Gennaio 2020 è stato il più caldo di sempre, superato il 2016

Stando ai dati del Copernicus Climate Change Service il primo mese dell'anno ha registrato una temperatura media di 3,1 gradi in più rispetto al riferimento 1980-2010.

Il mese che si è appena chiuso è stato il gennaio più caldo di sempre a livello globale, battendo il primato del gennaio 2016 (+0,03 gradi medi). Lo ha rilevato il Copernicus Climate Change Service, precisando che in Europa l’incremento è stato di 3,1 gradi sul periodo di riferimento 1981-2010. Rispetto invece a gennaio 2007, secondo anno più caldo in Europa, l’incremento è di 0,2 gradi. Le temperature medie sono state particolarmente elevate in diverse zone dell’Europa nord-orientale, anche oltre 6 gradi in più.

IN CALO ANCHE LA PIOVOSITÀ

Secondo il Copernicus Climate Change Service (C3), che ha condotto l’analisi insieme al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) per conto dell’Unione Europea, in Europa il gennaio 2020 è stato meno piovoso della media, con l’eccezione della Norvegia e nelle regioni tra il nordest della Spagna e il sud della Francia. Al contrario, nell’emisfero sud del Pianeta diversi Paesi, tra cui l’Australia dell’ovest, il Madagascar e il Mozambico, hanno registrato piogge molto più frequenti della media.

2019 ANNO PIÙ CALDO DI SEMPRE PER L’EUROPA

Per quanto riguarda i Poli, sia l’Artide che l’Antartide hanno dovuto fare i conti con coperture di ghiaccio sotto la media del periodo di riferimento. «Gli ultimi dati», ha rilevato il CS3, «mostrano che il 2020 continua a far registrare temperature da record. La temperatura media globale per il luglio 2019 è stata lievemente più alta di quella del luglio 2016». Tornando al 2019, il C3S ha ricordato che è stato l’anno più caldo di sempre in Europa: gli ultimi dati mostrano che le temperature sono state di oltre 1,2 gradi sopra la media del trentennio considerato. Per il resto del mondo, invece, il 2019 è stato il secondo anno più caldo.

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Il dossier di Greenpeace svela l’ipocrisia delle banche a Davos

Gli attori finanziari al World Economic Forum si uniscono all'allarme degli attivisti contro i cambiamenti climatici. Ma dalla firma degli accordi di Parigi al 2018 hanno dato all'industria fossile 1,4 mila miliardi di dollari.

Per la prima volta nella storia il clima è in cima ai rischi globali presi in considerazione dal Global Risks Report del World Economic Forum (Wef) di Davos. E all’annuale appuntamento in Svizzera i protagonisti fanno gara a chi è più sensibile ai cambiamenti climatici, un tema verso il quale elettori e consumatori sono sempre più sensibili. Eppure, alcuni dei pezzi da novanta presenti nella cittadina alpina sono tra i primi a finanziare e a sostenere le aziende alla base della catena che ha generato la crisi ambientale.

«LE BANCHE HANNO DATO ALL’INDUSTRIA FOSSILE 1,4 MILA MILIARDI»

Secondo un report di Greenpeace, le banche (e i fondi finanziari) che con i loro amministratori delegati partecipano al Wef sono complessivamente esposte nei confronti delle aziende dell’industria fossile per 1,4 mila miliardi di dollari. Tra le società rappresentate all’evento, sottolinea Greenpeace, figurano anche cinque tra le «peggiori compagnie assicurative del settore del carbone». La somma è stata investita da 24 soggetti finanziari in cinque anni, ovvero dalla firma degli accordi di Parigi che hanno stabilito i nuovi traguardi da raggiungere per arrestare i cambiamenti climatici.

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Come convertire un negazionista del riscaldamento globale

Non è solo una questione di evidenze scientifiche. Chi rifiuta l'idea dei cambiamenti climatici lo fa per autodifesa della propria integrità. Respingendo l'accusa di essere colpevole del deterioramento del Pianeta. Ecco perché serve un approccio costruttivo che discuta delle ragioni psicologiche.

È già da un po’ che circola la notizia che il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia, dato che diventa ancora più allarmante se dalle temperature medie globali si passa a quelle europee, dove si trova addirittura al primo posto.

IL DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA

Il record appartiene al 2016, ma ci è mancato davvero poco che il 2019 non riuscisse ad aggiudicarsi il primato, dopo aver già scalzato il 2017 dal secondo posto. Si tratta di una competizione tutt’altro che felice, e, come possiamo constatare da questi semplici dati, tre degli ultimi quattro anni si trovano sul podio. Subito dopo vengono il 2015 e il 2018: gli ultimi cinque anni hanno registrato le temperature più alte di sempre, e, più in generale, il decennio che va dal 2010 al 2019 è stato il più caldo della storia. Anche in Italia.

EPPURE QUALCHE POLITICO CI SCHERZA SU

Si tratta di dati preoccupanti che mostrano in maniera inequivocabile l’avanzamento del riscaldamento globale. Ma i politici da tutte le parti del mondo ignorano la situazione e addirittura non mancano occasione di scherzarci sopra, di minimizzare o di alimentare le false credenze sul clima (per esempio: se fa così freddo in primavera, come si fa a parlare di global warming?).

TRUMP HA UNO SCETTICISMO CRONICO

Il New York Times nel gennaio 2019 si avventurò nel contare tutte le volte che Donald Trump aveva parlato pubblicamente del clima manifestando il suo scetticismo: più di 100 a partire dal 2011.

impeachment usa trump procedura tappe
Donald Trump.

GRETA MANIPOLATA E ALTRE CONTRO-ARGOMENTAZIONI

A parte quelle del presidente americano, quali sono i classici argomenti utilizzati dai negazionisti? Qualche esempio: se nevica a maggio non può esserci alcun riscaldamento globale; non è la prima volta che cambia il clima e l’uomo è sempre riuscito ad adattarvisi; l’uomo non è responsabile del cambiamento climatico, l’aumento di Co2 è naturale; durante la prima rivoluzione industriale non c’erano tutti i controlli che ci sono ora, e nessuno allora parlava mai di riscaldamento globale; infine: Greta Thunberg è messa lì dai poteri forti e dalle grandi lobby finanziarie (che non c’entra nulla col clima, ma viene sempre chiamato in causa durante una discussione sul tema). Nonostante le prove contrarie fornite dalla scienza, su certe questioni non c’è proprio verso di convincerli. Dunque come far cambiare idea a un negazionista climatico?

chi è Greta Thunberg
Greta Thunberg.

È UN PROCESSO DI RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

In un recente studio pubblicato sul Current Opinion in Environmental Sustainability, le ricercatrici Gabrielle-Wong Parodi e Irina Feygina hanno mostrato come le ragioni ideologiche siano strettamente correlate a quelle psicologiche. La negazione degli effetti causati dal riscaldamento globale, nonostante l’evidenza dei fatti e gli argomenti sostenuti dalla comunità scientifica, farebbe parte infatti di un processo più generale di resistenza al cambiamento. Secondo i risultati della ricerca, questa resistenza è riconducibile a quattro ragioni principali:

  1. DIFESA DEL SISTEMA. Il bisogno di difendere e sostenere l’attuale sistema socioeconomico e le sue istituzioni. È un bisogno che dà sicurezza e stabilità, e di fronte alle minacce allo status quo si manifesta nella tendenza a razionalizzare l’ordinamento sociale esistente invece che aprirsi al cambiamento e all’innovazione.
  2. IDENTITÀ. Il cambiamento climatico è diventato un fattore di forte polarizzazione sociale. Negli Stati Uniti, per esempio, chi si identifica con i democratici supporta la necessità di reagire al riscaldamento globale, chi invece si identifica con i repubblicani tende ad essere meno ricettivo del problema e a ignorarne le soluzioni. Come risultato, le persone non si formano le opinioni a partire dai fatti o dalle informazioni, ma dal loro bisogno di sentirsi accettati dal gruppo in cui si riconoscono.
  3. CONVENZIONI SOCIALI. Il bisogno di essere in sintonia con gli standard e i valori dei vari gruppi a cui uno appartiene. Le norme sociali anticipano il nostro pensiero, stabilendo in partenza quali azioni e quali valori sono permessi o proibiti all’interno di un determinato gruppo sociale. Le persone tendono ad attarsi alle norme per evitare di essere giudicate o marginalizzate.
  4. AUTO-AFFERMAZIONE. A essere minacciato dal cambiamento climatico è anche il senso dell’integrità personale. Ciascuno di noi ci tiene ad avere un’immagine positiva di se stesso, un’immagine di sé come persona moralmente forte, onesta e attaccata a sani principi etici. La responsabilità umana nel riscaldamento globale implica in qualche modo un errore nel proprio comportamento, una colpa, e questo cozza contro l’immagine idealizzata della propria integrità morale.

DIFFICILE AMMETTERE CHE IL PROPRIO STILE DI VITA SIA SBAGLIATO

Tutti noi possiamo constatare facilmente quanto questi fattori siano presenti nella nostra vita quotidiana. Facendo un esempio banale: se accuso qualcuno di non fare la raccolta differenziata, difficilmente questa persona riconoscerà le sue mancanze, ma cercherà invece delle giustificazioni che minimizzino la cosa: «Tanto non serve a niente», «il problema sono le grandi industrie, non la mia bottiglietta», «siccome è arrivata Greta Thunberg, adesso siamo tutti giustizieri». Dovremmo imparare a riconoscere che dietro questo atteggiamento di chiusura spesso si nasconde la percezione di essere minacciati nella propria integrità morale, piuttosto che l’adesione convinta a teorie anti-scientifiche. Nessuno è disposto ad ammettere tanto facilmente che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio stile di vita, qualcosa di non etico, e quando ci si sente aggrediti la prima naturale reazione è quella dell’autodifesa.

BISOGNA DISCUTERE SCENDENDO DAL PIEDISTALLO

La scienziata comportamentista Gabrielle Wong-Parodi ha detto una cosa interessante sul nostro modo di approcciarci ai negazionisti climatici: «Molte delle tattiche e delle strategie partono dal presupposto che ci sia qualcosa di sbagliato nei negazionisti climatici, invece di cercare di comprendere che anch’essi hanno una credenza e un’opinione che contano». Bisogna quindi scendere dal piedistallo e imparare a interessarsi veramente all’opinione dell’altro, senza partire dal presupposto di avere ragione e senza necessariamente condividerne il punto di vista. Quindi, nel caso dei negazionisti climatici, è importante saper dare spazio alla loro voce, incoraggiarli ad esprimere i loro valori, le loro credenze, i loro dubbi, e non aggredirli subito con informazioni di carattere scientifico che non lasciano più spazio ad alcuna risposta: in questo caso si ottiene il risultato opposto. Non essere presi sul serio in una discussione non fa piacere a nessuno, e chiunque preferirebbe evitare di interagire con persone che manifestano continuamente la loro presunta superiorità. Ascoltare l’opinione di un negazionista significa prima di tutto rispettarne la persona, e solo in questo è possibile avviare un dialogo costruttivo che possa soddisfare entrambe le parti.

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In Germania lo stop al carbone inizia già nel 2020

Il piano di Berlino per decarbonificazione il Paese dovrebbe partire fin da subito con la chiusura delle centrali più vecchie. Pronti indennizzi miliardari. Ma resta il nodo delle miniere.

Prenderà il via subito il piano di decarbonificazione della Germania, approvato da Bund e Lander. Un primo blocco di centrali energetiche a carbone – le più vecchie – sarà chiuso già a partire dal 2020, secondo quanto annunciato dalla ministra dell’Ambiente Svenja Schulze. Il ministro delle finanze, Olaf Scholz, ha annunciato inoltre un piano miliardario di risarcimento per i gestori colpiti: per quelli dell’ovest sono previsti 2,6 miliardi di euro, per quelli delle centrali dell’est, 1,7 miliardi.

COSA PREVEDE L’ACCORDO TRA BERLINO E GLI STATI FEDERALI

L’ultimo capitolo burocratico si era chiuso il 15 gennaio con l’accordo trovato tra governo, le imprese del carbone e i principali Lander coinvolti nell’attività mineraria. Entro il 2038 in Germania dovranno essere chiuse tutte le centrali che producono energia elettrica dal carbone, secondo un piano stabilito circa un anno fa per proteggere l’ambiente. I Lander interessati dal provesso sono: Nord Reno-Westfalia, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo e Sassonia. Si tratta di uno stanziamento totale da 40 miliardi, per la riconversione economica e il sostegno per la perdita dei posti di lavoro.

RESTA IL NODO DELLE MINIERE

Per le centrali elettriche a carbone, le gare d’appalto saranno inizialmente indette in modo che gli operatori possano chiedere la chiusura in cambio di una compensazione. Per le miniere di lignite la situazione è più complicata, soprattutto dove è coinvolta l’estrazione mineraria a cielo aperto. Sono in corso da mesi le trattative tra il governo federale e le aziende e si parla di indennizzi miliardari. Un portavoce del ministro dell’Economia, Peter Altmaier oggi ha detto che le posizioni si sono «avvicinate».

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Dalla rovente Italia un altro allarme sul riscaldamento globale

Il 2019 è stato il quarto anno più cocente dal 1800. Dopo 2014, 2015 e 2018. Il decennio che si è chiuso risulta dunque il peggiore di sempre per il nostro Paese. Gli effetti dei cambiamenti climatici nei dati del Cnr.

E ora i negazionisti del riscaldamento globale saranno ancora un filo più imbarazzati. Perché dall’Italia è arrivata un’ulteriore conferma dei cambiamenti climatici che stanno interessando il Pianeta. Con il secondo dicembre più caldo dal 1800 a oggi, infatti, il 2019 ha chiuso con un’anomalia di +0,96 gradi sopra la media, risultando il quarto anno più caldo per il nostro Paese dopo il 2014, 2015 e 2018.

DATI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

È finito così il decennio più rovente di sempre in Italia, secondo quanto ha rilevato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Con buona pace dei giornali di destra che provano a smontare l’attivismo di Greta Thunberg, ogni volta che la temperatura cala, a suon di “Ma se fa freddo”.

TEMPERATURA IN CONTINUA CRESCITA

Analogamente a quanto è accaduto su scala globale, ha spiegato l’esperto del Cnr in una nota, anche nel nostro Paese ciascuno degli ultimi quattro decenni è risultato più caldo del precedente: dal 1980 a oggi la temperatura è cresciuta in media di 0,45 gradi ogni 10 anni. I dati relativi al 2019 non fanno che confermare questo trend in continua crescita.

NEL 2019 OTTO MESI SU 12 DA RECORD

Con dicembre (+1,9°C di anomalia rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010), sono otto i mesi dell’anno rientrati nella top 10 delle rispettive classifiche mensili: marzo (nono più caldo, +1,48°C), giugno (secondo più caldo, +2,57), luglio (settimo più caldo, +1,29°C), agosto (sesto più caldo, +1,42°C), settembre (decimo più caldo, +1,27°C), ottobre (quarto più caldo, +1,56°C), novembre (decimo più caldo, +1,33°C).

NEL 2014 E 2015 ANOMALIA DI OLTRE UN GRADO

Peggio del 2019 sono risultati solo il 2014 e il 2015 (+1°C sopra media) e il 2018 (l’anno più caldo con un’anomalia di +1,17°C rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010). Nonostante tutti, il mondo non riesce a mettersi d’accordo per cercare di arginare il fenomeno, come dimostra il fallimento della Cop25 di Madrid, la conferenza dell’Onu sul clima. Non ci resta che l’ironia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ora impegnato su un altro fronte altrettanto “caldo”, con l’Iran – : «Il riscaldamento globale? Usiamolo contro il freddo».

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Perché la Cop25 sul clima di Madrid è stata un mezzo fallimento

Nessun accordo è stato trovato sulla regolazione globale del mercato del carbonio. A fare muro i Paesi più inquinanti come Stati Uniti, Cina, India, Giappone, Brasile e Arabia Saudita. La rabbia degli ambientalisti.

Delusione degli ambientalisti e di molti Paesi alla Cop25 di Madrid perché non si è riusciti a raggiungere un accordo sull’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio, il nodo più difficile da sciogliere. La plenaria dei 196 Paesi più l’Ue per il via libera al documento finale non ha trovato un accordo e alcuni delegati hanno espresso la forte delusione su questo punto dell’Agenda dei lavori. Se ne dovrebbe riparlare a Bonn nel giugno 2020.

IL MURO DEI SOLITI NOTI

I Paesi più inquinanti – Stati Uniti, CinaA, India, Giappone, Brasile, Arabia Saudita e altri – si sono sottratti alla loro responsabilità di ridurre le emissioni di gas serra. Nonostante le accese richieste di azione immediata per il clima da parte dei Paesi vulnerabili, della società civile e di milioni di giovani di tutto il mondo, rileva il Wwf, «i grandi responsabili delle emissioni di CO2 hanno ostacolato gli sforzi per accelerare la marcia e mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C. Sebbene questa conferenza fosse stata definita come la ‘COP dell’ambizione’, a Madrid è stata evidente la mancanza della volontà politica necessaria a rispondere alle indicazioni della comunità scientifica».

LA RABBIA DEGLI AMBIENTALISTI

«Sembra che la Cop25 di Madrid stia fallendo. La scienza è chiara, ma la si sta ignorando. Qualunque cosa accada non ci arrenderemo mai. Abbiamo solo appena iniziato», ha scritto su Twitter l’attivista Greta Thunberg.

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres si è setto «deluso» dai risultati della conferenza sul clima Cop25, affermando che «la comunità internazionale ha perso una opportunità importante per mostrare maggiore ambizione» nell’affrontare la crisi dei cambiamenti climatici.

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Studenti e Sardine invadono le piazze nel quarto sciopero per il clima

Appuntamento in oltre 100 città italiane a una settimana dalla Cop25 di Madrid: «Vogliamo vivere in un mondo libero dalla minaccia del cambiamento climatico».

Studenti in piazza per il quarto sciopero globale per il clima, in programma venerdì 29 novembre in oltre 100 città italiane. Per la prima volta a far compagnia ai ragazzi ci sarà anche il neonato movimento delle Sardine. “Tutti insieme famo paura” e “salva la Terra, cambia il sistema” sono solo alcuni tra i primi slogan e striscioni apparsi in piazza della Repubblica a Roma. Da lì il corteo proseguirà su via Vittorio Emanuele Orlando, largo di Santa Susanna, via Barberini, piazza Barberini, via Sistina, piazza della Trinità dei Monti, viale della Trinità dei Monti, viale Gabriele d’Annunzio per finire in piazza del Popolo

IN PIAZZA A UNA SETTIMANA DALLA COP25

La data del 29 novembre è stata scelta perché cade a una settimana dalla Cop25, la conferenza Onu sui cambiamenti climatici in programma dal 2 al 13 dicembre a Madrid. Obiettivo dichiarato degli attivisti del movimento Fridays for Future Italia «è far sì che i leader politici dei vari Paesi prendano misure immediate ed efficaci per contrastare la crisi climatica». A tal proposito, Giacomo Cossu, coordinatore nazionale di Rete della Conoscenza, ha spiegato: «Torniamo in piazza con Fridays for Future perché vogliamo un altro mondo in cui vivere, libero dalla minaccia del cambiamento climatico. Il Black Friday è il momento perfetto per denunciare un sistema economico fondato sullo sfruttamento sconsiderato dell’ambiente e dei lavoratori per produrre merci inutili a prezzi bassi. Vogliamo un cambiamento radicale del sistema economico, perciò dalle piazze di domani lanceremo un messaggio ai potenti del mondo che si riuniranno dal 2 al 13 dicembre alla Cop25 di Madrid: basta propaganda, non c’è più tempo. I cambiamenti climatici hanno già effetti devastanti, come abbiamo visto con l’acqua alta straordinaria che ha sommerso Venezia. Vanno azzerate le emissioni entro il 2025, mentre il governo italiano nella legge di Stabilità prevede la conferma di circa 19 miliardi annui di sussidi ambientalmente dannosi fino al 2040, inclusi gli inutili incentivi alle auto aziendali inquinanti. Il governo non ha presentato un Green New Deal, piuttosto vediamo un Green New Fake. Saremo in piazza anche il 6 dicembre alla grande manifestazione dei giovani a Madrid, contro l’irresponsabilità dei potenti del mondo».

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L’acqua alta a Venezia e chi nega il riscaldamento globale

Mentre la città finisce sommersa, Lega, Forza Italia e e Fratelli d'Italia hanno bocciato gli emendamenti in Regione per contrastare i cambiamenti climatici. Poco prima che anche l'aula consiliare si allagasse. Greenpeace e ambientalisti lanciano l'allarme. Ma c'è chi parla di «terrorismo» e «catastrofismo».

È il surriscalmento globale che ci presenta il conto? L’acqua alta che ha stravolto Venezia ha proiettato l’Italia sulle prime pagine di tutti i media internazionali. Che non hanno esitato a dare la colpa al «cambiamento climatico» per la «marea più alta degli ultimi 50 anni», come per esempio ha titolato in apertura il sito della Bbc, citando le parole del sindaco Luigi Brugnaro che ha parlato di un evento destinato a lasciare «segni indelebili» sulla città.

LA MAGGIORANZA “NEGAZIONISTA” FINISCE COI PIEDI A MOLLO

Eppure, forse anche per la simpatia che una parte politica proprio non riesce a sviluppare nei confronti dell’attivista Greta Thunberg e delle sue lotte ecologiste, nella Regione Veneto la maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha appena bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici. E da lì a poco, ironia della sorte, l’aula consiliare si è allagata, come ha testimoniato Andrea Zanoni del Partito democratico.

Una parte del post su Facebook di Zanoni.

Anche qualcun altro è scettico. Tipo Arrigo Cipriani, 87enne volto storico di Venezia e da anni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della Laguna: «Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento», ha detto, parlando di «catastrofismi» che non fanno bene alla città.

MA PER GREENPEACE «NON È SOLO MALTEMPO»

Eppure secondo il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, «l’ondata di eventi climatici estremi che ha interessato da Nord a Sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica. E quanto accaduto a Venezia non è, purtroppo, altro che un drammatico esempio dell’emergenza che già viviamo ogni giorno sulla nostra pelle».

Il governo per i decenni a venire prevede un massiccio utilizzo del gas, che è parte del problema e non la soluzione


Greenpeace Italia

Greenpeace ha chiesto quindi al governo italiano di «fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi e di lavorare efficacemente sulle cause dei cambiamenti climatici, partendo da un rapido cambiamento dei piani energetici nazionali. In particolare, il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo sta portando avanti, e che verrà approvato entro la fine del 2019, prevede un massiccio utilizzo del gas per i decenni a venire. Così facendo si aggraverebbe la crisi climatica, perché il gas è parte del problema e non della soluzione, come cercano di far credere governo e grandi aziende del settore».

GLI AMBIENTALISTI: «DECISIONI UMANE SCELLERATE»

Marco Gasparinetti ha parlato invece a nome del Gruppo 24 Aprile, la piattaforma civica impegnata nella difesa ambientale di Venezia. Dicendo che «restare coi piedi per terra è un lusso che a noi è negato, dal cambiamento climatico in corso e da decisioni umane scellerate, dettate da avidità e corruzione. Venezia ha bisogno di scelte coraggiose, di passione contrapposta al cinismo affaristico, di persone integerrime e competenti». E che magari non negano il global warming.

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Anche la finanza può venire travolta dal climate change

Uno studio dimostra che il climate change influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie, a partire dalle banche. Che spesso non calcolano correttamente i rischi correlati agli investimenti che fanno.

Avete mai chiesto, e ne avreste diritto, alla vostra banca: «Ma a chi presti i miei risparmi? Dove vanno a finire i soldi che io deposito presso di te?».

Provate a farla perché se il vostro istituto di credito finanzia aziende che svolgono attività inquinanti potrebbero essere a rischio i vostri risparmi.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa.

L’ALLARME DI NATURE CLIMATE CHANGE

Secondo uno studio pubblicato su Nature climate change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), l’Rff-Cmcc european institute on economics, la Scuola superiore sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

I danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari? Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere. Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

TRA LE BANCHE ITALIANE QUASI NESSUNO VALUTA IL RISCHIO AMBIENTALE

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro Paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre l’esposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? Nulla o quasi. In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro Paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca popolare etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata.

Le visioni strategiche delle banche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’”

In questa banca, per esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da «valutatori sociali», che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonché il rischio collegato all’erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani. Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’” .

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante? Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale di chi richiede un finanziamento? Forse solo perché, in tal modo, la loro fine sarebbe solo anticipata.

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L’allarme di 11 mila ricercatori sull’emergenza climatica

Si parla di «indicibili sofferenze umane» se l'uomo non modificherà le sue attività. I rimedi? Rinnovabili, meno inquinamento, riduzione del consumo di carne, economia carbon free. Lo studio che dà ragione a Greta.

Quindi Greta ha ragione. Ora che la Terra sia in piena «emergenza climatica» non lo sostiene solo quella che, secondo i detrattori, è una ragazzina svedese manovrata da chissà chi e che dovrebbe tornare a scuola, ma anche uno studio sulla rivista BioScience firmato da più di 11 mila ricercatori di 153 Paesi, tra cui circa 250 italiani.

ECCESSIVE EMISSIONI DI GAS SERRA

Si parla di «indicibili sofferenze umane» che saranno inevitabili senza cambiamenti profondi e duraturi nelle attività dell’uomo che contribuiscono alle emissioni di gas serra e al surriscaldamento globale. Greta davanti ai leader mondiali all’Onu aveva detto: «Siamo all’inizio di una estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di fare è parlare di denaro e di favole di un’eterna crescita economica». La dichiarazione di allarme è basata sull’analisi di 40 anni di dati scientifici. I ricercatori propongono sei misure urgenti per fare fronte ai danni della febbre del Pianeta.

È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica

I primi firmatari della sono Thomas Newsome, dell’Università australiana di Sydney, William Ripple e Christopher Wolf, dell’Università statale americana dell’Oregon, Phoebe Barnard, dell’Università sudafricana di Cape Town e William Moomaw, dell’Università americana Tuft. Gli esperti scrivono: «È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica».

I SEGNALI PREOCCUPANTI: ALBERI, ANIMALI E GHIACCI

Gli scienziati hanno puntato il dito su diversi «segnali dell’attività umana», come la riduzione globale della copertura degli alberi e della crescita delle popolazioni animali o lo scioglimento dei ghiacci.

I RIMEDI: MENO CARNE E CARBONIO

Sei gli obiettivi chiave per gli scienziati: la riforma del settore energetico puntando sulle rinnovabili, la riduzione degli inquinanti, la salvaguardia degli ecosistemi naturali, quella delle popolazioni garantendo più giustizia sociale ed economica, l’ottimizzazione delle risorse alimentari riducendo il consumo di carne, e il passaggio a una economia “carbon free“, senza emissioni di carbonio.

LA SPERANZA: MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA DEI GIOVANI

Secondo lo studio «occorrono profonde trasformazioni dei modi in cui le società globali funzionano e interagiscono con gli ecosistemi naturali». Gli scienziati sottolineano anche la presenza di segnali positivi e incoraggianti, come una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai mutamenti del clima, soprattutto tra gli studenti e le giovani generazioni. Infine, la conclusione: «Molti cittadini stanno chiedendo un cambiamento per sostenere la vita sul nostro Pianeta, la nostra sola casa e diverse comunità, Stati e province, città e imprese stanno iniziando a rispondere».

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Macron tende la mano alla Cina dopo il ritiro Usa sul clima

Il presidente francese: «Sarà decisiva la cooperazione con Pechino». Mentre si allarga il solco tra Europa e Stati Uniti.

Spingere sulla cooperazione tra Europa e Cina per sopperire al ritiro degli Usa dagli accordi sul clima. Poche ore dopo la formalizzazione da parte di Washington dell’uscita dall’intesa di Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «decisiva» la cooperazione tra Europa e Cina sulle riduzioni delle emissioni responsabili dell’effetto serra. «Se vogliamo rispettare l’accordo di Parigi, dobbiamo migliorare i nostri impegni sulla riduzione delle emissioni e dobbiamo confermare nuovi impegni per il 2030 e il 2050», ha affermato il presidente francese intervenendo al Ciie di Shanghai. «La cooperazione in tal senso tra Cina e Ue è decisiva».

IL «RAMMARICO» FRANCESE PER LA MOSSA DI TRUMP

Macron e il presidente cinese Xi Jinping si apprestano a firmare a Pechino un documento congiunto sulla espressa «irreversibilità» del patto sul clima di Parigi. Parlando ai giornalisti al seguito di Macron in visita di Stato in Cina, un funzionario dell’Eliseo ha espresso il «rammarico» della presidenza francese per la mossa americana: «Ci rammarichiamo e questo non fa che rendere la partnership sino-francese sul clima e la biodiversità ancora più necessaria». Il ritiro degli Usa sarà efficace il 4 novembre del 2020, un giorno dopo le elezioni presidenziali americane in cui Donald Trump cercherà di conquistare un secondo mandato. Annunciando la mossa, il segretario Mike Pompeo ha ripreso i commenti del tycoon del 2017, secondo cui l’accordo sul clima ha imposto «ingiusti oneri economici» sugli Stati Uniti.

SI ALLARGA IL SOLCO TRA TRUMP ED EUROPA

La decisione di formalizzare l’addio all’accordo di Parigi crea un altro profondo solco tra l’America di Trump e l’Europa, che va ad aggiungersi agli strappi sulla storica intesa del 2015 sul programma nucleare dell’Iran o a quello sul fronte delle politiche commerciale e dei dazi. Il timore di molti è che adesso da parte di Trump parta una vera e propria offensiva contro gli sforzi internazionali per combattere i cambiamenti climatici, incentivando settori come quelli del carbone, del petrolio e del gas naturale.

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Manifestare per il clima potrà giustificare l’assenza da scuola

Circolare del ministero dell'Istruzione Fioramonti: ok alle mancate presenze in classe se si partecipa alla mobilitazione contro il riscaldamento globale. Ma devono essere comunque i singoli istituti a decidere in autonomia.

Chissà se ora Greta Thunberg e le sue battaglie ambientaliste diventeranno (ancora) più popolari tra le giovani generazioni italiane. Perché da oggi saltare la scuola per scendere in piazza “al fianco” (anche se fisicamente a distanza) dell’attivista svedese ecologista potrebbe essere considerato un motivo “nobile”. Tanto da non dover portare la giustificazione della mancata presenza tra i banchi. Lo ha spiegato il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti su Facebook: «In accordo con quanto richiesto da molte parti sociali e realtà associative impegnate nelle tematiche ambientali, ho dato mandato di redigere una circolare che invitasse le scuole, pur nella loro autonomia, a considerare giustificate le assenze degli studenti occorse per la mobilitazione mondiale contro il cambiamento climatico».

In accordo con quanto richiesto da molte parti sociali e realtà associative impegnate nelle tematiche ambientali, ho…

Posted by Lorenzo Fioramonti on Monday, September 23, 2019

«RIVENDICANO UN’ATTENZIONE IMPRESCINDIBILE AL LORO FUTURO»

Il ministro ha quindi spiegato: «In questa settimana dal 20 al 27 settembre ragazzi e ragazze di ogni Paese stanno scendendo in piazza per rivendicare un’attenzione imprescindibile al loro futuro, che è minacciato dalla devastazione ambientale e da una concezione economica dello sviluppo ormai insostenibile. L’importanza di questa mobilitazione è quindi fondamentale per numerosi aspetti, a partire dalla necessità improrogabile di un cambiamento rapido dei modelli socio-economici imperanti. È in gioco il bene più essenziale, cioè imparare a prenderci cura del nostro mondo».

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La Russia ha ratificato l’accordo sul clima di Parigi

Mosca ha deciso di entrare nell'intesa contro i cambiamenti climatici del 2015. Duma a lavoro per adattare leggi e regolamenti.

Il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha dichiarato di aver firmato una risoluzione relativa alla ratifica dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Lo riporta Interfax. «È importante», ha detto Medvedev in una riunione con i vice primi ministri, «che il nostro Paese partecipi a questo processo: la minaccia dei cambiamenti climatici potrebbe compromettere l’equilibrio ambientale, mettere a rischio lo sviluppo di successo di molti settori chiave, come l’agricoltura, e, soprattutto, la sicurezza della nostra gente che vive sul permafrost».

LEGISLATORI A LAVORO PER STENDERE I REGOLAMENTI

«Stiamo svolgendo lavori nell’ambito del Progetto Nazionale Ecologico e cerchiamo di ridurre le emissioni che inquinano l’aria e di ripristinare le foreste: ora dovremo anche tenere presente l’adempimento degli obblighi internazionali che mirano a ridurre le emissioni di gas serra», ha detto ancora Medvedev affermando di aver già ordinato di elaborare regolamenti che adeguano l’accordo di Parigi alle leggi russe.

NUOVA LEGISLAZIONE PRONTA NEL 2020

Il vice primo ministro Alexei Gordeyev ha dichiarato che il documento sarà pronto entro il 2020. «Secondo il ministero delle Finanze, adotteremo il documento entro la fine di quest’anno», ha detto Gordeyev. La ratifica dell’accordo di Parigi renderà la Russia un vero e proprio player nella formazione della moderna agenda globale sul clima, ha affermato. «Ciò è particolarmente importante in quanto la Russia si colloca al quarto posto nel mondo per emissioni di gas serra e qualsiasi misura normativa deve tenere conto dei nostri interessi nazionali nella massima misura: questo principio è la pietra angolare delle norme e dei regolamenti che ora vengono creati a livello nazionale», ha detto Gordeyev.

A LAVORO PER RIDURRE EMISSIONI ENTRO IL 2050

Una legge federale sarà il documento principale per quanto riguarda la regolamentazione statale delle emissioni di gas serra e il suo progetto è pronto, ha detto. Il documento sarà adottato nel corso dell’anno, ha affermato Gordeyev. Inoltre, entro la fine dell’anno dovrebbero essere preparate strategie di sviluppo a lungo termine che prevedono bassi livelli di emissioni di gas a effetto serra fino al 2050.

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Cosa c’è nel pacchetto per il clima da 100 miliardi della Germania

Il governo tedesco ha varato un maxi-provvedimento per la protezione dell'ambiente. Tra le misure principali nuove tasse su aerei e auto e sgravi fiscali per i trasporti ferroviari.

Il governo tedesco si è impegnato per 54 miliardi di euro entro il 2023, e 100 miliardi entro il 2030, per finanziare un robusto piano di tutela dell’ambiente. Le cifre sono contenute nel pacchetto di misure salva-clima di 22 pagine concordate all’interno della Grosse Koalition.

PRESSIONE FISCALE SUI VOLI PER RILANCIARE I TRENI

Il piano prevede tra le altre cose di puntare sul potenziamento del trasporto ferroviario, investendo la maggior parte dei fondi promessi nelle infrastrutture su rotaia. Previsti anche incentivi, con speciali abbonamenti, per chi utilizza i mezzi pubblici. Il governo di Berlino dovrebbe quindi varare un aumento dell’iva sui biglietti aerei una diminuzione sulle tariffe dei treni a partire già dal primo gennaio 2020.

SU LE TASSE SU BENZINA E DIESEL

Nel nuovo pacchetto sarebbe prevista anche l’introduzione dal 2021 del sistema del commercio dei certificati di emissione, come in Ue. Dal 2021 inoltre la benzina e il diesel saranno più cari di 3 centesimi mentre dal 2026 di 10 centesimi al litro. Per accompagnare la transizione ci saranno anche delle detrazioni per i pendolari pari a 5 centesimi per chilometro dal 2021. In futuro, 35 centesimi invece di 30 centesimi per chilometro saranno deducibili dalle tasse. I vertici della coalizione di governo hanno anche trovato anche un accordo sul divieto di installazione del riscaldamento a gasolio a partire dal 2025. Chiunque sostituisca un vecchio impianto a gasolio con un modello più eco-compatibile avrà un sostegno per coprire il 40% dei costi.

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Cosa prevede il decreto Clima allo studio del governo

Trapelano anticipazioni della bozza del documento atteso in Cdm. Bonus per le rottamazioni, diffusione di trasporti a zero emissioni e imboschimento: le misure.

Un programma di incentivazione del trasporto sostenibile nelle grandi città e un insieme di misure urgenti per il miglioramento della qualità dell’aria. Questo è quanto prevede la bozza del decreto Clima che dovrebbe essere all’esame del prossimo Consiglio dei ministri, i cui contenuti sono stati anticipati dall’Ansa.

BONUS ROTTAMAZIONE E TRASPORTI A ZERO EMISSIONI

Tra i punti, credito di spesa per i cittadini che rottamano autovetture Euro 4 e diffusione di trasporti a zero emissioni, trasporto scolastico sostenibile e incentivi per il trasporto a domicilio; previste, inoltre, azioni di imboschimento e l’indicazione ogni anno di una ‘Città verde d’Italia’.

CREDITO D’IMPOSTA UTILIZZABILE ENTRO CINQUE ANNI

Nel dettaglio è previsto un bonus fiscale da 2 mila euro per i cittadini che risiedono nelle città metropolitane inquinate nelle zone interessate dalle procedure di infrazione comunitaria e che rottamano autovetture fino alla classe Euro 4. Il bonus è un credito d’imposta che può essere utilizzato entro i successivi cinque anni per abbonamenti al trasporto pubblico locale, servizi di sharing mobility con veicoli elettrici o a zero emissioni.

FONDO AD HOC PER INNOVAZIONE E TECNOLOGIE SOSTENIBILI

Le «spese fiscali dannose per l’ambiente indicate nel catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi sono ridotte nella misura almeno pari al 10% annuo a partire dal 2020 sino al loro progressivo annullamento entro il 2040». Le risorse che lo Stato recupera – è spiegato nell’articolo 6 del testo – andranno in un fondo ad hoc al ministero dell’Economia per finanziare «innovazione, tecnologie e modelli di produzione e consumo sostenibili».

SCONTO SU SAPONI E ALIMENTARI SFUSI

Una delle misure disegnate è il maxi-sconto su saponi e alimentari sfusi, privi di confezione di plastica. «Al fine di ridurre la produzione di imballaggi per i beni alimentari e prodotti detergenti, per gli anni 2020, 2021 e 2022 è riconosciuto un contributo pari al 20% del costo di acquisto di prodotti sfusi e alla spina, privi di imballaggi primari o secondari» Lo sconto è diretto per gli acquirenti e sotto forma di credito di imposta, nel limite di 10 milioni l’anno, per i venditori.

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