Confindustria: corsa al Nord per il dopo Boccia. Manca solo il Triveneto

Se ogni regione settentrionale ha possibili candidati, gli Industriali dell'area non si sono ancora espressi. Forse a causa delle dimissioni di Zoppas dalla guida dell'associazione veneta. Ma ora che Carraro avrebbe accettato di sostituirlo i giochi si riaprono.

Si allunga la lista dei possibili candidati, tutti del Nord, alla successione di Vincenzo Boccia in Confindustria. Ma all’appello manca ancora il Triveneto. Se la Lombardia ha ormai due candidati palesi – uno esplicito, Giuseppe Pasini, a capo degli industriali di Brescia ed ex presidente di Federacciai, e uno che non ha ancora formalizzato ma di cui sono chiare le intenzioni, il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi – anche le altre regioni del Nord hanno imprenditori pronti a correre: la Liguria con Edoardo Garrone, presidente di Erg ma soprattutto del Sole24Ore; il Piemonte con l’imprenditrice della gioielleria Licia Mattioli, che è vicepresidente di Boccia, e Carlo Robiglio, presidente nazionale della Piccola Industria; e l’Emilia-Romagna, con Emanuele Orsini, titolare della Sistem Costruzioni di Sassuolo, specializzata in strutture in legno lamellare e massiccio, nonché presidente di FederlegnoArredo e del Salone del Mobile. Tutti nomi che non hanno ancora formalizzato la propria candidatura, ma si sa che da mesi lavorano per questo.

LA PARTITA DEL TRIVENETO

Come si vede mancano all’appello gli industriali veneti, friulani e trentini. Forse perché in Veneto nei giorni scorsi si sono dovute registrare le improvvise, e per ora ancora immotivate, dimissioni del giovane Matteo Zoppas da presidente della Confindustria regionale. Un’uscita anzitempo che ha destabilizzato un territorio da sempre piuttosto rissoso. Ora, però, se ne è venuti a capo: Enrico Carraro avrebbe accettato di sostituire Zoppas. Presidente di Carraro Group, attivo nel settore dei sistemi di trasmissione per trattori e veicoli off-highway, 57 anni, l’imprenditore padovano era già stato a suo tempo sondato come possibile successore di Roberto Zuccato, poi gli fu preferito Zoppas. Ora, una volta salito sulla tolda di comando degli industriali veneti, dovrà per prima cosa affrontare il tema spinoso: lanciare per il dopo Boccia una candidatura del territorio, o far squadra con altri del Nord? E se si volesse battere la prima strada, chi potrebbe essere il nome giusto? Escluso lo stesso Carraro, vista la coincidenza dei tempi, e considerata l’indisponibilità di Michele Bauli, presidente di Verona, l’unico nome che Carraro potrebbe scrivere sul suo taccuino è quello del vicentino Luciano Vescovi che ultimamente si è distinto per alcune uscite molto politiche (in chiave anti Lega). Ma Carraro potrebbe anche andare a guardare verso il Friuli e il Trentino, allargando il ventaglio delle possibilità e della forza d’impatto. I giochi sono aperti.

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Per Confindustria in Italia è ancora allarme crescita zero

Il Centro studi di via dell'Astronomia parla di rischio recessione in caso di nuovi choc.

L’Italia «è ancora sulla soglia della crescita zero, rischiando di cadere in recessione in caso di nuovi choc»: il Centro studi di Confindustria, aggiornando le sue previsioni, vede un Paese «in bilico tra ripresa e recessione» A «politiche invariate»”, con il rialzo di Iva e accise, gli economisti di via dell’Astronomia stimano un Pil fermo sia quest’anno sia nel 2020 quando, invece, «crescerebbe dello 0,4%» se «l’aumento delle imposte indirette venisse annullato e finanziato interamente a deficit».

«CONTI PUBBLICI MEGLIO DELLA NADEF»

Tuttavia, «nonostante l’economia italiana sia ferma da più di un anno», rileva il Centro studi, «i conti pubblici non ne stanno risentendo». Alcuni fattori, dalle entrate al calo dello spread e ai risparmi su quota 100 e reddito di cittadinanza, «hanno influito sui risultati di quest’anno che appaiono migliori di quanto indicato nella NaDef di inizio ottobre»: questo «permette di avere un deficit tendenziale per il 2020 che, anche senza aumento Iva, rimarrà sotto soglia 3% del Pil».

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Bonomi superstar nella corsa per la presidenza di Confindustria

Ha fornito la ricetta fiscale al governo, ha ringraziato il capo dello Stato e parlato dell'unità dell'associazione industriali. Perché il numero uno di Assolombarda è chiaramente in corsa per prendersi viale dell'Astronomia.

Se non è l’apertura ufficiale della sua campagna per la presidenza di Confindustria, è certamente quella informale. Carlo Bonomi chiama a raccolta imprenditori, politica e istituzioni e, in occasione dell’assemblea di Assolombarda, fa un discorso ampio. Avanza critiche alla politica e proposte economiche. Soprattutto si rivolge a tutti, perché non esiste un «Nord contro il Sud o industria contro servizi». La corsa alla presidenza di Confindustria è oramai avviata e l’assemblea degli industriali lombardi è uno snodo delicato del processo per la scelta del nuovo leader. Non ci sono nuove candidature ufficiali e a leggere in controluce il discorso non ci sono riferimenti chiari all’organizzazione confindustriale. Ma, sarà il prestigio del luogo – il palco del Teatro alla Scala – saranno le massicce presenze istituzionali e imprenditoriali, saranno i toni usati, l’assemblea accende certo i riflettori sul ruolo, non certo di comprimario, che Carlo Bonomi punta a giocare nella partita.

UN APPELLO CHE SEMBRA DIRETTO A PASINI

Bonomi archivia con una battuta le domande su una sua eventuale candidatura e, citando il testo di una canzone di Lucio Battisti, taglia corto e dice che lo «scopriremo solo vivendo». Nel discorso pronunciato durante l’assemblea appare evidente l’obiettivo di superare il rischio di una sfida tutta lombarda, con un confronto diretto tra lo stesso Bonomi e il leader degli industriali bresciani Giuseppe Pasini, per arrivare ad indicare un nome unico che può ottenere un sostegno trasversale. Ed su questa strada, il leader di Assolombarda ribadisce che non c’è un «Nord contro il Sud, non c’è una manifattura contro i servizi, non c’è un produttore contro un consumatore» tracciando la figura del prossimo capo di Confindustria come un «presidente per tutta l’Italia».

IL GRAZIE A MATTARELLA

Davanti a un vero e proprio parterre de Roi, con la presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giuseppe Conte, della presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, ed altri ministri, Bonomi ringrazia il presidente della Repubblica che in «questi anni ha fatto tutto ciò che gli era possibile per richiamare i toni della politica e gli atti di governo al rispetto delle forme, toni e diritti». Un discorso che è visibilmente sovrapponibile a quello di un presidente che non parla solo a nome di una singola categoria imprenditoriale ma di tutta Italia. E sulle caratteristiche che dovrà avere il futuro leader di via dell’Astronomia parla, a margine dell’assemblea di Assolombarda, anche l’ex presidente, Emma Marcegaglia, secondo la quale serve una «persona forte e intelligente», che abbia la capacità di «interpretare le richieste degli imprenditori».

IL VERTICE DELLE ASSOCIAZIONI LOMBARDE DEL 7 OTTOBRE

Intanto i riflettori sono puntati all’appuntamento dei presidenti delle dieci associazioni territoriali lombarde fissato per lunedì 7 ottobre. In quella sede, dove si ritroveranno intorno allo stesso tavolo Carlo Bonomi e il collega bresciano Giuseppe Pasini, si cercherà di fare chiarezza sul percorso da seguire cercando una linea comune. Sullo sfondo resta la battuta del presidente Vincenzo Boccia che a Torino, alla domanda sul suo successore, ha risposto con una metafora automobilistica. Il capo degli industriali, il cui incarico terminerà nella primavera del 2020, in modo lapidario ha detto che la ‘nuova macchina’ non «so se sarà elettrica o a benzina, vediamo qual è il motore e poi vi dirò…».

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La Scala senza musica, Bonomi e quella gaffe istituzionale nella corsa per Confindustria

Mattarella ospite dell’assemblea di Assolombarda pensando che il presidente dell'associazione fosse candidato unico alla leadeship di Confindustria. Ma gli industriali locali si spaccano e anche Pasini scende in campo, guastando la festa. E il Colle si risente.

I coristi della Scala non hanno dubbi, e storcono il naso: convocare un‘assemblea nel loro teatro, il tempio mondiale della musica e dell’opera, senza nemmeno l’ombra di un concerto o di un gorgheggio non è il massimo. E poi, all’interno di Confindustria, tutti ricordano che un ex direttore del Sole 24 Ore (come è noto, di proprietà della casa) aveva fatto la stessa cosa per celebrare i 150 anni del quotidiano rosa, anche lì senza concerto, e non aveva portato bene, anzi.

Anfitrione e organizzatore dell’evento di Assolombarda del 3 ottobre questa volta è Carlo Bonomi, presidente dell’associazione e autocandidato – da quando tre anni fa ebbe ad assumere tale carica, in un momento di stanchezza fisica e generazionale dei big imprenditoriali milanesi – alla presidenza nazionale di Confindustria. Di solito l’assemblea si teneva entro le prime due settimane di giugno, ed era la prima dopo quella nazionale dell’associazione, quasi a significare che il presidente di tutti si sottoponeva (soprattutto se appena eletto) al giudizio della più importante territoriale del sistema associativo. Bonomi invece già l’anno scorso l’aveva spostata a ottobre, in modo da mantenere la stessa data quest’anno e poter così, con la massima solennità che Milano consente, lanciare la propria scalata al palazzo romano della Confindustria.

LA GAFFE DI BONOMI CON IL QUIRINALE

Il fatto è che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: l’imprenditore convinto evidentemente di essere il candidato unico alla successione di Vincenzo Boccia, proprio con questo argomento aveva chiesto al Quirinale di far presenziare all’evento il presidente Sergio Mattarella (stessa cosa aveva fatto l’ex direttore del Sole) e anche il premier Giuseppe Conte, ai quali si è aggiunto negli ultimi giorni il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Peccato che la settimana scorsa il Consiglio generale dell’Associazione bresciana degli industriali abbia chiesto ufficialmente al suo presidente Giuseppe Pasini di candidarsi. E peccato che altre candidature siano in arrivo ancora dal Nord e da importanti Federazioni del sistema.

Il premier Giuseppe Conte e il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi (foto LaPresse – Matteo Corner).

La cosa, ovviamente, non poteva che provocare il disappunto (per usare l’eufemismo caro ai quirinalisti) della presidenza della Repubblica, per cui non potendo essa cancellare la trasferta milanese che ha anche altre tappe, la toppa appare una sola: il candidato eviterà ogni accenno a candidature, accontentandosi di “fare scena” con gli illustri ospiti a contorno della sua relazione e a involontario supporto delle sue ambizioni. È il primo atto, con gaffe istituzionale, di una campagna che durerà sei mesi per concludersi a fine marzo con il voto del Consiglio generale sui candidati che saranno arrivati allo scontro finale, com’è avvenuto nel 2012 con Giorgio Squinzi, che prevalse per sette voti su Alberto Bombassei, e nel 2016 con Vincenzo Boccia che superò per nove voti Alberto Vacchi.

Il presidente dell’Associazione Industriale Bresciana e presidente del Gruppo Feralpi Giuseppe Pasini.

I QUATTRO PUNTI CHE GLI ASSOCIATI VOGLIONO CAMBIARE

Ma qual è l’umore del sistema, alla prova del ricambio che la “legge elettorale” di Confindustria fissa ogni quattro anni non prevedendo la possibilità per il presidente uscente di essere rieletto? Ecco i punti principali sinora messi a fuoco dagli imprenditori sulle terrazze e le barche delle vacanze e nei primi incontri dell’autunno, da Cernobbio all’evento di sabato 28 settembre a Napoli sull’Europa organizzato dai Cavalieri del Lavoro:

  1. Confindustria viene da oltre un lustro di disintermediazione: ebbe a cominciare in modo scoperto Matteo Renzi quand’era premier e preferiva gli incontri diretti con i singoli imprenditori agli incontri confindustriali ed è proseguita con il governo gialloverde a trazione grillina sull’economia con il decreto dignità, il reddito di cittadinanza e il tentativo di varare il salario minimo. Anche l’Assolombarda del candidato Bonomi ha condeterminazione degna di miglior causa ponendosi nell’interlocuzione con Luigi Di Maio, Conte e Matteo Salvini come alternativa alla Confindustria, cosa quanto meno paradossale per chi già puntava a trasferirsi a Roma Eur, viale dell’Astronomia 30.
  2. Come reagire? La risposta è pressochè unanime: bisogna che il nuovo presidente faccia rientrare i grandi imprenditori in Confindustria per fare fronte comune rispetto ai tentativi di disintermediazione che indeboliscono tutti. Come? Mettendo mano alla riforma Pesenti e reintroducendo il direttivo, l’organismo snello nel quale venivano eletti gli imprenditori più importanti del Paese (che spesso coincidevano anche con i padroni dei media) insieme ai rappresentanti della piccola e media impresa. Oppure, cominciando da subito a mettere in squadra imprenditori di peso che magari sinora hanno frequentato poco Confindustria, progetto al quale i candidati più avveduti stanno già lavorando, in alternativa alla lottizzazione delle vicepresidenze messe all’asta dai milanesi per tessere fugaci alleanze. In definitiva, sono pressoché tutti d’accordo che la “Confindustria proletaria” non serve a nessuno, nemmeno ai piccoli.
  3. Un altro filone di lavoro importante, e di discussione rispetto alle scelte per la prossima leadership, è quello che vede più al centro le Federazioni di categoria rispetto alle territoriali: le prime conoscono a menadito i bisogni dei propri associati e sanno rappresentarli al meglio sia in Italia sia in Europa, mentre le seconde (a parte lepiù importanti) rischiano di assomigliare sempre dipiù ad una sorta di Rotary più specializzato ineconomia. Riusciranno questa volta le Federazioni, che tra l’altro sono anche le protagoniste delle più importanti manifestazioni del made in Italy, a fare più squadra che in passato?
  4. Tiene ovviamente banco l’eterna polemica tra i nordici e la cosiddetta “struttura” romana di Confindustria, con i primi che promettono di fare piazza pulita come facile strumento per mobilitare imprenditori distratti. Si tratta di qualcosa di già visto, con i lombardi che sostennero Luca di Montezemolo nel 2004 e ottennero un vicedirettore generale, Antonio Colombo da Varese (in seguito anche direttore generale di Assolombarda), che si mise a contare le ore-uomo necessarie per il lavoro di lobbying o i rapporti sindacali, con il risultato che la misurazione stabilì che sarebbe servito molto personale in più per fare le stesse cose. Colombo si dimise dopo qualche mese. Nella polemica contro i romani in realtà c’è molta ipocrisia: infatti la prima alleanza di Carlo Bonomi è stata quella con il romano Luigi Abete, autentico “professionista di Confindustria” secondo la storica definizione dell’avvocato Agnelli, per dire no all’azione di responsabilità contro gli ex vertici del Sole: nel Consiglio generale di aprile effettivamente il presidente dell’Unione industriale di Roma, Filippo Tortoriello, sollevò la questione per alzare la palla al presidente di Assolombarda, che nel frattempo si era defilato uscendo tempestivamente dalla sala. E l’azione di responsabilità rimase. Il racconto dei bonomiani ha persino attribuito alla direttrice generale di Viale dell’Astronomia, Marcella Panucci, la responsabilità di aver spinto Giuseppe Pasini a proporsi come “candidato di disturbo” all’avanzata del presidente di Assolombarda, come se un imprenditore del suo calibro (e del suo fatturato) potesse essere manovrato da un dipendente di Confindustria, sia pure il più alto incarica. Lo stesso Pasini ne ha sorriso, e si è fatto intervistare subito da Repubblica per spiegare che si candida per rappresentare la manifattura, mentre Milano oggi ha più servizi e terziario che manifattura.

Risultato, esattamente a sei mesi dal voto? Un candidato che rischia seriamente di “andare lungo” e che non è riuscito sinora a scaldare il popolo degli imprenditori, la Lombardia comunque divisa e l’attesa diffusa per inuovi ingressi nella corsa. Con la Scala domani senza musica e, quindi, senza magia.

Post scriptum. Non si conosce il reale posizionamento di Emma Marcegaglia, formalmente vicina ad Assolombarda come territoriale.

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Cavalieri del lavoro, per il dopo D’Amato favorito Sella

La presidenza sta per finire e il patron del gruppo Finseda si è detto indisponibile a un extra-time. Che voglia tentare il bis alla guida di Confindustria? Intanto tra i più gettonati alla successione il 77enne ex numero uno di Abi.

Stanno per finire i 6 anni (3+3) di presidenza di Antonio D’Amato alla guida della federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Qualche giorno fa a Napoli si è svolto, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un convegno che ha rappresentato il commiato per l’autorevole imprenditore napoletano, già al vertice di Confindustria tra il 2000 e il 2004 (fu eletto quando aveva 43 anni). In quella circostanza, a margine della discussione sull’Europa – nel corso della quale D’Amato ha voluto mandare un forte segnale anti-sovranista molto apprezzato dal Capo dello Stato – i cavalieri hanno informalmente discusso circa l’opportunità che si possa concedere un extra-time al presidente, che è molto apprezzato, anche a costo di modificare lo statuto.

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LA TENTAZIONE DI UN BIS A CONFINDUSTRIA

D’Amato, però, ha fatto sapere di non essere intenzionato a stravolgere le regole associative e quindi di essere indisponibile al prolungamento della sua presidenza. Il che ha fatto pensare a più d’uno, che il patron del gruppo Finseda (fatturato consolidato intorno ai 700 milioni) possa mettersi in corsa nel dopo Boccia. In effetti, sono passati 15 anni (saranno 16 quando si dovrà votare il nuovo presidente) e quindi sarebbe più che ragionevole che potesse riprovarci. Così come Emma Marcegaglia, anch’essa tentata dal bis. D’altra parte, D’Amato sarebbe uno dei pochissimi imprenditori del Sud che potrebbe raccogliere grande consenso anche tra gli imprenditori del Nord.

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SELLA FAVORITO PER LA PRESIDENZA

Ma se D’Amato non protrarrà la sua presidenza deli Cavalieri del Lavoro, chi sarà a succedergli? A Napoli, nei coffee break, il nome più gettonato era quello di Maurizio Sella, presidente di Banca Sella. Discendente della famiglia biellese che ha dato i natali al mitico Quintino, 77 anni, cavaliere del lavoro dal 1991 e presidente della federazione del Piemonte, Sella viene considerato particolarmente adatto per la sua passata esperienza associativa come presidente dell’Abi.

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Confindustria, manovre romane per spaccare il Nord

Pasini si candida anticipando Bonomi. Guerra lombarda in vista? Così, tra malumori e trame, è ufficialmente partito il dopo Boccia.

Che volesse candidarsi si sapeva, ma ha suscitato qualche malumore il modo in cui la formale discesa in campo del bresciano Giuseppe Pasini per succedere a Vincenzo Boccia alla presidenza nazionale di Confindustria è avvenuta. Oltre a essere arrivata con inusuale anticipo rispetto alla scadenza (prossima primavera), la scelta dell’Associazione industriale bresciana (Aib) di candidare il proprio presidente alla poltrona romana è viziata da alcune stranezze.

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La prima è che il tema non era stato messo all’ordine del giorno del Consiglio generale dell’Aib di lunedì 23 settembre (vedi convocazione), che dunque senza alcun preavviso si è visto obbligato a prendere la decisione. Cosa che ha spiazzato gli imprenditori presenti.

La convocazione del Consiglio generale Aib.

IMPRENDITORI SPIAZZATI DALLA RICHIESTA DI VOTAZIONE PALESE

Ma ancor più li ha presi in contropiede il fatto che sia stata chiesta la votazione paleseprocedura inopportuna visto che si trattava di esprimersi sul loro presidente – tanto che non sono pochi coloro che hanno preferito lasciare la sala prima del voto. Insomma, un po’ una forzatura nei tempi e nei modi.

LA PARTITA DI CARLO BONOMI

Ma perché Pasini ha voluto percorrere questa strada, e per di più in questo modo? Chi lo ha consigliato? Il pensiero di molti è andato all’altro nome lombardo che gira molto in questa prima fase di discussione sul dopo Boccia, e cioè il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, che si è messo palesemente in pista – spalleggiato da Marco Tronchetti Provera – ma che finora non ha formalizzato la sua candidatura. Tuttavia per giovedì 3 ottobre è convocata nella sontuosa cornice del Teatro alla Scala l’assemblea generale di Assolombarda, ed evidentemente Pasini ha pensato che quella per Bonomi possa essere l’occasione – tanto più perché in platea ci sarà Sergio Mattarella – per rendere esplicita la sua discesa in campo.

Carlo Bonomi presidente Assolombarda.

LE MANOVRE ROMANE PER BRUCIARE PASINI E BONOMI

Ma, oltre a questa, c’è anche un’altra spiegazione della mossa di Pasini che è complementare a essa. Ed è l’incoraggiamento che gli è venuto da Roma, e in particolare dalla direzione generale di Confindustria. Agli amici bresciani, infatti, il presidente di Aib ha raccontato che Marcella Panucci – che al pari di Boccia vuole tagliare la strada a Bonomi – lo ha ripetutamente sollecitato a fare il grande passo prima dell’assemblea di Assolombarda. Quello che Pasini non immagina, però, è che né Boccia né Panucci – che comunque fa una partita tutta sua, in sintonia con Franco Caltagirone e la vicepresidente della Luiss, Paola Severino – intendono portarlo fino in fondo. I due finora hanno speso il nome di Edoardo Garrone, attuale presidente del Sole 24 Ore, ma negli ultimi giorni sembrano aver abbandonato quella pista nel timore che l’imprenditore genovese non passi e comunque possa avere problemi per via del business delle rinnovabili nel quale la sua Erg si è buttata dopo aver abbandonato il petrolio, e che palesemente dipende dagli incentivi dei governi. Lo schema è semplice: bruciare il bresciano Pasini e il milanese Bonomi in un colpo solo, e di conseguenza dividere il Nord, per poi tirare fuori un coniglio (o una coniglia) dal cilindro.

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Le sfide di Andrea Dell’Orto, presidente Eicma

Il presidente della più importante fiera al mondo per l’industria delle due ruote e vicepresidente di Assolombarda spiega la trasformazione della storica azienda di famiglia e il successo costruito su innovazione e internazionalizzazione.

Per intere generazioni di ragazzini avere il motorino era un sogno. Possederne uno e poterlo “truccare”, maggiorando la valvola o modificando il getto del carburatore Dell’Orto era puro brivido e audace trasgressione: il segno del coraggio e anche della fiducia nella tecnologia sulla quale, oltretutto, si poteva intervenire a mani nude equipaggiati solo dalla propria sapienza motoristica. Il giusto dosaggio della miscela di aria e carburante da immettere nella camera di scoppio del motore era infatti la premessa di ogni prestazione e, più di tanti altri protagonisti, Dell’Orto era e resta il marchio più popolare della stagione più bella del motorismo italiano, per le due e le quattro ruote. «Non a caso», puntualizza Ezio Campoli (il più richiesto preparatore italiano di motori da corsa, i partecipanti giapponesi alle Mille Miglia lo prenotano anni prima), «le Lancia 1600 Hf e le Stratos, così come le Gta Alfa Romeo, montavano i Dell’Orto 48 millimetri DHLA, più professionali e precisi dei concorrenti Weber». La Dell’Orto infatti in più di 80 anni di storia ha collezionato 500 titoli mondiali equipaggiando con i suoi carburatori tutte le moto da competizione e i motori di serie dei maggiori produttori di due ruote: da Piaggio ad MV Augusta e poi Aprilia, Guzzi, Ktm, da Bmw all’indiana Bajaj, oltre alle Lancia e alla Alfa Romeo da competizione.

Dell’Orto è con Andrea Dovizioso nella sua corsa al Titolo Mondiale 2019 di MotoGP (dal sito Dell’Orto).

DAI CARBURATORI ALL’INIEZIONE ELETTRONICA

Oggi al posto dei carburatori c’è una sofisticata combinazione di elettronica e meccanica in costante evoluzione per garantire le migliori prestazioni ai bolidi da strada e ai mezzi da competizione. Ad assicurare una performance impeccabile a prestigiosi brand come Ferrari, Bmw e Porsche sono 60 ingegneri del reparto R&D della Dell’Orto, passata alla produzione dei nuovi sistemi di iniezione elettronica. «Infatti la prima generazione della nostra famiglia ha creato i carburatori, la seconda li ha resi celebri e la terza, dal 2000, ha gestito il passaggio all’iniezione elettronica, un’evoluzione di processo e di prodotto che ci ha fatto cambiare pelle», racconta Andrea Dell’Orto, vicepresidente dell’azienda.

LE PAROLE D’ORDINE: INNOVAZIONE E INTERNAZIONALIZZAZIONE

La Dell’Orto, con un fatturato consolidato di 100 milioni di euro nel 2018 (di cui il 60% è costituito dall’export) e oltre 500 dipendenti, è oggi un’impresa leader nel settore che si confronta con competitor del calibro di Bosch e Siemens. Durante la sua vita la Dell’Orto Spa, azienda fondata nel 1933, ha affrontato con successo il passaggio dalla seconda alla terza generazione imprenditoriale puntando su innovazione (per esempio la valvola Egr per i motori Fca ed Opel) e internazionalizzazione, con il grande caposaldo India. Le modalità con cui Andrea Dell’Orto ha condotto questa fase dell’azienda di famiglia sono divenute parte delle linee guida di una pubblicazione di Assolombarda in collaborazione con l’Università Bocconi, dove si capisce come e perché dal 2009 l’azienda ha incrementato sensibilmente ricavi, occupazione, margini e quote di mercato. Andrea Dell’Orto ha inoltre promosso e realizzato un accordo sindacale di secondo livello divenuto best practice del settore, cui si è aggiunto il recente avvio di una significativa esperienza di welfare aziendale, uno degli esempi più avanzati nel settore metalmeccanico italiano. Sotto il suo impulso e quello della famiglia la Dell’Orto è anche culla di investimenti lungimiranti sul fronte dell’industria 4.0, che hanno portato l’azienda a migliorare in modo sensibile l’efficienza produttiva e i processi interni.

L’inaugurazione dell’edizione 2018 di Eicma.

EICMA E IL TRIONFO DEL MADE IN ITALY

Laureato in Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, sposato, due figli, Andrea Dell’Orto è vicepresidente di Assolombarda (la più grande associazione territoriale di Confindustria, dove lui è stato determinante per la fusione con Confindustria Monza-Brianza) e presidente di Eicma S.p.A., il più importante evento espositivo al mondo per l’industria delle due ruote. «Quest’anno», anticipa, «in collaborazione con Comune, Regione Lombardia e Gruppo 24 Ore, stiamo preparando un’edizione che si spingerà sempre più oltre i confini del quartiere espositivo, coinvolgendo la città di Milano e il territorio lombardo. Insieme agli amici del Salone del Mobile rappresentiamo il meglio del Made in Italy in ambito fieristico, come anche nell’aspettativa che si genera attorno ai nostri eventi. Siamo certi di crescere ancora in questa edizione numero 77 e di registrare numeri straordinari in termini di affluenza e partecipazione, perché a Eicma le più importanti case produttrici di moto, bici, accessori e abbigliamento presenteranno numerose novità e anteprime mondiali. La passione si tocca con mano».

LA PARTITA IN CONFINDUSTRIA ANCMA

Andrea Dell’Orto non esclude infine di ricandidarsi anche alla guida di Confindustria Ancma, l’associazione di cui è stato presidente che riunisce le imprese del settore delle due ruote e che detiene il 100% di quote di Eicma, sua come società operativa. Non è il primo punto della sua agenda, ma dopo avere subito una sorta di golpe interno maldestramente orchestrato da alcuni associati, Dell’Orto ha scelto di fare un passo indietro per scongiurare lo stallo istituzionale, tutelare l’associazione e l’intera filiera industriale e ora Ancma sta vivendo una fase di commissariamento che durerà un anno. Di fronte alle intemperanze e alle accuse strumentali subite, vuole solo che si affermi la verità dei fatti. E non basteranno i diversi pronunciamenti di Confindustria nazionale, e anche quello del Tribunale di Milano, che già si sono espressi in favore del suo operato, a placare questo bisogno. Il tempo, si dice, è galantuomo.

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