Siamo poveracci con portafogli (quasi) pieni

Pochi nel cosiddetto primo mondo si rendono conto di appartenere alla percentuale più fortunata del Pianeta. Questa errata percezione unita alla disuguaglianza crescente ci condanna al caos. E in un mondo globalizzato anche le proteste lo sono.

Il neo-liberismo nasce e muore in Cile. È una scritta comparsa sui muri di Santiago, che ricorda come dopo il putsch militare contro il presidente Salvador Allende, la dittatura di Pinochet fu il primo banco di prova delle teorie di Milton Friedman e dei suoi Chicago boys, un gruppo di giovani economisti cileni chiamati dal governo a liberalizzare l’economia del Paese. Laissez-faire, monetarismo, taglio delle tasse ai ricchi, privatizzazione di previdenza e sanità sono stati i loro capisaldi teorici.

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«Miracolo cileno» lo defini l’economista neo-liberista che ispirò poi altri Paesi e leader negli Usa (Ronald Reagan) e in Europa (Margaret Thatcher). Ora quel miracolo si trova nel pieno di una rivolta sociale scoppiata con incredibile velocità e forza. E la cui principale causa è spiegata in un tweet dell’altro giorno di Branko Milanovic che segnala come «il Cile batta la Russia per ricchezza detenuta dai miliardari sulla percentuale rispetto al Pil nazionale (Forbes 2014). Il Cile, sotto quest’aspetto, è attualmente il Paese più ineguale al mondo».

PERCHÉ LA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA È NECESSARIA

Milanovic, autorevole economista serbo-statunitense nel saggio del 2017  Ingiustizia globale, migrazioni, diseguaglianze e il futuro della classe media segnalava come la crescente diseguaglianza e concentrazione delle ricchezze in poche mani rendesse indispensabile la ridistribuzione dei redditi da parte del capitale. Pena il precipitare nel più generale scatenamento di criminalità diffusa, proteste di piazza, permanenti tensioni e conflitti sociali. Sostanzialmente quel sta accadendo un po’ in tutto il mondo. E che segnala due grandi disattenzioni. Una evidente a tutti, ma alla quale non si riesce a porre concreto rimedio, l’altra invece non considerata, anche se la sua azione produce idee e convinzioni errate, dunque soluzioni illusorie

APPARTENIAMO AL 5% E NON CE NE RENDIAMO CONTO

La prima riguarda il permanere di un’abissale sperequazione, riassunta  dall’1% di ricchi contrapposto al 99% di poveri, che è stata la bandiera della protesta di Occupy Wall Street scoppiata però più 10 anni fa. La seconda si riferisce al fatto che quasi nessuno in Italia, come nel resto dell’Occidente sviluppato, è consapevole di appartenere, anche se non miliardario e nemmeno milionario, a una frazione minima della popolazione mondiale benestante. Ossia di essere non l’1% però ben dentro il 5%. Se volete verificarlo andate sul sito globalrichlist.com e digitate il vostro reddito. Scrivete per esempio 20 mila euro, che possiamo considerare un reddito medio-basso: dopo un rapidissimo conto scoprirete di fare parte del 2,26% di popolazione mondiale più ricca. Ora questo giochino è funzionale a una bella iniziativa di charity marketing la cui filosofia è riassunta nel messaggio che lancia e che ci dice: «Vedi che sei molto più ricco di quel che credevi….allora tira fuori i soldi, fai un offerta per una buona causa».

CI SENTIAMO POVERACCI, MA NON LO SIAMO

Certo bisogna tenere ben presente che a un impiegato o un operaio che sta a Como, Bologna, Livorno o Bari non interessa sapere cosa guadagna un suo pari grado in Bangladesh, in Vietnam o in Senegal. Anche perché i livelli di consumi non sono comparabili e ognuno di noi fa i conti con la situazione e il caro-vita del Paese in cui vive. Ma è altrettanto vero che il povero (relativo) italiano è relativamente molto più ricco di tre quarti di umanità. Però non ci pensa o non ne è consapevole, perché non guarda chi sta peggio, ma chi sta meglio. E questo sguardo non agli ultimi e penultimi, ma ai primi e addirittura primissimi, lo fa sentire un poveraccio, ancor più miserabile di quel che è in realtà.

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COSA DICONO I NUMERI DELLA RICCHEZZA ITALIANA

«Siamo indigenti perché non siamo poveri», scriveva Famiglia Cristina nel 2008, nel momento in cui stava partendo la Grande Depressione e dopo che l’anno prima il 74% degli italiani, secondo l’annuale Rapporto Censis aveva dichiarato «di sentirsi povero». Un sentimento che in questi anni in Italia e in tante altre zone d’Europa è cresciuto, ben più e anche a dispetto di quel che certificano le statistiche sui patrimoni, sui redditi, sui consumi. Certo sono 20 anni che il Paese cresce poco, però è cresciuto. I confronti internazionali dicono che la ricchezza nazionale è meno dinamica di quella nord-europea, tuttavia quella lorda delle famiglie dal 1990 al 2010 è cresciuta mediamente del 5% annuo. Nel 2015, secondo dati Istat Eu-Silc, il reddito delle famiglie era cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 3 anni, 2016-18, è sempre I’Istat a dirci che «il potere d’acquisto degli italiani è in qualche misura migliore rispetto a un paio d’anni fa». 

ABBIAMO UNA IDEA OSSESSIVA DI CRESCITA

La grande questione, che non riconosciamo più, è che viviamo in una società dominata da un’idea ossessiva di crescita, di moltiplicazione esagerata dell’offerta quotidiana di nuovi prodotti, pratiche ed esperienze. Insomma di tutto e di più, sin che si può e ce ne sta. Perché l’adsl è superveloce e illimitata, non c’è prodotto che non sia easy&simple e il salotto nuovo Poltrone &Sofà te lo dà subito e lo paghi quando vuoi. Per essere brutalmente sintetici tutti noi abbiamo maturato attese eccessive. Ma i nostri desideri e voglia di gratificazioni si infrangono contro una realtà che ci ricorda, ogni giorno e in concreto, che la quotidianità è mediamente dura per tutti e poco o per niente straordinaria, come invece raccontano la pubblicità, i magazine di gossip e vipperia varia, le immagini di Instagram, le imprese delle star del web.

QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA ASPETTATIVE E OPPORTUNITÀ

Le teorie classiche sostengono che una società funziona quando il sistema delle attese personali viene validato da un’adeguata offerta e da una possibilità di soddisfacimento. Ossia quando aspettative e opportunità, ma anche sogni e desideri, possono realizzarsi in misura diversa, però ritenuta equa, ragionevole, giusta. Cosa questa che comporta non solo il buon funzionamento dei poteri pubblici e delle politiche governative. Ma anche che persone, utenti, cittadini che abbiano una percezione adeguata della realtà, ovvero un realistico e ragionevole senso delle proporzioni e dei limiti.

L’ERRORE È RISPONDERE IN MODO SEMPLICE A INTERROGATIVI COMPLESSI

Purtroppo e per ripetere il concetto ci troviamo invece a fare i conti con una situazione che è squilibrata e fuori controllo su entrambi i lati. Con aggravante ulteriore che gli squilibri, i disallineamenti sono presenti un po’ ovunque e che le criticità più forti sono proprio in settori cruciali e strategici. Disagio economico e conflittualità esasperata, guerre commerciali e rivendicazioni nazionalistiche, disastro ambientale e climatico stanno agendo infatti in modo concomitante.

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È questa la novità assoluta segnalata dalle teorie acceleranti di Raymond Kurzweil e del saggio di Youvel N.Harari XXI secolo, che disegnano scenari potenzialmente disastrosi. Ancor più tragici se a tutti questi problemi complessi si risponde in modo semplice. Autoritario. Attaccandosi al passato, alla tradizione, anziché aprirsi al futuro. E in caso di idee diverse e avverse, reprimerle anche brutalmente. Come sta avvenendo, appunto in Cile, ma anche a Hong Kong, a Beirut, in un succedersi sempre più incalzante di proteste e violenze che dagli indipendentisti della Catalogna ai gilet gialli francesi ci dicono che nel mondo globale anche le proteste e le violenze di piazza lo sono. E che il passaggio epocale che stiamo vivendo, la transizione che ci si sta profondamente cambiando, sarà nient’affatto facile, veloce e tranquilla. Ma al contrario lunga, dura e turbolenta.

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Perché dalla Colombia al Cile l’America Latina si sta infiammando

La protesta per il carovita è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sul banco degli imputati le politiche neo-liberiste e l'assenza di welfare. Lo scenario.

L’America Latina è in fiamme. Dopo le proteste e gli scontri in Ecuador contro le misure d’austerity del presidente Lenin Moreno, altri fuochi si sono accesi. Anche se con i dovuti distinguo, l’obiettivo è ovunque lo stesso: cambiare la politica neo liberista che da anni depreda le risorse naturali di molti Paesi aumentando le differenze socio-economiche. E ovunque la risposta dei governi è stata la medesima: repressione violenta.

IL DOMINO DELLE PROTESTE: DALLA COLOMBIA ALL’HONDURAS

Scene da guerriglia urbana, mezzi pubblici dati alle fiamme e vandalizzati, saccheggi, violenze e cariche della polizia hanno incendiato le strade di Cile, Colombia, Haiti, Honduras e Bolivia. In questi due ultimi Paesi, le proteste sono dichiaratamente anti-governative: nel primo caso contro la corruzione e i presunti legami con il narcotraffico di cui a New York è accusato il presidente Juan Orlando Hernández; nel secondo i cittadini contestano Evo Morales appena rieletto per sospetti brogli elettorali.

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In Colombia invece si scende in piazza contro il carovita e, soprattutto, per i 155 leader per la difesa dei diritti umani uccisi nei primi mesi di quest’anno. Le ultime vittime sono state padre Jhony Ramos e il leader indigeno Jairo Montaño.

Studenti in corteo a Bogotà in Colombia (Getty).

A Haiti l’obiettivo delle proteste è il presidente Jovenel Moise ritenuto responsabile sia dell’aggravarsi della situazione economica di un Paese che è già il più povero del continente sia della crisi politica visto che da marzo non è ancora riuscito a formare un governo.

IN CILE TORNA L’INCUBO DELLA DITTATURA

Ma le proteste hanno incendiato soprattutto il Cile, considerato un modello nel Sudamerica, tanto che si parla di “miracolo cileno”, riportando il Paese all’incubo della dittatura di Pinochet terminata nel 1990. Il bilancio parla di una ventina di morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti. A nulla è valso il rimpasto di governo annunciato dal presidente Sebastián Piñera, tra l’altro il terzo in 15 mesi. Le proteste sono continuate, insieme alle violenze.

L’ONDA PARTITA DAGLI STUDENTI

A scatenare la rivolta il 18 ottobre l’aumento dei biglietti dei mezzi pubblici. Ma è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso visto che era da anni che lo scontento serpeggiava. Perché se è vero che il Cile è il Paese più ricco del Sudamerica con un Pil pro capite di circa 24 mila dollari e una crescita nell’ultimo decennio pari al 3% è anche quello con una delle maggiori disuguaglianze sociali dell’America Latina.

Proteste in Cile contro il presidente Sebastian Piñera (Getty).

«Questa esplosione sociale è un momento di verità», spiega a Lettera43.it Mauricio Basaure, specialista in movimenti sociali dell’Universidad Andrés Bello di Santiago. «Già si sapeva che il modello economico cileno, apparentemente di successo, si fondava su premesse insostenibili». Disuguaglianze, welfare praticamente inesistente, soprusi quotidiani, aumento dei prezzi, e in generale la precarizzazione della vita. Sono questi per il ricercatore i motivi che hanno portato alle recenti violenze. Proteste che sporadicamente erano cominciate già nel 2011.

L’ESPLOSIONE DEL MALCONTENTO

Non si tratta di un movimento organizzato, ma di «un’insurrezione spontanea e trasversale che ha coinvolto diversi settori della società», continua Basaure. «Gli studenti hanno raccolto la solidarietà di diverse organizzazioni della società civile. La gente è scesa in strada, il tipico caserolazo (le locali manifestazioni rumorose e pacifiche, ndr), alzando la voce anche senza un motivo specifico e una causa comune, ma solo per manifestare uno scontento che serpeggia da anni tra la popolazione cilena».

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Insomma non si tratta dei 30 pesos in più del biglietto della metro ma di «30 anni di abusi e violazioni di una dittatura militare e neoliberista». È uno degli slogan dei manifestanti, dice Constanza Sifuentes, portavoce della Coordinadora feminista 8M, una delle associazioni più agguerrite. Nessuno crede in una soluzione facile. Né lo Stato né i manifestanti.

L’ultimo bilancio della proteste cilene parla di 18 morti e 2.600 arresti.

Il governo ha subito parlato di guerra, ha criminalizzato la piazza e messo in atto una repressione militare indiscriminata dichiarando lo stato di emergenza e il coprifuoco come in Ecuador. Anche se il presidente ha cercato un dialogo. «Chiediamo un cambiamento sociale e politico profondo», continua Sifuentes. «In primis la redistribuzione della ricchezza e misure socio-assistenziali, altrimenti non arriveremo a nessun accordo».

Le proteste degli indigeni a Quito, in Ecuador, il 13 ottobre scorso (Getty).

RICHIESTE COMUNI AI PAESI IN LOTTA

«È difficile che il governo ceda», aggiunge a questo proposito Basaure. «Come può un governo di destra e neo-liberista adottare misure socialdemocratiche? Tra l’altro finora l’unica reazione è stata la repressione». Le richieste cilene, ricorda Sifuentes, sono le stesse avanzate dagli altri Paesi sudamericani. «La gente si sta organizzando per costituire movimenti popolari di autorganizzazione sociale intorno alle richieste comuni di giustizia sociale, rispetto delle comunità indigene, uguaglianza di genere, contro lo sfruttamento delle risorse. Movimenti che si sono creati negli ultimi 30 anni in tutto il continente». Un incendio destinato a espandersi. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, tra l’altro additato come nemico numero 1 dai manifestanti, il Sudamerica crescerà dello 0,2%.

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Il Cile cancella il vertice Onu sul clima e il summit sul commercio con Usa e Cina

Il governo ha annunciato l'annullamento dell'incontro Apec dove Trump e Xi dovevano suggellare il primo accordo sui dazi. Stop anche alla Cop25 di dicembre.

Gli effetti collaterali della crisi in Cile si ripercuotono a livello globale. Il Paese sud americano, dove da settimane i cittadini protestano contro il caro trasporti e adesso anche contro le violenze della polizia, chiedendo le dimissioni del governo era infatti stato scelto come teatro di diversi vertici internazionali: tutti cancellati. E non erano summit da poco. Innanzitutto è stato cancellato il summit dell‘Apec in calendario il 16 e 17 novembre a Santiago del Cile: proprio in quella sede doveva essere firmato il mini-accordo commerciale fra Stati Uniti e Cina.

ALLA RICERCA DI UN’ALTRA SEDE PER CHIUDERE L’INTESA

I due capi di Stato delle prime due economie del mondo, Donald Trump e Xi Jinping dovevano suggellare proprio nella capitale cilena la chiusura della prima fase delle trattative commerciali con la firma dell’intesa. La Casa Bianca, riportano i media americani, sta cercando di capire se ci siano eventuali altre località per il vertice. Il governo di Washington ha commentato: «Al momento sembra che l’Apec non si terrà in Cile e che non ci sia una seconda alternativa. Attendiamo potenziali informazioni. Intendiamo finalizzare la fase uno dello storico accordo con la Cina nello stesso arco di tempo».

SALTA ANCHE LA COP25

Oltre al vertice Apec di novembre, il presidente cileno Sebastian Pinera ha anche annunciato la sospensione del vertice Onu sul Clima. La COP25 era prevista fra il 2 e il 13 dicembre, sempre a Santiago dove erano attesi oltre 2.000 partecipanti della maggior parte delle Nazioni del mondo. Una decisione presa con «profondo dolore», ha detto Pinera, spiegando che la preoccupazione principale del governo «è concentrarci nel ristabilimento dell’ordine pubblico, della sicurezza dei cittadini e della pace sociale».

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Cile, il presidente promette un nuovo governo dopo le proteste

Dopo otto giorni di manifestazioni, Sebastian Pinera si è arreso e ha annunciato la fine dello stato di emergenza da domenica 27.

Giunta ormai all’ottavo giorno di protesta, la popolazione di Santiago venerdì 25 ottobre 2019 è scesa nuovamente in strada, e così numerosa come mai fino ad ora: oltre un milione e 200 mila persone si sono riversate sulle grandi Alamedas, fino a Plaza Italia. Massicce manifestazioni ci sono state inoltre anche in varie altre città del Paese. Esposto ad una pressione del genere, il presidente Sebastian Pinera il giorno successivo ha fatto un nuovo passo indietro. Ha annunciato che domenica 27, «se le condizioni lo permetteranno, sarà revocato» lo stato di emergenza – una delle rivendicazioni più pressanti da parte dei manifestanti, che non vogliono più vedere i militari schierati nelle strade – e al tempo stesso ha anticipato un vasto rimpasto di governo. «Ho chiesto a tutti i ministri di dimettersi per formare un nuovo esecutivo che sia in grado di rispondere alle nuove richieste», ha detto in un discorso alla nazione, trascurando di considerare che tra le nuove richieste della piazza c’è di fatto anche quella delle sue dimissioni.

AGENDA SOCIALE E COPRIFUOCO SOSPESO

In una conferenza stampa il capo dello Stato ha inoltre reso noto di aver proposto al Parlamento «una profonda ed esigente agenda sociale per poter avanzare con urgenza verso un miglioramento delle pensioni dei nostri anziani e del reddito dei nostri lavoratori, nonché verso la stabilizzazione dei prezzi dei servizi di base». Il discorso del presidente era stato peraltro preceduto dall’annuncio da parte delle forze armate che già da sabato 25 il coprifuoco è stato sospeso in varie città, fra cui Santiago, Valparaíso, Concepción, Coquimbo e Los Lagos.

MORTI E FERITI PER LA REPRESSIONE DELLE FORZE DI SICUREZZA

Il coprifuoco era stato rapidamente imposto dopo le massicce manifestazioni scatenate dall’aumento del costo della metropolitana, peraltro di appena pochi centesimi. Negli otto giorni di proteste che ne sono seguiti, le forze di sicurezza hanno attuato una pesante repressione e almeno 19 persone sono rimaste uccise e molte altre ferite. Pinera aveva quasi subito revocato l’aumento del biglietto della metro, annunciando qualche tempo dopo l’agenda sociale concertata con i partiti a cui ha fatto riferimento il 25 ottobre, che prevede tra l’altro la riduzione dei costi della sanità per i cittadini. Non è chiaro se queste nuove misure adottate o annunciate ora potranno calmare la piazza. Di certo, ancora il 24 ottobre – quando a Santiago si è radunata una folla superiore a quella che nel 1978 portò il centrosinistra in piazza alla vigilia del plebiscito voluto da Pinochet per cercare di restare al potere – i manifestanti scandivano ripetutamente: «Il Cile si è svegliato!».

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Cile in rivolta, adesso Pinera promette riforme sociali

Dopo 15 morti, 2.600 arresti, manifestanti uccisi dai militari, saccheggi e stupri nelle caserme, il presidente tenta disperatamente di normalizzare la situazione, promettendo riforme sociali.

Dopo cinque giorni di manifestazioni, dopo 15 morti e oltre 2.600 arresti, dopo violenze e stupri compiuti dalle forze dell’ordine, nel Cile lacerato dalle proteste di piazza, il presidente Sebastián Pinera «ha chiesto perdono» la sera del 22 ottobre per non aver compreso la drammaticità della situazione sociale esistente in Cile, ed ha annunciato una serie di proposte per «una agenda sociale di unità nazionale».

LA RICHIESTA DI TORNARE ALLA «NORMALITÁ»

In un discorso dal Palazzo della Moneda, Pinera ha detto di «aver ascoltato la gente», manifestando comunque preoccupazione per l’ordine pubblico e per il ritorno del Paese alla «normalità» dopo i disordini cominciati venerdì per l’aumento del biglietto della metropolitana.

PROMESSE 10 MISURE SOCIALI, DALLE PENSIONI ALLA SALUTE

Il capo dello Stato ha promesso di voler intervenire con dieci misure sociali, molte delle quali riguardanti le pensioni che sono fra le più basse del pianeta. Si interverrà inoltre per ridurre il costo della salute e dei farmaci, aumentare il salario minimo e creare una imposta sulla ricchezza.

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La crisi in Cile fa emergere le storture del neoliberismo

Le tensioni e lo stato di guerra del Paese rivelano i limiti di un modello di società e di convivenza introdotto da Pinochet e che ha portato a troppe diseguaglianze. Ma il presidente Pinera sembra non rendersene conto.

Il Cile soffre da anni di una contraddizione profonda che vede un sistema produttivo di eccellenza e al contempo denuncia una diffusa sofferenza in termini di reddito e dunque di disuguaglianze, di accessibilità ai servizi sociali, dalla sanità all’istruzione, e di discriminazioni interetniche.

Che questo strabismo ultradecennale sia sfociato in questi giorni in una dilagante protesta, decisamente sproporzionata rispetto alla causa immediata che la ha scatenata, cioè l’ennesimo aumento dei biglietti del trasporto urbano, non stupisce affatto. Si è trattato della classica scintilla che provoca un incendio di cui si rischia di perdere il controllo perché trascurata nella sua matrice di fondo e perché contrastata in maniera improvvida se non addirittura controproducente.

Le immagini di morti e distruzioni, di violenza brutale e di sopraffazione in Cile hanno riportato ombre di quel passato che si pensava/sperava fosse stato ormai archiviato

E debbo dire che le immagini di morti e distruzioni, di violenza brutale e di sopraffazione che mi sono giunte dal Cile dove ho servito come capo missione dal 1986 al 1989, gli ultimi anni di Augusto Pinochet, mi sono risultate inquietanti, dolorosamente inquietanti. Mi hanno bruscamente riportato all’esperienza vissuta 30 anni fa e alle ombre di quel passato che si pensava/sperava fosse stato ormai archiviato.

IL CILE È UN PAESE DALLE PROFONDE DISEGUAGLIANZE

Mi riferisco alle immagini degli auto-blindo dei militari e delle squadre dei carabineros tornati per le strade del Paese in versione repressiva, ai gas lacrimogeni e ai proiettili non sempre di gomma per contrastare una protesta urbana che, scatenata dal mondo studentesco si è allargata progressivamente ad altre fasce della popolazione nelle quali si sono inesorabilmente inseriti anche gruppi di estremisti, sempre pronti a sfruttare momenti di esasperazione.

Il presidente del Cile Sebastian Pinera.

Si è trattato e si tratta di immagini-spia di una “lettura” e quindi di una “gestione” della piazza ancorata a una logica di governo a dir poco autoritaria e incapace di coglierne le motivazioni di fondo: motivazioni che parlano di un disagio sociale e di una corrispondente rabbia che si è andata accumulando nel tempo. Motivazioni che il presidente Sebastian Pinera, protagonista e vessillifero di quella logica ha voluto invece ricondurre alla responsabilità di un «nemico poderoso, implacabile che non rispetta nulla e nessuno e che è pronto a far uso della violenza e della delinquenza senza alcun limite». Dunque un nemico contro il quale non c’è che la risposta della «guerra». Da qui la militarizzazione dello scontro.

Il Cile è dominato dal “privato”, rispetto al quale non si vedono segnali di possibili correzioni di rotta da parte dell’attuale governo

Non lo ha fatto riflettere, almeno per il momento, la mancata efficacia del frettoloso annullamento dell’aumento delle tariffe che lo ha anzi indotto a far ricorso alla legislazione di emergenza di pinochetiana memoria che comporta non solo l’instaurazione di uno stato di eccezione (con buona pace dei diritti personali) ma anche un coprifuoco dalle 19 della sera alle 6 della mattina; insomma uno stato di guerra. E non lo ha fatto riflettere il fatto che il prolungamento di questa crisi stia rimettendo nella sua corretta luce l’immagine di un Paese che continua a muoversi secondo un modello di società fortemente diseguale, dominato dal “privato”, rispetto al quale non si vedono segnali di possibili correzioni di rotta da parte dell’attuale governo su cui svetta dal 2018 il presidente Pinera, già a capo del Cile dal 2010 al 2014.

L’APPELLO DI ALLENDE A UN TAVOLO DI DIALOGO NAZIONALE

Il Cile è un Paese che deve al regime di Pinochet l’introduzione della dottrina del neo-liberismo della scuola di Chicago (i famosi Chigago boys) considerata la miglior cura possibile per farlo uscire dalla grave crisi in cui si era venuto a trovare e rilanciarne crescita e sviluppo. E come gli effetti di quella vera e propria rivoluzione socio-economica all’insegna della flessibilità si facciano sentire ancora oggi, malgrado gli sforzi posti in essere dai governi progressisti che si sono succeduti nel tempo, da ultimo da Michelle Bachelet, ora Alto commissario per i Diritti umani dell’Onu di cui si ricorda principalmente l’impegno sul terreno della parità di genere che in quello delle altre disuguaglianze.

La segretaria del Partito socialista cileno Isabel Allende Bussi.

La crisi cilena si sta rivelando la crisi di un modello di società e di convivenza. Anche per questo penso che abbia ragione Isabel Allende Bussi, figlia del presidente Salvador Allende deposto nel golpe del 1973 di Pinochet, oggi senatrice e presidente del Partito socialista, che nel definire l’attuale momento come cruciale per la stessa democrazia cilena sta chiedendo con forza un «dialogo nazionale» per uscire da questa grave crisi, riconoscendo al contempo, responsabilmente, i limiti dell’azione riformista dei passati governi progressisti. Ma Sebastian Pinera, per ora protagonista della reazione armata a una ribellione che certo ha assunto toni e atti da guerriglia urbana, sarà disposto a fermarsi e a cambiare rotta?

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