L’allarme del 2007 sul rischio coronavirus in wet market e laboratori

Nell'ottobre del 2007, lo scienziato Kwok Yung Yuen definiva i coronavirus una bomba a orologeria. Citando animali e laboratori come possibili fonti di contagio. Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto.

«I coronavirus sono una bomba a orologeria». Così, nell’ottobre del 2007, scriveva lo scienziato Kwok Yung Yuen, microbiologo a capo del Dipartimento di malattie infettive emergenti presso l’università di Hong Kongin uno studio post-Sars. L’articolo, frutto di un lavoro effettuato con altri tre ricercatori e pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Microbiology Reviews, parlava chiaro: «I coronavirus sono ben noti per le ricombinazioni genetiche che possono portare a nuovi genotipi ed epidemie. La presenza di una larga riserva di coronavirus nei pipistrelli ferro di cavallo e la cultura di mangiare mammiferi esotici nel sud della Cina creano una “bomba a orologeria”. La possibilità che si ripresenti la Sars o nuovi altri virus da animali o da laboratori, e dunque la necessità di essere pronti, non dovrebbe essere ignorata». Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto. Già, perché il professore cinese citava proprio le due possibili fonti di contagio sul tavolo anche per l’attuale pandemia: animali o laboratori. Come mai?

LA NECESSITÀ DI RAFFORZARE LE MISURE DI BIOSICUREZZA

Se la maggioranza degli scienziati propende per l’origine naturale del Sars-CoV-2 (di nuovo un salto di specie da pipistrello a uomo attraverso un ospite intermedio, in un primo momento identificato nel pangolino poi scagionato), il presidente americano Donald Trump ha accusato più volte Pechino sostenendo di avere le prove – in realtà, senza mai fornirle – che questo coronavirus è frutto di ingegneria genetica. Nel mirino, l’istituto di virologia di Wuhan (WTV), una struttura che rivendica di avere laboratori con il massimo livello di biosicurezza internazionale (Bsl-4) ma che una recente inchiesta del Washington Post ha rivelato essere al centro di grossi timori dell’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino (che, per questo, aveva inviato ripetutamente diplomatici scientifici statunitensi nel centro di ricerca) fin dal 2018. È un fatto che una relazione della Commissione europea nel 2004 riferiva che, sebbene dal 5 luglio 2003 l’Organizzazione mondiale della sanità non avesse registrato nuovi casi di Sars, i contagi erano riapparsi in almeno quattro occasioni fra la fine di agosto 2003 e il 2004: una volta nella città di Guangzhou – ancora nel sud della Cina – nella provincia di Guangdong (un’infezione trasmessa da un animale ma contenuta ad appena quattro contagi), altre tre volte a Singapore, Taipei e Pechino. In tutti questi casi, si trattava di incidenti di laboratorio che avevano coinvolto 13 persone: sei mentre conducevano esperimenti sul virus della Sars (Sars CoV), i restanti sette per esposizione a uno dei contagiati. I servizi di Bruxelles annotavano la necessità di prepararsi a un possibile ritorno dell’epidemia e di rafforzare le misure di biosicurezza dei centri di ricerca. Ma che cosa era successo?

LE INDAGINI DELL’OMS A SINGAPORE

Un team internazionale dell’Oms si recò a Singapore per un’indagine sul campo su uno dei nuovi casi registrati, quello di un ventisettenne al suo terzo anno di dottorato in microbiologia presso l’università nazionale di Singapore. Gli 11 esperti, guidati dal virologo Antony Della-Porta, giunsero alla conclusione che la contaminazione era avvenuta probabilmente in modo accidentale per un mancato rispetto delle regole. In pratica, l’esperimento avrebbe dovuto svolgersi in un laboratorio diverso ma, un giorno, lo specializzando era stato lasciato solo dal suo tutor perché era sabato mattina (il giorno delle riunioni dello staff). Le rilevazioni mostrarono che mancavano standard e linee guida di biosicurezza adeguati, un’idonea formazione dei ricercatori e l’istituto necessitava di svariati interventi strutturali. A Taipei, invece, l’incidente si era verificato in un laboratorio di massima sicurezza perché lo scienziato (in questo caso di grande esperienza) non aveva seguito la procedura per la decontaminazione della strumentazione e aveva effettuato la pulizia senza idonee protezioni per le vie aeree. Ma, una volta accusati i sintomi di crisi respiratoria, incredibilmente, l’uomo non era stato visitato e monitorato nei giorni di assenza per malattia con il rischio di contagiare altre persone. Ad aprile 2004, infine, due ricercatori dello staff del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Pechino avevano contratto la Sars, contagiando sette persone esterne (una delle quali morì). Eppure, nessuno di loro lavorava sul virus della Sars (probabilmente, c’era stata una contaminazione in uno dei laboratori poi usati dagli altri).

LA “MORATORIA” DI OBAMA DEL 2014

Nel 2014 è la volta degli Stati Uniti. Nei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta – uno dei luoghi strategici per la lotta a contagi ed epidemie – si verificano vari incidenti gravi che coinvolgono il laboratorio dove si studia l’antrace e quello del virus H5N1, l’influenza aviaria. Il direttore, Thomas Frieden, è costretto ad ammettere che gli errori avrebbero potuto, in teoria, uccidere sia i ricercatori dello staff sia persone comuni fuori dal centro. In un episodio, almeno 62 tecnici risultano a rischio, essendo stati esposti al batterio dell’antrace privi dell’adeguato equipaggiamento. Le strutture vengono chiuse e il presidente Barack Obama decide di imporre una “moratoria” di un anno a questo tipo di esperimenti (i cosiddetti «Gain-of-Function» ovvero quelli finalizzati ad accrescere la virulenza o trasmissibilità dei patogeni), tagliando i fondi alla ricerca su Sars, Mers e altri coronavirus o virus influenzali. Obama invita gli scienziati americani a una pausa volontaria da studi del genere finché non si stabiliranno regole di biosicurezza più stringenti ma nella comunità scientifica riprende quota l’annoso (e, in realtà, mai sopito) dibattito: i ricercatori si dividono fra chi ritiene che creare patogeni in laboratorio in grado di scatenare potenziali pandemie è troppo rischioso per la salute umana e chi, viceversa, lo giudica indispensabile proprio per trovare nuove terapie. Così è. Ma, alla fine, l’errore non si può mai escludere.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Libertà di movimento tra Regioni dal 3 giugno

La fine delle restrizioni prevista nella bozza del decreto del governo. Il governo potrà intervenire se si saranno nuovi focolai. Per il resto autonomia agli enti locali. Che mostrano tutti basso rischio. Tranne la Lombardia.

Libertà di movimento all’interno della propria regione senza limiti dal 18 maggio e tra le regioni dal 3 giugno. Secondo il quotidiano La Stampa è quanto prevede la nuova bozza del decreto voluto dal governo che dovrebbe essere presentato oggi e poi avere il vaglio del parlamento. La grande novità, secondo quanto riporta il quotidiano di Torino, è che saranno le Regioni a decidere eventuali restrizioni o istituzione di zone rosse.

A woman wearing a protective face mask walks at Piazza Affari where Palazzo Mezzanotte, headquarters of the Italian Stock Exchange, is located, in Milan, Italy, 25 February 2020. So far seven people with the coronavirus have died in Italy – all of them over 60 and several with pre-existing conditions. ANSA / MATTEO BAZZI

I POSSIBILI INTERVENTI DEL GOVERNO

Tuttavia il governo dovrà essere informato dell’andamento epidemiologico dei contagi e potrà intervenire se veranno individuati dei focolai.

L’ECCEZIONE LOMBARDA

La decisione dell‘esecutivo è stata presa dopo che tutte le regioni hanno mostrato di aver raggiunto un basso rischio di diffusione dell‘epidemia, tutte con l’eccezione della Lombardia.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Risale il numero delle vittime da Covid-19: i dati del 14 maggio

In 24 ore registrate 262 vittime, 111 solo in Lombardia. I nuovi casi sono 992, contro gli 888 del 13 maggio. I numeri.

Tornano a crescere le vittime da coronavirus in Italia. Dopo i dati positivi del 13 maggio, 24 ore dopo si registra una pur lieve inversione di tendenza. I morti in un giorno sono 262 (111 solo in Lombardia), contro i 195 di mercoledì. Il totale arriva così a 31.368. Risale anche l’incremento dei nuovi casi, che passa da 888 a 992, con la Lombardia (522) che da sola vale oltre il 50% del dato nazionale. Il totale delle persone che hanno contratto il coronavirus è 223.096. Tra le persone attualmente positive, 855 sono in cura presso le terapie intensive, con una decrescita di 38 pazienti rispetto al 13 maggio.

EFFETTUATI 14 MILA TAMPONI IN LOMBARDIA

In Lombardia, ha detto l’assessore al Welfare Giulio Gallera, «i guariti completamente dal Covid-19, con il doppio tampone negativo, hanno superato quota 30.000, ben 653 in un giorno solo. Calano in modo costante anche i pazienti ricoverati – ha aggiunto – quelli in terapia intensiva sono 297, mentre nei reparti di medicina e pneumologia sono rimasti 4.818 pazienti, 189 in meno rispetto a ieri. Più di 14 mila i tamponi effettuati».

Gli strumenti che abbiamo in messo in atto in modo strutturale accompagneranno tutti i lombardi verso una “nuova normalità” anche in ambito sanitario

Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia

«I nostri medici, infermieri e operatori – ha sottolineato l’assessore – stanno svolgendo un grande lavoro, sia all’interno delle strutture ospedaliere che sul territorio. Gli strumenti che abbiamo in messo in atto in modo strutturale accompagneranno tutti i lombardi verso una “nuova normalità” anche in ambito sanitario».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa prevede il decreto Rilancio approvato dal Cdm

Aiuti per famiglie e imprese. Oltre 25 miliardi per i lavoratori. Taglio di 4 miliardi di tasse. Dagli autonomi alla sanità: le novità del testo approvato dopo tanti rinvii.

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto Rilancio. Il premier Giuseppe Conte ha commentato: «Vi posso assicurare che ogni ora di lavoro pesava perché sapevamo di dover intervenire quanto prima. Abbiamo impiegato un po’ di tempo ma posso assicurarvi che non abbiamo impiegato un minuto di più di quello strettamente necessario per un testo cosi complesso». Il testo prevede tra le altre cose un taglio delle tasse per il valore di 4 miliardi di euro. premier, in conferenza stampa, ha spiegato: «Introduciamo misure di rilancio e sostegno alle imprese per una pronta ripartenza. Aiutiamo le famiglie che hanno figli, abbiamo un reddito di emergenza. Per i lavoratori le risorse sono cospicue, sono pari a 25,6 miliardi di euro».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Serve un governo e questo non lo è

Basta chiacchiere su migranti, Mes e mascherine. Se Conte non è capace di fare un salto di qualità, deve saltare e lasciare il posto.

L’Italia, sempre ma soprattutto nel tempo del Covid, ha bisogno di un governo. Quali caratteristiche deve avere questo governo? Deve essere innanzitutto autorevole. L’autorevolezza non significa il consenso bulgaro, ma che il governo sappia comandare la macchina dello stato, sappia prendere decisioni tempestive, indichi ai cittadini i comportamenti che in fase di emergenza si possono temere o no, sappia guidare il sistema regionale, dia agli imprenditori prospettive serie in tempi stabiliti, sappia alleviare le sofferenze dei più poveri.

BASTA CON LE CHIACCHIERE

Queste cose le può fare un governo di sinistra o di destra. A scelta vostra, io ovviamente ho la mia scelta. Non è necessario che questo governo abbia applausi o like sui social, l’importante è che faccia. Una volta Cuore fece l’elenco delle correnti del Pci, che ufficialmente non esistevano, e ne indicò una a guida Gerardo Chiaromonte, storico leader riformista, che aveva come nome “Basta con le chiacchiere”. Ecco: basta con le chiacchiere. Con quelle sui migranti, sul Mes, sulle mascherine ecc. ecc.

UNA SITUAZIONE DI PERICOLO, A PARTIRE DA SILVIA ROMANO

Senza un governo con queste caratteristiche diventa difficile anche la cosa più semplice e si discute di stupidaggini ogni giorno che dio manda in terra. I giornali di destra stanno massacrando la povera Silvia creando attorno a lei una situazione di pericolo che merita di essere vigilata. Un governo serio, in via informale, suggerisce alla prefettura di Milano di non perdere tempo nel darle la tutela. Magari il conto lo mandiamo a Feltri.

SULLE MASCHERINE SI MUOVA IL MINISTRO DEGLI INTERNI

Mancano la mascherine? Oppure ci sono nei depositi delle regioni? Il ministro degli Interni scateni l’inferno e trovi le mascherine e se 0,50 non è remunerativo per i farmacisti (e non lo è) si stabilisca un prezzo equo.

Il Mes, basta con le chiacchiere appunto, chissenefrega delle opinioni dei 5 stelle. Più parlano, più l’Italia appare un debitore inaffidabile.

ORGANIZZAZIONI CRIMINALI IN PIENA FASE 3

E poi occhio a quel che succede nel grande mondo della piccola e media distribuzione: usurai, finanziamenti fasulli ad esercizi per riciclare denaro sporco. Anche le organizzazioni criminali sono uscite dal letargo della Fase 1 e sono in piena Fase 3.

Queste cose ed altre le può fare un governo vero.

Soprattutto una deve fare. Abbiamo sempre saputo qual era la collocazione internazionale dell’Italia. Ora invece c’è chi tira per Putin e chi per la Cina. L’innamoramento cinese è trasversale. Dovremmo essere, invece, europeisti e atlantisti. Invece siamo tornati una Italietta che si è messa sul mercato. Uno squallore prima che un errore.

O CONTE FA IL SALTO DI QUALITÁ O DEVE SALTARE

Questo governo che servirebbe con tutta evidenza non è il governo Conte. Penso che il premier abbia fatto cose che altri suoi sodali giallo verdi non avrebbero mai fatto. Ha avuto alle spalle un partito generoso, il Pd. Ora non basta più. Ora serve un salto di qualità, o lui fa il salto o deve saltare e lasciare il posto a un altro.

P.S. Leggo che fra qualche giorno questo giornale chiuderà. Mi dispiace molto e sono grato alla redazione e a Paolo Madron pe lo spazio di libertà che mi hanno dato. Io scendo qui. I funerali non mi piacciono.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I dati sui contagi del coronavirus del 12 maggio.

Sono 172 i morti nelle ultime 24 ore. Il numero complessivo dei malati in calo di 1.222 unità. Continuano a svuotarsi le tarapie intensive. Il bollettino.

Sono salite complessivamente a 30.911 le vittime del coronavirus in Italia, con un incremento di 172 in un giorno. Ieri l’aumento dei morti era stato di 179. Dopo giorni in calo, torna a crescere l’incremento dei contagiati totali, vale a dire gli attualmente positivi, le vittime e i guariti. Attualmente sono 221.216, con una crescita rispetto a ieri di 1.402. L’11 maggio l’aumento era stato di 744 unità. Nell’aumento vanno però considerati 419 casi della Lombardia che, sottolinea il Dipartimento della Protezione civile, «ha comunicato trattarsi di casi riferiti alle settimane precedenti e non alle ultime 24 ore».

PROSEGUE IL CALO DEI MALATI

Sono, invece, 81.266 i malati in Italia, in calo rispetto a ieri di 1.222. Nella giornata precedente la diminuzione era stata di 836. Continuano a diminuire anche i ricoverati in terapia intensiva: sono 952 i pazienti, 47 in meno rispetto a ieri, quando il calo era stato di 28. Di questi, 322 sono in Lombardia, 19 meno di ieri. Le persone ricoverate con sintomi sono invece 12.865, con un decremento di 674 rispetto a ieri. Sono 67.449 le persone in isolamento domiciliare, 501 in meno rispetto a ieri. I pazienti guariti dal Covid-19 in Italia, infine sono 109.039, con un incremento di 2.452 rispetto a ieri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tre semplici domande sul Mes a un sovranista tipo

Cosa accadrebbe all'Italia se fosse l'unico Paese Ue a non accedere al Meccanismo Salva Stati? Ci sono vie alternative per trovare i 36 miliardi che ci spetterebbero? E, infine, gli aiuti non equivarrebbero a mezzo Piano Marshall? Sono quesiti a cui solo un "euroscettico" potrebbe rispondere. Se solo avesse qualcosa da dire.

Bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi del Mes è diventata la linea del Piave degli anti-Ue italiani, che mai accetterebbero il titolo di anti-Ue preferendo di gran lunga quello di euroscettici, che fa così tanto pensoso.

Detestano in particolare le intrusioni di Bruxelles sulle questioni del bilancio e del debito, che vanno diritte al cuore delle autonomie nazionali. Sul Mes si prepara una battaglia in parlamento: sì o no?

LA STORIA DEL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Ci sono tre domande che si potrebbero porre agli euroscettici. Prima di farlo, ricordiamo che cos’è il Mes e che cosa oggi, per la pandemia, potrebbe fare, a che costi e a che rischi. L’acrononimo Mes sta per Meccanismo europeo di stabilità (Esm l’acronimo in inglese) ed è un fondo finanziario intergovernativo creato nel 2012 con sede a Lussemburgo sulla base di un fondo preesistente per dare sostegno ai Paesi dell’euro in caso di difficoltà dei conti pubblici, sostenibili ma in difficoltà, o quando comunque ne fanno richiesta. Le quote versate dai 19 Paesi membri, tutti quelli dell’euro, sono il capitale. Su questa base il Mes colloca obbligazioni sui mercati e ha oggi una potenza di fuoco di circa 500 miliardi. Le condizioni di un intervento, da definire in un memorandum caso per caso, sono diverse e più stringenti se si tratta di un prestito, meno se di una linea di credito. La Banca d’Italia ha preparato una semplice guida che si può utilmente leggere (Il Meccanismo europeo di stabilità e la sua riforma: domande frequenti e risposte), che parla anche dei progetti di riforma, approvati in principio a dicembre 2019 dai 19 ministri dell’Eurogruppo – l’organo decisionale del Mes – ma non ancora attuati. Il Mes non rientra nel sistema giuridico della Commissione, e opera parallelamente a essa. L’Italia a differenza di Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro (la Grecia fu il maggiore beneficiario con oltre 200 miliardi di euro, ma negoziati con il predecessore del Mes) non ha mai fatto finora ricorso al Mes.

L’ACCORDO SUL 2% DEL PIL

Con la pandemia, il Mes ha annunciato e il Consiglio Ue confermato l’8 maggio che ci saranno presto a disposizione di ogni Paese fondi pari al 2% del Pil, fino a circa 36 miliardi per l’Italia, per un prestito speciale e con un’unica condizione: che serva direttamente o indirettamente alla difesa dalla pandemia, quindi per la spesa sanitaria di ogni tipo, da mascherine e farmici a ristrutturazioni ospedaliere e nuovi ospedali o reparti e altro. Non più memorandum di intesa né interventi su bilancio e debito. Ovviamente quando l’Unione dichiarerà la fine dell’emergenza rientreranno in vigore i criteri di Maastricht del 1992 e il Patto di stabilità del 1997. E questo preoccupa gli euroscettici. Sostengono che la regola unica del Mes in versione pandemia non è affidabile perché, a fine emergenza, potrebbe restare sempre la minaccia delle vecchie regole, sospese ma non abolite, con forti intrusioni nella gestione del debito e perdita temporanea di sovranità. Così hanno parlato Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I costi di un debito “pandemia” con il Mes sarebbero minimi, non oltre lo 0,1% annuo indica un’analisi italiana condotta da Luca Fava e Carlo Stagnaro per l’Istituto Bruno Leoni, a fronte di un costo per le ultime emissioni del Tesoro arrivato per titoli decennali attorno all’1,8% l’anno. Su 36 miliardi per 10 anni ci sarebbe quindi un risparmio di circa 5,7 miliardi di euro, pari – dato importante da ricordare come si vedrà fra poco – a 6,20 miliardi di dollari. È troppo sostenere che con un finanziamento Mes, alle condizioni “pandemia”, l’Italia riceverebbe l’equivalente di un aiuto a fondo perduto pari a 5,7 miliardi di euro? Se non vogliamo chiamarlo “prezzo di favore”, come lo chiamiamo? E ora passiamo alle domande, e a una ipotesi di risposta, ovviamente quest’ultima a puro titolo indicativo – e senza impegno – perché solo un vero sovranista sarebbe titolato a rispondere.

1. COSA SUCCEDE SE SIAMO L’UNICO PAESE UE A NON ACCEDERE AGLI AIUTI?

DOMANDA. Che cosa succede se vari altri Paesi tra cui forse anche la Francia, secondo quanto il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha anticipato, accedono al prestito Mes stile “pandemia” e l’Italia, l’unico Paese tra l’altro spaccato da un acceso dibattito sulla questione, non lo fa? In che posizione ci troveremmo?
RISPOSTA. «In quella», potrebbe essere la risposta, «di un Paese che sa fare i propri interessi e non accetta ricatti». Il che implicherebbe che gli altri non sanno fare i propri interessi. Oppure varie variazioni sul tema, ad esempio «gli altri non hanno valutato con sufficiente attenzione le vere clausole del Mes, noi siamo attenti e lo abbiamo fatto». Comunque, una risposta non facile.

2. DOVE TROVIAMO I 36 MILIARDI SE DICIAMO NO AL MES?

DOMANDA. Visto che non si tratta di cifre di cui possiamo fare a meno con un debito pubblico destinato a passare da circa 2.400 a circa 2.600 miliardi di euro causa pandemia, e con emissioni 2020 valutate per i titoli a medio e lungo (Bot esclusi quindi) a 202 miliardi per copertura di titoli in scadenza e a 45 miliardi di nuovo fabbisogno, dove troviamo i 36 che avrebbe potuto darci il Mes, e a che costi?
RISPOSTA. Qui è molto difficile ipotizzare una risposta, tutta affidata all’abilità dialettica del sovranista incaricato. Sulla base dell’analisi Fava-Stagnaro, e non cambierebbe molto con qualsiasi altra analisi, c’è tra i costi Mes e i costi di mercato una differenza superiore ai 5 miliardi di euro, in 10 anni. Direbbero forse qualcosa del genere: «L’onore nazionale non ha prezzo», in linea con una visione sovranista. Più probabilmente ricorderebbero che non sono soldi del Mes ma soldi nostri, visto che la quota versata dall’Italia è di 14 miliardi, il che è vero in senso contabile e non vero in senso politico, perché il Mes è una forma di assicurazione collettiva alla quale si contribuisce nella speranza di non averne mai bisogno. A questo si potrebbe rispondere che i 36 di prestito, e i 5,7 di “favore” sarebbero comunque una buona occasione per riavere indietro un po’ di quei 14 versati. Ma potrebbero uscire risposte impensate e impensabili, perché i sovranisti sul Mes si trovano con le spalle al muro e difendono la loro stessa ragion d’essere politica. Come del resto, in una posizione però più sostenibile perché inserita in un quadro europeo più ampio e coerente, fa il fronte opposto degli “europeisti”. Nazionalismo vuol dire, per definizione, essere soli. «Meglio soli che male accompagnati» è la classica risposta sovranista.

3. IL MES VALE PER NOI MEZZO PIANO MARSHALL?

DOMANDA. Terzo e ultimo quesito. Se il prestito Mes alle condizioni “pandemia” equivale a uno sconto di costi finanziari pari a circa 6,2 miliardi di dollari in 10 anni, e visto che all’Italia andarono nel 1948-52 circa 1,4 miliardi di dollari del Piano Marshall in gran parte a fondo perduto, pari a 14 miliardi di dollari oggi, e sia pure considerando il fatto che 1,4 miliardi di allora avevano sull’Italia di allora un peso più alto di 14 miliardi di oggi sull’Italia, non si può forse dire che il Mes da solo, e prima di altri interventi Ue, vale per l’Italia mezzo Piano Marshall?
RISPOSTA. Difficilissmo ipotizzare una risposta. Probabilmente si cercherebbe di ribadire che quello del Mes non è affatto un “dono” ma un cavallo di Troia.

QUELLO CHE NON SI DICE SUGLI EUROBOND

Conclusione. Aspettiamo il dibattito parlamentare. Si sentiranno alti toni patriottici e accuse agli avversari di svendita dell’onore nazionale. Il peggior armamentario del vecchio nazionalismo, che da sempre cerca di togliere al fronte opposto la dignità del libero pensiero. Naturalmente i sovranisti diranno che non sono contro l’Europa ma contro “questaEuropa. Il problema è che l’Europa giusta che va bene a loro non si trova mai. Messi alle strette, sostengono in genere che sarebbero per una vera Europa unita che corre in soccorso di ogni nazione così come negli Stati Uniti Washington fa con il Minnesota piuttosto che l’Arizona o il Tenneesee, ma non per “questa” Europa. Ancor più alle strette, invocano sempre gli eurobond, la cui assenza prova la perfidia europea da cui dobbiamo difenderci. Ma in genere non sanno che dire a chi ricordaloro che gli eurobond, come mutualizzazione di un debito nazionale che diventa comune, hanno per logica necessità e conseguenza la creazione di un superministro delle Finanze che, affiancato dal Parlamento europeo, controlla le spese degli Stati approvate dai rispettivi parlamenti. Gli eurobond implicano quindi una nuova consistente cessione di sovranità. A questo punto in genere i sovranisti cambiano discorso. Salvo continuare a imprecare, come ha scritto Mattia Feltri, contro «…quel popolo che noi chiamiamo gli egoisti del Nord, e dal quale pretendiamo i denari con le vene gonfie al collo». Ma non i denari del Mes. Quello, come tanti Nennillo nel Natale in casa Cupiello di Eduardo, «nun ce piace».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cosa prevedono le ipotesi sulla mobilità tra Regioni nella Fase 2

Toti anticipa che il governo starebbe ragionevolmente pensando al primo giugno come data utile per aprire agli spostamenti. Ma arriva la frenata di Boccia.

L’ipotesi non è ancora confermata, ma rischia di aprire un nuovo fronte tra Regioni e governo. Secondo il presidente della Liguria Giovanni Toti è verosimile che la mobilità tra regioni possa essere ripristinata a partire dal primo giugno. «Sulla riapertura della mobilità interregionale», ha spiegato Toti, «il ministro Boccia ci ha detto ‘prendiamoci ancora una settimana prima di cominciare una valutazione‘, certamente non riaprirà il 18 maggio, forse il 25 maggio, più probabile il primo giugno».

«LA LIGURIA PRONTA A RIPARTIRE»

«Il 18 maggio», ha proseguito Toti, «il governo suggerirà la riapertura del commercio al dettaglio in tutto il Paese, molte Regioni compresa la Liguria annunceranno la riapertura di parrucchieri, estetisti e in parte anche della ristorazione, la Liguria auspico sia tra queste».

BOCCIA: «PRESTO PER PARLARE DI DATE, MECCANISMO VA DEFINITO»

Boccia, da parte sua, ha preferito mantenere una certa cautela, e a Repubblica.it ha chiarito: «Dipenderà dai dati del monitoraggio delle singole regioni che a partire da giovedì vedremo ogni settimana e saranno sempre pubblici. Due regioni a basso rischio, a maggior ragione se limitrofe, sarà naturale che potranno avere mobilità interregionale. Ma se una regione è ad alto rischio e una a basso rischio ci saranno inevitabili limitazioni automatiche. Questo meccanismo non è stato ancora definito perché è il più complesso e andrà deciso insieme»

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Tamponi e mascherine di Stato: polemiche su Arcuri

Ritardi nella gara per acquistare i reagenti per i tamponi e carenza di dispositivi di Stato. il commissario nell'occhio del ciclone. «Nei magazzini delle regioni ce ne sono 55 milioni e il prezzo resterà a 61 centesimi», assicura. «Gli speculatori se ne facciano una ragione».

Domenico Arcuri nell’occhio del ciclone. Prima per la carenza delle cosiddette mascherine di Stato (o di comunità) poi per il ritardo con cui ha avviato la gara per acquistare i reagenti per i tamponi fondamentali per il tracciamento dei positivi nella fase 2, cominciata il 4 maggio.

Il commissario straordinario lunedì sera al Tg1 aveva infatti annunciato: «Martedì mattina faremo una richiesta di offerta per chiedere alle imprese italiane e internazionali di darci il numero massimo di reagenti che ci servono a fare 5 milioni di tamponi, che abbiamo già acquisito, ai cittadini italiani». Finora dunque il governo cosa ha fatto? Perché non è stata avviata una gara prima della riapertura? «Bisogna considerare che la situazione è molto complessa per le diversità tra le Regioni», ha spiegato la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa. Esistono, ha aggiunto, «molti tipi di reagenti e le Regioni ne stanno utilizzano tipi diversi, quindi ci sono reagenti e macchinari collegati diversi. Per questo la situazione è complessa».

L’ATTACCO DI CALENDA

Complessa o meno, il ritardo con cui il governo e le Regioni si sono mosse fa pensare. Per questo Carlo Calenda su Twitter ha chiesto la rimozione di Arcuri. «Il governo dovrebbe riconoscere di aver scelto la persona sbagliata», ha scritto l’ex ministro allo Sviluppo economico, «e rimuovere il Commissario #Arcuri. Rapidamente».

Critiche anche dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori. «Tre mesi dopo l’inizio dell’emergenza Covid il commissario Arcuri avvia una gara per l’acquisto di reagenti da aziende nazionali e internazionali. Quindi è vero: i 5 milioni di tamponi che il governo si accingeva a spedire alle Regioni erano solo bastoncini».

NEI MAGAZZINI DELLE REGIONI CI SONO 55 MILIONI DI MASCHERINE

Ma quello dei reagenti non è l’unico fronte per Arcuri. Altro tasto dolente sono le mascherine a 50 centesimi praticamente introvabili. «Lavoriamo nell’esclusivo interesse dei cittadini al fine di tutelare al meglio la loro salute. Qualche volta faccio degli errori, per i quali mi aspetto critiche e se serve reprimende», ha detto Arcuri nel corso della conferenza stampa del 12 maggio, ma «solo dai cittadini». Da inizio emergenza, ha sottolineato, «sono stati distribuiti 208 milioni di mascherine, una quantità sufficiente. Nei magazzini delle regioni ce ne sono 55 milioni». Il prezzo delle mascherine chirurgiche fissato a 50 centesimi più Iva è e resterà quello, ha quindi assicurato Arcuri. «Gli speculatori dovranno farsene una ragione». Il manager insomma non ci sta ad addossarsi le responsabilità di uno stallo che dura da giorni, con farmacie ancora a secco di mascherine e approvvigionamenti a singhiozzo, distributori quasi fermi e importatori a corto di venditori dall’estero «per il prezzo», dicono, «troppo basso delle ‘calmierate’ in Italia».

LE RICHIESTE DEI DISTRIBUTORI

Dal canto loro i distributori hanno invocato lo ‘sblocco’ di milioni di mascherine sequestrate durante i controlli delle forze dell’ordine: «La maggior parte di queste sono nei depositi giudiziari solo per cavilli tecnici, ma sarebbero utilizzabili come ‘chirurgiche’ da vendere a 50 centesimi più Iva». Ma anche qui Arcuri ha fatto intendere che non ci sarà alcuna apertura: «Vengo accusato di non voler ‘sanare’ mascherine prive di autorizzazioni che gli attori della distribuzione avrebbero voluto mettere in commercio con la copertura della struttura commissariale». La partita al tavolo dell’Emergenza si gioca ancora una volta sui prezzi. Da una parte i distributori, che secondo l’ultimo accordo dovrebbero vendere i dispositivi a 40 centesimi ai farmacisti, parlano di «mancanza di appetibilità» del mercato italiano sulle importazioni a causa della ‘vendita popolare’ a 50 centesimi, dall’altra il commissario sottolinea che «sempre più negozi della grande distribuzione vendono le mascherine a 50 centesimi, più Iva» e, riferendosi soprattutto ai farmacisti, aggiunge: «Non sono io a dover rifornire i farmacisti. Il commissario rifornisce Regioni, sanità, servizi pubblici essenziali e, dal 4 maggio, anche i trasporti pubblici locali e le Rsa, pubbliche e private. Tutto a titolo gratuito».

SI MOLTIPLICA LA RICHIESTA DI DISPOSITIVI

Nel frattempo la domanda dei dispositivi si moltiplica. Finora l’ultimo stock di mascherine di comunità è arrivato a Roma e in qualche altra città, ma nella quasi totalità delle farmacie dove sono state consegnate risultano già finite. Mancano ancora in altre grandi città come Milano e Torino, dove sono attese a breve. Da sabato scorso sono in distribuzione 3 milioni di dispositivi, un lotto della Protezione Civile, a fronte di un fabbisogno stimato in Italia di 10 milioni al giorno. Se i farmacisti gridano al sold out sulle mascherine, i distributori a loro volta denunciano «la mancanza di un fornitore» che riesca a importare grossi numeri, nonostante i patti. «La società italiana di Perugia importatrice di mascherine dalla Cina, che ci aveva garantito a regime la fornitura di 10 milioni di dispositivi a settimana, pare non sia più in grado di farlo», ha spiegato Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi, l’Associazione nazionale dei Distributori di farmaci e dpi. E, in attesa che a giugno le aziende italiane riconvertite vadano a regime, il governo punta a facilitare le regole per gli altri tipi di mascherine, sulla carta meno protettive. L’ultima ipotesi del governo in questo senso è di semplificare le normative, magari con interventi che possano essere inseriti nel decreto Rilancio. Le modifiche avrebbero l’obiettivo di semplificare e velocizzare l’iter per la certificazione anche delle mascherine non chirurgiche – ma che rispondano ad alcuni requisiti tecnici – e consentirne l’utilizzo in alcuni ambiti lavorativi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I nodi da sciogliere nel decreto Rilancio

Regolarizzazione dei lavoratori immigrati, bonus vacanze, tutela delle banche. La maggioranza è ancora divisa su alcune delle misure.

Manca ancora un accordo di fondo sul tanto atteso decreto Rilancio, già decreto aprile e decreto maggio. Le misure che valgono 55 miliardi di euro devono essere ancora limate visto che tra i partiti di maggioranza restano distanze su alcuni nodi.

LEGGI ANCHE: Le misure contenute nel decreto Rilancio

IL BRACCIO DI FERRO SULLA REGOLARIZZAZIONE

Il primo riguarda la regolarizzazione degli immigrati che lavorano come braccianti, colf e badanti (circa 500 mila persone) su cui si sta consumando il braccio di ferro tra M5s e Pd. I pentastellati hanno alzato le barricate contro ogni tipo di sanatoria. Nella serata di lunedì il ministro all’Economia Roberto Gualtieri e fonti del Pd hanno assicurato che la norma arriverà in cdm, come concordato già domenica notte. Il via libera, ribadiscono, nel corso del vertice di governo è arrivato anche dai ministri M5s, che sarebbero stati sempre in contatto con il capo politico Vito Crimi. Nel testo, spiegano i dem, «sono stati inseriti una serie di vincoli per accogliere le obiezioni M5s, inclusa l’esclusione di ogni sanatoria per chi sia stato condannato per reati come il caporalato: non si può continuare a discutere all’infinito». Al premier Giuseppe Conte, dicono le stesse fonti, spetterà una mediazione.

BANCHE E BONUS VACANZE

Ma non è finita qui. Ad agitare il percorso del decreto in casa M5s anche il tema della tutela delle banche, norma che prevede garanzie statali per sei mesi dal valore di 15 miliardi. Italia viva invece punta i piedi sul bonus vacanze riservato, nei piani, alle famiglie con un Isee fino a 50 mila euro. I renziani sarebbero per destinare i 2 miliardi direttamente agli imprenditori che, invece, sarebbero costretti ad anticipare il bonus ai clienti in cambio di un credito di imposta a fine anno.

LEGGI ANCHE: Il governo dà l’ok alle Regioni: riaperture differenziate dal 18 maggio

LE REGIONI CHIEDONO 5,4 MILIARDI

Infine resta il nodo degli enti locali. I presidenti di Regione hanno chiesto un impegno economico maggiore degli 1,5 miliardi stanziati nel decreto: ne servono 5,4.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il governo dà l’ok alle Regioni: riaperture differenziate dal 18 maggio

Bar, ristoranti, parrucchieri ed estetisti potranno rialzare le serrande secondo modalità e tempi ancora da chiarire, in base alle diverse situazioni del contagio. Le linee guida attese entro venerdì.

Tra giovedì e venerdì, sulla base dei dati del monitoraggio, arriveranno le linee guida per consentire alle Regioni di riaprire dal 18 maggio commercio al dettaglio, bar e ristoranti, estetisti e parrucchieri. È quanto emerso, secondo quanto si è appreso, nel corso dell’incontro tra governo e Regioni. Le linee guida e i protocolli di sicurezza saranno indicati per ogni attività, viene spiegato, perché possano riaprire nella massima sicurezza.

TOTI: «CONTE HA ACCOLTO LE RICHIESTE DELLE REGIONI»

«Il premier Conte ha accolto la richiesta di autonomia delle Regioni nella gestione della Fase 2, avanzata nei giorni scorsi con una lettera dei governatori indirizzata al premier», ha scritto su Twitter il presidente della Liguria Giovanni Toti. «Dal 18 maggio si potranno quindi aprire le attività sotto la nostra responsabilità e in base alle esigenze del territorio. Il governo farà le sue proposte che verranno integrate da quelle degli enti locali e insieme porteremo avanti il monitoraggio della situazione. Avanti con buon senso! Ripartiamo insieme».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Meno di mille in terapia intensiva, ma ancora 179 morti

Reparti mai così vuoti dal 10 marzo. Lieve aumento del numero di vittimenelle ultime 24 ore. Ma prosegue il calo dei contagiati e aumenta il numero dei guariti. Il bollettino,

Continuano a diminuire i ricoveri in terapia intensiva per coronavirus in Italia: sono 999, 28 in meno rispetto a ieri, quando il calo era stato di sette unità. Per la prima volta dal 10 marzo le terapie intensive scendono il muro dei mille ricoverati. In Lombardia sono 341, sette in meno di ieri.

PROSEGUE IL CALO DEI CONTAGIATI TOTALI

Prosegue il calo dei contagiati totali, vale a dire gli attualmente positivi, le vittime e i guariti. Sono 219.814, con un incremento minimo di 744 rispetto a ieri. Leggero aumento, purtroppo, del numero di vittime dalla giornata precedente. Il numero complessivo dei morti per Covid-19 è salito a 30.739, con un incremento di 179 in un giorno. Ieri la crescita dei decessi era stata di 165.

CRESCONO ANCORA I GUARITI

Sono complessivamente 82.488 i malati di coronavirus, in calo di 836 rispetto a ieri, quando la diminuzione era stata di 1.518. I pazienti guariti sono, invece, 106.587, con un incremento di 1.401 rispetto a domenica 10 maggio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mes, Dombrovskis: «In Italia narrative ingannevoli»

Così il vicepresidente della Commissione Ue ha definito le preoccupazioni espresse da una parte della politica italiana.

«Narrative ingannevoli». Così il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis ha commentato le preoccupazioni espresse da alcuni politici italiani sul debito e sul Mes. «Vediamo invece cosa sta accadendo in realtà», ha detto Dombrovskis facendo riferimento alla sospensione del Patto di stabilità, alla maggiore flessibilità per i bilanci degli Stati membri Ue in termini di deficit e sul fatto che per il Mes, come deciso dall’Eurogruppo l’unica condizione è che le spese vadano per la sanità

Nel formulario con cui accedere alla nuova linea di credito, che dovrà essere siglato dal Paese interessato e dalla Commissione Ue e che sostituisce il vecchio Memorandum, vanno dettagliate le spese sanitarie fino al 2% del Pil. «Possono includere la parte della spesa pubblica destinata alla sanità direttamente o indirettamente legata all’impatto del Covid sul sistema, nel 2020 e nel 2021», specifica il modulo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mascherine a 50 centesimi esaurite: per Federfarma è stallo totale

I dispositivi sono sold out. L'Associazione: «Le uniche che stiamo distribuendo sono i 3 milioni provenienti dalla Protezione Civile ed entro domani saranno già finite». La Cina preferisce vendere in Spagna e Francia dove si vendono a 96 centesimi.

Le mascherine a 50 centesimi sono esaurite. «Nella quasi totalità delle farmacie dove sono state consegnate a prezzo calmierato, per esempio a Roma, le mascherine chirurgiche sono già finite», ha detto Marco Cossolo, presidente di Federfarma. Mentre «non sono state ancora consegnate in altre grandi città come Milano e Torino e c’è ancora stallo». I farmacisti, ha aggiunto, «sono disponibili alla vendita, ma le ingenti quantità promesse purtroppo non sono arrivate. Su questo siamo punto e a capo».

MILIONI DI MASCHERINE BLOCCATE E SEQUESTRATE DURANTE I CONTROLLI

«Le uniche che stiamo distribuendo sono quei 3 milioni provenienti dalla Protezione Civile ed entro domani saranno già finite a fronte di un fabbisogno di 10 milioni al giorno», ha aggiunto Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi, l’Associazione nazionale dei distributori di farmaci e dpi. «Siamo subissati di richieste e purtroppo ci sono diversi milioni di mascherine bloccate e sequestrate durante i controlli, spesso per intoppi burocratici: bisognerebbe eliminare questo corto circuito».

LA CINA VENDE A SPAGNA E FRANCIA

«La società italiana di Perugia importatrice di mascherine dalla Cina, che ci aveva garantito la fornitura nell’accordo chiuso giovedì scorso, pare non sia più in grado di farlo», ha ricordato Mirone. «In effetti, poiché c’è un fabbisogno mondiale, anche i produttori cinesi hanno interessi verso altri mercati: in Spagna e Francia, per esempio, le mascherine calmierate sono a 96 centesimi al netto dell’Iva. Tutto ciò orienta i produttori verso altri Paesi». E, ancora: «Cinque aziende italiane che hanno cominciato a produrre le mascherine non hanno ancora, invece, i quantitativi disponibili».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Riapertura a macchia di leopardo: il fronte delle Regioni

Il ministro Boccia propone a partire dal 18 maggio una differenziazione a seconda dell'andamento dei contagi. La formula piace al toscano Enrico Rossi. Mentre Toti, presidente della Liguria, annuncia l'avvio anche della stagione balneare. Oggi videoconferenza con il governo.

Si avvicina la data del 18 maggio quando potrebbero riaprire bar, ristoranti e parrucchieri, ma con «le necessarie differenze tra regioni», ha spiegato il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia ad Agorà, a seconda dell’andamento dei contagi. Occhio dunque ai dati che saranno diffusi giovedì prossimo.

FONDAMENTALE L’ANDAMENTO DEI CONTAGI

La differenziazione permetterebbe almeno ad alcune aree del Paese di riacquistare una maggiore libertà. «Poi sarà responsabilità delle singole Regioni avere il quadro dei dati: se i contagi andranno giù potranno riaprire anche altre attività, se i contagi saliranno dovranno restringere», ha precisato Boccia.

SALVINI: «GIUSTO CHIEDERE REGOLE CHIARE»

La formula a macchia di leopardo piace a Matteo Salvini. «Mi sembra giusto, ci sono interi pezzi di Italia dove non ci sono morti e contagiati da giorni e giorni, ci sono altre zone, come la mia Milano, dove bisogna avere più attenzione», ha detto il segretario della Lega a Rtl 102.5 «Penso che sia giusto da parte degli italiani chiedere allo Stato e al governo regole chiare».

ROSSI: «IN TOSCANA SIA RIAPERTO IL PIÙ ALTO NUMERO DI ATTIVITÀ»

Anche Enrico Rossi, presidente della Toscana, ha apprezzato la proposta. «Oggi pomeriggio, nel confronto con il governo», ha scritto Rossi in una nota, «mi batterò perché la Toscana sia trattata come merita e sia riaperto in sicurezza il più largo numero possibile di attività». La Regione Toscana «rispettando sostanzialmente gli indirizzi del governo, ha in molti casi adottato misure anche più prudenziali, pur avendo un quadro epidemiologico nettamente migliore rispetto ad altre Regioni e alle medie nazionali», ha continuato il governatore. «Sono convinto che le riaperture dovranno essere graduali e organizzate al fine di impedire concentrazioni di persone e assembramenti e per consentire ai cittadini e agli operatori economici di abituarsi con gradualità, come già sta avvenendo, a misure appropriate nei comportamenti, nel distanziamento e nella protezione individuale».

TOTI: «DAL 18 APRIAMO TUTTO, SPIAGGE COMPRESE»

Sulla riapertura non ha dubbi il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. «Dal 18 maggio riapriamo tutto, spiagge comprese», ha annunciato in un’intervista al Corriere della sera dando il via di fatto alla stagione balneare. «Ho sentito il ministro Francesco Boccia e credo che alla fine ci sarà il via libera. Noi chiediamo due cose: che ci conceda di riaprire le attività dal 18 e che torni alle Regioni l’autonomia concessa dal Titolo V e che ci è stata sottratta dal dpcm. Arrivati alla fase 2, il governo ha tolto il piede dal freno un attimo in ritardo».

LEGGI ANCHE: Braccio di ferro tra Stato e Regioni: cosa dice la Costituzione

I ristoranti apriranno dal 18, spiega ancora Toti, «con i protocolli nazionali dell’Inail, che sono in ritardo. Altrimenti con le nostre regole. Daremo la concessione di suolo pubblico gratuito e più tavoli all’aperto». La preoccupazione maggiore riguarda il comparto turistico che «dà lavoro a 100 mila persone e se si viaggerà tra le Regioni potremmo salvare il 70% della stagione. Basterà la distanza sociale». La Regione Liguria, ha ribadito Toti, sta «sperimentando un braccialetto volontario da mare: se ti avvicini a meno di un metro vibra. Una cosa giocosa. Chissà, magari diventa una moda. Per le spiagge libere decideremo con i Comuni: potrebbero esserci steward per la moral suasion. Sotto lo stesso ombrellone chi vive insieme».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Decreto Rilancio, Franceschini: «Due miliardi per il turismo»

Secondo il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini il decreto Rilancio garantirà fino a 500 euro a famiglia. Una norma che vale 2 miliardi. E che aiuterà il settore turismo a rialzarsi.

La norma del decreto Rilancio «che aiuterà le persone a poter fare le vacanze vale oltre 2 miliardi di euro per il turismo».

Lo ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini in un’intervista al Corriere della Sera, in cui fa presente che «saranno vacanze diverse; avremo dei limiti con cui convivere, dal distanziamento alle mascherine, alla prudenza. Sarà l’anno delle ‘vacanze italiane’ perché il turismo internazionale, extraeuropeo, difficilmente potrà ripartire».

Poi spiega: «La misura che aiuterà famiglie e imprese è il tax credit vacanze, un bonus da spendere entro il 2020 in alberghi e strutture ricettive per persone sotto un reddito Isee di 40 o 50 mila euro, stiamo definendo. Parliamo di 150 euro per un single e di una somma fino a 500 euro per coppie con figli». Un sostegno, continua Franceschini, che non solo aiuterà le famiglie ma «porterà nel comparto turismo oltre 2 miliardi di euro diretti, perché questo costa la norma, oltre all’indotto che creerà. Un intervento straordinario, tra i più importanti dell’intera manovra».

Sulla riapertura delle frontiere con l’estero, Franceschini spera che la Commissione europea si pronunci già la prossima settimana. Per le spiagge, dice il ministro, «penso che poi andrà lasciato spazio di scelta alle singole Regioni, perché le spiagge italiane sono profondamente diverse tra loro. Le prescrizioni devono arrivare molto in fretta, perché le imprese devono programmare interventi e bilanci». Inoltre, fa presente che «dal 18 maggio potranno riaprire musei e mostre in grado di rispettare le prescrizioni di sicurezza». Per bar e ristoranti, «approveremo una norma temporanea, per questa estate, che esenterà dal pagamento della tassa di occupazione di suolo pubblico e dai permessi delle soprintendenze».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confcommercio: 270 mila imprese a rischio chiusura

Sono le stime dell'Ufficio studi nel caso non ci fosse una riapertura piena entro ottobre. Tra i settori più colpiti l'alberghiero, la ristorazione e gli ambulanti.

Sono circa 270 mila le imprese del commercio e dei servizi che rischiano la chiusura definitiva se le condizioni economiche non dovessero migliorare rapidamente, con una riapertura piena a ottobre. È la stima dell’Ufficio Studi Confcommercio.

Quella di Confcommercio è «una stima prudenziale che potrebbe essere anche più elevata perché, oltre agli effetti economici derivanti dalla sospensione delle attività, va considerato anche il rischio, molto probabile, dell’azzeramento dei ricavi a causa della mancanza di domanda e dell’elevata incidenza dei costi fissi sui costi di esercizio totali che, per alcune imprese, arriva a sfiorare il 54%. Un rischio che incombe anche sulle imprese dei settori non sottoposti a lockdown».

TRA I PIÙ COLPITI GLI AMBULANTI E GLI ALBERGHI

Su un totale di oltre 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, viene spiegato nel rapporto, quasi il 10% è, dunque, soggetto a una potenziale chiusura definitiva. I settori più colpiti sarebbero gli ambulanti, i negozi di abbigliamento, gli alberghi, i bar e i ristoranti e le imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona. Mentre, in assoluto, le perdite più consistenti si registrerebbero tra le professioni (-49 mila attività) e la ristorazione (- 45 mila imprese).

A RISCHIO SOPRATTUTTO LE MICRO IMPRESE

Per quanto riguarda la dimensione aziendale, il segmento più colpito sarebbe quello delle micro imprese – con 1 solo addetto e senza dipendenti – per le quali basterebbe solo una riduzione del 10% dei ricavi per determinarne la cessazione dell’attività.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Un Rilancio tutto in salita

Il governo cerca ancora la quadra sul nuovo decreto da 55 miliardi. Nella bozza niente Irap a giugno, reddito di emergenza per le famiglie più bisognose, risorse per la scuola e premi per il personale sanitario. E maggiori aiuti alle imprese. Ma resta il nodo della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Le misure sul tavolo.

Niente Irap a giugno per le imprese, Reddito di emergenza in due tranche per aiutare le famiglie più bisognose, risorse per le misure di contenimento del Covid nelle scuole e per potenziare i centri estivi, premi fino a 1.000 euro per medici e infermieri; 2,5 miliardi per aiutare le imprese che si devono adeguare alle norme per la ripartenza e niente Tosap sui tavolini all’aperto di bar e ristoranti.

Spazia dalle famiglie alle aziende, dalla scuola alla sanità, il campo d’azione del decreto Rilancio. Un provvedimento con risorse per 55 miliardi, che nelle ultime bozze si presenta come un maxi-decreto con 258 articoli.

Il lavoro di limatura non è ancora finito ma al momento sono confermati i grandi capitoli, dal rinnovo degli ammortizzatori al pacchetto congedi-bonus baby sitter, fino al rinvio a settembre delle scadenze fiscali e a un aiuto concreto per le prossime vacanze degli italiani, su cui è appena arrivato l’atteso via libera del premier Giuseppe Conte.

IMPEGNO PER VELOCIZZARE LA CIG IN DEROGA

Il decreto in arrivo è «molto corposo» come dimostra la «mole imponente», ha spiegato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in serata, annunciando a sorpresa la misura chiesta a gran voce dalle imprese e per primo dal presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi. «Abboneremo», ha annunciato, «il saldo e acconto dell’Irap» di giugno. Mentre sui tasti dolenti della liquidità e dei ritardi della cig promette che il governo farà di più: nel decreto ci saranno misure per accelerare la cig in deroga e sulla liquidità viene chiesto «un impegno maggiore» anche alle banche. Niente sovietizzazione delle Pmi, ha assicurato Gualtieri in risposta a Iv e all’opposizione, mentre aiuti in arrivo per le attività che riapriranno e via la Tosap per i tavolini all’aperto.

ARRIVA IL REDDITO DI EMERGENZA

Per andare in soccorso delle famiglie più in difficoltà arriva il reddito di emergenza. La misura è destinata ai nuclei che non beneficiano di altri sussidi (con un limite di Isee di 15 mila euro e patrimonio entro i 10 mila euro) e sarà riconosciuto in due quote tra i 400 e gli 800 euro ciascuna in base al nucleo: la domanda andrà presentata entro la fine di giugno. Per aiutare chi è più in difficoltà ci saranno anche altri 100 milioni per il Fondo affitti.

UN MILIARDO IN DUE ANNI PER L’ISTRUZIONE

E mentre si elaborano gli scenari per la ripresa della scuola, il governo stanzia 1 miliardo in due anni per l’istruzione, con il vincolo di destinare le risorse alle misure anti-contagio negli istituti scuole statali. In arrivo anche aiuti per il sistema 0-6 anni con un contributo di 65 milioni per chi gestisce in via continuativa i servizi educativi (come gli asili nido) e le scuole dell’infanzia non statali, come sostegno economico per la riduzione o mancano versamento delle rette. Mentre 150 milioni andranno a potenziare i centri estivi e contrastare la povertà educativa.

CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO PER PMI, COMMERCIANTI E AUTONOMI

Capitolo corposo è poi quello delle imprese, a partire dai contributi a fondo perduto per Pmi, artigiani, commercianti e autonomi fino a 5 milioni di ricavi o compensi. Per le imprese che abbiano subito una diminuzione del fatturato di almeno il 50%, inoltre, è previsto un credito d’imposta fino al 60% dell’affitto (meno rispetto al ristoro integrale promesso nei giorni scorsi). In arrivo anche un alleggerimento delle bollette per le piccole imprese (600 milioni che gestirà l’Arera). Sul capitolo trasporto aereo, risorse per il fondo di settore e la creazione della newco da 3 miliardi per Alitalia (nella bozza non c’è riferimento esplicito alla compagnia, ma questa è la dotazione indicata dal ministro Patuanelli). Infine, sovvenzioni per pagare i salari dei dipendenti delle imprese (compresi i lavoratori autonomi) ed evitare così i licenziamenti e un credito d’imposta dell’80% per le spese necessarie per la riapertura.

AIUTI AL PERSONALE SANITARIO

Resta alta infine l’attenzione per la sanità, con aiuti al personale in prima linea e misure per aiutare i cittadini nell’acquisto delle mascherine, che ci accompagneranno a lungo anche nelle prossime fasi. Non ci sarà quindi l’Iva su mascherine, gel disinfettanti e su tutti i dispositivi di protezione anti-coronavirus nel 2020. In arrivo poi un premio fino a 1000 euro per tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri, tecnici. Per rafforzare il sistema, compresa la medicina territoriale, sono previsti quasi 10 mila infermieri in più, 3.500 posti terapia intensiva strutturali e risorse per riqualificare 4.225 posti letto di terapia semi intensiva che si possano riconvertire in caso di nuova emergenza. Oltre alla sanità, infine, fondi per la Protezione civile, per gli straordinari delle Forze dell’ordine e 500 militari in più per il programma Strade Sicure.

IL NODO DELLA REGOLARIZZAZIONE DEI LAVORATORI MIGRANTI

Tra le misure su cui si sta ancora discutendo, la regolarizzazione dei lavoratori migranti, chiesta dai renziani con in testa la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e appoggiata da Leu e Pd, ma sulla quale c’è il muro del M5s.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Disabili dimenticati: quando l’emergenza è cronica

Nessuna task force se ne occupa. Gli aiuti non arrivano. E le associazioni sono ormai allo stremo. Il peso di tutto grava sulle spalle dei congiunti. Come sempre. Mentre chi è portatore di un handicap cognitivo è condannato a un lockdown costituzionale. E senza fine.

Si preoccupano di tutto e per tutti, a parole, ma dall’agenda restano fuori i reclusi in se stessi, prigionieri della loro debolezza.

In una comunicazione logorroica, a suon di decreti annunciati, verbosi, dirigibili di retorica, i diversamente abili, i disabili, le persone con handicap, chiamale come vuoi, non sono contemplati, il che vuol dire che non esistono.

Ma esistono invece. Esistono per i loro congiunti, affetti stabili che non sanno più come arginare.

ASSOCIAZIONI SENZA SOSTEGNO

Scrive su Facebook un avvocato di Ancona: «Penso a mio fratello che è privato del centro diurno che costituisce la base e la gioia della sua vita sociale quotidiana, non io. Mi si stringe il cuore per Lui (…). Questi soggetti non mi sembra siano trattati come una delle priorità dell’agenda politica (per usare un eufemismo) (…). Ma non si può stare zitti e fare finta che vada tutto bene. Forse “andrà tutto bene”, ma adesso non ne va bene una. La vita delle persone diversamente abili andrebbe diversamente tutelata, ma forse questa è un’idea solo mia». L’avvocato non è uno del qualunquismo populista, è un progressista, impegnato in attività culturali di matrice progressista. Però è uno che ragiona.

LEGGI ANCHE: Centri diurni per disabili, un’emergenza di serie B

E ragiona la madre di Roma, anch’ella progressista, col figlio recluso insieme a lei, e invece avrebbe bisogno di aria, di sole, di primavera come un fiore, un albero. Ma hanno chiamato una associazione e l’associazione ha spiegato: nessun aiuto è previsto, perché gli aiuti (che, peraltro, arrivano a chiunque col contagocce, ammesso che arrivino) il governo li ha tarati su una condizione di eccezionalità, di emergenza, nella quale i disabili psichici non rientrano.

SE L’EVASIONE SORVEGLIATA È UNA NECESSITÀ

Ah, no? Certo, queste persone la loro emergenza la vivono ogni giorno; l’eccezionalità è la loro unica normalità. Però farne una discriminazione in punta di cavillo, è proprio una porcata. Quindici task force, 500 componenti, nessuno che si sia posto il problema dei fiori malati, di chi ha ancora più bisogno di una evasione sorvegliata. Di chi, nella camicia di forza di quattro mura, impazzisce ancora di più, e rende insano chi gli sta a fianco. E il cronista è sommerso di questi appelli disperatamente inutili, che intercetta in Rete o lo raggiungono al telefono; seppellito di messaggi in bottiglia, che non arrivano da nessuna parte, galleggiano all’infinito nel mare delle parole.

L’UNICO MONDO POSSIBILE È IL LOCKDOWN

Bambini autistici, adulti con sindromi gravi, persone private di un appuntamento quotidiano: non pervenute, tanto il loro lockdown è già infinito, è costituzionale, l’unico dei mondi possibili per loro. Quanti sono? Non si sa, il governo, la comunicazione ufficiale si guardano bene dal farlo sapere. Sono dati a perdere, inghiottiti dall’omertà. Scontano la colpa di essere infortunati; non servono, attualmente, alla propaganda, anzi sono un peso, un problema di più. Se la vedano i congiunti. Gli affetti stabili. Però senza aiuti, senza sostegni, senza attenzione. Ha predicato, da Londra, il supermanager Vittorio Colao: tornare alla bicicletta, tornare a una società più naturale. Lo dicevano meglio le nonne in vernacolo: hai voluto la bicicletta, adesso pedala. Ma c’è chi nemmeno in bicicletta può salire, peccato che Colao coi suoi 17 superesperti non se ne accorga, peccato che nessuno dei 500 competenti sparsi per commissioni ne abbia sospetto.

MANCANO ANCORA I PRESIDI SANITARI

Ha denunciato lo scorso 14 aprile Alberto Fontana, presidente Centri clinici Nemo: «Oggi molte attività di assistenza domiciliare non ci sono più. Mancano dispostivi come le mascherine e talvolta gli assistenti vanno a casa dei malati e sono totalmente vulnerabili». L’Anffas-Auser stima in 800 mila il numero di disabili e non autosufficienti a vario titolo ospitati in strutture residenziali; restano fuori dal computo i soggetti che vivono con i familiari. Gli alunni disabili sono 272 mila e «l’85% non ha la tecnologia necessaria per seguire le lezioni». Quanto ai lavoratori, «sono tantissimi quelli che non possono continuare a essere operativi da casa». Hanno chiesto tamponi e aiuti ad hoc: trovatevi le mascherine, ha risposto il governo.

ECCO COME SI MISURA IL LIVELLO DI UN PAESE

Se la vita condizionata dalla disabilità è già sfibrante, in regime di isolamento da pandemia diventa insostenibile. I “congiunti”, i genitori tengono duro, perché altro non possono fare, ma crolleranno domani, se e quando tutti torneranno alla normalità possibile. Per questi, la normalità possibile è un impossibile vivere: i costi, fisici, mentali, non sono contemplati. Ma è la sensazione di isolamento nell’isolamento, di abbandono nell’isolamento, a consumare di più. È da queste cose che si misura il livello di un Paese, dal livello di attenzione per gli ultimi veri, abbandonati come sassi in fondo a un fiume. Cari disabili, non avete voluto la bicicletta, pedalate lo stesso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Coronavirus: solo 802 i nuovi contagi, 165 i decessi

Scendono anche se di poco i ricoveri in terapia intensiva. Lombardia in controtendenza. I guariti salgono a 105.186 con un incremento di 2.155 nelle ultime 24 ore. Il bollettino di domenica 10 maggio.

Calano i nuovi contagi – 802 – e il numero di vittime – 165. Sono numeri incoraggianti quelli relativi alla pandemia di Covid-19 diffusi dalla Protezione civile domenica 10 maggio. Per il 28esimo giorno consecutivo calano i ricoveri in terapia intensiva: in totale ora sono 1.027, sette in meno rispetto a sabato quando il calo era stato di 134. In controtendenza la Lombardia in cui i ricoveri sono ora 348, 18 in più di ieri.

I malati in Italia sono 83.324, in calo di 1.518 unità rispetto a ieri. I pazienti guariti salgono a 105.186 con un incremento di 2.155 nelle ultime 24 ore. Sono ricoverate con sintomi 13.618 persone, 216 meno di sabato mentre 68.679 si trovano in isolamento domiciliare (-1295 rispetto a sabato).

Attualmente i contagiati totali dal coronavirus (attualmente positivi, vittime e guariti) sono 219.070, con un incremento di 802 unità rispetto a ieri quando l’aumento era stato di 1.083.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I cretini dei Navigli sono una minoranza: l’Italia è altro (per fortuna)

Se da un lato assistiamo a comportamenti idioti che mettono a rischio la ripresa del Paese, dall'altro la maggior parte dei cittadini si è adattata alle nuove regole. Mentre i marchi e le aziende sono in prima linea contro la pandemia. Sostituendo a volte la politica.

Si accantona. Si mette da parte. «Fieno in cascina» come dicevano i nostri nonni. E nel frattempo, per le società quotate, ci si cautela da eventuali tentativi di takeover, proteggendo il valore delle azioni e preparandosi per eventuali operazioni straordinarie che dovessero rendersi necessarie.

Lo fa Brunello Cucinelli, lo fa Prada, lo fa Salvatore Ferragamo. Responsabilità, previdenza.

L’altra faccia della massa degli imbecilli dell’aperitivo ai Navigli senza mascherina, gli invincibili dell’idiozia, quelli che poi si lamentano che non c’è lavoro per i ggiovani quando, con il loro comportamento, rischiano di far chiudere il Paese una seconda volta e, come dice l’ufficio relazioni istituzionali di una delle tre aziende citate, questa volta sarebbe la fine.

UNA MINORANZA RISCHIA DI FARE SALTARE DEFINITIVAMENTE IL BANCO

Da una parte la riserva di birra del giovedì, lo shottino e la sigaretta da fumare passeggiando; dall’altra la riserva straordinaria. Mai come in questo momento è evidente – uso una terminologia appunto da aperitivo ai Navigli – il divario etico e culturale fra vincenti e perdenti, winner and loser; con la differenza, purtroppo, che i perdenti di oggi rischiano di portare al proprio livello anche la prima categoria e di far saltare il banco.

IN REALTÀ GLI ITALIANI SI SONO ADATTATI AL CAMBIAMENTO

Quando, nell’editoriale della scorsa settimana, ironizzavamo sulla difficoltà dell’italiano medio, in particolare di sesso maschile, di indossare correttamente i dispositivi di protezione e di rispettare il distanziamento fra persone, non immaginavamo che avremmo colto nel segno in maniera al tempo stesso così precisa e così estesa.

La zona dei Navigli, a Milano, è tornata a riempirsi (Ansa).

Ma, mentre da più parti si chiede al sindaco di Milano di costringere i vigili a pattugliare la città (grazie a un succoso accordo sindacale, da qualche anno sono stati sostanzialmente equiparati a manager e non c’è verso di farne uscire uno dall’ufficio) e a comminare multe salatissime, dalla multinazionale della comunicazione media Initiative arrivano invece dati confortanti sulle nuove abitudini degli italiani e sulle reazioni alla crisi indotta dal Covid-19. Secondo una ricerca condotta fra Uk, Francia, Italia e Usa e diffusa nelle ultime ore, la maggior parte degli italiani sembra essersi infatti adattata al cambiamento e aver introiettato le nuove regole. Non solo: trova conforto nella lettura dei giornali più di ogni altro Paese fra quelli considerati, e si tratta di un dato abbastanza incredibile, considerando che gli italiani leggono certamente meno dei francesi e degli inglesi.

L’IMPEGNO DELLE AZIENDE E DEI BRAND CONTRO LA PANDEMIA

La ricerca rileva ansia nei riguardi del futuro, ma anche grande speranza per il recupero, per la “luce in fondo al tunnel”, oltre a evidenziare grande fiducia nell’impegno delle aziende contro la pandemia. Che il 22% degli italiani si dichiari «rassicurato» per l’impegno delle società «e di come si siano attivate e riorganizzate per offrire il proprio contributo» la dice lunga sul ruolo etico che i marchi hanno acquisito nel tempo, quasi fossero un’alternativa alla politica, cioè soggetti sociali: dai dati non pare che sia stato fatto un confronto diretto fra le due realtà, ma il fatto resta significativo. Lo è soprattutto in un momento in cui il vasto pubblico dichiara di non voler spendere. Di voler accantonare quanto possibile. Deriva da questo sentimento, è evidente, la serie di campagne di solidarietà, destinate a generare sentimenti positivi, che vediamo in questo momento in televisione e sui quotidiani anche da parte di marchi noti fino a oggi per la loro insistenza sul prodotto, vedi per esempio Lavazza con il celebre discorso di Charlie Chaplin, molto favorevolmente commentata sui social in questi giorni.

Parlare di acquisti, in questo momento, è un grave errore, al punto che il team di ricercatori di Initiative segnala come i marchi che «cercano di inserirsi in modo improprio nelle conversazioni e nel dibattito attuale con l’evolversi della crisi e il lockdown provochino nelle persone reazioni negative»: addirittura al 41% in Uk, ma al 23% in Italia e al 16% in Francia. Insomma, in giro c’è voglia di responsabilità e di sicurezza. I cretini dello shottino sono una minoranza (e comunque, quando ne vedete uno, rimproveratelo).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Fase 2 tra propaganda e realtà

Per strada nessun adolescente. Solo anziani con le mascherine e caffè da asporto. Si respira ovunque insicurezza. E si ha la paura, irrazionale, che dal nulla sbuchi il virus con le dimensioni di un piccione. La passeggiata in una città-necropoli di Paolo Lanaro.

Dovrebbe essere un giorno come gli altri, come quelli pre-quarantena intendo. Un giorno senza connotati particolari: colazione, giornali, controllo dello smartphone, occhiata veloce alle mail pervenute la sera prima, uscita di casa, biblioteca ecc.

Ma c’è già una piccola variazione: la biblioteca non ha ancora riaperto e quando lo farà sarà soltanto per i prestiti ma non per la consultazione. Amen. Raggiungo comunque il centro città.

Il traffico è più sostenuto, anche se il volume mi sembra inferiore a quello pre-Covid. Lungo i marciapiedi poca gente e per il 99% provvista di mascherina (indossata spesso in modo creativo). Il fragore della città non è il solito, è più ovattato, come se ci trovassimo sotto una cappa che assorbe i rumori più indigesti. Quando incrocio un altro passante, mi sposto per distanziarmi e lo stesso fa lui.

FASE 2, PIÙ PROPAGANDA CHE ALTRO

Mi pare che sia aumentato il numero degli stranieri, ma non è così. Gli stranieri sono quelli di prima, è che è calato il numero dei miei concittadini a spasso. Si capisce che c’è prudenza, che la cosiddetta Fase 2 è uno schema con un taglio implicitamente propagandistico più che una realtà effettiva. Guardo le case lungo il mio percorso abituale: sembrano più linde, meno sporche di smog. Alcune sono belle, altre, ma non è una novità, sembrano essere state progettate da architetti in giornata no. Alcuni negozi hanno riaperto ma l’attività è contenuta.

LEGGI ANCHE: Ripartiamo dalle domande, non dalle risposte

Dovunque campeggia l’indicazione «qui si fa asporto». Si può “asportare” di tutto: caffè, panini, croissant, toast, torte, pizze, gelati, piccoli pranzi e altro ancora. Mi domando se una vecchia ordinanza comunale che vietava la consumazione di cibi e bevande per le strade (ragioni di decoro) sia stata revocata. Ma poi che “si asporta” a fare? Il bello del bar è sedersi su una poltroncina, bere il caffè, sfogliare il giornale, scambiare un paio di battute con qualche cliente abituale. Che gusto c’è a prelevare una tazzina di plastica e bere un caffè lungo e brodoso camminando in fretta?

SONO SCOMPARSI GLI ADOLESCENTI

Incontro una signora un po’ agée, chioma platinata, abbigliata in ecopelle, con foulard, mascherina, guanti di lattice neri. Deve aver fatto il salto di specie. Mi colpisce l’assenza quasi totale degli adolescenti: certo, molti sono a casa a studiare “da remoto”, ma è comunque un’assenza che impensierisce. Le città sono da tempo luoghi per anziani e badanti, un teatro di figuranti pallidi e taciturni. Passo davanti a Banca Intesa. Ho appena letto che gli utili di quest’anno sono un miliardo e mezzo. Mi faccio una domanda idiota che però esigerebbe una risposta intelligente: ma come fanno? Se siamo sempre lì sull’orlo della recessione (in realtà del baratro), se i disoccupati sono una massa cospicua, se non si riescono a finanziare opere pubbliche indispensabili, se lo spread è sempre sul punto di schizzare in alto, se la nostra modernizzazione procede a passo di lumaca, se il debito pubblico è gigantesco, come fanno i banchieri a guadagnarci? Lo so, è una domanda stupida che non andrebbe fatta. I meccanismi dell’economia non sono roba per principianti o per cultori di letteratura. Però, mio padre era un impiegato di banca. Se le piccole aziende dei suoi tempi facevano profitti allora arrivavano anche i quattrini, altrimenti no. Adesso le aziende chiudono e i quattrini alle banche arrivano lo stesso. Mistero.

LA CITTÀ È UN GRANDE ENIGMA

La città è un enigma. Dove sono gli abitanti? Sono a casa naturalmente, salvo quelli che lavorano. Da un lato la situazione ha i suoi aspetti positivi, tuttavia mi rendo conto che il nodo che lega la città al rumore, alla fretta, all’ansia, al disordine, a un ritmo sincopato, è indissolubile. In un certo senso tutto questo fa della città un destino speciale e ineluttabile. La città è spettacolo e miseria, grandiosità e paura. Tutto ciò che vi accade vi accade per necessità e casualità che alla fine diventano incomprensibili e che nessun urbanista, nessun antropologo, nessun sociologo, riesce a spiegare fino in fondo. Mi tornano in mente Aragon, Apollinaire, Hessel, Perec, scrittori che hanno elevato la flânerie a filosofia umanistica: il perdersi per le strade, la registrazione dei segnali e dei fenomeni che irrompono improvvisi, l’idea che la città sia un labirinto contemporaneo capzioso e illeggibile, l’offerta fantasmagorica di simboli e di allegorie. Ma qui dove vivo non è Parigi, è una piccola, artistica, città di provincia, traboccante di palazzi signorili, di chiese, di piazze e crocicchi che raccontano una storia in gran parte smarrita nelle correnti della memoria collettiva.

NEGOZI SANTUARI DESERTI DEL CONSUMISMO

Guardo i negozi, ancora in gran parte chiusi. Sembrano essere stati aggrediti da una tempesta virale che li ha lasciati intatti ma li ha trasformati in santuari deserti del consumismo. Lingerie che pare di un’altra epoca, agenzie di viaggi rimandati a chissà quando, cosmetici e profumi per occasioni future, la finta allegria delle salumerie dove si fa il turno per il formaggio, le boutique diventate ordinati spazi museali. Poi, finalmente, una libreria! È aperta, dentro c’è una persona (e c’è il gel per le mani, lo schermo di plexiglass alla cassa, i librai con le mascherine). Non c’è nessun volume di cui abbia un vero bisogno. La quarantena mi ha costretto a pescare nella mia biblioteca e ho preso all’amo libri dimenticati, libri scomparsi, libri che improvvisamente sono sgusciati fuori dopo anni di solitudine, libri intaccati da una lacca grigiofumo. Però ne comprerei qualche dozzina di nuovi, solo per festeggiare questa sorta di Pentecoste laica!

SE IL VIRUS SEMBRA DIETRO L’ANGOLO

Attraverso la piazza centrale. La sensazione, totalmente irrazionale, è che possa sbucare all’improvviso il virus, delle dimensioni di un gatto o di un piccione. Mi sento insicuro in un luogo in cui non si vede anima viva e in cui normalmente ci si sente protetti dalla conoscenza stessa del luogo, dalla sua storia, dalle tradizioni che vi aleggiano sopra come nuvole. Penso improvvisamente a quel che dice padre Brown in singolare convergenza con Freud: siamo tutti malati. Lui lo intende nel senso che ci priviamo scioccamente della salute che Dio ci può donare. L’affermazione, in tempi di Covid-19, assume un significato sinistro. Poi mi dico che in fondo Chesterton è uno dei pochi scrittori cattolici che si devono assolutamente leggere.

L’ISOLAMENTO PERENNE DEI POLITICI

Incontro un attivista di 5 stelle che conosco. Discutiamo brevemente a debita distanza. Mi domanda cosa penso di Vito Crimi, il nuovo capo politico. Non mi viene in mente nulla. Infatti ho visto al telegiornale una mascherina chirurgica e dietro non c’era nulla: era Crimi. Ci salutiamo e ci facciamo gli auguri. Chissà perché, mi dico allontanandomi, i politici non si incontrano mai per strada ma si vedono solo in televisione. Come i calciatori, gli attori, i cantanti e tutti quelli, insomma, che per qualche ragione si ritengono importanti. Non fanno la spesa, non vanno al cinema, non vanno al caffè, non vanno dal medico, non vanno in nessuno dei posti dove vanno gli altri. È una vita da cani, una quarantena senza fine, un isolamento perenne, senza mai vedere chicchessia.

COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ?

Sono sulla via del ritorno. È un tempo sospeso quello in cui mi trovo, una parentesi in una sequenza normale di abitudini che appaiono sconvolte. Per fortuna non è proprio così. Passo davanti a un bar che ha provveduto a installare un paio di mensole all’esterno. Ci sono due tipi che sorseggiano il caffè nella tazzina da asporto. Fumano, chiacchierano, ridono. Tutte le regole (distanziamento, mascherine, guanti) appartengono già al passato. Il virus non è negli starnuti, nelle mani, sulle superfici, ma nei romanzi americani di fantascienza di qualche decennio fa, impregnati di ideologia antisovietica. Trump ci crede ancora. Ha solo sostituito i russi coi cinesi. Ma non ho voglia di pensare a quello che fanno o non fanno i governi. Mi interessa solo capire se la mia città è sfebbrata, se è convalescente, se c’è qualche reliquia di vita. In parte sono rassicurato, in parte mi sembra di avere attraversato una necropoli. Faremo la fine degli etruschi? I nostri tablet, le nostre mail, i nostri book, saranno illeggibili per i posteri? Spero di no. Al massimo tra qualche millennio crederanno che sia esistita una civiltà capace di accumulare risorse e idiozia nella stessa maniera forsennata. Ecco. Sono arrivato a casa. Infilo la chiave nel cancello: tout va bien, rien va.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Calano i ricoveri e i guariti superano i 100 mila: i numeri del coronavirus del 9 maggio

Nelle ultime 24 ore si sono registrati 194 decessi mentre i nuovi casi sono 1.083, numero mai così basso dal 10 marzo scorso.

Continuano a calare i ricoveri in terapia intensiva – sono 1.034, 134 in meno rispetto a venerdì, quando il calo era stato di 143 unità – e i guariti superano quota 100 mila. Sono i dati sulla pandemia da coronavirus diffusi dalla Protezione civile sabato 9 maggio.

I malati attuali sono 84.842 i calo rispetto a ieri di 3.119 (venerdì il calo era stato di 1.663). I nuovi casi sono 1.083, numero mai così basso dal 10 marzo scorso. Mentre i pazienti guariti dal Covid-19 sono 103.031, con un incremento 4.008 rispetto a ieri. Calano invece i decessi, che tuttavia restano altissimi: 194 (venerdì erano stati 243).

In Lombardia, una delle regioni più colpite dalla pandemia, le vittime nelle ultime 24 ore sono state 85 per un totale di 14.924. I ricoveri in terapia intensiva sono scesi di 70 unità rispetto a venerdì. I casi positivi sono 81.225, 502 nuovi rispetto a ieri. Sono meno anche i ricoverati non in terapia intensiva: 5.535 in tutto, 167 meno di ieri. Il numero di tamponi effettuati è arrivato a 477.765 e ieri ne sono stati fatti 11.478.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La Lega insorge contro i tavoli distanziati al ristorante

Salvini e Zaia all'unisono contro l''ipotesi di un coperto ogni quattro metri. «Così facendo si chiude tutto». E anche Fipe Confcommercio si accoda.

È polemica sull’ipotesi, circolata nelle ultime ore, di imporre una distanza di quattro metri tra i tavoli per la riapertura dei ristoranti. A dare la staura alle critiche per una misura finora solo vociferata è stato il governatore del Veneto Luca Zaia. «Leggo da qualche parte che qualcuno parla di mettere un tavolo ogni quattro metri», ha detto, «se lo metta a casa sua un tavolo ogni quattro metri. Ma non nei ristoranti, perché questo significa chiuderli tutti». «Un contro», ha aggiunto Zaia, «è l’esercizio scientifico un discorso è la vita reale che è un’altra cosa: spero che le linee guida siano ragionevoli».

«VOGLIONO FAR CHIUDERE E LICENZIARE TUTTI?»

D’accordo con lui il vicepresidente della Fipe Confcommercio, Aldo Cursano, «Se si vuole uccidere la ristorazione italiana basta applicare quanto è stato ipotizzato: quattro metri o due metri di distanziamento significa non rendersi conto dei nostri modelli legati al familiare, al modello della piccola impresa». Cursano ha sottolineato il «senso di responsabilità avuto dall’associazione e dalla base associativa», ma ora, ha aggiunto, «qualcuno sta scegliendo la fine di un modello e ognuno si deve assumere le proprie responsabilità». Caustico, come al solito, Matteo Salvini: «Un tavolo ogni quattro metri dentro i ristoranti? Ma vogliono far chiudere, fallire e licenziare tutti???»

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Braccio di ferro tra Stato e Regioni: cosa dice la Costituzione

La decisione del Tar di Catanzaro che ha dato ragione al governo contro le riaperture di bar e ristoranti della presidente della Calabria Santelli potrebbe essere uno spartiacque. Per il giudice emerito della Consulta Cassese non ci sono dubbi: nel pericolo bisogna agire da Nazione. E al Messaggero dice: «Perché non usare lo strumento del potere sostitutivo previsto dall'articolo 120 della Carta?».

La decisione del Tar di Catanzaro che ha accolto il ricorso presentato dal governo contro l’ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli sulla riapertura di bar e ristoranti all’aperto, potrebbe segnare uno spartiacque. E lanciare un messaggio ad altre Regioni e Province autonome pronte a muoversi autonomamente accelerando sulla Fase 2, come accaduto in Alto Adige.

CASSESE: «LE REGIONI DEVONO RISPETTARE LE INDICAZIONI DEL GOVERNO»

Inevitabilmente il dibattito si sposta sul piano costituzionale, sui poteri degli enti locali rispetto allo Stato centrale. Per il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese non ci sono dubbi: «Le Regioni non possono non rispettare le indicazioni del governo sulla pandemia», ha spiegato in una intervista al Messaggero, «perché agiscono nell’ambito di materia dove, secondo il governo, concorrono i poteri di Stato e Regioni. E lo Stato, con atto con forza di legge, ha disposto che le Regioni possono soltanto dettare criteri più restrittivi. Questo è un criterio generale, che va seguito».

Il giudice emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese (Ansa).

LO STRUMENTO DEL POTERE SOSTITUTIVO

Per Cassese, in Calabria e in Alto Adige, «il governo ha trovato coraggio e si è opposto. Ma nell’opporsi ha preso una strada sbagliata. Perché non usare lo strumento del potere sostitutivo previsto dall’articolo 120 della Costituzione, che è idoneo allo scopo? Perché non rivolgersi alla Corte Costituzionale?». La linea di condotta del governo «è piena di buona volontà, nel tentativo di raggiungere accordi con le Regioni, ma dopo aver preso la strada sbagliata». «Ritengo», ha aggiunto Cassese, «a differenza del governo, che siamo in materia di profilassi internazionale che spetta in via esclusiva allo Stato». Secondo il costituzionalista «lo Stato avrebbe dovuto operare attraverso il ministero della Salute in raccordo con le Aziende sanitarie. Invece, con atti con forza di legge, lo Stato ha riconosciuto un ruolo alle Regioni, si è sforzato di dialogare, senza riuscire a far molto per coordinare l’azione, come se l’interesse in gioco non fosse quello della intera nazione».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Riapertura bar e ristoranti, il Tar accoglie il ricorso del governo contro la Regione Calabria

Il Tribunale amministrativo di Catanzaro ha dato ragione al governo che si era opposto all'ordinanza della governatrice Santelli.

Il Tar di Catanzaro ha accolto il ricorso presentato dal Consiglio dei ministri tramite l’Avvocatura generale dello Stato contro l’ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli, del 29 aprile scorso, che consentiva il servizio ai tavoli, se all’aperto, per bar, ristoranti e agriturismo. È quanto si evince dal sito del Tar dopo l’udienza collegiale, tenuta in camera di consiglio, svoltasi sabato mattina.

«È una decisione pur rispettabile ma ininfluente: l’ordinanza infatti ha avuto piena esecuzione per 11 giorni e il governo ha preannunciato per mercoledì che disporrà l’apertura di bar e ristoranti a livello generale», ha commentato l’avvocato Oreste Morcavallo, uno dei legali che ha assistito la Regione Calabria. «La Regione ha vinto con il mancato accoglimento del decreto cautelare e ha avuto un importante risultato acquisendo la primazia politico-istituzionale di tutela delle prerogative costituzionali delle Regioni».

Intervenendo a Diritto e rovescio su Rete4, il primo maggio scorso Santelli aveva ribadito la sua posizione. «Il ministro Boccia dice di diffidarmi, io ovviamente non ritiro la mia ordinanza». Aggiungendo: «I ristoranti non li ho aperti io ma il governo prevedendo la possibilità dell’asporto e l’apertura delle cucine e tutto ciò che ne consegue. Io ho aggiunto la possibilità di qualche tavolo fuori che non mi sembra uno scandalo. Ho interpretato estensivamente il provvedimento del governo? Forse. Il ministro Boccia dice di diffidarmi, io ovviamente non ritiro la mia ordinanza».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Mascherine e disabili: come proteggersi senza discriminare

Dispositivi trasparenti per i sordi. Adesivi per evitare che scivolino. E aiutare chi ha deficit cognitivi a comprendere perché ora è necessario prestare attenzione. Rendere la sicurezza accessibile a tutti non è banale. Anzi.

La tanto attesa fase 2 è iniziata e le città si stanno rapidamente ripopolando. Parole d’ordine: mascherina e distanziamento sociale.

Dopo quasi due mesi di isolamento, per strada, sui marciapiedi e nelle piazze si incontra il “popolo dei mascherati”: dispositivi di mille colori e diverse fattezze che, se non stessimo uscendo da un periodo tragico, sembrerebbe quasi di essere in tempo di carnevale.

Eppure l’uso di questo dispositivo di sicurezza può essere critico per persone con determinati tipi di disabilità. Ricordiamo che il DPCM del 26 aprile sancisce la non obbligatorietà di utilizzo della mascherina per i soggetti con forme di disabilità incompatibili con un suo uso continuativo, nonché per quanti interagiscono con loro. Tuttavia, a parte l’incompatibilità sotto il profilo della salute – pensiamo a chi è affetto da patologie respiratorie – esistono anche difficoltà di altri generi.

MASCHERINE TRASPARENTI PER I SORDI (E NON SOLO)

Per esempio quelle che incontrano i cittadini e cittadine sordi. Purtroppo infatti l’obbligo di indossare le mascherine costituisce una pesante barriera contro la possibilità di comunicare sia tra loro sia con gli udenti, dal momento che l’espressione facciale non è visibile e certi articolatori sono eseguiti sul volto e con le labbra. La soluzione per eliminare questa È NECESSARIOgrave discriminazione sarebbe quella di diffondere l’uso delle mascherine trasparenti che, anche in Italia, diversi soggetti privati stanno producendo. Grazie alla collaborazione tra queste imprese, le associazioni per la difesa dei diritti delle persone sorde – tra cui l’Ente nazionale sordi (Ens) – e alcune amministrazioni comunali questo tipo di dispositivo è stato donato ai cittadini e cittadine con disabilità uditiva, per esempio a Napoli , Siracusa, in alcuni Comuni nel torinese, a Venezia e in altre città italiane.

LEGGI ANCHE: L’emergenza nelle Rsd è cronica: non nascondetevi dietro il coronavirus

La trovo un’idea brillante e penso che l’uso di queste mascherine dovrebbe essere esteso a tutta la popolazione. È molto limitante che ad utilizzarle siano solo le persone sorde perché, se in tal modo si rende possibile la comunicazione all’interno della comunità sorda, quella con il resto della cittadinanza risulta fortemente compromessa. Senza contare la possibilità di vedere volti e sorrisi di tutti. «Sebbene una comunicazione accessibile alle persone sorde dipenda da molti fattori quali per esempio l’illuminazione, il contesto in cui essa avviene, e così via», mi spiega Giuseppe Petrucci, presidente dell’Ens, «le mascherine trasparenti sono un importante supporto». Purtroppo, aggiunge, «a Ens non risulta che a oggi siano in commercio modelli di mascherine trasparenti conformi a tutti i criteri richiesti dalle strutture competenti, con relative omologazioni. Servirebbe quindi una verifica istituzionale circa la loro adeguatezza e ci auguriamo che l’Ufficio per le politiche in favore della persone con disabilità, facente capo alla Presidenza del Consiglio dei ministri, solleciti i necessari controlli del caso da parte di ricercatori e tecnici affinché questo dispositivo possa essere usato capillarmente dall’intera cittadinanza».

RIMEDI ANTI-SCIVOLAMENTO

Non è però finita. Usare correttamente la mascherina può essere problematico anche per persone con determinati tipi di disabilità motoria. Me ne sono accorta durante il lockdown andando al supermercato con la mia coinquilina: la mia proprio non voleva saperne di stare ferma sul naso. Mi scivolava di continuo, soprattutto se parlavo con qualcuno, fino a che non me la ritrovavo sul mento. Ho risolto il problema aggiungendo un elastico e facendolo passare intorno alla nuca. Poi ho posizionato la parte inferiore della mascherina sotto il labbro, cosicché fosse più stabile e i movimenti del mento non la facessero scivolare. Un altro ausilio che potrebbe aiutare sono i ferretti, adesivi o non, da applicare alle mascherine e da appoggiare sul naso. Purtroppo non tutte le farmacie li vendono ma sono disponibili online.

CI SONO CASI IN CUI BISOGNA SPIEGARE PERCHÉ PROTEGGERSI

L’uso della mascherina così come del resto la necessità di mantenere il distanziamento sociale potrebbero essere critici, sotto altri aspetti, anche per persone con disabilità cognitiva. Non tutti infatti hanno gli strumenti per comprendere in autonomia il motivo per cui in questo momento storico è indispensabile usarla ed essere costretti a indossarla o vedere gli altri farlo potrebbe causare disagio. Bisogna quindi che qualcuno spieghi loro a cosa serve questo dispositivo e cosa sta succedendo in questa fase. Insomma, progettare dispositivi di protezione individuale accessibili a tutti non è banale ma dobbiamo pensarci se vogliamo che nessuno venga escluso.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per sopravvivere a questa crisi non basta il fiuto imprenditoriale

Nel mondo delle Pmi c’è un'arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente. Farsi cogliere impreparati davanti a un sistema totalmente rivoluzionato è da irresponsabili.

Vivere alla giornata aspettando gli aiuti (!!!) di Stato è un suicidio. Non sarà solo colpa delle banche e delle misure del governo per fronteggiare la crisi da coronavirus: se falliranno molte imprese la responsabilità non potrà non ricadere anche sulle scelte e le decisioni dell’imprenditore.

Ricordiamo che la parola “crisi” deriva etimologicamente dal greco κρίσις che significa appunto «scelta, decisione». Quella che ci aspetta sarà una crisi di lunga durata che ci metterà di fronte a sfide nuove e importanti.

Talmente lunga che addirittura dovremmo non parlare più di crisi ma di un diverso modello economico basato su livelli di redditi e consumi completamente differenti.

LE DUE FASI DELLA GESTIONE DELLA “CRISI”

I nostri imprenditori (piccoli e grandi) sono preparati a reagire con prontezza e professionalità a questo nuovo sistema? Hanno sviluppato all’interno delle loro organizzazioni una cultura della gestione delle crisi?Hanno costruito nel frattempo manager abbastanza solidi da prendere decisioni ponderate e corrette anche quando il mondo accelera, che è sostanzialmente ciò che avviene durante una crisi? Perché la gestione di una crisi (che, ribadiamo, non è più crisi quando diventa stabile) ha due fasi:

1. La fase dell’emergenza in cui è necessario buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo. E noi italiani siamo antropologicamente strutturati per gestire con efficienza questa fase. Quando c’è una catastrofe naturale, gli imprenditori italiani non hanno bisogno di una chiamata all’azione. Sono già allenati a muoversi nelle emergenze.

2. La fase adattiva, in cui si affrontano le cause profonde della crisi e si sviluppa la capacità di modificare ciò che si fa e come lo si fa oggi per prosperare nel mondo di domani. È in questa fase, che non è più di emergenza, che gli imprenditori devono sviluppare pratiche innovative mantenendo nel contempo le best practice di oggi. Ma se non hai preparato un budget adeguato al nuovo scenario, se non hai un sistema di controllo di gestione, se non adotti strumenti di indagine di customer satisfaction, se la gestione delle risorse umane è ancora limitata alla rilevazione delle assenze/presenze e alla elaborazione della busta paga, allora non sei pronto per affrontare il cambiamento. Nel mondo delle piccole imprese c’è un’arretratezza gestionale che non consentirà scampo a chi non saprà adattarsi velocemente.

IL FIUTO ITALICO NON BASTA

Considerate il tipico infarto che colpisce nel cuore della notte. La squadra di pronto soccorso porta il paziente in ospedale, dove team esperti di medicina e chirurgia d’urgenza lo sottopongono a procedure prestabilite perché non c’è tempo per l’improvvisazione creativa, lo stabilizzano e poi gli praticano l’angioplastica o eventualmente un bypass coronarico. L’emergenza è passata ma resta ancora tutta una serie di problemi complessi, ancorché meno urgenti. Quando si riprenderà dall’intervento, come farà a prevenire un altro infarto? E come potrà adattarsi alle incertezze della sua nuova condizione clinica per vivere una vita quasi normale? La crisi è tutt’altro che risolta. Un’impresa che dipende esclusivamente dal “metodo del naso”, il famoso e ormai logoro fiuto dell’italico imprenditore, per rispondere alle sfide di un mondo in trasformazione rischia il fallimento. Questo rischio aumenta se traiamo le conclusioni sbagliate basandoci sulla ripresa (+4,25% del Pil mondiale nel 2021 secondo il Fmi) che farà probabilmente seguito alla crisi economica in atto.

DOPO L’EMERGENZA C’È L’ILLUSIONE DI UN RITORNO ALLA NORMALITÀ

Molti sopravvivono agli infarti, ma quasi tutti i pazienti che vengono sottoposti a interventi di cardiochirurgia tornano ben presto alle antiche abitudini: solo un 20% smette di fumare, cambia dieta o si mette fare più esercizio fisico. In effetti, riducendo il senso di urgenza, il successo del trattamento iniziale crea l’illusione di un ritorno alla normalità. L’abilità tecnica dei medici esperti, che risolve il problema immediato della sopravvivenza, distrae involontariamente i pazienti dall’obiettivo di cambiare vita per stare bene a lungo. I rischi e l’incertezza rimangono, ma la minore urgenza impedisce alla maggior parte di essi di focalizzarsi sull’importanza del cambiamento.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Scaroni: «Il campionato deve ripartire, ne va del calcio italiano»

Il presidente del Milan assicura: «Tutti i club vogliono tornare a giocare». Naturalmente garantendo la sicurezza sul modello tedesco. Se così non fosse, mette in guardia, «Si innescherebbe una spirale negativa che ci vedrebbe soccombere a livello internazionale». L'intervista.

«Il Milan vuole finire il campionato, e sono ottimista che si possa presto riprendere a giocare».

Posizione chiara e affatto scontata, quella del presidente rossonero Paolo Scaroni, intervenuto nella War Room di Enrico Cisnetto insieme a Marco Tardelli e Marco Bellinazzo del Sole 24 Ore. «Sono sicuro», dice a Lettera43.it, «che il governo e il comitato tecnico-scientifico troveranno una formula che consentirà di riprendere il campionato salvaguardando la salute di tutti, in primis dei calciatori»

Il presidente del Milan, Paolo Scaroni (Ansa).

DOMANDA. Presidente Scaroni, tutte le società vogliono riprendere il campionato? In queste settimane sono emerse delle divisioni all’interno della Lega
RISPOSTA. Il fronte delle società non è diviso. Venti società su 20, per ben due volte, hanno votato a favore della ripartenza del campionato. Naturalmente vogliamo una ripartenza in sicurezza, con regole chiare, ma l’obiettivo è assolutamente ripartire. Al di là di quello che si dice nei corridoi, il voto ufficiale certifica la volontà unanime dei club di ripartire. Non esiste alcun dissenso da questo punto di vista. 

Quindi attendete solo l’autorizzazione del governo?
Sono sicuro che il governo e il comitato tecnico-scientifico troveranno una formula che consentirà di riprendere il campionato salvaguardando la salute di tutti, in primis dei calciatori. Ma non ci sono dubbi sulla volontà da parte dei club di ricominciare. Abbiamo già iniziato gli allenamenti in modalità individuale, Milanello è aperto, ci stiamo incamminando verso una ripresa del campionato.

Fiorentina e Sampdoria hanno comunicato in questi giorni la positività al Covid-19 di alcuni giocatori. Se si dovessero verificare altri casi a campionato ripreso si dovrebbe fermare di nuovo tutto?
No, dobbiamo seguire l’esempio della Germania. La loro formula prevede che si continui anche in caso di positività dei calciatori, ovviamente con tutte le tutele sanitarie del caso. Questo punto dipende dalla valutazione che farà il comitato tecnico-scientifico. In generale dico che il calcio, come tutta la società, deve abituarsi a convivere con il virus, nei prossimi mesi avremo certamente nuovi contagi, è impensabile immaginare di sospendere qualsiasi tipo di attività ogni volta che si scopre un caso nuovo. Questo principio deve valere anche per il calcio.

Avete avuto casi di positività al Covid al Milan?
Sì, abbiamo qualche giocatore contagiato, in via di guarigione. Altri, come Maldini, sia padre che figlio, sono stati contagiati e ora stanno bene.

Lei è uomo di business, se si dovesse fermare il campionato quali sarebbero i danni economici per il Milan?
Il tema riguarda tutto il calcio italiano, non solo il Milan. 15 anni fa la Serie A era al top del calcio mondiale, da allora non abbiamo fatto altro che perdere posizioni su posizioni in favore di Inghilterra, Germania e Spagna. Inutile elencare le ragioni, ma tra queste ci sono certamente gli stadi, che in Italia sono vecchi e obsoleti. Se non riparte il campionato avremo meno soldi per comprare e pagare i giocatori, e le nostre squadre saranno meno competitive in Champions, che è la vera vetrina mondiale del calcio. Si innescherebbe, quindi, una spirale negativa che vedrebbe il nostro campionato soccombere a livello internazionale. 

C’è il rischio che gli investitori internazionali escano dalle nostre squadre?
Per uscire bisogna avere chi compra. Certamente potrebbero emergere delle titubanze su potenziali nuovi investitori esteri interessati alle squadre italiane. Già il nostro calcio ha tanti problemi, se non riprendessimo il campionato i problemi rischierebbero di aggravarsi ulteriormente.

Specie nelle casse dei club…
La benzina del divertimento del calcio è il denaro. Per vedere le nostre squadre primeggiare nelle grandi partite di Champions servono i campioni, che costano e hanno ingaggi alti.

A proposito di campioni. Ibra l’ha sentito? 
No, ma credo che anche lui voglia ritornare a giocare.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I buoni propositi dell’Ue ricordando Schuman

In occasione del 70esimo anniversario del discorso del politico francese sulla cooperazione tra Paesi europei, Michel, Von der Leyen e Sassoli insistono sulla solidarietà: «L'Europa emergerà dalla crisi più forte di prima».

«La generazione degli Anni 50 pensava che sulle rovine della guerra si potessero costruire un’Europa e un mondo migliori. Come poi è avvenuto. Se impariamo queste lezioni, se rimaniamo uniti nella solidarietà e con i nostri valori, allora l’Europa potrà emergere anche questa volta dalla crisi, più forte di prima».

Lo scrivono in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera nel giorno del 70esimo anniversario del discorso di Robert Schuman sulla cooperazione tra Paesi europei il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza e René Pleven durante gli incontri italo francesi del 1951 a Santa Margherita Ligure (Ansa).

SALUTE E LAVORO

I tre presidenti ringraziano il personale sanitario, le forze dell’ordine, i lavoratori e anche «i cittadini, per lo spirito di solidarietà e il senso civico. L’Europa mostra il suo lato migliore quando dà prova di vicinanza e solidarietà». «Dopo aver temuto per la loro vita, molti europei sono ora preoccupati per il loro lavoro. È necessario riavviare il motore dell’economia europea», sottolineano. «Ricordiamoci dello spirito di Robert Schuman e dei padri fondatori, uno spirito creativo, audace, pragmatico. Queste grandi personalità hanno dimostrato che per superare i momenti di crisi occorre pensare la politica in modo nuovo e rompere con il passato. Dobbiamo fare così anche noi e riconoscere che per sostenere la ripresa ci sarà bisogno di nuove idee e di nuovi strumenti»

L’EUROPA POST-COVID NON SARÀ LA STESSA

«L’Europa che uscirà da questa crisi non potrà più essere la stessa. Innanzitutto, dobbiamo fare di più per migliorare la vita dei più poveri e dei più vulnerabili», rimarcano Michel, Sassoli e von der Leyen. «L’Europa deve dar prova di coraggio e fare tutto ciò che serve per proteggere la vita degli europei e fornire mezzi di sussistenza ai suoi cittadini, in particolare nelle aree dove la crisi si è fatta sentire maggiormente».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it