Partite a porte chiuse e niente messa: la domenica del Covid-19

Le misure per contenere i contagi hanno stravolto la liturgia in molte regioni. Anche se sempre meno fedeli, soprattutto nel Nord e tra i giovani, ormai disertano la funzione. Il coronavirus può allora forse indurre non solo i fedeli a riscoprire il valore della preghiera, ma lo stesso episcopato a riflettere sul proprio ruolo e sul futuro prossimo del cattolicesimo in Italia.

Il coronavirus ha messo al tappeto anche la Chiesa: a Milano, Venezia, Torino, Genova e in molte altre città del Nord Italia, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia, le messe «con concorso del popolo» sono state sospese, in alcuni casi per pochi giorni, nel capoluogo lombardo invece fino a nuovo ordine, cioè fin quando l’emergenza non potrà dirsi conclusa.

Laddove poi si svolge comunque la celebrazione meglio non scambiarsi il segno di pace, le acquasantiere sono state svuotate per precauzione, le benedizioni delle case sospese così come ogni attività pastorale.

Matrimoni e funerali potranno ancora svolgersi ma solo in presenza dei parenti stretti e anche la messa del mercoledì delle ceneri non potrà avere luogo così come la Via Crucis

CHIUSURA TOTALE PER LA BASILICA DI SAN MARCO

Con qualche variante da diocesi a diocesi, tutta la liturgia cattolica è finita in quarantena mentre i fedeli sono invitati, come spiega il Patriarcato di Venezia, a dedicare «un tempo conveniente alla preghiera e alla meditazione, eventualmente anche aiutandosi con le celebrazioni trasmesse tramite radio e televisione». Nel frattempo anche la basilica di San Marco resterà chiusa ai fedeli e ai turisti. Quella veneziana resta però un’eccezione perché le chiese quasi ovunque resteranno aperte, almeno come spazio di preghiera

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«VIETARE LA MESSA È INSENSATO»

Non tutti però sono d’accordo con i provvedimenti emanati dai vescovi: Riccardo Bonacina direttore di Vita, per esempio, ha chiesto all’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, di disobbedire a Regione e governo, poiché le messe sono diventate un appuntamento per pochi, ed è assurdo privare i fedeli dell’eucaristia mentre possono prendere la metropolitana o andare al ristorante. Vietare la messa sarebbe per Vita una misura «ridicola e insensata» oltre che «umiliante per chi crede». 

SOLO SERVIZIO D’ASPORTO PER LE MENSE DEI POVERI

La sospensione delle messe in così tante città non ha praticamente precedenti, si tratta di «un fatto epocale», secondo monsignor Silvo Grilli, direttore del settimanale cattolico della diocesi di Genova Il Cittadino, che però aggiunge: «L’osservanza di un precetto non esige che si metta a rischio la vita anche di una sola persona». Del resto la conferenza episcopale in una nota ha assicurato «una piena collaborazione con le competenti autorità dello Stato e delle Regioni per contenere il rischio epidemico: la disponibilità, al riguardo, intende essere massima, nella ricezione delle disposizioni emanate». Le mense per i poveri gestite da Caritas o da altri organismi cattolici continueranno in ogni caso a funzionare ma i pasti dovranno essere consumati altrove, resta insomma solo il servizio d’asporto. 

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ORMAI LE MESSE SONO SENZA POPOLO

In quasi tutto il Nord, si prega, dunque, si recita il rosario, ma non si partecipa alle funzioni religiose. Il coronavirus ha fermato la Chiesa e stava per riuscirci anche con il campionato di calcio, l’altra ‘messa’ domenicale (ormai spalmata su tutto il week end) degli italiani. Partite a porte chiuse da una parte, messe senza popolo dall’altra. E in effetti è fin troppo facile rilevare la portata simbolica di quanto sta accadendo: la partecipazione degli italiani alla messa del giorno festivo è in calo costante negli ultimi decenni, con picchi negativi proprio al Nord e fra i giovani. Tuttavia, sul versante opposto, le chiese e le parrocchie restano luoghi di aggregazione per i ragazzi e centri di importanti attività sociali e assistenziali. Il coronavirus può allora forse indurre non solo i fedeli a riscoprire il valore della preghiera, ma lo stesso episcopato a riflettere sul proprio ruolo e sul futuro prossimo del cattolicesimo in Italia. 

LE SOLITE SIRENE APOCALITTICHE

Da rilevare infine che, per una volta, tranne qualche caso abbastanza isolato, non si è assistito alla solita evocazione  – da parte di settori cattolici fondamentalisti – di scenari apocalittici, di collere divine che si sarebbero manifestate con il Covid-19 per punire un’umanità intenzionata a disfarsi di Dio. La misericordia di Dio stavolta, nelle parole dei vescovi e di molti preti, ha avuto largamente la meglio.

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Per i vescovi americani il papa non aprirà ai preti sposati

Secondo l'agenzia Catholic News Service, nell'esortazione "Amata Amazzonia" che verrà pubblicata domani non ci saranno svolte in tal senso.

Catholic News Service, l’agenzia di stampa dei vescovi americani, scrive che l’esortazione di papa Francesco Amata Amazzonia che verrà pubblicata il 12 febbraio non conterrà una svolta sui preti sposati. Il pontefice stesso lo avrebbe anticipato il 10 febbrao a un gruppo di presuli statunitensi.

In particolare Oscar A. Solis, vescovo di Salt Lake City, ha riferito all’agenzia che l’ipotesi di risolvere il problema della mancanza di sacerdoti in alcune regioni remote dell’Amazzonia con l’ordinazione di diaconi sposati sarà oggetto di discernimento futuro da parte del papa. Dunque, almeno nell’immediato, non dovrebbero esserci cambiamenti.

Le “impressioni” di monsignor Solis fanno il paio con quelle dell’arcivescovo metropolita di Santa Fe, John Charles Wester. Secondo il quale il papa avrebbe detto che sul tema dell’ordinazione dei preti sposati non avrebbe sentito all’opera in questo momento lo Spirito Santo.

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La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d'occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani. Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.

Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei, diceva il prete avviando il rito della messa. E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.

Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.

IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più». E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.

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Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato. Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.

SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia. Ma non è vero. Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro. Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.

«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati. Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio.

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Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino? No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».

L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM

Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa nulla di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa. Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65. Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate. Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.

In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove

LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI

La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta. Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire. I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa. cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

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Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran. Ma ormai i giochi erano fatti. Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero. Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno. Non è andata così. Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.

GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani. Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato. È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole. Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo. E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“. La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore». Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono. Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”. Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria? E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?

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BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO

Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò. «Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto». Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato. «Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI. Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.

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Il papa ridisegna il rapporto fra la Chiesa e la città eterna

Nel suo messaggio per le elebrazioni dei 150 anni di Roma capitale Francesco benedice la fine del potere temporale della Chiesa e sottolinea come l'Urbe debba rispondere a una domanda di inclusione che viene da poveri, rifugiati e immigrati. Ma il discorso sul patrimonio immobiliare del Vaticano resta inevaso.

Una città cosmopolita, aperta al mondo, all’accoglienza, all’incontro con l’altro, alla fraternità: osservata in una simile prospettiva e non solo in quella di una quotidianità problematica, Roma rappresenta «una grande risorsa dell’umanità». È questa, del resto, la capitale d’Italia disegnata e immaginata da papa Francesco nel suo messaggio per l’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma capitale. Bergoglio ha tracciato un quadro preciso del rapporto fra la sede di Pietro e la città in epoca moderna partendo dalle parole con cui il cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì un atto provvidenziale e non un crollo come parve in un primo momento, la caduta della città e la fine dello Stato pontificio; da allora – ha aggiunto il pontefice – iniziò una nuova storia.

Se dunque la fine del potere temporale è stata riconosciuta, una volta di più, come un evento benefico per la Chiesa e per l’Italia, Francesco ha poi tracciato in modo originale il contributo dato dalla presenza cristiana nella Capitale in questi 150 anni. Il pontefice ha indicato alcuni momenti salienti di questa relazione a cominciare dai nove mesi di occupazione nazista della città fra il 1943 e il ’44; in tale contesto ha ricordato la Shoah vissuta a Roma e l’asilo offerto dalla Chiesa a moltissimi perseguitati.

Da quell’esperienza – ha affermato il papa – scaturisce la lezione «dell’imperitura fraternità» fra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica, un legame riaffermato, ha scritto Bergoglio, dalla visita da lui stesso compiuta alla sinagoga della Capitale nel gennaio del 2016. Quindi il Vescovo di Roma ha rievocato la stagione del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città ospitò uno straordinario evento ecclesiale segnato dall’universalità, dall’ecumenismo, dall’apertura ai temi del dialogo interreligioso e della pace.

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FRANCESCO RIEVOCA IL CONVEGNO SUI MALI DI ROMA DEL 1974

Francesco ha successivamente messo in luce un terzo passaggio chiave: il convegno sui “mali di Roma” del 1974 voluto dall’allora vicario Ugo Poletti. Fu quello un momento decisivo nella vicenda politica e sociale della città: le periferie diventarono protagoniste, la loro voce fu ascoltata, emerse pubblicamente il quadro di un disagio sociale diffuso, la Chiesa – una parte di essa – rivolse la propria attenzione ai poveri. Per altro è il periodo in cui emerge la figura importante di don Luigi Di Liegro, uno dei protagonisti di quella stagione, fondatore della Caritas diocesana, promotore di centri di assistenza, mense, ostelli per i poveri e gli emarginati che tuttora restano innestati nel tessuto cittadino.

Da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra nella Capitale

Ancora, in quegli anni, prese forma un cattolicesimo sociale alternativo a una Democrazia cristiana capitolina, con agganci Oltretevere, legata soprattutto al partito dei costruttori, i famosi palazzinari romani, a gruppi d’interesse speculativo che lucravano su una crescita edilizia selvaggia, vorace, priva di regole. Non a caso anche da iniziative come quella del convengo sui “mali di Roma” venne la spinta all’affermazione delle prime amministrazioni di sinistra a Roma con i sindaci comunisti Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli.

Papa Francesco con la sindaca di Roma Virginia Raggi (foto Cecilia Fabiano – LaPresse).

La Roma di oggi, ha spiegato il pontefice, deve rispondere a una domanda di inclusione che viene dai poveri, dai rifugiati e dagli immigrati che non di rado «vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza». Apertura al mondo e inclusione sono dunque, per papa Francesco, le due direttrici spirituali e civili lungo le quali si può costruire la Roma del futuro, e la Chiesa in tal senso può dare il suo contributo, anche con i Giubilei; Bergoglio ha ricordato che il prossimo – «non lontano» – è quello previsto per il 2025.

RIMANE INEVASO IL TEMA DEGLI IMMOBILI VATICANI

Il messaggio del papa per i 150 anni di Roma Capitale non era insomma intriso di retorica concordataria e di astratte formule sulla reciproca collaborazione fra Chiesa e Stato, anzi, la relazione fra la Chiesa e la città eterna è stata delineata in termini reali e facendo una scelta precisa – apertura, dialogo, inclusione periferie – come nell’abitudine del papa argentino. Forse inevaso, in questa visione, rimane un altro aspetto del ruolo ricoperto della Chiesa nella città eterna: quello relativo all’immenso patrimonio immobiliare collegato a innumerevoli congregazioni religiose e enti ecclesiali di vario tipo (Vaticano compreso).

Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione

Non è solo una questione di pagamento dell’Imu per le attività commerciali svolte più o meno fittiziamente in edifici definiti come religiosi, la quesitone è più ampia. Il tema riguarda l’impatto edilizio, abitativo, paesaggistico, culturale, urbanistico che questa presenza ha sulla città. Sarebbe importante aprire una discussione anche con le stesse autorità ecclesiasitche sull’uso di questi beni, verificarne la trasparenza amministrativa, la loro destinazione. Troppo spesso mura e portoni invalicabili separano la città cristiana da quella laica, sotto questo profilo molto resta da fare.

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Quale è la situazione delle suore nella Chiesa cattolica

Crisi di vocazioni, abbandoni dell'abito religioso in aumento e violenze all'interno dei conventi. Da anni la comunità femminile cattolica vive in uno stato di lento declino. Ma il Vaticano sembra non occuparsene. E, complici le resistenze dei conservatori, anche Francesco finora ha fatto poco.

Le religiose rappresentano ancora oggi, nonostante il calo sempre più netto delle vocazioni e il numero crescente di abbandoni dell’abito religioso, la maggior parte delle ‘truppe’ di cui dispone la Chiesa cattolica nel mondo. E tuttavia il declino va avanti da molti anni senza che vi siano segnali di una sostanziale inversione di tendenza. Il fenomeno ha ormai delle caratteristiche statisticamente abbastanza stabili: cala a vista d’occhio il numero delle suore in Europa, Oceania e America dove i conventi si vanno svuotando, cresce impetuosamente il numero di vocazioni in Asia e Africa, ma questa ondata, pure significativa, non è sufficiente a invertire la rotta.

Per altro, nello stesso mondo missionario c’è chi solleva qualche dubbio su vocazioni religiose che, in alcuni casi in particolare nei Paesi poveri, potrebbero essere dovute più a fattori concreti – la ricerca di stabilità e sicurezza, di un ambiente protetto, il desiderio di uscire da una condizione di povertà – che da una reale scelta di vita sentita fino in fondo. Sta di fatto che dal 2010 al 2017, secondo gli ultimi dati disponibili diffusi dal Vaticano, il numero di suore è calato globalmente di circa li 10%. Si consideri che oggi le religiose sono circa 648 mila, i sacerdoti 414 mila.

In ambito femminile, i dati indicano un calo di circa 10 mila religiose ogni anno nei tempi più recenti; nel 2017 l’andamento numerico nel dettaglio era il seguente: si registrava una crescita, come ormai avviene da tempo, in Africa (+1.489) e in Asia (+1.118), mentre in America (-4.893), Europa (-7.960) e Oceania (-289) si confermava un andamento fortemente negativo. Tuttavia emergeva anche un mutamento interessante: la componente delle religiose in Africa e in Asia sul totale mondiale passava dal 32,1% al 38,1%, a discapito dell’Europa e dell’America la cui incidenza si riduceva nell’insieme dal 66,7% al 60,8%. Dunque la crisi sta portando con sé anche un riequilibrio a favore delle chiese del Sud del mondo.

QUANDO A STUPRARE È LA MADRE SUPERIORA

È in questo contesto, dal quale emerge per altro un calo sensibile della vita religiosa anche maschile con dinamiche geografiche simili a quella femminile, che il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz – capo della Congregazione vaticana per gli istituti di vita religiosa – è intervenuto di recente per sottolineare alcune questioni. In un’intervista al mensile femminile dell’Osservatore romano, Donne chiesa mondo, ha confermato una volta di più l’esistenza del fenomeno degli abusi sessuali e di potere da parte di sacerdoti sulle suore, e ha messo in luce anche un altro aspetto del fenomeno: quello degli abusi di religiose nei confronti di altre consorelle (per esempio fra la formatrice e la sua allieva).

Il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità

Si tratta traumi anche gravi, innescano abbandoni, sono la spia di un quadro generale formativo e gerarchico a dir poco problematico. Allo stesso tempo va ricordato come proprio su questi temi si stia impegnando l’Uisg, l’Unione superiore generali, che sta cercando di affrontare apertamente e con un certo coraggio i cambiamenti e la crisi della vita religiosa femminile. Da parte sua, il cardinale Braz de Aviz ha sottolineato la necessità di costruire contesti in cui le suore assumano ruoli di responsabilità e non vivano in una perenne condizione di subalternità nei confronti degli uomini.

Suore al lavoro (foto Matteo Bovo/Lapresse).

QUEI CONVENTI IN EUROPA PIENI DI SOLDI MA SENZA RELIGIOSE

C’è poi una questione relativa al denaro. Vi sono realtà, in Europa e anche in Italia, in cui poche religiose rimangono proprietarie di patrimoni immensi frutto della lunga storia degli istituti un tempo ricchi di vocazioni e donazioni e oggi in declino. In questo caso il rischio, come ha detto il papa, è che una congregazione sempre più piccola si attacchi ai soldi, ma quei beni, ha osservato il cardinale , non appartengono a quella congregazione o alle singole religiose, «sono della Chiesa». Resta vero, allo stesso tempo il fatto che molte religiose in Asia, Africa e America Latina, in condizioni spesso estreme, reggono ospedali, scuole, centri di assistenza, orfanotrofi, ambulatori si battono contro la tratta, affrontano l’urto di conflitti e crisi economiche; nei Paesi sviluppati mandano avanti parrocchie, insegnano nelle università, aiutano le persone più emarginate e povere. Si tratta di impegni e attività che condividono con numerose laiche in ogni angolo del mondo.

Papa Francesco in Polonia con le suore della Presentazione (foto Osservatore Romano/LaPresse).

L’OFFENSIVA DEI CONSERVATORI CONTRO LE RIFORME DI FRANCESCO

Tuttavia anche con papa Francesco i segnali di cambiamento sotto questo profilo sono ancora pochi. Sull’istituzione delle donne diacono – laici che possono svolgere alcune funzioni del sacerdote, ma hanno una funzione propria – nessuna novità dalla Santa Sede a parte una commissione che dovrà portare a termine chissà quando i suoi lavori per suggerire a Bergoglio una soluzione; in ogni caso pure in questo caso le critiche preventive degli ultraconservatori al pontefice sono state insistenti, «vuole fare le donne prete» è stato l’allarme lanciato dai settori conservatori, ma la realtà è ben diversa. Per ora non c’è traccia neanche di diritto di voto per le religiose che partecipano al sinodo, nonostante le pressanti richieste arrivate in tal senso dalle congregazioni femminili. Si registra però un aumento delle donne che prendono parte ai vari sinodi, quello sull’Amazzonia (ottobre 2019) ha fatto registrare un record: 35 le delegate presenti (ma in totale i partecipanti erano oltre 250).

Un segno che va nella giusta direzione è la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato, Francesca Di Giovanni

In quanto a ruoli di responsabilità qualcosa comincia a muoversi, anche se lentamente. È comunque un segno che va nella giusta direzione la nomina di una donna ai vertici della segreteria di Stato. Lo scorso 15 gennaio, infatti, il papa ha chiamato Francesca Di Giovanni, una lunga carriera diplomatica Oltretevere alle spalle, a ricoprire l’incarico di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, seguirà il settore del multilaterale (cioè i rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale compresa la rete dei trattati multilaterali), un incarico particolarmente significativo proprio per il tipo di azione che svolge la Santa Sede sul piano internazionale. Novità di rilievo potrebbero arrivare dall’esortazione post-sinodale sull’Amazzonia, l’atteso documento del papa che toccherà diversi punti delicati. Ma il tempo stringe perché lo scisma silenzioso delle donne dalla Chiesa cattolica prosegue e sta per diventare un‘emorragia inarrestabile.

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Così la Cei è scomparsa dalla politica italiana

POTERE TEMPORALE. Dopo decenni di pressioni su governi e parlamenti, la conferenza episcopale si è eclissata. Un ritorno alla normalità e alla divisione tra Stato e Chiesa. Che però è anche sintomo di incapacità a misurarsi con i mutamenti sociali come richiesto da Francesco. E di mancanza, tranne rare eccezioni, di leadership forti.

C’è un grande assente dalla vita politica italiana degli ultimi anni: la conferenza episcopale.

E se ogni tanto, magari stimolato dai giornalisti, il Segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo è costretto a prendere le distanze dall’ennesima uscita anti-immigrati di Matteo Salvini (da ultimo la citofonata con l’accusa di spaccio rivolta a un giovane tunisino a Bologna, criticata dal numero due della Cei), il quadro generale però non cambia.

E in fondo si tratta di un ritorno alla normalità, a una sana divisione fra sfera civile e religiosa, per un Paese in cui ogni ‘sospiro’ della Chiesa, fino a non molti anni fa, era in grado di influenzare il dibattito pubblico in modo esponenziale, neanche si trattasse di un partito politico a tutti gli effetti.

D’altro canto la parola dei vescovi aveva il suo peso non solo sui temi bioetici, dalle unioni civili al testamento biologico, ma anche su questioni più generali come le riforme istituzionali, la stabilità dei governi, le leggi di bilancio.

UNA PRESSIONE PERMANENTE IN STILE LOBBISTICO

Quella della Cei era in realtà una sorta di pressione permanente su esecutivo e parlamento esercitata in stile lobbistico, per altro ben visibile nelle sue manifestazioni più evidenti facendo leva su un forte rilancio mediatico. Così facendo la Cei è riuscita per altro a mantenere intatti o quasi molti dei privilegi e delle prerogative di cui godeva la Chiesa nelle sue molteplici ramificazioni.

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Se però in diverse occasioni i vescovi, nella stagione interventista, l’hanno spuntata – grazie a sapienti tessiture politiche prevalentemente nel centrodestra ma non solo – su alcuni aspetti non sono riusciti ad avere la meglio.

I NODI DELLA SANITÀ E DELL’IMU

La Cei si è per esempio garantita la sopravvivenza dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche sempre a rischio di essere tagliati al momento della legge di bilancio. Più delicata la situazione delle strutture sanitarie legate in vario modo alla Chiesa. Il forte indebitamento di diverse Regioni con conseguente rischio di crac finanziario ha indotto alcuni governatori ad adottare politiche di tagli e austerità che hanno posto un freno agli sprechi, alle gestioni clientelari, ai buchi di bilancio in particolare nella sfera sanitaria, divoratrice di risorse pubbliche. Del resto, di convenzioni gonfiate e gestioni opache godevano pure tanti ospedali cattolici, anche con una buona fama dal punto di vista della qualità del servizio. Basti ricordare che uno degli scandali più noti e gravi ha visto il coinvolgimento dell’Idi di Roma, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata, al centro di ruberie e indagini giudiziarie, tanto da costringere a intervenire lo stesso Vaticano per porre rimedio a una situazione tuttora difficile.

L’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano

Allo stesso tempo la Cei ha cercato di resistere in ogni modo al pagamento dell’Imu da parte delle strutture di accoglienza cattoliche, appartenenti a congregazioni religiose, che esercitavano in modo prevalente o esclusivo attività commerciale; funzionavano insomma come degli alberghi. In quest’ambito se la situazione ha visto un principio di regolarizzazione, moltissimo resta da fare per enti locali e governo.  

VESCOVI E FRANCESCO SEPARATI IN CASA

L’ambito economico non è tutto, certo, e per altro i problemi in questo settore sono anche altri – si pensi alla scarsa trasparenza dei bilanci delle diocesi, nonostante gli annunci di volerli rendere pubblici – in ogni caso l’azione della Cei ha avuto un certo successo in passato nell’evitare colpi troppo duri da parte dei vari governi che si sono succeduti ai propri bilanci. È un fatto, d’altro canto, che negli ultimi anni i vescovi abbiano aderito con poco entusiasmo al magistero di Francesco (come pure abbiamo raccontato su Lettera43.it), almeno così ha fatto una parte consistente di loro. Di certo battersi per poveri e immigrati nel segno del Vangelo è assai più oneroso che scagliarsi contro le unioni civili omosessuali agitando il fantasma del declino dell’Occidente e della famiglia tradizionale. 

ALLA CHIESA ITALIANA MANCANO LEADERSHIP AUTOREVOLI

Va detto che l’attuale presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, è distante dalle crociate ideologiche di un tempo, tuttavia si è rifiutato di aprire un percorso sinodale per rinnovare la Chiesa italiana, il suo modo di essere, la sua capacità di stare in mezzo alla società, come richiesto dal papa. Bassetti assomiglia a un commissario fallimentare incaricato di gestire il lento restringimento del cattolicesimo italiano espressione di un modello di Chiesa e di fede ormai incapace di mettersi alla prova misurandosi con i mutamenti sociali in modo attivo secondo quanto richiedeva Francesco. Sembra al contrario prevalere la rassegnazione di fronte a una stagione in cui la fede non ha più il primato nel corpo vivo del Paese.

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La frattura apertasi fra episcopato e Santa Sede, in tal senso, sta portando alla luce i limiti di una Chiesa italiana carente di leadership forti e autorevoli, sia ecclesiali sia laiche – con qualche eccezione significativa come quella dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, fra i pochi a far sentire la sua voce, schieratosi a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna contro i populismi e i sovranismi – capaci di reindirizzare un discorso spirituale e culturale alla luce di un pontificato riformatore e di una realtà in tumultuosa trasformazione.

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Perché l’addio di Ratzinger mina ancora il futuro della Chiesa

Le dimissioni di Benedetto XVI restano una ferita aperta nella Chiesa. Il rischio è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’ e che questa venga usata dai nemici di Francesco per indebolirne il potere. E in Vaticano si comincia a pensare di normare il ruolo del papa emerito.

Due papi in Vaticano – uno in carica e l’altro ‘ex’ – non sono uno scandalo, un intralcio rispetto a una presunta normalità, ma una realtà della storia con la quale bisogna imparare a fare i conti. Non può che partire da questa considerazione preliminare ogni valutazione sull’ennesimo ‘incidente’ comunicativo, diciamo così, che ha caratterizzato questi anni di inedita coabitazione Bergoglio-Ratzinger.

Il rischio o il desiderio, a seconda dei punti di vista (fra chi cioè sostiene il pontificato di Francesco e quanti lo detestano) è che l‘eccezionalità della situazione determini una doppia ‘auctoritas’; l’ex papa tenderebbe insomma a dire ancora la sua mettendo di fatto in discussione il magistero del vescovo di Roma.

Ma è davvero così? Siamo in una situazione medioevale con due pretendenti al Soglio pontificio? Sembrerebbe di no. E la ragione è semplice: all’origine di tutto questo sconquasso, delle varie fibrillazioni, c’è un fatto irrimediabile che tende a cambiare in senso radicale la storia della Chiesa, ovvero le dimissioni, queste sì inaudite, di Benedetto XVI.  

LE DIMISSIONI DI RATZINGER, UNA FERITA MAI SANATA NELLA CHIESA

Ratzinger ha compiuto un atto drammatico di desacralizzazione della figura del papa, di ‘riduzione’ all’umano del ‘sovrano’, che non è stata metabolizzata, forse anche psicologicamente, in primo luogo dai suoi sostenitori i quali – ed è fra gli altri anche il caso anche dell’ultraconservatore cardinale Robert Sarah – si aggrappano alla veste bianca di questo anziano papa emerito per dare peso specifico, spessore teologico, a un tradizionalismo, a una visione fondamentalista del cattolicesimo e assolutista del potere pontifico, che è andata gambe all’aria in primo luogo proprio grazie al ‘gran rifiuto’ di Ratzinger.

Il papa emerito Benedetto XVI.

È quel big-bang delle dimissioni che permette l’elezione di Francesco – certo non voluta o prevista da molti – in un conclave dove non c’era una maggioranza progressista o liberal ma si era fatta strada trasversalmente l’idea che la Chiesa, e il Vaticano in modo specifico, si trovavano sull’orlo di una crisi irreversibile e che bisognava cambiare tutto o quasi. C’è da chiedersi se è anche per tale ragione che i cardinali si volsero alla Compagnia di Gesù, cioè all’ordine religioso che mai aveva eletto un papa ma restava di gran lunga una delle strutture più solide e insieme duttile della Chiesa universale, capace ancora di parlare con diversi mondi, di costruire ponti, appunto, dopo l’epoca dei muri dottrinali e ideologici. Saranno gli storici a stabilirlo, a noi restano considerazioni più semplici.

IL PRIMO COLLABORATORE DI BENEDETTO XVI ERA IL CARDINAL BERTONE

È strano, per esempio, come nella mitizzazione odierna di Ratzinger da parte dei suoi supporter più accaniti sparisca del tutto la figura di quello che fu il suo primo e fedele collaboratore, cioè il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che pure diversi esponenti conservatori dell’ala ratzingeriana criticavano ferocemente chiedendo invano a Benedetto XVI di sostituirlo; Ratzinger invece su questo punto non cedette mai.

La crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali

Tuttavia, per comprendere la gravità della situazione nella quale si trovava la Chiesa al momento delle dimissioni, basti ricordare un solo fatto fra i tanti: Benedetto, a dimissioni annunciate in latino l’11 febbraio del 2013 ma non ancora effettive, nei giorni in cui si trovò in una sorta di limbo istituzionale, libero da ogni condizionamento, nominò finalmente il presidente dello Ior, la banca vaticana (scelse Ernst Von Freyberg, un suo connazionale forse non casualmente).

Il cardinale Tarcisio Bertone (foto Foto di Riccardo Squillantini / La Presse).

La carica era rimasta vacante dal maggio del 2012 in seguito alle rumorose dimissioni – tema ricorrente a quanto pare – di Ettore Gotti Tedeschi, banchiere dell’Opus Dei, oggi acerrimo contestatore del papa argentino, entrato però all’epoca in rotta di collisione con il board dell’istituito e con il cardinale Bertone che pure lo aveva voluto. Non c’è bisogno qui di ricordare tutte le complessi vicende finanziarie vaticane, basti però tenere presente che la crisi di governance che portò alle dimissioni del pontefice era profonda e con gravi risvolti internazionali.

LA SCELTA DEL PAPA TEDESCO SI DISTACCA DA QUELLA DI WOJTYLA

Benedetto XVI dunque rinunciò al papato per varie ragioni: limiti evidenti e crescenti nell’azione di governo, una scarsa attitudine politica, il susseguirsi drammatico di scandali e lotte intestine alla Curia che stavano consumando la Chiesa. Eppure anche l’aspetto personale ha avuto il suo peso: l’enormità del compito rispetto alle ormai sempre più ridotte forze fisiche ha giocato certamente un ruolo importante. È qui che Benedetto XVI si distacca definitivamente dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, il quale rimase in carica oltre ogni ragionevole sopportazione, fino alla fine.

Per Ratzinger la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re dedito fino in fondo alla causa

Un sacrificio eroico? Questo è un punto delicato e centrale. Col suo gesto Ratzinger di fatto mette in dubbio quella scelta, prende un’altra strada: la Chiesa ha più bisogno di un buon pastore che la guidi, o di qualcuno che ammetta i suoi limiti, che di un re per quanto dedito fino in fondo alla causa. Ci si può legittimamente domandare se in tale prospettiva non abbia lavorato in Benedetto XVI la propria appartenenza al mondo tedesco, a quel rapporto biografico e esistenziale ravvicinato con l’arcipelago protestante che, pure distante e contrario per molti versi dall’impostazione ratzingeriana, può comunque aver influito sul papa emerito restituendogli un’idea di complessità del cristianesimo che sembrava sparire nel dogmatismo ideologico e teologico.

LA POSIZIONE DI PAPA EMERITO ANCORA DA “REGOLARIZZARE”

Ma allora perché scrive libri, o scrive degli appunti, dei capitoli, perché non tace? Perché apre continui fronti che mettono in discussione l’operato del suo successore? Sono le obiezioni in molti. Per indole, per vocazione a fare il teologo più che il papa, per ripicca, perché, come si dice a Roma, non ci vuole stare (per carattere insomma), perché, in definitiva, anche Benedetto XVI non può che essere una figura umana e storica irrisolta, contraddittoria, che fatica a convivere con i suoi vari passati tutti così ingombranti. Da parte dei sostenitori di papa Francesco si chiede di normare, istituzionalizzare, il ruolo del papa emerito (in tal modo si chiede in realtà di limitare e ‘recintare’ la sua posizione); vedremo cosa deciderà Francesco, ma non è detto che questa sia la strada più corretta.

Da sinistra, Georg Gaenswein e Joseph Ratzinger.

Forse da normare sarebbe, sia detto per paradosso, la figura del segretario personale del papa emerito e non emerito. Già quando Wojtyla era gravemente malato e ancora in carica il suo fedele segretario personale, mons. Stanislaw Dziwisz divenne di fatto uno dei pochissimi interpreti delle volontà del pontefice, e per questo era uomo potentissimo all’interno della Curia. Benedetto XVI, che lo conosceva bene, poco dopo essere stato eletto lo spedì prontamente a fare l’arcivescovo di Cracovia; un riconoscimento certo, ma ben lontano da Roma.

Ratzinger ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi

Don Georg è oggi uno dei pochissimi in grado di comunicare le volontà di Ratzinger al mondo: è lui, per esempio, che annuncia il ritiro della firma del papa emerito dal libro in difesa del celibato sacerdotale del cardinale Sarah; è lui, spesso, a fare da mediatore fra Ratzinger e il mondo. D’altro canto monsignor Gaenswein è persona di cui indubbiamente Benedetto si fida. Ratzinger inoltre ha deciso di rimanere in Vaticano e di vestirsi di bianco, di mantenere insomma qualcuno dei vecchi privilegi (e qui, fra l‘altro, si chiede di stabilire norme che ‘correggano’ l’attuale situazione). Vedremo, se ci saranno, come si regoleranno i futuri papi emeriti su queste e su altre questioni, resta però la sensazione che in questi anni sia stata scritta fino ad ora solo la prima pagina di una nuova storia.  

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L’altolà di Ratzinger alla riforma del celibato sacerdotale

In un libro scritto con il cardinale Robert Sarah, Benedetto XVI si esprime contro la possibilità di ordinare come preti persone sposate. Sulla questione è attesa la decisione di papa Francesco.

«Io credo che il celibato» dei sacerdoti «abbia un grande significato» ed è «indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita», ha affermato Benedetto XVI in un libro a quattro mani con il cardinale Robert Sarah, che uscirà il 15 gennaio e del quale Le Figaro pubblica delle anticipazioni. «Non posso tacere», scrivono Ratzinger e Sarah citando una frase di Sant’Agostino.

Il monito del Papa emerito Benedetto XVI arriva dopo il Sinodo sull’Amazzonia dello scorso ottobre che ha avuto tra i temi centrali di discussione proprio la possibilità di ordinare come sacerdoti persone sposate. Opzione, questa, che è entrata nel documento finale, mentre è attesa la decisione di Papa Francesco che dovrà pronunciarsi con l’esortazione apostolica post-sinodale. Documento che potrebbe essere pubblicato nei prossimi mesi. A fare riferimento all’ultimo Sinodo, parlando però di “uno strano Sinodo dei media che ha prevalso sul Sinodo reale”, sono gli stessi Ratzinger e il card. Sarah che è il Prefetto della Congregazione per il Culto divino e in un certo senso il rappresentate di quell’ala conservatrice che è in Vaticano. “Ci siamo incontrati, abbiamo scambiato le nostre idee e le nostre preoccupazioni”, scrivono Ratzinger e Sarah

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L’agghiacciante report dei Legionari di Cristo sulla pedofilia

Accertati 175 casi in 78 anni. Sessanta da parte del fondatore Maciel. Responsabili 33 sacerdoti.

Praticamente due casi di pedofilia ogni anno. E anche qualcosa in più. La Congregazione dei Legionari di Cristo ha pubblicato un Rapporto riguardante gli abusi sessuali su minori commessi da membri dell’associazione nel corso della sua storia e i numeri sono agghiaccianti: 175 casi in 78 anni, 33 sacerdoti responsabili. Il rapporto, che sarà presentato il 20 gennaio a Roma in occasione del Capitolo generale della Congregazione, precisa che il fondatore di essa, il padre messicano Marcial Maciel, è responsabile di almeno 60 casi di abusi di minori. Lo studio, si è inoltre appreso, è stato realizzato durante sei mesi da una commissione interna e riguarda la storia dei Legionari dalla fondazione in Messico, il 3 gennaio 1941, ad oggi.

CONDANNA DEGLI ABUSI

Nella presentazione del documento, pubblicato nel portale ceroabusos.org, si sottolinea che con esso «i Legionari di Cristo desiderano fare un ulteriore passo per conoscere e riconoscere il fenomeno dell’abuso sessuale su minori e favorire la riconciliazione con le vittime». Il Rapporto inoltre «condanna e deplora» gli abusi commessi, così come «quelle pratiche istituzionali o personali che possano aver favorito o propiziato qualsiasi forma di abuso o rivittimizzazione». Dopo aver sottolineato che fra i 175 minori abusati sono inclusi le 60 vittime dello stesso fondatore della Congregazione, padre Maciel, lo studio precisa che i 33 sacerdoti responsabili degli abusi rappresentano il 2,44% dei 1.353 legionari ordinati nel corso della storia dell’associazione.

27 PRETI PEDOFILI ANCORA VIVI

Dei responsabili, «sei sono morti, otto hanno abbandonato il sacerdozio, uno ha lasciato la Congregazione e 18 vi sono rimasti. Di questi ultimi, il 100% è escluso da rapporti pastorali con minori, quattro hanno restrizioni nell’esercizio del ministero e osservano un piano di sicurezza, mentre 14 non esercitano il ministero sacerdotale pubblico».

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Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

L'elezione di Gomez a presidente della Chiesa Usa e quella di Guerrero Alves alle Finanze del Vaticano: due posizioni chiave che danno più slancio al mandato di Francesco.

Quando il gioco si fa duro i gesuiti e l’Opus Dei cominciano a giocare. Parafrasando John Belushi, è questo lo schema che sembra emergere dalla scorsa settimana durante la quale si sono avute due nomine di primissimo piano negli assetti della Chiesa universale, una in America l’altra in Vaticano. Ma andiamo con ordine.

L’assemblea generale dei vescovi statunitensi, riunitasi a Baltimora il 12 e il 13 novembre scorsi, ha eletto come nuovo presidente e successore del cardinale Daniel Di Nardo (arcivescovo di Galveston-Houston), monsignor Josè Gomez, 67 anni, arcivescovo di Los Angeles, il primo leader ‘latino’ – è originario di Monterrey, in Messico – della Chiesa a stelle e strisce, un fatto definito storico da diversi osservatori e dai media.

Gomez è stato ordinato prete dell’Opus Dei nel lontano 1978, è un difensore battagliero dei diritti di migranti e rifugiati negli Stati Uniti, dei diritti dei dreamers, i migranti arrivati illegalmente negli Usa da bambini che possono col tempo e a determinate condizioni diventare regolari; l’amministrazione Trump ha ingaggiato una durissima battaglia legale per cancellare questa possibilità. Gomez, inoltre, ha attaccato il suprematismo bianco e le forme esasperate di nazionalismo che percorrono gli Usa; assai più tradizionalista appare invece su temi come l‘aborto o le unioni omosessuali.

La sua elezione rappresenta dunque a prima vista una scelta di mediazione fra le diverse anime della conferenza episcopale Usa (il Los Angeles Times l’ha scritto: «È allo stesso tempo un conservatore e un progressista»), divisa fra sostenitori acerrimi della battaglia pro-life allineati al Partito repubblicano, e quanti, nell’episcopato, mettono al primo posto i grandi temi sociali che mandano in corto circuito l’America: dai conflitti razziali alla questione migratoria.

I CATTOLICI USA RESTANO IN MAGGIORANZA LATINOAMERICANI

In realtà l’elezione di Gomez ha un significato più ampio: il nuovo presidente dell’episcopato d’Oltreoceano è infatti alla guida della diocesi più grande del Paese e con una composizione etnica particolarmente ricca e contrastante; più volte, per altro, l’arcivescovo ha detto che la sua stessa biografia è segnata dalla migrazione, un fatto che lo avvicina non poco all’attuale papa segnato da una vicenda per molti versi simile: di certo sta crescendo esponenzialmente a livello globale il peso della Chiesa in grado di parlare lo spagnolo delle Americhe, e cresce pure il peso dell’Opus Dei che, tutto sommato, in questo delicatissimo caso, si è trovata in sintonia con il pontefice gesuita.

Circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa

Non va inoltre dimenticato come la Chiesa Usa sia stata in buona parte ripopolata dalle migrazioni del Centro e Sud America, un fenomeno vasto e potente poco recepito fino a ora dai vertici ecclesiali. Secondo un sondaggio recentissimo del Pew Research Center, circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa. Ancora, il 77% dei cattolici di origini latinoamericane e il 55% dei cattolici bianchi sono favorevoli a concedere la cittadinanza agli immigrati irregolari stabilitisi negli States. Va infine ricordato che, nell’aprile scorso, il papa aveva nominato quale nuovo arcivescovo di Washington, monsignor Wilton Gregory; si trattava del primo leader afroamericano per la nevralgica diocesi della capitale del Paese.

L’ARRIVO DI GUERRERO ALVES E I NODI DELLE FINANZE DEL VATICANO

In Vaticano, invece, Francesco dopo lunga attesa, ha nominato il nuovo capo della segreteria per l’Economia; è un gesuita, si chiama Juan Antonio Guerrero Alves, è spagnolo, ha 60 anni. Vanta sì una laurea in Economia presa in gioventù, ma il suo sembra soprattutto il profilo di chi ha abilità organizzative e gestionali di istituzioni complesse, dunque quella compiuta dal pontefice argentino appare più decisamente come una scelta politica che tecnica. Fra l’altro, particolare non indifferente, la notizia relativa alla nomina è stata diffusa praticamente nelle stesse ore in cui si apprendeva che l’ex ‘ministro dell’Economia’ vaticano, il cardinale George Pell, poteva contare su un’ultima chance per evitare di scontare la pena di sei anni in prigione cui era stato condannato dopo un processo per violenza sessuale su due minori celebratosi a Melbourne, in Australia.

Antonio Guerrero Alves.

Pell si è sempre dichiarato innocente ma è stato comunque giudicato colpevole in primo e secondo grado, ora il suo appello è stato accolto dall’Alta Corte australiana la quale si è detta disponibile a discutere il caso. Difficile dire come andrà a finire ma per Pell c’è comunque una speranza. Nel frattempo, tuttavia, il papa ha chiuso definitivamente quel capitolo procedendo alla nomina di un fedelissimo, un gesuita, per gestire le mai del tutto domate finanze vaticane. Si allarga così ulteriormente la squadra della Compagnia di Gesù in posizioni di comando nella Curia romana (che comprende anche monsignor Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede). Fra i primi dossier cui padre Guerrero dovrà mettere mano, la redazione e pubblicazione dei bilanci vaticani, tanto più urgente dopo l’emergere degli ultimi episodi di investimenti immobiliari spericolati realizzati con ingenti fondi della Segreteria di Stato.

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Il j’accuse del gesuita Sorge: «Ruini con Salvini come la Chiesa ai tempi di Mussolini»

L'ex direttore di Civiltà Cattolica contro l'ex numero uno della Cei: «Sbaglia a benedirlo». E poi lancia l'idea di un Sinodo: «Non possiamo più tacere di fronte a odio e razzismo».

Ruini si comporta con Salvini come già fece la Chiesa con Mussolini. Il j’accuse arriva da Padre Bartolomeo Sorge, autorevole rappresentante dei Gesuiti, lo stesso ordine di Papa Francesco, già direttore della rivista Civiltà Cattolica. «Il cardinale Ruini sbaglia a benedire Salvini. Lo stesso fece il Vaticano con Mussolini», ha affermato il teologo e politologo in un’intervista a Marco Damilano per l’Espresso.

«RUINI, L’ULTIMO EPIGONO DELLA STAGIONE DI PAPA WOJTYLA»

«Nella storia della Chiesa italiana, Ruini è l’ultimo epigono autorevole della stagione di papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, dedito totalmente alla sua straordinaria missione evangelizzatrice a livello mondiale, di fatto rimise nelle mani di Ruini le redini della nostra Chiesa, nominandolo per 5 anni segretario generale della Cei, per 16 anni presidente dei vescovi e per 17 anni vicario generale della diocesi di Roma», dice Sorge. «Per quanto riguarda il suo atteggiamento benevolo verso Salvini, dobbiamo dire che è del tutto simile a quello che altri prelati, a suo tempo, ebbero nei confronti di Mussolini. Purtroppo la storia insegna che non basta proclamare alcuni valori umani fondamentali, giustamente cari alla Chiesa, se poi si negano le libertà democratiche e i diritti civili e sociali dei cittadini», ha aggiunto.

«SERVE UN SINODO, LA CHIESA NON PUÒ PIÙ TACERE SUL’ ODIO»

«Credo che nella Chiesa italiana si imponga ormai la convocazione di un Sinodo», dice ancora padre Sorge. «I cinque Convegni nazionali ecclesiali, che si sono tenuti a dieci anni di distanza uno dall’altro, non sono riusciti – per così dire – a tradurre il Concilio in italiano. C’è bisogno di un forte scossone, se si vuole attuare la svolta ecclesiale che troppo tarda a venire», spiega. Secondo il gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, «solo l’intervento autorevole di un Sinodo può avere la capacità di illuminare le coscienze sulla inaccettabilità degli attacchi violenti al papa, sulla natura anti-evangelica dell’antropologia politica, oggi dominante, fondata sull’egoismo, sull’odio e sul razzismo, che chiude i porti ai naufraghi e nega solidarietà alla senatrice Segre, testimone vivente della tragedia nazista della Shoah, sull’assurda strumentalizzazione politica dei simboli religiosi, usati per coprire l’immoralità di leggi che giungono addirittura a punire chi fa il bene e salva vite umane». «La Chiesa non può più tacere. Deve parlare chiaramente. È suo preciso dovere non giudicare o condannare le persone, ma illuminare le coscienze», conclude.

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La Chiesa cattolica può sopravvivere allo scandalo degli abusi sessuali?

Mentre Francesco continua la sua battaglia per i poveri, continuano i casi di violenze sui minori da parte di sacerdoti. Il Vaticano prova a rispondere sul lato della formazione, ma mancano i presupposti per riforme vere.

Mentre Francesco prosegue instancabile la sua predicazione in favore dei poveri, dei più vulnerabili, contro le ingiustizie che colpiscono tante realtà del Sud e del Nord del mondo, schierandosi in favore dell’educazione al dialogo, alla costruzione di ponti fra civiltà e popoli, la Chiesa da un punto all’altro del globo continua a essere scossa dallo scandalo degli abusi sessuali.

Apparentemente c’è una scarsa relazione fra questi due eventi, in realtà il tratto unificante – e alla lunga schizofrenico – è che entrambi sono fra gli elementi più fortemente rappresentativi della Chiesa cattolica in questo tempo.

A BUFFALO LO SCANDALO DEI 24 PRETI SOSPESI MA STIPENDIATI

Negli Stati Uniti i casi e le denunce si susseguono come una pioggia ininterrotta nonostante l’impegno della conferenza episcopale che ha cercato in ogni modo, nell’arco di due decenni, di porre rimedio allo scandalo. Fra pochi giorni, per altro, i vescovi degli States si riuniranno in assemblea per decidere come perseguire le eventuali coperture e gli insabbiamenti operati dai vescovi nei confronti di sacerdoti colpevoli o indagati come richiesto dal Vaticano.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote

Ma a colpire l’opinione pubblica sono anche altri particolari, come nel caso della diocesi di Buffalo, Stato di New York, dove circa 24 sacerdoti, sospesi da ogni funzione a causa del loro coinvolgimento in casi di violenze su minori, continuano a ricevere il sostentamento economico dalla diocesi locale, sono cioè regolarmente stipendiati. Di fatto finché non vengono ‘spretati’ e allontanati dalla Chiesa è compito della diocesi provvedere al loro mantenimento, almeno questo dicono i legali esperti di diritto canonico.

Papa Francesco.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote; ma le carte dei vari procedimenti, denunciano i media d’Oltreoceano, non sono mai state mandate a Roma nonostante gli annunci fatti. Secondo la diocesi a ritardare il procedimento sono state anche le ulteriori indagini del procuratore generale dello Stato di New York sullo scandalo; c’è invece chi pensa a ritardi dovuti a burocrazie interne. La storia di Buffalo, in ogni caso, dimostra come l’opinione pubblica americana non molli la presa e anzi consideri sempre di più le responsabilità della Chiesa.

IN ITALIA IL CASO DI DON MICHELE MOTTOLA A TRENTOLA DUCENTA

Anche in Italia, Paese in cui i media, con qualche eccezione, sono piuttosto restii a lanciare campagne stampa su un argomento che resta scabroso, proprio in questi giorni ha fatto invece scalpore un fatto di cronaca nel quale è coinvolto un prete: è il caso di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta (diocesi di Aversa) in attività fino al maggio scorso. Contro di lui è in corso un procedimento canonico, ma intanto è stato arrestato dalla polizia dopo essere stato denunciato grazie all’aiuto decisivo di una bambina di 12 anni, una sua vittima molestata già da diverso tempo. Interessante nel caso di don Mottola è il fatto che gli abusi sono proseguiti fino a tempi recentissimi, vale a dire dopo i tanti pronunciamenti degli ultimi pontefici, i provvedimenti presi dal Vaticano, i casi perseguiti, i primi passi compiuti dalla Cei per arginare il fenomeno. È il segno che il problema tende a perpetrarsi nonostante tutto.

LA CHIESA REAGISCE PUNTANDO SULLA FORMAZIONE DEI SACERDOTI

Altre iniziative, anche in positivo si susseguono. Per esempio il prossimo 14 novembre il cardinale Ricardo Blazquez, arcivescovo di Valladolid e presidente dei vescovi spagnoli, inaugurerà un corso sulla protezione dei minori nella Chiesa all’università di Navarra (Opus Dei). Del resto il Vaticano sta investendo molto sull’aspetto formativo attraverso un’educazione costante dei seminaristi e del clero in generale. In questa direzione guida le operazioni l’università Gregoriana a Roma, storico ateneo dei gesuiti che coordina le attività della Chiesa per la protezione dell’infanzia in tutto il mondo. Gestire la sfera affettiva e la sessualità in modo responsabile e maturo, affrontare i casi che emergono mettendo al primo posto le vittime e non la tutela dell’immagine dell’istituzione, capire i segnali di una crisi, imparare a comunicarla con trasparenza, sono alcuni degli obiettivi di questo sforzo. Basterà? Difficile dirlo.

IL CELIBATO RESTA UN TABÙ INTOCCABILE

Nonostante le buone intenzioni infatti in troppe chiese locali il clericalismo, l’abuso di potere, restano il vero nemico da battere mentre laici e donne restano ai margini del governo delle parrocchie e delle diocesi. Non solo. Sul piano istituzionale il celibato resta un tabù intoccabile: non vi è nessun nesso automatico fra la disciplina della castità e le violenze sessuali ripetono come un mantra, snocciolando dati, gli uomini di Bergoglio impegnati nella battaglia contro la pedofilia nella Chiesa, a cominciare da padre Hans Zollner, gesuita, presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori. L’esperienza direbbe altro, ma il dibattito è aperto.

Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, a partire dagli Anni 60 il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato

Resta comunque il dubbio che il rapporto fra chiesa e sessualità, celibato compreso, sia un fattore costante di tensione irrisolto nella vita della Chiesa da tempo fuori controllo. Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, autore di un volume appena pubblicato dal titolo Contro il celibato (Donzelli) a partire dagli Anni 60 circa il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato, i «seminari tendono regolarmente a scomparire», mentre ci sono diocesi che non hanno registrato una sola ordinazione per «diversi anni consecutivi».

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Arrestato un sacerdote nel Casertano con l’accusa di pedofilia

In manette don Michele Mottola. Dopo le prime segnalazioni, sono state decisive le registrazioni col cellulare fatte dalla vittima, una 12enne che frequentava la chiesa del paese.

Un sacerdote nel Casertano è stato arrestato con l’accusa abusi su una minore di 12 anni che frequentava la chiesa. L’arresto è stato eseguito dalla Polizia di Stato su ordine del Gip del Tribunale di Napoli Nord. A finire in manette è stato don Michele Mottola della parrocchia di Trentola Ducenta. Era stata la Diocesi di Aversa a inviare la prima segnalazione alla procura guidata da Francesco Greco sui presunti abusi commessi dal prete, che nel maggio scorso era stato sospeso dal servizio.

LE REGISTRAZIONI: «È SOLO UN GIOCO, NON FACCIAMO NIENTE DI MALE»

La ragazzina ha registrato con il telefonino gli incontri tenuti col sacerdote nella canonica della parrocchia, raccogliendo elementi rilevanti che hanno portato all’arresto dell’uomo. «Lasciami stare, non mi devi più toccare», è una delle frasi emblematiche che la piccola ha registrato mentre parlava con il prete; «è solo un gioco, non facciamo niente di male» sono le altre significative parole pronunciate invece dal sacerdote e finite nelle registrazioni consegnate dai genitori della bimba nel maggio scorso ai poliziotti del Commissariato di Aversa e fatte ascoltare alla diocesi, che ha subito sospeso don Michele dal servizio, informando la Procura di Napoli Nord. Nei confronti dell’uomo è stato avviato un processo canonico tuttora in corso.

DELLA VICENDA SI SONO OCCUPATE ANCHE LE IENE

Nel frattempo gli investigatori della Polizia di Stato guidati da Vincenzo Gallozzi hanno raccolto anche delle testimonianze. Il cerchio sulla ricostruzione della vicenda si è chiuso con l’incidente probatorio che ha messo la ragazzina e il sacerdote uno di fronte all’altro. La 12enne ha confermato che gli abusi andavano avanti da tempo, mentre don Michele si è difeso dicendo che la minore stava farneticando. Intanto i genitori della bimba si sono rivolti al programma tivù Le Iene perché la vicenda venisse fuori in tutta la sua drammaticità.

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Ruini apre a Salvini: l’ultima carta dei conservatori contro Francesco

L'assist del cardinale al leader della Lega rispolvera la Santa Alleanza tra Chiesa e politica proposta ai tempi di Berlusconi, nonostante il contesto sia radicalmente cambiato. E suona come una chiamata alle armi diretta a quei settori del cattolicesimo in crisi di fronte alla spinta riformatrice messa in atto dal papa.

E alla fine scese in campo il cardinale Camillo Ruini. Segno che la carovana ultraconservatrice, in verità un po’ disordinata, che ha cercato di sbarrare la strada a papa Francesco e al suo progetto riformatore, ha fino a ora fallito. Allora è dovuto tornare al centro dell’arena l’ultimo dei pesi massimi della stagione wojtyliana, l’ormai 88enne Ruini, ancora lucido certo, per provare a ricomporre le ragioni dello schieramento conservatore.

L’ex dominus della Chiesa italiana, in pensione da tempo, in un’intervista al Corriere della Sera, non esita a dare ben tre indicazioni molto precise negli obiettivi: esprime una critica diretta al percorso di riforma della Chiesa voluto dal papa, concede una forte apertura di credito al leader della destra Matteo Salvini (il quale si è affrettato a ringraziarlo) – come già fece con Silvio Berlusconi a suo tempo –, coglie l’occasione del voto umbro favorevole alla destra per assetare un colpo velenoso al nemico interno di sempre: il cattolicesimo democratico.

Ringrazio il Cardinal Ruini, che spero di poter incontrare, per le parole che invitano al confronto, all’apertura, alla…

Posted by Matteo Salvini on Sunday, November 3, 2019

L’ASTENSIONE DEL CENTRODESTRA NEL VOTO SULLA MOZIONE SEGRE

Niente di nuovo? Fino a un certo punto. Intanto per il contesto nel quale ci si muove e che ha il suo peso. Perché il pronunciamento del cardinale che dice di non condividere «l’immagine tutta negativa di Salvini» del quale anzi intravede le future «notevoli prospettive», arriva dopo un fatto clamoroso: l’astensione fatta registrare in Senato dal centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) sulla proposta di istituire una commissione per contrastare l’odio razzista e l’antisemitismo in particolare sul web ma non solo. Un’iniziativa nata per volontà della senatrice Liliana Segre, ex deportata di Auschwitz, vittima lei stessa quotidianamente di aggressioni e insulti antisemiti.

LA PREOCCUPAZIONE DI PAROLIN

Da rilevare che l’astensione delle destre aveva suscitato la reazione composta ma chiara del Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Parolin esprimeva una forte preoccupazione per il venir meno di un terreno comune istituzionale anche su valori ritenuti fondamentali e invitava a riflettere su quanto stava accadendo in parlamento e quindi nel Paese.

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QUELLA “DIMENTICANZA” DI RUINI

L’intervento del Segretario di Stato vaticano era il sintomo di un allarme che si registrava Oltretevere per un episodio-spartiacque: il voto infatti sembrava dare forma concreta proprio a quel venir meno di valori condivisi «sui quali tutti dovremmo convergere» evocati da Parolin e che destava particolare inquietudine in Vaticano come in ampi settori dell’opinione pubblica. Di tutto questo, neanche di sfuggita, c’era traccia nell’intervista e nelle parole di Ruini, quasi la questione nella sua complessità e attualità, nei suoi richiami internazionali e storici, non fosse all‘ordine del giorno.  

LA RIPROPOSIZIONE DELLA SANTA ALLEANZA TRA CHIESA E POLITICA

L’impostazione di Ruini appare dunque, in un certo modo, applicare uno schema vecchio in uno scenario però mutato rispetto al passato: in pratica il cardinale ripropone lo sdoganamento del nuovo che avanza a destra per stringere una nuova santa alleanza fra Chiesa e potere politico. Ma appunto il voto in Senato dimostra che il conflitto sui valori fondamentali va ben oltre le polemiche sulla gestione più o meno efficace del fenomeno migratorio. Quest’ultimo è anzi divenuto, già da tempo, tema dirimente di propaganda ideologica, grimaldello per mettere in crisi i principi liberali e democratici – fino allo stesso disconoscimento, in alcune circostanze, dei diritti dell’uomo –  in buona parte dell’Occidente. Non dev’essere un caso, in effetti, se papa Francesco guardando a determinate derive ideologiche presenti in Europa in questa stagione e ispirate a un nazionalismo fondamentalista e quasi sempre xenofobo, abbia evocato più volte il rischio del diffondersi di un clima simile a quello che pervase l’Europa fra le due guerre.  

IL RITORNO IN AUGE DEL CROCIFISSO IDEOLOGICO

D’altro canto, e qui il cardinale non può certo essersi sbagliato, Ruini approva anche il Salvini che brandisce rosari nelle piazze, forma un po’ ruvida, dice, di opposizione al «politicamente corretto» (sic!). Il tentativo del leader leghista di appropriarsi dei simboli religiosi è stato fortemente contestato per la sua strumentalità dal presidente dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, ma Ruini la pensa diversamente. Il gesto salviniano, d’altro canto, non è isolato, e si colloca anzi in un utilizzo del cristianesimo quale arma di un’ondata nazionalista (Donald Trump e Vladimir Putin in primo luogo) povera sotto il profilo della proposta ideologica e culturale e quindi bisognosa di un apparato simbolico allo stesso tempo forte e semplice, riconoscibile. Il crocifisso ideologico non è una novità ma certo sta tornando fortemente in auge. 

UNA CHIAMATA ALLE ARMI PER LA CHIESA ANTI-BERGOGLIO

Se Salvini è il leader apocrifo e quindi un po’ taroccato, identitario, di un cattolicesimo dagli istinti preconciliari che non sopporta la predicazione di Bergoglio, Ruini proprio questa linea sembra sposare e soprattutto gli appone il timbro autorevole del suo placet. Quasi una chiamata alle armi per quei settori ecclesiali e del cattolicesimo organizzato in significativa crisi di fronte alla spinta riformatrice messa in atto dal papa. Il recente sinodo sull’Amazzonia del resto, è l’altro spartiacque con il quale il cardinale si confronta e denuncia anzi con chiarezza quale sia la sua forte preoccupazione in proposito. Ruini teme che la richiesta proveniente dai padri sinodali di ordinare sacerdoti diaconi sposati (cioè dei laici) sia un errore, un modo per far saltare la regola del celibato; quindi spera e prega che il papa neghi questa possibilità nell’esortazione post-sinodale, il documento con il quale Francesco farà il punto su quanto stabilito dall’assise sull’Amazzonia. 

L’UNITÀ E LA COLLEGIALITÀ DELLA CHIESA MESSE IN DISCUSSIONE

Vedremo cosa delibererà il papa in proposito, in ogni caso suscita un certo stupore che un cardinale esperto come l’ex presidente della Cei, si adatti a considerare il pontefice come una sorta di Corte d’appello ecclesiale il cui giudizio dovrebbe ribaltare la ‘sentenza di primo grado’ del sinodo con tanti saluti alla collegialità e all’unità della Chiesa pure invocata dal cardinale. Anche perché è vero, come ricorda Ruini, che il sinodo ha votato a maggioranza sui diaconi sposati, ma lo stesso è avvenuto per tutti gli altri 120 paragrafi del documento finale dell’assise con un particolare: tutti i punti del testo hanno superato il quorum dei due terzi dei consensi richiesti dal regolamento. 

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L’America Latina ha aiutato il papa a battere la Curia

Il sinodo sullìAmazzonia è stato guidato dai vescovi brasiliani insieme a numerosi missionari e rappresentanti delle comunità locali e dei popoli indigeni. Categorie organizzate e capaci di orientare il dibattito. Così Francesco è riuscito a imporre la sua linea di riforme radicali al partito curiale.

Alla fine la periferia del mondo è entrata in Vaticano e ha vinto. È questo forse il dato politico più rilevante emerso dalla conclusione del sinodo sull’Amazzonia convocato da papa Francesco e svoltosi dal 6 al 27 ottobre.

Decisioni importanti sono state prese dai padri sinodali riunitisi a Romain primis la proposta di ordinare sacerdoti uomini riconosciuti dalle comunità, sposati e con una famiglia stabile – e molto probabilmente saranno poi tradotte in un’apposita esortazione post-sinodale dal pontefice che completerà il documento finale dell’assise con la propria visione e la propria autorità di vescovo di Roma.

CON FRANCESCO IL SINODO È DIVENTATO PIÚ IMPORTANTE

Del resto era proprio questo uno degli elementi di riforma strutturale della Chiesa voluti fortemente da Bergoglio: vale a dire portare a termine l’innovazione già prefigurata dal Concilio Vaticano II con l’istituzione del sinodo quale momento di partecipazione, discussione e decisione collegiale. Con Francesco l’assemblea dei vescovi, da organo puramente consultivo come era stato per lunghi decenni, si sta trasformando sempre di più in elemento chiave della vita della Chiesa: un sinodo che ‘decide’ insieme al pontefice.

La sinodalità è forse il metodo che meglio interpreta la globalità della Chiesa cattolica

E chissà che nei prossimi anni non si allarghi anche la platea dei padri sinodali, a cominciare dalle ‘madri’ e poi anche dai laici. Di certo la sinodalità è un ponte ecumenico lanciato verso le altre confessioni cristiane che hanno sempre visto nell’assolutismo del papato un limite di fatto insormontabile al cammino comune delle chiese cristiane, per quanta buona volontà ci fosse. La sinodalità, inoltre, è forse il metodo che meglio interpreta la globalità della Chiesa cattolica, una globalità composta da una varietà culture e sensibilità differenti.

Il papa durante i lavori del sinodo sull’Amazzonia.

D’altro canto, se questo è vero al medesimo tempo è un fatto che i primi due sinodi sulla famiglia convocati dal papa argentino nel 2014 e nel 2015, erano stati segnati da una fortissima e a tratti violenta opposizione alla spinta innovativa promossa da Bergoglio (le novità si erano fatte strada a fatica fra votazioni combattute e documenti cesellati fino al dettaglio). Francesco ha ottenuto stavolta quella vittoria netta e in campo aperto che ancora gli mancava per completare il suo percorso di riforma della Chiesa. Una vittoria costruita nel tempo con saggezza e astuzia. Nel momento culminante del pontificato si è rivolto infatti alla sua America Latina, ai vescovi brasiliani innanzitutto, usciti certo decimati dal trentennio conservatore Wojtyla-Ratzinger ma non piegati del tutto, anzi.

IL PARTITO CURIALE QUESTA VOLTA HA PERSO

Il sinodo amazzonico, che vedeva la partecipazione delle chiese di nove Paesi della regione, è stato guidato dall’episcopato brasiliano insieme ai numerosi missionari, alle religiose, e ai rappresentanti delle comunità locali e dei popoli indigeni partecipanti all’assise. Categorie che – tranne i vescovi  – non avevano diritto di voto, ma organizzate e capaci di orientare il dibattito, di esercitare quella moral suasion che avuto il suo peso. Per questo è particolarmente significativo che tutti e 120 i paragrafi del documento finale abbiano raggiunto il quorum dei due terzi di voti necessari per l’approvazione.

La questione ambientale era già stata posta al centro dell’enciclica Laudato sì

Alcuni alti prelati della Curia hanno provato, prima e durante il sinodo, a fermare il cambiamento, fra di loro un cardinale di peso come il prefetto della congregazione dei vescovi, il canadese Marc Ouellet, ma stavolta il partito curiale ha perso. Su un piano più generale, va poi rilevato che la questione ambientale come tema cruciale per il futuro dell’umanità, la salvaguardia del Creato e della vita, la messa in discussione del modello globale di sviluppo e di consumo, l’aggressione predatoria agli ecosistemi e alle comunità locali da parte di grandi multinazionali o degli stati più ricchi del pianeta, erano stati posti al centro dell’enciclica Laudato si’, pubblicata nel maggio del 2015; tutta questa materia ha avuto un suo chiaro punto di caduta nel sinodo amazzonico.

SUI PRETI SPOSATI È ARRIVATA LA SVOLTA DEFINITIVA

Il sinodo ha preso poi alcune decisioni come quella relativa alla richiesta di ordinare uomini sposati (bisognerà vedere come la tradurrà concretamente il papa), che riguardano in primo luogo una realtà locale per quanto immensa come quella amazzonica. L’ormai cronica carenza di sacerdoti nella regione, la situazione di molte comunità abbandonate a sé stesse, la concorrenza delle chiese evangeliche ben radicate sul territorio, hanno spinto il sinodo a scegliere il cambiamento spinto per altro da una forte richiesta dei vescovi e delle comunità locali.

Papa Francesco durante la celebrazione della messa.

Tuttavia, una volta innescato il processo sarà ben difficile fermarlo altrove: cosa accadrà infatti quando prossimamente si riunirà il sinodo della Chiesa tedesca che spinge per riforme radicali? E come si regolerà la Chiesa australiana che nel 2020 si riunirà in un concilio plenario (l’ultimo si era svolto nel 1937) per decidere come rimettersi in cammino dopo essere stata travolta dallo scandalo degli abusi sui minori? Francesco ha scommesso su un cristianesimo capace di uscire dalla crisi in cui versa mettendo in discussone sé stesso in un dialogo aperto col mondo, la strada ora è aperta.

RIFORME PER LE DONNE: MINISTERO AD HOC E DIACONATO FEMMINILE

Rimane aperta, poi, drammaticamente, la questione femminile; da una parte infatti le donne  – fra religiose e laiche – costituiscono buona parte dell’ossatura del cattolicesimo organizzato nel mondo, dall’altra il perpetrarsi delle discriminazioni nei loro confronti sta riducendo anno dopo anno la presenza femminile nella Chiesa in molti Paesi. Su questo fronte dal sinodo arrivano due novità entrambe importanti.

La leadership femminile viene infine riconosciuta formalmente uscendo dall’anonimato e soprattutto dalla provvisorietà

La prima è la richiesta di un «ministero istituito» per le donne leader di comunità «considerato che la maggioranza delle comunità cattoliche in Amazzonia sono guidate da donne». Significa che l’incarico diventa istituzionale, la leadership femminile viene infine riconosciuta formalmente uscendo dall’anonimato e soprattutto dalla provvisorietà. Un obiettivo minimo per alcuni, ma meno scontato se si tiene conto appunto del ruolo che ricoprono le donne nella regione e dell’impatto culturale che la decisione della Chiesa potrà avere nei Paesi amazzonici come nel resto del mondo, a cominciare da quelle realtà in cui le donne – anche nella Chiesa – sono esposte a discriminazioni gravi.  

Al medesimo tempo il papa, nel suo intervento conclusivo al sinodo, ha fatto sapere che intende riconvocare la commissione sul diaconato femminile (i cui lavori si erano conclusi poco tempo fa con un nulla di fatto), tema discusso anche durante l’assise tenutasi in Vaticano. Segno che anche Francesco ha saputo ascoltare e probabilmente, pure alla luce dei lavori del sinodo, ha pensato che i tempi sono maturi per un’accelerazione. Fra le novità in arrivo c’è infine la possibilità, adombrata anche dal papa, che nasca una conferenza episcopale panamazzonica, un organismo che non si sostituisce agli episcopati nazionali ma sia in qualche modo capace di raccogliere i frutti di questo sinodo dando vita a una forma di confronto e di alleanza per affrontare problemi comuni.  

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Il M5s vuole recuperare 5 miliardi dall’Imu alla Chiesa

Disegno di legge a firma di Lannutti, Toninelli e altri 74 senatori grillini pronto a essere tradotto in emendamento alla manovra. Monsignor Bregantini: «Solita minestra riscaldata».

Imu alla Chiesa, ci risiamo. Il Movimento 5 stelle punta a racimolare così risorse utili per la manovra. La misura, proposta da Elio Lannutti e firmata anche dall’ex ministro Danilo Toninelli, varrebbe 5 miliardi di euro. In particolare l’obiettivo è recuperare la vecchia Ici non versata tra il 2006 e il 2011 e far pagare l’Imu, l’imposta municipale propria, per quegli immobili sfruttati commercialmente ma che «eludono l’imposta». È una storia che ciclicamente si ripropone. Ci provò pure Mario Monti nel 2012, mentre l’Unione europea nel 2014 riaprì il caso degli sconti fiscali concessi parlando di «sistema di favore» capace di distorcere il mercato. Un meccanismo che, tra regolamenti poco chiari e condoni, ha evitato salassi alla Chiesa, che tra l’altro ora si trova in difficoltà economiche tanto da far parlare di «rischio default».

UNA SOMMA CHE EVITEREBBE ALTRI AUMENTI

Però 76 senatori grillini non sembrano essersi fatti intenerire e hanno depositato in Senato un disegno di legge che i parlamentari sono pronti a tradurre in un emendamento alla legge di bilancio. Lannutti, primo firmatario, ha spiegato che la somma «sarebbe sufficiente a evitare gli aumenti della cedolare secca, della tassa sulle transazioni immobiliari, dei bolli sugli atti giudiziari, del biodiesel e della plastic tax».

SENTENZA EUROPEA CHE PARLAVA DI AIUTI DI STATO IRREGOLARI

L’iniziativa prende spunto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Ue che aveva stabilito il recupero da parte dello Stato italiano dell’imposta non versata dalla Chiesa tra il 2006 e il 2011, in quanto «aiuto di Stato irregolare». Nel frattempo, secondo i grillini, l’intervenuta legge Monti del 2012 che esonera la Chiesa dal pagamento dell’imposta laddove non vengono svolte attività economiche, «presenta molte scappatoie» che consentono di evitare il pagamento dell’imposta anche dove si produce reddito.

UN «CERTIFICATORE ESTERNO» PER CONVALIDARE I BILANCI

Un nodo che per il M5s si potrebbe risolvere «facendo controllare i bilanci delle società o delle associazioni che li gestiscono da soggetti terzi, che se ne assumono la responsabilità». La norma, nel dettaglio, prevede che tutte le associazioni o società legate alla religione cattolica o congregazioni «il cui giro d’affari è pari o superiore ai 100 mila euro annui sono tenute a farsi convalidare i conti da un certificatore esterno» che in caso di bilancio non veritiero può essere «condannato a un periodo di detenzione dai tre ai cinque anni».

STIME ANCI: ICI NON VERSATA PER 800 MILIONI L’ANNO

Dalla relazione al ddl risulta inoltre che secondo delle stime dell’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, l’Ici (all’epoca era questo il nome dell’imposta) non versata tra il 2006 e il 2011 si aggira intorno ai 5 miliardi di euro, circa 800 milioni l’anno.

Questi immobili sono di sostegno a una pastorale che è al servizio della gente e quindi sarebbe un penalizzare chi apre le strade per iniziative di bene


Monsignor Giancarlo Bregantini

Dalla Santa sede non si sono scomposti. Monsignor Giancarlo Bregantini ha commentato così l’iniziativa politica all’Ansa: «È un tema che torna come una minestra riscaldata che non è più buona; è stato più volte ribadito di avere uno sguardo ampio che tenga conto che questi immobili sono di sostegno a una pastorale che è al servizio della gente e quindi sarebbe un penalizzare chi apre le strade per iniziative di bene». Il vescovo di Campobasso ha stigmatizzato invece il fatto che «la manovra non affronta le vere emergenze come la denatalità e il contrasto al gioco d’azzardo».

«SI VUOLE RASCHIARE IL FONDO DEL BARILE»

Far pagare l’Imu alla Chiesa per gli anni del passato invece «non credo possa dare questi notevoli guadagni. Mi sembra che si voglia raschiare il fondo del barile, penalizzando le opere sociali collegate ai beni della Chiesa, specialmente in questo momento di difficoltà sociale evidentissima», ha detto ancora Bregantini.

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