Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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Luca Ricolfi: «Nel centrodestra Giorgia Meloni non è la più estremista»

Commentando a Roma InConTra i risultati delle Regionali umbre, il sociologo mette in guardia dalle facili etichette. La proposta fiscale della leader di FdI, per esempio, è «anti-sovranista». Il rinnovato europeismo di Salvini non convince. E la forza liberale incarnata da Berlusconi non ha più uno spazio politico.

Dov’è la destra, dov’è la sinistra? Non dove sembrano essere e non solo per Giorgio Gaber, ma anche per Luca Ricolfi. Commentando il voto in Umbria ospite di Enrico Cisnetto a Roma InConTra il sociologo torinese smonta innanzitutto la rappresentazione classica del centro-destra, o destra-centro che dir si voglia, che prevede Forza Italia al centro, più a destra la Lega e poi, in fondo a destra, Fratelli d’Italia.

MELONI? MENO ESTREMISTA DI QUELLO CHE SEMBRA

Per il docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, lo schema non è così automatico. «Non sono convinto Giorgia Meloni sia la più estremista di tutti. Le attribuisco una certa dose di pragmatismo. Per esempio, la sua proposta fiscale che prevedeva un’aliquota unica al 15% per i redditi incrementali non è stata presa in considerazione da nessuno. Eppure non solo era la migliore, ma anche la più moderata e persino anti-sovranista». «Un’ottima proposta», ribadisce un Ricolfi che non ti aspetti, «che magari è frutto di un’idea di Guido Crosetto, che io stimo, e che comunque rispecchia una linea di politica economica che non ci fa litigare con l’Europa». 

Luca Ricolfi ospite a Roma InContra di Enrico Cisnetto.

SALVINI E LA POCO CONVINCENTE CONVERSIONE EUROPEISTA

La Lega, che in Umbria ha perso 17 mila voti rispetto alle Europee di cinque mesi fa, canta vittoria. «In effetti in Umbria il successo della destra è dovuto principalmente all’exploit di Fratelli d’Italia», spiega Ricolfi. «Ma la Lega può ovviamente fare ancora il pieno di voti in futuro». Matteo Salvini, è il ragionamento, «non mi preoccupa quando esprime soddisfazione per il successo dell’Afd (l’ultra-destra tedesca che domenica ha fatto il pieno dei voti in Turingia, ndr), quella è solo comunicazione».

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Dunque la metamorfosi europeista e moderata del segretario del Carroccio così come emersa dall’intervista a Il Foglio è autentica? Qui Ricolfi si fa più prudente: «Non so se stia cambiando. La strategia economica in chiave anti-Europa e anti-euro per ora rimane sullo sfondo, ed è la cosa che mi turba davvero di Salvini». 

IL CAV DEVE FARE I CONTI CON IL POCO APPEAL DI UNA FORZA LIBERALE

E poi c’è Silvio Berlusconi, «che sembrava un pugile suonato, ma che potrebbe tornare a giocare un ruolo», sottolinea il sociologo. Ma attenzione alle collocazioni, perché «purtroppo non c’è spazio al centro per una forza liberale ed europeista», dice insistendo sul «purtroppo». Questo perché, a dispetto dei falsi miti, «l’elettorato italiano non è così mobile, il 40% vota a destra, il 40% a sinistra e solo il 20% è oscillante». Non c’è (falso) mito che resista ai colpi di Ricolfi. L’ospite di Roma InConTra però non smentisce solo gli altri, ma anche se stesso: «Non pensavo che la destra potesse rappresentare così largamente l’elettorato, mi sbagliavo, così come i sondaggisti che ci raccontavano di uno scontro all’ultimo sangue tra i candidati in Umbria, che alla fine non c’è proprio stato».

Il sociologo Luca Ricolfi è autore del libro “Società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

SIAMO UN PAESE POVERO ABITATO DA RICCHI

Insomma, professione debunker. Come anche nel suo ultimo libro, Società signorile di massa (La Nave di Teseo), in cui Ricolfi racconta un’Italia povera abitata da gente ricca. Un Paese in cui una minoranza di non produttori si appropria della ricchezza altrui, a cominciare da quella dei nonni, e sfrutta il sistema para-schiavistico esistente in alcuni settori (badanti, rider, cooperative) e, alla fine, «vive di rendita». Ed ecco un livello dei consumi «signorili» inspiegabile considerato il reddito, fatto di weekend lunghi, case al mare, seconde macchine in garage, apericene, nuovi cellulari, palestra, gioco d’azzardo e schermi piatti.

ALLA POLITICA FA COMODO UNA NARRAZIONE DRAMMATICA

«Alla politica, con l’aiuto degli intellettuali faziosi, fa però comodo descrivere un Paese in difficoltà», continua Ricolfi, «anche se non è vero». Questo perché «se si drammatizza lo scenario, lo si ingigantisce e si evita di circoscrivere il problema e intervenire». Accade per esempio con la narrazione dei giovani rappresentati troppo spesso come una generazione perduta e senza futuro. «In realtà», chiarisce Ricolfi, «non è vero che siamo pieni di giovani iper-qualificati che svolgono mansioni più basse di quelle che potrebbero fare. Semplicemente i titoli di studio sono vuoti di contenuto, non corrispondono alle competenze effettivamente acquisite, così le aziende li piazzano dove devono stare e non dove vorrebbero». 
Sì, ma la sinistra? Nemmeno a parlarne. È dal 2000 che il sociologo ripete che «la sinistra non è più di sinistra». 

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Cosa sapere delle elezioni regionali in Umbria

Il 27 ottobre la regione scossa dallo scandalo Sanitopoli va al voto. M5s, Pd e Iv sostengono insieme Vincenzo Bianconi. Il centrodestra unito punta sulla leghista Donatella Tesei. Guida a una tornata elettorale locale dal sapore nazionale.

Le elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre non sono solo le prime Regionali della tornata 2019 dopo la caduta del governo gialloverde ma presentano, a livello locale, la stessa maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo. Da un lato ci sono dunque Movimento 5 stelle e Partito democratico e dall’altro un centrodestra a tre punteLega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) – che, suggellata l’alleanza con la piazza romana del 19 ottobre scorso, prova a essere più coeso di quanto non sia stato finora.

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

L’INEDITA ALLEANZA PER L’UMBRIA

La disponibilità di correre assieme al Pd alle Regionali umbre è arrivata da Luigi Di Maio lo scorso 15 settembre. Mentre l’ex alleato, Matteo Salvini, dal palco di Pontida arringava il popolo padano, a Roma il neo ministro degli Esteri provava a oscurarlo proponendo al segretario dem Nicola Zingaretti una inedita alleanza locale, pur senza mai nominare il Pd, come del resto aveva già fatto nei discorsi delle consultazioni al Quirinale di agosto. «Tutte le forze politiche di buon senso», fu l’invito di Di Maio, «facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica».

SANITOPOLI E GLI ATTACCHI DEL M5S AL PD

Si tratta di un’apertura inattesa, non solo perché avanzata da Di Maio in persona, tra i pentastellati moderati finora più scettici sulla nuova maggioranza, ma anche perché in Umbria la Giunta Pd è implosa sotto lo scandalo “sanitopoli.

L’ex governatrice umbra Catiuscia Marini.

L’esperienza governativa per la Giunta uscente si è infatti conclusa anticipatamente e nel peggiore dei modi, con le dimissioni della presidente della Regione, Catiuscia Marini indagata per il caso dei concorsi truccati nelle Asl umbre e un partito allo sbando commissariato da Roma, con la nomina di Walter Verini. In aprile Di Maio, rimarcando la differenza tra 5 stelle e democratici, diceva: «Il Pd ha usato in questi anni la sanità umbra come bancomat del partito. Le dimissioni della governatrice sono il minimo». In un’altra occasione aveva dichiarato: «La sanità umbra è eccellente ma derubata dal Partito democratico che faceva passare le tracce dei concorsi nelle sue sedi».

IL CANDIDATO GIALLOROSSO È VINCENZO BIANCONI

Di Maio non poteva certo sapere che di lì a poco Salvini avrebbe strappato l’alleanza gialloverde. Mentre sa benissimo che il Movimento 5 stelle finora non è riuscito a espugnare alcuna regione e resta assai debole sul territorio. Da qui l’idea di unire due debolezze (considerato il modo con cui il Pd ha archiviato l’esperienza amministrativa umbra, non è certo dato per favorito) nella speranza di farne una forza politica che si coagulerà attorno alla figura di Vincenzo Bianconi.

Regionali: Umbria; Bianconi
Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s

Potrebbe essere difficile convincere la base grillina che si possa siglare una “alleanza per il cambiamento” con chi ha governato per anni la Regione e ne è uscito inseguito dalle inchieste della magistratura. Per questo Di Maio, che nel frattempo su Rousseau ha incassato il “sì” del 61% circa degli attivisti alla coalizione umbra (21.320 scrutini favorevoli rispetto ai 13.716 contrari) continua a ripetere che Bianconi è un candidato «senza tessere di partito in tasca».

LA POLEMICA SUI FONDI DELLA RICOSTRUZIONE

Presidente di Federalberghi Umbria e dell’associazione no profit per la rinascita dei territori colpiti dal sisma I love Norcia, Bianconi è un imprenditore di 47 anni, a sua volta figlio di imprenditori, rampollo di una famiglia di albergatori da sei generazioni. Proprio i suoi hotel sono finiti al centro di una recente inchiesta pubblicata sul Corriere dell’Umbria legata ai finanziamenti per la ricostruzione e a un possibile conflitto di interessi in caso di elezioni. Accuse che Bianconi, le cui attività sono state colpite gravemente dal sisma, ha respinto con sdegno: «Nell’area del cratere su 35 hanno fatto domanda in 19 e 11 hanno ottenuto il contributo quindi non sono solo le mie aziende ad averli ricevuti». Quanto al possibile conflitto di interessi, Bianconi, che in un primo momento aveva replicato con una provocazione («Allora un qualsiasi terremotato non può candidarsi?»), ha promesso: «Se dovessi diventare presidente mi terrei lontano anni luce dal dossier terremoto e da qualsiasi cosa che mi potrebbe riguardare».

A SOSTEGNO DEL CANDIDATO GIALLOROSSO ANCHE RENZI

Andrea Fora, il precedente candidato del Pd che per ordini di scuderia ha fatto un passo indietro per permettere la candidatura dell’attuale esponente giallorosso, si è invece dimesso da Confcooperative Umbria per correre nella lista a sostegno Bianconi per l’Umbria – Patto civico.

Andrea Fora e Vincenzo Bianconi.

Con Bianconi anche Europa Verde e Sinistra civica verde, entrambe riconducibili all’universo della sinistra extraparlamentare. Sciolto anche il rebus di Italia viva. Matteo Renzi, che aveva espresso la volontà di non correre alle Regionali, ha infatti detto che appoggerà il candidato giallorosso.

DONATELLA TESEI, FRONTWOMAN LEGHISTA DEL CENTRODESTRA

La favorita (anche se gli ultimi sondaggi danno Bianconi in costante avvicinamento) è invece l’avvocato 61enne Donatella Tesei. Già senatrice in quota Lega e presidente della commissione Difesa, è stata per 10 anni sindaca di Montefalco.

La candidata per il centrodestra alla presidenza della Regione Umbria, Donatella Tesei.

Matteo Salvini l’ha imposta mesi fa – appena il Pd umbro ha iniziato a scricchiolare per Sanitopoli – a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Considerato il successo riscosso dalla Lega alle ultime Europee (oltre il 38%), gli alleati – che a stento a quella tornata hanno raggiunto il 13% assieme – non hanno avuto nulla da obiettare. Donatella Tesei sarà sorretta anche dalle liste civiche Tesei presidente e Umbria civica. Specularmente a quanto accade in casa giallorossa, qui l’incognita – se di incognita si può parlare – è rappresentata da un altro convitato di pietra: Giovanni Toti. Cambiamo, al pari di Italia viva di Renzi, non correrà, ma Toti ha dato indicazioni di sostenere la candidata ufficiale del centrodestra.

L’EX CANDIDATO DEL CENTRODESTRA CORRE DA SOLO

In Umbria correrà anche un candidato ufficioso. Il vero ago della bilancia potrebbe essere Claudio Ricci, che corse per il centrodestra alle Regionali del 2015. Rispetto al democratico Andrea Fora, Ricci non ha preso altrettanto bene l’ordine arrivato da Roma di fare un passo indietro a favore della candidata di coalizione e ha scelto di correre senza vessilli di partito. Lo sosterranno tre liste: Proposta Umbria, Italia civica e Ricci presidente. Nel 2015 prese il 39,27% (contro il 42,78% del centrosinistra), ma all’epoca Ricci poteva contare sui voti di una Lega Nord al 14%, Forza Italia all’8,53% e Fratelli d’Italia al 6%. La lista Ricci presidente prese il 4,49%. Oggi Ricci è dato tra il 5 e il 6%, voti che potrebbe sottrarre alla candidata di Salvini facendo un favore all’esponente giallorosso.

GLI ALTRI IN CORSA: DA POTERE AL POPOLO AI GILET ARANCIONI

Sembrano invece destinati a raccogliere meno del 2% gli altri candidati in corsa: Emiliano Camuzzi di Potere al Popolo, già candidato a sindaco di Terni; Rossano Rubicondi, operaio della Fbm e per anni in Cgil, del Partito comunista di Marco Rizzo; Martina Carletti, che su Twitter si definisce «sovranista costituzionale» per Riconquistare l’Italia; Antonio Pappalardo alla guida dei Gilet arancioni, ex militare dal 2016 è alla guida del Movimento Liberazione Italia che fa riferimento al Movimento dei Forconi.

Antonio Pappalardo con il simbolo del ‘Movimento dei gilet arancioni’.

E Giuseppe Cirillo, sessuologo, psicologo e consulente sentimentale leader del Partito delle buone maniere che il 24 ottobre ha rivelato alla Zanzara di avere fatto sesso con una suora invitando gli ascoltatori a vedere il video su YouPorn.

Giuseppe Cirillo leader del partito delle buone maniere.

QUANDO E COME SI VOTA

I seggi dei 92 comuni umbri si aprono domenica 27 ottobre (si vota dalle 7 alle 23). Con l’entrata in vigore della legge regionale 23 febbraio 2015, n. 4, l’Umbria si è dotata di una nuova normativa elettorale. L’Assemblea legislativa, composta da 20 membri, oltre al presidente della Giunta regionale, è eletta contestualmente al presidente, tramite un’unica scheda, in un unico turno con criterio proporzionale mediante riparto dei seggi tra coalizioni di liste e liste non riunite in coalizione, concorrenti. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso esprima due preferenze, devono riguardare candidati di genere diverso della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.

TRE POSSIBILITÀ PER GLI ELETTORI

Ciascun elettore può:
votare solo per un candidato alla carica di presidente della Giunta regionale tracciando un segno sul relativo rettangolo. In tale caso il voto si estende a favore della lista non riunita in coalizione ovvero a favore della coalizione di liste collegate al candidato. Votare per un candidato alla carica di presidente, tracciando un segno sul relativo rettangolo e per una delle liste collegate, tracciando un segno sulla lista. Votare a favore di una lista regionale tracciando una X sul contrassegno; in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente collegato. Non è invece ammesso il voto disgiunto: il voto espresso per un candidato e per una lista diversa da quelle a lui collegate è nullo così come è nullo il voto espresso per più liste collegate a candidati diversi.

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Forza Italia in cerca di un padrone

Urne scampate, seggi mantenuti, la corrente di Toti al lumicino e Salvini depotenziato. Gli azzurri tirano un sospiro di sollievo. E per il futuro si possono pure accodare a Calenda e Renzi. Visto che di coraggio e leadership, fatta eccezione per Berlusconi, nel partito non se ne vedono.

Stato dell’arte in Forza Italia: tutti tirano un sospiro di sollievo per aver scansato le urne. E se l’estate è stata terrificante, finalmente l’incubo è finito: si può tornare tranquilli in vacanza. Dio benedica Dario Franceschini e il Partito democratico.

Lo ha detto anche Silvio Berlusconi all’incontro con i gruppi congiunti nella Sala della Regina di Montecitorio: «Mi fa piacere vedervi ora che siete tutti rilassati e avete il posto garantito ancora per un po’». In effetti, per mesi interi non si era fatto vedere: troppe turbolenze, troppo malcontento, troppi mal di pancia. Quando è così, il Cavaliere si eclissa.

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Il selfie di Giovanni Toti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini alla manifestazione a Montecitorio il 9 settembre.

I TRANSFUGHI DI TOTI? QUATTRO DEPUTATI IN TUTTO

Sollievo anche per la corrente di Giovanni Toti: le sue truppe parlamentari hanno fatto coming out e sono uscite dai gruppi. Dunque c’è stata la conta. Risultato: i transfughi sono solo quattro deputati (Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte), tre dei quali, gli uomini, ex pupilli di Maria Stella Gelmini e Gregorio Fontana che li hanno fortemente voluti nelle liste elettorali lombarde di marzo 2018, salvo essere poi subito scaricati. Per ora neanche un senatore sottratto ad Anna Maria Bernini. Poca roba. Che gusto c’è ad andare nel Gruppo Misto non lo sanno neanche loro, i “totiani”. Con quei numeri c’è poco da fare e da contare. Ma intanto ci provano.

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Luca Zaia, presidente del Veneto, in una foto d’archivio.

FINISCE LA SUDDITANZA A SALVINI

E ancora, grande soddisfazione: finalmente si può sparare a zero su Matteo Salvini, che in questo momento è come sparare sulla Croce Rossa, tanto «ormai è finito» e non serve più per le ricandidature. Almeno così pensano i peones: Pd e 5 stelle faranno alleanze anche alle prossime Regionali, la Lega perderà e il Capitano sarà fatto fuori pure dal partito, in via Bellerio arriva Luca Zaia e torna Roberto Maroni. Con loro si può ragionare e il centrodestra trova nuova linfa.

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Carlo Calenda e Matteo Renzi.

IL SALVAGENTE OFFERTO DA CALENDA & RENZI

Oppure, se Salvini resiste, si unirà a Giorgia Meloni e sarà una deriva di destra, tendenza estrema. No problem: i forzisti si rivolgeranno a Carlo Calenda o a Matteo Renzi per salvare il seggio. Piuttosto che occupare lo spazio che si libera nel centro moderato, da conquistare con lavoro e consenso, pensano a chi potrà farlo al posto loro per poi accodarsi. Spirito di iniziativa, coraggio e leadership, oltre Silvio, non ne ha nessuno. Forza Italia cerca padrone.

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Ecco perché il centrodestra non sarà salviniano

C'è una crescente riserva verso un leader che si è fatto fuori da solo e che ha infranto i capisaldi culturali di un'intera area politica. Se proprio non ci riesce di ricostituire la Dc, accontentiamoci di ripartire da An.

Matteo Salvini prova a iscrivere i forzisti non salviniani al Pd, tendenza Renzi, secondo la sua personale abitudine di assegnare parti in commedia anche agli avversari: così come aveva stabilito che il Paese sarebbe corso al voto a Ferragosto, allo stesso modo Salvini propaganda il teorema per cui se non sei salviniano, sei renziano, con grande gioia di San Matteo patrono di Salerno e pure dell’immaginario bipolarismo del Capitano.

TRA SALVINISMO E GIALLOROSSI C’È UNO SPAZIO IMPORTANTE

La realtà politica invece è assai più varia, per fortuna. Tra il salvinismo e i giallorossi esiste uno spazio politico importante che sarebbe riduttivo definire di Centro. In realtà anche a destra si osserva con crescente insofferenza il dominio mediatico di Salvini. Non c’è solo la constatazione dell’imperizia politica di un leader che cercava i «pieni poteri» e invece si è fatto fuori da solo. C’è una crescente riserva della destra storica verso un politico che infrange i capisaldi di una cultura di destra: l’unità nazionale, messa in crisi da un’autonomia truffaldina che realizza la secessione meglio dei folkloristici annunci di Umberto Bossi a Pontida; la laicità dello Stato, aggredita dalla esibizione di rosari che indispettisce anche Santa romana Chiesa; l’idea di ‘legge e ordine’ sostituita da una truce aggressione dei migranti e da un’attenzione assai più tenue alla infiltrazione della malavita organizzata nelle istituzioni.

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PRESTO ANCHE LA DESTRA BATTERÀ UN COLPO

Perché una destra storica in Italia esiste. È un popolo che già Giorgio Almirante traghettò dalla nostalgia al sogno di una ‘nuova repubblica’. Sarà poi Gianfranco Fini, al netto di errori e leggerezze, a portare quella destra al governo e – attraverso il Pdl – nel salotto buono del popolarismo europeo. Fa un certo effetto rileggere su il Foglio le splendide esortazioni di una delle teste pensanti di An, Gennaro Malgieri, prototipo di intellettuale meridionale prestato alla politica. Uno legge Malgieri, splendidamente assiso tra una destra moderna e il popolarismo sturziano, poi sente una diretta Facebook di Salvini, e il corto circuito è assicurato. Ecco perché il centrodestra italiano non sarà salviniano. Perché non è solo il centro a reagire, anzi sarà presto la destra a battere un colpo. Insomma, se proprio non ci riesce di rifare la Dc, contentiamoci almeno di ripartire da Alleanza Nazionale.

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