Perché non ha senso essere scettici sul riscaldamento globale

Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse. Ma mettere in dubbio i cambiamenti climatici è negazionismo. Intervista all'ingegnere ambientale Caserini: «Sul tema non c'è una teoria scientifica alternativa. Greta? Ha meriti, però non si può ricondurre tutto a lei».

«Se tutti gli esperti concordano, non è obbligatorio essere d’accordo con loro, ma come ha scritto Bertrand Russell, essere certi del contrario di quanto sostengono non è saggio». È una frase tratta da A qualcuno piace caldo di Stefano Caserini, ingegnere ambientale e docente di mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano.

UN ESPERTO TRA LIBRO, BLOG E CONFERENZE

Impegnato nella sensibilizzazione alle questioni ambientali, ha pubblicato un secondo libro sul tema dei cambiamenti climatici, Il clima è (già) cambiato, tiene conferenze in tutta Italia e cura il blog Climalteranti. Parlando a Lettera43.it di informazione scientifica, fake news e falsi miti sul riscaldamento globale è emersa una visione molto più sobria e realistica della climatologia.

«LA CERTEZZA ASSOLUTA NON È COMUNQUE POSSIBILE»

«Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse», ha dichiarato. «Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile».

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DOMANDA. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia e l’intero decennio 2010-2019 ha registrato temperature da record. Quanto sono preoccupanti questi dati?
RISPOSTA. Non lo sono in modo particolare, non si tratta di dati nuovi. La tendenza è chiarissima, per cui non è una sorpresa che il 2019 si trovi al secondo posto. Ciò che è preoccupante è che il cambiamento si sta verificando.

Eppure molte persone non la pensano affatto come lei, anzi vedono gli ambientalisti come una setta di invasati. Lei si sente un radicale?
No, mi sembra non ci sia nulla di radicale nel chiedere azioni sul clima quando è evidente che sono necessarie. Va dato il merito agli ambientalisti di 30 anni fa di essere stati i primi a sollevare la questione del riscaldamento globale, che ha poi portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici nel 1992.

Cosa accadde all’epoca?
Il tema fu snobbato dai politici, ma ora si sono accorti che gli ambientalisti avevano ragione. Ai tempi però non furono creduti.

Greta non va messa troppo al centro della questione, la mobilitazione è fatta da milioni di persone, non si può ricondurre tutto a lei

A Greta Thunberg va dato qualche merito?
Dal mio punto di vista non va messa troppo al centro della questione. Sicuramente ha un merito enorme ed è stata molto efficace nel far crescere le attenzioni sul tema, ma la mobilitazione è fatta da milioni di persone. Non si può ricondurre tutto a lei.

Certo non si può dare torto a chi sostiene che la scienza dei cambiamenti climatici non ha certezze da offrire…
Le verità assolute non esistono nelle scienze complesse; esiste un metodo scientifico che porta a risultati con gradi più o meno elevati di confidenza. Ci sono sempre dei gradi di incertezza, pretendere il contrario è tipico di chi non conosce la scienza.

Eppure spesso viene rinfacciato.
L’argomento “non c’è l’assoluta certezza” è usato da chi non sa nulla di scienza, più per fare polemica che per altro, perché nelle scienze complesse una tale certezza non c’è quasi mai. Nel descrivere processi così complicati come quelli dei cambiamenti climatici non è richiesta la certezza assoluta, semplicemente perché non è possibile.

Quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo

Se non ci sono certezze, allora forse ha ragione chi si dichiara scettico di fronte a certe questioni?
Io mi ritengo uno scettico; essere scettici però non significa esserlo sempre e comunque, per partito preso; quando si raggiunge l’evidenza lo scetticismo deve essere superato. Quando si nega nonostante l’evidenza è negazionismo, è non voler accettare il metodo, è screditare la scienza.

Ci sono delle prove?
L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha dichiarato 13 anni fa che il riscaldamento globale è inequivocabile, chi lo nega semplicemente non accetta i dati, non è uno scettico. Lo scetticismo è una cosa nobile in campo scientifico.

Come si valuta l’incertezza nel campo dei cambiamenti climatici?
L’Ipcc chiede agli autori dei vari “Rapporti di valutazione” di comunicare l’incertezza delle valutazioni facendo riferimento a linee guida. La valutazione dell’incertezza avviene a volte con metodi qualitativi, a volte in modo semi-quantitativo, a volte in modo quantitativo, in termini probabilistici, stimando cioè la probabilità che un determinato evento sia accaduto o possa accadere in futuro.

Un esempio?
Scrivendo «la frequenza degli eventi con precipitazioni intense è probabilmente aumentata» s’intende che la probabilità che ciò sia avvenuto è maggiore del 66%. Oltre il 90% è «molto probabile», oltre il 95% «estremamente probabile», dal 99% in su è «virtualmente certo». Tra il 50% e il 66% si dice che è «più probabile che non». Al contrario, meno del 33% è «improbabile», «molto improbabile» al di sotto del 10%, «estremamente improbabile» sotto il 5%.

Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è che l’autorevolezza riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici

A volte però a pontificare contro i cambiamenti climatici non sono persone qualunque, bensì autorevoli scienziati…
Il passo dall’autorevolezza all’incompetenza è molto più breve di quanto si pensi. La complessità, la settorialità e la specificità della ricerca scientifica fanno sì che l’autorevolezza sia strettamente limitata alla propria disciplina. Il problema con molti “autorevoli” negazionisti è proprio questo: che l’autorevolezza (molte volte indiscutibile nel loro campo) riguarda settori che hanno ben poco a che fare coi cambiamenti climatici.

Carlo Rubbia è autorevole? Alludo ovviamente alle sue dichiarazioni in Senato di qualche tempo fa.
Non è il suo settore la scienza del clima, sono discipline scientifiche diverse. Rubbia è un grandissimo scienziato, ma si è occupato di fisica delle particelle. Sul clima ha raccontato delle storielle che aveva sentito, riciclando bufale e luoghi comuni, come la tesi del grande caldo nel Medioevo: sono cose che fanno sorridere.

Perché l’ha fatto?
Si tratta di argomenti screditati già da molto tempo, prima di lui le stesse cose sono state dette da molte altre persone. Sono cose che si dicono e che di tanto in tanto catturano l’attenzione pubblica, grazie anche ai media che danno spazio a certe notizie; dietro però non c’è alcun spessore scientifico. Poi Rubbia si è corretto, c’è un’intervista in cui smentisce quanto ha detto in Senato. Diciamo che è stato un incidente di percorso.

Per evitare gli incidenti di percorso generalmente la comunità scientifica si affida al metodo della “peer review” (“revisione dei pari”). Come funziona questo processo?
È un consolidato sistema attraverso cui si garantisce il vaglio di una tesi da parte di persone dello stesso settore disciplinare, in modo da favorire la qualità e la fondatezza delle affermazioni. Gli autori della peer review sono spesso anonimi e non vengono pagati. Il prestigio di una rivista dipende dalla serietà di questo processo, più è rigoroso e più aumenta il valore della rivista. Science e Nature, due tra le riviste scientifiche più famose al mondo, scartano praticamente il 95% degli articoli che ricevono, perché non ci devono essere errori, sbavature, ogni argomento deve essere inattaccabile.

Sembra un metodo infallibile. È sempre affidabile?
È fatto da esseri umani, quindi per definizione è fallibile. Non è un processo perfetto, ma in generale funziona, assicurando una selezione dei lavori scientifici più validi e interessanti. Sono scappati errori in diversi articoli pubblicati, nel complesso un numero davvero molto limitato.

Quali sono le riviste scientifiche più importanti sulla climatologia?
Oltre a Science e Nature, che si occupano anche di molti altri temi, ci sono il Journal of Geophysical Research, il Geophysical Research Letters, il Journal of Climate, Nature Climate Change e il Journal of the Atmospheric Sciences. Gli studi sull’influenza del sole sono pubblicati sul Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics. Gli studi sugli scenari emissivi su Climate Policy, Climatic Change, Environmental Science and Technology e Atmospheric Environment. Le ultime due riviste, però, non sono specifiche sui cambiamenti climatici, per questo sono considerate minori su questo tema.

Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che il sole causa il riscaldamento globale

Le tesi dei negazionisti si incontrano in queste riviste?
No. Non c’è una teoria scientifica alternativa rispetto a quella accettata dalla comunità internazionale. Non c’è nessuno che prova seriamente a sostenere che sono i vulcani ad aver aumentato la CO2 dell’atmosfera o che è il sole a causare il riscaldamento globale; sa già che il suo articolo non vorrebbe mai pubblicato, perché non ci sono dati o teorie a supporto, dei bravi revisori massacrerebbero queste teorie senza fondamento scientifico. I negazionisti quindi non ci provano nemmeno, sanno già che è tempo perso confrontarsi a quei livelli, sanno che non possono competere con la scienza seria.

La rivista più vicina al negazionismo climatico?
Senza dubbio Energy and Environment, su cui è stati pubblicata la grande maggioranza degli articoli più controversi su questo tema. La rivista ha pubblicato diversi articoli con errori macroscopici ed è stata accusata di evitare deliberatamente un efficace peer review degli articoli. La mancanza di chiarimenti ne ha poi provocato l’inevitabile screditamento.

Possiamo quindi dire che il consenso della comunità scientifica è unanime sulle principali questioni legate al riscaldamento globale?
Non c’è mai l’unanimità assoluta, in nessuna scienza. Troverà sempre qualcuno che non è d’accordo, come tra i medici trova lo 0,1% che dice che fumare fa bene. È quasi unanime, molto vicino al 100%, ma è così che funziona la scienza.

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Gennaio 2020 è stato il più caldo di sempre, superato il 2016

Stando ai dati del Copernicus Climate Change Service il primo mese dell'anno ha registrato una temperatura media di 3,1 gradi in più rispetto al riferimento 1980-2010.

Il mese che si è appena chiuso è stato il gennaio più caldo di sempre a livello globale, battendo il primato del gennaio 2016 (+0,03 gradi medi). Lo ha rilevato il Copernicus Climate Change Service, precisando che in Europa l’incremento è stato di 3,1 gradi sul periodo di riferimento 1981-2010. Rispetto invece a gennaio 2007, secondo anno più caldo in Europa, l’incremento è di 0,2 gradi. Le temperature medie sono state particolarmente elevate in diverse zone dell’Europa nord-orientale, anche oltre 6 gradi in più.

IN CALO ANCHE LA PIOVOSITÀ

Secondo il Copernicus Climate Change Service (C3), che ha condotto l’analisi insieme al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) per conto dell’Unione Europea, in Europa il gennaio 2020 è stato meno piovoso della media, con l’eccezione della Norvegia e nelle regioni tra il nordest della Spagna e il sud della Francia. Al contrario, nell’emisfero sud del Pianeta diversi Paesi, tra cui l’Australia dell’ovest, il Madagascar e il Mozambico, hanno registrato piogge molto più frequenti della media.

2019 ANNO PIÙ CALDO DI SEMPRE PER L’EUROPA

Per quanto riguarda i Poli, sia l’Artide che l’Antartide hanno dovuto fare i conti con coperture di ghiaccio sotto la media del periodo di riferimento. «Gli ultimi dati», ha rilevato il CS3, «mostrano che il 2020 continua a far registrare temperature da record. La temperatura media globale per il luglio 2019 è stata lievemente più alta di quella del luglio 2016». Tornando al 2019, il C3S ha ricordato che è stato l’anno più caldo di sempre in Europa: gli ultimi dati mostrano che le temperature sono state di oltre 1,2 gradi sopra la media del trentennio considerato. Per il resto del mondo, invece, il 2019 è stato il secondo anno più caldo.

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Come convertire un negazionista del riscaldamento globale

Non è solo una questione di evidenze scientifiche. Chi rifiuta l'idea dei cambiamenti climatici lo fa per autodifesa della propria integrità. Respingendo l'accusa di essere colpevole del deterioramento del Pianeta. Ecco perché serve un approccio costruttivo che discuta delle ragioni psicologiche.

È già da un po’ che circola la notizia che il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia, dato che diventa ancora più allarmante se dalle temperature medie globali si passa a quelle europee, dove si trova addirittura al primo posto.

IL DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA

Il record appartiene al 2016, ma ci è mancato davvero poco che il 2019 non riuscisse ad aggiudicarsi il primato, dopo aver già scalzato il 2017 dal secondo posto. Si tratta di una competizione tutt’altro che felice, e, come possiamo constatare da questi semplici dati, tre degli ultimi quattro anni si trovano sul podio. Subito dopo vengono il 2015 e il 2018: gli ultimi cinque anni hanno registrato le temperature più alte di sempre, e, più in generale, il decennio che va dal 2010 al 2019 è stato il più caldo della storia. Anche in Italia.

EPPURE QUALCHE POLITICO CI SCHERZA SU

Si tratta di dati preoccupanti che mostrano in maniera inequivocabile l’avanzamento del riscaldamento globale. Ma i politici da tutte le parti del mondo ignorano la situazione e addirittura non mancano occasione di scherzarci sopra, di minimizzare o di alimentare le false credenze sul clima (per esempio: se fa così freddo in primavera, come si fa a parlare di global warming?).

TRUMP HA UNO SCETTICISMO CRONICO

Il New York Times nel gennaio 2019 si avventurò nel contare tutte le volte che Donald Trump aveva parlato pubblicamente del clima manifestando il suo scetticismo: più di 100 a partire dal 2011.

impeachment usa trump procedura tappe
Donald Trump.

GRETA MANIPOLATA E ALTRE CONTRO-ARGOMENTAZIONI

A parte quelle del presidente americano, quali sono i classici argomenti utilizzati dai negazionisti? Qualche esempio: se nevica a maggio non può esserci alcun riscaldamento globale; non è la prima volta che cambia il clima e l’uomo è sempre riuscito ad adattarvisi; l’uomo non è responsabile del cambiamento climatico, l’aumento di Co2 è naturale; durante la prima rivoluzione industriale non c’erano tutti i controlli che ci sono ora, e nessuno allora parlava mai di riscaldamento globale; infine: Greta Thunberg è messa lì dai poteri forti e dalle grandi lobby finanziarie (che non c’entra nulla col clima, ma viene sempre chiamato in causa durante una discussione sul tema). Nonostante le prove contrarie fornite dalla scienza, su certe questioni non c’è proprio verso di convincerli. Dunque come far cambiare idea a un negazionista climatico?

chi è Greta Thunberg
Greta Thunberg.

È UN PROCESSO DI RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

In un recente studio pubblicato sul Current Opinion in Environmental Sustainability, le ricercatrici Gabrielle-Wong Parodi e Irina Feygina hanno mostrato come le ragioni ideologiche siano strettamente correlate a quelle psicologiche. La negazione degli effetti causati dal riscaldamento globale, nonostante l’evidenza dei fatti e gli argomenti sostenuti dalla comunità scientifica, farebbe parte infatti di un processo più generale di resistenza al cambiamento. Secondo i risultati della ricerca, questa resistenza è riconducibile a quattro ragioni principali:

  1. DIFESA DEL SISTEMA. Il bisogno di difendere e sostenere l’attuale sistema socioeconomico e le sue istituzioni. È un bisogno che dà sicurezza e stabilità, e di fronte alle minacce allo status quo si manifesta nella tendenza a razionalizzare l’ordinamento sociale esistente invece che aprirsi al cambiamento e all’innovazione.
  2. IDENTITÀ. Il cambiamento climatico è diventato un fattore di forte polarizzazione sociale. Negli Stati Uniti, per esempio, chi si identifica con i democratici supporta la necessità di reagire al riscaldamento globale, chi invece si identifica con i repubblicani tende ad essere meno ricettivo del problema e a ignorarne le soluzioni. Come risultato, le persone non si formano le opinioni a partire dai fatti o dalle informazioni, ma dal loro bisogno di sentirsi accettati dal gruppo in cui si riconoscono.
  3. CONVENZIONI SOCIALI. Il bisogno di essere in sintonia con gli standard e i valori dei vari gruppi a cui uno appartiene. Le norme sociali anticipano il nostro pensiero, stabilendo in partenza quali azioni e quali valori sono permessi o proibiti all’interno di un determinato gruppo sociale. Le persone tendono ad attarsi alle norme per evitare di essere giudicate o marginalizzate.
  4. AUTO-AFFERMAZIONE. A essere minacciato dal cambiamento climatico è anche il senso dell’integrità personale. Ciascuno di noi ci tiene ad avere un’immagine positiva di se stesso, un’immagine di sé come persona moralmente forte, onesta e attaccata a sani principi etici. La responsabilità umana nel riscaldamento globale implica in qualche modo un errore nel proprio comportamento, una colpa, e questo cozza contro l’immagine idealizzata della propria integrità morale.

DIFFICILE AMMETTERE CHE IL PROPRIO STILE DI VITA SIA SBAGLIATO

Tutti noi possiamo constatare facilmente quanto questi fattori siano presenti nella nostra vita quotidiana. Facendo un esempio banale: se accuso qualcuno di non fare la raccolta differenziata, difficilmente questa persona riconoscerà le sue mancanze, ma cercherà invece delle giustificazioni che minimizzino la cosa: «Tanto non serve a niente», «il problema sono le grandi industrie, non la mia bottiglietta», «siccome è arrivata Greta Thunberg, adesso siamo tutti giustizieri». Dovremmo imparare a riconoscere che dietro questo atteggiamento di chiusura spesso si nasconde la percezione di essere minacciati nella propria integrità morale, piuttosto che l’adesione convinta a teorie anti-scientifiche. Nessuno è disposto ad ammettere tanto facilmente che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio stile di vita, qualcosa di non etico, e quando ci si sente aggrediti la prima naturale reazione è quella dell’autodifesa.

BISOGNA DISCUTERE SCENDENDO DAL PIEDISTALLO

La scienziata comportamentista Gabrielle Wong-Parodi ha detto una cosa interessante sul nostro modo di approcciarci ai negazionisti climatici: «Molte delle tattiche e delle strategie partono dal presupposto che ci sia qualcosa di sbagliato nei negazionisti climatici, invece di cercare di comprendere che anch’essi hanno una credenza e un’opinione che contano». Bisogna quindi scendere dal piedistallo e imparare a interessarsi veramente all’opinione dell’altro, senza partire dal presupposto di avere ragione e senza necessariamente condividerne il punto di vista. Quindi, nel caso dei negazionisti climatici, è importante saper dare spazio alla loro voce, incoraggiarli ad esprimere i loro valori, le loro credenze, i loro dubbi, e non aggredirli subito con informazioni di carattere scientifico che non lasciano più spazio ad alcuna risposta: in questo caso si ottiene il risultato opposto. Non essere presi sul serio in una discussione non fa piacere a nessuno, e chiunque preferirebbe evitare di interagire con persone che manifestano continuamente la loro presunta superiorità. Ascoltare l’opinione di un negazionista significa prima di tutto rispettarne la persona, e solo in questo è possibile avviare un dialogo costruttivo che possa soddisfare entrambe le parti.

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L’allarme dell’Arpa per il rischio frane sul Monviso

Allarme dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale per possibili crolli del massiccio piemontese. Per i geologi i cambiamenti climatici mettono a rischio il permafrost.

Il Monviso a rischio di «possibili fenomeni importanti di frana» che potrebbero essere determinati dai cambiamenti climatici. Questa la diagnosi dei geologi di Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) dopo il sopralluogo effettuato a seguito dell’ imponente crollo avvenuto il 26 dicembre sulla parete est, da dove si sono staccati 200 mila metri cubi di roccia. Gli esperti ipotizzano che causa del collasso, oltre alla fratturazione della roccia, sia la degradazione del permafrost, lo strato perennemente gelato.

DISTACCO A OLTRE 3 MILA METRI DI QUOTA

Il distacco di roccia sul Monviso si è verificato alla sommità del Torrione del Sucai, a 3200 metri di altitudine e si è sviluppato fino a 2800 metri, interessando una fascia rocciosa di 45-55 metri. I massi di maggiori dimensione rotolati a valle sono almeno quattro, con una volumetria di 150-250 metri cubi. La frana viene monitorata con grande attenzione: «Considerata la marcata fratturazione dell’ammasso roccioso nel settore già interessato dal crollo, è probabile», hanno scritto nella relazione i geologi di Arpa, «che la parete non abbia ancora raggiunto un equilibrio». Nei prossimi giorni la parete est del Monviso, la montagna da cui nasce il fiume Po, verrà ispezionata con un drone.

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Cosa dice il rapporto di Nasa, Noaa e Onu sul cambiamento climatico

Nuovo allarme contro il global warming. Secondo un nuovo dossier il decennio appena concluso è stato tra i più caldi di sempre. Negli ultimi cinque anni battuto ogni record dal 1880.

La Terra continua a riscaldarsi: gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi dal 1960 mentre gli ultimi cinque sono stati i peggiori dal 1880, cioè da quando vengono fatte le rilevazioni scientifiche. L’alto livello di emissioni di gas serra alimenta il global warming e di questo passo nel 2020, ma anche oltre, sono attesi molti eventi meteo estremi. È stata la “sentenza” delle agenzie americane specializzate Nasa e Noaa e del World meteorological organization dell’Onu emersa dopo il monitoraggio delle temperature del pianeta nel 2019, che si è rivelato il secondo anno più caldo, dopo il 2016.

DAGLI ANNI 60 OGNI DECENNIO TEMPERATURA IN AUMENTO

Negli ultimi dodici mesi, le temperature sono state 0,98 gradi centigradi più calde rispetto alla media del 1951-1980, secondo gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (Giss) della Nasa di New York. «Il decennio appena concluso è chiaramente il più caldo mai registrato», ha commentato il direttore del Giss Gavin Schmidt osservando che «ogni decennio dagli anni ’60 è stato chiaramente più caldo di quello precedente». Quindi, si tratta di un fenomeno persistente ricondotto alle emissioni di gas inquinanti provocate dalle attività umane.

ALLARME ANCHE PER LA TEMPERATURA DELL’OCEANO

Negli ultimi 140 anni, la temperatura media globale della superficie terrestre è aumentata e ora «di circa 1,1 gradi centigradi al di sopra di quella della fine del 19/o secolo. Siamo diretti verso un aumento della temperatura dai 3 ai 5 gradi entro la fine del secolo» rispetto al periodo preindustriale, ha assicurato il segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) Petteri Taalas. «Anche il calore dell’oceano è al livello record», ha ammonito Taalas richiamando l’allarme lanciato nel novembre scorso dal rapporto «Emission gap 2019» dell’Agenzia per l’ambiente dell’Onu secondo cui le emissioni di gas serra sono aumentate dell’1,5% all’anno nell’ultimo decennio.

ALLARME PER GLI EVENTI CLIMATICI ESTREMI

Fra gli eventi estremi del 2019, gli scienziati indicano, tra gli altri, gli incendi in Australia o il riscaldamento nella regione artica che è avvenuto tre volte più velocemente rispetto al resto del mondo dal 1970. L’accordo di Parigi del 2015 indicava la necessità di contenere l’aumento medio globale della temperatura entro 2 gradi, meglio 1,5, entro la fine del secolo proprio per evitare fenomeni meteo estremi, dalle ondate di calore, alla siccità, alle inondazioni. Nonostante la consapevolezza ormai collettiva, anche grazie al movimento giovanile globale Fridays for future ispirato dall’attivista svedese Greta Thunberg, alla conferenza Onu sul clima (Cop25) tenutasi a Madrid nel dicembre scorso i 196 Paesi del mondo non sono riusciti a raggiungere un accordo complessivo sulle questioni fondamentali per contenere il riscaldamento globale.

ANCHE IL MONDO DELL’ECONOMIA RIFLETTE SUI RISCHI CLIMATICI

Per questo motivo è quindi rinviato a quest’anno l’impegno di ciascun Paese per il clima ed evitare il peggio soprattutto per i Paesi più poveri, innanzitutto quelle piccole isole che rischiano di sparire sommerse dall’innalzamento dei mari. Intanto, il clima, per la prima volta, è considerato in cima ai rischi globali secondo il “Global Risks Report” del World Economic Forum un documento che mette nero su bianco la percezione dei rischi da parte di 750 esperti ed autorità globali. E alla 50/a edizione del Forum a Davos fra una settimana l’emergenza climatica terrà banco.

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BlackRock lancia la sfida al climate change

I cambiamenti climatici sono al centro della lunga lettera del Ceo Larry Fink. Che avverte chi non ha intenzione di attuare un'economia sostenibile.

BlackRock e il suo Ceo Larry Fink lanciano la sfida ai cambiamenti climatici. «Ogni governo, azienda e azionista deve fronteggiare il climate change». Ha scritto il re della finanza in una lettera agli azionisti con cui ha voluto sottolineare come in «un futuro vicino, prima di quanto anticipato da molti, avrà luogo una significativa riallocazione del capitale» nell’ottica di rendere la sostenibilità la salvaguardia del clima uno degli standard per gli investimenti di BlackRock.

LA PREOCCUPAZIONE SUI CAMBIAMENTI

Come scritto da Larry Fink il rispetto del clima è e sarà uno degli elementi fondamentali per i prossimi investimenti di BlackRock. «I cambiamenti climatici sono quasi invariabilmente la prima problematica che i clienti, in tutto il mondo, ci pongono innanzi. Dall’Europa all’Australia, dal Sud America alla Cina, dalla Florida all’Oregon, gli investitori ci chiedono in che modo modificare i propri portafogli. Cercano di comprendere non solo i rischi fisici legati al cambiamento climatico, ma anche che impatto avranno le politiche legate al clima sui prezzi, sui costi e sulla domanda dell’economia nel suo complesso», ha scritto Fink. Che poi ha precisato come queste tematiche stanno «comportando una profonda rivalutazione del rischio e del valore degli asset. E poiché i mercati dei capitali anticipano il rischio futuro, registreremo i cambiamenti nell’allocazione di capitali più rapidamente rispetto a quelli nel clima».

BLACKROCK CONTRO CDA CHE NON RISPETTANO AMBIENTE

Da qui la decisione dell’azienda di non investire più in quei gruppi che non rispettano l’ambiente. «Considerando i crescenti rischi di investimento che circondano la sostenibilità, saremo sempre più propensi a votare contro i dirigenti e i consiglieri di amministrazione quando le società non svolgeranno progressi sufficienti in materia di informativa sulla sostenibilità e non predisporranno linee guida e piani aziendali ad essa connessi». Nel caso in cui si verificasse un riallocamento del capitale degli investitori nelle aziende che rispettano l’ambiente si assisterebbe per Fink a «massicci spostamenti di capitale. E questa dinamica accelererà man mano che la prossima generazione prenderà il comando, in politica e nel business».

PASSAGGIO DEI CAPITALI AI GIOVANI

E proprio «i giovani sono stati in prima linea nel chiedere alle istituzioni, incluso BlackRock, di affrontare le nuove sfide associate ai cambiamenti climatici. Chiedono alle aziende e ai governi trasparenza ed azione. E mentre migliaia di miliardi di dollari a poco a poco passeranno nei prossimi decenni ai millennial, quando questi diventeranno amministratori delegati e ceo, politici e capi di stato, rimodelleranno ulteriormente l’approccio mondiale alla sostenibilità». La speranza di Fink è quella di ottenere un capitalismo più sostenibile e inclusivo dove le «aziende devono essere determinate e impegnarsi a condividere questo scopo e portare beneficio a tutte le parti interessate, azionisti, clienti, dipendenti e comunità in cui operano».

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Dalla rovente Italia un altro allarme sul riscaldamento globale

Il 2019 è stato il quarto anno più cocente dal 1800. Dopo 2014, 2015 e 2018. Il decennio che si è chiuso risulta dunque il peggiore di sempre per il nostro Paese. Gli effetti dei cambiamenti climatici nei dati del Cnr.

E ora i negazionisti del riscaldamento globale saranno ancora un filo più imbarazzati. Perché dall’Italia è arrivata un’ulteriore conferma dei cambiamenti climatici che stanno interessando il Pianeta. Con il secondo dicembre più caldo dal 1800 a oggi, infatti, il 2019 ha chiuso con un’anomalia di +0,96 gradi sopra la media, risultando il quarto anno più caldo per il nostro Paese dopo il 2014, 2015 e 2018.

DATI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE

È finito così il decennio più rovente di sempre in Italia, secondo quanto ha rilevato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Bologna. Con buona pace dei giornali di destra che provano a smontare l’attivismo di Greta Thunberg, ogni volta che la temperatura cala, a suon di “Ma se fa freddo”.

TEMPERATURA IN CONTINUA CRESCITA

Analogamente a quanto è accaduto su scala globale, ha spiegato l’esperto del Cnr in una nota, anche nel nostro Paese ciascuno degli ultimi quattro decenni è risultato più caldo del precedente: dal 1980 a oggi la temperatura è cresciuta in media di 0,45 gradi ogni 10 anni. I dati relativi al 2019 non fanno che confermare questo trend in continua crescita.

NEL 2019 OTTO MESI SU 12 DA RECORD

Con dicembre (+1,9°C di anomalia rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010), sono otto i mesi dell’anno rientrati nella top 10 delle rispettive classifiche mensili: marzo (nono più caldo, +1,48°C), giugno (secondo più caldo, +2,57), luglio (settimo più caldo, +1,29°C), agosto (sesto più caldo, +1,42°C), settembre (decimo più caldo, +1,27°C), ottobre (quarto più caldo, +1,56°C), novembre (decimo più caldo, +1,33°C).

NEL 2014 E 2015 ANOMALIA DI OLTRE UN GRADO

Peggio del 2019 sono risultati solo il 2014 e il 2015 (+1°C sopra media) e il 2018 (l’anno più caldo con un’anomalia di +1,17°C rispetto alla media del periodo di riferimento 1981-2010). Nonostante tutti, il mondo non riesce a mettersi d’accordo per cercare di arginare il fenomeno, come dimostra il fallimento della Cop25 di Madrid, la conferenza dell’Onu sul clima. Non ci resta che l’ironia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ora impegnato su un altro fronte altrettanto “caldo”, con l’Iran – : «Il riscaldamento globale? Usiamolo contro il freddo».

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A Venezia è sempre acqua alta

Prevista una marea di 150 centimetri sul medio mare. In città è già a un metro e 15.

A Venezia l’acqua alta continua a salire. I rilevamenti alla Punta della Dogana davanti a San Marco registrati dal Centro maree del Comune hanno segnato alle 8.30 del 23 dicembre 135 centimetri. Lo stesso Centro conferma, al momento, la previsione di 150 centimetri di acqua alta sul medio mare per le ore 9.40. A favorire il fenomeno l’assenza del vento di bora e lo scirocco, invece, che persiste in centro Adriatico favorendo la cosiddetta onda di sessa, cioè il movimento oscillatorio del mare. Nelle stazioni di rilevamento in mare la marea tocca già in questi momenti i 147 cm in città sta salendo, ed è intorno ai 115 cm.

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Greta Thunberg e i giovani attivisti scuotono il Cop25 di Madrid

Intervento della militante svedese durante il vertice spagnolo sul clima. «Gli effetti si vedono già ora». E in conferenza stampa intervengono anche altri giovani da tutto il mondo.

«Le emergenze climatiche non sono qualcosa che avranno un impatto sul futuro, che avranno effetto sui bambini nati oggi una volta diventati adulti, hanno già effetto sulle persone che vivono oggi». Non si stanca di ripeterlo, Greta Thunberg, e lo ha fatto ancora alla Cop25 a Madrid. Ormai seguita come una vera star, assediata dal circo mediatico, la sedicenne attivista svedese diventata icona mondiale della lotta al global warming, ha lanciato il primo messaggio in avvio della seconda settimana di negoziati alla Conferenza sul clima dell’Onu. La sua pressione e quella di tanti giovani, anche dopo la marcia di 500mila persone, venerdì 6 a dicembre a Madrid, è alta e si fa sentire.

LAVORI IN VISTA DEL COP26 DI GLASGOW

Intanto stanno cominciando ad arrivare capi di Stato, ministri e ambasciatori dei 196 Paesi partecipanti e tra il 10 e l’11 scenderanno nel centro conferenze. Nelle loro mani è lo sblocco dei negoziati che devono spianare la strada alla Cop26 nel 2020 a Glasgow dove si deve mettere il sigillo agli impegni climatici di ciascuno al 2030 e al 2050 per contenere le emissioni di Co2 che provocano il riscaldamento globale e quindi eventi climatici estremi.

BREVE APPARIZIONE IN CONFERENZA STAMPA

Devono dimostrare di ascoltare il «grido» dei giovani e della gente che ha «scioperato per il clima» scendendo in strada in tutto il mondo. In una conferenza stampa superaffollata, organizzata da Fridays for Future – il movimento globale nato sulla scia dei venerdì di sciopero dalla scuola avviati nel 2018 da Greta davanti al Parlamento svedese – la giovane attivista non ha voluto ancora una volta monopolizzare la scena. E dopo una breve dichiarazione ha lasciato la parola a «coloro che già stanno soffrendo le conseguenze della crisi climatica», ricordando anche gli indigeni assassinati in Brasile per proteggere la foresta amazzonica dalla deforestazione.

IL PASSAGGIO DI TESTIMONE AD ALTRI ATTIVISTI

Per la grande quantità di persone in coda per seguire l’evento, la sala è stata chiusa e poi riaperta solo ai giornalisti. «Abbiamo il dovere di usare l’attenzione dei media per far sentire la nostra voce» ha aggiunto Greta, prima di dare la parola all’attivista tedesca e moderatrice Luisa Neubauer e ad altri ragazzi provenienti da varie parti del mondo, dall’Uganda al Cile. «Io e Luisa non parleremo oggi, siamo privilegiate», ha aggiunto, «perchè le nostre storie sono state già dette. Devono essere ascoltate le storie degli altri, soprattutto del sud del mondo e delle comunità indigene».

LE VOCI DALLE ISOLE MARSHALL AL CILE

Il primo a prendere la parola dopo Greta è stato un ragazzo proveniente dalle isole Marshall, alle prese con l’innalzamento del mare. «Ci hanno detto che per resistere dobbiamo adattarci, andare più in alto», ha affermato, «o che una soluzione che abbiamo è emigrare». Poi altri interventi hanno visto alternarsi ragazzi dalle Filippine agli Usa al Cile. Un attivista russo ha ricordato come nel proprio paese sono state arrestate delle persone per aver partecipato alle proteste sul clima.

IL MESSAGGIO DI POPOLI INDIGENI E AFRICANI

Tra gli speaker anche una ragazza nativa americana, che ha ricordato le lotte in corso contro lo sfruttamento dei territori contro il volere degli indigeni. Il messaggio di tutti ai politici è stato la richiesta di avere più visibilità. «Chiediamo di essere ascoltati, perché nessuno più di noi sperimenta sulla propria pelle i danni dai cambiamenti climatici», ha ricordato ad esempio un’attivista dall’Uganda, Hilda Flavia Nakabuye, che ha parlato della questione ambientale come «una nuova forma di razzismo». L’Africa, ha osservato, «quasi non emette nulla» di gas serra «ma siamo quelli che soffrono di più».

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Emergenza climatica: Italia sesta nel mondo per numero di vittime dal 1999

I dati del Climate Risk Index hanno fotografato l'impatto degli eventi meteorologici estremi. Il nostro Paese è anche 18esimo al mondo per perdite economiche pro capite.

Negli ultimi due decenni, dal 1999 al 2018, l’Italia è al sesto posto nel mondo per numero di vittime causate dagli eventi meteorologici estremi, e diciottesima per numero di perdite economiche pro capite. I dati emergono dal Climate Risk Index di Germanwatch. Nel complesso, nel ventennio l’Italia risulta il ventiseiesimo Paese più colpito dagli eventi estremi. Guardando al 2018, invece, si piazza al 21/o posto.

PER L’AGENZIA UE SULL’AMBIENTE A RISCHIO GLI OBIETTIVI PER IL 2020

Le cattive notizie però non si fermano. Secondo il sesto rapporto sullo Stato dell’ambiente pubblicato dall’Agenzia europea competente l’Ue fallirà gran parte degli obiettivi sul mantenimento della biodiversità al 2020, e senza una svolta su ambiente e clima rischia di non poter raggiungere quasi tutti i target al 2030. Le reazioni delle organizzazioni ambientaliste guardano tutte alla Comunicazione sul “Green deal“, l’agenda verde della Commissione von der Leyen attesa per l’11 dicembre.

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La Cop25 sul clima di Madrid mette l’umanità davanti a un bivio

Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres: «Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare».

«Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare». Si è aperta così, con il discorso del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, la Cop25 di Madrid, la conferenza sul clima cui partecipano le delegazioni dei Paesi firmatari degli Accordi di Parigi del 2015.

L’umanità si trova davanti a un bivio e Guterres ha chiesto ai rappresentanti dei vari governi se vogliono davvero essere ricordati come «la generazione che ha messo la testa sotto la sabbia, che si gingillava mentre il pianeta bruciava».

Il segretario generale delle Nazioni unite ha continuato affermando che i nuovi dati mostrano che i gas serra hanno raggiunto livelli record e che non c’è altro tempo da perdere, aggiungendo che se non si agisce subito contro il carbone «tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento».

Guterres ha quindi esortato in particolare i grandi Paesi inquinatori a intensificare i loro sforzi. Altrimenti «l’impatto su tutte le forme di vita del pianeta, compresa la nostra, sarà catastrofico».

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Il parlamento Ue ha dichiarato l’emergenza climatica

Via libera ad una risoluzione non legislativa. Uno degli obiettivi è ridurre le emissioni del 55% entro il 2030.

Il Parlamento europeo ha dichiarato l’emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo, dando il via libera ad una risoluzione non legislativa. L’Eurocamera rilancia così la sfida alla futura Commissione europea a guida Ursula von der Leyen che da parte sua ha annunciato che entro i primi 100 giorni metterà sul tavolo una nuova agenda verde. Il testo è passato con 429 voti a favore, 225 contrari e 19 astensioni.

L’OBIETTIVO DI TAGLIARE LE EMISSIONI DEL 55% ENTRO IL 2030

La Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo chiede maggiori tagli alle emissioni di Co2 con l’aumento dal 40% al 55% degli obiettivi già al 2030. Il testo della risoluzione sulla conferenza delle parti sul clima (Cop25) in programma a Madrid da lunedì prossimo è passato con 430 voti a favore, 190 contrari e 34 astensioni.

SERVE UNA STRATEGIA PER LA NEUTRALITÀ CLIMATICA

Il Parlamento esorta la Commissione Ue a presentare alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici una strategia per raggiungere la neutralità climatica al più tardi entro il 2050. I deputati chiedono inoltre alla nuova presidente della Commissione europea von der Leyen di includere nel Green Deal europeo un obiettivo di riduzione del 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030.

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L’Italia sempre più colpita da eventi meteorologici estremi

Nel 2018 sono stati 148, con un bilancio di vittime e danni di gran lunga superiore rispetto agli ultimi cinque anni. Cosa dice il rapporto "Il clima è già cambiato" di Legambiente.

Il clima è già cambiato. E le città italiane, da Nord a Sud, ne pagano le conseguenze. L’acqua alta a Venezia ce lo ha ricordato, ma soltanto nel 2018 il nostro Paese è stato colpito da 148 eventi meteorologici estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Un bilancio di gran lunga superiore alla media degli ultimi cinque anni.

I numeri più aggiornati sono contenuti nel rapporto 2019 dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente, realizzato in collaborazione con Unipol e intitolato per l’appunto Il clima è già cambiato. L’impatto degli eventi estremi mostra chiaramente l’urgenza di quella che l’associazione definisce una «nuova politica di adattamento», e di robusti interventi per «fermare il dissesto idrogeologico».

Dal 2010 in poi i Comuni italiani che hanno subito danni rilevanti a causa del maltempo sono stati 350, con 563 eventi meteorologici estremi che hanno causato, tra le altre cose, 73 giorni di stop a metro e treni e 72 giorni di blackout. Le città colpite dal maggior numero di eventi estremi sono state Roma (33), Milano (25), Genova (14), Napoli (12), Palermo (12), Catania (9), Bari (8), Reggio Calabria (8) e Torino (7). Legambiente ha realizzato anche una mappa interattiva.

Gli eventi meteorologici estremi che hanno colpito l’Italia tra il 2010 e il 2018 (fonte: Legambiente).

TEMPERATURE IN CONTINUA CRESCITA

Il rapporto CittàClima 2019 evidenzia poi come la temperatura nelle nostre città sia in continua crescita, e a ritmi maggiori rispetto al resto del Paese: la media nazionale delle aree urbane è di +0,8 gradi centigradi nel periodo 2001-2018 rispetto alla media del periodo 1971-2000. Con picchi particolarmente elevati a Milano (+1,5 gradi), Bari (+1) e Bologna (+0,9).

ALLAGAMENTI, TROMBE D’ARIA E FRANE

Nei 350 Comuni Italiani colpiti da eventi estremi si sono verificati 211 allagamenti da piogge, 193 danni alle infrastrutture, 123 trombe d’aria, 75 esondazioni fluviali, 20 frane e 14 danni al patrimonio da piogge intense. Il maggior numero di danni alle infrastrutture si è verificato a Roma con 11 eventi, seguita da Napoli con 8 e da Genova, Palermo e Reggio Calabria con 6. A Milano, invece, è record di esondazioni fluviali: 18 negli ultimi 10 anni.

IL NODO DELL’ACCESSO ALL’ACQUA

L’accesso all’acqua è un altro problema rilevante. In una prospettiva di lunghi periodi di siccità, rischia di diventare sempre più difficile da garantire. Già oggi la situazione è complicata. Basti pensare che nel 2017 nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva del 39,6% rispetto alla media del trentennio 1981-2010.

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Sarà Giacarta la prima città vittima dei cambiamenti climatici

La capitale dell'Indonesia affonda di 25 cm l'anno. Il governo indonesiano ha già stanziato 40 miliardi di dollari. Ma non può salvarla: è costretto a spostarla di migliaia di chilometri.

Affonda al ritmo di 25 centimetri all’anno. E ormai quasi metà della città di trova sotto il livello del mare. Periodicamente una larga parte dell’abitato finisce sott’acqua, paralizzando ogni cosa e provocando danni incalcolabili.

Le autorità hanno messo in campo ormai da tempo un piano ambizioso, il cui costo stimato sfiora già oggi i 40 miliardi di dollari, per correre ai ripari, ben consci che i cambiamenti climatici non aspettano e non daranno tregua alla loro città. Purtroppo non stiamo parlando di Venezia, la città che non appartiene solo all’Italia ma all’intera umanità, invasa e ferita – forse in modo irreparabile – da una marea fuori controllo.

Siamo a oltre 10 mila chilometri di distanza, in un altro Stato – la nazione musulmana più popolosa del mondo – in un altro continente e di fronte a un problema che colpisce quasi 10 milioni di persone (32 considerando i sobborghi): siamo a Giacarta, capitale dell’Indonesia, che ormai da anni affonda lentamente ma inesorabilmente e rischia di diventare la prima “vittima eccellente” del disastro climatico alle porte.

TANTE CITTÀ DEL SUD EST ASIATICO A RISCHIO

La soluzione studiata dalle autorità indonesiane, però, non ha nulla a che fare con il discusso ed eternamente incompiuto Mose. Laggiù stanno già preparando tutto per fare qualcosa che – sicuramente – a Venezia non si potrà mai fare: trasferire totalmente la capitale qualche migliaio di chilometri più a Est, nell’immensa e ancora in buona parte selvaggia provincia del Kalimantan. Per gli scienziati non ci sono soluzioni. Così ministeri e ambasciate si sposteranno nell’isola del Borneo.

Giacarta, Manila, Saigon e Bangkok sprofondano ogni giorno di più e a ogni alluvione

E la capitale dell’Indonesia non è nemmeno l’unica grande metropoli ad essere ad alto rischio “annegamento”: insieme ad essa anche Manila, Saigon e Bangkok sprofondano ogni giorno di più e a ogni alluvione, ad ogni marea, rese sempre più imponenti e minacciose dagli sconvolgimenti causati dal riscaldamento globale, finisco a mollo ogni volta di più, ogni vota più disastrosamente.

Tangerang, area vicina a Giacarta, dopo l’alluvione del 2009 (foto BERRY/AFP via Getty Images).

La situazione di Giacarta, però, appare davvero apocalittica: il 40% della città è già sotto il livello dell’oceano che circonda l’isola di Giava. La zona rivierasca settentrionale è affondata di 2,5 metri nell’ultimo decennio. Come sempre accade, l’intervento umano ha peggiorato la situazione: le “fondamenta” geologiche su cui poggia la città, infatti, sono state indebolite anche dal pompaggio indiscriminato delle falde acquifere. Il governo stima in 7 miliardi di dollari all’anno il danno economico causato da questa situazione.

IN INDONESIA SONO TUTTI D’ACCORDO: AGIRE SUBITO SUL RISCALDAMENTO CLIMATICO

Il presidente Joko “Jokowi” Widodo, in un discorso televisivo, ha spiegato di recente che il governo presenterà al parlamento un disegno di legge per il trasferimento della capitale, iniziando con il trasferimento di uffici e sedi istituzionali, entro il 2024. Il nome della nuova capitale non è stato ancora rivelato, ma il progetto è estremamente ambizioso e il suo costo enorme verrà finanziato per il 19% dallo Stato e il resto attraverso la creazione di partnership miste pubblico-privato o direttamente da privati. A trasferimento avvenuto, non prima di cinque anni, nella nuova capitale abiteranno e lavoreranno circa un milione e mezzo di funzionari pubblici.

In Indonesia sono tutti d’accordo: intervenire e subito, i cambiamenti climatici non ci concederanno ancora altro tempo

Secondo Heri Andreas, scienziato del Bandung Institute of Technology indonesiano, «l’innalzamento costante del livello del mare causato dal riscaldamento globale ha già fatto sì che alcune zone della città vengano periodicamente invase da più di 4 metri d’acqua. Non c’è più tempo, dobbiamo intervenire subito per evitare una catastrofe planetaria. Tutti i governi del mondo dovrebbero essere pronti a mettere da parte i loro interessi locali per unirsi nella lotta contro quella che rischia di essere un’autentica apocalisse prossima ventura».

Le strade di Giacarta dopo gli allagamenti avvenuti nell’aprile del 2019.

In Indonesia, un enorme Paese dal passato e dal presente politico spesso turbolento anche più di quello italiano, sono tutti d’accordo sul punto: intervenire e subito, i cambiamenti climatici non ci concederanno ancora altro tempo. A Venezia anche l’aula consiliare dove si tenevano i lavori si è allagata qualche giorno fa, e tutti i consiglieri sono dovuto scappare in gran fretta per mettersi in salvo dall’acqua alta eccezionale. Giusto due minuti dopo che la maggioranza, formata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia aveva bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici, presentati dall’opposizione.

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L’acqua alta a Venezia e chi nega il riscaldamento globale

Mentre la città finisce sommersa, Lega, Forza Italia e e Fratelli d'Italia hanno bocciato gli emendamenti in Regione per contrastare i cambiamenti climatici. Poco prima che anche l'aula consiliare si allagasse. Greenpeace e ambientalisti lanciano l'allarme. Ma c'è chi parla di «terrorismo» e «catastrofismo».

È il surriscalmento globale che ci presenta il conto? L’acqua alta che ha stravolto Venezia ha proiettato l’Italia sulle prime pagine di tutti i media internazionali. Che non hanno esitato a dare la colpa al «cambiamento climatico» per la «marea più alta degli ultimi 50 anni», come per esempio ha titolato in apertura il sito della Bbc, citando le parole del sindaco Luigi Brugnaro che ha parlato di un evento destinato a lasciare «segni indelebili» sulla città.

LA MAGGIORANZA “NEGAZIONISTA” FINISCE COI PIEDI A MOLLO

Eppure, forse anche per la simpatia che una parte politica proprio non riesce a sviluppare nei confronti dell’attivista Greta Thunberg e delle sue lotte ecologiste, nella Regione Veneto la maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha appena bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici. E da lì a poco, ironia della sorte, l’aula consiliare si è allagata, come ha testimoniato Andrea Zanoni del Partito democratico.

Una parte del post su Facebook di Zanoni.

Anche qualcun altro è scettico. Tipo Arrigo Cipriani, 87enne volto storico di Venezia e da anni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della Laguna: «Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento», ha detto, parlando di «catastrofismi» che non fanno bene alla città.

MA PER GREENPEACE «NON È SOLO MALTEMPO»

Eppure secondo il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, «l’ondata di eventi climatici estremi che ha interessato da Nord a Sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica. E quanto accaduto a Venezia non è, purtroppo, altro che un drammatico esempio dell’emergenza che già viviamo ogni giorno sulla nostra pelle».

Il governo per i decenni a venire prevede un massiccio utilizzo del gas, che è parte del problema e non la soluzione


Greenpeace Italia

Greenpeace ha chiesto quindi al governo italiano di «fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi e di lavorare efficacemente sulle cause dei cambiamenti climatici, partendo da un rapido cambiamento dei piani energetici nazionali. In particolare, il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo sta portando avanti, e che verrà approvato entro la fine del 2019, prevede un massiccio utilizzo del gas per i decenni a venire. Così facendo si aggraverebbe la crisi climatica, perché il gas è parte del problema e non della soluzione, come cercano di far credere governo e grandi aziende del settore».

GLI AMBIENTALISTI: «DECISIONI UMANE SCELLERATE»

Marco Gasparinetti ha parlato invece a nome del Gruppo 24 Aprile, la piattaforma civica impegnata nella difesa ambientale di Venezia. Dicendo che «restare coi piedi per terra è un lusso che a noi è negato, dal cambiamento climatico in corso e da decisioni umane scellerate, dettate da avidità e corruzione. Venezia ha bisogno di scelte coraggiose, di passione contrapposta al cinismo affaristico, di persone integerrime e competenti». E che magari non negano il global warming.

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Con la crisi climatica Venezia e altri 20 porti italiani rischiano di finire sott’acqua

L'Enea stima un innalzamento del mare di un metro al 2100 che può arrivare a 2 metri con onde e vento. Dopo la città lagunare, le più colpite sono Napoli e Cagliari.

In 80 anni il livello del mare che tocca i porti italiani è destinato a crescere di circa un metro: significa che con la crisi climatica Venezia e altri venti porti del nostro Paese finiranno sommersi dall’acqua. Si stima un metro di innalzamento dell’acqua al 2100, con picchi superiori proprio a Venezia (più 1,064 metri), a Napoli (più 1,040 metri), a Cagliari (più 1,033 metri), a Palermo e a Brindisi.

CON VENTO E ONDE SI ARRIVA A UN AUMENTO ANCHE DI DUE METRI

La previsione è il frutto delle proiezioni dell’Enea presentate di recente in un focus dedicato al Mediterraneo. L’innalzamento stimato dall’Enea riguarda 21 porti italiani e prende in considerazione anche l’effetto dello ‘storm surge’, cioè la coesistenza di bassa pressione, onde e vento che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro. L’innalzamento al 2100 viene stimato ad Ancona di un metro, fino a due con l’effetto ‘storm surge’; ad Augusta 1,028 (fino a 2,028), a Bari 1,025 (fino a 2,025), a Brindisi 1,0282,028, a Cagliari 1,033 (2,033), a Catania 0,952 (1,952), a Civitavecchia 1,015 (2,015), a Genova 0,922 (1,922), a Gioia Tauro 0,956 (1,956), a La Spezia 0,994 (1,994), a Livorno 1,008 (2,008), a Massa 0,999 (1,999), a Messina 0,956 (1,956), a Napoli 1,040 (2,040), a Olbia 1,025 (2,025), a Palermo 1,028 (2,028), a Salerno 1,020 (2,020), a Savona 0,922 (1,922), a Taranto 1,024 (2,024), a Trieste 0,980 (1,980), a Venezia 1,064 (2,064).

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Anche la finanza può venire travolta dal climate change

Uno studio dimostra che il climate change influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie, a partire dalle banche. Che spesso non calcolano correttamente i rischi correlati agli investimenti che fanno.

Avete mai chiesto, e ne avreste diritto, alla vostra banca: «Ma a chi presti i miei risparmi? Dove vanno a finire i soldi che io deposito presso di te?».

Provate a farla perché se il vostro istituto di credito finanzia aziende che svolgono attività inquinanti potrebbero essere a rischio i vostri risparmi.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa.

L’ALLARME DI NATURE CLIMATE CHANGE

Secondo uno studio pubblicato su Nature climate change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), l’Rff-Cmcc european institute on economics, la Scuola superiore sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

I danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari? Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere. Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

TRA LE BANCHE ITALIANE QUASI NESSUNO VALUTA IL RISCHIO AMBIENTALE

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro Paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre l’esposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? Nulla o quasi. In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro Paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca popolare etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata.

Le visioni strategiche delle banche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’”

In questa banca, per esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da «valutatori sociali», che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonché il rischio collegato all’erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani. Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’” .

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante? Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale di chi richiede un finanziamento? Forse solo perché, in tal modo, la loro fine sarebbe solo anticipata.

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La plastic tax così come è non serve a nulla

Danneggia le nostre imprese e non è la strada giusta per limitare i consumi di plastica vergine. Serve un'iniziativa a livello europeo.

È molto difficile che la tassa sulla plastica possa raggiungere l’obiettivo di ridurne gli usi. Infatti una tassa nazionale sulla produzione ha effetti distorsivi sulle imprese italiane, ma non è efficace sui competitor europei che al contrario saranno favoriti dall’applicazione dell’imposta in Italia.

In altre parole la tassa avrà effetti sull’aumento dell’importazione di prodotti plastici piuttosto che sulla riduzione dei consumi. L’unica strada nazionale percorribile è quella di promuovere il riciclo, il recupero e il riuso della plastica. A tal proposito vengono spesso e giustamente ricordati i primati italiani nella raccolta differenziata ed il riciclaggio. Ma il riuso delle plastiche come materia prima seconda è molto scarso, e limitato solo ad alcune tipologie impiegate per la produzione di bottiglie e di contenitori alimentari.

La gran parte delle plastiche accumulate con la raccolta differenziata in Italia, le poliolefine miste (tra il 60 e 70% di tutti i rifiuti della plastica), non viene recuperata, se non in minima parte negli impianti di termovalorizzazione. E, come stiamo sperimentando da quando la Cina ha vietato l’importazione di rifiuti di plastica dall’Europa, i depositi “temporanei” sono stracolmi di questi rifiuti e spesso vanno a fuoco per strane “autocombustioni”.

DUE MOSSE PER MIGLIORARE L’UTOLIZZO DELLE PLASTICHE RICICLATE

Il riuso di queste plastiche è limitato da tre ordini di fattori:

• la loro classificazione come rifiuto, che ne limita fortemente la lavorazione e il riuso;
• la scarsa applicazione delle norme e degli obblighi per gli “acquisti verdi”, nonostante la legge del 2015, che tra l’altro impongono alle amministrazioni pubbliche di privilegiare la fornitura di manufatti prodotti con materie prime seconde;
• il basso prezzo della materia prima per la produzione della plastica “vergine”, ovvero la virgin nafta agganciata al prezzo del petrolio.

I prodotti di plastica colpiti ed esenti dal nuovo balzello in un’infografica ralizzata da Ansa-Centimetri.

Di conseguenza, due sono le azioni necessarie a livello nazionale ed europeo per ridurre la quantità di plastica vergine:

1) applicare l’articolo 3 della direttiva europea 2008/98 che prevede la cessazione della qualifica di rifiuto per i materiali selezionati con la raccolta differenziata e “lavorati”, che hanno un mercato come materie prime seconde a condizione che il loro impiego non comporti «impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana». Le poliolefine miste possono essere recuperate e riusate con evidenti vantaggi per l’ambiente. Ma in Italia il cosiddetto end of waste viene rimpallato da anni tra le amministrazioni, con vantaggi solo per chi specula legittimante o illegalmente sui rifiuti;

2) applicare rigorosamente la Legge 28 dicembre 2015 n.221, e le successive disposizioni dei decreti legislativi 50/2016 e 56/2017, in materia di “acquisti verdi” e “criteri ambientali minimi” per gli appalti pubblici, al fine di creare un mercato effettivo per i manufatti prodotti con plastica riciclata.

SERVE UNA CARBON TAX A LIVELLO EUROPEO

Per quanto riguarda la riduzione del costo della plastica riciclata rispetto alla plastica vergine, è evidente che è necessaria l’applicazione di una carbon tax, ma è altrettanto evidente che questa tassa deve avere un effetto “neutro” per i produttori nazionali, ovvero deve essere applicata uniformemente in tutto il mercato europeo. Per questo è auspicabile un’iniziativa italiana in sede europea. Se invece l’obiettivo della plastic tax è quello di fare cassa e danneggiare le imprese italiane del settore, siamo sulla strada giusta.

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L’allarme di 11 mila ricercatori sull’emergenza climatica

Si parla di «indicibili sofferenze umane» se l'uomo non modificherà le sue attività. I rimedi? Rinnovabili, meno inquinamento, riduzione del consumo di carne, economia carbon free. Lo studio che dà ragione a Greta.

Quindi Greta ha ragione. Ora che la Terra sia in piena «emergenza climatica» non lo sostiene solo quella che, secondo i detrattori, è una ragazzina svedese manovrata da chissà chi e che dovrebbe tornare a scuola, ma anche uno studio sulla rivista BioScience firmato da più di 11 mila ricercatori di 153 Paesi, tra cui circa 250 italiani.

ECCESSIVE EMISSIONI DI GAS SERRA

Si parla di «indicibili sofferenze umane» che saranno inevitabili senza cambiamenti profondi e duraturi nelle attività dell’uomo che contribuiscono alle emissioni di gas serra e al surriscaldamento globale. Greta davanti ai leader mondiali all’Onu aveva detto: «Siamo all’inizio di una estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di fare è parlare di denaro e di favole di un’eterna crescita economica». La dichiarazione di allarme è basata sull’analisi di 40 anni di dati scientifici. I ricercatori propongono sei misure urgenti per fare fronte ai danni della febbre del Pianeta.

È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica

I primi firmatari della sono Thomas Newsome, dell’Università australiana di Sydney, William Ripple e Christopher Wolf, dell’Università statale americana dell’Oregon, Phoebe Barnard, dell’Università sudafricana di Cape Town e William Moomaw, dell’Università americana Tuft. Gli esperti scrivono: «È un obbligo morale per noi scienziati lanciare un chiaro allarme all’umanità in presenza di una minaccia catastrofica».

I SEGNALI PREOCCUPANTI: ALBERI, ANIMALI E GHIACCI

Gli scienziati hanno puntato il dito su diversi «segnali dell’attività umana», come la riduzione globale della copertura degli alberi e della crescita delle popolazioni animali o lo scioglimento dei ghiacci.

I RIMEDI: MENO CARNE E CARBONIO

Sei gli obiettivi chiave per gli scienziati: la riforma del settore energetico puntando sulle rinnovabili, la riduzione degli inquinanti, la salvaguardia degli ecosistemi naturali, quella delle popolazioni garantendo più giustizia sociale ed economica, l’ottimizzazione delle risorse alimentari riducendo il consumo di carne, e il passaggio a una economia “carbon free“, senza emissioni di carbonio.

LA SPERANZA: MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA DEI GIOVANI

Secondo lo studio «occorrono profonde trasformazioni dei modi in cui le società globali funzionano e interagiscono con gli ecosistemi naturali». Gli scienziati sottolineano anche la presenza di segnali positivi e incoraggianti, come una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai mutamenti del clima, soprattutto tra gli studenti e le giovani generazioni. Infine, la conclusione: «Molti cittadini stanno chiedendo un cambiamento per sostenere la vita sul nostro Pianeta, la nostra sola casa e diverse comunità, Stati e province, città e imprese stanno iniziando a rispondere».

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Manifestare per il clima potrà giustificare l’assenza da scuola

Circolare del ministero dell'Istruzione Fioramonti: ok alle mancate presenze in classe se si partecipa alla mobilitazione contro il riscaldamento globale. Ma devono essere comunque i singoli istituti a decidere in autonomia.

Chissà se ora Greta Thunberg e le sue battaglie ambientaliste diventeranno (ancora) più popolari tra le giovani generazioni italiane. Perché da oggi saltare la scuola per scendere in piazza “al fianco” (anche se fisicamente a distanza) dell’attivista svedese ecologista potrebbe essere considerato un motivo “nobile”. Tanto da non dover portare la giustificazione della mancata presenza tra i banchi. Lo ha spiegato il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti su Facebook: «In accordo con quanto richiesto da molte parti sociali e realtà associative impegnate nelle tematiche ambientali, ho dato mandato di redigere una circolare che invitasse le scuole, pur nella loro autonomia, a considerare giustificate le assenze degli studenti occorse per la mobilitazione mondiale contro il cambiamento climatico».

In accordo con quanto richiesto da molte parti sociali e realtà associative impegnate nelle tematiche ambientali, ho…

Posted by Lorenzo Fioramonti on Monday, September 23, 2019

«RIVENDICANO UN’ATTENZIONE IMPRESCINDIBILE AL LORO FUTURO»

Il ministro ha quindi spiegato: «In questa settimana dal 20 al 27 settembre ragazzi e ragazze di ogni Paese stanno scendendo in piazza per rivendicare un’attenzione imprescindibile al loro futuro, che è minacciato dalla devastazione ambientale e da una concezione economica dello sviluppo ormai insostenibile. L’importanza di questa mobilitazione è quindi fondamentale per numerosi aspetti, a partire dalla necessità improrogabile di un cambiamento rapido dei modelli socio-economici imperanti. È in gioco il bene più essenziale, cioè imparare a prenderci cura del nostro mondo».

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La Russia ha ratificato l’accordo sul clima di Parigi

Mosca ha deciso di entrare nell'intesa contro i cambiamenti climatici del 2015. Duma a lavoro per adattare leggi e regolamenti.

Il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha dichiarato di aver firmato una risoluzione relativa alla ratifica dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Lo riporta Interfax. «È importante», ha detto Medvedev in una riunione con i vice primi ministri, «che il nostro Paese partecipi a questo processo: la minaccia dei cambiamenti climatici potrebbe compromettere l’equilibrio ambientale, mettere a rischio lo sviluppo di successo di molti settori chiave, come l’agricoltura, e, soprattutto, la sicurezza della nostra gente che vive sul permafrost».

LEGISLATORI A LAVORO PER STENDERE I REGOLAMENTI

«Stiamo svolgendo lavori nell’ambito del Progetto Nazionale Ecologico e cerchiamo di ridurre le emissioni che inquinano l’aria e di ripristinare le foreste: ora dovremo anche tenere presente l’adempimento degli obblighi internazionali che mirano a ridurre le emissioni di gas serra», ha detto ancora Medvedev affermando di aver già ordinato di elaborare regolamenti che adeguano l’accordo di Parigi alle leggi russe.

NUOVA LEGISLAZIONE PRONTA NEL 2020

Il vice primo ministro Alexei Gordeyev ha dichiarato che il documento sarà pronto entro il 2020. «Secondo il ministero delle Finanze, adotteremo il documento entro la fine di quest’anno», ha detto Gordeyev. La ratifica dell’accordo di Parigi renderà la Russia un vero e proprio player nella formazione della moderna agenda globale sul clima, ha affermato. «Ciò è particolarmente importante in quanto la Russia si colloca al quarto posto nel mondo per emissioni di gas serra e qualsiasi misura normativa deve tenere conto dei nostri interessi nazionali nella massima misura: questo principio è la pietra angolare delle norme e dei regolamenti che ora vengono creati a livello nazionale», ha detto Gordeyev.

A LAVORO PER RIDURRE EMISSIONI ENTRO IL 2050

Una legge federale sarà il documento principale per quanto riguarda la regolamentazione statale delle emissioni di gas serra e il suo progetto è pronto, ha detto. Il documento sarà adottato nel corso dell’anno, ha affermato Gordeyev. Inoltre, entro la fine dell’anno dovrebbero essere preparate strategie di sviluppo a lungo termine che prevedono bassi livelli di emissioni di gas a effetto serra fino al 2050.

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Cosa c’è nel pacchetto per il clima da 100 miliardi della Germania

Il governo tedesco ha varato un maxi-provvedimento per la protezione dell'ambiente. Tra le misure principali nuove tasse su aerei e auto e sgravi fiscali per i trasporti ferroviari.

Il governo tedesco si è impegnato per 54 miliardi di euro entro il 2023, e 100 miliardi entro il 2030, per finanziare un robusto piano di tutela dell’ambiente. Le cifre sono contenute nel pacchetto di misure salva-clima di 22 pagine concordate all’interno della Grosse Koalition.

PRESSIONE FISCALE SUI VOLI PER RILANCIARE I TRENI

Il piano prevede tra le altre cose di puntare sul potenziamento del trasporto ferroviario, investendo la maggior parte dei fondi promessi nelle infrastrutture su rotaia. Previsti anche incentivi, con speciali abbonamenti, per chi utilizza i mezzi pubblici. Il governo di Berlino dovrebbe quindi varare un aumento dell’iva sui biglietti aerei una diminuzione sulle tariffe dei treni a partire già dal primo gennaio 2020.

SU LE TASSE SU BENZINA E DIESEL

Nel nuovo pacchetto sarebbe prevista anche l’introduzione dal 2021 del sistema del commercio dei certificati di emissione, come in Ue. Dal 2021 inoltre la benzina e il diesel saranno più cari di 3 centesimi mentre dal 2026 di 10 centesimi al litro. Per accompagnare la transizione ci saranno anche delle detrazioni per i pendolari pari a 5 centesimi per chilometro dal 2021. In futuro, 35 centesimi invece di 30 centesimi per chilometro saranno deducibili dalle tasse. I vertici della coalizione di governo hanno anche trovato anche un accordo sul divieto di installazione del riscaldamento a gasolio a partire dal 2025. Chiunque sostituisca un vecchio impianto a gasolio con un modello più eco-compatibile avrà un sostegno per coprire il 40% dei costi.

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