A Wuhan sono arrivati i primi treni passeggeri dopo il lockdown per coronavirus

Per ora i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

Dopo un lockdown lungo oltre due mesi, la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus, fa un passo in avanti verso la “normalità”. Per la prima volta dopo l’isolamento, sono arrivati treni passeggeri. Per ora, però, i viaggiatori sono autorizzati ad arrivare, ma non a lasciare la città di 11 milioni di abitanti.

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Quelle migliaia di urne di Wuhan che smentiscono Pechino

File lunghissime di persone davanti alle agenzie funebri della città. E camion carichi di contenitori. Le foto e i video circolano insieme con l'indignazione di chi ha perso i parenti a causa del virus. E rompono il muro della censura cinese.

Lunghe file di parenti in attesa di ricevere le ceneri dei loro cari morti di Covid-19 nell’area di Wuhan ed enormi pile di urne cinerarie presso le agenzie di pompe funebri rinnovano i dubbi sulla reale entità dei decessi per coronavirus in Cina e sulla veridicità della narrazione ufficiale sulla lotta all’epidemia diffusa dalle autorità di Pechino.

Dalla giornata di giovedì, infatti, le famiglie delle vittime del virus nella metropoli della Cina centrale, dove la malattia sarebbe apparsa non a dicembre come riferito inizialmente ma il 17 novembre (se non prima), sono state autorizzate a raccogliere le ceneri in otto crematori locali.

E mentre lunghissime file si snodavano di fronte ai siti funerari, le foto e i video dei camion su cui venivano trasportate migliaia di urne hanno cominciato a circolare sui social media cinesi, rilanciate dal sito di Bloomberg e dal principale quotidiano in lingua inglese di Singapore, lo Straits Times.

LE FILE DAVANTI ALLE AGENZIE FUNEBRI

Il sito cinese Caixin è stato il primo a pubblicare le immagini delle lunghe code all’esterno delle agenzie. Sia mercoledì che giovedì i camion avrebbero spedito circa 2.500 urne, mentre un’altra immagine pubblicata sempre da Caixin mostra altre 3.500 urne accatastate all’interno, anche se finora non si è potuto verificare se fossero piene. Gli addetti di sei delle otto imprese funebri di Wuhan interpellati dal sito hanno affermato di non avere dati su quante urne fossero in attesa di venire raccolte o di non essere autorizzati a rivelare i numeri. Le altre due imprese non hanno risposto alle chiamate. Malgrado le strettissime maglie della censura cinese, le foto però hanno cominciato comunque a circolare sui social, sotto la spinta emotiva delle informazioni – arrivate anche in Cina – circa l’enorme aumento dei casi e dei decessi in tutto l’Occidente, da Milano a Madrid fino a New York.

LA PROVINCIA DELL’HUBEI VERSO LA RIAPERTURA

Va ricordato che secondo le autorità di Pechino, a Wuhan ci sarebbero stati in tutto 2.535 decessi, numeri contestati subito da molti media indipendenti fin dall’inizio dell’epidemia e che appaiono incredibilmente bassi anche solo se rapportati ai morti italiani. Nei giorni scorsi anche i dati che riportavano la cessazione di oltre 21 milioni di utenze mobili in Cina negli ultimi tre mesi avevano rilanciato a livello internazionale l’ipotesi che il numero effettivo dei casi e dei morti potesse essere molto più alto di quanto dichiarato da Pechino. Questo mentre il governo annunciava che il blocco in atto da gennaio nella regione più colpita, l’Hubei, verrà gradualmente revocato, visto che la conta dei nuovi casi avrebbe ormai raggiunto lo zero. Contestualmente Pechino ha intensificato sia gli sforzi della propaganda per negare l’origine cinese del Sars-Cov-2, sia quelli della diplomazia, inviando aiuti e forniture mediche in molti Paesi.

MOLTI MORTI NON RIENTRANO NEL CONTEGGIO UFFICIALE

Ma i dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali aumentano, alimentati dai tentativi delle autorità – ormai comprovati – di coprire l’epidemia nelle sue fasi iniziali. Anche molti residenti di Wuhan e della regione, inondando i social media di post indignati, hanno richiesto un’azione disciplinare contro i massimi funzionari locali. Sempre secondo le informazioni raccolte da Caixin, molte persone che sono decedute in Cina hanno avuto sintomi di Covid-19, ma non sono state testate e quindi non risultano nel conteggio dei casi ufficiali. Ci sono stati anche molti pazienti che sono morti per altre malattie a causa della mancanza di un trattamento adeguato, quando gli ospedali cinesi sono andati in tilt per trattare i pazienti affetti da coronavirus.

IMPOSSIBILE PIANGERE E SEPPELLIRE I PROPRI MORTI

Giovedì il governo di Wuhan ha emesso un’ordinanza che vieta alle persone in città di recarsi nei cimiteri o sulle tombe dei loro cari fino al 30 aprile, il che significa che non potranno osservare il tradizionale Ching Ming Festival (la festa dei morti in Cina) del 4 aprile, che prevede fra l’altro la rituale pulizia delle tombe ed è infatti anche detta Giorno degli Antenati. Anche altre province, tra cui il Guangxi e lo Zhejiang, hanno annunciato restrizioni simili.

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Intanto alcune testimonianze rompono il muro di silenzio. Due cittadini di Wuhan, che hanno perso membri della famiglia a causa del virus, hanno raccontato di avere avuto l’ordine di farsi accompagnare dai loro datori di lavoro o dai funzionari dei comitati di quartiere a raccogliere le urne, motivando la disposizione come «misura contro le riunioni pubbliche». «Mi è stato detto dal governo del distretto di aspettare fino a quando non potrò raccogliere le ceneri di mio padre», ha scritto su Weibo un residente di Wuhan usando lo pseudonimo Xue Zai Shou Zhong, che significa “neve in mano”. Un’altra utente di Weibo, nick name Adagier, ha dichiarato di aver perso suo marito a causa del coronavirus e di essere stata contattata dalla polizia che l’ha «caldamente invitata» a non essere «troppo emotiva», chiedendole poi chiaramente di interrompere la pubblicazione di post online. Prima di fare quello che le è stato ordinato, la donna ha scritto però un ultimo messaggio: «Ho solo una richiesta. Voglio dare a mio marito una sepoltura degna, il prima possibile»

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Pechino sta dicendo la verità sui decessi da Covid-19?

Ben 21 milioni di utenze telefoniche mobili sono scomparse nel nulla nel giro di tre mesi. Il dato sorprende in un Paese dove il cellulare è necessario per compiere ogni attività. Potrebbero essere i numeri chiusi dai lavoratori tornati nei villaggi. Ma i conti ancora non tornano.

In Cina il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito di 21 milioni negli ultimi tre mesi. Il dato emerge confrontando i dati diffusi il 19 marzo dalle autorità di Pechino e quelli del dicembre 2019.

E fuori dal Paese, fonti della dissidenza organizzata già ipotizzano che la spiegazione sia da attribuire ai decessi dovuti a Covid-19 generando forti dubbi sulla veridicità delle cifre ufficiali dell’epidemia fornite fino a oggi dalla Cina.

Del resto, da qualche tempo, anche da noi in Italia in molti si interrogavano sull’evidente e davvero sorprendente disparità tra i dati italiani e quelli cinesi. Specialmente sul conteggio dei morti.

L’ITALIA HA QUASI IL DOPPIO DEI MORTI DELLA CINA

Le cifre parlano chiaro: in Cina – a epidemia ormai conclusa, come afferma ormai da qualche giorno, insistentemente, il governo – i morti sarebbero stati circa 3.300 su una popolazione pari a 1 miliardo e mezzo di persone, mentre in Italia siamo già a oltre 6.000 morti su 60 milioni di abitanti: 100 decessi per milione di abitanti da noi contro i 2,2 morti per milione in Cina. Cifre ufficiali e a dir poco sconcertanti.

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I tentativi di spiegare questa impressionante forbice statistica sono stati diversi: dall’anzianità della popolazione italiana rispetto a quella cinese al modo diverso di conteggiare le morti. L’ipotesi è che in Cina si siano calcolati i decessi esclusivamente per coronavirus, in Italia anche quelli “con”. Ipotesi, come quelle che fioriscono per spiegare la scomparsa di 21 milioni di utenze in un Paese in cui i cellulari sono una parte indispensabile della vita visto che senza un telefonino non si può nemmeno riscuotere la pensione.

L’ALLARME LANCIATO DALL’EPOCH TIMES

Il primo a lanciare l’allarme è stato l’Epoch Times, testata della dissidenza cinese all’estero, con sede negli Stati Uniti. «Il livello di digitalizzazione è molto alto in Cina. Le persone non possono sopravvivere senza un cellulare», ha dichiarato il 21 marzo scorso al settimanale Tang Jingyuan, un commentatore degli affari cinesi che vive negli Usa. «Avere a che fare con il governo per pensioni e previdenza sociale, comprare biglietti del treno, fare shopping…non importa cosa le persone in Cina debbano fare, sono ormai da tempo obbligate a usare i cellulari».

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Ancora di più durante questa epidemia. «Il regime cinese richiede a tutti i cittadini di utilizzare il proprio cellulare per generare un codice sanitario», ha fatto notare Tang. «Solo con un codice sanitario verde è permesso ai cinesi di spostarsi. È praticamente impensabile che una persona oggi rinunci al suo cellulare». Inoltre, aggiungiamo noi, i conti bancari e previdenziali sono integrati con i piani di telefonia cellulare; le app sui telefoni cinesi controllano le carte Sim rispetto al database dello Stato per assicurarsi che il numero appartenga all’utente.

RICONOSCIMENTO FACCIALE E MONITORAGGIO SANITARIO

La Cina ha introdotto le scansioni facciali obbligatorie il primo dicembre 2019 per confermare l’identità della persona che ha registrato il telefono. Ma già dal primo settembre 2010 richiedeva a tutti gli utenti di registrare la la linea con una reale identificazione, mediante la quale lo Stato può controllare ormai tutti i movimenti delle persone attraverso il suo sistema di monitoraggio su larga scala che utilizza – se ne è parlato tanto in questi ultimi giorni anche da noi in Italia – riconoscimento facciale avanzato, telecamere di sorveglianza onnipresenti ovunque, droni-spia e geolocalizzazione spinta. Proprio quegli stessi elementi così invasivi per la privacy che però hanno consentito ai cinesi di contenere – secondo le dichiarazioni di Pechino – il dilagare dell’epidemia, monitorando ogni contagiato, anche se asintomatico. Non solo. Pechino ha lanciato per la prima volta codici sanitari basati sul cellulare il 10 marzo scorso. Tutti i cittadini sono obbligati a installare un’app e registrare le informazioni sanitarie personali. Quindi l’app genera un codice QR, che appare in tre colori, per classificare il livello di salute dell’utente. Il rosso indica che la persona ha una malattia infettiva e quindi deve mettersi subito in auto-isolamento, il giallo indica che la persona potrebbe averne una e il verde indica che la persona è sana e può quindi muoversi liberamente.

I DATI DEL MINISTERO CINESE DELL’INDUSTRIA E DELLA TECNOLOGIA DELL’INFORMAZIONE

Di fronte a questo scenario, è passata un po’ in sordina la dichiarazione del ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione (Miit), che il 19 marzo ha rilasciato le cifre ufficiali degli utenti telefonici in ciascuna provincia, riferiti al mese di febbraio. Rispetto al precedente comunicato del 18 dicembre 2019 e che riguardava i dati di novembre, sia gli utenti di telefonia cellulare che di telefonia hanno fatto registrare un fortissimo calo. Mentre nello stesso periodo dell’anno precedente, sempre secondo i dati del ministero, il numero di utenti era aumentato. Confermando fra l’altro un trend in costante aumento negli ultimi anni.

L’ANDAMENTO DELLE UTENZE

Le cifre ufficiali fornite dal governo sono queste: il numero di utenti di telefoni cellulari è diminuito da 1.600.957.000 a 1.579.927.000, con un calo di 21,03 milioni. Il numero di utenti di telefoni fissi è diminuito da 190,83 milioni a 189,99 milioni, con un calo di 840 mila unità. Nel febbraio dell’anno scorso, il numero era aumentato. Secondo il Miit, a febbraio 2019 era passato da 1,5591 miliardi a 1,5835 miliardi, 24,37 milioni di utenze telefoniche mobili in più. Anche i contratti di rete fissa erano aumentati da 183.477 milioni a 190.118 milioni, ovvero 6.641 milioni in più.

IL CALO DELLE RETI FISSE SPIEGABILE CON LA CHIUSURA DELLE PICCOLE IMPRESE

E anche l’ipotesi che tutto possa dipendere da un generale calo demografico cinese non regge. Secondo il National Bureau of Statistics cinese, alla fine del 2019 la popolazione era 4,67 milioni in più rispetto al 2018, raggiungendo il miliardo e 400 milioni di persone. Il calo del 2020 degli utenti di telefonia fissa potrebbe avere una spiegazione plausibile: essere cioè dovuto alla quarantena nazionale a febbraio, durante la quale molte piccole imprese sono state chiuse. Ma la diminuzione delle utenze mobili non può essere spiegata nello stesso modo.

I RISULTATI DEI TRE MAGGIORI OPERATORI NAZIONALI

A ulteriore conferma vengono poi i dati operativi forniti da tutti e tre i gestori di telefoni cellulare in Cina. China Mobile, il maggiore operatore telefonico che detiene circa il 60% del mercato domestico dei cellulari, ha riferito che ha attivato 3,732 milioni di account in più a dicembre 2019, ma ne ha persi 0,862 milioni a gennaio 2020 e 7,254 milioni a febbraio 2020. Il gestore aveva guadagnato 2,411 milioni di account in più a gennaio 2019 e 1,091 milioni in più a febbraio 2019. Stesso trend analizzando i numeri di China Telecom, il secondo operatore cinese, che detiene circa il 21% del mercato. Ha guadagnato 1,18 milioni di utenti a dicembre 2019, ma ne ha persi 4,3 milioni a gennaio 2020 e ha visto “sparire” 5,6 milioni di utenze mobili a febbraio 2020. Nel 2019 aveva segnato un +4,26 milioni a gennaio e un +2,96 milioni a febbraio. China Unicom infine, che non ha ancora pubblicato i dati relativi a febbraio, è sulla stessa linea. Se si confrontano i dati disponibili di gennaio 2020 con quelli dell’inizio del 2019, la società ha perso 1,186 milioni di utenti a gennaio 2020, ma ne aveva guadagnati 1,962 milioni a febbraio 2019, con un ulteriore aumento di 2.763 milioni a gennaio dell’anno scorso.

OGNI CITTADINO ADULTO PUÒ AVERE MASSIMO CINQUE NUMERI

La Cina consente a ciascun adulto di richiedere al massimo cinque numeri di cellulare. Dal 10 febbraio, la data dell’enorme lockdown, la maggior parte degli studenti ha seguito le lezioni online, come stanno facendo ora molti studenti italiani, quasi sempre utilizzando un numero di cellulare. I telefonini di questi studenti sono registrati a nome dei genitori (perché in Cina un minorenne non può intestarsi un contratto di telefonia mobile), quindi molti genitori avrebbero avuto bisogno semmai di aprire nuovi account per i cellulari a febbraio, non certo di chiuderne. La grande domanda – l’inquietante ipotesi che avanza Epoch Times e diverse altre Ong straniere che si battono per i diritti in Cina e per spingere il regime cinese a maggiore trasparenza – è se il drastico calo degli account dei cellulari sia collegato alle morti per coronavirus. Rendendo quindi la contabilità molto superiore a quella dei dati ufficiali di Pechino.

I NUMERI SCOMPARSI POTREBBERO APPARTENERE A LAVORATORI MIGRATI IN CITTÀ

Cercando spiegazioni alternative all’ipotesi inquietante che sta circolando, si può osservare che è anche possibile che alcuni lavoratori migranti interni avessero già prima dello scoppio dell’epidemia e del conseguente blocco generale, due numeri di cellulare: uno nella loro città natale e l’altro nella città in cui lavoravano. A febbraio è anche possibile ipotizzare che molti – tornati ai loro villaggi per il capodanno lunare – di fronte all’impossibilità di rientrare nei luoghi di lavoro abbiamo chiuso questo ipotetico secondo numero. «Ma siccome in Cina esiste un canone mensile di base per detenere un numero di cellulare», osserva ancora l’analista Tang Jingyuan, «è molto più probabile che la maggior parte dei lavoratori migranti – un gruppo sociale con un reddito medio tra i più bassi della Cina – abbia in realtà soltanto un numero di telefonino».

LA RIPRESA DELLE ATTIVITÀ IN MOLTE PROVINCE

Approfondendo l’analisi dei dati, si vede che la Cina aveva 288,36 milioni di lavoratori migranti ad aprile 2019, secondo l’Ufficio nazionale cinese di statistica. Il 17 marzo scorso, Meng Wei, portavoce della commissione cinese per lo Sviluppo e le riforme, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa mensile a Pechino che, tranne per la regione dell’Hubei, tutte le province avevano riferito la ripresa del 90% delle attività delle loro imprese. A Zhejiang, Shanghai, Jiangsu, Shandong, Guangxi e Chongqing, quasi tutte le aziende hanno ripreso ormai regolarmente la produzione. Quindi se il numero dei lavoratori migranti e il livello di occupazione sono attendibili, oltre il 90% di loro è ormai tornato al lavoro. Perché i lavoratori migranti non hanno riattivato le utenze?

LE ATTIVITÀ MORTUARIE A WUHAN

«Al momento, se anche soltanto il 10% degli account dei cellulari fosse stato chiuso perché gli utenti sono morti a causa del virus, il bilancio delle vittime sarebbe di 2 milioni», ha fatto notare Tang. E ad accrescere i dubbi si aggiunge infine l’analisi delle attività funerarie nella regione dell’Hubei, la più colpita. Le sette aziende attive a Wuhan hanno cremato corpi per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana a partire da fine gennaio. La provincia di Hubei ha utilizzato anche altri 40 crematori mobili dal 16 febbraio. Un ex giornalista della televisione di Stato cinese, la Cctv, Li Zehua, arrestato dai servizi di sicurezza e poi fatto sparire, era riuscito a entrare di nascosto a Wuhan, visitando la comunità di Baibuting, tra le più colpite dall’epidemia. Il 18 febbraio scorso, poco prima si sparire nel nulla, aveva trasmesso in diretta streaming da un crematorio della zona, dove documentava come il carico di lavoro fosse tale che moltissimi inservienti venivano assunti e pagati con salari elevati. In mancanza di dati certi, insomma, il vero bilancio delle vittime in Cina resta un mistero. E la scomparsa di 21 milioni di cellulari alimenta ipotesi che forse non potranno mai venire né verificate, né smentite.

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In Cina dopo l’emergenza coronavirus scatta quella dei rifiuti sanitari

Mentre i contagi sembrano essere stati bloccati, Pechino ora ha un altro problema: più di 20 città sono letteralmente sommerse da mascherine, tute, guanti usati provenienti dagli ospedali. Lo smaltimento procede a rilento e il rischio per la salute pubblica resta alto.

Proprio mentre Pechino annuncia trionfalmente di avere registrato zero casi di contagio da Covid-19 nel Paese, la Cina si trova di fronte a un nuovo problema da risolvere.

Un problema bello grosso: lo smaltimento di tonnellate di rifiuti sanitari altamente pericolosi, accumulati nei mesi dell’emergenza coronavirus.

Più di 20 città della Cina continentale sono letteralmente sommerse da rifiuti sanitari, con Wuhan, il centro dell’epidemia di Covid-19, che ha prodotto fino sei volte in più di rifiuti sanitari del solito, secondo quanto dichiarato dalle autorità.

Raccolta di rifiuti sanitari a Yangzhou, nella provincia dello Jiangsu (Getty Images).

Gli impianti di trattamento dei rifiuti medici in altre 28 città stanno lavorando a pieno ritmo, secondo quanto dichiarato nel corso di una conferenza stampa dal ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente che però non ha specificato quali fossero i centri interessati, forse per non creare un allarme intossicazione nella popolazione, già duramente provata dai mesi di segregazione e quarantena forzata.

A WUHAN PRODOTTE FINO A 240 TONNELLATE DI RIFIUTI AL GIORNO

Gli ospedali di Wuhan, una megalopoli da 11 milioni di persone, hanno prodotto più di 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno durante il picco dell’epidemia, rispetto alle 40 tonnellate di prima dell’emergenza, ha affermato Zhao Qunying, capo dell’ufficio di emergenza del ministero.

A Wuhan durante il picco della pandemia sono stati prodotti fino a 240 tonnellate di rifiuti al giorno (Getty Images).

Il governo centrale ha implementato 46 strutture mobili per il trattamento dei rifiuti sanitari nella città e ha annunciato la costruzione di un nuovo impianto di smaltimento con una capacità di 30 tonnellate, negli ormai usuali tempi-record cinesi: 15 giorni.

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«Abbiamo anche aggiornato le strutture per i rifiuti pericolosi per renderle in grado di trattare in sicurezza anche quelli sanitari», ha aggiunto Zhao. Del resto, l’inadeguatezza nella capacità di trattamento dei rifiuti sanitari è un problema di vecchia data in Cina. Secondo Hu Longhua, del centro per la gestione dei rifiuti solidi e delle sostanze chimiche del ministero, stando ai dati forniti dal National Bureau of Statistics cinese, nel 2018 sono stati prodotti in Cina oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti sanitari, ma ben 76 città non sono state in grado di trattarli nei tempi previsti e senza rischiare di mettere a repentaglio la salute pubblica.

Il governo ha annunciato la costruzione di nuovi siti di smaltimento (Getty Images).

PRODOTTI 116 MILIONI DI MASCHERINE AL GIORNO

Le mascherine usate, ovviamente, sono la quota più importante dell’enorme mole di rifiuti sanitari da smaltire e rappresentano una potenziale fonte di alto pericolo, considerato che non è ancora chiaro quanto a lungo il virus possa resistere sulle superfici. Durante la pandemia in Cina si è raggiunta e superata l’impressionate quantità di più di 116 milioni di mascherine prodotte al giorno, 12 volte in più rispetto all’inizio di febbraio, secondo i dati forniti dalla National Development and Reform Commission, la principale agenzia di pianificazione economica del Paese.

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Non è chiaro quante di queste mascherine vengano usate e poi gettate via quotidianamente, perché la quantità che ogni residente può acquistare è severamente contingentata e controllata dal governo.

Trasferimento di rifiuti a Wuhan (Getty mages).

I FATTORI DI BIORISCHIO

Ci sono poi i rifiuti prodotti dagli ospedali, che presentano un fattore di biorischio altissimo: camici, occhiali e altri presidi di protezione usa e getta degli operatori sanitari che lavorano a stretto contatto con i malati più infettivi; rifiuti biologici, garze, fluidi, sangue infetto, medicinali usati e così via. Una massa di rifiuti ad alto rischio che spesso finisce in discarica o viene destinata agli inceneritori, dopo la sterilizzazione. O meglio dovrebbe, perché in realtà si sono registrati casi in cui questi rifiuti sono stati raccolti e trattati come normai rifiuti domestici.

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Pechino torna lentamente alla normalità (vigilata)

Superato il picco della pandemia da coronavirus, la Capitale cinese ricomincia a popolarsi. Ma nonostante i nuovi casi siano prossimi allo zero, il governo non allenta le misure. Si temono altri focolai e i controlli personali restano stringenti. Il reportage.

da Pechino

Al parco di Beihai, a nord della Città Proibita, i cittadini escono di casa per sgranchirsi le gambe intorno al grande stupa bianco che domina il lago.

Coppie di anziani tirano briciole alle anatre mentre signori seri si danno da fare con macchine fotografiche e treppiedi per catturare uno scatto della primavera pechinese.

Il ritorno nei parchi è una delle prime prove di normalità in Cina. Dopo che il Paese è stato al centro dell’epidemia di coronavirus che ora sconvolge il mondo. Apparso a Wuhan, ufficialmente a dicembre, il virus ha infettato oltre 80 mila persone, uccidendone almeno 3 mila. La risposta del governo, dopo un inizio esitante è stata dura: la parola d’ordine è stata chiudere tutto e farlo il prima possibile.

I parchi di Pechino tornano lentamente a popolarsi (Getty Images).

I CASI CALANO E LA CITTÀ TORNA A VIVERE

Sembra aver funzionato. I nuovi casi di coronavirus sono ormai sporadici (per la prima volta il 19 marzo non se ne è registrato nessuno, mentre in Italia il numero di decessi ha superato quelli cinesi). Recentemente il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan, epicentro della crisi, dove ha dichiarato che il virus di fatto è stato bloccato con la stabilizzazione della situazione nella provincia dello Hubei e a Wuhan.

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Nelle città le vie spettrali del mese scorso si ripopolano di persone e le grandi arterie tornano a essere trafficate. «I clienti sono ancora pochi. Molto pochi, ma crescono. Ad aprile andrà bene», dice il gestore di un 7-11, la catena di negozi di convenienza che solo una settimana fa si disperava per l’assenza di clienti. Pechino può permettersi addirittura di inviare contributi all’estero e l’Italia, al centro della crisi europea, è stata uno dei principali destinatari. Nel nostro Paese sono arrivate 31 tonnellate di materiale e una squadra di medici: un vero colpo mediatico, soprattutto dopo le le dure critiche rivolte a Pechino nelle prime settimane della crisi, quando le autorità tentarono di minimizzare l’esplosione del virus.

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Da allora si è invertita la rotta. Con successo. Come ha riconosciuto a febbraio il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus: «I passi fatti dalla Cina per contenere l’epidemia alla sorgente hanno dato tempo al mondo».

Bambini a Piazza Tienanmen a Pechino, il 16 marzo (Getty Images).

RESTANO I CONTROLLI SULLE QUARANTENE

Il governo non ha però abbassato la guardia a casa. Tutt’altro: nonostante la situazione migliori, restano misure stringenti su quarantene e controlli. A preoccupare il grande rientro nei centri urbani che potrebbe originare nuovi focolai. Ed è indubbio che le autorità facciano sul serio. Per rendersene conto basta seguire la signora che passa di casa in casa per le vie del centro consegnando tessere rosse: vengono date solo a chi si trova in città da almeno 14 giorni, il periodo di quarantena, e sono necessarie per lasciare casa. «Senza tessera non si può uscire!», esclama lei con aria stupita quando le si chiede se almeno si può andare da uno dei fruttivendoli ancora aperti. La stessa signora ripassa poi a distribuire disinfettante per le mani.

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Anche se ora non ce n’è bisogno: il materiale medico-sanitario era scomparso dalla città all’inizio della crisi, ma è ora ampiamente disponibile. In un popolare supermercato specializzato in merce estera, per esempio, lo scaffale per i prodotti scontati è stato svuotato: niente più birre, succhi di frutta e latte australiano, solo alcol, guanti in lattice e mascherine. Nemmeno un’economia in picchiata sembra essere in grado di distogliere le autorità dal loro obiettivo. La produzione industriale è crollata del 13,5% nei primi due mesi dell’anno, mentre le vendite al dettaglio sono calate di oltre il 20%. Nonostante una prevedibile picchiata del Pil Pechino però non ha intenzione di allentare la stretta.

Passeggeri all’aeroporto di Pechino il 16 marzo (Getty Images).

SPOSTAMENTI MONITORATI E LASCIAPASSARE

Oltre ai controlli capillari, la tecnologia è stata l’arma segreta sfoderata dal governo nella battaglia contro il virus. Negli ultimi anni la Cina ha fatto passi da gigante sviluppando una serie di app. Quando il contagio è scoppiato, le autorità hanno capito che potevano servire a monitorare la diffusione del Covid-19 e non hanno esitato a usarle in modo massiccio. Anche chi è confinato al proprio domicilio, per esempio, deve contribuire attivamente al monitoraggio: è infatti obbligatorio registrarsi online e inviare giornalmente la propria temperatura corporea a un centro di raccolta dati. Gli spostamenti da una regione all’altra sono possibili solo dopo aver immesso tutta una serie di informazioni online e aver ottenuto un codice verde (se il codice è rosso si deve fare una quarantena preventiva una volta arrivati a destinazione).

Clienti all’Ikea di Pechino (Getty Images).

SERVE UN CODICE A BARRE PER ENTRARE NEI LOCALI

In alcune aree vige poi l’obbligo di scansionare un codice a barre, sempre usando Wechat, prima di entrare in negozi, alberghi e ristoranti: sarà così possibile rintracciare l’esatto percorso fatto dal paziente, se quest’ultimo dovesse risultare positivo al Covid-19. Pechino affina ora anche la mira, concentrandosi sugli stranieri e tutti coloro che arrivano dall’estero. Prima da Corea del Sud e Giappone, poi da Italia ed Europa. Le ultime misure prevedono che chi atterra all’aeroporto con un volo internazionale venga isolato non in casa ma in speciali alberghi gestiti da personale medico, con spese di vitto e alloggio a carico del viaggiatore. Insomma, continua quella che a febbraio il presidente Xi Jinping aveva definito una «guerra del popolo» contro la minaccia virale. Si tratta di una battaglia che Pechino deve vincere. A ogni costo.

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La misteriosa scomparsa del miliardario cinese oppositore di Xi Jinping

Da alcuni giorni nessuno ha più notizie del magnate Ren Zhiqiang. Recentemente in un pamphlet aveva definito il presidente cinese un clown criticandolo per la gestione dell'emergenza coronavirus.

Sono veramente pochi quelli che osano criticare pubblicate il presidente cinese Xi Jinping, l’uomo forse più potente del mondo.

Sicuramente il più vendicativo contro chi cerca di opporsi alla sua leadership praticamente incontrastata, come sussurrano quelli che lo conoscono bene.

Il più importante, ricco e influente tra i suoi (rari) critici, il miliardario cinese Ren Zhiqiang, è scomparso nel nulla domenica 15 marzo. Amici e familiari lanciano appelli preoccupati e, man mano che il tempo passa, sempre più disperati. Zhiqiang aveva definito Xi Jinping «un clown nudo» per la gestione dell’emergenza coronavirus in Cina. Una eclatante presa di posizione pubblica, l’ennesima, che gli potrebbe essere costata la libertà e forse la vita, dicono preoccupati i suoi amici e sostenitori.

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«Molti dei nostri amici lo stanno cercando in queste ore», ha detto alla Reuters l’imprenditrice Wang Ying, amica intima di Ren, aggiungendo di essere «estremamente in ansia» per la sua scomparsa. «Ren Zhiqiang è un personaggio pubblico e le istituzioni responsabili della sua sparizione devono fornire una spiegazione ragionevole al più presto».

IL PAMPHLET DEL MILIARDARIO

Ren, miliardario in dollari, membro del Partito Comunista ed ex alto dirigente del Huayuan Real Estate Group, una holding immobiliare controllata dalla Stato cinese, non si trova più da nessuna parte: non scrive sugli account social e non risponde più al telefono, come hanno denunciato all’agenzia Reuters tre suoi amici. Il 69enne aveva scritto un saggio fortemente critico a commento del discorso di Xi del 23 febbraio scorso sull’emergenza coronavirus. Il pamphlet, che era stato stampato e poi ampiamente diffuso online, non era firmato forse nel tentativo, a quanto sembra rivelatosi inutile, di evitare ritorsioni. Tutti però sapevano chi ne era l’autore. Paternità confermata anche dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

Ren Zhiqiang in una foto del 2006 (Getty Images).

«NON HO VISTO UN IMPERATORE, MA UN PAGLIACCIO NUDO»

Nel saggio “incriminato”, Ren aveva denunciato una «crisi di governance» all’interno del Pcc, incolpando il presidente Xi di essere responsabile delle restrizioni alla libertà di parola e della stampa, censurando le voci che denunciavano i ritardi e i silenzi della lotta contro il nuovo coronavirus, aggravando in tal modo l’epidemia.

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Nel pamphlet, in cui non si menziona mai Xi per nome, Ren ha scritto: «Non ho visto un imperatore che esibiva i suoi abiti migliori», ma «un pagliaccio nudo che si ostinava a voler fare l’imperatore».

LE USCITE DI «CANNON REN»

Soprannominato «Cannon Ren» e «Ren the Big Cannon» per i suoi audaci attacchi sui social media, l’imprenditore aveva spesso denunciato il controllo di Pechino sul mercato immobiliare. Non è chiaro quanto seguito abbiano le sue coraggiose prese di posizione, in un Paese come la Cina dove basta assai meno per finire nel mirino della censura governativa e per sparire nel nulla – come potrebbe essere accaduto a Ren Zhiqiang – se si ha la sventura di venire “attenzionati” dai funzionari dell’efficiente polizia politica segreta. La lista delle clamorose “disobbedienze pubbliche” del miliardario scomparso, che era già stato posto in libertà vigilata dal Partito Comunista per un anno per i suoi attacchi al governo, è molto lunga. Nel 2016, per esempio, aveva contestato pubblicamente l’allineamento dei media statali al Pcc proposto da Xi. Sempre secondo il Scmp, dopo la visita del presidente cinese al quartier generale dell’emittente televisiva statale Cctv, Ren aveva pubblicato sul social Weibo questa frase: «Quando il governo popolare si trasformerà in governo del partito? Non sprecare i soldi dei contribuenti per cose che a loro non servono a nulla». Il post fu subito eliminato e l’account Weibo di Ren bloccato.

Xi Jinping con la mascherina (Ansa).

IL NO COMMENT DELLE AUTORITÀ

Da allora Ren è stato visto raramente in pubblico, mentre la sua amica Wang ha affermato che il magnate aveva partecipato a eventi di beneficenza e si incontrava regolarmente con gli amici fino al giorno precedente la sua scomparsa. «Un cittadino non può semplicemente sparire, dobbiamo sapere se è stato preso da qualche dipartimento di polizia. La sua famiglia e i suoi amici hanno il diritto di saperlo», ha detto Zhang Ming, professore di storia alla Renmin University di Pechino. Anche lui ha cercato inutilmente di contattare Ren. Così come la Reuters e il Scmp: entrambi hanno chiamato il miliardario ma il cellulare o suonava a vuoto o risultava spento. Mentre la polizia di Pechino e l’ufficio informazioni del Consiglio di Stato si sono rifiutate di rispondere alle richieste di commenti della stampa.

Il miliardario Guo Wengui nel suo appartamento a New York (Getty Images).

L’ESILIO STATUNITENSE DI GUO WENGUI

Ren Zhiqiang non è l’unica spina nel fianco dei potentissimo presidente-imperatore della Cina. Anche altri hanno avuto il coraggio di far sentire la propria voce di dissenso, rischiando molto. Un altro uomo d’affari finito nel mirino è Guo Wengui, che però da tempo si trova in esilio negli Stati Uniti. Guo, arrivato al 73esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi della Cina, è l’autore di una sorta di manifesto contro il regime cinese intitolato Expose Revolution. Dopo essere entrato in rotta di collisione con i vertici del Partito Comunista, Guo fu accusato di corruzione e altri reati (dal rapimento allo stupro fino alla frode e riciclaggio di denaro) e costretto a fuggire dalla Cina alla fine del 2014, dopo aver appreso che sarebbe stato arrestato. Nel 2017 Guo, che si è sempre dichiarato totalmente estraneo a tutte le accuse, ha acquistato un appartamento da 82 milioni di dollari nell’Upper East Side di Manhattan, con vista su Central Park. Membro dell’esclusivo Mar-a-Lago Resort in Florida, proprietà del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Guo ha continuato in questi anni ad attirare l’attenzione internazionale sulla presunta corruzione nel sistema politico cinese.

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La Cina ci aiuta (a pagamento) ma dovrebbe chiedere scusa

Venderci respiratori e mascherine è sicuramente un passo avanti, ma non basta. Pechino sta cercando di cancellare le sue responsabilità nell'esplosione della pandemia. E la verità.

La Cina adesso ci “aiuta”, mandandoci presidi sanitari e mascherine (e qualche medico), a pagamento, mentre dovrebbe chiederci scusa e pagare i danni “di guerra” da coronavirus.

Come dimenticare, infatti, gli errori e le responsabilità di Pechino, specialmente nella gestione iniziale dell’emergenza e nel tentativo di nascondere l’epidemia?

Tutto questo mentre la straordinaria macchina della propaganda del Partito Comunista Cinese, si sta dando un gran daffare per negare l’evidenza e cancellare la memoria collettiva sull’indiscutibile origine cinese del virus, aggiungendo così la beffa al danno. Con il beneplacito del nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che con una mano stacca un consistente assegno ai cinesi e con l’altra si spertica in ringraziamenti ufficiali al grande cuore della Cina, twittando con insistenza: «non siamo soli».

I TENTATIVI DI FARE DIMENTCARE LA VERITÀ

Per carità, avere mascherine, macchinari per la ventilazione e aiuto medico, seppure pagandolo, è sempre meglio di quanto stia facendo l’Europa (niente) o la Bce, che addirittura ci danneggia. Ma il tentativo (quasi riuscito ormai) di rovesciare la verità portato avanti dal Pcc ha dell’incredibile, nella sua sfrontatezza. La Cina ha cominciato a lanciare una settimana fa un’aggressiva campagna diplomatica e mediatica allo scopo di cercare di occultare definitivamente al mondo la data esatta dell’inizio dell’epidemia. Cercando di far dimenticare che tacendo per mesi (ormai si sa che i primi casi erano già noti a novembre, mentre l’epidemia è stata resa pubblica solo il 20 gennaio) ha permesso che il virus si diffondesse sia al suo interno che nel resto del mondo, durante l’intero periodo festivo del Capodanno lunare.

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Ma non basta, perché per l’arrogante Partito Comunista Cinese ammettere di essere responsabile del disastro sanitario ed economico che sta affliggendo oggi il nostro Paese – e che presto colpirà molte altre nazioni – non è nemmeno pensabile. Non ce la fanno. Tutto ciò che collega la Cina al virus deve essere messo in discussione e scomparire per sempre dai libri di storia.

LA NEGAZIONE DELLA EVIDENZA

Tutti gli ambasciatori cinesi all’estero hanno ricevuto l’ordine di diffondere il seguente messaggio attraverso il loro account Twitter (social vietato in Cina) o di cercare di far sì che venga ripetuto dai media stranieri: «Se è vero che il coronavirus è stato debellato con successo da Wuhan, la sua vera origine rimane sconosciuta. Stiamo cercando di scoprire esattamente da dove proviene». Un gigantesco tentativo di negare l’evidenza dei fatti.

COSÌ IL VIRUS CAMBIA NAZIONALITÀ

Allo stesso modo, i media cinesi – controllati dal Partito – insistono sul fatto che il mercato degli animali di Wuhan, (oggi completamente ripulito e forse in procinto di venire raso al suolo, allo scopo di non lasciare alcuna traccia) che sappiamo essere all’origine dell’epidemia, non sarebbe più l’epicentro del contagio. La parola d’ordine è Instillare con ogni mezzo il dubbio nelle menti delle persone e dei media occidentali: il  primo passo per poi alimentare tutte le teorie complottistiche attualmente in circolazione, puntando in particolar modo su un’origine americana di questo virus. Così il virus cinese diventa americano, oppure “giapponese” e persino … virus italiano!

Secondo recenti indiscrezioni, infatti, l’’ambasciata cinese a Tokyo la scorsa settimana avrebbe inviato un messaggio a tutti i cittadini cinesi in Giappone circa le linee guida da seguire se si trovano di fronte al «coronavirus giapponese». Come se il virus una volta arrivato in Giappone avesse preso il passaporto nipponico. Una mossa sconcertane che non è passata inosservata al governo di Tokyo, che ha rinviato la visita ufficiale di Xi Jinping in Giappone, prevista per aprile, e ha vietato l’ingresso ai cittadini cinesi sul suo territorio.

NO, LA GOVERNANCE CINESE NON È MEGLIO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA

Infine, beffa nella beffa, una martellante campagna di propaganda diffusa a tappeto su tutti i mezzi di comunicazione stranieri, compresi Facebook e Twitter, invitano il mondo a “ringraziare la Cina” per i sacrifici che ha fatto nella lotta contro il virus, esaltandone la disponibilità a condividere l’esperienza con i Paesi che ne avranno bisogno: «Continuando il nostro lavoro di prevenzione in Cina (…) forniremo supporto ai Paesi stranieri nei limiti delle nostre capacità», ha affermato il viceministro cinese per gli Affari esteri. Un tentativo molto furbo di far passare il messaggio che l’epidemia è sotto controllo grazie al Partito Comunista cinese, e che per i Paesi stranieri che adesso devono affrontarla, compreso il nostro, «sarebbe impossibile adottare le misure radicali che la Cina ha adottato», come ha scritto la scorsa settimana il quotidiano governativo Global Times, cercando di far passare a livello internazionale il messaggio che il controllo assoluto garantito dal sistema illiberale di governance cinese sia migliore di quello delle democrazie occidentali e l’unico in grado di garantire la gestione di questa come di qualsiasi altra emergenza. Le ultime misure di quarantena adottate dall’Italia, invece, dimostrano il contrario.

E di fronte a questa sfacciata propaganda cinese, il sinologo Steve Tsang, professore presso il Chinese Institute di Londra, ha spiegato che «il Pcc ha sempre avuto il monopolio della verità e della storia in Cina e continua a negare l’evidenza, rifiutandosi ostinatamente di ammettere qualsiasi insabbiamento delle notizie iniziali sull’epidemia. I funzionari del partito pensano di avere ragione anche quando ovviamente hanno torto». Aggiungendo: «Ma la loro falsa verità deve venire messa in discussione in Occidente. Spetta a noi, nel mondo democratico, denunciare la sfacciata operazione di propaganda del Pcc».

La verità insomma è che l’Italia è vicina la collasso totale (e altri Paesi seguiranno) come conseguenza delle enormi responsabilità del governo di Pechino, che non può pensare di cavarsela vendendoci il carico di un aereo pieno di mascherine, qualche apparato per la ventilazione assistita e alcuni medici, come quello atterrato ieri a Roma. La Cina deve chiederci scusa e dovrebbe pagare i “danni di guerra” del coronavirus. Con buona pace del nostro Ministro degli Esteri.

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Quello che la Cina non ha detto sull’inizio del contagio di coronavirus

Secondo alcuni rapporti pubblicati dal South China Morning Post il primo malato è stato registrato il 17 novembre. Si tratta di un 55enne dell'Hubei. Ma ci potrebbero essere casi di Covid-19 ancora precedenti. Mentre una dottoressa di Wuhan accusa Pechino: «Ho denunciato l'esistenza di un nuovo virus a dicembre ma le autorità mi hanno imposto il silenzio».

«Ho denunciato l’esistenza di un nuovo virus anche a dicembre ma le autorità mi hanno imposto il silenzio». Ai Fen, dottoressa a capo del dipartimento per le emergenze dell’ospedale centrale di Wuhan, ha raccontato in una lunga intervista al South China Morning Post, come le venne ordinato di tacere per non diffondere il panico. «Se il Partito avesse ascoltato la mia denuncia, forse ora l’epidemia di coronavirus non sarebbe così diffusa».

L’IDENTIFICAZIONE DEL PRIMO INFETTO

Un’autentica bomba che rischia di mettere seriamente in crisi Pechino, proprio mentre alcuni registri del governo cinese, pubblicati il 13 marzo in esclusiva dal quotidiano in lingua inglese, individuano la prima persona infettata (anche se ufficialmente non è ancora stata identificata come paziente zero globale). Si tratterebbe di un cittadino della provincia dell’Hubei di 55 anni. Data del contagio: 17 novembre 2019. Ben prima di fine dicembre quando fu resa nota l’esistenza del nuovo virus. Ma ci potrebbero essere altri casi precedenti non registrati.

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L’ORDINE DI NON DIFFONDERE NOTIZIE

Le rivelazioni pubblicate dal Scmp riguardano anche alcuni rapporti medici che dimostrerebbero come i dottori di Wuhan, malgrado avessero raccolto campioni di casi sospetti, non furono in grado di confermare i loro risultati perché rimasti impantanati nelle maglie della burocrazia e obbligati a ottenere l’approvazione dal Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie prima di divulgare le notizie: un’autorizzazione che poteva richiedere molti giorni e a volte settimane. Nel frattempo venne loro ordinato di non diffondere al pubblico alcuna informazione sulla nuova malattia.

L’ALLARME LANCIATO SU WECHAT

Lo confermano anche le parole della dottoressa Fen che ha raccontato di avere passato in un primo tempo al magazine cinese People la foto della diagnosi di un paziente che aveva in cura, affetto da una polmonite causata da un coronavirus simile alla Sars. Il magazine prima ha postato la foto sul suo profilo Wechat (social cinese), ma subito dopo l’ha cancellata, spingendo gli utenti, infuriati, a ripubblicare l’articolo su altre piattaforme. Wechat è gestito dalla People’s Publishing House, un’azienda di Stato e la scomparsa del post ha coinciso con la prima visita del presidente Xi Jinping a Wuhan dall’inizio della crisi, durante la quale ha elogiato i residenti per il loro duro lavoro e i sacrifici compiuti: il messaggio della dottoressa di Wuhan avrebbe rischiato di offuscare l’immagine trionfalistica ripetuta in modo martellante dalla propaganda di Pechino. L’oftalmologo Li Wenliang, il medico divenuto “eroe” per avere a sua volta cercato di diffondere queste notizie ed essere poi morto in corsia curando i malati, era tra i medici che avevano condiviso la sua foto.

IL SILENZIO PER «NON DIFFONDERE IL PANICO»

La dirigente ha anche raccontato di avere immediatamente avvisato i servizi sanitari e il dipartimento di controllo delle malattie infettive. «Ho letteralmente “afferrato” il direttore di pneumologia dell’ospedale, che stava passando per il mio ufficio, e gli ho detto che uno dei suoi pazienti era stato infettato da un virus simile a Sars», ha ricordato. La risposta del superiore fu però di tacere. Come ha ricostruito la dottoressa, la commissione sanitaria di Wuhan aveva emesso una direttiva secondo cui gli operatori non dovevano rivelare nulla sul virus o sulla malattia che causava, per evitare di scatenare il panico. Poco dopo, l’ospedale vietò a tutto il personale la divulgazione di qualsiasi informazione. Due giorni dopo, un funzionario accusò esplicitamente Fen di «diffondere voci e seminare panico», riferendosi alla fotografia che aveva pubblicato online. «Ho visto tutto nero», ha ammesso la dottoressa. «Non mi stava criticando per non aver lavorato duramente… mi ha fatto sentire una persona orribile, che stava rovinando il futuro di Wuhan. Ero disperata». Hu Ziwei, un’infermiera dello stesso ospedale che si è infettata circa una settimana dopo dalla denuncia di Fen, ha confermato questa versione. «L’ospedale in un primo momento ha annotato sulla mia cartella clinica che soffrivo di “polmonite virale”», ha detto, «ma in seguito ha cambiato la descrizione in generiche “infezioni”».

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L’impatto del coronavirus sull’import/export della Cina

Il colosso asiatico registra un deficit di 7,09 miliardi di dollari a gennaio-febbraio contro le attesi du un surplus di 24,6 miliardi.

Gli effetti del coronavirus sull’economia cominciano a impattare gravemente sulla Cina. Il colosso in cui per primo si è sviluppata l’epidemia ha subito un deficit commerciale di 7,09 miliardi di dollari a gennaio-febbraio, in totale controtendenza rispetto alle attese dei mercati di un surplus di 24,6 miliardi. Oltre all’export, che nello stesso periodo è sceso del 17,2% annuo (a fronte di una stima a -14,2%), il calo dell’import si è fermato al 4% (rispetto ad un previsto -15%).

EXPORT -17,2%

L’export, crollato del 17,2%, si è attestato a 292,49 miliardi di dollari nel primo bimestre, a fronte di attese a -14,2%, scontando i problemi alla catena di produzione e distribuzione pesantemente colpita dalla decisione di estendere la festività del Capodanno lunare di gennaio negli sforzi per contenere il contagio del coronavirus nel Paese. Le vendite di alluminio grezzo, includendo metalli primari, manufatti in lega e semilavorati, sono crollati del 25,3% annuo a quasi 700 mila tonnellate. L’export di terre rare, alla base dei beni hi-tech, è crollato del 17,3%, a 5.489,2 tonnellate.

IMPORTAZIONI SCESE SOLO DEL 4%

Le importazioni, secondo i dati delle Dogane cinesi, sono scese del 4%, a 299,54 miliardi, a fronte del -15% atteso. Sotto pressione le spese per materie prime come il rame (-1,2% a 3,77 milioni di tonnellate), mentre il greggio è aumentato del 5,2%, a 86,09 milioni di tonnellate, con le raffinerie impegnate a rafforzare le scorte prima del Capodanno lunare. L’import di soia è salito del 14,2% annuo grazie ai maggiori acquisti dagli Usa per effetto della tregua nella guerra commerciale.

SURPLUS CON GLI USA SCESO A 25,37 MILIARDI

Il surplus commerciale con gli Stati Uniti è sceso a 25,37 miliardi di dollari, in calo del 40% rispetto ai 42,16 miliardi dello stesso periodo del 2019. I dati delle Dogane cinesi, che includono gli effetti dell’epidemia del coronavirus, hanno segnalato volumi commerciali bilaterali calati del 19,6%, a 422,5 miliardi di yuan (circa 62 miliardi di dollari). I due Paesi hanno firmato il 15 gennaio la ‘fase uno’ dell’accordo commerciale per porre fine alla guerra dei dazi.

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Storia delle donne cinesi in prima linea contro il coronavirus

Il profilo più alto è Sun Chunlan, volto del Partito comunista a Wuhan e vicepremier. Anche a gestire la Sars ci fu una donna, Wu Yi. Ma il Paese è al 95esimo posto per gender gap. E durante l'epidemia infermiere e dottoresse sono state messe sotto pressione dai media. Che le hanno rappresentate come deboli.

L’ex leader cinese Mao Zedong dichiarò che «le donne portano sulle loro spalle la metà del cielo e devono conquistarsela». Era uno slogan di propaganda usato per la prima volta nel 1955 per incoraggiare una maggior presenza femminile nelle cooperative rurali, nel lavoro dei campi, nelle piantagioni di riso e nella produzione agricola. Durante la guerra di Pechino contro il coronavirus, ha scritto il South China Morning Post, le donne hanno ricoperto lavori e ruoli difficili e hanno sostenuto metà del cielo, o anche di più, secondo analisti e femministe.

SUN CHUNLAN, IL VOLTO SEVERO DELLA CRISI

Il profilo più alto è quello di Sun Chunlan, volto del Politburo a Wuhan e sottoposta a crescenti pressioni: 69 anni, è vice premier e responsabile della Cultura, dell’Educazione e della Salute pubblica e l’unica donna nel Politburo di 25 membri del Partito comunista al potere. Chunlan ha trascorso più di un mese in prima linea a Wuhan, nella provincia dell’Hubei, da dove il virus si è diffuso per la prima volta a dicembre 2019. Il suo è stato il volto severo nella crisi, che ha parlato con il personale medico, sottolineando l’importanza di ricoverare i pazienti in ospedale e curarli il più rapidamente possibile. Ha controllato i progressi delle nuove strutture in costruzione e avvertito i funzionari locali che «non devono esserci disertori, o saranno inchiodati sul pilastro della vergogna storica per sempre».

SOTTO PRESSIONE COME WU YI AI TEMPI DELLA SARS

In quanto funzionario di più alto livello nell’epicentro, Sun è stata sottoposta a crescenti pressioni. Deve sopportare il grosso peso delle polemiche sull’epidemia che in Cina ha ucciso oltre 3.100 persone infettandone più di 90 mila, la maggior parte nell’Hubei, gettando Pechino nella sua peggiore crisi degli ultimi decenni. Sebbene sia al centro della crisi, la copertura mediatica statale sulla leadership di Sun è stata limitata: secondo gli analisti è il presidente Xi Jinping che prende decisioni sulle questioni importanti. Sun, che ha iniziato la sua carriera in una fabbrica di orologi nella provincia Nord-orientale di Liaoning, sta seguendo le orme di un’altra donna vicepremier, Wu Yi. Nel 2003 fu Wu a guidare la battaglia contro la Sars, epidemia che causò la morte di oltre 800 persone. Conosciuta come Iron Lady in Cina per la sua durezza, Wu raccontò dopo la Sars che dirigere la task force per gestire l’epidemia fu estremamente stressante. La Cina fu pesantemente criticata per aver negato informazioni sull’epidemia.

LA CINA NON È UN PAESE PER DONNE IN POLITICA

Stando ai dati della Banca mondiale, solo il 23,9% dei seggi parlamentari in tutto il mondo è occupato da donne. In Cina il quadro è decisamente peggiore: il Paese ha avuto sei donne nel suo Politburo dal 1949 (attualmente l’unica è appunto Sun Chunlan). La Cina è stata classificata al 95esimo posto nel mondo per coinvolgimento politico delle donne dal Global Gender Gap Report 2020 del Forum economico mondiale. La vicina India, popolosa come la Cina, occupa il 18esimo posto, mentre l’Islanda è al primo, l’Italia al 76esimo. Secondo Hu Xingdou, scienziato politico indipendente, le donne leader sono state ritenute più capaci di conquistare la comprensione e la fiducia della gente comune durante periodi di crisi come le epidemie.

Le donne svolgono ruoli molto importanti nella battaglia contro questa malattia, facendo il proprio lavoro in un momento cruciale

Feng Yuan, cofondatore della Ong di Pechino Equality

«Ma la maggior parte delle volte, la Cina si affida maggiormente agli uomini per la loro aggressività nel governo del Paese». Oltre a Sun, altre donne hanno assunto ruoli importanti a Wuhan. Zhang Jixian è stata una dei primi medici a lanciare l’allarme sul virus a dicembre. La 54enne ha riferito l’aumentare dei casi ai suoi superiori alla fine di dicembre. Il suo ospedale ha quindi contattato le autorità sanitarie locali e provinciali. I media di Stato hanno cercato di attirare l’attenzione sulle molte donne che lavorano come dottoresse e infermiere nel trattamento dei pazienti con coronavirus, ma gli sforzi per includerle in una campagna di propaganda hanno fallito. «Le donne svolgono ruoli molto importanti nella battaglia contro questa malattia, facendo il proprio lavoro in un momento cruciale», ha affermato Feng Yuan, cofondatore di Equality, organizzazione non governativa a Pechino. «Ma sono deluso dal vedere alcuni media concentrarsi sui loro ruoli di genere convenzionali e rappresentarle come il sesso più debole evidenziando solo i sacrifici personali che sono state costrette a fare».

INFERMIERE IN LACRIME MENTRE SI RASAVANO LA TESTA

Il rapporto di febbraio sulle infermiere di diverse città che si sono rasate la testa per «comodità» e per aiutare a controllare la diffusione del virus prima di andare a Wuhan per dare una mano ha provocato indignazione online. Gli ospedali hanno affermato che le donne erano «disposte» a farlo, ma alcune infermiere sono state riprese che piangevano mentre si tagliavano i capelli. È successo dopo che la Cctv l’11 febbraio ha descritto l’infermiera Zhao Yu come «una grande madre e un angelo in abito bianco» per aver continuato a lavorare nel reparto di emergenza di un ospedale militare a Wuhan durante una gravidanza a rischio. L’emittente ha affermato che Zhao aveva insistito per lavorare nonostante fosse a 20 giorni dal parto, in un rapporto che acclamava la sua devozione per il suo lavoro – ma gli utenti dei social media hanno sollevato preoccupazione per la situazione e il video è stato ritirato dal sito web della Cctv.

DENUNCIATE PRESSIONI DISUMANE SULLE DONNE

Il giorno successivo il Wuhan Evening News ha elogiato un’infermiera di 27 anni che era tornata al lavoro 10 giorni dopo l’intervento chirurgico a seguito di un aborto spontaneo. Lu Pin, attivista femminista, ha affermato quanto sia «disumano» fare pressione o incoraggiare le donne a compiere questi sacrifici personali. «Ha fatto luce sull’ambiente sociale in cui vivono le donne cinesi. È una realtà crudele che ci sia una mancanza di autonomia e una protezione insufficiente sul lavoro, tra le altre cose», ha detto Lu, che vive a New York. «Lo status delle donne non è allo stesso livello del contributo che danno al Paese».

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Le notizie sul coronavirus del 15 febbraio 2020

L'aereo dell'Aeronautica militare con a bordo Niccolò è atterrato a Pratica di Mare. Il 17enne di Grado era rimasto bloccato a Wuhan per la febbre. Ora la quarantena allo Spallanzani.

È atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare il volo dell’Aeronautica Militare sul quale viaggia Niccolò, il 17enne di Grado che era rimasto bloccato a Wuhan per due volte a causa della febbre. Ad accogliere il giovane, oltre alla sua famiglia, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. A bordo del Boeing KC-767 dell’Aeronautica militare che ha riportato Niccolò in Italia ha viaggiato anche il vice ministro della Salute Pierpaolo Sileri, assieme a medici ed infermieri. Dopo lo sbarco, Niccolò è stato trasferito allo Spallanzani per la quarantena necessaria per l’emergenza coronavirus, ma non prima di aver superato tutti i controlli.

UNA BARELLA SPECIALE

Per Niccolò il giovane è stato utilizzato lo stesso protocollo con il quale è stato rimpatriato dalla Sierra Leone un connazionale con una grave forma di tubercolosi polmonare resistente a ogni trattamento farmacologico. Si tratta di una barella speciale protetta da un involucro di Pvc che permette l’osservazione e il trattamento del paziente in isolamento (gestito da un’equipe medica) con potenti filtri che impediscono il passaggio di particelle potenzialmente infette. L’isolamento, sempre da protocollo, proseguirà anche durante il suo imminente trasferimento in ospedale con una speciale autoambulanza.

DI MAIO: «TUTTI GLI ITALIANI EVACUATI»

«Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia. Bentornato a casa!», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio postando il video dell’aereo dell’Aeronautica militare che atterra all’aeroporto di Pratica di Mare con il 17enne di Grado a bordo. «Niccolò è giovane e forte e non potevamo permettere che un ragazzo di 17enne rimanesse tutte queste settimane in Cina», ha aggiunto il titolare della Farnesina. «Abbiamo mantenuto la promessa fatta ai genitori. Con oggi abbiamo completato il processo di evacuazione di tutti gli italiani».

Pratica di Mare. Appena atterrato il volo che ha riportato Niccolò in Italia.Bentornato a casa!

Posted by Luigi Di Maio on Friday, February 14, 2020

ANCORA BLOCCATI GLI ITALIANI SULLA DIAMOND PRINCESS

Restano invece ancora bloccati nella baia di Yokohama dal 3 febbraio, i 35 italiani passeggeri della nave da crociera Diamond Princess, ferma per quarantena dopo che 218 persone a bordo hanno contratto il virus, otto di loro in forma grave. «L’Unità di crisi sta sentendo tutti gli italiani a bordo della Diamond Princess», ha spiegato Di Maio. «Nessuno di loro presenta sintomi o fa sospettare che ci possa essere un sintomo legato al coronavirus. Valuteremo tutte le possibilità ed eventuali azioni da intraprendere per proteggere i nostri connazionali», ha aggiunto. Sbarcate il 14 febbraio le prime 11 persone, tutte sopra gli 80 anni e negative al test. Il governo americano ha deciso di evacuare i suoi cittadini. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, a circa 380 persone a bordo è stata offerta la possibilità di salire su due voli in partenza dal Giappone verso gli Stati Uniti, in base a quanto detto dal Centers for Disease Control and Prevention.

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Il nuovo coronavirus minaccia anche il Partito Comunista cinese

ORIENTE ESTREMO. Accuse di insabbiamenti. E di aver gestito malissimo l'emergenza sul nascere. Cadono le teste dei funzionari dell'Hubei, ma potrebbe essere solo l'inizio. E mentre Amnesty international denuncia il mancato rispetto dei diritti umani, il «nuovo demone» rischia di minare anche la solidità del Pcc.

In Cina rotolano le prime teste, direttamente colpite dal nuovo coronavirus, ora ribattezzato ufficialmente dagli esperti Sars-CoV-2 (una nuova Sars, insomma).

Sono quelle dei funzionari locali dell’onnipotente Partito comunista cinese dell’Hubei, la regione focolaio del virus letale.

Gli alti papaveri di Pechino li hanno accusati di avere gestito male, anzi malissimo, l’emergenza. Un’emergenza che lo stesso presidente Xi Jinping ha paragonato a quella causata dal disastro di Chernobyl.

PECHINO HA PUNITO I FUNZIONARI DELL’HUBEI

Come sempre in questi casi è stato il Quotidiano del popolo – organo del Partito – a dare la notizia della caduta in disgrazia di Zhang Jin, segretario della commissione Santità di Hubei, e di Liu Yingzi, direttore della commissione, rimossi dal loro incarico dal comitato permanente del Partito comunista della provincia. Al loro posto è subentrato il numero due della commissione sanitaria nazionale cinese, Wang Hesheng, molto vicino a Xi Jinping che la scorsa settimana lo aveva nominato membro del Comitato centrale provinciale del Partito.

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In Cina, in realtà, quando si dice che “le teste rotolano”, l’immagine rischia di non restare soltanto una metafora, visto che capita spesso che i funzionari del Pcc caduti nella polvere, spesso da un giorno all’altro, si ritrovino presto o tardi in ginocchio davanti al boia e poi con una pallottola nella nuca. Non è per nulla infrequente, infatti, che a loro carico i solerti giudici a Pechino trovino qualche capo d’imputazione, uno almeno tra i tanti che prevedono la pena capitale. In Cina, si sa, il boia non va mai in ferie.

L’ALLARME DI AMNESTY INTERNATIONAL

Ce lo ricorda ancora una volta Amnesty International che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme diritti umani in Cina come conseguenza delle misure straordinarie e draconiane messe in atto dal governo, nel tentativo di circoscrivere l’epidemia e vincere la battaglia contro il virus. Ribattezzato anche «il nuovo demone» dal presidente-a-vita Xi al quale il disastro in cui rischia di sprofondare il suo Paese, il suo Partito e forse egli stesso, invece che togliere il sonno sembra piuttosto stimolare una certa vena creativa nell’inventare definizioni sempre nuove del microscopico nemico.

LEGGI ANCHE: Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina

Commentando l’ulteriore stretta alle libertà fondamentali di stampa e di espressione, già più che precarie e ora ulteriormente colpite dall’epidemia, il direttore di Amnesty International per l’Asia, Nicholas Bequelin, ha parlato senza mezzi termini di «fallimento dei diritti umani». Riferendosi alla tragica storia del medico Li Wenliang, che per primo cercò di mettere in guardia la Cina e il mondo sullo scoppio dell’epidemia del coronavirus finendo per essere fermato dalle autorità e poi riabilitato divenendo eroe, Bequelin ha detto: «Nessuno dovrebbe essere minacciato o sanzionato per aver denunciato un pericolo per la salute pubblica solo perché ciò potrebbe mettere in imbarazzo le autorità. La Cina apprenda questa lezione e, nel combattere l’epidemia, adotti un approccio basato sui diritti umani».

L’EPIDEMIA METTE A RISCHIO I DIRITTI UMANI

Gli appelli di Amnesty rischiano però ancora una volta di cadere nel vuoto in un Paese come la Cina dove le preoccupazioni che il governo possa approfittare della situazione per aumentare ulteriormente la stretta autoritaria e totalitaria sembrano più che condivisibili. Approfondendo tutti i rischi legati al momento drammatico che sta attraversando il Paese, il direttore di Amnesty per l’Asia ha dichiarato: «Censura, discriminazione, arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani non devono trovare posto nella lotta contro l’epidemia da coronavirus». «Durante un’epidemia sono a rischio altri diritti umani: la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici. Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità» ha insistito. «Sebbene l’Organizzazione mondiale della Sanità stia incessantemente lodando la Cina, la realtà», ha concluso il responsabile di Amnesty, «è che la risposta del governo di Pechino è stata e rimane altamente problematica». Del resto Xi Jinping e i suoi, assisi al vertice di quel Partito Comunista che da ormai più di 70 anni governa con mano decisa e pugno di ferro l’antico Regno di Mezzo, sanno molto bene che su questo virus rischiano di giocarsi tutto: la loro credibilità nei confronti del popolo cinese e la stessa legittimità del loro potere assoluto. 

LEGGI ANCHE: Il coronavirus ha infettato il modello di sviluppo cinese

Come ha correttamente notato l’autorevole opinionista Wang Xiangwei sul quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post, «ciò che Xi teme di più è che la Cina si rivolti contro il Partito Comunista. Non sono solo le vite, la salute e l’economia dei cinesi a essere minacciate dalla malattia mortale. Anche il sistema di regole centralizzato autoritario della Cina lo è».

IL NEMICO INVISIBILE CHE MINA LA SOLIDITÀ DEL PARTITO

In altre parole, possiamo dire che l’attuale crisi potrebbe minacciare il dominio del partito, ed erodere la fiducia del popolo nel sistema centralizzato autoritario sul quale i leader cinesi hanno fondato la loro credibilità per costruire la seconda economia più grande nel mondo. Ciò che preoccupa maggiormente i burocrati di Pechino è proprio che l’epidemia, e l’iniziale insabbiamento da parte dei funzionari locali, possano indurre i cinesi a dirigere la loro rabbia verso il sistema centralizzato autoritario del partito. Da quando Xi è salito al potere alla fine del 2012, il massiccio apparato di propaganda ha esaltato la retorica secondo cui la dittatura del partito ha reso la Cina forte economicamente, militarmente e tecnologicamente esibendo, come in un grande e ininterrotto spot pubblicitario di se stesso, i treni ad alta velocità, le applicazioni all’avanguardia dell’intelligenza artificiale, le ambizioni spaziali e le nuove portaerei, nonché il grandioso progetto della Nuova via della Seta che promette trilioni di yuan per lo sviluppo di infrastrutture dall’Asia all’Europa all’Africa. Ora tutto questo rischia di venire messo seriamente in crisi e forse distrutto da un minuscolo e invisibile virus. Letale non solo per il numero di vite umane che sta reclamando, ma per lo stesso Partito Comunista cinese.

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Perché Hong Kong è la città più sicura dal contagio di Covid-19

Dopo l'epidemia di Sars la comunità medica e scientifica dell'ex colonia e le sue università sono all’avanguardia negli studi su questi virus. I casi di contagio attualmente presenti sul suo territorio vengono gestiti senza misure eccessive e con estrema efficacia. L'italia Impari.

Gestire l’emergenza Coronavirus imparando da Hong Kong. Se c’è qualcuno nel mondo, infatti, che può vantare al suo attivo l’esperienza unica di essere già passata attraverso l’incubo contagio, quella è proprio l’ex colonia britannica. Che sta gestendo perfettamente, senza misure eccessive ma con estrema efficacia, i casi attualmente presenti sul suo territorio.

Ancora pochi – meno di 50 – ma se facciamo il paragone con la psicosi italiana e le misure un po’ schizofreniche del nostro governo, e soprattutto ci ricordiamo che noi siamo a quasi 10 mila km di distanza dalla Cina, allora davvero non ci resta che prendere esempio dalle autorità di Hong Kong.

E per questo appare poco comprensibile e decisamente eccessiva la decisione del nostro governo, unico tra tutti i partner europei, di chiudere i voli non solo verso la Cina continentale ma anche verso Hong Kong e Taiwan.

IL CASO DEL CONDOMINIO HONG MEI HOUSE

La situazione nell’ex colonia è sotto controllo, ma non viene assolutamente sottovalutata, anche alla luce delle ultime recenti novità rese note dalla stampa locale: due infettati che vivevano nello stesso condominio, ma a 10 piani di distanza l’uno dall’altro e che non avevano avuto alcun contatto tra di loro, e un’intera famiglia di nove persone ammalatasi dopo avere mangiato tutti insieme nella saletta per il barbecue di un ristorante. La prima notizia è quella che preoccupa di più le autorità sanitarie di Hong Kong, perché farebbe strada all’ipotesi che il virus possa correre attraverso le tubature fognarie.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”

Tutti i residenti del condominio Hong Mei House, nel quartiere di Tsing Yi, composto da ben 35 piani, sono stati evacuati dopo che due di loro sono risultati positivi al coronavirus Covid-19. Nel bagno di uno dei due ammalati, una donna di 62 anni che vive 10 piani sotto l’altro infetto, i sanitari hanno trovato un tubo non sigillato. Sophia Chan, del ministero della Salute locale, ha affermato che altri quattro inquilini che vivono in unità separate hanno sviluppato i sintomi del Coronavirus, tra cui febbre, tosse secca e difficoltà respiratorie. Da qui la decisione di evacuare tutti residenti, in via precauzionale.

L’esterno dell’Hong Mei House a Hong Kong.

La paura è che possa essersi ripetuto quanto accaduto durante l’epidemia di Sars del 2003, nel cosiddetto “condominio della Sars”, gli Amoy Gardens a Kowloon, dove ben 42 residenti morirono e altri 329 furono contagiati dal virus attraverso tubature difettose. È ancora presto però per dire se possa o no essere accaduta la stessa cosa oggi con il nuovo coronavirus, sulle cui modalità di trasmissione si sa ancora molto poco. «Le due situazioni non sono nemmeno lontanamente paragonabili», ha dichiarato Frank Chan, segretario ai trasporti e all’edilizia di Hong Kong.

I CONTAGI AVVENUTI NEL RISTORANTE DI KOWLOON

Impensierisce anche il caso dei nove membri della stessa famiglia che sono stati infettati dopo aver condiviso un pasto in una saletta per barbecue in un ristorante di Kowloon, che si chiama Lento Party Room. Inizialmente un membro della famiglia di 24 anni e sua nonna si sono sentiti male manifestando i sintomi del virus. Successivamente alla madre e al padre dell’uomo, a due sue zie e tre cugini è stata diagnosticata l’infezione. Le loro età vanno dai 22 ai 68 anni.

Il gruppo Fulum, proprietario di un altro ristorante che si trova nel quartiere di Wan Chai – antico quartiere a luci rosse che oggi ospita la movida notturna e i locali più frequentati dell’ex colonia – ha confermato che anche a un membro del suo staff al ristorante Sportful Garden è stato diagnosticato il coronavirus, dopo aver condiviso il pasto caldo del nuovo anno con la famiglia infettata il 26 gennaio. Il gruppo ha anche dichiarato che il locale è stato immediatamente sottoposto a pulizia e disinfezione e resterà chiuso per 14 giorni, mentre a tutto il personale è stato chiesto di mettersi in quarantena volontaria per due settimane.

HONG KONG È ORA UNA DELLE CITTÀ PIÙ SICURE

Dall’inizio dell’epidemia le autorità di Hong Kong hanno reagito con prontezza, chiudendo rapidamente la frontiera terrestre con la Cina, malgrado questa vedesse ogni giorni un traffico di decine di migliaia di persone che la attraversavano per motivi di affari o svago e soprattutto malgrado le rimostranze della Cina continentale. L’ex colonia ha insomma messo in campo tutto il peso della terribile esperienza acquisita al tempo della Sars, quando nella sola Hong Kong morirono quasi 400 persone e oltre 400 casi di infezione accertati.

La comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus

La città è in questo momento uno dei luoghi al mondo dove anche gli ospedali sono meglio attrezzati per fronteggiare l’epidemia e sono dotati di attrezzature per il contenimento di molti malati in condizioni critiche, che necessitano un livello di isolamento totale, come appunto quelli infettati dal nuovo Coronavirus. Infine la comunità medica e scientifica di Hong Kong e le sue università sono all’avanguardia negli studi sulla prevenzione, gestione e trasmissione di questi virus. Per questo il professor Yuen Kwok-yung, microbiologo dell‘Università di Hong Kong Hku, ha dichiarato che la città «si trova in una fase di eccellente contenimento del virus» e «in una situazione molto migliore dello scoppio di Sars nel 2003», descrivendo l’incidente nel condominio Hong Mei House come «assolutamente sotto controllo».

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Perché il coronavirus potrebbe aiutare le specie a rischio estinzione

Pechino ha vietato la vendita di animali selvatici, spesso in pericolo come il pangolino, perché principali indiziati dell'origine dell'epidemia. Ma il bushfood o la bushmeat sono diffusi in altre aree del Pianeta. Dall'Africa all'Australia.

Il nuovo coronavirus è una minaccia per l’umanità, ma potrebbe essere per il Wwf e altre organizzazioni ambientaliste un vantaggio per molte specie in pericolo.

Questo dopo che il governo cinese ha vietato il consumo di carne di animali selvatici spesso in via di estinzione, sospettati di aver potuto avviare il contagio come pipistrelli, serpenti e visoni. Anche se secondo gli ultimi studi della South China Agricoltural University l’anello di congiunzione tra animale e uomo sarebbe il pangolino. La sequenza genetica del nuovo coronavirus isolata in questo mammifero infatti risulta al 99% identica a quella delle persone infette. E proprio il pangolino in tutta l’Asia rischia l’estinzione perché considerato un cibo da ricchi, uno status symbol.

Si dirà: ripetere che i cinesi si sono ammalati mangiando carni che per la gran parte dell’umanità sono schifezze sa di fake news razzista. Però sono ipotesi diffuse dagli stessi media cinesi e da pubblicazioni scientifiche. Non solo: ora sono accreditate proprio dal divieto di consumo imposto da Pechino.

LEGGI ANCHE: a che punto è la ricerca scientifica dell’origine del coronavirus

LE DIFFERENZE CULTURALI A TAVOLA

In realtà tutte le culture alimentari hanno gusti non condivisi da altre. Dalla pastissada veronese alla pignata pugliese passando per il pist di Parma o per le coppiette romane, solo per fare qualche esempio, la gastronomia italiana è piena di ricette con carne di cavallo, cosa che nei Paesi anglosassoni fa orrore e negli Stati Uniti è addirittura fuori legge. Mentre i cinesi storicamente non consumavano latticini e avevano un particolare disgusto per i formaggi, anche se la globalizzazione sta cambiando rapidamente questa situazione.

Un macellaio a Pechino (Getty Images).

IL BOOM DEL BUSHMEAT IN AFRICA

In compenso, hanno una particolare passione per il gusto definito yewei: “selvatico”. Non solo i cinesi, in realtà. Anche in Africa occidentale e centrale la domanda di quella che è definita bushmeat è altissima. Nel 2016 almeno 301 specie di mammiferi terrestri erano considerate a rischio d’estinzione. Ogni anno, si stima, il consumo di bushmeat oscilla tra l’1 e i 5 milioni di tonnellate. Perfino i gorilla e gli scimpanzé finiscono cucinati. In Gabon si stima che il loro numero si sia ridotto del 56% proprio per via del loro utilizzo alimentare. E anche in Africa il consumo di animali selvatici è stato individuato come origine di varie malattie. Secondo alcune teorie, sia l’ebola sia l‘hiv sarebbero partite dal consumo di primati.  Anche il bushfood degli aborigeni australiani o il country food di indiani ed eschimesi del Canada comportano un forte consumo di animali selvatici inconsueti nelle diete occidentali, ma in questo caso l’impatto è minore.

Un mercato di Pechino (Getty Images).

LE SPECIALITÀ VENDUTE NEL MERCATO DI WUHAN

Bushmeat, bushfood e country food hanno invece in comune l’essere gastronomia di popolazioni rurali, anche con un forte carattere identitario. Al contrario, il gusto yewei è considerato raffinato. Era proprio della Corte imperiale e costituisce spesso una ostentazione di ricchezza. Il mercato di Wuhan era conosciuto per la grande offerta di animali selvatici come serpenti, procioni o porcospini, che nonostante il divieto della legge erano esposti in gabbie per essere venduti.

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Ma tutta la Cina è oggi ritenuta il maggior consumatore mondiale di animali selvatici, sia in forma legale che illegale. A parte la zuppa di pipistrello – una delle principali indiziate dell’origine del nuovo virus – ci sono la zuppa di testicoli di tigre, quella di civetta delle palme (che non è un uccello ma un mammifero viverride), i serpenti secchi, usati per trattare l’artrite nella medicina tradizionale cinese, il cobra fritto, la zampa d’orso stufata e il vino all’osso di tigre.

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Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina

Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.

A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo.  Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.

Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN

Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia.  Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.

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Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.

Sono almeno 5 i milioni di cittadini di Wuhan usciti dalla città e ora impossibilitati a fare rientro a casa (Getty Images).

IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO

Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE

Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

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Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

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La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

L’allestimento di posti letto a Wuhan (GettyImages).

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA

Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

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Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Wuhan coronavirus cina
Wuhan dopo i blocchi è diventata di fatto un lazzaretto a cielo aperto.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

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Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».

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Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus è stato contagiato

Li Wenliang, un dottore di Wuhan, era stato silenziato dalla polizia dopo che aveva messo in guardia i suoi studenti sul virus il 30 dicembre. Ora ha annunciato di aver contratto la malattia.

Il primo medico a lanciare l’allarme sul coronavirus in Cina è stato contagiato. Il 30 dicembre del 2019, Li Wenliang, 34enne di Wuhan, annunciò ai suoi studenti di avere riscontrato il virus su sette pazienti. Tramite WeChat, la principale app di messaggistica cinese, mise in guardia i suoi alunni, i suoi amici e i suoi familiari. Alcuni di questi messaggi vennero fotografati e iniziarono a circolare in rete in modo virale.

MESSO A TACERE DALLA POLIZIA

La polizia di Wuhan in quei giorni stava cercando di contenere il diffondersi delle informazioni: Li fu accusato di procurato allarme e venne silenziato. Il 4 febbraio ha dichiarato alla Cnn di essere stato contagiato. La notizia ha fatto scandalo in tutta la Cina, dove il governo è sempre più sotto pressione per non aver dato informazioni accurate sull’epidemia nei primi giorni della diffusione.

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Le notizie sul coronavirus dell’1 febbraio 2020

In una sola giornata, in Cina sono morte 46 persone. Quasi tutte, tranne una, nella provincia di Hubei. Anche l'Australia si attrezza per l'epidemia: limitazioni agli arrivi per 15 giorni.

Mentre tutto il mondo, Italia compresa, prende misure di sicurezza per arginare l’epidemia, in Cina il coronavirus continua a colpire con violenza. Con i suoi 46 nuovi decessi e i suoi 2.102 nuovi casi confermati, venerdì 31 gennaio è stata la giornata con il bollettino più grave dall’inizio dell’emergenza. I dati forniti dalla Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese portano il conteggio totale delle morti a 259 e quello dei contagiati accertati a quota 11.791. Tutti i decessi delle ultime 24 ore tranne uno sono avvenuti nella provincia di Hubei, epicentro del focolaio ormai diffuso in tutto il mondo.

APPLE CHIUDE GLI STORE IN CINA

Apple ha annunciato la chiusura di tutti i suoi negozi e uffici in Cina fino al 9 febbraio: lo si legge in una nota del colosso di Cupertino, secondo cui gli store online resteranno invece operativi. «I nostri pensieri vanno alle persone più direttamente colpite dal coronavirus e a quelle che lavorano senza sosta per contenerlo», recita la nota. Sulla base degli ultimi aggiornamenti degli esperti sanitari, «stiamo chiudendo tutti i nostri uffici societari, i negozi e i contact center nella Cina continentale fino al 9 febbraio».

L’AUSTRALIA ATTENDE 400 MILA PASSEGGERI DA QUI AD APRILE

Intanto anche l’Australia, già fortemente provata dagli incendi che l’hanno devastata rendendone irrespirabile l’aria, comincia a temere. Secondo i media locali Sidney e Melbourne sono le città al di fuori dell’Asia a più alto rischio. Uno studio mostra che nei due aeroporti nei prossimi tre mesi potrebbero passare quasi 400 mila passeggeri cinesi in arrivo da 18 città considerate ad alto rischio. Per questo il Paese ha deciso di varare misure per a non consentire l’accesso nel Paese agli stranieri non residenti in arrivo dalla Cina.

INGRESSO NEGATO AI NON RESIDENTI

A partire dall’1 febbraio, l’ingresso sarà consentito solo a «cittadini australiani, residenti nel Paese, persone a carico, tutori legali o coniugi», ha annunciato il premier Scott Morrison. Le misure per avviare il blocco «sono in fase di completamento», ha detto il premier. Le misure resteranno in vigore per 15 giorni. La decisione è arrivata dopo un vertice tra il premier e i responsabili della Salute del Paese.

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Il coronavirus ha infettato il modello di sviluppo cinese

ORIENTE ESTREMO. L'epidemia ha messo in luce uno dei paradossi del Dragone. La superpotenza economica mondiale soffre ancora di gravi carenze sanitarie e informative. E la struttura gerarchica del potere rallenta drammaticamente ogni processo decisionale.

Mentre il contagio per la “nuova Sars” si estende a macchia d’olio, arrivando anche in Italia, il sospetto che le autorità cinesi non ce la stiano raccontando giusta cresce in modo esponenziale.

E se non abbiamo finora prove che Pechino abbia taciuto e continui a tacere alla comunità internazionale informazioni fondamentali sull’origine del contagio e sulla sua reale entità, sappiamo ormai con ragionevole certezza che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva applicato fino a giovedì un modello di previsione ottimistico sull’epidemia su pressione di Pechino, per evitare di dichiarare l’emergenza internazionale sull’epidemia di coronavirus.

Tante cose, troppe, non tornano in questa vicenda. E molte domande restano senza risposta, malgrado siano state poste ripetutamente al governo cinese: come ha avuto inizio il contagio e quando? Se il bilancio è quello “ufficiale”, perché con meno di 10 mila contagiati e poco più di 200 morti, sono stati a tutti gli effetti messe in isolamento quasi 60 milioni di persone, blindando intere città a partire da una megalopoli come Wuhan? Non lo sappiamo. La Cina tace su questi punti e la paura – e anche la psicosi – nel mondo cresce. 

A RISCHIO IL NUOVO MODELLO DI SVILUPPO CINESE

A un’altra una domanda però si può già dare una risposta certa: questo virus ucciderà il tanto sbandierato nuovo modello cinese di sviluppo, trascinando l’economia cinese indietro di anni e mettendo a nudo tutte le  criticità e le inadeguatezze di un enorme Paese cresciuto troppo in fretta? La risposta è affermativa, senza alcun dubbio.

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Il contagio evidenzia come una nazione che vuole imporsi come esempio di progresso e sviluppo vincente a livello planetario, non può permettersi carenze così evidenti nella propria struttura sanitaria e la persistenza di abitudini arcaiche e diciamo pure barbare come il consumo di carne di animali selvatici e pericolosi – quasi sempre in condizioni igieniche inaccettabili – come quelli che si consumano nei mercati cinesi.

TUTTI I LIMITI DELLA GESTIONE AUTORITARIA DEL POTERE

Paradossalmente la crisi sanitaria causata dal nuovo coronavirus mette allo scoperto i limiti di un sistema di gestione autoritaria del potere come quello ancora saldamente in vigore in Cina, e la sua effettiva capacità di gestire una situazione-limite come questa. Un governo onnipotente, infatti, significa da un lato la possibilità di imporre una quarantena rapida ed efficace a decine di milioni di persone senza rischiare sommosse e panico incontrollato, ma allo stesso tempo è stato lo stesso sistema gerarchico autoritario a causare ritardi critici nel contenere il coronavirus.

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Allo stesso modo il modello cinese, così efficace quando l’economia stava crescendo, è sopravvissuto alla sua stessa utilità in un Paese che ora sta cercando di sconfiggere la cosiddetta “trappola del reddito del ceto medio”: quella classe diventata benestante grazie al prodigioso sviluppo economico degli ultimi due decenni e che ora pretende per sé e per i suoi figli un welfare moderno, efficiente ed economico. Quello che la Cina – l’emergenza in corso lo dimostra – non è stata in grado di assicurare loro.

INCHIODATI ALLA GERARCHIA

Mentre i travolgenti poteri del governo rappresentano un vantaggio nella gestione di una crisi nazionale, non sono così efficaci nel prevenirla. Da quando il virus ha iniziato a emergere all’inizio di dicembre, gli eventi hanno ricalcato quasi fedelmente quelli che portarono all’esplosione incontrollata della Sars nel 2003, come se nulla fosse cambiato in 17 anni. A dimostrazione che il modello cinese è uno strumento ottimo per realizzare grandi progetti, ma non così efficace con problemi complessi a microlivelli. Il totale fallimento nella prevenzione del virus di Wuhan mostra queste debolezze sistemiche. Una struttura di governo in cui tutti, nella filiera gerarchica, sono responsabili nei confronti di qualcuno sopra di loro porta inevitabilmente al risultato, nel caso della Cina, che i funzionari locali – e non solo – hanno cominciato a ragionare in questo modo: «Meno iniziativa si prende, meno è probabile che si abbiano colpe».

LA REAZIONE SOVIETICA ALL’EMERGENZA

Una crisi sanitaria richiede decisioni rapide, ma nel sistema di gestione cinese non vi è alcun incentivo per farlo. Se un funzionario sul posto avesse deciso di vietare la frequentazione di luoghi affollati e imporre una quarantena a chiunque fosse collegato a un paziente infetto, la crisi del coronavirus si sarebbe potuta bloccare sul nascere. Ma poi il funzionario sarebbe stato accusato di creare problemi, sconvolgere l’economia e portare vibrazioni negative alle celebrazioni del festival di primavera per il capodanno lunare.

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Quindi la reazione è stata quella tipicamente “burocratica”, sovietica, potremmo definirla: sono state fatte segnalazioni ai superiori immediati, allo scopo di evitare di prendersi pericolose responsabilità. Fino a quando, scalando lentamente la gerarchia, finalmente l’informazione non è arrivata a qualcuno sufficientemente anziano e dotato di effettivo potere che ha finalmente preso la decisione scomoda: nel frattempo sono passate le settimane. E ormai, come già accadde con la Sars, era troppo tardi. Alcuni credono che con Internet e l’intelligenza artificiale, la Cina possa essere gestita come Singapore, nonostante le sue dimensioni. Questa crisi rivela quanto questo pensiero sia errato. Uno stretto controllo non può instillare negli individui il senso critico di responsabilità che alla fine salvaguarda la società. È tempo per la Cina – e per il mondo intero – di ripensare il modello cinese. Sempre che sopravviva al Coronavirus.

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Le ultime notizie sull’epidemia di coronavirus del 30 gennaio

Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell'Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7.700.

Si allarga l’epidemia di coronavirus cinese. Il numero di morti confermati è salito a 170, di cui 162 nella provincia dell’Hubei, dove si trova la città di Wuhan. Mentre il numero delle persone contagiate ha superato quota 7 mila 700. Soltanto il 29 gennaio i nuovi casi accertati sono stati oltre 1.700 e i decessi 38. Si tratta del più alto aumento giornaliero dall’inizio dell’emergenza, sebbene le autorità di Pechino stiano tenendo in quarantena decine di milioni di persone.

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In Cina il contagio del coronavirus ha superato quello della Sars

Sono saliti a 5.974 i casi contro i 5.327 dell'epidemia 2002-2003. Che però fece più morti: 349 a 132. Ma la diffusione dell'infezione sembra rallentare. Mentre Trump valuta di sospendere tutti i voli da e per Pechino.

Peggio della Sars. Il contagio del coronavirus di Wuhan ha superato in Cina quello del 2002-2003 legato alla Sindrome respiratoria acuta grave. Sono i numeri della Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese a confermarlo: 5.974 casi annunciati contro 5.327, in base alle statistiche ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Quanto ai decessi, i 132 casi finora imputabili al coronavirus sono ancora lontani dai 349 di fine 2003.

RIMPATRIATI I CITTADINI AMERICANI

Intanto da Wuhan, epicentro dell’epidemia, un aereo ha riportato a casa i cittadini americani. La Casa Bianca ha comunicato a tutte le compagne che sta considerando di sospendere i voli da e per la Cina di fronte all’escalation dell’emergenza. Il ministro della Sanità Alex Azar ha detto che «non si esclude nulla».

PRIMO CASO NEGLI EMIRATI ARABI UNITI

Nella provincia dell’Hubei, da dove è partito il contagio, si contano 25 nuovi decessi in più, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro primo caso.

MA I CONTAGI GIORNALIERI RALLENTANO

Unico dato positivo: ha rallentato il dato dei contagi giornalieri, facendo segnare un -600. I casi di coronavirus confermati nella giornata di martedì 28 gennaio sono stati 1.459, meno dei 2.077 registrati nella giornata di lunedì, a segnalare un possibile inizio della frenata del contagio.

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Il laboratorio di Wuhan al centro dei complottismi sul nuovo coronavirus

Nella città focolaio dell'epidemia si trova una struttura ad altissima sicurezza. Nel 2017, la rivista Nature raccolse le perplessità di alcuni scienziati sulla sua sicurezza e trasparenza. E questo ha alimentato una serie di bufale e notizie non verificate. La storia. La storia.

L’ipotesi sarebbe da incubo. E nutrimento per complottisti di ogni sorta.

Tutto nasce dall’esistenza a Wuhan, la città cinese epicentro dell’epidemia del nuovo coronavirus, di un laboratorio di ricerca di massima sicurezza. Da cui, sempre secondo tesi che stanno circolando con insistenza in Rete, sarebbe “sfuggito” il virus letale.

Del rischio di una fuoriuscita di agenti patogeni parlò nel 2017 la rivista Nature in occasione della sua inaugurazione. «Il laboratorio a Wuhan è autorizzato a lavorare con i patogeni più pericolosi del mondo», scriveva David Cyranoski, corrispondente per l’area Asia-Pacifico, basato a Shanghai. La costruzione faceva parte di un piano che prevede la realizzazione tra i cinque e sette laboratori di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) sulla terraferma cinese entro il 2025. Comprensibile, dunque, che fin dalla sua apertura, abbia generato molta eccitazione nella comunità scientifica internazionale, ma anche altrettante  preoccupazioni.

I DUBBI SUL LABORATORIO

Molti ricercatori di Wuhan si sono formati in un analogo laboratorio di massima sicurezza di tipo BSL-4 a Lione, in Francia: una circostanza che alcuni scienziati ritenevano rassicurante. Facendo però anche notare che la struttura francese aveva finora ad allora eseguito test utilizzando soltanto virus a basso rischio di contagio. Richard Ebright, un biologo molecolare americano della Rutgers University di Piscataway, nel New Jersey, interpellato da Nature in merito all’affidabilità del laboratorio di Wuhan e in generale dell’intera rete di laboratori BSL-4 cinesi, aveva espresso serie preoccupazioni, ricordando come fosse «ormai acclarato che il virus della Sars era sfuggito dalle strutture di contenimento di alto livello in Cina più volte». 

Una sala del laboratorio di massima sicurezza di Wuhan (Getty Images).

Tim Trevan, fondatore di Chrome Biosafety and Biosecurity Consulting a Damasco, nel Maryland, sottolineava come «una cultura aperta e la possibilità di effettuare controlli da parte della comunità scientifica internazionale e da organizzazione esterne non-governative, sia fondamentale per mantenere sicuri i laboratori BSL-4», domandandosi quanto in Cina, dove il governo è l’unico a esercitare il controllo su queste strutture ad altissima pericolosità, si potesse garantire trasparenza e dunque sicurezza.

I PROTOCOLLI DI SICUREZZA

Il laboratorio di Wuhan, dichiarato conforme agli standard di sicurezza più elevati dal China National Accreditation Service for Conformity Assessment (Cnas), come tutte le strutture BSL-4 ha regole rigide sul filtraggio e il trattamento delle acque reflue prima del loro smaltimento e tutti i ricercatori sono tenuti cambiarsi i vestiti e fare la doccia prima e dopo l’uso delle strutture. Si trova all’interno del Wuhan Institute of Virology ed è diretto dal professor Yuan Zhiming, uno scienziato con al suo attivo decine e decine di pubblicazioni e specializzato, tra l’altro, proprio in Laboratory biorisk management and applied biosafety research (gestione dei bio-rischi da laboratorio e ricerca applicata sulla biosicurezza), come si legge sulla sua biografia sul sito web dell’istituto.

Ricercatori nel laboratorio di Wuhan, 2017 (Getty Images).

L’ESPLOSIONE DELLE TEORIE COMPLOTTISTE

Questo lo scenario verificato e verificabile su cui poi, come spesso accade in occasione di nuove epidemie e nuove emergenze sanitarie globali, si sono costruite teorie che al momento non hanno alcun riscontro. Dalla creazione del nuovo coronavirus in vitro fino all’esistenza di un programma segreto di Pechino sulle armi biologiche.

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Ma a spalancare una ipotesi ancora più incredibile sull’origine della diffusione del virus, si sono aggiunte le dichiarazioni di una presunta “gola profonda”, un impiegato che lavora nel laboratorio di Wuhan. La struttura si trova infatti a pochi chilometri dal mercato ittico del centro città, dove si ritiene che il coronavirus abbia avuto origine. Il contagio sarebbe passato dall’animale all’uomo attraverso il consumo di carne di animali selvatici – forse pipistrelli o altre “prelibatezze alimentari” consumate in Cina – venduti al mercato. Proprio quello dove, secondo le dichiarazioni di questo impiegato, alcuni suoi colleghi addetti allo smaltimento degli animali morti utilizzati per gli esperimenti, sarebbero andati a rivenderli. Per guadagnare qualche soldo “extra”. Ma anche questa è l’ennesima teoria non verificata.

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Il coronavirus non viene dal mercato ittico di Wuhan

Lo sostiene una ricerca citata da Science. L'ipotesi è che il virus possa essere stato portato da una persona già infetta.

Una ricostruzione dell’epidemia di coronavirus – pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science sul suo sito – afferma che il primo caso di infezione risale al 1 dicembre e la persona infettata non era stata prima al mercato ittico di Wuhan, considerato finora il focolaio del virus. Dei primi 41 casi esaminati dal gruppo di ricerca cinese guidato da Chaolin Huang, dell’ospedale Jin Yin-tan di Wuhan, 27 (pari al 66%) erano stati al mercato a partire dal 10 dicembre.

Gli altri scenari ipotizzano che il virus sia arrivato al mercato tramite uno o più animali infetti

L’ipotesi è che il virus possa essere stato portato al mercato di Wuhan dalla persona infetta: ad affermarlo sul sito di Science è Kristian Anderson, biologo dello Scripps Research Institute di San Diego, impegnato nello studio del genoma del virus. Questo «è uno dei tre scenari finora considerati che è ancora coerente con i dati: è del tutto plausibile stando alle nostre attuali conoscenze», spiega il biologo Anderson. Gli altri due scenari ipotizzano che il virus sia arrivato al mercato tramite uno o più animali infetti.

CRESCE IL BILANCIO DELLE VITTIME

Nel frattempo il contagio non accenna a fermarsi. La commissione nazionale di sanità cinese ha reso noto che sono stati registrati 769 nuovi casi di coronavirus nelle ultime 24 ore, fino alla mezzanotte di domenica 26 gennaio. I decessi sono intanto saliti a quota 81, mentre i casi accertati dell’infezione in Cina ammontano a 2.835, secondo l’ultimo bollettino fornito dalla tivù statale Cctv, in base alle comunicazioni delle autorità sanitarie.

SOSPETTO CONTAGIO IN AFRICA

Il 27 gennaio le autorità della Costa d’Avorio hanno avviato i controlli per un sospetto contagio: sarebbe il primo caso in Africa. La Mongolia ha chiuso le frontiere stradali con la Cina, mentre la Germania sta valutando la possibilità di evacuare i cittadini tedeschi che si trovano a Wuhan. Secondo quanto ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Adebahr, in conferenza stampa a Berlino, in queste ore si sta riunendo a Berlino un’unità di crisi su questa emergenza sanitaria. Sono 19 i cittadini tedeschi che «vivono, lavorano o studiano» a Wuhan. In Germania, ha poi aggiunto la portavoce del ministero della Sanità, ci sono tutti gli strumenti per «riconoscere eventuali casi di infezione, isolarli e trattarli».

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Sale ancora il bilancio delle vittime del coronavirus in Cina

Ottanta morti e quasi 2.750 casi di contagio nell'ultimo bilancio stilato da Pechino. Che prolunga le festività del Capodanno come parte delle misure per contrastare l'epidemia.

Non accenna a diminuire l’emergenza coronavirus in Cina e nel resto del pianeta. Il bilancio ufficiale delle vittime è salito a 80 morti e quasi 2.750 casi di contagio confermati in tutto il Paese asiatico. Le autorità di Hubei, epicentro del virus, hanno riferito oggi di 24 nuove vittime e di 444 nuovi casi. Pechino ha deciso di prorogare le festività per il Capodanno cinese di tre giorni fino al 2 febbraio, come parte delle misure del governo per combattere l’epidemia di polmonite virale. Inizialmente i cinesi sarebbero dovuti tornare a lavorare venerdì 31 gennaio, dopo sette giorni festivi che si traducono in centinaia di milioni di viaggi in tutta la Cina. Intanto, la Mongolia ha chiuso le frontiere stradali con la Cina per il rischio di diffusione del nuovo coronavirus. Per lo stesso motivo è stata decisa la chiusura delle scuole. È stato poi accertato come il primo caso di infezione da risalga al primo dicembre e la persona infettata non sia stata al mercato ittico di Wuhan. È quanto emerso dalla ricostruzione delle prime fasi dell’epidemia pubblicata sulla rivista The Lancet e segnalata dalla rivista Science sul suo sito. Dei primi 41 casi esaminati dal gruppo di ricerca cinese guidato da Chaolin Huang, dell’ospedale Jin Yin-tan di Wuhan, 27 (pari al 66%) erano stati al mercato a partire dal 10 dicembre.

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Le misure contro l’emergenza coronavirus dalla Cina al resto del mondo

Pechino stabilisce un cordone sanitario per 56 milioni di persone dopo che il numero di vittime è salito a 41. Blocco del traffico a Wuhan e decine di città isolate. Quattro casi anche in Australia. Il punto.

Dalla Cina al resto del globo. Si fa sempre più allarmante l’emergenza coronavirus, col numero di casi accertati in costante aumento al di fuori dell’Asia e decine di morti nel Paese che ha contribuito alla diffusione del virus. È salito, infatti, a 41 vittime, dopo 15 nuovi decessi nelle ultime ore, il bilancio ufficiale in Cina, dove le autorità locali hanno precisato che le persone ora infette hanno superato il migliaio.

CORDONE SANITARIO PER 56 MILIONI DI PERSONE

Le ultime 15 morti si sono registrate nella capitale provinciale di Wuhan, la città di 11 milioni considerata l’epicentro dell’epidemia. Proprio Wuhan e altre 13 città della provincia sono state isolate in uno sforzo senza precedenti per contenere il micidiale virus respiratorio che intanto si va diffondendo in altre aree della Cina e in altri Paesi. Il governo di Pechino, da parte sua, ha esteso il cordone sanitario volto a circoscrivere l’infezione del coronavirus simile alla Sars. I provvedimenti riguardano ora 56 milioni di persone.

BLOCCO DEL TRAFFICO A WUHAN

Sono state inoltre inviate 450 unità di personale medico militare a Wuhan. Alcune di loro hanno avuto esperienze nella lotta contro la Sars o l’Ebola: i medici sono arrivati a su aerei militari nella serata di ieri. Verranno ora smistati negli ospedali con il maggior numero di pazienti infetti. La città, poi, limiterà il traffico automobilistico nel tentativo di contenere l’epidemia dell’infezione.

QUATTRO CASI ACCERTATI ANCHE IN AUSTRALIA

Intanto, sono quattro i casi di contagio accertati in Australia: uno a Melbourne e tre nel Nuovo Galles del Sud. Tutti e quattro i pazienti sono stati di recente in Cina e tre di loro, scrive il Guardian, di 43, 45 e 53 anni, sono arrivati direttamente da Wuhan. Hong Kong ha dichiarato l’epidemia del coronavirus «un’emergenza» – il livello di allarme più alto della città – mentre le autorità hanno aumentato le misure nel tentativo di ridurre il rischio di diffusione di ulteriori infezioni.

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Perché la Cina non può permettersi una nuova Sars

ORIENTE ESTREMO. Nel 2003 Pechino nascose il contagio per mesi. Con il nuovo coronavirus le cose sembrano essere cambiate. La potenza iper-tecnologica e in competizione con gli Usa ha una reputazione globale da difendere. E si spera che stavolta non ci siano vasi di Pandora da scoperchiare come 17 anni fa.

Mentre scrivo le notizie disponibili dicono che la Cina ha messo in quarantena più di 40 milioni di persone, pari a tre quarti della popolazione italiana, blindando 13 città, la più grande delle quali, Wuhan, da sola fa più abitanti di Londra e Parigi messe assieme.

E tutto questo con la consapevolezza di non rischiare sommosse e panico incontrollato come nella Los Angeles di Blade Runner.

Ci sono alcune considerazioni da fare di fronte a questo dato e di fronte alla cronaca della nuova epidemia di Coronavirus.

SOLO UN REGIME PUÒ PERMETTERSI MISURE SIMILI

La prima, la più immediata, è che solo un regime veramente autoritario e assolutista può permettersi una cosa simile. E la Cina di oggi lo è. Persino di più della Cina di 17 anni fa, quella della primavera 2003 quando scoppiò la catastrofica epidemia di Sars. Anche allora si parlò di chiudere addirittura la Capitale cinese, Pechino, ma il governo del presidente Hu Jintao e del premier Wen Jiabao non ne ebbe la forza. Basterebbe questa constatazione, in un momento drammatico come questo di fronte all’insorgere del nuovo virus, a dare il metro di come la Cina attuale, sotto i lustrini delle sue sfide tecnologiche e del suo benessere “americano”, abbia fatto ben pochi passi avanti sostanziali verso la democrazia, i diritti e la trasparenza. 

LA CINA DI OGGI È PIÙ TRASPARENTE DI QUELLA DEL 2003?

La seconda considerazione ci porta dritti alla domanda: ma la Cina di oggi, di fronte a un’emergenza sanitaria globale come quella di queste ore, sarà più trasparente, è stata finora più trasparente e onesta di quanto lo fu di fronte alla Sars? Apparentemente la risposta è affermativa, ma probabilmente è ancora troppo presto per dirlo.

L’operazione di copertura per la Sars fu scandalosa. Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong e tenne nascosta la notizia

Con la Sars si dimostrò che Pechino sapeva del virus già più di sei mesi prima che la notizia divenisse ufficiale e l’epidemia incontrollabile. L’operazione di copertura, cover-up come direbbero gli inglesi, per la Sars fu a dir poco scandalosa. Il 27 marzo 2003 scrissi per Repubblica un articolo dal titolo «Virus killer, 1300 casi sospetti: la Cina ha taciuto l’epidemia».

Manifesti a Pechino nel novembre 2003 (Getty Images).

Si accertò che Pechino già dal novembre del 2002 sapeva di casi di polmonite sospetta nella regione cinese del Guangdong, al confine con Hong Kong. E sarà un caso o una coincidenza (non credo alle coincidenze) ma anche allora il Capodanno cinese giocò un ruolo fondamentale  – un tragico ruolo – nella vicenda: Pechino infatti tenne nascosta l’entità del contagio fino agli inizi di marzo, proprio per attendere la fine delle festività lunari, per non rovinare gli affari miliardari legati alla festa più importante dell’anno per i cinesi di tutto il mondo, che allora come oggi si mettono in viaggio a centinaia di milioni alla volta per raggiungere i parenti nelle campagne o per tornare dall’estero a visitarli. 

IL TIMORE DI RIPERCUSSIONI SULL’ECONOMIA CINESE

Certo, si può sostenere che adesso il governo cinese abbia imparato la lezione, visto che stavolta non ha esitato nel prendere provvedimenti a dir poco drastici: quarantena per intere metropoli, sospensione di tutti i festeggiamenti anche a Pechino eccetera eccetera. Ma il punto è: perché fa tutto questo? Per una legittima preoccupazione per la salute dei suoi concittadini o per il timore che – tacendo l’entità del contagio – le ripercussioni sull’economia cinese sarebbe esponenziali? Propenderei per la seconda ipotesi.

Controlli a Wuhan, nella provincia di Hubei, focolaio del nuovo coronavirus (Getty Images).

È stato calcolato che la Sars costò allora alla Cina una cifra variabile tra i 40 e i 50 miliardi di dollari dell’epoca, creò un ritardo all’economia cinese  – che proprio in quegli anni iniziava il suo travolgente cammino – di oltre due anni e tagliò radicalmente il Pil per diverso tempo. E i soldi, lo si sa, sono l’unico dio in cui i cinesi credono devotamente. La speranza è che mi stia sbagliando e che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica che vuole competere con l’America e anche scalzare quest’ultima dal podio mondiale delle superpotenze, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili, come accadde per la Sars. Perché questo nuovo virus fa paura, tanta paura, anche se la contabilità dei morti per ora si può ancora definire irrisoria. 

UN TERRORE IRRAZIONALE AL QUALE NON CI SI ABITUA

Ho ancora fisso nella mente il ricordo di quella sera calda e umida a Hong Kong, nell’aprile del 2003. Dovevo girare un servizio per il Tg2 proprio nel complesso di condomini popolari dove si era verificato il primo massiccio focolaio del virus della Sars. Indossai la mia mascherina, impugnai il microfono, diedi l’ok al cameraman dell’Aptn (ricordo che vidi in un lampo i suoi occhi sopra la mascherina, prima che la telecamera li coprisse, che mi rimandarono come in uno specchio tutta la paura e l’angoscia che erano anche mie) e cominciai a raccontare.

La speranza è che questa nuova Cina, la potenza iper-tecnologica, abbia davvero imparato la lezione. E che stavolta non ci sia nessun vaso di Pandora da scoperchiare, pieno di omissioni e segreti inconfessabili

Più tardi, tornato sull’Isola di Lantau dove vivevo, un attimo prima di varcare la porta di casa mi prese, improvviso, il terrore di poter infettare la mia famiglia, la mia bambina, Caterina, che aveva solo due anni. Allora, con un gesto irrazionale, un po’ disperato e – visto oggi – magari anche un po’ ingenuo e stupido, mi spogliai di tutti i vestiti in giardino. Rimasi in mutande e chiesi a mia moglie di lanciarmi dalla porta un sacco in cui metterli, da mandare in lavanderia. Da quel giorno ho capito a mie spese che si può imparare a gestire la paura delle guerre, delle pallottole, delle bombe. Ma nulla assomiglia al terrore irrazionale che ci prende tutti, nessuno escluso, di fronte alla malattia e al contagio. Stavolta ci tocca sperare che la Cina sia davvero cambiata.

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La Cina mette in quarantena Wuhan, focolaio del Coronavirus

Tutti i voli e i treni in uscita dalla città all'origine dell'epidemia cancellati. Il bilancio dei morti sale a 17. In Europa il rischio ancora "moderato".

La città di Wuhan viene isolata: il trasporto si ferma temporaneamente per contrastare la diffusione dell’epidemia di Coronavirus. Tutti i voli e i treni in partenza dalla città cinese, focolaio del virus, sono stati cancellati. È questa la misura estrema che arriva per fermare l’epidemia di Coronavirus in Cina che avanza e fa un balzo in avanti con il numero ufficiale dei morti più raddoppiato in 24 ore. Se ne contano ora 17 e cresce il numero dei contagiati mentre tutto il mondo fa quadrato per evitare un’espansione ritenuta estremamente pericolosa per il rischio di mutazione del virus in una forma più aggressiva per l’uomo.

IL RISCHIO IN EUROPA MODERATO

Al momento il rischio di arrivo in Europa del Coronavirus scoperto in Cina a fine anno resta ‘moderato’, ma è alta la probabilità di contagio nei Paesi asiatici, sono le conclusioni del parere aggiornato del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). La Cina ha adottato «severe misure di controllo e prevenzione» per contrastare l’epidemia del Coronavirus, ha assicurato il presidente Xi Jinping durante una telefonata con il collega francese Emmanuel Macron. «La Cina», ha spiegato Xi, «è disposta a collaborare con la comunità internazionale per rispondere efficacemente all’epidemia e mantenere la sicurezza sanitaria in tutto il mondo», ha affermato. Le autorità sanitarie cinesi hanno annunciato oggi la presenza di 440 casi confermati di polmonite causata dal nuovo Coronavirus (2019-nCoV) in 13 regioni.

CINQUE CASI IN ASIA E UNO NEGLI USA

Per quanto riguarda i contagi all’estero, c’è un caso confermato in Giappone, tre in Thailandia e uno in Repubblica di Corea, oltre a quello negli Stati Uniti. E si aggiunge ora un caso sospetto a San Pietroburgo. Se confermato sarebbe il primo in Europa. Sempre dalla Russia arriva anche la notizia di un lavoro avviato per mettere a punto il vaccino. Corsa che vede anche altri scienziati nei laboratori di tutto il mondo. I dati della Commissione rivelano che sono stati rintracciati in totale 2.197 contatti ravvicinati. Tra questi, 1.394 sono sotto osservazione medica, mentre altri 765 sono stati dimessi.

IL CONTAGIO PRINCIPALMENTE PER VIA RESPIRATORIA

Gli esperti hanno anche affermato che la trasmissione respiratoria è la via principale di contagio e che il virus è suscettibile alla mutazione. Preoccupazioni che hanno spinto la città cinese di Wuhan, epicentro del focolaio a invitare a tenersi lontani, cancellando un importante evento del capodanno cinese, nel tentativo di contenere l’epidemia. Intanto dalla Russia agli Usa, dove ha parlato anche il presidente Donald Trump, si moltiplicano le rassicurazioni di interventi per arginare il contagio che però oggi ha visto il virus estendersi a Hong Kong: l’uomo, ora in ospedale, era arrivato da Wuhan con un treno ad alta velocità.

LA COREA DEL NORD VALUTA LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE

E la Corea del Nord valuta di chiudere temporaneamente i confini come già fece nel 2003 per la Sars. Anche se mancano ancora molti dati per definire meglio il nuovo Coronavirus cinese, quello che si può dire al momento è che «il suo tasso di letalità sembra essere più basso di quello della Sars», ha spiegato Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità (Iss). I medici di famiglia, che sono come sempre la prima linea del servizio sanitario nazionale, hanno deciso di giocare d’anticipo attrezzandosi con una serie di direttive per affrontare l’eventualità che il Coronavirus varchi le frontiere. In Italia il ministero della Salute ha riunito la task force con la presenza di tutti i principali organismi sanitari del paese. Resterà attiva 24 ore su 24. Il modello sostanzialmente è quello costruito sulla base dell’esperienza delle precedenti grandi epidemie, Sars prima ed Ebola dopo.

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Il nuovo coronavirus rievoca in Cina i fantasmi dell’epidemia Sars

ORIENTE ESTREMO. I contagi di 17 anni fecero migliaia di morti. E l'attuale crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore: il Capodanno cinese, quando migliaia di lavoratori tornano in patria da tutto il mondo.

Hong Kong, primavera 2003: «Uscire di casa. Salire su un autobus. Aprire una porta toccando una maniglia. Stringere la mano a un amico. Gesti normali, automatici, che si fanno senza pensarci. Non più, non qui. Vivere ogni giorno in prima linea combattendo contro il nemico invisibile, qui a Hong Kong, vuol dire vivere una vita rallentata, interrotta mille volte dall’ansia, dalla paura per un gesto semplice che ormai si associa alla consapevolezza che potrebbe significare la malattia, l’infezione, forse la morte».

«In molti cercano di rassicurare: in fondo queste quattro lettere che anche i bambini hanno imparato a temere, Sars, non sono in realtà così terribili; il numero dei morti e quello dei malati è ancora basso s paragonato – per esempio – alla periodica epidemia di influenza che anno dopo anno miete migliaia di vittime nel mondo. Ma non c’è nulla da fare. Questa malattia crea il panico perché la gente di Hong Kong ha capito che i medici, i ricercatori, gli scienziati non ne sanno ancora nulla. Non sanno contro cosa combattere. E la paura dilaga senza controllo».

Gli incubi, i peggiori incubi, spesso sono ricorrenti, lo si sa. E le notizie sempre più catastrofiche che arrivano ormai giornalmente dalla Cina su questo nuovo, sconosciuto virus, proveniente dalla città di Wuhan, hanno il potere di richiamare alla mente quella primavera di 17 anni fa, quando a Hong Kong, unico corrispondente italiano presente per tutta la durata di quella che si rivelerà poi una terribile epidemia che conterà migliaia di morti, continuavo comunque – mascherina in faccia e tanta paura addosso – a fare il mio dovere di cronista.

I GIORNI DELL’INCUBO SARS SEMBRANO TORNATI

Erano i primi giorni, gli inizi dell’epidemia di Sars, la Sindrome Acuta Respiratoria Severa, come l’avevano ribattezzata i medici e ricercatori di mezzo mondo, attoniti di fronte a un nuovo nemico di cui non si sapeva nulla. Tranne che era un parente – letale – dell’innocuo virus dell’influenza al quale siamo abituati. E che apparteneva alla grande famiglia dei coronavirus, che si chiamano così per la loro forma, una corona, appunto. Un coronavirus: esattamente come questo nuovo sconosciuto agente patogeno che sta riportando nella mente di tutti quella lontana primavera di inizio millennio. E insieme al ricordo, tutta la paura e il terrore di quei mesi.

Fu tale la paura, allora, tale il coinvolgimento emotivo per avere insieme a me, proprio nel centro geografico dell’epidemia, Hong Kong appunto, la mia famiglia – mia figlia aveva allora solo due anni – che a quei mesi terribili trascorsi su è giù per la Cina con la mascherina in faccia – tra Hong Kong, Guangzhou, Shanghai e Pechino – ho dedicato una larga parte di uno dei miei libri. Un racconto nel racconto, di quei giorni terribili, di paura, ansia e fatica, una sorta di “diario” dell’epidemia. Un vero e proprio diario di guerra.

L’EPIDEMIA DEL NUOVO CORONAVIRUS POTREBBE ESSERE PEGGIORE DI QUELLO IPOTIZZATO

Allora – come per questo nuovo contagio – gli esperti decretarono che il virus era passato dall’animale all’uomo. Della Sars si seppe che veniva da un piccolo e simpatico mammifero dall’aspetto innocuo, lo Zibetto, che i cinesi cantonesi – un popolo che si vanta, nella sua ricchissima gastronomia, di poter creare piatti prelibati da qualsiasi cosa «purché si muova» – usavano mangiare e vendere in affollati e molto poco igienici mercati appunto a Guangzhou, l’antica Canton, ritenuta dagli esperti il focolaio di origine di quella epidemia. Da dove infatti proveniva anche quello che venne individuato nel 2003 come «il paziente zero» dell’epidemia di Sars: il primo infettato. Si trattava di un medico, un biologo ricercatore dell’Università di Medicina di Guangzhou, che venne a Hong Kong per partecipare al matrimonio della figlia di un amico, e diede inizio al contagio che si sparse poi fino alla Thailandia – dove causò la morte del coraggioso medico italiano Carlo Urbani – attraversando gli oceani e arrivando fino al Canada.

L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio

Contenere l’epidemia, i malati, mantenerli confinati in aree ad altissimo isolamento, fu per i medici e le strutture sanitarie cinesi e di Hong Kong, una sfida sovrumana. Spesso persa in partenza, visto il numero – altissimo – delle vittime che si registrarono proprio tra il personale sanitario. Per questo in queste ore, di fronte al micidiale nuovo focolaio di coronavirus iniziato nella città cinese continentale di Wuhan, ormai entrato nella fase di trasmissione tra famiglie e ospedali, facendo un passo avanti verso un’epidemia in piena regola, è proprio dagli esperti della comunità scientifica di Hong Kong che vengono i pareri più accreditati e gli allarmi più fondati. L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio, suggerendo che la situazione sia anche peggiore di quanto riportato ufficialmente.

IL CAPODANNO CINESE PUÒ ESSERE UN VOLANO PER IL CONTAGIO

Il professor Yuen Kwok-yung, uno dei massimi esperti di malattie infettive alla Hong Kong University, ha affermato che la trasmissione del coronavirus è entrata nella sua «terza ondata». E le parole del professor Yuen non lasciano nessuno spazio al dubbio: «Ora possiamo vedere le infezioni trasmesse tra i membri delle famiglie e negli ospedali. Ciò di cui siamo maggiormente preoccupati è un improvviso dilagare dell’epidemia nella comunità: un’eventualità temibile, che può causare una situazione come quella che abbiamo vissuto durante la Sars e forse anche peggiore». Il rinomato microbiologo, appena tornato a Hong Kong dopo un viaggio di accertamento a Wuhan, ha chiesto la governo dell’ex colonia e alle autorità sanitare mondiali ulteriori misure per affrontare l’escalation della crisi e frenare la diffusione del virus.

Controlli in aeroporto.

E la crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore, poiché le vacanze del Capodanno cinese vedono la più grande migrazione di massa di persone sul pianeta, con centinaia di milioni di lavoratori cinesi delle città che ritornano a trovare i loro parenti nelle campagne. Tutti possibili portatori ignari del nuovo e sconosciuto virus letale. Un modello sviluppato dagli esperti del Centro di ricerca per l’epidemiologia e il controllo delle malattie infettive dell’università ha utilizzato i dati sui viaggi e i movimenti delle persone per creare una mappa ritenuta attendibile della diffusione del contagio. Il centro medico dell’Università di Hong Kong ha anche previsto che almeno 10 nuovi casi emergeranno in cinque grandi città della terraferma entro il 31 gennaio, il settimo giorno del Capodanno lunare.

Con efficaci misure preventive la forza dell’infezione si può ridurre del 75%

La stima relativamente prudente per Pechino, Shanghai, Chongqing, Guangzhou e Shenzhen si basa su diversi presupposti, tutti da verificare: che la forza dell’infezione si possa ridurre del 75% mettendo in atto efficaci misure preventive; che Wuhan sia l’unica fonte dell’epidemia; e che non vi sia stata alcuna super diffusione del virus attraverso singoli pazienti – i cosiddetti super-untori – in grado di trasmettere il virus a un numero molto elevato di persone. Ma restano ipotesi e speranze. Mentre le notizie sul progredire dell’epidemia si susseguono in continuazione e lo scenario sembra farsi sempre più preoccupante, richiamando alla memoria vecchi fantasmi.

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Cina, il virus misterioso può diventare un’emergenza internazionale

Lo stabilirà l'Oms nel corso della riunione del 22 gennaio. Mentre a Wuhan, la città-focolaio, si registra la quarta vittima. E anche gli investitori tremano.

La Cina ha annunciato di aver registrato la quarta vittima del virus misterioso simile alla Sars. Secondo le autorità sanitarie locali la vittima è un 89enne. L’uomo, stando a quanto riferito in un comunicato stampa è deceduto nella città di Wuhan, il focolaio da dove si è diffuso il virus, dopo aver accusato difficoltà respiratorie. Registrato anche un primo caso sospetto in Australia. Secondo quanto riporta la Abc, un uomo di ritorno dalla Cina presentava sintomi riconducibili al virus. L’uomo è stato messo in isolamento nella sua abitazione. Secondo le prime informazioni sembra che fosse stato in viaggio a Wuhan. Altri casi sono stati registrati fuori dalla Cina: due in Thailandia, uno in Giappone e uno in Corea del Sud.

CIRCA 200 I CASI CONFERMATI

Il virus in questione, che dallo scorso dicembre ha già fatto registrare circa 200 casi confermati, è trasmissibile da uomo a uomo. Cresce dunque l’allerta internazionale, a pochi giorni dal Capodanno cinese, e negli aeroporti sono scattati i controlli, incluso l’aeroporto di Roma Fiumicino con misure di monitoraggio e locandine informative per i viaggiatori. In Borsa, gli investitori che temono un’espansione del contagio e i listini asiatici chiudono in netto calo. Intanto, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha convocato il Comitato di emergenza. Il comitato si riunirà il 22 gennaio a Ginevra per accertare se il focolaio di casi «rappresenti un’emergenza di salute pubblica di livello internazionale e quali raccomandazioni dovrebbero essere fatte per fronteggiarla».

LA SARS FECE OLTRE 800 MORTI

Il pensiero va infatti inevitabilmente all’epidemia di Sars che, secondo l’Oms, tra il 2002 e il 2003 fece registrare 813 decessi e 8.437 contagi in una trentina di Paesi: anche in questo caso alla base dell’infezione respiratoria era un coronavirus comparso in Cina. Gli esperti invitano però alla cautela nelle similitudini e invitano a non creare allarmismo, sottolineando come si tratti ora di un nuovo ceppo del virus. Dopo vari casi di ‘polmonite misteriosa’ segnalati lo scorso dicembre a Wuhan (con un legame con il mercato di Huanan Seafood, un mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi), il 9 gennaio 2020 il CDC cinese ha reso nota infatti l’identificazione di un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come agente che ha causato le polmoniti ed è stata resa pubblica la sequenza genomica.

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Si allarga l’epidemia del virus misterioso in Cina

Tre le vittime accertate e si contano circa 140 nuovi casi di contagio. Anche in Giappone, Thailandia e Corea del Sud.

Il virus misterioso simile alla Sars continua a spaventare la Cina a pochi giorni dal Capodanno, con milioni di persone che si apprestano a viaggiare affollando stazioni ferroviarie e aeroporti.

Le vittime accertate sono tre e si contano circa 140 nuovi casi di contagio. Il virus, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, è un nuovo ceppo di coronavirus che prima d’ora non era mai stato identificato negli esseri umani. Causa malattie che vano dal comune raffreddore alla polmonite, con sintomi come febbre e respiro affannoso.

L’epidemia si è già allargata a Giappone, Thailandia e Corea del Sud e ci sono i primi casi anche a Pechino. A Wuhan, dove il virus ha fatto la sua comparsa, sono stati registrati 136 nuovi contagi nel fine settimana. Altri due a Pechino (per la prima volta) e un altro ancora nella provincia meridionale di Guangdong.

Anche in Giappone un uomo è stato infettato. E in Corea del Sud una donna cinese di 35 anni, proveniente dalla città cinese di Wuhan, è risultata positiva al virus. Ha viaggiato in aereo ed è stata messa in quarantena. Mentre in Thailandia è emerso un secondo caso: una turista cinese di 74 anni arrivata da Wuhan, che ora si trova ricoverata in ospedale a Bangkok.

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Il tasso di natalità in Cina ai minimi dal 1949

Nel 2019 sono nati 10,48 bambini ogni mille persone, il livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare. Allentare la politica del figlio unico non è servito a frenare il calo demografico.

Il tasso di natalità in Cina è sceso nel 2019 al suo livello più basso dalla fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949, aggiungendo preoccupazioni sul fatto che una società che invecchia e una forza lavoro in diminuzione aumenteranno le pressioni su un’economia in rallentamento.

LEVARE LA POLITICA DEL FIGLIO UNICO NON È SERVITO

Per evitare una crisi demografica, nel 2016 il governo cinese ha allentato la sua politica del figlio unico per consentire alle persone di avere due figli, ma il cambiamento non ha frenato il crollo delle gravidanze. Nel 2019 il tasso di natalità si è attestato a 10,48 per 1.000 persone, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Nbs) pubblicati oggi. È il terzo anno consecutivo che le nascite calano in Cina: 14,65 milioni di bambini nati nel 2019, 15,23 milioni nel 2018 e 17,23 milioni nel 2017.

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