Coronavirus: 17 nuovi casi in Cina, 5 a Wuhan

Dopo settimane senza contagi torna ad alzarsi l'allerta nella città focolaio della pandemia.

In Cina dopo giorni senza contagi è tornato l’incubo coronavirus. Domenica si sono registrati 17 nuovi casi, toccando i massimi delle ultime due settimane, di cui 7 importati relativi nella Mongolia interna e 10 domestici, suddivisi tra le province di Hubei (5), Jilin (3), Liaoning (1) e Heilongjiang (1).

I casi dell’Hubei fanno capo al capoluogo Wuhan, il primo focolaio della pandemia: sono asintomatici, ha detto la Commissione sanitaria provinciale, che si aggiungono all’infezione registrata sabato nel distretto di Dongxihu, la prima dal 4 aprile, dove il livello sanitario d’allerta è stato rialzato a basso a medio.

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La battaglia impossibile del signor Zhang per realizzare un memoriale a Wuhan

Il 50enne ha visto morire il padre in ospedale, dove si era infettato. Tornato a Shenzhen si è adoperato per raccogliere i fondi per costruire un monumento alle vittime. Ma la polizia cinese lo ha monitorato e minacciato. Lui però non è intenzionato a tacere: «Il regime mi ha ucciso la persona più cara al mondo. Che altro ho da perdere?».

Il signor Zhang ha 50 anni ed è nato a Wuhan, ma da molto tempo, per motivi di lavoro, vive a Shenzhen, la metropoli cinese confinante con Hong Kong.

All’inizio del 2019, Zhang Hai, questo il suo nome completo, aveva preso la decisione di trasferire il padre 76enne, da tempo in pensione e malato di Alzheimer, dalla natìa Wuhan a Shenzhen per vivere insieme a lui e poterlo assistere meglio.

L’INCIDENTE DOMESTICO E IL RITORNO A WUHAN

Il 15 gennaio di quest’anno il padre di Zhang in un banale incidente domestico, come spesso accade agli anziani, è caduto e si è rotto il femore. La frattura era grave per questo i medici dell’ospedale di Shenzen, dove in un primo momento era stato ricoverato gli dissero che andava operato e che l’intervento avrebbe avuto un costo elevato: un costo che Zhang non poteva permettersi. Cercando una soluzione per curare il padre, seguendo il suggerimento di alcuni suoi parenti rimasti a Wuhan, Zhang provò allora a contattare un ospedale della città divenuta poi tristemente famosa quale epicentro dell’epidemia da Covid-19. Lì suo padre avrebbe potuto ricevere cure ospedaliere gratuite: tutti i costi sarebbero stati a carico del sistema sanitario della regione dell’Hubei, della quale Wuhan è il capoluogo.

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«In quelle settimane si cominciava a sentir parlare di questo virus, ma fino alla fine di gennaio», ricorda Zhang a Voice of America, «i funzionari di Wuhan dichiaravano al pubblico che l’epidemia era controllabile e che il rischio di trasmissione da uomo a uomo era molto basso». A quel punto Zhang decise che portare il padre a Wuhan fosse una buona soluzione, anzi, la soluzione ideale. Così, non potendo immaginare la gravità dell’epidemia in corso, i due tornarono nella loro città natale il 16 gennaio. Il giorno successivo, il padre ricevette un primo trattamento per stabilizzare la frattura al General Hospital of Pla Central Theater Command, un ospedale militare di Wuhan. «All’epoca a Wuhan era tutto normale», dice ancora Zhang. «Il personale medico non indossava tute protettive e le persone non portavano mascherine».

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Alcuni giorni dopo, il padre di Zhang cominciò ad avere la febbre e le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Il 30 gennaio, gli venne formalmente diagnosticato il virus. «Proprio quel giorno», ha ribadito Zhang, «il personale medico dell’ospedale improvvisamente indossò tute protettive e altri dispositivi di sicurezza».

L’AREA DI ISOLAMENTO DI CUI NON SI SAPEVA NULLA

Il primo febbraio, il padre venne trasferito in una zona ad alto isolamento dell’ospedale. «Non sapevo che esistesse un’area destinata ai pazienti Covid-19», ha sottolineato l’uomo. «Nessuno mi aveva informato che era stata allestita né quando l’avessero fatto. Ma questo rappresenta un’evidenza indiscutibile: l’ospedale aveva già molti pazienti a gennaio, ma nessuno ne sapeva niente, per questo sono certo che mio padre è stato infettato proprio in ospedale». Solo poche ore dopo essere stato trasferito nell’area isolata, il padre di Zhang morì. Il suo corpo venne affidato a una delle tante imprese funebri locali, la Wuchang Funeral Home. A Zhang non venne permesso di dare l’ultimo saluto a suo padre e nemmeno di vedere il cadavere prima che venisse cremato.

IL CONTROLLO DEL GOVERNO AL RITIRO DELLE URNE

Alla fine di marzo, con l’allentarsi dell’emergenza, le autorità di Wuhan hanno finalmente permesso ai cittadini di andare a ritirare le urne dei loro cari uccisi dal virus. A Zhang sembrò subito strana una cosa: le autorità avevano imposto a tutti i parenti di ritirare le urne dei loro cari solo se accompagnati da un rappresentante governativo. «Nella cultura cinese, raccogliere e seppellire l’urna sono cose molto private. Nessuno vuole che a un momento così intimo partecipi uno sconosciuto», ha spiegato Zhang, che è convinto che la strana direttiva fosse motivata dal tentativo delle autorità di impedire ai parenti dei defunti di dialogare tra loro, e soprattutto di diffondere informazioni sull’epidemia. «Il governo ci ha costretti a raccogliere e seppellire le urne in assoluta solitudine e sotto il loro stretto controllo… Ma molti di noi hanno deciso di boicottare questa regola forzata e non hanno raccolto le urne». Anche Zhang si è rifiutato e ha cominciato a contattare i parenti per cercare di capire cosa fosse successo e cosa le autorità stessero nascondendo.

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Un giorno Zhang ricevette una strana telefonata da parte di un funzionario della sezione di Wuhan della Commissione politica e legale, un’agenzia di sicurezza governativa. «Il funzionario che mi chiamò», ricorda Zhang, «aveva evidentemente composto il mio numero per errore, convinto di avere chiamato un suo superiore dell’agenzia governativa. Cominciò a riferire di come mi stavano controllando e monitorando». In questo modo Zhang venne a sapere che l’agenzia leggeva tutti i suoi messaggi privati ​​inviati a parenti e amici e che molti venivano addirittura censurati: sul telefono di Zhang l’app mostrava i messaggi come inviati. Ma in realtà il destinatario non li riceveva.

L’IDEA DEL MEMORIALE PER LE VITTIME DEL COVID

Quando Zhang è tornato a Shenzhen, l’8 aprile scorso, si è subito messo al lavoro per fare qualcosa. «Ero infuriato per quello che era successo, ed ero anche molto triste. Pensavo a tutti quei morti che se ne erano andati per sempre senza neanche il conforto di una carezza o di una parola di affetto, come mio padre. Sono certo che il loro numero sia enormemente più elevato di quello dichiarato dalle autorità». Così Zhang ha deciso che bisognava fare qualcosa per ricordarli. «Mi è venuta l’idea di raccogliere fondi per costruire a Wuhan un memoriale dedicato a tutte le vittime del coronavirus». Il monumento «è per il lutto dei nostri parenti e perché le persone non dimentichino quanto è accaduto», ha detto Zhang. «Dovrebbe anche rappresentare un monito per il governo, perché capiscano l’errore commesso nel cercare di nascondere l’epidemia: se non facciamo nulla non cambierà mai nulla in Cina, e lo stesso disastro accadrà di nuovo». Il monumento immaginato da Zhang a Wuhan dovrebbe essere «tutto dipinto di nero, con sopra i nomi e le immagini di ogni defunto».

I SOCIAL MONITORATI E LE MINACCE

Ma le attività del signor Zhang su internet e sui social cinesi non sono passate inosservate. La prima volta, il 29 aprile, è stato convocato dalla polizia di Shenzen, che lo ha costretto a interrompere la pubblicazione dei post sui social media. La seconda volta è accaduto il 4 maggio. Zhang aveva appena creato un gruppo su WeChat per i parenti delle vittime del virus. Questa volta, la polizia ha mostrato a Zhang i suoi post e lo ha costretto a cancellare il gruppo. Zhang ha anche dichiarato che alcuni membri del suo gruppo che vivono a Wuhan sono stati convocati dalla polizia della città e apertamente minacciati: «Gli agenti hanno detto loro che non li avrebbero lasciati in pace fino a quando non avessero smesso di interessarsi al progetto del memoriale». Di fronte agli attacchi coordinati della polizia segreta contro di lui e contro tutti quelli che avevano cominciato ad aderire al suo progetto, Zhang si è visto costretto a rinunciare all’idea del monumento, e in un post su Weibo, il 6 maggio, ha motivato così la sua decisione: «Non voglio creare problemi ad altre persone», aggiungendo però che cercherà di utilizzare i fondi raccolti per aiutare i parenti delle vittime, se i donatori non ne vorranno la restituzione. «Pensandoci adesso, mi sento terribilmente in colpa. Portare mio padre a Wuhan è stato come mandarlo a morire», ha sottolineato Zhang. «Se qualcuno mi avesse detto che l’epidemia era così grave, non l’avrei mai portato lì». «Come posso tacere? Come posso accettare che i responsabili non paghino per le loro azioni e i loro errori?», ha concluso. «Non ho paura. Il regime mi ha ucciso la persona più cara al mondo. Che altro ho da perdere?».

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La censura di Pechino sull’origine cinese del Covid che irrita l’Ue

Nella lettera aperta scritta dall'ambasciatore europeo in Cina sul China Daily scompare il passaggio sull'inizio della pandemia. Il ministero degli Esteri del Dragone non ha dato il via libera. Uno sgarbo diventato un caso diplomatico.

Si apre un nuovo fronte per la Cina, questa volta con l’Unione europea. Non si tratta certo di accuse pensanti come quelle partite dagli Usa, ma al centro dei malumori c’è ancora l’origine del coronavirus.

Secondo il Financial Times «l’Ue ha accusato la Cina di censurare un articolo co-firmato dal suo ambasciatore a Pechino e pubblicato sul China Daily», voce del Partito comunista cinese, «rimuovendo un riferimento allo scoppio del coronavirus in Cina».

«È deplorevole vedere che la frase sulla diffusione del virus è stata modificata», ha detto Nicolas Chapuis, ambasciatore europeo a Pechino, al Ft. «La censura», sottolinea sempre il Ft, «è l’ultimo esempio degli sforzi di Pechino per far fronte a chi l’accusa di avere gestito male i primi giorni della pandemia, che si ritiene abbia avuto inizio nella città cinese di Wuhan alla fine del 2019».

IL NIET DEL MINISTERO DEGLI ESTERI CINESE

Un tema caldo che tocca anche gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che da settimane punta il dito contro Pechino e la sua narrativa sul coronavirus. Della vicenda si è occupato anche Politico.eu che rivela altri dettagli, citando «un portavoce del servizio di azione esterna della Ue che si è rammaricato che la lettera originale non sia stata pubblicata integralmente dal China Daily» e ha «osservato che non poteva essere pubblicata senza il via libera del ministero degli Esteri cinese». Politico.eu riferisce inoltre che «in segno di malcontento tra i membri dell’Ue, le ambasciate a Pechino di Paesi come Germania, Francia e Italia hanno pubblicato la lettera completa con riferimento alla malattia originata in Cina e che poi si è diffusa da lì nel mondo».

LA LETTERA PER IL 45ESIMO ANNIVERSARIO DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE

L’Ansa ha pubblicato alcuni passaggi della lettera aperta scritta per il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina evidenziando le parti modificate. «Quest’anno celebriamo il 45esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Ue e la Cina, istituite il 6 maggio 1975. È una pietra miliare importante in una relazione sempre più importante tra la nostra Unione di 27 Stati europei e la Cina», si apre la missiva. «Abbiamo fatto molta strada dal 1975. A quel tempo, l’Ue era composta da soli nove Stati membri. La Cina stava solo iniziando ad aprirsi al mondo e non aveva ancora subito la sua formidabile trasformazione economica. Il commercio tra le nostre due parti era minimo. Ora, in tempi normali, l’Ue e la Cina intrattengono scambi commerciali per 1,8 miliardi di euro al giorno. Collaboriamo in più settori che mai, compresi quello politico, economico, finanziario, scientifico, educativo e culturale. Entrambi abbiamo evidenti interessi condivisi nella risoluzione pacifica dei conflitti globali, mitigazione dei cambiamenti climatici, sviluppo sostenibile, sicurezza alimentare ed energetica, non proliferazione nucleare e giustizia sociale. E condividiamo l’aspirazione comune a portare la nostra relazione a un livello ancora più produttivo negli anni a venire, con l’aumentare della connettività tra Europa e Asia. Mentre abbiamo le nostre differenze, in particolare per quanto riguarda i diritti umani, la nostra partnership è diventata abbastanza matura da consentire discussioni franche su questi temi. Entrambi vediamo i meriti nel sostenere e difendere il multilateralismo, con le Nazioni Unite e il Wto al centro. Fino a metà gennaio, l’anno 2020 era stato salutato come cruciale per le relazioni Ue-Cina, con numerosi incontri di alto livello volti ad approfondire la cooperazione».

IL PASSAGGIO CENSURATO

Fin qui nessun problema. Poi il passaggio oggetto della censura da parte di Pechino. La lettera nella sua versione originale proseguiva infatti: «Ma l’esplosione del coronavirus in Cina, e la sua successiva diffusione nel resto del mondo negli ultimi tre mesi, ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue sia la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Il passaggio è stato così “epurato”: «Ma l’epidemia del coronavirus ha portato temporaneamente a mettere da parte i nostri piani preesistenti perché sia l’Ue che la Cina sono completamente mobilitate per affrontare quella che ora è diventata una sfida di proporzioni veramente globali». Insomma lo sforzo del Dragone, dopo gli aiuti ai Paesi colpiti e la propaganda, si conferma quello di operare una sorta di rimozione sull’origine geografica del Covid-19.

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Le conseguenze del coronavirus sull’economia cinese

l National Bureau of Statistics della Cina ha annunciato la prima contrazione economica dal 1976. La produzione è scesa dell'1,1%a, le vendite al dettaglio del 15,8%. Una crisi che potrebbe portare anche a cambiamenti politici interni prima impensabili.

I funzionari cinesi, qualche giorno fa, hanno annunciato al mondo che la seconda economia più grande del Pianeta si è ridotta del 6,8% nei primi tre mesi del 2020 rispetto a un anno prima, ponendo fine a una crescita continua, impetuosa e senza ostacoli, sopravvissuta alla repressione di Piazza Tiananmen, all’epidemia di Sars e persino alla crisi della finanza globale. Ma, a quanto pare, non al coronavirus. E i numeri, nella loro impietosa aridità, chiariscono quanto sarà monumentale la sfida per rimettere in piedi per l’economia globale, una sfida alla quale Pechino non può sottrarsi e che senza la rinascita della Cina sarà destinata inevitabilmente a fallire.

Da quando è emersa dalla povertà assoluta e dall’isolamento politico, infatti, più di 40 anni fa, la Cina è diventata forse il motore di crescita più importante al mondo, quella che ha consentito la ripartenza durante i peggiori periodi di difficoltà planetarie, come dopo la crisi finanziaria del 2008. Ora il Paese sta cercando di riavviare la sua enorme economia da 14 trilioni di dollari, uno sforzo che potrebbe dare al resto del mondo un aiuto essenziale. Oppure un colpo mortale. La diffusione del coronavirus negli Stati Uniti e in Europa, che ne ha congelato le economie, ha generato previsioni secondo le quali la produzione mondiale e le richieste dei mercati potrebbero ridursi quest’anno in maniera mai sperimentata prima.

Pe questo motivo, Pechino si trova adesso alle prese con un vero e proprio paradosso economico: il gigante asiatico sta uscendo per primo dalla crisi da Covid-19, mentre il resto del mondo è ancora tragicamente alle prese con la pandemia e con sue devastanti conseguenze economiche; ma l’innegabile vantaggio che da questa situazione deriverà a Pechino, rischia di venire vanificato dal calo globale dei consumi e della contrazione di tutte le altre economie mondiali. In altre parole, la pandemia e i tentativi di contenerla hanno drasticamente ridotto la richiesta mondiale di prodotti cinesi, il che potrebbe portare a chiusure di fabbriche, aumento della disoccupazione e crisi economica interna, anche se il Paese sta cercando di tornare nel mondo degli affari e di far ripartire la sua economia in tutti i modi.

LA CINA VIVE LA SUA PRIMA CONTRAZIONE ECONOMIA DAl 1976

La Cina ha gradualmente eliminato molti restrizioni sul lavoro e sugli spostamenti, nelle ultime settimane. Ma gli uomini d’affari in tutti il Paese sono uniti nel dichiarare che i tempi restano difficili. Il governo spinge affinché i cinesi ricomincino a consumare e a spendere come prima della catastrofe, ma le famiglie non lo fanno, sono timorose, scioccate da ciò che hanno passato, mentre devono affrontare una realtà per loro inedita, dopo decenni di crescita esponenziale: i loro redditi sono diminuiti. Il National Bureau of Statistics cinese ha annunciato ufficialmente la prima contrazione economica dal 1976, dai tempi oscuri in cui il Paese affrontava gli ultimi giorni della Rivoluzione Culturale.

L’economia cinese è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro

La storica fase di crescita della Cina è stata alimentata dalla creazione di una vasta e moderna rete di infrastrutture – autostrade e ferrovie – dalla forte imprenditorialità della sua gente, dalla sua forza lavoro qualificata e da un governo che era pronto a mettere da parte le preoccupazioni ambientali e i diritti dei lavoratori per un fine considerato superiore: una sempre maggiore produzione economica. Ma il coronavirus, come un proverbiale “cigno nero”, ha fermato il suo enorme motore industriale.

Le opzioni di Pechino sono limitate. Finora ha evitato di dispiegare un enorme “potenza di fuoco” finanziaria mettendo sul piatto liquidità e aiuti, come stanno facendo gli Stati Uniti e le nazioni europee. La sua economia è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro come accadde nel 2008, quando Pechino mise in piedi in pochissimo tempo un piano per spendere più di mezzo trilione di dollari. Oggi la situazione economica del Dragone è molto diversa da allora. Basti citare, uno per tutti, lo spettro più inquietante che si aggira oggi per la Cina: il debito pubblico. Due parole che i governanti a Pechino non vogliono pronunciare, ma che da tempo invece si sentono ripetere con sempre maggiore insistenza negli ambienti economici e finanziari internazionali

LE INCOGNITE SUL FUTURO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE

La produzione industriale è scesa dell’1,1% a marzo rispetto a un anno fa, mentre le vendite al dettaglio sono diminuite del 15,8%. Gli investimenti in immobilizzazioni sono diminuiti del 16,1% nei primi tre mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2019. Il prossimo colpo per l’economia cinese potrebbe venire dall’indebolimento della domanda globale per le sue esportazioni. La Fiera di Canton è il principale evento in tal senso nel Paese, con decine di migliaia di espositori e centinaia di migliaia di acquirenti, che arrivano ogni anno da tutto il mondo. Doveva essere già iniziata e durare fino all’inizio di maggio. Invece, forse, si ridurrà a un molto più modesto evento online, previsto per la metà di giugno.

La forza industriale del Paese sta funzionando a metà del suo regime pre-coronavirus

Pechino ha chiuso così strettamente i confini che nemmeno i residenti stranieri in Cina, rientrati nei loro Paesi durante l’epidemia, sono autorizzati a tornare. Ciò ha rallentato i grandi progetti edilizi e la costruzione delle grandi infrastrutture, per esempio, e gli altri investimenti che richiedono tecnici e specialisti stranieri, bloccati lontano dalla Cina. Secondo SpaceKnow – la piattaforma leader nell’utilizzo dei dati basati sullo Spazio per analizzare le tendenze dell’economia globale – le immagini satellitari dell’illuminazione notturna in Cina suggeriscono che la forza industriale del Paese sta funzionando a metà del suo regime pre-coronavirus. Le fabbriche sono state riavviate, ma trovare mercati per i loro prodotti potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

Il potente Pcc, il Partito comunista cinese che governa con mano di ferro e in totale assenza di contraddittorio la Cina da più di settant’anni, di fronte alle enormi incognite del mondo e dell’economia del dopo-pandemia, potrebbe rivelare tutta la sua vetustà e inadeguatezza alle sfide future. E i cinesi potrebbe davvero trovarsi di fronte a una drammatica scelta: la sopravvivenza di un sistema di governo che li domina ormai da un tempo che pare infinito, oppure la nascita di una nuova Cina del Terzo Millennio.

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Quei trapianti sospetti nella Cina della pandemia

Un intervento straordinario ha permesso di sostituire entrambi i polmoni su un malato di covid-19. Ma a marzo diverse operazioni hanno fatto riemergere l'ipotesi di un traffico di organi di condannati e prigionieri politici. Le denunce delle Ong.

Nel caos globale da pandemia, è passato ampiamente sotto silenzio un evento medico di portata notevole: il primo trapianto di entrambi i polmoni per un paziente infetto da Covid-19, eseguito con successo a Wuxi, nella provincia di Jiangsu nella Cina orientale.

UN INTERVENTO STRAORDINARIO

Il professore Chen Jingyu, vicepresidente dell’ospedale popolare di Wuxi, e il suo team, hanno eseguito con successo il trapianto lo scorso 2 marzo, nel corso di un innovativo intervento durato più di 5 ore, su un paziente maschio di 59 anni il quale, oltretutto, è stato tenuto sveglio per tutta la durata dell’operazione, secondo quanto riferito dal Beijing Youth Daily, quotidiano ufficiale del comitato comunista della Lega della Gioventù di Pechino. Il giornale ha fornito anche i dettagli clinici del caso: il paziente aveva sintomi evidenti di Covid-19 già il 23 gennaio e pochi giorni dopo, il 26 gennaio, in un ospedale dello Jangsu dove era stato ricoverato gli era stata diagnosticata un’insufficienza respiratoria polmonare bilaterale irreversibile. Trasferito al People’s Hospital n’5 di Wuxi, è stato sottoposto allo straordinario trapianto. Sempre secondo quanto riportato dal quotidiano cinese, l’intervento si è concluso perfettamente: i polmoni trapiantati hanno subito ripreso a funzionare bene e i suoi segni vitali si sono mantenuti stabili.

Il ritorno parziale alla normalità nella città di Guangzhou, nella provincia di Guangdong. EPA/ALEX PLAVEVSKI

IL SOSPETTO SULLA PREDAZIONE COATTA DEGLI ORGANI

Secondo le informazioni ufficiali, i polmoni sono stati donati da un paziente non locale, al quale è stata diagnosticata poco prima la morte celebrale, e trasferiti a Wuxi su un treno ad alta velocità. La rapidità nel reperimento di entrambi i polmoni in perfette condizioni – oltretutto in un periodo di caos sanitario come quello attraversato dalla Cina a causa dell’epidemia di Coronavirus – e in un Paese che conta soltanto 1,35 milioni di donatori ufficiali a fronte di una popolazione di quasi un miliardo e mezzo di persone, ha fatto sorgere il dubbio che in Cina sia ancora praticata la cosiddetta “predazione coatta di organi”. Cioè che dietro la versione ufficiale delle “donazioni”, si nasconda in realtà la pratica del prelievo degli organi dagli oppositori politici rinchiusi nelle carceri cinesi e/o in attesa della pena capitale.

LE DENUNCE DEI DISSIDENTI

Una pratica della quale la Cina è stata sospettata da decenni, accusata di gstire un vero e proprio traffico internazionale di organi, grazie alla “materia prima” proveniente dalle migliaia di condanne a morte eseguite ogni anno.

IL TRAFFICO ATTORNO AI CONDANNATI A MORTE

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, raccolsi e pubblicai la coraggiosa denuncia in proposito del più celebre tra i dissidenti cinesi, “Harry” Wu Hongda. Arrestato nel 1960, venne liberato nel 1979, dopo molti anni detenzione nei “laogai”, i campi di concentramento per gli oppositori del regime. Nel 1985 Wu riuscì a emigrare in California e poco dopo rientrò di nascosto in Cina. A Shanghai, fingendosi un ricco uomo d’affari sino-americano di Hong Kong, raccolse prove e testimonianze inconfutabili sul traffico di organi dei condannati a morte, riuscendo ad acquistare proprio un polmone, in una lussuosa clinica della città. «Il sistema è molto semplice» mi spiegò Wu quando lo incontrai. «Chi ha bisogno di un organo, soprattutto americani, giapponesi, francesi e thailandesi, va in Cina per qualche giorno, dove viene direttamente ospitato dagli ospedali interessati, in attesa che un detenuto, trattenuto nel braccio della morte, venga giustiziato. A quel punto un’organizzazione pubblica, efficientissima, trasporta l’organo prelevato fino all’ospedale, dove il paziente subisce l’intervento, paga e torna a casa».

Un uomo passeggia in uno dei famosi wet market cinesi che hanno diffuso il contagio all’uomo. EPA/ALEX PLAVEVSKI

UN VERO E PROPRIO CONTRATTO CON GARANZIE

Wu mi raccontò che il contratto prevedeva anche una speciale forma di “garanzia” per il polmone acquistato. Quale garanzia? “Che non sia appartenuto a un fumatore, naturalmente, che altro se no?” precisò lui. Il sospetto che questo allucinante traffico non appartenga al passato della Cina, come assicurato più volte nel corso degli ultimi anni dal regime di Pechino, si è riacceso dopo la notizia del doppio trapianto eseguito il 2 marzo. DAFOH, Doctors Against Forced Organ Harvesting, n’associazione internazionale che promuove i comportamenti etici nella Medicina e riunisce attivisti per i diritti umani e medici che lottano contro il prelievo forzato di organi, ha sollevato domande e sospetti fondati su almeno dieci casi di recenti trapianti in Cina.

TRAPIANTI SOSPETTI TRA L’8 E IL 10 MARZO

Sotto la lente di ingrandimento dell’associazione, infatti, oltre all’intervento di doppio trapianto di polmone dell’ospedale di Wuxi, sono finiti altri trapianti sospetti databili tra l’8 e il 10 marzo scorso. Preoccupa il perfetto funzionamento della “filiera” che ha visto la disponibilità repentina degli organi, trasportati poi per via aerea o – come si è detto – attraverso i treni ad alta velocità, con il contributo di un team del “First Affiliated Hospital” che fa capo alla Scuola di Medicina della Zhejiang University: quasi come se in Cina vi fosse la possibilità davvero unica, di reperire subito occhi, reni, cuore e altri organi; mentre nel mondo occidentale le attese sono sempre molto lunghe e purtroppo, in molti casi, addirittura vane.

DONATORI NON TRACCIABILI

Secondo Nadine Maenza, vicepresidente della United States Commission on International Religious Freedom -USCIRF (una commissione statunitense che si occupa di tutelare la libertà religiosa a livello internazionale), l’unica spiegazione è che in Cina sia ancora in funzione l’orribile pratica del prelievo coatto degli organi degli oppositori politici rinchiusi nelle carceri. Non a caso, ha fatto notare l’associazione DAFOH, molti dati di questi “misteriosi” donatori cinesi non sono facilmente tracciabili, nonostante ciò sia compito di un sistema informatico di tracciamento, il China Organ Transplant Response System – COTRS – che dovrebbe garantirne la trasparenza.

L’EMERGENZA PUÓ AIUTARE A ELUDERE I CONTROLLI

L’emergenza legata al Covid-19, insomma, potrebbe aver consentito di bypassare questi controlli in una serie, seppur limitata ma comunque gravissima, di casi, riportando di attualità una terribile pratica che si credeva relegata al recente passato della Cina.

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Coronavirus, la Cina diede l’allarme su una possibile epidemia con 6 giorni di ritardo

Secondo la ricostruzione dell'agenzia, Pechino fu informata della minaccia di una possibile epidemia a Wuhan il 14 gennaio ma la rese pubblica solo il 20 permettendo feste e banchetti nella città focolaio dello Hubei.

Un ritardo che può essere costato la vita di migliaia di persone. Secondo quanto riferisce lAssociated Press sul suo sito, Pechino dopo aver ricevuto l’allerta circa una possibile pandemia di un nuovo coronavirus nella città di Wuhan, per sei giorni avrebbe taciuto la minaccia.

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Come ricostruisce l’agenzia, il 14 gennaio 2020 in una riunione, la leadership cinese era stata messa al corrente del rischio, eppure nella città focolaio dell’Hubei si tennero ugualmente banchetti e feste popolari per il Capodanno lunare. Questo mentre milioni di cittadini erano in viaggio per raggiungere le famiglie nelle città di origine.

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Il presidente Xi Jinping lanciò un avviso pubblico solo sei giorni dopo, cioè il 20 gennaio. Ma a quel punto, più di 3 mila persone erano già contagiate.

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Coronavirus, fuga da Wuhan nel primo giorno post-lockdown: 65 mila in partenza

Dopo 76 giorni di isolamento, circa 55 mila cittadini prenderanno il treno per lasciare la città cinese. Più di 10 mila, invece, l'aereo. Ma sono esclusi i collegamenti internazionali e per Pechino.

A Wuhan inizia la grande fuga. Dopo 76 giorni di lockdown per fermare la diffusione di coronavirus, circa 65 mila persone hanno intenzione di lasciare la città cinese, epicentro dell’epidemia, nel primo giorno di “via libera”. Escludendo il trasporto su strada, in 55 mila prenderanno il treno, mentre più di 10 mila l’aereo con la riapertura del Wuhan Tianhe, lo scalo cittadino dove ci sono già oltre 200 voli in entrata e in uscita. Esclusi, per ora, i collegamenti internazionali e per Pechino. Chi andrà nella capitale, secondo i media locali, dovrà sottoporsi al test anti-Covid-19 sia a Wuhan, sia all’arrivo.

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62 NUOVI CASI IN CINA

Nello stesso giorno, però, la Cina ha registrato 62 nuovi casi di infezione da coronavirus, di cui 59 importati (saliti in totale a 1.042) e tre domestici in Shandong (2) e Guangdong (1). La Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha segnalato due nuovi decessi, di cui uno a Shanghai e uno nell’Hubei, la provincia di cui Wuhan, il focolaio della pandemia, è capoluogo. I contagi sono nel complesso 81.802, di cui 1.190 sotto trattamento, 3.333 decessi e 77.279 guariti. Sono 137 i nuovi asintomatici, di cui 102 importati, mentre sono 1.095 quelli sotto osservazione.

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A Wuhan è ripartito il 90% delle imprese

Il vice sindaco esecutivo della città cinese, epicentro della pandemia di coronavirus: «Le operazioni di ripresa sono più rapide e migliori del previsto».

Le operazioni di ripresa del lavoro e della produzione a Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus in Cina, sono «più rapide e migliori del previsto». Lo ha affermato il vice sindaco esecutivo della città cinese, Hu Yabo, durante una conferenza stampa. Secondo Hu, a Wuhan al 4 aprile il tasso di ripresa della produzione delle imprese industriali più grandi aveva raggiunto il 97,2%, mentre nello stesso periodo era tornato in attività il 93,2% delle principali società di servizi.

SALGONO A NOVE I DISTRETTI A BASSO RISCHIO A WUHAN

Il 5 aprile, intanto, un altro distretto di Wuhan è stato classificato come “area a basso rischio” dall’epidemia, secondo quanto ha dichiarato il quartier generale provinciale per la prevenzione e il controllo dell’epidemia di Covid-19. È salito così a nove il numero di distretti a basso rischio presenti a Wuhan, su un totale di 13 distretti. Altri quattro distretti sono classificati come aree a medio rischio. Il 27 marzo, la valutazione del rischio di coronavirus di Wuhan è stata ridotta da “alta” a “media”. Inoltre, la provincia dello Hubei che amministra Wuhan non ha più città o contee ad “alto rischio”.

IL RICORDO DELLE 3.300 VITTIME

Ventiquattr’ore prima, la Cina si era fermata per onorare la memoria delle oltre 3.300 vittime del coronavirus e dei primi 14 ‘martiri’ caduti in prima linea nell’Hubei sacrificando la loro vita nella lotta contro la pandemia. L’intero Paese s’è raccolto in silenzio alle 10 (le 4 in Italia) per tre lunghi minuti, mentre nell’aria sono risuonate le sirene d’allerta cittadine, dei treni e delle navi, e i clacson delle auto. I capi del Partito comunista dell’Hubei e di Wuhan, Ying Yong e Wang Zhonglin, hanno visitato le famiglie di tre martiri «caduti nell’esercizio dei loro doveri»: quella di Li Wenliang, l’oculista di 34 anni morto il 7 febbraio dopo aver contratto il virus e tra i primi ad intuire un collegamento tra le polmoniti anomale di Wuhan e la Sars del 2003, e quelle del capo dell’ospedale di Wuchang Liu Zhiming e dell’agente di polizia Wu Yong.

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Il Covid-19 è rischioso più per i gatti che per i cani: lo dice uno studio cinese

I felini sono stati usati come cavie su cui inoculare il virus. Il modo di trasmissione è simile a quello umano. Ma ci sono dubbi sulla validità della ricerca.

I gatti – in particolare i gattini più giovani – sarebbero molto più a rischio di contrarre il Covid-19 rispetto ai cani.

Lo dimostrerebbe uno studio che farà sicuramente molto discutere visto che per condurlo sono stati infettati diversi gatti usati come cavie. E gli animali hanno sviluppato rapidamente l’infezione.

Gli esperimenti, condotti da un’équipe di ricercatori della città di Harbin, nell’estremo Nord della Cina, in uno dei pochi laboratori veterinari ad altissimo biocontenimento ( BSL-4) del mondo e l’unico in Cina, hanno dimostrato che i gattini sono più a rischio e che la trasmissione felina può avvenire attraverso goccioline respiratorie come nell’uomo e con la vicinanza ad altri gatti infetti. I risultati sono stati riassunti in un studio che è stato pubblicato martedì su Biorxiv.org, in parte rilanciato dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

I DUE CEPPI DI VIRUS UTILIZZATI

I ricercatori di Harbin hanno utilizzato due ceppi di virus, uno proveniente dal campione ambientale raccolto dal mercato del pesce di Wuhan, e l’altro da un paziente della stessa città focolaio della pandemia. Con questi campioni sono stati infettati sei gatti, mentre 12 sono stati utilizzati per testare la trasmissione dell’infezione.

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Il virus umano è stato inoculato attraverso il naso nei soggetti felini subadulti. In tre o cinque giorni, l’Rna virale è stato rilevato nelle loro feci e dopo la morte o l’eutanasia dei gatti, è stato anche ampiamente rilevato nei loro organi. Su due gatti più giovani, di età compresa tra 70 e 100 giorni, sono state rilevate enormi lesioni negli epitelio della mucosa nasale e tracheale, nonché nei polmoni. «Questi risultati indicano che il Sars-Cov-2 può replicarsi in modo efficiente nei gatti, con gli esemplari più giovani maggiormente suscettibili all’infezione», hanno spiegato i ricercatori.

NESSUN RISCHIO PER L’UOMO: INUTILE ABBANDONARE I GATTI

In esperimenti simili, i cani hanno mostrato una minor suscettibilità. Sebbene alcuni beagle inoculati siano risultati positivi all’Rna virale nei loro tamponi rettali e nei loro organi non è stato trovato alcun virus. Secondo diversi scienziati i risultati della ricerca cinese sarebbero validi, ma i proprietari di gatti non devono assolutamente allarmarsi. Edgar Wayne Johnson, veterinario e consulente tecnico senior di Enable Ag-Tech Consulting a Pechino, ha spiegato che nell’esperimento condotto nel laboratorio di Harbin i gatti sono stati esposti a una dose elevata del virus, una condizione che non si presenta naturalmente. «È uno studio interessante, ma suggerisco calma di fronte a questo rapporto», ha sottolineato. Ai proprietari di gatti e di animali domestici era già stato consigliato di tenerli in casa, in modo da ridurre le possibilità di contatti con altri animali infetti. «Ma non c’è il minimo motivo per preoccuparsi e tanto meno per azioni impulsive e irragionevoli come l’abbandono. Continuate a prendervi cura dei vostri animali come fareste ogni giorno», ha aggiunto Wayne Johnson.

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Anche Muhammad Munir, virologo della Lancaster University nel Regno Unito, ha dichiarato che è troppo presto per dire se il Covid-19 si sta diffondendo tra gli animali. «Questa è una nuova malattia che conosciamo da meno di quattro mesi, quindi dobbiamo tenere d’occhio tutte le possibilità», ha detto Munir. «Sulla base di questo studio cinese sarebbe meglio testare gli animali, in particolare i gatti». Munir ha anche consigliato ai proprietari di animali di sottoporre a test i loro cani e gatti per Covid-19 e di metterli in quarantena se risultassero positivi. Cosa che in Italia dove non di effettuano tamponi a moltissimi sintomatici sarebbe quantomeno infattibile, almeno in questa fase. Infine Linda Saif, virologa della Ohio State University di Wooster, commentando lo studio cinese, si è detta sicura che non vi siano evidenze scientifiche di alcun tipo sulla possibilità che i gatti infetti possano trasmettere il coronavirus all’uomo. «I risultati della ricerca cinese», ha detto, «si basano su esperimenti di laboratorio e sull’uso deliberato di alte dosi del virus, il che non suggerisce assolutamente la possibilità di interazioni tra uomo e animali domestici».

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Wuhan rialza l’allerta: «Restate a casa»

Il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin: «Il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto».

I residenti di Wuhan, epicentro del Covid-19, sono stati avvisati sulla necessità di rafforzare «le misure di auto-tutela», restando a casa ed evitando di uscire se non per necessità al fine di scongiurare la ripresa dei contagi. In un comunicato postato sul sito della città, il segretario del Partito comunista locale Wang Zhonglin ha detto che «il rischio di rimbalzo della pandemia resta alto a causa di fattori interni ed esterni». Sono ragioni che spingono a «mantenere le misure di prevenzione e controllo». La città allenterà l’8 aprile lo stop ai viaggi in uscita.

DUE MESI DI MISURE DRACONIANE

Pur se azzerati i nuovi contagi a Wuhan, Wang ha osservato che i compound residenziali dovrebbero restare vigili sul rispetto delle misure contro il coronavirus. L’allerta cade mentre la Cina, che sembra aver messo sotto controllo la pandemia in due mesi grazie alle misure draconiane adottate con il blocco produttivo e agli spostamenti, si prepara a onorare i primi “14 martiri” caduti in prima linea nell’Hubei durante la guerra contro il Covid-19. Il programma prevede, ha riferito la Xinhua, che il 4 aprile sia osservato un silenzio di tre minuti alle 10 locali (le 4 in Italia) in tutto il Paese, mentre «si solleveranno nell’aria le sirene e di clacson delle automobili, treni e navi attenderanno in lutto».

I TIMORI DI UNA SECONDA ONDATA

Pur dichiarata vinta la «guerra», la leadership di Pechino è molto prudente su una seconda ondata, tra contagi di ritorno e asintomatici. Il 2 aprile sono stati registrati 31 nuovi casi, di cui 29 importati (saliti a 870) e due domestici, uno nel Liaoning e uno nel Guangdong. La Commissione sanitaria nazionale ha rilevato quattro ulteriori decessi, tutti nell’Hubei, per totali 3.322. I contagi certi sono cresciuti a 81.620, di cui 1.727 persone ancora in cura e 76.571 dimessi dopo la guarigione. Sono 60 i nuovi asintomatici, di cui 7 importati: attualmente, sono 1.027 i casi sotto osservazione, inclusi 221 dall’estero.

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La Cina non conteggiava gli asintomatici: la mezza ammissione di Pechino

La Commissione per la salute martedì ha annunciato che comincerà a includerli nelle statistiche e a monitorarli «per far fronte alle preoccupazioni» del popolo cinese. Adesso si aspetta la verità sul numero dei decessi.

La Commissione nazionale cinese cinese ha diffuso il 31 marzo un comunicato ufficiale, subito ripreso dalla stampa asiatica, annunciando che inizierà a includere i casi asintomatici nelle sue statistiche di Covid-19, «per far fronte alle preoccupazioni» – e alle montanti proteste – del popolo cinese.

Dati ufficiali secretati e pubblicati dalla stampa di Hong Kong hanno suggerito che considerando anche i portatori asintomatici i numeri dei casi in Cina potrebbero lievitare. E adesso in molti cominciano a chiedersi: quando la verità anche sul numero dei morti?

La notizia è una prima ammissione da parte delle autorità cinesi, messe sotto pressione anche dalle recenti fughe di notizie sulle file interminabili di urne cinerarie a Wuhan. E dimostra che i sospetti lanciati fin dai primi tempi dell’epidemia dalla John Hopkins University erano fondati: qualcosa non tornava e non torna nei conteggi.

GLI ASINTOMATICI FUORI DALLE STATISTICHE UFFICIALI

Già a metà febbraio, infatti, gli specialisti della John Hopkins avevano denunciato che la Cina stava usando un trucco per alterare la crescita del numero di infetti. In pratica non rientrava nelle statistiche chi risultava positivo al test, ma non manifestava sintomi quali febbre, tosse e difficoltà respiratorie. Ufficialmente la Cina, fino a oggi, aveva precisato che per i pazienti asintomatici la classificazione andava «rivista a caso confermato». C’era però il forte sospetto – ora confermato dalle dichiarazioni di Pechino – che stesse barando sui dati reali dell’epidemia fin dall’inizio.

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Tra l’altro i numeri ufficiali diffusi dalle autorità cinesi erano in evidente contrasto con quelli dell’Oms che invece ha sempre considerato e incluso nelle statistiche, come contagiati, tutti i pazienti positivi indipendentemente dai sintomi.

ANNUNCIATI MONITORAGGI PIÙ STRINGENTI

Nel comunicato, I funzionari cinesi hanno affermato che le nuove misure aiuteranno ad affrontare le crescenti preoccupazioni sui rischi di infezione da Covid-19 veicolato anche da questi portatori silenziosi. La Commissione ha aggiunto che ha già richiesto agli operatori sanitari locali di segnalare gli asintomatici.

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L’annuncio segue la riunione di lunedì del gruppo di gestione del Covid-19 del governo centrale di Pechino, presieduto dal premier Li Keqiang che ha ufficialmente esortato i funzionari sanitari e politici locali a essere più proattivi nelle indagini sull’entità numerica di questi vettori asintomatici. Secondo il principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, che ha avuto accesso ai dati sull’epidemia secretati dal governo cinese, la percentuale dei positivi asintomatici potrebbe elevare in modo estremamente significativo le statistiche ufficiali.

I NUMERI REALI FUORI DALLA PROVINCIA DELL’HUBEI

Questi dati indicherebbero fra l’altro come, già alla fine di febbraio, oltre 43 mila persone fuori dalla regione dell’Hubei, ovvero nel resto della Cina continentale, erano risultate positive al coronavirus, ma non avendo sintomi immediati non erano state incluse nel conteggio ufficiale dei casi confermati. Chang Jile, direttore dell’Ufficio per la prevenzione e il controllo delle malattie della Commissione, ha dichiarato che il governo intensificherà lo screening e le indagini sui casi asintomatici. «Con effetto dal primo aprile, includeremo segnalazioni di casi asintomatici, compreso qualsiasi cambiamento di stato clinico, nei nostri aggiornamenti quotidiani sulle epidemie, per rispondere alle preoccupazioni del pubblico», ha assicurato Chang.

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«Rafforzeremo il nostro lavoro di monitoraggio, sorveglianza, quarantena e trattamento dei portatori asintomatici e effettueremo il campionamento in aree chiave per indagare e analizzare questi portatori». «Sia i positivi privi di sintomi che i loro contatti stretti», ha aggiunto, «verranno messi in quarantena per 14 giorni». In una dichiarazione sul suo sito web, poi, la Commissione ha confermato che i pazienti asintomatici potrebbero essere infettivi. Da mercoledì dunque, tutti gli ospedali e le cliniche cinesi saranno obbligati a segnalare i casi positivi asintomatici ai centri locali per la prevenzione e il controllo delle malattie entro due ore dalla rilevazione e a indagare sui contatti stretti di questi positivi riferendo i dati al sistema di sorveglianza centrale per le malattie trasmissibili entro 24 ore.

I NUMERI DELLE RICERCHE INDIPENDENTI

Secondo ricerche indipendenti di medici cinesi circa il 60% delle persone che hanno contratto la malattia nella città di Wuhan erano asintomatiche, o presentavano sintomi molto lievi. Non sono dunque state segnalate. I medici, il cui documento è stato pubblicato sulla piattaforma online di ricerche scientifiche medRxiv all’inizio di questo mese, hanno basato le loro stime su circa 26 mila casi confermati in laboratorio registrati a Wuhan tra dicembre e febbraio. Secondo il professor Ben Cowling, specialista in epidemiologia e biostatistica presso l’Università di Hong Kong, sussistono ancora ambiguità nella definizione di caso asintomatico. Per esempio, se è classificabile come tale anche un paziente che in un secondo momento ha sviluppato i sintomi dell’infezione. Cowling ha anche affermato che è importante monitorare e testare i contatti stretti indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. «Il monitoraggio dei contatti stretti può darci un’ottima idea dello spettro di gravità clinica delle infezioni», ha dichiarato.

UN PASSO AVANTI DI PECHINO?

L’annuncio potrebbe essere un primo passo che manifesta la volontà di squarciare il velo propagandistico che ha finora ricoperto la verità sull’epidemia in Cina. Secondo alcuni osservatori, potrebbe anche essere una strategia comunicativa per preparare l’opinione pubblica cinese e quella mondiale ad accettare gradualmente la verità. Resta da vedere se – messe alle strette dalle rivelazioni della stampa nei giorni scorsi sui morti a Wuhan – le autorità di Pechino compiranno anche il passo successivo, cioè rivelare le vere cifre dei decessi.

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A Wuhan sono arrivati i primi treni passeggeri dopo il lockdown per coronavirus

Per ora i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

Dopo un lockdown lungo oltre due mesi, la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus, fa un passo in avanti verso la “normalità”. Per la prima volta dopo l’isolamento, sono arrivati treni passeggeri. Per ora, però, i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

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Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

File lunghissime di persone davanti alle agenzie funebri della città. E camion carichi di contenitori. Le foto e i video circolano insieme con l'indignazione di chi ha perso i parenti a causa del virus. E rompono il muro della censura cinese.

Lunghe file di parenti in attesa di ricevere le ceneri dei loro cari morti di Covid-19 nell’area di Wuhan ed enormi pile di urne cinerarie presso le agenzie di pompe funebri rinnovano i dubbi sulla reale entità dei decessi per coronavirus in Cina e sulla veridicità della narrazione ufficiale sulla lotta all’epidemia diffusa dalle autorità di Pechino.

Dalla giornata di giovedì, infatti, le famiglie delle vittime del virus nella metropoli della Cina centrale, dove la malattia sarebbe apparsa non a dicembre come riferito inizialmente ma il 17 novembre (se non prima), sono state autorizzate a raccogliere le ceneri in otto crematori locali.

E mentre lunghissime file si snodavano di fronte ai siti funerari, le foto e i video dei camion su cui venivano trasportate migliaia di urne hanno cominciato a circolare sui social media cinesi, rilanciate dal sito di Bloomberg e dal principale quotidiano in lingua inglese di Singapore, lo Straits Times.

LE FILE DAVANTI ALLE AGENZIE FUNEBRI

Il sito cinese Caixin è stato il primo a pubblicare le immagini delle lunghe code all’esterno delle agenzie. Sia mercoledì che giovedì i camion avrebbero spedito circa 2.500 urne, mentre un’altra immagine pubblicata sempre da Caixin mostra altre 3.500 urne accatastate all’interno, anche se finora non si è potuto verificare se fossero piene. Gli addetti di sei delle otto imprese funebri di Wuhan interpellati dal sito hanno affermato di non avere dati su quante urne fossero in attesa di venire raccolte o di non essere autorizzati a rivelare i numeri. Le altre due imprese non hanno risposto alle chiamate. Malgrado le strettissime maglie della censura cinese, le foto però hanno cominciato comunque a circolare sui social, sotto la spinta emotiva delle informazioni – arrivate anche in Cina – circa l’enorme aumento dei casi e dei decessi in tutto l’Occidente, da Milano a Madrid fino a New York.

LA PROVINCIA DELL’HUBEI VERSO LA RIAPERTURA

Va ricordato che secondo le autorità di Pechino, a Wuhan ci sarebbero stati in tutto 2.535 decessi, numeri contestati subito da molti media indipendenti fin dall’inizio dell’epidemia e che appaiono incredibilmente bassi anche solo se rapportati ai morti italiani. Nei giorni scorsi anche i dati che riportavano la cessazione di oltre 21 milioni di utenze mobili in Cina negli ultimi tre mesi avevano rilanciato a livello internazionale l’ipotesi che il numero effettivo dei casi e dei morti potesse essere molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Questo mentre il governo annunciava che il blocco in atto da gennaio nella regione più colpita, l’Hubei, verrà gradualmente revocato, visto che la conta dei nuovi casi avrebbe ormai raggiunto lo zero. Contestualmente Pechino ha intensificato sia gli sforzi della propaganda per negare l’origine cinese del Sars-Cov-2, sia quelli della diplomazia, inviando aiuti e forniture mediche in molti Paesi.

MOLTI MORTI NON RIENTRANO NEL CONTEGGIO UFFICIALE

Ma i dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali aumentano, alimentati dai tentativi delle autorità – ormai comprovati – di coprire l’epidemia nelle sue fasi iniziali. Anche molti residenti di Wuhan e della regione, inondando i social media di post indignati, hanno richiesto un’azione disciplinare contro i massimi funzionari locali. Sempre secondo le informazioni raccolte da Caixin, molte persone che sono decedute in Cina hanno avuto sintomi di Covid-19, ma non sono state testate e quindi non risultano nel conteggio dei casi ufficiali. Ci sono stati anche molti pazienti che sono morti per altre malattie a causa della mancanza di un trattamento adeguato, quando gli ospedali cinesi sono andati in tilt per trattare i pazienti affetti da coronavirus.

IMPOSSIBILE PIANGERE E SEPPELLIRE I PROPRI MORTI

Giovedì il governo di Wuhan ha emesso un’ordinanza che vieta alle persone in città di recarsi nei cimiteri o sulle tombe dei loro cari fino al 30 aprile, il che significa che non potranno osservare il tradizionale Ching Ming Festival (la festa dei morti in Cina) del 4 aprile, che prevede fra l’altro la rituale pulizia delle tombe ed è infatti anche detta Giorno degli Antenati. Anche altre province, tra cui il Guangxi e lo Zhejiang, hanno annunciato restrizioni simili.

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Intanto alcune testimonianze rompono il muro di silenzio. Due cittadini di Wuhan, che hanno perso membri della famiglia a causa del virus, hanno raccontato di avere avuto l’ordine di farsi accompagnare dai loro datori di lavoro o dai funzionari dei comitati di quartiere a raccogliere le urne, motivando la disposizione come «misura contro le riunioni pubbliche». «Mi è stato detto dal governo del distretto di aspettare fino a quando non potrò raccogliere le ceneri di mio padre», ha scritto su Weibo un residente di Wuhan usando lo pseudonimo Xue Zai Shou Zhong, che significa “neve in mano”. Un’altra utente di Weibo, nick name Adagier, ha dichiarato di aver perso suo marito a causa del coronavirus e di essere stata contattata dalla polizia che l’ha «caldamente invitata» a non essere «troppo emotiva», chiedendole poi chiaramente di interrompere la pubblicazione di post online. Prima di fare quello che le è stato ordinato, la donna ha scritto però un ultimo messaggio: «Ho solo una richiesta. Voglio dare a mio marito una sepoltura degna, il prima possibile»

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Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

Ben 21 milioni di utenze telefoniche mobili sono scomparse nel nulla nel giro di tre mesi. Il dato sorprende in un Paese dove il cellulare è necessario per compiere ogni attività. Potrebbero essere i numeri chiusi dai lavoratori tornati nei villaggi. Ma i conti ancora non tornano.

In Cina il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito di 21 milioni negli ultimi tre mesi. Il dato emerge confrontando i dati diffusi il 19 marzo dalle autorità di Pechino e quelli del dicembre 2019.

E fuori dal Paese, fonti della dissidenza organizzata già ipotizzano che la spiegazione sia da attribuire ai decessi dovuti a Covid-19 generando forti dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali dell’epidemia fornite fino a oggi dalla Cina.

Del resto, da qualche tempo, anche da noi in Italia in molti si interrogavano sull’evidente e davvero sorprendente disparità tra i dati italiani e quelli cinesi. Specialmente sul conteggio dei morti.

L’ITALIA HA QUASI IL DOPPIO DEI MORTI DELLA CINA

Le cifre parlano chiaro: in Cina – a epidemia ormai conclusa, come afferma ormai da qualche giorno, insistentemente, il governo – i morti sarebbero stati circa 3.300 su una popolazione pari a 1 miliardo e mezzo di persone, mentre in Italia siamo già a oltre 6.000 morti su 60 milioni di abitanti: 100 decessi per milione di abitanti da noi contro i 2,2 morti per milione in Cina. Cifre ufficiali e a dir poco sconcertanti.

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I tentativi di spiegare questa impressionante forbice statistica sono stati diversi: dall’anzianità della popolazione italiana rispetto a quella cinese al modo diverso di conteggiare le morti. L’ipotesi è che in Cina si siano calcolati i decessi esclusivamente per coronavirus, in Italia anche quelli “con”. Ipotesi, come quelle che fioriscono per spiegare la scomparsa di 21 milioni di utenze in un Paese in cui i cellulari sono una parte indispensabile della vita visto che senza un telefonino non si può nemmeno riscuotere la pensione.

L’ALLARME LANCIATO DALL’EPOCH TIMES

Il primo a lanciare l’allarme è stato l’Epoch Times, testata della dissidenza cinese all’estero, con sede negli Stati Uniti. «Il livello di digitalizzazione è molto alto in Cina. Le persone non possono sopravvivere senza un cellulare», ha dichiarato il 21 marzo scorso al settimanale Tang Jingyuan, un commentatore degli affari cinesi che vive negli Usa. «Avere a che fare con il governo per pensioni e previdenza sociale, comprare biglietti del treno, fare shopping…non importa cosa le persone in Cina debbano fare, sono ormai da tempo obbligate a usare i cellulari».

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Ancora di più durante questa epidemia. «Il regime cinese richiede a tutti i cittadini di utilizzare il proprio cellulare per generare un codice sanitario», ha fatto notare Tang. «Solo con un codice sanitario verde è permesso ai cinesi di spostarsi. È praticamente impensabile che una persona oggi rinunci al suo cellulare». Inoltre, aggiungiamo noi, i conti bancari e previdenziali sono integrati con i piani di telefonia cellulare; le app sui telefoni cinesi controllano le carte Sim rispetto al database dello Stato per assicurarsi che il numero appartenga all’utente.

RICONOSCIMENTO FACCIALE E MONITORAGGIO SANITARIO

La Cina ha introdotto le scansioni facciali obbligatorie il primo dicembre 2019 per confermare l’identità della persona che ha registrato il telefono. Ma già dal primo settembre 2010 richiedeva a tutti gli utenti di registrare la la linea con una reale identificazione, mediante la quale lo Stato può controllare ormai tutti i movimenti delle persone attraverso il suo sistema di monitoraggio su larga scala che utilizza – se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni anche da noi in Italia – riconoscimento facciale avanzato, telecamere di sorveglianza onnipresenti ovunque, droni-spia e geolocalizzazione spinta. Proprio quegli stessi elementi così invasivi per la privacy che però hanno consentito ai cinesi di contenere – secondo le dichiarazioni di Pechino – il dilagare dell’epidemia, monitorando ogni contagiato, anche se asintomatico. Non solo. Pechino ha lanciato per la prima volta codici sanitari basati sul cellulare il 10 marzo scorso. Tutti i cittadini sono obbligati a installare un’app e registrare le informazioni sanitarie personali. Quindi l’app genera un codice QR, che appare in tre colori, per classificare il livello di salute dell’utente. Il rosso indica che la persona ha una malattia infettiva e quindi deve mettersi subito in auto-isolamento, il giallo indica che la persona potrebbe averne una e il verde indica che la persona è sana e può quindi muoversi liberamente.

I DATI DEL MINISTERO CINESE DELL’INDUSTRIA E DELLA TECNOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Di fronte a questo scenario, è passata un po’ in sordina la dichiarazione del ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione (Miit), che il 19 marzo ha rilasciato le cifre ufficiali degli utenti telefonici in ciascuna provincia, riferiti al mese di febbraio. Rispetto al precedente comunicato del 18 dicembre 2019 e che riguardava i dati di novembre, sia gli utenti di telefonia cellulare che di telefonia hanno fatto registrare un fortissimo calo. Mentre nello stesso periodo dell’anno precedente, sempre secondo i dati del ministero, il numero di utenti era aumentato. Confermando fra l’altro un trend in costante aumento negli ultimi anni.

L’ANDAMENTO DELLE UTENZE

Le cifre ufficiali fornite dal governo sono queste: il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito da 1.600.957.000 a 1.579.927.000, con un calo di 21,03 milioni. Il numero di utenti di telefoni fissi è diminuito da 190,83 milioni a 189,99 milioni, con un calo di 840 mila unità. Nel febbraio dell’anno scorso, il numero era aumentato. Secondo il Miit, a febbraio 2019 era passato da 1,5591 miliardi a 1,5835 miliardi, 24,37 milioni di utenze telefoniche mobili in più. Anche i contratti di rete fissa erano aumentati da 183.477 milioni a 190.118 milioni, ovvero 6.641 milioni in più.

IL CALO DELLE RETI FISSE SPIEGABILE CON LA CHIUSURA DELLE PICCOLE IMPRESE

E anche l’ipotesi che tutto possa dipendere da un generale calo demografico cinese non regge. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2019 la popolazione era 4,67 milioni in più rispetto al 2018, raggiungendo il miliardo e 400 milioni di persone. Il calo del 2020 degli utenti di telefonia fissa potrebbe avere una spiegazione plausibile: essere cioè dovuto alla quarantena nazionale a febbraio, durante la quale molte piccole imprese sono state chiuse. Ma la diminuzione delle utenze mobili non può essere spiegata nello stesso modo.

I RISULTATI DEI TRE MAGGIORI OPERATORI NAZIONALI

A ulteriore conferma vengono poi i dati operativi forniti da tutti e tre i gestori di telefoni cellulare in Cina. China Mobile, il maggiore operatore telefonico che detiene circa il 60% del mercato domestico dei cellulari, ha riferito che ha attivato 3,732 milioni di account in più a dicembre 2019, ma ne ha persi 0,862 milioni a gennaio 2020 e 7,254 milioni a febbraio 2020. Il gestore aveva guadagnato 2,411 milioni di account in più a gennaio 2019 e 1,091 milioni in più a febbraio 2019. Stesso trend analizzando i numeri di China Telecom, il secondo operatore cinese, che detiene circa il 21% del mercato. Ha guadagnato 1,18 milioni di utenti a dicembre 2019, ma ne ha persi 4,3 milioni a gennaio 2020 e ha visto “sparire” 5,6 milioni di utenze mobili a febbraio 2020. Nel 2019 aveva segnato un +4,26 milioni a gennaio e un +2,96 milioni a febbraio. China Unicom infine, che non ha ancora pubblicato i dati relativi a febbraio, è sulla stessa linea. Se si confrontano i dati disponibili di gennaio 2020 con quelli dell’inizio del 2019, la società ha perso 1,186 milioni di utenti a gennaio 2020, ma ne aveva guadagnati 1,962 milioni a febbraio 2019, con un ulteriore aumento di 2.763 milioni a gennaio dell’anno scorso.

OGNI CITTADINO ADULTO PUÒ AVERE MASSIMO CINQUE NUMERI

La Cina consente a ciascun adulto di richiedere al massimo cinque numeri di cellulare. Dal 10 febbraio, la data dell’enorme lockdown, la maggior parte degli studenti ha seguito le lezioni online, come stanno facendo ora molti studenti italiani, quasi sempre utilizzando un numero di cellulare. I telefonini di questi studenti sono registrati a nome dei genitori (perché in Cina un minorenne non può intestarsi un contratto di telefonia mobile), quindi molti genitori avrebbero avuto bisogno semmai di aprire nuovi account per i cellulari a febbraio, non certo di chiuderne. La grande domanda – l’inquietante ipotesi che avanza Epoch Times e diverse altre Ong straniere che si battono per i diritti in Cina e per spingere il regime cinese a maggiore trasparenza – è se il drastico calo degli account dei cellulari sia collegato alle morti per coronavirus. Rendendo quindi la contabilità molto superiore a quella dei dati ufficiali di Pechino.

I NUMERI SCOMPARSI POTREBBERO APPARTENERE A LAVORATORI MIGRATI IN CITTÀ

Cercando spiegazioni alternative all’ipotesi inquietante che sta circolando, si può osservare che è anche possibile che alcuni lavoratori migranti interni avessero già prima dello scoppio dell’epidemia e del conseguente blocco generale, due numeri di cellulare: uno nella loro città natale e l’altro nella città in cui lavoravano. A febbraio è anche possibile ipotizzare che molti – tornati ai loro villaggi per il capodanno lunare – di fronte all’impossibilità di rientrare nei luoghi di lavoro abbiamo chiuso questo ipotetico secondo numero. «Ma siccome in Cina esiste un canone mensile di base per detenere un numero di cellulare», osserva ancora l’analista Tang Jingyuan, «è molto più probabile che la maggior parte dei lavoratori migranti – un gruppo sociale con un reddito medio tra i più bassi della Cina – abbia in realtà soltanto un numero di telefonino».

LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ IN MOLTE PROVINCE

Approfondendo l’analisi dei dati, si vede che la Cina aveva 288,36 milioni di lavoratori migranti ad aprile 2019, secondo l’Ufficio nazionale cinese di statistica. Il 17 marzo scorso, Meng Wei, portavoce della commissione cinese per lo Sviluppo e le riforme, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa mensile a Pechino che, tranne per la regione dell’Hubei, tutte le province avevano riferito la ripresa del 90% delle attività delle loro imprese. A Zhejiang, Shanghai, Jiangsu, Shandong, Guangxi e Chongqing, quasi tutte le aziende hanno ripreso ormai regolarmente la produzione. Quindi se il numero dei lavoratori migranti e il livello di occupazione sono attendibili, oltre il 90% di loro è ormai tornato al lavoro. Perché i lavoratori migranti non hanno riattivato le utenze?

LE ATTIVITÀ MORTUARIE A WUHAN

«Al momento, se anche soltanto il 10% degli account dei cellulari fosse stato chiuso perché gli utenti sono morti a causa del virus, il bilancio delle vittime sarebbe di 2 milioni», ha fatto notare Tang. E ad accrescere i dubbi si aggiunge infine l’analisi delle attività funerarie nella regione dell’Hubei, la più colpita. Le sette aziende attive a Wuhan hanno cremato corpi per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana a partire da fine gennaio. La provincia di Hubei ha utilizzato anche altri 40 crematori mobili dal 16 febbraio. Un ex giornalista della televisione di Stato cinese, la Cctv, Li Zehua, arrestato dai servizi di sicurezza e poi fatto sparire, era riuscito a entrare di nascosto a Wuhan, visitando la comunità di Baibuting, tra le più colpite dall’epidemia. Il 18 febbraio scorso, poco prima si sparire nel nulla, aveva trasmesso in diretta streaming da un crematorio della zona, dove documentava come il carico di lavoro fosse tale che moltissimi inservienti venivano assunti e pagati con salari elevati. In mancanza di dati certi, insomma, il vero bilancio delle vittime in Cina resta un mistero. E la scomparsa di 21 milioni di cellulari alimenta ipotesi che forse non potranno mai venire né verificate, né smentite.

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In Cina dopo l’emergenza coronavirus scatta quella dei rifiuti sanitari

Mentre i contagi sembrano essere stati bloccati, Pechino ora ha un altro problema: più di 20 città sono letteralmente sommerse da mascherine, tute, guanti usati provenienti dagli ospedali. Lo smaltimento procede a rilento e il rischio per la salute pubblica resta alto.

Proprio mentre Pechino annuncia trionfalmente di avere registrato zero casi di contagio da Covid-19 nel Paese, la Cina si trova di fronte a un nuovo problema da risolvere.

Un problema bello grosso: lo smaltimento di tonnellate di rifiuti sanitari altamente pericolosi, accumulati nei mesi dell’emergenza coronavirus.

Più di 20 città della Cina continentale sono letteralmente sommerse da rifiuti sanitari, con Wuhan, il centro dell’epidemia di Covid-19, che ha prodotto fino sei volte in più di rifiuti sanitari del solito, secondo quanto dichiarato dalle autorità.

Raccolta di rifiuti sanitari a Yangzhou, nella provincia dello Jiangsu (Getty Images).

Gli impianti di trattamento dei rifiuti medici in altre 28 città stanno lavorando a pieno ritmo, secondo quanto dichiarato nel corso di una conferenza stampa dal ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente che però non ha specificato quali fossero i centri interessati, forse per non creare un allarme intossicazione nella popolazione, già duramente provata dai mesi di segregazione e quarantena forzata.

A WUHAN PRODOTTE FINO A 240 TONNELLATE DI RIFIUTI AL GIORNO

Gli ospedali di Wuhan, una megalopoli da 11 milioni di persone, hanno prodotto più di 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno durante il picco dell’epidemia, rispetto alle 40 tonnellate di prima dell’emergenza, ha affermato Zhao Qunying, capo dell’ufficio di emergenza del ministero.

A Wuhan durante il picco della pandemia sono stati prodotti fino a 240 tonnellate di rifiuti al giorno (Getty Images).

Il governo centrale ha implementato 46 strutture mobili per il trattamento dei rifiuti sanitari nella città e ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto di smaltimento con una capacità di 30 tonnellate, negli ormai usuali tempi-record cinesi: 15 giorni.

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«Abbiamo anche aggiornato le strutture per i rifiuti pericolosi per renderle in grado di trattare in sicurezza anche quelli sanitari», ha aggiunto Zhao. Del resto, l’inadeguatezza nella capacità di trattamento dei rifiuti sanitari è un problema di vecchia data in Cina. Secondo Hu Longhua, del centro per la gestione dei rifiuti solidi e delle sostanze chimiche del ministero, stando ai dati forniti dal National Bureau of Statistics cinese, nel 2018 sono stati prodotti in Cina oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti sanitari, ma ben 76 città non sono state in grado di trattarli nei tempi previsti e senza rischiare di mettere a repentaglio la salute pubblica.

Il governo ha annunciato la costruzione di nuovi siti di smaltimento (Getty Images).

PRODOTTI 116 MILIONI DI MASCHERINE AL GIORNO

Le mascherine usate, ovviamente, sono la quota più importante dell’enorme mole di rifiuti sanitari da smaltire e rappresentano una potenziale fonte di alto pericolo, considerato che non è ancora chiaro quanto a lungo il virus possa resistere sulle superfici. Durante la pandemia in Cina si è raggiunta e superata l’impressionate quantità di più di 116 milioni di mascherine prodotte al giorno, 12 volte in più rispetto all’inizio di febbraio, secondo i dati forniti dalla National Development and Reform Commission, la principale agenzia di pianificazione economica del Paese.

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Non è chiaro quante di queste mascherine vengano usate e poi gettate via quotidianamente, perché la quantità che ogni residente può acquistare è severamente contingentata e controllata dal governo.

Trasferimento di rifiuti a Wuhan (Getty mages).

I FATTORI DI BIORISCHIO

Ci sono poi i rifiuti prodotti dagli ospedali, che presentano un fattore di biorischio altissimo: camici, occhiali e altri presidi di protezione usa e getta degli operatori sanitari che lavorano a stretto contatto con i malati più infettivi; rifiuti biologici, garze, fluidi, sangue infetto, medicinali usati e così via. Una massa di rifiuti ad alto rischio che spesso finisce in discarica o viene destinata agli inceneritori, dopo la sterilizzazione. O meglio dovrebbe, perché in realtà si sono registrati casi in cui questi rifiuti sono stati raccolti e trattati come normai rifiuti domestici.

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Pechino torna lentamente alla normalità (vigilata)

Superato il picco della pandemia da coronavirus, la Capitale cinese ricomincia a popolarsi. Ma nonostante i nuovi casi siano prossimi allo zero, il governo non allenta le misure. Si temono altri focolai e i controlli personali restano stringenti. Il reportage.

da Pechino

Al parco di Beihai, a nord della Città Proibita, i cittadini escono di casa per sgranchirsi le gambe intorno al grande stupa bianco che domina il lago.

Coppie di anziani tirano briciole alle anatre mentre signori seri si danno da fare con macchine fotografiche e treppiedi per catturare uno scatto della primavera pechinese.

Il ritorno nei parchi è una delle prime prove di normalità in Cina. Dopo che il Paese è stato al centro dell’epidemia di coronavirus che ora sconvolge il mondo. Apparso a Wuhan, ufficialmente a dicembre, il virus ha infettato oltre 80 mila persone, uccidendone almeno 3 mila. La risposta del governo, dopo un inizio esitante è stata dura: la parola d’ordine è stata chiudere tutto e farlo il prima possibile.

I parchi di Pechino tornano lentamente a popolarsi (Getty Images).

I CASI CALANO E LA CITTÀ TORNA A VIVERE

Sembra aver funzionato. I nuovi casi di coronavirus sono ormai sporadici (per la prima volta il 19 marzo non se ne è registrato nessuno, mentre in Italia il numero di decessi ha superato quelli cinesi). Recentemente il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan, epicentro della crisi, dove ha dichiarato che il virus di fatto è stato bloccato con la stabilizzazione della situazione nella provincia dello Hubei e a Wuhan.

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Nelle città le vie spettrali del mese scorso si ripopolano di persone e le grandi arterie tornano a essere trafficate. «I clienti sono ancora pochi. Molto pochi, ma crescono. Ad aprile andrà bene», dice il gestore di un 7-11, la catena di negozi di convenienza che solo una settimana fa si disperava per l’assenza di clienti. Pechino può permettersi addirittura di inviare contributi all’estero e l’Italia, al centro della crisi europea, è stata uno dei principali destinatari. Nel nostro Paese sono arrivate 31 tonnellate di materiale e una squadra di medici: un vero colpo mediatico, soprattutto dopo le le dure critiche rivolte a Pechino nelle prime settimane della crisi, quando le autorità tentarono di minimizzare l’esplosione del virus.

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Da allora si è invertita la rotta. Con successo. Come ha riconosciuto a febbraio il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus: «I passi fatti dalla Cina per contenere l’epidemia alla sorgente hanno dato tempo al mondo».

Bambini a Piazza Tienanmen a Pechino, il 16 marzo (Getty Images).

RESTANO I CONTROLLI SULLE QUARANTENE

Il governo non ha però abbassato la guardia a casa. Tutt’altro: nonostante la situazione migliori, restano misure stringenti su quarantene e controlli. A preoccupare il grande rientro nei centri urbani che potrebbe originare nuovi focolai. Ed è indubbio che le autorità facciano sul serio. Per rendersene conto basta seguire la signora che passa di casa in casa per le vie del centro consegnando tessere rosse: vengono date solo a chi si trova in città da almeno 14 giorni, il periodo di quarantena, e sono necessarie per lasciare casa. «Senza tessera non si può uscire!», esclama lei con aria stupita quando le si chiede se almeno si può andare da uno dei fruttivendoli ancora aperti. La stessa signora ripassa poi a distribuire disinfettante per le mani.

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Anche se ora non ce n’è bisogno: il materiale medico-sanitario era scomparso dalla città all’inizio della crisi, ma è ora ampiamente disponibile. In un popolare supermercato specializzato in merce estera, per esempio, lo scaffale per i prodotti scontati è stato svuotato: niente più birre, succhi di frutta e latte australiano, solo alcol, guanti in lattice e mascherine. Nemmeno un’economia in picchiata sembra essere in grado di distogliere le autorità dal loro obiettivo. La produzione industriale è crollata del 13,5% nei primi due mesi dell’anno, mentre le vendite al dettaglio sono calate di oltre il 20%. Nonostante una prevedibile picchiata del Pil Pechino però non ha intenzione di allentare la stretta.

Passeggeri all’aeroporto di Pechino il 16 marzo (Getty Images).

SPOSTAMENTI MONITORATI E LASCIAPASSARE

Oltre ai controlli capillari, la tecnologia è stata l’arma segreta sfoderata dal governo nella battaglia contro il virus. Negli ultimi anni la Cina ha fatto passi da gigante sviluppando una serie di app. Quando il contagio è scoppiato, le autorità hanno capito che potevano servire a monitorare la diffusione del Covid-19 e non hanno esitato a usarle in modo massiccio. Anche chi è confinato al proprio domicilio, per esempio, deve contribuire attivamente al monitoraggio: è infatti obbligatorio registrarsi online e inviare giornalmente la propria temperatura corporea a un centro di raccolta dati. Gli spostamenti da una regione all’altra sono possibili solo dopo aver immesso tutta una serie di informazioni online e aver ottenuto un codice verde (se il codice è rosso si deve fare una quarantena preventiva una volta arrivati a destinazione).

Clienti all’Ikea di Pechino (Getty Images).

SERVE UN CODICE A BARRE PER ENTRARE NEI LOCALI

In alcune aree vige poi l’obbligo di scansionare un codice a barre, sempre usando Wechat, prima di entrare in negozi, alberghi e ristoranti: sarà così possibile rintracciare l’esatto percorso fatto dal paziente, se quest’ultimo dovesse risultare positivo al Covid-19. Pechino affina ora anche la mira, concentrandosi sugli stranieri e tutti coloro che arrivano dall’estero. Prima da Corea del Sud e Giappone, poi da Italia ed Europa. Le ultime misure prevedono che chi atterra all’aeroporto con un volo internazionale venga isolato non in casa ma in speciali alberghi gestiti da personale medico, con spese di vitto e alloggio a carico del viaggiatore. Insomma, continua quella che a febbraio il presidente Xi Jinping aveva definito una «guerra del popolo» contro la minaccia virale. Si tratta di una battaglia che Pechino deve vincere. A ogni costo.

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La misteriosa scomparsa del miliardario cinese oppositore di Xi Jinping

Da alcuni giorni nessuno ha più notizie del magnate Ren Zhiqiang. Recentemente in un pamphlet aveva definito il presidente cinese un clown criticandolo per la gestione dell'emergenza coronavirus.

Sono veramente pochi quelli che osano criticare pubblicate il presidente cinese Xi Jinping, l’uomo forse più potente del mondo.

Sicuramente il più vendicativo contro chi cerca di opporsi alla sua leadership praticamente incontrastata, come sussurrano quelli che lo conoscono bene.

Il più importante, ricco e influente tra i suoi (rari) critici, il miliardario cinese Ren Zhiqiang, è scomparso nel nulla domenica 15 marzo. Amici e familiari lanciano appelli preoccupati e, man mano che il tempo passa, sempre più disperati. Zhiqiang aveva definito Xi Jinping «un clown nudo» per la gestione dell’emergenza coronavirus in Cina. Una eclatante presa di posizione pubblica, l’ennesima, che gli potrebbe essere costata la libertà e forse la vita, dicono preoccupati i suoi amici e sostenitori.

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«Molti dei nostri amici lo stanno cercando in queste ore», ha detto alla Reuters l’imprenditrice Wang Ying, amica intima di Ren, aggiungendo di essere «estremamente in ansia» per la sua scomparsa. «Ren Zhiqiang è un personaggio pubblico e le istituzioni responsabili della sua sparizione devono fornire una spiegazione ragionevole al più presto».

IL PAMPHLET DEL MILIARDARIO

Ren, miliardario in dollari, membro del Partito Comunista ed ex alto dirigente del Huayuan Real Estate Group, una holding immobiliare controllata dalla Stato cinese, non si trova più da nessuna parte: non scrive sugli account social e non risponde più al telefono, come hanno denunciato all’agenzia Reuters tre suoi amici. Il 69enne aveva scritto un saggio fortemente critico a commento del discorso di Xi del 23 febbraio scorso sull’emergenza coronavirus. Il pamphlet, che era stato stampato e poi ampiamente diffuso online, non era firmato forse nel tentativo, a quanto sembra rivelatosi inutile, di evitare ritorsioni. Tutti però sapevano chi ne era l’autore. Paternità confermata anche dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

Ren Zhiqiang in una foto del 2006 (Getty Images).

«NON HO VISTO UN IMPERATORE, MA UN PAGLIACCIO NUDO»

Nel saggio “incriminato”, Ren aveva denunciato una «crisi di governance» all’interno del Pcc, incolpando il presidente Xi di essere responsabile delle restrizioni alla libertà di parola e della stampa, censurando le voci che denunciavano i ritardi e i silenzi della lotta contro il nuovo coronavirus, aggravando in tal modo l’epidemia.

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Nel pamphlet, in cui non si menziona mai Xi per nome, Ren ha scritto: «Non ho visto un imperatore che esibiva i suoi abiti migliori», ma «un pagliaccio nudo che si ostinava a voler fare l’imperatore».

LE USCITE DI «CANNON REN»

Soprannominato «Cannon Ren» e «Ren the Big Cannon» per i suoi audaci attacchi sui social media, l’imprenditore aveva spesso denunciato il controllo di Pechino sul mercato immobiliare. Non è chiaro quanto seguito abbiano le sue coraggiose prese di posizione, in un Paese come la Cina dove basta assai meno per finire nel mirino della censura governativa e per sparire nel nulla – come potrebbe essere accaduto a Ren Zhiqiang – se si ha la sventura di venire “attenzionati” dai funzionari dell’efficiente polizia politica segreta. La lista delle clamorose “disobbedienze pubbliche” del miliardario scomparso, che era già stato posto in libertà vigilata dal Partito Comunista per un anno per i suoi attacchi al governo, è molto lunga. Nel 2016, per esempio, aveva contestato pubblicamente l’allineamento dei media statali al Pcc proposto da Xi. Sempre secondo il Scmp, dopo la visita del presidente cinese al quartier generale dell’emittente televisiva statale Cctv, Ren aveva pubblicato sul social Weibo questa frase: «Quando il governo popolare si trasformerà in governo del partito? Non sprecare i soldi dei contribuenti per cose che a loro non servono a nulla». Il post fu subito eliminato e l’account Weibo di Ren bloccato.

Xi Jinping con la mascherina (Ansa).

IL NO COMMENT DELLE AUTORITÀ

Da allora Ren è stato visto raramente in pubblico, mentre la sua amica Wang ha affermato che il magnate aveva partecipato a eventi di beneficenza e si incontrava regolarmente con gli amici fino al giorno precedente la sua scomparsa. «Un cittadino non può semplicemente sparire, dobbiamo sapere se è stato preso da qualche dipartimento di polizia. La sua famiglia e i suoi amici hanno il diritto di saperlo», ha detto Zhang Ming, professore di storia alla Renmin University di Pechino. Anche lui ha cercato inutilmente di contattare Ren. Così come la Reuters e il Scmp: entrambi hanno chiamato il miliardario ma il cellulare o suonava a vuoto o risultava spento. Mentre la polizia di Pechino e l’ufficio informazioni del Consiglio di Stato si sono rifiutate di rispondere alle richieste di commenti della stampa.

Il miliardario Guo Wengui nel suo appartamento a New York (Getty Images).

L’ESILIO STATUNITENSE DI GUO WENGUI

Ren Zhiqiang non è l’unica spina nel fianco dei potentissimo presidente-imperatore della Cina. Anche altri hanno avuto il coraggio di far sentire la propria voce di dissenso, rischiando molto. Un altro uomo d’affari finito nel mirino è Guo Wengui, che però da tempo si trova in esilio negli Stati Uniti. Guo, arrivato al 73esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi della Cina, è l’autore di una sorta di manifesto contro il regime cinese intitolato Expose Revolution. Dopo essere entrato in rotta di collisione con i vertici del Partito Comunista, Guo fu accusato di corruzione e altri reati (dal rapimento allo stupro fino alla frode e riciclaggio di denaro) e costretto a fuggire dalla Cina alla fine del 2014, dopo aver appreso che sarebbe stato arrestato. Nel 2017 Guo, che si è sempre dichiarato totalmente estraneo a tutte le accuse, ha acquistato un appartamento da 82 milioni di dollari nell’Upper East Side di Manhattan, con vista su Central Park. Membro dell’esclusivo Mar-a-Lago Resort in Florida, proprietà del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Guo ha continuato in questi anni ad attirare l’attenzione internazionale sulla presunta corruzione nel sistema politico cinese.

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La Cina ci aiuta (a pagamento) ma dovrebbe chiedere scusa

Venderci respiratori e mascherine è sicuramente un passo avanti, ma non basta. Pechino sta cercando di cancellare le sue responsabilità nell'esplosione della pandemia. E la verità.

La Cina adesso ci “aiuta”, mandandoci presidi sanitari e mascherine (e qualche medico), a pagamento, mentre dovrebbe chiederci scusa e pagare i danni “di guerra” da coronavirus.

Come dimenticare, infatti, gli errori e le responsabilità di Pechino, specialmente nella gestione iniziale dell’emergenza e nel tentativo di nascondere l’epidemia?

Tutto questo mentre la straordinaria macchina della propaganda del Partito Comunista Cinese, si sta dando un gran daffare per negare l’evidenza e cancellare la memoria collettiva sull’indiscutibile origine cinese del virus, aggiungendo così la beffa al danno. Con il beneplacito del nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che con una mano stacca un consistente assegno ai cinesi e con l’altra si spertica in ringraziamenti ufficiali al grande cuore della Cina, twittando con insistenza: «non siamo soli».

I TENTATIVI DI FARE DIMENTCARE LA VERITÀ

Per carità, avere mascherine, macchinari per la ventilazione e aiuto medico, seppure pagandolo, è sempre meglio di quanto stia facendo l’Europa (niente) o la Bce, che addirittura ci danneggia. Ma il tentativo (quasi riuscito ormai) di rovesciare la verità portato avanti dal Pcc ha dell’incredibile, nella sua sfrontatezza. La Cina ha cominciato a lanciare una settimana fa un’aggressiva campagna diplomatica e mediatica allo scopo di cercare di occultare definitivamente al mondo la data esatta dell’inizio dell’epidemia. Cercando di far dimenticare che tacendo per mesi (ormai si sa che i primi casi erano già noti a novembre, mentre l’epidemia è stata resa pubblica solo il 20 gennaio) ha permesso che il virus si diffondesse sia al suo interno che nel resto del mondo, durante l’intero periodo festivo del Capodanno lunare.

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Ma non basta, perché per l’arrogante Partito Comunista Cinese ammettere di essere responsabile del disastro sanitario ed economico che sta affliggendo oggi il nostro Paese – e che presto colpirà molte altre nazioni – non è nemmeno pensabile. Non ce la fanno. Tutto ciò che collega la Cina al virus deve essere messo in discussione e scomparire per sempre dai libri di storia.

LA NEGAZIONE DELLA EVIDENZA

Tutti gli ambasciatori cinesi all’estero hanno ricevuto l’ordine di diffondere il seguente messaggio attraverso il loro account Twitter (social vietato in Cina) o di cercare di far sì che venga ripetuto dai media stranieri: «Se è vero che il coronavirus è stato debellato con successo da Wuhan, la sua vera origine rimane sconosciuta. Stiamo cercando di scoprire esattamente da dove proviene». Un gigantesco tentativo di negare l’evidenza dei fatti.

COSÌ IL VIRUS CAMBIA NAZIONALITÀ

Allo stesso modo, i media cinesi – controllati dal Partito – insistono sul fatto che il mercato degli animali di Wuhan, (oggi completamente ripulito e forse in procinto di venire raso al suolo, allo scopo di non lasciare alcuna traccia) che sappiamo essere all’origine dell’epidemia, non sarebbe più l’epicentro del contagio. La parola d’ordine è Instillare con ogni mezzo il dubbio nelle menti delle persone e dei media occidentali: il  primo passo per poi alimentare tutte le teorie complottistiche attualmente in circolazione, puntando in particolar modo su un’origine americana di questo virus. Così il virus cinese diventa americano, oppure “giapponese” e persino … virus italiano!

Secondo recenti indiscrezioni, infatti, l’’ambasciata cinese a Tokyo la scorsa settimana avrebbe inviato un messaggio a tutti i cittadini cinesi in Giappone circa le linee guida da seguire se si trovano di fronte al «coronavirus giapponese». Come se il virus una volta arrivato in Giappone avesse preso il passaporto nipponico. Una mossa sconcertane che non è passata inosservata al governo di Tokyo, che ha rinviato la visita ufficiale di Xi Jinping in Giappone, prevista per aprile, e ha vietato l’ingresso ai cittadini cinesi sul suo territorio.

NO, LA GOVERNANCE CINESE NON È MEGLIO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA

Infine, beffa nella beffa, una martellante campagna di propaganda diffusa a tappeto su tutti i mezzi di comunicazione stranieri, compresi Facebook e Twitter, invitano il mondo a “ringraziare la Cina” per i sacrifici che ha fatto nella lotta contro il virus, esaltandone la disponibilità a condividere l’esperienza con i Paesi che ne avranno bisogno: «Continuando il nostro lavoro di prevenzione in Cina (…) forniremo supporto ai Paesi stranieri nei limiti delle nostre capacità», ha affermato il viceministro cinese per gli Affari esteri. Un tentativo molto furbo di far passare il messaggio che l’epidemia è sotto controllo grazie al Partito Comunista cinese, e che per i Paesi stranieri che adesso devono affrontarla, compreso il nostro, «sarebbe impossibile adottare le misure radicali che la Cina ha adottato», come ha scritto la scorsa settimana il quotidiano governativo Global Times, cercando di far passare a livello internazionale il messaggio che il controllo assoluto garantito dal sistema illiberale di governance cinese sia migliore di quello delle democrazie occidentali e l’unico in grado di garantire la gestione di questa come di qualsiasi altra emergenza. Le ultime misure di quarantena adottate dall’Italia, invece, dimostrano il contrario.

E di fronte a questa sfacciata propaganda cinese, il sinologo Steve Tsang, professore presso il Chinese Institute di Londra, ha spiegato che «il Pcc ha sempre avuto il monopolio della verità e della storia in Cina e continua a negare l’evidenza, rifiutandosi ostinatamente di ammettere qualsiasi insabbiamento delle notizie iniziali sull’epidemia. I funzionari del partito pensano di avere ragione anche quando ovviamente hanno torto». Aggiungendo: «Ma la loro falsa verità deve venire messa in discussione in Occidente. Spetta a noi, nel mondo democratico, denunciare la sfacciata operazione di propaganda del Pcc».

La verità insomma è che l’Italia è vicina la collasso totale (e altri Paesi seguiranno) come conseguenza delle enormi responsabilità del governo di Pechino, che non può pensare di cavarsela vendendoci il carico di un aereo pieno di mascherine, qualche apparato per la ventilazione assistita e alcuni medici, come quello atterrato ieri a Roma. La Cina deve chiederci scusa e dovrebbe pagare i “danni di guerra” del coronavirus. Con buona pace del nostro Ministro degli Esteri.

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Quello che la Cina non ha detto sull’inizio del contagio di coronavirus

Secondo alcuni rapporti pubblicati dal South China Morning Post il primo malato è stato registrato il 17 novembre. Si tratta di un 55enne dell'Hubei. Ma ci potrebbero essere casi di Covid-19 ancora precedenti. Mentre una dottoressa di Wuhan accusa Pechino: «Ho denunciato l'esistenza di un nuovo virus a dicembre ma le autorità mi hanno imposto il silenzio».

«Ho denunciato l’esistenza di un nuovo virus anche a dicembre ma le autorità mi hanno imposto il silenzio». Ai Fen, dottoressa a capo del dipartimento per le emergenze dell’ospedale centrale di Wuhan, ha raccontato in una lunga intervista al South China Morning Post, come le venne ordinato di tacere per non diffondere il panico. «Se il Partito avesse ascoltato la mia denuncia, forse ora l’epidemia di coronavirus non sarebbe così diffusa».

L’IDENTIFICAZIONE DEL PRIMO INFETTO

Un’autentica bomba che rischia di mettere seriamente in crisi Pechino, proprio mentre alcuni registri del governo cinese, pubblicati il 13 marzo in esclusiva dal quotidiano in lingua inglese, individuano la prima persona infettata (anche se ufficialmente non è ancora stata identificata come paziente zero globale). Si tratterebbe di un cittadino della provincia dell’Hubei di 55 anni. Data del contagio: 17 novembre 2019. Ben prima di fine dicembre quando fu resa nota l’esistenza del nuovo virus. Ma ci potrebbero essere altri casi precedenti non registrati.

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L’ORDINE DI NON DIFFONDERE NOTIZIE

Le rivelazioni pubblicate dal Scmp riguardano anche alcuni rapporti medici che dimostrerebbero come i dottori di Wuhan, malgrado avessero raccolto campioni di casi sospetti, non furono in grado di confermare i loro risultati perché rimasti impantanati nelle maglie della burocrazia e obbligati a ottenere l’approvazione dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie prima di divulgare le notizie: un’autorizzazione che poteva richiedere molti giorni e a volte settimane. Nel frattempo venne loro ordinato di non diffondere al pubblico alcuna informazione sulla nuova malattia.

L’ALLARME LANCIATO SU WECHAT

Lo confermano anche le parole della dottoressa Fen che ha raccontato di avere passato in un primo tempo al magazine cinese People la foto della diagnosi di un paziente che aveva in cura, affetto da una polmonite causata da un coronavirus simile alla Sars. Il magazine prima ha postato la foto sul suo profilo Wechat (social cinese), ma subito dopo l’ha cancellata, spingendo gli utenti, infuriati, a ripubblicare l’articolo su altre piattaforme. Wechat è gestito dalla People’s Publishing House, un’azienda di Stato e la scomparsa del post ha coinciso con la prima visita del presidente Xi Jinping a Wuhan dall’inizio della crisi, durante la quale ha elogiato i residenti per il loro duro lavoro e i sacrifici compiuti: il messaggio della dottoressa di Wuhan avrebbe rischiato di offuscare l’immagine trionfalistica ripetuta in modo martellante dalla propaganda di Pechino. L’oftalmologo Li Wenliang, il medico divenuto “eroe” per avere a sua volta cercato di diffondere queste notizie ed essere poi morto in corsia curando i malati, era tra i medici che avevano condiviso la sua foto.

IL SILENZIO PER «NON DIFFONDERE IL PANICO»

La dirigente ha anche raccontato di avere immediatamente avvisato i servizi sanitari e il dipartimento di controllo delle malattie infettive. «Ho letteralmente “afferrato” il direttore di pneumologia dell’ospedale, che stava passando per il mio ufficio, e gli ho detto che uno dei suoi pazienti era stato infettato da un virus simile a Sars», ha ricordato. La risposta del superiore fu però di tacere. Come ha ricostruito la dottoressa, la commissione sanitaria di Wuhan aveva emesso una direttiva secondo cui gli operatori non dovevano rivelare nulla sul virus o sulla malattia che causava, per evitare di scatenare il panico. Poco dopo, l’ospedale vietò a tutto il personale la divulgazione di qualsiasi informazione. Due giorni dopo, un funzionario accusò esplicitamente Fen di «diffondere voci e seminare panico», riferendosi alla fotografia che aveva pubblicato online. «Ho visto tutto nero», ha ammesso la dottoressa. «Non mi stava criticando per non aver lavorato duramente… mi ha fatto sentire una persona orribile, che stava rovinando il futuro di Wuhan. Ero disperata». Hu Ziwei, un’infermiera dello stesso ospedale che si è infettata circa una settimana dopo dalla denuncia di Fen, ha confermato questa versione. «L’ospedale in un primo momento ha annotato sulla mia cartella clinica che soffrivo di “polmonite virale”», ha detto, «ma in seguito ha cambiato la descrizione in generiche “infezioni”».

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L’impatto del coronavirus sull’import/export della Cina

Il colosso asiatico registra un deficit di 7,09 miliardi di dollari a gennaio-febbraio contro le attesi du un surplus di 24,6 miliardi.

Gli effetti del coronavirus sull’economia cominciano a impattare gravemente sulla Cina. Il colosso in cui per primo si è sviluppata l’epidemia ha subito un deficit commerciale di 7,09 miliardi di dollari a gennaio-febbraio, in totale controtendenza rispetto alle attese dei mercati di un surplus di 24,6 miliardi. Oltre all’export, che nello stesso periodo è sceso del 17,2% annuo (a fronte di una stima a -14,2%), il calo dell’import si è fermato al 4% (rispetto ad un previsto -15%).

EXPORT -17,2%

L’export, crollato del 17,2%, si è attestato a 292,49 miliardi di dollari nel primo bimestre, a fronte di attese a -14,2%, scontando i problemi alla catena di produzione e distribuzione pesantemente colpita dalla decisione di estendere la festività del Capodanno lunare di gennaio negli sforzi per contenere il contagio del coronavirus nel Paese. Le vendite di alluminio grezzo, includendo metalli primari, manufatti in lega e semilavorati, sono crollati del 25,3% annuo a quasi 700 mila tonnellate. L’export di terre rare, alla base dei beni hi-tech, è crollato del 17,3%, a 5.489,2 tonnellate.

IMPORTAZIONI SCESE SOLO DEL 4%

Le importazioni, secondo i dati delle Dogane cinesi, sono scese del 4%, a 299,54 miliardi, a fronte del -15% atteso. Sotto pressione le spese per materie prime come il rame (-1,2% a 3,77 milioni di tonnellate), mentre il greggio è aumentato del 5,2%, a 86,09 milioni di tonnellate, con le raffinerie impegnate a rafforzare le scorte prima del Capodanno lunare. L’import di soia è salito del 14,2% annuo grazie ai maggiori acquisti dagli Usa per effetto della tregua nella guerra commerciale.

SURPLUS CON GLI USA SCESO A 25,37 MILIARDI

Il surplus commerciale con gli Stati Uniti è sceso a 25,37 miliardi di dollari, in calo del 40% rispetto ai 42,16 miliardi dello stesso periodo del 2019. I dati delle Dogane cinesi, che includono gli effetti dell’epidemia del coronavirus, hanno segnalato volumi commerciali bilaterali calati del 19,6%, a 422,5 miliardi di yuan (circa 62 miliardi di dollari). I due Paesi hanno firmato il 15 gennaio la ‘fase uno’ dell’accordo commerciale per porre fine alla guerra dei dazi.

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Storia delle donne cinesi in prima linea contro il coronavirus

Il profilo più alto è Sun Chunlan, volto del Partito comunista a Wuhan e vicepremier. Anche a gestire la Sars ci fu una donna, Wu Yi. Ma il Paese è al 95esimo posto per gender gap. E durante l'epidemia infermiere e dottoresse sono state messe sotto pressione dai media. Che le hanno rappresentate come deboli.

L’ex leader cinese Mao Zedong dichiarò che «le donne portano sulle loro spalle la metà del cielo e devono conquistarsela». Era uno slogan di propaganda usato per la prima volta nel 1955 per incoraggiare una maggior presenza femminile nelle cooperative rurali, nel lavoro dei campi, nelle piantagioni di riso e nella produzione agricola. Durante la guerra di Pechino contro il coronavirus, ha scritto il South China Morning Post, le donne hanno ricoperto lavori e ruoli difficili e hanno sostenuto metà del cielo, o anche di più, secondo analisti e femministe.

SUN CHUNLAN, IL VOLTO SEVERO DELLA CRISI

Il profilo più alto è quello di Sun Chunlan, volto del Politburo a Wuhan e sottoposta a crescenti pressioni: 69 anni, è vice premier e responsabile della Cultura, dell’Educazione e della Salute pubblica e l’unica donna nel Politburo di 25 membri del Partito comunista al potere. Chunlan ha trascorso più di un mese in prima linea a Wuhan, nella provincia dell’Hubei, da dove il virus si è diffuso per la prima volta a dicembre 2019. Il suo è stato il volto severo nella crisi, che ha parlato con il personale medico, sottolineando l’importanza di ricoverare i pazienti in ospedale e curarli il più rapidamente possibile. Ha controllato i progressi delle nuove strutture in costruzione e avvertito i funzionari locali che «non devono esserci disertori, o saranno inchiodati sul pilastro della vergogna storica per sempre».

SOTTO PRESSIONE COME WU YI AI TEMPI DELLA SARS

In quanto funzionario di più alto livello nell’epicentro, Sun è stata sottoposta a crescenti pressioni. Deve sopportare il grosso peso delle polemiche sull’epidemia che in Cina ha ucciso oltre 3.100 persone infettandone più di 90 mila, la maggior parte nell’Hubei, gettando Pechino nella sua peggiore crisi degli ultimi decenni. Sebbene sia al centro della crisi, la copertura mediatica statale sulla leadership di Sun è stata limitata: secondo gli analisti è il presidente Xi Jinping che prende decisioni sulle questioni importanti. Sun, che ha iniziato la sua carriera in una fabbrica di orologi nella provincia Nord-orientale di Liaoning, sta seguendo le orme di un’altra donna vicepremier, Wu Yi. Nel 2003 fu Wu a guidare la battaglia contro la Sars, epidemia che causò la morte di oltre 800 persone. Conosciuta come Iron Lady in Cina per la sua durezza, Wu raccontò dopo la Sars che dirigere la task force per gestire l’epidemia fu estremamente stressante. La Cina fu pesantemente criticata per aver negato informazioni sull’epidemia.

LA CINA NON È UN PAESE PER DONNE IN POLITICA

Stando ai dati della Banca mondiale, solo il 23,9% dei seggi parlamentari in tutto il mondo è occupato da donne. In Cina il quadro è decisamente peggiore: il Paese ha avuto sei donne nel suo Politburo dal 1949 (attualmente l’unica è appunto Sun Chunlan). La Cina è stata classificata al 95esimo posto nel mondo per coinvolgimento politico delle donne dal Global Gender Gap Report 2020 del Forum economico mondiale. La vicina India, popolosa come la Cina, occupa il 18esimo posto, mentre l’Islanda è al primo, l’Italia al 76esimo. Secondo Hu Xingdou, scienziato politico indipendente, le donne leader sono state ritenute più capaci di conquistare la comprensione e la fiducia della gente comune durante periodi di crisi come le epidemie.

Le donne svolgono ruoli molto importanti nella battaglia contro questa malattia, facendo il proprio lavoro in un momento cruciale

Feng Yuan, cofondatore della Ong di Pechino Equality

«Ma la maggior parte delle volte, la Cina si affida maggiormente agli uomini per la loro aggressività nel governo del Paese». Oltre a Sun, altre donne hanno assunto ruoli importanti a Wuhan. Zhang Jixian è stata una dei primi medici a lanciare l’allarme sul virus a dicembre. La 54enne ha riferito l’aumentare dei casi ai suoi superiori alla fine di dicembre. Il suo ospedale ha quindi contattato le autorità sanitarie locali e provinciali. I media di Stato hanno cercato di attirare l’attenzione sulle molte donne che lavorano come dottoresse e infermiere nel trattamento dei pazienti con coronavirus, ma gli sforzi per includerle in una campagna di propaganda hanno fallito. «Le donne svolgono ruoli molto importanti nella battaglia contro questa malattia, facendo il proprio lavoro in un momento cruciale», ha affermato Feng Yuan, cofondatore di Equality, organizzazione non governativa a Pechino. «Ma sono deluso dal vedere alcuni media concentrarsi sui loro ruoli di genere convenzionali e rappresentarle come il sesso più debole evidenziando solo i sacrifici personali che sono state costrette a fare».

INFERMIERE IN LACRIME MENTRE SI RASAVANO LA TESTA

Il rapporto di febbraio sulle infermiere di diverse città che si sono rasate la testa per «comodità» e per aiutare a controllare la diffusione del virus prima di andare a Wuhan per dare una mano ha provocato indignazione online. Gli ospedali hanno affermato che le donne erano «disposte» a farlo, ma alcune infermiere sono state riprese che piangevano mentre si tagliavano i capelli. È successo dopo che la Cctv l’11 febbraio ha descritto l’infermiera Zhao Yu come «una grande madre e un angelo in abito bianco» per aver continuato a lavorare nel reparto di emergenza di un ospedale militare a Wuhan durante una gravidanza a rischio. L’emittente ha affermato che Zhao aveva insistito per lavorare nonostante fosse a 20 giorni dal parto, in un rapporto che acclamava la sua devozione per il suo lavoro – ma gli utenti dei social media hanno sollevato preoccupazione per la situazione e il video è stato ritirato dal sito web della Cctv.

DENUNCIATE PRESSIONI DISUMANE SULLE DONNE

Il giorno successivo il Wuhan Evening News ha elogiato un’infermiera di 27 anni che era tornata al lavoro 10 giorni dopo l’intervento chirurgico a seguito di un aborto spontaneo. Lu Pin, attivista femminista, ha affermato quanto sia «disumano» fare pressione o incoraggiare le donne a compiere questi sacrifici personali. «Ha fatto luce sull’ambiente sociale in cui vivono le donne cinesi. È una realtà crudele che ci sia una mancanza di autonomia e una protezione insufficiente sul lavoro, tra le altre cose», ha detto Lu, che vive a New York. «Lo status delle donne non è allo stesso livello del contributo che danno al Paese».

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Le notizie sul coronavirus del 15 febbraio 2020

L'aereo dell'Aeronautica militare con a bordo Niccolò è atterrato a Pratica di Mare. Il 17enne di Grado era rimasto bloccato a Wuhan per la febbre. Ora la quarantena allo Spallanzani.

È atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare il volo dell’Aeronautica Militare sul quale viaggia Niccolò, il 17enne di Grado che era rimasto bloccato a Wuhan per due volte a causa della febbre. Ad accogliere il giovane, oltre alla sua famiglia, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. A bordo del Boeing KC-767 dell’Aeronautica militare che ha riportato Niccolò in Italia ha viaggiato anche il vice ministro della Salute Pierpaolo Sileri, assieme a medici ed infermieri. Dopo lo sbarco, Niccolò è stato trasferito allo Spallanzani per la quarantena necessaria per l’emergenza coronavirus, ma non prima di aver superato tutti i controlli.

UNA BARELLA SPECIALE

Per Niccolò il giovane è stato utilizzato lo stesso protocollo con il quale è stato rimpatriato dalla Sierra Leone un connazionale con una grave forma di tubercolosi polmonare resistente a ogni trattamento farmacologico. Si tratta di una barella speciale protetta da un involucro di Pvc che permette l’osservazione e il trattamento del paziente in isolamento (gestito da un’equipe medica) con potenti filtri che impediscono il passaggio di particelle potenzialmente infette. L’isolamento, sempre da protocollo, proseguirà anche durante il suo imminente trasferimento in ospedale con una speciale autoambulanza.

DI MAIO: «TUTTI GLI ITALIANI EVACUATI»

«Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia. Bentornato a casa!», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio postando il video dell’aereo dell’Aeronautica militare che atterra all’aeroporto di Pratica di Mare con il 17enne di Grado a bordo. «Niccolò è giovane e forte e non potevamo permettere che un ragazzo di 17enne rimanesse tutte queste settimane in Cina», ha aggiunto il titolare della Farnesina. «Abbiamo mantenuto la promessa fatta ai genitori. Con oggi abbiamo completato il processo di evacuazione di tutti gli italiani».

Pratica di Mare. Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia.Bentornato a casa!

Posted by Luigi Di Maio on Friday, February 14, 2020

ANCORA BLOCCATI GLI ITALIANI SULLA DIAMOND PRINCESS

Restano invece ancora bloccati nella baia di Yokohama dal 3 febbraio, i 35 italiani passeggeri della nave da crociera Diamond Princess, ferma per quarantena dopo che 218 persone a bordo hanno contratto il virus, otto di loro in forma grave. «L’Unità di crisi sta sentendo tutti gli italiani a bordo della Diamond Princess», ha spiegato Di Maio. «Nessuno di loro presenta sintomi o fa sospettare che ci possa essere un sintomo legato al coronavirus. Valuteremo tutte le possibilità ed eventuali azioni da intraprendere per proteggere i nostri connazionali», ha aggiunto. Sbarcate il 14 febbraio le prime 11 persone, tutte sopra gli 80 anni e negative al test. Il governo americano ha deciso di evacuare i suoi cittadini. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, a circa 380 persone a bordo è stata offerta la possibilità di salire su due voli in partenza dal Giappone verso gli Stati Uniti, in base a quanto detto dal Centers for Disease Control and Prevention.

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Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

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Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

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Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Perché Hong Kong è la città più sicura dal contagio di Covid-19

Dopo l'epidemia di Sars la comunità medica e scientifica dell'ex colonia e le sue università sono all’avanguardia negli studi su questi virus. I casi di contagio attualmente presenti sul suo territorio vengono gestiti senza misure eccessive e con estrema efficacia. L'italia Impari.

Gestire l’emergenza Coronavirus imparando da Hong Kong. Se c’è qualcuno nel mondo, infatti, che può vantare al suo attivo l’esperienza unica di essere già passata attraverso l’incubo contagio, quella è proprio l’ex colonia britannica. Che sta gestendo perfettamente, senza misure eccessive ma con estrema efficacia, i casi attualmente presenti sul suo territorio.

Ancora pochi – meno di 50 – ma se facciamo il paragone con la psicosi italiana e le misure un po’ schizofreniche del nostro governo, e soprattutto ci ricordiamo che noi siamo a quasi 10 mila km di distanza dalla Cina, allora davvero non ci resta che prendere esempio dalle autorità di Hong Kong.

E per questo appare poco comprensibile e decisamente eccessiva la decisione del nostro governo, unico tra tutti i partner europei, di chiudere i voli non solo verso la Cina continentale ma anche verso Hong Kong e Taiwan.

IL CASO DEL CONDOMINIO HONG MEI HOUSE

La situazione nell’ex colonia è sotto controllo, ma non viene assolutamente sottovalutata, anche alla luce delle ultime recenti novità rese note dalla stampa locale: due infettati che vivevano nello stesso condominio, ma a 10 piani di distanza l’uno dall’altro e che non avevano avuto alcun contatto tra di loro, e un’intera famiglia di nove persone ammalatasi dopo avere mangiato tutti insieme nella saletta per il barbecue di un ristorante. La prima notizia è quella che preoccupa di più le autorità sanitarie di Hong Kong, perché farebbe strada all’ipotesi che il virus possa correre attraverso le tubature fognarie.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”

Tutti i residenti del condominio Hong Mei House, nel quartiere di Tsing Yi, composto da ben 35 piani, sono stati evacuati dopo che due di loro sono risultati positivi al coronavirus Covid-19. Nel bagno di uno dei due ammalati, una donna di 62 anni che vive 10 piani sotto l’altro infetto, i sanitari hanno trovato un tubo non sigillato. Sophia Chan, del ministero della Salute locale, ha affermato che altri quattro inquilini che vivono in unità separate hanno sviluppato i sintomi del Coronavirus, tra cui febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Da qui la decisione di evacuare tutti residenti, in via precauzionale.

L’esterno dell’Hong Mei House a Hong Kong.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”, gli Amoy Gardens a Kowloon, dove ben 42 residenti morirono e altri 329 furono contagiati dal virus attraverso tubature difettose. È ancora presto però per dire se possa o no essere accaduta la stessa cosa oggi con il nuovo coronavirus, sulle cui modalità di trasmissione si sa ancora molto poco. «Le due situazioni non sono nemmeno lontanamente paragonabili», ha dichiarato Frank Chan, segretario ai trasporti e all’edilizia di Hong Kong.

I CONTAGI AVVENUTI NEL RISTORANTE DI KOWLOON

Impensierisce anche il caso dei nove membri della stessa famiglia che sono stati infettati dopo aver condiviso un pasto in una saletta per barbecue in un ristorante di Kowloon, che si chiama Lento Party Room. Inizialmente un membro della famiglia di 24 anni e sua nonna si sono sentiti male manifestando i sintomi del virus. Successivamente alla madre e al padre dell’uomo, a due sue zie e tre cugini è stata diagnosticata l’infezione. Le loro età vanno dai 22 ai 68 anni.

Il gruppo Fulum, proprietario di un altro ristorante che si trova nel quartiere di Wan Chai – antico quartiere a luci rosse che oggi ospita la movida notturna e i locali più frequentati dell’ex colonia – ha confermato che anche a un membro del suo staff al ristorante Sportful Garden è stato diagnosticato il coronavirus, dopo aver condiviso il pasto caldo del nuovo anno con la famiglia infettata il 26 gennaio. Il gruppo ha anche dichiarato che il locale è stato immediatamente sottoposto a pulizia e disinfezione e resterà chiuso per 14 giorni, mentre a tutto il personale è stato chiesto di mettersi in quarantena volontaria per due settimane.

HONG KONG È ORA UNA DELLE CITTÀ PIÙ SICURE

Dall’inizio dell’epidemia le autorità di Hong Kong hanno reagito con prontezza, chiudendo rapidamente la frontiera terrestre con la Cina, malgrado questa vedesse ogni giorni un traffico di decine di migliaia di persone che la attraversavano per motivi di affari o svago e soprattutto malgrado le rimostranze della Cina continentale. L’ex colonia ha insomma messo in campo tutto il peso della terribile esperienza acquisita al tempo della Sars, quando nella sola Hong Kong morirono quasi 400 persone e oltre 400 casi di infezione accertati.

La comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus

La città è in questo momento uno dei luoghi al mondo dove anche gli ospedali sono meglio attrezzati per fronteggiare l’epidemia e sono dotati di attrezzature per il contenimento di molti malati in condizioni critiche, che necessitano un livello di isolamento totale, come appunto quelli infettati dal nuovo Coronavirus. Infine la comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus. Per questo il professor Yuen Kwok-yung, microbiologo dell‘Università di Hong Kong Hku, ha dichiarato che la città «si trova in una fase di eccellente contenimento del virus» e «in una situazione molto migliore dello scoppio di Sars nel 2003», descrivendo l’incidente nel condominio Hong Mei House come «assolutamente sotto controllo».

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Perché il coronavirus potrebbe aiutare le specie a rischio estinzione

Pechino ha vietato la vendita di animali selvatici, spesso in pericolo come il pangolino, perché principali indiziati dell'origine dell'epidemia. Ma il bushfood o la bushmeat sono diffusi in altre aree del Pianeta. Dall'Africa all'Australia.

Il nuovo coronavirus è una minaccia per l’umanità, ma potrebbe essere per il Wwf e altre organizzazioni ambientaliste un vantaggio per molte specie in pericolo.

Questo dopo che il governo cinese ha vietato il consumo di carne di animali selvatici spesso in via di estinzione, sospettati di aver potuto avviare il contagio come pipistrelli, serpenti e visoni. Anche se secondo gli ultimi studi della South China Agricoltural University l’anello di congiunzione tra animale e uomo sarebbe il pangolino. La sequenza genetica del nuovo coronavirus isolata in questo mammifero infatti risulta al 99% identica a quella delle persone infette. E proprio il pangolino in tutta l’Asia rischia l’estinzione perché considerato un cibo da ricchi, uno status symbol.

Si dirà: ripetere che i cinesi si sono ammalati mangiando carni che per la gran parte dell’umanità sono schifezze sa di fake news razzista. Però sono ipotesi diffuse dagli stessi media cinesi e da pubblicazioni scientifiche. Non solo: ora sono accreditate proprio dal divieto di consumo imposto da Pechino.

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LE DIFFERENZE CULTURALI A TAVOLA

In realtà tutte le culture alimentari hanno gusti non condivisi da altre. Dalla pastissada veronese alla pignata pugliese passando per il pist di Parma o per le coppiette romane, solo per fare qualche esempio, la gastronomia italiana è piena di ricette con carne di cavallo, cosa che nei Paesi anglosassoni fa orrore e negli Stati Uniti è addirittura fuori legge. Mentre i cinesi storicamente non consumavano latticini e avevano un particolare disgusto per i formaggi, anche se la globalizzazione sta cambiando rapidamente questa situazione.

Un macellaio a Pechino (Getty Images).

IL BOOM DEL BUSHMEAT IN AFRICA

In compenso, hanno una particolare passione per il gusto definito yewei: “selvatico”. Non solo i cinesi, in realtà. Anche in Africa occidentale e centrale la domanda di quella che è definita bushmeat è altissima. Nel 2016 almeno 301 specie di mammiferi terrestri erano considerate a rischio d’estinzione. Ogni anno, si stima, il consumo di bushmeat oscilla tra l’1 e i 5 milioni di tonnellate. Perfino i gorilla e gli scimpanzé finiscono cucinati. In Gabon si stima che il loro numero si sia ridotto del 56% proprio per via del loro utilizzo alimentare. E anche in Africa il consumo di animali selvatici è stato individuato come origine di varie malattie. Secondo alcune teorie, sia l’ebola sia l‘hiv sarebbero partite dal consumo di primati.  Anche il bushfood degli aborigeni australiani o il country food di indiani ed eschimesi del Canada comportano un forte consumo di animali selvatici inconsueti nelle diete occidentali, ma in questo caso l’impatto è minore.

Un mercato di Pechino (Getty Images).

LE SPECIALITÀ VENDUTE NEL MERCATO DI WUHAN

Bushmeat, bushfood e country food hanno invece in comune l’essere gastronomia di popolazioni rurali, anche con un forte carattere identitario. Al contrario, il gusto yewei è considerato raffinato. Era proprio della Corte imperiale e costituisce spesso una ostentazione di ricchezza. Il mercato di Wuhan era conosciuto per la grande offerta di animali selvatici come serpenti, procioni o porcospini, che nonostante il divieto della legge erano esposti in gabbie per essere venduti.

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Ma tutta la Cina è oggi ritenuta il maggior consumatore mondiale di animali selvatici, sia in forma legale che illegale. A parte la zuppa di pipistrello – una delle principali indiziate dell’origine del nuovo virus – ci sono la zuppa di testicoli di tigre, quella di civetta delle palme (che non è un uccello ma un mammifero viverride), i serpenti secchi, usati per trattare l’artrite nella medicina tradizionale cinese, il cobra fritto, la zampa d’orso stufata e il vino all’osso di tigre.

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Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina

Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.

A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo.  Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.

Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN

Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia.  Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.

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Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.

Sono almeno 5 i milioni di cittadini di Wuhan usciti dalla città e ora impossibilitati a fare rientro a casa (Getty Images).

IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO

Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE

Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

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Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

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La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

L’allestimento di posti letto a Wuhan (GettyImages).

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA

Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

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Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Wuhan coronavirus cina
Wuhan dopo i blocchi è diventata di fatto un lazzaretto a cielo aperto.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

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Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».

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Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus è stato contagiato

Li Wenliang, un dottore di Wuhan, era stato silenziato dalla polizia dopo che aveva messo in guardia i suoi studenti sul virus il 30 dicembre. Ora ha annunciato di aver contratto la malattia.

Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus in Cina è stato contagiato. Il 30 dicembre del 2019, Li Wenliang, 34enne di Wuhan, annunciò ai suoi studenti di avere riscontrato il virus su sette pazienti. Tramite WeChat, la principale app di messaggistica cinese, mise in guardia i suoi alunni, i suoi amici e i suoi familiari. Alcuni di questi messaggi vennero fotografati e iniziarono a circolare in rete in modo virale.

MESSO A TACERE DALLA POLIZIA

La polizia di Wuhan in quei giorni stava cercando di contenere il diffondersi delle informazioni: Li fu accusato di procurato allarme e venne silenziato. Il 4 febbraio ha dichiarato alla Cnn di essere stato contagiato. La notizia ha fatto scandalo in tutta la Cina, dove il governo è sempre più sotto pressione per non aver dato informazioni accurate sull’epidemia nei primi giorni della diffusione.

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Le notizie sul coronavirus dell’1 febbraio 2020

In una sola giornata, in Cina sono morte 46 persone. Quasi tutte, tranne una, nella provincia di Hubei. Anche l'Australia si attrezza per l'epidemia: limitazioni agli arrivi per 15 giorni.

Mentre tutto il mondo, Italia compresa, prende misure di sicurezza per arginare l’epidemia, in Cina il coronavirus continua a colpire con violenza. Con i suoi 46 nuovi decessi e i suoi 2.102 nuovi casi confermati, venerdì 31 gennaio è stata la giornata con il bollettino più grave dall’inizio dell’emergenza. I dati forniti dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese portano il conteggio totale delle morti a 259 e quello dei contagiati accertati a quota 11.791. Tutti i decessi delle ultime 24 ore tranne uno sono avvenuti nella provincia di Hubei, epicentro del focolaio ormai diffuso in tutto il mondo.

APPLE CHIUDE GLI STORE IN CINA

Apple ha annunciato la chiusura di tutti i suoi negozi e uffici in Cina fino al 9 febbraio: lo si legge in una nota del colosso di Cupertino, secondo cui gli store online resteranno invece operativi. «I nostri pensieri vanno alle persone più direttamente colpite dal coronavirus e a quelle che lavorano senza sosta per contenerlo», recita la nota. Sulla base degli ultimi aggiornamenti degli esperti sanitari, «stiamo chiudendo tutti i nostri uffici societari, i negozi e i contact center nella Cina continentale fino al 9 febbraio».

L’AUSTRALIA ATTENDE 400 MILA PASSEGGERI DA QUI AD APRILE

Intanto anche l’Australia, già fortemente provata dagli incendi che l’hanno devastata rendendone irrespirabile l’aria, comincia a temere. Secondo i media locali Sidney e Melbourne sono le città al di fuori dell’Asia a più alto rischio. Uno studio mostra che nei due aeroporti nei prossimi tre mesi potrebbero passare quasi 400 mila passeggeri cinesi in arrivo da 18 città considerate ad alto rischio. Per questo il Paese ha deciso di varare misure per a non consentire l’accesso nel Paese agli stranieri non residenti in arrivo dalla Cina.

INGRESSO NEGATO AI NON RESIDENTI

A partire dall’1 febbraio, l’ingresso sarà consentito solo a «cittadini australiani, residenti nel Paese, persone a carico, tutori legali o coniugi», ha annunciato il premier Scott Morrison. Le misure per avviare il blocco «sono in fase di completamento», ha detto il premier. Le misure resteranno in vigore per 15 giorni. La decisione è arrivata dopo un vertice tra il premier e i responsabili della Salute del Paese.

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Il coronavirus ha infettato il modello di sviluppo cinese

ORIENTE ESTREMO. L'epidemia ha messo in luce uno dei paradossi del Dragone. La superpotenza economica mondiale soffre ancora di gravi carenze sanitarie e informative. E la struttura gerarchica del potere rallenta drammaticamente ogni processo decisionale.

Mentre il contagio per la “nuova Sars” si estende a macchia d’olio, arrivando anche in Italia, il sospetto che le autorità cinesi non ce la stiano raccontando giusta cresce in modo esponenziale.

E se non abbiamo finora prove che Pechino abbia taciuto e continui a tacere alla comunità internazionale informazioni fondamentali sull’origine del contagio e sulla sua reale entità, sappiamo ormai con ragionevole certezza che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva applicato fino a giovedì un modello di previsione ottimistico sull’epidemia su pressione di Pechino, per evitare di dichiarare l’emergenza internazionale sull’epidemia di coronavirus.

Tante cose, troppe, non tornano in questa vicenda. E molte domande restano senza risposta, malgrado siano state poste ripetutamente al governo cinese: come ha avuto inizio il contagio e quando? Se il bilancio è quello “ufficiale”, perché con meno di 10 mila contagiati e poco più di 200 morti, sono stati a tutti gli effetti messe in isolamento quasi 60 milioni di persone, blindando intere città a partire da una megalopoli come Wuhan? Non lo sappiamo. La Cina tace su questi punti e la paura – e anche la psicosi – nel mondo cresce. 

A RISCHIO IL NUOVO MODELLO DI SVILUPPO CINESE

A un’altra una domanda però si può già dare una risposta certa: questo virus ucciderà il tanto sbandierato nuovo modello cinese di sviluppo, trascinando l’economia cinese indietro di anni e mettendo a nudo tutte le  criticità e le inadeguatezze di un enorme Paese cresciuto troppo in fretta? La risposta è affermativa, senza alcun dubbio.

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Il contagio evidenzia come una nazione che vuole imporsi come esempio di progresso e sviluppo vincente a livello planetario, non può permettersi carenze così evidenti nella propria struttura sanitaria e la persistenza di abitudini arcaiche e diciamo pure barbare come il consumo di carne di animali selvatici e pericolosi – quasi sempre in condizioni igieniche inaccettabili – come quelli che si consumano nei mercati cinesi.

TUTTI I LIMITI DELLA GESTIONE AUTORITARIA DEL POTERE

Paradossalmente la crisi sanitaria causata dal nuovo coronavirus mette allo scoperto i limiti di un sistema di gestione autoritaria del potere come quello ancora saldamente in vigore in Cina, e la sua effettiva capacità di gestire una situazione-limite come questa. Un governo onnipotente, infatti, significa da un lato la possibilità di imporre una quarantena rapida ed efficace a decine di milioni di persone senza rischiare sommosse e panico incontrollato, ma allo stesso tempo è stato lo stesso sistema gerarchico autoritario a causare ritardi critici nel contenere il coronavirus.

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Allo stesso modo il modello cinese, così efficace quando l’economia stava crescendo, è sopravvissuto alla sua stessa utilità in un Paese che ora sta cercando di sconfiggere la cosiddetta “trappola del reddito del ceto medio”: quella classe diventata benestante grazie al prodigioso sviluppo economico degli ultimi due decenni e che ora pretende per sé e per i suoi figli un welfare moderno, efficiente ed economico. Quello che la Cina – l’emergenza in corso lo dimostra – non è stata in grado di assicurare loro.

INCHIODATI ALLA GERARCHIA

Mentre i travolgenti poteri del governo rappresentano un vantaggio nella gestione di una crisi nazionale, non sono così efficaci nel prevenirla. Da quando il virus ha iniziato a emergere all’inizio di dicembre, gli eventi hanno ricalcato quasi fedelmente quelli che portarono all’esplosione incontrollata della Sars nel 2003, come se nulla fosse cambiato in 17 anni. A dimostrazione che il modello cinese è uno strumento ottimo per realizzare grandi progetti, ma non così efficace con problemi complessi a microlivelli. Il totale fallimento nella prevenzione del virus di Wuhan mostra queste debolezze sistemiche. Una struttura di governo in cui tutti, nella filiera gerarchica, sono responsabili nei confronti di qualcuno sopra di loro porta inevitabilmente al risultato, nel caso della Cina, che i funzionari locali – e non solo – hanno cominciato a ragionare in questo modo: «Meno iniziativa si prende, meno è probabile che si abbiano colpe».

LA REAZIONE SOVIETICA ALL’EMERGENZA

Una crisi sanitaria richiede decisioni rapide, ma nel sistema di gestione cinese non vi è alcun incentivo per farlo. Se un funzionario sul posto avesse deciso di vietare la frequentazione di luoghi affollati e imporre una quarantena a chiunque fosse collegato a un paziente infetto, la crisi del coronavirus si sarebbe potuta bloccare sul nascere. Ma poi il funzionario sarebbe stato accusato di creare problemi, sconvolgere l’economia e portare vibrazioni negative alle celebrazioni del festival di primavera per il capodanno lunare.

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Quindi la reazione è stata quella tipicamente “burocratica”, sovietica, potremmo definirla: sono state fatte segnalazioni ai superiori immediati, allo scopo di evitare di prendersi pericolose responsabilità. Fino a quando, scalando lentamente la gerarchia, finalmente l’informazione non è arrivata a qualcuno sufficientemente anziano e dotato di effettivo potere che ha finalmente preso la decisione scomoda: nel frattempo sono passate le settimane. E ormai, come già accadde con la Sars, era troppo tardi. Alcuni credono che con Internet e l’intelligenza artificiale, la Cina possa essere gestita come Singapore, nonostante le sue dimensioni. Questa crisi rivela quanto questo pensiero sia errato. Uno stretto controllo non può instillare negli individui il senso critico di responsabilità che alla fine salvaguarda la società. È tempo per la Cina – e per il mondo intero – di ripensare il modello cinese. Sempre che sopravviva al Coronavirus.

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Le ultime notizie sull’epidemia di coronavirus del 30 gennaio

Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell'Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7.700.

Si allarga l’epidemia di coronavirus cinese. Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell’Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7 mila 700. Soltanto il 29 gennaio i nuovi casi accertati sono stati oltre 1.700 e i decessi 38. Si tratta del più alto aumento giornaliero dall’inizio dell’emergenza, sebbene le autorità di Pechino stiano tenendo in quarantena decine di milioni di persone.

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