L’Ue benedice le misure del governo italiano per contenere il coronavirus

La commissaria alla Salute Kyriakides ha detto che i provvedimenti «vanno eseguiti alla lettera». Mentre Lenarcic ha parlato di «misure eccezionali» in «momenti eccezionali». Intanto anche il Parlamento europeo sta seguendo i protocolli sanitari anti Covid-19.

Le nuove misure introdotte dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 9 marzo per contenere l’epidemia di coronavirus in Italia hanno avuto l’ok della Commissione Ue, che ha ribadito la loro importanza in un momento così difficile. «I provvedimenti toccano i nostri cittadini e la loro vita quotidiana», ha detto la commissaria alla Salute Stella Kyriakides, «e le decisioni prese dai governi non devono essere prese alla leggera ma vanno seguite alla lettera. I prossimi giorni e mesi saranno cruciali», ha sottolineato Kyriakides, «e gli Stati membri devono concentrarsi sugli sforzi per contenere fortemente il virus soprattutto dove ci sono pochi casi».

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LENARCIC: «IN TEMPI ECCEZIONALI, MISURE ECCEZIONALI»

Sul contenimento dell’epidemia è intervenuto anche il commissario Ue per la gestione delle crisi Janez Lenarcic che ha parlato anche del possibile sforamento del deficit del nostro Paese. «Il patto di stabilità e crescita prevede flessibilità per far fronte a eventi insoliti come questo e la nostra lettera rivolta all’Italia è molto chiara su questo punto», ha detto Lenarcic, «sappiamo benissimo che momenti eccezionali richiedono misure eccezionali e siamo in un momento di questo tipo e siamo impegnati con gli Stati membri a utilizzare tutti gli strumenti politici adeguati per salvaguardare la situazione rispetto ai rischi negativi che si possono materializzare».

ANCHE IL PARLAMENTO UE RISPETTA LE MISURE SANITARIE

Intanto gli eurodeputati, riuniti nel corso della plenaria a Bruxelles, stanno rispettando le misure sanitarie per contenere il Covid-19, distanziandosi gli uni dagli altri, lasciando almeno un posto libero tra loro. L’invito è arrivato dal presidente del Parlamento Ue David Sassoli, che il 10 marzo, in via precauzionale, ha deciso di auto isolarsi nella sua casa nella capitale belga.

SASSOLI: «NESSUN VIRUS PUÒ BLOCCARE LA DEMOCRAZIA»

«Ho deciso, essendo stato in Italia nell’ultimo fine settimana, ed esclusivamente per precauzione», ha spiegato Sassoli, «di seguire le misure indicate e di esercitare la mia funzione di presidente dal mio domicilio di Bruxelles nel rispetto dei 14 giorni indicati dal protocollo sanitario. Il Covid-19», prosegue Sassoli, «obbliga tutti alla responsabilità e ad essere prudenti. È un momento delicato per tutti. Il Parlamento continua a lavorare utilizzando altre modalità, nell’esercizio dei suoi doveri. Nessun virus può bloccare la democrazia».

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Coronavirus, l’Ue apre a una maggiore flessibilità per l’Italia

Il vice presidente della Commissione Dombrovskis è pronto a discuterne. Gentiloni: «Le richieste non cadranno nel vuoto». Gualtieri: «Serve una risposta concertata a livello europeo». Conte in pressing su Macron a Napoli. Mentre il Country Report boccia i nostri conti.

L’emergenza coronavirus che sta colpendo l’Italia e la sua economia si candida a essere la circostanza eccezionale che giustificherà una nuova flessibilità per il 2020. Parola del commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni.

Il tema è all’ordine del giorno dell’incontro odierno tra il premier Giuseppe Conte e il presidente francese Emmanuel Macron a Napoli. Conte punterà sulla sponda francese per spingere Bruxelles a una maggior flessibilità sui conti, a rischio per l’emergenza, ma soprattutto in vista di una svolta pro-crescita che Roma chiede all’Ue.

«Siamo pronti a usare gli spazi di flessibilità» concessi dalle Regole di bilancio Ue in caso di eventi eccezionali come il coronavirus, ha ribadito a Radio24 anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, sottolineando che serve «una risposta concertata» a livello europeo e che i conti 2019 «saranno migliori del previsto».

L’APERTURA DI DOMBROVSKIS

Ottimismo a parte, l’ipotesi di ottenere da Bruxelles una maggiore elasticità sui conti non è esclusa nemmeno dal vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. «Abbiamo già una clausola nel Patto di Stabilità e di Crescita che riguarda inusuali eventi fuori dal controllo di un governo», ha spiegato in un‘intervista al Sole24Ore. «È prevista per far fronte normalmente a tutti i tipi di emergenze. Naturalmente le questioni relative al coronavirus sarebbero ammissibili ai sensi di questa clausola. Quindi, se dovessero esserci richieste concrete da parte degli Stati membri, saremmo aperti a discuterne».

LA STRIGLIATA UE SUI NOSTRI CONTI

Sarebbe una boccata d’ossigeno vista la situazione economica italiana afflitta, ormai in modo cronico, da debito alto, spesa pensionistica pesante che aggrava le casse dello Stato, bassa produttività. Proprio a causa degli squilibri considerati «eccessivi», restiamo per il sesto anno sulla lista nera della Commissione Ue, tra i Paesi che teoricamente rischiano la procedura per squilibri (Mip). Nella pratica, però, difficilmente ci saranno conseguenze: da tempo Bruxelles ha abbandonato l’atteggiamento sanzionatorio privilegiando il dialogo con i governi, per spingerli a far progressi.

LA PAGELLA DI BRUXELLES

L’Italia si applica, ma non ancora abbastanza. «Il rapporto debito/Pil sale ancora, sebbene i piani del governo siano diventati più compatibili con la riduzione del debito», scrive la Commissione Ue nel Country Report. «La crescita potenziale, sebbene in miglioramento, resta insufficiente ad assicurare una rapida riduzione del debito», aggiunge. Inoltre, l’Italia «non ha fatto alcun progresso sull’attuazione delle riforme delle pensioni passate, per ridurre il peso di quelle di vecchiaia sulla spesa pubblica e creare spazio per altra spesa sociale e pro-crescita». È ferma anche sulla rimozione degli ostacoli alla concorrenza nel commercio al dettaglio e nei servizi. Mentre ci sono progressi «sostanziali» sulla lotta all’evasione, e «alcuni» passi avanti su politiche del lavoro che ora raggiungono «giovani e gruppi vulnerabili».

ATTESA PER LE NUOVE PREVISIONI ECONOMICHE DI MAGGIO

E se la riforma della giustizia che abolisce la prescrizione dopo il primo grado viene lodata, i tempi lunghi dei processi restano nel mirino. Gli squilibri italiani verranno rivalutati a maggio, alla luce del programma nazionale di riforme che il governo presenterà ad aprile, assieme all’aggiornamento del Def. All’inizio di maggio ci saranno anche le nuove previsioni economiche della Ue, che cercheranno di dare una prima stima dell’impatto dell’epidemia. Gentiloni ha anticipato che il peso si sentirà, soprattutto in Italia che ha già avuto «un brutto quarto trimestre del 2019». Per questo, le richieste di flessibilità non cadranno nel vuoto. «Nel nostro attuale Patto di stabilità e crescita sono previste clausole di flessibilità per circostanze eccezionali», ha spiegato Gentiloni, quindi la richiesta italiana «sarà oggetto di discussione nei prossimi mesi». E sembra scontato che la risposta della Ue sarà positiva, visto che la clausola è stata utilizzata «già per il terremoto».

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La sentenza della Corte Ue contro l’Italia sui debiti della P.a

I giudici hanno dato ragione alla Commissione contro il nostro Paese, colpevole di non aver rispettato i termini di pagamento alla imprese.

«L’Italia avrebbe dovuto assicurare il rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, nelle transazioni commerciali con le imprese private, di termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni»: lo ha stabilito la Corte di Giustizia Ue nella sentenza che vede la Commissione Ue contro il nostro Paese per i ritardi dei pagamenti nella P.a. La Commissione aveva aperto una procedura d’infrazione contro Roma, deferendola alla Corte che oggi «ha constatato una violazione della direttiva sulla lotta contro i ritardi di pagamento».

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L’Ue punta sulla green economy: 100 miliardi per le regioni in difficoltà

Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha annunciato al Parlamento Ue l'entità dei fondi necessari per trasformazione dell'economia europea. Il piano rientra nel Green deal che prevede 1.000 miliardi in 10 anni.

L’Ue punta sulla green economy. E non è soltanto un modo di dire. Il 14 gennaio 2020, infatti, il vicepresidente della Commissione Ue per il Green Deal europeo, Frans Timmermans ha annunciato al Parlamento Ue che il meccanismo per una transizione equa, che aiuterà la trasformazione dell’economia europea nelle regioni più in difficoltà, avrà una dotazione di 100 miliardi di euro. I fondi nuovi sono solo 7,5 miliardi, che, secondo la Commissione Ue, daranno vita a 30-50 miliardi di investimenti pubblici, a cui si aggiungono fino a 45 miliardi dal vecchio programma di investimenti, e 25 in prestiti alle autorità locali.

IL GREEN DEAL VALE 1.000 MILIARDI DI EURO

Oltre all’annuncio di Timmermans, ha parlato anche Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue: «Col green deal vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimenti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea» punta a «mobilitare almeno 1.000 miliardi di investimenti nei prossimi 10 anni». Dombrovskis ha inviato un chiaro segnale a tutti: «quando si fanno investimenti occorre pensare verde».

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Green Deal: l’Ue apre ad aiuti per casi come l’Ilva

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal. Il nuovo Fondo europeo per la..

Una speranza per l’Ilva di Taranto potrebbe arrivare dall’Europa. Più precisamente dal Green Deal. Il nuovo Fondo europeo per la transizione verso un’economia verde partirà con un stanziamento di base di 7,5 miliardi e dal 2021 permetterà di finanziare con risorse pubbliche «la modernizzazione» di grandi impianti industriali e «la bonifica di siti contaminati» – e quindi potenzialmente anche Taranto – senza violare le regole Ue sugli aiuti di Stato. È quanto emerge dalla bozza delle proposte che la Commissione europea presenterà martedì prossimo di cui l’Ansa ha preso visione.

PER L’UE IN 7 ANNI SI POTRANNO MOBILITARE FINO A 50 MLD

La Commissione Ue propone che il nuovo fondo (Fte) sia accessibile «a tutti gli Stati membri» e rientri all’interno delle politiche di coesione. Il fondo potrà contare su 7,5 miliardi di euro di risorse fresche per il 2021-2027. A questo stanziamento si aggiungeranno i cofinanziamenti nazionali e le risorse che gli Stati dovranno trasferire dai fondi per lo sviluppo regionale (Fesr) e sociale (Fse+). Il meccanismo alla base della proposta prevede che per ogni euro ricevuto dal Fte, i Paesi trasferiscano «da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 euro» provenienti dagli altri fondi Ue. Secondo Bruxelles, grazie a questo meccanismo in sette anni potranno essere mobilitati fondi pubblici «fra i 30 e i 50 miliardi». Lo strumento rientrerà in un più ampio Meccanismo per la transizione verde che ambisce ad attirare investimenti pubblici e privati per 100 miliardi. La Commissione chiede che siano i Paesi a «identificare i territori» bisognosi del sostegno del Fte, che in Italia coincideranno con le Province (categorizzate tecnicamente come NUTS 3), e a redigere piani di transizione territoriale ad hoc. Il Fte potrà finanziare anche «investimenti produttivi in aziende diverse dalle Pmi», quando «sono necessari per l’attuazione dei piani di transizione territoriali».

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Abbiamo un debito fuori controllo ma temiamo il Mes

Più i sovranisti attaccano in modo sconclusionato il Salva Stati e più ottengono l'effetto di un Trattato scritto in modo improvvido: confermano ai mercati che i nostri conti pubblici sono davvero qualcosa da cui stare alla larga.

Mes sta per Meccanismo europeo di stabilità (o Esm, European stability mechanism), meglio noto agli italiani come Meccanismo salva Stati. «E rovina famiglie», aggiungono ora molti nel nostro Paese. Quando tutto è stato detto sul Mes, quando attorno a esso sono state combattute tutte le battaglie possibili, commessi (da parte del governo Conte I e Conte II) vari errori di mancata informazione e coinvolgimento del parlamento e da parte di Matteo Salvini, di Giorgia Meloni e di altri sono state fatte squillare tutte le trombe più stonate del nazionalismo anti Ue, restano due domande ineludibili.

COSA RESTA DEL POLVERONE SUL MES

La prima e più importante è questa: ma quanto pensiamo di potere andare avanti con un debito pubblico in costante crescita e non lontanissimo ormai dal ferale traguardo psicologico del 140% del Prodotto interno lordi (Pil) e dei 2.500 miliardi di euro, superato il quale tutto si complicherà ancor più? Siamo infatti oggi a 2.439 miliardi e al 137,7% del Pil. Secondo la Commissione Ue, a politiche costanti il debito aumenterebbe di 10 punti di Pil in meno di un decennio; secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) salirebbe – e anche questa come quella dell’Ue è una previsione del luglio 2019 – al 160% del Pil in circa 15 anni. La classe politica italiana – e con lei molti milioni di cittadini – rifiuta di porsi questa domanda; quando altri la mettono nero su bianco si adontano, rifiutano di ammettere che il primo problema è il debito in sé, non il fatto che gli altri ce lo ricordino.

I DUBBI SENSATI DI GALLI

La seconda domanda recita: ma questo meccanismo del Mes a noi conviene? Chi ha additato molto di recente tutti i problemi e indicato la necessità di alcuni cambiamenti nella riforma del trattato Mes, come l’economista Giampaolo Galli in una recente audizione alla Camera, ha comunque una risposta chiara, che quanti fra le file della Lega e altrove hanno utilizzato la parte critica del suo intervento si sono regolarmente dimenticati di menzionare.

Le proposte di riforma formulate dall’Eurogruppo presentano aspetti positivi, ma anche alcune delle criticità per un Paese come l’Italia

Giampaolo Galli, economista

«Il Mes», dice Galli concludendo, «è un’istituzione molto utile che deve continuare ad avere il pieno sostegno dell’Italia. Le proposte di riforma che sono state formulate dall’Eurogruppo (i ministri economici della zona euro, ndr) dello scorso giugno presentano aspetti positivi, ma anche alcune delle criticità per un Paese come l’Italia…». Ugualmente parziale è stato l’uso delle parole del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che comunque ha chiaramente espresso preoccupazione per alcuni passaggi della proposta di riforma. Va aggiunto il recente e chiarissimo avvertimento del presidente Abi Antonio Patuelli: se il testo definitivo Mes avrà clausole che di fatto indeboliscono da subito la credibilità del debito pubblico italiano le banche, che hanno oggi circa 400 miliardi di titoli sovrani italiani in portafoglio, ridurranno gli acquisti.

IL SALVA STATI, PICCOLO FONDO MONETARIO DEI PAESI EURO

Il Mes è nato nel 2011 per volontà degli allora 17 e oggi 19 Paesi dell’area euro, della Commissione e della Bce, ed è attivo dal 2012; inglobava forme già esistenti ma meno strutturate di aiuto dell’Unione monetaria a chi fra i Paesi membri fosse in difficoltà, in particolare di fronte a una sfiducia dei mercati e a un rischio di default. I primi crediti sono andati a Portogallo, Irlanda e Grecia e completano la lista di quanto concesso a Spagna e Cipro. È una specie di “piccolo” Fondo monetario dei Paesi euro. Come il Fondo fa dal 1946 per un numero crescente di Paesi – 26 all’inizio e oggi 189 – il Mes indica le condizioni del suo aiuto, che possono arrivare a una ristrutturazione del debito, come noto con conseguenze, tra l’altro, per i creditori.

Il leader della Lega Matteo Salvini.

In definitiva, il Mes fa quello che la Bce, data la sua natura sovranazionale, ha difficoltà a fare, e cioè il prestatore di ultima istanza. È autonomo dalla Commissione, che come la Bce partecipa ai suoi lavori ma senza diritto di voto, e ha una struttura con sede a Lussemburgo, quasi 190 dipendenti, un segretario generale di fresca nomina, uomo chiave della struttura, che è italiano, Nicola Giammarioli (quindi non è vero che non c’è nessun italiano, come detto da Claudio Borghi). Ha un capitale di 500 miliardi di euro assicurato, e di cui solo una quota minore è disponibile, dagli Stati dell’euro e proporzionale alla loro quota di partecipazione alla Bce; il Mes inoltre si finanzia all’occorrenza sul mercato obbligazionario con titoli garantiti dal sistema Ue.

ABBIAMO UN DEBITO FUORI CONTROLLO MA TEMIAMO IL MES

Sarebbe lungo elencare nei dettagli le “criticità” per l’Italia e altri, dettagli tutti importanti in questioni di questo tipo e tutti analizzati ad esempio da Galli, il cui chiarissimo intervento alla Camera, una decina di cartelle, è reperibile sul sito personale Giampaologalli.it. Basti dire che ciò che viene lamentato dai critici – in primis Matteo Salvini, in modo però troppo enfatico, catastrofico e irresponsabile, tipico della permanente campagna elettorale italiana – è la inevitabile creazione di due categorie di Paesi, i “buoni” e i “cattivi”. I “cattivi” sarebbero quindi subito svantaggiati sui mercati. Questo vuol dire Salvini quando afferma in vari modi che il nuovo Mes danneggia gli italiani.

Arrivato a un certo punto ogni debito pubblico è un rischio nazionale e danneggia anche i partner di un’unione economica e monetaria

Questo ovviamente va evitato a ogni costo, anche perché ci sono due verità solo apparentemente contraddittorie che convivono: la prima è che arrivato a un certo punto ogni debito pubblico è un rischio nazionale e danneggia anche i partner di un’unione economica e monetaria; la seconda è che per valutare non questo debito, fatto oggettivo, ma la sua sostenibilità va considerato il quadro complessivo di un Paese, dai conti con l’estero al risparmio ad altro, tutti fattori che l’Italia cita molto spesso a sostegno della chiara sostenibilità della sua situazione. È anche per questo che, giustamente, insieme ad alcuni altri Paesi l’Italia è tiepida verso una riforma che accentua l’autonomia iniziale del Mes rispetto alla Commissione Ue, sede più adatta per valutazioni politiche, mentre con il Mes sono i governi e il Consiglio che preferiscono tenere il pallino in mano.

uscita italia euro conseguenze borghi
Claudio Borghi.

Quello che ci dimentichiamo volentieri è la realtà dei conti pubblici e il fatto che prima o poi qualcuno, i mercati in ultima istanza e prima ancora eventualmente il Mes, ci diranno di usarla quella massa di risparmio per avviare la discesa del debito, ad esempio con un prestito forzoso e quindi assai doloroso. Se va avanti così, se nessuna finanziaria riesce a invertire la rotta dei conti pubblici, non potrà che accadere, a qualche punto nel prossimo decennio. E allora, sarà colpa del Mes, di Bruxelles, o di Berlino, o sarà prima di tutto colpa nostra, e dei politici che non solo non ci hanno messo sull’avviso, non solo non ci hanno provato, ma dicevano che era tutta «colpa dell’Europa»? Il senatore Salvini dovrebbe guardare per primo con grande timore a questo redde rationem.

QUELLE PAROLE DI BORGHI PERICOLOSE PER I MERCATI

Certo, Berlino vuole ora, con altri, la riforma Mes perché ha il problema di alcune sue banche a partire da Deutsche Bank ma non solo, e presto sarà assai costoso salvarle, e vuole dare più sostanza alla triade Mes -Unione bancaria- avvio (prudente) di un bilancio comune dell’area euro. Ma è proprio su questo do ut des che si doveva e si deve trattare, mercanteggiare in perfetto stile Ue, creandosi alleati, e difendendo le buone ragioni italiane. Indebolite da tempo, tuttavia, dall’intrattabilità del debito. Oggi Salvini minaccia querele, fa circolare sindromi da complotto anti italiano, parla di tradimento, termine cruciale per ogni nazionalista quando passa dalla contesa politica alla criminalizzazione dell’avversario. Ma Salvini e con lui Luigi Di Maio non si sono macchiati di nessuna forma di tradimento quando per propri vantaggi elettorali hanno aggiunto ai conti nazionali voci di spesa ingenti e discutibili come il Reddito di cittadinanza e Quota 100?

La polemica sul Mes ha fatto uscire in fretta e alla grande Borghi dal sottoscala dove la apparente semi-conversione salviniana sui temi europei

E come fa l’ineffabile Claudio Borghi a tuonare contro il «pericolo devastante» del nuovo Mes, lui che ha dato – l’anno scorso soprattutto – un contributo notevole con le sue parole avventate a indebolire il valore dei Btp e di altri titoli sovrani italiani, per arrivare poi al capolavoro monetario da Repubblica delle banane dei minibot? La polemica sul Mes ha fatto uscire in fretta e alla grande Borghi dal sottoscala dove la apparente semi-conversione salviniana sui temi europei, vana illusione, sembrava averlo confinato. Ora è di nuovo un combattente per la libertà dall’Europa e dall’euro, emblema di una nazione alla deriva. Più attaccano in modo sconclusionato il Mes e più fanno ciò che ugualmente fa e farebbe un Trattato scritto in modo improvvido sui temi del debito: confermano ai mercati nel dubbio che i nostri conti pubblici sono davvero qualcosa da cui stare alla larga. L’ultima asta dei titoli di Stato italiani è risultata infatti la settimana scorsa un mezzo flop.

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Von der Leyen: «No allo scorporo degli investimenti verdi dal deficit»

La tedesca non apre alla flessibilità di bilancio sugli investimenti verdi perché vi sarebbe «da parte degli Stati la tentazione di fare del green washing», un ambientalismo di facciata.

In un’intervista al Sole 24 Ore e altri quotidiani stranieri Ursula Von der Leyen ha messo fine alle speranze di chi voleva la riconversione verde non calcolata dalle spese in deficit. «No allo scorporo degli investimenti green dal calcolo del deficit», ha affermato la neo presidente della Commissione. La tedesca non apre alla flessibilità di bilancio sugli investimenti verdi perché vi sarebbe «da parte degli Stati la tentazione di fare del green washing», un ambientalismo di facciata. E aggiunge che già «c’è sufficiente margine di manovra nel Patto a favore degli investimenti».

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Clima e migranti tra le priorità della nuova Europa di Von der Leyen

Via libera alla Commissione. La presidente cita l'emergenza dell'acqua alta a Venezia come simbolo della lotta al riscaldamento globale. E sui profughi chiede «solidarietà» da parte degli Stati membri, parlando di un approccio «umano». Le sfide.

Adesso che ha passato la prova del voto del parlamento europeo, la Commissione targata Ursula von der Leyen può insediarsi a Palazzo Berlaymont il primo dicembre 2019. Con sfide definite «esistenziali» di fronte a sé, come quella dell’ambiente e della protezione del clima. Ma non solo.

GREEN NEW DEAL NEI PRIMI 100 GIORNI

Nel discorso prima del voto di fiducia alla sua squadra, l’ex ministra della Difesa tedesca ha citato il caso di Venezia sott’acqua, lanciando poi un monito a «non perdere neanche un secondo». Propositi pronti a prendere forma nel pacchetto sul Green New Deal che il neo esecutivo comunitario intende mettere sul tavolo nei primi 100 giorni.

«ITALIA, SERVE EQUILIBRIO TRA CONTI E INVESTIMENTI»

Sull’Italia, in particolare, ha detto poi a SkyTg24 che è «molto importante trovare un giusto equilibrio tra conti pubblici solidi, di cui c’è ovviamente bisogno, e gli investimenti per cui c’è abbastanza spazio».

MIGRANTI DA TRATTARE IN MODO «UMANO, EFFICACE ED ESAUSTIVO»

Spazio in Aula anche al tema dei migranti, che va trattato in modo «umano, efficace ed esaustivo», ha avvertito Von der Leyen, con ogni Stato membro chiamato a «mostrare solidarietà». Alla neo presidente non resta che mettersi al lavoro, conscia del fatto di avere alle spalle «un’ampia e stabile maggioranza», ma di poter contare allo stesso tempo anche su maggioranze trasversali a seconda dei temi affrontati di volta in volta.

POPOLARI, S&D E LIBERALI COMPATTI A FAVORE

In effetti il via libera è arrivato con numeri larghi: le tre grandi famiglie politiche dell’Eurocamera – Popolari, Socialisti & democratici e liberali di Renew Europe – hanno votato in modo compatto a favore, con qualche piccola sbavatura solo tra le file socialiste. Si è invece spaccata la delegazione dei cinque stelle (a luglio era stata determinante per eleggere la tedesca): 10 hanno votato a favore, due si sono astenuti e altri due hanno detto no.

CONSENSO MAGGIORE RISPETTO AL PREDECESSORE JUNCKER

Divisi anche i conservatori, con la bocciatura di Fratelli d’Italia e i sì del Pis polacco. Ma pure i Verdi si sono sfilacciati, e la maggioranza del gruppo si è astenuta. Dai sovranisti di Identità e democrazia (di cui fa parte la Lega) è invece arrivata una unanime porta in faccia. Complessivamente comunque la nuova Commissione – promossa con 461 sì, 157 contrari e 89 astenuti – ha portato a casa un ottimo risultato, facendo meglio di quella precedente targata Juncker: nel 2014 l’esecutivo del lussemburghese ebbe 423 voti a favore, 209 contrari e 67 astenuti (su 751 eurodeputati). I numeri ci sono, alla squadra composta da 27 commissari – manca quello britannico – ora non resta che affrontare le sfide enunciate.

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La commissione Von der Leyen alla prova del voto del parlamento europeo

Con la preferenza palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un'astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, All'opposizione l'estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

Il giorno è infine arrivato: dopo tre aspiranti commissari bocciati – della Francia, dell’Ungheria e della Romania – dopo sostituzioni in corsa, polemiche e franchi tiratori – la nuova squadra della Commissione europea – senza il commissario britannico per via della Brexit – è pronta per cercare la conferma del parlamento europeo.

La neopresidente della Commissione europea Urusula von der Leyen e il presidente uscente Jean Claude Juncker, Bruxelles, 4 luglio 2019. (Thierry Monasse/Getty Images)

M5s e PIS CON LA MAGGIORANZA PPE, SOCIALISTI E LIBERALI

La sua presidente Ursula von der Leyen ha ottenuto il mandato con appena nove voti sopra la maggioranza: fondamentali dunque erano stati i voti del Movimento Cinquestelle che hanno definitivamente diviso le strade di grillini e leghisti, a Bruxelles ma anche a Roma. Per il voto sulla commissione, palese, la maggioranza Ppe, socalisti e liberali dovrebbe reggere. Il M5s ha comunque deciso di votare a favore, mentre i Verdi hanno parlato di un’astensione ragionata e qualche voto potrebbe arrivare dalle fila dei conservatori, in particolare del Pis, il partito di governo polacco. All’opposizione l’estrema destra, con Fdi e Lega, e la sinistra europea.

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L’insopportabile leggerezza del dibattito sul Mes

La polemica sovranista rischia di far dimenticare che si tratta di un’istituzione necessaria, soprattutto per un Paese con un debito monstre come l'Italia. E che a gridare «al lupo al lupo» sono gli stessi lupi: coloro che più di tutti hanno contribuito a rendere fragile il nostro Paese con parole a vanvera e azioni dissennate gridate dal balcone.

Il confuso dibattito sul Mes, dominato dalle grida dei sovranisti, rischia di far dimenticare che il Mes è un’istituzione molto utile, soprattutto per un Paese come l’Italia con il suo debito pubblico monstre

L’esigenza di dotare il sistema comunitario di un fondo in grado di sostenere le economie più deboli si manifestò prima con la crisi greca e poi con quelle di Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna. Proprio l’esperienza greca convinse l’Eurogruppo a costituire uno stabile sistema di salvaguardia, il Mes, dotato di un capitale molto consistente (704 miliardi sottoscritti, di cui 80 versati) e della possibilità di emettere una grande quantità di obbligazioni per finanziare a tassi di favore e con scadenze fino a 40 anni Paesi in difficoltà.

I prestiti del Mes sono inoltre la porta di accesso alle Omt (Outright Monetary Transaction), operazioni teoricamente illimitate a sostegno di un Paese che furono introdotte assieme alla famosa affermazione di Mario Draghi nel 2012 che l’euro sarebbe stato salvato con qualunque mezzo (whatever it takes).

IL MES È UNA RETE DI SICUREZZA PER I PAESI IN DIFFICOLTÀ

In sostanza il Mes è una rete di sicurezza a favore di Paesi in difficoltà; è proprio quel prestatore di ultima istanza di cui molti avevano denunciato l’assenza. È anche utile ricordare ai nostri sovranisti che il Mes è una manifestazione di solidarietà dei Paesi più solidi nei confronti degli altri: la Germania, con una quota del 27%, è infatti di gran lunga il principale contributore, anche se è del tutto improbabile che possa aver bisogno della sua assistenza. Anche se andassero in crisi le maggiori banche tedesche, la Germania, avendo un debito inferiore al 60% del Pil, sarebbe in grado di cavarsela sa sé. L’Italia invece contribuisce con il 17% (che corrisponde a 14 miliardi). 

LA RIFORMA NON STRITOLA IL NOSTRO PAESE

È anche sbagliato vedere la riforma come un modo per stritolare l’Italia, come è stato detto in questi giorni. Nessun leader europeo ha voglia di trovarsi a dover gestire il guaio immenso che sarebbe per l’intera Europa un default dell’Italia. La finalità della riforma è quella di rendere più solida l’Eurozona, attraverso il potenziamento dei prestiti precauzionali e l’introduzione del backstop bancario, ossia della rete di sicurezza per il Fondo di Risoluzione Unico delle banche; questi sono passi avanti, anche se abbastanza limitati. 

IL NODO DELLA RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO

Il punto critico riguarda la possibile ristrutturazione dei debiti pubblici. Qui va subito chiarito che, come ha spiegato nei giorni scorsi l’ex-ministro Giovanni Tria, non è passata la linea oltranzista, sostenuta in particolare dall’Olanda, secondo cui un Paese che si rivolge al Mes per assistenza deve preventivamente ristrutturare il proprio debito. La proposta di revisione del Trattato, che dovrebbe essere approvata dai governi a dicembre e sottoposta successivamente alla ratifica dei parlamenti nazionali, prevede infatti una cosa diversa e cioè una preventiva analisi di sostenibilità del debito. Solo se l’esito di tale analisi è negativo si apre la strada della ristrutturazione. L’aver definito questa sequenza di adempimenti in modo assai prescrittivo è il motivo per il quale molti analisti economici, a cominciare dal governatore Visco, hanno espresso delle perplessità

GLI UNICI A PREOCCUPARSI SONO GLI ITALIANI

Il timore è che si replichi il guaio di Deauville, la cittadina francese in cui, a margine di vertice europeo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, nell’ottobre del 2010, parlarono per la prima volta di «coinvolgimento del settore privato» che è una perifrasi per ristrutturazione del debito pubblico; il riferimento era alla Grecia, ma gli effetti di contagio furono notevoli sull’Italia e sugli altri Paesi della cosiddetta periferia dell’Eurozona. Ma anche qui è bene chiarire che queste preoccupazioni derivano dal fatto che l’Italia è un Paese che sta perennemente sull’orlo del baratro a causa dell’alto debito pubblico e della mancanza di politiche che possano rilanciare la crescita, migliorare l’avanzo primario e, in definitiva, porre su una traiettoria chiaramente discendente il rapporto debito/Pil. Non è un caso che gli unici che si preoccupano di questa riforma sono gli italiani; gli altri Paesi hanno fatto le riforme che erano necessarie e sono oggi tutti più solidi dell’Italia, come mostra il fatto che il nostro spread con la Germania è il più alto dell’intera Eurozona. 

I MOTIVI ALLA BASE DELLA RIFORMA

Se l’Italia fosse riuscita a fare le riforme che ha fatto per esempio la Spagna non si preoccuperebbe oggi del nuovo Trattato Mes le cui finalità, per quello che riguarda la gestione dei debiti pubblici, sono, di per sé, ragionevoli. La prima ragione della riforma riguarda l’azzardo morale. Si sostiene che occorre mantenere aperta la possibilità di una ristrutturazione, altrimenti viene meno qualunque incentivo a mettere ordine nei conti pubblici. Sapendo che tanto, in caso di crisi, interverrà il Fondo Salva Stati, i mercati non prezzano il rischio di un Paese e il governo può accumulare debiti quasi senza limiti. La seconda ragione della riforma nasce dall’esperienza della Grecia: nel periodo fra il 2010, quando scoppiò la crisi, e il 2012, quando fu attuata la ristrutturazione del debito, i prestiti dell’Efsf (l’istituzione temporanea che fu poi sostituita dal Mes) andarono in parte a rimborsare i creditori della Grecia e, fra questi, le banche tedesche e francesi che erano molto esposte con la Grecia. Per evitare questo esito e far sì che i prestiti vadano effettivamente ad aiutare la nazione in difficoltà, occorre aver attuato preventivamente una ristrutturazione del debito. È curioso che proprio coloro che sostengono che il Mes serve per salvare i creditori, allora le banche francesi e tedesche, ora strepitino contro l’unica soluzione che può effettivamente evitare che ciò avvenga.    

I TIMORI SONO LEGATI ALLE NOSTRE MANCANZE

In conclusione, i timori di un giudizio negativo sulla sostenibilità del nostro debito da parte di Mes e Commissione attengono più alla nostra incapacità di dotarci di una disciplina di bilancio che guardi alla crescita e alle riforme e meno agli sforamenti del deficit. A gridare «al lupo al lupo» sono gli stessi lupi, ossia coloro che più di tutti hanno contribuito a rendere fragile l’Italia, con parole a vanvera e azioni dissennate gridate dal balcone. 

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Commissione Ue al via dal primo dicembre, ma senza il Regno Unito

L'esecutivo a guida von del Leyen è in dirittura d'arrivo. Il 25 novembre dovrebbe arrivare il via libera del Consiglio e il 27 dell'Eurocamera. Il punto.

L’Ue ha tenuto la barra a dritta e punta decisa verso il traguardo dell’insediamento della Commissione a guida Ursula von der Leyen, il primo dicembre. Anche senza il commissario britannico. A precisare quali saranno i passaggi dell’ultimo miglio di un percorso piuttosto accidentato, che ha già ritardato l’inizio dei lavori del nuovo Esecutivo europeo rispetto ai tempi previsti dai Trattati, è stato il leader del Parlamento europeo David Sassoli.

VOTO DEL PARLAMENTO IL 27 NOVEMBRE

Al termine della Conferenza dei presidenti, il numero uno dell’Eurocamera ha reso ufficiale la decisione di mettere al voto la squadra della presidente eletta per l’ok finale, mercoledì 27 novembre, alla plenaria di Strasburgo. E il nuovo Esecutivo non si incaglierà sullo scoglio della mancata nomina del commissario britannico, ha chiarito Sassoli. Londra ha «un termine» per designare il proprio rappresentante, «che è venerdì 22 novembre» allo scoccare della mezzanotte. Ma «gli uffici legali» delle istituzioni Ue «sono concordi: ci sarà una dichiarazione del Consiglio dell’Ue per la formazione della Commissione a 27».

POSSIBILE VIA LIBERA AL CONSIGLIO UE DEL 25

In attesa di capire come si muoverà Londra, destinataria la settimana scorsa di una lettera di messa in mora (primo passo della procedura di infrazione), gli ambasciatori degli Stati membri il 22 novembre si riuniranno, per adottare la lista dei 27 commissari. La decisione sarà poi ufficializzata alla riunione del Consiglio europeo del 25, senza necessità di discussione. D’altra parte, il governo di Londra, con Boris Johnson impegnato in una campagna all’ultimo sangue per il voto del 12 dicembre, un paio di settimane fa aveva già fatto sapere, di non poter attribuire incarichi internazionali nel periodo pre-elettorale, in osservanza delle linee guida politiche nazionali, ma di non voler essere di ostacolo. E salvo colpi di scena, non si attendono discostamenti rispetto a quella linea.

ULTIMI PREPARATIVI PER L’ADDIO DI TUSK

Ultimi preparativi per il cambio della guardia sono in corso anche al Consiglio europeo, con l’attuale presidente, il polacco Donald Tusk (appena incoronato leader del Ppe al congresso di Zagabria), che passerà il testimone all’ex premier belga Charles Michel, in una cerimonia simbolica, venerdì 29 novembre. Ma anche in questo caso, per il via ufficiale bisognerà attendere il primo dicembre, quando tutti i tasselli delle istituzioni europee saranno finalmente al loro posto, e la nuova legislatura, che promette di spingere fin da subito sul Green deal, potrà accendere i suoi motori.

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Sì della Commissione europea alla manovra 2020

Bruxelles ha dato l'ok nonostante i rischi di mancato rispetto del Patto di stabilità e crescita.

Via libera della Commissione Ue alla manovra italiana 2020, nonostante per Bruxelles “pone rischi di non rispetto del Patto di stabilità”, ovvero potrebbe portare “ad una deviazione significativa dal cammino verso il rispetto dell’obiettivo di medio termine”. Inoltre persiste il rischio di “non rispetto del benchmark di riduzione del debito”, così come per Belgio, Spagna e Francia, scrive Bruxelles nella sua opinione. La Commissione Ue tornerà a valutare i conti pubblici in primavera.

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Il commissario ungherese passa il test all’europarlamento

Varhelyi, designato da Budapest all'Allargamento, promosso nel nuovo "esame" a Bruxelles dopo la bocciatura del 14 novembre.

E alla fine il candidato ungherese passò. Il commissario designato all’Allargamento, Oliver Varhelyi, è stato promosso nel suo nuovo “esame” al parlamento europeo dopo essere stato rimandato giovedì 14 novembre. È stato sostenuto dal gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) e dai Liberali di Renew Europe, oltre che dal Partito popolare europeo (Ppe).

CHIESTA UNA PRESA DI DISTANZA DAL SOVRANISMO DI ORBAN

Nelle risposte – questa volta evidentemente ritenute convincenti – ai quesiti che gli sono stati posti ha scritto: «Non sarò vincolato né influenzato da alcuna dichiarazione o posizione di alcun primo ministro di qualsivoglia Paese o rappresentante di alcun governo». I membri della commissione per gli Affari esteri del parlamento europeo gli chiedevano in particolare una presa di distanza dalle politiche sovraniste del premier magiaro Viktor Orban.

L’UNGHERESE PROMETTE «SPIRITO EUROPEO»

Varhelyi ha aggiunto che in qualità di commissario il suo «unico obiettivo è attuare le priorità politiche dell’Ue verso tutti i partner dell’allargamento e del vicinato, elaborare e attuare politiche nei Balcani occidentali e nel vicinato orientale e meridionale, sotto la guida dell’Alto rappresentante Ue e in piena collegialità in uno spirito europeo».

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Trump a gamba tesa sul voto britannico: «Corbyn pessimo»

Il presidente Usa a colloquio con Farage. E minaccia Londra: «Con l'intesa con l'Ue non possiamo fare un accordo di libero commercio».

Donald Trump mette i piedi nel piatto della campagna elettorale britannica. E lo fa scatenando il solito putiferio, con un attacco ad alzo zero al leader laburista Jeremy Corbyn, accompagnato da un endorsement non meno rumoroso al primo ministro conservatore Boris Johnson: al quale non risparmia peraltro moniti imbarazzanti contro l’accordo sulla Brexit firmato con l’Ue, incompatibile o quasi, secondo il presidente americano, con la prospettiva d’un futuro trattato privilegiato di libero scambio bilaterale Londra-Washington. Nel duello fra i due unici pretendenti veri a Downing Street in vista del voto del 12 dicembre, il favoritissimo Johnson e l’inseguitore Corbyn, Trump – e non è una sorpresa – non ha il minimo dubbio. Sceglie l’amico Boris. E lo dice a chiare lettere in un’intervista concessa al programma radiofonico di Lbc condotto da un altro suo amico inglese, il tribuno euroscettico del Brexit Party Nigel Farage.

«Corbyn», taglia corto il presidente-magnate, «sarebbe davvero una cattiva scelta per un Paese dal potenziale enorme come il vostro. È pessimo, vi porterebbe su una cattiva strada». «Boris invece è un uomo fantastico, credo sia esattamente il tipo giusto per questi tempi», prosegue imperterrito. Non senza ammiccare allo stesso Farage, leader di un partito sulla carta concorrente dei Tory, e invitarlo quasi apertamente a una qualche intesa elettorale con BoJo: «So che tu e lui farete cose spettacolari insieme, perché se siete insieme, lo sai, sarete una forza inarrestabile». A Johnson è destinata d’altronde anche una tirata d’orecchie, per l’accordo di divorzio da lui raggiunto dall’Ue raggiunto in extremis con Bruxelles: accordo definito «eccellente» dall’inquilino in carica di Downing Street e che al contrario all’uomo della Casa Bianca non va proprio giù. È un deal che rischia di rivelarsi incompatibile con un trattato di libero scambio ambizioso fra Usa e Regno Unito per il dopo Brexit avverte The Donald. «Noi vogliamo commerciare col Regno Unito, voi volete commerciare con noi, ma questo accordo, a essere onesti, sotto certi aspetti non ci permette di commerciare», afferma. «Non possiamo fare un accordo di libero commercio», insiste, spiegando di puntare a «numeri molto maggiori» nell’interscambio rispetto a quelli attuali», «certamente molto più grandi di quelli che fate stando sotto l’Unione Europea».

CORBYN: «MIRE USA SUL SERVIZIO SANITARIO BRITANNICO »

La risposta di Johnson, che l’intesa commerciale con Washington la promette da tempo come un obiettivo pressoché scontato, resta per ora in sospeso. Mentre la secca replica di Corbyn arriva a stretto giro di posta. «Donald Trump cerca d’interferire nella nostra campagna elettorale nella speranza di far vincere il suo amico Boris Johnson» , twitta il numero uno laburista, accusando l’alleato di voler fra l’altro permettere alle imprese private americane di mettere le mani sulla sanità pubblica britannica (Nhs). «È stato Trump», denuncia il compagno Jeremy, « a dire che l’Nhs ‘sarà sul tavolo’ (di un futuro accordo commerciale). E lui sa che se le elezioni le vince il Labour non permetteremo che accada » . (ANSA).

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