Ma in Confindustria vige ancora il Protocollo Montante?

Sul sito della confederazione degli Industriali si trova ancora un documento del 2010 relativo alle «iniziative per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Ma c'è di più: il loro coordinamento risulta affidato all'imprenditore siciliano coinvolto in vari scandali e tuttora colpito da obbligo di dimora ad Asti.

Quando si dice la tempestività della comunicazione. Se vi capita di entrare nel sito della Confindustria – ma ci vuole una password – a sinistra troverete una serie di voci, tra cui una chiamata “Normativa di sistema”.

Dentro trovate un documento di 10 anni fa dal titolo “Protocollo di legalità 10 maggio 2010” siglato tra il ministero dell’Interno e Confindustria, i cui contenuti sono poi stati rinnovati il 19 giugno 2012. Trascuratezza, direte voi. Certo, perché un sito con in bella vista documenti così vecchi è a dir poco scarsamente o distrattamente manutenuto.

DIECI ANNI DI NULLA DI FATTO

Ma non finisce qui. Perché, vi si legge, «quel Protocollo si inserisce nel contesto delle numerose iniziative promosse da Confindustria per accrescere i livelli di legalità e di concorrenza leale nello svolgimento dell’attività d’impresa». Allora voi penserete: vuol dire che negli ultimi 10 anni su questo terreno la Confindustria non ha più fatto niente. Imperdonabile, ma c’è ancora di peggio. Perché – si legge sempre – «lo sviluppo e il coordinamento di tali iniziative, sia all’interno del Sistema associativo che nei rapporti con le istituzioni pubbliche e con le principali componenti della società civile ed economica impegnate nel contrasto alla criminalità, è stato affidato ad Antonello Montante, sulla base di una specifica delega per la Legalità, istituita nel 2008 con la Presidenza di Emma Marcegaglia e riconfermata nel 2012 dal Presidente Giorgio Squinzi».

Il Protocollo di Legalità sul sito di Confindustria.

IL PROTOCOLLO MONTANTE È ANCORA VALIDO?

Sì, avete letto bene: Montante. Proprio l’imprenditore siciliano, diventato simbolo della lotta alla mafia e salito ai vertici di Confindustria nazionale, che è stato coinvolto in vari scandali e arrestato, e tuttora colpito da obbligo di dimora in quel di Asti. Domanda: ma quel documento è ancora valido? Le modalità per l’adesione al Protocollo e per la realizzazione dei relativi impegni – poi precisate nelle linee guida attuative e negli altri documenti predisposti dalla commissione per la Legalità, istituita presso il ministero dell’Interno e composta dai rappresentanti delle parti firmatarie del Protocollo – sono ancora attuali per cui le imprese oggi possono farvi riferimento? Perché delle due l’una: o sono cose superate, e allora sarebbe bene toglierle di mezzo, o sono ancora pienamente operative, e allora se si vuole rendere minimamente credibile quel Protocollo sarebbe bene togliere di mezzo il nome di Montante, che ha scritto una delle pagine peggiori della storia della confederazione degli industriali. Come si vede, c’è lavoro da fare per il nuovo Presidente

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La Confindustria di Bonomi mette nel mirino i vertici de Il Sole 24 Ore

Il cda del giornale scade nel 2012, ma il cambio arriverà prima. Via il presidente Garrone (al suo posto Calabrò) e l'ad Cerbone. Mentre a contendersi il posto di n.1 dei Giovani imprenditori ci sono Calearo e Di Stefano.

Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria designato, fedele al suo piglio decisionista, oltre che a voler dare maggiore aggressività al sindacato degli imprenditori nei suoi rapporti con il governo e con la politica in generale, è intenzionato a ridisegnare posizioni e incarichi, e non solo in Viale dell’Astronomia.

DA COPRIRE LA CASELLA DELLA DIREZIONE GENERALE

Dopo aver annunciato in parte la squadra dei suoi vicepresidenti senza grandi sorprese, resta ora da coprire l’importante casella della direzione generale, ora occupata da Marcella Panucci. Ma Bonomi non ha perso tempo e si è messo subito a guardare la situazione delle società partecipate. A cominciare da Il Sole 24 Ore, il cui consiglio di amministrazione è in scadenza nel 2021, ma che nei corridoi del palazzone all’Eur si dà per scontato venga cambiato prima.

DENTRO L’EX REPUBBLICA CALABRÒ

Tra i sostenitori dell’a questo punto ex presidente di Assolombarda c’è gran movimento: telefonate, video incontri, organigrammi che si fanno e disfano. Gli ultimi parlano di una decisa volontà di azzerare i vertici, presidente e amministratore delegato, ossia Edoardo Garrone e Giuseppe Cerbone. E mentre si inizierà la ricerca del nuovo capo azienda, è quasi sicuro che al posto dell’imprenditore genovese siederà Antonio Calabrò, una passato di giornalista a Il Sole e a la Repubblica, attualmente vice di Bonomi in Assolombarda e presidente della Fondazione Pirelli.

GIOVANI IMPRENDITORI, RINVIATA L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE

Tra le novità confindustriali dell’ultima ora anche il rinvio al 26 dell’elezione del presidente dei Giovani imprenditori. E a contendersi il posto ora occupato da Alessio Rossi ci sono il vicentino Eugenio Calearo, figlio di Massimo, che fu anche deputato del Partito democratico, e il siciliano Riccardo Di Stefano.

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Confindustria, comunque vada non ci sarà stretta di mano

Attesa per l'elezione online del successore di Vincenzo Boccia. Una cosa è certa: dopo i colpi bassi della campagna elettorale, tra i due contendenti Bonomi e Mattioli il distanziamento è garantito.

Si sono marcati a vicenda per alcuni giorni, poi alla fine il primo a decidere di prendere un aereo e andare a Roma è stato Carlo Bonomi.

Così ieri anche Licia Mattioli ha prenotato un volo da Malpensa e stamattina è arrivata in viale dell’Astronomia.

Ad attendere i due contendenti alla presidenza nazionale di Confindustria ci sono il presidente uscente Vincenzo Boccia e il direttore generale Marcella Panucci, più qualche funzionario.

I 179 AVENTI AVENTI DIRITTO ALLA PROVA DEL VOTO

In una stanza del settimo piano della sede centrale della confederazione degli industriali italiani – passando per corridoi che sono stati calcati da tutto il Gotha (ma anche no) del capitalismo italiano – il piccolo drappello di “confindustrioti” si sono radunati per attendere i risultati del voto che stamattina vede impegnati 179 aventi diritto. Ieri in una prova per vedere se l’inedito sistema di voto a distanza funzionava hanno partecipato in 164, quindi oggi ragionevolmente dovrebbero esserci tutti. Alla vigilia il netto distacco a favore di Bonomi che si era verificato per tutto marzo era sceso, fino a spingere qualcuno a dire che la partita aperta e a mettere i due contendenti in posizione di equilibrio.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE PIENA DI COLPI BASSI

Non sappiamo se stamattina i quattro (Bonomi, Mattioli, Boccia, Panucci) più collaboratori abbiano rispettato e stiano rispettando le regole del distanziamento sociale. Certo, visti i colpi bassi che ci sono stati in questi giorni di campagna elettorale, e la tensione che sta accompagnando questa votazione – ieri circolava la voce che se Bonomi dovesse perdere, la Assolombarda che lui presiede potrebbe arrivare alla scissione – difficilmente si daranno la mano. In questo caso il coronavirus aiuta.

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Confindustria, manovre in corso

Torna l'idea d spostare le elezioni per il nuovo presidente previste per il 16 aprile per affrontare l'emergenza coronavirus. Intanto tra gli industriali c'è chi vorrebbe la discesa in campo di Tronchetti come candidato di salvezza nazionale.

Non un fulmine a ciel sereno, ma comunque un intervento che sta dando ghiotto filo ai retroscenisti dei palazzi romani, e non solo. Sulla prima pagina de Il Giornale dell’8 aprile, Nicola Porro firma un intervento-appello a rinviare all’autunno le elezioni per il nuovo presidente di Confindustria. In questa situazione di emergenza, sostiene il giornalista, è il caso di occuparsi di questioni più urgenti. Non di rischiare la spaccatura dell’organizzazione tra quanti sostengono Carlo Bonomi (sulla carta in netto vantaggio) e i supporter della torinese Licia Mattioli.

Scrive Porro a corroborare la sua tesi: «Bonomi e Mattioli dovrebbero fare un passo indietro e lasciare il pallino all’attuale presidente perché possa combattere questa battaglia senza distrazioni, ma soprattutto nel pieno dei suoi poteri. Ma veramente vogliono una Confindustria azzoppata tra aprile e maggio quando si giocheranno le carte per capire quali settori riaprire, mentre la Cgil vuole spostare alcuni equilibri a proprio favore».

Il fatto che l’articolo sia apparso sul quotidiano della famiglia Berlusconi, e non sul blog personale del giornalista, ha fatto subito pensare che dietro la sua uscita ci fosse un cambio di atteggiamento da parte di Mediaset, che sin dall’inizio si è schierata con il presidente di Assolombarda. Ma da fonti interne cui Lettera43 ha potuto attingere l’azienda del Biscione non ha cambiato le sue posizioni, e soprattutto non sembra per nulla propensa ad assecondare l’ipotesi di un rinvio delle elezioni.

Molto per esempio si è strologato sull’intensificarsi delle apparizioni pubbliche di Marco Tronchetti Provera, indicato come il possibile candidato di salvezza nazionale

Rinvio che l’attuale presidente Vincenzo Boccia aveva già fatto spostando (causa coronavirus) le votazioni dal 26 marzo al 16 aprile. In questa situazione le voci corrono veloci. Molto per esempio si è strologato in questi giorni sull’intensificarsi delle apparizioni pubbliche di Marco Tronchetti Provera, da molti indicato come il possibile candidato di salvezza nazionale su cui gli industriali italiani avrebbero potuto far confluire le loro indicazioni. L’interessato, però, continua a smentire l’ipotesi di una sua possibile discesa in campo.

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Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

Mentre il governo ha intenzione di prorogare le misure anti-coronavirus e i virologi chiedono di continuare il lockdown, il leader di Italia viva spinge per la ripresa delle attività produttive e delle scuole. Seguendo gli industriali, l'Abi e il mondo del calcio.

A giudicare dalle reazioni indignate che ha scatenato la sua proposta di riaprire quanto prima il Paese imparando a «convivere» con il coronavirus, Matteo Renzi sembra essere inciampato clamorosamente.

L’idea del leader di Italia viva non solo è stata duramente attaccata dai virologi, ma non ha nemmeno avuto seguito nel mondo politico. Insomma tutti – maggioranza e opposizione – paiono concordare su un punto: non è ancora il momento di far cessare la quarantena.

Anche se non si va molto oltre, visto che mancano ancora proposte concrete su come, prima o poi, il Paese debba ripartire. La proroga del lockdown, almeno fino al 18 aprile, dovrebbe essere approvata poco prima del 3 aprile, cioè alla scadenza delle misure previste dal Dpcm del 9 marzo.

TUTTI CONTRO RENZI

La proposta di Renzi è stata attaccata da tutte le parti. Matteo Salvini, che solo un mese fa si appellava a Sergio Mattarella per chiedere di riaprire il Paese, ha tagliato corto: «Non è il momento». Sempre dalla Lega, gli ha fatto eco Gian Marco Centinaio: «Ancora una volta da Renzi una proposta che fa capire quanta incapacità di ascolto ci sia da parte sua. Mentre la comunità scientifica implora il “tutto chiuso”, lui lancia l’ennesima provocazione della disperazione». Fredda Forza Italia, che affida la replica ad Antonio Tajani: «Si ascolti solo la voce degli scienziati, bisogna tutelare la salute dei cittadini». Tranciante anche Carlo Calenda: «Caro Matteo, la tua dichiarazione è poco seria».

L’ex ministro dello Sviluppo economico su Twitter ha ribadito la sua posizione: «La politica sul #coronavirus ha preferito annunci e retorica. Vogliamo affrontare la riapertura? Facciamo gruppo di lavoro subito governo/opposizione + tecnici. Cagnoli per strategia e Ricciardi per sanità. E i segretari di partito, così chiacchierano di meno e lavorano di più».

MAGGIORANZA COMPATTA: NESSUNA APERTURA

E se l’intento del leader di Italia viva era aprire qualche crepa nella maggioranza pare fallito, perché dal Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio: «Per la riapertura dobbiamo attendere il parere degli esperti del comitato scientifico: per non annunciare date che poi possono essere smentite», ha detto a Storie italiane su RaiUno) a Liberi e Uguali (Nicola Frattoianni: «Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili») è stato un fiorire di critiche. Il ministro per gli Affari regionali, il dem Francesco Boccia ha definito il tema della riapertura «un dibattito legittimo», che però deve avvenire considerando la situazione sanitaria attuale. La priorità insomma è: «Raddoppiare le terapie intensive, curare nel miglior modo possibile gli italiani, rafforzare gli ospedali e rafforzare le regioni che sono in particolar modo in condizioni maggiormente critiche, e rafforzare tutti il Centro-Sud nel caso che i contagi aumentino, far arrivare il cibo in ogni casa».

L’IPOTESI DI RIPARTENZA A SCAGLIONI

Forse Renzi, che non è nuovo a simili ballon d’essai, ha intuito però che, mentre il mondo politico e la comunità scientifica impongono una cosa, il Paese sta iniziando a chiederne un’altra. Se così fosse, Italia viva si farebbe portatrice degli interessi di quella parte della società che è per la riapertura immediata. E l’intervista di Renzi rilasciate ad Avvenire («Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua») non lasciano spazio a dubbi. «Se non ripartiamo ora», ha rincarato la dose anche nella sua ultima newsletter, «moriremo di fame, non di Covid. E dunque bisogna ripartire. I giovani potranno uscire prima degli anziani. Brutto dirlo ma è così. Se hai più di 70 anni riacquisterai le tue libertà dopo i ragazzi di 20. Scrivere queste cose fa male. Ma non scriverle significa disertare davanti al compito che ha un politico: indicare una via, non cercare solo il consenso».

CONFINDUSTRIA VENETO: «AL LAVORO ANCHE I SETTORI NON ESSENZIALI»

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non è certo una novità, l’intera Confindustria che ha battagliato a lungo con il governo nella definizione del decreto Serra Italia. Dal Veneto, una delle regioni più colpite dall’epidemia, Enrico Carraro, presidente degli industriali, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, ha detto: «Le imprese non essenziali devono poter continuare al lavorare perché c’è bisogno che la macchina del Paese continui, c’è bisogno di fare versamenti alil fronte dello stop al lockdownlo Stato, ci sono problemi impellenti. Se andiamo avanti così tutto il Paese si blocca. Così non reggiamo, bisogna pensare da subito come ridare ossigeno al Paese».

L’ALLARME DI VINCENZO BOCCIA

Il più duro, in merito, era stato proprio il numero 1 di Confindustria, Vincenzo Boccia, che commentando il Serra Italia aveva detto: «dall’emergenza economica si entra nell’economia di guerra». E, ancora: «Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano».

ABI: «LE BANCHE RESTINO APERTE»

Tira dritto anche l‘Associazione bancaria italiana che da giorni sta battagliando con i sindacati che avrebbero preferito la chiusura degli istituti di credito per garantire la sicurezza agli impiegati. «Chiediamo», si legge nella lettera che le sigle sindacali hanno indirizzato al presidente del Consiglio, dopo avere incassato il rifiuto di Abi, «la chiusura per 15 giorni di tutti gli sportelli bancari su tutto il territorio nazionale». Ma Abi si è limitata a replicare che «le banche si sono impegnate ad adottare le necessarie soluzioni organizzative per mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nonché l’adozione di ulteriori misure per ridurre il rischio di contagio», mentre continua a diramare inviti ai clienti di non recarsi direttamente allo sportello se non strettamente necessario.

LA FIGC IN PRESSING PER RICOMINCIARE IL CAMPIONATO

Scalpita per ripartire anche il mondo del calcio italiano: «La priorità è terminare i campionati entro l’estate, senza compromettere la stagione 2020-21», ha detto Gabriele Gravina, presidente della Figc, parlando a Radio Cusano Tv Italia, aggiungendo: «Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha dichiarato che proporrà il blocco delle attività sportive fino alla fine di aprile compresi gli allenamenti, aspetterei la decisione del Consiglio dei ministri». Ancora più duro il Presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, che al governo ha ricordato i numeri macinati dal settore: «Il calcio produce 3 miliardi di euro di ricavi e un indotto di 8, oltre a una contribuzione fiscale e previdenziale di 1 miliardo di euro». E dato che non sarà intenzione dei club ripartire con gli stadi vuoti, è chiaro il pressing perché la quarantena finisca per tutti.

IL NODO DELLE SCUOLE E LO SCREENING DI MASSA

E le scuole? Renzi anche in questo caso aveva dettato una sua tempistica: «Si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700 mila studenti delle medie e i 2 milioni 700 mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus». Anche questa proposta è stata bocciata dalla quasi totalità del mondo scientifico che continua a ripetere che non si potrà lasciare le proprie abitazioni fino a quando l’epidemia non sarà passata. Eppure, alla possibilità dello screening di massa ci si sta davvero lavorando. In prima linea è l’Università di Torino con i virologi del dipartimento di Scienze veterinarie che propone un test del sangue per scovare chi ormai è immune e decidere sulla base di questi dati quanti e quali soggetti fare uscire di casa per primi. Del resto, si sta consolidando l’ipotesi che l’80% delle persone che hanno contratto il Covid-19 lo abbiano fatto in modo asintomatico. Avremmo quindi una platea che va dalle 250 mila alle 300 mila unità che potrebbero tornare al lavoro. Questo, naturalmente, nella speranza che i nostri anticorpi conservino memoria della battaglia vita contro il coronavirus. Una speranza cruciale.

LA POSIZIONE DELL’ISS

L’Istituto superiore di Sanità invece prende tempo. «Arriviamo fino a Pasqua e poi guardiamo i dati per stabilire come procedere. Va vista l’evoluzione dell’epidemia», ha ribadito in una intervista a Repubblica il presidente Silvio Brusaferro. Mettendo in guardia: anche quando i casi di coronavirus scenderanno a zero, la vita non tornerà come prima finché non verrà trovato un vaccino o un farmaco efficace contro la malattia. Sulle riaperture, ha aggiunto Brusaferro, «il problema è capire quali forme di apertura garantiscono che la curva non ritorni a crescere. Certamente le riaperture avverranno in modo graduale e dovremo organizzarci per essere capaci di intercettare rapidamente eventuali nuove persone positive. Stiamo anche valutando un’idea degli inglesi, quella dello ‘stop and go’. Prevede di aprire per un certo periodo e poi chiudere di nuovo». Tra le ipotesi al vaglio anche la possibilità di tenere a casa «anziani e malati fragili».

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Per Confindustria il blocco delle attività costa 100 miliardi al mese

Secondo Boccia il decreto Chiudi Italia fa entrare il Paese in un'economia di guerra. Colpito il 70% del tessuto produttivo.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, dopo lo stop alle attività economiche non essenziali deciso dal governo per tentare di frenare l’avanzata del coronavirus, avverte che il blocco costerà al sistema delle imprese italiane «100 miliardi ogni 30 giorni».

LE PREVISIONI DI BOCCIA

Il decreto «ci fa entrare nell’economia di guerra e il 70% del tessuto produttivo italiano chiuderà», prevede Boccia. Poi la stima: «Se il Pil è di 1.800 miliardi l’anno, vuol dire che produciamo 150 miliardi al mese. Se chiudiamo il 70% delle attività, perdiamo 100 miliardi ogni 30 giorni».

NO ALLO SCIOPERO GENERALE

Quanto allo sciopero generale minacciato dai sindacati per chiedere maggiori tutele per la salute dei lavoratori, Boccia ha commentato: «Non ho capito su cosa si dovrebbe fare. Non penso che ci sarà, anche per dare un messaggio al Paese. L’appello che faccio è: cerchiamo di essere compatti».

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Tronchetti Provera in Confindustria per un governo del presidente

L'emergenza coronavirus condiziona anche la corsa al dopo Boccia. Che vista la situazione propone una proroga del suo mandato di due anni. Ma sulla scena irrompe il Ceo di Pirelli.

Colpo di scena in Confindustria? Così come il precipitare dell’emergenza
coronavirus
e delle sue drammatiche conseguenze sul piano economico
(crollo del petrolio e delle Borse) e dell’ordine pubblico (rivolta nelle
carceri
) sta facendo maturare nel mondo politico e istituzionale l’idea della
necessità di un governo del presidente, ritenendo Giuseppe Conte inadeguato, così nel mondo imprenditoriale, e in particolare nelle lobby economico-finanziarie più forti, sta girando l’idea che sia necessario portare alla presidenza di Confindustria una figura molto più forte e rappresentativa di quelle pur rispettabilissime che sono rimaste in gara, Carlo Bonomi e Licia Mattioli. E il nome che si sta facendo è quello di Marco Tronchetti Provera.

BOCCIA PROPONE LA PROROGA DEL SUO MANDATO

Per la verità dell’ad di Pirelli si era parlato prima dell’inizio della corsa alla successione di Vincenzo Boccia, poi il nome era sparito
dall’orizzonte perché lo stesso Tronchetti, insieme con Gianfelice Rocca,
aveva preferito ritagliarsi il ruolo di super sponsor del presidente di
Assolombarda. Ora, però, di fronte al drammatizzarsi della situazione economica, e di fronte al fatto che lo stesso Boccia – con il sostegno del direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci e dei mondi che ruotano intorno a lei – sta cercando di convincere Bonomi e Mattioli se non a rinunciare per assicurargli un allungamento del mandato di due anni, almeno ad aderire all’idea di rinviare di qualche mese l’assemblea e quindi di lasciare alla sua presidenza il compito di gestire l’emergenza coronavirus, Tronchetti ci avrebbe ripensato. Così ora, se si leveranno invocazioni – potete scommetterci che partiranno a breve – al suo indirizzo per “sacrificarsi” e fare il “salvatore della Patria”, è probabile, anzi certo, che Tronchetti Provera dirà di sì. Come fa intuire l’intervista rilasciata il 7 marzo a Repubblica, nella quale afferma non casualmente: «Si devono mobilitare le migliori energie per ricostruire l’Italia, mettendo in gioco il meglio che abbiamo». Più chiaro di così.

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Cosa dice lo studio di Confindustria sugli effetti economici del coronavirus

Non solo alberghi e trasporti. Anche abbigliamento, elettronica e chimica hanno già risentito dell'epidemia. Una azienda su 4 dice che i danni sono gestibili, ma una su 10 li valuta gravi e pensa anche a ristrutturazione. Con la recessione alle porte. L'analisi.

Nell’incertezza generale dovuta al diffondersi del virus Sars-Cov 2 è difficile avere dati sicuri circa l’impatto dell’emergenza sull’economia.

Secondo Moody’s «l’economia italiana è probabilmente in recessione»: l’agenzia di rating ha abbassato le nostre stime di crescita per il 2020 da +0,5% a -0,5% nello scenario “base”, a -0,7 in quello peggiore.

Di certo i primi settori a risentire dell’epidemia sono stati il turismo, la ristorazione, i trasporti, la cultura e spettacolo. Tuttavia per aiutare a capire come il virus abbia “contagiato” l’economia Confindustria ha avviato un’indagine tramite un questionario online rivolto alle imprese, ottenendo risposte da più di 5.500 aziende.

E la prima analisi che ne è nata, e che Lettera43.it ha potuto consultare, ci dice che il problema non riguarda solo il turismo, e non è confinato solo alla “zona gialla“.

LOMBARDIA, VENETO E TOSCANA: LA SORPRESA DEL “CONTAGIO”

Quasi due imprese su tre, il 65%, affermano di avere già risentito di un impatto della epidemia sul proprio business. La percentuale arriva al 70% in Lombardia e Veneto. Ma è interessante notare come altre regioni non investite direttamente dall’emergenza, ma molto dipendenti da turismo e manifattura, abbiano percentuali comunque alte: è il caso per esempio della Toscana.

ALBERGHI E TRASPORTI, MA ANCHE ABBIGLIAMENTO ED ELETTRONICA

Il settore più colpito sembra essere quello alberghiero, dove il 98,6% delle imprese dice di aver subito danni. Poco inferiore la quota delle aziende dei trasporti (82,5%). Questo è comprensibile visto che il primo effetto della “crisi” è quello di ridurre la domanda. Sul fronte della manifattura le imprese che si dicono colpite in questa fase sono il 60%. E tra queste quelle che denunciano più problemi sono le imprese dell‘abbigliamento, dell’elettronica e della chimica con rispettivamente il 73%, il 71,9% e il 71,1% di chi parla di impatto dell’epidemia.

UNA SU 10 NON CENTRERÀ GLI OBIETTIVI DELL’ANNO IN CORSO

I danni sono misurabili soprattutto nel calo del fatturato. Ma la nota ottimista è che circa una azienda su quattro crede che la situazione sia comunque gestibile. Il 17%, però, ha dovuto già rivedere il piano aziendale per l’anno. Circa una azienda su 10 stima un impatto tale da rivedere gli obiettivi annuali o da dover avviare una ristrutturazione. Il 6% circa non è ancora in grado di stimare gli effetti. Certo è che per ora la crisi è ancora sul lato della domanda e l’impatto sulle catene di fornitura dei prodotti è meno grave: le imprese che dichiarano di aver subito un danno significativo per la cancellazione degli ordini sono il 9,7% mentre stimano danni gravi la metà delle aziende che hanno registrato un calo del fatturato. In generale quasi un’impresa su 4, il 24%, denuncia danni per la cancellazione degli eventi, ma solo il 5% finora ha dovuto ricorrere ad ammortizzatori sociali.

SFIDUCIA NEL ‘MADE IN ITALY’?

L’indagine, una volta ripuliti i dati, si è basata su circa 3.170 dei questionari compilati, e va letta come spiega lo stesso centro studi di Confindustria, con la consapevolezza che possano essere sovra-rappresentati i settori più rappresentati dall’organizzazione – leggi manifattura – e i territori più colpiti e quindi anche più preoccupati dell’impatto del contagio sulla loro attività economica. Le microimprese, otto realtà su 10 nel panorama italiano, sono solo il 50%, ma risultano più rappresentate rispetto al totale del settore manifatturiero. Risultano invece sotto-rappresentate l’amministrazione pubblica, il commercio e le attività professionali. In ogni caso la maggioranza è accomunata dalla sensazione che il virus stia «generando un calo di fiducia nel sistema del Made in Italy, da cui ne conseguirebbe la percezione di inaffidabilità dei nostri prodotti e la perdita di competitività delle nostre aziende».

PIL IN CALO GIÀ NEL SECONDO TRIMESTRE, POI TONFO MAGGIORE

Le limitazioni alla mobilità sono particolarmente sofferte, e secondo gli imprenditori, rischiano di provocare l’interruzione di rapporti commerciali in particolare con l’estero, con clienti stranieri che chiedono garanzie sullo stato di salute dei dipendenti. E poi ritardi nelle spedizioni dei prodotti e quindi anche dei pagamenti, la difficoltà di approvigionamento delle materie prime e dei semilavorati. Tutto questo va a sommarsi a un andamento della produzione industriale che nel 2020 già non brillava: sempre il centro studi di Confindustria ha calcolato che a gennaio la produzione era cresciuta dell’1,9% mentre a febbraio aveva già cominciato a scendere dello 0,5%, proprio a causa del diffondersi del Covid-19 che ha provocato «interruzioni lungo le catene globali del valore a partire dalla Cina». Le conseguenze del contagio interno si avvertiranno a partire da marzo, nel secondo trimestre, spiega il rapporto di Confindustria, «quando si faranno sentire sull’industria gli effetti della caduta della domanda nel terziario». Il risultato complessivo è purtroppo prevedibile: «Il Pil è atteso in calo già nel primo trimestre e vi sono elevate probabilità di una caduta più forte nel secondo».

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Il coronavirus si abbatte sulla partita per la presidenza di Confindustria

I divieti per arginare l'epidemia in Lombardia e Veneto complicano la corsa per il dopo Boccia. Bonomi è ancora in vantaggio. Solo una convergenza tra Pasini e Mattioli potrebbe rimescolare le carte in tavola.

Coronavirus letale anche per Confindustria. I divieti seguiti alla scoperta dei focolai della malattia in Lombardia e Veneto rischiano di diventare un serio problema per il sindacato degli imprenditori impegnato nella battaglia per la nomina del loro nuovo presidente al posto dell’attuale Vincenzo Boccia.

E mentre il 12 marzo, data in cui i tre candidati (Carlo Bonomi, Giuseppe Pasini e Licia Mattioli) presenteranno a Roma i loro programmi, si avvicina, qualcuno si spinge addirittura a parlare di possibile slittamento dei programmi, e di una possibile prorogatio degli attuali vertici. Ipotesi estrema, ma che visto come si stanno mettendo le cose aleggia minacciosa.

RINVIATI GLI APPUNTAMENTI A VICENZA E COMO

Solo nella settimana iniziata lunedì 24 febbraio, sono stati rinviati causa coronavirus una serie di appuntamenti importanti dei candidati in lizza che avrebbero dovuto presentarsi a territoriali importanti come Vicenza e Como. Confermato, per ora, solo l’appuntamento di martedì 25 a Napoli con gli imprenditori campani, anche se arrivare nella città partenopea visto il caos dei trasporti non sarà semplicissimo.

BONOMI SEMPRE IN VANTAGGIO

Coronavirus a parte (ma l’epidemia rischia a questo punto di diventare un serissimo problema) i rapporti di forza tra i concorrenti sono oramai chiari: Bonomi, numero uno di Assolombarda, è largamente in vantaggio. Il bresciano Pasini e la torinese Mattioli inseguono a distanza. Solo la loro unione, i due candidati si sono incontrati e ne hanno parlato, ovvero la convergenza su un solo nome, potrebbe rimettere in discussione un risultato che viene dato quasi per scontato.

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Confindustria, è già bagarre per il futuro direttore generale

La posizione fa gola a molti ed è oggetto dei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati. Se Bonomi ha offerto il posto a Calabrò, Delzio e Picardi, Pasini pensa a un ticket con Schittone. Mattioli guarda a Panucci ma è pronta ad ascoltare i consigli dell'amico Elkann. Mentre Orsini si affida alla rete di Comunione e Liberazione.

Con candidati deboli per il vertice della Confindustria, dove parte favorito Carlo Bonomi nonostante il lignaggio industriale non proprio di blasone (piccola azienda, più piccolo ancora il numero dei dipendenti, nove) tutti guardano ora alla guerra sotterranea che si sta combattendo per l’ambita carica di direttore generale, il potente gestore della macchina di Viale dell’Astronomia e detentore – spesso più del presidente – dei rapporti più intimi con il mondo politico e istituzionale

Una posizione da centinaia di migliaia di euro di stipendio l’anno, più bonus e benefit che fanno gola a molti. Nei negoziati per le necessarie alleanze dei candidati – a votare saranno solo i 180 componenti del Consiglio Generale – c’è anche questa posizione.

Vediamo di ricostruire il quadro raccogliendo le indiscrezioni che qui e là filtrano dai protagonisti.

BONOMI HA OFFERTO LA POSIZIONE A CALABRÒ, DELZIO E PICARDI

Partiamo ovviamente da Bonomi, presidente di Assolombarda, che da oltre due anni sta cucendo la tela delle alleanze proprio perché la assoluta debolezza del suo profilo professionale essendo un piccolissimo commerciante di prodotti medicali.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Come per altre posizioni di vertice, Bonomi ha offerto la stessa posizione a più sostenitori e così troviamo scalpitare Antonio Calabrò, giornalista, vicepresidente di Assolombarda, Francesco Delzio, a capo (ma ancora per poco) della comunicazione di Atlantia, e Alessandro Picardi, l’uomo delle relazioni di Luigi Gubitosi in Tim.

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Con il primo, che guarda anche alla direzione del Sole24Ore, suo vecchio sogno, Bonomi cerca di mettersi in tasca il supporto eterno di Marco Tronchetti Provera. Con il secondo, l’appoggio dei Benetton, cui farebbe un favore visto che del comunicatore che fu ferreo sodale di Giovanni Castellucci non vedono l’ora di sbarazzarsi. Con il terzo, l’alleanza con la potente Tim (a Gubitosi, come ad Aurelio Regina e a tanti altri va promettendo vice presidenze) e la sua ricca filiera di fornitori. In questo modo, ovviamente, diventerebbe ostaggio dei soliti noti che non hanno il coraggio o la voglia di mettersi in gioco.

Il presidente di Confindustria Brescia Giuseppe Pasini (LaPresse).

PASINI PENSA AL TICKET CON SCHITTONE

Giuseppe Pasini ha le idee più chiare e non nasconde il suo ticket con il direttore dell’Associazione industriali di Brescia, Filippo Schittone. Ma a guardare alla posizione potrebbe essere anche il direttore di una delle associazioni che potrebbero sostenere l’acciaiere bresciano: un emiliano? Un veneto?

LA RETE DI MATTIOLI E ORSINI

Alla piemontese Licia Mattioli le cronache attribuiscono una simpatia per l’attuale direttrice romana Marcella Panucci, molto ben introdotta al Quirinale e Palazzo Chigi, ma si dice anche che guardi con attenzione al manager che l’amico John Elkann le suggerirà per guidare la macchina confindustriale.

licia mattioli profilo candidata presidenza confindustria
Licia Mattioli, candidata alla presidenza di Confindustria.

Infine, Emanuele Orsini, il leader di Federlegno. Lui si affida alla rete di Comunione e Liberazione che di manager da piazzare ne ha molti. Con il profilo manageriale di Bonomi in forte caduta anche per le divisioni in Lombardia, Veneto e Piemonte è molto probabile che gli altri candidati con aziende solide alle spalle si riuniscano a breve per convergere su uno solo di loro. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Il dopo-Boccia accende la voglia di un posto al Sole

La poltrona ora occupata da Garrone fa gola a molti. Non a caso il favorito Bonomi l'avrebbe promessa ad almeno tre persone - Abete, Bono e Calabrò - in cambio del loro sostegno nella sua corsa per Confindustria.

Voci insistenti danno per certo il ritorno, che avrebbe del clamoroso, di Edoardo Garrone nella corsa per la presidenza di Confindustria.

Dell’imprenditore genovese sia era parlato mesi fa, quando Vincenzo Boccia andava raccontando in giro per l’Italia che loro due avrebbero fatto lo scambio delle rispettive presidenze, vedendosi già lo stampatore salernitano al posto di Garrone alla guida del Sole 24 Ore.

Poi il presidente della Erg, pressato dai famigliari che l’hanno vivamente invitato a lasciar perdere, aveva fatto sapere che non era in corsa.

Eadoardo Garrone, presidente del gruppo Erg e del Sole24Ore.

UNA POLTRONA CHE FA GOLA

Ma è proprio la sua carica di presidente della casa editrice che edita il giornale della Confindustria a far gola, nonostante tutte le peripezie che ha passato. Ed è per questo che qualcuno, per irritarlo, ha messo in giro la voce di un suo ritorno in pista last minute, in modo da fargli capire che in tutti i casi quella poltrona andrà mollata. Anche perché i vari contendenti al dopo Boccia se la stanno vendendo come merce di scambio, e interessa molto.

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Specie a coloro che non vogliono o non possono aspirare a una vicepresidenza (per quelle 10 posizioni il mercato delle promesse è attivissimo, e se si dovessero sommare saremmo già al doppio delle possibilità). 

GLI ASPIRANTI ALLA PRESIDENZA DEL SOLE

Per esempio il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, che i bookmaker confindustriali danno avanti rispetto a tutti gli altri candidati, avrebbe parlato della presidenza del Sole 24 Ore con ben tre interlocutori.

Carlo Bonomi (LaPresse).

Luigi Abete, che in cambio gli sta portando il consenso di Roma e delle vecchie consorterie, desideroso di raggiungere quella poltrona anche per trovare rimedio ai problemi della sua scuderia editoriale in crisi; Giuseppe Bono, che per Bonomi sarebbe importante avere dalla sua parte sia per il ruolo in Friuli sia per quello nel mondo romano delle società a partecipazione pubblica, ma che avendo promesso il suo appoggio a Licia Mattioli può essere agganciato solo facendo leva sulla vanità (e la tolda del Sole potrebbe solleticargliela, ha pensato Bonomi, che gli ha mandato messaggi per il tramite del presidente di Confindustria Pordenone, Michelangelo Agrusti); Antonio Calabrò, vicepresidente dello stesso Bonomi in Assolombarda nella sua qualità di lobbista della Pirelli, che ambirebbe al Sole o in alternativa a succedergli in Assolombarda, cui Bonomi deve molto perché fin qui è stato il vero regista della sua campagna elettorale. Ma, come sempre avviene in questi casi, la poltrona è una e se le terga che vogliono poggiarcisi sono tante si finisce per fare molti scontenti.

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Corsa al dopo Boccia, quel velenoso caffè servito a Illy

Pacco meneghino per l'imprenditore del caffè. Prima sono state fatte filtrare notizie negative sulla famiglia, poi voci sul suo ritiro dalla competizione. Una fake news costruita ad arte. In realtà ha solo deciso di non autocandidarsi e aspettare che il suo nome venga indicato da associazioni territoriali e di categoria.

Mentre il perverso meccanismo della scelta dei saggi attraverso un’estrazione a sorte ha portato all’anomalia di due veneti su tre nella terna che presiede alla nomina del nuovo presidente di ConfindustriaAndrea Tomat di Treviso e Andrea Bolla di Verona, l’altro è Maria Carmela Colaiacovo, umbra – la battaglia per il dopo Boccia si fa incandescente e comincia a registrare qualche colpo sotto la cintura.

“PACCO MENEGHINO”PER ANDREA ILLY

Ieri più manine, che molti avrebbero identificato come vicine ai mondi che stanno tirando le fila della candidatura del presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, prima hanno fatto maliziosamente filtrare notizie negative sulla famiglia Illy. Operazione riuscita visto che qualche giornale, per esempio Repubblica, le ha riprese. L’intento evidente era di mettere chiodi lungo la strada della possibile candidatura di Andrea Illy, che come outsider rispetto ai candidati in ballo (oltre a Bonomi, Licia Mattioli, Giuseppe Pasini ed Emanuele Orsini) sta particolarmente dando fastidio. E poi hanno fatto circolare su qualche sito e nella comunità dei giornalisti che si occupano della questione che lo stesso Illy si sarebbe ritirato dalla competizione.

NIENTE SISTEMA DI AUTOCANDIDATURA

Insomma, un vero e proprio “pacco meneghino” con tanto di fake news, eccezion fatta per qualcuno, come La Stampa, che invece ha riportato la giusta versione dei fatti. Ovvero che l’imprenditore triestino del caffè non ha affatto deciso di ritirarsi, tantomeno dopo l’attacco ordito ai suoi danni. Semplicemente aveva scelto da tempo di non seguire la prima delle due modalità di partecipazione alla gara per la presidenza previste dallo statuto di Confindustria, e cioè quella che è stata definita sistema di “autocandidatura” e che richiede la presentazione da parte dell’autocandidato di una lista di almeno 20 firme di membri del Consiglio generale a suo sostegno. Una procedura che si presta a inghippi e vasto mercimonio – che infatti è in atto, tra candidati che si ritirano in cambio di posti e vicepresidenze promessi a decine – diversamente dall’altra modalità, sostanzialmente opposta, che prevede siano un certo numero di associazioni settoriali e territoriali (pari al 20% dei voti generali) a indicare il nome di un imprenditore che poi deve dichiararsi disposto a candidarsi. Illy aspetta dunque di sapere se ci saranno associazioni di territorio e di categoria che intendono suggerire il suo nome.

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Illy congela la sua candidatura per Confindustria

Con una nota l'imprenditore si sfila. Ma sembra non escludere di poter entrare in gioco nella successiva fase delle consultazioni dei 'saggi'. Il punto.

L’imprenditore Andrea Illy non presenterà una autocandidatura alla presidenza della Confindustria ma sembra non escludere di poter entrare in gioco nella successiva fase delle consultazioni dei ‘saggi’. Lo ha reso noto la sera del 23 gennaio con un comunicato. «È necessario far ricorso alla più ampia consultazione a livello dei consigli di tutte le associazioni settoriali e territoriali, onde evitare le possibili distorsioni cui si presta la procedura di autocandidatura».

L’ITALIA NELLA «PRIGIONE DEL DEBITO PUBBLICO»

Nella nota Illy spiega che, benché il ‘Piano Strategico per l’Italia‘ da lui proposto «abbia riscontrato un gradimento sorprendentemente elevato, non sembrano sussistere al momento le condizioni operative per la sua realizzazione». L’imprenditore, sottolineando «la fragilità dell’Italia» e la «prigione del debito pubblico», ritiene che «sarebbe opportuno separare la dinamica del ‘Piano Strategico’ dalla problematica del rinnovo della carica di presidente di Confindustria».

Restano in corsa quattro nomi: Licia Mattioli, Carlo Bonomi, Emanuele Orsini, Giuseppe Pasini

Restano dunque in corsa quattro nomi: Licia Mattioli, Carlo Bonomi, Emanuele Orsini, Giuseppe Pasini. Tre invece i saggi della commissione di designazione. Sono una imprenditrice umbra e due veneti: Maria Carmela Colaiacovo, Andrea Tomat e Andrea Bolla. Nella prima settimana dall’insediamento riceveranno le autocandidature di industriali che dovranno dimostrare di poter già contare su una buona base di consenso certificata dalla firma dei primi sostenitori (pari almeno al 10% dei voti assembleari o al 10% dei componenti del Consiglio Generale).

UNA PARTITA ANCORA TUTTA DA GIOCARE

I saggi saranno poi i notai, ma anche con un ruolo attivo, di riflessione e di stimolo, del gioco delle alleanze e degli equilibri: si apre una partita ancora tutta da giocare per arrivare, probabilmente, a delineare una sfida finale a due.

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Tomat, Bolla e Colaiacovo sono i tre “saggi” di Confindustria

Il Consiglio generale ha nominato la Commissione che vaglierà le candidature alla prossima presidenza di Viale dell'Astronomia.

Andrea Tomat, Andrea Bolla, e Maria Carmela Colaiacovo sono i tre ‘saggi‘ che riceveranno e vaglieranno le candidature alla prossima presidenza di Confindustria e sonderanno il sistema confindustriale per far emergere il consenso su eventuali altri candidati. La ‘Commissione di Designazione‘ è stata nominata dal Consiglio Generale, riunito in via dell’Astronomia, che ha sorteggiato i tre nomi da una rosa di nove.

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Confindustria, che la festa cominci

Con la nomina dei 3 saggi, giovedì si aprono ufficialmente le danze per il dopo Boccia. Il favorito è Bonomi. Mattioli in crescita. Mentre Pasini, Illy e Orsini potrebbero allearsi e puntare su un candidato in grado di fronteggiare il presidente di Assolombarda.

Dopo Boccia in Confindustria, le danze si aprono ufficialmente.

Giovedì 23 gennaio il Consiglio generale è chiamato a scegliere i tre “saggi che dovranno sovrintendere e garantire la regolarità della competizione.

Il primo scoglio per partecipare è rappresentato dalla necessità di presentare come credenziali, insieme all’autocandidatura, il 10% del sistema associativo che firma per sostenerla. Oppure, le firme di 18 membri dello stesso Consiglio generale, che è l’organo che poi il 26 di marzo voterà a scrutinio segreto per eleggere il successore dell’attuale presidente.

I CINQUE CANDIDATI E IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Ecco un piccolo vademecum per fare il punto della situazione, con la premessa che giochi e manovre sotterranee sono in pieno svolgimento. I canditati, come noto, sono cinque: Carlo Bonomi, Andrea Illy, Licia Mattioli, Emanuele Orsini e Giuseppe Pasini.

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda (Ansa).

CARLO BONOMI. Il presidente di Assolombarda è in vantaggio poiché, primo, la territoriale milanese vale da sola l’8,5% del sistema confindustriale, quindi non ha bisogno di nessuno per candidarsi. Secondo, parte degli accordi che il titolare della Synopo ha stipulato qua e là in tre anni di campagna elettorale stanno tenendo, anche se il Veneto negli ultimi giorni torna a essere diviso in partes tres, come diceva Giulio Cesare della Gallia, e l’Emilia e la Toscana in due tronconi. Dalla sua invece ha il Sud e il Lazio.

Andrea Illy, presidente di Illy Caffè (Ansa).

ANDREA ILLY. Sulla carta probabilmente non ha il 10%, poiché non ha fatto trapelare quali sono le territoriali che lo sostengono. Ma ha fatto invece, a partire da prima di Natale, centinaia di lunghe telefonate a colleghi imprenditori e stakeholder vari di Confindustria chiedendo il loro appoggio. E si è visto spesso con Pasini, che tra i candidati è quello che vanta l’azienda con maggior fatturato.

La vice presidente di Confindustria Licia Mattioli (Ansa).

LICIA MATTIOLI. Ha Torino e una buona fetta di Piemonte e della Liguria e forse Verona, poi fida sul sostegno del Consiglio generale poiché molti nuovi ingressi sono avvenuti durante la gestione della squadra di Boccia, di cui lei è vicepresidente per l’internazionalizzazione. Dovrebbe quasi sicuramente avere il 10% per andare in semifinale.

Il presidente di Federlegno Emanuele Orsini (Ansa).

EMANUELE ORSINI. Conta sulla presenza di Federlegno nei vari territori, sul sostegno dei più importanti imprenditori della sua regione (da Cremonini e la filiera agroalimentare, dalla Motor Valley capeggiata da Domenicali, da Lamborghini, Savorani e Confindustria Ceramica) e poi l’Ance, “cugino di filiera” con Federlegno, la filiera dell’automotive con l’Anfia, e varie territoriali. Anche Orsini dovrebbe quindi superare la soglia fatidica del 10%.

Il presidente dell’Associazione Industriale Bresciana e presidente del Gruppo Feralpi Giuseppe Pasini (Ansa).

GIUSEPPE PASINI. Il proprietario della Feralpi sulla carta appare un po’ più indietro poiché dalla sua, ufficialmente, ha l’appoggio delle territoriali di Brescia e Lecco, e ovviamente di Federacciai, il suo settore di appartenenza. Ma siccome si è mosso moltissimo ed è un fine tattico, potrebbe averle tenute coperte per renderle pubbliche al momento opportuno. Oppure, come molti pensano, costruire un fronte comune con Illy e Orsini per esprimere una candidatura terza che vada a insidiare il dualismo tra Roma e Milano.

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 LO SCENARIO OLTRE IL 10%

Il punto vero tuttavia è che Bonomi ha accumulato sinora, tra vicepresidenze e incarichi vari promessi in giro, un sensibile vantaggio e la frammentazione dei consensi tra gli altri quattro candidati alla fine fa il suo gioco. Per cui o Illy, Mattioli, Pasini e Orsini mettono a fattor comune i loro sostegni e si muovono su di una linea comune decidendo poi insieme chi deve essere a fronteggiare Bonomi, oppure la partita rischia di essere in salita. Secondo quanto risulta a Lettera43.it, Orsini, profondo conoscitore del sistema associativo, si sta facendo promotore di incontri per porre innanzitutto le basi di un programma comune e poi delle sue conseguenze operative. Si profila un’alleanza per contrastare la corsa del presidente di Assolombarda? L’obiettivo pare essere quello, anche se non è facile viste le tradizionali gelosie tra imprenditori, la resistenza di un “ceto confindustriale” ad accordi di contenuto e non di spartizione di cariche, la tentazione dei più grandi a persistere in atteggiamenti vagamente discriminatori nei confronti di chi ha un fatturato molto inferiore al loro (anche se poi, soprattutto i grandi milanesi, non disdegnano di affidarsi a Bonomi che è titolare di un’azienda molto piccola).

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Confindustria: per il dopo Boccia è anche guerra di comunicatori

Bonomi si è affidato alla Image Building mentre Mattioli alla Comin & Partners. Per Illy sostegno corale: Giovanna Gregori e la Vento e associati. E Pasini ha scelto la consulenza di Community Group. La corsa alla presidenza entra nel vivo.

Entra nel vivo la battaglia di Confindustria.

E mentre giovedì 23 gennaio conosceremo i nomi dei tre saggi destinati a raccogliere tra gli iscritti i desiderata in merito alla successione di Vincenzo Boccia alla guida del sindacato degli imprenditori, alcuni dei candidati hanno già messo in moto la Bestia ovvero, mutuando il termine dal poderoso apparato che sostiene Matteo Salvini, la loro macchina della comunicazione.

BONOMI HA SCELTO LA IMAGE BUILDING, MATTIOLI LA COMIN & PARTNERS

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e tra i sicuri papabili di una corsa a cui si è già da tempo iscritto, ha scelto la Image Building di Giuliana Paoletti, che era a fianco di Boccia nella vittoriosa campagna che quattro anni fa portò l’imprenditore salernitano al vertice di viale dell’Astronomia.

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La piemontese Licia Mattioli, attualmente uno dei vice di viale dell’Astronomia, ha scelto invece la Comin & partners di Gianluca Comin, ex direttore relazioni esterne di Montedison ed Enel, che insegna alla Luiss e in passato è stato membro del consiglio nazionale di Confindustria. 

ILLY SI AFFIDA A VENTO E ASSOCIATI, PASINI A COMMUNITY GROUP

Sostegno corale invece per Andrea Illy, l’industriale del caffè che per la sua discesa in campo si è affidato tra gli altri alla Vento e associati di Andrea Vento (per anni dirigente del Comune di Milano nonché direttore della campagna internazionale per l’assegnazione di Expo 2015) e alla sua storica comunicatrice Giovanna Gregori. Va sul sicuro anche Giuseppe Pasini, il presidente della potente associazione degli industriali di Brescia, che ha deciso di affidarsi alla consulenza di Auro Palomba (un parterre prestigioso di clienti nel privato e nel pubblico) e della sua Community Group.

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Confindustria, via col Veneto

La cena riservata con i presidenti delle territoriali si è conclusa con una fumata nera. L'idea di convogliare tutti i voti su Bonomi non ha convinto, nonostante la sponsorizzazione di Brugnaro. La prossima settimana nuovo incontro al vertice. Ma nessuno scommette su un accordo.

La brace brucia sotto le ceneri. È questa la sensazione che si respira in Veneto alla vigilia del rush finale per la presidenza nazionale di Confindustria.

Nei giorni scorsi una cena riservata tra i presidenti delle territoriali con il presidente regionale Enrico Carraro si è conclusa con una fumata nera: blando orientamento verso Carlo Bonomi, attenzione alla corsa di Licia Mattioli, ma soprattutto curiosità verso Andrea Illy e Giuseppe Pasini.

Un nuovo incontro è previsto nella settimana entrante a Verona, ma nessuno scommette su una soluzione unitaria, mai raggiunta dopo il lontano 2000 quando Nicola Tognana riuscì a mettere tutti d’accordo sul presidente di rottura Antonio D’Amato. Altri tempi, altri uomini, altri interessi.

IL PATTO DI FERRO TRA BRUGNARO E BONOMI

A dare le carte, con qualche fastidio dei presenti, è stata la presidente di Confindustria Veneto Centro, Maria Cristina Piovesana, che ha chiesto ai colleghi di mettere nero su bianco il sostegno al leader di Assolombarda. Una richiesta motivata dalla necessità di tenere uniti i 26 voti veneti in Consiglio generale sui circa 180 votanti e dal fatto che il dialogo con Bonomi è iniziato da oltre un anno, quando un grande sponsor nell’ombra, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, già presidente di Confindustria Venezia ma soprattutto patron di Humana (la società di interinale presente in forza in tutte le territoriali) ha stretto con Bonomi un patto di ferro.

TRA LE MIRE DI PIOVESANA LA FUSIONE TRA VENETO CENTRO E VENEZIA

Piovesana nei suoi obiettivi ha la fusione tra Veneto Centro (Padova/Treviso) e Venezia, sulla quale ha una enorme influenza proprio Brugnaro. La fusione le consentirebbe di essere rieletta presidente del nuovo raggruppamento, un po’ come ha fatto in Friuli-Venezia Giulia un altro grande manovratore confindustriale, l’ex democristiano Michelangelo Agrusti. A questo gioco, notaio Carraro, guardano con sospetto due altre forti territoriali venete, Vicenza e Verona, che nella cena hanno chiesto di avere un atteggiamento di maggior prudenza, soprattutto alla luce del fatto che sarebbe difficile spiegare agli imprenditori duri e puri del Nord Est perché convogliare i loro appoggi su Bonomi, e non per esempio su altri candidati dal lignaggio industriale ben più consolidato.

VICENZA E VERONA CONTRO LA CRESCITA DI POTERE DI TREVISO

Ma c’è anche dell’altro. A Vicenza, pur indebolita dalle note vicende bancarie, e Verona che punta a essere il polo industriale, logistico e fieristico del Veneto-Lombardo, non va giù la crescita di potere di Treviso, Padova e Venezia nella Regione Veneto, tanto più che a sponsorizzare questa fusione c’è il leader leghista trevigiano e presidente della Regione, Luca Zaia. Si teme che investimenti, attenzione e peso politico si sposterebbero ancor di più nel Veneto orientale.

NESSUNO SCOMMETTE SU UN ACCORDO

Nei prossimi giorni a Verona si terrà un nuovo incontro al vertice, nel tentativo di superare asperità, diffidenze e sospetti. Ma nessuno scommette in un accordo alla vigilia di una battaglia elettorale che, ancora una volta, si annuncia al calor bianco. I bookmaker danno per certo che Bonomi e Mattioli supereranno il primo quorum necessario a essere candidati (18 firme del Consiglio generale), ma anche Pasini sta recuperando. E Illy ed Emanuele Orsini non demordono pronti comunque, in caso di esclusione dalla corsa, a far pesare i loro voti.

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Confindustria, il successore di Boccia lo scelgono i probiviri

Con i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza, i "custodi" di Viale dell'Astronomia complicano la corsa degli outsider e la raccolta di consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali.

Vuoi vedere che alla fine il nuovo presidente della Confindustria lo scelgono i probiviri?

Lunedì 13 gennaio il «Collegio dei Probiviri confederali per le funzioni interpretative, disciplinati ed elettorali» ha scritto a tutti i componenti del Consiglio generale, cioè il parlamentone che dovrà eleggere il successore di Vincenzo Boccia, elencando i nuovi indirizzi interpretativi relativi al metodo per gestire le candidature alla presidenza nazionale (vedi lettera allegata). 

LE REGOLE PER LE AUTOCANDIDATURE

Oltre a ribadire il tema della assoluta riservatezza e non divulgazione delle candidature, dei consensi che ciascuno ritiene di avere e delle linee programmatiche che s’intendono proporre, nella direttiva si stabilisce che per autocandidarsi occorre che alla Commissione di designazione (si nomineranno i tre membri il 23 gennaio, secondo un non meglio identificato meccanismo di estrazione a sorte) siano pervenute autocandidature supportate «per iscritto da almeno il 10% dei voti rappresentati nell’Assemblea dei delegati o dei componenti del Consiglio generale». 

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Peccato che non si specifichi come queste «lettere di supporto» vadano formulate: su modulo prestampato? Su carta libera ma con testo dettato da Roma uguale per tutti? Carta e testo liberi? Non si capisce. Altrimenti c’è l’opzione di procedere attraverso le associazioni territoriali o di categoria, che dovrebbero manifestare loro il nome del candidato gradito, ma questo procedimento è vincolato a processi decisionali da parte dei consigli di presidenza delle singole territoriali o settoriali, ancora una volta in totale riservatezza, pena sanzioni per «comportamenti distonici». 

PIÙ OSTACOLI ALL’ACQUISIZIONE DEL CONSENSO ATTRAVERSO LE TERRITORIALI

In buona sostanza, i custodi di questa ortodossia di stampo sovietico non vogliono alcuna esternazione e di fatto tendono a dissuadere (o almeno a complicare) il processo di acquisizione del consenso attraverso le associazioni territoriali e settoriali. Il tutto mentre i giornali sono settimane che hanno scritto i nomi dei cinque imprenditori che, almeno fin qui – ma sarà difficile per non dire impossibile, con regole così frenanti, che possa uscire qualche altro nome – sono ai nastri di partenza

DEI 15 PROBIVIRI SE NE CONOSCONO SOLO QUATTRO

Ma chi sono i custodi di questa ortodossia pensata per evitare gli outsider e favorire la continuità della “casta confindustriale”? Lo statuto prevede che i probiviri siano addirittura 15 – un vero e proprio Politburo – ma sono solo quattro coloro che hanno firmato il documento che Lettera43.it vi mostra: Sergio Arcioni, imprenditore sericultore di Lecco; Luca Businaro, ad di Novation Tech (stampe plastiche a Treviso); Gabriele Fava, avvocato di Milano; Antonio Serena Monghini, ad di Alma Petroli di Ravenna. Solo quattro firme. Ma perché invece che 15 sono quatro? O c’è qualcun altro – per esempio si fa il nome dell’armatore Marco Novella di Genova – che non ha voluto o potuto firmare l’editto? Mistero. Perché anche nella parte privata del sito di Confindustria i nomi dei probiviri che dovrebbero essere stati eletti il 21 maggio scorso per il quadriennio 2019-2023 non compare da nessuna parte. 

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Nicola Orsi, il manager che supporta Orsini nella corsa al dopo Boccia

Vicino a Cl e all'ex ministro Maurizio Lupi, è lui che ha convinto il numero uno di Federlegno Arredo a scendere in campo per la presidenza di Confindustria. Nonostante il tiepido supporto del suo territorio: l'Emilia-Romagna.

Si chiama Nicola Orsi ed è il direttore dei rapporti istituzionali, a livello nazionale come a livello comunitario, di FederlegnoArredo, l’associazione di categoria di cui è presidente Emanuele Orsini, uno dei candidati alla presidenza nazionale di Confindustria.

Vicino a Comunione e Liberazione Orsi è da sempre uomo dell’ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (ex Forza Italia, ora deputato nel gruppo Misto, cui toccò di dimettersi da ministro per lo scandalo relativo a Ercole Incalza che coinvolse suo figlio), che l’ha voluto membro del Consiglio Generale di Fondazione Fiera Milano.

E anche segretario generale della fondazione di Lecco “Costruiamo il Futuro” che Lupi presiede e che ha come soci fondatori oltre 100 esponenti del mondo imprenditoriale, artigianale, culturale, liberi professionisti e amministratori della provincia di Lecco e di Monza e Brianza. 

L’INVENTORE DELLA CANDIDATURA DI ORSINI PER IL DOPO BOCCIA

Orsi è l’inventore della candidatura di Orsini alla successione di Vincenzo Boccia. È lui che ha convinto il suo presidente a mettersi in gioco, nonostante (ma dall’entourage dell’interessato si afferma il contrario) il tiepido supporto del suo territorio – l’Emilia-Romagna non ha ancora deciso su quale dei diversi candidati andare – spiegandogli che in tutti i casi avrebbe comunque guadagnato un posizionamento d’immagine molto più di quello che la presidenza di Federlegno (dal 2017) e il Salone del Mobile finora gli hanno dato. 

L’APPOGGIO DEL MONDO CIELLINO

Orsini, 46 anni, titolare di una piccola impresa, la Sistem Costruzioni di Solignano Nuovo in provincia di Modena, che progetta e realizza case e edifici in legno su misura, è molto supportato dal mondo ciellino. È grazie a esso, per esempio che a suo tempo ha avuto, unitamente al personale impegno di Fabrizio Palenzona, la nomina a vicepresidente – oggi è presidente – di Unicredit Leasing. 

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Paola Severino scrive a Lettera43

La precisazione della professoressa dopo la pubblicazione dell'articolo "Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia".

Caro Direttore, faccio riferimento all’articolo dal titolo: “Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia“, per precisare quanto segue: conosco allo stesso modo Carlo Bonomi, Licia Mattioli e Andrea Illy, per averli incontrati in occasione di dibattiti ed eventi pubblici e non ho alcun ruolo in Confindustria che possa giustificare una mia propensione per l’uno o l’altro candidato. Rilevo soltanto che si tratta di candidati tutti di alto profilo e me ne compiaccio, considerando l’importanza del ruolo che dovrà essere svolto.  Nell’invitarla a pubblicare questa mia, la saluto cordialmente. Paola Severino

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Confindustria, si rompe lo storico asse tra Abete e Marcegaglia

I due past president più influenti di Viale dell'Astronomia si dividono sul dopo Boccia. Il primo punta su Bonomi, la seconda incoraggia Mattioli. Ma manda segnali di fumo anche a Illy e Pasini.

Mentre s’intensificano le grandi manovre per la successione di Vincenzo Boccia, le strade dei due past president più influenti di Confindustria, Emma Marcegaglia e Luigi Abete, si sono divaricate in maniera probabilmente irreversibile dopo una vita di “convergenze parallele”.

ABETE PIAZZA LE SUE FICHE SU BONOMI

Abete, riattaccando i cocci di un rapporto che si era rotto proprio in occasione dell’elezione di Boccia, ha deciso di sposare il suggerimento di Aurelio Regina e di piazzare le sue fiche sull’elezione di Carlo Bonomi. E su questa posizione sta convincendo a spostarsi anche i suoi amici fidati, dal vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe al presidente di Roma Filippo Tortoriello, dai marchigiani che tengono ai rapporti con la famiglia Merloni e con Diego della Valle ai tanti che non sono insensibili al suo ruolo di presidente della Bnl. Insieme a Regina, poi, Abete sta lavorando per portare a Bonomi i voti degli esponenti delle aziende pubbliche, e in particolare quelli dell’Enel, dove si registra una divergenza di vedute tra la presidente Patrizia Grieco, che ha dato la sua parola a Licia Mattioli, e l’amministratore delegato Francesco Starace, che è con il presidente di Assolombarda. 

LA PARTITA DI MARCEGAGLIA

Viceversa, Marcegaglia non si è ancora dichiarata esplicitamente, ma in un incontro riservato avvenuto prima di Natale con Mattioli, ha speso parole di incoraggiamento alla candidatura dell’imprenditrice torinese. La quale, però, pur potendo contare sull’appoggio di Boccia – maturato dopo il ritiro dalla corsa di Edoardo Garrone – e del conforto morale di Franco Caltagirone, convinto dalle parole spese per Mattioli dalla sua amica Paola Severino, oltre che del voto dei piemontesi (ma non tutti, però, per esempio il novarese Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola industria, è con Bonomi), nella conta dei voti appare decisamente indietro. Tanto che la furba Marcegaglia – che peraltro ha da giocare in parallelo la partita della sua eventuale riconferma alla presidenza dell’Eni – starebbe già facendo marcia indietro, mandando segnali di fumo sia a Giuseppe Pasini che ad Andrea Illy, gli altri due candidati (il quinto, il modenese Emanuele Orsini, presidente di Federlegno, secondo gli ultimi rumors sarebbe stato convinto dagli imprenditori emiliano-romagnoli a ritirarsi). Peraltro Mattioli ha un’alternativa alla candidatura alla presidenza di Confindustria che le interessa non di meno: succedere a Francesco Profumo alla presidenza della Compagnia Sanpaolo, cosa che le darebbe un peso notevole in Banca Intesa. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è pronta a indicarla, e lei deve sciogliere la riserva entro la fine di gennaio. Proprio quando, dopo la nomina dei saggi, si dovranno formalizzare le candidature in Confindustria.

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Confindustria, per il dopo Boccia prende quota il nome di Andrea Illy

Volto autorevole del made in Italy, risponde al profilo gradito ai salotti del Nord. E può sparigliare tutti i giochi fatti fin qui in viale dell'Astronomia.

In Confindustria se ne comincia a parlare molto, specie dalle parti dell’Emilia e del Veneto: per il dopo Boccia alla presidenza ci vuole un imprenditore autentico, autorevole, autonomo, con alle spalle un’azienda digrandi dimensioni, con un marchio riconoscibile e internazionale, campione dell’Italia nel mondo. Insomma, uno rappresentativo della grande manifattura italiana. E nei salotti del Nord all’identikit dell’imprenditore giusto di cui si parla è stato anche dato un nome, quello di Andrea Illy, presidente di Illycaffè e capo di un gruppo del settore alimentare di fascia altissima che fattura oltre mezzo miliardo di euro.

VOLTO DEL MADE IN ITALY E UOMO DI PENSIERO

Cinquantacinque anni, fratello più giovane di Riccardo che è stato per diversi impegnato in politica, Andrea Illy ha appena terminato i sei anni di mandato come presidente di Altagamma, che raggruppa i marchi più prestigiosi del made in Italy. Per questo chi lo frequenta racconta di una sua disponibilità a prendere un impegno importante in Confindustria. Inoltre è uomo di pensiero – ha appena scritto per Piemme un libro, Italia Felix. Uscire dalla crisi e tornare a sorridere, in cui analizza con rigore il declino italiano e, sferzando il mondo del lavoro, dell’economia e della politica, indica le strade percorribili per uscire dal tunnel prima che sia troppo tardi – e questo non guasta in un mondo come quello della rappresentanza degli interessi oggi fortemente disintermediato rispetto ai processi decisionali.

UNA CANDIDATURA CHE PUÒ SPARIGLIARE TUTTI I GIOCHI

Per ora il nome viene tenuto coperto e lui non ha ancora manifestato le sue intenzioni, ma c’è chi scommette che l’eventuale candidatura di Illy alla successione di Boccia potrebbe davvero sparigliare tutti i giochi fin qui fatti – con largo e forse eccessivo anticipo – in Confindustria. Dove, per ora, si sono candidati il numero uno di Assolombarda Carlo Bonomi, il bresciano e leader degli imprenditori locali Giuseppe Pasini, la torinese Licia Mattioli, che è il nome su cui ora puntano i romani di viale dell’Astronomia, ed Emanuele Orsini, gran capo di Federlegno.

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Confindustria, si complica la corsa di Bonomi

Il sostegno di Bonometti è finito in un nulla di fatto e il presidente di Assolombarda perde terreno tra le territoriali. Brescia e Lecco si sono schierate con Pasini mentre la Brianza e alcuni imprenditori milanesi guardano con favore una discesa in campo di Orsini.

La situazione in Lombardia nella corsa alla presidenza di Confindustria sta prendendo una piega difficilmente immaginabile fino a qualche mese fa dai sostenitori di Carlo Bonomi, numero uno della potente Assolombarda, nonché da chi sperava nel buon esito del sostegno di Marco Bonometti in versione king maker. L’ultima conta doveva essere fatta lo scorso 14 novembre, ma è terminata in un nulla di fatto

IL TENTATIVO DI BONOMETTI NON È ANDATO A BUON FINE

Prima del Consiglio delle territoriali lombarde, previsto nel pomeriggio, Bonometti aveva organizzato un pranzo con lo scopo di far confluire l’orientamento su una candidatura unitaria, appunto quella di Bonomi. Ma il tentativo non è andato a buon fine, perché Bergamo e Brescia non hanno partecipato al pranzo (i Consigli sono in agenda da tempo, questi pranzi sono organizzati all’ultimo momento e scontano sempre qualche defezione degli imprenditori per impegni precedenti) e perché altre territoriali hanno volutamente evitato di prendere una posizione netta. In più è emerso che i presidenti delle associazioni di Bergamo e Como non vogliono pronunciarsi prima di passare dai loro rispettivi Consigli generali. Per Bonometti il 14 novembre non è certo stata una giornata facile, perché oltre al pranzo che si è chiuso con un nulla di fatto, è arrivata anche la notizia dell’arresto di Lara Comi, l’ex eurodeputata di Forza Italia che, secondo la Dda di Milano, il presidente di Confindustria Lombardia avrebbe illecitamente finanziato.

BRESCIA E LECCO APPOGGIANO PASINI, LA BRIANZA CON ORSINI

Il gran regista deve dunque fare i conti con il fatto che nella sua corsa pro Bonomi gli sta venendo a mancare buona parte della spina dorsale della manifattura lombarda. Non ha Brescia e Lecco, che si sono schierate con Giuseppe Pasini, il presidente degli industriali bresciani che è finora l’unico a essere sceso apertamente in campo. Ha le territoriali di Como e Bergamo alla finestra (Alberto Bombassei, patron di Brembo, tiene infatti nel giusto conto anche gli orientamenti dei suoi grandi clienti della Motor Valley emiliana) mentre, sembra, che anche Mantova si stia portando su posizioni più attendiste. Senza contare la Brianza dei mobilieri o alcuni illustri imprenditori milanesi schierati con Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, o quanti nella stessa Milano si stanno attrezzando per la successione a Carlo Bonomi in Assolombarda e preferirebbero l’attuale presidente sconfitto nella corsa a Viale dell’Astronomia e quindi non in grado di avere voce in capitolo a via Pantano. 

MATTIOLI PRONTA A SCENDERE IN CAMPO PER IL DOPO BOCCIA

Pare che nel pranzo del 14 si sia anche ipotizzata la soluzione di un voto di maggioranza, che però sarebbe una molto debole per Bonomi, vista la sua golden share in termini di peso in un voto maggioritario delle territoriali lombarde. «Chi porta il pallone e fa anche le squadre funziona all’oratorio, non nel calcio professionistico», hanno commentato alcuni presidenti. Alzando lo sguardo dall’orizzonte lombardo, niente di nuovo rispetto a quanto trapelato nelle scorse settimane. Ovvero la rinuncia di Edoardo Garrone a correre per il dopo Boccia, e la conferma che Orsini e la piemontese Licia Mattioli hanno invece tutta l’intenzione di farlo.

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Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori: «È insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Confindustria ha bocciato in parlamento la legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

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Nel mirino ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e l’aumento delle imposte sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, secondo Confindustria «penalizza i prodotti e non i comportamenti». Dunque «rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse», «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie viene stimato in «circa 109 euro all’anno».

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Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa due milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione» anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale, che costituisce al contrario uno dei pochi «interventi positivi» contenuti nella manovra.

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In conclusione, se la disattivazione delle clausole di salvaguardia era «necessaria per non deprimere i consumi», l’inasprimento della tassazione «finisce comunque per ripercuotersi, con impronta settoriale, sul consumo di specifici beni e servizi: dalla plastica monouso alle bevande zuccherate, passando per i giochi, i servizi digitali, i tabacchi e i prodotti accessori, per finire alle auto aziendali». Un’azione di bilanciamento «irragionevole per il mondo produttivo».

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Garrone scioglie la riserva: non correrà per il dopo Boccia

Il presidente del Sole 24 Ore abbandona l'idea di candidarsi alla guida di Confindustria. Ma la soddisfazione di Carlo Bonomi che temeva la sua concorrenza al Nord è durata poco. Gira voce che a scendere in campo sarà la torinese Licia Mattioli.

Ha scelto la sua Genova per manifestare la decisione di non concorrere alla successione di Vincenzo Boccia. C’era attesa per la scelta di Edoardo Garrone: lasciare la presidenza del Sole 24 Ore e mettersi in gara per la presidenza di Confindustria o giocare in difesa e tenersi fuori dalla mischia? Dopo averci pensato su molto, lasciando intendere che lo avrebbe fatto ora che era infastidito di essere indicato come il candidato del presidente uscente, cui certo non verrà riservata una standing ovation, alla fine ha scelto di restare a casa. Lo ha detto, privatamente, allo stesso Boccia, al presidente della Piccola Industria, Carlo Robiglio, e al presidente di Confindustria Genova nonché suo parente, Giovanni Mondini, in occasione del Forum della Piccola Industria che si è svolto sabato 9 novembre nel capoluogo ligure presso Ansaldo Energia, ospiti del past president genovese Giuseppe Zampini.

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LICIA MATTIOLI, UNA NUOVA PREOCCUPAZIONE PER BONOMI

Naturalmente la notizia è immediatamente rimbalzata a Milano, dove Carlo Bonomi attendeva ansioso di sapere cosa avrebbe fatto Garrone. Anche se il presidente di Assolombarda non ha (ancora) formalizzato la sua candidatura, è ormai sceso apertamente in campo. E temeva la concorrenza del presidente del Sole, che avrebbe spaccato il fronte del Nord che Bonomi, a torto o a ragione, ritiene di poter coalizzare sul suo nome. Ma la sua soddisfazione per non avere tra i piedi Garrone è durata poco. Nel giro di ore è infatti subito esplosa la voce che a scendere in campo sarebbe stata la torinese Licia Mattioli, ora vicepresidente nazionale con lo specifico incarico dell’internazionalizzazione. Una candidatura su cui lo stesso Boccia si è affrettato a mettere cappello. 

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Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

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Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

La Confindustria locale si limita a chiedere poltrone di seconda fila. Mentre per la presidenza oltre alle ambizioni di Bonomi sfidato da Pasini, si comincia a fare strada Orsini di Federlegno e da Roma si spinge per la discesa in campo di Garrone.

A che punto è la corsa per la successione di Vincenzo Boccia alla guida di Confindustria? Messa in ombra dalle vicende della politica (la manovra, il voto umbro) la partita tra gli industriali che ambiscono alla sua poltrona è continuata sotterranea. 

LE AMBIZIONI DI BONOMI

Dopo la sontuosa assemblea di Assolombarda alla Scala agli inizi di ottobre, impreziosita dalla presenza di Sergio Mattarella e dove Carlo Bonomi, che della più forte territoriale di Confindustria è il numero uno, pur senza dichiararlo ufficialmente ha fatto capire una volta di più quanto forti siano le sue ambizioni di insediarsi a viale dell’Astronomia, è toccato agli altri fare qualche mossa. Niente di eclatante, in attesa che la corsa entri nel vivo con l’inizio del nuovo anno, però i corridoi del palazzone all’Eur riferiscono quanto segue. 

LA CORSA DISCRETA DI ORSINI

Il presidente di Federlegno, Emanuele Orsini, forte del sostegno di una categoria che è tra le punte di diamante del made in Italy, ha cominciato discreto la sua corsa. Con qualche preoccupazione da parte di Bonomi più grande, dicono i suoi fedelissimi, di quella che gli provoca Giuseppe Pasini, l’imprenditore del ferro bresciano che dalla guida gli industriali della locale associazione (una delle più forti d’Italia) gli ha apertamente lanciato la sfida.

IL VENETO PUNTA A DUE VICE

Tace invece il Veneto, se non per far sapere che, chiunque sia il futuro presidente, chiede che due dei vice siano suoi, ovvero il veronese Michele Bauli e la trevigiana Maria Cristina Piovesana, titolare dell’azienda del mobile Alf Uno. Infine, da Roma, continuano le pressioni perché Edoardo Garrone, oggi presidente del Sole 24 Ore, fughi le sue molte perplessità e scenda in pista vestendo i panni dell’anti-Bonomi.

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