L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa secondo l’Eurostat

Il 22,8% della popolazione ha più di 65 anni. Un dato superiore alla media Ue, che si attesta sul 20,3%. Gli under 15 sono calati di 400 mila unità dal 2010.

Lo abbiamo sentito ripetere decine di volte durante l’emergenza coronavirus, da chi cercava di spiegarci perché il nostro Paese ha una percentuale di morti di Covid-19 superiore a ogni altro. L’Italia è vecchia, ed effettivamente è vero. Il 22,8% del totale della popolazione ha più di 65 anni a fronte del 20,3% della media dell’ Ue. Lo ha rilevato Eurostat riferendosi ai dati del 2019 ricordando che «la popolazione anziana è considerata a più alto rischio di coronavirus».

13,78 MILIONI OLTRE I 65 ANNI

Nel nostro Paese hanno oltre 65 anni 13,78 milioni di persone ma tra queste oltre la metà (7 milioni) ne ha più di 75. Rispetto al 2010 gli over 65 sono cresciuti di circa 1,8 milioni di persone a fronte di un calo degli under 15 di quasi 400.000 unità e di una popolazione aumentata di 1,2 milioni. Tra le aree europee dove la percentuale di popolazione anziana è più alta si segnala la Liguria con il 28,5% di over 65.

DOPO DI NOI, LA GRECIA

Dopo l’Italia il Paese che ha la percentuale più alta di persone con più di 65 anni è la Grecia con il 22% del totale, seguita dal Portogallo e la Finlandia (21,8% entrambe), la Germania (21.5%) e la Bulgaria (21.3%). Il tasso più basso di ultrasessantacinquenni si registra in Irlanda (14.1%) e in Lussemburgo (14.4%). Se si guarda il livello regionale la percentuale più alta di anziani si trova in Chemnitz (28.9%) in Germania, seguito dalla Liguria (28,5%) e Ipeiros (27.0%) in Grecia. Il tasso più basso è nella Mayotte (2.7%) e in Guyane (5.8%), regione d’oltremare francese, e nella città autonoma di Melilla (10.7%) in Spagna.

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Il mondo dopo il coronavirus secondo Oscar Di Montigny

La riscoperta del valore dell'intimità e del senso comunitario. Il ruolo della gratitudine. Il chief innovation officer di Mediolanum: «Se non saremo cambiati noi, non faremo altro che ricostruire sulla base di vecchie ideologie».

Distanti, forzatamente. Costretti a evitare il contatto col prossimo, a stare lontani da amici e parenti, a restare soli con noi stessi. La quarantena nazionale contro il coronavirus ha cambiato le nostre vite e forse cambierà il nostro mondo. Ma allo stesso tempo, forse, ci dà l’opportunità per chiederci in che direzione stiamo andando e non avere più scuse per sfuggire la domanda. Ne è convinto Oscar Di Montigny, chief innovation, sustainability & value strategy officer di Banca Mediolanum. Amministratore delegato di Mediolanum Comunicazione, ideatore e fondatore di Mcu-Mediolanum corporate University. Impegnato in una serie di riflessioni sul nuovo umanesimo, Di Montigny immagina e auspica una società diversa. «Si parla di ricostruire, ma qui dobbiamo costruire», racconta a Lettera43.it.

Un uomo con mascherina cammina per le strade di Milano, Viale Cassala.

DOMANDA. Il mondo cambierà?
RISPOSTA. Sì, in meglio. È una situazione unica o quantomeno rara, se vogliamo allungare la scala temporale su una dimensione secolare, e ci migliorerà perché ci costringe a porci delle domande. Non so se siano nuove, ma sicuramente ce le fa porre in maniera diversa. Il grosso sforzo, lo dico col massimo rispetto di chi lavora 24 ore su 24 per l’emergenza e di chi non c’è più, è anche quello di capire a che cosa essere grati dell’esperienza che stiamo vivendo.

In che senso?
Nel senso che anche questa costrizione fisica ci aiuterà a stare con le nostre domande in maniera più vera e sincera e avremo poco tempo per dare risposte banali. Qui si parla di rilancio, ricostruzione, ripartenza. Io invece credo che si parlerà di un nuovo mondo. Ci sarà da costruire, non da ricostruire. Se non saremo cambiati noi, non faremo altro che ricostruire un mondo sulla base delle vecchie ideologie. Dobbiamo liberarci delle paure, a partire da quella della morte.

Ma quali sono le domande che ci stiamo ponendo?
Scopriamo il valore dell’intimità dei rapporti, apprezziamo i piccoli gesti, riscopriamo il senso comunitario nei paesi e nei palazzi, un senso di unione nazionale, la differenza tra un contenuto sui mezzi di comunicazione di basso livello e rilevante. Stiamo scoprendo lo smart-working, e iniziamo a porci il problema della riconversione delle linee produttive di qualche azienda come non avevamo mai fatto prima. Stiamo riscoprendo che non esistono i confini, che le differenze sono barriere solo mentali che trasformiamo in barriere fisiche per giustificare le nostre ideologie, ma crollano davanti alle dimensioni di un virus che non è nemmeno visibile all’occhio. C’è anche chi riscopre la spiritualità, la fede, chi semplicemente lo stare con se stesso.

È la fine del modello capitalistico-consumistico così come l’abbiamo conosciuto?
Credo sia presto per parlare di fine, perché comunque i sistemi non finiscono facilmente neanche con le pandemie. E penso che il sistema capitalistico non stesse fallendo nella sua formula, quanto nell’orientamento e negli scopi che si era prefisso. Era un sistema vorace, accumulativo, che non rispettava i diritti e le libertà degli individui, egoistico e fallace. Come tutte le cose, dura un tempo. Dopodiché, se l’essere umano non è capace di restaurare da solo, ci deve pensare qualcos’altro. Credo che il sistema che verrà fuori si fonderà sulla stessa formula, cambieranno gli scopi.

E dell’Unione europea che ne sarà?
Sta affrontando una prova importantissima. Io credo fortemente nel concetto filosofico dell’Ue ma penso che finora non sia riuscita a essere ciò che si era prefissa. Non perché era sbagliata l’idea, ma perché la sua interpretazione non ha mai tenuto conto profondamente di un valore unitario. Mi verrebbe da dire che la dimensione europea sarebbe persino limitante, dobbiamo abituarci a pensare su scala planetaria. O ci pensiamo parte di un tutto, veramente e definitivamente, o non c’è una via di mezzo. Non possiamo auspicarci una Ue coi confini.

La posizione dell’uomo nel prossimo modello quale sarà?
Avrà un ruolo centrale. Tutto da lui è sempre dipeso e tutto da lui ancora dipenderà. Io sono un grande sostenitore della centralità dell’individuo, che deve tornare a essere rimesso al centro dai sistemi. Ma al contempo deve smettere di lamentarsi e assumersi il suo pezzo di responsabilità. Ognuno di noi deve farlo.

Torneremo ad abbracciarci, a fidarci dell’altro, a non avere paura?
Ci sarà un momento di diffidenza iniziale, come i cani che si incontrano al parco e si annusano un po’. Dovremo riappropriarci della gestione degli spazi, goderci quel momento e non essere troppo veloci. Ci dovremo godere l’avvicinamento, poi ci sarà una grandissima festa e infine dovremo stare attenti a non riaddormentarci.

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Oscar Di Montigny.

Eppure forse per un po’ dovremo proseguire con le misure di distanziamento sociale. Come possiamo renderle compatibili al nostro bisogno di umanità?
Dobbiamo tornare ad apprezzare la dimensione del tempo. Noi siamo divoratori di tempo, non viviamo mai l’istante, siamo sempre proiettati nel futuro o nel passato. Dobbiamo apprezzare tutti questi nuovi modi per stare a contatto. C’è chi sta riscoprendo gli sport a distanza, la dimensione del gaming che sembrava fagocitare i nostri figli si sta trasformando in dimensione sociale. Stiamo riscoprendo questi strumenti e forse impareremo a gestirli meglio. Sarà una nuova dimensione sociale che andrà ad aggiungersi a quella pregressa, non la sostituirà.

Il suo libro più recente si intitola Gratitudine. La rivoluzione necessaria. Che ruolo avrà la gratitudine?
Fondamentale. Parafrasando altri, la gratitudine è per me la memoria del cuore. Chi per sentimento, chi per emozione o paura, stiamo tutti riscoprendo la dimensione del cuore, apprezziamo i piccoli gesti che riceviamo e che facciamo. Essere grati per ciò che la vita è nella sua totalità, e cercando di generare gratitudine col nostro fare e il nostro essere, è uno scopo interessante per cui vale la pena vivere.

Intanto, magari, impareremo a esser grati nei confronti di categorie che non sempre apprezziamo. A partire dai medici.
Assolutamente sì, fa parte di quelle nuove consapevolezze che questa condizione ci sta facendo maturare. Però dico pure che non ci vuole sempre il trauma per apprezzare qualcuno. È come quando rischi un incidente e guidi per 10 minuti con attenzione, poi torni a farlo con la stessa leggerezza di prima. Abbiamo dimenticato i pompieri delle Torri gemelle, i vigili del fuoco in Australia, gli indios dell’Amazzonia. Ci siamo dimenticati di tutti. Dobbiamo imparare ad le persone sempre, non solo durante le emergenze.

E dovremo imparare a dire grazie anche a Stati che non sempre vengono considerati “amici”. La Cina, Cuba, la Russia.
Guardi, io non vedo l’ora che il vaccino venga scoperto da Israele e donato all’Iran, o viceversa. Ma non possiamo dimenticarci tutta la cultura mediatica delle ultime settimane che ci ha visto prima contro i cinesi, poi contro i francesi, poi contro i tedeschi. Poi dando dei pazzi agli inglesi e agli americani. Sembrava quasi di giocare a Risiko. Allora, di fronte a queste iniziative d’aiuto dico “evviva”, ma anche “ok, perché ci deve ancora stupire questa reciprocità?”. Dovrebbe essere un concetto ricorrente e a turno ciascuno dovrebbe eseguirlo. Poi capiremo, con gli anni, gli effetti di queste cose, se qualcuno vorrà qualcosa in cambio. Per ora preferisco pensare che siano stati uomini e donne che hanno voluto dare una mano.

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Le polemiche sulla task force anti-bufale del governo

Il sottosegretario Martella annuncia l'istituzione di un'unità di monitoraggio per frenare le fake news sul coronavirus. Ma la Meloni attacca: «Limitazione delle libertà costituzionali».

Una task force contro le fake news sul coronavirus, per garantire un’informazione puntuale e precisa ed evitare la diffusione di bufale che possono nuocere alla salute pubblica e creare stati di angoscia. L’idea del Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Andrea Martella, che il 4 aprile ha firmato il decreto di istituzione della stessa task force, non piace però a Giorgia Meloni, che all’indomani dell’annuncio è partita all’attacco sul suo profilo Facebook.

MELONI: «UN’IDEA ORWELLIANA»

«Il governo istituisce una sedicente “Task force anti Fake news” che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo la verità sul Covid-19 (proprio come il Ministero della Verità di orwelliana memoria)», ha scritto la leader di Fratelli d’Italia facendo un parallelo con il romanzo 1984 di George Orwell. «Sempre il governo ha scelto di imperio gli “esperti” (tra loro neppure un medico o un virologo) che decideranno cosa si può dire e cosa no. Utile ricordare che tra le “fake news” c’erano fino a ieri anche il fatto che gli asintomatici trasmettono il virus, che fosse utile tenere in quarantena chi proviene da zone a rischio, che fosse saggio indossare la mascherina in pubblico. Credo che si stiano limitando le libertà fondamentali e costituzionali con eccessiva disinvoltura. P.S. Mi manderanno in un campo di rieducazione per queste mie parole o si limiteranno a oscurare il post su Facebook?».

Il Governo istituisce una sedicente “Task force anti Fake news” che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo…

Posted by Giorgia Meloni on Sunday, April 5, 2020

MARTELLA: «UN PASSAGGIO DOVEROSO»

La task force era stata annunciata il 4 aprile da Martella: «Era un passaggio doveroso, a fronte della massiccia, crescente diffusione di disinformazione e fake news relative all’emergenza Covid-19», aveva detto il sottosegretario spiegando quali sarebbero stati i compiti della task force: «Dall’analisi delle modalità e delle fonti che generano e diffondono le fake news, al coinvolgimento di cittadini e utenti social per rafforzare la rete di individuazione, al lavoro di sensibilizzazione attraverso campagne di comunicazione. Tutto questo in stretta collaborazione con Agcom, ministero della Salute, Protezione civile e avviando partnerships con i soggetti del web specializzati in fact-checking, i principali motori di ricerca e le piattaforme social». L’Unità di monitoraggio si avvale dell’apporto di una serie di esperti: Riccardo Luna, Francesco Piccinini, David Puente, Ruben Razzante, Luisa Verdoliva, Roberta Villa, Giovanni Zagni, Fabiana Zollo.

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Nel disastro qualcosa funziona: la didattica (universitaria) a distanza

Ottime interazioni, alta partecipazione e qualità di risposta strepitosa. A uscirne valorizzato è il senso dello studio. Ecco perché dopo la pandemia bisognerà proseguire su questa strada.

Un po’ demoralizzata per i tempi presumibili di riapertura delle aziende, un dramma anche e soprattutto per il settore della moda, sostanzialmente dimenticato dal decreto Cura Italia (è inutile provarci e riprovarci: 2 mila anni di disprezzo moralistico nei confronti del comparto non si estirpano nemmeno con l’evidenza che quasi un milione di persone in Italia ne trae il proprio reddito), cerco di concentrarmi su quella che percepisco come una corrente positiva, cioè il lavoro accademico a distanza.

MAI LAVORATO MEGLIO IN 15 ANNI DI DOCENZA

Attenzione: quanto scriverò di seguito vale per l’apprendimento universitario, di certo non per quello della scuola primaria o secondaria, e dà per scontato che tutti gli studenti siano dotati di pc o tablet come, invece e purtroppo, non è stato il caso in queste settimane nelle scuole di altro ordine e grado, e in particolare al Sud, dove il digital divide si è rivelato un problema non solo tecnologico, ma anche sociale e culturale. Dunque e invece: università, tutti provvisti di pc o anche smartphone personale, lezioni a distanza. Risultato: eccezionale. Non l’avrei mai creduto, ma in 15 anni di docenza non ho mai lavorato meglio.

LA SODDISFAZIONE RIPAGA L’IMPEGNO AGGIUNTIVO

Una qualità strepitosa di risposta, interazioni ottime, molta partecipazione: funziona perfino il ricevimento su Skype e sto anche sviluppando un progetto importante con la classe. Lavoro il doppio rispetto al solito, ma la soddisfazione ripaga l’impegno aggiuntivo di gestione, invio link, convocazioni, materiale. Se i gestori delle varie piattaforme sulle quali lavoriamo, da Google Meet a Zoom, migliorassero la cosiddetta “experience”, rendendola meno bidimensionale nell’immagine a scoordinata e lontana nel suono, sarei più che felice di alternare sessioni online e in presenza anche in futuro e sono sicura che questa considerazione valga anche per molti colleghi.

A USCIRNE VALORIZZATO È IL SENSO DELLO STUDIO

Per la prima volta, ho studenti che non solo intervengono composti, chiedendo di “aprire il microfono” via chat e attendendo il proprio turno, ma che inviano suggerimenti di letture e approfondimento a tutti gli altri, leggendo e studiando davvero quanto si propone loro per integrare appunti e testi. Forse sarà per il lockdown che li costringe tutti a casa, dovunque siano (i miei di quest’anno, sono al momento distribuiti su circa 20 Paesi diversi. Una di loro, messicana, ci ha fatto molto ridere raccontando di essere rimasta bloccata dalla sospensione dei voli alla Martinica, dov’era in vacanza di “half term”, e di aver scoperto che si può vivere benissimo per mesi con il contenuto di un trolley organizzato per una settimana sulla spiaggia); forse sarà perché l’accento posto dall’emergenza sulle competenze reali e necessarie per fronteggiarle, mestieri che sembravano scarsamente attraenti come infermieri specializzati, terzo settore, naturalmente medici e docenti, ha reso meno attraenti le professioni inventate, valorizzando invece il senso dello studio (lo scrivo con cognizione di causa, perché alcuni di loro me l’hanno proprio detto, ed erano quasi stupiti).

ALLO STUDIO UNA DIVERSA CALIBRAZIONE DEI CORSI

Le cose vanno talmente bene che, a quanto sono venuta a sapere, i rettori delle principali università italiane stanno pensando a una diversa calibrazione (in gergo “somministrazione”, come se fosse una medicina: decisamente un sostantivo inadatto) dei corsi. In Italia, gli studenti iscritti a corsi di laurea online sono in crescita esponenziale: se nell’anno accademico 2010/2011 il totale degli iscritti era inferiore a 40 mila unità, nel 2017-2018 ha raggiunto e superato i 93 mila iscritti. Il balzo in avanti è stato evidente soprattutto nell’ultimo triennio, per molti motivi. Il primo: negli ultimi anni, sono aumentate le università online di grande caratura e affidabilità (al momento, in Sapienza, è in via di ridefinizione, con una nuova corporate image e una profonda revisione dell’offerta anche per professioni e posizioni manageriali, la realtà ormai decennale di Unitelma, e credo che molti conoscano la Università telematica Niccolò Cusano per la straordinaria qualità giornalistica della sua emittente radiofonica). Il secondo: l’azzeramento dei costi di trasferimento e di mantenimento dello studente fuori sede, ad eccezione degli spostamenti imposti (e ci mancherebbe) per sostenere gli esami o per partecipare a progetti speciali.

L’INTEGRAZIONE TRA AULA E WEB SAREBBE DI GRANDE AIUTO

Ci sono controindicazioni, è ovvio e intuibile, e cioè la mancanza di interazione diretta fra studenti o lo studio infragruppo su piattaforme dedicate (problema superabile con un piccolo miglioramento dell’offerta da parte dei provider a patto però di avere una buona connessione, che purtroppo non tutti hanno, soprattutto in alcune aree del Paese che non sono necessariamente quelle meridionali o disagiate. Il problema dell’Italia resta sempre la banda larga). Però, volendo essere onesti, ad esclusione di certi corsi di alta formazione che formano per esempio sarti o scenografi, tutti gli altri erogano lo stesso tipo di lezione in presenza o per via telematica. Certo, sarebbe bello se anche le lezioni a distanza del futuro si tenessero con lo stesso criterio e le stesse modalità di quelle che svolgiamo in questi mesi, cioè rispettando l’orario, tutti insieme, esattamente come fossimo in aula. Questo attenua molto, praticamente annulla, il senso di straniamento che coglie alcuni fra gli studenti corsi telematici registrati: addirittura, offre ai timidi, protetti dallo schermo, il coraggio di farsi avanti con domande e proposte. Non ci sono dubbi che l’integrazione fra aula e web sarebbe di grande aiuto per alcune realtà accademiche più piccole, costrette da sempre a fare i conti con carenza di personale e di strutture, e vuoterebbe un po’ le aule sovraffollate degli atenei maggiori (tema che in epoca p.c, post coronavirus, sarà di grande rilevanza). L’unico, vero punto, sarà l’impegno richiesto ai docenti: tenere alta l’attenzione per un’ora e mezza online non equivale a farlo de visu, in aula. Non ci si può prendere un minuto di pausa, perché è come farlo in televisione. Due secondi di silenzio e si crea il vuoto. Ma se, come dice la trend forecaster Li Edelkoort, nel futuro iper-digitale e distanziato che ci attende, dovremo diventare tutti un po’ producer di noi stessi, destreggiarci con telecamere, altoparlanti, immagini, queste lezioni a distanza si stanno rivelando una palestra olimpionica.

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La Germania si prepara al peggio, tra polemiche e caccia alla mascherina

Il ministro della Salute Spahn lo ha detto chiaramente: «È la quiete prima della tempesta». La priorità è rallentare i contagi per dare respiro al sistema sanitario. Ma senza panico. Mentre dall'Italia si rumoreggia per la prima pagina della Bild che dichiara l'amore per lo Stivale. Almeno finché non sarà da difendere il risparmiatore tedesco. Il diario del coronavirus da Bonn.

da Bonn

È trascorsa la quarta settimana di lockdown in Germania. Al 3 aprile i contagi totali nel Paese sono 89,451, 1,208 i decessi, mentre Berlino dopo il primo piano di aiuti coronavirus da 450 miliardi di euro, comincia a pensare alla fase 2: il ritorno a una parziale normalità, facendo i conti con un calo del Pil che nella peggiore delle ipotesi sarà nel 2020 intorno al 5%.

LUNEDÌ: ARRIVANO NUOVI PAZIENTI DALL’ITALIA

Altra settimana, la terza dopo l’inizio del lockdown. Ieri è atterrato all’aeroporto di Colonia/Bonn un aereo con una decina di pazienti italiani, due sono finiti all’Uniklinik. Due signore sulla settantina in arrivo da Bergamo con la necessità di terapia intensiva. Qui gli ospedali sono ancora semivuoti e va bene così. Ma l’onda è in arrivo. In un’intervista alla Welt am Sonntag il direttore del Robert Koch Institut Lothar Wieler ha detto che anche in Germania si potranno verificare scenari italiani e bisogna prepararsi. Se lo dice lui c’è da credergli. Ed è meglio prepararsi. A Bonn lo stanno facendo e per adesso non c’è panico. Anzi. Siamo però ancora nella fase che il ministro della Salute Jehns Spahn ha definito «la quiete prima della tempesta». La città è semivuota, le file ordinate ci sono solo davanti ai supermercati, quando porto e riprendo mia figlia all’asilo non vedo un’anima. Anche il sindaco di Bonn si è espresso positivamente sulla diligenza dei cittadini. Speriamo che serva.

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MARTEDÌ: TANTA GENTE IN GIRO, RESTA SOLO L’OBBLIGO DEL DISTANZIAMENTO SOCIALE

Come c’era da aspettarsi le misure restrittive, il cosiddetto social distancig e la serrata dei negozi e delle scuole, sarà prolungata fino alla settimana dopo Pasqua. La cosa non mi stupisce, visto che i numeri sono quelli che sono e in giro, in alcuni momenti, verso sera soprattutto, c’è ancora troppa gente. Non tanto in centro città, quanto lungo la passeggiata sul Reno, dove tra jogger, ciclisti, famiglie a passeggio sembra in alcuni punti di essere in piena stagione estiva. I gelatai sono aperti (solo take away) e un cono non se lo leva nessuno, anche se le temperature sono ancora invernali e la notte va sottozero. I tedeschi però son fatti così, appena vedono il sole, che qui da novembre a marzo si affaccia in media un giorno alla settimana, si mettono in maglietta e corrono fuori. In tempi di coronavirus le abitudini non sono cambiate, visto che al momento l’obbligo è quello di non essere in più di due e mantenere le distanze dagli altri.

MERCOLEDÌ: C’È CHI SI LAMENTA PER GLI AIUTI DI STATO

Anche le mia abitudini non cambiano, una margherita a Spaccanapoli riesco a prenderla almeno uno volta alla settimana.

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Sento Gabriele che si lamenta un po’ perché non ha diritto a ricevere gli aiuti di Stato (fino a 9.000 euro per tre mesi per le piccole imprese con al massimo cinque dipendenti) perché ha aperto il nuovo locale solo da un paio di settimane. Il meccanico delle biciclette si lamenta lo stesso perché li prende e gli vengono comunque tassati (7.200 euro). Meglio in ogni caso dei 600 euro in Italia. Quando passo al super per comprare due cose, la fila davanti a me è composta da cinque persone, a parte una ragazzina, gli altri sono over 65. Mi viene in mente la notizia di ieri, con 17 morti a Wolsburg in una residenza per anziani. Anche in Germania succedono queste cose, nonostante siano attese. Non è certo un Paese perfetto, e non solo per questo.

La prima pagina della Bild dedicata all’Italia.

GIOVEDÌ: LA PRIMA PAGINA DELLA BILD E LE POLEMICHE

Stamattina penso alle due signore di Bergamo ricoverate alla clinica universitaria di Bonn. Chissà cosa staranno pensando: ieri è stata scoperta una bomba della Seconda guerra mondiale poco distante dall’ospedale. Grande evacuazione verso mezzogiorno, per pazienti e gli abitanti dei dintorni. Ci mancava solo questa. Comunque è andato tutto liscio. L’Italia è anche protagonista sui media, dopo che la Bild Zeitung, quotidiano popolare che vende un paio di milioni di copie e viene letto dal triplo, ha pubblicato un articolo, tradotto anche in italiano, in cui dichiara la propria solidarietà con il Belpaese, colpito gravemente dalla crisi. Belle parole mischiate a luoghi comuni, adatte al lettore medio della Bild, appunto, un gesto che comunque arriva con almeno un mese di ritardo e dopo che negli ultimi giorni i rapporti italo-tedeschi erano stati sollecitati a livello mediatico tra l’apparizione del premier Giuseppe Conte alla tivù tedesca e la lettera di alcuni politici e amministratori italiani sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. La Bild, foglio trash di cui si salva la pagina dello sport se si è appassionati di Bundesliga, dichiara oggi l’amore per l’Italia, per poi scaricarla fra un po’, quando ci sarà da difendere il risparmiatore tedesco. Già visto tutto negli anni passati, stavolta non sarà diverso.

VENERDÌ: IL GIORNO DELLE MASCHERINE

È il giorno delle mascherine. Non solo perché in Austria da un paio di giorni è scattato l’obbligo di portarle al supermercato e da Berlino si guarda con attenzione a Vienna per imitare i comportamenti più virtuosi nel contenimento dell’epidemia. Pare che qualche centinaio di migliaia di mascherine provenienti da Pechino e diretta in Germania sono state requisite durante il tragitto dagli Stati Uniti (stessa denuncia venuta dalla Francia nei giorni scorsi). Nessuno ora ne vuole fare e meno dopo che per settimane si è discettato sulla loro reale utilità. Wieler, nella consueta conferenza stampa di fine settimana, ne ha spiegato il valore, fondamentale soprattutto per chi ne ha bisogno assolutamente, cioè per il personale degli ospedali, ambulatori, case di riposo e via dicendo. Al super non è proprio una questione di vita e di morte. Il capo del Robert Koch Insitut ha ribadito che la Germania si trova ancora nella fase iniziale dell’epidemia e che il numero dei morti salirà. La strategia rimane sempre quella iniziale, e cioè di rallentare la diffusione del virus per non appesantire il sistema sanitario. Per ora sta funzionando.

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Contro il virus Salvini ora vuole permettere le messe a Pasqua

Fa discutere la proposta del leader del Lega, in barba alle norme di sicurezza e alle indicazioni scientifiche: «Per milioni di italiani può essere un momento di speranza».

Aprire le chiese per la messa di Pasqua, pur rispettando le norme di sicurezza. Lo chiede il leader della Lega Matteo Salvini in una intervista a Sky Tg24. «Sostengo la richieste di coloro che dicono di poter entrare in chiesa, seppur ordinatamente, con le distanze di sicurezza, per la messa di Pasqua, magari un po’ alla volta, in quattro o cinque. C’è un appello promosso da Tempi ai vescovi italiani:, rispettando le distanze, in numero limitato, la santa messa di Pasqua per milioni di italiani può essere un momento di speranza»

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La task force sulle riaperture già divide il governo

Mentre Conte tenta di ricucire il dialogo con l'opposizione, il M5s guarda con sospetto all'ipotesi caldeggiata dal Pd. E sullo sfondo restano i nodi legati al dl liquidità e al decreto scuola.

Il dl liquidità, il decreto scuola, l’estensione del golden power annunciata da Riccardo Fraccaro. Le prossime ore porteranno queste tre novità nell’azione anti-virus del premier Giuseppe Conte. La strada, però, resta in salita. E se da un lato il governo sembra imboccare la via di un pur non facile dialogo con le opposizioni, lo spettro di nuove tensioni, anche nella maggioranza, si affaccia sull’ipotesi di una task force sulle riaperture. Con, sullo sfondo, quell’Eurogruppo di martedì dove è tutt’altro scongiurata la possibilità che sul tavolo finisca l’utilizzo del Mes. E il M5s già fibrilla.

LA RIUNIONE RISCHIA DI SLITTARE OLTRE IL WEEKKEND

Nel governo è partita la corsa contro il tempo per arrivare al Cdm già domenica sera. Ma il dl liquidità non è pronto ed è possibile quindi che la riunione slitti a lunedì. È su questo decreto che persistono ancora spigolature tecniche e politiche. Innanzitutto sull’entità della garanzia statale per i prestiti bancari alle aziende. Iv chiede una garanzia al 100%, trovando sulla stessa linea anche il M5s. Ma il titolare del Mef Roberto Gualtieri frena e in serata spiega: «La garanzia sarà al 100% per i prestiti fino a 800 mila e aumenteremo al 90% per i prestiti fino al 25% del fatturato». La differenza è sensibile. Una garanzia al 90% non esonera le banche dalle procedure di verifica delle solvibilità tipiche dell’erogazione dei prestiti, rischiando di ritardare l’erogazione della liquidità. Altro tema aperto è come garantire i prestiti.

LA TASK FORCE NON PIACE AL M5S

Il M5s spinge perché le garanzie arrivino attraverso Cassa depositi e prestiti. Ma nel Mef si è fatta spazio l’idea di usare Sace, controllata Cdp che, a quel punto, verrebbe trasferita direttamente sotto l’egida di via XX settembre. Idea che, al Movimento, proprio non piace. Così come i Cinque stelle guardano con un certo scetticismo all’istituzione di quella task force sulle aperture caldeggiata da giorni dal Pd. «Dovrà essere fatta da gente che sa costa sta accadendo, professionisti, imprenditori. Non serve l’accademia», avverte Vito Crimi. «Serve in tempi rapidi una cabina di regia con scienziati, amministratori, categorie. Bisogna coinvolgere tutti», rilancia il capogruppo dem Andrea Marcucci. Conte, spiegano fonti di governo, ha dato piena disponibilità ad una condivisione delle scelte sulla ripresa. Ma, più che di cabina di regia in senso istituzionale, a Palazzo Chigi preferiscono parlare di “raccordo” con i principali attori coinvolti.

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 4 aprile

Resta stabile l'aumento dei malati, 2.886 in più rispetto a ieri. Leggero calo per le vittime, 681 nelle ultime 24 ore. Ma per la prima calano i ricoveri in terapia intensiva.

Finalmente una buona notizia dal quotidiano bollettino della Protezione civile sul contagio in Italia. Si registra, infatti, il primo calo di ricoveri in terapia intensiva dall’inizio dell’emergenza Covid-19. Sono 3.994 i malati di ricoverati in terapia intensiva, 74 in meno rispetto a ieri. Di questi, 1.326 sono in Lombardia, dove la diminuzione è stata di 55 unità. Degli 88.274 malati complessivi, con un incremento rispetto a ieri di 2.886 casi, 29.010 sono ricoverati con sintomi – 269 in più rispetto a ieri – e 55.270 sono quelli in isolamento domiciliare. Sono, purtoppo, 15.362 i morti dopo aver contratto il coronavirus, con un aumento rispetto a ieri di 681. Venerdì l’aumento era stato di 766.

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In Lombardia protezione al volto obbligatoria per uscire di casa

La misura è contenuta nella nuova ordinanza del governatore Attilio Fontana che entrerà in vigore domani.

In Lombardia si dovrà andare in giro indossando la mascherina o comunque con una protezione su naso e bocca: è quanto prevede la nuova ordinanza del governatore Attilio Fontana che entrerà in vigore domani.

GUANTI OBBLIGATORI NEGLI ESERCIZI COMMERCIALI

«Da domani e fino al prossimo 13 aprile», spiega la Regione Lombardia in una nota, «restano in vigore le misure restrittive già stabilite per l’intero territorio lombardo lo scorso 21 marzo con ordinanza regionale». In più, però, la nuova ordinanza del presidente Fontana «introduce anche l’obbligo per chi esce dalla propria abitazione di proteggere sé stessi e gli altri coprendosi naso e bocca con mascherine o anche attraverso semplici foulard e sciarpe». E «gli esercizi commerciali al dettaglio già autorizzati (di alimentari e di prima necessità) hanno l’obbligo di fornire i propri clienti di guanti monouso e soluzioni idroalcoliche per l’igiene delle mani».

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Perché nel post-coronavirus potrebbe aumentare l’occupazione femminile

Statisticamente le donne sono colpite da una forma più lieve del virus. E ora dividono la cura dei figli e della casa con i partner. Questo, alla fine dell'emergenza, potrebbe fare loro guadagnare un nuovo ruolo nel mondo del lavoro.

Passata l’emergenza sanitaria l’Italia potrebbe ripartire dalle donne. Non si tratta solo di (più che legittime) rivendicazioni femministe ma di una possibilità concreta.

Statisticamente sono infatti le donne (almeno per ora) a essere colpite meno gravemente dal Covid-19. Secondo alcune stime, il rapporto è 2 a 8: ogni due donne ammalate di una forma grave o letale, ci sono otto uomini nelle stesse condizioni.

Viene dunque da chiedersi se alla riapertura delle attività produttive, il loro ruolo possa diventare via via più centrale.

Ipotesi, certo. Anche perché «sui motivi ufficiali di questo squilibrio numerico la scienza non ha ancora certezze», mette in chiaro il dirigente di malattie infettive dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, Giovanni Di Perri. «Una delle ipotesi più accreditate», spiega a Lettera43.it, «tira in causa gli ormoni femminili chiamati estrogeni. Il danno polmonare provocato dal Covid-19 è immunomediato, ovvero deriva da una nostra aggressione alle cellule infette del polmone. In generale gli estrogeni producono una risposta immunitaria maggiore rispetto agli ormoni maschili e questo determina una minore possibilità di sviluppare quadri gravi in caso di contagio da coronavirus».

ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE FEMMINILE

A prescindere dalla causa di questa tendenza, questa incidenza se confermata potrebbe determinare cambiamenti significativi nel mondo del lavoro. Nel nostro Paese soprattutto. A livello europeo, come ricordava Lavoce.info, l’occupazione femminile (nella fascia d’età 20-64 anni) è al 67,3%, mentre quella maschile è pari al 79%. In cima alla classifica la Svezia con l’80% mentre l’Italia è al penultimo posto con il 53,1%. Ben al di sotto della media Ue. Va meglio osservando il divario salariale, visto che un Italia il gap uomo/donna è del 5% contro il 14,8% europeo. Ma la strada da fare è ancora lunga.

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Il trend potrebbe cambiare? Forse, anche se come spiegato da Paola Profeta, docente di Scienze della Finanza alla Bocconi di Milano, gli scenari possibili sono due, e il primo non è per nulla incoraggiante. «Se guardiamo alle passate crisi economiche a pagare il prezzo più alto perdendo il posto sono state soprattutto le donne, occupate spesso in settori instabili, con posizioni precarie o contratti meno tutelanti. Il rischio quindi è che la storia si ripeta».

IL NUOVO RUOLO DEGLI UOMINI NELLA VITA FAMILIARE

Detto questo, però, ricorda Profeta «dopo grandi choc, si sono sempre compiuti veloci passi avanti nel campo dei diritti e potrebbe accadere anche nel prossimo futuro». Non è affatto scontato però, dipende dalla gestione della fase di emergenza acuta che stiamo vivendo. «Sulle donne pesa la maggior parte del lavoro casalingo e della cura delle persone», ricorda l’economista. «Adesso però, la presenza fissa di molti uomini tra le mura domestiche potrebbe essere l’occasione per dividere davvero le incombenze e azzerare uno squilibrio di genere consolidato da secoli. Se ciò avvenisse le donne potrebbero guadagnare maggiore spazio extra familiare da dedicare anche alla carriera. Se invece la chiusura delle scuole e l’assenza di aiuti esterni non farà altro che appesantire il loro carico quotidiano avremo perso un’enorme occasione di crescita».

MAGGIORI SALARI E AVANZAMENTI DI CARRIERA

Oltre alla famiglia però anche le aziende dovranno fare la loro parte. «Assolutamente, e se ciò si verificasse non sarebbe altro che un’ulteriore conferma di quanto sia prioritaria una maggiore valorizzazione delle donne, soprattutto in termini salariali e di possibilità di avanzamento di carriera», conclude Profeta. «È già dimostrato si ammalano meno rispetto ai colleghi e quindi, anche sotto questo punto di vista, rappresentano un valore aggiunto sia per l’azienda che per il sistema economico italiano nel complesso».

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Coronavirus, crolla l’artigianato: 7 miliardi di perdite per il lockdown

La stima è stata fatta dall'Ufficio studi della Cgia. Secondo il coordinatore Paolo Zabeo, se la situazione non migliora, «l'artigianato rischia di estinguersi».

Almeno 7 miliardi di euro. Secondo l’Ufficio studi della Cgia, a tanto ammonta la stima della perdita di fatturato che a livello nazionale le imprese artigiane subiranno in questo mese di chiusura a causa del coronavirus. I comparti più colpiti sono anche quelli più rappresentativi di tutto il settore: le costruzioni, ad esempio, vedranno una flessione del fatturato di 3,2 miliardi (edili, dipintori, finitori di edifici) la manifattura di 2,8 miliardi (metalmeccanici, legno, chimica, plastica, tessile-abbigliamento, calzature) e i servizi alla persona di 650 milioni di euro (acconciatori, estetiste, calzolai).

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ZABEO (CGIA): «L’ARTIGIANATO RISCHIA DI ESTINGUERSI»

«L’artigianato rischia di estinguersi, o quasi», spiega il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, «in particolar modo nelle piccole città e nei paesi di periferia, molte attività a fronte dell’azzeramento degli incassi, degli affitti insostenibili e di una pressione fiscale eccessiva, non reggeranno il colpo e saranno costrette a chiudere». Se la situazione non migliorerà entro la fine del prossimo mese di maggio «è verosimile che entro quest’anno il numero complessivo delle aziende artigiane scenderà di almeno 300 mila unità vale a dire che il 25% delle imprese artigiane presenti in Italia chiuderà i battenti».

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TRA IL 2009 E IL 2019 HANNO CHIUSO CRICA 180 MILA AZIENDE ARTIGIANE

Una situazione, quella che sta vivendo l’artigianato in queste settimane, molto difficile che si sovrappone ad un quadro generale altrettanto pesante che negli ultimi 10 anni ha visto crollare il numero delle imprese presenti in questo settore. Tra il 2009 e il 2019, infatti, le aziende artigiane che hanno chiuso definitivamente sono state poco meno di 180 mila (per la precisione 178.664), pari al -12,2%. Se nel 2009 lo stock era pari a 1.465.949, al 31 dicembre dell’anno scorso il numero è sceso a 1.287.285. La regione che ha subito la flessione più elevata è stata la Sardegna (-19%). «Quasi il 60% della contrazione delle imprese artigiane registrata in questi ultimi 10 anni», dice il segretario Renato Mason, «riguarda attività legate al comparto casa. Edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, hanno vissuto anni difficili e molti sono stati costretti a gettare la spugna. La crisi del settore e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali»..

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Cinque ricette da “quarantena”

Non si vive di soli spaghetti al tonno. Stare in casa può essere anche l'occasione per sperimentare nuove specialità ai fornelli. Ecco qualche idea gustosa da realizzare con ingredienti surgelati o a lunga conservazione.

Lo abbiamo sottovalutato, sbagliando. Ma è ora di fare la nostra parte per contenere il coronavirus che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario italiano. Prima di tutto seguendo le disposizioni del governo.

Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: stare a casa può anche essere una opportunità per passare più tempo ai fornelli. E preparare ricette gustose anche senza alimenti freschi. Perché diciamocelo non si vive di soli spaghetti al tonno. Insomma, anche in “quarantena” possiamo sbizzarrirci, almeno in cucina. Animo e fantasia! Ecco qualche ricetta da sperimentare.

1. LA QUICHE LORRAINE

La quiche lorraine è una torta salata della cucina francese che potete tranquillamente preparare con la pasta brisée surgelata, con cui fodererete una teglia da forno. Il ripieno è a base di uova, panna, formaggio gruyère o emmentaler, pancetta (che va rosolata prima), sale e pepe. Chiudete la torta con la pasta brisée e infornate per una trentina di minuti. Una botta calorica, ma ne vale la pena.

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2. RISI E BISI

Un piatto cult della cucina veneta da fare con i piselli surgelati e la pancetta a cubetti. Rosolate la pancetta con un po’ di cipolla, aggiungete i piselli e bagnate con il brodo, cuocete per 20 minuti, aggiungete il riso, il sale e mescolate finché non sarà cremoso. Mantecate con burro e parmigiano.

3. MERLUZZO IN UMIDO

Protagonista di questo piatto sono i fiori di merluzzo surgelati. Prendete una casseruola, fate soffriggere uno spicchio d’aglio, aggiungete i pomodori in modo da preparare un sughetto arancione, aggiungete i fiori di merluzzo, qualche ciuffetto di menta, fate cuocere per una ventina di minuti e avrete un secondo di tutto rispetto.

4. CANEDERLI IN BRODO

Un piatto della cucina contadina trentina e altoatesina. Si tratta di palline di pane raffermo bagnate con il latte e impastate con uova, formaggio, speck, prezzemolo, farina. Cuoceteli in un brodo vegetale, preparato con carote, cipolle, sedano, come se fossero tortellini. A fine cottura condite il tutto con olio extravergine d’oliva e parmigiano. O burro e salvia.

5. TORTILLA DI PATATE

Le patate si prestano, più di ogni altro ingrediente, a una cucina di panza e di sostanza. Si conservano a lungo, riempiono e costano poco. La tortilla è un must della cucina spagnola: semplice e gustosa, si prepara in poco tempo. Cuocete le patate (tagliate a cubetti) con fette di cipolla bianca: una volta cotte, aggiungetele alle uova sbattute con del parmigiano. Versate il composto in una padella con coperchio e fate cuocere finché entrambi i lati non saranno dorati. La tortilla deve avere uno spessore importante, occhio alla padella.

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Coronavirus, morto poliziotto della scorta di Conte

Giorgio Guastamacchia, Sostituto Commissario della Polizia di Stato, è deceduto a Roma questa mattina in seguito alle complicazioni di una polmonite da Covid-19. Aveva 52 anni.

Questa mattina, a Roma, è morto il Sostituto Commissario della Polizia di Stato Giorgio Guastamacchia, in seguito alle complicazioni di una polmonite da coronavirus. Aveva 52 anni ed in servizio presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Il poliziotto faceva parte della scorta del premier Giuseppe Conte.

Guastamacchia aveva contratto il virus alcune settimane fa ed era stato subito ricoverato e intubato. Lascia due figli e la moglie.

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Il “potenziale disabile” per l’emergenza Covid-19

Le persone disabili non sono solo destinatarie di interventi di aiuto. Possono essere corresponsabili nella gestione dell'emergenza. Basta sceglierlo.

Stavolta penso proprio di esserci cascata anch’io. Mi riferisco all’errore, molto comune, di considerare le persone con disabilità soltanto come “oggetti di cura” e destinatari passivi di interventi socio-politici a loro beneficio. Ripensando a quanto finora ho scritto sulla relazione tra l’epidemia che purtroppo ci ha colpiti e le persone disabili mi sono accorta di aver analizzato la questione da una prospettiva tendenzialmente assistenzialista, posizione che aborro e solitamente cerco di evitare. Ho lodato gli sforzi compiuti dalla società civile e dal governo per sostenerci e ho criticato le misure che non mi sembravano essere sufficientemente efficaci. Ho ribadito il fatto che le conseguenze derivanti dall’appartenere a una identità socio-politica storicamente discriminata potrebbero ripercuotersi contro di noi oggi con una violenza ancora più devastante che in tempi “normali”. Un’emergenza sanitaria acuisce tutto, sia le buone prassi delle istituzioni e della collettività che, inevitabilmente, le falle del nostro stato sociale.

QUEL SENSO DI PROTEZIONE NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI

Considerazioni vere ma molto parziali e quindi molto pericolose. La paura nei confronti di ciò che ci sta succedendo ha fatto scattare in me un senso di protezione nei confronti dei cittadini e cittadine di cui, anche nelle situazioni ordinarie, ci si occupa di meno perché considerati non rilevanti all’interno del sistema produttivo e, di conseguenza, anche di quello sociale.
Fermarsi a questi ragionamenti sarebbe però riduttivo e poco utile.
Invece penso sia doveroso ricordarci che le persone con disabilità, al pari degli altri cittadini e cittadine, hanno anche dei doveri e non solo dei diritti nei confronti della comunità e dello Stato. Non dobbiamo cadere nella tentazione di considerarci solo persone bisognose di essere protette perché anche noi siamo chiamati a mettere a disposizione le risorse che abbiamo per aiutare i nostri concittadini, disabili e non.

L’ONLUS PALERMITANA CHE INDICA LA VIA

Alcuni lo stanno già facendo. Come i soci della onlus palermitana “Comitato #SiamoHandicappatiNoCretini” che hanno lanciato una campagna di solidarietà donando una tantum una quota dell’assegno di cura destinato alle persone con disabilità grave per coadiuvare l’intervento di alcuni Comuni siciliani a sostegno delle famiglie in difficoltà economiche. Tutti i cittadini, con e senza disabilità, possono versare il loro contributo volontario. Ma c’è anche chi si preoccupa di lanciare messaggi positivi e di speranza per tutti. Lo stanno facendo per esempio il mondo della moda e quello del cinema che già in altre occasioni sono stati un importante veicolo di trasmissione di una nuova cultura della disabilità, centrata sul protagonismo e la valorizzazione di chi è portatore di una diversità. Ora alcuni rappresentanti di questi due mondi sono scesi nuovamente in campo mettendo in gioco la loro faccia e la loro diversità, nel tentativo di generare una responsabilità condivisa nella gestione dell’emergenza.

LE INIZIATIVE NEI MONDI DELLA MODA E DEL CINEMA

I modelli e le modelle disabili dell’agenzia di moda inclusiva Iulia Barton, provenienti da tutto il mondo, si sono uniti virtualmente in un video per invitare tutti a tenere un comportamento responsabile nei confronti nostri e degli altri ma anche per incoraggiarci ad affrontare con forza d’animo questo periodo di difficoltà, nella certezza che se ciascuno farà a propria parte tutto andrà per il meglio. Anche il Festival del Cinema Nuovo, promosso dall’associazione Romeo Della Bella, in collaborazione con Mediafriends, ha lanciato l’iniziativa #unfestivalacasa, riadattando le modalità di partecipazione al concorso internazionale di cortometraggi interpretati da attori con disabilità, utenti di centri diurni, cooperative e comunità, e dai loro operatori. Fino al 10 aprile tutte le realtà che lavorano con persone disabili potranno inviare video messaggi aventi per protagonisti attori, artisti, youtuber disabili e contenuti legati all’emergenza coronavirus. L’associazione identificherà alcuni enti tra quelli che parteciperanno, offrendo un aiuto concreto per sostenere la loro attività in questo periodo di emergenza.

NON LIMITIAMOCI A SUBIRE LE CONSEGUENZE

Ma anche noi singole persone con e senza disabilità possiamo dare una mano sostenendo con il nostro affetto a distanza parenti, amici e conoscenti ma non solo. Chi usa molto internet potrebbe aiutare quelli che ne hanno bisogno a contattare le realtà di volontariato attive sul territorio oppure ordinare la spesa online per coloro che non possono uscire di casa ma non dispongono di un collegamento con la rete. Ovviamente possiamo anche scegliere di sostenere economicamente il lavoro di una delle onlus o enti si sono messi a servizio della popolazione. Questo periodo sta mettendo tutti a dura prova ma, come sempre, a fare la differenza è il come ognuno di noi sta decidendo di affrontarla. Non limitarsi a subire le conseguenze derivanti dalla situazione attuale ma proporre o fare qualcosa di utile per se stessi e per gli altri è possibile. Basta sceglierlo.

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Coronavirus, Arcuri: non è ancora il momento di tornare alla normalità

Il commissario per l'emergenza è stato chiaro: «dobbiamo però evitare di cominciare a pensare che stiamo vincendo, che abbiamo costretto l'avversario in un angolo e che stiamo per avere il sopravvento».

La lotta al Covid-19 è ancora nel suo pieno. Lo ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza e lo ha ribadito anche il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. «La nostra battaglia contro il coronavirus prosegue senza sosta», ha detto in conferenza stampa, «dobbiamo però evitare di cominciare a pensare che stiamo vincendo, che abbiamo costretto l’avversario in un angolo e stiamo per avere il sopravvento: gli indicatori ci dicono solo che stiamo cominciando a contenerne la portata. Ma la sua dimensione», spiega Arcuri, «seppure non uniforme è ancora rilevante. Bisogna astenersi dal pensare che sia già arrivato il momento di tornare a normalizzare comportamenti».

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Quel 1970 così lontano e così paurosamente vicino

Zitti zitti sono passati 50 anni. Il Cagliari si laureava campione d'Italia mentre a Sanremo trionfava l'inno crumiro di Celentano e Mori. Intanto in Uk si scioglievano i Beatles e al cinema c'erano signori come Petri e Antonioni. Ma allora come oggi un colpo di tosse spaventava: non era il Covid-19 ma la Spaziale.

Sembra ieri, son 50 anni. I Settanta, della post modernità sempre dietro l’angolo, ci salutano ormai da mezzo secolo di distanza.

E lo fanno lasciandoci nel pieno di una pandemia, imperscrutabile, arcana. Anche se riemergono, nella loro coda, se non altro nelle cifre drammatiche dell’economia. Il calo della produzione di marzo è sui livelli dello stesso mese del 1978, dice il Centro studi di Confindustria.

IL CAGLIARI DI RIVA E SCOPIGNO CAMPIONE

Ci guardano, i Settanta, per dirci che no, non erano di piombo, non soltanto almeno, erano così colorati, così esagerati, scoppiettanti di vita e di speranza. Così diversi da noi. Così avventurosi. 1970, e il Cagliari Campione, quello di Gigi Riva, dell’allenatore filosofo Manlio Scopigno, che, alla vigilia dell’ultima, decisiva partita, in ritiro visita a sorpresa la stanza di quattro giocatori, ci trova una bisca, bottiglie e fiche e soldi e una nuvola di sigarette che par l’aria di Pechino, copre tutto, si vede niente, e lui: «Disturbo se fumo?».

Il giorno dopo il Cagliari vince 4 a 0 e si laurea campione, e Manlio regala una delle sue perle: «Tutto mi sarei aspettato nella vita, mai di vedere Cera in mondovisione».

L’ODORE DEGLI ANNI DI PIOMBO

Perché adesso ci sono i Mondiali, in Messico, e Italia-Germania 4 a 3, e la staffetta Mazzola-Rivera e il tracollo col Brasile che sballotta il Paese in un’isteria incontrollata, da esaltazione a disperazione. È l’Italia di un benessere che già arranca questa del 70, ma dall’entusiasmo ancora incontaminato: le escandescenze sociali non mancano ma non lo intaccano, non ancora. Sorgono, in sordina, le Brigate Rosse con le prime azioni dimostrative (che molti, peraltro, non disapprovano, affatto), nessuno sa bene come e quando, se a Pecorile, l’anno prima, o al convegno della Stella Maris di Chiavari, albergo della Curia, oppure al ristorante-alloggio di Costaferrata. Sarà solo il debutto di una stagione sfibrante e inesausta di cadaveri, di sangue, di terrori, del resto inaugurata pochi mesi prima a piazza Fontana, Milano, la strage fascista sull’orlo del Natale. Ma in quel 1970 ancora nessuno se ne avvede se non i ben informati, i questori, i prefetti delle polizie che sanno cosa sta accadendo e spesso, quasi sempre, ovattano, occultano, depistano. Covano cose torbide, in quell’Italia eccitata per tutt’altro, come il golpe Borghese, uno dei tanti più o meno falliti, come la sparizione di Mauro de Mauro, cronista dell’Ora di Palermo, che una sera lo caricano in tre su una macchina e non torna più e forse sta ancora in uno di quei piloni dell’autostrada.

DAI NOSTRI RICCHI & POVERI ALLO SCIOGLIMENTO DEI BEATLES

È il tempo dei cortei, dei furori già pazzi di passioni politiche: oggi si sta in casa e si augura la morte a chi non si esalta per una coppia di influencer in babbucce di visone. È il tempo della teleselezione – basta con quella litania, «signorina, mi dia per favore il numero…»: oggi ci si videochiama da una tavoletta a guisa di telefono, e i nostri messaggi girano il globo, arrivano quasi prima di partire. Ma il primo floppy disk venne lanciato allora, se non lo sapete. È Il tempo di morire di Lucio Battisti, ma anche quello dei Fiori rosa, fiori di pesco; mentre a Sanremo trionfa la protesta crumira di Celentano e Claudia Mori, Chi non lavora non fa l’amore, seguita da La prima cosa bella dei Ricchi & Poveri e da un Endrigo solenne a bordo dell’Arca di Noè.

Altrove, nel mondo, altre cose musicali esplodono. I Beatles, per esempio, che si sciolgono il 10 aprile – dannata Yoko Ono! – e un mese dopo, l’8 maggio, licenziano il loro lp postumo, Let It Be. Frank Zappa, esagerato come sempre, butta fuori tre album in successione, Burnt Weeny Sandiwich, Weasel Ripped My Flashes e il memorabile Chunga’s Revenge. Musica che rimane, ancora oggi, mentre le filastrocche da Spotify evaporano appena nate, tremule meduse. Oggi, che Bob Dylan licenzia proditoriamente una nuova canzone di 17 minuti, la consegna alla Rete, Murder Most Foul, 50 anni spaccati da quel mastodontico Self Portrait che, all’epoca, non piacque a nessuno. Ma io rimango, ci dice Bob, io trapasso le epoche e voi dovete ancora fare i conti con me.

IL CINEMA DI ANTONIONI E PETRI E IL TEATRO DI CARMELO BENE

Quel che rimane ancora, di quel 1970, sono certi film, tanti film consegnati alla storia: le visioni allucinate e controverse di Antonioni in Zabriskie Point (colonna sonora da urlo), il dito puntato, profetico, di Elio Petri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’anti-retorica americana e militaresca di M.A.S.H. di Altman.

Oggi siamo oltre la frontiera di qualsiasi possibilità virtuale, ma tutti quegli effetti, chissà com’è, non restano, volano via scavalcati da trovate digitali più estreme di ieri. Ma il western già post-spaghetti di Lo chiamavano Trinità, tutta quella violenza allegra, ci rimane in cuore e in anima, diventa parte di noi; ma il don Giovanni shakespeariano, orrorifico di Carmelo Bene, sembra un Joker ante litteram, è più fosco, più malsano di oggi, dunque più credibile, dunque più inquietante mentre lo sperimentalismo delle voci, del montaggio vertiginoso, delle musiche in asincrono si esalta nella costruzione di un brutto esistenziale inevitabile, immedicabile. Sperimentalismi arditi che si riscontrano in tutte le espressioni, la Body Art, la Spiral Jetty di Robert Smithson, alla raffigurazione aleatoria delle vibrazioni, dei salti di frequenza e delle distorsioni, alla ricerca agitata di Woody e Steina Vasulka sulle possibilità estetiche del video, l’arte rigurgita di critica alle istituzioni, mille rivoli anarchici la disperdono fino a noi.

TRA POZZANGHERE D’INCHIOSTRO E PUBBLICITÀ LEGGENDARIE

Anno grigio, lugubre, fuligginoso di smog quel 1970? No, non solo, anno truce, violento come i fumetti di Kriminal, di Satanik, che vivono allora la loro stagione centrale in un tripudio di pozzanghere di inchiostro di sangue nero (Diabolik è altro, uno stilema, ma già freddo, squadrato, ormai distante). E un anno di creatività pubblicitaria leggendaria, ricordate, per esempio, la Piaggio con la sua furbesca condanna delle sardomobili, inscatolate nel traffico mentre Bella chi Ciao, il motorino che s’infila dappertutto?

Auto dell’anno, a proposito, la 128 Fiat: dura, secca, angolosa, squadrata, essenziale, zero fronzoli ma diventa la vettura di un Paese in un momento storico, mercato, ne assemblano 3.107.000 esemplari, ne clonano versioni coupè, rally (mitica, davvero), conquista mezzo mondo.

QUANDO A UCCIDERE ERA LA SPAZIALE

Cinquant’anni, e non sentirli e averli addosso. Averli dentro. Adesso, che siamo ostaggi di noi stessi, dei nostri possibili contagi, delle nostre libertà mangiate vive, dei nostri ergastoli globali. E non ricordiamo un’altra epidemia, un’altra influenza, la Spaziale, un milione di morti nel mondo, 20 mila in Italia, partì un anno prima, esplose in quel 1970. Uno di colpo avvertiva difficoltà a respirare, febbre, debolezza estrema. Poi forse moriva. Cadevano gli anziani, i neonati. Partì, misteriosamente, da Hong Kong. Forse l’igiene, forse qualche animale, dicevano

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Speranza: «La battaglia contro il coronavirus è ancora nel suo pieno»

Il ministro della Salute ha detto che non è il momento di abbassare la guardia e che, al momento, «il distanziamento sociale è l'unica arma per ridurre il contagio». Ci sono anche dei segnali positivi: l'indice "R con zero" ha iniziato la discesa.

I dati dell’epidemia di coronavirus, in Italia, sono stazionari ma non è ancora evidente un trend in discesa. Ancora non si capisce se abbiamo raggiunto il picco o meno ma le parole del ministro della Salute Roberto Speranza sono chiare: «La battaglia è ancora nel suo pieno». Durante l’intervista con il direttore di RaiNews Antonio Di Bella, il Ministro ha parlato a 360 gradi dell’emergenza nel nostro Paese. «Il distanziamento sociale è l’unica arma per ridurre il contagio», ha spiegato Speranza «e dobbiamo insistere su questa strada, l’unica al momento che certezze».

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SPERANZA: « INDICE “R CON ZERO” IN DISCESA DAL 10 MARZO»

Il Ministro ha poi evidenziato l’impegno della ricerca per un vaccino e possibilità di terapie, però, «al momento non ci sono certezze di esiti e non credo che i tempi saranno immediati». Intanto, però, arrivano i primi segnali positivi. Con le misure adottate «l’indice di contagio ha iniziato la discesa», spiega il Ministro. «L’indice “R con zero” nel mese di febbraio e nei primi di marzo ha sfiorato i 3, quindi ogni persona contagiata ne contagiava altre tre, producendo una moltiplicazione molto significativa. Con l’applicazione delle misure che abbiamo disposto in maniera rigorosa a partire dal 10 di marzo ha iniziato la sua discesa. Ma la battaglia è ancora nel suo pieno».

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SPERANZA: «PRIMA VINCIAMO LA BATTAGLIA SANITARIA, POI VIA CON LA RIPARTENZA»

«La prima mattonella per ricostruire l’edificio dell’Italia», dice Speranza, «è vincere la battaglia sanitaria in corso altrimenti non ci potrà essere una ripartenza di natura economica sul terreno dello sviluppo».

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Ladri disoccupati e pesci mutanti a Venezia: Zibaldone della quarantena

Che fine avranno fatto i malviventi e gli scippatori con tutti chiusi in casa e nessuno per strada? E, ancora, quali creature stanno ripopolando le acque della Serenissima? Magari fossero boseghe e bisati, vorrebbe dire che non tutto è perduto. Pensieri e riflessioni di Paolo Lanaro.

Le ore si dilatano come gli anelli nelle acque di uno stagno. Prima pareva che non riuscissero a contenere gli impegni, le scadenze, gli appuntamenti, adesso non si sa come riempirle. Si dà un’occhiata all’orologio: possibile? Sono appena le quattro… il sole è ancora alto, la notte appare lontanissima.

Via con raffiche di sms, di mail, di telefonate. Nuova occhiata all’orologio: è passata solo un’ora. Si fa strada una parola temibile come il giudizio universale: noia. Anche in versioni più sofisticate: ennui, tedium, aburrimiento. Ci si aggrappa a precedenti illustri. Leopardi notoriamente si annoiava, l’avvocato Agnelli pure. Si è azzardato che Dio stesso si annoiasse prima di dar vita al teatrino del mondo.

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Utile invece secondo alcuni psicologi la noia dei bambini che viene interpretata come positiva premessa all’introspezione. Da ultimo Ungaretti con la sua «titubante ombra dei fili tranviari»…

GLI OMINI DI KEITH HARING, SPECCHIO DELLA NOSTRA SOCIETÀ

Mi capita sott’occhio un poster di Keith Haring con tutti quegli omini irradianti che strillano, danzano come scimmioni, fanno a pugni, percuotono cuori e sederi, vivono, muoiono. È una rappresentazione fumettistica della nostra civiltà, ma singolarmente profonda. Il mondo è così, pieno di omini agitati, folli, incongrui.

MEGLIO MEZZO LITRO DI AMUCHINA CHE DI CABERNET

Virus letale è un film di 16 anni fa con Dustin Hoffman, consigliato, dice la scheda, a tutti quelli che amano i filmoni di contagi, di virus e affini. E chi si prende ora la briga di guardarlo? È singolare come al mutare delle circostanze cambino, fino a rovesciarsi, i significati delle cose, oltre naturalmente alla scala dei valori. Adesso è molto meglio un film romantico di uno catastrofista. Meglio mezzo litro di Amuchina che mezzo litro di cabernet. Meglio una parafarmacia di un bar. E molto, ma molto meglio la castità che rapporti potenzialmente contagiosi.

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Un popolare poeta, con una forte propensione alla critica sociale, ha scritto su un settimanale: scende la Borsa, salgono le quotazioni dell’essenziale. Tenderei a essere d’accordo su ciò che è essenziale: la solidarietà, l’uguaglianza delle opportunità, la democrazia diffusa. Però, lo ammetto, ho bisogno della Borsa. Nel senso che ho investito in fondi il denaro che sono riuscito a risparmiare. E se i fondi, legati agli indici borsistici, vanno in malora, vanno in malora anche i miei risparmi e la possibilità, se fosse necessario, di dare una mano ai miei figli. A quel punto l’essenziale finisce per interessarmi un po’ meno, anche se è il fondamento di un paradigma culturale e antropologico che non si può ignorare. Meglio che l’indice Ftse Mib sia positivo. Anche per le prospettive più essenziali.

CHE FINE HANNO FATTO LADRI E SCIPPATORI?

A proposito di Leopardi, lo Zibaldone era sul serio un antidoto alla noia. L’affastellarsi di osservazioni, di pensieri, di giudizi, di ricordi, riempie un vuoto che in molti momenti sembra essere la scena mentale dominante. Il poeta di Recanati compie un impressionante esercizio di pensiero, di scrittura e di disciplina morale a cui la sua cultura spaventosa offre le strade da percorrere, tutte impervie, tutte sull’orlo dell’abisso.

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In epoca di quarantena ci domandiamo: dove sono finiti i ladri? Si tratta di una categoria fortemente danneggiata. Come fai a ripulire un appartamento se la gente è in casa? Dove puoi tentare uno scippo se in giro non c’è nessuno? Come fai a rapinare una banca con le strade vuote e la possibilità per la Polizia di operare inseguimenti a velocità da formula 1? Qualcuno pensa che purché la vita riprenda pienamente saremmo disposti a sopportare perfino una quota accettabile di delinquenza.

LA PESTE DI LONDRA SECONDO DEFOE

Si è molto parlato di Manzoni, di Camus, di Saramago. Quasi nessuno si è ricordato di Daniel Defoe (quello di Robinson Crusoe), autore del formidabile Diario dell’anno della peste, in cui, fingendosi un sellaio, racconta le scene di delirio e disperazione che gli si presentano agli occhi girando per le vie di una Londra seicentesca, sconvolta dalla pestilenza. Vengono registrate e raccontate le restrizioni, i rimedi fasulli, le fughe, gli atti di generosità, le lugubri apparizioni dei monatti. Il Bill of Mortality, che fu redatto alla fine, dice che i morti furono 68.596. Un quinto della popolazione londinese. Per la stragrande maggioranza poveri, come sempre.

LE OFFERTE DEI CENTRI DI ESTETICA

«Non farti trovare impreparata! Non correre il rischio di finire in lista d’attesa quando terminerà l’emergenza coronavirus!». Che roba è? Niente, si tratta di centri di estetica che invitano a prenotare già da adesso massaggi e maquillage. Sconti.

VIROLOGI SUPER STAR

Ci sono i Burioniani. I Gallisti. I Pregliaschini. Ognuno ha il suo virologo preferito. Questi medici, pieni di conoscenze e di valore, hanno sostituito i Salvini, i Renzi, i Di Maio e non può che essere un bene. Su tutti si erge però la titanica figura di Vittorio Sgarbi che è critico d’arte, politico, opinionista e anche farmacologo. In tivù ha attaccato violentemente il professor Pregliasco accusandolo di non curare in modo adeguato i malati. Poi è passato a tessere le lodi dell’Avigan, un farmaco antivirale adoperato dai giapponesi. La Fujifilm che lo produce ha fatto sapere che al momento non esistono evidenze scientifiche sulla sua efficacia contro il Covid-19. In ogni caso l’Agenzia italiana del farmaco ha annunciato che sarà immediatamente sperimentato. Capovolgiamo la situazione. E se un virologo si mettesse a deridere Carracci, Guido Reni, Giovanni Bellini, grandi maestri della pittura italiana cari a Sgarbi? Lui che direbbe?

IL PROBLEMA MAL POSTO DELLA COMORBILITÀ

Il problema delle comorbilità nei decessi da Covid-19 mi sembra posto male. Uno muore di coronavirus, bè, aveva altre patologie. Era diabetico, cardiopatico, iperteso, afflitto da danni epatici e renali e altre cose ancora. D’accordo, le malattie pregresse hanno accelerato il decesso. Ma senza il virus, quell’uomo sarebbe vivo. L’argomento vorrebbe essere rassicurante, ma è oggettivamente debole. Se io con un’automobile con una ruota sgonfia, i freni malridotti, il carburatore sporco, la frizione che slitta, l’olio ai minimi, riesco ad arrivare comunque al luogo che volevo raggiungere, potrò dirmi fortunato. Ma se qualcuno mi danneggia le candele non ci arrivo proprio. La questione è semplice: l’auto si è fermata per i guasti che la affliggevano o perché sono state manomesse le candele?

MAGARI TORNASSERO DAVVERO I PESCI A VENEZIA

Il mio amico Rumiz dice che a Venezia sono tornati i pesci. Wishful thinking? Ho paura di sì. Se anche fosse, dura poco. E poi, ammetto, temo che i pesci veneziani siano orrende creature mutanti, come nel film Frankenfish. Magari boseghe e bisati nuotassero nelle acque della Serenissima, com’era in un tempo lontano! Vorrebbe dire che si può ripristinare un equilibrio, che non tutto è perduto, che una città può perfino tornare a essere una città invece che un bazar sordido e volgare.

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A fronte del moltiplicarsi dei ricoveri in ospedale per Covid-19 sono drasticamente calati i ricoveri per altre malattie, salvo le urgenze. Ma c’è da sottolineare soprattutto lo svuotamento delle aree di Pronto Soccorso, che molto spesso parevano un suq mediorientale. Meglio, così il personale può dedicarsi con più agio ai casi più seri. Tuttavia c’è da riflettere. Possibile che gli infarti, le ischemie, le coliche, i traumi di vario tipo, siano in così netto calo? C’è qualcosa di poco chiaro: o le persone rinunciano ad andare in ospedale per paura del contagio o prima ci andavano anche per motivi fasulli.

Leggo il mio oroscopo settimanale. Tra i consigli vari: fate due passi nel verde. Allora faccio un paio di giri attorno al ficus che ho in salotto.

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Libero: «Il partito di Conte è pronto»

Secondo il giornale di Pietro Senaldi, il premier sta per attuare il suo «piano segreto». La nuova organizzazione sarà composta da ex M5s, grillini scontenti e una parte del mondo cattolico, scrive Luigi Bisignani.

E se Giuseppe Conte stesse pensando di fondare un suo partito? Luigi Bisignani, firma del quotidiano Libero, ne è convinto. Tanto che nell’articolo pubblicato il 4 aprile sul giornale di Pietro Senaldi, spiega passo per passo la genesi della nuova organizzazione politica. L’idea, spiega il giornalista, non è arrivata durante l’emergenza coronavirus ma a febbraio, quando «l’avvocato del popolo aveva raggruppato fedelissimi disponibili a sostenerlo».

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GRILLINI SCONTENTI E MONDO CATTOLICO TRA I FEDELISSIMI

Tra questi, i fuoriusciti del Movimento 5 stelle «e altri parlamentari grillini stanchi delle scelte autoritarie del M5s». Ma non solo. Secondo l’articolo di Libero, il premier Conte vorrebbe tirare dentro al suo partito anche una parte del mondo cattolico, «per le sue passate frequentazioni».

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TEMPI MATURI PER ATTUARE IL «PIANO SEGRETO»

Con l’emergenza Covid-19, inevitabilmente, i riflettori sono finiti sul governo e, in particolare, sul presidente del Consiglio. È cresciuta l’esposizione mediatica, sono aumentate le apparizioni in tivù e, allo stesso tempo, anche i follower sui social network. Secondo Libero, quindi, questo potrebbe essere il momento buono per Conte per attuare il «piano segreto».

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Sale a 77 il numero dei medici morti in Italia per coronavirus

Il numero dei medici morti in Italia per coronavirus sale a 77. Altri quattro dottori si aggiungono alla lista dei..

Il numero dei medici morti in Italia per coronavirus sale a 77. Altri quattro dottori si aggiungono alla lista dei camici bianchi deceduti per l’epidemia di Covid-19. Sono, si apprende dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici, Italo Nosari (diabetologo), Gianroberto Monti (odontoiatra), Luciano Riva (pediatra), Federico Vertemati (medico di famiglia).

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Usa, record di morti da coronavirus: 1.480 in un solo giorno

Il numero dei decessi totali, nel Paese, sale a 7.406, di cui 3 mila solo nello Stato di New York. Mentre i casi accertati arrivano a quota 274 mila. Intanto il presidente Trump silura l'ispettore generale dell'intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull'esistenza della denuncia della talpa che ha portato all'impeachment il capo di Stato.

Nuovo triste record negli Stati Uniti, dove, secondo i dati della Johns Hopkins University, le vittime da coronavirus in 24 ore sono state 1.480. In totale i decessi da quando si è diffusa la pandemia nel Paese sono 7.406. I casi accertati salgono a 274 mila. New York, lo stato più colpito, raggiunge quota 3 mila morti, il doppio rispetto a tre giorni fa.

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TRUMP SILURA L’ISPETTORE GENERALE DELL’INTELLIGENCE

Le purghe di Donald Trump non si fermano nemmeno ai tempi del coronavirus. Cosi’ è stato silurato l’ispettore generale dell’intelligence Usa, Mitchael Atkinson, il primo che allertò il Congresso sull’esistenza della denuncia della talpa che ha portato all’impeachment del presidente americano. «Non ha più la mia fiducia», la laconica motivazione del tycoon. Il licenziamento è stato annunciato in una lettera inviata dalla Casa Bianca al Congresso.

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La strategia della Russia dietro agli aiuti per il coronavirus

L'intreccio tra i reparti militari per le emergenze biologiche e i servizi segreti. La figura del generale Kikok tra le armi chimiche in Siria e l'epidemia di Ebola in Africa. Tutte le mosse di Putin in soccorso a Conte e a Trump.

“Dalla Russia con amore”, letteralmente. L’intrigo da 007 calza a pennello con gli aiuti inviati da Vladimir Putin in Italia per l’emergenza sanitaria del Covid 19. Ambiguamente il Cremlino ha scelto proprio il nome del film con James Bond per la corposa missione umanitaria: 130 medici militari, tra cui virologi, epidemiologi e rianimatori, guidati da un pezzo da novanta del dipartimento della Difesa da agenti nucleari, chimici e biologici (Nbc), il comandante Sergey Kikot al centro di crescenti speculazioni. Con loro mascherine, ventilatori, attrezzature per la disinfestazione e la sanificazione delle aree, tamponi e laboratori da capo per la sterilizzazione e per la profilassi chimico-batteriologica e altro personale sanitario, a bordo dei 15 aerei cargo atterrati alla fine di marzo nella base dell’aeronautica italiana di Pratica di Mare, nel Lazio, e dislocato in questi giorni soprattutto nella Bergamasca martoriata dall’epidemia.

COLONNE DI MILITARI «DISINTERESSATI»

Cuori adesivi con i colori delle bandiere dell’Italia e della Russia e lo slogan, dall’esplicito doppio senso, appiccicati su camion militari. Colonne di mezzi che hanno attraversato lo stivale e solcano la Lombardia in un clima vagamente post-bellico: un aiuto prezioso, nell’emergenza della fase più acuta, ma che disorienta. «Disinteressato» ha precisato anche l’ambasciata russa a Roma, «nello spirito che fu di Pratica di Mare e che ora acquisisce il nuovo significato di aiutare il popolo amico italiano». In effetti Pratica di Mare fu la sede dell’accordo del 2002 tra la Nato e la Russia, promosso dall’allora premier Silvio Berlusconi, lombardo e tuttora in grande rapporto di amicizia con Putin. Tutto torna: tanto più che in Russia chi si occupa di protezione civile, inclusa la lotta alle epidemie, è personale esclusivamente militare. Lo stesso dei nucleo dell’Nbc già inviato, in passato, in Africa per l‘Ebola, di solida preparazione scientifica e sul campo.

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Il presidente russo Vladimir Putin.

IL COMANDANTE KIKOT

Il comandante Kikot, definito dal sito internazionale d’informazione russo Sputnik vice comandante delle Nbc, ha partecipato a precedenti interventi del reparto in Guinea, per l’epidemia, e per missioni in teatri di guerra come l’Afghanistan. Tra le poche informazioni a disposizione, il suo nome figurava nel 2019 tra i relatori del dossier in difesa del presidente siriano Bashar al Assad, contro l’accusa della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja di uso di armi chimiche contro i civili a Duma. Il ruolo di ponte, sulla Siria, con la politica è valso a Kikot l’etichetta di «ripulitore di Assad» dai crimini di guerra del regime di Damasco. Da fonti riservate del quotidiano La Stampa, che svolge delle inchieste sulla missione russa in Italia, il suo comandante, come vice del generale russo Igor Kirillov capo dell’Nbc, sarebbe ai vertici del programma delle «armi biologiche russe, una delle parti più segrete del ministero della Difesa».

I LEGAMI CON L’INTELLIGENCE RUSSA

L’ex comandante del reparto della Nato equivalente alla Nbc, Hamish De Bretton-Gordon, ha dichiarato al quotidiano di non nutrire dubbi su «ufficiali del Gru, il direttorato dei servizi segreti militari russi» nel reparto di Kikot arrivato in Italia anche per «scoprire il più possibile sulle forze italiane». Per De Bretton-Gordon «tutto ciò che riguarda armi chimiche e biologiche, avviene in Russia sotto la stessa guida». È d’altronde scontato che, anche al Cremlino, il dipartimento militare che si occupa di armi e di protezioni da attacchi nucleari, chimici e batteriologici abbia compenetrazioni con il ramo dell’intelligence. L’ingresso di questi alti gradi militari e delle loro apparecchiature nell’area della Nato, per di più in un periodo di sanzioni degli Usa alla Russia, è fuori di dubbio un colpo grosso messo a segno dall’ex agente del Kgb Putin. Per disperata necessità, l’Italia è la prima linea dell’intelligence militare russa in Europa.

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Un’ambulanza a Mosca per malati di Covid 19.

IL CARICO DI AIUTI RUSSI VERSO NEW YORK

Uno sfondamento geopolitico che è continuato con le forniture fatte decollare subito dopo da Mosca, più in sordina, verso gli Usa: 60 tonnellate tra respiratori, mascherine, ventilatori polmonari e altri equipaggiamenti medici sono atterrati il 2 aprile scorso con un gigante An-124 dell’aeronautica russa al JFK di New York, mentre l’epidemia divampava drammaticamente nella Grande mela. «Aiuti umanitari di mutua assistenza», ha fatto sapere il Cremlino, «giacché per il Covid 19 in futuro potremmo avere bisogno anche noi degli americani». Per il Dipartimento di Stato Usa il materiale è stato invece «acquistato». Come che sia, c’è stata una telefonata tra Putin e un Donald Trump apparso poi molto soddisfatto alla conferenza stampa quotidiana con la task force contro il coronavirus dell’arrivo dell’«aereo dei russi pieno, ma proprio pieno, un gesto davvero carino».

SOFT E HARD POWER RUSSO

Con questo atto straordinario, in Russia Putin ha riequilibrato la percezione sugli americani, nella memoria collettiva, venuti a dispensare aiuti nel 1990, tra le macerie dell’Urss in disfacimento: uno strumento di propaganda interna formidabile – prima ancora che di soft (e hard) power tra le democrazie occidentali – benché con l’aumentare dei contagi da Covid 19 la popolazione russa inizi a infastidirsi delle regalie del governo all’esterno. Lo stesso è avvenuto nel Nord Italia: stavolta sono stati i russi, prima e molto di più degli americani, a venire in soccorso alla popolazione. A maggior ragione il carico militare-sanitario del Cremlino, di emergenza, verso gli States era qualcosa di impensabile, ancora fino a una settimana fa. Un intervento che, nell’anno delle Presidenziali americane destinate con ogni probabilità a slittare, Oltreoceano fa rinfocolare le polemiche sulla presunta vicinanza, per non dire affiliazione, di Trump al Cremlino.

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Dovremo convivere con il Covid-19. Sì, ma come?

Per ora la domanda non trova risposte. Eppure passata l'emergenza sanitaria, sarà il momento di ricostruire. E il nostro mondo cambierà radicalmente: dalla Sanità all'Istruzione e alla ricerca fino alla automazione della produzione. Senza dimenticare i media e i social. Perché non va dimenticato che la pandemia è cominciata con una infodemia.

Coesistere con il Covid-19. È la fase 2, indicata dal premier Giuseppe Conte. Preludio per la ricostruzione, che sarà la fase 3.

Temo però che al di là dell’indicazione, peraltro ovvia, quasi nessuno sappia come dare forma e sostanza concrete a questa fase 2. In quest’assenza di strategie, consigli e interventi su come uscire realisticamente dall’attuale emergenza, ci sta anche chi, come Matteo Renzi, la dice appena diversa, «convivere con la pandemia». Lui avanguardia dei politici tutti che fanno gara a chi le spara più grosse. Ma anche il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, in un’intervista al Sole 24 Ore, esprime auspici, piuttosto che una strategia e contenuti per il post pandemia.

LE PREVISIONI SUI RISCHI DEL WORLD ECONOMIC FORUM

Al momento pochi, peraltro, azzardano previsioni – per quanto dimostrabili solo a posteriori – su come e quando si tornerà alla normalità. Non fosse altro perché nessuno aveva previsto, nemmeno lontanamente, quel che è poi accaduto.

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Uno dei pochi accenni, ma è giusto un paragrafetto di 20 righe, sta sul Global Risk Report 2020 del World Economic Forum. Nel suo annuale rapporto previsionale non viene nemmeno adombrato un rischio di pandemia, ma solo rilevato che i sistemi sanitari sono sott’attacco in tutto il mondo. Perché la spesa corre troppo veloce, l’allungamento della vita mette sotto pressione i sistemi previdenziali e l’inquinamento mina come mai la salute pubblica. «Sono stati fatti progressi dall’esplosione di Ebola nel 2014-16», scrive il Wef, «ma i sistemi sanitari sono in tutto il mondo non preparati per affrontare significative epidemie come Sars, Zika e Mers».

UNO TSUNAMI CHE HA TRAVOLTO IL NOSTRO SISTEMA SANITARIO

Come stiamo vedendo questo timore si è materializzato in tutta la sua reale distruttività, con ospedali al collasso, personale medico e paramedico sprovvisto di attrezzature adeguate, politiche e interventi di contenimento contraddittori e improvvisati. Insomma un disastro annunciato, rispetto al quale però il sistema sanitario italiano, pur nella drammaticità dei giorni di crescita esponenziale del contagio e quindi di massima pressione su strutture e personale, ha dimostrato di essere uno dei più efficienti, o meglio resilienti, al mondo. Detto senza vanaglorie nazionaliste in questa occasione l’Italia sta mostrando il suo volto migliore.

UN’AGENDA PER L’ETÀ DI MEZZO

Ma ora, per quanto da tutti auspicata, la coesistenza con il Covid-19 non ha risposte. Può solo farsi domande. Mettere in fila le questioni più rilevanti, dovendo fare i conti con un mondo Covid, prossimo alla fine, e un mondo post-Covid, tutto da immaginare e costruire. A partire, appunto, dalle emergenze e criticità più forti che hanno investito i settori fondamentali della nostra società. Insomma un’agenda iniziale, come quella che propone Debora Lupton, sociologa della Salute e studiosa di Antropologia medica, mettendo in fila una cospicua serie di domande che devono orientare la ricerca sociale, scientifica e applicata.

I COMPORTAMENTI CHE HANNO MESSO A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE

Quali sono le risposte delle autorità pubbliche (dal governo nazionale alle Regioni e ai Comuni) e delle organizzazioni sanitarie alla pandemia e in che modo le persone dei diversi gruppi sociali e località geospaziali stanno rispondendo alla crisi sono le prime due. Se non le più importanti, quelle preliminari all’avvio di riflessioni (operative) serie, anche nella prospettiva di altre e prossime emergenze di questo tipo. Si pensi solo ai conflitti, in certi casi penosi, che si sono aperti fra governo e ministri e presidenti di Regione e sindaci. Così come ai comportamenti di molte persone che hanno ignorato i diktat sanitari o di grandi gruppi organizzati che a dispetto di un lanciato allarme pandemico sono scesi in piazza in Spagna per celebrare l’8 marzo, a New Orleans per festeggiare comunque il carnevale, o sono andati – i tifosi di Atalanta e Valencia– in massa allo stadio per la sfida della Champions. E a quest’ultimo proposito si segnalerà che Bergamo e Valencia sono stati due focolai fra i più letali sia in Italia che in Spagna.

LA VISIONE MERCATISTA DELLA SANITÀ HA FALLITO

Lo stato dei rapporti fra istituzioni politiche e sanitarie, e fra queste e i cittadini, è dunque un tema centrale che andrà affrontato evitando rimpallo di colpe e stilando linee guida e un “codice di comportamenti”. La diffusione del Covid-19 ha infatti rappresentato una sfida senza pari per quattro settori cruciali della società. Per i quali il ritorno alla normalità comporterà cambiamenti radicali. Dei reset di sistema e non semplici aggiustamenti o parziali modifiche. In primis la salute pubblica, che si è scoperta estremamente fragile, non solo dove i sistemi sanitari nazionali sono quasi assenti (Iran e India), ma anche dove l’indubbia efficienza di sistema è fortemente privatizzata (in Lombardia come negli Usa).

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La visione mercatista spinta della sanità degli ultimi 30 anni non ha fatto tornare i conti, ma al contrario ha fatto correre la spesa pubblica con il risultato, sotto gli occhi di tutti, di personale medico e sanitario privo degli strumenti di protezione necessari per affrontare l’emergenza pandemica.

LA SFIDA ONLINE PER ISTRUZIONE E RICERCA

In secondo luogo l’istruzione, che dalla scuola dell’obbligo all’università sta fronteggiando una sfida epocale. Ovunque nel mondo sono state infatti interrotte le attività di insegnamento, hanno chiuso scuole e campus e si è passati a forme di insegnamento online. Realisticamente credo che anche quando ritornerà la normalità educativa e scolastica, una parte importante dell’insegnamento sarà impartito online. Anzi dovrà, perché la modalità virtuale o a distanza consentirà anche di sperimentare possibilità di incontro, confronto e discussione allineate alle nuove forme di relazione digitale.

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Dunque possibili e auspicabili in ambienti che sfrutteranno la realtà aumentata e consentiranno un’esperienza didattica immersiva. Ma in questo ambito, della ricerca anche accademica, si pone il problema della sua circolazione che attualmente è troppo ristretta e lenta nel trasferire conoscenze e scoperte scientifiche. Sia in ambiti multidisciplinari, sia operativi e di promozione di corretta informazione.

VERSO LA FABBRICA 4.0

In terzo luogo il lavoro: tema cruciale e complesso. Qui mi limiterò, anche per non ripetere le solite banalità sullo smart working, a segnalare che fabbrica 4.0 avrà in tempi brevi una potente accelerazione. Perché tutti, non solo gli industriali, stiamo realizzando quanto fabbriche e sistemi produttivi automatizzati potrebbero superare indenni e continuare a funzionare anche in presenza di emergenze pandemiche. Il distanziamento umano in un luogo popolato di robot sarebbe l’ultimo dei problemi.

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NUOVE REGOLE PER MEDIA E SOCIAL

I media, soprattutto i social, e le tecnologie digitali che contribuiscono alla diffusione delle informazioni, sono i campi dove è forse più urgente l’azione di nuova legislazione e regolazione. Visto che l’attuale fondamento normativo risale al decennio 90 del secolo scorso: ovvero preistoria rispetto all’eco-sistema digitale che ormai è quasi configurato. Coesistere con il Covid-19, ovvero ripartire prima possibile, presuppone la consapevolezza che la pandemia ha due alleati mortali: le fake news sanitarie che viaggiano alla velocità del web e le zuffe fra scienziati e politici che vanno abitualmente in onda nei talk tivù come Non è la D’Urso. Non va infatti dimenticato che la pandemia è iniziata come infodemia.

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Francia e Germania avrebbero trovato un accordo sul Mes

La strategia per rispondere all'emergenza coronavirus si fonderebbe su tre pilastri: il credito erogato dal fondo salva-Stati (con condizioni leggere), quello della Bei per le imprese e le risorse del fondo Sure per sostenere i lavoratori con gli ammortizzatori sociali. Niente Coronabond.

Secondo l’agenzia di stampa tedesca Dpa, Francia e Germania avrebbero trovato un accordo sulla strategia europea per rispondere alla crisi finanziaria generata dall’emergenza coronavirus, in vista dell’Eurogruppo in programma il 7 aprile a Bruxelles.

UNA BOZZA COMUNE IN VISTA DELL’EUROGRUPPO

Una bozza comune che la Dpa ha potuto consultare delinea una strategia fondata su tre pilastri: il credito erogato dal Mes per gli Stati in difficoltà, quello proveniente dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) per le imprese e le risorse del fondo Sure, creato dalla Commissione europea, per sostenere i lavoratori con gli ammortizzatori sociali. Per quanto riguarda in particolare il ricorso al Mes, questo potrebbe avvenire con condizionalità leggere a carico dei Paesi richiedenti.

E I CORONA BOND?

Insomma, niente corona bond. Chiesti invece a gran voce dall’Italia e dalla Spagna, che fino a ieri sembravano essere appoggiate proprio dalla Francia contro i “rigoristi” del Nord, ovvero Germania e Olanda. Le istituzioni europee, da parte loro, per “sminare” il dibattito dai corona bond invitano a parlare delle altre opzioni disponibili. «Ce ne sono molte in preparazione», ha detto per esempio il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, provando ad attirare l’attenzione sugli strumenti operativi che l’Ue ha già messo in campo, come gli aiuti di Stato estesi fino alla fine del 2020. Tutte operazioni, però, di breve periodo. Per rilanciare le economie europee nel medio-lungo termine i Paesi membri hanno idee differenti. E sono divisi tra quanti puntano sul Mes e quanti invece tengono duro sui titoli di debito comuni, Italia e Spagna in testa.

LE ALTRE ARMI NELL’ARSENALE EUROPEO

L’Eurogruppo del 7 aprile avrà un’agenda molto ricca. L’Europa aggiunge munizioni al proprio arsenale economico con cadenza quasi quotidiana, per rendere la risposta il più potente possibile. E anche per dare l’immagine di un’Unione d’accordo quasi su tutto. La Bei, come detto, porterà al tavolo la creazione di un fondo di garanzia per offrire alle imprese europee liquidità per investimenti fino a 200 miliardi. C’è poi il fondo Sure, lo schema da 100 miliardi che la Commissione europea ha istituito per “rimpolpare” gli ammortizzatori sociali, e anche la riprogrammazione dei fondi strutturali europei. Ma dalla crisi tutti i Paesei membri usciranno con debiti pubblici e deficit maggiori, e chi già oggi ne ha di particolarmente elevati corre più rischi degli altri.

DALLA GERMANIA VIA LIBERA A CONDIZIONALITÀ LEGGERE

Il Mes è l’unico strumento ufficialmente sul tavolo dell’Eurogruppo fin dal primo momento, se non altro perché esiste già. Vista l’esperienza della Grecia e degli altri salvataggi, tuttavia, in queste settimane di negoziati e contatti tutti sembrano essere d’accordo almeno sulla necessità di alleggerire le condizioni per ottenere gli aiuti. «Non ci devono essere assurde condizionalità e non ci sarà nessuna troika», ha assicurato in proposito il ministro dell’economia tedesco, Olaf Scholz. L’idea è di avere un solo tipo di condizionalità uguale per tutti, che leghi l’utilizzo degli aiuti all’emergenza. La Francia sul punto si sarebbe ormai allineata alla Germania, pur senza rinunciare al ruolo di mediatrice tra il Nord e il Sud dell’Europa.

IL RUOLO CHIAVE DELLA BCE

Anche perché secondo il direttore generale del Mes, Klaus Regling, creare un veicolo gestito dalla Commissione europea e in grado di emettere bond sul mercato con garanzie comuni richiederebbe dai sette mesi a un anno di tempo. Ma l’economia, soprattutto quella dei Paesi più colpiti dal virus, non può aspettare così tanto. Chi è contrario al Mes, d’altro canto, lo è anche perché non lo ritiene sufficiente: un prestito pari al 2% del Pil del proprio Paese non basta a rilanciare l’economia. Ma per tutto il resto ci sarebbe la Bce. L’attivazione del Mes, infatti, sarebbe il prerequisito per consentire all’Eurotower di acquistare titoli di Stato di un determinato Paese in quantità illimitata, di fatto azzerando il rischio sul debito.

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La Germania apre all’uso del Mes senza troika

Ma il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, continua a opporsi ai corona bond. Dalla Banca europea degli investimenti ulteriori sostegni per le aziende in difficoltà.

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha aperto all’uso del Mes per fronteggiare gli effetti economici della pandemia di coronavirus «senza assurde condizionalità». Precisando (bontà sua) che «l’Italia desidera una forte risposta europea alla pandemia e ha ragione, bisogna darla». Dunque nei Paesi che chiederanno l’aiuto del fondo salva-Stati «non ci sarà una troika che detta come si deve fare politica». Rimane tuttavia netta la contrarietà di Berlino ai corona bond, che non sarebbero uno strumento adeguato.

NUOVO FONDO DELLA BEI PER LE IMPRESE

Nel frattempo l’arsenale europeo si arricchisce di una nuova arma. Il consiglio di amministrazione della Banca europea degli investimenti, infatti, intende creare un fondo da 25 miliardi di euro in grado di fornire ulteriore sostegno alle aziende per 200 miliardi. Il fondo si aggiunge al pacchetto di aiuti da 40 miliardi annunciato a marzo e la sua proposta arriverà al tavolo dell’Eurogruppo del prossimo 7 aprile.

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Ilaria Capua: «Zero possibilità che il virus scompaia con l’estate»

La virologa di fama internazionale: «Fenomeno di portata epocale. Ne usciremo, ma saremo tutti diversi». L'Oms: «Questa lotta è ancora lunga».

Ci sono «zero possibilità» che il coronavirus scompaia con l’estate, «questo è un fenomeno di portata epocale. Siamo di fronte ad una emergenza sanitaria, ma non è un tunnel senza fine. Ne usciremo» anche se «saremo tutti diversi», ha detto, nel corso di una diretta Instagram con il sindaco di Firenze Dario Nardella, la virologa Ilaria Capua che dirige l’One Health Center of Excellence all’Università della Florida.

«LA SARS È SPARITA D’ESTATE, MA NON PER IL CALDO»

Capua, in riferimento al virus della Sars, ha ribadito che in quel caso «è scomparso con l’estate ma non per il caldo. La Sars è stata fermata da un contenimento, non dal caldo». Tra i problemi che hanno portato alla diffusione del coronavirus anche la globalizzazione, la possibilità di spostarsi rapidamente da una parte all’altra del mondo: «La pandemia spagnola», ha spiegato, «ci ha messo due anni a fare il giro del mondo perché è ‘andata’ a piedi, con le navi». Il coronavirus, ha aggiunto, «non è un virus super resistente, anzi è fragile» ma si trasmette con «grande facilità».

L’OMS: «LA STRADA È ANCORA LUNGA»

«Abbiamo ancora molta strada da percorrere in questa lotta. L’Oms lavora ogni giorno con tutti i Paesi e i partner per salvare vite e per mitigare l’impatto sociale ed economico della pandemia da Covid», ha sottolineato il direttore dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus nel consueto briefing con la stampa.

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Pirelli cancella il dividendo e Tronchetti Provera si dimezza lo stipendio

Le attese per il mercato globale degli pneumatici indicano una flessione di circa il 19% nel 2020. E l'azienda corre ai ripari rivedendo i suoi obiettivi.

Anche Pirelli corre ai ripari per mitigare le conseguenze economiche del coronavirus. L’azienda ha deciso una serie di misure di contenimento dei costi, tra le quali spicca la cancellazione del dividendo e il taglio del 50% del compenso del suo ceo Marco Tronchetti Provera e del consiglio di amministrazione. Sono stati inoltre rivisti i target per il 2020 con ricavi tra 4,3 e 4,4 miliardi di euro, dai circa 5,4 miliardi della precedente indicazione. E un margine ebit adjusted compreso fra il 14% e il 15% (era al 17% prima della pandemia).

PIANO INDUSTRIALE SUPERATO DALL’EMERGENZA SANITARIA

Pirelli ha spiegato che le prospettive di crescita dell’economia mondiale si sono deteriorate per l’emergenza sanitaria e che lo scenario alla base del piano industriale 2020-2022, presentato il 19 febbraio, è ormai superato. Il cda ha dunque deciso di riformulare i target 2020 e ha rimandato a fine anno la rielaborazione di quelli al 2022. Le attese per il mercato globale degli pneumatici sono per una flessione di circa il 19% nell’anno in corso. Dunque l’azienda, per tutelare la redditività e la generazione di cassa, ha «ridotto temporaneamente i livelli produttivi e avviato ulteriori azioni di contenimento costi».

INVESTIMENTI RIDOTTI A CIRCA 130 MILIONI DI EURO

Anche gli investimenti subiranno una forte cura dimagrante. Saranno più che dimezzati a circa 130 milioni di euro, dai circa 300 milioni previsti inizialmente, e destinati principalmente alla gestione degli impianti e al miglioramento del mix e della qualità. Nell’immediato, inoltre, si sottolinea il gesto dell’amministratore delegato Tronchetti Provera, che ha rinunciato al 50% del compenso fisso annuo lordo, con riferimento anche a tutte le altre cariche (vicepresidente, amministratore esecutivo, consigliere e presidente di comitati consiliari).

CANCELLATI GLI INCENTIVI PER IL MANAGEMENT

Anche gli altri consiglieri vedranno la loro remunerazione tagliata del 50%, mentre rinunceranno al 20% del compenso fisso annuo lordo i manager del leadership team. Il cda ha inoltre deciso di cancellare il piano monetario di incentivazione a breve termine (Short Term Incentive), destinato a tutto il management del gruppo. Queste azioni consentiranno risparmi pari a circa 31 milioni di euro.

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I dati sui contagi da coronavirus in Italia del 3 aprile

I dati della Protezione Civile sono sostanzialmente stabili. I casi totali sono 119.827, di cui 85.388 gli attivi (+2.339), 14.481 i morti (+766) e 19.758 i guariti (+1.480). Negli ultimi due giorni, sono stati fatti 80 mila tamponi, per un totale di 619.849 dall'inizio dell'emergenza.

Il bollettino della Protezione civile ha mostrato come i dati sull’emergenza coronavirus in Italia siano sostanzialmente stabili. Dall’inizio dell’epidemia sono complessivamente 85.388 i malati di Covid-19, con un incremento rispetto a ieri di 2.339. Il numero complessivo dei contagiati, compresi le vittime e i guariti, è di 119.827. Mentre sono 14.681 i morti, con un aumento rispetto a ieri di 766. Sono, invece, 19.758 le persone guarite, 1.480 in più di ieri. Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli ha detto che, negli ultimi due giorni, sono stati fatti 80 mila tamponi, per un totale di 619.849 dall’inizio dell’emergenza.

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DATI STAZIONARI ANCHE PER LA TERAPIA INTENSIVA

Stabili anche i dati della terapia intensiva: i ricoverati sono 4.068, 15 in più rispetto a ieri. Di questi, 1.381 sono in Lombardia. Degli 85.388 malati complessivi, 28.741 sono poi ricoverati con sintomi, 201 in più rispetto a ieri, e 52.579 sono quelli in isolamento domiciliare.

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GALLERA: «DATI POSITIVI»

Sono stati superati gli 8 mila morti a causa del coronavirus in Lombardia: lo si ricava dai dati forniti dall’assessore al Welfare Giulio Gallera, nella quotidiana diretta Facebook. I decessi comunicati oggi sono stati 351, per un totale di 8.311, mentre il numero dei positivi è aumentato di 1.455 persone per un totale di 47.520. I ricoveri in terapia intensiva registrano un saldo netto di 30 persone in più. I ricoveri non in terapia intensiva sono aumentati di 40 unità per un totale di 11.802. «Sono dati positivi», ha detto Gallera, «ma non bisogna allentare la stretta».

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BORRELLI: «ESISTE UNA SOLA DATA: IL 13 APRILE»

Borrelli, durante la conferenza stampa, ha voluto chiarire la sua posizione dopo le dichiarazioni rilasciate stamattina a Radio Anchi’io su Radio 1. «Al momento c’è una sola data che è quella del 13 aprile», ha detto Borrelli, spiegando che «oggi alcune mie parole sono state equivocate, avevo fatto un ragionamento: avevo detto che misure sarebbero state determinate in relazione all’evoluzione della situazione in atto. Per questo motivo è difficile fare previsioni ed abbassare la guardia».

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La quarantena secondo Stefano Bollani: «La musica non deve fermarsi»

Molti artisti hanno deciso di rimandare l'uscita dei loro album. Non il compositore e pianista che dalla sua casa di Roma in cui sta condividendo la reclusione forzata con la moglie spiega: «Spero che sia di buon auspicio. Inizia ad uscire lui, poi magari toccherà a noi». L'intervista.

«Come sta andando la sua quarantena? Dove si trova?», mi chiede a bruciapelo il compositore, pianista e cantante Stefano Bollani a inizio intervista.

«Sono a Milano. Da solo, ma con una lunga lista di videocall e cose da fare. E lei?». A lui va sicuramente meglio. Con la sua voce entusiasta mi spiega infatti che è nella sua casa di Roma e sta trascorrendo questa reclusione per coronavirus con la moglie Valentina e il loro cagnolino. «Di questi tempi lui è preziosissimo», dice, mentre nella mia mente compaiono i meme che girano sul web con persone che pur di mettere il naso fuori casa porterebbero a passeggio anche un peluche. «Usciamo tre volte al giorno (onde evitare polemiche chiariamo che quando esce col cane Stefano non c’è anche la moglie e viceversa, ndr)».

HA DECISO DI FAR USCIRE IL SUO DISCO, NONOSTANTE LA QUARANTENA

Che poi a uscire non è solo lui col cane, ma anche il suo nuovo disco. Piano Variations on Jesus Christ Superstar era previsto per il 3 aprile e così è rimasto. Una decisione abbastanza controcorrente visto che la maggior parte degli artisti sta rimandando la pubblicazione o distribuzione delle loro opere. Glielo faccio notare, ma per Bollani il problema non si pone: «Intanto spero che sia di buon auspicio. Inizia a uscire lui, poi magari toccherà a noi». Poi per il compositore questo album è come un figlio: «Sarebbe stato un peccato tenerlo rinchiuso».

FAN DI JESUS CHRIST SUPERSTAR FIN DALL’ADOLESCENZA

Come suggerisce il titolo, il disco è la personale rilettura solo al pianoforte delle musiche del film Jesus Christ Superstar. «Avevo 14 anni quando l’ho visto la prima e sono rimasto folgorato sia dalla pellicola che dalla colonna sonora. C’era Gesù che cantava musica rock!». L’idea del progetto però gli è balenata nella testa solo nel 2019 mentre era steso su un’amaca. «Ho pensato: perché non fare una versione intima? Che è un po’ il contrario dell’originale». Per farlo ha ricevuto il permesso di Andrew LIoyd Webber che ha composto le musiche originali. Gli chiedo se si sono sentiti in qualche modo e se ha ricevuto un feedback: «Non ancora, mi ha dato il permesso a scatola chiusa. Sono davvero curioso di sapere cosa ne pensa».

DOMANDA. Visto che parliamo di musica ai tempi del coronavirus non posso non chiederle se le è piaciuta l’iniziativa dei balconi canterini.
RISPOSTA.
Li hanno fatti anche qui. È l’ennesima dimostrazione di quanto la musica sia è importante per tutti. Che poi questo lo sapevamo già, più o meno inconsciamente tutti.

Ci ha fatto sentire più uniti?
Assolutamente sì. La musica è condivisione fin dagli albori dell’umanità. Pensi a quella che si faceva intorno a un fuoco, a un tempio, o in ocassione di una nascita o di una morte. Per chi ci crede, ci permette di comunicare con spiriti più alti.

Anche se in questo momento la possiamo condividere solo a distanza.
In questi giorni sarei dovuto essere in giro a suonare. Il concerto live è una cosa importante per un musicista. Proprio perché ti permette di entrare in comunicazione con il tuo pubblico. Per fortuna ci sono le dirette Instagram.

Lei e tanti altri artisti state intrattenendo il pubblico in questo modo. Un regalo a tutti i fan?
In realtà abbiamo un grosso tornaconto. Ci guadagniamo entrambi: trasmettiamo calore e ne riceviamo indietro altrettanto.

E un po’ tutti evadiamo dalla tempesta di notizie da cui siamo bombardati.
Posso dire una cosa a riguardo?

stefano bollani quarantena
Il compositore Stefano Bollani.

Certo, la ascolto.
Ho letto su alcuni testi di linguistica che l’informazione è quella cosa che porta una novità. Se non c’è novità è solo comunicazione. Quando accendiamo la tivù non riceviamo solo novità. Quindi quando non è così spengo. Io ho bisogno di materiale su cui riflettere, altrimenti faccio altro.

Di cosa sono fatte le sue giornate quindi?
Leggo, suono, medito, faccio ginnastica.

E cosa le manca fare oltre ai concerti?
Guardi mi tengo talmente impegnato che non ho ancora pensato alle cose a cui sto rinunciando. In realtà era come se fossi già in una specie di quarantena. Io e Valentina venivamo già da due mesi di vacanza a casa.

E poi immagino che lei, per il lavoro che fa, abbia un buon rapporto con la solitudine. Sbaglio?
Ho un ottimo rapporto con la solitudine! Anche perché spesso viaggio da solo.

E appena saremo tutti liberi, quale è la prima cosa che farà?
Non ci ho ancora pensato. Anzi sì. Io e Valentina andremo al mare. Bisognerà scegliere bene il posto perché sarà pieno ovunque.

Un bel modo per ricominciare. Proverò a farlo anche io. Qual è il sentimento che sta vincendo in questo periodo di emergenza sanitaria mondiale?
Mi sento in attesa, come tutti.

In attesa di cosa?
Credo che ci aspetti una sorta di dopo guerra. La storia ci insegna che, di solito, durante il dopo guerra c’è un rifiorire delle arti. Perché chiusi in casa abbiamo avuto tempo per pensare, per fare un salto evolutivo in avanti. Tutti parleremo di grandi temi.

Ci saluti consigliandoci un disco da recuperare durante la quarantena.
Più che un disco vi suggerisco una canzone che mi mette allegria e mi tira sempre su.

È utile. Ci dica!
Cheek to cheek nella versione di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Grazie! Allora buona quarantena.
Anche a lei. Si diverta.

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Coronavirus, non solo mascherine: le mafie puntano a nuovi business

Il lockdown non ha fermato le organizzazioni criminali. Che si stanno guardando intorno per trovare ulteriori opportunità di guadagni durante l'emergenza Covid-19. Secondo il procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci, bisogna stare attenti perché le cosche hanno «una grande liquidità a disposizione».

Nel mirino delle mafie non ci sono solo mascherine e gel disinfettanti per mani. I business dell’emergenza coronavirus, per le organizzazioni criminali, sono molti. Sì, perché la crisi che stiamo vivendo, altro non è che «un’opportunità di nuovi guadagni, perché qualunque business attira la loro attenzione», spiega all’Ansa il procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci. «Dobbiamo fare molta attenzione e puntare il nostro focus investigativo anche sul mercato nero dei presidi sanitari».

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LE MAFIE NON SOFFRONO IL LOCKDOWN

Nei giorni in cui nella città e in tutta la Lombardia sono ferme anche molte imprese e altre attività apparentemente legali ma nelle mani delle cosche, le mafie, chiarisce il capo della Dda milanese, continuano, comunque, ad avere «una grande liquidità a disposizione e prova ne sia il fatto che solo pochi giorni fa nella piana di Gioia Tauro sono stati sequestrati oltre 500 kg di cocaina». Non soffrono il “lockdown“, dunque, anzi si stanno «organizzando», spiega ancora Dolci, «in vista dei futuri guadagni e puntano ai nuovi business» di questa fase di emergenza, «perché sono assolutamente in grado di entrarci».

Puntano ai nuovi business perché sono assolutamente in grado di entrarci

Alessandra Dolci, procuratore aggiunto della Dda di Milano 

INFRASTRUTTURE E INTERMEDIARI

I clan sanno, ad esempio, riferisce il procuratore aggiunto, che più avanti per far ripartire il Paese «ci saranno grossi piani di investimenti pubblici nelle infrastrutture e, dunque, su questo fronte bisognerà fare molta attenzione». Allo stesso modo va tenuta la guardia alta su altri nuovi affari illeciti nel mirino dei boss, «come il business delle mascherine», introvabili e quindi redditizie e spesso oggetto di compravendite attraverso canali esteri, nei quali si muovono anche figure di intermediari. In più, le associazione mafiose potranno trovare maggiori spazi per incassi «nelle loro attività illecite caratteristiche: usura, recupero crediti, estorsioni, l’alimentazione di un sistema parallelo di accesso al credito».

DOLCI: «BISOGNA RIFLETTERE SU UNA RIORGANIZZAZIONE ECONOMICA»

Se gli imprenditori milanesi e lombardi ma non solo, infatti, non verranno protetti adeguatamente con norme ad hoc, in tantissimi rischieranno di fallire «e di ritrovarsi», spiega Dolci, «per stato di necessità stavolta nelle mani della criminalità organizzata». Da questo punto di vista, «bisognerà riflettere su una riorganizzazione economica» di molti settori. In più, le mafie, anche se in un contesto diverso da quello del Sud ma comunque «in una Lombardia che potrebbe essere più povera», potrebbero riuscire «a pescare nuovi affiliati e “simpatizzanti” nel disagio sociale».

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DOLCI: «OK SVUOTARE I PENITENZIARI DAI DETENUTI “COMUNI”»

Sul fronte delle carceri, infine, il procuratore aggiunto è favorevole al tentativo, che si sta facendo in questi giorni, di «svuotare i penitenziari dai detenuti cosiddetti “comuni”, anche per evitare che la situazione finisca fuori controllo e ci si ritrovi costretti a far uscire anche quelli in regime di alta sicurezza».

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