Le notizie sul coronavirus del 15 febbraio 2020

L'aereo dell'Aeronautica militare con a bordo Niccolò è atterrato a Pratica di Mare. Il 17enne di Grado era rimasto bloccato a Wuhan per la febbre. Ora la quarantena allo Spallanzani.

È atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare il volo dell’Aeronautica Militare sul quale viaggia Niccolò, il 17enne di Grado che era rimasto bloccato a Wuhan per due volte a causa della febbre. Ad accogliere il giovane, oltre alla sua famiglia, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. A bordo del Boeing KC-767 dell’Aeronautica militare che ha riportato Niccolò in Italia ha viaggiato anche il vice ministro della Salute Pierpaolo Sileri, assieme a medici ed infermieri. Dopo lo sbarco, Niccolò è stato trasferito allo Spallanzani per la quarantena necessaria per l’emergenza coronavirus, ma non prima di aver superato tutti i controlli.

UNA BARELLA SPECIALE

Per Niccolò il giovane è stato utilizzato lo stesso protocollo con il quale è stato rimpatriato dalla Sierra Leone un connazionale con una grave forma di tubercolosi polmonare resistente a ogni trattamento farmacologico. Si tratta di una barella speciale protetta da un involucro di Pvc che permette l’osservazione e il trattamento del paziente in isolamento (gestito da un’equipe medica) con potenti filtri che impediscono il passaggio di particelle potenzialmente infette. L’isolamento, sempre da protocollo, proseguirà anche durante il suo imminente trasferimento in ospedale con una speciale autoambulanza.

DI MAIO: «TUTTI GLI ITALIANI EVACUATI»

«Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia. Bentornato a casa!», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio postando il video dell’aereo dell’Aeronautica militare che atterra all’aeroporto di Pratica di Mare con il 17enne di Grado a bordo. «Niccolò è giovane e forte e non potevamo permettere che un ragazzo di 17enne rimanesse tutte queste settimane in Cina», ha aggiunto il titolare della Farnesina. «Abbiamo mantenuto la promessa fatta ai genitori. Con oggi abbiamo completato il processo di evacuazione di tutti gli italiani».

Pratica di Mare. Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia.Bentornato a casa!

Posted by Luigi Di Maio on Friday, February 14, 2020

ANCORA BLOCCATI GLI ITALIANI SULLA DIAMOND PRINCESS

Restano invece ancora bloccati nella baia di Yokohama dal 3 febbraio, i 35 italiani passeggeri della nave da crociera Diamond Princess, ferma per quarantena dopo che 218 persone a bordo hanno contratto il virus, otto di loro in forma grave. «L’Unità di crisi sta sentendo tutti gli italiani a bordo della Diamond Princess», ha spiegato Di Maio. «Nessuno di loro presenta sintomi o fa sospettare che ci possa essere un sintomo legato al coronavirus. Valuteremo tutte le possibilità ed eventuali azioni da intraprendere per proteggere i nostri connazionali», ha aggiunto. Sbarcate il 14 febbraio le prime 11 persone, tutte sopra gli 80 anni e negative al test. Il governo americano ha deciso di evacuare i suoi cittadini. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, a circa 380 persone a bordo è stata offerta la possibilità di salire su due voli in partenza dal Giappone verso gli Stati Uniti, in base a quanto detto dal Centers for Disease Control and Prevention.

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Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

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Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

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Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Perché Hong Kong è la città più sicura dal contagio di Covid-19

Dopo l'epidemia di Sars la comunità medica e scientifica dell'ex colonia e le sue università sono all’avanguardia negli studi su questi virus. I casi di contagio attualmente presenti sul suo territorio vengono gestiti senza misure eccessive e con estrema efficacia. L'italia Impari.

Gestire l’emergenza Coronavirus imparando da Hong Kong. Se c’è qualcuno nel mondo, infatti, che può vantare al suo attivo l’esperienza unica di essere già passata attraverso l’incubo contagio, quella è proprio l’ex colonia britannica. Che sta gestendo perfettamente, senza misure eccessive ma con estrema efficacia, i casi attualmente presenti sul suo territorio.

Ancora pochi – meno di 50 – ma se facciamo il paragone con la psicosi italiana e le misure un po’ schizofreniche del nostro governo, e soprattutto ci ricordiamo che noi siamo a quasi 10 mila km di distanza dalla Cina, allora davvero non ci resta che prendere esempio dalle autorità di Hong Kong.

E per questo appare poco comprensibile e decisamente eccessiva la decisione del nostro governo, unico tra tutti i partner europei, di chiudere i voli non solo verso la Cina continentale ma anche verso Hong Kong e Taiwan.

IL CASO DEL CONDOMINIO HONG MEI HOUSE

La situazione nell’ex colonia è sotto controllo, ma non viene assolutamente sottovalutata, anche alla luce delle ultime recenti novità rese note dalla stampa locale: due infettati che vivevano nello stesso condominio, ma a 10 piani di distanza l’uno dall’altro e che non avevano avuto alcun contatto tra di loro, e un’intera famiglia di nove persone ammalatasi dopo avere mangiato tutti insieme nella saletta per il barbecue di un ristorante. La prima notizia è quella che preoccupa di più le autorità sanitarie di Hong Kong, perché farebbe strada all’ipotesi che il virus possa correre attraverso le tubature fognarie.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”

Tutti i residenti del condominio Hong Mei House, nel quartiere di Tsing Yi, composto da ben 35 piani, sono stati evacuati dopo che due di loro sono risultati positivi al coronavirus Covid-19. Nel bagno di uno dei due ammalati, una donna di 62 anni che vive 10 piani sotto l’altro infetto, i sanitari hanno trovato un tubo non sigillato. Sophia Chan, del ministero della Salute locale, ha affermato che altri quattro inquilini che vivono in unità separate hanno sviluppato i sintomi del Coronavirus, tra cui febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Da qui la decisione di evacuare tutti residenti, in via precauzionale.

L’esterno dell’Hong Mei House a Hong Kong.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”, gli Amoy Gardens a Kowloon, dove ben 42 residenti morirono e altri 329 furono contagiati dal virus attraverso tubature difettose. È ancora presto però per dire se possa o no essere accaduta la stessa cosa oggi con il nuovo coronavirus, sulle cui modalità di trasmissione si sa ancora molto poco. «Le due situazioni non sono nemmeno lontanamente paragonabili», ha dichiarato Frank Chan, segretario ai trasporti e all’edilizia di Hong Kong.

I CONTAGI AVVENUTI NEL RISTORANTE DI KOWLOON

Impensierisce anche il caso dei nove membri della stessa famiglia che sono stati infettati dopo aver condiviso un pasto in una saletta per barbecue in un ristorante di Kowloon, che si chiama Lento Party Room. Inizialmente un membro della famiglia di 24 anni e sua nonna si sono sentiti male manifestando i sintomi del virus. Successivamente alla madre e al padre dell’uomo, a due sue zie e tre cugini è stata diagnosticata l’infezione. Le loro età vanno dai 22 ai 68 anni.

Il gruppo Fulum, proprietario di un altro ristorante che si trova nel quartiere di Wan Chai – antico quartiere a luci rosse che oggi ospita la movida notturna e i locali più frequentati dell’ex colonia – ha confermato che anche a un membro del suo staff al ristorante Sportful Garden è stato diagnosticato il coronavirus, dopo aver condiviso il pasto caldo del nuovo anno con la famiglia infettata il 26 gennaio. Il gruppo ha anche dichiarato che il locale è stato immediatamente sottoposto a pulizia e disinfezione e resterà chiuso per 14 giorni, mentre a tutto il personale è stato chiesto di mettersi in quarantena volontaria per due settimane.

HONG KONG È ORA UNA DELLE CITTÀ PIÙ SICURE

Dall’inizio dell’epidemia le autorità di Hong Kong hanno reagito con prontezza, chiudendo rapidamente la frontiera terrestre con la Cina, malgrado questa vedesse ogni giorni un traffico di decine di migliaia di persone che la attraversavano per motivi di affari o svago e soprattutto malgrado le rimostranze della Cina continentale. L’ex colonia ha insomma messo in campo tutto il peso della terribile esperienza acquisita al tempo della Sars, quando nella sola Hong Kong morirono quasi 400 persone e oltre 400 casi di infezione accertati.

La comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus

La città è in questo momento uno dei luoghi al mondo dove anche gli ospedali sono meglio attrezzati per fronteggiare l’epidemia e sono dotati di attrezzature per il contenimento di molti malati in condizioni critiche, che necessitano un livello di isolamento totale, come appunto quelli infettati dal nuovo Coronavirus. Infine la comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus. Per questo il professor Yuen Kwok-yung, microbiologo dell‘Università di Hong Kong Hku, ha dichiarato che la città «si trova in una fase di eccellente contenimento del virus» e «in una situazione molto migliore dello scoppio di Sars nel 2003», descrivendo l’incidente nel condominio Hong Mei House come «assolutamente sotto controllo».

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Perché il coronavirus potrebbe aiutare le specie a rischio estinzione

Pechino ha vietato la vendita di animali selvatici, spesso in pericolo come il pangolino, perché principali indiziati dell'origine dell'epidemia. Ma il bushfood o la bushmeat sono diffusi in altre aree del Pianeta. Dall'Africa all'Australia.

Il nuovo coronavirus è una minaccia per l’umanità, ma potrebbe essere per il Wwf e altre organizzazioni ambientaliste un vantaggio per molte specie in pericolo.

Questo dopo che il governo cinese ha vietato il consumo di carne di animali selvatici spesso in via di estinzione, sospettati di aver potuto avviare il contagio come pipistrelli, serpenti e visoni. Anche se secondo gli ultimi studi della South China Agricoltural University l’anello di congiunzione tra animale e uomo sarebbe il pangolino. La sequenza genetica del nuovo coronavirus isolata in questo mammifero infatti risulta al 99% identica a quella delle persone infette. E proprio il pangolino in tutta l’Asia rischia l’estinzione perché considerato un cibo da ricchi, uno status symbol.

Si dirà: ripetere che i cinesi si sono ammalati mangiando carni che per la gran parte dell’umanità sono schifezze sa di fake news razzista. Però sono ipotesi diffuse dagli stessi media cinesi e da pubblicazioni scientifiche. Non solo: ora sono accreditate proprio dal divieto di consumo imposto da Pechino.

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LE DIFFERENZE CULTURALI A TAVOLA

In realtà tutte le culture alimentari hanno gusti non condivisi da altre. Dalla pastissada veronese alla pignata pugliese passando per il pist di Parma o per le coppiette romane, solo per fare qualche esempio, la gastronomia italiana è piena di ricette con carne di cavallo, cosa che nei Paesi anglosassoni fa orrore e negli Stati Uniti è addirittura fuori legge. Mentre i cinesi storicamente non consumavano latticini e avevano un particolare disgusto per i formaggi, anche se la globalizzazione sta cambiando rapidamente questa situazione.

Un macellaio a Pechino (Getty Images).

IL BOOM DEL BUSHMEAT IN AFRICA

In compenso, hanno una particolare passione per il gusto definito yewei: “selvatico”. Non solo i cinesi, in realtà. Anche in Africa occidentale e centrale la domanda di quella che è definita bushmeat è altissima. Nel 2016 almeno 301 specie di mammiferi terrestri erano considerate a rischio d’estinzione. Ogni anno, si stima, il consumo di bushmeat oscilla tra l’1 e i 5 milioni di tonnellate. Perfino i gorilla e gli scimpanzé finiscono cucinati. In Gabon si stima che il loro numero si sia ridotto del 56% proprio per via del loro utilizzo alimentare. E anche in Africa il consumo di animali selvatici è stato individuato come origine di varie malattie. Secondo alcune teorie, sia l’ebola sia l‘hiv sarebbero partite dal consumo di primati.  Anche il bushfood degli aborigeni australiani o il country food di indiani ed eschimesi del Canada comportano un forte consumo di animali selvatici inconsueti nelle diete occidentali, ma in questo caso l’impatto è minore.

Un mercato di Pechino (Getty Images).

LE SPECIALITÀ VENDUTE NEL MERCATO DI WUHAN

Bushmeat, bushfood e country food hanno invece in comune l’essere gastronomia di popolazioni rurali, anche con un forte carattere identitario. Al contrario, il gusto yewei è considerato raffinato. Era proprio della Corte imperiale e costituisce spesso una ostentazione di ricchezza. Il mercato di Wuhan era conosciuto per la grande offerta di animali selvatici come serpenti, procioni o porcospini, che nonostante il divieto della legge erano esposti in gabbie per essere venduti.

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Ma tutta la Cina è oggi ritenuta il maggior consumatore mondiale di animali selvatici, sia in forma legale che illegale. A parte la zuppa di pipistrello – una delle principali indiziate dell’origine del nuovo virus – ci sono la zuppa di testicoli di tigre, quella di civetta delle palme (che non è un uccello ma un mammifero viverride), i serpenti secchi, usati per trattare l’artrite nella medicina tradizionale cinese, il cobra fritto, la zampa d’orso stufata e il vino all’osso di tigre.

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Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina

Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.

A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo.  Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.

Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN

Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia.  Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.

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Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.

Sono almeno 5 i milioni di cittadini di Wuhan usciti dalla città e ora impossibilitati a fare rientro a casa (Getty Images).

IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO

Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE

Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

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Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

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La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

L’allestimento di posti letto a Wuhan (GettyImages).

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA

Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

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Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Wuhan coronavirus cina
Wuhan dopo i blocchi è diventata di fatto un lazzaretto a cielo aperto.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

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Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».

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Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus è stato contagiato

Li Wenliang, un dottore di Wuhan, era stato silenziato dalla polizia dopo che aveva messo in guardia i suoi studenti sul virus il 30 dicembre. Ora ha annunciato di aver contratto la malattia.

Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus in Cina è stato contagiato. Il 30 dicembre del 2019, Li Wenliang, 34enne di Wuhan, annunciò ai suoi studenti di avere riscontrato il virus su sette pazienti. Tramite WeChat, la principale app di messaggistica cinese, mise in guardia i suoi alunni, i suoi amici e i suoi familiari. Alcuni di questi messaggi vennero fotografati e iniziarono a circolare in rete in modo virale.

MESSO A TACERE DALLA POLIZIA

La polizia di Wuhan in quei giorni stava cercando di contenere il diffondersi delle informazioni: Li fu accusato di procurato allarme e venne silenziato. Il 4 febbraio ha dichiarato alla Cnn di essere stato contagiato. La notizia ha fatto scandalo in tutta la Cina, dove il governo è sempre più sotto pressione per non aver dato informazioni accurate sull’epidemia nei primi giorni della diffusione.

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Le notizie sul coronavirus dell’1 febbraio 2020

In una sola giornata, in Cina sono morte 46 persone. Quasi tutte, tranne una, nella provincia di Hubei. Anche l'Australia si attrezza per l'epidemia: limitazioni agli arrivi per 15 giorni.

Mentre tutto il mondo, Italia compresa, prende misure di sicurezza per arginare l’epidemia, in Cina il coronavirus continua a colpire con violenza. Con i suoi 46 nuovi decessi e i suoi 2.102 nuovi casi confermati, venerdì 31 gennaio è stata la giornata con il bollettino più grave dall’inizio dell’emergenza. I dati forniti dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese portano il conteggio totale delle morti a 259 e quello dei contagiati accertati a quota 11.791. Tutti i decessi delle ultime 24 ore tranne uno sono avvenuti nella provincia di Hubei, epicentro del focolaio ormai diffuso in tutto il mondo.

APPLE CHIUDE GLI STORE IN CINA

Apple ha annunciato la chiusura di tutti i suoi negozi e uffici in Cina fino al 9 febbraio: lo si legge in una nota del colosso di Cupertino, secondo cui gli store online resteranno invece operativi. «I nostri pensieri vanno alle persone più direttamente colpite dal coronavirus e a quelle che lavorano senza sosta per contenerlo», recita la nota. Sulla base degli ultimi aggiornamenti degli esperti sanitari, «stiamo chiudendo tutti i nostri uffici societari, i negozi e i contact center nella Cina continentale fino al 9 febbraio».

L’AUSTRALIA ATTENDE 400 MILA PASSEGGERI DA QUI AD APRILE

Intanto anche l’Australia, già fortemente provata dagli incendi che l’hanno devastata rendendone irrespirabile l’aria, comincia a temere. Secondo i media locali Sidney e Melbourne sono le città al di fuori dell’Asia a più alto rischio. Uno studio mostra che nei due aeroporti nei prossimi tre mesi potrebbero passare quasi 400 mila passeggeri cinesi in arrivo da 18 città considerate ad alto rischio. Per questo il Paese ha deciso di varare misure per a non consentire l’accesso nel Paese agli stranieri non residenti in arrivo dalla Cina.

INGRESSO NEGATO AI NON RESIDENTI

A partire dall’1 febbraio, l’ingresso sarà consentito solo a «cittadini australiani, residenti nel Paese, persone a carico, tutori legali o coniugi», ha annunciato il premier Scott Morrison. Le misure per avviare il blocco «sono in fase di completamento», ha detto il premier. Le misure resteranno in vigore per 15 giorni. La decisione è arrivata dopo un vertice tra il premier e i responsabili della Salute del Paese.

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Il coronavirus ha infettato il modello di sviluppo cinese

ORIENTE ESTREMO. L'epidemia ha messo in luce uno dei paradossi del Dragone. La superpotenza economica mondiale soffre ancora di gravi carenze sanitarie e informative. E la struttura gerarchica del potere rallenta drammaticamente ogni processo decisionale.

Mentre il contagio per la “nuova Sars” si estende a macchia d’olio, arrivando anche in Italia, il sospetto che le autorità cinesi non ce la stiano raccontando giusta cresce in modo esponenziale.

E se non abbiamo finora prove che Pechino abbia taciuto e continui a tacere alla comunità internazionale informazioni fondamentali sull’origine del contagio e sulla sua reale entità, sappiamo ormai con ragionevole certezza che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva applicato fino a giovedì un modello di previsione ottimistico sull’epidemia su pressione di Pechino, per evitare di dichiarare l’emergenza internazionale sull’epidemia di coronavirus.

Tante cose, troppe, non tornano in questa vicenda. E molte domande restano senza risposta, malgrado siano state poste ripetutamente al governo cinese: come ha avuto inizio il contagio e quando? Se il bilancio è quello “ufficiale”, perché con meno di 10 mila contagiati e poco più di 200 morti, sono stati a tutti gli effetti messe in isolamento quasi 60 milioni di persone, blindando intere città a partire da una megalopoli come Wuhan? Non lo sappiamo. La Cina tace su questi punti e la paura – e anche la psicosi – nel mondo cresce. 

A RISCHIO IL NUOVO MODELLO DI SVILUPPO CINESE

A un’altra una domanda però si può già dare una risposta certa: questo virus ucciderà il tanto sbandierato nuovo modello cinese di sviluppo, trascinando l’economia cinese indietro di anni e mettendo a nudo tutte le  criticità e le inadeguatezze di un enorme Paese cresciuto troppo in fretta? La risposta è affermativa, senza alcun dubbio.

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Il contagio evidenzia come una nazione che vuole imporsi come esempio di progresso e sviluppo vincente a livello planetario, non può permettersi carenze così evidenti nella propria struttura sanitaria e la persistenza di abitudini arcaiche e diciamo pure barbare come il consumo di carne di animali selvatici e pericolosi – quasi sempre in condizioni igieniche inaccettabili – come quelli che si consumano nei mercati cinesi.

TUTTI I LIMITI DELLA GESTIONE AUTORITARIA DEL POTERE

Paradossalmente la crisi sanitaria causata dal nuovo coronavirus mette allo scoperto i limiti di un sistema di gestione autoritaria del potere come quello ancora saldamente in vigore in Cina, e la sua effettiva capacità di gestire una situazione-limite come questa. Un governo onnipotente, infatti, significa da un lato la possibilità di imporre una quarantena rapida ed efficace a decine di milioni di persone senza rischiare sommosse e panico incontrollato, ma allo stesso tempo è stato lo stesso sistema gerarchico autoritario a causare ritardi critici nel contenere il coronavirus.

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Allo stesso modo il modello cinese, così efficace quando l’economia stava crescendo, è sopravvissuto alla sua stessa utilità in un Paese che ora sta cercando di sconfiggere la cosiddetta “trappola del reddito del ceto medio”: quella classe diventata benestante grazie al prodigioso sviluppo economico degli ultimi due decenni e che ora pretende per sé e per i suoi figli un welfare moderno, efficiente ed economico. Quello che la Cina – l’emergenza in corso lo dimostra – non è stata in grado di assicurare loro.

INCHIODATI ALLA GERARCHIA

Mentre i travolgenti poteri del governo rappresentano un vantaggio nella gestione di una crisi nazionale, non sono così efficaci nel prevenirla. Da quando il virus ha iniziato a emergere all’inizio di dicembre, gli eventi hanno ricalcato quasi fedelmente quelli che portarono all’esplosione incontrollata della Sars nel 2003, come se nulla fosse cambiato in 17 anni. A dimostrazione che il modello cinese è uno strumento ottimo per realizzare grandi progetti, ma non così efficace con problemi complessi a microlivelli. Il totale fallimento nella prevenzione del virus di Wuhan mostra queste debolezze sistemiche. Una struttura di governo in cui tutti, nella filiera gerarchica, sono responsabili nei confronti di qualcuno sopra di loro porta inevitabilmente al risultato, nel caso della Cina, che i funzionari locali – e non solo – hanno cominciato a ragionare in questo modo: «Meno iniziativa si prende, meno è probabile che si abbiano colpe».

LA REAZIONE SOVIETICA ALL’EMERGENZA

Una crisi sanitaria richiede decisioni rapide, ma nel sistema di gestione cinese non vi è alcun incentivo per farlo. Se un funzionario sul posto avesse deciso di vietare la frequentazione di luoghi affollati e imporre una quarantena a chiunque fosse collegato a un paziente infetto, la crisi del coronavirus si sarebbe potuta bloccare sul nascere. Ma poi il funzionario sarebbe stato accusato di creare problemi, sconvolgere l’economia e portare vibrazioni negative alle celebrazioni del festival di primavera per il capodanno lunare.

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Quindi la reazione è stata quella tipicamente “burocratica”, sovietica, potremmo definirla: sono state fatte segnalazioni ai superiori immediati, allo scopo di evitare di prendersi pericolose responsabilità. Fino a quando, scalando lentamente la gerarchia, finalmente l’informazione non è arrivata a qualcuno sufficientemente anziano e dotato di effettivo potere che ha finalmente preso la decisione scomoda: nel frattempo sono passate le settimane. E ormai, come già accadde con la Sars, era troppo tardi. Alcuni credono che con Internet e l’intelligenza artificiale, la Cina possa essere gestita come Singapore, nonostante le sue dimensioni. Questa crisi rivela quanto questo pensiero sia errato. Uno stretto controllo non può instillare negli individui il senso critico di responsabilità che alla fine salvaguarda la società. È tempo per la Cina – e per il mondo intero – di ripensare il modello cinese. Sempre che sopravviva al Coronavirus.

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Le ultime notizie sull’epidemia di coronavirus del 30 gennaio

Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell'Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7.700.

Si allarga l’epidemia di coronavirus cinese. Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell’Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7 mila 700. Soltanto il 29 gennaio i nuovi casi accertati sono stati oltre 1.700 e i decessi 38. Si tratta del più alto aumento giornaliero dall’inizio dell’emergenza, sebbene le autorità di Pechino stiano tenendo in quarantena decine di milioni di persone.

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In Cina il contagio del coronavirus ha superato quello della Sars

Sono saliti a 5.974 i casi contro i 5.327 dell'epidemia 2002-2003. Che però fece più morti: 349 a 132. Ma la diffusione dell'infezione sembra rallentare. Mentre Trump valuta di sospendere tutti i voli da e per Pechino.

Peggio della Sars. Il contagio del coronavirus di Wuhan ha superato in Cina quello del 2002-2003 legato alla Sindrome respiratoria acuta grave. Sono i numeri della Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese a confermarlo: 5.974 casi annunciati contro 5.327, in base alle statistiche ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Quanto ai decessi, i 132 casi finora imputabili al coronavirus sono ancora lontani dai 349 di fine 2003.

RIMPATRIATI I CITTADINI AMERICANI

Intanto da Wuhan, epicentro dell’epidemia, un aereo ha riportato a casa i cittadini americani. La Casa Bianca ha comunicato a tutte le compagne che sta considerando di sospendere i voli da e per la Cina di fronte all’escalation dell’emergenza. Il ministro della Sanità Alex Azar ha detto che «non si esclude nulla».

PRIMO CASO NEGLI EMIRATI ARABI UNITI

Nella provincia dell’Hubei, da dove è partito il contagio, si contano 25 nuovi decessi in più, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro primo caso.

MA I CONTAGI GIORNALIERI RALLENTANO

Unico dato positivo: ha rallentato il dato dei contagi giornalieri, facendo segnare un -600. I casi di coronavirus confermati nella giornata di martedì 28 gennaio sono stati 1.459, meno dei 2.077 registrati nella giornata di lunedì, a segnalare un possibile inizio della frenata del contagio.

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Il laboratorio di Wuhan al centro dei complottismi sul nuovo coronavirus

Nella città focolaio dell'epidemia si trova una struttura ad altissima sicurezza. Nel 2017, la rivista Nature raccolse le perplessità di alcuni scienziati sulla sua sicurezza e trasparenza. E questo ha alimentato una serie di bufale e notizie non verificate. La storia. La storia.

L’ipotesi sarebbe da incubo. E nutrimento per complottisti di ogni sorta.

Tutto nasce dall’esistenza a Wuhan, la città cinese epicentro dell’epidemia del nuovo coronavirus, di un laboratorio di ricerca di massima sicurezza. Da cui, sempre secondo tesi che stanno circolando con insistenza in Rete, sarebbe “sfuggito” il virus letale.

Del rischio di una fuoriuscita di agenti patogeni parlò nel 2017 la rivista Nature in occasione della sua inaugurazione. «Il laboratorio a Wuhan è autorizzato a lavorare con i patogeni più pericolosi del mondo», scriveva David Cyranoski, corrispondente per l’area Asia-Pacifico, basato a Shanghai. La costruzione faceva parte di un piano che prevede la realizzazione tra i cinque e sette laboratori di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) sulla terraferma cinese entro il 2025. Comprensibile, dunque, che fin dalla sua apertura, abbia generato molta eccitazione nella comunità scientifica internazionale, ma anche altrettante  preoccupazioni.

I DUBBI SUL LABORATORIO

Molti ricercatori di Wuhan si sono formati in un analogo laboratorio di massima sicurezza di tipo BSL-4 a Lione, in Francia: una circostanza che alcuni scienziati ritenevano rassicurante. Facendo però anche notare che la struttura francese aveva finora ad allora eseguito test utilizzando soltanto virus a basso rischio di contagio. Richard Ebright, un biologo molecolare americano della Rutgers University di Piscataway, nel New Jersey, interpellato da Nature in merito all’affidabilità del laboratorio di Wuhan e in generale dell’intera rete di laboratori BSL-4 cinesi, aveva espresso serie preoccupazioni, ricordando come fosse «ormai acclarato che il virus della Sars era sfuggito dalle strutture di contenimento di alto livello in Cina più volte». 

Una sala del laboratorio di massima sicurezza di Wuhan (Getty Images).

Tim Trevan, fondatore di Chrome Biosafety and Biosecurity Consulting a Damasco, nel Maryland, sottolineava come «una cultura aperta e la possibilità di effettuare controlli da parte della comunità scientifica internazionale e da organizzazione esterne non-governative, sia fondamentale per mantenere sicuri i laboratori BSL-4», domandandosi quanto in Cina, dove il governo è l’unico a esercitare il controllo su queste strutture ad altissima pericolosità, si potesse garantire trasparenza e dunque sicurezza.

I PROTOCOLLI DI SICUREZZA

Il laboratorio di Wuhan, dichiarato conforme agli standard di sicurezza più elevati dal China National Accreditation Service for Conformity Assessment (Cnas), come tutte le strutture BSL-4 ha regole rigide sul filtraggio e il trattamento delle acque reflue prima del loro smaltimento e tutti i ricercatori sono tenuti cambiarsi i vestiti e fare la doccia prima e dopo l’uso delle strutture. Si trova all’interno del Wuhan Institute of Virology ed è diretto dal professor Yuan Zhiming, uno scienziato con al suo attivo decine e decine di pubblicazioni e specializzato, tra l’altro, proprio in Laboratory biorisk management and applied biosafety research (gestione dei bio-rischi da laboratorio e ricerca applicata sulla biosicurezza), come si legge sulla sua biografia sul sito web dell’istituto.

Ricercatori nel laboratorio di Wuhan, 2017 (Getty Images).

L’ESPLOSIONE DELLE TEORIE COMPLOTTISTE

Questo lo scenario verificato e verificabile su cui poi, come spesso accade in occasione di nuove epidemie e nuove emergenze sanitarie globali, si sono costruite teorie che al momento non hanno alcun riscontro. Dalla creazione del nuovo coronavirus in vitro fino all’esistenza di un programma segreto di Pechino sulle armi biologiche.

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Ma a spalancare una ipotesi ancora più incredibile sull’origine della diffusione del virus, si sono aggiunte le dichiarazioni di una presunta “gola profonda”, un impiegato che lavora nel laboratorio di Wuhan. La struttura si trova infatti a pochi chilometri dal mercato ittico del centro città, dove si ritiene che il coronavirus abbia avuto origine. Il contagio sarebbe passato dall’animale all’uomo attraverso il consumo di carne di animali selvatici – forse pipistrelli o altre “prelibatezze alimentari” consumate in Cina – venduti al mercato. Proprio quello dove, secondo le dichiarazioni di questo impiegato, alcuni suoi colleghi addetti allo smaltimento degli animali morti utilizzati per gli esperimenti, sarebbero andati a rivenderli. Per guadagnare qualche soldo “extra”. Ma anche questa è l’ennesima teoria non verificata.

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Il coronavirus non viene dal mercato ittico di Wuhan

Lo sostiene una ricerca citata da Science. L'ipotesi è che il virus possa essere stato portato da una persona già infetta.

Una ricostruzione dell’epidemia di coronavirus – pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science sul suo sito – afferma che il primo caso di infezione risale al 1 dicembre e la persona infettata non era stata prima al mercato ittico di Wuhan, considerato finora il focolaio del virus. Dei primi 41 casi esaminati dal gruppo di ricerca cinese guidato da Chaolin Huang, dell’ospedale Jin Yin-tan di Wuhan, 27 (pari al 66%) erano stati al mercato a partire dal 10 dicembre.

Gli altri scenari ipotizzano che il virus sia arrivato al mercato tramite uno o più animali infetti

L’ipotesi è che il virus possa essere stato portato al mercato di Wuhan dalla persona infetta: ad affermarlo sul sito di Science è Kristian Anderson, biologo dello Scripps Research Institute di San Diego, impegnato nello studio del genoma del virus. Questo «è uno dei tre scenari finora considerati che è ancora coerente con i dati: è del tutto plausibile stando alle nostre attuali conoscenze», spiega il biologo Anderson. Gli altri due scenari ipotizzano che il virus sia arrivato al mercato tramite uno o più animali infetti.

CRESCE IL BILANCIO DELLE VITTIME

Nel frattempo il contagio non accenna a fermarsi. La commissione nazionale di sanità cinese ha reso noto che sono stati registrati 769 nuovi casi di coronavirus nelle ultime 24 ore, fino alla mezzanotte di domenica 26 gennaio. I decessi sono intanto saliti a quota 81, mentre i casi accertati dell’infezione in Cina ammontano a 2.835, secondo l’ultimo bollettino fornito dalla tivù statale Cctv, in base alle comunicazioni delle autorità sanitarie.

SOSPETTO CONTAGIO IN AFRICA

Il 27 gennaio le autorità della Costa d’Avorio hanno avviato i controlli per un sospetto contagio: sarebbe il primo caso in Africa. La Mongolia ha chiuso le frontiere stradali con la Cina, mentre la Germania sta valutando la possibilità di evacuare i cittadini tedeschi che si trovano a Wuhan. Secondo quanto ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Adebahr, in conferenza stampa a Berlino, in queste ore si sta riunendo a Berlino un’unità di crisi su questa emergenza sanitaria. Sono 19 i cittadini tedeschi che «vivono, lavorano o studiano» a Wuhan. In Germania, ha poi aggiunto la portavoce del ministero della Sanità, ci sono tutti gli strumenti per «riconoscere eventuali casi di infezione, isolarli e trattarli».

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Sale ancora il bilancio delle vittime del coronavirus in Cina

Ottanta morti e quasi 2.750 casi di contagio nell'ultimo bilancio stilato da Pechino. Che prolunga le festività del Capodanno come parte delle misure per contrastare l'epidemia.

Non accenna a diminuire l’emergenza coronavirus in Cina e nel resto del pianeta. Il bilancio ufficiale delle vittime è salito a 80 morti e quasi 2.750 casi di contagio confermati in tutto il Paese asiatico. Le autorità di Hubei, epicentro del virus, hanno riferito oggi di 24 nuove vittime e di 444 nuovi casi. Pechino ha deciso di prorogare le festività per il Capodanno cinese di tre giorni fino al 2 febbraio, come parte delle misure del governo per combattere l’epidemia di polmonite virale. Inizialmente i cinesi sarebbero dovuti tornare a lavorare venerdì 31 gennaio, dopo sette giorni festivi che si traducono in centinaia di milioni di viaggi in tutta la Cina. Intanto, la Mongolia ha chiuso le frontiere stradali con la Cina per il rischio di diffusione del nuovo coronavirus. Per lo stesso motivo è stata decisa la chiusura delle scuole. È stato poi accertato come il primo caso di infezione da risalga al primo dicembre e la persona infettata non sia stata al mercato ittico di Wuhan. È quanto emerso dalla ricostruzione delle prime fasi dell’epidemia pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science sul suo sito. Dei primi 41 casi esaminati dal gruppo di ricerca cinese guidato da Chaolin Huang, dell’ospedale Jin Yin-tan di Wuhan, 27 (pari al 66%) erano stati al mercato a partire dal 10 dicembre.

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Le misure contro l’emergenza coronavirus dalla Cina al resto del mondo

Pechino stabilisce un cordone sanitario per 56 milioni di persone dopo che il numero di vittime è salito a 41. Blocco del traffico a Wuhan e decine di città isolate. Quattro casi anche in Australia. Il punto.

Dalla Cina al resto del globo. Si fa sempre più allarmante l’emergenza coronavirus, col numero di casi accertati in costante aumento al di fuori dell’Asia e decine di morti nel Paese che ha contribuito alla diffusione del virus. È salito, infatti, a 41 vittime, dopo 15 nuovi decessi nelle ultime ore, il bilancio ufficiale in Cina, dove le autorità locali hanno precisato che le persone ora infette hanno superato il migliaio.

CORDONE SANITARIO PER 56 MILIONI DI PERSONE

Le ultime 15 morti si sono registrate nella capitale provinciale di Wuhan, la città di 11 milioni considerata l’epicentro dell’epidemia. Proprio Wuhan e altre 13 città della provincia sono state isolate in uno sforzo senza precedenti per contenere il micidiale virus respiratorio che intanto si va diffondendo in altre aree della Cina e in altri Paesi. Il governo di Pechino, da parte sua, ha esteso il cordone sanitario volto a circoscrivere l’infezione del coronavirus simile alla Sars. I provvedimenti riguardano ora 56 milioni di persone.

BLOCCO DEL TRAFFICO A WUHAN

Sono state inoltre inviate 450 unità di personale medico militare a Wuhan. Alcune di loro hanno avuto esperienze nella lotta contro la Sars o l’Ebola: i medici sono arrivati a su aerei militari nella serata di ieri. Verranno ora smistati negli ospedali con il maggior numero di pazienti infetti. La città, poi, limiterà il traffico automobilistico nel tentativo di contenere l’epidemia dell’infezione.

QUATTRO CASI ACCERTATI ANCHE IN AUSTRALIA

Intanto, sono quattro i casi di contagio accertati in Australia: uno a Melbourne e tre nel Nuovo Galles del Sud. Tutti e quattro i pazienti sono stati di recente in Cina e tre di loro, scrive il Guardian, di 43, 45 e 53 anni, sono arrivati direttamente da Wuhan. Hong Kong ha dichiarato l’epidemia del coronavirus «un’emergenza» – il livello di allarme più alto della città – mentre le autorità hanno aumentato le misure nel tentativo di ridurre il rischio di diffusione di ulteriori infezioni.

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Perché la Cina non può permettersi una nuova Sars

ORIENTE ESTREMO. Nel 2003 Pechino nascose il contagio per mesi. Con il nuovo coronavirus le cose sembrano essere cambiate. La potenza iper-tecnologica e in competizione con gli Usa ha una reputazione globale da difendere. E si spera che stavolta non ci siano vasi di Pandora da scoperchiare come 17 anni fa.

Mentre scrivo le notizie disponibili dicono che la Cina ha messo in quarantena più di 40 milioni di persone, pari a tre quarti della popolazione italiana, blindando 13 città, la più grande delle quali, Wuhan, da sola fa più abitanti di Londra e Parigi messe assieme.

E tutto questo con la consapevolezza di non rischiare sommosse e panico incontrollato come nella Los Angeles di Blade Runner.

Ci sono alcune considerazioni da fare di fronte a questo dato e di fronte alla cronaca della nuova epidemia di Coronavirus.

SOLO UN REGIME PUÒ PERMETTERSI MISURE SIMILI

La prima, la più immediata, è che solo un regime veramente autoritario e assolutista può permettersi una cosa simile. E la Cina di oggi lo è. Persino di più della Cina di 17 anni fa, quella della primavera 2003 quando scoppiò la catastrofica epidemia di Sars. Anche allora si parlò di chiudere addirittura la Capitale cinese, Pechino, ma il governo del presidente Hu Jintao e del premier Wen Jiabao non ne ebbe la forza. Basterebbe questa constatazione, in un momento drammatico come questo di fronte all’insorgere del nuovo virus, a dare il metro di come la Cina attuale, sotto i lustrini delle sue sfide tecnologiche e del suo benessere “americano”, abbia fatto ben pochi passi avanti sostanziali verso la democrazia, i diritti e la trasparenza. 

LA CINA DI OGGI È PIÙ TRASPARENTE DI QUELLA DEL 2003?

La seconda considerazione ci porta dritti alla domanda: ma la Cina di oggi, di fronte a un’emergenza sanitaria globale come quella di queste ore, sarà più trasparente, è stata finora più trasparente e onesta di quanto lo fu di fronte alla Sars? Apparentemente la risposta è affermativa, ma probabilmente è ancora troppo presto per dirlo.

L’operazione di copertura per la Sars fu scandalosa. Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong e tenne nascosta la notizia

Con la Sars si dimostrò che Pechino sapeva del virus già più di sei mesi prima che la notizia divenisse ufficiale e l’epidemia incontrollabile. L’operazione di copertura, cover-up come direbbero gli inglesi, per la Sars fu a dir poco scandalosa. Il 27 marzo 2003 scrissi per Repubblica un articolo dal titolo «Virus killer, 1300 casi sospetti: la Cina ha taciuto l’epidemia».

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong, al confine con Hong Kong. E sarà un caso o una coincidenza (non credo alle coincidenze) ma anche allora il Capodanno cinese giocò un ruolo fondamentale  – un tragico ruolo – nella vicenda: Pechino infatti tenne nascosta l’entità del contagio fino agli inizi di marzo, proprio per attendere la fine delle festività lunari, per non rovinare gli affari miliardari legati alla festa più importante dell’anno per i cinesi di tutto il mondo, che allora come oggi si mettono in viaggio a centinaia di milioni alla volta per raggiungere i parenti nelle campagne o per tornare dall’estero a visitarli. 

IL TIMORE DI RIPERCUSSIONI SULL’ECONOMIA CINESE

Certo, si può sostenere che adesso il governo cinese abbia imparato la lezione, visto che stavolta non ha esitato nel prendere provvedimenti a dir poco drastici: quarantena per intere metropoli, sospensione di tutti i festeggiamenti anche a Pechino eccetera eccetera. Ma il punto è: perché fa tutto questo? Per una legittima preoccupazione per la salute dei suoi concittadini o per il timore che – tacendo l’entità del contagio – le ripercussioni sull’economia cinese sarebbe esponenziali? Propenderei per la seconda ipotesi.

Controlli a Wuhan, nella provincia di Hubei, focolaio del nuovo coronavirus (Getty Images).

È stato calcolato che la Sars costò allora alla Cina una cifra variabile tra i 40 e i 50 miliardi di dollari dell’epoca, creò un ritardo all’economia cinese  – che proprio in quegli anni iniziava il suo travolgente cammino – di oltre due anni e tagliò radicalmente il Pil per diverso tempo. E i soldi, lo si sa, sono l’unico dio in cui i cinesi credono devotamente. La speranza è che mi stia sbagliando e che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica che vuole competere con l’America e anche scalzare quest’ultima dal podio mondiale delle superpotenze, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili, come accadde per la Sars. Perché questo nuovo virus fa paura, tanta paura, anche se la contabilità dei morti per ora si può ancora definire irrisoria. 

UN TERRORE IRRAZIONALE AL QUALE NON CI SI ABITUA

Ho ancora fisso nella mente il ricordo di quella sera calda e umida a Hong Kong, nell’aprile del 2003. Dovevo girare un servizio per il Tg2 proprio nel complesso di condomini popolari dove si era verificato il primo massiccio focolaio del virus della Sars. Indossai la mia mascherina, impugnai il microfono, diedi l’ok al cameraman dell’Aptn (ricordo che vidi in un lampo i suoi occhi sopra la mascherina, prima che la telecamera li coprisse, che mi rimandarono come in uno specchio tutta la paura e l’angoscia che erano anche mie) e cominciai a raccontare.

La speranza è che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili

Più tardi, tornato sull’Isola di Lantau dove vivevo, un attimo prima di varcare la porta di casa mi prese, improvviso, il terrore di poter infettare la mia famiglia, la mia bambina, Caterina, che aveva solo due anni. Allora, con un gesto irrazionale, un po’ disperato e – visto oggi – magari anche un po’ ingenuo e stupido, mi spogliai di tutti i vestiti in giardino. Rimasi in mutande e chiesi a mia moglie di lanciarmi dalla porta un sacco in cui metterli, da mandare in lavanderia. Da quel giorno ho capito a mie spese che si può imparare a gestire la paura delle guerre, delle pallottole, delle bombe. Ma nulla assomiglia al terrore irrazionale che ci prende tutti, nessuno escluso, di fronte alla malattia e al contagio. Stavolta ci tocca sperare che la Cina sia davvero cambiata.

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La Cina mette in quarantena Wuhan, focolaio del Coronavirus

Tutti i voli e i treni in uscita dalla città all'origine dell'epidemia cancellati. Il bilancio dei morti sale a 17. In Europa il rischio ancora "moderato".

La città di Wuhan viene isolata: il trasporto si ferma temporaneamente per contrastare la diffusione dell’epidemia di Coronavirus. Tutti i voli e i treni in partenza dalla città cinese, focolaio del virus, sono stati cancellati. È questa la misura estrema che arriva per fermare l’epidemia di Coronavirus in Cina che avanza e fa un balzo in avanti con il numero ufficiale dei morti più raddoppiato in 24 ore. Se ne contano ora 17 e cresce il numero dei contagiati mentre tutto il mondo fa quadrato per evitare un’espansione ritenuta estremamente pericolosa per il rischio di mutazione del virus in una forma più aggressiva per l’uomo.

IL RISCHIO IN EUROPA MODERATO

Al momento il rischio di arrivo in Europa del Coronavirus scoperto in Cina a fine anno resta ‘moderato’, ma è alta la probabilità di contagio nei Paesi asiatici, sono le conclusioni del parere aggiornato del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). La Cina ha adottato «severe misure di controllo e prevenzione» per contrastare l’epidemia del Coronavirus, ha assicurato il presidente Xi Jinping durante una telefonata con il collega francese Emmanuel Macron. «La Cina», ha spiegato Xi, «è disposta a collaborare con la comunità internazionale per rispondere efficacemente all’epidemia e mantenere la sicurezza sanitaria in tutto il mondo», ha affermato. Le autorità sanitarie cinesi hanno annunciato oggi la presenza di 440 casi confermati di polmonite causata dal nuovo Coronavirus (2019-nCoV) in 13 regioni.

CINQUE CASI IN ASIA E UNO NEGLI USA

Per quanto riguarda i contagi all’estero, c’è un caso confermato in Giappone, tre in Thailandia e uno in Repubblica di Corea, oltre a quello negli Stati Uniti. E si aggiunge ora un caso sospetto a San Pietroburgo. Se confermato sarebbe il primo in Europa. Sempre dalla Russia arriva anche la notizia di un lavoro avviato per mettere a punto il vaccino. Corsa che vede anche altri scienziati nei laboratori di tutto il mondo. I dati della Commissione rivelano che sono stati rintracciati in totale 2.197 contatti ravvicinati. Tra questi, 1.394 sono sotto osservazione medica, mentre altri 765 sono stati dimessi.

IL CONTAGIO PRINCIPALMENTE PER VIA RESPIRATORIA

Gli esperti hanno anche affermato che la trasmissione respiratoria è la via principale di contagio e che il virus è suscettibile alla mutazione. Preoccupazioni che hanno spinto la città cinese di Wuhan, epicentro del focolaio a invitare a tenersi lontani, cancellando un importante evento del capodanno cinese, nel tentativo di contenere l’epidemia. Intanto dalla Russia agli Usa, dove ha parlato anche il presidente Donald Trump, si moltiplicano le rassicurazioni di interventi per arginare il contagio che però oggi ha visto il virus estendersi a Hong Kong: l’uomo, ora in ospedale, era arrivato da Wuhan con un treno ad alta velocità.

LA COREA DEL NORD VALUTA LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE

E la Corea del Nord valuta di chiudere temporaneamente i confini come già fece nel 2003 per la Sars. Anche se mancano ancora molti dati per definire meglio il nuovo Coronavirus cinese, quello che si può dire al momento è che «il suo tasso di letalità sembra essere più basso di quello della Sars», ha spiegato Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità (Iss). I medici di famiglia, che sono come sempre la prima linea del servizio sanitario nazionale, hanno deciso di giocare d’anticipo attrezzandosi con una serie di direttive per affrontare l’eventualità che il Coronavirus varchi le frontiere. In Italia il ministero della Salute ha riunito la task force con la presenza di tutti i principali organismi sanitari del paese. Resterà attiva 24 ore su 24. Il modello sostanzialmente è quello costruito sulla base dell’esperienza delle precedenti grandi epidemie, Sars prima ed Ebola dopo.

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Il nuovo coronavirus rievoca in Cina i fantasmi dell’epidemia Sars

ORIENTE ESTREMO. I contagi di 17 anni fecero migliaia di morti. E l'attuale crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore: il Capodanno cinese, quando migliaia di lavoratori tornano in patria da tutto il mondo.

Hong Kong, primavera 2003: «Uscire di casa. Salire su un autobus. Aprire una porta toccando una maniglia. Stringere la mano a un amico. Gesti normali, automatici, che si fanno senza pensarci. Non più, non qui. Vivere ogni giorno in prima linea combattendo contro il nemico invisibile, qui a Hong Kong, vuol dire vivere una vita rallentata, interrotta mille volte dall’ansia, dalla paura per un gesto semplice che ormai si associa alla consapevolezza che potrebbe significare la malattia, l’infezione, forse la morte».

«In molti cercano di rassicurare: in fondo queste quattro lettere che anche i bambini hanno imparato a temere, Sars, non sono in realtà così terribili; il numero dei morti e quello dei malati è ancora basso s paragonato – per esempio – alla periodica epidemia di influenza che anno dopo anno miete migliaia di vittime nel mondo. Ma non c’è nulla da fare. Questa malattia crea il panico perché la gente di Hong Kong ha capito che i medici, i ricercatori, gli scienziati non ne sanno ancora nulla. Non sanno contro cosa combattere. E la paura dilaga senza controllo».

Gli incubi, i peggiori incubi, spesso sono ricorrenti, lo si sa. E le notizie sempre più catastrofiche che arrivano ormai giornalmente dalla Cina su questo nuovo, sconosciuto virus, proveniente dalla città di Wuhan, hanno il potere di richiamare alla mente quella primavera di 17 anni fa, quando a Hong Kong, unico corrispondente italiano presente per tutta la durata di quella che si rivelerà poi una terribile epidemia che conterà migliaia di morti, continuavo comunque – mascherina in faccia e tanta paura addosso – a fare il mio dovere di cronista.

I GIORNI DELL’INCUBO SARS SEMBRANO TORNATI

Erano i primi giorni, gli inizi dell’epidemia di Sars, la Sindrome Acuta Respiratoria Severa, come l’avevano ribattezzata i medici e ricercatori di mezzo mondo, attoniti di fronte a un nuovo nemico di cui non si sapeva nulla. Tranne che era un parente – letale – dell’innocuo virus dell’influenza al quale siamo abituati. E che apparteneva alla grande famiglia dei coronavirus, che si chiamano così per la loro forma, una corona, appunto. Un coronavirus: esattamente come questo nuovo sconosciuto agente patogeno che sta riportando nella mente di tutti quella lontana primavera di inizio millennio. E insieme al ricordo, tutta la paura e il terrore di quei mesi.

Fu tale la paura, allora, tale il coinvolgimento emotivo per avere insieme a me, proprio nel centro geografico dell’epidemia, Hong Kong appunto, la mia famiglia – mia figlia aveva allora solo due anni – che a quei mesi terribili trascorsi su è giù per la Cina con la mascherina in faccia – tra Hong Kong, Guangzhou, Shanghai e Pechino – ho dedicato una larga parte di uno dei miei libri. Un racconto nel racconto, di quei giorni terribili, di paura, ansia e fatica, una sorta di “diario” dell’epidemia. Un vero e proprio diario di guerra.

L’EPIDEMIA DEL NUOVO CORONAVIRUS POTREBBE ESSERE PEGGIORE DI QUELLO IPOTIZZATO

Allora – come per questo nuovo contagio – gli esperti decretarono che il virus era passato dall’animale all’uomo. Della Sars si seppe che veniva da un piccolo e simpatico mammifero dall’aspetto innocuo, lo Zibetto, che i cinesi cantonesi – un popolo che si vanta, nella sua ricchissima gastronomia, di poter creare piatti prelibati da qualsiasi cosa «purché si muova» – usavano mangiare e vendere in affollati e molto poco igienici mercati appunto a Guangzhou, l’antica Canton, ritenuta dagli esperti il focolaio di origine di quella epidemia. Da dove infatti proveniva anche quello che venne individuato nel 2003 come «il paziente zero» dell’epidemia di Sars: il primo infettato. Si trattava di un medico, un biologo ricercatore dell’Università di Medicina di Guangzhou, che venne a Hong Kong per partecipare al matrimonio della figlia di un amico, e diede inizio al contagio che si sparse poi fino alla Thailandia – dove causò la morte del coraggioso medico italiano Carlo Urbani – attraversando gli oceani e arrivando fino al Canada.

L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio

Contenere l’epidemia, i malati, mantenerli confinati in aree ad altissimo isolamento, fu per i medici e le strutture sanitarie cinesi e di Hong Kong, una sfida sovrumana. Spesso persa in partenza, visto il numero – altissimo – delle vittime che si registrarono proprio tra il personale sanitario. Per questo in queste ore, di fronte al micidiale nuovo focolaio di coronavirus iniziato nella città cinese continentale di Wuhan, ormai entrato nella fase di trasmissione tra famiglie e ospedali, facendo un passo avanti verso un’epidemia in piena regola, è proprio dagli esperti della comunità scientifica di Hong Kong che vengono i pareri più accreditati e gli allarmi più fondati. L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio, suggerendo che la situazione sia anche peggiore di quanto riportato ufficialmente.

IL CAPODANNO CINESE PUÒ ESSERE UN VOLANO PER IL CONTAGIO

Il professor Yuen Kwok-yung, uno dei massimi esperti di malattie infettive alla Hong Kong University, ha affermato che la trasmissione del coronavirus è entrata nella sua «terza ondata». E le parole del professor Yuen non lasciano nessuno spazio al dubbio: «Ora possiamo vedere le infezioni trasmesse tra i membri delle famiglie e negli ospedali. Ciò di cui siamo maggiormente preoccupati è un improvviso dilagare dell’epidemia nella comunità: un’eventualità temibile, che può causare una situazione come quella che abbiamo vissuto durante la Sars e forse anche peggiore». Il rinomato microbiologo, appena tornato a Hong Kong dopo un viaggio di accertamento a Wuhan, ha chiesto la governo dell’ex colonia e alle autorità sanitare mondiali ulteriori misure per affrontare l’escalation della crisi e frenare la diffusione del virus.

Controlli in aeroporto.

E la crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore, poiché le vacanze del Capodanno cinese vedono la più grande migrazione di massa di persone sul pianeta, con centinaia di milioni di lavoratori cinesi delle città che ritornano a trovare i loro parenti nelle campagne. Tutti possibili portatori ignari del nuovo e sconosciuto virus letale. Un modello sviluppato dagli esperti del Centro di ricerca per l’epidemiologia e il controllo delle malattie infettive dell’università ha utilizzato i dati sui viaggi e i movimenti delle persone per creare una mappa ritenuta attendibile della diffusione del contagio. Il centro medico dell’Università di Hong Kong ha anche previsto che almeno 10 nuovi casi emergeranno in cinque grandi città della terraferma entro il 31 gennaio, il settimo giorno del Capodanno lunare.

Con efficaci misure preventive la forza dell’infezione si può ridurre del 75%

La stima relativamente prudente per Pechino, Shanghai, Chongqing, Guangzhou e Shenzhen si basa su diversi presupposti, tutti da verificare: che la forza dell’infezione si possa ridurre del 75% mettendo in atto efficaci misure preventive; che Wuhan sia l’unica fonte dell’epidemia; e che non vi sia stata alcuna super diffusione del virus attraverso singoli pazienti – i cosiddetti super-untori – in grado di trasmettere il virus a un numero molto elevato di persone. Ma restano ipotesi e speranze. Mentre le notizie sul progredire dell’epidemia si susseguono in continuazione e lo scenario sembra farsi sempre più preoccupante, richiamando alla memoria vecchi fantasmi.

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Cina, il virus misterioso può diventare un’emergenza internazionale

Lo stabilirà l'Oms nel corso della riunione del 22 gennaio. Mentre a Wuhan, la città-focolaio, si registra la quarta vittima. E anche gli investitori tremano.

La Cina ha annunciato di aver registrato la quarta vittima del virus misterioso simile alla Sars. Secondo le autorità sanitarie locali la vittima è un 89enne. L’uomo, stando a quanto riferito in un comunicato stampa è deceduto nella città di Wuhan, il focolaio da dove si è diffuso il virus, dopo aver accusato difficoltà respiratorie. Registrato anche un primo caso sospetto in Australia. Secondo quanto riporta la Abc, un uomo di ritorno dalla Cina presentava sintomi riconducibili al virus. L’uomo è stato messo in isolamento nella sua abitazione. Secondo le prime informazioni sembra che fosse stato in viaggio a Wuhan. Altri casi sono stati registrati fuori dalla Cina: due in Thailandia, uno in Giappone e uno in Corea del Sud.

CIRCA 200 I CASI CONFERMATI

Il virus in questione, che dallo scorso dicembre ha già fatto registrare circa 200 casi confermati, è trasmissibile da uomo a uomo. Cresce dunque l’allerta internazionale, a pochi giorni dal Capodanno cinese, e negli aeroporti sono scattati i controlli, incluso l’aeroporto di Roma Fiumicino con misure di monitoraggio e locandine informative per i viaggiatori. In Borsa, gli investitori che temono un’espansione del contagio e i listini asiatici chiudono in netto calo. Intanto, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza. Il comitato si riunirà il 22 gennaio a Ginevra per accertare se il focolaio di casi «rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla».

LA SARS FECE OLTRE 800 MORTI

Il pensiero va infatti inevitabilmente all’epidemia di Sars che, secondo l’Oms, tra il 2002 e il 2003 fece registrare 813 decessi e 8.437 contagi in una trentina di Paesi: anche in questo caso alla base dell’infezione respiratoria era un coronavirus comparso in Cina. Gli esperti invitano però alla cautela nelle similitudini e invitano a non creare allarmismo, sottolineando come si tratti ora di un nuovo ceppo del virus. Dopo vari casi di ‘polmonite misteriosa’ segnalati lo scorso dicembre a Wuhan (con un legame con il mercato di Huanan Seafood, un mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi), il 9 gennaio 2020 il CDC cinese ha reso nota infatti l’identificazione di un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come agente che ha causato le polmoniti ed è stata resa pubblica la sequenza genomica.

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Si allarga l’epidemia del virus misterioso in Cina

Tre le vittime accertate e si contano circa 140 nuovi casi di contagio. Anche in Giappone, Thailandia e Corea del Sud.

Il virus misterioso simile alla Sars continua a spaventare la Cina a pochi giorni dal Capodanno, con milioni di persone che si apprestano a viaggiare affollando stazioni ferroviarie e aeroporti.

Le vittime accertate sono tre e si contano circa 140 nuovi casi di contagio. Il virus, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, è un nuovo ceppo di coronavirus che prima d’ora non era mai stato identificato negli esseri umani. Causa malattie che vano dal comune raffreddore alla polmonite, con sintomi come febbre e respiro affannoso.

L’epidemia si è già allargata a Giappone, Thailandia e Corea del Sud e ci sono i primi casi anche a Pechino. A Wuhan, dove il virus ha fatto la sua comparsa, sono stati registrati 136 nuovi contagi nel fine settimana. Altri due a Pechino (per la prima volta) e un altro ancora nella provincia meridionale di Guangdong.

Anche in Giappone un uomo è stato infettato. E in Corea del Sud una donna cinese di 35 anni, proveniente dalla città cinese di Wuhan, è risultata positiva al virus. Ha viaggiato in aereo ed è stata messa in quarantena. Mentre in Thailandia è emerso un secondo caso: una turista cinese di 74 anni arrivata da Wuhan, che ora si trova ricoverata in ospedale a Bangkok.

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Il tasso di natalità in Cina ai minimi dal 1949

Nel 2019 sono nati 10,48 bambini ogni mille persone, il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare. Allentare la politica del figlio unico non è servito a frenare il calo demografico.

Il tasso di natalità in Cina è sceso nel 2019 al suo livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949, aggiungendo preoccupazioni sul fatto che una società che invecchia e una forza lavoro in diminuzione aumenteranno le pressioni su un’economia in rallentamento.

LEVARE LA POLITICA DEL FIGLIO UNICO NON È SERVITO

Per evitare una crisi demografica, nel 2016 il governo cinese ha allentato la sua politica del figlio unico per consentire alle persone di avere due figli, ma il cambiamento non ha frenato il crollo delle gravidanze. Nel 2019 il tasso di natalità si è attestato a 10,48 per 1.000 persone, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Nbs) pubblicati oggi. È il terzo anno consecutivo che le nascite calano in Cina: 14,65 milioni di bambini nati nel 2019, 15,23 milioni nel 2018 e 17,23 milioni nel 2017.

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A fine anno Xi Jinping batte Mattarella

I discorsi dei due presidenti riflettono la differenza di prospettiva che divide Italia e Cina. In cui solo la seconda è realmente proiettata verso il futuro.

Facciamo un quiz: più o meno tutti noi italiani abbiamo seguito quello che ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, a reti unificate; ma qualcuno si ricorda cosa ha detto il Presidente Donald Trump per il nuovo anno? Invece in molti hanno seguito con interesse la traduzione italiana del video del discorso alla Nazione del presidente-a-vita cinese Xi Jinping. Segni dei tempi. Che cambiano. E se volessimo stilare un risultato, come faremmo in una partita di calcio, non ci sarebbe storia: il responso sarebbe a favore del presidente cinese. Uno a zero e palla al centro. Anzi, la palla era e resta più che mai nel campo di Pechino.

Certo, il nostro Mattarella ha fatto un discorso ottimo, “alto”, diremmo, pieno di richiami e di riferimenti ai principi “nobili” della nostra nazione e della nostra società civile. Con più di un pensiero rivolto ai giovani, al clima e al senso del dovere. Nel tentativo di infonderci un po’ di fiducia in noi stessi. Il Capo dello Stato ha anche provato a ricordarci i passi avanti compiuti nel 2019 (quali? Non si è capito, in realtà, ma beato chi li ha notati) ben sapendo che tra infrastrutture che cadono a pezzi, crisi dei principali assets industriali della Nazione – dall’Alitalia all’Ilva – crescita ormai bloccata da tempo su numeri che qualunque matematico definirebbe “ininfluenti”, c’è ben poco da stare allegri. Così ha ripiegato su un più saggio richiamo alla coesione nazionale, invitando tutti a frenare – in nome dell’interesse comune – lo scontro tra le parti politiche, a tutti i livelli. Come dire: “qua si mette sempre peggio, se non la smettete di litigare, finiamo tutti quanti come i capponi di Renzo nei Promessi Sposi…. Tutti insieme, litigando, nel baratro”.

Al “povero“ Mattarella, per non rischiare di deprimerci ancor di più con i nostri guai, non è rimasto che invitarci tutti a «guardare l’Italia dallo Spazio»

Così, al “povero“ Mattarella, per non rischiare di deprimerci ancor di più con i nostri guai, non è rimasto che invitarci tutti a «guardare l’Italia dallo Spazio» – come la vede il nostro Parmitano dalla Stazione spaziale, lui sì, – almeno – una delle poche “glorie nazionali” che ci rimangono. Insomma, se la guardiamo da lontano, sembra dirci il nostro amato Presidente, (ma molto-molto da lontano), i guasti e le brutture di questa nostra disastrata Italia diventano così piccoli, che possiamo illuderci per un attimo che non ci siano.

UN ANNO DA PROTAGONISTA PER LA CINA

Cambio di latitudine, continente e – soprattutto – prospettiva, ascoltando il discorso di fine anno del presidente cinese dalla sua scrivania – tutto sommato modesta – di Pechino. Basti dire che anche lui ha accennato allo Spazio, ma non per invitare i suoi quasi 1500 milioni di connazionali a consolarsi guardando la Cina da lontano, ma rivendicandone addirittura la conquista: ad opera della sonda lunare cinese Chang-e 4 che «per la prima volta nella storia dell’umanità, è atterrata sulla faccia nascosta della Luna», così ha detto, orgogliosamente. E poi, da lì, un elenco – tanto lungo da risultare quasi noioso – di successi, conquiste, primati e progressi cinesi che hanno costellato il 2019. Praticamente in ogni campo dell’umana esistenza. Dall’inaugurazione del più grande aeroporto del mondo, a Pechino, al lancio del missile March 5; dal piano del governo per combattere la povertà (8 milioni in meno di poveri in Cina solo nel 2019), fino al varo della prima portaerei interamente costruita in Cina. Successo dopo successo, conquista dopo conquista, nel suo discorso XI ha ripercorso un anno di eventi che hanno visto la Cina protagonista indiscussa sullo scenario mondiale, malgrado le proteste di Hong Kong (che ha richiamato solo di sfuggita, come fossero un minuscolo e fastidioso insetto da schiacciare entro breve) e lo scontro commerciale e tecnologico con gli Stati Uniti, neppure menzionati.

DUE DESTINI AGLI ANTIPODI

«Lo spirito patriottico costituisce la colonna vertebrale della nazione cinese e forma una corrente impetuosa in continuo avanzamento che sostiene la Cina nella nuova era», ha detto con percepibile soddisfazione, riassumendo in una frase gli elementi di forza della nuova Cina, ormai avviata verso la conquista di una indiscussa nuova governance globale. «Spirito patriottico», ha detto Xi, proprio quello che pare decisamente mancare a noi italiani, più che ad altri, ma che per la Cina significa anche molto di più: supremazia dello spirito di comunità sull’individualismo e del bene della Nazione su quello del singolo.

L’INIZIO DEL SECOLO ASIATICO

Così, mentre Mattarella ce l’ha messa tutta per cercare in qualche modo di tirarci su il morale con riferimenti anche un po’ nostalgici al “genio italico” e ad una identità nazionale che deve rifarsi inevitabilmente al passato «sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità» per trovare qualcosa di cui andare fieri, il cinese Xi Jinping invece è tutto proiettato verso il futuro, un luminoso futuro. Verso quella “nuova era cinese” da lui richiamata con orgoglio, senza nessun falso pudore e persino con una punta di minaccia verso il resto del Pianeta. Destini che più diversi non si potrebbero immaginare, quelli che separano l’Italia dalla Cina, insomma. E mi sa che aveva ragione Padre Alex Zanotelli quando questa estate, intervenendo al Festival di Riace, ha parlato della fine del «dominio della Tribù bianca». Questo 2020, insomma, segna l’inizio non solo di un nuovo decennio, ma di un intero secolo che i posteri ricorderanno come “Il secolo asiatico”. Tanto vale rassegnarci. E cominciare a studiare il cinese.

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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su Twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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La Cina mette al bando pc e software stranieri entro il 2022

Pechino ha ordinato la rimozione di tutta la tecnologia estera dall'amministrazione pubblica in risposta alle misure Usa contro Huawei.

La Cina ordina la rimozione «dei computer e dei software esteri entro il 2022»: lo riporta il Financial Times che dà conto dell’«editto del governo cinese per spingere gli enti pubblici ad adottare kit nazionali», dando un «colpo ad Hp, Dell e Microsoft» in risposta al sabotaggio dell’ amministrazione di Trump all’uso di tecnologia cinese negli Usa, tra cui quella di Huawei.

IL PROTEZIONISMO DELLE AZIENDE DOMESTICHE

Pechino, nella ricostruzione del quotidiano della City, ha disposto che tutte le istituzioni pubbliche e gli uffici che fanno capo al governo eliminino computer e software stranieri per sostenere lo sviluppo delle tecnologie domestiche con un piano graduale, ma serrato, che prevede un primo taglio del 30% entro il 2020, del 50% nel 2021 e del residuo 20% nel 2022.

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Perché l’aumento dei divorzi in Cina è un’ottima notizia

Sempre più donne non accettano più matrimoni infelici, frustranti e umilianti. E decidono di dire basta nonostante i tabù e la vergogna. Una rivoluzione silenziosa che nemmeno gli sforzi del governo riusciranno ad arginare.

Dopo la scelta coraggiosa di Yuya Mika che ha denunciato pubblicamente le violenze subite dal suo ex compagno, dalla Cina arriva un’altra buona notizia sul fronte delle conquiste femminili: i divorzi sono in aumento.

Qualcuno dirà: «Ma che buona notizia è questa? Più matrimoni che falliscono ti sembrano una buona notizia?» Ebbene sì, nel caso della Cina si tratta di una buona, anzi di un’ottima notizia. Perché significa che le donne cinesi non vogliono più accettare matrimoni infelici. Per questo bisogna festeggiare.

La mentalità delle generazioni meno giovani, infatti, si basa ancora oggi in massima parte –  e non solo tra i maschi ma anche tra le donne – sul vecchio proverbio cinese che, tradotto, fa più o meno così: «Se sposi un cane, vivi con un cane; se sposi un gallo, vivi con un gallo». Il matrimonio visto come destino immutabile che non si può cambiare, ma solo accettare.

UNA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Le donne in Cina ottennero il diritto al divorzio solo nel 1950, quando il vittorioso Partito comunista cinese introdusse la nuova legge sul matrimonio. Durante l’era di Mao però, solo una piccola percentuale di donne ha esercitato questo diritto, e di solito per ragioni politiche: per esempio per lasciare un marito “controrivoluzionario”. Ma la buona notizia è che le cose stanno cambiando.

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Si è davanti a una rivoluzione silenziosa. All’inizio di novembre, Zhou Qiang, presidente della Corte suprema del popolo, ha rivelato in un discorso che ormai in Cina circa il 74% dei divorzi è richiesto da donne.  Zhou ha anche aggiunto che la cosiddetta crisi del settimo anno si è ormai spostata al terzo. Esaminando le statistiche cinesi, si scopre che il tasso di divorzi è schizzato alle stelle nell’era della riforma. Il dato generale, che misura il numero di separazioni per ogni 1.000 persone, era solo dello 0,018% nel 1978, anno in cui la Cina ha aperto alle politiche sociali che hanno trasformato la nazione, e da allora è salito fino a 0,320% nel 2018: un record. L’accelerazione più significativa si è avuta dopo il 2003, quando la Cina ha reso il divorzio più semplice e veloce, in primis abolendo la necessità dell’approvazione dei datori di lavoro. Nel 2016, 4,2 milioni di coppie, per lo più abitanti delle città, si sono separate. 

SEMPRE PIÙ DONNE NON ACCETTANO RELAZIONI FRUSTRANTI

Man mano che la Cina è diventata più ricca e moderna, sempre più donne hanno iniziato a preoccuparsi della qualità dei loro matrimoni. Una maggiore indipendenza finanziaria significa infatti, anche in Cina, maggiore possibilità di autonomia e di scelte consapevoli. Se il marito è infedele o anche soltanto se si sente insoddisfatta della sua vita sessuale, non esita a chiedere il divorzio, rifiutandosi di continuare a rimanere rinchiusa in una relazione frustrante e spesso umiliante.

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Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

SE IL DIVORZIO È UNA VERGOGNA

Ma sebbene gradualmente la mentalità stia cambiando, le vecchie generazioni ancora vedono il divorzio come una vergogna da nascondere agli occhi degli altri. «Mia madre non ha mai parlato ai vicini del mio divorzio, avvenuto quasi 14 anni fa», ha scritto di recente una 40enne sul social network Weibo. «Perché dovrei stendere la biancheria sporca?», mi ripeteva. «Per lei il divorzio è sempre stato una vergogna, per la donna e per la sua famiglia». 

GLI SFORZI DEL GOVERNO PER FRENARE LA TENDENZA

Fortunatamente questo modo di vedere il divorzio come un tabù sta diventando sempre meno comune e la fine del matrimonio una realtà sempre più accettata, soprattutto nelle città. Il crescente numero di divorzi, in verità, ha apparentemente turbato le autorità, prese alla sprovvista dal fenomeno. Ossessionato dal mantenimento della stabilità sociale, il governo vede nel grande aumento dei divorzi una fattore destabilizzante e per questo ha intensificato gli sforzi per frenare la tendenza. Nel 2016, la Corte suprema del Popolo ha incaricato i giudici di bilanciare il rispetto dei desideri delle persone con la difesa della stabilità della famiglia che, a loro avviso, è la base per una società armoniosa. L’anno scorso, i tribunali locali hanno introdotto metodi come un periodo di riflessione, la mediazione gratuita e persino un quiz per dissuadere le coppie dal divorziare. Non sorprende che oltre la metà dei casi di divorzio presentati siano stati respinti dai tribunali. 

AUMENTA LA CONSAPEVOLEZZA DELLE DONNE

I nascenti movimenti femministi però sono convinti che il governo non debba interferire nella sfera privata delle persone. Anche se, anche in Cina, è chiaro a tutti che un divorzio non sia mai da prendere alla leggera, specialmente quando sono coinvolti bambini. Ma la consapevolezza che impedire alle donne di uscire da un cattivo matrimonio riduce drasticamente la loro libertà e il libero arbitrio si sta facendo strada nell’opinione pubblica. Così come la convinzione che la libertà di divorziare sia un caposaldo del diritto civile che deve essere rispettato.

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L’aumento di richieste di divorzio da parte delle donne è un dato in linea con la traiettoria di un Paese in grande sviluppo e sulla via di una rapida modernizzazione. Un Paese che sta cercando, almeno in questo campo, di omologarsi al nazioni dove i diritti civili sono più rispettati, come gli Stati Uniti e i Paesi europei. Per questo la notizia che in Cina i divorzi sono in forte aumento è ottima. Una notizia da celebrare.


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Yuya Mika rompe il silenzio sulla violenza contro le donne in Cina

La nota make-up artist sui social ha raccontato e documentato gli abusi subiti dall'ex compagno. Diventando un esempio e un simbolo in tutto il Paese.

In Cina la conoscono tutti come Yuya Mika, in Occidente come Mona Lisa.  In realtà il suo nome è He Yuhong, ha 28 anni ed è una vera celebrità del counturing, una specie di arte del make-up. Sì, perché lei, con pochi selezionati cosmetici e una spugnetta per il trucco, si trasforma nella riproduzione fedelissima di celebri opere d’arte e vip: dalle leonardesche Monna Lisa, appunto, alla Dama con l’Ermellino, fino all’enigmatica Ragazza con l’orecchino di perla o Ava Gardner, Jean Harlow, Johnny Depp e Marlene Dietrich

YUYA È DIVENTATA UN SIMBOLO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Da qualche giorno però, nel suo Paese, la Cina, l’artista è diventata un simbolo, un esempio per tutte le donne maltrattate che subiscono violenza dai loro compagni, fidanzati o mariti. Seguita su TikTok da oltre 2 milioni di utenti, ha scelto il Facebook cinese Weibo per denunciare coraggiosamente e pubblicamente gli abusi subiti dell’ex-compagno, Chen Hong, un illustratore 40enne di Chongqing, anch’egli molto conosciuto in Cina. E per farlo non ha scelto un giorno qualsiasi, ma proprio la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

LA DENUNCIA VIA SOCIAL DELL’EX COMPAGNO

Sulla sua pagina social He ha postato le prove che incastrano senz’appello l’ex compagno: schermate, video registrati da telecamere di sorveglianza e addirittura le testimonianze delle due ex-mogli, che confermerebbero le violenze subite da Chen Hong. Dopo la denuncia coraggiosa di He – in un Paese come la Cina dove ancora oggi gli abusi e le violenze domestiche sulle donne vengono considerati una vergogna e non sono quasi mai denunciati – la polizia del distretto di Jiangbei, dove vivono sia lei che l’ex compagno, ha avviato un’indagine e la locale federazione femminile ha subito annunciato in un post su Weibo di essere pronta a fornirle assistenza legale gratuita. In realtà c’è preoccupazione per la sicurezza dell’artista e si temono ritorsioni, anche perché le telefonate al suo cellulare fatte da alcuni conoscenti martedì sono rimaste senza risposta. Ma Zhao Mengjiao, la sua migliore amica, ha rassicurato tutti dicendo che He si trova attualmente in un luogo sicuro e che il caso verrà gestito da un avvocato.

LE IMMAGINI DELLE AGGRESSIONI

Nei suoi post, He ha raccontato che le violenze e gli abusi sono iniziati in aprile quando Chen l’ha schiaffeggiata una dozzina di volte dopo un litigio. L’ex-compagno si è poi scusato ma la violenza è aumentata ulteriormente. In un altro caso la donna è stata trascinata fuori da un ascensore e tirata violentemente per i piedi, come documentano le riprese di sorveglianza. Chen in seguito l’ha presa per il collo e le ha sbattuto la testa contro il muro. Otto giorni dopo è stata picchiata di nuovo, con l’ex compagno che la spingeva a terra, sferrandole calci e calpestandola.

ABUSI CONFERMATE DALLE DUE EX MOGLI DELL’UOMO

Dopo la denuncia pubblica di He, anche le due ex mogli di Chen hanno deciso di uscire allo scoperto, confermando di essere state vittime di violenze. Jin Qiu, che ha divorziato dal disegnatore nel 2012, ha dichiarato in un drammatico video che l’ex marito l’ha maltrattata più volte durante il loro breve matrimonio, sbattendole violentemente la testa contro un muro. La prima ex moglie di Chen, che si è identificata solo come Abu, ha detto che gli abusi e le violenze di He rispecchiano quelli da lei subiti un decennio prima. «Ringrazio He», ha detto, «che con il suo coraggio mi ha dato la forza di denunciare. Se noi donne non lo facciamo, la stessa cosa potrebbe ripetersi molte volte. E ci saranno sempre più donne che saranno costrette a subire violenza in silenzio», ha concluso in lacrime.

IN CINA LA VIOLENZA DI GENERE È ANCORA UN TABÙ

La violenza di genere da parte di partner, mariti o compagni resta un tabù per le donne cinesi, che scontano ancora oggi una cultura fortemente improntata al maschilismo, che cerca ancora di relegarle nello spazio domestico, retaggio della visione confuciana, all’interno del quale la donna doveva restare, sottomessa e inerme ai voleri e all’arbitrio dell’uomo. La Cina si è dotata di una legislazione contro le violenze domestiche soltanto nel 2015, entrata ufficialmente in vigore nel marzo 2016, ma con caratteristiche che la rendono del tutto inadeguata e insufficiente a contrastare efficacemente quella che si profila ormai come una emergenza nazionale. La legge infatti stabilisce che l’atto di violenza domestica costituisce un’infrazione civile, non un reato. Mentre si calcola che almeno una donna su quattro sposata in Cina abbia subito violenze dal proprio partner.

UNA VITTIMA DI VIOLENZA DOMESTICA AL GIORNO

Secondo un rapporto del 2015 della Corte suprema del popolo, quasi il 10% dei casi di omicidio intenzionale riguardano episodi di violenza domestica. Ma per molto tempo i dipendenti del governo, sia avvocati sia giudici, hanno manifestato scarsa attenzione e ancor meno comprensione per la violenza contro le donne. Nel 2018, due anni dopo l’entrata in vigore della nuova legge, Equality, un’organizzazione per i diritti delle donne con sede a Pechino, ha fornito in un rapporto gli ultimi dati disponibili sui femminicidi in Cina. Si documentano 533 casi di omicidio per violenza domestica nei circa 600 giorni monitorati dallo studio, compresi tra il primo marzo 2016 e il 31 ottobre 2017, che hanno causato la morte di almeno 635 tra adulti e bambini, compresi vicini e passanti. Nel periodo in esame la media delle vittime è stata dunque di una al giorno e la grande maggioranza di esse sono donne.


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Hong Kong canta Bella ciao e spaventa il gigante Cina

Il risultato del voto contro Pechino ha una valenza incredibile, che non è esagerato definire storica per l'ex colonia. Non era mai successo prima che i rappresentanti filo-cinesi venissero ridotti a una esigua minoranza, come invece è accaduto.

Più che una vittoria elettorale è stato un plebiscito. Il 24 novembre il popolo di Hong Kong si è messo in fila, pazientemente, per strada, di fronte alle scuole, agli uffici governativi, ovunque ci fosse un seggio elettorale.

Si è alzato molto presto al mattino, il popolo di Hong Kong, malgrado fosse domenica, per arrivare prima, per cercare di creare il minor disturbo possibile, visto che già si poteva immaginare che l’affluenza sarebbe stata alta, anzi altissima, straordinaria: quasi il 72% degli aventi diritto al voto.

E senza aggressività, senza clamore – dopo settimane, mesi, di proteste, violenze e disordini – ha messo in pratica quello che di buono l’Occidente – gli inglesi in questo caso – in 150 anni di dominio coloniale gli hanno insegnato. La loro «migliore eredità»: la democrazia.

PER LA PRIMA VOLTA I PARITI FILO-CINESI SONO ESIGUA MINORANZA

E la democrazia ha vinto, a Hong Kong. I candidati anti-Pechino e pro-democrazia hanno conquistato il 90 % dei seggi, stravincendo in 17 dei 18 distretti in cui si divide l’ex colonia britannica. Si dirà che queste elezioni hanno carattere locale, che non cambieranno radicalmente gli equilibri politici all’interno del LegCo, il Legislative Council o “mini parlamento” di Hong Kong, che resterà comunque ancora dominato dai rappresentanti imposti da Pechino. Ma l’importanza del risultato elettorale riveste comunque una valenza incredibile, che non è esagerato definire storica. Non era mai successo prima che, praticamente nell’intera struttura distrettuale di Hong Kong, i rappresentanti Pro-Pechino venissero ridotti a una esigua minoranza, come invece è accaduto.

Supporter democratici esultano dopo il voto del 24 novembre a Hong Kong.

IL PARTITO COMUNISTA CINESE HA ACCUSATO IL COLPO

Ora, probabilmente, è troppo presto per cantare vittoria. Certo, all’indomani della disfatta del fronte pro-Pechino, anche l’inetta governatrice-fantoccio di Hong Kong, la contestatissima Carrie Lam, ha dovuto prendere atto del risultato. E della storica dèbacle. Persino a Pechino, i burocrati del Partito comunista cinese che continuano a governare questo immenso Paese con il pugno sempre più di ferro, strangolando ogni minimo sussulto democratico, hanno accusato il colpo. La prima ha dichiarato a caldo di volere «con umiltà ascoltare le opinioni dei cittadini», ma Geng Shuang, portavoce del ministro degli Esteri cinese, si è subito affrettato a dichiarare minacciosamente che «Hong Kong resta parte della Cina, a prescindere da qualsiasi risultato elettorale». Ma oggi queste parole aggressive e autoritarie, alle quali il gigante illiberale cinese ci ha abituato, suonano vuote, sembrano dette in affanno, per parare un colpo.

LA RESISTENZA DI HONG KONG PUÒ INCEPPARE LA PROPAGANDA CINESE

Forse anche l’onnipotente presidente-a-vita Xi Jinping ha già capito che la piccola Hong Kong potrebbe essere il sassolino che rischia di far saltare l’immenso e fino a oggi imbattibile ingranaggio repressivo cinese? Forse. Ma certo non accadrà domani. La ferrea censura cinese riesce ancora a mantenere nell’ignoranza e a manipolare quel miliardo e rotti di cittadini che ascoltano solo la versione dei fatti artefatta dall’efficiente macchina della propaganda di Pechino. La voglia, anzi la pretesa di democrazia, che si è affermata a Hong Kong senza se e senza ma, potrà piano piano “sgocciolare” dentro questa macchina propagandistica e distruggerla? Ce lo auguriamo, e chiunque abbia a cuore i valori non negoziabili della democrazia e dei diritti umani dovrebbe augurarselo. Ma è ancora troppo presto per dire se e quando ciò accadrà.

Cittadini di Hong Kong in fila durante le elezioni.

UN VOTO CHE DÀ ANCORA PIÙ VALORE ALLE PROTESTE

Intanto i cittadini di Hong Kong – lasciati soli, totalmente e colpevolmente soli nella loro lotta, dall’intero Occidente, che ha preferito girare la testa dall’altra parte e continuare ad allungare la mano per arraffare i soldi cinesi – hanno dato a tutti una straordinaria lezione di perseveranza, orgoglio, rappresentanza e democrazia. Grazie al loro voto, tutto il mondo ha potuto vedere che i manifestanti che combattevano da mesi, mettendo a ferro a fuoco le eleganti vie della ex colonia, non erano – come qualcuno, anche da noi, sosteneva in aperta cattiva fede – una «sparuta minoranza di violenti», avversati dalla maggioranza della popolazione di Hong Kong che in realtà sarebbe stata tutta a favore di Pechino. Al contrario, il risultato elettorale ha dimostrato che essi erano l’avanguardia di un fronte immenso, condiviso, maggioritario, che unisce nell’amore per la propria città e nella richiesta di democrazia, giovanissimi studenti, impiegati pubblici, professionisti, uomini d’affari, commercianti e casalinghe. Il popolo di Hong Kong, insomma. Quello che «una mattina, si è svegliato».

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A Hong Kong i candidati democratici conquistano il 90% dei voti

Affluenza al 71,2%. La governatrice Lam ha assicurato di ascoltare «con umiltà le opinioni dei cittadini». Ma da Pechino ricordano che l'ex colonia è parte della Cina «a prescindere dal risultato elettorale».

I candidati democratici in corsa alle elezioni distrettuali di Hong Kong hanno conquistato quasi il 90% dei seggi. L’affluenza è stata del 71,2%. Ascolteremo «certamente con umiltà le opinioni dei cittadini» ha assicurato la governatrice Lam. «Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale», si appresta a commentare Pechino tramite il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

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Viaggio a Macao tra casinò, gondolieri di Venezia e kitsch

Finte calli, finti canali e professionisti importati dalla Laguna. Gli studios di Los Angeles in cartapesta. Ma anche la riproduzione della Tour Eiffel e, a breve, la Londra di Beckham che qui aprirà un nuovo resort casinò. Benvenuti a Cotai strip.

Il piccolo bus n. 15 della Sociedade de Transportes Urbanos saltella tra i dossi e le curve della tortuosa strada costiera lungo l’isola di Coloane che, insieme all’isolotto di Taipa e alla penisola di Macao, forma il territorio di questa antica colonia portoghese che tra un mese, il 20 dicembre, “festeggerà” il ventennale del ritorno alla Cina, dopo quasi 500 anni di dominio lusitano.  

La meta è la Cotai strip una striscia di terra tra Taipa e Coloane. In realtà l’ennesimo, e mastodontico, sbancamento o reclamation (per dirla all’inglese) che ha sottratto al mare un’area incredibilmente vasta, unendo quelle che erano state per secoli due distinte isolette in un unico mostruoso territorio artificiale.

E su questa vasta area è sorto, a partire dal 2007, uno dei più incredibili e allucinanti megaprogetti della nuova Macao cinese.

The Parisian Macao (foto Marco Lupis).

PARISIAN E VENETIAN MACAU: IL TRIONFO DEL KITSCH

Una volta scesi dall’autobus, lo choc lascia letteralmente senza fiato. Non è un sogno né un’allucinazione: ci si trova di fronte a un’incredibile e pacchianissima Tour Eiffel. Siamo a Parisian Macau che con Venetian Macau e la City of Dreams forma il più grande complesso al mondo di casinò, centri commerciali, hotel di extralusso e boutique. 

LA PICCOLA LONDRA DI DAVID BECKHAM

E proprio di fronte a questa Tour Eiffel sorgerà il nuovo mega resort voluto da David Beckham: questa volta sarà una finta Londra a vedere la luce. E a completamento del quadro surreale di questa metropoli del gioco d’azzardo e della finzione, la nuova creatura alberghiera dell’ex stella del calcio britannico esibirà una facciata simil Westminster e persino una grande replica del Big Ben. Gli ospiti verranno letteralmente “avvolti” da una profusione di decorazioni in oro e marmo; Beckham progetterà in prima persona delle concept suite e due piani saranno interamente dedicati alla sartoria su misura. «Avremo di tutto», ha dichiarato il calciatore, «dai nostri taxi neri all’esterno fino alla replica fedele di alcune delle strade più famose di Londra all’interno, come Bond Street e Saville Row».

Macao sta per festeggiare il ventennale del passaggio alla Cina (foto Marco Lupis).

LA RIPRODUZIONE DEGLI STUDIOS

Attualmente le tre strutture esistenti riproducono le vie e i monumenti di Parigi, ma anche le calli e i ponti di Venezia, con i canali pieni di acqua vera e solcati da autentiche gondole, costruite nella città lagunare e spedite a Macao insieme a gondolieri doc. Nella City of Dreams, poi, si può gironzolare in una perfetta riproduzione dei favolosi Studios di Los Angeles, un’area che occupa altre migliaia e migliaia di metri quadri. Un vero e proprio trionfo di “cartapesta” e di cattivo gusto, pieno di finti Ponti di Rialto, finte stradine veneziane, finti bistrot parigini. E poi decine di casinò, dove un esercito di ludopatici giocano ai tavoli verdi e fanno girare le roulette H24, tra una miriade di negozi di ogni genere, lusso e varietà da far sembrare, al paragone, una botteguccia di periferia il più grande dei nostri centri commerciali.

Turisti a Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

I NUMERI DA RECORD DI UN SOGNO CHE SEMBRA UN INCUBO

I numeri, del resto, parlano da soli. E mettono paura. Tutto è di proprietà della Las Vegas Sands con la quale anche Beckham è entrato in società per realizzare il suo progetto. L’azionista di maggioranza è il miliardario americano Sheldon Adelson, titolare di un patrimonio personale che la rivista Forbes ha stimato in quasi 34 miliardi di dollari nel 2018. La sola Venetian Macau (senza contare le finte Parigi e Hollywood) occupa un immobile alto 39 piani sulla striscia Cotai. Esteso su un’area di 980 mila metri quadrati, il complesso rappresenta attualmente il più grande casinò al mondo, il più grande hotel a edificio unico in Asia e anche il settimo più grande edificio del Pianeta per superficie.

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La torre principale del complesso è stata terminata nel luglio 2007 e il resort è stato ufficialmente inaugurato il 28 agosto dello stesso anno. Attualmente dispone di 3 mila suite, 110 mila metri quadri di spazio per le convention, 150 mila metri quadri di negozi, 51 mila metri quadri di spazio casinò (con 3.400 slot machine e 800 tavoli da gioco aperti 24 ore su 24) e persino un’arena-stadio coperta da 15 mila posti, per ospitare eventi musicali e sportivi. Tutt’attorno a questo mostruoso complesso si estendono a perdita d’occhio – su quella che fino a meno di 15 anni fa era un’area marina che separava le isolette di Taipa e Coloane – altri giganteschi hotel, case da gioco, centri commerciali, in un continuum che lascia senza parole e senza fiato.

La replica di alcuni monumenti di Parigi a Macao (foto Marco Lupis).

UN PRODIGIO, MA SOLO DELLA TECNICA

Se si riesce a mettere da parte per un attimo l’orrore causato dalla sovrabbondanza di qualsiasi cosa e dal kitsch bisogna ammettere che il complesso, specie la finta Venezia, è incredibile, dal punto di vista della pura realizzazione tecnica e tecnologica.

Venezia riprodotta nei minimi dettagli nell’area di Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

Tutto è perfettamente climatizzato e un finto cielo svetta sopra le facciate dei palazzi veneziani in cartongesso, illuminato con un sistema di proiettori dotato di finte nuvole, effetti luminosi e sonori gestiti da un sofisticato software, che simulano in modo incredibilmente realistico il susseguirsi delle ore della giornata e il variare della luce dall’alba al tramonto, fino alla notte. Piogge e temporali compresi.

LEGGI ANCHE: Benvenuta nelle nostre case, cara propaganda cinese!

I GONDOLIERI IMPORTATI DA VENEZIA

Ci si può facilmente perdere tra le calli di questa finta Venezia. E saltando da un negozio all’altro, capita di mettersi a chiacchierare con i gondolieri, venetissimi e abbigliati in perfetto stile veneziano che rispondono volentieri a qualche domanda.

In quest’area di Macao sorgerà il nuovo resort in stile londinese di Beckham (foto Marco Lupis).

«Còssa vole che el disi, dotór», sussurra un ragazzone alto e pieno di muscoli. «I sghei, se i sghei!», i soldi. «Quando al nostro sindacato a Venezia ci han detto che c’erano i cinesi pronti a pagare un sacco di soldi di stipendio, compreso viaggio, alloggio di lusso e benefit per tutta la famiglia, per venire qui a fare sta pagliacciata…Bè, con la crisi che c’è in Italia, còssa gaveria fà ti al me post? Lei che avrebbe fatto al mio posto?».


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Cosa sappiamo sui metodi di tortura impiegati dalla Cina

Il caso del dipendente consolare Cheng è solo l'ultimo in ordine di tempo. Le testimonianze passate hanno permesso di mettere in fila circa 100 tecniche. Dai morsi di serpente alla famigerata "Panchina della tigre".

Dominic Raab, segretario di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito, non ha usato mezze parole: «Il trattamento della Cina nei confronti del signor Cheng equivale a tortura». Così il caso di Simon Cheng, ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong, arrestato lo scorso agosto e riapparso dopo essere rimasto nelle mani della Polizia cinese per 15 giorni, rischia di creare un incidente diplomatico tra Pechino e Londra. In un’intervista esclusiva al Wall Street Journal, Cheng ha dichiarato che la polizia segreta cinese lo ha picchiato, privato del sonno e incatenato a bocca aperta mentre cercava di estorcergli informazioni sugli attivisti che guidano le proteste democratiche a Hong Kong. Ma il suo non è certo il primo caso che testimonia dell’uso abituale della tortura da parte del regime cinese, un sistema largamente praticato per estorcere informazioni e false confessioni.

Arrestato a Pechino all’inizio di gennaio 2016 e tenuto in cattività per 23 giorni, anche l’attivista svedese Peter Dahlin ha subito un simile calvario in Cina, quasi tre anni prima che i canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor venissero arrestati (sono attualmente ancora detenuti dalle autorità cinesi ormai da quasi un anno). Dahlin, co-fondatore di China Action, una Ong che supporta molti avvocati per i diritti umani in Cina, sostiene che Kovrig – il quale, come lui, è stato catturato a Pechino – sia attualmente detenuto nella stessa struttura in cui avevano rinchiuso lui: una prigione segreta, con quattro piani e due ali indipendenti, nella parte meridionale della capitale cinese. Spavor invece, che viveva e operava nella Cina nordorientale, sarebbe tenuto prigioniero in una struttura diversa.

LA TESTIMONIANZA DELL’ATTIVISTA SVEDESE DAHLIN

Secondo la testimonianza di Dahlin, ai prigionieri vengono applicate diverse forme di tortura. Due poliziotti, alternandosi nel ruolo consolidato di “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, lo hanno interrogato in continuazione per giorni. Nella rare pause, due guardie nella sua cella osservavano ogni sua minima mossa, come girarsi nel letto. «Pesanti tende impediscono totalmente alla luce del giorno di penetrare nella cella, mentre le luci restano sempre accese, giorno e notte, privando il detenuto nella nozione del tempo e della possibilità di dormire», ha raccontato. Secondo quando dichiarato da Farida Deif, direttore dell’ufficio canadese di Human Rights Watch (Hrw) “tenere le luci accese con la conseguente privazione del sonno è una delle forme più pesanti di tortura fisica e mentale”.

ALCUNI DETENUTI MUOIONO PER LE TORTURE

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, il regime cinese usa ogni mezzo a sua disposizione «per mettere a tacere chiunque non sia un cieco sostenitore del Partito comunista al potere». Ai detenuti in Cina vengono somministrate con la forza anche droghe psicotrope. Alcuni vengono stuprati, legati in posizioni dolorose per giorni, affamati, denudati ed esposti al freddo gelido per ore e anche colpiti da forti scariche con bastoni elettrici, per citare solo alcuni deli metodi utilizzati dagli aguzzini cinesi. Applicando una scarica elettrica che può raggiungere i 300 mila volt, i bastoni vengono impiegati per ottenere il massimo effetto su parti sensibili del corpo come la bocca, i genitali, il collo e la pianta dei piedi. In alcuni casi i prigionieri perdono coscienza e muoiono per le conseguenze.

Amnesty ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’uso della tortura e degli abusi in Cina contro i gruppi perseguitati rimane dilagante. Alcuni dei metodi di tortura possono essere fatti risalire al Medioevo, mentre altre forme di abuso, come il prelievo forzato di organi, non hanno precedenti nella storia. Il rapporto di Amnesty International intitolato No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura. Questi includono anche alimentazione forzata con urina o feci, ustioni da sigaretta, infezioni di scabbia, isolamento totale, perforatura delle unghie con bastoncini di bambù affilati e morsi di cani o serpenti.

I NOMI IN CODICE DELLE TORTURE

Molti dei metodi di tortura hanno persino dei nomi specifici, come “Piccola gabbia” (la persona viene ammanettata all’interno di una piccola gabbia in modo tale che non possa stare in piedi o sedersi); “Hell Confinement” (un dispositivo costituito da legacci e manette applicato in modo tale che le vittime non possano camminare, sedersi, usare il bagno o nutrirsi); “Covering a Shed” (soffocamento) e “Tortura del trascinamento” (le vittime vengono trascinate ripetutamente su terreni accidentati). C’è poi il metodo considerato il più terribile di tutti, la famigerata “Panchina della tigre“, dove la vittima si siede con le gambe distese e legate strette alla panchina con delle cinghie. Mattoni, o altri oggetti, vengono posti sotto i talloni della vittima, con più strati aggiunti fino a quando le cinghie si rompono, causando un dolore insopportabile.

ANCHE I CRISTIANI “NON ALLINEATI” NEL MIRINO

Il target preferito dai torturatori cinesi è rappresentato, tra gli altri, dai cristiani “non allineati” (quelli che si rifiutano di sottomettersi alla Chiesa di Stato gestita dal Partito Comunista), i buddisti tibetani, i musulmani uiguri, i seguaci del Falun Dafa e gli attivisti democratici o chiunque sospettato di «attività anti-governativa», come i due canadesi ancora detenuti in Cina. L’artista e scultore canadese di origine cinese Kunlun Zhang, che è riuscito a sopravvivere alle torture e a ritornare in Canada, ha raccontato che le guardie gli ripetevano: «Possiamo fare di te qualsiasi cosa senza essere ritenuti responsabili. Se muori, ti seppelliremo e diremo a tutti che ti sei suicidato perché avevi paura di un’accusa criminale».

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