Xi Jinping: «I separatisti saranno fatti a pezzi»

Durissima dichiarazione del leader cinese contro le minoranza interne: «Chiunque sia impegnato in spinte separatiste in qualsiasi parte della Cina sarà ridotto in polvere»

È un pugno di ferro quello mostrato dal presidente Xi j-inping contro le minoranza separatiste interne. Il segretario del partito comunista cinese ha rilasciato una dichiarazione inattesa, inedita e durissima contro i separatisti del Nepal, dello Xinjang e di Taiwan. «Chiunque sia impegnato in spinte separatiste in qualsiasi parte della Cina sarà ridotto in polvere e fatto a pezzi. Ogni forza esterna che supporta la divisione della Cina si illude», ha detto Xi al premier nepalese KP Sharma Oli, secondo quanto riferito dalla tv statale cinese Cctv, nel mezzo delle sfide politiche di Pechino tra le proteste pro-democrazia di Hong Kong e le critiche Usa sulla situazione delle minoranze musulmane.

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Benvenuta nelle nostre case, cara propaganda cinese!

Dall'Nba a Tiffany, pur di non perdere nemmeno una fettina del lucroso mercato del Dragone anche l'occidente china il capo e si adegua alla censura illiberale e anti-democratica imposta da Pechino.

Gli autori di South Park, popolarissima serie animata che spopola da tempo negli Usa degna erede dei Simpson, l’hanno buttata sull’ironia, con un tweet graffiante, come loro abitudine: «Come l’Nba, diamo il benvenuto ai censori cinesi nelle nostre case e nei nostri cuori. Anche noi amiamo i soldi più della libertà e della democrazia. Xi non assomiglia affatto a Winnie the Pooh. Sintonizzati sul nostro 300esimo episodio questo mercoledì alle ore 10! Lunga vita al Grande Partito Comunista Cinese! Possa il raccolto di sorgo di questo autunno essere generoso! Tutto a posto ora, Cina?!».

Il tweet arrivava subito dopo che – lo scorso lunedì 7 ottobre- il cartone satirico è stato bandito completamente dal web cinese. A far imbufalire gli impalcabili censori di Pechino (che, con ogni evidenza, non dormono mai) è stato un episodio in cui la serie animata critica con la proverbiale ironia l’asservimento delle aziende occidentali alle direttive draconiane cinesi pur di accedere al loro lucroso mercato.

LA FATWA CINESE CONTRO LA NBA

Il riferimento per nulla nascosto era all’altro intervento censorio de burocrati del Pcc che questa settimana ha fatto il giro del mondo: il mea culpa con cui appunto l’Nba – la Lega di basket americana – aveva tentato di prendere le distanze da un commento filo-Hong Kong del general manager degli Houston Rockets. Risultato immediato: la Chinese Basketball Association ha sospeso tutti i rapporti con gli Houston Rockets, la squadra di basket americana in cui ha militato il cestista cinese Yao Ming dal 2002 al 2011, oggi presidente dell’associazione.

Secondo il New york times, in Cina il massimo campionato americano di pallacanestro è seguito da circa 500 milioni di persone. Tutti grandi consumatori

Mentre diversi sponsor cinesi – come il marchio di scarpe Li Ning e lo Shanghai Pudong Development Bank Card Center – hanno deciso di interrompere i rapporti con la società americana, mentre Tencent e l’emittente statale Cctv hanno annunciato che non ne trasmetteranno più le partite. Una decisione che può facilmente trasformarsi in perdite economiche dai molti zeri. Secondo il New york times, infatti, in Cina il massimo campionato americano di pallacanestro è seguito da circa 500 milioni di persone. Tutti grandi consumatori. Tutti incazzati adesso contro la Lega di basket statunitense, sobillati dall’efficiente apparato mediatico filogovernativo cinese.

LA CENSURA AMERICANA AI CARTELLI PRO HONG KONG

Ormai non passa giorno in cui la Cina, che sembra aver perso definitivamente qualsiasi freno inibitorio nel suo delirio di onnipotenza economica globale, non intervenga bacchettando, censurando, umiliando e – quel che è decisamente più importante – escludendo dal lucrosissimo mercato cinese chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, fin dentro le nostre case, osi esprimere opinioni o fare dichiarazioni che vadano contro le “verità di regime” imposte dalla censura.

In odine di tempo, è toccato il 10 ottobre ad alcuni signori americani i quali – non in Cina, bensì nella “democratica” America – hanno osato partecipare, appunto, a una partita di basket al Whashington Wizard Game, indossando alcune magliette con sopra scritto «Free Hong Kong» (Liberate Hong Kong) e gridando la stessa cosa a gran voce. «Immediatamente», ha raccontato ai giornalisti Patrick Hedger, 29 anni, di Arlington, Virginia, «siamo stati spinti in malo modo verso l’uscita e ci hanno strappato di mano e fatto a pezzi i nostri cartelli!».

ANCHE TIFFANY E VERSACE MESSI ALLE STRETTE DA PECHINO

Pochi giorni fa era toccato all’azienda del lusso Tiffany, colpevole – secondo gli occhiuti censori pechinesi – di avere varato una campagna pubblicitaria nella quale si vedeva una modella che si copriva un occhio. Troppo evidente il riferimento all’incidente occorso a una manifestante colpita proprio in un’occhio da un proiettile della polizia a Hong Kong, hanno decretato i censori del Pcc! E subito giù scuse dei vertici di Tiffany e il ritiro immediato della campagna incriminata, visto che a nulla sono servite le prove, fornite ala Cina, che la foto e la campagna in questione erano state preparate molto prima che avvenisse «l’incidente» di Hong Kong. Nulla da fare. O meglio: tutto da rifare. Per Tiffany e la sua campagna pubblicitaria. Lo stesso è accaduto a Versace, colpevole di avere scritto su una maglietta i nomi di Hong Kong, Macao e Taiwan senza farli seguire dalla parola Cina, neanche fossero luoghi indipendenti dalla sovranità di Pechino… eresia!

LA CINA ORDINA, I PAESI OCCINDENTALI SI ADEGUANO

Insomma, ormai la Cina ordina, indispettita, per qualsiasi scemenza – banna Winnie the Pooh perché assomiglia al presidente Xi Jinping e Peppa Pig perché non è abbastanza «patriota cinese» etc. – e tutti, ovunque nel mondo, a chinare la testa e profondersi in rispettosi inchini, orientati a 90 gradi e zitti e buoni, pur di non perdere nemmeno una fettina del lucroso mercato del Dragone.

Un fermo immagine tratto da un video diffuso dalla Cnn mostra uomini in fila in divisa da carcerati con una benda sugli occhi e le mani legate dietro la schiena.

Ma l’ultima, scioccante vicenda, è arrivata sui giornali e le televisioni internazionali pochi giorni fa, quando è stato fatto circolare sul web e sulla stampa occidentale, un video choccante proveniente dalle regione cinese di confine dello Xinjiang, dove vive la minoranza Uigura di religione musulmana, perseguitata da decenni con inaudita ferocia d Pechino. In esso si vedono centinai di prigionieri di etnia uigura tutti insieme, in ginocchio, bendati.

I SOLDI DI PECHINO PIÙ IMPORTANTI DEI DIRITTI UMANI

Il video, troppo forte per essere ignorato, ha causato una (tiepida) reazione dell’amministrazione Trump, che ha deciso di estendere le limitazioni sull’export di tecnologia a otto aziende cinesi accusate di aver contribuito «alle violazioni dei diritti umani e agli abusi compiuti con l’attuazione della campagna di repressione cinese, le detenzioni arbitrarie di massa e l’utilizzo di alta tecnologia di sorveglianza contro uiguri, kazaki e altri membri di gruppi minoritari musulmani».

Tra le società sanzionate in maniera lieve e tardiva dagli Usa spiccano i nomi di Hikvision,, Sense Time e Megvii

Tra le società sanzionate spiccano i nomi di Hikvision, colosso della videosorveglianza con impianti in tutto il mondo, compresa l’Italia, Sense Time, una delle startup più attive a livello mondiale nell’intelligenza artificiale, e Megvii, specializzata nel riconoscimento facciale. Un provvedimento modesto, tardivo e anche piuttosto ipocrita. Per molto meno, per delle armi chimiche mai esistite, con la scusa di mandare via un regime dispotico, illiberale, dittatoriale e dove vigeva la censura di Stato («ring a bell?», direbbero gli inglesi; «Vi ricorda qualcosa?», tradurrei io), gli Usa ci trascinarono in una guerra inutile e terribile in Medio oriente. Saranno i tempi che cambiano. O quel venticello che porta il profumo dei soldi, che adesso spira da Est, e fa girare a tutti la testa dall’altra parte.

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Hong Kong: polizia, 241 arresti nel weekend

Gli attivisti fermati hanno tra i 12 e 54 anni e tra loro 70 persone sono finite in manette per aver usato mascherine. Dall'inizio delle proteste già 2.300 gli arresti.

La polizia di Hong Kong ha eseguito 241 arresti nel weekend lungo del 4-7 ottobre, di cui 170 uomini e 71 donne, di età compresa tra i 12 e i 54 anni: le accuse, in base alla «diffusa efferatezza» contro agenti e cittadini con diverse visioni, variano dall’adesione a manifestazioni illegali al possesso d’armi esplosive e all’uso delle mascherine, bandite da sabato negli eventi pubblici. Lo ha riferito uno dei massimi funzionari, Kwok Yam-yung. Tra i 77 casi di arresti per l’uso delle mascherine, 16 sono stati incriminati l’8 ottobre.

OLTRE 2.300 FERMI DALL’INIZIO DELLE PROTESTE

Gli incriminati per l’uso delle mascherine rischiano adesso fino a un anno di carcere e la multa di 25.000 dollari di Hong Kong, circa 3.200 dollari Usa. Da giugno, dall’inizio delle proteste scaturite dalla dura opposizione alla controversa legge sulle estradizioni in Cina, sono state arrestate 2.363 persone, di cui più 200 accusate formalmente di rivolta. «Atti spietati e sconsiderati stanno portando lo stato di diritto sull’orlo del collasso totale», ha osservato Kwok, commentando i numeri delle manifestazioni in conferenza stampa, dove alcuni giornalisti e fotografi hanno indossato le mascherine in segno di protesta.

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Quel silenzio assordante dell’Italia sulla tragedia di Hong Kong

La politica e la società civile stanno incredibilmente zitti davanti a una Cina sempre più aggressiva, prepotente e illiberale.

Dopo la scandalosa presa di posizione – o meglio, dopo la mancata presa di posizione contro il dittatore venezuelano Nicolas Maduro – decisa dal passato governo Conte 1 – che ha scandalizzato l’intera comunità internazionale e l’Europa in particolare – non ci si poteva certo aspettare una vigorosa protesta dell’attuale nuovo governo nei confronti della Cina, per quanto sta accadendo a Hong Kong.

Però il silenzio che si leva dal parlamento italiano, dai di solito “ciarlieri” politici su questo o quel tema internazionale, dalle istituzioni tutte e anche da buona parte della società civile del nostro Paese, sulla lotta ostinata e drammatica del popolo di Hong Kong contro una Cina sempre più aggressiva, prepotente e illiberale, continua a suonare alle mie orecchie ogni giorno sempre più assordante.

SE DI MAIO SI GETTA MANI E PIEDI TRA LE BRACCIA DI PECHINO

Le considerazioni che dovrebbero spingere un governo nel nostro Paese – un governo degno di difendere la bandiera della democrazia e della libertà garantite dalla nostra Costituzione anche fuori dai nostri confini – ad alzare la voce, o almeno a provarci, nei confronti della nuova e sempre più aggressiva superpotenza asiatica, sarebbero in realtà diverse, e non tutte dettate soltanto dal sacrosanto richiamo al rispetto delle libertà democratiche fondamentali, quelle per le quali il popolo di Hong Kong, i giovani, gli impiegati, gli avvocati, i professionisti della ex colonia britannica, lottano ormai da mesi.

Xi Jinping durante al commemorazione dei 70 anni della Repubblica popolare cinese.

Del resto, cosa aspettarsi da un governo che, nella sua passata “incarnazione”, ha visto non tanto il “Capitone” Matteo Salvini, quanto proprio l’onnipresente Giggino Di Maio – per giunta “promosso” proprio a ministro degli Esteri – gettarsi convintamente mani e piedi nelle “braccia “ di Pechino, protagonista di quella incredibile “fuga in avanti”; quella che li ha visti correre a firmare i patti draconiani proposti (ma sarebbe meglio dire, “imposti”) dalla Cina per aderire a una mirabolante Nuova via della Seta malgrado tutti i partner europei abbiano cercato in tutti i modi di convincerli ad “andarci piano”?

L’ILLUSIONE DELLA NUOVA VIA DELLA SETA

Oddio, vanno capiti: esperienza ne hanno pochina – il buon Di Maio proprio nessuna – di questioni internazionali, e come il piccolo imprenditore che, ingenuamente, pensa che cedendo la maggioranza della sua azienduccia al colosso cinese di turno, si farà ricco – mentre invece ne verrà solo strangolato – i nostri politici hanno pensato di avere svoltato, come si direbbe a Roma, con questa loro geniale fuga in avanti. «Li freghiamo tutti sul tempo», avranno pensato? Probabilmente si. Ma si sono dimenticati di studiare, e di dar retta a chi – come i nostri partner europei – alla scuola delle grandi istituzioni internazionali del commercio e non solo, ci sono andati veramente.

Migliaia di container già adesso percorrono la nuova via della Seta, viaggiano strapieni quando vanno dalla Cina verso di noi in Europa e tornano quasi tutti vuoti

Altrimenti avrebbero saputo delle migliaia e migliaia di container che già adesso percorrono, via ferrovia, questa nuova mirabolante “via della Seta”, i quali viaggiano strapieni quando vanno dalla Cina verso di noi in Europa, e tornano quasi tutti vuoti quando fanno il percorso contrario. Avrebbero capito, insomma, che con il gigante asiatico – dittatoriale, illiberale, monopartitico, assolutista e, in una parola, ancora fermamente comunista (seppure in questa sua inedita formula che io chiamo del Comunismo 2.0) – bisogna andarci piano, molto piano, prima di accettare qualsiasi abbraccio: allo stato delle cose non può che rivelarsi mortale.

Una protesta degli studendi di Hong Kong.

Anche solo se ci si fosse fermati per un attimo a riflettere che stiamo parlando di un “abbraccio” tra un nanetto geografico da 60 milioni di abitanti, come l’Italia, e un gigante mastodontico da un miliardo e mezzo di persone… Quale beneficio potremmo averne noi poveri “nani geopolitici” andando da soli a un simile, travolgente appuntamento?

ITALIA VASO DI COCCIO TRA I VASI DI FERRO USA E CINA

E così, l’unico risultato ottenuto da questa scelta dissennata pro-Pechino dai geni della lampada che, a quanto pare, continuano a consigliare – malamente, oggi come ieri – il neo-ministro degli Esteri Giggino di Maio è stato quello di fare incazzare definitivamente gli americani. Che dal loro punto di vista hanno pure ragione a volerci punire con una bordata di dazi che metteranno in ginocchio l’unico comparto in buona – o almeno decente – salute della nostra economia, quello delle eccellenze agroalimentari. Sì, perché dopo la mancata condanna di Maduro, dopo il Capitone e suoi aspiranti leghisti col colbacco che si sono messi a flirtare con gli odiati moscoviti e altre varie “amenità”, i baci in bocca con l’odiatissima rivale, la Cina appunto, sono stati letteralmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso per quelli che – almeno fino a prova contraria – restano i nostri principali alleati, gli Stati Uniti d’America, appunto.

Oggi forse è tardi per Hong Kong per ottenere la libertà che gli spetta

Col risultato che oggi ci troviamo – vasi di coccio che si sono stupidamente messi in mezzo, da soli, tra due poderosi vasi di ferro – a pagare per tutto questo. Anche per colpe non nostre, come la lotta tra Airbus e Boeing. Senza nemmeno la dignità – e, in fondo, la possibilità pratica, visto come stiamo messi – di dire alla Cina che la deve smettere di opprimere Hong Kong, che dovrebbe lasciare alla gente dell’ex colonia la possibilità di decidere liberamente del loro destino, come sarebbe loro preciso diritto. Riconoscendo loro almeno quella dignità decisionale che, ai tempi del ritorno sotto il loro potere, quel primo luglio di 22 anni fa, nessuno – né i cinesi , né in realtà gli stessi britannici, bisogna ricordarlo – pensarono nemmeno per un momento di concedergli. Oggi forse è tardi per Hong Kong per ottenere la libertà che gli spetta. È tardi per sperare di ottenere qualcosa da questa lotta contro il gigante Golia di Pechino. Almeno loro però – piccoli Davide, ancora più piccoli di noi – ci stanno provando. Noi invece, eterni Pulcinella, sappiamo soltanto abbassare la testa, una volta di più, di fronte al potente del momento. Che oggi si chiama Cina.

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Hong Kong, con le nuove misure è in arrivo una stretta liberticida

Il bando delle maschere anti-gas è solo l'inizio. All'orizzonte c'è un pacchetto di leggi speciali. Che può portare all'introduzione di coprifuoco e censura. Così l'ex colonia torna indietro di 40 anni.

Il governo di Hong Kong si avvia ad approvare un pacchetto di leggi speciali, cominciando dal divieto di indossare qualsiasi tipo di maschera, soprattutto quelle anti-gas adottate dalle frange più violente del movimento anti-Cina. L’escalation di violenza che ha rischiato di trasformare la 17esima settimana ininterrotta di proteste nell’ex colonia britannica in tragedia, con il ferimento di un giovanissimo manifestante, colpito in pieno petto e deliberatamente da un colpo di pistola sparatogli quasi a bruciapelo da un poliziotto in tenuta anti-sommossa, ha creato un’accelerazione improvvisa della crisi. Il divieto di indossare maschere – volto a rendere riconoscibili i manifestanti più violenti e a impedirgli di difendersi dai gas lacrimogeni sparati dagli agenti – sarà solo il primo passo di un pacchetto di leggi durissime le quali – secondo fonti attendibili – dovrebbero includere l’istituzione del coprifuoco e molte limitazioni alla libertà personale, di stampa, di espressione e di manifestazione.

È stato lo stesso sindacato degli agenti di polizia, anzi quello dei “giovani agenti di polizia” di Hong Kong, a richiederle a gran voce in un comunicato ufficiale, lo stesso nel quale però ha anche apertamente criticato, per la prima volta, l’operato della già contestatissima governatrice Carrie Lam: secondo gli agenti tutto il peso e la responsabilità di gestire la situazione – come si è visto, sempre più incandescente – è stata lasciata sulle spalle del corpo di polizia. «Se si continuerà a lasciarlo solo ad affrontare la crisi, senza nessun supporto politico e governativo», si legge, «sarà solo questione di tempo perché ci scappino i primi morti. Da una parte o dall’altra».

FUOCO INCROCIATO SULLA GOVERNATRICE LAM

Insomma, Lam deve affrontare, per la prima volta dall’inizio dei disordini, non solo le dure critiche della società civile di Hong Kong che non intende retrocedere dalle sue richieste democratiche, ma adesso anche quelle che provengono dal corpo di polizia. Un corpo che – prima dell’inizio dei disordini, ormai più di quattro mesi fa – si era fatto sempre benvolere dalla popolazione per l’equilibrio e la moderatezza della sua azione. La situazione si è ormai totalmente ribaltata, e vede gli agenti della HK Police (molti sono giovani quanto i manifestanti che devono affrontare e più vicini a loro di quanto si immagini) e le loro famiglie divenire sempre più spesso bersaglio di insulti, rappresaglie e attacchi anche quando sono fuori servizio.

Il pacchetto ricalca in parte quelle misure adottate in casi di grande emergenza sociale e di ordine pubblico nel periodo coloniale

L’aspetto paradossale di quanto sta per accadere, oltre al fatto che l’applicazione delle leggi speciali “azzererebbe”, di fatto, le libertà finora garantite a Hong Kong, portando la repressione del dissenso praticamente agli stessi livelli di quanto accade nella Cina continentale, è anche che il pacchetto ricalca in parte quelle stesse misure adottate in casi di grande emergenza sociale e di ordine pubblico nel periodo coloniale. Misure istituite nel 1922 dai britannici, che andavano sotto il nome di “Emergency regulations ordinance“. E che permettevano alle autorità di applicare «qualunque decisione venisse considerata necessaria per il pubblico interesse». Vennero applicate l’ultima volta a Hong Kong nel 1967, durante le violente proteste della sinistra dell’epoca, e autorizzavano tra l’altro la censura dei media, arresti e deportazioni, controllo dei porti e di tutti i trasporti, la confisca di proprietà private e l’autorizzazione per le autorità di accedere e perquisire qualunque luogo senza bisogno di mandato. Un “ritorno al passato” che certo non mancherà di creare imbarazzo anche nelle fila dei manifestanti, gli stessi che – nelle azioni più violente – hanno distrutto e vandalizzato gli emblemi del potere cinese per innalzare la bandiera della vecchia Hong Kong coloniale britannica.

IL MINI-PARLAMENTO CHIEDE POTERI SPECIALI

Il gabinetto di governo di Hong Kong – il cosiddetto “mini-parlamento” – si riunisce il 4 ottobre per invocare i poteri di emergenza per affrontare la spirale di violenza e di illegalità causata dalle proteste. Lam ha convocato la riunione speciale del suo consiglio esecutivo per proporre l’introduzione del divieto di indossare maschere anti-gas che, se approvato, diventerebbe legge il 4 ottobre stesso. È praticamente certo che la misura verrà approvata, in quanto il gabinetto di governo comprende principalmente figure pro-Pechino, quelle che la Cina continua a imporre agli abitanti della ex colonia malgrado l’accordo sino-britannico in vigore dal ritorno sotto la sovranità cinese, nel luglio 1997, prevedesse la possibilità di elezioni di propri rappresentanti attraverso libere consultazioni a suffragio universale. E la messa in pratica di questo diritto, per oltre 22 anni negato da Pechino, costituisce proprio una -la principale – delle “cinque richieste” che portano avanti i manifestanti. Un traguardo che – dopo la sterzata liberticida all’orizzonte – sembra allontanarsi sempre di più.

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La parata per i 70 anni della Repubblica popolare in Cina

Sfilata muscolare in piazza Tiananmen per l'anniversario di nascita dello stato comunista. Durante la sfilata mostrati i missili DF41 capaci di colpire gli Usa.

Un lunga raffica di colpi a salve sparata dai cannoni su piazza Tiananmen ha dato il via alle celebrazioni per i 70 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, subito dopo una breve introduzione del premier Li Keqiang. Poi la grande parata militare. Il presidente Xi Jinping, indossando l’abito in stile Mao, ha assistituo alla sfilata sul loggione allestito sulla porta di ingresso della Città Proibita, avendo alla sua destra l’ex presidente Hu Jintao e alla sua sinistra l’ex leader Jiang Zemin.

SCHIERATI I MISSILI IN GRADO DI COLPIRE GLI USA

Durante la parata si sono visti per la prima volta, i missili intercontinentali mobili a combustibile solido DF41, i temuti vettori balistici capaci di raggiungere il territorio Usa in meno di un’ora. Durante l’ispezione delle truppe in limousine da parte del presidente Xi Jinping, che è anche commander-in-chief, si sono visti diversi missili, tra cui i DF58, i DF31 e i DF17.

XI: «NESSUNA FORZA PUÒ SCUOTERE LA CINA»

Nessuna forza può scuotere la Cina: è stato il messaggio del presidente Xi Jinping nel discorso su piazza Tiananmen, prima di ispezionare le truppe. «Nessuna forza può neanche scuotere lo stato della Cina o fermare il popolo e la nazione cinesi dal marciare in avanti». Il popolo cinese e i gruppi etnici «hanno raggiunto grandi conquiste che sbalordiscono il mondo negli ultimi 70 anni con sforzi concertati e una dura battaglia».

LE PROMESSE SU HONG KONG E MACAO

Il presidente Xi Jinping ha poi promesso «prosperità e stabilità» per Hong Kong e Macao, le regioni semi-automone basate sul sistema “un Paese due sistemi”, assicurando che gli sforzi «per la completa riunificazione andranno avanti». «Sul viaggio davanti a noi, dobbiamo tenere fermi i principi di ‘riunificazione pacifica’ e ‘un Paese due sistemi’, avendo prosperità e stabilità durature a Hong Kong e Macao, promuovendo lo sviluppo pacifico delle relazioni intrastretto», sui rapporti con Taiwan, ha aggiunto.

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Il costo umano della potenza cinese

ORIENTE ESTREMO. Mentre Pechino festeggia il 70esimo anniversario della Repubblica popolare, il mondo pare essersi dimenticato dei milioni di morti causati dalla corsa cominciata con Mao. Dal quale Xi Jinping non ha mai preso le distanze. Anzi.

«Non solo la Cina ha rifiutato di adottare le riforme promesse (al momento dell’ingresso nel Wto, ndr), ma ha abbracciato un modello economico dipendente da enormi barriere di mercato, sussidi statali, manipolazione valutaria, trasferimento di tecnologia, furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali su vasta scala». Lo ha detto Donald Trump alla recente Assemblea generale delle Nazioni Unite. Accuse pesanti che però non sembrano avere impensierito troppo il presidente Xi Jinping, tutto preso, nei giorni scorsi, a tagliare il nastro del nuovo faraonico aeroporto Daxing di Pechino, costato quasi 18 miliardi di dollari (400 miliardi, includendo ferrovie e strade di collegamento) e già adesso candidato a diventare il maggiore al mondo.

donald trump xi jinping g20 osaka
Donald Trump e Xi Jinping.

DIRITTI UMANI ANCORA CALPESTATI

Le accuse di Trump alla Cina, però, sono incomplete. Anche lui, come gli altri leader del Pianeta quando si rivolgono a Pechino, si dimentica della totale inosservanza del rispetto dei più basilari diritti umani, dello spregio continuo e costante della libertà di opinione, di stampa e di critica, del ricorso massiccio alla pena capitale, dell’applicazione pervasiva della censura tecnologica e informatica.

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E mentre il primo ottobre la Cina festeggia i 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare, un silenzio assordante si leva dalla comunità internazionale che sembra ignorare il fatto che sia la nazione più illiberale, meno democratica e più totalitaria del mondo (con l’eccezione poco significativa della Corea del Nord). Una nazione, tra l’altro, fondata su decine di milioni di morti innocenti.

Il presidente cinese Xi Jinping.

I MILIONI DI VITTIME DEL GRANDE BALZO IN AVANTI DI MAO

«La guerra atomica? Non e certo un problema per la Cina. Di cinesi ne ho tanti, troppi. E la morte di 10 o 20 milioni di loro non sarebbe certo un grosso guaio». Cosi diceva Mao Zedong al primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, con impressionante cinismo. Ma il presidente Mao non ebbe bisogno di aspettare l’ecatombe nucleare di una bomba H. A uccidere decine di milioni di cinesi bastarono la sua sconsiderata politica economica, all’inizio degli Anni 60. La carestia causata dagli errori di pianificazione del cosiddetto “Grande balzo in avanti”, infatti, fu la più terribile nell’intera storia del genere umano: tra il 1958 e il 1962 uccise oltre 40 milioni di persone, secondo stime prudenti. E la responsabilità fu tutta di Mao, che per questo è passato alla storia come il più grande assassino di massa del pianeta.

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E non si pensi che la Cina di oggi, quella che sembra una nazione moderna, ipertecnologica, tesa a imporre a ogni costo una sua nuova governance globale, sia in realtà radicalmente diversa da quella di quei tempi atroci, o che abbia mai inteso disconoscere e prendere le distanze dalle tragedie del maoismo.

Una parata militare a Pechino.

XI JINPING E L’OSSESSIONE DELLA CONTINUITÀ

Il segno che Xi Jinping darà a queste maestose celebrazioni, infatti, sarà quello della continuità. L’ossessione della continuità, lo sforzo costante di collegare l’operato del Partito comunista oggi sempre al potere, con i periodi storici, gli eventi e persino i principi religiosi passati – in uno sforzo di assimilazione totale di ogni movimento o cultura esistente o esistita nel Paese – è una vera fissazione per lui. E la narrazione delle celebrazioni sarà proprio questa: non vi è alcuna discontinuità tra la Repubblica Popolare cinese degli albori, il periodo maoista e l’attuale Cina neo-capital-comunista.

proteste hong kong scontri 29 settembre 2019
Proteste a Hong Kong.

DA TAIWAN ALLO XINJIANG: LE AREE CALDE DELLA CINA

Ma le sfide e i problemi per il povero Xi non mancano. A parte i disordini a Hong Kong che ormai vanno avanti da più di quattro mesi, c’è l’”isola ribelle“, Taiwan, dove nel 2020 ci saranno le elezioni e dove i sentimenti indipendentisti sembrano aver trovato nuova linfa e nuova ispirazione dai tumulti dell’ex colonia britannica. Poi a rovinargli il sonno e le celebrazioni ci sono le due regioni che continuano a dare problemi alla granitica volontà di uniformare ogni cosa: il Tibet, storicamente inquieto, e lo Xinjiang, dove la minoranza musulmana degli uiguri non accenna a sottomettersi, malgrado sia vittima di una feroce repressione, denunciata anche di recente sul piano internazionale. E naturalmente la guerra dei dazi con Trump.

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UNA DITTATURA GLOBALE DEL DENARO

Lungi comunque dall’utilizzare questa storica ricorrenza per prendere le distanze, una volta per tutte, dagli errori e dagli orrori della Cina maoista, al contrario, il presidente-a-vita – come del resto si evince dai suoi scritti ormai entrati a far parte della Costituzione – non rinnega la storia, ma rivendica le scelte passate come quelle fondanti – e le uniche possibili – che hanno consentito alla Cina di diventare quella che è diventata oggi: l’unico esempio di dittatura (globale) del danaro. E siccome pecunia non olet, inutile anche aspettarsi che questo imminente anniversario, che Pechino intende celebrare in pompa magna con festeggiamenti epocali, possa diventare l’occasione per un serio ripensamento dei rapporti con l’Occidente. Semmai, una cosa sembra certa e cioè che a meno di inediti e a oggi assolutamente imprevedibili sconvolgimenti geopolitici globali, presto o tardi, verremo anche noi “assimilati” e diventeremo tutti “comunisti” cinesi.

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Paypal diventa la prima azienda straniera di pagamenti in Cina

L'azienda ha avuto il via libera della Banca Centrale di Pechino. Ora attendono anche Visa e Mastercard.

PayPal è diventata la prima società straniera a ottenere una licenza per i pagamenti in Cina. Goufubao, piccola società cinese nel settore delle transazioni online, ha annunciato che la Banca centrale ha dato il via libera all’acquisizione di una quota del 70% da parte dell’azienda che è diventata così la prima straniera nel settore a sbarcare sul mercato cinese, battendo Visa e Mastercard.

PRESSIONI PER L’OK ANCHE DA VISA E MASTERCARD

Si tratta di un passo importante che consente a PayPal di continuare la sua ascesa in Asia per bilanciare il rallentamento di Stati Uniti ed Europa. L’autorizzazione a procedere della Banca centrale cinese segue l’impegno di Pechino ad aprire alle società straniere la sua industria dei servizi finanziari, assunto due anni e finora mai rispettato. Ora anche Visa e Mastercard, che attendono da tempo un via libera a operare, faranno ulteriori pressioni: gli Stati Uniti, nel corso delle trattative commerciali, hanno chiesto al governo di Pechino un maggiore accesso delle aziende a stelle e strisce nel nome della «parità di trattamento».

LA SITUAZIONE IN CINA: WECHAT CONTRO ALIPAY

PayPal entra in Cina acquisendo una piccola società, ma nel mercato cinese dei pagamenti ha già due colossi con cui competere: da un lato Tencent, il big dietro a WeChat, la rivale di WhatsApp; dall’altro Alibaba, la cui affiliata Ant Financials controlla Alipay. Secondo gli osservatori proprio il duopolio WeChat-Alipay rappresenta un significativo ostacolo per PayPal e per tutte le società straniere che vogliono penetrare sul mercato dei pagamenti del Dragone.

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Più che raddoppiate le truppe della Cina a Hong Kong

Secondo l'agenzia Reuters le forze paramilitari di Pechino sono passate da 3 -5 mila unità alle attuali 10 - 12 mila. In campo la People's Armed Police specializzata in repressione delle rivolte.

La Cina ha più che raddoppiato le sue truppe a Hong Kong, portate dalle 3-5mila unità precedenti l’inizio delle proteste pro-democrazia alle attuali 10-12mila. A dare la notizia è l’agenzia americana Reuters, che sul suo sito ha citato alcuni diplomatici dell’ex colonia secondo cui a fine agosto, quella che Pechino presentò come «rotazione di routine» delle truppe fu invece un vero rafforzamento. In prima linea sarebbe schierata la People’s Armed Police (Pap), forze paramilitari anti-rivolte e di sicurezza interna che fanno capo al presidente Xi Jinping.

FORZE SPECIALIZZATE NELLA REPRESSIONE DELLE SOMMOSSE

Il rafforzamento include non solo le truppe, ma anche le dotazioni per contrastare episodi di violenza come cannoni ad acqua e mezzi pesanti per realizzare barricate con filo spinato e altri tipi di strutture antisommossa. La People’s Armed Police ha un commando separato rispetto
alle Forze armate della People’s Liberation Army, ma ha come terminale finale della catena sempre il presidente Xi Jinping che è prima di tutto segretario generale del Pcc e commander-in-chief di due milioni di militari. Le forze paramilitari, è la convinzione, potrebbero intervenire se
Pechino desse il suo via libera, contando sulla loro specializzazione nelle tattiche non letali, nei metodi di soppressione delle rivolte e nel controllo della folla.

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Nuovi scontri tra polizia e attivisti ad Hong Kong

A pochi giorni dal 70esimo anniversario della nascita della Repubblica popolare i manifestanti pro-democrazia sono scesi ancora una volta per le vie dell'ex colonia britannica. Lanci di lacrimogeni e barricate nel cuore della città.

Nuova domenica di scontri a Hong Kong tra attivisti pro-democrazia e polizia nel quartiere dello shopping della città: gli agenti hanno usato i lacrimogeni a Harcourt Road, all’Admiralty, nel 17/o weekend di proteste anti-governative e a pochi giorni dai 70 anni dalla fondazione della Repubblica popolare cinese. Nuovi attriti sono in corso alla stazione della metropolitana di Wan Chai, dove centinaia di manifestanti vestiti di nero, con maschere e caschi, stanno costruendo barriere con cestini dell’immondizia e canne di bambù per «resistere» agli assalti della polizia.

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