Io, dittatore artistico, vi racconto il Sanremo che vorrei

Via giurie, case discografiche sforna trapper e super ospiti. Largo alla musica d'autore: da Benvegnù a Cristicchi. E poi Cristina Donà, Gianni Togni e Riccardo Cocciante. E i talent? Sì, con riserva, ad Anastasio. Sul palco Naomi Rivieccio e Sherol dos Santos. Signore e signori, lo spettacolo può cominciare.

Se è vero come è vero che in Italia ci sono 60 milioni di commissari tecnici e di presidenti del Consiglio, allora ci sono anche altrettanti direttori artistici di Sanremo.

Siate onesti, chi è che almeno una volta nella vita, ma più verosimilmente una volta l’anno, non si è scoperto bofonchiare in ufficio sul divano al bar «ma cos’è ‘sto schifo, saprei ben io come fare il Festival e sarebbe tutta un’altra musica»?

E allora coraggio, prendiamoci per una volta la libertà di immaginarci dittatore artistico, ma un dittatore buono, pieni poteri ma a sovranità illuminata.

VIA LE GIURIE DALLA GARA

Per cominciare, via tutte le giurie, tanto sono solo foglie di fico, vetrine di narcisi, piene di raccomandati, amici, complici. Chi lo decide allora il vincitore? Lo decide, giustamente, il dittatore, però sulla base del gradimento raccolto durante la settimana, a Sanremo come nel Paese. Gli strumenti ci sono e sono più trasparenti di cento finte commissioni e così non dovremo assistere più al solito spettacolo di quello che fino a un minuto prima è il più votato, però sul palco non ci va perché le logiche di camarilla hanno deciso che toccava a un altro.

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E VIA ANCHE LE GRANDI ETICHETTE SFORNA TRAPPER

Coraggio, dittatore buono, fai fuori anche le case discografiche che sfornano trapper in batteria e con loro i manager, i maneggioni, gl’impresari imprestati alla politica e viceversa, i premi sempre agli stessi, i finti alternativi, gli indipendente fasulli, i poseur, i paraculi buoni per tutti i palchi e le stagioni: tanto gli artisti che, a tuo saggio e insindacabile giudizio hai deciso di chiamare di sponsor non ne hanno, le etichette sono piccoline, di nicchia, quando non bellamente autoprodotti.

LA LISTA DEI CANTANTI IN GARA

E allora forza, dittatore artistico, facci sapere le tue scelte. E io chiamerei:

Paolo Benvegnù, perché della canzone d’autore è sovrano.

Umberto Giardini, perché voglio ascoltare ancora uno struggimento come Verano.

Il Terzo Istante, perché sono il futuro già presente di un rock d’autore che ad ogni istante ti spiazza.

Simone Cristicchi, perché ho bisogno di un’altra elegia sui pazzi, i dimenticati, quelli abbandonati negli scantinati della vita e della morte.

Simone Cristicchi (Ansa).

Andrea Franchi, perché è un talento unico e perché la sua elettronica colta fa impallidire qualsiasi pretesa sperimentale di tanti volgari smanettoni.

Giorgia Del Mese, perché nel suo lancinarsi post punk è sempre più una nuova Gabriella Ferri, altrettanto sanguinante, delirante e poetica.

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E chiamerei gli autoprodotti a vita, come i Cheap Wine, perchè suonano come nessuno e il loro rock americano non ha più confini.

Giuliano Clerico, perché la sua intelligente follia pescarese merita di essere conosciuta da 10 milioni di persone.

Serena Abrami, perché ha lasciato al suo destino le sirene dei talent abbracciando un percorso ambizioso, ingrato, ma assolutamente meritevole di ascolto.

E ancora arruolerei Francesco Di Bella, perché la sua anima assolata, napoletana, è splendida come le sue canzoni.

Pietro Berselli, perché il suo rock sperimentale non può, maledizione, non può restare un segreto gelosamente custodito.

Giancarlo Onorato, perché ha fatto pochi dischi ma eccelsi, dopo i tempi arrembanti degli Underground Life  ha abbracciato una dimensione solista di struggente straziante raffinatezza.

C’È SPAZIO PER QUALCHE FUORIUSCITO DAI TALENT

Già così do scandalo, ma se non spariglio le carte, facendo di testa mia, che razza di dittatore buono sono? E allora ricordiamoci pure dei fuorusciti dai talent, perché anche questo è Sanremo, anche questa è musica italiana. Però a modo mio, ripescando i dispersi. 

E dunque chiamerei senza discussioni Andrea Radice, il pizzaiolo soul di Napoli fatto fuori da X Factor e quella fu la infamità peggiore in 13 anni di edizioni.

Anastasio.

Sherol Dos Santos, perché non si è mai sentita una voce simile in un talent e non è giusto che lei, pure penalizzata da X Factor, debba costringersi alle cover producendosi praticamente da sola.

Naomi Rivieccio, anche lei da Napoli, perché vale lo stesso discorso e la ragazzina era fantastica.

Infine, richiamerei Anastasio, perché ha meritato di vincere e di uscire fuori. Però con riserva, perché ne temo la normalizzazione precoce.

Ma, soprattutto, imbarcherei una giovane sconosciuta, che al penultimo Sanremo Giovani si era distinta per coraggio, originalità e invenzione scenica: La Zero, si chiama, e, puntualmente, venne scartata. 

E POI I BIG: DA CRISTINA DONÀ A COCCIANTE E TOGNI

Infine, caro dittatore artistico, ma buono, non vuoi richiamare qualche nome di successo, un po’ sperduto nel tempo? E allora, la prima che mi viene in mente è Cristina Donà, perché dopo aver fatto dischi belli e anche molto belli si è dirottata per altri percorsi ma merita di tornare a una ribalta grande con una delle sue canzoni elegantemente imprendibili.

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E poi ancora Gianni Togni, che ha fatto in sequenza due dischi belli assai, autoprodotti, del tutto estranei a logiche commerciali di sorta, ma di indiscussa qualità. 

Riccardo Cocciante dovrebbe tornare sul palco dell’Ariston (Ansa).

E chiamerei Federico Fiumani, lui che punge amabilmente il vecchio sodale Pelù sull’Artiston, per carpirne ancora la storia, la classe, ma pure per vederlo a disagio sullo stesso palco (che però, a questo punto, non sarebbe più lo stesso).

Infine, vorrei tanto Riccardo Cocciante, perché non fa un disco di canzoni da 20 anni e invece vorrei perdermi ancora una volta in una delle sue sontuose sinfonie pop italiane. 

DOPO IL PRIMO SCONCERTO LA BELLEZZA VINCERÀ

Ma chi li ascolta questi nomi insieme, ma come fai a reggere un Sanremo nazionalpopolartelevisivo per una settimana? Ma non ci pensi alle lagne degli aficionados al museo delle cere, ai birignao degli snobbetti del Premio Tenco che premiano sempre gli stessi o il Mei dei finti indipendenti, ma non ti preoccupi della pubblicità, della politica, della Rai, di quello che direbbe la stampa? No, perché sono un dittatore buono e come tale non leggerei i giornali, che peraltro pubblicherebbero solo quello che voglio io; inoltre me ne impiperei perché i giornalisti musicali li conosco, mainstream e underground, e, a dirla proprio tutta, sai dove me li metto. Inoltre sono convinto che, dopo la prima sera di sconcerto, la bellezza strana, malata e ammaliante di tutte queste musiche, di queste liriche sarebbe tale da tappare tutte le bocche; perché non si parlerebbe più di amori pippaioli, ma dell’uomo, dei suoi mari di dentro, delle sue burrasche, anche d’amore, certo, ma in modo più assurdo e dunque più vero, più presente.

SUPER OSPITI? NO, GRAZIE

Sì, ma manca ancora qualcosa, dittatore buono, mancano i comici, per esempio: ecco, io passerei oltre per la semplice ragione che hanno stufato, a Sanremo fanno tutti più o meno pena, Benigni non è più quello del Wojtylaccio ed è improponibile, di Checco Zalone non mi fido, si è paraculizzato pure lui, ma sì, evitiamo, lasciamo parlare le canzoni, non le buffonaggini. E i super ospiti allora? Ecco, anche qui, sai che c’è? Che possiamo anche evitare, tanto gli italiani vengono solo per tirarsela, a vendere loro stessi e i loro filmettini librettini dischettini e poi vogliono prezzi esorbitanti: ciao belli. E quanto agli stranieri, ma quelli davvero enormi, come dittatore uno potrebbe costringerli ma allora bisogna essere dittatori del mondo e ci siamo già allargati anche troppo. Ma no, lasciamo un Festival umano, a misura, canzoni e cantanti e basta e avanza. E lo vinca il migliore, perché la gara ci vuole, ma senza troppa importanza: vincono tutti, per il solo fatto di esserci, vince la musica, stavolta davvero, vince Sanremo. 

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Amadeus presenta il 70esimo Festival della canzone italiana. (Ansa)

CONDUTTRICI CERCASI

Che rimane? Dulcis in fundo, le conduttrici. Perché di presenze femminili c’è bisogno e non certo per quote rosa, loro fanno davvero la differenza e non c’è bisogno di spiegarlo. Solo che, fateci caso, girano sempre le stesse, di varietà, di alternative ce n’è poche a essere ottimisti. Vuoi prendere, per dire, Andrea Delogu, caro dittatore artistico? Bella presenza, spigliata, sì, ma è lì che gira da anni, è supersponsorizzata, dentro al sistema e allora che scelta alternativa è? La pars muliebris è sempre il tasto dolente all’Ariston, hanno fallito tutte e la colpa non è delle donne, di è un sistema che non le prepara, le vuole o inconsistenti o supponenti e non sa più sfornare i talenti versatili, le Monica Vitti, le Franca Valeri, la stessa Mina. E qui il dittatore artistico si arrende e attende, senza troppa convinzione, suggerimenti dai lettori. Infine, chi presenta? Via, son domande da farsi? Ma un Festival così lo farei anche gratis, anche subito, «e a culo tutto il resto».

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Quelle canzoni di successo svilite dalla pubblicità

Alcune nascono fuori dal tempo, destinate all'eternità. Anche troppo, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t'ingenerano nausea e quasi disprezzo.

Ci sono canzoni che nascono fuori dal tempo, destinate all’eternità. Magari non lo sanno, o non lo sanno i loro autori o forse sì, le hanno fatte proprio con quell’obiettivo lì, sta di fatto che diventano modi di dire, di essere, di sentire, patrimonio dell’umanità. Anche troppo patrimonio, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t’ingenerano nausea e quasi disprezzo: sono diventate tormentoni pubblicitari, jingle, sigle di trasmissioni becere, sonerie, musichette maledette di attesa infinita al call center. Canzoni spot che vivranno per sempre da rinnegate. Nessuno si salva, né vivi né trapassati: è il post capitalismo, bellezza, ovvero è sempre una faccenda di soldi (il resto è conversazione, parola di Gordon Gekko). E, siccome è una faccenda di soldi, qualcuno che dà il permesso, dietro pingue compenso, ci sarà pure: di solito gli inconsolabili eredi, così pronti, anche a mezzo fondazione, a preservare la purezza antimercantile del caro estinto, in tanti sensi.

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I SUCCESSI CANNIBALIZZATI

Abbiamo visto imbastardire così Sergio Endrigo (Io che amo solo te), Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), gente intransigente, che in vita mai si sarebbe sognata (forse) di finire a reclamizzare istituti di credito, merendine, cibo per cani, carte igieniche. Abbiamo visto, e vediamo, ribelli organici come Vasco Rossi, che, «eh, oh, capito», molla le sue creazioni alle compagnie dei cellulari, «eeeh già». Abbiamo visto inni anticapitalisti degli Anni 60 finire come colonne sonore di auto di lusso, gioielli, abiti griffati, i feticci del capitalismo hard. Abbiamo visto, sentito momenti epocali come She’s a rainbow dei Rolling Stones usata come sigla di una compagnia telefonica, per fortuna non di una marca di assorbenti, visto che di quello poi parla (e speriamo che a qualche genio, leggendoci, non s’accenda la lampadina). Abbiamo trovato una ammiccante, allusiva Guarda come dondolo di Edoardo Vianello relegata a réclame dei reggiseni

DIRITTI ASTRONOMICI A CUI È DIFFICILE RESISTERE

Eh, già, le compagnie della comunicazione: sono cannibalesche, macinano hit con voracità da squali, a decine, a centinaia: come resistere a sirene così spietate? Edoardo Bennato è tra quelli che resistono meno, anzi per niente, dei suoi brani un tempo sarcastici, intransigenti, finiti negli spot dei telefoni si è perso il conto. Anche Sting, l’ambientalista dell’Amazzonia, concede praticamente di tutto, è stato calcolato che coi soli diritti pubblicitari guadagna cifre astronomiche, la sola Every breath you take gli fa cascare in bocca all’incirca un milioncino d’euro l’anno, nella solenne incazzatura degli ex compagni, cui il principe dei solidali egualitari e perequativi non scuce un ghello. Ma si concede anche con Puff Daddy, insomma c’è da sospettare che da un bel pezzo lui le canzoni le faccia per tutt’altri motivi. 

IL CEDIMENTO DI BOB DYLAN

E Bob Dylan, il bardo, che nel 2009 autorizzò la epocale Blowin’ in the wind per una multicorporation britannica (la Co-operative Group) che, tra le altre cose, provvedeva, pensate un po’, ai servizi funebri? Praticamente l’inno della cremazione. Nel 2015 lo scontroso menestrello si è ripetuto prestando la faccia a uno spot della Ibm. E, per rimanere nel settore, ancora i Rolling Stones diedero, per un compenso clamoroso, la loro Start Me Up a Bill Gates in occasione del lancio del sistema operativo Windows 95 (che s’impallò proprio alla solenne presentazione, rimasta memorabile).

David Bowie, imprendibile in esistenza come in spirito, ha sponsorizzato di tutto, automobili, profumi, acque minerali. La sola Heroes ha rivestito il carisma di così tanti prodotti, oltre a trasmissioni di tutto il mondo e alle Olimpiadi di Londra 2012, da disperdere completamente il senso del significato originario.

DAL CAROSELLO ALLE HIT

Segno dei tempi che stanno cambiando, aveva ragione Bob, cambiano, cambiano sempre, non aspettano nessuno (come diceva Mick) e chi non si adegua è fuori. Ma si adeguano. Le aziende hanno capito che non sanno più concepire i motivetti di Carosello, che s’inchiodavano al cervello, preferiscono risparmiarsi la fatica e pescare nel mare magno dei successi.

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Così «il gusto pieno della vita» di un celebre amaro lascia il posto agli Aerosmith di I don’t wanna miss a thing. Altro che perdersi qualcosa, qui c’è tutto da guadagnarci. Tranne la faccia, qualche volte.

CANZONI CONSUMATE DA PROGRAMMI SCONFORTANTI

Ci sono programmi sconfortanti che consumano canzoni, L’Anno che verrà di Lucio Dalla è snaturato in un eterno Capodanno, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero servono a condire qualsiasi scempiaggine televisiva, Ti amo di Umberto Tozzi ci esce dalle orecchie, e così Zucchero, Ligabue, De Gregori («La storia siamo noi, bella ciao» è finita a reclamizzare il Monte dei Paschi di Siena).

Enrico Ruggeri ha fatto di meglio, ha ricantato la sigla dei salumi Negroni, «le stelle sono tante, milioni di milioni…». Ma perfino Il pescatore, scelta per presentare il recente, e deludente, ritratto di De Andrè, è stata svilita a una assurda sigletta da tivù dei ragazzi. Perché in Rai debbono sempre sputtanare tutto così? Qualche volta, l’effetto vira sul grottesco. C’è un programma insulso, uno dei tanti, della mattina. A un certo punto scatta l’aria di «Buona Domenica, con quegli idioti che ti guardano e che continuano a giocare». E gli «idioti», senza il minimo imbarazzo, zompettano, ammiccano, fanno le facce, insomma: giocano.


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