Cdp, concluso un Progetto Italia se ne fa un altro

L'operazione con cui la Cassa ha messo insieme Salini-Impregilo e Astaldi potrebbe costarle l'accusa di distorsione del mercato a danno di altri operatori. Così gli uomini di Palermo stanno lavorando alla creazione di un secondo raggruppamento in grado di fare concorrenza al primo.

Quale è la principale accusa da cui Cdp potrebbe essere chiamata a difendersi nell’ambito dell’operazione Progetto Italia, in cui ha messo insieme la prima e la seconda società infrastrutturali italiane, Salini-Impregilo e Astaldi? Di aver provocato una distorsione nel mercato a danno degli altri operatori. Anche se in realtà sul piano europeo il nuovo gruppo è soltanto al nono posto per giro d’affari. Sarà forse per prevenire questo rischio, vero o presunto che sia, che gli uomini di Fabrizio Palermo sono al lavoro per creare un secondo mega-gruppo che abbia le dimensioni giuste per far concorrenza al raggruppamento ormai nato.

I COSTRUTTORI DESTINATI A ENTRARE NEL SECONDO MEGA-GRUPPO

Chi sono i costruttori destinati ad entrarci? Il primo è sicuramente il gruppo Gavio, che farebbe da pesce pilota per aggregare anche Pizzarotti, Rizzani de Eccher e forse quel che rimane di Condotte facendola uscire dall’amministrazione controllata. Più eventualmente qualche altra società più piccola e magari specializzata, come potrebbe essere Trevi che è già di Cdp. Un’aggregazione che avrebbe il vantaggio, rispetto all’altra che ha in Pietro Salini una figura preponderante (e ingombrante), di non avere in Gavio un dominus che intende porre condizioni di governance particolarmente stringenti.

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CDP E IL RISCHIO DI CONFLITTO DI INTERESSI

D’altra parte, dopo che Impregilo e Astaldi si sono unite, per gli altri attori del settore – che in questi anni si sono buttati sul mercato estero visto la prevalenza in Italia del “partito del No” alle grandi opere – non rimane altra strada che fare altrettanto. Quello che sarà complicato, se anche questo secondo raggruppamento dovesse nascere sotto l’egida di Cdp, è come farà la Cassa a essere contemporaneamente socia di entrambe senza cadere in conflitto d’interessi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Il fondo francese Sofinnova: cattivi affari (anche) con i soldi nostri

Il fallimento della società americana Sienna Biopharmaceuticals svela le debolezze del venture capital d’Oltralpe. Particolarmente attivo nell'intercettare i fondi pubblici italiani. La storia.

Galeotta fu la quotazione al Nasdaq, nel luglio 2017. È stato il faro acceso sulla società Sienna Biopharmaceuticals in occasione della sua offerta sul listino tecnologico Usa a far venir alla luce un dettaglio che ha un significato particolare per l’Italia. Lo stesso tornato di attualità il mese scorso, quando quella che sembrava una delle società più promettenti del settore è entrata mestamente in chapter 11, la procedura fallimentare americana, chiudendo il cerchio di una storia che lascia l’amaro in bocca al mondo del venture capital del nostro Paese.

IL FONDO SOFINNOVA E I FINANZIAMENTI PUBBLICI

Pochi mesi prima di quotarsi, infatti, la società appena entrata in concordato preventivo aveva acquistato per 150 milioni di dollari una brillante start up, con il quartier generale in Gran Bretagna ma le attività di ricerca basate in Italia, specializzata in prodotti per curare la pelle. A vendergliela era stato uno dei principali fondi di venture capital europei, il francese Sofinnova, che da anni si muove brillantemente in Italia, riuscendo a intercettare finanziamenti pubblici meglio dei concorrenti nostrani, perennemente a corto di risorse. Ultimo caso, 40 milioni sui 200 messi in campo fra il 2016 e il 2018 da Cassa depositi e prestiti e dal Fondo europeo degli investimenti con la piattaforma Itatech, strumento di sostegno finanziario a processi di trasferimento tecnologico il cui obiettivo era donare un po’ di sprint a un settore che vede l’Italia nettamente indietro rispetto agli altri grandi Paesi europei.

LA RISPOSTA DEI FONDI ITALIANI

La cosa non era piaciuta ai manager dei fondi italiani. «Se questo è lo scopo», si chiedevano e si chiedono ancora alcuni di loro, «perché dare soldi ai francesi anziché direttamente agli italiani?». A un certo punto, nelle settimane precedenti l’assegnazione dei finanziamenti, si era mossa anche Assobiotec, l’associazione per lo sviluppo delle biotecnologie di Federchimica (Confindustria), scrivendo ai vertici di Cassa depositi e prestiti per perorare la causa dei fondi italiani. La spiegazione di chi eroga i finanziamenti è sempre stata che Sofinnova, in quanto dotata di maggior forza e maggiore esperienza, sarebbe stata più efficace nel “fertilizzare” il terreno italiano alle imprese più rischiose e innovative.

UN ACQUISTO POCO VANTAGGIOSO

Ma è proprio su questo piano che i dati forniti dalla testata americana Endpoints News, una delle più conosciute a livello mondiale nel biotech, sollevano dubbi, raccontando come l’americana Sienna Biopharmaceutical aveva sì concordato con Sofinnova un prezzo di 150 milioni di dollari per l’acquisto della loro start up (la Creabilis Therapeutics), ma ne ha sborsati in denaro liquido appena 200 mila: il resto era suddiviso fra cessione di azioni privilegiate e pagamenti legati ai risultati futuri. Cosa che testimoniava l’abilità dell’azienda acquirente, la Sienna Biopharmaceuticals (come veniva giustamente enfatizzato in fase di quotazione) ma modifica alquanto il senso dell’operazione per il venditore, la Sofinnova, le cui probabilità di ottenere il prezzo pattuito sembrano oggi, dopo il concordato della Sienna, a dir poco scarse. Fa una certa impressione rileggere oggi il comunicato con cui il fondo francese annunciava a dicembre 2016 la vendita della sua start up per la bella cifra di 150 milioni. Quell’annuncio spiegava che il prezzo era composto, oltre che dal pagamento immediato, anche da pagamenti aggiuntivi legati ai risultati futuri. Ma chi poteva immaginare che la parte cash fosse appena di 200 mila dollari? Ora che è venuto fuori, c’è da giurare che i fondi italiani rimasti prenderanno buona nota, preparandosi a smontare le presunte eccellenze altrui la prossima volta.

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Il governo Conte bis alle prese con le nomine in scadenza

Dalle Authority, prima fra tutte quella della Privacy, a Sace, passando per Ansaldo Energia e i Team innovazione. Per arrivare, nel 2020, alle Partecipate. Gli incarichi da rinnovare e che potrebbero mettere a dura prova la tenuta dei giallorossi.

Matteo Salvini, dai banchi dell’opposizione, lo grida da giorni: quello giallorosso è un «governo delle poltrone». E in un certo senso non ha torto visto che il Conte bis dovrà assegnarne diverse dopo la “spartizione” tra sottosegretari e viceministri. Il caso e i complessi calendari che regolano la durata delle governance vogliono infatti che, nell’immediato, scadano diversi incarichi di spicco: circa 70 solo in autunno, persino diverse centinaia nel 2020. Un ulteriore banco di prova per la tenuta della maggioranza.

OCCHI PUNTATI SUL GARANTE DELLA PRIVACY

Partiamo dalle varie Autorità di garanzia. È già scaduto da tempo (il 19 giugno scorso) il mandato di Antonello Soro, garante della Privacy. Sostituirlo non sarà facile dato che Pd e M5s hanno avuto frizioni quando l’Authority comminò una multa per la vulnerabilità e la scarsa trasparenza della piattaforma di voto Rousseau.

LEGGI ANCHE:La storia di Rousseau tra dubbi, soldi e storture

«Il garante della Privacy è un politico del Pd, l’Autorità indipendente non può più essere messa nelle mani di un uomo di partito», attaccarono i pentastellati. Ora vedremo se hanno cambiato idea.

Una delle poltrone da rinnovare è quella del Garante della Privacy.

LE COMUNICAZIONI E IL CONFLITTO DI INTERESSE

Arrivato al termine del proprio mandato settennale è anche il garante per le Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani. Considerata la volontà dei grillini di procedere con una robusta legge sul conflitto di interessi che risolva una volta per tutte l’anomalia berlusconiana (l’Agcom monitora il pluralismo politico in televisione) e le sfide cruciali legate al 5G, anche la composizione di quel board (cinque membri: presidente e quattro commissari) rischia di essere un rebus per la nuova maggioranza.

L’ADDIO DI RAFFAELE CANTONE DALL’ANAC

A complicare ulteriormente la situazione si sono poi aggiunte le dimissioni di Raffaele Cantone dai vertici dell’Autorità nazionale anticorruzione. Il magistrato, nominato alla guida dell’Anac nel 2014 da Matteo Renzi, ha deciso di abbandonare quella delicata posizione con un anno di anticipo a seguito di diversi contrasti con il governo gialloverde (Luigi Di Maio in più occasioni aveva definito il codice degli appalti non solo «complicato e illeggibile» ma persino «un blocco per il Paese»).

L’ex presidente Anac Raffaele Cantone.

GLI INCARICHI PER L’INNOVAZIONE DEL CONTE BIS

Nel suo discorso alle Camere, Giuseppe Conte ha ribadito che l’agenda digitale del Paese sarà tra le priorità del nuovo esecutivo giallorosso. Cade dunque a fagiolo la scadenza entro l’anno del team per la Trasformazione digitale presso la presidenza del Consiglio dei ministri che dovrebbe trasformarsi dal primo gennaio 2020 nel dipartimento per la trasformazione digitale istituito lo scorso 19 giugno e ancora tutto da occupare. Questa nuova struttura, particolarmente complessa, ricca di poltrone da assegnare, si interfaccerà con l’Agenzia per l’Italia digitale attualmente guidata da Teresa Alvaro e dialogherà con il neonato ministero per l’Innovazione guidato dall’ex assessore di Torino Paola Pisano.

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Il premier Giuseppe Conte.

Ancora in attesa di nomine, poi, il nuovo Fondo nazionale innovazione voluto fortemente da Di Maio ai tempi del Mise per finanziare le startup italiane. Rinviato più volte e fortemente smagrito nei numeri (il fondo è passato dagli oltre 3 miliardi delle dichiarazioni iniziali al miliardo circa attuale) si comporrà comunque di nove membri indicati per due terzi da Cassa depositi e prestiti e per il terzo restante da Invitalia. E nella stessa Invitalia si deve trovare un sostituto a Domenico Arcuri il cui mandato è in scadenza.

IN CDP ATTESA PER LE NOMINE SACE

Sul fronte Cdp, si giocheranno le partite maggiori. C’è infatti ancora da risolvere il nodo delle nomine in Sace, la società da 14 sedi solo in Italia e 10 uffici nel mondo che fornisce sostegno alle Pmi per promuovere internazionalmente il made in Italy. Tra presidente, amministratore delegato (oggi rispettivamente Beniamino Quintieri e Alessandro Decio) e consiglio di amministrazione, i posti da assegnare sono ben nove. A decidere saranno Cdp e il nuovo Mef a guida Roberto Gualtieri (Pd).

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Il suo predecessore, Giovanni Tria, aveva tenuto a lungo sulla propria scrivania quel dossier così delicato e si dice che avesse iniziato a costruire il nuovo organigramma: lavoro inutile spazzato via dal recente terremoto politico.

Beniamino Quintieri, presidente di Sace dal 2016.

CAMBIO AL VERTICE ANCHE IN ANSALDO ENERGIA

Altre tessere da posizionare saranno quelle dei vertici dell’Ansaldo Energia di cui la Cassa è azionista attraverso Cdp Equity. Ben prima che implodesse il governo gialloverde si fece il nome di Giuseppe Marino (ex Ansaldo Breda ora in Hitachi Rail) al posto di Giuseppe Zampini, che rimarrebbe solo come presidente, ma la crisi politica potrebbe aver sparigliato tutto. Non meno importante la partita all’interno di Cdp Immobiliare, oggi guidata dal presidente Matteo Melley con Salvatore Sardo nel ruolo di ad cui si aggiungono tre poltrone da consigliere. Cinque posti da trovare anche in Cdp Investimenti Sgr.

DAL 2020 COMINCIA LA PARTITA DELLE PARTECIPATE

In via di rinnovo questo autunno anche il board dell’Agenzia del farmaco e quello dell’Inail ora che non ha più una governance unica con l‘Inps. Se il governo giallorosso arriverà a mangiare il panettone superando indenne le insidie della legge di Bilancio potrà accedere a ben altra scacchiera: quella dei gioielli di famiglia. In scadenza, oltre al già nutrito novero pubblicato sul sito del Mef, ci sono, in rigoroso ordine alfabetico, i vertici di Enav, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane e Terna. Senza dimenticare l’Inps. Tra ruoli apicali e cda si parla di diverse centinaia di incarichi a disposizione della nuova maggioranza Pd-M5s. Quando Salvini ripete il mantra del «governo delle poltrone», insomma, non ha tutti i torti.

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