La Giunta Raggi e i guai delle partecipate di Roma

Non c'è solo l'eterno caos rifiuti a preoccupare la sindaca. Tutte le municipalizzate navigano in pessime acque: da Ama ad Atac, passando per Metropolitane e Farmacap. Una crisi a cui hanno contribuito le decisioni azzardate dell'amministrazione M5s. Lo scenario.

L’immondizia che tracima dai cassonetti di Roma racconta una storia iniziata molto prima che i 5 stelle conquistassero il Campidoglio. Lo dicono tutti, a partire dalla sindaca Virginia Raggi (assediata venerdì 4 ottobre da un sit in leghista) ed è vero. Ma parla anche di un’incredibile allergia della sua Giunta ai criteri più elementari di gestione delle aziende partecipate dal Comune, Ama in primis.

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Un intervento della sindaca di Roma Virginia Raggi in Assemblea Capitolina.

IL VORTICOSO TURNOVER DEGLI ASSESSORI

Il buongiorno si vide con la prima vittima del vorticoso turnover grillino, l’assessore al Bilancio e alle Partecipate Marcello Minenna, sostituito dopo due soli mesi, per la seconda delega, dall’imprenditore veneto Massimo Colomban. Un anno dopo fu lo stesso Colomban a indicare il proprio successore nel commercialista Alessandro Gennaro. Che fu ancora più veloce di lui, lasciando il campo dopo sette mesi all’ex assessore livornese Gianni Lemmetti e al direttore generale del Comune Franco Giampaoletti.

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Nell’arco dei tre anni non c’è una sola partecipata importante che non abbia collezionato orrori amministrativi e talvolta perfino misteri, nel senso che neppure i più attenti osservatori delle cose capitoline riescono a spiegare il senso delle scelte compiute dal Comune nei loro confronti.

La sindaca Virginia Raggi con l’assessore Gianni Lemmetti (La Presse).

AMA E I 18 MILIONI DELLA DISCORDIA

Partiamo da Ama. A inizio 2019, mentre la raccolta differenziata restava inchiodata al 43-44% e lo smaltimento dei rifiuti era reso sempre più affannoso dalla decisione di non prevedere nuovi impianti o discariche, la Giunta di Roma Capitale aveva ingaggiato un duello rusticano con l’amministratore delegato Lorenzo Bagnacani. L’obiettivo era convincerlo a defalcare dal bilancio 2017 un presunto credito di 18 milioni di euro nei confronti del Comune per servizi cimiteriali che era sempre stato riconosciuto in passato. Il diretto interessato giunse a registrare di nascosto gli incontri con l’azionista per dimostrare le pressioni ricevute.

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Il 2 ottobre si è dimesso il cda di Ama.

La faccenda non è stata ancora del tutto chiarita, ma è un fatto che a sette mesi dalle sue dimissioni non si è ancora trovato nessuno disposto a firmare quel bilancio (di quello del 2018 neppure a parlarne) e la terna di amministratori scelta per sostituirlo si è dimessa dopo appena tre mesi per ragioni che non sembrano molto diverse.

PATRIMONIO IMMOBILIARE A RISCHIO SVALUTAZIONE

La Giunta spingeva per il fallimento dell’Ama, come sembra suggerire l’esposto di Bagnacani alla Procura di Roma? Difficile dirlo, ma certo non tranquillizza l’affermazione della Ernst & Young (che certifica i bilanci dell’Ama) secondo cui l’azienda deve ancora riscuotere dal Comune crediti per 644 milioni. E c’è di più. Fonti vicine all’azienda hanno fatto sapere a Lettera43.it che una svalutazione da parecchie decine di milioni di euro sarebbe in arrivo anche per il patrimonio immobiliare dell’Ama. Di fronte a cifre del genere che senso ha contribuire al caos di un’azienda di importanza cruciale, posseduta al 100% dal Comune, per una divergenza su 18 milioni?

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COMMISSARIAMENTO ALL’ORIZZONTE

La ciliegina sulla torta è la nomina al posto dell’ultimo cdr dimissionario di Stefano Zaghis, un pentastellato della vecchia guardia senza competenze in materia, come amministratore unico. Anche per questo il commissariamento dell’azienda potrebbe essere il prossimo capitolo della storia.

Sul futuro di Atac incombe una procedura di concordato preventivo che prevede il pagamento di quasi 350 milioni fra il 2020 e il 2022.

ATAC, ESERCIZIO IN UTILE MA I PROBLEMI RESTANO

È di pochi giorni fa l’annuncio trionfale del primo utile di esercizio dell’Atac (840 mila euro) conseguito nel 2018. Per quanto sia una piccola cifra, ci sarebbe da stappare champagne pensando alle perdite degli anni scorsi. Peccato che quel risultato sia il frutto di un aumento dei chilometri percorsi dalle linee metropolitane (nonostante la chiusura di diverse stazioni) e da un’ulteriore riduzione di quelli degli autobus, sempre drammaticamente inferiori a quanto previsto dal contratto di servizio con il Comune.

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L’INCOGNITA DEL CONCORDATO

Sul futuro di Atac, inoltre, incombe una procedura di concordato preventivo che prevede il pagamento di quasi 350 milioni fra il 2020 e il 2022. Da dove verranno? Non per niente nella stessa relazione al bilancio si elencano le incognite, fra cui la necessità di nuovi mezzi per conseguire i livelli di servizio richiesti e la difficoltà di cessione degli immobili, indispensabile per mettere insieme le risorse necessarie. Quel concordato, del resto, accettato obtorto collo da molti fornitori (che hanno visto svanire il 70% dei loro crediti) non è indolore neppure per i bilanci del Comune, anch’esso creditore dell’Atac per decine di milioni di cui vedrà forse una piccola parte in un domani indeterminato. Curiosamente la stessa relazione al bilancio che magnifica il risultato dell’ultimo anno e mette subito dopo le mani avanti sul futuro. I livelli del servizio, del resto, sono sempre quelli dei mesi scorsi, con le stazioni della metropolitana chiuse, le scale mobili fuori uso, gli autobus che non passano mai. Il risanamento dell’azienda deve ancora cominciare.

ADDIO AI PROGRESSI DELLE FARMACIE COMUNALI

Fra le piaghe di Roma ce n’era almeno una che stava avviandosi a soluzione negli anni passati: quella delle 45 farmacie gestite dalla società del Comune Farmacap. La direttrice Simona Laing, nominata dal sindaco Ignazio Marino nel 2015, in due anni era arrivata a 500 mila euro di utile dopo le perdite milionarie del passato. Inoltre aveva cominciato a bandire gare europee per la fornitura dei farmaci, ponendo fine a un lunga serie di contratti in proroga.

Farmacap ha accumulato uno scoperto in banca di 12 milioni di euro.

Tutto sembrava andar bene anche durante i primi mesi della Giunta Raggi, fino all’improvviso cambio di rotta. «Avevo licenziato dei dipendenti sorpresi a rubare farmaci, con tanto di filmati della Procura», racconta Laing Lettera43.it, «e mi hanno detto che era un atto illegittimo. Poi mi sono state rivolte le accuse di aver compiuto una turbativa d’asta, presentato un progetto di bilancio falso e non aver timbrato il cartellino».

IL M5S E LO SPAURACCHIO DELLA PRIVATIZZAZIONE

 A mettere la manager in cattiva luce presso la nuova amministrazione, a quanto pare, il sospetto che il risanamento economico delle farmacie comunali fosse funzionale alla loro possibile privatizzazione che nella mentalità 5 stelle era, almeno allora, una sorta di tabù. Nello scontro che ne è seguito, giunto rapidamente alle carte bollate, Laing ha segnato un punto a suo favore all’inizio di quest’anno, con il rinvio a giudizio (in base all’accusa di diffamazione, calunnia e minacce) del commissario di Farmacap Angelo Stefanori, che la licenziò il 31 marzo 2017. Nel frattempo l’azienda del Comune ha accumulato uno scoperto in banca di 12 milioni di euro, più che doppio rispetto a due anni fa.

LA LIQUIDAZIONE DI ROMA METROPOLITANE

Un’altra vicenda dolorosa riguarda Roma Metropolitane, cui spetta il compito di appaltare i lavori della Metro. La sua liquidazione è stata appena decisa senza neppure una delibera (con una semplice memoria di Giunta firmata da due assessori).

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Fra le motivazioni dichiarate, la necessità di una ricapitalizzazione per oltre 6 milioni di euro nel 2019, che lascia perplessi rispetto all’importanza di quel che c’è in ballo. Vuol dire che la Metro C si fermerà al Colosseo oppure proseguirà (almeno) fino a piazza Venezia? È una domanda a cui nessuno sa ancora rispondere.

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Stefano Fassina a terra dopo i tafferugli.

IL NODO LICENZIAMENTI

Comunque, poiché la chiusura comporta 45 licenziamenti su 175 dipendenti (gli altri dovrebbero finire nell’altra società comunale Roma Servizi per la Mobilità) si è scatenata la protesta dei lavoratori, con tafferugli in cui è rimasto leggermente ferito Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia del governo Letta, ora deputato di LeU e consigliere comunale. In teoria, uno che avrebbe potuto dialogare bene con la maggioranza consiliare dei 5 stelle, sostenitori a oltranza, in ogni sede politica, della proprietà pubblica delle aziende. E oggi è invece uno dei suoi avversari più fieri. «Sono arrivati in Campidoglio», dice a Lettera43.it, «promettendo di difendere le ex municipalizzate e invece le stanno boicottando, forse proprio in vista di una svendita ai privati». Sarebbe davvero un paradosso, ma il sospetto circola in modo sempre più insistente (Raggi ha dovuto ripetere più volte che Ama resta pubblica) di fronte alle tante stranezze nel comportamento della Giunta verso le partecipate del Comune.

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