Sophia Loren su Netflix torna al cinema dopo 10 anni

La diva protagonista de "La vita davanti a sé", film diretto dal figlio Edoardo Ponti. In uscita nella seconda metà del 2020.

La vita davanti a sé, il film con il premio Oscar Sophia Loren, sarà in esclusiva su Netflix. Diretto dal figlio dell’attrice, Edoardo Ponti, e scritto da Ugo Chiti e dallo stesso Ponti, il film uscirà nella seconda parte del 2020 in tutto il mondo. Accanto a Sophia Loren fanno parte del cast Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri e Massimiliano Rossi. Loren interpreta Madame Rosa, una superstite dell’Olocausto che si prende cura dei figli delle prostitute nel suo modesto appartamento a Bari. Accoglie anche Momo, un dodicenne senegalese che l’ha derubata. Insieme supereranno la loro solitudine, formando un’insolita famiglia. Il film è l’adattamento contemporaneo del bestseller internazionale La vie devant soi di Romain Gary.

«NESSUNO HA L’AMPIEZZA DI RESPIRO DI NETFLIX»

La vita davanti a sé è prodotto da Palomar Mediawan Group, con il supporto di Impact Partners Film Service, Artemis Rising Foundation, Foothills Productions, Another Chapter Productions e Scone Investments. «Non potrei essere più felice di collaborare con Netflix per un film così speciale», ha commentato la Loren, «nella mia carriera ho lavorato con tutti gli studios più importanti, ma posso dire con certezza che nessuno ha l’ampiezza di respiro e la diversità culturale di Netflix. Ed è proprio questo che apprezzo particolarmente. Hanno capito che non si costruisce una casa di produzione globale senza coltivare talenti locali in ogni paese, senza dare a queste voci l’opportunità di essere ascoltate. Tutti hanno il diritto di essere ascoltati, il nostro film parla proprio di questo e proprio questo è quello che fanno a Netflix».

NETFLIX: «ONORATI DI AVERLA»

Ted Sarandos, Chief Content Officer di Netflix, ha sottolineato: «Sophia Loren è una delle attrici più importanti e celebrate di tutto il mondo. Siamo onorati di dare il benvenuto a lei, a Edoardo e al team che ha portato questo film nella famiglia di Netflix. La vita davanti a sé è una storia bella e coraggiosa che, proprio come Sophia, affascinerà il pubblico in Italia e in tutto il mondo».

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Alla fine “Gli anni più belli” non erano poi così belli

Muccino voleva replicare un "C'eravamo tanto amati", ma il suo ultimo film non ha né la poesia né il respiro di Scola. La recensione.

Quando urlano, urlano troppo. Quando si baciano, si baciano troppo. I motori rombano troppo. Il volume della musica è troppo alto. I primi piani sono troppo ravvicinati.

Il film di Gabriele Muccino Gli anni più belli è un C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola con l’acceleratore al massimo e una regia sovreccitata che si protrae per oltre due ore.

Se Scola partiva dalla guerra partigiana, qui il punto di inizio viene ricollocato in una guerriglia studentesca del 1982, con i quattro protagonisti 16enni, per poi arrivare fino ai loro 50 anni di oggi.

IL FILM SEMBRA IL MEGA TRAILER DI UNA SERIE TIVÙ

Ma lo Scola aggiornato da Muccino al 2020 ha un problema di misura. Tutto è troppo in questo film, persino la bravura degli attori. Gli anni più belli sembra il mega-trailer di una serie tivù prossimamente trasmessa da RaiUno, in cui il frullato di vicende ultra-concentrate verrà diluito in 10 episodi da un’ora ciascuno, zoomando nei dettagli della vita di ogni personaggio.

MANCA IL CONTESTO COLLETTIVO

Ma anche così, non cambierà la sostanza. Abnorme è la distanza dall’originale, non solo per la diversa mano del regista, ma soprattutto perché il mondo, rispetto al 1974, è cambiato profondamente. I protagonisti di allora venivano accompagnati nel loro percorso sempre in una relazione dialettica con un “sistema” in cui si collocavano per status sociale e culturale, e rispetto al quale potevano essere vittime, ribelli o complici. Le loro vite erano sì individuali, ma continuamente rapportate a un contesto collettivo, e proprio per questo, nel film di Scola, diventavano esemplari umani di un Paese intero. I personaggi di Muccino sono invece totalmente romani, completamente identificati con la città per spirito e linguaggio, tanto che quando uno dei tre si sposta a Piacenza per rivedere il figlio sottrattogli dalla moglie, sembra che si trovi all’estero, in un quartiere residenziale anonimo e riccastro, senza vita e senza senso.

Le vite de Gli anni più belli sono avulse da ogni contesto collettivo, che infatti affiora solo come fredde notizie dei telegiornali, mentre ciascuno è alle prese – da solo – con la propria esistenza. Così, se nel film di Scola il privato era il sottofondo poetico che affiorava man mano, quasi come trasgressione rispetto al “politico”, ora invece il privato domina il campo narrativo, in assenza di qualunque orizzonte collettivo. E perciò tutto è sovreccitato e passionale. I figli dei protagonisti – che nel film del ’74 non avevano quasi peso, restavano anonimi – qui invece sono importantissimi e infatti siamo più dalle parti de La famiglia, altro capolavoro di Scola, che nel 1987 registrò, appunto, il ripiegamento verso la dimensione del privato.

QUEGLI ANNI BELLI NON ERANO…L’ABBIAMO SFANGATA

Muccino vorrebbe tracciare il ritratto della generazione degli attuali 50enni e della loro parabola esistenziale. Ma alla fine, ci sembra di aver assistito solo alla storia di tre amici romani più una donna (una splendida Micaela Ramazzotti). E rimane l’impressione che quegli anni più belli non fossero poi così belli. Al massimo, l’abbiamo sfangata. Senza gloria né rimpianti.

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Alla mia piccola Sama è un film potente come le bombe su Aleppo

Il documentario della regista Waad al-Kateab racconta la scelta di restare in Siria e di fare una figlia. Nonostante la repressione del regime, gli attacchi agli ospedali, la distruzione e la disperazione. Una testimonianza dura, straziante e che suscita emozioni sincere. La recensione.

Alla mia piccola Sama, documentario nominato agli Oscar e vincitore ai British Academy Film Awards (Bafta), è la lettera d’amore realizzata dalla regista Waad al-Kateab nei confronti della figlia e della città di Aleppo, raccontata in italiano dalla voce di Jasmine Trinca.

ASSEDIO NEL 2016 ANCHE CONTRO GLI OSPEDALI

Il progetto mostra la scelta della giovane protagonista di rimanere in Siria durante la repressione del regime e gli attacchi che colpirono persino gli ospedali durante l’assedio avvenuto nel 2016.

UN AMICO MEDICO CON CUI NASCE L’AMORE

Sul grande schermo si assiste così alla scelta di restare ad Aleppo di Waad e del suo amico medico Hamza, con cui nasce successivamente l’amore. La coppia, nonostante la tragedia che li circonda, si sposa e ha una figlia, Sama, dovendo però prendere delle decisioni difficili e apprezzando le piccole cose come una nevicata inaspettata o i momenti di leggerezza vissuti con gli amici.

La regista con il marito medico e la figlia.

IMMAGINI STRAZIANTI DI MORTE

Il film colpisce per la capacità di aver trovato un ottimo equilibrio tra le emozioni sincere suscitate dalla bellezza di chi lotta per la vita e la durezza e le immagini strazianti dei corpi, del sangue, delle case che vanno in mille pezzi e di madri e ragazzini straziati dalla perdita di figli, fratelli, parenti e amici a causa dei bombardamenti e delle sparatorie.

MOMENTI DI DEBOLEZZA E FRUSTRAZIONE

La progressiva distruzione di Aleppo che non risparmia nessuno, nemmeno gli ospedali, viene raccontata in modo onesto tramite lo sguardo e la voce di Waada che non esita a rivelare i momenti di debolezza e i ripensamenti, fino a seguire la disperazione causata dalla consapevolezza che sia necessario abbandonare Aleppo, situazione che fa emergere la frustrazione e ulteriori timori dopo tutti i sacrifici compiuti per rimanere a dare aiuto e speranza alla propria comunità. Alla mia piccola Sama diventa così una testimonianza necessaria ed emotivamente coinvolgente, grazie all’ottimo lavoro compiuto da Edward Watts al montaggio.

Immagini della distruzione ad Aleppo.

ALLA MIA PICCOLA SAMA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Un parto cesareo di emergenza lascia tutti i presenti con il fiato sospeso.

LA FRASE CULT

«Sama, potrai mai perdonarmi?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film che affrontano la realtà.

DEVI EVITARLO SE

Sei particolarmente sensibile alle scene di violenza e morte.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole capire meglio una drammatica pagina della storia contemporanea.

Regia: Waad Al-Khateab, Edward Watts; genere: documentario (Regno Unito, 2019).

1. CINQUE ANNI DI GIRATO: 500 ORE RIDOTTE IN 95 MINUTI

Waad al-Kateab ha raccontato che molti spettatori, dopo aver visto il documentario, sono convinti di conoscere bene lei e la sua famiglia, ma di non provare la sensazione di aver condiviso troppo della sua vita privata. La regista ha infatti sottolineato di aver girato in cinque anni circa 500 ore di materiale, ridotto in soli 95 minuti. Waad ha però espresso la sua soddisfazione per la reazione delle persone messe di fronte al racconto di quanto le è accaduto perché Alla mia piccola Sama permette di avvicinarsi ai motivi per cui molte famiglie avevano deciso di rimanere ad Aleppo e gettare le basi per il proprio futuro nonostante una situazione molto precaria e drammatica.

Un momento delle riprese di Waad al-Kateab.

2. L’ASILO NEL REGNO UNITO: DIFFICOLTÀ CON LA SECONDA FIGLIA

La regista e suo marito Hamza, dopo aver lasciato la Siria, hanno trascorso del tempo in Turchia, dove è nata la seconda figlia Taima. Grazie al suo lavoro per Channel 4 nel maggio del 2018 è arrivata a Londra, dove ha chiesto asilo. Anche in quel caso Waada ha dovuto fare una scelta difficile: la piccola Taima non aveva dei documenti validi e, senza l’aiuto dell’ambasciata siriana, non ha potuto andare con i genitori e la sorella. Dopo aver ottenuto l’asilo nel Regno Unito la famiglia è riuscita a ricongiungersi con la bambina a distanza di cinque mesi dall’ultima volta che avevano potuto abbracciarla.

Waad al-Kateab felice per le piccole cose, come una nevicata siriana.

3. UN AIUTO ALL’ONU: MATERIALE PER LE INDAGINI SUI CRIMINI SIRIANI

Il materiale girato dalla regista nei cinque anni prima di lasciare Aleppo è stato consegnato ai responsabili delle Nazioni unite che indagano su potenziali crimini di guerra. Le immagini dei bombardamenti e degli attacchi con vittime civili potrebbero quindi contribuire a dimostrare la responsabilità dei vertici siriani e russi nella morte di persone innocenti e nelle violazioni dei diritti umani.

alla mia piccola sama foto
La piccola Sama con il padre e una squadra di medici.

4. DEFINIZIONE RESPINTA DALLA REGISTA: GUERRA SÌ, MA NON «CIVILE»

Waad al-Kateab e suo marito Hamza hanno voluto chiarire in più occasioni che non considerano la situazione della Siria come una «guerra civile» per vari motivi che comprendono il fatto che gli scontri sono nati contro un regime autoritario senza alcuna differenza etnica, razziale e sociale. Successivamente sono intervenute nella complessa situazione anche forze iraniane, turche, americane e internazionali che hanno agito sul territorio siriano. La regista ha quindi invitato i giornalisti e le persone che intervengono per parlare del film di definire quanto accaduto come «un conflitto, una lotta, una guerra» senza aggiungere il termine «civile».

La protagonista per le strade della città siriana.

5. MESSAGGIO SUL RED CARPET: UNA FAMOSA POESIA ARABA

Sul red carpet degli Oscar la regista Waad al-Kateab ha portato avanti il suo messaggio indossando un elegante abito che riportava in rosa la frase di una famosa poesia araba: “Abbiamo osato sognare e non rimpiangiamo di aver chiesto la nostra dignità”.

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Coronavirus o meno, alla fine vinceranno i robot

Il documentario American Factory vincitore dell'Oscar e prodotta dagli Obama racconta l'arrivo di un imprenditore cinese in Ohio e la differenza della concezione del lavoro tra Repubblica Popolare e Occidente. Alla fine l'azienda statunitense sarà salvata, ma a quale prezzo?

American Factory, il documentario prodotto dagli Obama e vincitore dellOscar nella sua categoria, è stato girato tra il 2015 e il 2016, ben prima dell’attuale crisi cinese scatenata dal coronavirus Covid-19.

Ma questo lo rende ancora più interessante e aiuta a comprendere perché lo stato asiatico stia intervenendo in modo così massiccio per contenere il contagio

La vicenda si svolge in Ohio, dove la chiusura di grandi aziende ha prodotto migliaia di disoccupati. Si presenta un imprenditore cinese che mette in piedi uno stabilimento Fuyao e assume personale americano.

Cao Dewang (dal sito di Fuyao Group).

LA STORIA DI CAO DEWANG, DA SHANGHAI AGLI USA

La Fuyao è uno dei principali produttori mondiali di vetri per auto, che fornisce case come Ford, General Motors, Subaru e Volkswagen, ed è quotata nelle Borse di Shanghai e di Hong Kong. Il suo fondatore e presidente, il 70enne Cao Dewang, nato a Shanghai in una ricca famiglia, compare quasi subito nel film, non appena lo stabilimento è installato e gli operai assunti. Lui stesso aveva cominciato la sua carriera in una fabbrica di vetri come sales manager, mettendo da parte abbastanza denaro da comprarsela e creare, all’età di 40 anni, il Fuyao Group.

CONTRO IL SINDACATO LOCALE

Cao arriva in Ohio, con la sua aria sorniona, e comincia subito a cazziare i dirigenti americani per cose stupide, come la posizione sbagliata di una lampada su un muro, tanto per far vedere chi comanda e mostrare loro che li ritiene approssimativi e inaffidabili. Infatti, li licenzierà a breve, sostituendoli con dirigenti cinesi, soprattutto per un motivo: perché gli americani non riescono a tenere a bada il sindacato locale. È questa la vera bestia nera di Cao, che di sindacato non vuol sentire neanche parlare, tanto che spenderà circa 1 milione di dollari tra consulenti e attività di propaganda per tenerlo alla larga dalla fabbrica.

Gli operai americani, stremati dalla disoccupazione, a causa della quale molti hanno perso anche la casa, sono entusiasti del nuovo impiego e si mettono all’opera insieme ai colleghi asiatici, appositamente portati negli Usa per due anni, lontani da mogli e figli, senza nessun bonus per la trasferta. Per le comunicazioni tra i gruppi occorrono continuamente interpreti, per lo più eleganti ragazze dagli occhi a mandorla che traducono gli uni per gli altri, mentre si assesta la routine lavorativa. Viene programmato un grande evento di inaugurazione nel piazzale dello stabilimento per alcuni mesi dopo, in ottobre. I dirigenti locali lo sconsigliano: «E se dovesse piovere?». «Non pioverà», profetizza Cao con confuciana saggezza. E avrà ragione lui.

Steven Bognar, regista di “American Factory” vincitore dell’Oscar per miglior documentario (Getty Images).

QUELLA FILOSOFIA DEL LAVORO DA IMPORTAZIONE

La formazione cui i cinesi intendono sottoporre gli americani è soprattutto “culturale”: vogliono trasmettere loro non solo le nozioni pratiche e i metodi per la produzione dei vetri, ma, molto di più, la propria filosofia del lavoro, che è totalizzante e ispirata da continui slogan e allineamenti sugli obiettivi. Per favorire questa osmosi, prendono un gruppetto di tecnici dell’Ohio e se li portano in Cina, nella omologa fabbrica Fuyao. È questa la parte più esotica del documentario (su Netflix con il titolo Made in Usa. Una fabbrica in Ohio), che ci porta dentro lo stabilimento cinese, dove si lavora senza sosta, con due soli giorni di riposo al mese e dove quasi tutti provengono da province lontane, cosicché riescono a vedere parenti e figli solo una o due volte all’anno, per lo più in occasione della Festa della Primavera. Lì tutti sono iscritti al sindacato, ma cos’è il sindacato? Sembrerebbe una specie di circolo motivazionale, dove si ribadisce di continuo che operai e imprenditore hanno lo stesso obiettivo: produrre di più e più velocemente, garantendo un’altissima qualità ai clienti finali. E la fabbrica è tutto. Gli americani ospiti partecipano a una festa aziendale, in cui i dipendenti allestiscono uno spettacolo coi fiocchi, con operaie e operai ballerini, bambine canterine, e dove vengono persino celebrati dei matrimoni.

COVID-19 INCEPPA IL PROGRESSO DELLA NAZIONE

Nel frattempo, in Ohio, monta il malessere degli americani: i cinesi sono sprezzanti e non ci aiutano, non rispettano le nostre regole («gettano la vernice nello scarico delle fogne»), non ci danno alcun riconoscimento, pretendono che lavoriamo anche di sabato…Il dirigente cinese, percepito il disagio, annuncia un aumento della paga di due dollari e mette in palio un viaggio a Shanghai per il migliore operaio. Poi, in una riunione coi suoi, lo si sente dire: «Gli americani sono troppo sicuri di se stessi. Guidiamoli e aiutiamoli, perché noi siamo migliori di loro». Ed è allora che con un salto temporale all’oggi, si può immaginare il panico per l’epidemia in corso, non solo per il contagio e per le morti, ma anche perché la Cina è totalmente impegnata a dimostrare al mondo di “essere migliore degli americani” e il maledetto coronavirus, così piccolo e invisibile, è il granello che inceppa il colossale progresso della nazione e il suo prossimo indiscusso primato nell’economia globale.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus ha infettato il modello di sviluppo cinese

Alla fine del documentario, il presidente Cao riesce – come un Trump dagli occhi a mandorla – a respingere l’assalto del sindacato (i lavoratori stessi votano no in maggioranza al suo ingresso in fabbrica) e porta l’azienda in attivo dal 2018. In una delle ultime scene, gira per i reparti dove sono stati installati grandi bracci meccanici robotizzati che svolgono il lavoro più in fretta degli umani e non rivendicano riposi e diritti. Tra non molto, lavoro non ce ne sarà più per nessuno, né in Cina, né in Ohio, né altrove. Senza contare che i robot non sono attaccabili dai virus, al massimo dalla ruggine.

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McGowan contro Portman tradisce ancora il senso del #MeToo

Una delle prime accusatrici di Weinstein ha attaccato la collega definendola ipocrita. Perché agli Oscar aveva indossato un mantello con i nomi delle registe escluse dalle candidature. Non basta un abito per essere femministe, ok. Ma anche i simboli contano. E la guerra tra donne non serve alla causa.

A tre anni dalla sua esplosione, il #MeToo, movimento che avrebbe voluto unire le donne di tutto il mondo in nome della sorellanza, si porta ancora dietro strascischi velenosi. Lo dimostrano gli attacchi nei confronti di Natalie Portman che alla cerimonia degli Oscar si è presentata con i nomi delle registe escluse (nessuna donna candidata) ricamati sul soprabito.

ROSE, UNA DELLE PRIME A PARLARE

Lo avevamo visto tante volte con il caso Weinstein: attrici che dopo aver ascoltato le testimonianze delle colleghe le incolpavano di non aver parlato prima. Tra quelle che al #MeToo hanno dato quasi i natali c’è l’americana Rose McGowan, una delle prime ad aver raccontato di aver subìto uno stupro dal magnate di Hollywood, una donna che ha sempre alzato la voce con coraggio, ma che sembra non aver mai afferrato del tutto il senso del movimento: unite in nome della stessa causa, non una contro l’altra.

QUANDO SPARÒ A ZERO SU MERYL STREEP

Invece a McGowan, personaggio piuttosto tormentato ed ex amica di Asia Argento, la guerra tra donne piace eccome. Una delle sue nemiche fu Meryl Streep, accusata nel 2018 per aver preso parte alla protesta in nero delle donne dei Golden Globes. «Attrici come Meryl Streep», scrisse in un tweet poi rimosso, «che hanno felicemente lavorato per il Pig Monster (così veniva apostrofato Harvey Weinstein, “il mostro porco” ndr) vestiranno di nero in una protesta silenziosa. Il vostro silenzio è il problema. […] Disprezzo la vostra ipocrisia». Streep rispose tramite una lettera in cui assicurava di non essere mai stata a conoscenza, prima dello scandalo, degli abusi di Weinstein.

LE ACCUSE DI IPOCRISIA AL MANTELLO DI PORTMAN

Nel 2020 agli Oscar i candidati alla miglior regia erano tutti uomini, esattamente come nel 2019. Così domenica 9 febbraio, sul red carpet, Natalie Portman ha reso omaggio alle donne registe snobbate, indossando sopra l’abito da sera un mantello con i loro nomi ricamati, tra cui Greta Gerwig (Little Women), Lorene Scafaria (Hustlers) e Lulu Wang (The Farewell). «Volevo dare un riconoscimento, per quanto sottile, a queste donne il cui lavoro incredibile non è stato preso in considerazione». Un gesto che non è andato giù a Rose McGowan: l’attrice americana ha accusato la collega di essere «un’ipocrita» che non traduce con i fatti quel che predica sul tappeto rosso.

Il soprabito di Natalie Portman alla cerimonia degli Oscar il 9 febbraio 2020. Sulla destra si vedono i nomi delle registe.

«È proprio il tipo di protesta che attira recensioni estasiate sui media, mentre era solo un’attrice che recitava la parte di quella a cui queste cose importano», ha tuonato su Facebook: «Trovo questo tipo di attivismo profondamente offensivo per quante tra noi fanno il vero lavoro». Per poi sparare ancora più alto: «Smetti di fingere di essere una campionessa di altro che non è te stessa. Hai lavorato con due registe donne nella tua lunga carriera, e una eri tu».

LA DISPUTA SUL CONCETTO DI “CORAGGIO”

All’ira della McGowan, la Portman ha replicato in una intervista al Los Angeles Times, invitando il pubblico a non considerarla coraggiosa per i nomi ricamati sulla cappa: «Coraggio è un nome che associo alle donne che nelle ultime settimane hanno testimoniato contro Weinstein nonostante incredibili pressioni». E a Rose che l’ha accusata di aver fatto pochi film diretti da donne ha risposto osservando che «purtroppo i film non fatti che ho cercato di fare sono una storia di fantasmi. Ho cercato in passato di aiutare registe donne a entrare in progetti da cui poi sono state escluse. E anche quando riescono a essere realizzati, i film di registe donne hanno difficoltà a arrivare ai festival e ad essere distribuiti a causa di ostacoli che si frappongono in ogni momento. Voglio dire che ho provato e continuerò a provarci, sperando che stiamo entrando in una nuova era», ha spiegato l’attrice che anche nel 2018 aveva protestato pubblicamente per la quasi inesistente partecipazione delle registe donne agli Oscar.

Natalie Portman con il marito Benjamin Millepied sul red carpet degli Oscar 2020.

Il soprabito di Portman, Mc Gowan a parte, non è piaciuto a molti: l’editorialista australiana Rita Panahi ha scritto che «sia come attrice sia come produttrice, Natalie Portman ha sempre preferito lavorare con uomini» e parlato di «sfoggio di inutile virtuosismo da celebrity». Non ci sono dubbi sul fatto che non basti un abito per dirsi femministe, che contino più le azioni dei simboli, ma va detto che Portman è stata l’unica a portare, in un modo seppur discutibile, i riflettori sul gender gap agli Oscar 2020. E se le donne anziché spalleggiarsi in nome della stessa battaglia, ognuna con i propri tempi e le proprie modalità, continueranno a sputare veleno una sull’altra in stile McGowan, il rischio è che del #MeToo resterà ben poco.

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All’asta le sale cinematografiche del Viperetta

Continuano i guai finanziari per Massimo Ferrero. La sua esposizione totale è di 120 milioni di euro e le banche hanno chiuso i rubinetti. E ora rischia di vedersi costretto a vendere la Sampdoria a un prezzo minore rispetto alle offerte ricevute questa estate.

Vanno all’asta, per ordine del Tribunale di Roma, le sale cinematografiche della Ferrero Cinemas, la società di Massimo Ferrero, in arte Viperetta.

Il presidente della Sampdoria, da tempo scomparso dalla scena mediatica dopo una fase di folli apparizioni, è nei guai finanziari e giudiziari, e la mancata vendita della squadra di Genova la scorsa estate, nonostante le offerte pervenute (quella più seria era una cordata anglo-americana capitanata dall’ex calciatore Gianluca Vialli, che tra l’altro avrebbe visto il favore della tifoseria, da tempo in aperto contrasto con il presidente), lo ha lasciato in braghe di tela.

Così, entro maggio prossimo, una vicenda che si trascina dal 2016, troverà epilogo: dopo un pignoramento immobiliare, vanno all’asta giudiziaria quattro cinema romani, tra cui lo storico e gettonatissimo Adriano (10 sale per un totale di 2.200 posti alle spalle del Palazzaccio, cioè il palazzo di giustizia, in piazza Cavour), che avrà come prezzo base 27 milioni. Poi ci sarà la multisala Atlantic di via Tuscolana (poco meno di 11 milioni), il Roma in Trastevere (2,3 milioni) e il più decentrato Ambassade (2,6 milioni).

UN’ESPOSIZIONE TOTALE DI 120 MILIONI DI EURO

Ma non sono solo questi cinema ad essere in ballo nel possibile crack Ferrero. Entro il 23 marzo scadono i termini concessi dal tribunale fallimentare per il salvataggio della Farvem Real Estate (la Lufthansa ha presentato istanza di fallimento) e della Eleven Finance, che hanno in portafoglio sia i cinema della catena Ferrero (tra cui i quattro già messi all’asta) quasi tutti provenienti dalla gestione Cecchi Gori, sia un’operazione di edilizia abitativa in località Torrespaccata (178 appartamenti, 12 mila metri quadrati).

La vendita della Sampdoria avrebbe potuto consentire a Ferrero di mettere le cose a posto, o comunque ridurre di molto i problemi

L’esposizione totale è di circa 120 milioni, e nessuna banca è più disposta a dare un becco di un quattrino a Viperetta. La vendita della Sampdoria, che non rischia in caso di fallimento perché sarebbe anch’essa messa all’asta se saltasse il banco, avrebbe potuto consentire a Ferrero di mettere le cose a posto, o comunque ridurre di molto i problemi. Ma di fronte a compratori che sapevano della sua situazione ha voluto giocare al rialzo, e ora rischia di doverla cedere per molto meno (anche perchè la squadra rispetto allo scorso campionato va molto peggio) o addirittura di vederla mettere all’asta a prezzo di pura perizia.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Alice e il sindaco, l’antidoto al populismo social

Nicolas Pariser racconta l'amicizia di un socialista navigato, a corto di idee, e una giovane filosofa chiamata per aiutarlo. Il confronto tra questi due mondi apparentemente incompatibili fa riflettere sull'essenza della vera politica.

La politica, gli ideali, la filosofia. E l’amicizia inattesa tra due persone diversissime: per carattere, visioni della vita e soprattutto per età.

Il regista Nicolas Pariser, nel suo Alice e il Sindaco, racconta l’incontro di un vecchio politico, il sindaco di Lione Paul Théraneau (Fabrice Luchini), un socialista che pensa a una candidatura presidenziale, e la giovane filosofa di ritorno da Oxford Alice Heimann (Anaïs Demoustier) chiamata per aiutare il primo cittadino che dopo 30 anni di lavoro, passione e impegno, pare aver perso le idee.

Il film segue con delicatezza l’avvicinamento di due mondi apparentemente incompatibili, soprattutto in un’epoca in cui il confronto, che dovrebbe essere la base di ogni sana politica, è quasi scomparso, sostituito dalle grida e dagli annunci sui social. Il risultato è un film a tratti idealista, ma con dialoghi ben costruiti. Ottimi i due protagonisti.

Regia: Nicolas Pariser; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz.

PILLOLE DI ALICE E IL SINDACO

TI PIACERÀ SE: ami i film riflessivi, basati sui dialoghi e che dipingono un affresco del nostro tempo.

LO DEVI EVITARE SE: Ti annoi facilmente e sei dipendente dall’azione e dai colpi di scena.

CON CHI VEDERLO: con chi continua a ripetere: «I politici sono tutti uguali».

LA SCENA MEMORABILE: Il primo incontro tra Alice e il sindaco.

LA FRASE CULT: «Mi sono svegliato una mattina e non avevo più idee».

Alice e il sindaco è uscito nelle sale il 6 febbraio.

DA ROHMER A MUSIL E SORKIN: LE FONTI DI ISPIRAZIONE

Tra le fonti di ispirazione alla base di Alice e il sindaco c’è il cinema di Éric Rohmer, di cui il regista ha seguito i corsi alla Sorbonne, e il libro L’uomo senza qualità di Robert Musil, che considera una lettura fondamentale. Pariser ha inoltre raccontato di aver parlato a lungo con Luchini dei lungometraggi di Sacha Guitry. A ispirare il regista anche la serie The West Wing di Aaron Sorkin.

L’ALLERGIA AL DIGITALE

Alice e il sindaco è stato girato in 35 mm perché Nicolas Pariser non ama il digitale. «Siamo ancora in un’epoca in cui la memoria dei film che abbiamo amato è fatta di film girati su pellicola», ha spiegato. «Non penso che si possa passare così dal nitrato d’argento al digitale senza riflettere su quello che facciamo e senza considerare la perdita immensa che comporta».

Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier.

DEMOUSTIER CONQUISTATA DALLA SCENEGGIATURA

Anaïs Demoustier ha detto di aver accettato il film perché colpita dalla sceneggiatura focalizzata sull’incontro di due solitudini e sulla politica senza però essere ideologica.

LA SCELTA DI LIONE

Il regista ha deciso di ambientare la storia a Lione per evitare Parigi e altri centri del Sud della Francia caratterizzate da accenti riconoscibili. Tra le opzioni a disposizione di Pariser c’erano anche Nantes, Strasburgo o Bordeaux. Lione, però, è sembrata perfetta perché è la seconda città più grande della Francia e gli ricordava un po’ l’atmosfera di Vienna, al centro del romanzo di Robert Musil che ha in parte ispirato il film.

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I giorni perduti di Judy Garland

Arriva nelle sale l'ultimo film sulla celebre attrice di Hollywood, diretto da Rupert Goold e interpretato da Renée Zellwegger. Un racconto inedito e originale sul viale del tramonto della stella del cinema.

Le ultime settimane di vita di Judy Garland si intrecciano nel film diretto da Rupert Goold con dei flashback in cui si ritorna ai primi passi compiuti dall’attrice nel mondo del cinema, all’insegna di privazioni e sofferenze. In Judy, più che gli elementi biografici, è l’interpretazione di Renée Zellwegger (con un Oscar praticamente già in tasca) a conquistare: l’attrice riesce a trasmettere le emozioni di una donna alla ricerca di amore, segnata nel corpo e nell’anima, pronta a tutto pur di guadagnare un po’ di soldi e poter trascorrere più tempo con i suoi figli.

L’ultima tournée come cantante a Londra di Judy Garland fa emergere tutto il suo desiderio di essere applaudita e accettata, mostrando anche un’interazione inaspettata con una coppia di fan e le sue disperate relazioni amorose, ma l’artista deve inoltre fare i conti con fantasmi del passato che la spingono verso gli eccessi, a faticare a trovare la propria voce, a sabotare se stessa con comportamenti che chi le sta intorno, tra cui un’assistente comprensiva ma determinata interpretata dalla bravissima Jessie Buckley, ha difficoltà a gestire.

Goold si affida alla bravura della sua interprete che passa dalle performance canore emozionanti agli strazianti momenti di debolezza, confezionando un film che smussa un po’ la durezza del racconto con il calore di chi vede in Judy un esempio e le offre, anche solo per qualche ora, il calore di una famiglia, senza dimenticare di dare spazio al fascino del teatro e all’incredibile carisma che possedeva l’artista. L’interpretazione memorabile della protagonista mette così in secondo piano un progetto non del tutto convincente che riesce però a toccare l’animo degli spettatori con delle sequenze ben ideate per farli entrare negli angoli più oscuri della mente della star.

CINQUE COSE DA SAPERE SU JUDY

Il film nasce da uno spettacolo teatrale

Il progetto si ispira allo spettacolo teatrale End of the Rainbow, scritto dal drammaturgo Peter Quilter, che ha conquistato il produttore David Linvingstone. Dopo aver acquistato i diritti cinematografici, il compito di adattarlo per il grande schermo è stato affidato a Tom Edge che ha voluto inserire nella narrazione anche degli elementi legati al passato di Judy Garland, con l’intenzione di enfatizzare come fosse una sopravvissuta ai traumi del passato, non una vittima, e trovasse il modo di non arrendersi mai.

Una storia poco raccontata della Garland

Renée Zellweger ha svelato di essere rimasta conquistata dal progetto perché ha notato che le dava la possibilità di esplorare un lato poco mostrato e conosciuto di Judy Garland, ovvero quello legato alle conseguenze del suo lavoro di cantante che aveva accettato per necessità e prendersi cura dei suoi figli, distruggendo però in questo modo la propria voce che è sempre stato un elemento in grado di darle valore e aumentare la sua autostima.

I dettagli biografici svelati da chi l’ha conosciuta

Per creare il film è stata essenziale la collaborazione di Rosalyn Wilder che si è occupata di Judy durante la sua permanenza a Londra e ha potuto offrire molti dettagli della sua vita durante il periodo trascorso al The Talk of the Town. La donna ha sottolineato che l’artista aveva le caratteristiche per essere una star e le sue prime impressioni erano state che fosse «estremamente piccola, molto fragile e piuttosto silenziosa», elementi che portavano le persone ad avere l’istinto di proteggerla.

La lunga trasformazione di Renée Zellweger

La preparazione di Renée Zellweger è iniziata un anno prima dell’inizio del lavoro sul set e l’attrice ha collaborato con un vocal coach e successivamente con Matt Dunkley, direttore musicale del film. La protagonista ha infatti dovuto imparare l’accento di Judy, il suo tono di voce e ricreare i movimenti unici delle sue esibizioni. Renée ha inoltre studiato la postura del suo personaggio e si è affidata al parrucchiere e make-up artist Jeremy Woodhead per completare la sua trasformazione fisica.

Le critiche della figlia Liza Minelli

L’attrice ha ammesso di aver reagito con un pizzico di curiosità quando le avevano proposto la parte perché non si considerava vocalmente all’altezza del ruolo. A non approvare la scelta, e nemmeno il film, è stata però Liza Minnelli, figlia della Garland, che ha voluto chiarire di non essere mai stata contattata dalla produzione e di non avere mai dato l’ok per la realizzazione. La protagonista, parlando del progetto, ha comunque sottolineato che Judy è stato ideato come una lettera d’amore nei confronti della star.

IL FILM DI RUPERT GOOLD IN PILLOLE

La scena memorabile: l’interpretazione da brividi di Somewhere over the rainbow;

La frase cult: «Non vi dimenticherete di me, vero?»;

Ti piacerà se: ami un film in grado di mostrare un lato poco conosciuto delle icone del cinema;

Devi evitarlo se: non ti piacciono i progetti in cui la musica ha un ruolo centrale;

Con chi vederlo: gli appassionati di cinema che conoscono poco della vita di Judy Garland.

Regia: Rupert Goold; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Renée Zellweger, Finn Wittrock, Jessie Buckley, Rufus Sewell, Michael Gambon, Richard Cordery, Royce pierreson, Darci Shaw, Bella Ramsey, Lewin Lloyd.

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Toni Servillo sarà Eduardo Scarpetta: a Napoli le riprese di “Qui rido io”, nuovo film di Martone


Si svolgeranno a Napoli le riprese di "Qui rido io", il nuovo film di Mario Martone dedicato ad Eduardo Scarpetta: il grande commediografo e attore partenopeo sarà interpretato da Toni Servillo. Nel cast anche Maria Nazionale, Cristiana Dell'Anna, Gianfelice Imparato, Iaia Forte e tanti altri attori.
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Perché fare “Figli” oggi è un’impresa da eroi

Ansie da Equitalia, nonni oppressivi, chat di classe, Stato assente: il film di scritto da Torre, morto nel 2019, e diretto da Bonito racconta gli aspetti drammatici dell'essere genitori. Recensione dell'amara commedia con gli ottimi Mastandrea e Cortellesi.

Mattia Torre non ha potuto portare sul grande schermo Figli, film di cui ha scritto la sceneggiatura prima della sua morte avvenuta a soli 47 anni il 19 luglio 2019, e Giuseppe Bonito si è quindi occupato della regia di una storia molto personale che affronta con realismo e ironia la vita quotidiana di una coppia alle prese con la società contemporanea.

SITUAZIONI TRAGICOMICHE QUOTIDIANE

Nicola e Sara, i personaggi interpretati con bravura e grande feeling da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi, hanno infatti deciso di avere un secondo figlio, ritrovandosi alle prese con situazioni tragicomiche causate dai problemi economici e dall’ansia delle cartelle di Equitalia, da genitori che alimentano tensioni, chat di classe da cui sembra impossibile fuggire, liti e ostacoli piccoli e grandi da superare.

QUARANTENNI TRA IRONIA E SPERANZA

La struttura a capitoli della storia attribuisce il giusto ritmo a una commedia amara sulla vita dei quarantenni in cui l’ironia e la speranza sostengono un ritratto della società in cui non manca anche qualche passaggio più tagliente e critico nei confronti dell’eredità lasciata dalle generazioni precedenti e dell’incapacità dello Stato di aiutare realmente i suoi cittadini.

Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea in Figli.

PIÙ DRAMMATICITÀ RISPETTO ALLO STILE DI TORRE

La regia di Bonito vira forse maggiormente sugli aspetti drammatici rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare pensando alle opere firmate da Torre, tuttavia il talento della coppia dei protagonisti e la qualità della sceneggiatura mettono in secondo piano i passaggi meno convincenti e una gestione non del tutto brillante dei personaggi secondari.

Il regista Giuseppe Bonito. (Ansa)

FIGLI IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Paola Cortellesi si scaglia contro la generazione dei padri dei quarantenni.

LA FRASE CULT

«I primi tre mesi sono stati la quiete prima della tempesta e, se fossi stato un saggio capo indiano, probabilmente avrei sentito la tempesta arrivare».

TI PIACERÀ SE

Ami i film sulla società contemporanea che fanno riflettere in modo ironico.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi uno sguardo un po’ tagliente e satirico sulla generazione dei quarantenni.

CON CHI VEDERLO

I propri amici che hanno figli, per confrontarsi sui problemi che incontrano quotidianamente.

Regia: Giuseppe Bonito; genere: commedia (Italia, 2020); attori: Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti, Massimo De Lorenzo, Gianfelice Imparato, Carlo de Ruggeri.

1. IL DRAMMA DI TORRE: AVEVA RACCONTATO LA MALATTIA IN UNA SERIE

Il film Figli avrebbe dovuto essere il terzo progetto diretto da Mattia Torre e il primo senza la collaborazione di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, con cui aveva lavorato in occasione di Boris – Il Film e Ogni maledetto Natale. Il filmmaker ha perso però la vita il 19 luglio 2019 a causa della malattia che aveva raccontato in La linea verticale, progetto ispirato al suo omonimo romanzo e con protagonista Valerio Mastandrea, interprete anche del monologo I figli invecchiano.

Il regista Mattia Torre, morto il 19 luglio 2019 a 47 anni. (Ansa)

2. IL PROGETTO: UN ARTICOLO PER IL FOGLIO DIVENTATO MONOLOGO

L’attore era stato scelto da Torre per la parte del protagonista di Figli, ruolo che ha mantenuto anche quando il film è stato affidato a Giuseppe Bonito. Valerio Mastandrea ha spiegato che Torre gli ha parlato del lungometraggio un anno e mezzo fa e il copione è rimasto quello iniziale. Figli era infatti nato come un articolo per Il Foglio e trasformato poi in un monologo che è stato letto in televisione.

3. INCONTRO IN TEATRO: NASCITA DI UN RAPPORTO

Mastandrea e Torre si sono conosciuti all’inizio degli Anni 2000 in occasione di una rassegna teatrale. Il loro rapporto, professionale e di amicizia, è quindi nato dall’idea di voler realizzare insieme lo spettacolo intitolato Migliore.

4. CORTELLESI ENTUSIASTA: L’OK SENZA CONOSCERE IL RUOLO

La protagonista di Figli ha raccontato di essere stata coinvolta nel progetto dal momento in cui Mattia Torre le ha chiesto di leggere il suo articolo, avendo già pensato alla possibilità di trarne un film. Paola Cortellesi ha sottolineato di aver accettato la proposta ancora prima di sapere che ruolo avrebbe avuto o se esistesse una sceneggiatura, sapendo che sarebbe stato qualcosa di meraviglioso.

Paola Cortellesi.

5. SUL SET: DECISIVI GLI APPUNTI DI MATTIA

Giuseppe Bonito e i due protagonisti del film hanno raccontato che sul set hanno deciso di seguire in modo attento la sceneggiatura, muovendosi all’interno dei confini delineati dal lavoro compiuto da Mattia Torre, grazie ai suoi appunti dettagliati che comprendevano anche gli stati d’animo dei personaggi e le istruzioni per la messa in scena. Il clima durante le riprese è inoltre stato all’insegna del confronto e c’è stato spazio per un po’ di libertà.

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È morto Terry Jones, star dei Monty Python

L'attore e musicista gallese è morto a 77 anni. È il secondo del celebre gruppo a uscire per sempre dalle scene.

Addio a Terry Jones, uno dei grandi protagonisti dell’epopea dei Monty Python, il gruppo comico capace di segnare un’epoca – nel Regno Unito e nel mondo – fra tv, cinema e teatro. L’attore e musicista gallese è morto a 77 anni, come reso noto oggi dal suo agente. Jones è il secondo dei Monty Python a uscire per sempre dalle scene, dopo Graham Chapman.

NEL 2016 IL BAFTA ALLA CARRIERA

Del gruppo, discioltosi da tempo, rimangono sulla breccia John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle e Michael Palin, che proprio con Terry Jones – conosciuto in gioventù a Oxford, dove si erano entrambi laureati – aveva poi formato un affiatato tandem di autori di testi. Malato da qualche anno, Jones aveva ricevuto nel 2016 un riconoscimento alla carriera da parte del Bafta, l’academy britannica, salutata da una pubblica ovazione.

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JoJo Rabbit, una favola nera tra Chaplin e Benigni

Surreale. Delicato. Satirico. Il film di Taika Waititi racconta l'orrore della guerra e del nazismo attraverso gli occhi di un ragazzino. E lo fa mettendo in ridicolo Hitler e il Terzo Reich sulla scia de Il Grande Dittatore e La vita è bella. Da vedere.

Con Jojo Rabbit, Taika Waititi, attore e regista neozelandese, racconta l’assurdità dei pregiudizi razziali e l’orrore della guerra attraverso lo sguardo di un bambino nella Germania nazista.

Al centro della storia c’è JoJo Betzler, un ragazzino di 10 anni (Roman Griffin Davis) che è un fervente sostenitore – o meglio fan – del nazismo e si sceglie come amico immaginario Adolf Hitler (Waititi) che sostituisce al padre in guerra.

Questo nonostante la madre Rosie (Scarlett Johansson) sempre sorridente e gentile faccia in realtà parte della resistenza. Tutto cambia quando Jojo scopre che la madre in casa sta nascondendo Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazzina ebrea.

TRA CHAPLIN E BENIGNI

Waititi condanna l’orrore del Terzo Reich scegliendo di mettere in ridicolo il Führer, una strada già battuta da Charlie Chaplin ne Il Grande dittatore e da Mel Brooks di The Producers – Una gaia commedia neonazista. Ma adotta toni surreali, da favola. Un po’ come La vita è bella di Roberto Benigni o Train de Vie. Il risultato, grazie anche alle ottime performance del cast, è un film delicato e insieme coraggioso. Magari con qualche lacuna narrativa ma da vedere.

Regia: Taika Waititi; genere: commedia (Usa, 2019); attori: Taika Waititi, Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Scarlett Johansson, Rebel Wilson, Sam Rockwell.

JO JO RABBIT IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che fanno riflettere con il sorriso.

DEVI EVITARLO SE: non ami i film visionari e ironici sul nazismo.

CON CHI VEDERLO: con i genitori o i figli, per assistere a una celebrazione dell’amore materno.

LA SCENA MEMORABILE: L’arrivo, terrificante e surreale, dei nazisti a casa di Jojo.

LA FRASE CULT: «L’amore è la cosa più forte al mondo».

La locandina del film.

1. LE DIFFERENZE TRA IL FILM E IL LIBRO IL CIELO IN GABBIA

Il film è solo liberamente ispirato al romanzo Il cielo in gabbia scritto da Christine Leunens. I protagonisti del libro vivono in Austria, e non in Germania come nel film. Adolf Hitler non è un amico immaginario di Jojo e il ragazzino viene sfigurato e gravemente ferito durante un raid. Infine le interazioni con Elsa sono completamente diverse.

2. UNA LETTERA D’AMORE ALLA MAMMA

Taika Waititi ha spiegato che il film vuole essere anche una sorta di lettera d’amore per sua madre e per tutti i genitori single.

Scarlett Johansson interpreta Rosie, la mamma di JoJo.

3. L’ATTENZIONE PER I DETTAGLI E LA STORIA

Le apparizioni di Adolf Hitler sono particolarmente curate e fanno riferimenti a eventi storici ben precisi. Nulla insomma è lasciato al caso. In una scena, per esempio, Waititi-Hitler porta il copricapo tipico dei nativi americani perché in realtà era fan dei romanzi di Karl May sull’apache Winnetou.

4. LA SFIDA DI SAM ROCKWELL

Il premio Oscar Sam Rockwell interpreta il capitano nazista responsabile di un campo della Gioventù hitleriana. Per calarsi nel personaggio oltre a mettere a punto un perfetto accento tedesco ha studiato le interpretazioni di Marlon Brando, Ralph Fiennes e Oskar Werner in film ambientati durante la seconda Guerra Mondiale. Poi ha mixato il tutto con uno stile tra Bill Murray e Walter Matthau.

JoJo Rabbit è liberamente tratto dal romanzo del 2004 Il cielo in gabbia di Christine Leunens.

5. LA DENUNCIA DELL’ORRORE

La talentuosa Thomasin McKenzie ha sottolineato che per lei era importante mostrare Elsa non solo come una vittima, ma come un’adolescente dall’esistenza normale catapultata in uno scenario assurdo quanto tragico.

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Il cinema italiano ha registrato un 2019 in crescita

Incrementi di incassi e pubblico presenti in sala. Il più remunerativo è stato Il re leone mentre Il primo Natale entra nella top ten con 13,3 milioni di ricavi.

È stato un 2019 positivo quello vissuto dal cinema italiano. A dirlo sono i dati Cinetel, illustrati da Anica, che registrano al box office incassi pari a 635.449.774 euro per un numero di presenze in sala pari a 97.586.858. Un incremento dei guadagni pari al 14,35% rispetto al 2018 e del 13,55% relativo all’affluenza nei cinema.

I DATI DELLA CRESCITA DEL CINEMA ITALIANO

Rispetto al 2019 il box office della produzione italiana, incluse le coproduzioni, ha registrato un incasso di 134.8 milioni di euro (+5.39% rispetto al 2018) per una quota totale del 21.22% (nel 2018 era del 23,03%). In termini generali il primo incasso assoluto del 2019 è stato quello de Il re leone con oltre 37,5 milioni di euro. Sul podio seguono al secondo posto Avengers: Endgame e Joker. Il film italiano che ha incassato di più nel 2019 è stato invece Il primo Natale di Ficarra e Picone con il 13,3 milioni oltre a un sesto posto generale nella classifica che lo vede come unica pellicola nostrana nella top ten.

PER RUTELLI ANNO POSITIVO

«Il 2019 è un anno decisamente positivo e vorrei si guardasse a questi numeri non solo per una valutazione anno per anno, occasionale. C’è un pieno ritrovato feeling con un grande pubblico nelle sale cinematografiche». A dirlo è stato Francesco Rutelli commentando i dati Cinetel del 2019. Per il presidente di Anica di tratta di dati da leggere in duplice modo: «Una è la qualità del prodotto: il pubblico italiano cerca buoni film, italiani e non. Il secondo aspetto riguarda la filiera che l’Anica intende rappresentare interamente, dallo sviluppo creativo allo sfruttamento economico del film , passando dal rapporto con il pubblico, che non abbiamo mai considerato conflittuale. La filiera vive e cresce se vive il cinema in sala che è il capofila creativo e produttivo», ha spiegato. Per Rutelli la crescita registrata dal cinema italiano tuttavia «non può essere legata a pochi mesi all’anno e deve esserci una piena attuazione della legge Franceschini in tutta la sua articolazione, con i suoi strumenti per la produzione, la distribuzione, l’esercizio, le regole per le piattaforme, gli investimenti e le programmazioni nelle televisioni».

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Hammamet, se l’uomo Bettino oscura il politico Craxi

Gianni Amelio si concentra sull'umanità del leader Psi. Sottrarsi a ogni giudizio e presa di posizione, però, rappresenta una delle debolezze del film.

Gianni Amelio racconta con Hammamet gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, interpretato da un camaleontico Pierfrancesco Favino.

E lo fa senza mai nominarlo: il leader Psi è soltanto “il Presidente”.

Il regista propone il ritratto di un uomo invecchiato e in “esilio”, che trascorre il suo tempo tra problemi di salute e famiglia, dialogando con i suoi ospiti del passato e, ovviamente, di politica.

Il film non dà alcun giudizio sulla figura di Craxi e racconta la permanenza a Hammamet come una sorta di diario-confessione. I personaggi secondari sono solo abbozzati e risultano stereotipati. Anche per questo, senza la presenza di Favino Hammamet faticherebbe a convincere lo spettatore.

Regia: Gianni Amelio; genere: drammatico (Italia, 2020); attori: Piefrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi, Federico Bergamaschi, Roberto De Francesco, Adolfo Margiotta, Massimo Olcese, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna e con Renato Carpentieri e Claudia Gerini.

HAMMAMET IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ti piacciono i film che affrontano la recente storia italiana concentrandosi sul lato umano dei protagonisti.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti un film che prenda posizione su una delle figure più discusse della politica italiana.

CON CHI VEDERLO: con chi ha assistito alla caduta del leader socialista e alla fine della Prima Repubblica.

LA SCENA MEMORABILE: Le riflessioni sulla politica di Craxi.

LA FRASE CULT: «Finanziamenti illeciti, chi li ha mai negati! Ma non tutto serviva per la parata!»

La locandina di Hammemet uscito nelle sale il 9 gennaio.

1. NON È UN BIOPIC

La sceneggiatura, scritta da Gianni Amelio in collaborazione con Alberto Taraglio, si è concentrata sul lato più privato e umano degli ultimi sei mesi di vita del politico, malato da tempo di diabete e con un tumore al rene. Il regista ha sottolineato che non si tratta di un film biografico, ma di un progetto che dà spazio agli «spasmi di un’agonia».

Pierfrancesco Favino è Bettino Craxi.

2. L’INCREDIBILE TRASFORMAZIONE DI FAVINO

Pierfrancesco Favino è stato trasformato in Craxi da un team di truccatori italiani che hanno studiato in Inghilterra. Per ottenere l’incredibile livello di realismo, sono stati impiegati molti mesi. L’attore ha sottolineato: «Ricordo che durante il rituale dell’applicazione arrivava il momento, quello in cui venivano messe le sopracciglia finte e indossavo gli occhiali, che era per me il momento dell’oblio di sé, capace di aprire la porta verso qualcosa di nuovo e di diverso. Una porta che, non ci fosse stata, non sarei stato in grado di entrare in un mondo altro e di toccare le cose e le corte che ho toccato». Trovare la giusta voce è stato invece frutto di un lavoro meticoloso basato sulla visione di molti video e interviste.

3. L’UOMO PRIMA DEL POLITICO

Favino ha ammesso di conoscere, prima del film, solo il politico Craxi, non l’uomo. Per addentrarsi nella storia senza prendere posizione o esprimere giudizi, l’attore si è concentrato sul concetto di “eredità” e sulla figura di un padre.

4. LE LOCATION DEL PRESIDENTE

Per aumentare ulteriormente l’aderenza con la realtà, alcune sequenze del film sono state girate nei luoghi in cui ha vissuto Craxi tra cui la casa di Hammamet dove l’ex presidente del Consiglio è rimasto fino alla morte, il 19 gennaio 2000.

L’impressionante trasformazione di Favino.

5. UN FILM DI INNOMINATI

Gianni Amelio ha eliminato tutti i nomi propri dal film. «Non si fanno», ha spiegato il regista, «perché si conoscono anche troppo». La scelta invece di modificarne alcuni e chiamare la figlia Anita invece di Stefania è stata presa pensando alla venerazione del politico nei confronti di Garibaldi.

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Film e serie tv premiati ai Golden Globe 2019

Sam Mendes e Quentin Tarantino conquistano i premi per i migliori film. Netflix esce ridimensionata dopo le 34 nomination.

Due grandi firme sui Golden Globe 2019. I premi più ambiti, quelli per il miglior film drammatico e la migliore commedia cinematografica, sono andati a Sam Mendes, con 1917 e Quentin Tarantino, con C’era una volta…a Hollywood. Mendes e Tarantino si sono portati a casa anche un altro premio a testa, il primo come miglior regista, il secondo per la sceneggiatura. C’era una volta… a Hollywood è poi valso a Brad Pitt il riconoscimento come migliore attore non protagonista. Beffata Netflix, che per la prima volta sembrava superfavorita della vigilia con le sue produzioni e che aveva messo insieme ben 34 candidature, e che invece è uscita ridimensionata dai premi.

LA SALA BATTE LO STREAMING

«Spero che significhi che la gente vada a vedere questi film sul grande schermo, nel modo che era inteso», ha detto Mendes inserendosi nella lunga e infinita diatriba tra sala e streaming. Solo due i premi per Netflix, quello a Laura Dern per Marriage Story e quello a Olivia Colman per The Crown, che però è una serie tv, quindi decisamente fuori dal perimetro della distribuzione cinematografica.

MENDES BATTE IL JOKER

Marriage Story e Due Papi, altre due produzioni Netflix, hanno subito la sconfitta da 1917, esattamente come Joker di Todd Phillips. Quattro premi su 15 candidature per Hbo, con Chernobyl e Succession, due per Amazon, grazie a Fleabag, che si è aggiudicata il globo come miglior serie comica e quello come migliore attrice per Phoebe Waller-Bridge. Successo di Parasite del sudcoreano Bong Joon-Ha nella categoria dei film stranieri, mentre Renée Zellweger e Joaquin Phoenix hanno vinto come migliori attori protagonisti.

LA POLITICA NEI DISCORSI DELLE STAR

Spizzichi di politica nella serata condotta dal britannico Ricky Gervais: Michelle Williams ha fatto appello per la difesa dei diritti di scelta delle donne in fatto di aborto accettando il premio come migliore attrice in una miniserie per Fosse/Verdon, mentre Joaquin Phoenix ha chiesto ai vip dell’entertainment di far di più per combattere il clima impazzito. Nicole Kidman è apparsa in lacrime sul red carpet per gli incendi che stanno devastando la sua Australia.

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Jumanji: The Next Level è il classico film di Natale senza pretese

Inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo: se volete passare un po' di tempo durante le feste in relax con la famiglia il secondo sequel dell'episodio del 1995 è quello che fa per voi. Una trama esile non certo per palati fini.

Jumanji: The Next Level riporta al cinema le incredibili avventure del gruppo di giovani che vengono trasportati all’interno di un videogioco, secondo sequel del film del 1995 Jumanji, dopo Jumanji – Benvenuti nella giungla del 2017. La situazione in questo capitolo della storia è complicata dalla presenza del nonno di Spencer, ragazzo che fa fatica ad abituarsi alla normalità dopo la prima esperienza nella giungla in cui ha avuto un avatar davvero eroico e possente, e del suo amico Milo, ruoli affidati alle star della comicità Danny DeVito e Danny Glover.

BLOCKBUSTER DAI RITMI DIVERTENTI

Il nuovo elemento su cui si sviluppa la narrazione si rivela vincente: i due personaggi alle prese con la scoperta delle regole del gioco, del loro nuovo “fisico” e di conoscenze e abilità inedite danno vita a momenti esilaranti grazie alle performance di Dwayne Johnson e Kevin Hart che interpretano alla perfezione lo spaesamento dei due personaggi. Karen Gillan e Jack Black sono nuovamente brillanti, e anche loro messi alla prova con uno scambio di ruoli, e la new entry Awkwafina conferma di essere in grado di passare dal registro drammatico del film rivelazione The Farewell – Una bugia buona ai ritmi necessari a far divertire gli spettatori del blockbuster.

AZIONI IN STILE VIDEOGIOCO E BUONI SENTIMENTI

Il cattivo Jorgen il Bruto, ben costruito sulla fisicità di Rory McCann, è poi un antagonista adatto alla situazione e gli elementi che ricreano le avventure dei videogame “vintage” sostengono bene una trama esile, ma efficace. Il regista Jake Kasdan aumenta la spettacolarità proposta dal film tra inseguimenti, ponti sospesi, animali selvaggi di ogni tipo, continui cambi di location e missioni da compiere, ovviamente in pieno stile videogioco, e il risultato è una commedia leggera, coinvolgente e con la giusta dose di azione e buoni sentimenti.

Una scena coi due protagonisti anziani.

FORMULA CALIBRATA PER GIOVANI E FAMIGLIE

Non manca infatti lo spazio per le amicizie da riallacciare, nuove occasioni e un pizzico di romanticismo, formula ben calibrata su un pubblico composto da giovani e famiglie. Jumanji: The Next Level, pur non proponendo nulla di veramente originale, appare però come un titolo perfetto per le festività natalizie che permettono di trascorrere più tempo in totale relax.

JUMANJI: THE NEXT LEVEL IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Eddie e Milo si ritrovano nel mondo di Jumanji e iniziano a scoprirne i segreti e le nuove abilità a loro disposizione.

LA FRASE CULT

«Sono morto e mi sono trasformato in un piccolo boy scout pieno di muscoli?».

TI PIACERÀ SE

Ami i film per tutta la famiglia ricchi di avventura e divertimento.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i progetti spettacolari ideati senza troppe pretese.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per divertirsi insieme durante le feste.

PERCHÉ VEDERLO

Per trascorrere un po’ di tempo in totale relax immergendosi in un mondo fantastico.

Regia: Jake Kasdan; genere: commedia, avventura (Usa, 2019); attori: Dwayne Johnson, Jack Black, Kevin Hart, Karen Gillan, Awkwafina, Danny DeVito, Danny Glover, Alex Wolff, Nick Jonas.

1. SCENA SUI TITOLI DI CODA: LE BASI PER UN TERZO CAPITOLO

Una scena inserita durante i titoli di coda di Jumanji: The Next Level mostra l’arrivo a casa di Spencer di chi deve occuparsi di alcune riparazioni, ruolo affidato a Lamorne Morris, che scende nello scantinato e nota la console del videogioco, prendendola in mano. Come accade nel film originale del 1995 e nei romanzi di Chris Van Allsburg fonte di ispirazione per il franchise, nel mondo “reale” iniziano quindi ad apparire delle creature provenienti da quello fantastico. La continuazione della storia potrebbe quindi sviluppare nuovamente lo spunto narrativo di elementi incredibili e pericolosi che “invadono” la nostra realtà.

2. HOLLYWOOD APPREZZA: C’È LA FILA DI ATTORI

Dwayne Johnson ha rivelato che nel caso in cui venga realizzato un terzo capitolo di Jumanji ci sono già molte star che hanno espresso il desiderio di essere coinvolte nel progetto e “diventare” degli avatar. L’attore ha infatti spiegato che molti colleghi gli hanno chiesto di ottenere la possibilità di avere una parte nella realizzazione di un’avventura di Jumanji e essere “interpretati” da lui o da Kevin Hart.

3. COME INTERPRETARE DEVITO? OSSERVANDOLO

Danny DeVito ha raccontato che Dwayne Johnson lo ha osservato a lungo sul set per capire in che modo “interpretarlo” nel film. La star ha spiegato di non aver dato alcun consiglio al collega che ha semplicemente sfruttato nel migliore dei modi il tempo trascorso insieme per scoprire tutti i dettagli utili per lavorare sul set nel migliore dei modi.

4. DAGLI AVATAR L’IDEA DI COINVOLGERE DEGLI ANZIANI

Dwayne Johnson ha svelato di aver avuto l’idea di introdurre nella storia la coppia di anziani amici affidati poi a Danny DeVito e Danny Glover mentre parlava con Jake Kasdan dell’ipotesi di realizzare un sequel. Il fatto che in Jumanji vengano coinvolti gli avatar, che modificano totalmente l’aspetto fisico e le caratteristiche di una persona, lo hanno spinto a ipotizzare una storia in stile Cocoon, arrivando quindi al coinvolgimento nelle avventure nel mondo del videogame del nonno di Spencer e del suo amico.

5. ULTIMO FILM? JACK BLACK VERSO IL RITIRO

Jack Black, durante la promozione del film, ha svelato di non escludere che Jumanji: The Next Level sia il suo ultimo film. Da tempo l’attore ha infatti pensato a un possibile ritiro dal mondo dello spettacolo per poter trascorrere più tempo con la sua famiglia e per ora non ha deciso se accettare ulteriori progetti. Il 50enne Jack ha però ammesso che potrebbe valutare dei ruoli in qualche serie tivù, visto che l’impegno sul set sarebbe più lungo, ma con orari meno impegnativi.

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Dopo il calcio, Cristiano Ronaldo sogna il cinema di Hollywood

Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».

«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».

LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO

Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».

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La dea fortuna di Ozpetek non è il solito film sulle famiglie arcobaleno

Una coppia gay in crisi (Accorsi-Leo) si trova a gestire i due bambini di un'amica (Trinca). Ma la storia fa riflettere sulla genitorialità di tutti, a prescindere dall'orientamento sessuale. Una raffica di sentimenti, emozioni, risate e qualche lacrima.

Ferzan Ozpetek torna alla regia con La dea fortuna, film con cui esplora nuovamente il tema della famiglia tramite il racconto della coppia composta da Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) che fa i conti con un rapporto in difficoltà e la cui quotidianità viene stravolta dall’entrata in scena di Annamaria (Jasmine Trinca), la migliore amica di Alessandro, e dei suoi due figli.

TROPPO IN SECONDO PIANO GLI ATTORI NON PROTAGONISTI

La sceneggiatura, scritta dal filmmaker in collaborazione con Gianni Romoli e Silvia Ranfagni, riesce a delineare i protagonisti con grande attenzione, permettendo ad Accorsi e Leo di regalare due ottime interpretazioni che sostengono una narrazione in cui i personaggi secondari, nonostante propongano degli spunti narrativi interessanti come nel caso di chi deve fare i conti con l’Alzheimer, restano purtroppo sempre in secondo piano.

RACCONTO DIVERTENTE E A TRATTI COMMOVENTE

La bravura delle due star riesce però a proporre un racconto emozionante, divertente e a tratti commovente di un amore che si rinnova e si mette alla prova, trovando nei giochi di contrasti la formula quasi perfetta per coinvolgere gli spettatori nel susseguirsi di situazioni, musica, scambi di battute e suggestioni visive.

LA FOTOGRAFIA VALORIZZA LE LOCATION

La luminosa fotografia valorizza inoltre le location scelte, passando da Roma alla Sicilia, e facendo quasi dimenticare l’irrealtà del mondo creato da Ozpetek fatto anche di terrazzi e palazzi che rispecchiano l’apertura o la chiusura mentale di chi ci abita.

Jasmine Trinca interpreta il ruolo di Annamaria, la mamma dei due bambini.

FILM NON SENZA DIFETTI MA CHE LASCIA IL SEGNO

La dea fortuna non è un film privo di difetti, tuttavia riesce a mantenersi ben ancorato alla realtà grazie ai sentimenti e alle emozioni portate in scena, regalando ai fan di Ozpetek un nuovo racconto che lascia il segno.

LA DEA FORTUNA IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

Alessandro e Arturo affrontano i compiti dei due bambini.

LA FRASE CULT

«Mettiamoci ancora più nei guai!».

TI PIACERÀ SE

Ami lo stile del regista e il suo approccio alla rappresentazione di situazioni reali.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi i racconti pieni di sentimenti ed emozioni.

CON CHI VEDERLO

Con la propria famiglia, per riflettere sui sentimenti che legano le persone tra loro.

PERCHÉ VEDERLO

Per apprezzare l’approccio pieno di speranza che offre il racconto.

Regia: Ferzan Ozpetek; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Sara Ciocca, Edoardo Brandi.

1. L’OBIETTIVO: PARLARE DELLA GENITORIALITÀ

Ferzan Ozpetek ha spiegato che il suo obiettivo non era di affrontare il tema delle famiglie arcobaleno, ma di riflettere sul fatto che essere genitori «non è una questione genetica, ma di cuore, cervello e moralità». Il regista, presentando il suo nuovo film, ha voluto ribadire: «Si è genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù».

2. LO SPUNTO PER OZPETEK: UNO SCENARIO COI SUOI NIPOTI

Alla base del progetto c’è un’esperienza personale vissuta dal regista: alcuni anni fa suo fratello si è gravemente ammalato e sua moglie gli ha chiesto, nel caso in cui fosse successo qualcosa anche a lei, di occuparsi assieme al compagno dei suoi due figli. Questa situazione ha portato Ozpetek ad affrontare dei dubbi e delle paure personali inedite, non sapendo come avrebbe reagito alla possibile entrata nella sua vita quotidiana dei nipoti 12enni. La dea fortuna nasce quindi come esplorazione di quelle emozioni e di quei dubbi, cercando di offrire a se stesso e a gli spettatori delle risposte.

3. CHE FEELING SUL SET: LA COMPLICITÀ TRA I PROTAGONISTI

Stefano Accorsi ha svelato di essere rimasto sorpreso dall’essere riuscito a creare subito la giusta complicità con Edoardo Leo, potendo così rappresentare una coppia che sta insieme da oltre 10 anni in modo naturale ed efficace. La collaborazione tra di loro, secondo l’attore, è stata molto facile. Il suo collega ha confermato questo elemento lodando la capacità del cast di comprendere con bravura la storia proposta dalla sceneggiatura e le caratteristiche uniche dei personaggi.

4. IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ DI LEO: LAVORARE COL REGISTA

Edoardo Leo ha raccontato che lavorare con Ferzan Ozpetek è sempre stato un suo sogno e da anni sperava di ricevere una proposta per collaborare con lui. L’attore ha sottolineato che entrare a far parte della famiglia creata dal regista è un’esperienza unica e gli ha permesso di mettersi alla prova come attore, in particolare dal punto di vista emotivo che ha richiesto un grande impegno.

5. L’APPROCCIO AL LAVORO: CAMBI A SORPRESA SUL SET

Accorsi ha raccontato che quando si lavora con Ozpetek si arriva sul set senza sapere esattamente cosa accadrà, pur avendo un’idea di quello che si dovrebbe girare. L’attore ha spiegato che la scena in cui si balla sotto la pioggia inizialmente mostrava tutti che fuggivano tranne Annamaria, interpretata da Jasmine Trinca. Il regista è però arrivato sul set e ha cambiato tutto perché ha detto che la reazione dei personaggi sarebbe stata proprio l’opposto, cioè uscire sotto la pioggia a danzare.

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“Il primo Natale”, il vorrei ma non posso di Ficarra e Picone

Commedia natalizia per il duo comico che festeggia 25 anni di carriera assieme. Un approccio ironico per affrontare i problemi della società. Ma senza osare fino in fondo nella critica a religione e tradizioni. Pur strappando comunque diverse risate. La recensione.

Il duo di comici composto da Salvatore Ficarra e Valentino Picone torna nei cinema con la commedia natalizia Il primo Natale che segue le avventure del ladro Salvo e del prete Valentino, trasportati indietro nel tempo e arrivati misteriosamente ai giorni della nascita di Gesù, ritrovandosi così alle prese con l’epoca della dominazione romana, molte incomprensioni e problemi.

I CONTRASTI DI DUE FIGURE QUASI AGLI OPPOSTI

Il salto indietro nel tempo diventa un espediente per affrontare con ironia i problemi della società contemporanea e l’approccio delle persone alla religione, riuscendo non sempre nell’obiettivo nonostante il film strappi diverse risate. Visivamente ben curato, anche grazie al contributo del direttore della fotografia Daniele Ciprì, Il Primo Natale può sfruttare anche la convincente interpretazione di Massimiliano Popolizio nel ruolo dello spietato Erode e il pubblico di tutte le età sarà coinvolto nella divertente narrazione dei tentativi dei due protagonisti, costruiti dai due comici in collaborazione con gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Fabrizio Testini sfruttando i contrasti di due figure quasi in opposizione.

PIÙ ORIGINALE DELLE ALTRE PROPOSTE NATALIZIE

Pur non mantenendo alta la comicità dall’inizio alla fine e non osando fino in fondo criticare in modo tagliente la società o le tradizioni, la commedia riesce comunque a inserirsi con una certa originalità tra le proposte natalizie, sfruttando la simpatia trascinante di Ficarra e Picone.

Una scena del film “Il primo Natale”.

IL PRIMO NATALE IN PILLOLE

LA SCENA MEMORABILE

I due protagonisti vengono coinvolti nella nascita di Gesù.

LA FRASE CULT

«Come bambino sarà tranquillo, poi le cose si complicano dopo i 30 anni: moltiplica i pani, cammina sulle acque… buon Natale!»

TI PIACERÀ SE

Ami la comicità semplice e sincera di Ficarra e Picone.

DEVI EVITARLO SE

Non apprezzi le commedie leggere che cercano di offrire riflessioni su aspetti sociali.

CON CHI VEDERLO

Assieme a chi vuole rilassarsi con una commedia natalizia per tutta la famiglia.

PERCHÉ VEDERLO

Per divertirsi con un film in grado di coinvolgere lo spettatore sfruttando tradizioni e problemi sociali.

Regia: Salvatore Ficarra, Valentino Picone; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Massimo Popolizio, Roberta Mattei, Giacomo Mattia.

1. PROGETTO IDEATO DA TEMPO: TUTTO È NATO DAL PRESEPE

La storia alla base del film Il primo Natale era stata ideata da tempo da Ficarra e Picone e i due hanno sottolineato che volevano avvicinarsi al loro primo progetto destinato a una distribuzione durante le feste senza ricorrere a figure come Babbo Natale o le renne, ma riprendendo il racconto tradizionale del compleanno di Gesù. Nicola Guaglianone ha raccontato che si è quindi partiti dall’idea del presepe per poi ampliare il racconto con molte tematiche e situazioni divertenti.

2. FONTI D’ISPIRAZIONE: TOTÒ, VILLAGGIO, BOLDI E DE SICA

Tra i riferimenti cinematografici a cui si sono ispirati Ficarra e Picone per dirigere la commedia ci sono molti film classici, tra cui Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro, e comici del calibro di Totò, Paolo Villaggio, Massimo Boldi e Christian De Sica.

Ficarra e Picone nel loro film di Natale.

3. TEMPI STRETTI PER GIRARE: SOLO 10 SETTIMANE

Il tempo a disposizione per le riprese era di solo 10 settimane e questo ha obbligato il team della produzione e i due registi a prepararsi con grande attenzione fin da mesi prima dell’inizio del lavoro sul set, in modo da prevedere eventuali problemi e individuarne subito le possibili soluzioni.

4. CARRIERA DA CELEBRARE: IL DUO FA 25 ANNI ASSIEME

Il duo composto da Ficarra e Picone festeggia i suoi primi 25 anni di carriera e le celebrazioni iniziano proprio con l’uscita del film Il primo Natale nelle sale per poi proseguire con una tournée teatrale che si concluderà a Natale 2020.

5. SPUNTI PER IL PUBBLICO: L’OBIETTIVO DI FAR RIFLETTERE

La scelta di riflettere sul presente è stata sviluppata fin dall’inizio perché Ficarra e Picone hanno dichiarato: «Ci piace l’idea che il pubblico possa uscire dal cinema con una domanda e che abbia voglia di discutere di quello che ha visto, anche rimanendo della sua opinione».

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Le nomination ai Golden Globe 2020

Marriage Story fa incetta di nomination (sei in tutto) con Driver e Johansson in lizza come migliori attori. Per il miglior film in corsa anche The Irishman e Joker.

Marriage Story (Storia di un matrimonio) guida la lista delle nomination, con sei candidature, per la 77esima edizione dei Golden Globe. L’annuncio è stato dato dalla Hollywood foreign press association. Diretto da Noah Baumbach e interpretato da Scarlett Johansson e Adam Driver, Marriage Story è candidato tra l’altro come miglior film assieme a The Irishman, Joker, I due papi e 1917.

JOHANSSON E DRIVER IN LIZZA PER I MIGLIORI ATTORI

Scarlett Johansson ha ottenuto la nomination come miglior attrice in un film drammatico; per la stessa categoria sono state nominate anche Cynthia Erivo per Harriet, Saoirse Ronan per Little Women, Charlize Theron per Bombshell e Renee Zellweger per Judy. Come miglior attore in un film drammatico sono stati nominati Christian Bale per Ford v Ferrari (Le Mans 66 – La grande sfida), Antonio Banderas per Pain and Glory (Dolor y Gloria), Adam Driver per Marriage Story, Joaquin Phoenix per Joker, Jonathan Pryce per I due papi.

SCORSESE, TARANTINO E BONG JOON HO PER LA REGIA

Nella categoria miglior regista sono candidati Martin Scorsese per The Irishman, Bong Joon Ho per Parasite, Sam Mendes per 1917, Todd Phillips per Joker, Quentin Tarantino per Once Upon a Time in Hollywood (C’era una volta a… Hollywood).

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Così Ciro è diventato l’Immortale

Marco D'Amore racconta il passato del protagonista di Gomorra. Un progetto cross-mediale che vuole essere un ponte cinematografico tra la quarta e la quinta stagione della serie.

Ciro di Marzio, il personaggio amato dai fan della serie Gomorra, ritorna sugli schermi, questa volta cinematografici, con L’immortale diretto e interpretato da Marco D’Amore.

La trama comincia con un colpo esploso a bordo di una barca: Genny Savastano spara a Ciro il cui corpo sprofonda nelle acque buie del Golfo di Napoli. In quel momento riaffiorano i ricordi: un bambino piange tra le macerie di un palazzo distrutto nel terremoto dell’Irpinia. È il 1980 e quel neonato, rimasto solo al mondo, è destinato a diventare l’Immortale.

UN EPISODIO INDIPENDENTE DI GOMORRA

D’Amore si mette alla prova nella triplice veste di attore, sceneggiatore (in collaborazione con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Giulia Forgione e Francesco Ghiaccio) e regista, confezionando un prodotto cross-mediale dedicato ai fan di Gomorra con l’obiettivo, ha spiegato lo stesso D’Amore, «di portare in sala tutti quelli che per varie ragioni non hanno mai visto la serie». A fare da scenario una Napoli bellissima e tragica, mentre i flashback propongono una versione di Ciro dickensoniana.

Con l’Immortale Marco D’Amore debutta alla regia cinematografica dopo aver diretto due episodi della quarta stagione di Gomorra.

L’Immortale è un film di ottimo livello e atipico nel panorama italiano, ma ha il limite di essere pienamente comprensibile solo dal pubblico televisivo che scoprirà anche personaggi nuovi tra cui Bruno (Salvatore D’Onofrio e Giovanni Vastrella), Vera (Marianna Robustelli) e Stella (Martina Attanasio), una ragazza che aveva affascinato Ciro e che è ora compagna del suo amico di infanzia.

Regia: Marco D’Amore; genere: drammatico (Italia, 2019); attori: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Gianni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio, Nello Mascia

L’IMMORTALE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: Non hai mai perso un episodio di Gomorra e non hai ancora digerito la morte di Ciro Di Marzio alla fine della terza stagione.

DEVI EVITARLO SE: Non ami la saga e non sai nulla dell’Immortale. O non ami particolarmente i thriller.

CON CHI VEDERLO: con i fan della serie e chi è curioso di conoscere Ciro prima dell’Immortale.

PERCHÉ VEDERLO: per apprezzare Marco D’Amore anche dietro la macchina da presa.

LA SCENA MEMORABILE: quella che non si può dire. Mica vorrete degli spoiler?

LA FRASE CULT: «Io sono morto già».

L’Immortale è un progetto cross-mediale tra serie tivù e cinema.

1. UN PROGETTO TRA SALOTTO E SALA

L’Immortale è un esperimento cross-mediale tra tivù e grande schermo. Una sorta di cerniera tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra.

2. L’UMANITÀ DELL’IMMORTALE

Il personaggio di Ciro è particolarmente amato da Marco D’Amore che lo considera un «antieroe romantico». «Lo ritengo uno di quegli uomini per metà polvere e per l’altra metà dei», ha detto il regista. «Crea conflitto nello spettatore: la faccia feroce dell’uomo che lotta per imporsi, e accanto la fragilità di un essere umano alla ricerca di qualcosa di vero a cui aggrapparsi».

3. LA DIFFICOLTÀ DI FARSI IN TRE

Il triplice impegno non è stato sempre facile da gestire, in particolare sul set: D’Amore ha ammesso di essersi inizialmente «maledetto» per aver deciso di dover lavorare dietro e davanti la macchina da presa. Poi con il procedere delle riprese tutto ha trovato un suo equilibrio. L’Immortale segna il debutto alla regia cinematografica per D’Amore che aveva già diretto il quinto e il sesto episodio della quarta stagione di Gomorra.

Marco D’Amore è Ciro Di Marzio ne L’Immortale.

4. LA RICERCA PER RICOSTRUIRE LA NAPOLI ANNI 80

Per ricostruire la Napoli degli Anni 80 e Secondigliano gli sceneggiatori hanno compiuto un accurato lavoro di ricerca su documenti d’archivio e immagini di repertorio.

5. IL PRIMO FILM ITALIANO IN LARGE FORMAT

L’Immortale è il primo film italiano realizzato in large format, ovvero un formato intermedio tra i 35 e i 65 mm. Guido Michelotti, direttore della fotografia ha spiegato: «Fino a qualche anno fa le fiction televisive si giravano in 16 mm e il cinema in 35mm, questo rendeva l’immagine dei film più spettacolare. Oggigiorno le serie televisive si girano con le stesse camere che si usano per i film, per questo motivo il cinema si sta muovendo verso formati sempre più ampi, per differenziare l’immagine da quella che lo spettatore è abituato a vedere in tivù».


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Scorsese spiega come guardare The Irishman correttamente

Il premio Oscar implora di non guardare il suo nuovo gangster movie sullo smartphone e di non spezzettarlo come una serie: «L'effetto emotivo va perduto».

Martin Scorsese implora: non guardate The Irishman sul cellulare. «Se volete vedere uno dei miei film, o in generale la maggior parte dei film, per favore non guardateli su un telefonino. Guardateli su un iPad, meglio se un grande iPad», ha detto il regista, che nel 2012 ha girato uno spot per l’iPhone, al critico della rivista Rolling Stone, Peter Travers, dopo i primi giorni dell’approdo della sua ultima fatica cinematografica su Netflix.

«NON SPEZZETTATE IL FILM»

The Irishman ha segnato uno spartiacque nel dibattito su come fare e vedere cinema dopo che Netflix e gli altri colossi dello streaming hanno rivoluzionato la televisione.

Tre ore e mezza di lunghezza, l’affresco sul sicario irlandese coinvolto nella scomparsa del boss del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa è una sfida all’attenzione dello spettatore, tanto che alcuni fan hanno creato una guida a come spezzare il film in quattro puntate come se fosse una miniserie. Formato, questo, esplicitamente bocciato da Scorsese: «Perché il punto di questo film è l’accumulo dei dettagli. C’è un effetto cumulativo alla fine del film, per via del quale devi vederlo dall’inizio alla fine in una sola sessione».

«NON C’È NIENTE DI MALE NELLE SERIE, MA QUESTA NON LO È»

«Non c’è nulla di male con le serie, ma il mio film non è una serie», ha detto il regista a Entertainment Weekly riferendosi in particolare agli ultimi 20 minuti del film in cui il protagonista Frank Sheeran (Robert De Niro al suo nono film con Scorsese) si vede cadere addosso tutte le decisioni prese nel corso della vita abbracciando la vita dei gangster e allontanandosi dalla famiglia. L’effetto emotivo finale – ha spiegato il regista – sarebbe andato perduto se non guardato assieme al resto della pellicola.

L’EFFETTO DI THE IRISHMAN SUL BOX OFFICE

The Irishman, dopo tre settimane in un numero limitato di sale dove continua ad essere ancora proiettato, è arrivato su Netflix il 27 novembre, alla vigilia del ponte di Thanksgiving e la presenza di un film d’autore accanto alle mille proposte di cinema e tv della piattaforma in streaming ha avuto un effetto al box office nordamericano dove tra mercoledì e domenica, grazie soprattutto al record di Frozen 2 (123 milioni) sono stati venduti biglietti per 264 milioni di dollari, il 16 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo calo, secondo gli esperti, non è stato provocato solo dal maltempo che ha imperversato per tutto il ponte della festa soprattutto sugli stati degli Ovest: ha avuto una parte anche l’arrivo su Netflix del film di Scorsese, uno dei più attesi della stagione e sicuramente tra i candidati agli Oscar.

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Woody Allen torna a New York (nonostante il #Metoo)

Dopo le accuse di molestie della figlia che hanno complicato l'uscita del film, il regista americano arriva nelle sale con un'opera che rievoca i suoi vecchi lavori: dai personaggi ai dialoghi brillanti.

Le polemiche ritornate a galla con la nascita del movimento #MeToo hanno impedito a lungo di portare nelle sale Un giorno di pioggia a New York. Il film racconta la storia di Gatsby (Timothée Chalamet), che vive nella Grande Mela, e Ashleigh (Elle Fanning), che si occupa del giornale dell’università dell’Arizona dove ha conosciuto il fidanzato, i cui progetti di trascorrere un weekend romantico vengono stravolti.

Woody Allen ritorna a New York e lo fa riportando in scena situazioni e figure già proposte nella sua filmografia: il regista plasma su se stesso lo studente Gatsby che ama il cinema del passato e si ritrova alle prese con la sorella minore di una sua ex, Shannon (Selena Gomez), mentre Ashleigh, che viene trascinata nel complicato mondo del filmmaker Roland Pollard (Liev Schreiber) che deve intervistare, avrebbe potuto essere in passato affidata a Diane Keaton.

La splendida fotografia di Vittorio Storaro crea un’atmosfera malinconica e suggestiva in cui si muovono figure che appaiono versioni contemporanee di personaggi già conosciuti. Chi ama il cinema di Allen non potrà quindi che gioire: le buone performance delle giovani star, l’esperienza dei co-protagonisti e i consueti dialoghi brillanti, che mescolano leggerezza e riflessioni sulla vita, sostengono un film confezionato con maestria che paga forse un po’ troppo le sue radici nel passato per rivolgersi agli spettatori che dovrebbero riconoscersi nei protagonisti.

Un giorno di pioggia a New York riesce però a inserirsi tra le migliori opere del suo autore grazie alla freschezza dei suoi interpreti, a un ritmo incalzante e all’esperienza di Woody Allen che si muove sicuro tra triangoli sentimentali, dubbi esistenziali, contrasti sociali e cambiamenti.

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK: 5 COSE DA SAPERE

I guai dopo le accuse di molestie della figlia

Woody Allen ha raggiunto un accordo con Amazon Studios dopo che il regista aveva deciso di procedere per vie legali a causa della conclusione anticipata del contratto che prevedeva il finanziamento e la distribuzione di quattro film, tra cui anche Un giorno di pioggia a New York. Lo studio aveva deciso di interrompere la collaborazione dopo che erano riemerse le accuse di Dylan Farrow, la figlia del regista che da anni sostiene di essere stata molestata. Amazon riteneva che la situazione impedisse di ottenere i benefici, economici e di immagine, alla base dell’accordo, portando quindi Allen a coinvolgere gli avvocati per riuscire a ottenere circa 68 milioni di dollari per compensare le perdite subite.

Un gioco di contrasti tra luci e ombre

Vincenzo Storaro ha scelto di usare luci diverse e momenti di camera differenti per enfatizzare le due personalità di Gatsby e Ashleigh: il ragazzo ama la New York nuvolosa e piovosa, mentre Ashleigh è maggiormente estroversa e piena di passione, venendo quindi associata a colori più caldi. Le scene con al centro la giovane sono poi state girate usando una steadicam, elemento scelto per sottolineare il bisogno di libertà e di movimento del personaggio affidato a Elle Fanning, mentre per quelle dedicate a Gatsby la macchina da presa è stabile.

Allen e il rapporto indissolubile col cinema

Il regista, in una recente intervista, ha rivelato di non aver mai pensato di ritirarsi dal mondo del cinema nonostante le ripercussioni della pubblicazione delle notizie legate alle accuse che gli rivolge la figlia Dylan. Allen ha sottolineato: «Fin da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di concentrarmi sul mio lavoro, a prescindere da quello che accade nella mia famiglia o dagli aspetti politici. Non penso ai movimenti sociali. Il mio cinema è sui rapporti umani e sulle persone. E cerco di metterci dell’umorismo. Se dovessi morire probabilmente accadrebbe su un set cinematografico, e potrebbe succedere davvero».

Il prossimo progetto: Rivkin’s Festival

I problemi affrontati da Allen negli Stati Uniti potrebbero portare il filmmaker a proseguire la sua carriera solo in Europa, dove riesce ancora a ottenere i finanziamenti necessari. Il suo nuovo progetto si intitola, fino a questo momento, Rivkin’s Festival e ha come protagonisti Elena Anaya, Sergi Lopez, Gina Gershon, Wallace Shawn, Christoph Waltz e Louis Garrel. La storia è ispirata al San Sebastian Film Festival dove una coppia americana viene travolta dalla magia dell’evento e la donna inizia una relazione con un regista francese, mentre il marito si innamora di un’affascinante abitante della città.

Le reazioni del cast alle accuse di molestie

Le accuse rivolte a Woody Allen hanno diviso i membri del cast tra chi ha annunciato di rimpiangere la propria decisione di lavorare con il regista e chi, invece, lo ha difeso o sostenuto di non avere abbastanza informazioni per avere un’opinione obiettiva. Griffin Newman ha donato il proprio salario all’associazione Rainn (Rape and Incest National Network), stessa scelta compiuta da Timothée Chalamet che ha però diviso la cifra aiutando anche Time’s Up e Lgbt Center di New York.

Selena Gomez, seppur non dura nella propria opinione come i colleghi, ha donato oltre 1 milione di dollari a Time’s Up, organizzazione sostenuta anche da Rebecca Hall che ha ribadito comunque di ritenere la situazione complessa e di condannare i processi pubblici. A sostegno di Allen si erano poi schierati Jude Law, che considerava una vergogna che il film non venisse distribuito, e Cherry Jones che, dopo aver cercato ed esaminato ogni informazione relativa alle accuse, ha deciso di ritenere Allen innocente.

IL FILM DI WOODY ALLEN IN PILLOLE

La scena memorabile: Gatsby scopre i sentimenti di Shannon.

La frase cult: «La vita reale è per chi non sa fare di meglio».

Ti piacerà se: ami il cinema di Woody Allen e i suoi personaggi complicati e un po’ nevrotici.

Devi evitarlo se: vorresti vedere dei protagonisti inediti nella filmografia del regista.

Con chi vederlo: con la persona amata, per riflettere sugli ostacoli affrontati ogni giorno.

Perché vederlo: per apprezzare le interpretazioni di un cast di talento valorizzato da dialoghi e battute brillanti e un po’ romantiche.

Regia: Woody Allen; genere: commedia (Usa, 2018); attori: Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Rebecca Hall, Cherry Jones, Liev Schreiber, Diego Luna.

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Cetto c’è ed è più sovranista dei sovranisti

Esce nelle sale il nuovo film di Antonio Albanese, terzo capitolo del suo celebre personaggio La Qualunque. Ma questa volta la realtà sembra superare la fantasia.

Antonio Albanese riprende il ruolo di Cetto La Qualunque per tornare a ironizzare sui problemi della società contemporanea nella commedia Cetto C’è, senzadubbiamente. Dopo aver lasciato la politica e l’Italia, il protagonista si è trasferito in Germania dove gestisce una catena di pizzerie, ha conosciuto sua moglie ed è diventato padre. Quando la sorella di sua madre lo fa tornare a Marina di Sopra, in Calabria, Cetto scopre però di essere in realtà l’erede del principe Luigi Buffo di Calabria e diventa un sovrano “assolutista”.

Il personaggio creato insieme a Piero Guerrera, arrivato alla sua terza apparizione cinematografica, paga un po’ troppo la sua natura prevalentemente adatta al piccolo schermo nonostante la sceneggiatura e la regia di Giulio Manfredonia cerchino di creare una narrazione scorrevole e ricca di momenti divertenti, sfruttando i contrasti esistenti tra le diverse generazioni con Cetto e Melo (un convincente Davide Giordano), e tra il passato politico e la sua nuova quotidianità da monarca.

L’approccio sarcastico alla situazione della nostra nazione funziona solo a tratti e nemmeno i tanti equivoci, le situazioni sopra le righe, le battute legate all’idea degli italiani mafiosi e dei tedeschi nazisti, e il rapporto con la moglie riescono a dare spessore a una commedia davvero esile per quanto riguarda i contenuti e l’originalità. Il film comunque riesce a strappare qualche risata, ma il talento di Albanese meriterebbe un progetto più curato e meno scontato per far emergere i tempi comici e l’espressività che lo caratterizzano come attore.

CINQUE COSE DA SAPERE SU CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

Un lavoro complicato: «La realtà ha superato la fantasia

Antonio Albanese ha dichiarato che il lavoro di comico sta diventando sempre più complicato perché «la realtà supera ogni forma di comicità». L’attore ha sostenuto che persino le sue battute, così sopra le righe, stanno iniziando ad avere troppi punti di contatto con la vita quotidiana degli italiani. Albanese ha quindi sottolineato che Cetto, per gli standard attuali, è un moderato ed è necessario reagire alla situazione con l’energia della comicità.

Le richieste dei fan ad Albanese per un terzo capitolo

Il ritorno di Cetto sul grande schermo è stato deciso dopo le numerose richieste dei fan che volevano assistere a un terzo capitolo della sua storia nelle sale. Albanese e lo sceneggiatore Piero Guerrera avevano dichiarato che avrebbero pensato a un altro film solo se ne valeva la pena e dopo 7 anni hanno avuto un’idea che hanno ritenuto valida, iniziando a svilupparla.

Gli intrecci tra vita reale e finzione

Antonio Albanese ha svelato che la storia ha un piccolo punto in comune con la sua vita: il padre dell’attore è infatti stato costretto a lasciare la Sicilia e trasferirsi al Nord per trovare un lavoro, nonostante amasse la propria regione.

Una “vera” iniziativa: la piattaforma Pileau

Online è stata lanciata ufficialmente la piattaforma Pileau che sostiene la candidatura di Cetto La Qualunque al trono del Regno delle due Calabrie e dove è possibile esprimere liberamente le proprie idee. L’ironica iniziativa prende il nome dal “filosofo” Jean Jean Pileau, descritto come un «evasore fiscale, mecenate e sessuomane francese vissuto a cavallo tra 700, 800 e 900. Nato nel 1798 in Francia da genitori di origini italiane».

Un brano virale: il duetto Albanese-Guè Pequeno

Nella colonna sonora del film Cetto c’è, senzadubbiamente è presente un duetto di Antonio Albanese con Guè Pequeno, intitolato Io sono il re, accompagnato online da un video che ha già superato quota 900.000 visualizzazioni su YouTube e diventato un fenomeno virale.

IL FILM DI ALBANESE IN PILLOLE

La scena memorabile: Cetto scopre le sue vere origini;

La frase cult: «La democrazia non può garantire più niente, un re sì»;

Ti piacerà se: Ami le commedie leggere che si ispirano alla realtà;

Devi evitarlo se: se non ami battute legate agli stereotipi e un’immagine della donna un po’ troppo banalizzata;

Con chi vederlo: insieme a chi apprezza il talento comico di Antonio Albanese;

Perché vederlo: per riflettere senza troppo impegno sulla possibile direzione della politica italiana.

Regia: Giulio Manfredonia; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Caterina Shulha, Gianfelice Imparato, Davide Giordano.

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Trailer e recensione di Les Mans ’66

Il film con Damon e Bale fa rivivere il grande confronto tra Ford e Ferrari attraverso l'amicizia dei due protagonisti Carroll Shelby e Ken Miles.

La storia vera di un’amicizia che ha trasformato il mondo delle corse automobilistiche è al centro di Le Mans ’66 – La grande sfida, il film diretto da James Mangold dopo il successo di Logan. Gli eventi prendono il via nel 1959 quando Carroll Shelby (Matt Damon), dopo la vittoria alla 24 Ore di Le Mans, scopre di non poter più correre a causa di una patologia cardiaca. Lascia così le piste, per vendere automobili.

Fino a quando con l’amico collaudatore Ken Miles (Christian Bale) e un team di ingegneri e meccanici, Shelby raccoglie la sfida lanciata dalla Ford: battere la Ferrari. Le Mans ’66 – La grande sfida funziona soprattutto grazie alle ottime performance dei protagonisti. La narrazione sebbene cada nella retorica riesce a restituire, attraverso il rapporto tra i due, la portata di una sfida epica.

Al suo debutto nelle sale nel weekend del 16-17 novembre il film ha conquistato il primo posto al box office in Nord America con 31,5 milioni di dollari. Anche in Italia ha sbancato: uscito in 497 sale, ha incassato 1.246.126 euro. La storia è nota.

Regia: James Mangold; genere: drammatico (Usa, 2019); attori: Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Caitriona Balfe, Tracy Letts, Josh Lucas, Remo Girone.

LE MANS ’66 IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che uniscono azione e storie vere.

PERCHÉ VEDERLO: per ripercorrere una pagina di storia e una sfida agguerrita.

CON CHI VEDERLO: insieme ai fan di Christian Bale e del suo camaleontico talento.

Una scena di Les Mans ’66.

DEVI EVITARLO: se ti aspetti una una versione “storica” di Fast & Furious.

LA SCENA MEMORABILE: Carrol cerca di convincere Ken a partecipare alla sua “folle” impresa.

LA FRASE CULT: «Ford odia quelli come noi, perché siamo diversi».

Damon e Bale sul set.

LE CARRIERE INTRECCIATE DI DAMON E BALE

Christian Bale ha lo stesso agente di Matt Damon e per anni i due attori hanno “rischiato” di lavorare insieme. «Non avrei una carriera se non fosse per i ruoli che ha rifiutato», ha detto Bale parlando di Damon. «Dicevano: “Matt non vuole fare questo film”. “Okay, e Bale?”». Damon ha rinunciato anche alla parte di Dickie Eklund in The Fighter, film che ha fatto conquistare a Bale un premio Oscar come miglior attore non protagonista.

SHELBY-MILES, UN LEGAME UNICO

Bale ha sottolineato che uno degli aspetti più belli della storia raccontata da Le Mans ’66 è il legame strettissimo tra i due protagonisti. Tanto che Shelby riuscì a riconoscere il talento di Miles nonostante il pilota continuasse ad auto-sabotarsi. Matt Damon ha svelato che per portare in scena questa amicizia si è ispirato al rapporto tra fratelli.

Les Mans ’66 racconta una grande amicizia.

UN TALENTO CAMALEONTICO

Christian Bale per girare Le Mans ’66 ha dovuto rimettersi in forma dopo aver preso peso per le riprese di Vice, in cui interpretava Dick Cheney. L’attore ha però dichiarato che in futuro non si sottoporrà più a trasformazioni fisiche estreme.

UN PROGETTO RIMANDATO A LUNGO

James Mangold ha raccontato di aver tenuto d’occhio il progetto fin dal 2011, leggendo le versioni degli script che erano state realizzate fino a quel momento. Dopo aver girato Logan il regista ha quindi chiesto alla 20th Century Fox di lavorarci con collaborazione dei fratelli Butterworth.

Christian Bale interpreta il pilota Ken Miles.

I TAGLI AL MONTAGGIO

Nella sua versione provvisoria, il film durava quattro ore. Il regista è stato costretto a tagliare molto materiale passando prima a 3 ore e 15 poi a 2 ore e 30. Sono così state sacrificate le sottotrame per lasciare spazio al rapporto tra i due protagonisti. Alcune delle sequenze tagliate potrebbero comunque essere inserite nei contenuti extra dei Dvd e Blu-Ray, ma Mangold per ora non ha intenzione di proporre una director’s cut del suo lungometraggio.


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Trailer e recensione de La Belle Époque

Il film di Nicolas Bedos con Daniel Auteuil è una commedia brillante e insieme malinconica. Una sorta di Truman Show che spinge a riflettere sulle relazioni d'amore e sulla nostalgia. Da vedere.

Ritornare a vivere il passato per apprezzare il presente: questa è l’idea alla base dell’affascinante commedia La belle époque, diretta da Nicolas Bedos e presentata all’ultima Festa del cinema di Roma. Daniel Auteuil è Victor, uomo refrattario alle nuove tecnologie che viene cacciato di casa dalla moglie Marianne (Fanny Ardant), la quale al contrario del marito subisce il fascino delle novità. A questo punto entra in scena Antoine (Guillaume Canet) titolare della Time Traveller un’agenzia che ricrea per i clienti un momento del passato. E Victor chiede di rivivere, come in un Truman Show, il 16 maggio 1974: il primo appuntamento con Marianne.

Daniel Auteuil interpreta Victor.

UNA RIFLESSIONE SULL’AMORE

Le brillanti interpretazioni del trio di protagonisti, affiancati dalla carismatica Doria Tillier (Margot, l’alter ego di Marianne) sostengono una commedia dalla vena malinconica e al tempo stesso trascinante. Bedos con La Belle Époque fa riflettere con il sorriso sull’evoluzione dei rapporti sentimentali e sulle difficoltà ad adeguarsi a un mondo in continua evoluzione.

Regia: Nicolas Bedos; genere: commedia (Francia, 2019); attori: Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi.

LA BELLE ÉPOQUE IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: apprezzi i film che divertono con intelligenza, accompagnati da un’ottima colonna sonora e interpretazioni brillanti.

DEVI EVITARLO SE: sei un grande appassionato di tecnologia e non capisci chi non è drogato di social media.

PERCHÉ VEDERLO: per divertirsi ed emozionarsi avvolti in un’atmosfera vintage.

Una splendida Fanny Ardant.

CON CHI VEDERLO: insieme a chi si ama, per riflettere con leggerezza sui problemi delle relazioni.

LA SCENA MEMORABILE: Victor “incontra” per la prima volta Marianne, dando indicazioni per ricreare alla perfezione il suo giorno memorabile.

LA FRASE CULT: «Non so cosa mi riserverà il futuro, ma voglio viverlo fino in fondo».

Guillaume Canet nei panni di Antoine ricrea il momento speciale di Victor.

UNA AVVENTURA PSICANALITICA

In una intervista Bedos, classe 1979, ha raccontato di essere stato folgorato da un’immagine: un uomo anziano litiga con la moglie che lo accusa di non sapere stare al passo con i tempi. L’uomo allora entra in una stanza in cui tutto lo riporta agli Anni 70. «Una specie di bolla protettiva che lui stesso ha creato», ha spiegato il regista. «Quest’uomo è nato dal riflesso di alcune persone che mi sono molto vicine e, per alcuni aspetti, da me stesso. Scrivere questa storia è stata una vera avventura anche psicoanalitica».

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Il regista ha ammesso che fin da giovane ha sviluppato una «paura quasi patologica nei confronti dell’erosione dei sentimenti e la distruzione dei ricordi». Un “terrore” che caratterizza quasi tutta la sua produzione.

Una splendida Fanny Ardant.

TECNOLOGIA, USARE CON CAUTELA

Guillaume Canet non è propriamente un tecno-entusiasta. «Si è talmente sommersi nella comunicazione e nei social network», ha detto l’attore, «che si rischia di dimenticare l’essenziale». Il che non significa rigettare la tecnologia tout court: «bisogna usarla con consapevolezza senza perdersi».

UN OMAGGIO AL CINEMA

La Belle Époque è un omaggio al cinema e alla magia della finzione. Non a caso Victor si riappacifica con se stesso nel momento in cui da attore diventa regista del proprio passato.


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Malore per Catherine Deneuve: sarebbe in gravi condizioni

L'attrice francese, 76 anni, è stata ricoverata in un ospedale parigino. Fonti a lei vicine parlano di un colpo di stanchezza, ma sarebbero necessari nuovi esami.

Catherine Deneuve è stata ricoverata a Parigi dopo un malore nella notte tra il 5 e il 6 novembre. A rivelarlo è stato il quotidiano francese Le Parisien, secondo cui l’attrice di 76 anni sarebbe in «condizioni gravi», da non sottovalutare, e per questo sarebbero necessari esami approfonditi. Fonti a lei vicine citate da Bfm-tv, hanno parlato di una «botta di stanchezza» dovuta all’agenda molto fitta. L’icona del cinema francese è impegnata, dal mese scorso, sul set dell’ultimo film di Emmanuel Bercot, De son vivant, con Benoît Magimel.

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Martin Scorsese spiega perché per lui i film Marvel non sono cinema

Secondo il regista, la settima arte deve portare l'inaspettato al pubblico. Con i supereroi, niente è a rischio. L'opinione sul Nyt.

C’è un nesso tra l’uscita di The Irishman su Netflix e la polemica di Martin Scorsese contro i film Marvel. Mentre la sua ultima fatica sulla scomparsa di Jimmy Hoffa è nelle sale, il regista torna alla carica sul New York Times e definisce lo straordinario successo dei supereroi una minaccia per i valori del cinema d’autore. La polemica era scoppiata all’inizio di ottobre quando Scorsese, in un’intervista a Empire, aveva definito i film Marvel «l’equivalente di un parco-giochi». Era seguito un acceso dibattito che aveva visto schierati con il 77enne Scorsese i veterani colleghi Francis Ford Coppola e Ken Loach. Ieri contro Scorsese era sceso in campo il boss di Disney, Bob Iger: «Grande regista, ma non credo che ne abbia mai visto uno».

L’ACCUSA AL MODELLO DI BUSINESS

A onor del vero, Scorsese dice di averci provato, ma di non essere mai arrivato in fondo. Sul New York Times il regista arriva ad ammettere che, se fosse nato più tardi, avrebbe forse trovato di suo gusto i film sfornati dagli studi (proprietà Disney) di Playa Vista in California. Martin si interroga quindi sui suoi gusti da giovane, riconoscendo che alcuni dei suoi film preferiti – in particolare Alfred Hitchcock – promettevano e portavano a casa lo stesso tipo di emozioni che oggi offrono i supereroi. Ma non sono in gioco i gusti personali secondo l’anziano statista del cinema newyorchese, che mette sul banco degli imputati il modello di business imposto dalla franchise: «Variazioni illimitate su un numero definito di temi fatti per soddisfare una serie specifica di domande, i film Marvel sono sequel di nome, ma remake di fatto, basati su ricerche di mercato e test dell’audience, modificati, riverificati e rimodificati fino a che non sono pronti per il consumo».

LE SALE “OCCUPATE” DALLA MARVEL

Il regista spiega quindi che la scala e il costo di un film Marvel richiede di farlo uscire nel massimo numero di sale possibili, ma c’è solo un numero limitato di sale in Nordamerica e il risultato è un collo di bottiglia che marginalizza i film che Scorsese ama vedere e fare relegandoli alla distribuzione in streaming o home video. «Avrei voluto vedere The Irishman proiettato in più sale», ha ammesso il regista, tornando sulla decisione che lo ha portato a fare il suo ultimo film con Netflix con conseguente guerra tra gli esercenti e il colosso dello streaming sul numero di limitato di giorni in cui la saga sulla scomparsa di Jimmy Hoffa potrà essere distribuita nei cinema prima di uscire su Internet.

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Addio ad Antonutti, una delle voci più intense del nostro cinema

L'attore si è spento a 84 anni. Noto soprattutto per aver interpretato il Padre padrone dei fratelli Taviani, ha doppiato tra gli altri Christopher Lee e Omar Sharif.

È scomparso Omero Antonutti, doppiatore e interprete di tante pellicole a cominciare da Padre padrone dei fratelli Taviani. Nato in Friuli Venezia Giulia, a Basiliano nel 1935, si è spento il 5 novembre all’ospedale di Udine dopo una lunga malattia. Noto soprattutto come doppiatore, Antonutti ha prestato la sua voce tra gli altri a Christopher Lee ne Il Signore degli anelli, a John Hurt in V per Vendetta e a Omar Sharif in Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Ed è sempre sua la voce narrante de La vita è bella di Roberto Benigni e de Il mestiere delle Armi di Ermanno Olmi.

DAI TAVIANI A PLACIDO: LA CARRIERA AL CINEMA

Molto vicino ai fratelli Taviani, oltre a Padre Padrone, girò con loro anche La notte di San Lorenzo (1982), Kaos (1984) e più recentemente Tu ridi (1998). Sempre al cinema, Antonutti ha interpretato Farinelli – Voce regina di Gérard Corbiau, Un eroe borghese di Michele Placido, I banchieri di Dio – Il caso Calvi di Giuseppe Ferrara, La ragazza del lago e, nel 2008, Miracolo a Sant’Anna.

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