Perché i canadesi non vogliono Harry e Meghan

Cittadini e stampa si schierano contro il trasferimento dei Sussex. Dal problema dei costi al nodo costituzionale: le ragioni di una convivenza difficile.

I canadesi sbattono la porta in faccia a Harry e Meghan. Ben il 73% è contrario alla prospettiva di un trasferimento a proprie spese dei duchi del Sussex, che dopo il “divorzio” dalla famiglia reale hanno intenzione di dividersi tra il Regno Unito e il Canada, ex dominio britannico. Idea che non piace neanche alla stampa di Ottawa e dintorni, da cui si levano voci contro Harry e Meghan. Già alcuni giorni fa, il premier canadese Justin Trudeau aveva sollevato il problema della tutela che il Paese nordamericano – legato tuttora alla Corona britannica – dovrebbe garantire alla coppia e al piccolo Archie. Non senza evocare la necessità di «colloqui» ad hoc per stabilire la suddivisione dei costi.

SOLO IL 3% PAGHEREBBE IL TRASFERIMENTO DI HARRY E MEGHAN

Secondo un sondaggio condotto dall’organizzazione no profit Angus Reid Institute, solo il 3% dei canadesi ritiene che il Paese dovrebbe accollarsi i costi di trasferimento e della loro sicurezza sul territorio canadese. Un canadese su quattro crede che la famiglia reale britannica abbia oggi meno rilievo nella vita del Canada, mentre il 41% ritiene che non ne abbia affatto. Oltre al tema dei costi, c’è poi un doppio nodo da sciogliere: quello della cittadinanza (per cui Harry e Meghan dovrebbero fare domanda come qualsiasi altra persona, senza privilegi) e quello costituzionale. Se infatti Ottawa riconosce Elisabetta II come “Regina del Canada”, diverso è il discorso per i suoi eredi, che non hanno alcun ruolo costituzionale. L’arrivo dei Sussex, scrive il quotidiano The Globe and Mail, «tocca una delle questioni costituzionali più spinose della monarchia moderna: come mantenere una chiara distinzione tra le corone britannica e canadese».

THE GLOBE AND MAIL: «L’ESEMPIO VIVENTE DELLA DIFFERENZA TRA NOI E LONDRA»

Lo stesso quotidiano afferma che «se i Sussex sceglieranno di risiedere in Canada, saranno esempi viventi delle differenze tra la nostra istituzione nazionale, la Corona canadese, e l’eredità coloniale che il Principe Harry e la signora Markle rappresentano, la monarchia britannica». In maniera ancora più chiara, il giornale scrive che «la famiglia reale britannica è la nostra famiglia reale perché condividiamo lo stesso essere umano come monarca. Ma piuttosto che rappresentare il Canada come uno Stato indipendente, simboleggia la nostra eredità e il continuo legame con la Regina e il Commonwealth». E, «mentre la regina può indossare le sue onorificenze nei ritratti ufficiali e il suo affetto di lunga data per il Canada è senza dubbio genuino, rimane fondamentalmente britannica».

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Spari a Ottawa vicino al parlamento canadese

Il bilancio provvisorio è di almeno tre feriti in gravi condizioni.

Diversi feriti in una sparatoria a Ottawa, in Canada, a circa un chilometri dal parlamento. A dare la notizia è stata la polizia canadese su Twitter, attorno alle 14 italiane dell’8 gennaio. «La polizia sta rispondendo a una sparatoria in Gilmour Street. Sono stati segnalati diversi feriti. È in corso una risposta coordinata. Si prega di evitare la zona. Seguiranno ulteriori informazioni», si legge nel tweet. Ancora sconosciuto il motivo della sparatoria. I feriti in gravi condizioni sono almeno tre, secondo quanto riportato dai media canadesi.

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Le grane di Trudeau, tra consenso in calo e nodo immigrazione

Il presidente canadese tiene la poltrona, ma perde la maggioranza. Mentre avanza il conservatore Scheer. Che cavalca i malumori legati all'apertura delle frontiere.

Il populismo non risparmia neppure il Canada, dove l’immigrazione resta uno dei temi più divisivi. La conferma arriva dalle urne, che hanno sancito la vittoria del presidente uscente Justin Trudeau, che però ha perso la maggioranza in parlamento, dove crescono i Conservatori del giovane Andrew Scheer. Il nuovo esecutivo sarà di minoranza e avrà bisogno della formazione di sinistra Nuovo Partito Democratico. L’obiettivo comune sarà arginare la crescita del “Trump canadese” Sheer.

QUANDO TRUDEAU ERA IL “NUOVO”

Con 156 seggi, 14 in meno di quanto richiesto per una maggioranza assoluta e 28 in meno rispetto alle consultazioni del 2015, i Liberali sono passati da oltre il 39% di consensi di quattro anni fa al 33% di oggi. Gli avversari principali, ossia i Conservatori di Scheer, hanno ottenuto invece il 34,5%, ma a causa del sistema elettorale canadese non potranno governare, fermandosi a 122 seggi. Se non si è trattato di una sconfitta, dunque, non è stata neppure una vittoria netta. Sono lontani i tempi in cui l’allora 43enne Trudeau si metteva alla guida del Paese, incarnando l’immagine di nuovo, insieme a leader internazionali come Emmanuel Macron in Francia o Matteo Renzi in Italia. L’ex enfant prodige oggi deve fare i conti con un avversario come Scheer, ancora più giovane di lui, e soprattutto con un’opinione pubblica che ha dimostrato alle urne di essere più divisa. Per questo Trudeau deve ora lavorare a una coalizione con il New Democratic Party di Janghmeet Singh.

LA SCALATA DI SCHEER

Classe 1979, proveniente da una famiglia di origine rumena di salda fede cattolica, Andrew Scheer si è distinto per la sua rapida carriera politica: eletto deputato a soli 25 anni, a 40 anni ha insidiato la poltrona del 48enne Trudeau, cavalcando gli scandali che lo hanno travolto. Ma soprattutto, dopo essere diventato nel 2011 il più giovane speaker della House of Commons canadese, ha colto il malessere di parte della società nei confronti delle politiche di accoglienza dei rifugiati seguite dal precedente esecutivo. Toni pacati, viso giovane, pulito e sorridente, Scheer ha messo a segno una serie di colpi decisivi nei dibattiti tivù. Cattolico come Trudeau, ha un padre diacono nella parrocchia frequentata dalla famiglia, ma a differenza del presidente uscente ha accettato nel proprio partito anche attivisti pro-life anti-abortisti. Ciononostante non ha puntato sui temi religiosi, tradizionalmente in secondo piano in un Paese come il Canada. Sposato, padre di cinque figli (Trudeau ne ha tre), ha invece giocato la propria campagna elettorale cavalcando un malessere crescente.

TUTTI I GUAI DEL PRESIDENTE

Nonostante l’endorsment dell’ex capo della Casa Bianca Barack Obama (è risultato irrituale che un ex presidente statunitense si spenda per un candidato canadese), Trudeau ha perso molto terreno rispetto a quando si era autoproclamato “femminista”, fortemente orientato alla parità di genere: pur formando una squadra di governo con 15 uomini e 15 donne, oggi sembra non gli basti più la definizione di «sexy come un modello di Calvin Klein», coniata dal comico Hasan Minhaj. Nonostante abbia realizzato alcune delle promesse della campagna elettorale (come la creazione del ministero per il Cambiamento climatico o per l’Immigrazione, i rifugiati e la cittadinanza), la sua immagine di astro nascente del 2015 ha risentito di due scandali. Prima è stato accusato di favoreggiamento, per pressioni indebite sulla giustizia a favore di una grossa azienda canadese di costruzioni, la Snc-Lavalin, in un’indagine per corruzione internazionale in Libia. Poi ha rischiato l’accusa di razzismo per una vecchia foto del 2001, in cui appare con una blackface, il volto dipinto di nero in occasione di una festa in maschera. Proprio su immigrazione e razzismo il suo avversario Scheer ha guadagnato terreno.

UN FLUSSO MIGRATORIO DA RECORD

Trudeau partiva da una posizione favorevole, forte dei risultati ottenuti ed elencati da lui stesso in campo economico: «Abbiamo creato quasi 800 mila posti di lavoro negli ultimi tre anni e abbiamo il più basso tasso di disoccupazione della storia canadese» ha detto al G7, ricordando la crescita del Pil anche grazie al raddoppiamento degli investimenti nelle infrastrutture e a una politica sociale di sostegno alle classi più deboli, con assegni familiari che hanno ridotto la povertà di 900 mila persone, 300 mila delle quali bambini. In campo ambientale, ha aderito agli accordi di Parigi, introducendo però una “carbon tax” poco gradita all’elettorato. Altrettanto impopolare è stata la nazionalizzazione della Trans mountain pipeline, per quasi 5 miliardi di dollari, giustificata dal fatto che gli introiti del petrolio serviranno a liberare il Canada dai combustibili fossili. È però sul tema dell’immigrazione che si è giocata una partita importante: l’ingresso di 100 mila rifugiati, accolti in Canada, ha rappresentato un record, che è stato mal digerito da una buona fetta della popolazione: i sondaggi indicano che il 56% della popolazione è contrario ai piani del governo di portare entro il 2021 il tetto degli immigrati a 1 milione. Per questo ora Trudeau potrebbe faticare maggiormente a mettere in atto quando annunciato.

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