò uscito da questo incubo, fino a quando non mi diranno che anche io non sono più malato, fino a quando mi diranno che anche io sono negativo. Nel frattempo, io sono di sopra, in isolamento, un po’ come nella soffitta di Bohème, e ho ripreso a cantare, dopo due mesi di riposo, con tutt’ i sentimient’!”.

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Argilla Teatri: nuovi occhi per guardare il futuro

In questo tempo di pandemia abbiamo sognato per prima cosa una ridefinizione delle politiche culturali che tenga presenti tutti i settori dello spettacolo e soprattutto i piccoli, gli indipendenti, le maestranze. Servono nuove leggi e un supporto diverso da parte dello Stato, senza algoritmi per il calcolo dei contributi e con un sostegno diretto

“Quando la peste venne dall’Oriente sulle navi di mercanti e soldati, si diceva che fosse il castigo di Dio per il male che colmava la terra.  Nessun medico sapeva guarirla, ma le donne conoscevano il modo per evitare il contagio e somministravano la Teriaca, preparata secondo l’antica formula…”. Stavamo in prova proprio con questa scena dello spettacolo Herbarie. Le chiamavano streghe, una storia che offre una cura all’epidemia, quando è squillato il telefono. Era Ana, la responsabile di Lyra Teatro di Milano che ci comunicava che la replica prevista nel loro teatro era stata annullata a causa dell’ordinanza che aveva chiuso tutti i teatri in Lombardia. Per epidemia. Era il 2 marzo e sembrava un’ironica coincidenza che ci stava privando di una tournée attesa, che ci avrebbe portati fuori dai nostri confini (e che speriamo, prima o poi, di poter riprendere) e invece, subito dopo, non solo i Teatri, ma anche tutte le attività di spettacolo sarebbero state sospese. Ovunque.  La nostra storia inizia a Roma nei primi anni 70. Sperimentazioni e avanguardia, ma soprattutto, presenza sui territori, rapporto diretto con le persone, ricerca non solo di testi, ma anche di linguaggi, di gesti, di strumenti narrativi e di motivazioni ed assonanze politiche. Sempre indipendenti, sempre un po’ (troppo?) fuori dai circuiti ufficiali, abbiamo popolato le piazze con gli spettacoli di teatro in strada; abbiamo gestito un teatro fin quando non siamo stati sfrattati; abbiamo ricominciato più volte; abbiamo organizzato laboratori, prodotto progetti multimediali dedicati alle antiche tradizioni rituali; realizzato centri diurni, attività per migranti e persone con dipendenze, abbiamo ripreso il teatro di ricerca con il progetto su Le Città Invisibili di Italo Calvino che ha messo al centro del palcoscenico la parola letteraria; abbiamo lavorato con i Municipi, realizzato rassegne per l’Estate Romana, scritto a centinaia di festival, concorso a bandi, call, concorsi. Come tanti altri, come tutti quelli che sono come noi. Ora, come tanti altri, come tutti quelli che sono come noi, siamo fermi, sospesi, incerti del futuro.  Ma il futuro sta arrivando rapidamente. Abbiamo nuovi occhi per guardarlo?  Ad oggi non sappiamo cosa accadrà: ragioniamo sul breve termine, miglioriamo quello che già sappiamo fare, impariamo a raccontare il nuovo mondo e il nuovo tempo. Lavoriamo per immaginare il futuro. In questo tempo di pandemia abbiamo sognato per prima cosa una ridefinizione delle politiche culturali che tenga presenti tutti i settori dello spettacolo e soprattutto i piccoli, gli indipendenti, le maestranze. Servono nuove leggi e un supporto diverso da parte dello Stato, senza algoritmi per il calcolo dei contributi e con un sostegno diretto alle compagnie, agli operatori e anche ai Comuni. E, soprattutto un nuovo rispetto per la cultura e per il lavoro culturale. E poi un lavoro che non sia in competizione, ma in collaborazione, che metta in campo saperi e problemi e che offra risposte alle mancanze che la distanza ha provocato; nuove narrazioni che raccontino storie, oggetti, azioni, ricordi; progettualità che abbiano alla base idee poetiche e politiche chiare. Si tratta di sperimentare, provare, trovare soluzioni e metterle in pratica anche se forse non funzioneranno, perché solo andando in una direzione potremo avere qualcosa da cambiare, se necessario. Immaginiamo piccoli atti di teatro in strada, nei parchi e nelle  piazze, progettati per comunicare con il pubblico (mantenendo le distanze di sicurezza); festival che propongano condivisioni capaci di mantenere vitale lo spettacolo dal vivo, perché siamo certi che il potere della mentalità dello spettatore continuerà nonostante tutto. Non è più tempo di restare in difesa. È tempo di esplorare questo nuovo luogo in cui ci troviamo. Per ritrovare la complessità e la connessione fra tutte le cose. Noi esseri umani per primi. È tempo di collaborare, sognare, reimmaginare e impegnarsi. 

Isabella Moroni per Argilla Teatri

Consiglia

Hack for Italy, una maratona digitale contro il coronavirus

Da eventi per soli sviluppatori e addetti ai lavori, le maratone tecnologiche ora provano a mettere insieme l'intelligenza collettiva contro la pandemia. Il fondatore a L43: «Vogliamo connettere programmatori, medici e insegnanti per trovare soluzioni».

Usare l’intelligenza collettiva per curare l’Italia. È l’idea alla base di Hack for Italy, l’hackathon che prenderà il via tra il 27 e 29 marzo rigorosamente online, è quella di far incontrare ogni tipo di professionalità per cercare soluzioni pratiche all’epidemia di coronavirus che ha colpito l’Italia. Il mondo del tech, questa l’idea alla base della maratona, può e deve unire le forze per trovare un modo di aiutare nella battaglia contro il Covid-19.

COM’È NATA L’HACKATHON CONTRO IL COVID-19

L’idea di lanciare questa maratona in così poco tempo è venuta a un piccolo team di sviluppo, ha raccontato a Lettera43 Oleksandr Komarevych, uno dei team leader del progetto e manager dell’acceleratore della Bocconi B4i: «Siamo partiti domenica (il 22 marzo, ndr) lavorando in quattro, poi lunedì abbiamo lanciato il sito e i form per partecipare e adesso a lavoro ci sono 15 volontari e stiamo vagliando i profili di altre otto persone che hanno chiesto di partecipare». «Questo modello», ha continuato Oleksandr, «è nato in Estonia col progetto Garage48 che ha gettato le basi su come fare questo tipo di eventi». Le regole d’ingaggio sono poche, ma ben strutturate. Si può prendere parte coi propri talenti in quattro modi: come singolo professionista, come team, come mentor e come sponsor. «Chi partecipa da solo», ha spiegato Oleksandr, «scrive quali competenze ha (business o design ad esempio) o in che campo opera, come medici e scienziati». Un altro form raccoglie invece le proposte di chi si è già strutturato come team: «Ci indicano che problema vogliono risolvere e quale soluzione propongono». Infine gli altri due moduli permettono di partecipare a mentor e sponsor, cioè figure che durante la tre giorni guidano i team per migliorare i contatti con l’obiettivo di trovare una soluzione al problema di partenza.

COME SI HACKERA UN’EMERGENZA

Per focalizzare l’attenzione dei partecipanti sulla sfida al coronavirus Hack for Italy ha delimitato il campo in tre macro settori: “save lives“, idee e strumenti per aiutare medici e infermieri nella lotta la coronavirus; “save communities“, per migliorare la qualità dell’isolamento per tutti, e per ridisegnare forme di socialità; e “save businesses“, per creare gli strumenti giusti da fornire alle imprese per reinventarsi in vista della crisi. L’obiettivo principale che si sono dati gli organizzatori è quello di facilitare tutti i passaggi del lavoro. Raccolte le candidature dei singoli professionisti gli organizzatori lavorano per inserirli nei team che si sono già creati, oppure li invita a formare nuovi gruppi con altri candidati. Una volta che tutti gruppi sono formati, inizia il lavoro vero. I vari gruppi possono accedere alla lista dei mentor, vedere le loro qualifiche e contattarli per chiedere supporto: «Il lavoro di mentor è quello aiutare i progetti che bussano alla loro porta, possono chiamare altri esperti e supportare i ragazzi fino alla fine dell’hackathon, domenica alle 16», ci ha spiegato ancora Oleksandr.

COME STA ANDANDO LA CAMPAGNA E DOVE SI CONCENTRANO GLI SFORZI

Il tempo per agire è stato pochissimo, tanto che non è stato possibile far partire alcun patrocinio con gli enti pubblici: «Eravamo in contatto col ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, ma i tempi erano troppo stretti per il patrocinio». Nonostante questo le partecipazioni sono iniziate ad arrivare. «Abbiamo già 10 team che hanno presentato i loro progetti, 70 partecipanti singoli e 45 esperti pronti a fare da mentor». E non tutti arrivano dal nostro Paese: «La risposta è stata internazionale, prenderanno parte agli eventi virtuali persone da Canada, Germania, repubbliche baltiche e anche da molti italiani residenti all’estero». Durante la due giorni ci saranno anche collegamenti con Turchia, Norvegia e Austria impegnate in iniziative analoghe anti-coronavirus. Per il momento la maggior parte dei progetti riguarda il supporto alle comunità, mentre il 40% delle proposte rimanenti si divide tra aiuto a medici e scienziati e supporto alle imprese. Molte le idee per migliorare lo smart working, ma c’è anche chi ha proposto di utilizzare la realtà aumentata per per spiegare cosa sta succedendo a chi non può utilizzare la comunicazione verbale. Tra le varie iniziative anche una delle più discusse: come coniugare la privacy e il tracciamento dei cellulari per scoprire possibili focolai di infezione: «Noi lasciamo i partecipanti liberi di lavorare e portare idee, poi sarà una giuria a fare le valutazioni».

COME PORTARE I PROGETTI A COMPIMENTO

Komarevych ha spiegato a L43 che è difficile pensare nel medio termine: «Non abbiamo un obiettivo in base al numero di progetti. Noi puntiamo ad avere persone che credono nei progetti open che non siano creati solo da sviluppatori ma anche da persone provenienti da altre aree che normalmente non prendono parte a queste iniziative, come medici, insegnanti, cioè persone che raccontano dei loro problemi». La vera sfida, infatti, è quella di far funzionare l’ingranaggio collettivo. Quindi non solo una fucina per nuove start-up o nuove app, ma idee e soprattutto soluzioni per l’emergenza che viviamo: «Vogliamo connettere le persone che possono sviluppare e comunicare con persone che sanno realmente quali sono i problemi». La giuria avrà la facoltà di premiare i progetti migliori in base all’impatto che avrà il prodotto o servizio per l’ambito in cui si colloca tenendo anche conto del poco tempo a disposizione per elaborarlo. Il punto però è quello di portare a maturazione tutto il lavoro fatto: «Tutti i progetti saranno resi pubblici e alcuni verranno premiati coi fondi messi a disposizione dagli sponsor con premi anche fino a 3 mila euro. E ad aprile i progetti verranno portati in una tavola rotonda al Web marketing festival per un incontro con investitori e partner».

UN’ACCELERAZIONE PER COMBATTERE IL VIRUS

È presto per dire se ci saranno altre edizioni, molto dipenderà dalla vita dei progetti: «La nostra idea», ha continuato il manager, «è quella di essere contattati da programmi di pre accelerazione per proporre i progetti che nasceranno, in modo da creare le condizioni per dar loro continuità. «Una volta», ha concluso Oleksandr, «queste iniziative coinvolgevano solo sviluppatori o investitori, noi vogliamo invece fare in modo da connettere tutte le persone. Se riusciremo ad avere team con persone da diversi ambiti per noi sarà un successo».

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Per il vaccino contro il Covid-19 serve un’alleanza globale

La pensano così i ministri Di Maio e Speranza, ma anche il mondo della scienza. Intanto aumenta il numero delle sperimentazioni.

Una ‘alleanza globale‘ è necessaria per arrivare a mettere a punto un vaccino che potrà rappresentare l’arma definitiva contro il nuovo coronavirus, ma unire le forze dei vari Paesi è fondamentale in questo momento di emergenza anche sul fronte della ricerca per altri nuovi farmaci. Quello a lavorare insieme è un appello corale, che è arrivato il 26 marzo dai ministri Luigi Di Maio e Roberto Speranza ma anche dagli scienziati, mentre sul fronte delle terapie si continuano a fare passi avanti ed aumenta il numero delle sperimentazioni in campo.

DI MAIO: «LA CORSA AL VACCINO NON PUÒ ESSERE INDIVIDUALE»

«Noi siamo disponibili a condividere la nostra conoscenza, ma devono farlo tutti: la corsa al vaccino non può essere individuale», ha chiarito il ministro degli Esteri italiano, dopo la videoconferenza con i colleghi del G7 sull’emergenza Covid-19. Posizione sostenuta anche da Speranza: «In Ue servono misure armoniche e condivise e il massimo sforzo di convergenza sulla ricerca», ha aggiunto.

ANCHE LA SCIENZA CHIEDE UN «PROGETTO GLOBALE»

Una sfida, questa, sulla quale la scienza concorda con la politica. Dalla rivista Science, infatti, anche il direttore della Gavi Alliance, Seth Berkley, ha lanciato l’appello per un «progetto globale» perché il vaccino anti coronavirus richiede uno sforzo confrontabile al Progetto Manhattan, che portò alla bomba atomica. Essere uniti, dunque, per ottimizzare forze e risorse, mentre già si registrano importanti passi avanti.

LEGGI ANCHE Quali sono i farmaci e i vaccini che si testano contro il coronavirus

Sono ad oggi 44 i progetti di vaccino anti SarsCoV2 nel mondo ed aumenta di giorno in giorno il numero delle sperimentazioni. Oltre agli studi in atto e autorizzati dall’Agenzia del farmaco Aifa su medicinali già in uso per altre patologie – è il caso dell’anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide Tolicizumab o dell’antinfluenzale giapponese Avigan – è indicato dall’Oms l’uso della combinazione di farmaci anti-aids Lopinavir/Ritonavir e dell’antivirale Remdesivir, sviluppato inizialmente per la malattia da virus Ebola e potenzialmente attivo contro il Covid-19. Ma altre nuove sperimentazioni sono ai nastri di partenza, come il progetto di ricerca nato dall’accordo biennale tra Toscana Life Sciences di Siena e l’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma: l’obiettivo è clonare gli anticorpi monoclonali da pazienti convalescenti partendo dal loro plasma per sviluppare una cura ed un futuro vaccino. Ulteriori due studi su nuovi farmaci sono inoltre in valutazione da parte dell’Aifa, ha annunciato il direttore generale Nicola Magrini, il quale ha pure affermato che «a breve libereremo la possibilità per i medici di famiglia di prescrivere farmaci anti-Aids». Accolta dunque la richiesta in tal senso più volte rilanciata dagli Ordini dei medici e dalla Federazione dei medici di medicina generale.

INVITO ALLA CAUTELA

Resta su tutto il forte invito alla prudenza: l’anti-malarico clorochina, utilizzato in Cina, ad esempio, presenta «rischi ed è necessaria cautela rispetto ad un uso di massa», ha avvertito Magrini. Quanto al farmaco ‘mirato’ anti-Covid denominato Eidd-2801, sperimentato all’Università del North Carolina con primi risultati positivi sui topi, si tratta, ha concluso, di un medicinale che «è ancora molto lontano dall’arrivare».

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Coronavirus, Trump allenta le misure di distanziamento

Nonostante il numero di vittime e contagi sia in crescita, in una lettera ai governatori il presidente annuncia nuove linee guida più soft per le zone meno a rischio.

L’amministrazione Trump sta preparando delle nuove linee guida per allentare, nelle zone considerate meno a rischio, le misure di distanziamento sociale e le altre misure messe in campo per contrastare la diffusione dei contagi da coronavirus. I governatori dei vari Stati potranno decidere se «mantenere, aumentare o allentare le regole» tenendo conto se una contea sia ad alto, medio o basso rischio. Così scrive in una lettera il presidente. Insomma un nuovo cambio di rotta, nonostante la conta dei morti e dei malati non sia così incoraggiante.

DE BLASIO: «MEZZA NEW YORK VERRÀ CONTAGIATA»

Prendiamo, per esempio, New York che ha registrato cento morti in 24 ore. «Metà della popolazione della metropoli (quasi quattro milioni di persone, ndr) sarà colpita dal Covid-19», profetizza il sindaco Bill de Blasio. «È preoccupante, ma bisogna cominciare a dire la verità». Intanto il governatore Andrew Cuomo parla di almeno 38 mila casi e 385 decessi nell’intero Stato e lancia l’allarme ospedali, dove medici e infermieri descrivono «una situazione apocalittica».

NEW ORLEANS, LA BERGAMO D’AMERICA

E se la Grande Mela è l’epicentro della pandemia, i dati a livello nazionale parlano di più di 70 mila casi accertati quasi in sorpasso sull’Italia. E il bilancio di oltre mille vittime fa ora davvero paura. Così come il numero dei posti letto nei reparti di rianimazione presi d’assalto e l’insufficienza di tamponi e respiratori, non solo a New York. A preoccupare enormemente negli ultimi giorni è anche il virulento focolaio esploso in Louisiana, con New Orleans che rischia di diventare la Bergamo d’America. Solo nelle ultime 24 ore si sono registrati 510 nuovi casi (in totale saliti a oltre 2.300) e 18 morti, con un bilancio complessivo di almeno 83 vittime: un numero maggiore rispetto a quello registrato dall’inizio dell’epidemia nella ben più popolata California. Una crescita definita dagli esperti «la più veloce al mondo», con una traiettoria simile a quella delle ‘zone rosse’ di Italia e Spagna.

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L’ultima bomba di Assad sulla Siria è quella del coronavirus

Il dittatore ha vinto la guerra civile dopo aver distrutto per nove anni città e ospedali. Causando milioni di profughi interni senza medicine e il collasso dell'assistenza sanitaria. Nelle macerie lasciate dal regime, il Covid-19 rischia di essere incontenibile.

Il Covid 19 è arrivato in Siria – sinora con pochissimi casi conclamati, ma non si sa con quanti contagi occulti- e tutto indica che sarà una catastrofe epocale, che nulla e nessuno la possono contrastare e che l’epidemia si spargerà come in nessun altro Stato al mondo. Il governo di Damasco ha proclamato il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino e un lockdown rigoroso, ma il vero disastro è che queste misure hanno poca o nulla possibilità di contenere l’epidemia in un Paese dalle città distrutte dai bombardamenti, nel quale le strutture ospedaliere sono state in larga parte distrutte da nove anni di guerra, nel quale vi sono milioni e milioni di profughi interni e nel quale in molte città e in tutti gli immensi campi profughi scarseggia addirittura l’acqua per lavarsi le mani, oltre a una radicale carenza di medici e medicinali.

LE SITUAZIONI CRITICHE A IDLIB E NEL NORD EST

Per non parlare del dramma di Idlib, ancora sottoposta all’assedio delle truppe di Assad, con più di un milione di profughi che vivono in assembramenti di fortuna. Nel Nord Est del Paese la situazione sanitaria era già drammatica prima dell’inizio dell’emergenza Covid 19. Dato che le Nazioni Unite non sono più in grado di fornire forniture mediche oltre confine, la capacità di molte organizzazioni umanitarie di soddisfare le esigenze sanitarie di coloro che si trovano in campi come Al Hol –  70 mila persone che vivono in condizioni estremamente anguste – è radicalmente compromessa.

UN OSPEDALE SU 16 PIENAMENTE FUNZIONANTE

Nel Nord Est della Siria, solo uno su 16 ospedali è pienamente funzionante, il che significa che due dei tre ospedali che sono stati identificati per mettere in quarantena e curare casi sospetti non sono adeguatamente attrezzati. Sono solo 28 i posti letto disponibili nelle unità di terapia intensiva nei tre ospedali, solo 10 ventilatori per adulti, un ventilatore pediatrico – e solo due medici addestrati su come usarli.

Una potenziale “bomba epidemiologica”

Anche i prodotti farmaceutici scarseggiano e l’approvvigionamento di attrezzature e medicine per rispondere a un focolaio di una malattia che può diffondersi rapidamente come Covid 19 è quasi impossibile.

IL TOTALE DISINTERESSE DELL’OCCIDENTE

La volontà perversa di Bashar al Assad di mettere il Paese a fuoco e fiamme per nove lunghi anni per mantenere il potere è risultata ad oggi vincente, ma a prezzo di centinaia di migliaia di morti, e solo grazie al fondamentale aiuto della Russia e di decine di migliaia di combattenti libanesi e iraniani agli ordini dei Pasdaran del generale Soleimani. Ora, quella vittoria politico-militare al prezzo disumano con la quale è stata conseguita, fa della Siria una potenziale  “bomba epidemiologica”. Sempre nel totale disinteresse dell’Occidente.

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Il G20 inietta 5 mila miliardi nell’economia mondiale

I leader della Terra riuniti in videoconferenza: «Whatever it takes per superare la pandemia. Il virus non ha confini».

Il G20 ha iniettato 5 mila miliardi di dollari nell’economia mondiale per superare l’impatto «sociale, economico e finanziario» del coronavirus. È quanto si legge in una nota del G20 al termine del vertice in videoconferenza. Il G20, stabilisce il documento, è impegnato nel «whatever it takes per superare la pandemia» e per «minimizzare i danni economici e sociali, rilanciare la crescita e mantenere la stabilità dei mercati».

«RISPOSTA GLOBALE»

«Il virus non ha confini. Combatterlo richiede una risposta globale trasparente, robusta, coordinata nello spirito di solidarietà. Siamo impegnati a un fronte unito contro questa minaccia comune», conclude la nota

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La quarantena secondo Efe Bal: «Voglio continuare a lavorare»

Dopo due settimane di isolamento, la trans che sogna di candidarsi con la Lega vorrebbe riaprire le porte di casa sua ai clienti (che non hanno mai smesso di contattarla durante l'emergenza sanitaria)». E le restrizioni? «Il governo pensa ai migranti, ma non a me e alle mie colleghe». L'intervista.

Quando la chiamo, la trovo indaffarata a riordinare la casa. Dopo due settimane di quarantena, la trans di origine turca Efe Bal, che, ci tiene a ribadirlo, si prostituisce «per scelta», è pronta a tornare al lavoro. «Giusto un cliente al giorno, tanto per aver qualcosa da fare durante la giornata a parte portar fuori i cani e cucinare», mi spiega annoiata.

SESSO A PAGAMENTO, NON PROPRIO UNA NECESSITÀ…

Sono perplesso. Forse ingenuo. Milano e il resto d’Italia sono paralizzate a causa del coronavirus e, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che riesce ad andare a fare sesso a pagamento? Rischiando di essere contagiato e soprattutto commettendo un reato. Perché gli spostamenti devono essere motivati da «comprovate esigenze lavorative», «situazioni di necessità» oppure «motivi di salute». Vallo a spiegare a un giudice che, per qualcuno, andare da una prostituta è una necessità. Comunque la conferma pratica arriva durante la nostra chiacchierata. L’altro numero di Efe squilla almeno tre volte, lei risponde e sono potenziali clienti.

«IL CORONAVIRUS NON È COME AVERE L’AIDS»

D’altronde le richieste sono arrivate anche nei giorni precedenti. Lei però ha preferito rifiutare. Cosa è cambiato nel frattempo? Siamo ancora in piena emergenza. Le sanzioni sono state inasprite. Ma Efe, come del resto chi la contatta, non mi pare particolarmente spaventata: «Aspettavo che la situazione negli ospedali migliorasse. I numeri iniziano a essere più incoraggianti. E poi anche se prendo il coronavirus non è come prendere l’Aids. Non è una malattia sessuale. Posso essere contagiata anche al supermercato».

«SE MI AMMALASSI LO DIREI A TUTTI»

Provo a spiegarle che il ragionamento non fila. E che è una scelta da irresponsabili. Ma lei rimane della sua idea. «Se mi ammalassi farei come Nicola Zingaretti e Nicola Porro, lo direi a tutti in modo che i miei clienti lo sappiano che sono a rischio», insiste lei. «E poi il governo non ha la minima intenzione di occuparsi di noi 80 mila prostitute. Non ci saranno aiuti economici per noi», aggiunge.

«PRONTE A PAGARE LE TASSE IN CAMBIO DI DIRITTI»

D’altronde la prostituzione in Italia è lecita. Tollerata. Ma non è considerata un vero lavoro. Quindi non è regolamentata. E in questa situazione di emergenza è forse l’ultimo dei problemi nell’agenda di governo. Ammesso che ci sia mai stata. «È un errore. Perché noi saremmo pronte a pagare le tasse in cambio di diritti e un po’ di dignità. Sa quanti soldi arriverebbero alle casse dello Stato?», mi dice Efe Bal alzando il tono.

efe bal quarantena
La prostituta trans Efe Bal con il leader della Lega Matteo Salvini nel 2015.

DOMANDA. Non mi dica che si aspetta che il governo pensi a voi in questo momento.
RISPOSTA.
Ma certo che no. È anche per quello che bisogna continuare a lavorare. Alcuni politici pensano ai migranti, ma non a noi. Molte di noi sono anche italiane. Di questi che arrivano sui barconi non sappiamo nemmeno il loro nome.

Se è per questo nemmeno delle sue colleghe conosciamo i nomi. Non mi pare un buon motivo per schifarli. Non crede?
A me di loro non frega niente.

Anche lei è stata un’immigrata o sbaglio?
Ho la doppia cittadinanza. E poi io sono un’immigrata ricca. Non ho mai pesato sulle spalle degli italiani. E non voglio che altri lo facciano perché non sono bambini. Sono maggiorenni, maleducati, tamarri che vogliono venire qui e trovare una casa, da lavorare e da scopare.

Sta generalizzando. Forse è perché non conosce i loro nomi e loro storie.
Io questa gente non la voglio. Voglio l’Italia di 20 anni fa. Non siamo più al sicuro.

È tutta colpa degli immigrati?
Guardi, parliamo di questi giorni, loro non stanno rispettando nemmeno il decreto. Li vedo in giro in gruppo e nessuno gli dice nulla.

Nemmeno lei rispetterebbe le regole tornando a lavorare. Molte sue colleghe si sono spostate sui social e fanno videochat. Che è più sicuro. Gliel’hanno chiesto anche poco fa al telefono. Perché lei non fa lo stesso?
Non amo particolarmente questo genere di cose. Non avrei nemmeno la ricaricabile. Poi quanto chiedi? Cinque euro? Non ho tutta questa esigenza. E poi una che fa la prostituta dovrebbe scopare con i clienti. A me piace anche. Credo che sia il lavoro migliore del mondo. Oggi siamo tutti prostitute. Anche lei è un prostituto.

Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima

Prego?
In qualche modo vende la tua capacità di intervistare e scrivere per raccogliere due soldi. Vende il tuo cervello. Io vendo il cervello e il mio corpo. La cosa importante è non vendere l’anima.

Io non mi considero tale. Ma non è questo il punto. Lei e i suoi clienti davvero non avete paura di ammalarvi?
Dio mi vuole bene, non mi sono mai ammalata nonostante il lavoro che faccio. Agli uomini, invece, non interessa niente. Vogliono solo scopare. Bisogna accettarli per come sono. Ancora oggi ci sono tanti che ci chiedono di fare sesso senza preservativo.

Lei accetta?
Io no. Ma tante lo fanno per soldi. Eppure, dopo 30 anni, la piaga dell’Aids non è ancora scomparsa. E nel mondo sono morte milioni e milioni di persone. Questi uomini che non si spaventano delle malattie sessuali, vuole che abbiano paura del coronavirus? Se lo prendono non devono nemmeno dire alle mogli che sono andati a troie! Chissà, magari tra i morti c’è anche qualche mio cliente.

Descrive gli uomini come dei poveri disperati. Anche sfigati. Ce ne sono sicuramente. Ma per fortuna sono una minoranza. O sbaglio?
Ne ho visti talmente tanti! Sa io non credo ci siano uomini che sono fedeli per sempre. A tutti viene la voglia di andare dopo due o tre anni con una prostituta.

Buon per voi. Ma continuo ad avere molti dubbi. O per lo meno a sperare che non sia così.
Si fidi. Poi adesso con i social network… Basta controllare chi si è taggato nel ristorante dove eri a cena per trovare quello seduto al tavolo a fianco. Ci parli un po’ e poi ci scopi. Non lo sapeva?

Si prostituisce anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne, spesso sposati, in cambio di benefit o regali

Questo sì, lo so bene. E non ci vedo nulla di male se sei single.
Oggi il matrimonio è fantascienza. E le prostitute non siamo solo noi che lo facciamo di mestiere. Ma anche chi fa altri lavori e va a letto con uomini o donne (spesso sposati) in cambio di benefit o regali. Non c’è grande differenza.

Su questo siamo d’accordo.
Infatti secondo me ci sono almeno altre 120 mila persone in Italia che si prostituiscono. Anche se non lo ammettono come facciamo noi. Io non mi vergogno. Sono altri che dovrebbero vergognarsi.

Chi?
Tipo gli anziani che stanno con ragazzine che hanno 50 anni di meno.

Lei non ha clienti molto più grandi di lei?
Io ho superato i 40 anni. E comunque io mica mi ci fidanzo.

Ha una visione decisamente cinica dei rapporti a due. Lei si è mai innamorata?
Sì certo. Anche di qualche ragazza e di qualche cliente. Un grande errore nel secondo caso.

Convincerla a rimanere ferma ancora per un po’ mi pare impossibile. Manterrà gli stessi prezzi di quando ancora il coronavirus non era un’emergenza sanitaria?
Sì. Potrei chiedere molto di più di quello che chiedo visto che sono famosa. Però molti della mezz’ora che pagano sfruttano solo cinque minuti, finiscono e se ne vanno. Difficilmente si fermano a parlare.

Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi

Ha detto che la pandemia è un segnale di Dio. Non pensa sia eccessivo?
Io sono molto credente. Anche se non si direbbe visto il lavoro che faccio. Sono musulmana. E secondo me Dio ci sta dicendo che il nostro modo di vivere fino a oggi è sbagliato. Che dobbiamo essere più puliti, più rispettosi. Credo molto nel karma.

Come sarà l’Italia quando quest’emergenza finirà?
Noi prostitute continueremo a esserci. Sopravviviamo sempre. Siamo molto forti. Facciamo una vita di merda e siamo abituate a tutto. E, come le ho spiegato, saremo sempre richieste. Non credo si possa dire lo stesso per altri settori.

Tipo?
Ristoranti e negozi che probabilmente ci metteranno un po’ più di tempo prima di tornare a regime. Visto che le persone potrebbero cambiare le loro abitudini e soprattutto portarsi addosso la paura. E vedrà quanti divorzi ci saranno.

Colpa della convivenza forzata?
Le coppie scopriranno che non si sopportano. Fino alla quarantena si riempivano di corna e tutto andava bene. Adesso viene fuori tutto.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati di Salvini, non mi vorrebbero come candidata della Lega

Che fine ha fatto il suo sogno di far politica con la Lega?
Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che sono i potenziali alleati, non mi vorrebbero. Matteo Salvini poi ha tanti di quei cazzi a cui pensare che credo non candiderebbe mai una trans. Chiaramente se avessi molto più seguito sui social sarei un nome più appetibile. Se non mi avessero bannato per otto volte su Instagram probabilmente avrei più follower. Veri e non comprati.

I social non la vogliono?
Qualche giorno fa mi hanno bloccata su Facebook semplicemente perché mi chiedevo come mai tra tutti i morti per coronavirus in Italia non ci siano cinesi.

Non lo possiamo sapere. Sono dati sensibili e soprattutto poco rilevanti in una situazione di emergenza come questa.
Non sono poco rilevanti perché il virus è nato in Cina e in Italia ci sono tantissimi cinesi. La mia domanda è lecita e qualche giornalista con le palle dovrebbe approfondire. Perché i rappresentanti della comunità cinese non dicono nulla?

Non mi pare che il bollettino dei morti e dei malati sia suddiviso per etnie. Tra i morti potrebbero esserci cinesi, africani, mediorientali. Mi sembra un po’ complottista il suo ragionamento francamente.
Io non ho nulla contro i cinesi. Io li adoro. Mi sento molto vicina alla loro filosofia di vita. E al loro rapporto con il lavoro. Non sono come gli italiani che non vogliono lavorare la domenica.

Se fosse così la domenica non potrebbe andare a fare la spesa, a fare shopping o a mangiare al ristorante. Di italiani che lavorano la domenica ce ne sono tanti.
Ma chi può non lo fa. Perché i cinesi sono diventati così ricchi in Italia? Perché lavorano sempre.

Ed è scandaloso non lavorare la domenica? Certi lavori in tutto il mondo si fermano la domenica.
Io lavorerei lo stesso.

Buon per lei.
Che poi gli italiani amino la bella vita è sotto agli occhi di tutti. Appena possono prendono e partono per il weekend.

Le femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera

Sono scelte. Come per lei fare la prostituta. A proposito, sa che per molte femministe vendere il proprio corpo non è mai una libera scelta?
Se è per questo molte femministe accettano di stare con uomini che le tradiscono dalla mattina alla sera.

Non vedo il nesso. Ma mi pare di capire che lei non si sente per niente femminista. Sbaglio?
Le donne si odiano. Non credo nella loro solidarietà. Guardi come si querelano tra di loro quelle dello spettacolo. Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli, Romina Power e Loredana Lecciso.

Forse è meglio se questo lo tema lo affrontiamo separatamente.
Quando vuole.

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Come vivono i giapponesi la minaccia del coronavirus

Niente allarmismi per la youtuber Coco Japan in Italia da 8 anni e ora bloccata a Osaka: «Seguiamo le regole». E l'Avigan? «Qui non se ne parla». Nao Masunaga, studentessa a Milano, invece non è potuta tornare aTokyo dove non potrebbe permettersi la quarantena. E accusa il suo popolo di eccessiva «vanità».

Forse la tranquillità zen con cui il Giappone ha affrontato finora la pandemia da coronavirus potrebbe svanire. Per ora è stato l’unico tra i grandi Paesi a non avere stravolto la propria quotidianità con lockdown draconiani. Ma ora Tokyo si prepara a una possibile chiusura, ventilata dalla sua governatrice, Yuriko Koike.

Giovedì si sono registrati 47 nuovi casi, rispetto ai 41 di mercoledì. Numeri ancora esigui, certo, in una metropoli da 30 milioni di abitanti ma che fpreoccupano. Dopo l’annuncio della governatrice tra l’altro i supermercati della capitale sono stati presi d’assalto.

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Eppure finora l’assenza di misure restrittive (il numero totale di casi nel Paese è di poco più di 1300 casi e 45 vittime) aveva stupito l’Occidente. Si era addirittura pensato che Tokyo avesse tenuto nascosti i veri numeri dell’epidemia nel disperato tentativo di confermare i Giochi Olimpici alla fine rinviati. I complottisti hanno trovato così pane per i loro denti: hanno trovato la cura e la custodiscono gelosamente senza dirci nulla? Qualcuno ha persino ipotizzato che l’imperatore stia docciando i suoi fedeli sudditi con un farmaco, l’Avigan che, in realtà, oltre a non garantire benefici, comporterebbe serissimi effetti collaterali. Un’idea balzana, priva di fondamenti scientifici. È bastato un video rimbalzato di cellulare in cellulare per convincere le regioni del Nord Italia a chiedere che fosse testato anche qui. Ma cosa sta accadendo, davvero, in Giappone?

LA BLOGGER E LA STUDENTESSA: I DUE VOLTI DEL GIAPPONE

Lettera43.it ha sentito due giapponesi, la blogger e youtuber Coco Japan e la studentessa Nao Masunaga, portatrici di esperienze agli antipodi. La prima, residente a Genova da otto anni, racconta quotidianamente sui suoi social le “stramberie” giapponesi agli italiani e le stranezze del Bel Paese ai suoi connazionali. È rimasta intrappolata nella sua terra natale allo scoppio dell’epidemia in Italia e non si sente affatto toccata dal dramma del coronavirus, come il resto del suo popolo. La seconda, studiando a Milano, è stata invece travolta dalle conseguenze burocratiche dell’epidemia, ha visto l’emergenza colpire lo Stato che la ospita e adesso è allarmata.

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INDOSSARE UNA MASCHERINA DURANTE L’INVERNO È LA NORMALITÀ

Non è facile comprendere perché italiani e giapponesi stiano affrontando in maniera così diversa l’emergenza, nonostante siano Paesi con un’altissima percentuale di persone anziane e, quindi, a rischio. Ci soccorre un’immagine che abbiamo tutti in mente, quella dell’asiatico con la mascherina ben premuta sul viso. Per anni, noi occidentali abbiamo pensato che fosse per difendersi dallo smog. Non è affatto vero.

«Per noi indossare la mascherina in inverno è naturale come indossare la giacca», racconta a Lettera43.it Nao Masunaga. «I giapponesi hanno molta paura dell’influenza perché prenderla significa rischiare di attaccarla in famiglia o al prossimo e questo per noi è arrecare disturbo a chi ci sta attorno», le fa eco Coco Japan.

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L’AVIGAN? «QUI IN GIAPPONE NON SI PARLA PIÙ DI QUEL FARMACO»

«La governatrice di Tokyo ha finalmente esortato i cittadini a restare a casa nei week end, ma è tutto lasciato al self control dei giapponesi», commenta con scetticismo Nao Masunaga, leggendo le ultime notizie su un sito nipponico. Lei sta vivendo in prima persona le restrizioni del governo italiano e, forse per questo, inizia a essere preoccupata: «È una decisione ambigua. Si può ancora girare liberamente. I miei amici la sera escono, vanno al cinema con i fidanzati. Sono anche andati ad assistere alla tradizionale fioritura dei ciliegi. Non va bene». «Temo», conclude, «che questa vanità peggiorerà la situazione in Giappone». Di tutt’altro avviso Coco Japan, che in Giappone era tornata per festeggiare l’inizio dell’anno nuovo in famiglia, a Osaka.

«Qui si può uscire, certo, ma il governo ha invitato a prestare attenzione e tanto ci basta. Nei negozi hanno installato dispenser di gel disinfettante che i clienti usano all’entrata e all’uscita. Tutti rimangono distanziati e indossano la mascherina. Se non dai al virus la possibilità di circolare, non c’è bisogno di restare confinati a casa». È una tranquillità disarmante, la sua. Il vostro segreto è forse l’Avigan? «Qui nemmeno si parla più di quel farmaco».

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PIC NIC PER LA FIORITURA DEI CILIEGI E MANIFESTAZIONI SPORTIVE

Anche la blogger, come la studentessa, racconta che la tradizionale festa primaverile dei pruni in fiore (sakura, per i giapponesi) si è svolta come al solito: «Nei giorni scorsi coppiette e famiglie sono andate a vedere la fioritura dei ciliegi», spiega Coco Japan. «È l’hanami, che da noi vuol dire pic nic. Il governo ha sconsigliato di pranzare sotto gli alberi, ma non ha impedito di assistere all’evento». In realtà, è sufficiente cercare #hanami su Twitter per vedere che gli assembramenti non sono mancati. Anzi. La stessa youtuber ligure d’adozione ammette che la settimana prima «si è tenuta una grande manifestazione sportiva di arti marziali». Particolare, questo, che lascerebbe supporre che i Giochi Olimpici non siano stati rinviati per l’epidemia nel Paese ma per il rischio che nessuno Stato estero vi avrebbe partecipato. Del resto, Coco Japan tranquillamente chiosa: «È una malattia dalla mortalità assai bassa e in Giappone si dice che non si rischia stando fuori ma al chiuso».

La fioritura dei ciliegi in Giappone (Getty Images).

IL RISPETTO NIPPONICO DELLE REGOLE

Per la blogger, la calma zen con cui il suo Paese sta affrontando la pandemia non è affatto «vanità», come invece l’ha definita la studentessa che sta vivendo il dramma del coronavirus dalla Lombardia, ma di «autodisciplina». Non c’è bisogno che lo Stato imponga il coprifuoco, perché se dà delle direttive, tutti le eseguono. «Siamo addestrati fin da piccoli a rispettare regole che possono sembrare dure. Per esempio, nelle scuole ai bambini viene detto che possono andare al bagno solo alla fine dell’ora e nessuno osa interrompere l’insegnante per recarsi ai servizi. In Italia è un via vai continuo». Allo stesso modo «gli italiani se sono in strada parlano, parlano tantissimo e urlano», dice ridendo. «Da noi se si cammina non ci si ferma a parlare e se ci viene detto di rispettare le distanze di sicurezza e di fare jogging in solitaria, non creiamo gruppetti».

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«Per questo», racconta ancora Coco Japan, «mi sono stupita tantissimo di fronte alle immagini delle persone che il 7 e l’8 marzo sono scappate dalla Lombardia. Le hanno trasmesse anche qui. Da noi non sarebbe mai successo perché se il governo impone di restare a casa i giapponesi restano a casa».

Un autocontrollo degno dei discendenti dei samurai, se si vuole cadere nei cliché, che però è ben documentato dal fatto che il Paese prosegua come se nulla stesse accadendo. «Io sono libera di uscire, di andare al cinema e a cena fuori. Qui è primavera e si sta bene all’aria aperta. Se non fosse per la mancanza di mascherine e alcol nei negozi o per quello che mi raccontano alcuni miei amici che lavorano negli eventi o negli alberghi e che sono stati danneggiati dalle disdette, non ci accorgeremmo nemmeno che il mondo sta vivendo una emergenza mai vista prima».

INTRAPPOLATI IN ITALIA: IL DRAMMA DEGLI STUDENTI

Di tutt’altro avviso Nao Masunaga, in Italia dall’ottobre 2017 e ora rimasta nel limbo di un cortocircuito burocratico causato dal coronavirus: «Una grande fondazione giapponese che elargisce borse di studio», racconta, «ha deciso di chiudere i rubinetti quando ha visto che la situazione in Italia stava sfuggendo di mano per costringere gli studenti a rientrare». C’è però un problema che non è stato considerato, ovvero che in Giappone gli unici in quarantena sono i cittadini che vengono dall’estero: «Chi, come me, vive con i nonni li metterebbe a rischio. Dovrebbe passare i 14 giorni di isolamento in un albergo, che però sono costosissimi. E i capsule hotel che sono più economici non vanno bene perché hanno i bagni in comune. Non ci è concesso l’uso dei mezzi pubblici, i soli spostamenti andrebbero fatti con auto a noleggio, ma lo Stato non passa niente, è tutto a carico nostro. Per questo abbiamo fatto una raccolta firme e la fondazione sembra avere deciso che continuerà a pagare la borsa di studio». Insomma, i soli problemi, per ora, sono quelli di una burocrazia cieca e ottusa. Forse anche quella ulteriore prova che in Giappone tutto è come al solito.

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Il Regno Unito si prepara a uno «tsunami» di ricoveri

Gli ospedali di Londra sono già nel pieno dell'emergenza, e il resto del sistema sanitario nazionale attende «un'esplosione della domanda per pazienti gravi». Mentre il numero di contagi resta relativamente basso.

Gli ospedali di Londra sono già alle prese con «un’esplosione» di ricoveri legati al coronavirus e si attende nei prossimi giorni «uno tsunami continuo» di casi gravi. Lo ha detto oggi alla Bbc Chris Hopson, numero uno di Nhs Providers, un’associazione che rappresenta i manager del sistema sanitario britannico. «C’è un’esplosione della domanda per pazienti gravi», ha detto Hopson e le previsioni sono di ulteriori «ondate dopo ondate». «Ci aspettiamo uno tsunami continuo, secondo le parole che uso io spesso», ha aggiunto.

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Coronavirus al galoppo in Spagna: quasi 10 mila contagi in un giorno

La situazione si fa sempre più grave: oltre 56 mila le perso affette da Covid-19. Le vittime superano le 4 mila unità

I casi di coronavirus in Spagna continuano a crescere e oggi sono quasi 10 mila in più di ieri: da 47.610 a 56.188. Aumentano anche le vittime, da 3.434 a 4.089. Lo riferisce l’ultimo bilancio del ministero della Salute riportato da El Pais.

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Emergenza coronavirus, Draghi entra a gamba tesa sull’Europa

L'ex presidente della Bce chiama all'azione immediata in un intervento sul Financial Times. E contro i rigoristi invoca misure a sostegno dell'economia senza curarsi dell'aumento del debito.

«Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»: «il costo dell’esitazione potrebbe essere irreversibile». Mario Draghi torna a parlare e, con una lunga analisi pubblicata sul Financial Times, racconta come va declinato il nuovo “whatever it takes”.

NECESSARIO AUMENTARE LA LIQUIDITÀ

Un intervento che arriva proprio mentre in Italia riaffiora il dibattito su un suo ruolo in politica di chi lo vedrebbe come un possibile capo di governo, e nel quale non nasconde che è ora il momento di decisi interventi pubblici finalizzati ad aumentare la liquidità, anche a costo di far aumentare – come è scontato – il debito pubblico. «I livelli di debito pubblico devono salire. Ma l’alternativa sarebbero danni ancora peggiori all’economia, rappresentati dalla distruzione permanente delle attività produttive e quindi della base di bilancio», scrive Draghi, con quella che sembra una inversione a u rispetto alla sua filosofia di riduzione del debito.

DEBITO PIÙ ALTO COME CARATTERISTICA PERMANENTE

Una frase che racconta meglio di tutte la difficoltà che stiamo vivendo, visto che la pronuncia l’ex presidente della Bce sempre pronto a bacchettare i governi per la necessità di controllare la spesa, mettere a posto i conti e, soprattutto, impegnarsi per la riduzione del debito. «È già chiaro che la risposta» alla guerra contro il coronavirus «deve coinvolgere un significativo aumento del debito pubblico». «La perdita di reddito del settore privato»- scrive nella sua analisi – dovrà essere eventualmente assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi. Livelli di debito pubblico più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata da una cancellazione del debito privato». Come dire, si tratta di un intervento non certo convenzionale.

I RIFERIMENTI ALL’ECONOMIA DI GUERRA

Del resto i riferimenti sono quelli di un’economia bellica e le «guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la Prima guerra mondiale. In Italia e in Germania fra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse». Uno dei concetti base è la velocità di azione, l’altro il ruolo dell’Europa. «La velocità del deterioramento dei bilanci privati, causata da uno shutdown che è inevitabile e opportuno» – scrive – deve incontrare «un’uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l’altro in quella che è evidentemente una causa comune».

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Anche Putin deve arrendersi al coronavirus

Stop al referendum e Paese in lockdown per una settimana. Mentre i casi di contagio aumentano costantemente.

A causa del Covid-19 che minaccia anche la Russia, Vladimir Putin rinvia il referendum sui cambiamenti alla costituzione studiati per dargli la possibilità di rimanere al Cremlino fino al 2036. In un discorso televisivo alla nazione, il presidente ha spiegato che il voto, fissato per il 22 aprile, sarà posticipato a data da destinarsi. Quando, dipenderà dalle valutazioni di medici e tecnici sull’evoluzione dell’epidemia. Putin ha anche annunciato lo stop per una settimana di tutte le attività non essenziali: il periodo dal 28 marzo al 5 aprile sarà considerato di ferie, e i lavoratori che resteranno a casa verranno pagati regolarmente. Oltre a questa misura volta ad arginare il diffondersi del virus col distanziamento sociale, il leader russo ha elencato una serie di provvedimenti di supporto ad aziende e famiglie. Tra questi, un aumento dei sussidi di disoccupazione e un deferimento degli obblighi fiscali per le piccole e medie imprese. 

CONTAGIO CONTENUTO MA INEVITABILE

«Grazie alle misure da noi prese in anticipo, siamo finora stati capaci di contenere il contagio, ma vista la posizione geografica della Russia, sarà impossibile creare una barriera in grado di bloccarne completamente la penetrazione», ha detto Putin. Invitando i russi a stare a casa, senza però istituire – al momento – un vero e proprio obbligo a farlo. Riguardo al referendum costituzionale, «sapete quanto sia per me importante», ha sottolineato .«Ma priorità assoluta sono la salute, la vita e la sicurezza dei cittadini». Finora era prevalso il desiderio del Cremlino di dare una piega ottimistica agli eventi e andare avanti con il voto del 22 aprile, cruciale per la visione politica di “nuova Russia” ancor più autoritaria che il presidente – secondo la maggior parte degli osservatori – sta delineando. Evidentemente, qualcosa ha fatto ricredere Putin. 

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli

I casi di Covid-19 confermati sono triplicati nel giro di 24 ore in Russia, dopo che è cambiato il modo di conteggiarli. E il numero reale dei casi è probabilmente ancora più alto, riconoscono adesso le autorità. Che, nonostante la situazione sia al momento migliore rispetto a quella di molti altri Paesi investiti dalla pandemia, si preparano ad affrontare scenari più duri. I contagiati “ufficiali” erano 658 alle 12 del 25 marzo: 163 in più rispetto al giorno precedente. Non si era mai visto un tale aumento giornaliero. Da alcuni giorni a Mosca, la città più colpita, la lista dei contagiati è compilata in base ai risultati immediati di un singolo tampone. Non viene più atteso l’imprimatur di positività dai laboratori ministeriali di Novosibirsk. Il sindaco della capitale, Sergei Sobyanin, incontrando il presidente Putin, aveva definito «serio» il quadro, aggiungendo che il numero dei malati è superiore a quanto finora accertato. 

QUALCHE BUGIA, MA NESSUN COMPLOTTO

Le rigidità burocratiche e la volontà governativa di non creare allarme e dichiarare «sotto controllo» l’epidemia hanno certamente contribuito a ridimensionarne i numeri. Che però restano obiettivamente contenuti: la Russia di oggi non è la vecchia Unione Sovietica, e non è nemmeno la Cina. Certo, la maggior parte dei media sono governativi e fanno propaganda. Ogni tentativo organizzato dall’alto di occultare una realtà estremamente più grave di quella che è verrebbe presto smascherato sui social, che pullulerebbero di testimonianze del depistaggio in atto. Cosa che non sta avvenendo. Si sono smascherati episodi singoli, anche gravi. Ma di un complotto del potere per nascondere l’epidemia non c’è proprio traccia. 

Intanto, social e giornali, intanto sono pieni delle immagini di Putin in tuta e maschera protettiva durante una visita nell’ospedale moscovita dove sono concentrati i malati di Covid-19. Il comandante in capo va in prima in linea. Tipico Putin. L’intento propagandistico è evidente. E non è solo rivolto al consenso interno. Secondo alcuni analisti, il Cremlino sta già utilizzando questa crisi globale per mettere a segno colpi di propaganda sull’arena internazionale: visto che l’epidemia adesso uccide nelle democrazie occidentali e non più in Cina dove è stata fermata, «la battaglia contro il virus finisce per rappresentare una competizione fra sistemi politici», ha notato su carnegie.ru il politologo Alexander Baunov

SISTEMI POLITICI A CONFRONTO

«Quale sistema è più efficace in queste circostanze così difficili? Quello autoritario, alla cinese, o quello occidentale? Questa competizione è ancora agli inizi, ma vista la decisione di Putin di estendere il suo regno attraverso le riforme costituzionali, il presidente sta facendo una scelta finale in favore dell’autoritarismo e dimostra di volersi spendere con tenacia per la vittoria di tale sistema». Una chiave di lettura che, secondo Baunov, può essere applicata anche all’operazione “Dalla Russia con amore, che ha portato medici militari e apparecchiature da Mosca a Bergamo: l’Italia è il Paese che ha sofferto di più per la pandemia, ed è quindi adatto ad esercitare soft power. «Mentre i Paesi Ue si chiudono addosso le frontiere e Bruxelles è in preda alle divisioni interne», scrive l’analista, «gli spauracchi dei media occidentali – Russia, Cina e Cuba – corrono a portare aiuto medico di emergenza all’Italia». Che peraltro può solo sinceramente ringraziare.

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Anche Putin chiude la Russia per una settimana

Disposto lo stop di tutte le attività non essenziali nel tentativo di contenere l'avanzata dell'epidemia. E spunta una 'oligarc-tax'.

La Russia «è riuscita a contenere il coronavirus» fino adesso, ma il Paese non è in grado di «bloccare» completamente la minaccia. Lo ha detto Vladimir Putin parlando alla nazione, sottolineando che ora è «imperativo» rispettare le indicazioni delle autorità. Per contenere l’epidemia, Putin ha annunciato che verrà introdotto «una settimana di stop» alle attività non essenziali, dal 28 marzo al 5 aprile. «State a casa», ha detto Putin in televisione.

«NECESSARIO PREVENIRE LA MINACCIA DELLA MALATTIA»

«Ora è estremamente importante prevenire la minaccia della rapida diffusione della malattia, pertanto la prossima settimana sarà una settimana di ferie e prevederà il pagamento dello stipendio», ha detto Putin. «Tutte le raccomandazioni devono essere seguite, dobbiamo proteggere noi stessi e coloro che ci sono vicini», ha aggiunto.

NUOVA TASSA DESTINATA AGLI OLIGARCHI

Il presidente ha poi chiesto l’imposizione di una tassa del 15% sui capitali che dalla Russia vengono esportati all’estero nonché l’introduzione di una tassa del 13% (equiparata dunque a quelle sul reddito) sugli interessi generati da investimenti finanziari (ma solo se il capitale investito è superiore a 1 milione di rubli, ovvero circa 12 mila euro al cambio attuale). I proventi verranno utilizzati per finanziare le misure sociali anti-crisi.

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Covid-19, la tragedia nascosta dell’Iran

Dati falsati. Tra le vittime anche molti 20enni e 30enni. Fosse comuni a Qom. E un establishment decimato dai contagi. La pandemia ha travolto la Repubblica islamica, isolata a livello internazionale e con un'economia già al collasso. Anche a causa della stretta Usa. Lo scenario.

Gli ultimi dati diffusi dal ministero iraniano della Sanità sul coronavirus parlano di 27 mila casi e più 2 mila morti.

Numeri importanti, che di per sé rendono la Repubblica islamica il sesto Paese per diffusione di Covid-19 al mondo.

Ma nessuno crede che siano veritieri e, anche in Iran, tutti pensano che il numero di malati e i morti per la pandemia sia molto maggiore.

A QOM SI USANO FOSSE COMUNI

Hanno fatto il giro del mondo, già un paio di settimane fa, le immagini satellitari diffuse dal Washington Post di un cimitero di Qom – città epicentro dell’epidemia nel Paese – dove per l’emergenza erano state scavate fosse comuni, riempite di centinaia di cadaveri. Abbiamo drammaticamente visto anche in Italia come, nelle aree focolaio, accada di non sapere dove mettere i morti. E in Iran, complici i forti e numerosi rapporti con la Cina, il virus ha iniziato a propagarsi rapidamente settimane prima che in Europa, da Qom verso Teheran.

LEGGI ANCHE: Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

CONTAGI NELL’ESTABLISHMENT

Alcuni membri del parlamento appena rinnovato alle Legislative di febbraio e un consigliere della Guida suprema Ali Khamenei sono tra vittime del coronavirus. Vari personaggi di spicco del regime, tra i quali il vice ministro della Salute, il ministro dell’industria, la vicepresidente Masoumeh Ebtekar – famosa come Sister Mary per aver fatto, nel 1979, da ponte durante l’occupazione dell’ambasciata americana – e decine tra deputati, pasdaran e funzionari sono risultati positivi al test. Un canovaccio che si è ripetuto nei parlamenti e nei governi occidentali, fin dentro la Casa Bianca sanificata, con Donald Trump sottoposto a tampone (poi negativo): i virus sono democratici. Ma in Iran, anche dal poco che si sa, su scala maggiore che altrove. L’ultimo flash dell’establishment persiano è del presidente Hassan Rohani che tossisce, chiedendo la «fine delle sanzioni», riunito con i membri del governo e con altre autorità civili e militari. Tutti, tranne Rohani, indossavano la mascherina.

Coronavirus Iran Covid 19
Un ospedale per malati di Covid-19 in costruzione in un centro commerciale in Iran (Getty Images).

«UN MORTO OGNI 10 MINUTI»

La classe religiosa, politica e militare che governa l’Iran dalla rivoluzione khomeinista potrebbe finire decimata. A metà marzo il governo dichiarava «il picco superato, sulla base delle statistiche». Anche gli iraniani erano stati invitati a restare chiusi in casa e dovevano continuare a farlo. Tra le città e gli altri centri abitati erano stati bloccati i collegamenti e piazzati posti di blocco. Si invitava la popolazione persino a evitare di maneggiare moneta, pagando col bancomat. Mentre i contagi dilagavano si erano messi ai domiciliari ed erano stati concessi permessia quasi 100 mila detenuti, per evitare focolai nelle carceri, come vuol fare ora l’Italia e pensa anche Trump negli Usa. Tutto questo, appunto, nelle settimane del picco che in realtà anche nel governo si ritiene tutt’altro che superato. Il 18 marzo, il ministero della Sanità ha sconfessato Rohani, comunicando che «ogni 10 minuti in Iran c’è un morto di Covid-19».

TEHERAN HA CHIESTO AIUTO AL FMI E LO STOP ALL’EMBARGO DEGLI USA

Si lavora per ospedali da campo nei mall, e muoiono anche tanti giovani in un Paese dove l’età media è di 30 anni ed è privo di farmaci da un anno per le durissime sanzioni americane con il sistema sanitario inevitabilmente collassato. Le vittime più giovani, ufficialmente dichiarate, da Covid-19 nel Paese sono una 23enne di Qom appassionata della variante locale di calcio, il futsal, e un’infermiera 25enne della provincia di Gilan, sul mar Caspio, un altro focolaio.

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Tanti medici e sanitari 20enni e 30enni, ripresi a ballare per esorcizzare la tragedia, si sono ammalati, perdendo la vita. Il capodanno persiano del Nowruz (per l’equinozio di primavera) è trascorso sotto coprifuoco e listato a lutto. In queste settimane l’Iran ha chiesto aiuti per 5 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale (Fmi). E poi l’intercessione del papa, affinché in questa fase di emergenza per ragioni umanitarie sia rimosso l’embargo da parte degli Usa.

Coronavirus Iran Covid 19
Iran, ancora troppa gente in giro al bazar di Teheran. GETTY.

UN’ECONOMIA COLLASSATA PRIMA DELL’EPIDEMIA

L’economia iraniana era già devastata dall’uscita di Donald Trump dall’accordo internazionale sul nucleare, con le sanzioni indirette americane anche sull’import-export e le transazioni finanziare con i Paesi dell’Unione europea. Una situazione già terribile prima dell’epidemia del coronavirus, con l’inflazione galoppante e proteste interne. Da mesi Teheran dipendeva commercialmente dalla Cina, e si è vista come è andata a finire. Ancor prima che in Italia, Pechino è corsa in soccorso all’Iran con apparecchiature, mascherine, medici e kit della Croce rossa cinese. Lo stesso ha fatto la Russia con altro materiale, appellandosi anche a Washington per revocare l’embargo a Teheran. L’Organizzazione mondiale della sanità aveva mandato aiuti e personale in Iran. Ma nonostante la mobilitazione internazionale e lo sforzo dei medici, la situazione non appare sostanzialmente migliorata.

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AIUTI DA SVIZZERA E COREA DEL SUD

L’epidemia esplosa nella Repubblica islamica, mentre in Cina ancora dilagava, ha fatto da cassa di risonanza del virus in Medio Oriente. Dall’Iran sono arrivati i primi contagi in Iraq, Siria, Giordania, Libano, Afghanistan, fino agli Emirati arabi, al Bahrein e allo Yemen nella Penisola araba dove gli emissari di Teheran coltivano relazioni finanziarie ed esercitano grosse influenze politiche e militari. Tutti questi Paesi hanno bloccato o limitato i collegamenti con l’Iran, che per ragioni sanitarie è isolato anche dall’area mediorientale. Alla fine di febbraio, gli Stati Uniti hanno ritoccato le limitazioni all’Iran, per permettere l’arrivo di aiuti umanitari (prodotti alimentari e medicine) di aziende svizzere. Ma Trump non fa altri passi: sulla carta questo tipo di forniture è già esentato dall’embargo. Anche la Corea del Sud tratta con Rohani per assistenza e consulenza nei test. Ma che il regime, attraverso Khamenei, accusi gli Usa di complotto sul Covid-19 non aiuta.

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Gli Stati Uniti hanno varato un piano da 2 mila miliardi contro la pandemia

Raggiunto l'accordo tra repubblicani e democratici per il meccanismo di sostegno all'economia nazionale. Ma il coronavirus fa sempre più paura: 163 morti nelle ultime 24 ore.

La maggioranza repubblicana al Senato degli Stati Uniti ha annunciato di aver raggiunto con i democratici e la Casa Bianca un accordo su uno «storico» piano da 2 mila miliardi di dollari per rilanciare la prima economia mondiale, colpita duramente dalla pandemia di coronavirus.

«Finalmente, abbiamo un accordo», ha detto il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell, riferendosi al massiccio «livello di investimenti da tempo di guerra nella nostra nazione».

Il Senato e la Camera dei Rappresentanti devono ancora approvare la legge prima di mandarla al presidente Donald Trump per la firma.

Intanto, negli Stati Uniti la pandemia procede in maniera sempre più rapida: si sono registrati almeno 163 morti per coronavirus nelle ultime 24 ore, il bilancio peggiore nel Paese da quando è esplosa l’epidemia. Sono 52.976 i casi di contagio finora accertati negli Usa.

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Quanto perderà il Giappone con il rinvio di Tokyo 2020

Lo slittamento dei Giochi al 2021 comporterà un danno di 6 miliardi di euro. La cancellazione avrebbe bruciato 66 miliardi. Mentre si teme una bolla per i super-investimenti nell'edilizia. E c'è il rischio di fallimenti a catena. L'analisi.

Alla fine il Giappone ha dovuto arrendersi all’evidenza dei fatti. Un’umiliazione, per il popolo che discende dal lignaggio dei samurai. Tokyo fino all’ultimo ha difeso le sue Olimpiadi, ventilando al più la concessione di posticiparle subito dopo l’estate, ma le defezioni delle delegazioni canadesi e australiane (cui presto si sarebbe aggiunta quella statunitense) avevano messo sul chi vive il Comitato olimpico internazionale e lo stesso governo nipponico. Il rischio di farle a porte chiuse, senza pubblico, senza la maggior parte degli sportivi e senza ritorni economici stava diventando troppo alto.

CAMBIA L’ANNO, MA IL NOME RESTA TOKYO 2020

E così, come spesso accade quando gli interessi in gioco sono tanti e multimilionari, si è optato per un compromesso davvero bizzarro. I Giochi si faranno nel 2021, sempre in Giappone, che tiene in ostaggio la fiamma olimpica. Ma si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, perché la spesa per «rebrandizzare» tutto lo sterminato merchandise (dai portachiavi ai videogiochi ufficiali, passando per t-shirt e cappellini) sarebbe stata enorme.

COSÌ SI PERDONO 6 MILIARDI CONTRO I 66 DELLA CANCELLAZIONE

Si concretizza in ogni caso la più grande paura del governo nipponico, ovvero incappare in un danno economico senza precedenti, per di più con un Paese già in recessione tecnica. Già da tempo il primo ministro Shinzo Abe aveva sulla scrivania lo studio realizzato dalla società finanziaria Smbc Nikko Securities Inc. secondo cui la cancellazione dell’evento avrebbe comportato un danno di 65,9 miliardi di euro (7.900 miliardi di yen). Una cifra che diventa più contenuta in caso di slittamento: 6 miliardi di euro. Un altro studio, elaborato dall’economista Katsuhiro Miyamoto dell’Università del Kansai stimava invece la perdita circa 40 miliardi di euro in caso di cancellazione dei Giochi, 5,5 miliardi in caso di posticipazione. 

POSSIBILE UNA FLESSIONE DEL PIL DELL’1,7%

Per il gruppo finanziario Nomura, che peraltro è partner ufficiale dell’evento, questo inciampo porterà una compressione possibile del Pil nipponico che va dal mezzo punto a 1,7 punti (ovvero circa 70 miliardi, nella peggiore delle ipotesi). E a questo bisognerà aggiungere i danni del coronavirus. Perché non sembra affatto vero che il Giappone stia riuscendo a contenere l’epidemia e Tokyo viene indicata in un report del Ministero della Salute nipponico come possibile focolaio dell’infezione, con 530 nuovi contagi entro l’8 aprile. Lunedì 23 marzo, quando il bollettino medico ha riportato 154 infetti e 8 morti, il governatore di Tokyo, Yuriko Koike, ha per la prima volta ammesso la possibilità di mettere in quarantena l’intera città in cui si sarebbero dovuti svolgere i Giochi. Non facile, per una megalopoli di circa 10 milioni di abitanti, ma potrebbe essere indispensabile, considerata l’età media della popolazione (è il solo Paese al mondo con una età media superiore alla nostra).

TOKYO SI ERA RIFATTA IL LOOK

E poi ci sono i soldi già investiti. In Giappone al solito le cose sono state fatte in grande, anche perché quelle di Tokyo 2020 sarebbero dovute essere le Olimpiadi più tecnologiche mai viste, con tanto di show di robottoni a corredo e un grande sfoggio di tecnologia basata sull’intelligenza artificiale. Oltre agli impianti sportivi, tra i più grandi e innovativi al mondo (dal maestoso National Stadium edificato in centro a Tokyo sulle ceneri di quello che ospitò i Giochi del 1964, a Shinjuku al Tokyo Aquatics Centre costruito nel TatsuminoMori Seaside Park) sono stati costruiti una quarantina di strutture cui si devono aggiungere le 5.500 abitazioni del villaggio olimpico. La foga nipponica di dare un nuovo volto alla capitale ha travolto anche le tradizioni, se si pensa che lo Tsukiji shijō, l’enorme mercato ittico di Tsukiji, capace di contenere fino a 70 mila persone tra mercanti, addetti e clienti, è stato frettolosamente trasferito altrove perché lì sarebbe dovuto sorgere il press center. Per il momento continuerà a essere impiegato come parcheggio, pare.

INVESTIMENTI NELL’EDILIZIA TRA I 20 E I 40 MILIARDI

Per alcuni si tratta della più grande speculazione edilizia dagli anni ’90, quella che peraltro provocò una spaventosa bolla immobiliare e la famosa crisi economica da cui il Giappone non è più riuscito a uscire. Il costo? Il governo, al momento, preferisce non diramare dati ufficiali. Secondo la statunitense Citigroup Global superano ormai i 20 miliardi e non si tratterebbe nemmeno della cifra finale che, a detta dei più, finirà col raddoppiare. Già a dicembre il tema delle spese aveva acceso il dibattito politico, dato che il governo aveva avuto mandato di spendere l’equivalente di poco più di 8 miliardi di euro. Per i detrattori, troppi costi sono stati fatti passare come collegati alle Olimpiadi ma in realtà non riguarderebbero affatto i Giochi. In quell’occasione l’esecutivo di Abe aveva replicato che 3 miliardi erano coperti dagli sponsor, un miliardo dal Cio mentre la vendita dei biglietti procedeva al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto che la Bank of Japan stimava un guadagno di 70 miliardi per il comparto turistico, di cui la metà dovuta proprio alle Olimpiadi. Quindi un incasso netto di 35 miliardi rispetto agli introiti del 2019.

IL RISCHIO DEI FALLIMENTI A CATENA

Infine c’è il tema dei possibili fallimenti. Qui non si hanno né cifre né stime. Si sa solo che del miliardo che ci ha messo il Cio, 900 mila euro erano coperti da assicurazione. Ma difficilmente tutti i partner dei Giochi hanno stipulato analoghi contratti. Le stesse assicurazioni, inoltre, potrebbero eccepire che l’emergenza pandemica globale è un evento così raro che non rientra tra le ipotesi coperte. Insomma, si prospettano battaglie giudiziarie a non finire, fallimenti anche a cascata di compagnie piccole e medie, un potenziale effetto domino che potrebbe travolgere più settori del tessuto economico nipponico, dalla compagnia quotata all’azienda famigliare. I più esposti sarebbero i comparti edili e il ramo turistico che aveva già venduto centinaia di migliaia di pacchetti. E poi c’è un tema che rischia di intasare i tribunali per gli anni a venire: la ben nota operosità nipponica aveva già fatto sì che il Villaggio Olimpico edificato lungo la baia di Tokyo e capace di contenere oltre 15 mila persone tra atleti e staff sia già stato venduto ad acquirenti privati con contratti di locazione che partiranno a fine estate. Impossibile, insomma, prevedere le perdite totali ma adesso il Giappone si prepara a un’altra tempesta, quella sanitaria che sembra ormai arrivata anche nell’arcipelago.

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«Economy first»: l’azzardo di Trump sul coronavirus

Il contagio corre. Ma il presidente Usa vuole allentare le misure di contenimento. Per evitare il crollo del Pil a pochi mesi dalle elezioni. Anche a costo di mettere in pericolo la salute pubblica.

L’epidemia di coronavirus accelera negli Stati Uniti, che possono diventare il prossimo “epicentro” dell’epidemia, avverte l’Organizzazione mondiale della sanità. Eppure Donald Trump annuncia di volere presto allentare le misure di contenimento. Il bilancio in America supera i 50 mila contagiati (circa 7000 in più nelle ultime 24 ore) e i 600 morti, confermandolo come terzo Paese al mondo per numero di contagiati, dopo Cina e Italia. Ma il presidente, incalzato da Wall Street e da vari economisti conservatori, va in controtendenza. Sfidando il parere contrario dei suoi esperti scientifici, a partire dal virologo di fama mondiale Anthony Fauci, scomparso dagli ultimi briefing della Casa Bianca dopo aver ripetutamente corretto il presidente.

IL RISCHIO DI UN CROLLO SENZA PRECEDENTI

«Questo non è un Paese fatto per essere chiuso, dobbiamo riaprirlo, far tornare gli americani al lavoro», ha detto in un town hall virtuale alla Fox, annunciando che deciderà il 29 marzo, quando scadranno i 15 giorni di restrizioni. «Mi piacerebbe che gli Usa riaprissero e ripartissero entro Pasqua», ossia il 12 aprile. Del resto, «l’influenza stagionale e gli incidenti automobilistici mietono più morti del coronavirus e non per questo si chiude il Paese o si chiede alle case automobilistiche di non produrre più vetture». La pandemia, ha ricordato il tycoon, ha già distrutto in poche settimane il balzo fatto in tre anni dall’economia sotto la sua amministrazione e le previsioni sono catastrofiche, come ha evidenziato Morgan Stanley: un calo del Pil di oltre il 30%, un tasso di disoccupazione in rialzo al 12,8% e un crollo dei consumi del 31% nel secondo trimestre di quest’anno. Numeri senza precedenti nelle statistiche economiche moderne, che rischiano di minare le chance di rielezione di Trump.

PRIMA L’ECONOMIA, POI LA SALUTE PUBBLICA

Il tycoon sa che un nuovo mandato è appeso alla gestione della crisi da coronavirus e sembra aver scommesso sul salvataggio dell’economia più che su quello della salute pubblica. Un vero azzardo, che potrebbe costargli caro, diventando la sua Katrina, l’uragano che segnò l’inizio della fine di George W. Bush. «Non c’è gara nella scelta tra riaprire l’economia e salvare vite, il primo obiettivo è quello di salvare vite umane. Punto», gli ha ribattuto il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, accusando le autorità federali di aver mandato solo 400 respiratori contro i 30 mila necessari. «Qui abbiamo ormai 26 mila casi e il numero raddoppia ogni tre giorni, il trend dei malati è superiore e più veloce di quello inizialmente previsto», ha messo in guardia, sottolineando che il picco è previsto solo tra 14-21 giorni.

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Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

Ben 21 milioni di utenze telefoniche mobili sono scomparse nel nulla nel giro di tre mesi. Il dato sorprende in un Paese dove il cellulare è necessario per compiere ogni attività. Potrebbero essere i numeri chiusi dai lavoratori tornati nei villaggi. Ma i conti ancora non tornano.

In Cina il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito di 21 milioni negli ultimi tre mesi. Il dato emerge confrontando i dati diffusi il 19 marzo dalle autorità di Pechino e quelli del dicembre 2019.

E fuori dal Paese, fonti della dissidenza organizzata già ipotizzano che la spiegazione sia da attribuire ai decessi dovuti a Covid-19 generando forti dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali dell’epidemia fornite fino a oggi dalla Cina.

Del resto, da qualche tempo, anche da noi in Italia in molti si interrogavano sull’evidente e davvero sorprendente disparità tra i dati italiani e quelli cinesi. Specialmente sul conteggio dei morti.

L’ITALIA HA QUASI IL DOPPIO DEI MORTI DELLA CINA

Le cifre parlano chiaro: in Cina – a epidemia ormai conclusa, come afferma ormai da qualche giorno, insistentemente, il governo – i morti sarebbero stati circa 3.300 su una popolazione pari a 1 miliardo e mezzo di persone, mentre in Italia siamo già a oltre 6.000 morti su 60 milioni di abitanti: 100 decessi per milione di abitanti da noi contro i 2,2 morti per milione in Cina. Cifre ufficiali e a dir poco sconcertanti.

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I tentativi di spiegare questa impressionante forbice statistica sono stati diversi: dall’anzianità della popolazione italiana rispetto a quella cinese al modo diverso di conteggiare le morti. L’ipotesi è che in Cina si siano calcolati i decessi esclusivamente per coronavirus, in Italia anche quelli “con”. Ipotesi, come quelle che fioriscono per spiegare la scomparsa di 21 milioni di utenze in un Paese in cui i cellulari sono una parte indispensabile della vita visto che senza un telefonino non si può nemmeno riscuotere la pensione.

L’ALLARME LANCIATO DALL’EPOCH TIMES

Il primo a lanciare l’allarme è stato l’Epoch Times, testata della dissidenza cinese all’estero, con sede negli Stati Uniti. «Il livello di digitalizzazione è molto alto in Cina. Le persone non possono sopravvivere senza un cellulare», ha dichiarato il 21 marzo scorso al settimanale Tang Jingyuan, un commentatore degli affari cinesi che vive negli Usa. «Avere a che fare con il governo per pensioni e previdenza sociale, comprare biglietti del treno, fare shopping…non importa cosa le persone in Cina debbano fare, sono ormai da tempo obbligate a usare i cellulari».

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Ancora di più durante questa epidemia. «Il regime cinese richiede a tutti i cittadini di utilizzare il proprio cellulare per generare un codice sanitario», ha fatto notare Tang. «Solo con un codice sanitario verde è permesso ai cinesi di spostarsi. È praticamente impensabile che una persona oggi rinunci al suo cellulare». Inoltre, aggiungiamo noi, i conti bancari e previdenziali sono integrati con i piani di telefonia cellulare; le app sui telefoni cinesi controllano le carte Sim rispetto al database dello Stato per assicurarsi che il numero appartenga all’utente.

RICONOSCIMENTO FACCIALE E MONITORAGGIO SANITARIO

La Cina ha introdotto le scansioni facciali obbligatorie il primo dicembre 2019 per confermare l’identità della persona che ha registrato il telefono. Ma già dal primo settembre 2010 richiedeva a tutti gli utenti di registrare la la linea con una reale identificazione, mediante la quale lo Stato può controllare ormai tutti i movimenti delle persone attraverso il suo sistema di monitoraggio su larga scala che utilizza – se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni anche da noi in Italia – riconoscimento facciale avanzato, telecamere di sorveglianza onnipresenti ovunque, droni-spia e geolocalizzazione spinta. Proprio quegli stessi elementi così invasivi per la privacy che però hanno consentito ai cinesi di contenere – secondo le dichiarazioni di Pechino – il dilagare dell’epidemia, monitorando ogni contagiato, anche se asintomatico. Non solo. Pechino ha lanciato per la prima volta codici sanitari basati sul cellulare il 10 marzo scorso. Tutti i cittadini sono obbligati a installare un’app e registrare le informazioni sanitarie personali. Quindi l’app genera un codice QR, che appare in tre colori, per classificare il livello di salute dell’utente. Il rosso indica che la persona ha una malattia infettiva e quindi deve mettersi subito in auto-isolamento, il giallo indica che la persona potrebbe averne una e il verde indica che la persona è sana e può quindi muoversi liberamente.

I DATI DEL MINISTERO CINESE DELL’INDUSTRIA E DELLA TECNOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Di fronte a questo scenario, è passata un po’ in sordina la dichiarazione del ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione (Miit), che il 19 marzo ha rilasciato le cifre ufficiali degli utenti telefonici in ciascuna provincia, riferiti al mese di febbraio. Rispetto al precedente comunicato del 18 dicembre 2019 e che riguardava i dati di novembre, sia gli utenti di telefonia cellulare che di telefonia hanno fatto registrare un fortissimo calo. Mentre nello stesso periodo dell’anno precedente, sempre secondo i dati del ministero, il numero di utenti era aumentato. Confermando fra l’altro un trend in costante aumento negli ultimi anni.

L’ANDAMENTO DELLE UTENZE

Le cifre ufficiali fornite dal governo sono queste: il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito da 1.600.957.000 a 1.579.927.000, con un calo di 21,03 milioni. Il numero di utenti di telefoni fissi è diminuito da 190,83 milioni a 189,99 milioni, con un calo di 840 mila unità. Nel febbraio dell’anno scorso, il numero era aumentato. Secondo il Miit, a febbraio 2019 era passato da 1,5591 miliardi a 1,5835 miliardi, 24,37 milioni di utenze telefoniche mobili in più. Anche i contratti di rete fissa erano aumentati da 183.477 milioni a 190.118 milioni, ovvero 6.641 milioni in più.

IL CALO DELLE RETI FISSE SPIEGABILE CON LA CHIUSURA DELLE PICCOLE IMPRESE

E anche l’ipotesi che tutto possa dipendere da un generale calo demografico cinese non regge. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2019 la popolazione era 4,67 milioni in più rispetto al 2018, raggiungendo il miliardo e 400 milioni di persone. Il calo del 2020 degli utenti di telefonia fissa potrebbe avere una spiegazione plausibile: essere cioè dovuto alla quarantena nazionale a febbraio, durante la quale molte piccole imprese sono state chiuse. Ma la diminuzione delle utenze mobili non può essere spiegata nello stesso modo.

I RISULTATI DEI TRE MAGGIORI OPERATORI NAZIONALI

A ulteriore conferma vengono poi i dati operativi forniti da tutti e tre i gestori di telefoni cellulare in Cina. China Mobile, il maggiore operatore telefonico che detiene circa il 60% del mercato domestico dei cellulari, ha riferito che ha attivato 3,732 milioni di account in più a dicembre 2019, ma ne ha persi 0,862 milioni a gennaio 2020 e 7,254 milioni a febbraio 2020. Il gestore aveva guadagnato 2,411 milioni di account in più a gennaio 2019 e 1,091 milioni in più a febbraio 2019. Stesso trend analizzando i numeri di China Telecom, il secondo operatore cinese, che detiene circa il 21% del mercato. Ha guadagnato 1,18 milioni di utenti a dicembre 2019, ma ne ha persi 4,3 milioni a gennaio 2020 e ha visto “sparire” 5,6 milioni di utenze mobili a febbraio 2020. Nel 2019 aveva segnato un +4,26 milioni a gennaio e un +2,96 milioni a febbraio. China Unicom infine, che non ha ancora pubblicato i dati relativi a febbraio, è sulla stessa linea. Se si confrontano i dati disponibili di gennaio 2020 con quelli dell’inizio del 2019, la società ha perso 1,186 milioni di utenti a gennaio 2020, ma ne aveva guadagnati 1,962 milioni a febbraio 2019, con un ulteriore aumento di 2.763 milioni a gennaio dell’anno scorso.

OGNI CITTADINO ADULTO PUÒ AVERE MASSIMO CINQUE NUMERI

La Cina consente a ciascun adulto di richiedere al massimo cinque numeri di cellulare. Dal 10 febbraio, la data dell’enorme lockdown, la maggior parte degli studenti ha seguito le lezioni online, come stanno facendo ora molti studenti italiani, quasi sempre utilizzando un numero di cellulare. I telefonini di questi studenti sono registrati a nome dei genitori (perché in Cina un minorenne non può intestarsi un contratto di telefonia mobile), quindi molti genitori avrebbero avuto bisogno semmai di aprire nuovi account per i cellulari a febbraio, non certo di chiuderne. La grande domanda – l’inquietante ipotesi che avanza Epoch Times e diverse altre Ong straniere che si battono per i diritti in Cina e per spingere il regime cinese a maggiore trasparenza – è se il drastico calo degli account dei cellulari sia collegato alle morti per coronavirus. Rendendo quindi la contabilità molto superiore a quella dei dati ufficiali di Pechino.

I NUMERI SCOMPARSI POTREBBERO APPARTENERE A LAVORATORI MIGRATI IN CITTÀ

Cercando spiegazioni alternative all’ipotesi inquietante che sta circolando, si può osservare che è anche possibile che alcuni lavoratori migranti interni avessero già prima dello scoppio dell’epidemia e del conseguente blocco generale, due numeri di cellulare: uno nella loro città natale e l’altro nella città in cui lavoravano. A febbraio è anche possibile ipotizzare che molti – tornati ai loro villaggi per il capodanno lunare – di fronte all’impossibilità di rientrare nei luoghi di lavoro abbiamo chiuso questo ipotetico secondo numero. «Ma siccome in Cina esiste un canone mensile di base per detenere un numero di cellulare», osserva ancora l’analista Tang Jingyuan, «è molto più probabile che la maggior parte dei lavoratori migranti – un gruppo sociale con un reddito medio tra i più bassi della Cina – abbia in realtà soltanto un numero di telefonino».

LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ IN MOLTE PROVINCE

Approfondendo l’analisi dei dati, si vede che la Cina aveva 288,36 milioni di lavoratori migranti ad aprile 2019, secondo l’Ufficio nazionale cinese di statistica. Il 17 marzo scorso, Meng Wei, portavoce della commissione cinese per lo Sviluppo e le riforme, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa mensile a Pechino che, tranne per la regione dell’Hubei, tutte le province avevano riferito la ripresa del 90% delle attività delle loro imprese. A Zhejiang, Shanghai, Jiangsu, Shandong, Guangxi e Chongqing, quasi tutte le aziende hanno ripreso ormai regolarmente la produzione. Quindi se il numero dei lavoratori migranti e il livello di occupazione sono attendibili, oltre il 90% di loro è ormai tornato al lavoro. Perché i lavoratori migranti non hanno riattivato le utenze?

LE ATTIVITÀ MORTUARIE A WUHAN

«Al momento, se anche soltanto il 10% degli account dei cellulari fosse stato chiuso perché gli utenti sono morti a causa del virus, il bilancio delle vittime sarebbe di 2 milioni», ha fatto notare Tang. E ad accrescere i dubbi si aggiunge infine l’analisi delle attività funerarie nella regione dell’Hubei, la più colpita. Le sette aziende attive a Wuhan hanno cremato corpi per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana a partire da fine gennaio. La provincia di Hubei ha utilizzato anche altri 40 crematori mobili dal 16 febbraio. Un ex giornalista della televisione di Stato cinese, la Cctv, Li Zehua, arrestato dai servizi di sicurezza e poi fatto sparire, era riuscito a entrare di nascosto a Wuhan, visitando la comunità di Baibuting, tra le più colpite dall’epidemia. Il 18 febbraio scorso, poco prima si sparire nel nulla, aveva trasmesso in diretta streaming da un crematorio della zona, dove documentava come il carico di lavoro fosse tale che moltissimi inservienti venivano assunti e pagati con salari elevati. In mancanza di dati certi, insomma, il vero bilancio delle vittime in Cina resta un mistero. E la scomparsa di 21 milioni di cellulari alimenta ipotesi che forse non potranno mai venire né verificate, né smentite.

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Il G7 promette “whatever it takes” per far ripartire la crescita

I ministri delle Finanze e i banchieri centrali dei Paesi membri si impegnano a fare lo sforzo di bilancio necessario per aiutare le economie a riprendersi rapidamente.

“Faremo qualunque cosa necessaria per riportare la crescita e la fiducia e per proteggere i posti di lavoro, le imprese e la tenuta del sistema finanziario”. Lo affermano i ministri delle Finanze e governatori del G7 dopo la conference call tenuta stamani sulla risposta allo shock economico del coronavirus. “Ci impegniamo anche – si legge nel comunicato pubblicato dal dipartimento del tesoro Usa – di promuovere il commercio globale e gli investimenti a tutela della prosperità”.

I ministri delle Finanze del G7 “si impegnano a fare lo sforzo di bilancio necessario per aiutare le nostre economie a riprendersi rapidamente” e, accanto al rafforzamento dei sistemi sanitari, raccomandano “a tutti i Paesi di dispiegare il sostegno alla liquidità e l’espansione di bilancio per mitigare l’impatto economico negativo” del coronavirus. Lo si legge nel comunicato – pubblicato dal dipartimento del tesoro Usa – dei ministri delle Finanze e governatori del G7 dopo la conference call di oggi.

“Riconosciamo la necessità urgente di sostenere maggiormente il rapido sviluppo, la fabbricazione e la distribuzione di strumenti di diagnosi, terapie e un vaccino per il Covid-19”. Lo si legge nel comunicato del G7 finanziario, riunito oggi in conference call.

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Ora Trump scalpita per «riaprire gli Usa»

Il presidente Usa chiede di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende: «Se fosse per i medici il mondo sarebbe chiuso».

«Non si tratta del ridicolo Green New Deal. Si tratta di rimettere al lavoro i nostri grandi lavoratori e le aziende», ha scritto su Twitter il presidente degli Usa Donald Trump in merito all’epidemia da coronavirus.

«Il ‘Defense Production Act‘ è in vigore», afferma inoltre riferendosi alla legge emanata nel 1950 all’inizio della guerra di Corea per riorientare la produzione «ma non è stato necessario utilizzarla perché nessuno ha detto no. Milioni di mascherine stanno rientrando negli Stati Uniti».

«SE FOSSE PER I MEDICI IL MODO SAREBBE CHIUSO»

«Se fosse per i medici il mondo intero sarebbe chiuso», invece Trump vuole ‘riaprire l’America‘. E riaprirla in tempi brevi: in 15 giorni potrebbe decidere un allentamento delle regole, anche quelle sul distanziamento sociale così da spianare la strada alla riapertura delle imprese. L’obiettivo è evitare che «la cura sia peggio della malattia», dice il presidente americano riferendosi all’economia contagiata dal coronavirus. Trump illustra la sua posizione dal palco della Briefing Room della Casa Bianca, dal quale spicca l’assenza di Anthony Fauci, la massima autorità negli Usa in fatto di malattie infettive. Sui social in molti si chiedono dove sia finito il ‘virologo in chief’ e molti collegano l’assenza alla sua intervista critica, quella durante la quale ha ammesso che in alcune occasioni avrebbe strappato il microfono a Trump per non sentirlo parlare del coronavirus.

«FAUCI NON C’È PERCHÉ NON È ESPERTO DI ECONOMIA»

Il presidente Usa minimizza: «Non è presente perché non parliamo delle cose di cui è esperto». Poi chi lo incalza su cosa Fauci pensasse della riapertura dell’America, Trump dice: «Capisce il costo enorme per il nostro Paese». Invece di Fauci accanto al presidente Usa c’è invece il ministro della giustizia William Barr, per spiegare gli sforzi del suo Dipartimento contro il caro-prezzi sulle forniture mediche. Il Trump quindi prosegue nello spiegare come i costi economici della chiusura degli Stati Uniti sono enormi, da qui la sua fretta per riaprirli.

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